Terapie svolte con minori VS terapie svolte con adulti Home > Senza categoria > Terapie svolte con minori vs terapie svolte con adulti “Dottore, che differenze ci sono tra le terapie svolte con i minori, quindi bambini, adolescenti e preadolescenti, e le terapie svolte con gli adulti?” Questa è una domanda che molto spesso mi viene fatta. Devo dire che, dopo che ho fatto un breve video su YouTube e Instagram in cui mostravo il dietro le quinte di uno studio di psicoterapia, alcune persone hanno notato il mio studio, uno dei miei studi nella fattispecie, costituito da due stanze che si affacciano su due diversi specchi unidirezionali, un po’ come quelli che vedete nei filmati. Questo perché alcune terapie di coppia e alcune terapie individuali o con i minori, quindi familiari, prevedono appunto la presenza di due terapeuti: uno all’interno della stanza e uno al di fuori della stanza. E quindi, vedendo questo video, qualcuno mi ha domandato: “Ma come funziona? Che differenza c’è?” Le principali differenze tra psicoterapia con adulti e minori Allora, ci sono delle differenze enormi tra la terapia con gli adulti e la terapia con i bambini e con i minori in generale. Possiamo addirittura differenziare la terapia con i bambini in età infantile, quindi diciamo fino alla fine delle scuole elementari; le medie, quindi i preadolescenti; gli adolescenti; e gli adulti. Come gli adulti possono essere poi definiti, ad esempio, in altre fasce d’età, anche la terapia con una persona in terza età è diversa, ovviamente, rispetto a quella con un trentenne. Quindi ci sono delle differenze grosse. Senza stare ad entrare nel microdettaglio, quindi nella possibile differenza che ci sono nel fare una terapia con un ragazzo preadolescente o un diciassettenne oppure con un bambino che è in terza elementare, vediamo quelle che sono le differenze principali tra adulti e minori. La psicoterapia con gli adulti e il ruolo del dialogo Innanzitutto, la terapia con gli adulti è basata quasi esclusivamente sulla parola, cioè sul dialogo, sul colloquio. Ci può essere lo stereotipo del lettino, cosa che noi non utilizziamo, ma che ormai la maggioranza delle persone non utilizza più. Anzi, la terapia negli anni si è evoluta: difficilmente un terapeuta ora lo troverete estremamente silente e magari anche alle vostre spalle, tipico del processo della psicoanalisi, che adesso va meno di moda. Ci sono state tutta una serie di evoluzioni. Spesso la terapia è dialogica, ovvero una persona, o una coppia che sia, si siede davanti al terapeuta e si parla. Questa è la base della terapia, cioè il colloquio clinico basato sul dialogo è l’elemento portante della psicoterapia. Gli strumenti utilizzati nella psicoterapia degli adulti Sebbene ci siano degli strumenti che talvolta vengono utilizzati, ad esempio negli studi per cui lavoro e che dirigo, ci sono strumenti come il genogramma, la scheda temporale, la scheda familiare, la tavola sinottica. Sono strumenti che permettono di andare a fotografare con chiarezza determinati elementi che pensiamo possano essere utili, una volta che ci siamo conosciuti con il paziente, con la persona in terapia, e pertanto vengono utilizzati per facilitare il lavoro terapeutico. Sebbene, comunque, come dicevo, il lavoro sia principalmente, quasi esclusivamente, basato sul dialogo, ci sono domande, ci sono risposte, ci sono interpretazioni, ci sono restituzioni, ci sono talvolta dei compiti che vengono chiesti al paziente di eseguire. Ci sono degli strumenti che possono essere dati, come quelli che ho citato prima, che possono essere applicati all’interno della stanza di terapia insieme al terapeuta. Come cambia la psicoterapia con bambini e adolescenti Nella terapia con i minori la cosa è completamente diversa. Non è che non ci si basi sulla parola, però è inverosimile pensare di chiedere, pensate anche solo a un dodicenne, di stare un’ora o un’ora e mezza, perché magari in quel momento in stanza sono presenti i genitori, inevitabilmente, seduto su una sedia a parlare delle proprie emozioni. Le vie di espressione dei significati, delle emozioni e dei vissuti non sono quindi più basate sul verbo, cioè solo sul linguaggio, ma sono basate sul comportamento, sulle azioni e sulle altre modalità che sono proprie appunto dei minori, dei bambini, dei ragazzi, degli adolescenti e dei preadolescenti. Il gioco come strumento terapeutico nell’infanzia Ci sono pertanto diversi strumenti che vengono utilizzati per permettere alla persona, al bambino che porta il disagio, che ha sviluppato potenzialmente un sintomo, di esprimere le proprie emozioni. Per i bambini piccoli, magari, viene chiesto di interpretare dei giochi oppure viene chiesto di giocare in una certa maniera insieme ai genitori. Viene fatta, ad esempio, un’osservazione tramite il famoso specchio unidirezionale, di cui parlavo prima: il terapeuta si pone dietro e dà dei compiti ai genitori, chiedendo loro di giocare in una certa maniera con il bambino, e osserva quello che accade, in modo da comprendere il significato del disagio sottostante. Disegni, test e strumenti per i bambini più grandi Nel caso, invece, ad esempio, di bambini un po’ più grandi, possono essere utilizzati dei disegni, possono essere utilizzati dei piccoli test, sempre sotto forma di gioco. Possono essere usati tantissimi strumenti diversi, che ovviamente diventano man mano più complicati, più cognitivi, se vogliamo, man mano che l’età aumenta. La psicoterapia durante l’adolescenza Quindi, ad esempio, non chiederemo mai a un adolescente di mettersi a giocare con i genitori, ma utilizzeremo degli strumenti che, da un lato, si basano anche sul linguaggio, perché si presume che un adolescente sia in grado, ovviamente, di esprimere anche le proprie emozioni tramite il linguaggio, ma magari agevolato appunto da tutta una serie di strumenti. Questi sono infiniti: ci vorrebbe un articolo lunghissimo per riuscire a mettere insieme quali sono i diversi strumenti in base alle diverse fasce d’età. Il continuum tra gioco, linguaggio e psicoterapia Possiamo vederla, se vogliamo, come un continuum: si parte dal gioco, dove l’aspetto verbale viene chiesto ma pochissimo, cioè non viene chiesto al bambino di interpretare le proprie emozioni e di narrarle, di raccontarle, ma vengono fatte esprimere attraverso il gioco, che poi progressivamente si va a strutturare sempre di più. Man mano che si va avanti in questo continuum, fino ad arrivare all’età adulta, si introduce progressivamente una quantità di linguaggio maggiore, sino ad arrivare poi alla terapia con l’adulto classica, quella che abbiamo descritto, per cui appunto c’è un utilizzo quasi totale della parola. La parola, ovviamente, lavora sempre sulle emozioni, ma in questo caso, per l’adulto, la parola è la via principale di espressione o di racconto, di narrazione dell’emozione. Sì, poi l’emozione non è parola, ovviamente; dall’altro lato, per il bambino, questo non può quindi essere dato per scontato. La specializzazione del terapeuta in base all’età Quindi ci sono delle differenze sostanziali. Non è assolutamente detto che lo stesso terapeuta sia in grado di lavorare con un bambino di 8 anni o di 9 anni o di 10 anni bene quanto, ad esempio, lo possa fare con un adulto. Ci sono specializzazioni non solo in termini di sintomatologie, di problemi, ma anche in termini, ad esempio, di fascia d’età o di formato della terapia. Il coinvolgimento dei genitori nella terapia dei minori Ad esempio, la terapia dell’adulto è spesso considerata individuale o di coppia. Nella terapia per il bambino, difficilmente sarà esclusivamente individuale. Magari ci possono essere degli incontri svolti individualmente, però il coinvolgimento, ad esempio, dei genitori o del nucleo familiare diventa fondamentale, molto più importante, ovviamente, del coinvolgimento, ad esempio, del nucleo familiare nella terapia per un adulto. Perché? Perché è anche, e soprattutto, tramite il sistema, l’osservazione del sistema all’interno del quale il bambino, in questo caso, è inserito, che si riesce a capire il significato delle espressioni emotive e dei comportamenti dei bambini e quindi, di conseguenza, dove sta il problema. Perché la terapia con i minori richiede competenze specifiche Quindi ci sono delle differenze sostanziali. Non è detto che lo stesso terapeuta, magari capacissimo con una fascia d’età, lo sia anche con un’altra. Anzi, verosimilmente è proprio così: chi è capace, o estremamente capace, come specializzazione verticale in una fascia d’età, in una patologia, in un tipo di formato di terapia, di coppia, familiare o individuale, non è detto che lo sia appunto nelle altre. Ma le differenze sono queste: da un lato c’è l’esperienza, l’azione, la spontaneità; dall’altro c’è il racconto, cioè l’utilizzo della parola per andare a esprimere stati cognitivi, cosa che ovviamente a un bambino non può essere chiesto.