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Sindrome da Burnout

Parliamo di burnout. È un termine che, devo dire, era particolarmente in voga prima del periodo pre-Covid. Il mondo del lavoro ha sicuramente subito una grandissima trasformazione rispetto all’organizzazione, alla quotidianità, allo smart working, al telelavoro e via discorrendo. Tuttavia, il burnout, ahimè, non si è trasformato altrettanto. Anche se ultimamente se ne sente parlare meno, vorrei fare un video proprio su questo per cercare di approfondire meglio la questione, ora che stiamo puntando a una “nuova normalità” o, meglio, a una nuova quotidianità.

Cosa significa burnout?

Il burnout altro non è che, come viene solitamente tradotto, una sorta di sindrome da esaurimento, in cui la persona si sente svuotata, apatica, affaticata, appesantita. Talvolta, perde di vista il significato delle cose o della propria attività lavorativa. Dall’altro lato, è solitamente accompagnato da sentimenti di rabbia, rancore e nervosismo, con una totale incapacità di staccare la mente dal lavoro durante il tempo libero. Diventa un pensiero costante che si espande a macchia d’olio. La persona sviluppa anche una serie di somatizzazioni, cioè manifestazioni fisiche che il corpo mette in atto come reazione a questo esaurimento emotivo. Parliamo, ad esempio, di cefalee, problemi gastrointestinali, perdita o aumento dell’appetito, disturbi del sonno, e via discorrendo.

Il burnout: una sindrome legata al contesto lavorativo

È importante sottolineare che il burnout è una sindrome legata esclusivamente al contesto lavorativo. Non si può andare in burnout per una relazione con il partner, per esempio; si tratta di una condizione strettamente connessa a problematiche di natura professionale.

I fattori di rischio nel contesto lavorativo

Nel contesto lavorativo, ci sono diversi elementi che possono rappresentare dei fattori di rischio. Non si tratta di “sentenze” o certezze sullo sviluppo del burnout, ma sono elementi che possono facilitarlo o, al contrario, ostacolarlo, contribuendo in un qualche modo al benessere o al malessere della persona.

Professioni più a rischio

Tradizionalmente, questa condizione è stata associata a professioni di aiuto. Ad esempio, la mia, quella dello psicoterapeuta, oppure quella del medico, dell’infermiere, dell’assistente sociale, o ancora di chi lavora in contesti sociali, come i servizi per la comunità. Tuttavia, è vero che il burnout può svilupparsi in qualunque contesto lavorativo. Questo perché esistono caratteristiche specifiche del lavoro e dell’organizzazione che possono promuoverlo.

Caratteristiche che favoriscono il burnout

Alcuni esempi di queste caratteristiche sono:

  • Orari di lavoro insostenibili;
  • Carichi di responsabilità eccessivi;
  • Insicurezza sul luogo di lavoro (sia fisica, come la possibilità di contagio, che psicologica, come l’instabilità lavorativa);
  • Percezione di poca soddisfazione, scarsa utilità o efficacia del proprio lavoro;
  • Poche opportunità di successo o di riconoscimento;
  • Contesti lavorativi emotivamente gravosi, come quelli legati a malattie terminali, dove l’esito è spesso tragico;
  • Lavori percepiti come monotoni, ripetitivi e alienanti.

Una persona non deve necessariamente trovarsi in un contesto che presenta tutte queste caratteristiche per sviluppare il burnout. È sufficiente che alcune di queste siano presenti per aumentare il rischio. In sostanza, la probabilità di sviluppare il burnout cresce quando questi fattori si sommano e incidono sulla persona.

Come riconoscere i sintomi del burnout

Come accennavo, questa sindrome si manifesta con una sensazione di esaurimento, stanchezza, pesantezza, spesso accompagnata da sentimenti di rabbia e irrequietezza, dall’incapacità di “staccare la spina” e da una serie di somatizzazioni (cefalee, problemi gastrointestinali, disturbi del sonno, ecc.).

La nuova organizzazione del lavoro post-pandemia

In questa nuova organizzazione del lavoro post-pandemia, penso che qualcosa cambierà. Non so se in meglio o in peggio: questo lo scopriremo solo vivendo e riorganizzando le nostre vite. Ad esempio, molti trovano beneficio nello smart working e nella possibilità di avere giornate più flessibili. Altri, invece, che lavorano in smart working ormai da due anni o più, iniziano a manifestare difficoltà legate proprio all’alienazione, all’incapacità di staccare e a ciò di cui ho parlato finora.

Conclusione e riflessioni aperte

Non ho una risposta definitiva a tutto questo. Proprio per questo, ho deciso di fare un contenuto sul burnout, per condividere riflessioni e discutere insieme questa nuova organizzazione del lavoro. Fammi sapere cosa ne pensi!

A presto!

69%
Il 69% delle persone che fanno terapia con noi hanno già svolto terapia
12%
Il 12% di queste è psicologo/psicoterapeuta e sceglie noi per la sua terapia personale
25%
Il 25% dei pazienti che seguiamo provengono dalle piattaforme. Si tratta di persone con difficoltà che loro non riescono/possono trattare
Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
Ecco i prossimi passi
1

Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.