Paura del giudizio come superarla Home > Riflessioni psicologiche > Paura del giudizio come superarla 2 Parliamo di giudizio. È stata una settimana di terapia interessante — lo sono tutte, in realtà — ma è curioso come talvolta gli argomenti di tante persone che si rivolgono a me combacino tra loro. Questa settimana è stata sicuramente la settimana del giudizio, cioè la settimana in cui molte persone, molti pazienti che ho visitato, si sono sentiti in difficoltà davanti al giudizio degli altri. Il peso del giudizio e il bisogno di approvazione Alcuni hanno tentato di trasformare, cambiare o modificare il proprio modo di essere e di fare in funzione di questo giudizio, nel tentativo di mitigarlo. Altri invece lo hanno letteralmente preso per le corna, come si fa con il toro. Le riflessioni sono state tante ed in questa sede vorrei proporre questa riflessione: molte volte, quando si riesce a comprendere quali siano le reali motivazioni che sottostanno a una decisione, a un comportamento, a un’emozione o a un sentimento, cambia il significato che essi hanno, e quindi anche l’impatto che producono sulle nostre vite. Comprendere il giudizio per disinnescarlo In questo caso, il giudizio cambia. La riflessione che ho costruito — o meglio, che mi è stata offerta da più di una persona — è proprio questa: il giudizio è sicuramente scomodo, faticoso, difficile da gestire, da vivere e anche da subire. Ma nel momento in cui se ne comprendono le cause sottostanti, improvvisamente perde la sua forza, la sua durezza, quella capacità di destabilizzarci che solitamente ha, soprattutto quando viene agito da persone a cui vogliamo bene. Il giudizio come meccanismo di difesa Quello che è emerso in diversi incontri è che, molte volte, il giudizio agito dalle persone a noi più care — che si tratti di relazioni sentimentali, amicali o familiari — viene usato come un meccanismo di difesa. Serve ad affermare e avvalorare la propria idea giudicando quella altrui, per trovare ulteriore conferma, forza e spinta nel portare avanti le proprie convinzioni, senza considerare (o addirittura negando) quelle dell’altro. Viene utilizzato come un meccanismo di difesa, appunto, per sostenere le proprie decisioni. Spesso questo accade perché non siamo del tutto convinti delle motivazioni o degli obiettivi che abbiamo scelto. Forse, per un motivo o per l’altro, potrebbero essere cambiati, trasformati, o non essere più così importanti per noi. Oppure li vediamo irraggiungibili, o il loro raggiungimento richiederebbe uno sforzo eccessivo. E così giudichiamo — soprattutto chi fa una scelta diversa dalla nostra. Questo giudizio serve proprio a questo: a ridare energia, a caricarsi, a trovare una nuova spinta. Un esempio concreto: la libertà di scegliere un’altra strada Gli esempi sono stati tanti. Ne racconto uno per essere più esplicativa. Una giovane donna di 35-37 anni — età in cui, inevitabilmente, ci si interroga molto — si è posta domande come: “Devo avere una famiglia? Devo trovare un partner?”. Questa persona ha scelto di non volere un partner, o meglio, di non volere una relazione canonica: non desidera un marito o un compagno stabile, né figli, né la routine del “lavare la macchina il sabato”. Ha scelto di essere una donna prevalentemente single, di vivere da sola, di avere sì delle relazioni, ma senza che debbano andare oltre certi confini. Non è una scelta facile, anche perché è difficile trovare qualcuno che la pensi allo stesso modo, nonostante nel mondo ci siano molte persone simili a lei. Ciò la mette spesso in difficoltà, soprattutto con le amiche, che le dicono: “Ma non è vero, te la stai raccontando… Sei sicura di non volere un marito? Sei sicura di non volere un partner stabile con cui andare in vacanza? Sei sicura di non volere dei figli?” La mia paziente si è posta molte volte queste domande, e posso dire con certezza che è arrivata a una conclusione consapevole: quella che ho appena raccontato. Il problema è che, nel momento in cui racconta questa decisione, non viene accolta né accettata, ma giudicata. Quando il giudizio nasconde un disagio personale Le sue amiche, che invece hanno un progetto di vita più canonico e socialmente accettato — marito, figli, matrimonio, convivenza — la giudicano. Salvo poi trovarsi anche loro ad affrontare le difficoltà che questo tipo di progetto comporta: la gestione dei figli, i conflitti col partner, le separazioni, i tradimenti, le fatiche quotidiane. Nel caso della mia paziente, le difficoltà sono altre, ma la dinamica del giudizio è la stessa. Spesso chi giudica, vivendo una propria crisi o insoddisfazione, è quasi attratto — a volte inconsciamente — dallo stile di vita opposto dell’altro. Ma, invece di accogliere quella differenza come spunto di riflessione, reagisce giudicando, per avvalorare la propria scelta e difendere la propria posizione. È un modo per dare legittimità a una condizione che, forse, non genera più piacere, soddisfazione o benessere come prima, ma che si teme di mettere in discussione. E così il giudizio serve a resistere. Diventare consapevoli per disarmare il giudizio Quando però l’altra persona — in questo caso la mia paziente — diventa consapevole del meccanismo che c’è dietro, il giudizio perde completamente significato. Diventa anzi un modo per tutelarsi, e in certi casi persino per offrire aiuto a chi, dietro quel giudizio, nasconde una difficoltà. Come gestire il giudizio degli altri Quindi, quando ti senti giudicato o valutato, chiediti sempre: “L’altra persona sta davvero parlando di me, o in realtà sta usando il giudizio come strumento per avvalorare il suo punto di vista, che in questo momento è per lei faticoso da sostenere?” Perché in quel momento, il giudizio non è altro che un meccanismo di difesa.