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Paura del giudizio come superarla

Parliamo di giudizio. È stata una settimana di terapia interessante — lo sono tutte, in realtà — ma è curioso come talvolta gli argomenti di tante persone che si rivolgono a me combacino tra loro. Questa settimana è stata sicuramente la settimana del giudizio, cioè la settimana in cui molte persone, molti pazienti che ho visitato, si sono sentiti in difficoltà davanti al giudizio degli altri.

Il peso del giudizio e il bisogno di approvazione

Alcuni hanno tentato di trasformare, cambiare o modificare il proprio modo di essere e di fare in funzione di questo giudizio, nel tentativo di mitigarlo. Altri invece lo hanno letteralmente preso per le corna, come si fa con il toro.

Le riflessioni sono state tante ed in questa sede vorrei proporre questa riflessione: molte volte, quando si riesce a comprendere quali siano le reali motivazioni che sottostanno a una decisione, a un comportamento, a un’emozione o a un sentimento, cambia il significato che essi hanno, e quindi anche l’impatto che producono sulle nostre vite.

Comprendere il giudizio per disinnescarlo

In questo caso, il giudizio cambia. La riflessione che ho costruito — o meglio, che mi è stata offerta da più di una persona — è proprio questa: il giudizio è sicuramente scomodo, faticoso, difficile da gestire, da vivere e anche da subire. Ma nel momento in cui se ne comprendono le cause sottostanti, improvvisamente perde la sua forza, la sua durezza, quella capacità di destabilizzarci che solitamente ha, soprattutto quando viene agito da persone a cui vogliamo bene.

Il giudizio come meccanismo di difesa

Quello che è emerso in diversi incontri è che, molte volte, il giudizio agito dalle persone a noi più care — che si tratti di relazioni sentimentali, amicali o familiari — viene usato come un meccanismo di difesa. Serve ad affermare e avvalorare la propria idea giudicando quella altrui, per trovare ulteriore conferma, forza e spinta nel portare avanti le proprie convinzioni, senza considerare (o addirittura negando) quelle dell’altro. Viene utilizzato come un meccanismo di difesa, appunto, per sostenere le proprie decisioni.

Spesso questo accade perché non siamo del tutto convinti delle motivazioni o degli obiettivi che abbiamo scelto. Forse, per un motivo o per l’altro, potrebbero essere cambiati, trasformati, o non essere più così importanti per noi. Oppure li vediamo irraggiungibili, o il loro raggiungimento richiederebbe uno sforzo eccessivo. E così giudichiamo — soprattutto chi fa una scelta diversa dalla nostra.

Questo giudizio serve proprio a questo: a ridare energia, a caricarsi, a trovare una nuova spinta.

Un esempio concreto: la libertà di scegliere un’altra strada

Gli esempi sono stati tanti. Ne racconto uno per essere più esplicativa.

Una giovane donna di 35-37 anni — età in cui, inevitabilmente, ci si interroga molto — si è posta domande come: “Devo avere una famiglia? Devo trovare un partner?”. Questa persona ha scelto di non volere un partner, o meglio, di non volere una relazione canonica: non desidera un marito o un compagno stabile, né figli, né la routine del “lavare la macchina il sabato”. Ha scelto di essere una donna prevalentemente single, di vivere da sola, di avere sì delle relazioni, ma senza che debbano andare oltre certi confini.

Non è una scelta facile, anche perché è difficile trovare qualcuno che la pensi allo stesso modo, nonostante nel mondo ci siano molte persone simili a lei. Ciò la mette spesso in difficoltà, soprattutto con le amiche, che le dicono: “Ma non è vero, te la stai raccontando… Sei sicura di non volere un marito? Sei sicura di non volere un partner stabile con cui andare in vacanza? Sei sicura di non volere dei figli?”

La mia paziente si è posta molte volte queste domande, e posso dire con certezza che è arrivata a una conclusione consapevole: quella che ho appena raccontato. Il problema è che, nel momento in cui racconta questa decisione, non viene accolta né accettata, ma giudicata.

Quando il giudizio nasconde un disagio personale

Le sue amiche, che invece hanno un progetto di vita più canonico e socialmente accettato — marito, figli, matrimonio, convivenza — la giudicano. Salvo poi trovarsi anche loro ad affrontare le difficoltà che questo tipo di progetto comporta: la gestione dei figli, i conflitti col partner, le separazioni, i tradimenti, le fatiche quotidiane.

Nel caso della mia paziente, le difficoltà sono altre, ma la dinamica del giudizio è la stessa. Spesso chi giudica, vivendo una propria crisi o insoddisfazione, è quasi attratto — a volte inconsciamente — dallo stile di vita opposto dell’altro. Ma, invece di accogliere quella differenza come spunto di riflessione, reagisce giudicando, per avvalorare la propria scelta e difendere la propria posizione.

È un modo per dare legittimità a una condizione che, forse, non genera più piacere, soddisfazione o benessere come prima, ma che si teme di mettere in discussione. E così il giudizio serve a resistere.

Diventare consapevoli per disarmare il giudizio

Quando però l’altra persona — in questo caso la mia paziente — diventa consapevole del meccanismo che c’è dietro, il giudizio perde completamente significato. Diventa anzi un modo per tutelarsi, e in certi casi persino per offrire aiuto a chi, dietro quel giudizio, nasconde una difficoltà.

Come gestire il giudizio degli altri

Quindi, quando ti senti giudicato o valutato, chiediti sempre:

“L’altra persona sta davvero parlando di me, o in realtà sta usando il giudizio come strumento per avvalorare il suo punto di vista, che in questo momento è per lei faticoso da sostenere?”

Perché in quel momento, il giudizio non è altro che un meccanismo di difesa.

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Il 69% delle persone che fanno terapia con noi hanno già svolto terapia
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Il 12% di queste è psicologo/psicoterapeuta e sceglie noi per la sua terapia personale
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Il 25% dei pazienti che seguiamo provengono dalle piattaforme. Si tratta di persone con difficoltà che loro non riescono/possono trattare
Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
Ecco i prossimi passi
1

Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.