Diagnosi ed etichette diagnostiche Home > Riflessioni psicologiche > Diagnosi ed etichette diagnostiche 2 Parliamo di etichette diagnostiche, diagnosi e del loro utilizzo e significato. Il linguaggio come strumento di costruzione della realtà Partiamo da questo presupposto: il linguaggio è uno strumento di costruzione della realtà, ma anche di alterazione e, talvolta, di semplificazione della realtà. Se, ad esempio, ci riferiamo alle emozioni, l’utilizzo di alcuni termini, per quanto possano essere rappresentativi, è inevitabilmente influenzato dal fatto che un termine può significare una cosa per una persona e la stessa cosa, ma con sfumature differenti, per un’altra persona. Quando scegliamo i termini da utilizzare per rappresentare la nostra realtà, inevitabilmente questi la influenzano, la modificano e la trasformano, talvolta anche semplificandola. Che cosa sono le etichette diagnostiche Perché parlo di semplificazione? Perché, di fatto, l’etichetta è questo: l’etichetta diagnostica è una semplificazione. Al di là del fatto che lo sappiamo, in generale, se pensiamo al di fuori del mondo psicologico, è facile comprendere come l’etichetta non sia altro che una semplificazione, talvolta una semplificazione peggiorativa, talvolta quasi uno stereotipo o addirittura uno stereotipo nel caso della psicologia, della psicoterapia e così via. Quindi, quando si ha a che fare con l’ambito psicologico, l’etichetta è, di fatto, una semplificazione e, attenzione, non è utile ai fini della cura del paziente. Non voglio essere polemico, perché non è questo il mio interesse. Tuttavia, l’etichetta diagnostica non è utile direttamente ai fini della cura del paziente; è utile in altro modo: per comunicare, ad esempio, con altri colleghi o per farsi comprendere dal paziente. La persona non coincide con la diagnosi La persona, però, il paziente che vive una difficoltà, non è l’etichetta. Non è l’esatta rappresentazione di quella categoria diagnostica, ma è una persona fatta di sentimenti, emozioni, paure, fatiche e sintomi che hanno un determinato significato. L’etichetta, in qualche modo, è utile per riuscire a capire quale lingua stiamo parlando, quale lingua sta parlando il paziente e, di conseguenza, per permetterci di comprendere il contesto e utilizzare una terminologia condivisa. Però poi il paziente, la persona che vive quella difficoltà, è come se parlasse un dialetto. È necessario imparare a comprendere effettivamente che cosa, per lui o per lei, quella patologia e quella difficoltà significano. Per questo dico che l’etichetta, da un lato, è utile e, dall’altro, è sostanzialmente inutile in termini di cura del paziente. A cosa servono le diagnosi in psicologia e psicoterapia È utile per due motivi. Innanzitutto, per potersi confrontare con altri colleghi e con altri professionisti e comprendere chiaramente di che cosa si sta parlando, qual è l’argomento, qual è la categoria del disagio o del disturbo. Quindi, se diciamo che una persona presenta un’agorafobia, un disturbo ossessivo-compulsivo o una depressione maggiore, questo ci permette di comprendere rapidamente quale sia l’insieme di significati, concetti e teorie condivise a livello clinico. Dall’altro lato, l’etichetta può essere utile al paziente per riuscire a comprendere in quale categoria si colloca il suo disturbo e, di conseguenza, per avere anche alcune informazioni e riferimenti. Tuttavia, queste informazioni sono inevitabilmente parziali e stereotipate, perché il paziente, la persona, non è un clinico e, potenzialmente, queste rappresentazioni possono diventare anche rischiose. La diagnosi non sostituisce la comprensione della persona Di fatto, non sono necessariamente utili ai fini della cura del paziente, poiché il terapeuta deve essere in grado, una volta definito il contesto, di utilizzare la metafora della lingua: abbiamo definito che stiamo parlando, per esempio, di disturbo ossessivo-compulsivo, ma qual è il linguaggio specifico di quella persona? Alcune condizioni rendono questa operazione estremamente complessa. La schizofrenia, per esempio, costituisce un’etichetta diagnostica, ma esiste una variabilità enorme di significati, esperienze e manifestazioni tra i diversi pazienti. È come se il terapeuta dovesse imparare, con ogni paziente, un nuovo linguaggio. Per altre categorie diagnostiche, il linguaggio condiviso può essere un po’ più semplice, ma il terapeuta deve inevitabilmente, per poter essere utile, sapere di che cosa sta parlando e quindi qual è l’argomento, per poi svolgere necessariamente un lavoro sartoriale: imparare il linguaggio specifico del paziente. Il linguaggio come strumento terapeutico Questo perché il linguaggio è, da un lato, un vincolo, ma è anche una straordinaria risorsa. È attraverso il linguaggio che andiamo a riorganizzare, rinarrare e risignificare la storia del paziente e, di conseguenza, a favorire il superamento del suo sintomo, del suo disagio e della sua patologia. I rischi delle etichette diagnostiche L’altro grande rischio delle etichette è legato al fatto che non solo aiutano a definire la patologia, ma dall’altro lato corrono anche il rischio di far aderire il paziente a quella particolare categoria, a quella particolare etichetta. In altre parole, possono condizionare il paziente nello sviluppare o nell’interpretare determinate sintomatologie. Se una persona si sente attribuire con estrema leggerezza una diagnosi da un professionista, questa diagnosi viene, per così dire, “applicata” sulla sua persona. E poi, inevitabilmente, può accadere ciò che facciamo tutti. Io per primo: quando vado da un medico e mi dice che ho, per esempio, il tunnel carpale, vado su Internet e cerco di capire che cosa sia questo benedetto tunnel carpale. Se un paziente viene da me e si sente dire, senza un’adeguata valutazione, “Hai un disturbo ossessivo-compulsivo”, è comprensibile che vada su Internet a cercare che cosa sia il disturbo ossessivo-compulsivo. Il rischio dell’autoidentificazione con i sintomi E che cosa può accadere? Se aumentano le compulsioni, il paziente potrebbe iniziare a riconoscere in sé determinati sintomi che rientrano all’interno della categoria del disturbo ossessivo-compulsivo. Ma potrebbero essercene altri ai quali non aveva mai pensato, che non aveva mai considerato come sintomi o ai quali non aveva mai attribuito particolare importanza. A quel punto, può iniziare a interpretarli come elementi che fanno parte della diagnosi, oppure può sviluppare una maggiore attenzione nei loro confronti. E questo non è necessariamente funzionale alla cura. Diagnosi psicologica: utilità e limiti Quindi, l’etichetta diagnostica è importante e presenta alcuni vantaggi, ma si tratta di vantaggi limitati: serve a definire di che cosa stiamo parlando ed è utilizzata soprattutto tra professionisti per riuscire a comprendere con maggiore rapidità una determinata condizione, proprio perché costituisce un linguaggio tecnico condiviso. Un paziente, invece, non trae necessariamente un beneficio terapeutico diretto dal sapere che la propria condizione viene definita, per esempio, come disturbo bipolare di tipo II. Può essere utile saperlo per comprendere la propria esperienza, per spiegarla agli altri o per avere un riferimento condiviso, ma in termini strettamente terapeutici l’etichetta, di per sé, non costituisce la cura. Stigma e conseguenze delle etichette diagnostiche Dall’altro lato, però, come dicevo, le etichette portano con sé potenziali rischi. Il primo è che, una volta applicate a una persona, difficilmente possono essere completamente “staccate”. Questo può trasformarsi anche in uno stigma sociale. Dall’altro lato, possono condizionare il modo in cui il paziente interpreta la propria esperienza, il proprio stato di salute e il proprio benessere e, in parte, possono compromettere o alterare il lavoro terapeutico che viene svolto. Perché usare le etichette diagnostiche con prudenza Quindi, attenzione: se nella vita quotidiana dobbiamo fare attenzione a utilizzare le etichette, a maggior ragione, nell’ambito clinico, dobbiamo essere ancora più prudenti.