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Come stare vicino a chi soffre

“Dottore, come si fa a stare vicino a chi soffre, a chi sta male?” Molte volte mi viene fatta questa domanda, molte volte mi viene detto, mi viene chiesto: “Dottore, ho un fidanzato depresso, come faccio a stargli vicino? Dottore, la mia fidanzata soffre di attacchi di panico, come posso aiutarla? Come posso starle vicino?”.

Queste domande contengono, ovviamente, una genuinità, un interesse sincero nel provare a stare vicino a qualcuno che ci si rende conto essere in sofferenza e, al tempo stesso, però, denunciano, nascondono quella sensazione di essere sostanzialmente impotenti, di sbagliare, di non riuscire a essere efficaci e a essere di supporto per come invece si vorrebbe.

Quindi, in questo video proviamo a riflettere su come si potrebbe stare vicino, come si dovrebbe stare vicino a chi vive un disagio psicologico, senza differenziare tra ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo alimentare, eccetera, eccetera.

È vero: ci sono delle linee guida e delle accortezze che possono essere usate in funzione della malattia o della patologia, ma ce ne sono altre generali che vanno bene nel momento in cui si desidera stare effettivamente vicino, con cuore, vicino a qualcuno che soffre.

Queste sono 3-4 cose che, da un lato, verosimilmente, secondo me, dovrebbero essere evitate e 2-3 che invece dovrebbero essere promosse.

Cosa evitare quando si vuole aiutare una persona che soffre

Proviamo ad andare con ordine, anche se non troppo, e partiamo da cosa non dovrebbe essere fatto.

Non sottovalutare il disagio psicologico pensando che sia solo un momento passeggero

Innanzitutto, cercare, o pensare, o confondere, meglio ancora come termine, il disagio psicologico con un momento transitorio, cioè non sottovalutare il disagio psicologico pensando che possa essere qualcosa di passeggero.

Questo non vuol dire che non possa essere così, ma vuol dire che, se passa, non è sicuramente per merito nostro. Non è perché noi abbiamo fatto qualcosa: noi pazienti, noi persone che magari stiamo male, o noi persone che scegliamo di stare vicino a chi è un nostro caro e sta soffrendo.

Quindi, nel momento in cui c’è un sintomo, anche uno, pensiamo all’attacco di panico che ho citato prima, dire: “Ma sì, è stato un episodio, non ti preoccupare”, non è sicuramente una buona idea.

Perché, anche se non si dovessero più presentare in futuro, speriamo, non è sicuramente perché abbiamo prestato loro la giusta attenzione.

Non sminuire la sofferenza della persona

Seconda cosa: non sminuire.

Molte volte sento dire cose come: “È tutto nella tua testa”, “Ti fai troppi problemi”, “È un problema di carattere”, “Ci sono persone che stanno molto peggio di te”.

Cioè, sminuire il problema, come dire impoverirlo, farlo perdere valore anche agli occhi di chi ne sta soffrendo, di chi ne è afflitto, è un errore tremendo.

Perché fa sentire incompresa la persona che in quel momento sta soffrendo, la fa sentire ancora più sola di quanto già non si senta, anche a causa della patologia che ha sviluppato.

Non dare direttive e non dire alla persona cosa dovrebbe fare

Terzo errore: possiamo chiamarlo dare delle direttive, comandare, dire che cosa dovrebbe essere fatto.

Ovvero: “Fatti forza”, “Reagisci”, “Pensi troppo”, “Cerca di liberare la mente”, “Rilassati”.

Attacco di panico, di prima, o per cambiare esempio, depressione.

Hai voglia a dire a un depresso: “Reagisci”. Lo sa anche il depresso che dovrebbe reagire, purtroppo non ce la fa. La depressione è proprio l’incapacità di reagire alle difficoltà.

Quindi questo, come sopra, non fa altro che rendere la persona depressa, che si sente dire così, incompresa, non capita.

Non usare ultimatum per cercare di far reagire chi soffre

Quarto: possiamo anche inserire questo, che ogni tanto capita, un pochino meno frequentemente, ma lo sento dire, legato all’ultimatum.

Nel tentativo di scuotere, di far reagire la persona, si dà un ultimatum:

“Allora basta, o ti tiri in piedi e fai quello che ti chiedo, o ti tiri in piedi e reagisci per come ci si aspetta da te, o ti tiri in piedi e ti muovi entro X, oppure basta. Altrimenti io ci rinuncio, altrimenti io me ne vado, altrimenti torna dai tuoi genitori, altrimenti ti faccio chiudere in una clinica”.

Sono cose che ho sentito dire e che fanno riflettere su quali effetti potrebbero avere sulle persone che stanno vivendo una situazione di sofferenza.

Queste sono le cose che non dovrebbero essere fatte: non sottovalutare, non confondere o non pensare a un sintomo psicologico come qualcosa di transitorio, eccezionale o casuale, una tantum.

Non sminuire, non dare direttive su cosa dovrebbe essere fatto e non dare ultimatum.

Come aiutare concretamente una persona che soffre psicologicamente

E adesso magari vi starete chiedendo: “Bene, tutte le parole, adesso cosa diavolo faccio?”.

Cioè: ora che non devo fare tutte queste cose, come posso essere effettivamente d’aiuto?

Qui qualche consiglio posso spenderlo.

Imparare ad ascoltare chi sta soffrendo

Innanzitutto, dovreste partire dall’ascolto.

Perché si dice che la psicoterapia è basata sulla parola, ma è basata sulla relazione, perché la relazione non è solo una relazione d’aiuto, ma è una relazione d’aiuto poiché è una relazione d’ascolto.

Non sto dicendo che dovreste fare terapia alle persone care che vi rendete conto essere in sofferenza. Dico che, però, se abbiamo due orecchie anziché una bocca sola, dovremmo ascoltare il doppio di quanto parliamo.

Questo è verissimo, nel senso che l’ascolto non è già a metà della cura, ma aiuta. Aiuta nella misura in cui permette alla persona di ovviare ai due rischi che mettere in atto le pratiche sconsigliate di prima porta: il non sentirsi sola e il sentirsi potenzialmente compresa, non necessariamente capita, ma ascoltata e accolta.

Quindi: ascolto, primo pezzo. Non c’è bisogno di dire necessariamente qualcosa. Ascoltate e cercate di capire.

Secondariamente, chiedere alla persona stessa come poter essere d’aiuto

Chiedere soprattutto legato al “come possono esserti d’aiuto”, ovvero:

“Mi rendo conto che c’è una difficoltà, mi rendo conto che sei in difficoltà, ti vedo che sei in difficoltà. Che cosa ti serve? Che cosa posso fare per te? Come posso esserti utile?”.

Questo, spesse volte, lo facciamo quando c’è un evento traumatico plateale, esterno.

Una persona vive un lutto e noi spontaneamente, di cuore, diciamo: “Posso esserti utile in qualche maniera? Chiamami, sono a tua disposizione”.

Bene, la stessa identica cosa deve essere fatta nel momento in cui ci si rende conto che la persona che abbiamo accanto vive un disagio psicologico.

Chiedere come possiamo essere d’aiuto e agire di conseguenza, se nelle nostre corde, nelle nostre possibilità, facendo ciò che ci viene chiesto.

Che potrebbe anche essere: “Lasciami solo, lasciami del tempo, fammi pensare, fammi riflettere”, per poi però arrivare al parlare, arrivare a metterci nella condizione, ad esempio, come dicevo prima, di ascoltare.

Aiutare la persona a chiedere aiuto professionale

Terzo punto: aiutare a chiedere aiuto.

Cioè aiutare la persona non solo a prendere atto del problema.

La persona che vive il problema, tendenzialmente, quasi sempre, se non sempre, è conscia del problema che sta vivendo, è conscia delle difficoltà, delle emozioni che vive.

Però è meno conscia di quali potrebbero essere, spesse volte, le strade percorribili per poterla affrontare e con l’aiuto di chi.

A quel punto, quindi, aiutare a chiedere aiuto significa aiutare la persona a trovare il coraggio per poter chiedere aiuto, ad esempio, a un professionista.

La differenza tra aiutare e cercare di controllare la sofferenza dell’altro

Quindi, se dobbiamo evitare di sminuire, di sottostimare o di sottovalutare, dobbiamo evitare di dare ultimatum, dobbiamo evitare di dire cosa deve essere fatto, di essere direttivi.

Dobbiamo invece imparare ad ascoltare, dobbiamo imparare a chiedere e dobbiamo imparare ad aiutare, cioè aiutare a chiedere aiuto.

Queste sono le differenze, secondo me, nel tipo di aiuto concreto e fattivo che può aiutare, attraverso le parole, chi sta soffrendo a ricevere effettivamente l’aiuto di cui necessita.

E quindi, di conseguenza, questo è il comportamento che dovrebbe essere agito da chi prova a stare vicino a una persona cara che si rende conto essere sofferente.

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Il 69% delle persone che fanno terapia con noi hanno già svolto terapia
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Il 12% di queste è psicologo/psicoterapeuta e sceglie noi per la sua terapia personale
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Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
Ecco i prossimi passi
1

Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.