Lo psicologo lavora da solo? Home > Psicoterapia come funziona > Lo psicologo lavora da solo ” Dottore, ma lo psicologo lavora da solo? E lo psicologo psicoterapeuta, quando svolge la propria pratica clinica, quando eroga la psicoterapia, lavora da solo?” Possiamo rispondere a questa domanda in questo modo: sì e no, nel senso che il tessuto sociale e professionale italiano è basato sull’artigianato, quindi ci sono moltissimi colleghi, non solo ovviamente psicologi ma anche psicoterapeuti, che hanno il proprio studio, erogano appunto le proprie prestazioni, erogano la psicoterapia ai pazienti che chiedono aiuto e lo fanno anche molto bene. Psicologo e psicoterapeuta: lavorare da soli o in équipe Ci sono personaggi illustri, personaggi molto famosi all’interno del panorama non solo italiano, ma anche europeo e mondiale, che scelgono di lavorare in autonomia. Ce ne sono degli altri, invece, che scelgono di lavorare in gruppo, scelgono di lavorare in équipe. Questo perché ci possono essere dei pro e dei contro in ciascun tipo di conformazione, di struttura che si vuole dare alla professione. In un precedente contenuto ho ragionato su quali potevano essere i vantaggi, lato paziente, di rivolgersi a un’équipe strutturata piuttosto che al terapeuta singolo che, più in modo artigianale, svolge in autonomia la professione all’interno del proprio studio. Anche in questo caso, quindi, capite che, lato mio, dal mio punto di vista, ci sono dei vantaggi nel poter lavorare in équipe, anche dal punto di vista del terapeuta, sia in termini professionali sia in termini personali. E questi, secondo me, sono principalmente tre, o così posso riassumerli. Poi ce ne sono sicuramente degli altri, ma questi, dal mio punto di vista, sono i più evidenti. I vantaggi del lavoro in équipe per lo psicoterapeuta Il primo aspetto è che c’è la possibilità concreta di andare a migliorare la qualità della terapia, non solo per il matching, cioè la connessione tra la necessità, la richiesta, il problema che il paziente vive e la specializzazione del terapeuta, quanto per il fatto che, lavorando in équipe, c’è una possibilità di confronto e condivisione costante del terapeuta che eroga la prestazione, la psicoterapia al paziente, con i colleghi. 1. Migliorare la qualità della psicoterapia attraverso il confronto Ad esempio, in MINDS strutturiamo l’intervento facendo sì che ci siano sempre almeno due terapeuti che seguono per la sua interezza ciascuna terapia: il terapeuta di riferimento, cioè colui che conduce la terapia all’interno della stanza con il paziente, che sia individuale, di coppia o familiare, e un supervisore, un intervisore, che prepara insieme al terapeuta che è appunto presente all’interno della stanza ogni singolo colloquio che verrà svolto con la persona nel processo di psicoterapia, nel percorso di terapia che appunto il terapeuta eroga in funzione della persona. In più, un confronto più esteso viene fatto con una cadenza mensile, in cui il terapeuta non solo gode del supporto dell’intervisore e del supervisore, bensì anche degli altri membri dell’équipe. A turno, quindi, progressivamente, si portano le proprie situazioni critiche, le terapie che magari vengono percepite come più complicate, alcuni quesiti clinici, e vengono discussi con tutta l’intera équipe. E quindi c’è il vantaggio che si hanno altre 24 teste a disposizione che suggeriscono idee, fanno vedere punti di vista che non si erano mai considerati, muovono critiche e questo permette ovviamente di avere un volume, una mole di idee e di alternative molto maggiore che verosimilmente difficilmente possono essere create, diciamo, esclusivamente dalla testa del singolo, perché ovviamente poi è il confronto a suscitare il cambiamento, l’idea e inevitabilmente la trasformazione. Questo è il primo vantaggio. 2. Maggiore efficienza e riduzione del rischio di errore Il secondo vantaggio è che c’è un aumento, un miglioramento, dal mio punto di vista, dell’efficienza che il terapeuta mette all’interno dell’erogazione della terapia, poiché avere degli altri colleghi con cui confrontarsi, sapere che c’è un intervisore che prepara insieme a lui ogni singolo caso, sostanzialmente genera un controllo reciproco, genera un’attivazione reciproca, genera il fatto che avere uno sparring partner, avere qualcuno con cui confrontarsi, che sia l’intervisore nella quotidianità o che sia l’équipe a cadenza mensile, permette di non finire all’interno di circoli viziosi, vicoli ciechi e ruminazioni mentali in cui si vive una condizione di impasse. Si rischia di commettere degli errori perché si genera, ovviamente, un controllo reciproco: c’è un’altra persona o altre persone che possono dire: «Attenzione, guarda che secondo me lì hai preso un granchio, dovremmo muoverci in questa direzione», oppure: «Hai provato a considerare quest’altra parte?». Quindi non c’è solo un vantaggio dal punto di vista clinico, di idee, ma c’è anche una riduzione degli errori, perché c’è un miglioramento dell’attenzione e una riduzione del rischio di finire nei vicoli ciechi o nei circoli mentali, come li ho chiamati. 3. Un’esperienza clinica che cresce attraverso il confronto con i colleghi Il terzo vantaggio è che c’è un’esperienza esponenziale, ossia l’esperienza di lavorare all’interno di un’équipe prevede che la competenza, l’esperienza clinica appunto del terapeuta, non si sviluppi solamente sul campo, cioè solo attraverso l’erogazione delle terapie che in prima persona vengono fatte, vengono appunto erogate al paziente, ma anche attraverso un apprendimento sostanziale delle terapie che vengono svolte dagli altri, proprio perché c’è questo confronto costante, questa intervisione costante, supervisione sia one-to-one, quindi terapeuta con un collega, sia one-to-many, terapeuta con l’équipe. C’è un apprendimento connesso alle esperienze altrui, non solo alla mia esperienza diretta, alla mia pratica clinica all’interno della stanza, ma anche tramite il racconto, la presentazione di casi clinici e delle terapie che gli altri terapeuti svolgono. Questo permette di velocizzare sicuramente la formazione personale e professionale del terapeuta e quindi, inevitabilmente, anche renderlo sempre più competente, sempre più capace nelle patologie e nelle difficoltà che tratta, appunto in maniera verticale, poiché si specializza, come ho già raccontato, in un numero ridotto di difficoltà, problemi esistenziali, patologie, sintomi e via discorrendo. È meglio lavorare da soli o in équipe come psicoterapeuta? Quindi c’è sicuramente la possibilità di lavorare da soli e anche la possibilità, ovviamente, di fare un ottimo lavoro. Lato mio, penso possa essere più utile lavorare in équipe per i motivi che ho appena detto: c’è un miglioramento della qualità della terapia, poiché c’è un confronto, ci sono più teste che lavorano sul medesimo caso, sulla medesima terapia; c’è una riduzione del rischio di errore, sia in termini di mantenimento elevato dell’attenzione sia di rischio di incappare in alcuni vicoli ciechi o circoli mentali, come li ho chiamati; e c’è un’esperienza clinica che cresce esponenzialmente anche attraverso le esperienze e i contributi portati dagli altri terapeuti, che raccontano appunto le proprie terapie, che chiedono aiuto all’équipe.