Lo psicologo ha sempre chiara in testa la direzione della terapia? Home > Psicoterapia come funziona > Lo psicologo ha sempre chiara in testa la direzione della terapia Il terapeuta sa sempre cosa fare? No, assolutamente no. Non è neanche previsto che sia così, in terapia. Non esistono ricette, non esistono elenchi puntati, sistemi o tabelle precompilate che, una volta seguiti pedissequamente, permettano al terapeuta di essere efficace nella cura di un disturbo psicologico, di un sintomo o di un problema esistenziale. Il “cosa fare” all’interno della terapia si basa sulla conoscenza, sull’esperienza del terapeuta e sulla sua verticalità: cioè su quante storie legate a quel tipo di problema ha ascoltato, quanto le ha studiate, quanto le ha capite e quanto “ci ha messo le mani dentro”. Pattern, esperienza e flessibilità Il sistema di funzionamento, al di là dell’interazione tra paziente e terapeuta – o tra più persone, se si tratta di una terapia di coppia – segue sostanzialmente dei pattern, cioè degli schemi interni. Ma questi sono semplicemente una traccia. Il terapeuta non ne è innamorato in maniera acritica, e non li applica come se fossero degli standard o delle decalcomanie. Con la pratica clinica, ogni terapeuta sviluppa i propri schemi. Ad esempio, nella fase di consultazione, io parto sempre dal farmi raccontare il problema, cercando di capire da quando è nato, qual è stato l’esordio sintomatico, e quali tentativi di cura o risoluzione sono stati fatti. Poi passo a comprendere gli aspetti socio-demografici: relazioni familiari, lavoro, vita affettiva, relazioni significative, ecc. Consultazione: una traccia, non un protocollo Io ho questo schema in testa perché lo ritengo efficace per me, per come funziono io. Ma non ho domande preimpostate. Ho un ventaglio di domande possibili che riguardano certe tipologie di problemi o situazioni. Scelgo cosa usare in base a ciò che la persona porta. La persona inizia a raccontarsi e, in base al suo racconto, scelgo se usare una domanda o un’altra. Non è un’intervista strutturata con domande decise a priori. La padronanza delle domande utili per comprendere il problema è fondamentale. E quindi, in base a ciò che emerge, faccio quelle domande. Il valore dei pattern nella costruzione dell’intervento Allo stesso modo, ci sono dei pattern che si sviluppano in funzione della specializzazione o delle tematiche trattate. Col tempo, sentendo storie legate a un numero comunque limitato di difficoltà, si riescono a riconoscere degli schemi ricorrenti che presentano caratteristiche comuni. Anche se le persone sono diverse e hanno storie differenti, certi sintomi o problemi tendono ad avere matrici comuni. Magari ci sono 4, 5, 6 pattern ricorrenti legati a un certo tipo di problema. Tramite la conoscenza di questi, si struttura l’intervento terapeutico. L’esperienza e la capacità del terapeuta stanno proprio nel riuscire ad avere una mappa mentale, un bagaglio che gli consente di riconoscere elementi nuovi in relazione alle esperienze pregresse. La terapia come abito su misura La storia va vissuta. La terapia va fatta. Esistono linee guida, ma devono essere cucite su misura. Prendiamo la metafora del sarto: un sarto sa che una giacca avrà due maniche e due spalle, ma quando una persona entra nella sua bottega, si rende conto che ha spalle strette o larghe, braccia lunghe o corte. Allora sa già come adattare il modello. Per fare un abito su misura, però, deve prendere le misure reali. Sa già che, ad esempio, se una persona ha le spalle larghe e le braccia corte, userà meno stoffa sulle maniche e più sulle spalle. Così funziona anche in terapia: si parte dai pattern e si adattano alla persona. L’importanza del dubbio: non innamorarsi delle proprie ipotesi Il terapeuta non deve innamorarsi dei propri pattern. Non deve cercare conferme, ma deve fare l’opposto. Per essere davvero efficaci, bisogna provare a falsificare le proprie ipotesi. Cercare attivamente ciò che le smentisce, per non crollare sulle proprie convinzioni. Solo mettendo in discussione le proprie idee, cercando elementi che le contraddicono, si può capire se quell’ipotesi regge davvero. È proprio nel fallimento del tentativo di falsificazione che un’ipotesi si rafforza. Se invece cercassimo solo conferme, rischieremmo di vedere solo ciò che ci fa comodo, diventando ciechi al resto. Invece, “maltrattando” un po’ le nostre idee, opponendoci ad esse, possiamo davvero costruire qualcosa di solido. Conclusione: un processo condiviso e in divenire Questo è il processo che porta a dire: “Ma dottore, lei sa sempre cosa fare?” e rispondere: no, assolutamente no. Ho degli schemi, ho esperienza, riconosco dei pattern. Ma è solo tramite il dialogo e la costruzione della relazione terapeutica all’interno della stanza che la terapia diventa efficace. L’atteggiamento mentale corretto per un terapeuta è questo: da un lato, riconoscere schemi e connessioni che al paziente, vivendo la sua vita da protagonista, possono sfuggire; dall’altro, non credere mai troppo alle proprie ipotesi e verificarle costantemente. Solo così si può avere una ragionevole certezza che quell’ipotesi sia valida e che valga la pena seguirla, per aiutare la persona che ha chiesto aiuto.