La terapia si concentra prima sul COSA e poi sul COME Home > Psicoterapia come funziona > La terapia si concentra prima sul cosa e poi sul come “Dottore, perché dice spesso che una terapia si deve basare anche sul “cosa” e non solo sul “come”?” Questa è stata un’affermazione, una battuta, che è avvenuta durante un’intervista recentemente, proviamo a prenderci dello spazio per approfondire cosa significa. Il rischio di collusione tra richiesta del paziente e offerta del terapeuta Spesso in terapia si corre il rischio di collusione tra la richiesta del paziente e l’offerta del terapeuta. Questo perché penso, e ne sono fortemente convinto, che ci sia un po’ una collusione a volte tra quello che la persona, il paziente che si rivolge a un terapeuta, vive e chiede o cerca nel rivolgersi appunto a un terapeuta e quello che il terapeuta dice di “vendere”. Cioè, di fatto fare psicoterapia è una professione e, per quanto ci sia sempre il tema “arte, scienza, vocazione personale”, di fatto c’è anche una dimensione economica di guadagno. Quello che vedo spesso, e che mi fa venire un po’ il fumo agli occhi, è questo: il paziente dice “Dottore, io ho questa fatica, questo problema, ho un disturbo d’ansia e ho bisogno di risolverlo assolutamente. Ho bisogno che qualcuno mi dica che cosa devo fare per risolvere il disturbo d’ansia”. Il terapeuta qui, secondo me erroneamente, collude con questa richiesta dicendo: “Sì, sì, sì, venga da me, facciamo una terapia estremamente pratica e poi vedrà, le do tutti i consigli che servono”. Perché concentrarsi solo sul “come” è un errore clinico Questa tendenza secondo me è molto sbagliata perché si concentra esclusivamente sul “come” di qualcosa. Premesso che poi c’è sempre da verificare che effettivamente il terapeuta sia capace, con l’imposizione delle mani, lavorando esclusivamente sul “come”, di risolvere un problema o aiutare la persona a risolverlo. Lo vedo estremamente riduttivo, perché se non si riesce a capire il “cosa”, cioè che cosa sta alla base di un problema, il “come” è assolutamente inutile. Innanzitutto non esistono le ricette: tre mosse per uscire dall’ansia, quattro esercizi per superare la depressione, cinque strategie utili per migliorare la propria autostima, quattro ricette più due ingredienti omaggio per risolvere le ossessioni. Non funzionano. Se fosse davvero così semplice, non ci sarebbe bisogno di parlare, di capire la storia di chi si ha davanti. Semplicemente si direbbe: “Ecco qua il training, lo faccia e poi ci vediamo una volta che ha risolto e mi fa sapere com’è andata”. Ovviamente non può esserci una generalizzazione in un lavoro che è inevitabilmente sartoriale. Psicoterapia sartoriale: comprendere il “cosa” prima di intervenire Esistono delle linee guida, esistono dei movimenti teorici, esistono sicuramente delle strategie che sono presenti nella testa del terapeuta e che lo portano a guidare il colloquio e la terapia. Ma una terapia che promette di concentrarsi esclusivamente sul “come” è una terapia fuffa, cioè una terapia che non può funzionare, perché non è che qualcosa di esterno, posto all’interno della persona, la renda improvvisamente sana o guarita dal proprio problema. Anche perché, se mai questa cosa dovesse essere vera — ma devo ancora avere le prove che sia mai successo — allora questa persona non sarebbe mai davvero libera, perché qualcuno esternamente le ha detto che cosa fare e, da bravo soldatino, senza alcun tipo di comprensione del problema, si è messa a replicarlo. Ma resterà schiava della ricetta che qualcun altro le ha dato. Per questo dico che le terapie devono lavorare sul “come”, ovviamente, ma deve essere un “come” sartoriale, strutturato in funzione del “cosa”, che è più importante: è da lì che si deve partire. È da lì che si deve riuscire a capire che cosa sta vivendo la persona, che cosa sta accadendo all’interno della sua vita, il perché del problema. L’importanza della storia personale e della narrazione in terapia Questo lo si fa attraverso la comprensione della storia e quindi della narrazione che la persona porta all’interno della stanza di terapia. Una volta compreso il “cosa”, si capisce come funzionano gli ingranaggi nel motore di quella persona. Allora poi si scelgono le strategie da applicare, allora si crea qualcosa ad hoc. È evidente che il terapeuta ha in mente quali potrebbero essere i problemi, in che direzione varrebbe la pena andare, cosa andare a toccare, sia per gli studi sia per l’esperienza e la capacità clinica, la “pancia”, la sensazione, l’intuito. Ma è solo dopo aver compreso il “cosa”, cioè che cosa sta accadendo e perché, che poi si lavora sul “come”. Dal “cosa” al “come”: strutturare strategie terapeutiche efficaci Una volta che abbiamo il quadro chiaro — che cosa — allora ci chiediamo: adesso cosa facciamo? Come ci muoviamo? Come si fa? Questo permette di strutturare strategie e lavori basati sul “come” per risolvere un problema che è stato davvero compreso. Le terapie che cercano di infilare dall’alto qualcosa perché “è così”, perché “manca un po’ di sale su questo paziente, allora ce lo metto”, non sono terapie. Sono semplicemente un vademecum dello “star bene”. Un esempio clinico: quando il consiglio sostituisce la comprensione Un paziente una volta è arrivato dopo una terapia di questo tipo e mi ha detto: “Dottore avevo fatto una terapia e quello che è successo è stato questo: sono andato dal terapeuta e alla fine mi sono reso conto che sostanzialmente mi diceva: Hai l’ansia? Il consiglio era: supera l’ansia”. Poi il consiglio si declinava nei vari “fai questo, fai quell’altro”, ma il mero esercizio, senza sapere se quell’esercizio ha senso per quella persona, senza sapere se quella strategia ha senso per quella persona, è inevitabilmente un errore, una perdita di tempo. È uno sparare nel mucchio, perché non sa che cosa possa essere effettivamente efficace. E se mai davvero fosse efficace sicuramente in parte è fortuna ma soprattutto quella persona resterà schiava di quella strategia e non padrona della stessa. Conclusione: prima comprendere il problema, poi intervenire E’ molto importante comprendere che le terapie devono lavorare sul “cosa” prima e sul “come” e non esclusivamente sul “come”.