+39 347 9177302

Come aiutare chi non vuole essere aiutato?

Ci sono situazioni in cui una persona sta male, magari sviluppa un sintomo psicologico, e le persone accanto a lei — quelle per lei importanti — si preoccupano. In questi casi, può succedere che venga consigliato un intervento psicologico o di rivolgersi a uno psicoterapeuta. Tuttavia, può capitare che la persona in questione non abbia interesse, intenzione o voglia di intraprendere un percorso psicologico.

Ad esempio, mi capita di ricevere telefonate in cui mi viene detto:

  • “Mia madre, da qualche tempo, è particolarmente depressa e giù di morale, non la riconosciamo più, ma non vuole rivolgersi a uno psicoterapeuta.”
  • “Il mio fidanzato (o la mia fidanzata) sta attraversando un periodo buio, soffre di ansia e attacchi di panico, ma non riesco a convincerlo/a a farsi aiutare.”
  • “Sono preoccupato/a per mio figlio e non so cosa fare. Ho provato a consigliargli un percorso psicologico, ma si rifiuta.”

Le tre opzioni da considerare

Di fronte a una situazione simile, ci sono tre opzioni da considerare:

1. Il rifiuto del trattamento

Se una persona non vuole farsi curare, non è possibile, salvo casi particolari e delicati, obbligarla a intraprendere un percorso psicologico o psicoterapeutico. Questo significa che, nel contesto privato, non si può forzare una persona a seguire una terapia. Fa eccezione il contesto pubblico, dove, in situazioni estreme, può essere attivato un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Tuttavia, si tratta di casi limite.

Nel contesto privato, quindi, uno psicologo o uno psicoterapeuta non ha alcun potere di costringere qualcuno a iniziare una terapia. Deve essere la persona stessa, volontariamente, a chiedere aiuto.

2. Coinvolgimento delle persone significative

Quando qualcuno, ad esempio un familiare, chiama uno psicologo per chiedere aiuto — come nei casi citati sopra — è possibile lavorare con il contesto sociale o familiare per convincere la persona dell’importanza di rivolgersi a uno psicoterapeuta.

Si possono, ad esempio, prendere contatti preliminari con lo psicologo per ricevere informazioni su come funziona il trattamento e poi presentare queste informazioni alla persona che si vorrebbe aiutare. In questo modo, si può invitare il diretto interessato a prendersi cura di sé in maniera più organizzata e strutturata.

Tuttavia, se anche questo approccio non funziona e il “paziente designato” rifiuta ancora il trattamento, rimane una terza alternativa.

3. Intervento indiretto — la terapia “in contumacia”

Questa opzione prevede che non venga preso in carico il paziente designato (ossia la persona con la difficoltà), ma il suo sistema di riferimento, cioè le persone a lui/lei vicine. Ad esempio:

  • Nel primo caso, la figlia.
  • Nel secondo caso, il/la partner.
  • Nel terzo caso, i genitori.

Si lavora con chi chiede aiuto, utilizzando il sistema familiare come “porta d’accesso” alla situazione e alla patologia. In pratica, attraverso cambiamenti nel contesto e nel sistema in cui il paziente designato è inserito, si cerca di favorire il miglioramento del benessere della persona stessa.

Questo approccio, pur essendo delicato, può risultare efficace. Spesso non si tratta di una vera e propria psicoterapia nel senso classico, ma di una consultazione o di un intervento mirato a innescare quei cambiamenti necessari affinché il sistema familiare diventi un sostegno attivo per chi sta soffrendo.

L’impatto del disagio psicologico sulle dinamiche familiari

Non dimentichiamo che una persona con un grave disagio psicologico impatta fortemente sull’equilibrio e sulle dinamiche familiari, creando un clima di preoccupazione, tensione, rabbia o risentimento. La patologia, infatti, altera profondamente il funzionamento del sistema familiare.

Conclusioni

Se una persona non vuole farsi curare e rifiuta un trattamento psicologico o psicoterapeutico, è comunque possibile intervenire sul sistema di riferimento. Questo permette al contesto familiare di attivarsi per fornire il sostegno necessario al miglioramento del benessere dell’individuo.

Anche se questa non è la prassi canonica, è un approccio particolarmente utile nei casi in cui il diretto interessato, che sia un figlio, un genitore o un partner, si rifiuta di chiedere aiuto. In tali situazioni, il sistema circostante può giocare un ruolo chiave nel favorire il cambiamento e il miglioramento.

69%
Il 69% delle persone che fanno terapia con noi hanno già svolto terapia
12%
Il 12% di queste è psicologo/psicoterapeuta e sceglie noi per la sua terapia personale
25%
Il 25% dei pazienti che seguiamo provengono dalle piattaforme. Si tratta di persone con difficoltà che loro non riescono/possono trattare
Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
Ecco i prossimi passi
1

Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.