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Perchè non supero la rottura?

“Dottore, non riesco a toglierlo dalla testa, non riesco ad andare oltre, non so come fare, non capisco che cosa succede.”

Come leggiamo in questo quesito che spesso mi viene posto approfondiamo ora quali potrebbero essere i motivi per cui non si riesce effettivamente ad andare oltre, cioè a elaborare una rottura.

I principali motivi che bloccano l’elaborazione di una rottura

Sono principalmente due.

Il rifiuto del lutto: quando non si accetta la fine della relazione

La prima possibilità è quella di essere rimasti incastrati nell’elaborazione del lutto: non ci si capacita di come la relazione possa essere terminata, non si è d’accordo sull’interruzione della relazione, si pensa che l’altro stia mentendo nella volontà di interrompere la relazione. Cioè non si crede davvero alla fine della relazione. E non è solo in termini di speranza, è proprio in termini di convinzione.

Rimane la volontà di ritrovare l’altro, rimane la volontà di dare una seconda possibilità, rimane comunque l’idea di non credere effettivamente fino in fondo che la decisione dell’altro sia tale. E quindi si rifiuta, si rifiuta, si rifiuta il lutto; si distanzia l’interruzione, la sentenza, la chiusura, la fine stessa della relazione. Si rimane in una qualche attesa, facendo dei tentativi, più o meno espliciti, per poterla riattivare.

La paura di perdere una parte di sé dopo la separazione

La seconda possibilità è quella legata invece all’idea di avere lasciato all’interno della relazione qualcosa, una parte di sé, che non si sarà più capaci di ritrovare al di fuori: quindi o da soli o all’interno di una nuova relazione.

Non solo non si è capaci di mettere a fuoco i propri bisogni, quelli che sono stati soddisfatti o non soddisfatti all’interno della relazione, ma quella parte di sé che veniva soddisfatta dalla relazione la si attribuisce addirittura all’altro. Cioè: non è un mio bisogno, non era una parte di me, ma era qualcosa che l’altro portava all’interno della relazione e che a me faceva stare bene.

Attribuire all’altro ciò che in realtà è un proprio bisogno

Non ci si riesce ad attribuire questo bisogno, questa competenza, questa qualità, ma la si attribuisce all’altro. E si è convinti che senza l’altro questa cosa non sarà mai più ottenibile, senza invece riuscire a vedere che è un bisogno magari non conosciuto, non espresso, con il quale l’altro, il mio ex partner, risuonava ed era capace di far emergere.

Queste sensazioni, queste emozioni vengono attribuite all’altro anziché a se stessi. Cosa che ovviamente non è così, perché se anche l’altro è capace di portare qualcosa all’interno della relazione, se questo non risuona in noi, se non entra in contatto con le nostre corde, se non tocca dei nostri bisogni, noi non ne siamo sensibili, non ne siamo suscettibili, sostanzialmente non ce ne curiamo.

Perché non si riesce a superare una relazione finita

Queste sono le due modalità, i due motivi sostanziali per cui non si riesce ad andare oltre: o perché si è convinti che la relazione non sia effettivamente finita, quindi non si crede al giudizio, alla sentenza, e non è solo una questione di volontà, oppure perché si è convinti di lasciare all’interno della relazione una parte di sé che non si pensa possa essere ulteriormente soddisfatta in futuro, da soli o tramite la presenza di un nuovo partner.

Questo accade perché non si attribuisce questo bisogno a se stessi, ma lo si vede come qualcosa di esterno, non come qualcosa che il partner portava all’interno della relazione.

Riconoscere i propri bisogni per andare oltre una rottura

Ovviamente così non è, perché se questo qualcosa che il partner portava all’interno della relazione non fosse stato effettivamente per noi importante, se non avesse contattato alcuni nostri bisogni, evidentemente non avrebbe suscitato questo tipo di emozione.

Quindi dobbiamo essere capaci di mettere a fuoco quali sono state queste risonanze, quali sono stati i bisogni soddisfatti, capire che questi bisogni sono nostri e provare anche a cercarli altrove: dentro di noi o all’interno di una nuova relazione.

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Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

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Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

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Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
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Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

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Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.