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“Mi ha chiesto una pausa, non so che fare”

” Dottore il mio compagno vuole una pausa. Mi ha chiesto un periodo di tempo per pensare. Dice che dovremmo stare un po’ separati. Che cosa devo fare? Come dovrei comportarmi?”

Una domanda comune, una risposta complessa

Ho scelto di rispondere a questa domanda perché mi capita di riceverla molto spesso. I messaggi diretti su Instagram sono invasi da domande che più o meno suonano così. Ora, premesso che non esiste una risposta giusta e non esiste una risposta sbagliata — cioè, fare terapia se lo dobbiamo vedere dal mio punto di vista, o vivere una relazione se lo vediamo dal punto di vista dei partner — è un’esperienza unica, difficilmente paragonabile, raccontabile e generalizzabile.

Ci sono sicuramente dei criteri, ma il tutto è estremamente sartoriale. È una professione che mi affascina perché, anche se tutti gli abiti hanno due gambe, due braccia, un tronco, delle spalle, il risultato finale — cioè come l’abito calza, come trasmette un certo tipo di messaggio o comunicazione — varia tantissimo. E ciò che lo fa variare è proprio il lavoro del sarto, dell’artigiano, del professionista che capisce, in funzione delle richieste del cliente, gli obiettivi e i desideri, e cerca di esprimerli tramite questo minuzioso lavoro del “cucire addosso alla personalità”. Nonostante ci sia, ovviamente, un semilavorato alla base, l’abito avrà sempre le due gambe, le braccia.

Non esiste una formula unica: due azioni concrete

Quindi, non esiste una risposta che dica con certezza “devi fare così” o “ti devi comportare in questa maniera” e che, applicata in modo decontestualizzato, dia la soluzione su come poter reagire. Ci sono però due cose che mi vengono in mente da poter fare in una situazione del genere.

1. Rispettare la richiesta di spazio

Potrà sembrare scontato, ma penso che la prima cosa da fare sia concedere questo spazio, cioè rispettare la richiesta dell’altro di prendere una distanza e di concedersi un momento di riflessione.

Ora, è chiaro che alcuni di voi staranno pensando: “Benissimo, spesso questa richiesta risulta essere una scusa per interrompere, per non affrontare il problema. È un modo per scappare dalle proprie responsabilità, per tranquillizzare un po’ le acque e poi essere già incanalati verso la via dell’interruzione”. In effetti, viene spesso utilizzata per sottrarsi senza dare delle spiegazioni efficaci, specificazioni magari anche dovute alla persona con cui si è trascorso del tempo.

Questo può essere vero. Ma è altrettanto vero che dipende dal tipo di pausa che viene chiesta e, soprattutto, dal tipo di relazione. È naturale che, se una persona chiede una pausa dopo una settimana di relazione, è difficile da comprendere. Se invece la relazione è importante, se è stato costruito tanto insieme, se ci si conosce da tempo, per quanto possa essere faticoso sentirsi dire una cosa del genere, se ci si rende conto che c’è una plausibilità nel fatto che questo tempo serva davvero alla riflessione, allora vale la pena attendere.

Vale la pena attendere anche nel caso in cui pensiamo che possa essere una scusa. Possiamo chiedere un’ulteriore rassicurazione, una presa di posizione netta, così da avere una risposta chiara. Ma se la relazione è stata importante, il prendere una pausa può essere una scelta plausibile, che dipende proprio da come ragionano le persone all’interno della relazione.

Quando vale la pena aspettare

Perché dico che vale la pena attendere? Per due motivi. Primo: se questa è effettivamente una scusa per allontanarsi, lo si capisce nel giro di pochissimo. Si interrompono i contatti, anche le comunicazioni di servizio molto basiche. È chiaro che due persone che sono state insieme tanto tempo hanno anche implicazioni pratiche, non solo sentimentali. Se l’altro si nega in tutto e per tutto, già iniziamo a ottenere delle risposte.

Se invece la pausa viene effettivamente utilizzata per riflettere, allora rispettare questo tempo e questo spazio ci permette innanzitutto di non forzare la mano. Ci permette di non costringere l’altro ad assumersi una responsabilità — quella di continuare o di interrompere — che magari non è ancora pronto a prendere. Così gettiamo le basi per una potenziale nuova relazione, basata non solo sulle nostre paure — ad esempio il timore dell’abbandono, il desiderio che l’altro torni subito — ma su una base diversa.

Di solito, quando uno chiede uno spazio, è perché sente che la vicinanza con quella persona rende difficile trovare delle risposte. È come se ci fosse un rumore di sottofondo che impedisce la riflessione. E noi dobbiamo interrompere quel rumore, soprattutto se siamo innamorati e teniamo all’altra persona. Dobbiamo rispettare questa richiesta di riflessione, perché non abbiamo alternative. Incalzando, magari riusciamo a convincere l’altro a tornare, ma al tempo stesso lasciamo il tarlo nella sua testa di non aver preso una decisione in autonomia.

Rispettando questo spazio, metacomunichiamo la nostra volontà e il nostro impegno a far funzionare la relazione, anche tramite il rispetto che dimostriamo all’altro. Assumiamo una posizione per noi estremamente scomoda e difficile, quella dell’attesa, anche di fronte a una persona amata e desiderata che chiede una distanza.

2. Utilizzare la pausa per lavorare su sé stessi

Il secondo punto su cui vorrei riflettere è che questo tempo lo possiamo utilizzare anche noi. Nel momento in cui l’altro prende distanza da noi, anche noi abbiamo uno spazio di riflessione. Possiamo confrontarci con noi stessi. Spesso accade che, nel momento in cui l’altro magari torna, siamo noi a non essere più pronti, perché questa distanza ha aperto delle domande e degli interrogativi nella nostra testa, e non siamo sicuri di aver trovato ancora le risposte.

Potremmo aver messo a fuoco cose che desideriamo cambiare, sentiamo il bisogno di ridiscutere alcuni presupposti, alcune dinamiche della nostra coppia. Quindi, se da un lato c’è sicuramente dolore, paura e spavento quando l’altro chiede una pausa, se noi questa distanza la utilizziamo per lavorare su noi stessi, sui nostri desideri e obiettivi legati alla relazione, possiamo farci trovare trasformati, più consapevoli. Potremo utilizzare queste nuove conoscenze all’interno di una potenziale ripresa della relazione.

Conclusioni: trasformare il vincolo in risorsa

La verità è che dobbiamo fare i conti con questa realtà scomoda: l’altro, vicino a noi, sente di non riuscire a prendere una decisione e chiede una distanza, anche con la possibile paura di poterlo perdere. Ma dobbiamo anche cercare di trasformare il vincolo in una risorsa. Chiederci: che cosa possiamo fare per trarre il massimo da una situazione potenzialmente scomoda e faticosa come l’allontanamento di una persona amata?

Così che questa diventi una risorsa, un punto di forza, un valore aggiunto da utilizzare, nel caso in cui avremo l’opportunità di riprendere — e se ci sarà — la relazione stessa.

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Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
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Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.