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Coppia in crisi: come prendere una decisione


Introduzione: quando la relazione diventa un dilemma

Parliamo di verità, parliamo di coppia e, soprattutto, di decisioni rispetto alla propria coppia.
Mi capita spesso di sentire — soprattutto sui social, Instagram su tutti — messaggi da parte vostra
in cui mi raccontate la vostra storia, i vostri dubbi, i vostri dilemmi: “Continuo o non continuo?”,
“Secondo lei mi sta dicendo la verità?”, “Secondo lei sta mentendo?”, “Cosa dovrei fare?”, “Come dovrei
muovermi?”, “Secondo lei può essere vero?”, eccetera eccetera.

Ogni storia è unica: perché è difficile dare risposte sui social

Vi è mai capitato di affrontare un tema di questo tipo, tutto legato alle relazioni di coppia?
Ovviamente ogni storia è a sé, ogni storia prevede un’unicità. Per riuscire a dare — anche rispetto al tema
Instagram — delle risposte soddisfacenti, delle risposte professionali, talvolta avrei bisogno di ulteriori informazioni.

Infatti una cosa che spesso rispondo, premesso che i messaggi li leggo tutti, è che riuscire a dare un parere professionale è talvolta impossibile per la brevità del messaggio stesso e per le poche informazioni a disposizione.

Come si prendono le decisioni importanti nella relazione?

Però, come si fa a prendere questo tipo di decisioni? Su cosa ci si dovrebbe concentrare quando ci si trova di fronte a un dilemma? Un dilemma che, come capisce chi lo sta vivendo, non lo capisce né lo vive nessun altro. È chiaro quindi che si vuole un aiuto, ma dall’altro lato la decisione è sempre assolutamente personale.

Storia raccontata vs. storia vissuta: il nodo centrale

Su quali parametri ci si dovrebbe basare? Cosa si dovrebbe osservare?
Qui ci vengono in aiuto tante teorie della psicoterapia, soprattutto quelle ad orientamento sistemico-relazionale che, va da sé, è uno degli orientamenti (oltre a essere il mio) che lavora proprio sulle tematiche di coppia.

La differenza tra storia raccontata e storia vissuta diventa fondamentale.
È l’elemento cruciale che permette di disambiguare dove sta la verità, e in funzione di questo scegliere quale strada intraprendere, quale decisione prendere.

Una volta che si assume questo tipo di consapevolezza — attenzione! — ci si accorge che tante volte la storia raccontata e la storia vissuta non combaciano, non coincidono.

Lo scollamento tra ciò che si dice e ciò che si vive

Ciò che effettivamente succede e ciò che la persona si racconta stia succedendo, spesso sono distanti.
Lo stesso sintomo, lo stesso disagio, la stessa fatica (motivo per cui poi molto spesso si arriva in terapia) è solitamente testimonianza proprio di questo scollamento tra storia raccontata e storia vissuta. Le giustificazioni che io do, e ciò che effettivamente vivo, e come mi fa sentire ciò che vivo.

Tant’è che buona parte della terapia sta proprio nel ri-narrare la storia, in modo tale da trovare una nuova verità, un nuovo equilibrio tra storia raccontata e storia vissuta. Come se si prendessero dei capitoli, li si cancellasse, li si aggiustasse, li si trasformasse in funzione di una nuova aderenza, o perlomeno una nuova vicinanza, tra storia vissuta e storia raccontata.

Perché è così difficile vedere questo scollamento su se stessi?

Già di per sé, la persona che sta male può spiegare il sintomo come la presenza di uno scollamento di questo tipo.
Ancora di più, è difficilissimo da vedere su di sé. Non dico che sia impossibile, ma da un lato servirebbero capacità di autoanalisi enorme, una sincerità profonda nei propri confronti — che è molto, molto difficile da agire.

Ed è lo stesso motivo per cui i terapeuti vanno in terapia. È anche il motivo per cui, pur avendo ad esempio le competenze, pur riuscendo a lavorare con gli altri, poi nel momento in cui si deve lavorare su se stessi si ha bisogno di qualcuno che faccia lo stesso mestiere. Bisogna cambiare posizione, stare sulla seggiola del paziente e lasciare a qualcun altro il lavoro del terapeuta.

Quando lo scollamento riguarda l’altro: il partner

Nel momento però in cui non c’entriamo noi, ma c’entra l’altro — ad esempio il partner, rispetto al quale si deve prender una decisione — allora diventa un pochino più facile. Diventa più comprensibile, soprattutto perché stiamo vivendo un certo tipo di difficoltà con questa persona e quindi siamo più capaci, proprio perché abbiamo posto attenzione, di individuare dove stanno le discrasie, dove stanno le contraddizioni, gli scollamenti tra storia raccontata e storia vissuta.

La verità è sempre nella storia vissuta

Nel momento in cui si riesce a individuare questi scollamenti, la verità sta sempre nella storia vissuta, non nella storia raccontata. Quindi, basandoci su questa, ed eliminando dalla testa tutta la parte di storia raccontata, possiamo prendere le nostre decisioni.

Esempi pratici di scollamento tra racconto e realtà

Ad esempio, si potrebbe pensare — giusto per chiarire meglio il concetto — che una persona sia meritevole di poca fiducia in funzione di alcuni sgarri fatti in passato. E non parlo necessariamente di tradimenti, ma di violazioni importanti della fiducia su tanti aspetti. Qualcosa che viene chiesto di cambiare, che il partner riconosce come un problema, promette di voler cambiare, ma che poi continua a replicare. E trova sempre una scusa o una giustificazione per non cambiare.

Questo può riguardare temi profondi — come i rapporti con la propria famiglia di origine — o aspetti apparentemente più semplici, che semplici non sono, come la premura, l’attenzione, il rispetto per l’opinione dell’altro, ecc. E puntualmente queste promesse non vengono rispettate. Se ne ha sempre una buona motivazione:
“Non faccio ciò che ti ho promesso, ma ho una giustificazione, e sei tu che devi capire.”

Qui c’è uno scollamento grosso tra la storia raccontata e la storia vissuta. La storia raccontata è:
“Voglio esserci per te, come tu desideri.” La storia vissuta è: “Non ci sono affatto, perché metto davanti me stesso.”

Quanto pesa questo scollamento? E cosa fare?

Chiaro: bisogna anche capire il peso di questo scollamento. La storia vissuta è una storia che ci rende infelici? È una storia che non ci appaga? È una storia che non riusciamo a vedere come possa cambiare?
Allora già probabilmente ci stiamo dando le risposte.

È una storia in cui la mia vita è un’attesa? L’attesa del cambiamento dell’altro? E questa attesa sta diventando perenne, una certezza, non più un passaggio? Bene, lì troviamo tutte le informazioni che ci servono: nella storia vissuta, in ciò che sentiamo, in ciò che viviamo. E nella capacità di vedere lo scollamento tra ciò che è vissuto e ciò che viene raccontato.

Decidere sulla base della storia vissuta

È lì, tramite l’attenzione alla storia vissuta, che possiamo muoverci per prendere una decisione.
Per cercare di cambiare qualcosa.

Ora, non vuol dire necessariamente interrompere la relazione. Ma vuol dire
correre ai ripari, provare a darsi un’opportunità di cambiamento.

Se vuoi lasciarlo o lasciarla, è una tua decisione.
Se vuoi cambiare o provare a dare l’opportunità del cambiamento, è sempre una tua decisione.
Chiaro che poi questa deve essere proposta all’altro.

Quando anche il cambiamento è solo raccontato

E anche qui si ripresenta la differenza tra storia raccontata e vissuta.
“Vorrei fare una terapia di coppia perché penso sia importante per noi, dato le difficoltà che stiamo vivendo.”
“Anche io lo vorrei tanto, amore, ma purtroppo non ho tempo, perché il mio lavoro mi assorbe.”

Storia raccontata: siamo allineati nel voler fare una terapia di coppia.
Storia vissuta: la terapia non si fa. Non viene fatto nulla, d’altro.
Perché la terapia, certo, non è l’unica via per trasformare una relazione, ma è una via.

Conclusione: scegli sulla base della tua realtà

Concetto fondamentale: storia raccontata e storia vissuta.
La storia vissuta è ciò su cui ti devi basare per prendere le decisioni.

È la tua felicità.

69%
Il 69% delle persone che fanno terapia con noi hanno già svolto terapia
12%
Il 12% di queste è psicologo/psicoterapeuta e sceglie noi per la sua terapia personale
25%
Il 25% dei pazienti che seguiamo provengono dalle piattaforme. Si tratta di persone con difficoltà che loro non riescono/possono trattare
Inizia un viaggio nella tua mente e nella tua storia
Ecco i prossimi passi
1

Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.