Disturbi di personalità: chi ne soffre è consapevole? Home > Disturbi di personalita > Disturbi di personalita chi ne soffre e consapevole “Dottore, ma chi soffre di un disturbo di personalità è conscio della cosa? Lo sa?” Questa è una domanda che mi viene spesso fatta e, siccome dei disturbi di personalità ho parlato in diverse occasioni e proprio in questo periodo li stiamo maggiormente approfondendo, sfruttiamo questo spazio per rispondere a questo quesito.> La risposta è: no e sì. No in una prima fase, e adesso capiamo anche perché; sì in una seconda fase, e adesso capiamo anche in questo caso perché. Perché chi ha un disturbo di personalità spesso non è consapevole del problema I disturbi di personalità, per definizione, indipendentemente da quale disturbo di personalità ci riferiamo, sappiamo che sono organizzati in tre diversi cluster (A, B e C) e hanno tutta una serie di caratteristiche. Per approfondire l’argomento vi rimando ai precedenti contenuti. Sappiamo che ogni categoria ha una o più caratteristiche specifiche. C’è, ad esempio, l’aspetto della bizzarria; c’è l’aspetto del comportamento, quello relazionale, quello della dipendenza. Insomma, ce ne sono tante, diverse tra loro. La rigidità dei tratti di personalità: la caratteristica comune Ciò che accomuna qualunque tipo di disturbo di personalità è la rigidità dei tratti caratteriali. Ognuno di noi, infatti, possiede dei tratti caratteriali, delle caratteristiche, dei modi di funzionare, di vedere il mondo e di percepire le cose. Questi tratti, normalmente, si adeguano, si adattano, si modificano e si trasformano in funzione del contesto. Ad esempio, io posso essere una persona tendenzialmente caratterizzata da una certa modalità di funzionamento, ma posso rendermi conto che quella caratteristica può impattare negativamente in una specifica situazione. Allora modifico e modulo il mio comportamento in funzione dei miei obiettivi, dei miei bisogni, dei bisogni della persona che ho vicino e così via. Cosa succede nei disturbi di personalità Nei disturbi di personalità, invece, questi tratti sono estremamente rigidi e immutabili, ossia vengono agiti anche nel momento in cui risultano disfunzionali per il contesto. In altre parole, io non modulo il mio comportamento, il mio funzionamento e le mie caratteristiche in funzione sia dei miei tratti sia del contesto all’interno del quale sto vivendo, ma li applico e li esprimo comunque, nonostante in quel momento possano essere persino controproducenti. Perché accade questo? Perché la persona non si rende conto che quei tratti, e il modo in cui vengono espressi, possono essere disfunzionali rispetto alla situazione specifica o addirittura fuori luogo. La risposta è no: manca la consapevolezza spontanea Per questo motivo dico che, alla domanda “Le persone con un disturbo di personalità sono consapevoli del loro disturbo?”, la risposta iniziale è no. Proprio perché non riescono a modulare le proprie caratteristiche in funzione della situazione che stanno vivendo, non riescono a capire che il loro comportamento è disfunzionale e, quindi, ciò che agli occhi degli altri appare fuori luogo, ai loro occhi risulta assolutamente coerente e appropriato. Quando nasce la consapevolezza: il ruolo del feedback degli altri Questo vale almeno fino a quando non ricevono dei feedback. Ed è qui che torniamo al sì. Quando il mondo esterno inizia a restituire loro dei riscontri, dicendo: “Guarda che in questo caso è successo così”, “In quest’altro caso è successo cosà”, “Secondo me, o secondo noi, quella non era l’azione da mettere in atto”, oppure “Sei stato troppo così” o “Sei stato troppo cosà”, allora iniziano a farsi delle domande. In qualche modo arrivano quindi a sapere di soffrire di un disturbo, proprio perché il feedback restituito dalle persone a loro vicine va in quella direzione. Tuttavia, non necessariamente arrivano a comprenderlo davvero. Sanno che viene detto loro questo, ma non riescono effettivamente a capire perché venga detto. Perché la risposta è sia no che sì Ed è proprio per questo che la risposta è “no e sì”: no, perché non sono autonomamente consapevoli del disturbo, dato che non riescono a rendersi conto dell’inadeguatezza del proprio funzionamento rispetto al contesto; sì, perché le persone vicine restituiscono loro questo tipo di feedback, dicendo: “Attenzione, c’è qualcosa che non va”. Quindi lo sanno, ma non lo comprendono. Di fatto, non riescono realmente a capire che cosa stia succedendo. Perché questo rende più difficile il trattamento Questa è anche una delle parti più complicate nel trattamento dei disturbi di personalità, perché l’aderenza al trattamento, sappiamo benissimo, è una componente necessaria per il successo di qualunque terapia. Nei disturbi di personalità, proprio perché magari si sa di avere questo tipo di disturbo ma non lo si comprende fino in fondo, non lo si capisce e non se ne è realmente convinti, si può diventare estremamente resistenti a sottoporsi a un percorso di cura.