L’attacco di panico è una ricerca di attenzioni? Home > Ansia > Lattacco di panico e una ricerca di attenzioni “Dottore, ma è vero che gli attacchi di panico sono una ricerca di attenzione?” Mi è stata fatta questa domanda sui social: è la storia di una ragazza ed è principalmente legata al fatto che qualcuno le avesse fatto l’osservazione per cui il suo disagio fosse in qualche modo la manifestazione di un bisogno di attenzione, o meglio la volontà di attirare su di sé l’attenzione di qualcuno. Un chiarimento necessario: non è un caso clinico specifico Ora, io non posso entrare nel merito di questa situazione, perché non la conosco, non ho mai fatto una seduta con questa persona, non conosco la sua storia né la sua situazione. Quindi sfrutto questa domanda semplicemente per fare una riflessione, non per rispondere al caso specifico. Il significato psicologico del sintomo: un tentativo di soluzione Dal mio punto di vista, sebbene una rappresentazione abbastanza stereotipata e semplicistica possa andare nella direzione che l’attacco di panico sia effettivamente una richiesta di attenzione, io vedo il sintomo — e in questo caso l’attacco di panico, ma questo vale per la quasi totalità dei sintomi di tipo psicologico — come un primo tentativo di risolvere un problema. Mi spiego meglio: il sintomo, di fatto, è la degenerazione, o una soluzione a un “livello 1”, chiamiamolo così, di un problema più ampio, più profondo, più importante, che magari non siamo neanche riusciti a mettere a fuoco chiaramente nella nostra testa. Quindi il sintomo diventa una soluzione, un primo tentativo intelligente di risolvere un problema. Quando il sintomo diventa il problema Il problema, poi, qual è? Che si genera un secondo problema, ossia il sintomo stesso, cioè la riduzione della qualità di vita della persona. Un esempio concreto: attacchi di panico e conflitti interiori Ho fatto diversi esempi sugli attacchi di panico. Ce n’è uno molto chiaro, che spesso chi mi segue ricorda, raccontiamolo. Una ragazza che viveva da sola con la madre, a fronte di genitori separati; il padre si era rifatto una vita, mentre lei era rimasta molto legata alla mamma. Non si era mai messa realmente in gioco fino al momento di preparare la tesi e dare l’ultimo esame. Il momento dello svincolo e l’insorgenza del panico Proprio in quel momento iniziano gli attacchi di panico. Questo perché, nella rilettura del percorso, si era riusciti a comprendere come quello fosse un momento di svincolo: una volta raggiunto l’obiettivo della laurea, si sarebbero aperte le porte del lavoro, la possibilità di convivere con il fidanzato, ma anche l’allontanamento dalla madre. Significava, in qualche modo, non essere più disponibile a svolgere un ruolo fondamentale per il benessere emotivo della mamma. Il conflitto tra autonomia e legame affettivo La madre, tra l’altro, era la prima a dire: “Che bello, voglio che ti laurei, voglio che tu vada”. Ma la ragazza si trovava tirata tra due mondi: da un lato il bisogno di realizzare se stessa e i propri progetti, dall’altro quello di continuare a essere presente nella vita della madre. Spesso queste due cose non riuscivano a coesistere, o comunque non immediatamente. Il ruolo dell’attacco di panico: una sospensione funzionale E quindi lo sviluppo dell’attacco di panico cosa ha fatto? Ha permesso di sospendere tutto. La ragazza ha rallentato gli studi, ha congelato alcuni progetti con il fidanzato, come il trasferimento e la convivenza, e ha sospeso il suo ingresso nella vita adulta. Il sintomo come soluzione inconscia Perché è successo? Perché il sintomo — e qui dico che è un tentativo intelligente di soluzione — permette a due mondi che la persona vedeva come inconciliabili di diventare di nuovo plausibili. Lei, attraverso gli attacchi di panico, sabota se stessa — ovviamente non in modo consapevole — e così congela una delle due dimensioni, continuando però a soddisfare il bisogno di vicinanza con la madre. Non essendo capace di mantenere entrambi i mondi o di soddisfare entrambi i bisogni, trova una sospensione: l’attacco di panico permette al fidanzato di starle vicino, preoccupato e comprensivo, e alla madre di restare accanto a lei, giustificando anche il fatto che non possa andare avanti nei suoi progetti. Attacchi di panico e richiesta di attenzione: mito o realtà? Quindi, rispetto a questo caso, il panico è una richiesta di attenzione? A una lettura superficiale potremmo dire di sì: attiva l’attenzione del fidanzato, della madre. Ma se lo vediamo a un livello più profondo, più complesso, più sistemico, ci rendiamo conto che non è una richiesta di attenzione, ma la risposta a una domanda impossibile: come faccio a coniugare due mondi apparentemente inconciliabili? Il sintomo come tentativo fallito ma significativo Per questo dico che il sintomo — in questo caso l’attacco di panico, ma vale per molti altri — è sempre un primo tentativo intelligente di risolvere una situazione complessa. Il problema è che questo tentativo poi fallisce, e il sintomo diventa esso stesso il problema. Sposta il focus: da un problema macro, che magari non siamo stati capaci di mettere a fuoco, a un problema micro, ossia il sintomo. Ma dietro c’è sempre un mondo, e non sempre ha a che fare con la ricerca di attenzione. Perché l’attenzione da sola non risolve il panico Quindi, a maggior ragione, quando parliamo di attacchi di panico, è vero che si attivano le persone vicine e importanti, ma la risoluzione del sintomo non ha quasi mai a che fare con il semplice ottenere attenzione. Conclusione: comprendere il sintomo per aprire nuove possibilità Questo è solo un esempio: il discorso è molto più ampio e complesso, e andrebbe approfondito da diversi punti di vista. Tuttavia è importante per mostrare che dietro un sintomo non c’è mai una spiegazione semplice o unica. Se fosse solo un bisogno di attenzione, potremmo soddisfarlo in modo consapevole e diretto. Invece il sintomo, per definizione, è inconscio: la motivazione per cui arriva non è chiara nemmeno alla persona stessa. Se impariamo a vedere il sintomo sotto un’altra luce, si aprono anche altre possibilità di comprensione.