Il terapeuta può rinunciare alla presa in carico di un paziente? Home > Psicoterapia come funziona > Il terapeuta puo rinunciare alla presa in carico di un paziente ” Dottore, ma uno psicoterapeuta, uno psicologo psicoterapeuta, può rifiutarsi di prendere in terapia un paziente?” Sì, assolutamente sì. E questo può essere fatto sostanzialmente per due grandi motivazioni, due categorie di motivazioni. Quando uno psicoterapeuta può rifiutare un paziente La prima ha a che fare prettamente con l’aspetto, ad esempio, professionale, quindi con l’etica e la deontologia della professione. Rientrano in questa tipologia di rifiuti, quindi nell’impossibilità di procedere con un percorso di terapia, tutte quelle situazioni in cui ci sono dei vincoli etici e deontologici. Conoscenza diretta o indiretta del paziente Ad esempio, per una conoscenza diretta o indiretta della persona. Mi capita, ad esempio, di ricevere telefonate da conoscenti, talvolta anche da amici, che richiedono di fare terapia, ma ahimè devo rifiutare questo perché non sarei neutro, non sarei appunto neutrale nel poterli aiutare, poiché ho già un’immagine e un’idea precostituite nella testa e questo mi impedirebbe di riuscire a fare il mio lavoro per come, invece, mi viene chiesto. Oppure può esserci una situazione in cui il paziente è inviato da un altro paziente già in carico, che è stato in carico al terapeuta. Ad esempio, se io ho in carico la moglie all’interno di una coppia o di una famiglia, non posso prendere in carico anche il marito, a meno che non sia una terapia di coppia, a meno che non abbia già fatto dei colloqui veramente con la moglie; altrimenti ci sarebbe ovviamente il medesimo problema. Oppure non si possono prendere in carico, fratelli, sorelle, amici particolarmente intimi, partner, poiché c’è già, anche in questo caso, una conoscenza nella mia testa di questa persona, che è indiretta, cioè avviene attraverso la voce del paziente che ho in carico, in questo caso, della persona che consiglia, ad esempio, di fare la terapia con me. Sarei vincolato proprio perché non riuscirei a rispettare le norme etiche e le norme deontologiche della professione, quindi non riuscirei a essere efficace nel fare il mio mestiere. Vincoli etici e deontologici nella presa in carico Questa è la motivazione, appunto, che ho ascritto alla categoria professionale, dove ci sono motivi etici e deontologici, in cui c’è una conoscenza diretta e quindi pregressa della persona che mi impedisce di fare il mio lavoro. Non posso prendere in terapia le amiche di mia moglie, per esempio, poiché loro conoscerebbero anche indirettamente delle informazioni sulla mia vita privata che nulla hanno a che fare con la terapia, o perché, ad esempio, c’è una conoscenza indiretta, quindi legata ad aver svolto o svolgere una terapia con, in questo caso, la persona inviante, che però ha un rapporto stretto con il paziente che, in questo caso, chiede aiuto. Motivi personali per cui un terapeuta può rinunciare alla terapia Esiste poi un altro tipo di categoria che ha a che fare, invece, con gli aspetti personali del terapeuta. Qui dobbiamo dividere in due le possibilità. Quando la tematica del paziente risuona con la storia personale del terapeuta Nel primo caso si ha a che fare quando il paziente porta, ad esempio, un argomento, una tematica che il terapeuta, per motivi personali, quindi per la sua storia, per le sue esperienze pregresse, non si sente di trattare, poiché sente che risuona con la sua storia, con le sue esperienze, con la sua personalità e si rende conto che non riuscirebbe a essere obiettivo nel lavoro che propone. Ognuno di noi ha dei temi tabù, appunto, che sono legati alle proprie esperienze. Ci vuole, come dire, una certa onestà e intelligenza per riuscire a comunicare questo al paziente, nel dire: «Non mi sento di poter trattare questo caso per delle motivazioni che sono prettamente personali». Quando il terapeuta non ha competenze o esperienza sulla problematica La seconda possibilità, ascritta appunto a questa categoria, è quella in cui il paziente porta, ad esempio, una tematica che il terapeuta non tratta, non sia una tematica per la quale, ad esempio, non ha alcun tipo di specializzazione, non ha alcun tipo di esperienza, non si sente sufficientemente confidente nel poter essere d’aiuto, non si sente sufficientemente capace di poter trattare questo tipo di disagio, il sintomo o il problema esistenziale che la persona porta. Il terapeuta deve proporre un’alternativa quando rifiuta un paziente? In questo caso, appunto, deve rifiutare, cioè rinunciare alla terapia. Chiaro che quando un terapeuta rifiuta la terapia è sempre buona cosa proporre delle alternative. Quindi è anche compito, secondo me, del terapeuta essere capace di offrire un’alternativa, quindi accogliere la domanda che in qualche modo il paziente porta e provare a darle una risposta, se non direttamente, ad esempio, tramite l’invio a un collega. L’importanza del lavoro d’équipe tra psicoterapeuti Motivo per cui sono un grande sostenitore del lavoro d’équipe. Ad esempio, nel gruppo dove lavoro ognuno di noi ovviamente ha delle storie diverse, delle specializzazioni diverse. Quando mi rendo conto che c’è, ad esempio, un’impossibilità di questo tipo, è mia premura consigliare un altro terapeuta. Ovviamente, qui poi è volontà e libertà assoluta del paziente accogliere appunto questo tipo di proposta o muoversi autonomamente verso altri terapeuti. Per quali motivi uno psicoterapeuta può rifiutare una presa in carico? Quindi, diciamo che la possibilità che un terapeuta si rifiuti di svolgere una terapia c’è eccome e può essere ascritta appunto a queste due grandi categorie: o motivi professionali, quindi che hanno a che fare con l’etica e la deontologia della professione, o motivi personali, per risonanza del problema appunto con la propria storia personale, o ad esempio perché non tratta o non si sente sufficientemente capace o in grado di trattare il problema che il paziente porta.