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Depressione post parto e babyblues

Parliamo di depressione post parto e di baby blues, dato che sono dei termini che si sentono spesso quando si ha a che fare con una gravidanza.

La nascita di un figlio e i cambiamenti per la madre

La nascita di un figlio determina una serie di cambiamenti enormi nella vita della persona, nella vita delle persone, della famiglia e, a maggior ragione, nella madre, che non solo è, come dire, il punto di riferimento del nascituro e del neonato, ma è anche colei che l’ha portato dentro di sé per otto, nove mesi, per la durata della gravidanza, appunto, e che quindi è stata la prima a sentire tutti i cambiamenti e le trasformazioni che questo comporta.

Ha visto prima il corpo modificarsi, i suoi bisogni cambiare, il dover ricorrere in bagno ogni trenta secondi, non dormire, avere le gambe gonfie, i primi calcetti, i problemi di digestione. Insomma, ce ne sono tantissime. I cambiamenti che una donna deve digerire e integrare con se stessa sono moltissimi.

Inoltre il parto ed i primi giorni del nascituro, portano altre sfide, non solo in quanto genitori, appunto, ma proprio in quanto donne. La depressione post parto è uno dei rischi a cui potenzialmente ogni donna può essere esposta, anche se non è così frequente e non colpisce tutte le donne, ovviamente. Oltre a tutte le variabili accennate ci sono ovviamente dei fattori di rischio personali che possono aumentare la probabilità di sviluppare una depressione post partum.

Baby blues: che cos’è e quali sono i sintomi

Spesso questa sensazione, questa patologia, la depressione post parto, viene confusa con il baby blues, che è un’altra cosa.

Allora, iniziamo a fare un po’ di chiarezza.

Il baby blues è quella sensazione, quell’insieme di emozioni che di solito accompagnano, o possono accompagnare, il primo mese dopo la nascita del bambino, o meglio, si presentano all’interno del primo mese dalla nascita del bambino e hanno a che fare con irritabilità, tristezza, scoppi d’ira, scoppi di pianto, alterazione dell’appetito, alterazione del sonno.

Consistono in un pacchetto, diciamo così, di sintomi filodepressivi, ovviamente, che vanno in quella direzione, ma che sono presenti per un breve, brevissimo periodo di tempo: una, due settimane, e si risolvono autonomamente.

Depressione post partum: differenze rispetto al baby blues

La depressione post parto è invece la degenerazione di queste sensazioni. Se il baby blues possiamo vederlo come una condizione paucisintomatica, appunto, per cui ci sono sì dei sintomi filodepressivi, ma che non sfociano poi effettivamente, sia in termini di intensità, sia in termini di durata, sia in termini di numerosità, in una depressione vera e propria, la depressione post partum è di fatto una depressione.

Tra l’altro, è una depressione a tutti gli effetti, o meglio, ne condivide in tutto e per tutto i sintomi. Se non per il fatto che l’unica differenza tra la depressione post parto e un’altra depressione è che, all’interno dell’anno in cui viene sviluppata la depressione, c’è appunto la nascita del proprio figlio.

Di fatto, la depressione post parto è una depressione: ne condivide in tutte le misure, in tutti i modi, in tutti i termini, i sintomi, ma l’unica differenza rispetto alla depressione maggiore classica, quella che appunto si trova nei testi, è questa coincidenza temporale con la nascita del proprio bambino.

Sintomi della depressione post parto

E qui i sintomi sono molto diversi. Ad esempio, c’è una degenerazione di tutto quello che ho detto: irritabilità, perdita o aumento di appetito, insonnia, pensieri ricorrenti di morte, sensazioni di vuoto, sensazione di perdita di significato, isolamento, alterazione del sonno. Ce ne sono tantissimi, in questo caso, e hanno una durata e un’intensità molto, molto diverse.

Diciamo che, per la diagnosi di depressione post parto, questa tipologia di sintomi deve avere una certa durata, quindi non deve risolversi autonomamente in dodici settimane, deve comparire all’interno del primo anno del bambino.

Quanto è frequente la depressione post partum?

Ovviamente, come dicevo, tutte le donne sono a rischio, ma i fattori variano, appunto, in maniera sostanziale in base ai fattori di rischio personali, alla storia pregressa della donna.

Diciamo che alcune stime, che dovrebbero essere meglio approfondite, dicono che la depressione post parto può colpire fino al 10% della popolazione, una donna su dieci. .

Le cifre che, appunto, sono riportate in letteratura scientifica sono queste.

Fattori di rischio della depressione post parto

I fattori di rischio sono diversi, come dicevo, e sono legati, ad esempio, a storie precedenti e pregresse di depressione, a una familiarità con la depressione, quindi alla presenza di episodi depressivi o patologie depressive all’interno della propria famiglia, a particolari eventi traumatici, a particolari situazioni stressanti.

Ci possono essere esperienze traumatiche, ad esempio, legate alla gravidanza o al parto. Ci sono, insomma, tutta una serie di fattori che già hanno fatto capolino nella dimensione della depressione. Questi determinano cosa? Un aumento della probabilità della persona, della donna, di sviluppare una depressione post parto.

I fattori di rischio non significano certezza di sviluppare una depressione

Ovviamente, qui si parla di fattori di rischio. Il fatto che ci siano dei fattori di rischio vuol dire che ci sono talmente tante variabili in gioco che è impossibile diagnosticare in anticipo, o prevedere in anticipo, la possibilità, o meglio, la certezza dello sviluppo della depressione.

I fattori di rischio sono dei fattori di rischio, quindi aumentano la probabilità, ma questo aumento della probabilità non dà certezza in alcun modo che venga poi effettivamente sviluppata la patologia.

Cosa fare in caso di depressione post partum

Ovviamente, che cosa si deve fare per la depressione post parto?

Innanzitutto, si deve riconoscere, ce ne si deve accorgere. In questo senso, le persone vicine alla mamma in difficoltà sono dapprima il padre del bambino, quindi marito, compagno, eccetera; la famiglia, quindi la suocera piuttosto che la madre, piuttosto che il padre o il suocero, insomma, tutte le persone che hanno almeno in qualche modo a che fare con la mamma e con il grandissimo lavoro che sta facendo.

E quindi, se ci si rende conto che sta sviluppando tutta questa serie di sintomatologie, devono partire, devono scattare i campanelli di allarme.

A chi rivolgersi per chiedere aiuto

Se così è, si deve richiedere aiuto. Ci si può rivolgere a dei centri che sono specializzati, appunto, nel trattamento della maternità e poi, successivamente, quindi, anche delle patologie ad essa connesse, come appunto la depressione post partum.

Ci si può rivolgere, ad esempio, a uno psicoterapeuta privato, ci si può rivolgere a delle unità operative all’interno degli ospedali o di consultori familiari. Insomma, le vie sono diverse.

Chiaro che una presa in carico repentina e tempestiva della patologia determina una sua, come dire, più veloce ed efficace risoluzione, rispetto, parlo sempre, a quanto la cronicizzazione di un problema, soprattutto in alcune situazioni, determina appunto anche dei periodi di remissione inevitabilmente più lunghi e dei trattamenti che possono essere potenzialmente più complicati.

Riconoscere i campanelli d’allarme

Quindi, nei momenti in cui ti accorgi che non è più baby blues, ma appunto è depressione post parto, quali sono questi campanelli? Perché magari non abbiamo le competenze cliniche per poterlo diagnosticare, però ci accorgiamo che qualcosa effettivamente non va. Attenzione a: irritabilità, perdita o aumento di appetito, insonnia, pensieri ricorrenti di morte, sensazioni di vuoto, sensazione di perdita di significato, isolamento, alterazione del sonno.

Allora ci dobbiamo muovere nel contattare, coinvolgere gli specialisti.

Quindi, prima di tutto, prendiamo coscienza della situazione, del problema, e poi successivamente attuiamo un piano di intervento per riuscire a essere vicino a chi sta facendo questo lavoro da genitore e, contemporaneamente, si trova ad affrontare questa battaglia.

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Richiedi un appuntamento

La differenza in un percorso la fanno le persone, quindi ti chiameremo al telefono per ascoltare la tua storia e per conoscerti.

Poi sceglieremo in équipe il terapeuta giusto da presentarti in base alla sua esperienza con il tuo problema specifico, e alla tua personalità.

2

Conosci il tuo terapeuta

Tutte le sedute vengono registrate e discusse in équipe da almeno due colleghi, ma tu parlerai sempre con una sola persona.

Quando avremo scelto quella giusta per te ti chiamerà per presentarsi e fissare il primo appuntamento, che ha un costo di 85€.

3

Prime risposte in 4 incontri

Entro i primi 4 incontri avremo chiarito

  • Qual è davvero problema
  • Dove ha avuto origine
  • Quali sono le cause scatenanti
  • Quali sono le cause che lo mantengono
  • Qual è il ventaglio di soluzioni che puoi mettere in atto per risolverlo

Domande frequenti

I colloqui individuali costano 85€ e durano 60 minuti.

I colloqui di coppia o familiari costano 125€ e durano 90 minuti.

Si, il lavoro svolto è esattamente lo stesso.

Se pensi che la terapia online debba costare meno è a causa di una narrativa distorta. Il costo è determinato dalla preparazione e dalla qualità del lavoro, non dal luogo in cui viene svolto.

Si, è sufficiente informaci di esserne in possesso.

Le ragioni sono diverse, ma in sintesi:

  • Colloqui di 60 o 90 minuti, non di 45 minuti
  • 2 terapeuti che seguono ogni terapia
  • Intervisione e supervisione costanti e obbligatorie per ogni terapeuta
  • Specializzazione verticale su ansia, coppia e sessualità..

Insomma, facciamo poche cose ma le facciamo molto bene.

È un colloquio fondamentale e va preso con impegno, lato terapeuta e lato paziente.

I nostri professionisti non lavorano gratis.

Se non paghi il primo colloquio tu non presterai la massima attenzione (tanto è gratis) e il terapeuta farà lo stesso. Forse non ti piace sentire questo, ma la mente umana funziona così.

Perché crediamo e fondiamo il nostro lavoro sul rapporto umano.

Perché solo una persona formata a raccogliere le informazioni riesce a cogliere le sfumature delle risposte.

Perché non deleghiamo una parte importante del nostro lavoro ad un algoritmo solo perché è più comodo (forse anche a te). La terapia è cambiamento e non c’è cambiamento senza impegno.

Psicologia e tuttologia sono cose diverse.

Per essere efficaci è fondamentale essere verticali sulle tematiche che trattiamo.

Siamo specializzati in ansia, relazioni e sessualità.

Perché così abbiamo la possibilità di riascoltare la seduta e preparare al meglio quella successiva.

Per il paziente il cambiamento avviene tra una seduta e l’altra, per il terapeuta questo è lo spazio per favorire questo cambiamento, pensando e confrontandosi con i colleghi.

Perché non trattiamo in modo generalista tutte le difficoltà.

Perché ci mettiamo impegno e ci aspettiamo altrettanto da parte tua.

Perché crediamo che la qualità di una terapia e di un terapeuta vadano valutate in base alla sua capacità trasformativa e non in base al numero di stelline.

Cambiare è quasi sempre faticoso.

Perché a volte diciamo cose scomode, ma sempre con l'intento di far del bene.