La sindrome della capanna Home > Psicologia della coppia > La sindrome della capanna 2 La sindrome della capanna, altrimenti detta sindrome del prigioniero, è diventata, tristemente nota con le vicissitudini della recente pandemia, nel senso che è una sindrome già presente nel passato, appunto chiamata sindrome del prigioniero, poiché era sviluppata solitamente da persone che erano incarcerate, persone che erano obbligate a stare in luoghi ristretti per un certo periodo di tempo, sequestri o, ad esempio, anche persone malate, magari che sono state costrette a rimanere allettate per lungo periodo. Basti pensare a chi ha trascorso magari mesi o anni su un letto di ospedale, all’interno di quattro mura. Sindrome del prigioniero e isolamento durante la pandemia La sindrome del prigioniero è una sindrome che, appunto, come dicevo, con il COVID, la pandemia, i lockdown, le zone rosse, si è sempre più incistata all’interno della nostra popolazione e consiste sostanzialmente in quell’adattamento quasi pauroso che la persona sviluppa all’interno delle sue mura domestiche, che le impediscono, appunto, di uscire. La paura di uscire e il senso di sicurezza delle mura domestiche Uscire perché? Perché c’è l’idea che il di fuori, il mondo, sia pericoloso; c’è la paura, ad esempio, di poter essere contagiati o c’è la paura di contagiare l’altro, o ancora l’idea di non trovare più il mondo che si conosceva prima e quindi le quattro mura, per quanto claustrofobiche, per quanto soffocanti, diventano al tempo stesso rassicuranti. Ovviamente, non è una rassicurazione sana, non è una rassicurazione libera, tranquilla: è una rassicurazione che porta con sé tutta una serie di fattori psicologici, di comportamenti che sono come potenzialmente gravi. Sintomi della sindrome della capanna Infatti, ci sono delle alterazioni del sonno, si possono sviluppare sintomi depressivi, irritabilità, c’è un’alterazione potenziale dell’alimentazione. Insomma, ci sono tante alterazioni che, appunto, la sindrome della capanna e/o del prigioniero sviluppa. Il disagio psicologico legato all’uscita di casa Quindi l’idea, la volontà, appunto, della persona di poter star bene solo all’interno delle mura domestiche, in realtà è, come dire, una rappresentazione, una specie di idealizzazione, una rappresentazione, appunto, mentale, che non consiste poi in un reale e concreto benessere, sia mentale sia fisico, ma appunto è una paura, è un modo per mascherare, alterare il disagio dell’uscita, il disagio dell’andar fuori, che però ha degli impatti potenzialmente anche gravi, come avete capito, sull’equilibrio psicofisico dell’individuo. Paura del mondo esterno e pensieri apocalittici Quindi: paura di trovare un mondo pericoloso, paura di essere contagiati, paura di contagiare, paura di non trovare più il mondo che si conosceva prima, quasi a mo’ di pensieri apocalittici, che poi portano con sé tutta una serie di fattori, come irritabilità, insonnia, alterazione dell’alimentazione e potenziale depressione. Quando intervenire sulla sindrome della capanna È una sindrome, è una patologia che richiede un intervento immediato. Come dico sempre, più tempestivo è l’intervento, più efficace e rapido potenzialmente può essere, poiché non si è ancora, o non c’è ancora, totalmente cronicizzato. Quindi la persona non si è ancora riadattata e non ha riadattato completamente il suo stile di vita esclusivamente in funzione della patologia, questo permette un trattamento, un intervento sulla patologia, sul sintomo, potenzialmente più rapido e anche più efficace.