Educazione Sessuale Home > Riflessioni psicologiche > Educazione sessuale Parliamo di educazione sessuale, o meglio di educazione alla sessualità. Molto spesso mi vengono poste domande del tipo: “Dottore, come faccio a parlare a mio figlio di questi temi? Quale dovrebbe essere il mio approccio? Quali potrebbero essere le conseguenze, nella vita adulta, di un’educazione sessuale errata?” Partiamo con qualche pensiero sparso e poi, piano piano, facciamo ordine. L’educazione alla sessualità inizia fin dalla prima infanzia Innanzitutto, l’educazione alla sessualità parte da subito, non c’è un’età in cui si dovrebbe iniziare a trattare l’argomento, ma è fin dai primi anni di vita che il genitore dovrebbe essere in grado di rispondere alle curiosità che il proprio figlio porta. E queste iniziano prestissimo: già a due anni vostro figlio potrebbe chiedervi come sono nato, da dove arrivano i bambini e così via. Ovviamente le risposte vanno modulate, soprattutto in termini di complessità e precisione, in funzione dell’età del bambino. I due contesti fondamentali dell’educazione sessuale Ci sono però due contesti diversi nei quali l’educazione sessuale dovrebbe essere fatta. Uno è quello domestico, quotidiano, all’interno della relazione genitore-figlio; l’altro è quello un po’ più istituzionale, quindi quello scolastico, con interventi alle scuole elementari, alle medie e poi alle superiori. Come parlare di sessualità in famiglia Partiamo da quello domestico e cerchiamo di capire come ci si dovrebbe approcciare per offrire al proprio figlio una sana educazione alla sessualità. Come dicevo, non si deve trovare un momento formale, né scegliere un’età precisa in cui iniziare a rispondere a queste domande. Bisogna piuttosto assecondare la naturale curiosità del bambino ed essere capaci di modulare le risposte in funzione della sua età e della sua capacità di comprensione. Utilizzare termini corretti ed evitare storie fantasiose Ma come vanno formulate queste risposte? Non inventando storie o racconti più o meno fantasiosi, come la cicogna o il fatto che i bambini nascano sotto i cavoli, perché queste spiegazioni non fanno altro che confondere e non rispondono realmente alla curiosità del bambino. Molte volte il ricorso a storie di questo tipo, così come l’utilizzo di termini non corretti, ad esempio “patatina” o “pisellino”, rappresenta un meccanismo di difesa dell’adulto, un modo per gestire il proprio imbarazzo, e non una risposta autentica alla naturale e spontanea curiosità del bambino. È chiaro che non si può parlare dei meccanismi e dei dettagli del rapporto sessuale a un bambino di due anni, ma non perché sia un tabù: semplicemente perché non sarebbe in grado di comprenderli. Si può invece spiegare, ad esempio, che i bambini crescono nella pancia della mamma e poi escono dalla vagina. Anche questa informazione può essere data fin dalla tenera età, utilizzando i termini corretti, proprio perché risponde alla curiosità. Come adattare le spiegazioni all’età del bambino Quando successivamente, a quattro, cinque o sei anni, quella domanda verrà riproposta — perché ricordatevi che i bambini tornano spesso sugli stessi argomenti, rielaborando progressivamente le informazioni ricevute — allora si potrà approfondire il discorso, diventando via via più dettagliati. Si potrà spiegare, ad esempio, che la mamma e il papà hanno deciso di avere un bambino, che il papà ha messo un semino nella pancia della mamma e, progressivamente, entrare sempre più nel dettaglio, in base alle capacità di comprensione del bambino. Cosa fare se una domanda mette in difficoltà il genitore Nel momento in cui ci accorgiamo che una domanda di nostro figlio ci mette a disagio, non dobbiamo necessariamente inventare una storia o ricorrere alla cicogna o ai cavoli. Possiamo semplicemente chiedere del tempo. Possiamo dire: “Dammi qualche minuto, non so come risponderti”, oppure: “Mi prendo un paio di giorni perché voglio pensarci”. Magari ne parliamo con il papà o con la mamma e poi ti darò una risposta. L’importante è che quella risposta arrivi davvero e che sia una risposta corretta, adeguata all’età del bambino. Il ruolo della scuola nell’educazione alla sessualità Questo dal punto di vista domestico. Dal punto di vista più istituzionale, invece, è giusto parlare di educazione sessuale in termini più strutturati e più nozionistici. In questo caso si segue, anche in modo complementare rispetto a quanto viene fatto a casa, un vero e proprio percorso formativo, che fornisce informazioni specifiche e organizzate. Anche qui, naturalmente, i contenuti devono essere modulati in funzione dell’età: gli interventi sull’affettività e sulla sessualità proposti alla scuola primaria non possono essere gli stessi di quelli destinati agli studenti delle scuole superiori. Le conseguenze di un’educazione sessuale assente o inadeguata Quali possono essere, invece, le conseguenze di un’educazione sessuale assente o inadeguata? Innanzitutto, il bambino, una volta adulto, potrebbe ritrovarsi nello stesso imbarazzo vissuto dai propri genitori e avere difficoltà, a sua volta, nel parlare di sessualità con i propri figli. Ma non solo. Possono svilupparsi difficoltà nel vivere serenamente la propria sessualità e la propria intimità: perché ci si sente bloccati, perché la sessualità viene vissuta come un tabù, perché non ci si conosce abbastanza, perché non si è potuta esplorare con sufficiente serenità la conoscenza del proprio corpo oppure, nei casi peggiori, perché la sessualità viene percepita come qualcosa di sbagliato, sporco o cattivo, qualcosa da evitare e che, di conseguenza, non può essere vissuto con piacere. Il legame tra educazione sessuale e disturbi della sessualità Tutto questo può favorire la comparsa di ansie e difficoltà. Come ho già spiegato in altri interventi, i disturbi sessuali sono diversi — nella classificazione tradizionale se ne individuano sette principali, poi distinti tra uomo e donna — e molti di essi sono strettamente legati a credenze errate sulla sessualità. Il bambino, futuro adulto, potrebbe infatti aver ricevuto risposte sbagliate, risposte incomplete oppure nessuna risposta. Oppure potrebbe aver vissuto momenti di disillusione anche molto intensi. L’educazione alla sessualità, infatti, non è come la favola di Babbo Natale, della quale crescendo scopriamo la verità senza particolari conseguenze. Quando ci rendiamo conto che ciò che ci è stato raccontato sulla sessualità non era vero, spesso prevale il senso di essere stati ingannati o di non aver ricevuto le risposte di cui avevamo realmente bisogno. Tutto questo può compromettere il modo in cui vivremo la nostra sessualità, con inevitabili ripercussioni sulla relazione di coppia, sulla futura genitorialità e, più in generale, sul benessere psicologico e relazionale. Conclusioni L’educazione sessuale è una cosa seria. È importante. Non è una favola. Deve essere proposta con i termini corretti, sempre in funzione dell’età del bambino, e si sviluppa in due contesti fondamentali: quello domestico, necessariamente spontaneo e destrutturato, che segue le curiosità del bambino e risponde puntualmente alle sue domande senza edulcorare la realtà, e quello istituzionale, rappresentato principalmente dalla scuola, che integra l’educazione familiare con conoscenze e informazioni di carattere scientifico e formativo.