Come fa lo psicologo a rapportarsi alle diverse difficoltà? Anche quando non le conosce Home > Psicoterapia come funziona > Come fa lo psicologo a rapportarsi alle diverse difficolta anche quando non le conosce Ma dottore, lei sa tutto? Sa comportarsi con qualunque tipo di paziente? Sa affrontare qualunque tipo di situazione? Sa risolvere o trattare qualunque tipo di disturbo? No, assolutamente no, a nessuna di queste domande. La necessità di specializzazione in psicoterapia Se dobbiamo parlare un po’ di aspetti tecnici della psicoterapia, ovviamente al di là delle considerazioni semplici, anche legate al buon senso, è inverosimile pensare che un terapeuta sappia trattare qualunque tipo di difficoltà. Anche perché, banalmente, per riuscire ad essere efficaci in questo mestiere è necessario avere delle verticalità, cioè delle specializzazioni in alcuni temi piuttosto che in altri. Ad esempio, io, nei centri che coordino, tratto principalmente problemi relazionali, sentimentali, di coppia e problemi depressivi. Sono queste le tre macro-aree di intervento. Ma all’interno di queste stesse macro-aree, ovviamente, ci sono ulteriori suddivisioni, ulteriori specializzazioni, ulteriori verticalità. Ad esempio, quando si parla di tematiche di coppia, è molto diverso trattare un tradimento piuttosto che mettersi a lavorare su temi di genitorialità, o su conflittualità con le famiglie di origine, o ancora su aspetti di comunicazione all’interno della coppia o di sessualità. Ci sono tante declinazioni diverse, tante difficoltà diverse: tante quante, potenzialmente, sono le persone o le coppie, diciamo così, sulla faccia della Terra. Il terapeuta non può sapere tutto Quindi, sbrigata la parte di buon senso, a cui è facile arrivare, il terapeuta, di fatto, non può sapere tutto e non può neanche pensare di essere pronto a trattare tutto. L’importanza della conoscenza di sé per il terapeuta E quindi come si fa? Qual è l’atteggiamento che il terapeuta dovrebbe assumere per riuscire ad essere utile all’interno delle situazioni e comunque giocare al meglio le risorse che ha, nel trattare o aiutare una persona (o più persone) ad affrontare il loro problema? Deve partire da sé, dalla conoscenza di sé. Nel senso che è solo tramite — si presume — una profonda conoscenza di sé che si è in grado di andare a capire, a comprendere l’altro. O, meglio ancora, la “composizione” — adesso uso questo termine un po’ tecnico — che il terapeuta assume all’interno della stanza di terapia, rispetto alla persona che sta cercando di aiutare. Perché è in funzione anche dei cambiamenti che percepisce, delle emozioni che percepisce su di sé, che poi questi diventano via e guida per comprendere a fondo — per davvero — la situazione, e di conseguenza essere utili alla persona che appunto si è rivolta a noi. La metafora del ciclotrone: il terapeuta come strumento di rilevazione Faccio un esempio che non è mio, lo prendo in prestito da Marpa Crisciani — oltre che un collega, è soprattutto un amico, ed è anche colui che ha scritto la prefazione del mio libro. Lui ha diverse docenze e, più volte, insomma, l’ho sentito citare questa cosa che è molto carina e anche abbastanza rappresentativa. Ora, probabilmente non la racconterò bene come lui, però la metafora rende assolutamente l’idea. Si prende spunto dalla fisica — come molte volte accade, una scienza prende in prestito un concetto da un’altra (e viceversa) per riuscire a esplicare un sistema, un meccanismo che le appartiene, ma per cui magari non esiste un termine proprio. Lui parla di ciclotrone. Che cos’è il ciclotrone? È una struttura gigantesca in cui vengono “sparate” all’interno tutta una serie di particelle. E siccome le particelle sono impercettibili, per riuscire a studiare e comprendere nuovi sistemi, nuove particelle, quello che si fa è cercare di studiare le reazioni che le particelle che conosciamo hanno nel momento in cui si scontrano con particelle nuove, che non conosciamo. Quindi, all’interno di questo mega-macchinario, che ha tutto un sistema di rilevazione di queste esplosioni, di queste reazioni, quando le particelle tra loro si scontrano, vengono registrati i risultati. Nel momento in cui due particelle che conosciamo si scontrano, generano un certo tipo di reazione, e il ciclotrone la registra. Quando, invece, si genera una reazione — un’esplosione — che non conosciamo, allora si riesce a dedurre, tramite la registrazione del ciclotrone, contro cosa si è scontrata la particella che conosciamo: contro qualcosa che non conosciamo ancora, che magari non siamo capaci di nominare. Ma, in funzione della reazione, e quindi dell’esplosione, siamo in grado di andare a dedurre che tipo di particella è, o almeno ad avvicinarci. Il positioning interattivo nella relazione terapeutica In psicoterapia accade la stessa cosa. Il terapeuta è una particella, che in un qualche modo si scontra con la particella-persona, ovvero il paziente che chiede aiuto. È in funzione della reazione — e quindi anche delle sue emozioni, delle sue sensazioni, delle sue reazioni — che impara a conoscere l’altro. Quindi un terapeuta non può partire dall’idea che tutto sia noto, tutto sia conosciuto, e che quindi qualsiasi problema possa essere trattato tramite degli standard, delle ricette. È in funzione, anche e soprattutto, della conoscenza di sé, che interagendo con l’altro, è in grado di andare a capire l’altro. Proprio perché parte da una conoscenza di sé — si presume — sufficientemente approfondita. Questo si chiama positioning interattivo, cioè un posizionamento, una posizione che il terapeuta assume all’interno della stanza, in funzione delle caratteristiche del paziente. E, tramite l’interazione, tramite la reazione (se dobbiamo usare il termine dell’esempio del ciclotrone, “l’esplosione”), allora è in grado di conoscere e comprendere l’altro in funzione della conoscenza che ha di sé stesso. E da lì si sviluppa quella che è chiamata la relazione terapeutica, che poi è la base del processo di cura, ovvero della psicoterapia. Conclusioni: il limite necessario e il valore dell’interazione Ora, questo esempio serve per spiegare che: Un terapeuta non può basarsi sull’idea di poter trattare tutti i problemi, e che, per riuscire a farlo con una certa efficacia, conviene specializzarsi, scegliere dei settori precisi. Più il settore è stretto, più la nicchia è definita, più è verosimile diventare esperti in qualcosa. Il terapeuta deve sempre partire dall’idea che, per quanto ci possano essere delle similitudini tra le diverse storie che le persone portano, è solo attraverso la reazione e l’interazione tra la propria personalità e quella della persona che si sta cercando di aiutare che si riescono a trovare le vie per rendere la terapia davvero efficace.