Sindrome da Burnout Home > Riflessioni psicologiche > Sindrome da burnout 2 Parliamo di burnout. È un termine che, devo dire, era particolarmente in voga prima del periodo pre-Covid. Il mondo del lavoro ha sicuramente subito una grandissima trasformazione rispetto all’organizzazione, alla quotidianità, allo smart working, al telelavoro e via discorrendo. Tuttavia, il burnout, ahimè, non si è trasformato altrettanto. Anche se ultimamente se ne sente parlare meno, vorrei fare un video proprio su questo per cercare di approfondire meglio la questione, ora che stiamo puntando a una “nuova normalità” o, meglio, a una nuova quotidianità. Cosa significa burnout? Il burnout altro non è che, come viene solitamente tradotto, una sorta di sindrome da esaurimento, in cui la persona si sente svuotata, apatica, affaticata, appesantita. Talvolta, perde di vista il significato delle cose o della propria attività lavorativa. Dall’altro lato, è solitamente accompagnato da sentimenti di rabbia, rancore e nervosismo, con una totale incapacità di staccare la mente dal lavoro durante il tempo libero. Diventa un pensiero costante che si espande a macchia d’olio. La persona sviluppa anche una serie di somatizzazioni, cioè manifestazioni fisiche che il corpo mette in atto come reazione a questo esaurimento emotivo. Parliamo, ad esempio, di cefalee, problemi gastrointestinali, perdita o aumento dell’appetito, disturbi del sonno, e via discorrendo. Il burnout: una sindrome legata al contesto lavorativo È importante sottolineare che il burnout è una sindrome legata esclusivamente al contesto lavorativo. Non si può andare in burnout per una relazione con il partner, per esempio; si tratta di una condizione strettamente connessa a problematiche di natura professionale. I fattori di rischio nel contesto lavorativo Nel contesto lavorativo, ci sono diversi elementi che possono rappresentare dei fattori di rischio. Non si tratta di “sentenze” o certezze sullo sviluppo del burnout, ma sono elementi che possono facilitarlo o, al contrario, ostacolarlo, contribuendo in un qualche modo al benessere o al malessere della persona. Professioni più a rischio Tradizionalmente, questa condizione è stata associata a professioni di aiuto. Ad esempio, la mia, quella dello psicoterapeuta, oppure quella del medico, dell’infermiere, dell’assistente sociale, o ancora di chi lavora in contesti sociali, come i servizi per la comunità. Tuttavia, è vero che il burnout può svilupparsi in qualunque contesto lavorativo. Questo perché esistono caratteristiche specifiche del lavoro e dell’organizzazione che possono promuoverlo. Caratteristiche che favoriscono il burnout Alcuni esempi di queste caratteristiche sono: Orari di lavoro insostenibili; Carichi di responsabilità eccessivi; Insicurezza sul luogo di lavoro (sia fisica, come la possibilità di contagio, che psicologica, come l’instabilità lavorativa); Percezione di poca soddisfazione, scarsa utilità o efficacia del proprio lavoro; Poche opportunità di successo o di riconoscimento; Contesti lavorativi emotivamente gravosi, come quelli legati a malattie terminali, dove l’esito è spesso tragico; Lavori percepiti come monotoni, ripetitivi e alienanti. Una persona non deve necessariamente trovarsi in un contesto che presenta tutte queste caratteristiche per sviluppare il burnout. È sufficiente che alcune di queste siano presenti per aumentare il rischio. In sostanza, la probabilità di sviluppare il burnout cresce quando questi fattori si sommano e incidono sulla persona. Come riconoscere i sintomi del burnout Come accennavo, questa sindrome si manifesta con una sensazione di esaurimento, stanchezza, pesantezza, spesso accompagnata da sentimenti di rabbia e irrequietezza, dall’incapacità di “staccare la spina” e da una serie di somatizzazioni (cefalee, problemi gastrointestinali, disturbi del sonno, ecc.). La nuova organizzazione del lavoro post-pandemia In questa nuova organizzazione del lavoro post-pandemia, penso che qualcosa cambierà. Non so se in meglio o in peggio: questo lo scopriremo solo vivendo e riorganizzando le nostre vite. Ad esempio, molti trovano beneficio nello smart working e nella possibilità di avere giornate più flessibili. Altri, invece, che lavorano in smart working ormai da due anni o più, iniziano a manifestare difficoltà legate proprio all’alienazione, all’incapacità di staccare e a ciò di cui ho parlato finora. Conclusione e riflessioni aperte Non ho una risposta definitiva a tutto questo. Proprio per questo, ho deciso di fare un contenuto sul burnout, per condividere riflessioni e discutere insieme questa nuova organizzazione del lavoro. Fammi sapere cosa ne pensi! A presto!