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	<title>Riflessioni psicologiche - Matteo Radavelli</title>
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		<title>La dipendenza affettiva può ripresentarsi?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/la-dipendenza-affettiva-puo-ripresentarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2026 14:39:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, la dipendenza affettiva può presentarsi più volte nel corso della vita? O meglio, si può manifestare in relazioni differenti?&#8221; Sì, assolutamente. La dipendenza affettiva è sicuramente una dinamica, un tratto di sofferenza che si costruisce all’interno della relazione tra due partner; tuttavia, la persona dipendente contribuisce in modo attivo alla costruzione stessa della dipendenza. [&#8230;]</p>
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<p>&#8220;Dottore, la dipendenza affettiva può presentarsi più volte nel corso della vita? O meglio, si può manifestare in relazioni differenti?&#8221;</p>
<p>Sì, assolutamente. La dipendenza affettiva è sicuramente una dinamica, un tratto di sofferenza che si costruisce all’interno della relazione tra due partner; tuttavia, la persona dipendente contribuisce in modo attivo alla costruzione stessa della dipendenza. Esiste quindi una certa trasversalità, indipendentemente dal partner con cui si entra in relazione.</p>
<h2>Perché la dipendenza affettiva si ripete nelle relazioni?</h2>
<p>Che cosa significa questo? Che si può avere, ad esempio, una prima esperienza di dipendenza affettiva, magari dopo relazioni già caratterizzate da dinamiche simili, e successivamente, una volta interrotta quella relazione, sviluppare nuovamente questa difficoltà in una relazione successiva.</p>
<p>Questo accade perché la dipendenza affettiva, pur costruendosi nella relazione tra i due partner, è anche profondamente radicata nella persona che ne soffre.</p>
<h2>Dipendenza affettiva: solo nelle relazioni di coppia?</h2>
<p>Un altro aspetto importante da considerare è che la dipendenza affettiva non è sempre e solo rivolta al partner sentimentale, ma può riguardare anche altre figure significative. Ad esempio, può manifestarsi nei confronti di un genitore, di un figlio oppure all’interno di relazioni amicali particolarmente strette e importanti.</p>
<h2>Dipendenza affettiva in relazioni diverse: cosa sapere</h2>
<p>Quindi sì, si possono avere più esperienze di dipendenza affettiva nel corso della vita e in relazioni diverse, non solo sentimentali ma anche amicali o familiari.</p>
<h2>Si può essere dipendenti affettivamente da più persone contemporaneamente?</h2>
<p>È importante sapere, però, che tendenzialmente la dipendenza affettiva si sviluppa in una relazione alla volta: difficilmente una persona manifesta contemporaneamente una dipendenza attiva verso più persone (ad esempio verso il partner e, nello stesso momento, verso qualcun altro).</p>
<h2>Conclusione: come si evolve la dipendenza affettiva nel tempo</h2>
<p>In conclusione, si possono sviluppare più esperienze di dipendenza affettiva nel corso della vita, ma generalmente una per volta.</p>
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		<title>Avere un genitore narcisista</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/7426/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, quali sono le caratteristiche di un genitore narcisista? Quali sono i comportamenti che assume e quali sono le potenziali conseguenze che può generare nei figli una volta che questi sono diventati adulti?&#8221; È un argomento complesso: si potrebbe parlare per ore. Partiamo però da uno spunto per cercare di chiarire meglio. Le caratteristiche del [&#8230;]</p>
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<p>&#8220;Dottore, quali sono le caratteristiche di un genitore narcisista? Quali sono i comportamenti che assume e quali sono le potenziali conseguenze che può generare nei figli una volta che questi sono diventati adulti?&#8221;</p>
<p>È un argomento complesso: si potrebbe parlare per ore. Partiamo però da uno spunto per cercare di chiarire meglio. Le caratteristiche del comportamento narcisista sono abbastanza chiare all&#8217;interno delle relazioni sentimentali; tuttavia, a mio parere, non lo sono altrettanto quando si parla di relazioni genitoriali.</p>
<h2>Il falso mito del genitore narcisista anaffettivo</h2>
<p>Molto spesso si pensa che il narcisista possa essere anaffettivo, distante, disinteressato alla relazione con il figlio. Questo non è esattamente così. Se è distante e disinteressato, lo è solo su alcuni ambiti specifici della vita del figlio, non su altri. Non si tratta quindi di un disinteresse totale e assoluto: anzi, è un disinteresse selettivo, che colpisce solo alcune aree della vita.</p>
<p>Ad esempio, può essere disinteressato alla scuola, allo sport o ad alcune relazioni del figlio, semplicemente perché queste aree, per il suo tornaconto personale, non sono rilevanti.</p>
<h2>Cos’è un genitore narcisista: definizione e dinamiche relazionali</h2>
<p>Facciamo un passo indietro per comprendere meglio questo concetto. Il narcisista è colui che, all’interno delle relazioni, manipola e cerca di sfruttarle per il proprio tornaconto personale, cioè per il proprio benessere, piacere e soddisfacimento dei bisogni. Questo vale tanto nelle relazioni sentimentali quanto in quelle genitoriali.</p>
<p>Cosa significa? Che il narcisista vede la relazione come una dinamica di possesso: l’altro, ad esempio il figlio, “gli appartiene”. Per questo motivo, quando il figlio compie un passo verso l’autonomia, al di fuori del controllo del genitore, quest’ultimo può provare rabbia, invidia o rancore. Non vede i successi del figlio come qualcosa di positivo, ma come qualcosa che non porta beneficio a sé stesso.</p>
<h2>Controllo, critica e manipolazione: i comportamenti tipici</h2>
<p>Di conseguenza, se il figlio acquisisce valore, autonomia o potere nel mondo, il genitore narcisista non ne trae vantaggio. L’atteggiamento che ne deriva è spesso quello della critica, dello sminuire e, talvolta, può diventare vessatorio.</p>
<p>Tutto questo viene però ricondotto, attraverso una modalità manipolatoria, all’idea del “lo faccio per il tuo bene”: ti critico per il tuo bene, ti mortifico per il tuo bene, limito la tua libertà per il tuo bene. La manipolazione viene quindi presentata come una forma di amore e attenzione.</p>
<p>Di conseguenza, il figlio cresce cercando di soddisfare i bisogni del genitore narcisista.</p>
<h2>Interesse selettivo e relazione strumentale con il figlio</h2>
<p>È importante chiarire un punto cruciale: il narcisista non è disinteressato alla relazione con il figlio. È interessato a sé stesso e vede il figlio come un mezzo per migliorare il proprio stato. Questo interesse si manifesta solo negli ambiti che per lui sono rilevanti; negli altri può apparire distante e anaffettivo.</p>
<p>Negli ambiti che gli interessano, invece, tende a essere molto coinvolto, ma in modo controllante e manipolatorio: critica, sminuisce, attacca, talvolta aggredisce, sempre giustificando il tutto come una forma di amore.</p>
<h2>Autonomia del figlio e reazioni del genitore narcisista</h2>
<p>Quando il figlio mette in atto comportamenti autonomi, come lo svincolo o l’affermazione personale, il genitore narcisista non reagisce come farebbe un genitore “sufficientemente buono”, che si sente sicuro e valorizza le scelte del figlio. Al contrario, tende a criticarle ulteriormente, perché le percepisce come lontane dal soddisfacimento dei propri bisogni.</p>
<h2>Il “falso sé”: una delle principali conseguenze psicologiche</h2>
<p>Questo comporta diverse conseguenze nel figlio. In psicologia si parla, ad esempio, di “falso sé”: un’incapacità, a livello macroscopico, di definire la propria identità, i propri bisogni e le proprie emozioni.</p>
<p>Non è raro che i figli di genitori narcisisti siano ignari dei propri desideri, bisogni ed emozioni. Possono emergere anche dinamiche di competizione tra fratelli e difficoltà nel valutare il proprio valore in modo autonomo.</p>
<h2>Autostima e valore personale nei figli di genitori narcisisti</h2>
<p>Il valore personale diventa eterodeterminato: “valgo tanto quanto i risultati che ottengo”. Tuttavia, poiché i risultati difficilmente vengono riconosciuti, il valore percepito resta basso, creando un circolo vizioso.</p>
<p>Il figlio si costruisce quindi in funzione del soddisfacimento dei bisogni del genitore. Non è raro che, in terapia, queste persone si descrivano più come partner emotivi dei propri genitori: partner servizievoli, che vivono per soddisfare i loro bisogni.</p>
<h2>Effetti sullo sviluppo e difficoltà di individuazione</h2>
<p>Questo ha conseguenze importanti nello sviluppo della personalità. Il processo di individualizzazione richiede momenti di svincolo e affermazione personale, ma con un genitore narcisista questo percorso è ostacolato.</p>
<h2>Conseguenze in età adulta e trasmissione intergenerazionale</h2>
<p>Da adulti, il rischio è quello di continuare a vivere nel “falso sé” e di replicare lo stesso modello relazionale. È come se il figlio si sentisse in credito rispetto alla vita e fosse portato a riprodurre gli stessi meccanismi nella relazione con i propri figli, perpetuando un circolo vizioso.</p>
<p>Queste sono, in sintesi, le principali caratteristiche del comportamento di un genitore narcisista e le possibili conseguenze sui figli, sia durante l’infanzia sia nella loro vita adulta.</p>
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		<title>Vampiri Energetici</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/vampiri-energetici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 16:11:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, che cosa sono i vampiri energetici?&#8221; Sono anche chiamati vampiri emotivi, il nome è abbastanza eloquente: spiega di fatto qual è la loro funzione e l’effetto principale su di noi, ossia succhiano, rubano, tolgono energie ed emozioni, lasciando in noi qualcosa di particolarmente negativo. Segnali di un Vampiro Emotivo Si ha a che fare [&#8230;]</p>
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<p>&#8220;Dottore, che cosa sono i vampiri energetici?&#8221; </p>
<p> Sono anche chiamati vampiri emotivi, il nome è abbastanza eloquente: spiega di fatto qual è la loro funzione e l’effetto principale su di noi, ossia succhiano, rubano, tolgono energie ed emozioni, lasciando in noi qualcosa di particolarmente negativo.</p>
<h2>Segnali di un Vampiro Emotivo</h2>
<p>Si ha a che fare con un vampiro emotivo quando, nel momento in cui si entra in relazione con lui o con lei — tramite un incontro, uno scambio di messaggi, una telefonata eccetera — ci si sente strani, cupi, spenti, scarichi, a tratti negativi o confusi. C’è una sensazione di incapacità nel prendere decisioni, come se improvvisamente, nel momento in cui entriamo in relazione con questa persona, fossimo catapultati in delle sabbie mobili, dove tutto rimane da un lato immobile e dall’altro immutabile. Questo genera progressivamente sconforto e un effetto negativo sul nostro stato d’animo.</p>
<p>È come se ci sentissimo privati o derubati di qualcosa. Il vampiro emotivo si riconosce perché ci costringe ad essere qualcosa che sentiamo lontano da noi stessi, da come vorremmo essere o da come vorremmo essere percepiti.</p>
<h2>Dove Possono Essere Presenti i Vampiri Emotivi</h2>
<p>I motivi per cui questi comportamenti si manifestano possono essere presenti in qualsiasi ambito: nelle relazioni sentimentali, nelle amicizie, nel luogo di lavoro, nel contesto sportivo. In realtà, il mondo è pieno di questi comportamenti. Essi possono avere un impatto diverso su persone diverse, perché entrano in risonanza in modi differenti. Ci accorgiamo della loro presenza soprattutto quando suscitano in noi questo insieme di sensazioni, emozioni e pensieri.</p>
<h2>L’Impatto sulla Vita Quotidiana</h2>
<p>Chiaramente, in base al ruolo che questi individui assumono nella nostra vita, l’impatto sul nostro benessere e le conseguenze possono essere differenti. Se il “vampiro emotivo” è il nostro partner, la situazione può risultare particolarmente complicata; lo stesso vale per il contesto lavorativo. Considerando che al lavoro passiamo gran parte della nostra giornata — spesso più tempo che con il partner — è facile capire come questo possa incidere profondamente sul nostro equilibrio. Se invece queste persone rientrano nella sfera di amici o contesti sportivi, diventa più facile in qualche modo arginare o interrompere la relazione.</p>
<h2>Strategie per Difendersi dai Vampiri Emotivi</h2>
<h3>Riconoscere e Analizzare la Relazione</h3>
<p>Cosa si deve fare, quindi? L&#8217;aspetto più importante è arginare o interrompere la relazione con loro. È difficile riuscire a cambiare una persona in funzione di come vorremmo che ci facesse sentire; sarebbe una battaglia contro i mulini a vento, per usare una citazione famosa.</p>
<h3>Trasformare la Relazione</h3>
<p>In conclusione, bisogna riconoscerli, capire l’effetto che hanno su di noi, interrogarsi sul perché esiste questa risonanza, e poi trasformare la relazione. È utile parlarne con loro, in funzione del grado di confidenza che abbiamo, ma sempre tenendo presente che la distanza risulta spesso essere la migliore protezione nei loro confronti.</p>
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		<title>Innamorarsi di un amico</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/innamorarsi-di-un-amico-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 13:45:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
		<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, ma se siamo amici e a me piace lui o lei, cosa dovrei fare? Devo confidarmi, devo aprirmi, devo dichiararmi o devo stare in silenzio e magari aspettare che sia l’altro a farlo, sperando che nascano anche in lui o in lei desideri e sentimenti simili? Oppure dovrei accontentarmi dell’amicizia?&#8221; Non esiste una risposta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Dottore, ma se siamo amici e a me piace lui o lei, cosa dovrei fare? Devo confidarmi, devo aprirmi, devo dichiararmi o devo stare in silenzio e magari aspettare che sia l’altro a farlo, sperando che nascano anche in lui o in lei desideri e sentimenti simili? Oppure dovrei accontentarmi dell’amicizia?&#8221;</p>
<h2>Non esiste una risposta giusta o sbagliata</h2>
<p>È una domanda da un milione di dollari ed è una domanda che accompagna l’umanità dalle sue origini. Non esiste una risposta universale: non c’è un comportamento corretto o scorretto, è sempre tutto soggettivo e giusto in funzione di ciò che noi desideriamo e di ciò che sentiamo appagante.</p>
<h2>I dubbi quando un’amicizia si trasforma in amore</h2>
<p>Comprendo bene come una relazione nata come amicizia, che si trasforma per uno dei due in qualcosa di più, possa suscitare dubbi. Uno riguarda l’origine dei propri sentimenti, l’altro il rischio di perdere la persona che finora è stata presente nella nostra vita in una veste diversa. Nel momento in cui ci dichiariamo, rischiamo di perderla in toto, quindi dobbiamo fare un passo indietro e affrontare la possibilità di una perdita emotiva.</p>
<h2>Quando i sentimenti superano l’amicizia</h2>
<p>Se siamo innamorati o sicuri dei nostri sentimenti, e questi vanno oltre l’amicizia, allora la relazione amicale potrebbe già non essere più neutra. In questo caso, convivere con il desiderio senza agire può portare a sofferenza: da un lato c’è il desiderio, dall’altro la tristezza nel percepire che la relazione sarà sempre limitata rispetto a ciò che desideriamo.</p>
<h2>Dichiararsi o restare amici?</h2>
<p>Personalmente, sono più propenso a dichiararsi, anche a costo di compromettere un’amicizia. È un modo per essere sicuri che l’altro sappia cosa proviamo e per darci l’opportunità di essere completamente felici, vivendo il nostro sogno. L’innamoramento autentico non è scontato e rappresenta un’occasione speciale da non sprecare.</p>
<h2>Rispettare i sentimenti e il legame esistente</h2>
<p>Dichiararsi implica rispetto per il legame esistente, che inevitabilmente sarebbe alterato se i sentimenti non fossero corrisposti. È anche un atto di rispetto verso noi stessi, perché ci permette di aprirci a questa possibilità, pur sapendo che potremmo dover affrontare un rifiuto o elaborare la perdita della relazione così come la conoscevamo.</p>
<h2>L’amicizia dopo la dichiarazione</h2>
<p>È naturale che dopo una dichiarazione come questa è difficile che l’amicizia rimanga esattamente la stessa o che il rapporto non venga alterato. Tuttavia, ribadisco: non esiste una risposta giusta o sbagliata. Per me, personalmente, la via da percorrere sarebbe dichiararsi. E tu cosa ne pensi? </p>
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		<title>Superare un fallimento</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/superare-un-fallimento-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 15:44:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo articolo parliamo di fallimento poiché ho recentemente ricevuto una domanda interessante: &#8220;Dottore, come si fa a reagire al fallimento? Come posso trasformarlo in una risorsa?&#8221; Per rispondere a questa domanda possiamo iniziare con l&#8217;affermare che, a mio avviso, al fallimento ci si può approcciare in diverse maniere, indipendentemente da cosa significhi per te [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> In questo articolo parliamo di fallimento poiché ho recentemente ricevuto una domanda interessante: &#8220;Dottore, come si fa a reagire al fallimento? Come posso trasformarlo in una risorsa?&#8221;</p>
<p> Per rispondere a questa domanda possiamo iniziare con l&#8217;affermare che, a mio avviso, al fallimento ci si può approcciare in diverse maniere, indipendentemente da cosa significhi per te “fallire” o “sbagliare”. Ci sono infatti tutta una serie di preconcetti legati al fallimento che sostanzialmente hanno a che fare con il giudizio, con la sentenza e anche con l&#8217;idea che il fallimento sia immutabile, non trasformabile e non rielaborabile.</p>
<h2>Il pericolo di identificarsi con il fallimento</h2>
<p>Molte volte, quando le persone si trovano di fronte a un fallimento, lo prendono come una valutazione definitiva: “Ho fallito, e quindi questo è ciò che sono”. Questo discorso più ampio porta spesso alla migrazione del concetto dal “ho fallito” al “sono un fallito”. Non sono la stessa cosa, ma il rischio di identificarsi con il fallimento è alto. Non dovremmo però ascrivere un giudizio personale, bensì dare un giudizio rispetto al fallimento legato all’azione che abbiamo compiuto, non alla persona che l’ha compiuta.</p>
<h2>Il fallimento come tappa di un percorso</h2>
<p>Il fallimento, dal mio punto di vista, può essere visto anche come una tappa di un percorso. È qualcosa che non definisce né sancisce l’intero percorso, ma ne è solo un pezzettino. Quel fallimento può essere rielaborato: può essere fatto un nuovo tentativo, può essere trovata una nuova strategia per superare quella tappa che in questo momento ci sembra così difficile. Può addirittura essere trasformato in un apprendimento.</p>
<h2>Trasformare il fallimento in apprendimento</h2>
<p>C’è chi dice, ad esempio, “Io non fallisco mai, vinco o imparo”, per citare Mandela. Questo concetto racchiude un’idea importantissima: il fallimento non può essere considerato tale se viene trasformato in apprendimento. Nel momento in cui tramite il fallimento impariamo qualcosa, possiamo modificare il nostro comportamento in futuro.</p>
<h2>Il fallimento come parte del percorso e del tentativo</h2>
<p>Un altro aspetto fondamentale è che il fallimento ha a che fare inevitabilmente con il tentativo. La cultura americana dice “Fallisci in fretta, muoviti, impara, vai avanti”. Non so quanto questo sia applicabile a tutti i contesti, ma il fallimento fa parte del percorso. È chiaro che le persone saranno portate a vedere principalmente i successi, così come noi tendiamo a mostrare soprattutto i successi. Tuttavia, il fallimento contiene l’apprendimento ed è parte integrante del percorso stesso.</p>
<h2>Il significato che attribuiamo al fallimento</h2>
<p>La differenza, l’impatto e il significato che attribuiamo al fallimento determinano i risvolti futuri. Non dovremmo vederlo come qualcosa di immutabile o definitivo, ma come una parte del percorso, una grande possibilità di apprendimento. Rielaborando ciò che abbiamo imparato, possiamo trasformare il nostro comportamento.</p>
<h2>Scelta della reazione di fronte al fallimento</h2>
<p>Di fronte al fallimento possiamo scegliere il tipo di azione o reazione che vogliamo avere: possiamo esserne vittime oppure trasformarlo in alleato e farne una risorsa importante. Come diceva Mandela, il fallimento di per sé non esiste: esiste solo nella misura in cui noi gli diamo spazio per esistere. Sempre per citare Mandela: “Io non fallisco mai, vinco o imparo”.</p>
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		<title>Pecora nera o figlio prodigio?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/pecora-nera-o-figlio-prodigio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo articolo parliamo del posizionamento dei figli all&#8217;interno di una famiglia, soprattutto quando i genitori – o uno dei due – riversa le proprie fatiche, limiti e talvolta patologie nell’educazione dei figli e nelle relazioni che con essi instaura. Come i Genitori Influenzano il Posizionamento dei Figli Questa dinamica è costruita dal genitore in [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p> In questo articolo parliamo del posizionamento dei figli all&#8217;interno di una famiglia, soprattutto quando i genitori – o uno dei due – riversa le proprie fatiche, limiti e talvolta patologie nell’educazione dei figli e nelle relazioni che con essi instaura.</p>
<h2>Come i Genitori Influenzano il Posizionamento dei Figli</h2>
<p>Questa dinamica è costruita dal genitore in funzione della presenza dei figli. Le famiglie sono strutturate in forme diverse, quindi bisogna fare riferimento alle figure di attaccamento, anche se non siano genitori biologici. Un genitore patologico può essere monogenitoriale, in una famiglia ricomposta o in coppia con l’altro genitore biologico, e concorre al posizionamento e alla costruzione della personalità dei figli.</p>
<h2>Pecora Nera e Figlio Prodigio: Due Poli Opposti</h2>
<p>Quando il genitore è particolarmente patologico – ad esempio un genitore narcisista – non è insolito che i figli vengano costruiti su due poli opposti: la “pecora nera” e il “figlio prodigio”. Questa dinamica può verificarsi anche con genitori che non sono narcisisti ma che presentano altre difficoltà o compiono errori educativi.</p>
<h3>La Pecora Nera</h3>
<p>La pecora nera diventa spesso il capro espiatorio: colui che sbaglia, il dissidente, colui che non è meritevole di affetto, che crea problemi e richiede impegno al genitore. Si impegna costantemente per ottenere stima e riconoscimento, imparando a guadagnarsi le cose e a faticare per essere riconosciuta.</p>
<h3>Il Figlio Prodigio</h3>
<p>Il figlio prodigio è invece tenuto su un altare: ogni azione, anche banale, viene lodata e apprezzata, iper-investito di attenzioni. Rimane spesso attendista, aspettandosi gratificazioni senza dover fare nulla, il che può portare a una difficoltà futura nell’affrontare le sfide della vita adulta.</p>
<h2>Conseguenze sullo Sviluppo dei Figli</h2>
<p>Queste posizioni si irrigidiscono negli anni, influenzando lo sviluppo futuro in termini di personalità e ruolo nel mondo adulto. La pecora nera sviluppa determinazione, resilienza e capacità di affrontare la vita, pur portando cicatrici emotive. Il bambino prodigio, invece, rischia di restare dipendente dagli altri e dovrà affrontare un percorso più difficile per sviluppare autonomia e resilienza.</p>
<h2>Trasformare le Difficoltà in Risorse</h2>
<p>L’evoluzione positiva si ottiene quando si riesce a trasformare vincoli e difficoltà in risorse. La fatica, il non riconoscimento e le critiche possono diventare motivazione, tenacia e determinazione. Questo vale sia per la pecora nera che per il figlio prodigio, indipendentemente dal loro background familiare.</p>
<h2>Responsabilità nella Vita Adulta</h2>
<p>Indipendentemente dalle difficoltà affrontate nell’infanzia, la crescita adulta comporta la responsabilità delle proprie scelte. Non si può accusare i genitori del proprio presente: il loro impatto diventa responsabilità dell’adulto di oggi. Trasformare le esperienze infantili in competenze e risorse personali è ciò che determina il percorso evolutivo nella vita adulta.</p>
<h2>Conclusioni: Pecora Nera o Figlio Prodigio?</h2>
<p>Sia la pecora nera sia il figlio prodigio hanno potenzialità e sfide da affrontare. La capacità di riorganizzare competenze e risorse in funzione dei vincoli vissuti nell’infanzia è la chiave per uno sviluppo personale sano ed evolutivo nella vita adulta.</p>
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		<title>Paura del rifiuto</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/7262/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Dec 2025 07:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo di paura del rifiuto e facciamo qualche riflessione sia rispetto alle cause che la determinano, sia sulle possibili conseguenze, quindi su come questa poi impatta potenzialmente sulle nostre vite. La paura del rifiuto è quella sensazione di apprensione, tensione, allerta e, nei casi più gravi, paura legata a essere respinti, rifiutati, rigettati, talvolta anche [&#8230;]</p>
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<p>Parliamo di paura del rifiuto e facciamo qualche riflessione sia rispetto alle cause che la determinano, sia sulle possibili conseguenze, quindi su come questa poi impatta potenzialmente sulle nostre vite. La paura del rifiuto è quella sensazione di apprensione, tensione, allerta e, nei casi più gravi, paura legata a essere respinti, rifiutati, rigettati, talvolta anche giudicati negativamente da qualcuno. Questa cosa, ovviamente, impatta in maniera importante sulle nostre relazioni, che siano esse di tipo lavorativo, sentimentale, amicale o familiare.</p>
<h2>Trasversalità della Paura del Rifiuto</h2>
<p>La paura del rifiuto è di solito trasversale ai nostri contesti di vita. Vuol dire che una persona che soffre di questa difficoltà la presenta solitamente in tutti i contesti a cui appartiene: quello sociale, quello amicale, quello familiare, sentimentale, ecc. Talvolta è possibile che questa sia concentrata principalmente in uno di questi ambiti, e gli altri ne siano relativamente salvi o toccati solamente in parte, anche se nella maggioranza dei casi è prevista una trasversalità: il rifiuto impatta tutti i contesti della vita della persona, indipendentemente da quale sia il contesto.</p>
<h2>Origine della Paura del Rifiuto</h2>
<p>Da dove nasce? Sicuramente è da ricercare l&#8217;origine nelle relazioni antiche, nelle prime nostre relazioni, nel senso che è all&#8217;interno della relazione con le figure di attaccamento — che siano i genitori, familiari o comunque coloro che ci hanno cresciuti — che nasce la paura del rifiuto. Soprattutto nel momento in cui queste relazioni si basavano su una qualche forma di ricatto, cioè il ricatto morale, più o meno esplicito e più o meno consapevole, da parte di chi lo ha agito.</p>
<p>Non tutti i genitori che poi crescono figli con la paura del rifiuto sono consapevoli di quello che stanno facendo o stanno volutamente manipolando; molte volte le cose vengono fatte anche in buona fede, ma poi hanno degli esiti che possono essere paradossalmente molto gravi.</p>
<h2>Meccanismo Psicologico della Paura del Rifiuto</h2>
<p>La paura del rifiuto si genera quando, nel momento in cui si giudicano le azioni, i comportamenti diventano termini di valutazione della persona. Anziché essere commentati e valutati come comportamenti, vengono traslati sulla persona stessa, che diventa, in quel ricatto morale, degna o indegna di amore, attenzione o approvazione. Le motivazioni per cui si può arrivare a un ricatto di questo tipo sono diverse: possono essere intrinseche, ad esempio legate alla patologia dei genitori, oppure legate alle contingenze che la vita pone.</p>
<p>Il concetto fondamentale è che la paura del rifiuto si innesca quando l’oggetto viene sempre sostituito o confuso con il soggetto. L’eventuale errore o azione non viene commentato come fine a se stesso, ma diventa rappresentativo della qualità, della bontà e della dignità della persona che l’ha compiuto, ovvero del figlio. Spesso il sistema anticipa le cose: al figlio viene detto cosa deve fare, come ci si aspetta che si comporti, perché altrimenti non sarà degno di amore o affetto.</p>
<h2>Ricatto Morale e Impatto Relazionale</h2>
<p>Questo è il ricatto: “Se tu non fai quello che ti dico, se non soddisfi le mie aspettative, non sarai degno di amore”. Qui si innesca inevitabilmente la paura del rifiuto, sia quando viene data la presunta possibilità di riuscire a soddisfare le aspettative, sia quando i genitori esplicitano l’incapacità del figlio di soddisfarle — ad esempio trattandolo come la “pecora nera”.</p>
<p>Questa dinamica impatta inevitabilmente sulla vita della persona, sia durante lo sviluppo sia in età adulta, e si ripresenta in molti contesti. Nelle relazioni, sentimentali o amicali, le conseguenze sono enormi: la persona cresce nell’idea di non essere abbastanza, degna o meritevole, nell’idea di non potersi mostrare per quello che è veramente, perché altrimenti sarà rifiutata, umiliata, allontanata o denigrata.</p>
<h2>Esiti della Paura del Rifiuto</h2>
<p>Questo può portare a due tipi di esiti:</p>
<ul>
<li><strong>Estrema solitudine e isolamento:</strong> La persona si isola per evitare il rifiuto e diventa sola, dovendo contare solo su sé stessa, con tutte le fatiche che ciò comporta.</li>
<li><strong>Eccessiva accondiscendenza:</strong> La persona entra nei contesti sociali, familiari o relazionali, ma non si mostra mai davvero per quello che è, vivendo con il “capo chino”, ossequiosa, in attesa e sempre desiderosa dell’approvazione dell’altro, con tensione costante che l’altro possa abbandonarla.</li>
</ul>
<p>In entrambi i casi si tratta di gabbie: nel primo caso senza sbarre, ma con totale isolamento; nel secondo caso estremamente strette e vincolanti rispetto alla propria personalità. L’evoluzione è possibile, ad esempio attraverso la terapia, che resta solo una delle vie percorribili per affrontare questi problemi.</p>
<h2>Riflessione Finale</h2>
<p>In sintesi, è importante considerare:</p>
<ol>
<li>Quali sono le cause che determinano l’insorgenza della paura del rifiuto.</li>
<li>Quali possono essere le conseguenze di questa paura, che spesso diventa trasversale ai diversi contesti di vita, portando a isolamento o a eccessiva accondiscendenza nei confronti degli altri per paura di essere respinti, rifiutati o allontanati, specialmente in situazioni di conflitto.</li>
</ol>
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		<title>Narcisismo e dipendenza affettiva: quali possibilità di stare bene?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/narcisismo-e-dipendenza-affettiva-quali-possibilita-di-stare-bene/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Dec 2025 07:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Narcisismo e dipendenza affettiva sono due temi che ultimamente tengono spesso e ampio banco all&#8217;interno della discussione psicologica. Si dice che la “tempesta perfetta” sia quella relazione formata da un narcisista e da un dipendente affettivo. Nel momento in cui il narcisista, con tutte le sue caratteristiche, e il dipendente affettivo, con tutte le sue, [&#8230;]</p>
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<p>Narcisismo e dipendenza affettiva sono due temi che ultimamente tengono spesso e ampio banco all&#8217;interno della discussione psicologica. Si dice che la “tempesta perfetta” sia quella relazione formata da un narcisista e da un dipendente affettivo. Nel momento in cui il narcisista, con tutte le sue caratteristiche, e il dipendente affettivo, con tutte le sue, si incontrano, succede la tempesta perfetta.</p>
<h2>Perché il Narcisista e il Dipendente Affettivo Creano una Tempesta Perfetta</h2>
<p>Questo accade perché c&#8217;è l&#8217;esaltazione delle problematiche di entrambi: è come se uno concorresse alla patologia dell&#8217;altro. Il narcisista, di fatto, vessa, maltratta e bombarda improvvisamente d&#8217;amore; poi diventa carnefice. Il dipendente affettivo, invece, esalta l&#8217;ammirazione verso il narcisista, generando una dinamica che in qualche modo appaga quest&#8217;ultimo, perché trova nel dipendente affettivo il suo pubblico preferito. Al tempo stesso, il dipendente affettivo trova nel narcisista la figura da adorare, colui che apparentemente investe i suoi bisogni e attenzioni, rendendolo in realtà schiavo.</p>
<p>In questa relazione, le due patologie si potenziano vicendevolmente, generando una “tempesta perfetta” piena di situazioni complesse più che di relazioni sane. Ci sono casi, anche in contesti terapeutici, in cui almeno uno dei due protagonisti decide di cambiare e si rivolge a un professionista nella speranza di trasformarsi, migliorare e dismettere comportamenti dannosi e tossici.</p>
<h2>Le Difficoltà del Narcisista nel Cambiare</h2>
<p>Il narcisista spesso non si rende conto di esserlo. Quando lo fa, è di solito tramite suggerimenti, giudizi o critiche altrui, e a quel punto può essere troppo tardi, soprattutto se la devastazione che ha generato attorno a sé è ampia. Inoltre, il narcisista è poco orientato alla sfera emotiva che non riguardi se stesso e tende a usare la relazione in maniera strumentale per il proprio soddisfacimento.</p>
<h2>Le Potenzialità di Cambiamento del Dipendente Affettivo</h2>
<p>Il dipendente affettivo, invece, possiede prospettive migliori di cambiamento. Questo perché:</p>
<h3>1. Consapevolezza del problema e responsabilità</h3>
<p>È subito consapevole della propria difficoltà e dei limiti, riconoscendo la tossicità della relazione in cui si trova e assumendosi responsabilità. La consapevolezza del problema e la volontà di cambiare sono pilastri fondamentali per l’efficacia della terapia.</p>
<h3>2. Capacità emotive e empatia</h3>
<p>Nonostante abbia agito in modo disfunzionale nelle relazioni, è conscio delle proprie emozioni, sa viverle e sa lavorarci, possedendo empatia. Nel momento in cui impara a utilizzare le proprie capacità emotive in una dinamica funzionale, scopre di avere risorse enormi e numerose opportunità di trasformazione.</p>
<h2>Come il Percorso Terapeutico Supporta il Cambiamento</h2>
<p>Queste competenze rendono il dipendente affettivo molto più pronto e accessibile a un cambiamento reale. Una volta presa consapevolezza e sviluppata la volontà di cambiare, intraprendere un percorso terapeutico diventa un accelerante di un processo già innescato, grazie alle competenze emotive e alla consapevolezza del dipendente affettivo.</p>
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		<title>Come recuperare l&#8217;autostima dopo la fine di una relazione?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/come-recuperare-lautostima-dopo-la-fine-di-una-relazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Dec 2025 10:55:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Priviamo, in questo articolo, a rispondere ad una domanda arrivatami attraverso i social: “Dottore, come si fa a recuperare l’autostima dopo una relazione finita male?” Che cos’è davvero l’autostima e da cosa dipende Partiamo da questo presupposto: l’autostima, senza entrare nel dettaglio di che cos’è e cosa non è — perché ne abbiamo già parlato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Priviamo, in questo articolo, a rispondere ad una domanda arrivatami attraverso i social: <em>“Dottore, come si fa a recuperare l’autostima dopo una relazione finita male?”</em></p>
<h2>Che cos’è davvero l’autostima e da cosa dipende</h2>
<p>Partiamo da questo presupposto: l’autostima, senza entrare nel dettaglio di che cos’è e cosa non è — perché ne abbiamo già parlato — non è esclusivamente determinata dall’altro o dai feedback che l’altro ci dà. È come se ci fosse una parte di questa autostima che è nostra, cioè la valutazione che noi diamo di noi stessi e il senso di efficacia che abbiamo nei confronti del mondo, della vita, delle fatiche che affrontiamo e di come costruiamo la nostra esistenza.</p>
<p>Poi c’è un’autostima che viene inevitabilmente raccolta e costruita in funzione dei feedback che le persone per noi importanti ci danno.</p>
<h2>Relazioni sentimentali e crollo dell’autostima</h2>
<p>Quando una relazione sentimentale finisce male è chiaro che la nostra persona ne è inevitabilmente scossa, però non dobbiamo pensare — e quindi delegare — all’altro la responsabilità del livello della nostra autostima. Perché, come dice il termine, l’autostima è la stima nostra, cioè quella che noi abbiamo di noi stessi.</p>
<p>Metterla totalmente nelle mani dell’altro, metterla totalmente alla mercé dei feedback che l’altro ci restituisce, diventa estremamente rischioso.</p>
<h2>Il locus of control e il rischio di delegare il proprio valore</h2>
<p>È come se ponessimo — si chiama <em>locus of control</em> in psicologia, cioè il centro di controllo — il valore che attribuiamo a noi stessi nelle mani dell’altro o degli altri, facendoci definire da loro. Questo è estremamente rischioso perché ci espone a tutta una serie di conseguenze: nel momento in cui l’altro ci rimanda feedback che non ci piacciono, ci troviamo con una versione di noi stessi che non ci piace.</p>
<p>Dall’altro lato, proprio perché dipendiamo dalla definizione che l’altro ci dà, siamo portati ad alterare il nostro comportamento in funzione di una manipolazione — più o meno implicita — del feedback che desideriamo ricevere.</p>
<h2>Perché il bisogno di approvazione limita la libertà personale</h2>
<p>Quindi non riusciamo ad esprimerci liberamente per come vorremmo, perché siamo in qualche modo vittime, sotto scacco, sotto ricatto di ciò che l’altro ci rimanda. E ovviamente siamo noi, in primis, a metterci in questa posizione: non è detto affatto che sia l’altro ad agire esplicitamente e volontariamente questo ricatto, ma siamo noi che lo costruiamo se poniamo il <em>locus of control</em>, la nostra autovalutazione e autodeterminazione, fuori da noi.</p>
<h2>Locus of control interno e responsabilità della felicità</h2>
<p>Noi dobbiamo porre tutto questo all’interno di noi stessi, cioè dobbiamo avere un <em>locus of control</em> interno. Dobbiamo essere capaci di assumerci la responsabilità della nostra felicità, di come definiamo noi stessi.</p>
<p>Quindi anche di fronte alla fatica, quando a seguito di una relazione l’autostima crolla ed è ai minimi storici, non dobbiamo partire da fuori: dobbiamo partire da dentro, da noi stessi, capire quali sono le nostre responsabilità e assumerci — scollate il gioco di parole — la nuova responsabilità della nostra felicità.</p>
<h2>Ricostruire l’autostima partendo da sé</h2>
<p>È da qui che dobbiamo agire: portando all’interno di noi stessi ciò che, finché eravamo nella relazione, poggiavamo anche sull’altro, sul contributo dell’altro.</p>
<p>È così che riusciamo a salvarci, ed è altrettanto così che saremo progressivamente pronti a iniziare un’eventuale nuova relazione. Perché iniziamo a bastare a noi stessi, perché iniziamo a sentirci completi da soli.</p>
<h2>Completezza personale e nuove relazioni</h2>
<p>Ed è proprio tramite questa sensazione di completezza, di pienezza, che poi possiamo muoverci anche verso l’esterno e, di conseguenza, essere pronti ad attrarre una nuova relazione sentimentale.</p>
<h2>Autodeterminazione vs eterodeterminazione</h2>
<p>Quindi non è “che cosa devo fare?”, “come mi devo porre?” o “come ci si ricompone una volta che la storia è finita e ho l’autostima a terra?”. Si ricompone smettendo di aspettarci dagli altri la definizione di noi stessi e assumendoci la responsabilità della nostra felicità.</p>
<p>Diventando noi gli artefici, diventando noi i veri muratori della nostra autodeterminazione.</p>
<p>Dobbiamo autodeterminarci e non eterodeterminarci. È solo così che saremo sufficientemente completi, staremo sufficientemente bene e potremo poi riaprirci a una successiva, potenziale relazione.</p>
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		<title>&#8220;Mio figlio non vuole fare la terapia&#8221;</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/riflessioni-psicologiche/mio-figlio-non-vuole-fare-la-terapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2025 07:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Riflessioni psicologiche]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Dottore, mio figlio ha bisogno d’aiuto ma non vuole intraprendere un percorso di terapia.” Questa è una domanda – o meglio, una telefonata – che ricevo spesso. Mi chiamano mamme o papà di figli che hanno già compiuto la maggiore età, quindi 18, 19, 20 anni: ragazzi che magari si trovano in una grande difficoltà, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Dottore, mio figlio ha bisogno d’aiuto ma non vuole intraprendere un percorso di terapia.”<br />
Questa è una domanda – o meglio, una telefonata – che ricevo spesso. Mi chiamano mamme o papà di figli che hanno già compiuto la maggiore età, quindi 18, 19, 20 anni: ragazzi che magari si trovano in una grande difficoltà, che riconoscono il loro disagio, ma non sono disposti a chiedere aiuto né a intraprendere un percorso terapeutico.</p>
<p>In questi casi che cosa si può fare?</p>
<h2>Perché non si può obbligare un maggiorenne ad andare in terapia</h2>
<p>Partiamo da un presupposto: essendo maggiorenne, il ragazzo non può essere obbligato a venire in terapia.<br />
Non è lo psicologo che va a casa sua, lo prende per un orecchio e lo porta in seduta; così come non è il genitore che può imporsi fisicamente, trascinandolo dentro la stanza di terapia dicendo: “Ora ti curi e ti assumi le tue responsabilità.”<br />
È altrettanto vero però che bisogna rispettare la volontà della persona che sta male, che magari è consapevole della propria sofferenza ma non è pronta a farsi aiutare.</p>
<h2>Il dilemma dei genitori: intervenire o lasciare autonomia?</h2>
<p>Quando si tratta di ragazzi molto giovani è facile cadere in un tranello: da un lato sono maggiorenni, quindi liberi, per legge, di decidere della propria vita; dall’altro lato sono ancora ragazzi, ancora dipendenti dai genitori sotto molti aspetti.<br />
Difficilmente possono essere considerati adulti in senso pieno, ad esempio per quanto riguarda l’autonomia nella vita quotidiana.</p>
<p>Questa “terra di mezzo”, che è l’adolescenza, comporta un rischio doppio:</p>
<ul>
<li>i genitori possono delegare troppo, trattando il figlio come un adulto completo e rinunciando ad aiutarlo proprio quando invece ne avrebbe bisogno;</li>
<li>oppure possono considerarlo ancora un bambino, imponendosi in modo rigido e non rispettando il suo processo di differenziazione e autonomizzazione.</li>
</ul>
<p>Da qui nasce il dilemma:<br />
Non vuole essere aiutato. Che faccio?<br />
Lo porto di peso? Lo lascio stare anche se è in difficoltà? O lo “trascino” in terapia?</p>
<p>Nessuna di queste opzioni è efficace.</p>
<h2>La soluzione: lavorare sul sistema familiare</h2>
<p>Proprio perché ci troviamo in quel confine labile tra autonomia e dipendenza, soprattutto quando si parla della scelta di intraprendere una terapia, quello che si può fare è che siano i genitori – come coppia o come famiglia – a rivolgersi al terapeuta.</p>
<p>Esistono infatti molti interventi, strategie e modalità di supporto che possono essere discussi e messi in pratica quando è la coppia genitoriale (o un singolo genitore, nel caso di famiglia monoparentale) a chiedere aiuto per capire come sostenere il proprio figlio.</p>
<h2>Che cos’è la “terapia in contumacia”</h2>
<p>È una sorta di percorso terapeutico in cui il diretto interessato non partecipa, ma si lavora sul sistema attorno a lui.<br />
La terapia in contumacia diventa una modalità estremamente utile perché permette di intervenire sul contesto familiare, che spesso contribuisce – involontariamente – a mantenere il disagio.</p>
<p>In questo tipo di lavoro:</p>
<ul>
<li>i genitori si assumono la responsabilità genitoriale che sarebbe necessaria anche se il figlio avesse 16 anni;</li>
<li>si crea un ambiente più stabile, contenitivo e capace di favorire il cambiamento;</li>
<li>si lascia comunque il ragazzo libero nei suoi tempi e nei suoi modi, senza imposizioni.</li>
</ul>
<h2>Cosa accade quando il sistema familiare cambia</h2>
<p>Quando il contesto familiare si modifica in modo funzionale, spesso anche il ragazzo inizialmente restio cambia atteggiamento.<br />
Quello che succede nella pratica clinica è che, una volta che i genitori iniziano un percorso e qualcosa si trasforma, anche il giovane può iniziare a partecipare:</p>
<ul>
<li>non sempre per una terapia individuale;</li>
<li>molto più spesso per incontri familiari, che percepisce come meno invasivi e più accettabili.</li>
</ul>
<p>È una forma di compromesso: “Da solo non ci vado, ma con la mia famiglia sì.”<br />
E questa disponibilità può essere più che sufficiente per avviare un cambiamento positivo.</p>
<h2>Un modello ibrido tra terapia dell’infanzia e terapia dell’adulto</h2>
<p>Questa modalità rappresenta un punto d’incontro tra due estremi:</p>
<ul>
<li>la terapia dell’infanzia, in cui il bambino porta un sintomo e il lavoro consiste nel modificare il sistema familiare;</li>
<li>la terapia dell’adulto, in cui la persona è autonoma e responsabile del proprio cambiamento.</li>
</ul>
<p>Quando ci si trova “nel mezzo”, il lavoro clinico è più complesso, ma il principio rimane chiaro:<br />
se il diretto interessato non vuole o non può partecipare, si lavora sul sistema familiare affinché sia questo a cambiare.</p>
<p>In questo modo si fornisce contemporaneamente:</p>
<ul>
<li>una base sicura e un contenimento emotivo;</li>
<li>uno spazio che favorisca l’esplorazione e l’autonomizzazione tipiche dell’età adolescenziale e della prima età adulta.</li>
</ul>
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