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	<title>Psicoterapia come funziona - Matteo Radavelli</title>
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		<title>La terapia si concentra prima sul COSA e poi sul COME</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/la-terapia-si-concentra-prima-sul-cosa-e-poi-sul-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 07:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, perché dice spesso che una terapia si deve basare anche sul “cosa” e non solo sul “come”?&#8221; Questa è stata un’affermazione, una battuta, che è avvenuta durante un’intervista recentemente, proviamo a prenderci dello spazio per approfondire cosa significa. Il rischio di collusione tra richiesta del paziente e offerta del terapeuta Spesso in terapia si [&#8230;]</p>
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<p>&#8220;Dottore, perché dice spesso che una terapia si deve basare anche sul “cosa” e non solo sul “come”?&#8221;</p>
<p>Questa è stata un’affermazione, una battuta, che è avvenuta durante un’intervista recentemente, proviamo a prenderci dello spazio per approfondire cosa significa.</p>
<h2>Il rischio di collusione tra richiesta del paziente e offerta del terapeuta</h2>
<p>Spesso in terapia si corre il rischio di collusione tra la richiesta del paziente e l&#8217;offerta del terapeuta. Questo perché penso, e ne sono fortemente convinto, che ci sia un po’ una collusione a volte tra quello che la persona, il paziente che si rivolge a un terapeuta, vive e chiede o cerca nel rivolgersi appunto a un terapeuta e quello che il terapeuta dice di “vendere”. Cioè, di fatto fare psicoterapia è una professione e, per quanto ci sia sempre il tema “arte, scienza, vocazione personale”, di fatto c&#8217;è anche una dimensione economica di guadagno.</p>
<p>Quello che vedo spesso, e che mi fa venire un po’ il fumo agli occhi, è questo: il paziente dice “Dottore, io ho questa fatica, questo problema, ho un disturbo d’ansia e ho bisogno di risolverlo assolutamente. Ho bisogno che qualcuno mi dica che cosa devo fare per risolvere il disturbo d’ansia”.</p>
<p>Il terapeuta qui, secondo me erroneamente, collude con questa richiesta dicendo: “Sì, sì, sì, venga da me, facciamo una terapia estremamente pratica e poi vedrà, le do tutti i consigli che servono”.</p>
<h2>Perché concentrarsi solo sul “come” è un errore clinico</h2>
<p>Questa tendenza secondo me è molto sbagliata perché si concentra esclusivamente sul “come” di qualcosa. Premesso che poi c’è sempre da verificare che effettivamente il terapeuta sia capace, con l’imposizione delle mani, lavorando esclusivamente sul “come”, di risolvere un problema o aiutare la persona a risolverlo. Lo vedo estremamente riduttivo, perché se non si riesce a capire il “cosa”, cioè che cosa sta alla base di un problema, il “come” è assolutamente inutile.</p>
<p>Innanzitutto non esistono le ricette: tre mosse per uscire dall’ansia, quattro esercizi per superare la depressione, cinque strategie utili per migliorare la propria autostima, quattro ricette più due ingredienti omaggio per risolvere le ossessioni. Non funzionano.</p>
<p>Se fosse davvero così semplice, non ci sarebbe bisogno di parlare, di capire la storia di chi si ha davanti. Semplicemente si direbbe: “Ecco qua il training, lo faccia e poi ci vediamo una volta che ha risolto e mi fa sapere com’è andata”. Ovviamente non può esserci una generalizzazione in un lavoro che è inevitabilmente sartoriale.</p>
<h2>Psicoterapia sartoriale: comprendere il “cosa” prima di intervenire</h2>
<p>Esistono delle linee guida, esistono dei movimenti teorici, esistono sicuramente delle strategie che sono presenti nella testa del terapeuta e che lo portano a guidare il colloquio e la terapia. Ma una terapia che promette di concentrarsi esclusivamente sul “come” è una terapia fuffa, cioè una terapia che non può funzionare, perché non è che qualcosa di esterno, posto all’interno della persona, la renda improvvisamente sana o guarita dal proprio problema.</p>
<p>Anche perché, se mai questa cosa dovesse essere vera — ma devo ancora avere le prove che sia mai successo — allora questa persona non sarebbe mai davvero libera, perché qualcuno esternamente le ha detto che cosa fare e, da bravo soldatino, senza alcun tipo di comprensione del problema, si è messa a replicarlo. Ma resterà schiava della ricetta che qualcun altro le ha dato.</p>
<p>Per questo dico che le terapie devono lavorare sul “come”, ovviamente, ma deve essere un “come” sartoriale, strutturato in funzione del “cosa”, che è più importante: è da lì che si deve partire. È da lì che si deve riuscire a capire che cosa sta vivendo la persona, che cosa sta accadendo all’interno della sua vita, il perché del problema.</p>
<h2>L’importanza della storia personale e della narrazione in terapia</h2>
<p>Questo lo si fa attraverso la comprensione della storia e quindi della narrazione che la persona porta all’interno della stanza di terapia. Una volta compreso il “cosa”, si capisce come funzionano gli ingranaggi nel motore di quella persona. Allora poi si scelgono le strategie da applicare, allora si crea qualcosa ad hoc.</p>
<p>È evidente che il terapeuta ha in mente quali potrebbero essere i problemi, in che direzione varrebbe la pena andare, cosa andare a toccare, sia per gli studi sia per l’esperienza e la capacità clinica, la “pancia”, la sensazione, l’intuito. Ma è solo dopo aver compreso il “cosa”, cioè che cosa sta accadendo e perché, che poi si lavora sul “come”.</p>
<h2>Dal “cosa” al “come”: strutturare strategie terapeutiche efficaci</h2>
<p>Una volta che abbiamo il quadro chiaro — che cosa — allora ci chiediamo: adesso cosa facciamo? Come ci muoviamo? Come si fa? Questo permette di strutturare strategie e lavori basati sul “come” per risolvere un problema che è stato davvero compreso.</p>
<p>Le terapie che cercano di infilare dall’alto qualcosa perché “è così”, perché “manca un po’ di sale su questo paziente, allora ce lo metto”, non sono terapie. Sono semplicemente un vademecum dello “star bene”.</p>
<h2>Un esempio clinico: quando il consiglio sostituisce la comprensione</h2>
<p>Un paziente una volta è arrivato dopo una terapia di questo tipo e mi ha detto: “Dottore avevo fatto una terapia e quello che è successo è stato questo: sono andato dal terapeuta e alla fine mi sono reso conto che sostanzialmente mi diceva: Hai l’ansia? Il consiglio era: supera l’ansia”.</p>
<p>Poi il consiglio si declinava nei vari “fai questo, fai quell’altro”, ma il mero esercizio, senza sapere se quell’esercizio ha senso per quella persona, senza sapere se quella strategia ha senso per quella persona, è inevitabilmente un errore, una perdita di tempo. È uno sparare nel mucchio, perché non sa che cosa possa essere effettivamente efficace.</p>
<p>E se mai davvero fosse efficace sicuramente in parte è fortuna ma soprattutto quella persona resterà schiava di quella strategia e non padrona della stessa.</p>
<h2>Conclusione: prima comprendere il problema, poi intervenire</h2>
<p> E&#8217; molto importante comprendere che le terapie devono lavorare sul “cosa” prima e sul “come” e non esclusivamente sul “come”.</p>
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		<title>Quattro aspetti fondamentali della psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/quattro-aspetti-fondamentali-della-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 07:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi è stato chiesto più volte recentemente di fare un video sulle dinamiche presenti all&#8217;interno della stanza di terapia e su come funziona la terapia, su quali possono essere i capisaldi di una terapia, cosa determina l&#8217;efficacia di una terapia, eccetera. Gli anni trascorsi “sulla sedia del terapeuta” hanno ovviamente cambiato il mio pensiero e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi è stato chiesto più volte recentemente di fare un video sulle dinamiche presenti all&#8217;interno della stanza di terapia e su come funziona la terapia, su quali possono essere i capisaldi di una terapia, cosa determina l&#8217;efficacia di una terapia, eccetera.</p>
<p> Gli anni trascorsi “sulla sedia del terapeuta” hanno ovviamente cambiato il mio pensiero e il mio modo di approcciarmi alla professione. Questo sarà quindi una specie di riassunto, un vademecum degli aspetti fondanti che dovrebbero essere presenti sia nella mente del terapeuta sia in quella del paziente, della persona che chiede aiuto.</p>
<p>Un buon segno è già il fatto stesso che qualcuno chieda aiuto attraverso la terapia.</p>
<h2>1. La terapia non è una mera ripetizione del passato</h2>
<p>La terapia non consiste nel ricondurre tutta la propria infanzia, la relazione con la mamma o il papà o esperienze traumatiche vissute da bambini. Il passato viene considerato in terapia come memoria storica per capire il presente. Non si fa la cronistoria della propria vita: ci si parte dalla domanda che il paziente porta, si va nel passato per comprendere i meccanismi sottostanti al problema che la persona vive e, da lì, si utilizza la comprensione del presente per trasformare il futuro. In sintesi: il passato conta in funzione della comprensione del presente e della costruzione del futuro, non come fine a sé stesso.</p>
<h2>2. La terapia è una scienza basata sulla parola</h2>
<p>La parola è lo strumento principale della terapia, ma non tutte le parole sono uguali. La terapia utilizza le parole in modo mirato: domande aperte più che affermazioni, perché attraverso le domande si apre il pensiero e si permette la trasformazione. Non si tratta di chiacchiere o conversazioni generiche: la parola in terapia ha una funzione precisa e metodica.</p>
<h2>3. La responsabilità del paziente</h2>
<p>Il terapeuta non può accettare la delega da parte del paziente. Il paziente è responsabile del percorso che intraprende all’interno della stanza di terapia. Il terapeuta guida, sostiene e accompagna, ma il cambiamento richiede impegno e assunzione di responsabilità da parte del paziente. Non ci si può aspettare che il terapeuta “risolva” magicamente i problemi: il successo del percorso terapeutico dipende dall’impegno reciproco, di paziente e terapeuta.</p>
<h2>4. L’efficacia della terapia non dipende dall’orientamento teorico</h2>
<p>Non è l’orientamento del terapeuta a determinare l’efficacia della terapia, ma la capacità di instaurare una relazione terapeutica efficace. La relazione tra terapeuta e paziente è ciò che genera la trasformazione. L’orientamento teorico è uno strumento, come le scarpe di un calciatore o la racchetta di un tennista: serve per esprimersi al meglio, ma non determina da solo il risultato.</p>
<p>Queste sono le principali considerazioni che mi sono venute a mente. Credo siano rappresentative di cosa sia giusto aspettarsi in terapia, sia dal lato del terapeuta sia dal lato del paziente, e del tipo di mentalità con cui approcciarsi a questo percorso.</p>
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		<title>Come capire se serve fare psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/come-capire-se-serve-fare-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 10:06:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dottore, non sono sicuro di aver bisogno di una terapia, non sono sicuro che il mio problema sia sufficientemente grave e non sono neanche sicuro che possa essere risolto attraverso un percorso psicoterapeutico. Questa è una domanda che, ovviamente, tutti si fanno nel momento in cui decidono di intraprendere un percorso. Magari non così esplicitamente, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dottore, non sono sicuro di aver bisogno di una terapia, non sono sicuro che il mio problema sia sufficientemente grave e non sono neanche sicuro che possa essere risolto attraverso un percorso psicoterapeutico. Questa è una domanda che, ovviamente, tutti si fanno nel momento in cui decidono di intraprendere un percorso. Magari non così esplicitamente, ma è chiaro che, a fronte della percezione di un disagio — che può essere esistenziale, emotivo o legato a una sintomatologia — la persona si chiede: <em>qual è il problema?</em> e <em>quali possono essere le soluzioni?</em></p>
<h2>Quando ci si chiede se iniziare una terapia psicologica</h2>
<p>La terapia, la psicoterapia, può essere una soluzione? La risposta, alcune volte, non c’è. O meglio: non è chiara nella mente della persona. La risposta è <strong>potrebbe</strong>. La terapia potrebbe aiutarmi? Probabilmente sì, probabilmente no. Non c’è chiarezza sul fatto che la terapia possa essere davvero una via percorribile per risolvere il proprio problema.</p>
<h2>Il primo passo: la telefonata al terapeuta e l’incertezza</h2>
<p> Il primo passo è quello di effettuare una telefonata nella quale si esprimono, più o meno, i dubbi che ho elencato all’inizio di questo testo. Che cosa fare?</p>
<h2>La risposta iniziale del terapeuta: «Non lo so»</h2>
<p>Facendo una piccola premessa: a questo tipo di affermazioni, la risposta che solitamente do — ed è sempre vera — è: <strong>non lo so</strong>. Non so nemmeno io, al momento della chiamata, se la persona abbia effettivamente bisogno di una psicoterapia.</p>
<h3>Quando è evidente che serve un percorso psicoterapeutico</h3>
<p>Naturalmente a volte è più facile presumere che una persona necessiti di un percorso terapeutico. Se qualcuno mi chiama dicendo <em>«da tre mesi ho attacchi di panico quotidiani»</em>, è plausibile ipotizzare che la terapia possa essere una strada utile. In altri casi, quando il problema è più esistenziale o più sfumato, anche io non posso sapere con certezza se la terapia sia la strada giusta.</p>
<h2>Perché si inizia sempre con una fase di consultazione</h2>
<p>Ed è <strong>per questo</strong> che si parte sempre con una fase di consultazione. Non funziona così: la persona chiama, espone il disagio e il terapeuta inizia subito a fare terapia. Prima ci si incontra: tre o quattro incontri al massimo, dedicati alla consultazione, che servono a definire qual è il problema e quale tipo di lavoro potrebbe essere utile.</p>
<h2>Cosa accade nei primi colloqui di consultazione</h2>
<p>Durante questa fase, terapeuta e paziente lavorano per:</p>
<ul>
<li>comprendere in modo chiaro la difficoltà portata,</li>
<li>capire come questa si inserisca nel contesto di vita della persona,</li>
<li>individuare collegamenti tra sintomi evidenti e radici meno visibili.</li>
</ul>
<p>Un po’ come nel corpo: un dolore lombare può ripercuotersi sul collo e viceversa. Allo stesso modo, a volte esiste un sintomo evidente che però ha cause e connessioni psicologiche non immediatamente riconoscibili.</p>
<h2>La consultazione come strumento diagnostico e guida</h2>
<p>La consultazione serve proprio a <em>unire i puntini</em>: a definire il problema, a individuare i fattori coinvolti, a comprendere quali siano le possibili strade da percorrere. Solo <strong>nella restituzione finale</strong>, dopo questi incontri, si può rispondere davvero alla domanda: <strong>ho bisogno di terapia oppure no?</strong></p>
<h3>Quando la consultazione è sufficiente senza terapia</h3>
<p>A volte la consultazione è sufficiente da sola: non serve una terapia, ma una consulenza mirata. Altre volte, invece, è proprio durante la consultazione che emerge la necessità di intraprendere un percorso psicoterapeutico.</p>
<h2>Come si decide se iniziare o meno una psicoterapia</h2>
<p>Perciò, quando una persona mi telefona, non posso sapere se avrà bisogno di terapia. Ma so con certezza che ha bisogno di una <strong>consultazione iniziale</strong>. E da lì si decide insieme come procedere.</p>
<p>È fondamentale arrivare alla fine della consultazione con una risposta chiara: <strong>perché il problema è emerso, quali fattori lo influenzano, quali sono le vie percorribili per affrontarlo.</strong></p>
<h2>Esiti possibili di una consultazione psicologica</h2>
<ul>
<li>La consultazione chiarisce il problema e si conclude con consigli pratici.</li>
<li>La consultazione indica che è utile intraprendere una psicoterapia continuativa.</li>
<li>La consultazione porta alla valutazione di interventi integrati o multidisciplinari.</li>
</ul>
<h2>Risposta finale alla domanda principale</h2>
<p>Una buona consultazione — che può diventare l’inizio di una terapia o concludersi come intervento sufficiente — è ciò che permette di rispondere realmente alla domanda:</p>
<p><strong>«Dottore, la terapia è lo strumento giusto per il mio problema?»</strong></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Come far fallire una psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/come-far-fallire-una-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 07:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sovente ricevo telefonate da persone che chiedono un aiuto perché stanno affrontando una fatica nella propria vita: questa può essere un sintomo, un problema esistenziale o la necessità, ad esempio, di prendere una decisione per orientare il proprio futuro. Quando il rapporto terapeutico parte con il piede giusto In alcuni casi c’è l’approccio corretto: si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sovente ricevo telefonate da persone che chiedono un aiuto perché stanno affrontando una fatica nella propria vita: questa può essere un sintomo, un problema esistenziale o la necessità, ad esempio, di prendere una decisione per orientare il proprio futuro.</p>
<h3>Quando il rapporto terapeutico parte con il piede giusto</h3>
<p>In alcuni casi c’è l’approccio corretto: si innesca con una certa facilità quel sistema fiduciario per cui la persona riconosce nel professionista un consulente che può aiutarla in questo percorso evolutivo.</p>
<h3>Resistenza al cambiamento e difficoltà nell’avvio del rapporto fiduciario</h3>
<p>In altri casi, nonostante si percepisca genuinamente la voglia di cambiare e il bisogno di mettersi in gioco, emerge anche una resistenza che rende più complicato questo processo fiduciario.</p>
<h3>La psicoterapia non richiede fiducia cieca</h3>
<p>Attenzione: non vuol dire che ogni persona che si rivolge a un terapeuta debba fidarsi ciecamente. La psicoterapia non è questo. Serve a sviluppare un pensiero critico e, all’interno di una relazione dialogica, affrontare le criticità. È assolutamente legittimo che la persona abbia domande, opinioni o richieste di confronto.</p>
<h3>Quando le richieste diventano diktat e bloccano la relazione terapeutica</h3>
<p>Le richieste non dovrebbero mai trasformarsi in imposizioni, soprattutto nelle fasi iniziali — al primo colloquio o alla prima telefonata conoscitiva. Da un lato ci sono persone che si affidano con fiducia, dall’altro persone che partono con difese legittime ma troppo rigide, rischiando di ostacolare il rapporto terapeutico stesso.</p>
<h3>Chi sceglie il terapeuta ma vuole anche dettare la terapia</h3>
<p>Capita che chi chiama chieda informazioni sul curriculum del terapeuta e sulla sua esperienza specifica — cosa legittima — ma poi arrivi anche a stabilire il tipo di terapia, l’approccio e le strategie che dovrebbero essere utilizzate.</p>
<h3>Perché un terapeuta non può (e non deve) eseguire pedissequamente le richieste del paziente</h3>
<p>Il terapeuta deve comprendere la motivazione dietro richieste così specifiche, rispondendo senza però accettare in modo acritico. Se si limita a fare ciò che il paziente chiede, rischia di diventare inefficace: il paziente ha già provato quelle strategie in autonomia senza successo, motivo per cui cerca aiuto.</p>
<h3>Il rischio del “collasso terapeutico”</h3>
<p>Se il terapeuta si adegua completamente alle richieste del paziente, all’inizio potrebbe apparire accogliente, ma nel lungo termine si troverà bloccato. La terapia richiede libertà di movimento per essere efficace.</p>
<h3>La terapia come “balletto” tra paziente e terapeuta</h3>
<p>La relazione terapeutica è una danza: insieme si definiscono criticità, obiettivi e strategie. Se una delle due parti collassa sull’altra, si apre la strada all’insuccesso.</p>
<h3>Perché il paziente a volte impone il metodo: paura e delega</h3>
<p>Spesso dietro richieste rigide c’è la delega della responsabilità: “Faccio tutto quello che dico io, così se fallisce non è colpa mia”. Ma il più delle volte è la paura — del cambiamento o addirittura del successo del cambiamento.</p>
<h3>Chi non vuole davvero cambiare vs chi ne è spaventato</h3>
<p>Alcuni non vogliono davvero cambiare e cercano solo una giustificazione per dire di averci provato. Altri vogliono cambiare davvero ma temono le conseguenze: “E se poi la mia vita cambia davvero, sarò in grado di sostenerlo?”.</p>
<h3>Come evitare l’autosabotaggio della terapia</h3>
<p>Il terapeuta non deve rifiutare automaticamente le richieste del paziente, ma deve trasformarle in oggetto di riflessione condivisa. Il paziente, dal canto suo, deve rimanere possibilista e sospendere temporaneamente il giudizio sul terapeuta, così come il terapeuta sospende il proprio.</p>
<h3>Conclusione: fiducia, dialogo e responsabilità condivisa</h3>
<p>Solo così ci si dà davvero l’opportunità di fidarsi, di lavorare insieme e di cavalcare il cambiamento.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Autosabotaggio in psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/autosabotaggio-in-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 09:59:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo di autosabotaggio e, in particolare, di autosabotaggio della terapia: tutte quelle motivazioni che il paziente porta a sé stesso, e talvolta anche al terapeuta quando le manifesta apertamente, che di fatto lo portano a interrompere o comunque a non poter godere appieno dell&#8217;efficacia della terapia. Ci sono molte persone che, nonostante vivano un problema [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo di autosabotaggio e, in particolare, di autosabotaggio della terapia: tutte quelle motivazioni che il paziente porta a sé stesso, e talvolta anche al terapeuta quando le manifesta apertamente, che di fatto lo portano a interrompere o comunque a non poter godere appieno dell&#8217;efficacia della terapia.</p>
<p>Ci sono molte persone che, nonostante vivano un problema e si rendano conto del bisogno che hanno di provare a risolverlo — quindi potenzialmente del bisogno di terapia (la terapia è sempre una delle vie possibili, non è mai l&#8217;unica o l&#8217;esclusiva) — si pongono in una maniera tale per cui di fatto non possono godere dei vantaggi del fare terapia. Quindi non fanno mai effettivamente terapia fino a che non trovano una via di uscita, uno “svincolo”: una possibilità per abbandonare o interrompere — come si usa dire in gergo tecnico “droppare” — la terapia, con un motivo piuttosto che con un altro.</p>
<h3>Le motivazioni più frequenti per interrompere la terapia</h3>
<p>Questi motivi tendenzialmente sono sempre ascritti al terapeuta, alle caratteristiche del terapeuta o ad alcune caratteristiche tipiche della terapia stessa. Eccone alcune tra le più frequenti:</p>
<h4>“La terapia costa troppo”</h4>
<p>La percezione del costo è personale, ma la domanda chiave è: costa troppo rispetto a cosa? Costa troppo rispetto a risolvere il problema? Costa meno tenersi il problema? Il costo che potenzialmente mi troverei a pagare non vale la risoluzione del problema? Cioè: il gioco vale la candela?</p>
<h4>“Gli orari del terapeuta sono scomodi”</h4>
<p>Ci possono essere aspetti oggettivi, ma spesso si scopre che il paziente può solo in orari estremamente limitati e rigidi (“solo i mercoledì dispari dei mesi pari degli anni bisestili”). In questi casi, la domanda diventa: qual è la reale motivazione alla terapia?</p>
<h4>“Lo studio è scomodo o non mi piace”</h4>
<p>Può capitare che il paziente dica “lo studio è piccolo, brutto, non c’è parcheggio”. È un motivo reale o una razionalizzazione per evitare il percorso?</p>
<h4>“Il terapeuta non è quello ‘giusto’”</h4>
<p>“È troppo giovane, troppo vecchio, troppo biondo, non usa la tecnica che voglio io.” Il terapeuta, prima accettato, improvvisamente non va più bene, senza che questo venga discusso apertamente con lui.</p>
<h3>Le scuse “di comodo” utilizzate per giustificare l’interruzione</h3>
<p>Quando un paziente decide di interrompere, spesso emergono motivazioni che suonano più o meno così:</p>
<h4>“Ho avuto spese improvvise”</h4>
<p>In questo caso, il terapeuta può valutare l’oggettività della situazione e, se necessario, proporre alternative più economiche o accessibili.</p>
<h4>“Ho impegni di lavoro, la contatto io”</h4>
<p>Viaggi di lavoro improvvisi, riunioni inaspettate… anche quando il tipo di lavoro non le prevede. Segnale di una fuga gentile.</p>
<h4>“Ho un’urgenza familiare, devo sparire per un po’”</h4>
<p>Anche qui: potrebbe essere vero. Ma se lo è davvero, varrebbe la pena capire come proseguire nonostante la difficoltà, invece che usarla come via di fuga.</p>
<h3>Come dovrebbe reagire il terapeuta?</h3>
<p>Il terapeuta può scegliere: può essere accomodante e lasciar andare, oppure può essere terapeutico fino alla fine, offrendo un’ultima occasione di trasformazione.</p>
<p>Accettare con trasparenza il fallimento della terapia e rendere esplicite le vere motivazioni sottostanti all’interruzione può essere già di per sé un atto terapeutico. Non per trattenere il paziente, ma per aiutarlo a essere onesto con sé stesso.</p>
<h3>Perché è importante esplicitare la resistenza</h3>
<p>Questo processo è utile sia al paziente — che può esprimere liberamente il proprio punto di vista — sia al terapeuta, che può ricevere un feedback prezioso per migliorare il proprio lavoro.</p>
<p>Molte persone partono con l’idea di fare un percorso, pur non essendo ancora pronte. E quando interrompono, attribuiscono la scelta a fattori esterni. È legittimo? Certo. Ma è ancora più utile riconoscere la parte interna che ha portato alla fuga.</p>
<h3>La terapia è un processo a step</h3>
<p>Anche l’inizio di una terapia è un processo. Non è detto che la prima volta sia quella giusta. Perché una terapia funzioni, bisogna essere pronti almeno in due:</p>
<ul>
<li><strong>Il paziente</strong>, che chiede aiuto.</li>
<li><strong>Il terapeuta</strong>, che lo offre e che resta terapeutico anche nel momento della rottura.</li>
</ul>
<p>Riconoscere l’autosabotaggio non significa giudicarsi, ma iniziare finalmente a guardarsi con sincerità.</p>
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		<title>“Devo fare psicoterapia?”: come inizia tutto</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/devo-fare-psicoterapia-come-inizia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 07:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo dell’inizio di ogni terapia: la famosissima fase di consultazione, che spero ormai ti esca dalle orecchie perché ho fatto tantissimi contenuti a riguardo ed è per me una parte fondamentale e fondante della terapia stessa. È anche il motivo per cui sono così legato a questo passaggio e perché insisto continuamente su di esso: [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Parliamo dell’inizio di ogni terapia: la famosissima fase di consultazione, che spero ormai ti esca dalle orecchie perché ho fatto tantissimi contenuti a riguardo ed è per me una parte fondamentale e fondante della terapia stessa. È anche il motivo per cui sono così legato a questo passaggio e perché insisto continuamente su di esso: la consultazione.</p>
<h2>Pensiero critico e terapia: un equilibrio necessario</h2>
<p>Ormai, un po’ per il tipo di società in cui viviamo – per cui siamo tutti esperti di qualcosa e tutti critici rispetto all’esperienza dell’altro – avere un’idea critica, un’idea formata su alcune cose, soprattutto quando riguardano aspetti personali, penso sia un’ottima cosa. È chiaro però che non dobbiamo eccedere: bisogna essere sufficientemente umili da riconoscere di non sapere, e quindi porsi nelle mani di un esperto.</p>
<p>Questo non significa che non ci debba essere curiosità o pensiero critico. Qualche tempo fa, penso alle generazioni dei miei genitori o dei miei nonni: in un qualunque paese esistevano tre istituzioni riconosciute, il sindaco, il medico e il prete. Oggi queste istituzioni contano meno, e capita che, ad esempio, alcune persone rompano immediatamente i confini già al telefono, senza il giusto rispetto. Questo non è auspicabile.</p>
<p>Dall’altro lato, però, non esiste quasi più quella riverenza assoluta verso il dottore, “quello che dice il dottore è sacro”. E forse è un bene: avere un pensiero critico, domandare, cercare di capire, è una risorsa. Di fatto il terapeuta lavora proprio sul pensiero critico, quindi incontrarlo già nella persona che chiede aiuto è un punto di forza.</p>
<h2>Le domande più comuni all’inizio di una terapia</h2>
<p>Molte volte questo pensiero critico si manifesta così:</p>
<ul>
<li>“Dottore, non so se lei possa essere la persona giusta.”</li>
<li>“Non so se io abbia davvero bisogno della terapia.”</li>
<li>“Non so se voglio fare un percorso infinito, uno di quelli sul lettino…”</li>
</ul>
<p>Da qui partono tanti stereotipi (io personalmente un lettino non l’ho mai usato), ma la persona porta comunque un pensiero e una domanda che, anche se grezzi, sono già in qualche modo formati. E questo è prezioso.</p>
<h2>Tre domande fondamentali nella fase iniziale</h2>
<p>Prendiamo, ad esempio, tre domande ricorrenti:</p>
<ol>
<li><strong>Non so se ho bisogno di terapia.</strong></li>
<li><strong>Non so se lei (o la sua équipe) è la persona giusta.</strong></li>
<li><strong>Non voglio fare un percorso infinito.</strong></li>
</ol>
<p>Domande che ogni paziente porta quando si siede per le prime volte in una stanza di terapia. E la verità è che nemmeno io ho queste risposte all’inizio.</p>
<h3>Ho bisogno di terapia?</h3>
<p>Non lo so. Se senti un bisogno e pensi che valga la pena valutare la possibilità della terapia, probabilmente sì, ma va comunque verificato.</p>
<h3>Lei è la persona giusta?</h3>
<p>Lo capiremo insieme: io valuto se questo problema è un ambito sul quale ho una competenza specifica; tu capisci, in termini relazionali e procedurali, se sono il terapeuta che può aiutarti.</p>
<h3>Il percorso sarà infinito?</h3>
<p>Non lo so. Sarà lungo quanto necessario. Lo stereotipo della terapia infinita non corrisponde alla realtà: durante la consultazione possiamo chiarire gli obiettivi e stimare tempi e modalità.</p>
<h2>Cos’è la fase di consultazione</h2>
<p>Ed è proprio qui che entra in gioco la fase di consultazione: quei famosissimi 3-4 incontri che sono già di fatto terapia, ma che hanno un tempo limitato, concordato ed esplicitato. Servono per comprendere:</p>
<ul>
<li>dove stanno i problemi,</li>
<li>quali sono le cause che li hanno originati,</li>
<li>quali fattori li mantengono,</li>
<li>cosa può essere fatto per risolverli.</li>
</ul>
<p>Al termine, nel momento della restituzione, il terapeuta “unisce i puntini”: prende i diversi elementi che determinano la difficoltà, li riorganizza e li restituisce alla persona sotto forma di una mappa chiara e comprensibile. Una mappa che mostra criticità, vincoli, risorse e soprattutto le vie percorribili per affrontarle.</p>
<h2>Risposte attraverso la consultazione</h2>
<p>È così che arrivano le risposte:</p>
<ol>
<li><strong>Ho bisogno di terapia?</strong> Lo scopriamo durante la consultazione.</li>
<li><strong>È la persona giusta?</strong> Lo capiamo entrambi nel percorso di questi incontri.</li>
<li><strong>Sarà infinito?</strong> Lo definiamo con obiettivi e pianificazione.</li>
</ol>
<h2>Il rispetto reciproco come base della relazione terapeutica</h2>
<p>In sintesi: bene la critica, bene il pensiero critico, ma giocato sempre con rispetto reciproco. Umiltà dal lato del paziente – sapere di non sapere tutto – e umiltà dal lato del terapeuta – sapere di non avere tutte le risposte, ma di poterle costruire insieme.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>La consultazione è dunque la fase iniziale, indispensabile, che serve a rispondere a queste domande e a strutturare il percorso terapeutico.</p>
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		<title>“Dottore mi deve risolvere questo problema”: dinamiche di psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/dottore-mi-deve-risolvere-questo-problema-dinamiche-di-psicoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 08:45:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, mi deve risolvere questo problema.&#8221; Un attimo, attenzione: mettiamo subito delle cose in chiaro. Delegare a un terapeuta la soluzione del proprio problema è il modo perfetto per non risolverlo, perché ci sono almeno due livelli di implicazioni diversi che riguardano – indovina un po’ – due persone diverse: la persona che chiede aiuto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, mi deve risolvere questo problema.&#8221;<br />
Un attimo, attenzione: mettiamo subito delle cose in chiaro. Delegare a un terapeuta la soluzione del proprio problema è il modo perfetto per non risolverlo, perché ci sono almeno due livelli di implicazioni diversi che riguardano – indovina un po’ – due persone diverse: la persona che chiede aiuto e il terapeuta che cerca di offrirlo.</p>
<h2>La natura della delega e il principio della terapia</h2>
<p>Provo a spiegarmi meglio. Delegare la soluzione della propria difficoltà a un altro, a parte il fatto che è contro il principio stesso del percorso di terapia, non è efficace. La terapia punta a dare alla persona una consapevolezza e una completezza rispetto alla propria “cassetta degli attrezzi” personale, tale da renderla autonoma. Non consiste, quindi, nel sostituirsi alla persona – al paziente – nel risolvere il suo problema e poi restituirgli la macchina riparata. Lo psicoterapeuta non fa il meccanico, ma aiuta la persona a diventare sufficientemente capace di “ripararsi da sola l’auto”.</p>
<h2>Metafora educativa: insegnare a pescare</h2>
<p>È un po’ una metafora che ricorda una frase ascoltata durante un seminario, che mi colpì molto: la vera capacità di un genitore è insegnare ai figli a pescare, non mettere il pesce sul tavolo. Se vogliamo, questo è un principio educativo importante, che si applica bene anche al tema della psicologia. In genere le persone affrontano un percorso terapeutico perché vivono un problema, devono attraversare una situazione o un periodo complicato. Anche qui, il terapeuta deve insegnare alla persona a pescare, non fornirle direttamente il cibo. Deve aiutarla a possedere una cassetta degli attrezzi sufficientemente completa e a saperla utilizzare a dovere, non sostituirsi a lei nel “riparare l’auto”.</p>
<h2>Perché la delega danneggia l&#8217;autonomia</h2>
<p>Questo è il primo punto. Il secondo riguarda la persona che delega: chi lo fa non diventerà mai davvero autonomo, perché nella vita ci saranno sempre nuove difficoltà, altre sfide e crisi. Se pensa che la soluzione passi sempre attraverso la delega a qualcun altro, resterà sempre dipendente da altri e non sarà mai padrona della propria vita. Da un lato, è rassicurante trovare qualcuno a cui affidare il problema; dall’altro, però, questo atteggiamento nel lungo termine genera dipendenza da qualcuno che non è sempre accessibile, disponibile o contattabile. Inoltre, lo trovo avvilente: dare a un altro la delega di risolvere un proprio problema personale e ritrovarsi la difficoltà superata, senza però capire il perché, il come e il per cosa quel cambiamento sia avvenuto. Significa scegliere di rimanere ciechi, di ignorare le ragioni del cambiamento che riguarda la propria vita e il proprio benessere.</p>
<h2>Quando &#8220;aiutare&#8221; diventa sostituirsi: il ruolo del terapeuta</h2>
<p>Quindi, la persona che arriva in terapia dovrebbe stare attenta a non delegare. Ovviamente non bisogna attaccarsi troppo alle parole: dire “ho questo problema, mi aiuti a risolverlo” non significa necessariamente che la persona stia delegando. Ho preso questa frase come rappresentativa del concetto di delega. Nelle sedute, infatti, le sfumature emergono in modo diverso.</p>
<p>Dall’altro lato, c’è la questione che riguarda il terapeuta. Se il primo livello è la forma mentis del paziente che tende a delegare – atteggiamento comprensibile – il secondo livello è più grave: quando il terapeuta accetta questa delega. In quel caso commette due errori.</p>
<h3>Errore 1: creare aspettative errate</h3>
<p>Primo: restituisce alla persona delle aspettative errate rispetto al percorso terapeutico, perché collassa sull’aspettativa di delega del paziente e, in un certo senso, comunica che la terapia faccia qualcosa che in realtà non fa. Questo è sbagliato, deontologicamente e clinicamente.</p>
<h3>Errore 2: diventare perentorio e sostitutivo</h3>
<p>Secondo: accettando il ruolo di “risolutore”, il terapeuta rischia di spostarsi sul versante della perentorietà del consiglio, dicendo al paziente cosa deve fare, senza aiutarlo a scegliere in autonomia i propri cambiamenti e decisioni.</p>
<p>Se il terapeuta accetta la delega, cammina il percorso del paziente al posto suo, compie le scelte al posto suo, imponendo un sistema di valori che, seppur presentato come in linea con quelli del paziente, in realtà appartiene a lui stesso. In questo modo dà consigli, ma non fa terapia. O, peggio, diventa perentorio, mettendo il paziente all’angolo, forzandolo a una presa di decisione che magari è anche giusta a livello razionale – lo sa il terapeuta, lo sa anche il paziente – ma che il paziente non riesce ad applicare, altrimenti non avrebbe sentito il bisogno della terapia.</p>
<h2>Conseguenze cliniche della delega</h2>
<p>Così facendo, si crea un rischio enorme: il paziente, prima o poi, aprirà gli occhi e si renderà conto non solo di non essere felice e di aver delegato al terapeuta, ma anche che quest’ultimo ha sbagliato nell’accettare la delega e, peggio ancora, nell’aver creduto di poter decidere al posto suo. Il risultato? Una relazione irrigidita, un problema potenzialmente cronicizzato e radicato ancora più a fondo, con una riduzione progressiva del senso di “agency” del paziente, cioè della consapevolezza della propria capacità di affrontare i problemi.</p>
<h2>I tre motivi per cui la delega è rischiosa</h2>
<ol>
<li>Il paziente deve imparare a utilizzare la propria cassetta degli attrezzi da solo.</li>
<li>Il terapeuta, se accetta la delega, smette di fare terapia e diventa un semplice consigliere.</li>
<li>Il rischio è quello di irrigidire la relazione e indebolire ulteriormente la capacità del paziente di affrontare in autonomia i propri problemi.</li>
</ol>
<h2>Ruolo corretto e valore dell&#8217;intervento terapeutico</h2>
<p>L’aiuto del terapeuta è fondamentale, certo: può offrire un attrezzo nuovo, una strategia diversa o aiutare la persona a riscoprire risorse dimenticate. Ma il punto centrale resta lo stesso: non può, e non deve, sostituirsi alla persona nel compiere le scelte della sua vita.</p>
<h2>Conclusione</h2>
<p>In sintesi, la terapia efficiente mira a potenziare l’autonomia del paziente, fornendo strumenti, prospettive e sostegno, senza assumere il ruolo di risolutore unico. Solo così la persona può diventare padrona delle proprie scelte e affrontare future sfide senza dipendere costantemente da altri.</p>
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		<title>Studiare psicologia conviene?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/studiare-psicologia-conviene/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Sep 2025 07:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo di psicologia e di studiare psicologia. Ho fatto numerosi contenuti negli anni, ormai la maggioranza di questi è rivolta a un tema specifico, o meglio, ad aiutare persone che si trovano ad affrontare una specifica difficoltà. Altri riguardano alcuni tecnicismi, con le modalità operative, il positioning del terapeuta e quindi sul come funziona la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo di psicologia e di studiare psicologia. Ho fatto numerosi contenuti negli anni, ormai la maggioranza di questi è rivolta a un tema specifico, o meglio, ad aiutare persone che si trovano ad affrontare una specifica difficoltà. </p>
<p>Altri riguardano alcuni tecnicismi, con le modalità operative, il positioning del terapeuta e quindi sul come funziona la terapia, come funziona la pratica all’interno della stanza e della terapia. Pochissimi sono rivolti a persone magari interessate al mio percorso di studi, alle mie esperienze di studiare psicologia, poi potrebbero esserci eventuali sbocchi futuri, eccetera.</p>
<h2>Perché gli studenti chiedono se conviene studiare psicologia</h2>
<p>Molti studenti mi stanno chiedendo: “Ma studiare psicologia conviene, dottore? È il momento di scelta, è una cosa buona, è una cosa giusta, mi porta verso il futuro che desidero?” E, visto che sto ricevendo diversi di questi messaggi, anche da persone che magari hanno iniziato psicologia e poi mi chiamano o mi scrivono dicendo “ne sono in questa fase, sono in uno stallo, ho bisogno di qualche consiglio”, ho deciso di fare un video in cui proviamo a rispondere alla domanda: vale la pena studiare psicologia?</p>
<p>Chiaro che sono di parte: faccio lo psicologo e faccio anche lo psicoterapeuta. Però penso ci siano alcune riflessioni sulle quali posso portare il mio contributo. Molto spesso, infatti, la domanda esplicita o implicita che questi messaggi contengono è proprio: “Studiare psicologia conviene? È una buona idea?”</p>
<h2>Studiare psicologia conviene: conviene a chi?</h2>
<p>Sotto questa domanda c’è un mondo. Quando mi sento dire “studiare psicologia è una buona idea, conviene”, la prima cosa che mi viene in mente è un’altra domanda: conviene a chi? Conviene per chi? È una buona idea per chi? Conviene rispetto ai tuoi interessi, ai tuoi valori, all’idea che hai tu di te stesso o di te stessa? Conviene rispetto alle aspettative che gli altri hanno? Oppure rispetto agli sbocchi lavorativi futuri, tradotto: la possibilità di essere soddisfatti lavorativamente parlando, anche economicamente?</p>
<p>Chiaro che la scelta perfetta, quella che sulla carta regge su ogni singolo argomento e su ogni singola motivazione, di fatto non esiste. È impossibile trovare un livello di soddisfazione al cento per cento su ciascuno di questi temi se non ci si dedica anima e corpo nel far sì che questi tempi arrivino effettivamente a una piena soddisfazione totale.</p>
<h2>Le risposte alle domande sul futuro professionale</h2>
<p>Molto spesso le risposte a queste domande non ce l’ha nessuno. Tutte le riflessioni e valutazioni — a parte quella del “è il tuo ambito di interesse” — legate a: che futuro sarà, quali sbocchi lavorativi avrò, quando potrò guadagnare, non le ha nessuno. Chi le possiede le ha tratte dallo storico, ma attualmente siamo in una situazione di cambiamento enorme, di trasformazione sia valoriale che societaria, che prevede sempre una nuova riorganizzazione e uno stravolgimento di ciò che fino a poco tempo prima era considerato normale o stabile.</p>
<h2>L’evoluzione della psicologia come disciplina</h2>
<p>Fino a qualche tempo fa la psicologia era vista esclusivamente come intervento clinico, rivolta a persone che vivevano una difficoltà o un disagio. Progressivamente, questa cosa si è evoluta: è nata la psicologia sportiva, la psicologia del benessere, la psicologia giuridica… sono emerse tante declinazioni diverse che permettono diversi ambiti di intervento, e la maggior parte non sono ancora stati esplorati o strutturati.</p>
<p>Una ricerca recente dell’Ordine degli Psicologi ha mostrato che il principale ambito di intervento in termini di richieste di lavoro e remunerazione avviene oggi nell’ambito digitale, comunicazione e marketing, e non in quello clinico. Quindi, la risposta alla domanda “vale la pena studiare psicologia?” è: sì, se i tuoi interessi riguardano la psicologia. Tutto il resto, come gli sbocchi lavorativi futuri, è incerto e nessuno può dare garanzie.</p>
<h2>L’importanza dell’orientamento personale e della passione</h2>
<p>Puoi guardare lo storico, gli stipendi medi, l’ambito di applicazione di professionisti di successo, ma la realtà è che tutti gli ambiti sono semplici e complessi allo stesso tempo. Si tratta di capire qual è l’approccio che vuoi usare nello svolgere la professione, se sei disposto a impegnarti, a sperimentare, innovare e muoverti verso la novità.</p>
<h2>Scrivere la propria storia nella psicologia</h2>
<p>Solo così potrai applicare una disciplina antica come la psicologia a nuovi contesti, non necessariamente clinici o psicoterapeutici. Tendenzialmente, non ci sono motivi di avere paura, non ci sono possibilità di fallimento: sceglierai di scrivere la tua storia senza ripercorrere quella di qualcun altro. Questo penso sia uno dei grandi valori di qualunque scienza o disciplina come la nostra.</p>
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		<title>Le basi della relazione terapeutica nella psicoterapia moderna</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/le-basi-della-relazione-terapeutica-nella-psicoterapia-moderna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2025 06:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo di psicoterapia e del processo terapeutico, cioè di come strutturare un intervento efficace soprattutto in funzione di come è organizzata la società attualmente, di come ci si organizza in termini di costruzione della propria realtà. La disciplina della psicoterapia, come qualunque altra disciplina, negli ultimi anni si è estremamente modificata, trasformata, mi permetto anche [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Parliamo di psicoterapia e del processo terapeutico, cioè di come strutturare un intervento efficace soprattutto in funzione di come è organizzata la società attualmente, di come ci si organizza in termini di costruzione della propria realtà. La disciplina della psicoterapia, come qualunque altra disciplina, negli ultimi anni si è estremamente modificata, trasformata, mi permetto anche di dire evoluta.</p>
<h2>Cambiamenti nella società moderna e loro impatto sulla psicoterapia</h2>
<p>Uno degli aspetti principali della società moderna è che si sono rotte molte barriere formali. Tempo fa c’era un’idea dogmatica di riverenza e di rispetto nei confronti dell’altro, soprattutto di chi ricopriva una posizione “alta” all’interno della relazione. Questo era vero con il capo al lavoro, con il medico di base, con lo psicologo o lo psicoterapeuta, e in generale con qualunque figura istituzionale.</p>
<p>Oggi questa modalità è cambiata: c’è sicuramente un approccio relazionale più paritario. Questo spesso viene percepito come un limite all’interno della stanza di terapia, anche se io non sono particolarmente d’accordo. Anzi, può essere trasformato in una risorsa importante. Inoltre, oggi c’è un atteggiamento più critico ma al tempo stesso più partecipe: la persona che richiede un servizio desidera essere protagonista del servizio stesso.</p>
<h2>Dal rispetto formale all’autorevolezza del terapeuta</h2>
<p>Se prima lo psicoterapeuta o l’esperto veniva visto come una figura alla quale portare rispetto, con un atteggiamento formale, oggi il rispetto non manca, ma è qualcosa da conquistare. Per il terapeuta questo significa puntare sull’autorevolezza più che sull’autorità. L’autorità, infatti, conta sempre meno: i certificati appesi alle pareti non impressionano più nessuno. L’autorevolezza, invece, diventa uno degli elementi chiave di efficacia di un percorso di terapia.</p>
<h2>Il nuovo ruolo del paziente nel processo terapeutico</h2>
<p>La persona che chiede aiuto allo psicoterapeuta oggi vuole portare il proprio contributo ed essere protagonista del percorso, assumendo un ruolo attivo. Ho circa dodici anni di esperienza in questo mestiere e ho visto chiaramente questa differenza con il passato.</p>
<p>In concreto, accade che le persone arrivino e dicano: “Dottore, ho questo problema, mi aiuti a risolverlo o ad affrontarlo.” Ma oltre a questo, richiedono — ed è giusto che lo facciano, soprattutto se il terapeuta non si sente minacciato — chiarezza. Vogliono che vengano esplicitati e condivisi non solo gli aspetti pratici del lavoro, ma anche la struttura sottostante.</p>
<h2>Chiarezza e trasparenza come elementi fondamentali</h2>
<p>Oggi, per esempio, non si accetta più l’indefinitezza del percorso: molti chiedono quanti incontri serviranno, con quale frequenza ci si dovrà vedere, perché sia stata scelta una tecnica piuttosto che un’altra, quali obiettivi ci si pone. Tutte domande che, se usate bene dal terapeuta, diventano strumenti preziosi per instaurare una relazione sana ed efficace.</p>
<p>Non ci si può più nascondere dietro al titolo e pensare di avere “in testa” il percorso senza condividerlo. È necessario spiegare chiaramente alla persona cosa si sta facendo, dove si vuole arrivare, con quali modalità e in quali tempi — ovviamente indicativi — ci si può aspettare di affrontare il problema.</p>
<h2>Benefici della condivisione del processo terapeutico</h2>
<p>Queste dinamiche, se esplicitate, hanno due effetti importanti:</p>
<ul>
<li>rendono la persona protagonista del proprio lavoro e partecipe non solo nella cura, ma anche nella definizione del processo;</li>
<li>permettono lo sviluppo dell’autorevolezza necessaria per instaurare un clima di fiducia e rispetto reciproco.</li>
</ul>
<p>Un tempo questo clima era dato per scontato, bastavano le targhe sulle pareti o il camice. Oggi invece è qualcosa da costruire e, secondo me, rappresenta un cambiamento di paradigma enorme e importantissimo in tutti i servizi, e a maggior ragione in psicoterapia.</p>
<h2>Consigli pratici per pazienti e terapeuti</h2>
<p>Se sei un paziente, sentiti legittimato a fare domande di questo tipo: è fondamentale che tu ottenga risposte chiare. Se sei un terapeuta, non sentirti minacciato, ma guarda al valore e all’opportunità che queste domande portano nel processo terapeutico: sono occasioni d’oro per lavorare sulla relazione, che — come dico sempre — è ciò che determina davvero l’efficacia dell’intervento.</p>
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		<item>
		<title>Psicoterapia: linguaggio, ironia e metafore</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/psicoterapia-linguaggio-ironia-e-metafore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 06:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://matteoradavelli.it/?p=7006</guid>

					<description><![CDATA[<p>Parliamo di due strumenti della psicoterapia. Molto spesso infatti viene detto: “Ah sì, dottore, ma mi faccia capire: la psicoterapia si basa sulla parola, parliamo e basta, o mi dà qualcosa di concreto da fare?”. Di fatto sì, parliamo e basta, ma allo stesso tempo non è solo così. La parola è uno strumento, un [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo di due strumenti della psicoterapia. Molto spesso infatti viene detto: “Ah sì, dottore, ma mi faccia capire: la psicoterapia si basa sulla parola, parliamo e basta, o mi dà qualcosa di concreto da fare?”.</p>
<p>Di fatto sì, parliamo e basta, ma allo stesso tempo non è solo così. La parola è uno strumento, un mezzo che in psicoterapia viene utilizzato da un lato per comprendere e dall’altro per trasformare.</p>
<h2>Il ruolo della parola in psicoterapia</h2>
<p>Si dice spesso che la psicoterapia non riguardi il passato, e in realtà non è proprio così: essa va nel passato per cercare di comprendere le ragioni del problema presente, ma poi si concentra sul presente e sul futuro, in modo tale da rendere la persona autonoma e potente nelle decisioni sulla propria vita.</p>
<p>Quindi, è vero che la terapia è basata sulla parola, ma la parola diventa un mezzo, uno strumento. È un po’ come dire: “Ma per vivere respiriamo e basta?”. Sì, di fatto respiriamo, ma vivere è un’altra cosa. Allo stesso modo, la terapia usa la parola come la vita usa il respiro: un mezzo, qualcosa che permette di dare forma e vita all’intervento psicoterapeutico.</p>
<h2>Gli strumenti della psicoterapia oltre la parola</h2>
<p>Ci sono diversi strumenti: talvolta vengono dati degli esercizi, ma spesso anche questi sono comunicati verbalmente, quindi sempre basati sulla parola; altre volte ci sono prescrizioni o riletture. Gli strumenti sono tanti.</p>
<p>Quelli che personalmente mi piace utilizzare di più sono l’ironia e le metafore. Li considero tra i più potenti della terapia.</p>
<h2>L’ironia come strumento terapeutico</h2>
<p>L’ironia, come diceva anche il padre fondatore della psicoanalisi (pur non essendo io psicoanalista), permette di dire tutto, persino la verità. Non solo: diventa un importante meccanismo di difesa, utile alla tutela e alla guarigione rispetto a un disagio psicologico, ma anche uno strumento di trasformazione. Con l’ironia infatti si riescono spesso a trasmettere concetti complicati, faticosi o pesanti, alleggerendoli e rendendoli più accessibili a chi li riceve.</p>
<p>È chiaro però che l’ironia va sempre utilizzata con cautela e in accezione positiva: non deve mai diventare derisione o sarcasmo. Quando viene usata bene, diventa un potente strumento di trasformazione. Non a caso si dice spesso che l’autoironia sia uno dei principali meccanismi di difesa: scherzare sui propri drammi permette di ridimensionarli e renderli più digeribili.</p>
<h2>La metafora in psicoterapia</h2>
<p>La metafora è un altro strumento che considero potentissimo. Permette di rappresentare con chiarezza un concetto, molto più di altre figure retoriche, come ad esempio l’iperbole. Quest’ultima esagera per dare forza a un messaggio, mentre la metafora riesce a generare un pattern: mostra come il meccanismo che si vive in un problema personale sia lo stesso che ritroviamo anche in altre dimensioni del mondo. In questo modo normalizza l’esperienza e diventa rassicurante, perché sposta l’attenzione dal problema e lo racconta in una nuova prospettiva. Così la persona può dare un nuovo significato alla propria narrazione.</p>
<h2>Un esempio concreto: la forza dell’ironia e della metafora</h2>
<p>Un aneddoto che mi ha colpito riguarda un signore pugliese che seguivo in terapia. Si trovava in grande difficoltà: aveva desiderato una situazione, ma poi questa si era complicata molto, fino a fargli dubitare della sua capacità di raggiungere l’obiettivo. Dopo mesi di lavoro, aveva iniziato a stare meglio, a vedere la luce, e non era più immerso in una fase cupa.</p>
<p>A un certo punto, in chiave ironica, mi disse (traduco dal dialetto pugliese): “Con il mare calmo sono tutti marinai”. Non è esattamente una metafora, ma questa frase racchiudeva la potenza della figura retorica e dell’ironia. Era riuscito da solo a sintetizzare mesi di fatica, pianti e dolore in poche parole, e al tempo stesso a dare a quell’esperienza un nuovo significato, con un’accezione positiva.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Questo esempio mostra bene la potenza sia dell’ironia sia della metafora (o di figure simili). Sono strumenti che ridimensionano il problema, lo rendono più comprensibile e digeribile, e permettono di applicarlo alla pratica clinica. Così la persona riesce ad avere una rappresentazione più chiara e libera dal carico emotivo, che nei disagi psicologici diventa spesso tossico.</p>
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