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	<title>Psicoterapia come funziona - Matteo Radavelli</title>
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		<title>Il terapeuta può rinunciare alla presa in carico di un paziente?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/il-terapeuta-puo-rinunciare-alla-presa-in-carico-di-un-paziente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8221; Dottore, ma uno psicoterapeuta, uno psicologo psicoterapeuta, può rifiutarsi di prendere in terapia un paziente?&#8221; Sì, assolutamente sì. E questo può essere fatto sostanzialmente per due grandi motivazioni, due categorie di motivazioni. Quando uno psicoterapeuta può rifiutare un paziente La prima ha a che fare prettamente con l&#8217;aspetto, ad esempio, professionale, quindi con l&#8217;etica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> &#8221; Dottore, ma uno psicoterapeuta, uno psicologo psicoterapeuta, può rifiutarsi di prendere in terapia un paziente?&#8221; Sì, assolutamente sì. E questo può essere fatto sostanzialmente per due grandi motivazioni, due categorie di motivazioni.</p>
<h2>Quando uno psicoterapeuta può rifiutare un paziente</h2>
<p>La prima ha a che fare prettamente con l&#8217;aspetto, ad esempio, professionale, quindi con l&#8217;etica e la deontologia della professione. Rientrano in questa tipologia di rifiuti, quindi nell&#8217;impossibilità di procedere con un percorso di terapia, tutte quelle situazioni in cui ci sono dei vincoli etici e deontologici.</p>
<h3>Conoscenza diretta o indiretta del paziente</h3>
<p>Ad esempio, per una conoscenza diretta o indiretta della persona. Mi capita, ad esempio, di ricevere telefonate da conoscenti, talvolta anche da amici, che richiedono di fare terapia, ma ahimè devo rifiutare questo perché non sarei neutro, non sarei appunto neutrale nel poterli aiutare, poiché ho già un&#8217;immagine e un&#8217;idea precostituite nella testa e questo mi impedirebbe di riuscire a fare il mio lavoro per come, invece, mi viene chiesto.</p>
<p>Oppure può esserci una situazione in cui il paziente è inviato da un altro paziente già in carico, che è stato in carico al terapeuta. Ad esempio, se io ho in carico la moglie all&#8217;interno di una coppia o di una famiglia, non posso prendere in carico anche il marito, a meno che non sia una terapia di coppia, a meno che non abbia già fatto dei colloqui veramente con la moglie; altrimenti ci sarebbe ovviamente il medesimo problema.</p>
<p>Oppure non si possono prendere in carico, fratelli, sorelle, amici particolarmente intimi, partner, poiché c&#8217;è già, anche in questo caso, una conoscenza nella mia testa di questa persona, che è indiretta, cioè avviene attraverso la voce del paziente che ho in carico, in questo caso, della persona che consiglia, ad esempio, di fare la terapia con me. Sarei vincolato proprio perché non riuscirei a rispettare le norme etiche e le norme deontologiche della professione, quindi non riuscirei a essere efficace nel fare il mio mestiere.</p>
<h3>Vincoli etici e deontologici nella presa in carico</h3>
<p>Questa è la motivazione, appunto, che ho ascritto alla categoria professionale, dove ci sono motivi etici e deontologici, in cui c&#8217;è una conoscenza diretta e quindi pregressa della persona che mi impedisce di fare il mio lavoro.</p>
<p>Non posso prendere in terapia le amiche di mia moglie, per esempio, poiché loro conoscerebbero anche indirettamente delle informazioni sulla mia vita privata che nulla hanno a che fare con la terapia, o perché, ad esempio, c&#8217;è una conoscenza indiretta, quindi legata ad aver svolto o svolgere una terapia con, in questo caso, la persona inviante, che però ha un rapporto stretto con il paziente che, in questo caso, chiede aiuto.</p>
<h2>Motivi personali per cui un terapeuta può rinunciare alla terapia</h2>
<p>Esiste poi un altro tipo di categoria che ha a che fare, invece, con gli aspetti personali del terapeuta. Qui dobbiamo dividere in due le possibilità.</p>
<h3>Quando la tematica del paziente risuona con la storia personale del terapeuta</h3>
<p>Nel primo caso si ha a che fare quando il paziente porta, ad esempio, un argomento, una tematica che il terapeuta, per motivi personali, quindi per la sua storia, per le sue esperienze pregresse, non si sente di trattare, poiché sente che risuona con la sua storia, con le sue esperienze, con la sua personalità e si rende conto che non riuscirebbe a essere obiettivo nel lavoro che propone.</p>
<p>Ognuno di noi ha dei temi tabù, appunto, che sono legati alle proprie esperienze. Ci vuole, come dire, una certa onestà e intelligenza per riuscire a comunicare questo al paziente, nel dire: «Non mi sento di poter trattare questo caso per delle motivazioni che sono prettamente personali».</p>
<h3>Quando il terapeuta non ha competenze o esperienza sulla problematica</h3>
<p>La seconda possibilità, ascritta appunto a questa categoria, è quella in cui il paziente porta, ad esempio, una tematica che il terapeuta non tratta, non sia una tematica per la quale, ad esempio, non ha alcun tipo di specializzazione, non ha alcun tipo di esperienza, non si sente sufficientemente confidente nel poter essere d&#8217;aiuto, non si sente sufficientemente capace di poter trattare questo tipo di disagio, il sintomo o il problema esistenziale che la persona porta.</p>
<h2>Il terapeuta deve proporre un&#8217;alternativa quando rifiuta un paziente?</h2>
<p>In questo caso, appunto, deve rifiutare, cioè rinunciare alla terapia. Chiaro che quando un terapeuta rifiuta la terapia è sempre buona cosa proporre delle alternative. Quindi è anche compito, secondo me, del terapeuta essere capace di offrire un&#8217;alternativa, quindi accogliere la domanda che in qualche modo il paziente porta e provare a darle una risposta, se non direttamente, ad esempio, tramite l&#8217;invio a un collega.</p>
<h3>L&#8217;importanza del lavoro d&#8217;équipe tra psicoterapeuti</h3>
<p>Motivo per cui sono un grande sostenitore del lavoro d&#8217;équipe. Ad esempio, nel gruppo dove lavoro ognuno di noi ovviamente ha delle storie diverse, delle specializzazioni diverse. Quando mi rendo conto che c&#8217;è, ad esempio, un&#8217;impossibilità di questo tipo, è mia premura consigliare un altro terapeuta.</p>
<p>Ovviamente, qui poi è volontà e libertà assoluta del paziente accogliere appunto questo tipo di proposta o muoversi autonomamente verso altri terapeuti.</p>
<h2>Per quali motivi uno psicoterapeuta può rifiutare una presa in carico?</h2>
<p>Quindi, diciamo che la possibilità che un terapeuta si rifiuti di svolgere una terapia c&#8217;è eccome e può essere ascritta appunto a queste due grandi categorie: o motivi professionali, quindi che hanno a che fare con l&#8217;etica e la deontologia della professione, o motivi personali, per risonanza del problema appunto con la propria storia personale, o ad esempio perché non tratta o non si sente sufficientemente capace o in grado di trattare il problema che il paziente porta.</p>
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		<title>Lo psicologo cura tutto?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/lo-psicologo-cura-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Aug 2026 06:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Lo psicologo psicoterapeuta può curare qualsiasi problema psicologico?&#8221; Il dottore, lo psicologo cura tutto? O meglio: lo psicologo psicoterapeuta cura qualunque tipo di patologia, difficoltà o problema esistenziale che abbia natura psicologica? Domanda interessante a cui innanzitutto rispondo (anche se non si fa) attraverso un&#8217;altra domanda: un insegnante può insegnare tutto? Uno sportivo può praticare [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>&#8220;Lo psicologo psicoterapeuta può curare qualsiasi problema psicologico?&#8221;</h2>
<p>Il dottore, lo psicologo cura tutto? O meglio: lo psicologo psicoterapeuta cura qualunque tipo di patologia, difficoltà o problema esistenziale che abbia natura psicologica?</p>
<p>Domanda interessante a cui innanzitutto rispondo (anche se non si fa) attraverso un&#8217;altra domanda: un insegnante può insegnare tutto? Uno sportivo può praticare tutti gli sport? Un meccanico è in grado di aggiustare qualunque cosa?</p>
<p>Ovviamente, in linea teorica, sì: un insegnante può insegnare qualunque cosa, uno sportivo può praticare qualunque sport, un meccanico è in grado di aggiustare tutto, uno psicologo psicoterapeuta può curare qualunque tipo di disturbo di tipo psicologico. Peccato che nella realtà, nella pratica, non sia così.</p>
<h2>Perché uno psicologo deve specializzarsi</h2>
<p>Poiché un insegnante, per essere bravo, per eccellere e quindi per fare bene il suo mestiere, deve specializzarsi in una o due materie, un meccanico deve specializzarsi in alcuni tipi di motori, in alcuni tipi di macchinari, uno sportivo deve scegliere qual è il suo sport principale per poterlo praticare bene e per poter ottenere degli ottimi risultati. Allo stesso modo, uno psicologo deve essere specializzato.</p>
<p>Uno psicologo psicoterapeuta, in alcuni tipi di patologie, in alcuni tipi di difficoltà, in alcune tipologie di terapia, in alcune fasce di età e via discorrendo.</p>
<h2>La scelta degli ambiti di intervento</h2>
<p>Perché faccio questo discorso? Perché io stesso, essendo psicologo psicoterapeuta, mi sono dovuto, tempo fa ormai, approcciare alla professione e mi sono reso progressivamente conto che, per riuscire a fare bene il mio mestiere, per riuscire a essere verticale nella mia specializzazione, dovevo scegliere degli ambiti di intervento e quindi, per riuscire a fare bene alcune cose, dovevo necessariamente dire no ad altre.</p>
<p>Dovevo necessariamente accettare di non essere specializzato in altre, o meglio, per riuscire a fare bene, quindi, riuscire ad avere competenze molto specifiche, molto verticali su alcuni tipi di disturbi e patologie e tipologie di terapia, inevitabilmente dovevo mettere da parte, appunto, la volontà di curarne delle altre.</p>
<p>E quindi, mano a mano che mi arrivavano le richieste da parte dei potenziali clienti, pazienti, di persone che chiedevano aiuto, mi sono trovato nel problema etico e deontologico di dire: &#8220;Bene, però io sono esattamente la persona giusta? Sono proprio il professionista di cui hanno bisogno?&#8221;</p>
<p>E quindi ho cercato, ovviamente, la risposta. La risposta è no, non sempre, perlomeno non in tutte le patologie, non in tutte le richieste che ricevo o che ricevevo.</p>
<h2>Lavorare in équipe per offrire un aiuto specializzato</h2>
<p>E quindi ho detto: come posso affrontare questo? Come posso riuscire a offrire alle persone che si rivolgono a me un aiuto concreto, un aiuto specializzato, un aiuto necessario e utile alle loro problematiche specifiche?</p>
<p>Ho creato un&#8217;équipe, ho creato un team di professionisti in cui ognuno di noi ha delle specializzazioni diverse, poiché lo psicologo, come tutte le altre tipologie di professione, non può vivere dello stereotipo della tuttologia, cioè uno psicologo non può essere in grado di curare bene tutte le patologie.</p>
<p>Uno psicologo deve verticalizzare, deve essere capace di curare nello specifico alcuni tipi, ridotti appunto, di difficoltà, patologie, sintomi, problemi esistenziali, come sto dicendo.</p>
<p>E quindi ho creato un&#8217;équipe in cui ognuno dei suoi componenti ha una particolare specializzazione o due particolari specializzazioni.</p>
<h2>Le diverse specializzazioni in psicoterapia</h2>
<p>Questo avviene sia in termini, come dicevo, di sintomi: magari ci sono dottori che sono specializzati in tradimento, problemi sessuali, attacchi di panico, ansia, depressione, disturbi di personalità. Ce ne sono tantissime, ovviamente.</p>
<p>In alcuni tipi di terapia, ad esempio la terapia individuale, la terapia di coppia, la terapia familiare, con particolari orientamenti: il sistemico-relazionale, l&#8217;analisi transazionale, lo psicodinamico, lo psicanalitico e via discorrendo. Ovviamente ce ne sono altri.</p>
<p>E in particolari fasce d&#8217;età: l&#8217;infanzia, l&#8217;adolescenza, l&#8217;età adulta, la terza età.</p>
<h2>I vantaggi di lavorare in équipe</h2>
<p>Questo che cosa comporta? Comporta che, all&#8217;interno dell&#8217;équipe di MIND, noi riusciamo a connettere la persona con il professionista giusto.</p>
<p>Questo perché? Perché appunto riusciamo a essere verticali, ognuno di noi tratta un numero ridotto di disturbi e fa solo quello, quindi lo fa, presumibilmente, molto bene. Perché? Perché tutta la sua pratica clinica, tutta la sua esperienza clinica viene giocata proprio su un numero ridotto di patologie, di difficoltà, di disturbi, di problemi esistenziali, come ho già detto.</p>
<h3>Il supporto dell&#8217;équipe nella pratica clinica</h3>
<p>Questo è un primo vantaggio. Un secondo vantaggio del poter lavorare in équipe è sicuramente il fatto che non si gioca la terapia all&#8217;interno del rapporto uno a uno, o meglio, non solo del rapporto uno a uno, cioè paziente e terapeuta all&#8217;interno della stanza, ma paziente-équipe.</p>
<p>Ossia, il terapeuta può avere il supporto, anzi ha il supporto costante dell&#8217;équipe, sia tramite delle riunioni di intervisione e di supervisione, in cui prepara singolarmente ogni colloquio successivo che viene svolto con la persona, con qualunque paziente esso segua, mano a mano che si va avanti nella terapia.</p>
<p>Questo permette quindi di migliorare l&#8217;idea clinica, di avere un aiuto nel poter considerare magari aspetti che non si erano presi in considerazione in autonomia e di avere anche un gruppo più esteso, con cadenza mensile, di professionisti e colleghi a disposizione nell&#8217;affrontare magari un caso particolarmente complicato per il quale si vuole chiedere aiuto.</p>
<p>E quindi questa cosa permette, da una parte, di essere sicuramente precisi, costanti e puntuali nella preparazione di ogni singolo caso e, dall&#8217;altra, di godere del contributo ovviamente di altri professionisti che preparano insieme al terapeuta che conduce poi nella stanza il caso singolo, appunto la terapia con la persona che chiede aiuto, e che quindi ne migliora inevitabilmente la qualità della prestazione erogata.</p>
<h3>Un intervento terapeutico più strutturato</h3>
<p>C&#8217;è un terzo vantaggio.</p>
<p>Il terzo vantaggio è che lavorare in équipe e strutturare una metodologia di questo tipo permette di risolvere lo stereotipo che molto spesso le terapie sono fumose, indefinite, infinite.</p>
<p>Questo perché riuscire a strutturare un intervento modulare, per come viene fatto all&#8217;interno dell&#8217;équipe MINDS, permette al paziente di avere un senso di concretezza immediato, di sapere esattamente a che punto del suo percorso terapeutico si trova e di sapere quali sono gli obiettivi che la terapia si pone.</p>
<p>Questo perché strutturiamo l&#8217;intervento facendo sempre 3-4 incontri massimo, chiamati di consultazione, che hanno lo scopo di riuscire a definire il problema, capire quali sono le cause, le origini, quali sono i fattori che ne determinano non solo l&#8217;insorgenza, ma anche il mantenimento, e quindi poi che cosa deve essere fatto per poterlo affrontare.</p>
<p>In modo tale che, appunto, ripeto, il paziente abbia ben chiaro sempre in testa in che direzione si sta andando, a che punto della terapia si trova, quanti colloqui ci potrebbero ancora volere, quanto tempo potrebbe ancora volerci per risolvere il problema e via discorrendo.</p>
<h2>Quindi, lo psicologo cura tutto?</h2>
<p>Quindi, per rispondere alla domanda iniziale: uno psicologo cura tutto? Uno psicologo psicoterapeuta può curare qualunque tipo di patologia, potenzialmente sì, ma solo nella teoria.</p>
<p>Per riuscire a essere efficaci, per riuscire a essere verticali nella propria qualità, quindi nella propria capacità e nella propria competenza di erogare psicoterapia, ci si deve inevitabilmente specializzare appunto in alcune patologie, una, due, tre al massimo, in alcuni tipi di terapia, come dicevo prima, legati alla fascia d&#8217;età o alla tipologia, appunto, alla convocazione, che può essere individuale, di coppia o familiare.</p>
<p>E quindi rivolgersi a un&#8217;équipe e avere un&#8217;équipe strutturata comporta non solo il vantaggio di riuscire a individuare il professionista giusto per la persona giusta, ma anche di avere un rapporto non solo one to one, quindi paziente-terapeuta, ma one to many, paziente-équipe, e quindi permettere di strutturare un intervento modulare in cui il paziente, la persona che si rivolge a noi, ha sempre chiaro a che punto si trova del percorso terapeutico, quali sono gli obiettivi che ci si pone e quali sono i tempi necessari per poter risolvere il proprio problema.</p>
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		<title>Lo psicologo lavora da solo?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/lo-psicologo-lavora-da-solo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2026 06:00:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8221; Dottore, ma lo psicologo lavora da solo? E lo psicologo psicoterapeuta, quando svolge la propria pratica clinica, quando eroga la psicoterapia, lavora da solo?&#8221; Possiamo rispondere a questa domanda in questo modo: sì e no, nel senso che il tessuto sociale e professionale italiano è basato sull&#8217;artigianato, quindi ci sono moltissimi colleghi, non solo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8221; Dottore, ma lo psicologo lavora da solo? E lo psicologo psicoterapeuta, quando svolge la propria pratica clinica, quando eroga la psicoterapia, lavora da solo?&#8221;<br />
Possiamo rispondere a questa domanda in questo modo: sì e no, nel senso che il tessuto sociale e professionale italiano è basato sull&#8217;artigianato, quindi ci sono moltissimi colleghi, non solo ovviamente psicologi ma anche psicoterapeuti, che hanno il proprio studio, erogano appunto le proprie prestazioni, erogano la psicoterapia ai pazienti che chiedono aiuto e lo fanno anche molto bene.</p>
<h2>Psicologo e psicoterapeuta: lavorare da soli o in équipe</h2>
<p>Ci sono personaggi illustri, personaggi molto famosi all&#8217;interno del panorama non solo italiano, ma anche europeo e mondiale, che scelgono di lavorare in autonomia. Ce ne sono degli altri, invece, che scelgono di lavorare in gruppo, scelgono di lavorare in équipe. Questo perché ci possono essere dei pro e dei contro in ciascun tipo di conformazione, di struttura che si vuole dare alla professione.</p>
<p>In un precedente contenuto ho ragionato su quali potevano essere i vantaggi, lato paziente, di rivolgersi a un&#8217;équipe strutturata piuttosto che al terapeuta singolo che, più in modo artigianale, svolge in autonomia la professione all&#8217;interno del proprio studio.</p>
<p>Anche in questo caso, quindi, capite che, lato mio, dal mio punto di vista, ci sono dei vantaggi nel poter lavorare in équipe, anche dal punto di vista del terapeuta, sia in termini professionali sia in termini personali. E questi, secondo me, sono principalmente tre, o così posso riassumerli. Poi ce ne sono sicuramente degli altri, ma questi, dal mio punto di vista, sono i più evidenti.</p>
<h2>I vantaggi del lavoro in équipe per lo psicoterapeuta</h2>
<p>Il primo aspetto è che c&#8217;è la possibilità concreta di andare a migliorare la qualità della terapia, non solo per il matching, cioè la connessione tra la necessità, la richiesta, il problema che il paziente vive e la specializzazione del terapeuta, quanto per il fatto che, lavorando in équipe, c&#8217;è una possibilità di confronto e condivisione costante del terapeuta che eroga la prestazione, la psicoterapia al paziente, con i colleghi.</p>
<h3>1. Migliorare la qualità della psicoterapia attraverso il confronto</h3>
<p>Ad esempio, in MINDS strutturiamo l&#8217;intervento facendo sì che ci siano sempre almeno due terapeuti che seguono per la sua interezza ciascuna terapia: il terapeuta di riferimento, cioè colui che conduce la terapia all&#8217;interno della stanza con il paziente, che sia individuale, di coppia o familiare, e un supervisore, un intervisore, che prepara insieme al terapeuta che è appunto presente all&#8217;interno della stanza ogni singolo colloquio che verrà svolto con la persona nel processo di psicoterapia, nel percorso di terapia che appunto il terapeuta eroga in funzione della persona.</p>
<p>In più, un confronto più esteso viene fatto con una cadenza mensile, in cui il terapeuta non solo gode del supporto dell&#8217;intervisore e del supervisore, bensì anche degli altri membri dell&#8217;équipe. A turno, quindi, progressivamente, si portano le proprie situazioni critiche, le terapie che magari vengono percepite come più complicate, alcuni quesiti clinici, e vengono discussi con tutta l&#8217;intera équipe.</p>
<p>E quindi c&#8217;è il vantaggio che si hanno altre 24 teste a disposizione che suggeriscono idee, fanno vedere punti di vista che non si erano mai considerati, muovono critiche e questo permette ovviamente di avere un volume, una mole di idee e di alternative molto maggiore che verosimilmente difficilmente possono essere create, diciamo, esclusivamente dalla testa del singolo, perché ovviamente poi è il confronto a suscitare il cambiamento, l&#8217;idea e inevitabilmente la trasformazione.</p>
<p>Questo è il primo vantaggio.</p>
<h3>2. Maggiore efficienza e riduzione del rischio di errore</h3>
<p>Il secondo vantaggio è che c&#8217;è un aumento, un miglioramento, dal mio punto di vista, dell&#8217;efficienza che il terapeuta mette all&#8217;interno dell&#8217;erogazione della terapia, poiché avere degli altri colleghi con cui confrontarsi, sapere che c&#8217;è un intervisore che prepara insieme a lui ogni singolo caso, sostanzialmente genera un controllo reciproco, genera un&#8217;attivazione reciproca, genera il fatto che avere uno sparring partner, avere qualcuno con cui confrontarsi, che sia l&#8217;intervisore nella quotidianità o che sia l&#8217;équipe a cadenza mensile, permette di non finire all&#8217;interno di circoli viziosi, vicoli ciechi e ruminazioni mentali in cui si vive una condizione di impasse. Si rischia di commettere degli errori perché si genera, ovviamente, un controllo reciproco: c&#8217;è un&#8217;altra persona o altre persone che possono dire: «Attenzione, guarda che secondo me lì hai preso un granchio, dovremmo muoverci in questa direzione», oppure: «Hai provato a considerare quest&#8217;altra parte?».</p>
<p>Quindi non c&#8217;è solo un vantaggio dal punto di vista clinico, di idee, ma c&#8217;è anche una riduzione degli errori, perché c&#8217;è un miglioramento dell&#8217;attenzione e una riduzione del rischio di finire nei vicoli ciechi o nei circoli mentali, come li ho chiamati.</p>
<h3>3. Un&#8217;esperienza clinica che cresce attraverso il confronto con i colleghi</h3>
<p>Il terzo vantaggio è che c&#8217;è un&#8217;esperienza esponenziale, ossia l&#8217;esperienza di lavorare all&#8217;interno di un&#8217;équipe prevede che la competenza, l&#8217;esperienza clinica appunto del terapeuta, non si sviluppi solamente sul campo, cioè solo attraverso l&#8217;erogazione delle terapie che in prima persona vengono fatte, vengono appunto erogate al paziente, ma anche attraverso un apprendimento sostanziale delle terapie che vengono svolte dagli altri, proprio perché c&#8217;è questo confronto costante, questa intervisione costante, supervisione sia one-to-one, quindi terapeuta con un collega, sia one-to-many, terapeuta con l&#8217;équipe.</p>
<p>C&#8217;è un apprendimento connesso alle esperienze altrui, non solo alla mia esperienza diretta, alla mia pratica clinica all&#8217;interno della stanza, ma anche tramite il racconto, la presentazione di casi clinici e delle terapie che gli altri terapeuti svolgono. Questo permette di velocizzare sicuramente la formazione personale e professionale del terapeuta e quindi, inevitabilmente, anche renderlo sempre più competente, sempre più capace nelle patologie e nelle difficoltà che tratta, appunto in maniera verticale, poiché si specializza, come ho già raccontato, in un numero ridotto di difficoltà, problemi esistenziali, patologie, sintomi e via discorrendo.</p>
<h2>È meglio lavorare da soli o in équipe come psicoterapeuta?</h2>
<p>Quindi c&#8217;è sicuramente la possibilità di lavorare da soli e anche la possibilità, ovviamente, di fare un ottimo lavoro. Lato mio, penso possa essere più utile lavorare in équipe per i motivi che ho appena detto: c&#8217;è un miglioramento della qualità della terapia, poiché c&#8217;è un confronto, ci sono più teste che lavorano sul medesimo caso, sulla medesima terapia; c&#8217;è una riduzione del rischio di errore, sia in termini di mantenimento elevato dell&#8217;attenzione sia di rischio di incappare in alcuni vicoli ciechi o circoli mentali, come li ho chiamati; e c&#8217;è un&#8217;esperienza clinica che cresce esponenzialmente anche attraverso le esperienze e i contributi portati dagli altri terapeuti, che raccontano appunto le proprie terapie, che chiedono aiuto all&#8217;équipe.</p>
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		<item>
		<title>La comunicazione durante la terapia: cosa osserva il terapeuta</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/la-comunicazione-durante-la-terapia-cosa-osserva-il-terapeuta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2026 06:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://matteoradavelli.it/?p=7657</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Ma, dottore, quando lei parla con la persona, il paziente seduto all&#8217;interno della stanza di terapia, si basa solo su quello che dice? Osserva anche il comportamento non verbale? Come funziona una cosa del genere?&#8221; Presta attenzione sicuramente alla comunicazione, che è fatta da tanti diversi elementi che vengono presentati in contemporanea su diversi livelli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Ma, dottore, quando lei parla con la persona, il paziente seduto all&#8217;interno della stanza di terapia, si basa solo su quello che dice? Osserva anche il comportamento non verbale? Come funziona una cosa del genere?&#8221;</p>
<p>Presta attenzione sicuramente alla comunicazione, che è fatta da tanti diversi elementi che vengono presentati in contemporanea su diversi livelli dalla persona quando racconta, appunto, la propria difficoltà, il proprio problema, ma anche la propria vita.</p>
<p>C&#8217;è un detto, era anche il primo assioma della comunicazione, che dice: «Non si può non comunicare», e sono d&#8217;accordissimo con questo. Nel senso che, di fatto, qualunque nostro gesto, che sia fisico piuttosto che, ad esempio, comporti una parte verbale, di fatto è una comunicazione.</p>
<h2>I diversi livelli della comunicazione in terapia</h2>
<p> Ci sono diversi livelli che vengono osservati nel momento in cui si svolge un lavoro di terapia. Sicuramente c&#8217;è l&#8217;aspetto verbale, ma, controintuitivamente, da quanto si possa pensare, è sicuramente il meno importante.</p>
<p>L&#8217;aspetto verbale, di per sé, altro non è che l&#8217;insieme di parole che viene utilizzato per andare a esprimere un concetto, ma di per se stesso non è ciò che porta con sé la maggioranza del significato all&#8217;interno della comunicazione.</p>
<p>A corollario di questo e a completamento di tutto questo, ci sono sicuramente altri aspetti che devono essere considerati. Mi riferisco prevalentemente all&#8217;aspetto non verbale, quindi alla comunicazione non verbale, alla comunicazione paraverbale e alla comunicazione semantica.</p>
<h2>La comunicazione non verbale: gesti, postura e comportamento</h2>
<p>Se l&#8217;aspetto verbale è semplice e facile da capire, lo è altrettanto, se vogliamo, l&#8217;aspetto della comunicazione non verbale, ossia l&#8217;insieme di gesti, di posizioni, di posture, tutta la parte che non ha a che fare con la parola, ma che ha a che fare con il corpo.</p>
<p> Ci sono tantissimi segnali, tantissime indicazioni che vengono fornite durante l&#8217;interazione. Ad esempio, io, mentre sto parlando, gesticolo. Il gesticolare, ovviamente, comunica qualcosa di me: comunica, ad esempio, la volontà di andare a esprimere meglio un concetto; comunica potenzialmente una certa agitazione, una certa attivazione che quindi deve essere scaricata attraverso il corpo, eccetera, eccetera.</p>
<p> Può essere, come dire, a conferma o a disconferma, ad esempio, di ciò che vado a dire verbalmente. Quindi ci deve essere ovviamente una congruenza e, nel momento in cui questa viene meno, diciamo che l&#8217;aspetto non verbale, di fatto, risulta essere più sincero e quindi più comunicativo rispetto, invece, al tema prettamente verbale.</p>
<h2>La comunicazione paraverbale e il significato della voce</h2>
<p>Poi c&#8217;è una componente, invece, che viene chiamata paraverbale, ossia punteggiature, pause, inflessioni, tono della voce, piuttosto che la velocità dell&#8217;eloquio: cioè tutto ciò che, in un qualche modo, colora la comunicazione e ne cambia il senso.</p>
<p>Provate, ad esempio, a pensare a come il cambiare una piccola punteggiatura all&#8217;interno della frase ne stravolga completamente il significato. Ad esempio, si potrebbe dire: «Lo psicologo dice: il paziente è ansioso», oppure potrei dire: «Lo psicologo, dice il paziente, è ansioso».</p>
<p>Nel primo caso, a essere ansioso è il paziente; nel secondo caso, a essere ansioso è lo psicologo. Ovviamente possono essere vere entrambe, però come gestisco la comunicazione paraverbale influenza, poi cambia, il significato del messaggio che porto.</p>
<p>Tant&#8217;è che ci sono tutta una serie di studi che vanno a testimoniare il diverso impatto dei diversi tipi di comunicazione, appunto, nel significato che questa porta con sé.</p>
<p>Si stima che, diciamo, il significato della comunicazione passi per circa il 55% dalla comunicazione non verbale, per il 38% dalla comunicazione paraverbale e solo per il 7% dalla comunicazione verbale vera e propria, cioè dalle scelte nelle parole che vengono utilizzate.</p>
<h2>La comunicazione semantica e i sistemi di significato</h2>
<p>A questo si aggiunge, se vogliamo vederla dal punto prettamente psicologico, anche l&#8217;aspetto semantico della comunicazione, cioè il sistema di significati, l&#8217;insieme di significati che la persona utilizza e sceglie di utilizzare nel momento in cui presenta se stessa.</p>
<p>Quindi il tipo di parole che vengono utilizzate, il significato che le parole portano con sé. In base ai termini che vengono scelti, in base a come viene presentato e quindi quali sono i valori attorno ai quali viene costruito il messaggio, viene costruita la comunicazione.</p>
<p>Diventano estremamente informativi all&#8217;interno della stanza di terapia e vanno a costituire il significato, cioè la semantica del messaggio stesso.</p>
<h2>Le semantiche del potere, della bontà, della libertà e dell&#8217;appartenenza</h2>
<p>Io, ad esempio, rispetto all&#8217;orientamento teorico e rispetto, appunto, a tutto il modello che prevede il mio orientamento teorico nello svolgere la terapia, organizzo il pensiero secondo, appunto, la teorizzazione di Valeria Ugazio, che penso non abbia particolarmente bisogno di presentazione, la quale organizza le semantiche, e quindi i sistemi di significato della persona, in funzione di quattro grandi macrocategorie, che possono essere, appunto, la semantica del potere, quella della bontà, quella della libertà e quella dell&#8217;appartenenza.</p>
<p>Che, di fatto, sono un insieme, più categorie, appunto, in cui i diversi significati si organizzano.</p>
<p>Ad esempio, se una persona parla principalmente di successo, di sfida, di vittoria, di fallimenti, di successi, si parla inevitabilmente di una semantica di potere.</p>
<p>Se si parla, invece, di libertà, di indipendenza, di autonomia, di paure, di coraggio, ci si organizza principalmente in una tematica e in una semantica della libertà.</p>
<p>Piuttosto che, se si parla di buono, cattivo, giusto o sbagliato, bianco e nero, allora ci si orienta principalmente a una semantica della bontà.</p>
<p>Piuttosto che la semantica dell&#8217;appartenenza, nel momento in cui si parla di degno, indegno, di appartenere piuttosto che essere rifiutato, di dentro e di fuori.</p>
<p>E ovviamente queste semantiche sono rappresentative, poi, del sistema, dell&#8217;organizzazione di significato che il paziente porta con sé nella percezione di se stesso, nella rappresentazione della propria vita.</p>
<h2>Il ruolo della comunicazione nel lavoro terapeutico</h2>
<p>Quindi, ovviamente, è un discorso che dovrebbe essere ulteriormente approfondito per essere più chiaro, però diciamo che i livelli di comunicazione sono diversi, sono tantissimi.</p>
<p>A differenza di quanto si possa pensare, la comunicazione verbale è solo una piccolissima parte della comunicazione che viene osservata durante il lavoro di terapia.</p>
<p>Insieme a questa, appunto, ci sono, come detto, la comunicazione non verbale, la comunicazione paraverbale e i significati, cioè le semantiche, appunto, che la persona porta all&#8217;interno della stanza e che, di fatto, contengono sicuramente la causa del disagio, ma altresì la soluzione.</p>
<p>Cioè, ciò che ha determinato il problema, cioè l&#8217;insieme, il contesto di significati culturali, sociali, relazionali, all&#8217;interno del quale la persona si è inserita, contiene non solo il vincolo, ma anche la risorsa per poterlo superare.</p>
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		<title>La terapia si concentra prima sul COSA e poi sul COME</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/la-terapia-si-concentra-prima-sul-cosa-e-poi-sul-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 07:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, perché dice spesso che una terapia si deve basare anche sul “cosa” e non solo sul “come”?&#8221; Questa è stata un’affermazione, una battuta, che è avvenuta durante un’intervista recentemente, proviamo a prenderci dello spazio per approfondire cosa significa. Il rischio di collusione tra richiesta del paziente e offerta del terapeuta Spesso in terapia si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Dottore, perché dice spesso che una terapia si deve basare anche sul “cosa” e non solo sul “come”?&#8221;</p>
<p>Questa è stata un’affermazione, una battuta, che è avvenuta durante un’intervista recentemente, proviamo a prenderci dello spazio per approfondire cosa significa.</p>
<h2>Il rischio di collusione tra richiesta del paziente e offerta del terapeuta</h2>
<p>Spesso in terapia si corre il rischio di collusione tra la richiesta del paziente e l&#8217;offerta del terapeuta. Questo perché penso, e ne sono fortemente convinto, che ci sia un po’ una collusione a volte tra quello che la persona, il paziente che si rivolge a un terapeuta, vive e chiede o cerca nel rivolgersi appunto a un terapeuta e quello che il terapeuta dice di “vendere”. Cioè, di fatto fare psicoterapia è una professione e, per quanto ci sia sempre il tema “arte, scienza, vocazione personale”, di fatto c&#8217;è anche una dimensione economica di guadagno.</p>
<p>Quello che vedo spesso, e che mi fa venire un po’ il fumo agli occhi, è questo: il paziente dice “Dottore, io ho questa fatica, questo problema, ho un disturbo d’ansia e ho bisogno di risolverlo assolutamente. Ho bisogno che qualcuno mi dica che cosa devo fare per risolvere il disturbo d’ansia”.</p>
<p>Il terapeuta qui, secondo me erroneamente, collude con questa richiesta dicendo: “Sì, sì, sì, venga da me, facciamo una terapia estremamente pratica e poi vedrà, le do tutti i consigli che servono”.</p>
<h2>Perché concentrarsi solo sul “come” è un errore clinico</h2>
<p>Questa tendenza secondo me è molto sbagliata perché si concentra esclusivamente sul “come” di qualcosa. Premesso che poi c’è sempre da verificare che effettivamente il terapeuta sia capace, con l’imposizione delle mani, lavorando esclusivamente sul “come”, di risolvere un problema o aiutare la persona a risolverlo. Lo vedo estremamente riduttivo, perché se non si riesce a capire il “cosa”, cioè che cosa sta alla base di un problema, il “come” è assolutamente inutile.</p>
<p>Innanzitutto non esistono le ricette: tre mosse per uscire dall’ansia, quattro esercizi per superare la depressione, cinque strategie utili per migliorare la propria autostima, quattro ricette più due ingredienti omaggio per risolvere le ossessioni. Non funzionano.</p>
<p>Se fosse davvero così semplice, non ci sarebbe bisogno di parlare, di capire la storia di chi si ha davanti. Semplicemente si direbbe: “Ecco qua il training, lo faccia e poi ci vediamo una volta che ha risolto e mi fa sapere com’è andata”. Ovviamente non può esserci una generalizzazione in un lavoro che è inevitabilmente sartoriale.</p>
<h2>Psicoterapia sartoriale: comprendere il “cosa” prima di intervenire</h2>
<p>Esistono delle linee guida, esistono dei movimenti teorici, esistono sicuramente delle strategie che sono presenti nella testa del terapeuta e che lo portano a guidare il colloquio e la terapia. Ma una terapia che promette di concentrarsi esclusivamente sul “come” è una terapia fuffa, cioè una terapia che non può funzionare, perché non è che qualcosa di esterno, posto all’interno della persona, la renda improvvisamente sana o guarita dal proprio problema.</p>
<p>Anche perché, se mai questa cosa dovesse essere vera — ma devo ancora avere le prove che sia mai successo — allora questa persona non sarebbe mai davvero libera, perché qualcuno esternamente le ha detto che cosa fare e, da bravo soldatino, senza alcun tipo di comprensione del problema, si è messa a replicarlo. Ma resterà schiava della ricetta che qualcun altro le ha dato.</p>
<p>Per questo dico che le terapie devono lavorare sul “come”, ovviamente, ma deve essere un “come” sartoriale, strutturato in funzione del “cosa”, che è più importante: è da lì che si deve partire. È da lì che si deve riuscire a capire che cosa sta vivendo la persona, che cosa sta accadendo all’interno della sua vita, il perché del problema.</p>
<h2>L’importanza della storia personale e della narrazione in terapia</h2>
<p>Questo lo si fa attraverso la comprensione della storia e quindi della narrazione che la persona porta all’interno della stanza di terapia. Una volta compreso il “cosa”, si capisce come funzionano gli ingranaggi nel motore di quella persona. Allora poi si scelgono le strategie da applicare, allora si crea qualcosa ad hoc.</p>
<p>È evidente che il terapeuta ha in mente quali potrebbero essere i problemi, in che direzione varrebbe la pena andare, cosa andare a toccare, sia per gli studi sia per l’esperienza e la capacità clinica, la “pancia”, la sensazione, l’intuito. Ma è solo dopo aver compreso il “cosa”, cioè che cosa sta accadendo e perché, che poi si lavora sul “come”.</p>
<h2>Dal “cosa” al “come”: strutturare strategie terapeutiche efficaci</h2>
<p>Una volta che abbiamo il quadro chiaro — che cosa — allora ci chiediamo: adesso cosa facciamo? Come ci muoviamo? Come si fa? Questo permette di strutturare strategie e lavori basati sul “come” per risolvere un problema che è stato davvero compreso.</p>
<p>Le terapie che cercano di infilare dall’alto qualcosa perché “è così”, perché “manca un po’ di sale su questo paziente, allora ce lo metto”, non sono terapie. Sono semplicemente un vademecum dello “star bene”.</p>
<h2>Un esempio clinico: quando il consiglio sostituisce la comprensione</h2>
<p>Un paziente una volta è arrivato dopo una terapia di questo tipo e mi ha detto: “Dottore avevo fatto una terapia e quello che è successo è stato questo: sono andato dal terapeuta e alla fine mi sono reso conto che sostanzialmente mi diceva: Hai l’ansia? Il consiglio era: supera l’ansia”.</p>
<p>Poi il consiglio si declinava nei vari “fai questo, fai quell’altro”, ma il mero esercizio, senza sapere se quell’esercizio ha senso per quella persona, senza sapere se quella strategia ha senso per quella persona, è inevitabilmente un errore, una perdita di tempo. È uno sparare nel mucchio, perché non sa che cosa possa essere effettivamente efficace.</p>
<p>E se mai davvero fosse efficace sicuramente in parte è fortuna ma soprattutto quella persona resterà schiava di quella strategia e non padrona della stessa.</p>
<h2>Conclusione: prima comprendere il problema, poi intervenire</h2>
<p> E&#8217; molto importante comprendere che le terapie devono lavorare sul “cosa” prima e sul “come” e non esclusivamente sul “come”.</p>
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		<title>Quattro aspetti fondamentali della psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/quattro-aspetti-fondamentali-della-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Dec 2025 07:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mi è stato chiesto più volte recentemente di fare un video sulle dinamiche presenti all&#8217;interno della stanza di terapia e su come funziona la terapia, su quali possono essere i capisaldi di una terapia, cosa determina l&#8217;efficacia di una terapia, eccetera. Gli anni trascorsi “sulla sedia del terapeuta” hanno ovviamente cambiato il mio pensiero e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mi è stato chiesto più volte recentemente di fare un video sulle dinamiche presenti all&#8217;interno della stanza di terapia e su come funziona la terapia, su quali possono essere i capisaldi di una terapia, cosa determina l&#8217;efficacia di una terapia, eccetera.</p>
<p> Gli anni trascorsi “sulla sedia del terapeuta” hanno ovviamente cambiato il mio pensiero e il mio modo di approcciarmi alla professione. Questo sarà quindi una specie di riassunto, un vademecum degli aspetti fondanti che dovrebbero essere presenti sia nella mente del terapeuta sia in quella del paziente, della persona che chiede aiuto.</p>
<p>Un buon segno è già il fatto stesso che qualcuno chieda aiuto attraverso la terapia.</p>
<h2>1. La terapia non è una mera ripetizione del passato</h2>
<p>La terapia non consiste nel ricondurre tutta la propria infanzia, la relazione con la mamma o il papà o esperienze traumatiche vissute da bambini. Il passato viene considerato in terapia come memoria storica per capire il presente. Non si fa la cronistoria della propria vita: ci si parte dalla domanda che il paziente porta, si va nel passato per comprendere i meccanismi sottostanti al problema che la persona vive e, da lì, si utilizza la comprensione del presente per trasformare il futuro. In sintesi: il passato conta in funzione della comprensione del presente e della costruzione del futuro, non come fine a sé stesso.</p>
<h2>2. La terapia è una scienza basata sulla parola</h2>
<p>La parola è lo strumento principale della terapia, ma non tutte le parole sono uguali. La terapia utilizza le parole in modo mirato: domande aperte più che affermazioni, perché attraverso le domande si apre il pensiero e si permette la trasformazione. Non si tratta di chiacchiere o conversazioni generiche: la parola in terapia ha una funzione precisa e metodica.</p>
<h2>3. La responsabilità del paziente</h2>
<p>Il terapeuta non può accettare la delega da parte del paziente. Il paziente è responsabile del percorso che intraprende all’interno della stanza di terapia. Il terapeuta guida, sostiene e accompagna, ma il cambiamento richiede impegno e assunzione di responsabilità da parte del paziente. Non ci si può aspettare che il terapeuta “risolva” magicamente i problemi: il successo del percorso terapeutico dipende dall’impegno reciproco, di paziente e terapeuta.</p>
<h2>4. L’efficacia della terapia non dipende dall’orientamento teorico</h2>
<p>Non è l’orientamento del terapeuta a determinare l’efficacia della terapia, ma la capacità di instaurare una relazione terapeutica efficace. La relazione tra terapeuta e paziente è ciò che genera la trasformazione. L’orientamento teorico è uno strumento, come le scarpe di un calciatore o la racchetta di un tennista: serve per esprimersi al meglio, ma non determina da solo il risultato.</p>
<p>Queste sono le principali considerazioni che mi sono venute a mente. Credo siano rappresentative di cosa sia giusto aspettarsi in terapia, sia dal lato del terapeuta sia dal lato del paziente, e del tipo di mentalità con cui approcciarsi a questo percorso.</p>
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		<title>Come capire se serve fare psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/come-capire-se-serve-fare-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 10:06:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dottore, non sono sicuro di aver bisogno di una terapia, non sono sicuro che il mio problema sia sufficientemente grave e non sono neanche sicuro che possa essere risolto attraverso un percorso psicoterapeutico. Questa è una domanda che, ovviamente, tutti si fanno nel momento in cui decidono di intraprendere un percorso. Magari non così esplicitamente, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dottore, non sono sicuro di aver bisogno di una terapia, non sono sicuro che il mio problema sia sufficientemente grave e non sono neanche sicuro che possa essere risolto attraverso un percorso psicoterapeutico. Questa è una domanda che, ovviamente, tutti si fanno nel momento in cui decidono di intraprendere un percorso. Magari non così esplicitamente, ma è chiaro che, a fronte della percezione di un disagio — che può essere esistenziale, emotivo o legato a una sintomatologia — la persona si chiede: <em>qual è il problema?</em> e <em>quali possono essere le soluzioni?</em></p>
<h2>Quando ci si chiede se iniziare una terapia psicologica</h2>
<p>La terapia, la psicoterapia, può essere una soluzione? La risposta, alcune volte, non c’è. O meglio: non è chiara nella mente della persona. La risposta è <strong>potrebbe</strong>. La terapia potrebbe aiutarmi? Probabilmente sì, probabilmente no. Non c’è chiarezza sul fatto che la terapia possa essere davvero una via percorribile per risolvere il proprio problema.</p>
<h2>Il primo passo: la telefonata al terapeuta e l’incertezza</h2>
<p> Il primo passo è quello di effettuare una telefonata nella quale si esprimono, più o meno, i dubbi che ho elencato all’inizio di questo testo. Che cosa fare?</p>
<h2>La risposta iniziale del terapeuta: «Non lo so»</h2>
<p>Facendo una piccola premessa: a questo tipo di affermazioni, la risposta che solitamente do — ed è sempre vera — è: <strong>non lo so</strong>. Non so nemmeno io, al momento della chiamata, se la persona abbia effettivamente bisogno di una psicoterapia.</p>
<h3>Quando è evidente che serve un percorso psicoterapeutico</h3>
<p>Naturalmente a volte è più facile presumere che una persona necessiti di un percorso terapeutico. Se qualcuno mi chiama dicendo <em>«da tre mesi ho attacchi di panico quotidiani»</em>, è plausibile ipotizzare che la terapia possa essere una strada utile. In altri casi, quando il problema è più esistenziale o più sfumato, anche io non posso sapere con certezza se la terapia sia la strada giusta.</p>
<h2>Perché si inizia sempre con una fase di consultazione</h2>
<p>Ed è <strong>per questo</strong> che si parte sempre con una fase di consultazione. Non funziona così: la persona chiama, espone il disagio e il terapeuta inizia subito a fare terapia. Prima ci si incontra: tre o quattro incontri al massimo, dedicati alla consultazione, che servono a definire qual è il problema e quale tipo di lavoro potrebbe essere utile.</p>
<h2>Cosa accade nei primi colloqui di consultazione</h2>
<p>Durante questa fase, terapeuta e paziente lavorano per:</p>
<ul>
<li>comprendere in modo chiaro la difficoltà portata,</li>
<li>capire come questa si inserisca nel contesto di vita della persona,</li>
<li>individuare collegamenti tra sintomi evidenti e radici meno visibili.</li>
</ul>
<p>Un po’ come nel corpo: un dolore lombare può ripercuotersi sul collo e viceversa. Allo stesso modo, a volte esiste un sintomo evidente che però ha cause e connessioni psicologiche non immediatamente riconoscibili.</p>
<h2>La consultazione come strumento diagnostico e guida</h2>
<p>La consultazione serve proprio a <em>unire i puntini</em>: a definire il problema, a individuare i fattori coinvolti, a comprendere quali siano le possibili strade da percorrere. Solo <strong>nella restituzione finale</strong>, dopo questi incontri, si può rispondere davvero alla domanda: <strong>ho bisogno di terapia oppure no?</strong></p>
<h3>Quando la consultazione è sufficiente senza terapia</h3>
<p>A volte la consultazione è sufficiente da sola: non serve una terapia, ma una consulenza mirata. Altre volte, invece, è proprio durante la consultazione che emerge la necessità di intraprendere un percorso psicoterapeutico.</p>
<h2>Come si decide se iniziare o meno una psicoterapia</h2>
<p>Perciò, quando una persona mi telefona, non posso sapere se avrà bisogno di terapia. Ma so con certezza che ha bisogno di una <strong>consultazione iniziale</strong>. E da lì si decide insieme come procedere.</p>
<p>È fondamentale arrivare alla fine della consultazione con una risposta chiara: <strong>perché il problema è emerso, quali fattori lo influenzano, quali sono le vie percorribili per affrontarlo.</strong></p>
<h2>Esiti possibili di una consultazione psicologica</h2>
<ul>
<li>La consultazione chiarisce il problema e si conclude con consigli pratici.</li>
<li>La consultazione indica che è utile intraprendere una psicoterapia continuativa.</li>
<li>La consultazione porta alla valutazione di interventi integrati o multidisciplinari.</li>
</ul>
<h2>Risposta finale alla domanda principale</h2>
<p>Una buona consultazione — che può diventare l’inizio di una terapia o concludersi come intervento sufficiente — è ciò che permette di rispondere realmente alla domanda:</p>
<p><strong>«Dottore, la terapia è lo strumento giusto per il mio problema?»</strong></p>
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		<title>Come far fallire una psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/come-far-fallire-una-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 07:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sovente ricevo telefonate da persone che chiedono un aiuto perché stanno affrontando una fatica nella propria vita: questa può essere un sintomo, un problema esistenziale o la necessità, ad esempio, di prendere una decisione per orientare il proprio futuro. Quando il rapporto terapeutico parte con il piede giusto In alcuni casi c’è l’approccio corretto: si [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sovente ricevo telefonate da persone che chiedono un aiuto perché stanno affrontando una fatica nella propria vita: questa può essere un sintomo, un problema esistenziale o la necessità, ad esempio, di prendere una decisione per orientare il proprio futuro.</p>
<h3>Quando il rapporto terapeutico parte con il piede giusto</h3>
<p>In alcuni casi c’è l’approccio corretto: si innesca con una certa facilità quel sistema fiduciario per cui la persona riconosce nel professionista un consulente che può aiutarla in questo percorso evolutivo.</p>
<h3>Resistenza al cambiamento e difficoltà nell’avvio del rapporto fiduciario</h3>
<p>In altri casi, nonostante si percepisca genuinamente la voglia di cambiare e il bisogno di mettersi in gioco, emerge anche una resistenza che rende più complicato questo processo fiduciario.</p>
<h3>La psicoterapia non richiede fiducia cieca</h3>
<p>Attenzione: non vuol dire che ogni persona che si rivolge a un terapeuta debba fidarsi ciecamente. La psicoterapia non è questo. Serve a sviluppare un pensiero critico e, all’interno di una relazione dialogica, affrontare le criticità. È assolutamente legittimo che la persona abbia domande, opinioni o richieste di confronto.</p>
<h3>Quando le richieste diventano diktat e bloccano la relazione terapeutica</h3>
<p>Le richieste non dovrebbero mai trasformarsi in imposizioni, soprattutto nelle fasi iniziali — al primo colloquio o alla prima telefonata conoscitiva. Da un lato ci sono persone che si affidano con fiducia, dall’altro persone che partono con difese legittime ma troppo rigide, rischiando di ostacolare il rapporto terapeutico stesso.</p>
<h3>Chi sceglie il terapeuta ma vuole anche dettare la terapia</h3>
<p>Capita che chi chiama chieda informazioni sul curriculum del terapeuta e sulla sua esperienza specifica — cosa legittima — ma poi arrivi anche a stabilire il tipo di terapia, l’approccio e le strategie che dovrebbero essere utilizzate.</p>
<h3>Perché un terapeuta non può (e non deve) eseguire pedissequamente le richieste del paziente</h3>
<p>Il terapeuta deve comprendere la motivazione dietro richieste così specifiche, rispondendo senza però accettare in modo acritico. Se si limita a fare ciò che il paziente chiede, rischia di diventare inefficace: il paziente ha già provato quelle strategie in autonomia senza successo, motivo per cui cerca aiuto.</p>
<h3>Il rischio del “collasso terapeutico”</h3>
<p>Se il terapeuta si adegua completamente alle richieste del paziente, all’inizio potrebbe apparire accogliente, ma nel lungo termine si troverà bloccato. La terapia richiede libertà di movimento per essere efficace.</p>
<h3>La terapia come “balletto” tra paziente e terapeuta</h3>
<p>La relazione terapeutica è una danza: insieme si definiscono criticità, obiettivi e strategie. Se una delle due parti collassa sull’altra, si apre la strada all’insuccesso.</p>
<h3>Perché il paziente a volte impone il metodo: paura e delega</h3>
<p>Spesso dietro richieste rigide c’è la delega della responsabilità: “Faccio tutto quello che dico io, così se fallisce non è colpa mia”. Ma il più delle volte è la paura — del cambiamento o addirittura del successo del cambiamento.</p>
<h3>Chi non vuole davvero cambiare vs chi ne è spaventato</h3>
<p>Alcuni non vogliono davvero cambiare e cercano solo una giustificazione per dire di averci provato. Altri vogliono cambiare davvero ma temono le conseguenze: “E se poi la mia vita cambia davvero, sarò in grado di sostenerlo?”.</p>
<h3>Come evitare l’autosabotaggio della terapia</h3>
<p>Il terapeuta non deve rifiutare automaticamente le richieste del paziente, ma deve trasformarle in oggetto di riflessione condivisa. Il paziente, dal canto suo, deve rimanere possibilista e sospendere temporaneamente il giudizio sul terapeuta, così come il terapeuta sospende il proprio.</p>
<h3>Conclusione: fiducia, dialogo e responsabilità condivisa</h3>
<p>Solo così ci si dà davvero l’opportunità di fidarsi, di lavorare insieme e di cavalcare il cambiamento.</p>
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		<title>Autosabotaggio in psicoterapia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/autosabotaggio-in-psicoterapia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 09:59:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo di autosabotaggio e, in particolare, di autosabotaggio della terapia: tutte quelle motivazioni che il paziente porta a sé stesso, e talvolta anche al terapeuta quando le manifesta apertamente, che di fatto lo portano a interrompere o comunque a non poter godere appieno dell&#8217;efficacia della terapia. Ci sono molte persone che, nonostante vivano un problema [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Parliamo di autosabotaggio e, in particolare, di autosabotaggio della terapia: tutte quelle motivazioni che il paziente porta a sé stesso, e talvolta anche al terapeuta quando le manifesta apertamente, che di fatto lo portano a interrompere o comunque a non poter godere appieno dell&#8217;efficacia della terapia.</p>
<p>Ci sono molte persone che, nonostante vivano un problema e si rendano conto del bisogno che hanno di provare a risolverlo — quindi potenzialmente del bisogno di terapia (la terapia è sempre una delle vie possibili, non è mai l&#8217;unica o l&#8217;esclusiva) — si pongono in una maniera tale per cui di fatto non possono godere dei vantaggi del fare terapia. Quindi non fanno mai effettivamente terapia fino a che non trovano una via di uscita, uno “svincolo”: una possibilità per abbandonare o interrompere — come si usa dire in gergo tecnico “droppare” — la terapia, con un motivo piuttosto che con un altro.</p>
<h3>Le motivazioni più frequenti per interrompere la terapia</h3>
<p>Questi motivi tendenzialmente sono sempre ascritti al terapeuta, alle caratteristiche del terapeuta o ad alcune caratteristiche tipiche della terapia stessa. Eccone alcune tra le più frequenti:</p>
<h4>“La terapia costa troppo”</h4>
<p>La percezione del costo è personale, ma la domanda chiave è: costa troppo rispetto a cosa? Costa troppo rispetto a risolvere il problema? Costa meno tenersi il problema? Il costo che potenzialmente mi troverei a pagare non vale la risoluzione del problema? Cioè: il gioco vale la candela?</p>
<h4>“Gli orari del terapeuta sono scomodi”</h4>
<p>Ci possono essere aspetti oggettivi, ma spesso si scopre che il paziente può solo in orari estremamente limitati e rigidi (“solo i mercoledì dispari dei mesi pari degli anni bisestili”). In questi casi, la domanda diventa: qual è la reale motivazione alla terapia?</p>
<h4>“Lo studio è scomodo o non mi piace”</h4>
<p>Può capitare che il paziente dica “lo studio è piccolo, brutto, non c’è parcheggio”. È un motivo reale o una razionalizzazione per evitare il percorso?</p>
<h4>“Il terapeuta non è quello ‘giusto’”</h4>
<p>“È troppo giovane, troppo vecchio, troppo biondo, non usa la tecnica che voglio io.” Il terapeuta, prima accettato, improvvisamente non va più bene, senza che questo venga discusso apertamente con lui.</p>
<h3>Le scuse “di comodo” utilizzate per giustificare l’interruzione</h3>
<p>Quando un paziente decide di interrompere, spesso emergono motivazioni che suonano più o meno così:</p>
<h4>“Ho avuto spese improvvise”</h4>
<p>In questo caso, il terapeuta può valutare l’oggettività della situazione e, se necessario, proporre alternative più economiche o accessibili.</p>
<h4>“Ho impegni di lavoro, la contatto io”</h4>
<p>Viaggi di lavoro improvvisi, riunioni inaspettate… anche quando il tipo di lavoro non le prevede. Segnale di una fuga gentile.</p>
<h4>“Ho un’urgenza familiare, devo sparire per un po’”</h4>
<p>Anche qui: potrebbe essere vero. Ma se lo è davvero, varrebbe la pena capire come proseguire nonostante la difficoltà, invece che usarla come via di fuga.</p>
<h3>Come dovrebbe reagire il terapeuta?</h3>
<p>Il terapeuta può scegliere: può essere accomodante e lasciar andare, oppure può essere terapeutico fino alla fine, offrendo un’ultima occasione di trasformazione.</p>
<p>Accettare con trasparenza il fallimento della terapia e rendere esplicite le vere motivazioni sottostanti all’interruzione può essere già di per sé un atto terapeutico. Non per trattenere il paziente, ma per aiutarlo a essere onesto con sé stesso.</p>
<h3>Perché è importante esplicitare la resistenza</h3>
<p>Questo processo è utile sia al paziente — che può esprimere liberamente il proprio punto di vista — sia al terapeuta, che può ricevere un feedback prezioso per migliorare il proprio lavoro.</p>
<p>Molte persone partono con l’idea di fare un percorso, pur non essendo ancora pronte. E quando interrompono, attribuiscono la scelta a fattori esterni. È legittimo? Certo. Ma è ancora più utile riconoscere la parte interna che ha portato alla fuga.</p>
<h3>La terapia è un processo a step</h3>
<p>Anche l’inizio di una terapia è un processo. Non è detto che la prima volta sia quella giusta. Perché una terapia funzioni, bisogna essere pronti almeno in due:</p>
<ul>
<li><strong>Il paziente</strong>, che chiede aiuto.</li>
<li><strong>Il terapeuta</strong>, che lo offre e che resta terapeutico anche nel momento della rottura.</li>
</ul>
<p>Riconoscere l’autosabotaggio non significa giudicarsi, ma iniziare finalmente a guardarsi con sincerità.</p>
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		<title>“Devo fare psicoterapia?”: come inizia tutto</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicoterapia-come-funziona/devo-fare-psicoterapia-come-inizia-tutto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 07:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicoterapia come funziona]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo dell’inizio di ogni terapia: la famosissima fase di consultazione, che spero ormai ti esca dalle orecchie perché ho fatto tantissimi contenuti a riguardo ed è per me una parte fondamentale e fondante della terapia stessa. È anche il motivo per cui sono così legato a questo passaggio e perché insisto continuamente su di esso: [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Parliamo dell’inizio di ogni terapia: la famosissima fase di consultazione, che spero ormai ti esca dalle orecchie perché ho fatto tantissimi contenuti a riguardo ed è per me una parte fondamentale e fondante della terapia stessa. È anche il motivo per cui sono così legato a questo passaggio e perché insisto continuamente su di esso: la consultazione.</p>
<h2>Pensiero critico e terapia: un equilibrio necessario</h2>
<p>Ormai, un po’ per il tipo di società in cui viviamo – per cui siamo tutti esperti di qualcosa e tutti critici rispetto all’esperienza dell’altro – avere un’idea critica, un’idea formata su alcune cose, soprattutto quando riguardano aspetti personali, penso sia un’ottima cosa. È chiaro però che non dobbiamo eccedere: bisogna essere sufficientemente umili da riconoscere di non sapere, e quindi porsi nelle mani di un esperto.</p>
<p>Questo non significa che non ci debba essere curiosità o pensiero critico. Qualche tempo fa, penso alle generazioni dei miei genitori o dei miei nonni: in un qualunque paese esistevano tre istituzioni riconosciute, il sindaco, il medico e il prete. Oggi queste istituzioni contano meno, e capita che, ad esempio, alcune persone rompano immediatamente i confini già al telefono, senza il giusto rispetto. Questo non è auspicabile.</p>
<p>Dall’altro lato, però, non esiste quasi più quella riverenza assoluta verso il dottore, “quello che dice il dottore è sacro”. E forse è un bene: avere un pensiero critico, domandare, cercare di capire, è una risorsa. Di fatto il terapeuta lavora proprio sul pensiero critico, quindi incontrarlo già nella persona che chiede aiuto è un punto di forza.</p>
<h2>Le domande più comuni all’inizio di una terapia</h2>
<p>Molte volte questo pensiero critico si manifesta così:</p>
<ul>
<li>“Dottore, non so se lei possa essere la persona giusta.”</li>
<li>“Non so se io abbia davvero bisogno della terapia.”</li>
<li>“Non so se voglio fare un percorso infinito, uno di quelli sul lettino…”</li>
</ul>
<p>Da qui partono tanti stereotipi (io personalmente un lettino non l’ho mai usato), ma la persona porta comunque un pensiero e una domanda che, anche se grezzi, sono già in qualche modo formati. E questo è prezioso.</p>
<h2>Tre domande fondamentali nella fase iniziale</h2>
<p>Prendiamo, ad esempio, tre domande ricorrenti:</p>
<ol>
<li><strong>Non so se ho bisogno di terapia.</strong></li>
<li><strong>Non so se lei (o la sua équipe) è la persona giusta.</strong></li>
<li><strong>Non voglio fare un percorso infinito.</strong></li>
</ol>
<p>Domande che ogni paziente porta quando si siede per le prime volte in una stanza di terapia. E la verità è che nemmeno io ho queste risposte all’inizio.</p>
<h3>Ho bisogno di terapia?</h3>
<p>Non lo so. Se senti un bisogno e pensi che valga la pena valutare la possibilità della terapia, probabilmente sì, ma va comunque verificato.</p>
<h3>Lei è la persona giusta?</h3>
<p>Lo capiremo insieme: io valuto se questo problema è un ambito sul quale ho una competenza specifica; tu capisci, in termini relazionali e procedurali, se sono il terapeuta che può aiutarti.</p>
<h3>Il percorso sarà infinito?</h3>
<p>Non lo so. Sarà lungo quanto necessario. Lo stereotipo della terapia infinita non corrisponde alla realtà: durante la consultazione possiamo chiarire gli obiettivi e stimare tempi e modalità.</p>
<h2>Cos’è la fase di consultazione</h2>
<p>Ed è proprio qui che entra in gioco la fase di consultazione: quei famosissimi 3-4 incontri che sono già di fatto terapia, ma che hanno un tempo limitato, concordato ed esplicitato. Servono per comprendere:</p>
<ul>
<li>dove stanno i problemi,</li>
<li>quali sono le cause che li hanno originati,</li>
<li>quali fattori li mantengono,</li>
<li>cosa può essere fatto per risolverli.</li>
</ul>
<p>Al termine, nel momento della restituzione, il terapeuta “unisce i puntini”: prende i diversi elementi che determinano la difficoltà, li riorganizza e li restituisce alla persona sotto forma di una mappa chiara e comprensibile. Una mappa che mostra criticità, vincoli, risorse e soprattutto le vie percorribili per affrontarle.</p>
<h2>Risposte attraverso la consultazione</h2>
<p>È così che arrivano le risposte:</p>
<ol>
<li><strong>Ho bisogno di terapia?</strong> Lo scopriamo durante la consultazione.</li>
<li><strong>È la persona giusta?</strong> Lo capiamo entrambi nel percorso di questi incontri.</li>
<li><strong>Sarà infinito?</strong> Lo definiamo con obiettivi e pianificazione.</li>
</ol>
<h2>Il rispetto reciproco come base della relazione terapeutica</h2>
<p>In sintesi: bene la critica, bene il pensiero critico, ma giocato sempre con rispetto reciproco. Umiltà dal lato del paziente – sapere di non sapere tutto – e umiltà dal lato del terapeuta – sapere di non avere tutte le risposte, ma di poterle costruire insieme.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>La consultazione è dunque la fase iniziale, indispensabile, che serve a rispondere a queste domande e a strutturare il percorso terapeutico.</p>
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