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	<title>Psicologia della coppia - Matteo Radavelli</title>
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		<title>Terapia: come si affronta la pausa estiva?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/terapia-come-si-affronta-la-pausa-estiva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il problema della sospensione della terapia durante le ferie Come faccio a superare l’estate senza fare psicoterapia? Questa è una domanda che molto spesso viene fatta quando ci si avvicina alla pausa estiva o, ad esempio, alla pausa invernale, comunque in qualunque momento di ferie programmato che prevede un’interruzione degli incontri. Molte persone sono spaventate [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<br />
<h2>Il problema della sospensione della terapia durante le ferie</h2>
<p>
    Come faccio a superare l’estate senza fare psicoterapia? Questa è una domanda che molto spesso viene fatta quando ci si avvicina alla pausa estiva o, ad esempio, alla pausa invernale, comunque in qualunque momento di ferie programmato che prevede un’interruzione degli incontri. Molte persone sono spaventate da questo e quindi si chiedono: “cosa si potrebbe fare?”, oppure pensano “è tutto inutile”. Altri, ad esempio, chiedono: “ha senso iniziare un percorso di terapia se tra un mese andrò in ferie?”. Tutte domande che, ovviamente, chi si trova ad affrontare una difficoltà si pone giustamente.
  </p>
<h2>Quando la pausa terapeutica è programmata</h2>
<p>
    Partiamo da questo presupposto: è sicuramente importante, prima di tutto, considerare le motivazioni della pausa e il perché la terapia debba essere interrotta o sospesa per un periodo. È chiaro che è molto diverso interrompere una terapia che già prosegue da sette-otto mesi piuttosto che interrompere o sospendere una terapia proprio dopo uno o due incontri, per un periodo ad esempio di vacanza.
  </p>
<h2>La pausa come possibile risorsa terapeutica</h2>
<p>
    Nel momento in cui la pausa è programmata non è affatto un limite, anzi, come ci insegna la psicoterapia, il vincolo può diventare una risorsa. Ciò significa che, a meno che la pausa non sia obbligata e improvvisa, quindi non preventivata, essa può diventare un momento di lavoro all’interno del percorso terapeutico anche senza contatti diretti con il terapeuta.
  </p>
<p>
    Sapendo che la pausa arriverà, può essere trasformata in risorsa e non in vincolo, perché si possono osservare alcune dinamiche, possono essere assegnati compiti o esercizi che non significano “tornare sui banchi di scuola”, ma piuttosto prestare attenzione mirata a determinate dinamiche, provare ad agire cambiamenti, fare prove, tentativi ed errori, e tornare quindi inevitabilmente con un bagaglio che magari non saremmo riusciti a costruire nel tempo se ci fossimo visti con regolarità settimanale con il terapeuta.
  </p>
<p>
    Questo permette anche di raccogliere molte informazioni diverse, quindi con un significato differente rispetto al lavoro continuativo. Questo è sicuramente un aspetto cruciale.
  </p>
<h2>L’impatto della pausa nella vita quotidiana e nelle relazioni</h2>
<p>
    C’è poi da considerare che durante l’estate, visto che ci stiamo avvicinando a questo periodo, tutto effettivamente viene messo in pausa o quasi. Pensate a quante volte coppie in crisi riescono comunque a godersi l’estate, oppure persone in difficoltà sul lavoro riescono a vivere un periodo di vacanza più leggero. Spesso, soprattutto quando le pause sono programmate, permettono di staccare in tutti i sensi, talvolta anche dalle difficoltà che ci portiamo dietro, siano esse di carattere lavorativo o personale.
  </p>
<h2>La disponibilità del terapeuta durante la pausa</h2>
<p>
    Infine, c’è da considerare anche questo aspetto: il terapeuta, soprattutto nel momento in cui c’è un’urgenza o ci si trova in una fase delicata della terapia, può anche essere disponibile in alcuni momenti prestabiliti durante le ferie. Questo accade soprattutto quando le ferie del terapeuta si incastrano male con quelle del paziente e si prevede quindi una pausa molto lunga.
  </p>
<p>
    Può succedere che il terapeuta, in accordo con il paziente, definisca alcuni momenti in cui sia possibile, ad esempio, rispondere al telefono o rimanere disponibile nel caso succeda qualcosa. Pensiamo a situazioni in cui la persona sta aspettando una notizia importante o una data fatidica: in quei casi il terapeuta può mettersi a disposizione, ovviamente a seconda della situazione e del setting concordato.
  </p>
<p>
    Per ogni realtà è diverso: nei nostri centri, ad esempio, questo viene fatto con regolarità. Se ci sono urgenze o momenti specifici, da parte mia o da parte nostra non costa nulla prendersi mezz’ora in una settimana o in due settimane di vacanza per rispondere a una persona con cui si sta lavorando.
  </p>
<h2>Conclusioni: come vivere la sospensione della terapia</h2>
<p>
    Questo è il mio punto di vista rispetto alla sospensione della terapia durante le ferie, siano esse estive o invernali: valutare bene il momento in cui la sospensione avviene, imparare a vederla non necessariamente come un vincolo ma anche come una risorsa, un momento in cui cambiare il registro di lavoro e il tipo di lavoro che viene fatto.
  </p>
<p>
    Bisogna anche comprendere che durante la pausa estiva o invernale le ferie determinano, per definizione, un periodo “in bolla”, in cui molte cose si attenuano ma allo stesso tempo molte cose si attivano. Infine, è importante valutare situazione per situazione anche le disponibilità in momenti specifici, in modo da non lasciare o non far sentire troppo sola, soprattutto nel momento del bisogno, una persona che sta chiedendo aiuto.
  </p>
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		<item>
		<title>Comunicazione efficace in coppia</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/7537/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, come si fa ad avere una comunicazione efficace all&#8217;interno della coppia? Come faccio a esprimere certi concetti, a farmi capire e a far prestare attenzione all’altro, eccetera?&#8221; Questa è una domanda che viene spesso fatta. Molte coppie arrivano in terapia dicendo: “Abbiamo dei problemi di comunicazione, ci troviamo continuamente a litigare”, e così via. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, come si fa ad avere una comunicazione efficace all&#8217;interno della coppia? Come faccio a esprimere certi concetti, a farmi capire e a far prestare attenzione all’altro, eccetera?&#8221;</p>
<p>Questa è una domanda che viene spesso fatta. Molte coppie arrivano in terapia dicendo: “Abbiamo dei problemi di comunicazione, ci troviamo continuamente a litigare”, e così via. Gli elementi, le variabili e gli aspetti da tenere in considerazione in una comunicazione efficace — e quindi nel mediare e regolare la comunicazione di coppia — sono tantissimi, ed è impossibile riuscire ad affrontarli tutti in 45 minuti. Partiamo però da una componente fondamentale: quando si parla di comunicazione efficace non si fa mai riferimento, o non si dovrebbe mai fare riferimento (dal mio punto di vista), a come esprimere le cose o a come organizzare i concetti, quanto piuttosto a come ascoltarli, cioè a come far sì che questi possano fluire liberamente all’interno della comunicazione e, appunto, del dialogo nella coppia.</p>
<h2>Il principio fondamentale della comunicazione: ascoltare più che parlare</h2>
<p>C’è un bel detto attribuito a Zenone che dice: “Se abbiamo due orecchie e una sola bocca, vuol dire che dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo”. E sono abbastanza d’accordo con questo, proprio perché secondo me il primo aspetto cruciale della comunicazione efficace all’interno della coppia, ma in generale, passa inevitabilmente dall’ascolto.</p>
<h2>Non dare per scontato l’altro</h2>
<p>Questo ascolto porta con sé diversi significati e diversi comportamenti. Ad esempio, il non dare per scontato l’altro: “Ma sì, so già che cosa mi vuoi dire”, e quindi in qualche modo non ascolto, non presto attenzione, prevarico, interrompo. Quindi, primo punto: non dare mai per scontato l’altro, non pensare di sapere già cosa dirà.</p>
<h2>Ascoltare davvero: evitare il dialogo “automatico”</h2>
<p>Secondo: ascoltare per davvero. Quante volte capita che parliamo con qualcuno ma non ascoltiamo effettivamente ciò che l’altro ci sta dicendo? Nel momento in cui l’altro parla, noi pensiamo a cosa dover rispondere. Il dialogo dell’altro diventa semplicemente una pausa che serve a noi per riorganizzare le nostre idee e il nostro discorso, ma non viene effettivamente ascoltato. Quello che l’altro dice diventa di fatto un intervallo tra i nostri pensieri, e non riceve vera attenzione.</p>
<h2>Ridurre l’egocentrismo comunicativo</h2>
<p>Terzo punto: non passare sempre dal filtro dell’“io”. Tantissime discussioni, magari che coinvolgono il punto di vista dell’altro, sono sempre precedute o seguite da un “io sì, però secondo me”, “dal mio punto di vista”, “io penso che…”. Questo non è sbagliato in assoluto — anzi, portare il proprio punto di vista è desiderabile all’interno della coppia — ma se si riporta sempre il discorso su di sé, non si riesce mai a dare spazio all’altro. Soprattutto quando è l’altro a iniziare un discorso o quando il tema riguarda principalmente lui o lei, è su di lui o lei che dovremmo concentrarci e a cui dovremmo lasciare spazio.</p>
<h2>Rispondere con sincerità senza prevaricare</h2>
<p>Quarto punto: nel momento in cui ci viene chiesta un’opinione o si avvia un dialogo o un confronto, dobbiamo metterci nella condizione di rispondere in modo sincero, cioè senza essere eccessivamente prevaricanti — quindi senza imporre la nostra opinione sull’altro — ma neanche in modo troppo accondiscendente o “diplomatico”, cioè dicendo “ti do ragione” ma senza affrontare realmente il problema. Bisogna imparare a vedere il dialogo come un’occasione di trasformazione e non semplicemente come il rischio di uno scontro, cosa che invece avviene spesso quando la comunicazione di coppia è già in difficoltà.</p>
<h2>Conclusione: l’ascolto come leva della comunicazione di coppia</h2>
<p>Quindi, è bene prestare attenzione non tanto al “cosa dire” o al “come dirlo”, ma “come ascoltare”: facendo attenzione a non dare l’altro per scontato, prestando un’attenzione sincera, non restando sempre centrati su di sé, ma lasciando spazio all’altro e offrendo un punto di vista sincero, che non deve essere né ossequioso né prevaricante. Se già si riuscisse ad ascoltare il doppio rispetto a quanto si parla, probabilmente le crisi di coppia si dimezzerebbero.</p>
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		<item>
		<title>No Contact</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/no-contact/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2026 06:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione: una strategia relazionale di protezione Il no contact è una strategia relazionale che molti di voi mi hanno chiesto di approfondire: in cosa consiste, quando funziona, quando invece no e in quali situazioni può essere applicata. Facciamo un po’ di ordine. Cos’è il no contact nelle relazioni tossiche Il no contact è una strategia [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Introduzione: una strategia relazionale di protezione</h2>
<p>Il <em>no contact</em> è una strategia relazionale che molti di voi mi hanno chiesto di approfondire: in cosa consiste, quando funziona, quando invece no e in quali situazioni può essere applicata. Facciamo un po’ di ordine.</p>
<h2>Cos’è il no contact nelle relazioni tossiche</h2>
<p>Il <em>no contact</em> è una strategia relazionale che viene solitamente attuata nel momento in cui si ha a che fare con relazioni cosiddette tossiche, quindi con un partner narcisista, eccessivamente invadente o manipolatorio. Si tratta di una strategia di messa in salvo e di messa in sicurezza, che viene utilizzata quando ci si rende conto che l’aspetto dialogico e di confronto non è sufficiente per tutelare se stessi, soprattutto perché possono esserci ingerenze da parte dell’altro o una propria difficoltà a interrompere una relazione che, a livello cognitivo, riconosciamo come tossica.</p>
<h2>Conflitto tra razionalità ed emotività</h2>
<p>Come spesso accade, però, testa e pancia non vanno sempre d’accordo: la parte emotiva continua a sperare, a concedere seconde possibilità e a mantenere attiva la speranza. È proprio in questi casi che il <em>no contact</em> diventa una strategia applicabile per mettersi in salvo.</p>
<h2>In cosa consiste il no contact</h2>
<p>Come suggerisce il nome, nel <em>no contact</em> interrompe totalmente qualsiasi tipo di contatto con il partner o ex partner. Si tratta di un’interruzione completa della relazione: niente telefonate, messaggi, contatti sui social. Molte persone, infatti, quando lo mettono in atto, bloccano l’ex partner su tutti i canali.</p>
<h2>Differenza tra no contact e ghosting</h2>
<p>È qualcosa di diverso dal <em>ghosting</em>. Nel <em>no contact</em>, infatti, l’interruzione viene dichiarata: si comunica chiaramente la volontà di interrompere ogni forma di relazione e comunicazione. Nel <em>ghosting</em>, invece, questo non avviene, perché l’obiettivo è sparire senza spiegazioni, lasciando l’altro in una condizione di confusione e disorientamento. Inoltre, il <em>ghosting</em> è più spesso una strategia messa in atto da chi agisce la rottura, mentre il <em>no contact</em> viene generalmente utilizzato da chi si sente la parte lesa nella relazione.</p>
<h2>Il periodo di latenza e la ristrutturazione mentale</h2>
<p>Un’altra caratteristica del <em>no contact</em> è la necessità di un periodo di latenza: servono alcuni giorni affinché abitudini, pensieri e processi di ristrutturazione mentale possano attivarsi e portare a un cambiamento reale. Questo tempo permette di ridurre la sensazione di conflitto tra ciò che pensiamo sia giusto per noi e ciò che invece la parte emotiva ci spinge a fare.</p>
<h2>I famosi 21 giorni: mito e pratica clinica</h2>
<p>Il periodo viene spesso indicato in circa 21 giorni, anche se, nella pratica clinica, è preferibile prolungarlo un po’. I 21 giorni rappresentano comunque un tempo utile per iniziare a riorganizzarsi, escludere l’altro dalla propria quotidianità e tornare a dare valore a se stessi, rimettendosi al centro della propria vita.</p>
<h2>Come si applica correttamente il no contact</h2>
<p>Il <em>no contact</em> prevede quindi il rifiuto di qualsiasi forma di contatto, anche per proteggersi nei momenti di debolezza, evitando possibili ricadute. L’obiettivo è interrompere ogni comunicazione come se quella persona non facesse più parte della propria vita.</p>
<h2>Errori comuni: quando il no contact non funziona</h2>
<p>Esistono però dei rischi quando questa strategia non viene applicata correttamente. Ad esempio, quando si interrompono i contatti esterni ma si mantiene un contatto mentale: si controllano i social, lo stato WhatsApp, si cerca di vedere cosa fa l’altra persona. In questo caso, pur non esistendo contatto formale, lo “slot relazionale” resta occupato nella mente. Questo non è un vero <em>no contact</em>.</p>
<h2>No contact come manipolazione: perché non funziona</h2>
<p>Un altro errore frequente è utilizzare il <em>no contact</em> come strategia di manipolazione o di lotta di potere: per punire l’altro, fargli cambiare comportamento o sperare che torni trasformato e più disponibile. In questo caso, il <em>no contact</em> perde completamente la sua efficacia, perché non nasce più come strumento di liberazione, ma come leva relazionale.</p>
<h2>Obiettivo reale del no contact: la liberazione emotiva</h2>
<p>Il <em>no contact</em>, infatti, non ha come obiettivo quello di modificare l’altro, ma di liberarsi da una relazione tossica. Non deve essere utilizzato come strumento di controllo o di pressione, ma come una strategia di protezione personale.</p>
<h2>Conclusione: il no contact come atto di tutela personale</h2>
<p>In sintesi, il <em>no contact</em> consiste in un’interruzione totale dei contatti, in entrambe le direzioni: da un lato si respingono eventuali tentativi dell’altro, dall’altro non si cercano informazioni né si mantiene un contatto indiretto. È un processo che richiede tempo, consapevolezza e soprattutto una chiara motivazione: non una lotta di potere, ma un atto di tutela di sé stessi.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Amore Vs innamoramento</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/amore-vs-innamoramento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 06:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, ma che differenza c’è tra amore e innamoramento?&#8221; Questa è una domanda estremamente frequente, possiamo affermare innanzitutto che nonostante molto spesso vengano utilizzati come sinonimi, sono due cose completamente diverse e non necessariamente sequenziali, nel senso che non è obbligatorio che ci sia prima l’innamoramento e successivamente l’amore, così come non è vero che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&#8220;Dottore, ma che differenza c’è tra amore e innamoramento?&#8221;<br />
 Questa è una domanda estremamente frequente, possiamo affermare innanzitutto che nonostante molto spesso vengano utilizzati come sinonimi, sono due cose completamente diverse e non necessariamente sequenziali, nel senso che non è obbligatorio che ci sia prima l’innamoramento e successivamente l’amore, così come non è vero che non possa esserci amore senza innamoramento e viceversa.</p>
<h2>Cos’è l’innamoramento: definizione e caratteristiche neurobiologiche</h2>
<p>L’innamoramento, di fatto, è un insieme di emozioni e di cambiamenti anche neurochimici all’interno del nostro cervello che prevedono forti sensazioni e un forte desiderio di stare con l’altro, di aver bisogno dell’altro e di voler condividere con lui o con lei la grande maggioranza della nostra giornata. C’è una sorta di bisogno viscerale, ma al tempo stesso si tratta di un periodo limitato: solitamente il tempo dell’innamoramento si aggira attorno ai due anni, a volte un po’ di più, a volte un po’ di meno. Poi, di fatto, questo si trasforma. L’innamoramento non è eterno, però è estremamente intenso; tant’è che è impossibile essere innamorati di due persone contemporaneamente.</p>
<h2>Perché non si può essere innamorati di due persone contemporaneamente</h2>
<p>Se non è possibile essere innamorati di due persone contemporaneamente è invece possibile amare più persone contemporaneamente. Comprendo possa apparire provocatorio, tuttavia l’innamoramento è molto basato sull’idea di bisogno che noi abbiamo dell’altro; porta con sé una grande forma di idealizzazione, di proiezione dei nostri bisogni sull’altro e anche, inevitabilmente, di speranza che l’altro sia in grado di accoglierli.</p>
<h2>Cos’è l’amore: differenze rispetto all’innamoramento</h2>
<p>L’amore cambia. L’amore è diverso ed è sicuramente una sensazione che, se vogliamo, è meno intensa. Alcuni dicono che è più matura; non lo penso necessariamente, però credo che l’amore, a differenza dell’innamoramento — che è tutto basato sulla proiezione, sulla progettualità, sull’idea e sulla fantasia — diventi progressivamente più concreto, basato sulla costruzione costante e continua. È qualcosa di meno intenso, ma necessariamente anche più dilatato: può durare in eterno, può durare molto più dell’innamoramento, può durare una vita.</p>
<h2>Amare più persone contemporaneamente: è possibile?</h2>
<p>Al tempo stesso, può anche suddividersi o implicarsi all’interno di altre relazioni, nel senso che le persone possono effettivamente amare più persone contemporaneamente. Qui non parlo necessariamente, anche se può essere vero, di amare più partner contemporaneamente: pensate all’amore nelle sue diverse forme nella nostra vita, quello per i figli, quello per un familiare, quello per il partner. Mentre l’innamoramento, di fatto, è rivolto esclusivamente al partner.</p>
<p>Posso essere innamorato del mio partner, ma non posso essere innamorato dei miei figli. Per questo dico che l’amore ha delle sfaccettature diverse, non è monodirezionale come invece può esserlo l’innamoramento. Talvolta, l’amore può essere anche provato in contemporanea per due partner sentimentali differenti, nel momento in cui essi soddisfano in noi bisogni diversi.</p>
<h2>Amore e innamoramento non sono sequenziali</h2>
<p>Riprendendo il concetto iniziale, non sono necessariamente sequenziali. Ci può essere sicuramente amore senza innamoramento e ci può essere innamoramento senza amore. È pieno di relazioni che, a seguito di un fuoco iniziale, di una passione e di un innamoramento anche estremamente forte, poi, una volta che questo si esaurisce, non riescono a evolversi in qualcosa di diverso e non scatta l’amore. In questi casi la relazione si interrompe, perché l’idealizzazione crolla: quell’immagine inizialmente “celestiale” che abbiamo del partner viene progressivamente rimodulata stando a stretto contatto con lui o con lei, e la disillusione che ne deriva spesso è sufficiente a interrompere il processo.</p>
<h2>Conclusione: due emozioni diverse ma complementari</h2>
<p>L’innamoramento e l’amore sono due cose diverse, due concetti diversi, due emozioni e sensazioni diverse, prevedono comportamenti diversi e hanno una vita differente. Non sono necessariamente consequenziali tra loro, ma sono entrambe emozioni importanti e bellissime, che meritano di essere vissute.</p>
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		<item>
		<title>come si ricomincia dopo la fine di una relazione?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/come-si-ricomincia-dopo-la-fine-di-una-relazione-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 13:42:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Come si fa a superare una relazione? Come si fa ad andare avanti? Come posso ritrovarmi? Come posso ricostruirmi? Come posso davvero mettermi alle spalle una relazione?&#8221; E&#8217; una domanda complessa ma che ricevo spesso, sarebbe utile un contenuto molto più lungo per riuscire a rispondere in maniera davvero esaustiva. Possiamo però individuare tre diverse [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Come si fa a superare una relazione? Come si fa ad andare avanti? Come posso ritrovarmi? Come posso ricostruirmi? Come posso davvero mettermi alle spalle una relazione?&#8221;</p>
<p> E&#8217; una domanda complessa ma che ricevo spesso, sarebbe utile un contenuto molto più lungo per riuscire a rispondere in maniera davvero esaustiva.</p>
<p>Possiamo però individuare tre diverse fasi che accompagnano il passaggio dall&#8217;interruzione di una relazione alla riscoperta di sé e alla rinascita personale. Un percorso che conduce gradualmente alla capacità di stare nuovamente bene e di rimettersi in gioco all&#8217;interno dell&#8217;universo relazionale e sentimentale.</p>
<p>Queste fasi sono tre: il lutto, la riscoperta e la rinascita.</p>
<h2>La Prima Fase: Il Lutto Dopo la Fine di una Relazione</h2>
<p>Il lutto è quella fase di rielaborazione caratterizzata da pensieri, giustificazioni, motivazioni, accuse e dolore. È presente sia quando siamo stati noi a interrompere la relazione, sia quando è stato il partner a farlo, magari nonostante noi non fossimo d&#8217;accordo e avremmo voluto continuare a investire nella coppia.</p>
<p>Questa fase è fatta di rifiuto, negazione, compromessi, contraddizioni e, a volte, continue richieste di spiegazioni. Si attraversano grandi tumulti interiori che, auspicabilmente, conducono a una fase di accettazione.</p>
<p>L&#8217;accettazione consiste nella presa di coscienza di ciò che è accaduto e di ciò che effettivamente non ha funzionato nella relazione.</p>
<p>Indipendentemente dal fatto che l&#8217;altro sia stato in grado o meno di fornirci delle motivazioni, quelle necessarie per un reale superamento del lutto arrivano soprattutto da noi stessi. Attraverso la messa in discussione personale e un&#8217;analisi lucida della relazione, iniziamo a chiederci cosa, concretamente, non abbia funzionato per noi e per l&#8217;altra persona.</p>
<p>Questa fase richiede generalmente alcuni mesi, anche se la durata può variare notevolmente in base all&#8217;importanza della relazione, al significato che ha avuto, alla sua durata e al grado di trasformazione personale che ha comportato.</p>
<h2>La Seconda Fase: La Riscoperta di Sé Dopo una Rottura</h2>
<p>Superata la fase del lutto, si entra gradualmente nella fase della riscoperta.</p>
<p>È come se, a un certo punto, chi ha vissuto la separazione iniziasse a considerare non solo ciò che ha perso, ma anche ciò che può ritrovare. Da una parte emergono il dispiacere e il timore di non riuscire più a vivere determinate emozioni o di non incontrare qualcuno capace di valorizzare alcune parti di sé. Dall&#8217;altra, però, si inizia a guardare a tutte quelle dimensioni personali che nella relazione non avevano trovato spazio.</p>
<p>Ci si apre nuovamente al mondo. Si fanno nuovi tentativi. Si sperimentano attività diverse. Si iniziano a provare esperienze che magari erano state rimandate o accantonate. Cambia il modo di comunicare, di relazionarsi e di vivere il proprio tempo.</p>
<p>Si scoprono nuovi tratti della propria personalità e si amplia il ventaglio delle possibilità, delle esperienze e delle sfumature che caratterizzano la propria identità.</p>
<p>Soprattutto dopo una relazione lunga, questa fase può essere vissuta come un ritorno al respiro. Il mondo torna ad apparire più ricco, più colorato e più aperto.</p>
<p>Ci si rende conto che le modalità attraverso cui è possibile vivere le relazioni, non soltanto quelle sentimentali, sono molte più di quanto si immaginasse.</p>
<p>All&#8217;interno di una relazione, infatti, si instaurano inevitabilmente dei confini. Spesso si tratta di limiti autoimposti, non necessariamente creati o richiesti dall&#8217;altro. Ci adattiamo, ci abituiamo e talvolta ci adagiamo in schemi che restringono progressivamente il nostro raggio d&#8217;azione.</p>
<p>Durante la riscoperta, invece, il panorama relazionale torna ad ampliarsi. Ci sentiamo più capaci, più completi e più autentici.</p>
<p>Questa novità diventa anche un elemento di attrazione verso nuove persone.</p>
<h3>Perché la Riscoperta Personale Attrae Nuove Relazioni</h3>
<p>La novità può manifestarsi in molti modi: attraverso nuove esperienze, un diverso stile comunicativo, atteggiamenti più spontanei o una maggiore capacità di mettere al centro i propri bisogni.</p>
<p>Per quanto possa sembrare egoistico, imparare a dare valore a se stessi rappresenta spesso un potente catalizzatore nelle relazioni future.</p>
<p>Una maggiore leggerezza, autenticità e spontaneità diventano elementi che naturalmente attirano nuove persone e nuove opportunità relazionali.</p>
<h2>La Terza Fase: La Rinascita e l&#8217;Apertura a una Nuova Relazione</h2>
<p>L&#8217;ultima fase è quella della rinascita.</p>
<p>La rinascita coincide con la possibilità, la volontà e il desiderio di riaprirsi gradualmente a una nuova relazione.</p>
<p>L&#8217;atteggiamento sviluppato durante la fase della riscoperta porta naturalmente a entrare in contatto con nuove persone, nuovi potenziali partner e nuove occasioni di incontro.</p>
<p>In questa fase è fondamentale essere capaci non solo di presentare se stessi in modo autentico, ma anche di non perdere ciò che si è imparato lungo il percorso.</p>
<p>Possiamo chiederci cosa, delle relazioni precedenti, non siamo disposti a perdere e quali bisogni desideriamo continuare a soddisfare. Allo stesso tempo, possiamo individuare ciò che vogliamo lasciare andare perché non ha funzionato o perché non rappresenta più chi siamo oggi.</p>
<p>Possiamo inoltre riconoscere quelle nuove parti di noi che abbiamo scoperto dopo la rottura e che desideriamo continuare a coltivare.</p>
<p>Si tratta di aspetti della nostra identità ai quali non siamo più disposti a rinunciare, parti di noi che non vogliamo più mettere in pausa e che meritano di trovare spazio anche all&#8217;interno di una futura relazione.</p>
<h3>Cosa Portare con Sé nelle Relazioni Future</h3>
<p>La vera crescita consiste nel sapere:</p>
<ul>
<li>Che cosa desideriamo ritrovare in una relazione.</li>
<li>Che cosa vogliamo lasciare andare perché non ha funzionato.</li>
<li>Quali parti di noi abbiamo riscoperto e vogliamo continuare a coltivare.</li>
</ul>
<p>Questi elementi diventano una bussola per costruire relazioni più consapevoli e soddisfacenti.</p>
<h2>Conclusione: Come Trasformare una Rottura in un&#8217;Opportunità di Crescita</h2>
<p>Le tre fasi del percorso sono quindi il lutto, la riscoperta e la rinascita.</p>
<p>Si tratta naturalmente di un processo complesso, delicato e profondamente personale. Tuttavia, comprendere in quale fase ci si trova può aiutare a dare significato a ciò che si sta vivendo e a riconoscere i progressi compiuti.</p>
<p>Ritrovarsi, riscoprirsi e ripartire non significa cancellare il passato. Significa, piuttosto, utilizzarlo come una risorsa.</p>
<p>Le relazioni passate non devono essere eliminate dalla memoria. Devono essere comprese e integrate, affinché possano contribuire a rendere le relazioni future più significative, più mature, più piene e più sane.</p>
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		<title>Perché odio ciò che mi ha fatto innamorare di te?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/perche-odio-cio-che-mi-ha-fatto-innamorare-di-te-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 06:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché quando ci innamoriamo di qualcuno, e vogliamo farlo entrare nella nostra vita, ci sono delle cose di lui o di lei che ci attraggono? E perché queste stesse caratteristiche, talvolta, quando la relazione giunge al termine, diventano anche le motivazioni dell’interruzione stessa della relazione? In altre parole: perché ciò che mi fa scegliere una [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>
    Perché quando ci innamoriamo di qualcuno, e vogliamo farlo entrare nella nostra vita, ci sono delle cose di lui o di lei che ci attraggono? E perché queste stesse caratteristiche, talvolta, quando la relazione giunge al termine, diventano anche le motivazioni dell’interruzione stessa della relazione?
  </p>
<p>
    In altre parole: perché ciò che mi fa scegliere una persona può anche diventare il motivo per cui interrompo la relazione con quella stessa persona?
  </p>
<p>
    È una domanda complessa, che richiede tempo per ottenere una risposta esaustiva. Provo a sintetizzare alcune riflessioni.
  </p>
<h2>Attrazione e bisogni nella fase iniziale della relazione</h2>
<p>
    Le persone si scelgono e inevitabilmente vengono attratte l’una dall’altra in funzione dei bisogni specifici che hanno in una determinata fase della vita, nel momento in cui si incontrano. Ciò che ognuno di noi vede nell’altro, in qualche modo, risuona dentro di sé e genera attrazione. Questa attrazione, insieme alla soddisfazione di tali bisogni, è alla base dell’unione e del legame.
  </p>
<h2>Il cambiamento dei bisogni nel tempo</h2>
<p>
    Non è detto però che, stando insieme e andando avanti nel tempo, le persone mantengano gli stessi bisogni. Anzi, nel corso della vita e soprattutto nella relazione stessa, le persone cambiano e si trasformano. Di conseguenza, anche i bisogni che inizialmente venivano soddisfatti all’interno della coppia possono non essere più gli stessi.
  </p>
<p>
    Talvolta questo cambiamento è reciproco e armonico; molto più spesso accade che le persone si trasformino in modo non sincronizzato. La capacità di mantenere un legame stabile è quindi legata alla capacità di modificarsi e trasformarsi insieme all’altro, costruendo e ricostruendo continuamente un progetto di coppia.
  </p>
<p>
    Quando questa trasformazione condivisa non avviene, si crea un paradosso: i motivi per cui ci si è scelti diventano gli stessi motivi che impediscono di proseguire la relazione.
  </p>
<h2>Il paradosso della scelta del partner</h2>
<p>
    Le caratteristiche che inizialmente attraggono possono, nel tempo, diventare elementi di crisi quando non sono più compatibili con l’evoluzione dei bisogni e dei progetti individuali e di coppia. Ciò che è stato funzionale all’inizio può diventare disfunzionale nella fase successiva della relazione.
  </p>
<h2>Esempio clinico: la storia di Elisa</h2>
<h3>Elisa e Marco: sicurezza e routine</h3>
<p>
    Prendiamo la storia di Elisa (nome di fantasia), anche se ci sono diversi pazienti che hanno vissuto esperienze simili.
  </p>
<p>
    Elisa è una giovane donna di 30 anni che esce da una relazione importante, la sua prima relazione significativa, con Marco, con il quale è stata per circa nove anni, dai 21 ai 30 anni. La relazione si è interrotta recentemente. Nonostante si vogliano ancora bene, Elisa ha deciso di chiudere perché sentiva un certo tipo di costrizione e di noia. La relazione veniva percepita quasi come una gabbia.
  </p>
<p>
    Marco era una persona affidabile, responsabile, con la testa sulle spalle e con valori solidi. Probabilmente era anche la persona giusta per costruire una famiglia. Tuttavia, all’interno della relazione era diventato estremamente prevedibile e monotono. Era come se il loro progetto di coppia fosse già completamente scritto: le famiglie sapevano cosa aspettarsi e non c’era spazio per l’imprevisto o la sorpresa.
  </p>
<h3>La ricerca di libertà e il bisogno di cambiamento</h3>
<p>
    Elisa non voleva questo. Aveva bisogno di scegliere il proprio futuro, di poter rimettere in discussione le scelte fatte, di avere libertà, ossigeno e nuove esperienze attraverso cui conoscersi meglio.
  </p>
<p>
    Anche alcune sue scelte personali, come cambiare lavoro o iscriversi a un corso, venivano ostacolate perché percepite come una deviazione dal “binario” già stabilito per la coppia.
  </p>
<p>
    Per questo motivo la relazione si svuota progressivamente. Non c’è un conflitto esplicito, ma un’esigenza crescente di cambiamento da parte di Elisa. La relazione si interrompe e, pur restando in buoni rapporti con Marco, Elisa viene fortemente attratta da Giovanni.
  </p>
<h3>L’incontro con Giovanni: libertà e leggerezza</h3>
<p>
    Giovanni è una persona molto diversa. Anche lui coetaneo, ma più libero, spontaneo e capace di vivere nel presente, senza appesantire tutto con progetti rigidi.
  </p>
<p>
    La relazione con Giovanni è inizialmente leggera, non nel senso superficiale, ma nel senso di libera: permette espressività, autonomia e indipendenza. Ognuno mantiene i propri spazi senza che questo diventi un problema.
  </p>
<p>
    Tutto appare più maturo, perché ciascuno è in grado di affermare la propria indipendenza e allo stesso tempo scegliere continuamente l’altro senza darlo per scontato.
  </p>
<h3>La crisi della seconda relazione</h3>
<p>
    Dopo qualche anno, Elisa e Giovanni decidono di andare a convivere e iniziano a progettare una famiglia. Tuttavia, proprio qui emergono le prime crepe.
  </p>
<p>
    Il problema non è tanto il desiderio di avere figli, quanto il mancato cambiamento dei bisogni individuali. In particolare, il bisogno di libertà di Giovanni, che inizialmente era una risorsa, diventa progressivamente incompatibile con le responsabilità familiari.
  </p>
<p>
    Giovanni desidera essere genitore, ma non è disposto a rinegoziare i propri bisogni. Pur dichiarando disponibilità, nei fatti mantiene le stesse abitudini, delegando implicitamente ad Elisa molte responsabilità.
  </p>
<p>
    Elisa, pur comprendendo, si ritrova progressivamente sola nella gestione della relazione e dei progetti comuni. Se nella relazione con Marco si sentiva schiacciata, qui si sente sola perché non sufficientemente supportata.
  </p>
<p>
    Anche Giovanni afferma di non volerla limitare, ma nella realtà i bisogni non si incastrano. La libertà che inizialmente aveva attratto Elisa diventa nel tempo inaffidabilità e incapacità di costruire un progetto comune.
  </p>
<p>
    La coppia entra così in crisi. Elisa si trova di fronte a una seconda rottura relazionale e non riesce più a capire perché ciò che l’aveva attratta inizialmente diventi poi ciò che rende difficile la continuità della relazione.
  </p>
<h2>Conclusione</h2>
<p>
    Questo esempio mostra come le caratteristiche che ci attraggono in una persona possano, nel tempo, trasformarsi negli stessi fattori di crisi quando non sono più compatibili con l’evoluzione dei bisogni e dei progetti di coppia. La relazione funziona quando i cambiamenti individuali riescono a integrarsi; si rompe quando non trovano più un punto di equilibrio condiviso.  </p>
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		<title>Si può provare gelosia per un ex?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/si-puo-provare-gelosia-per-un-ex/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, perché provo gelosia per il mio ex? O meglio: perché, quando capita di rincontrarsi, talvolta c’è quell’emozione strana?&#8221; Questa è una domanda che mi viene fatta spesso e come in altre occasioni sfruttiamo questo spazio per approfondire la risposta. Durante una diretta svolta mi è stato chiesto: “Ho incontrato il mio ex di qualche [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, perché provo gelosia per il mio ex? O meglio: perché, quando capita di rincontrarsi, talvolta c’è quell’emozione strana?&#8221;  Questa è una domanda che mi viene fatta spesso e come in altre occasioni sfruttiamo questo spazio per approfondire la risposta. Durante una diretta svolta mi è stato chiesto: “Ho incontrato il mio ex di qualche anno fa con un’altra persona e ho provato qualche emozione. Non era sicuramente voglia di riaverlo indietro, però era qualcosa di simile alla gelosia”.</p>
<p>La risposta non è semplice, provo a spiegarla con una metafora.</p>
<h2>La metafora della casa nelle relazioni sentimentali</h2>
<p>Quando noi iniziamo una relazione e poi stiamo con una persona, inevitabilmente ci trasformiamo, ci completiamo a vicenda, cresciamo a vicenda. Piano piano è come se iniziassimo ad acquisire competenze, esperienze, qualità. Quando poi questa relazione si interrompe, queste competenze, qualità ed esperienze devono essere in qualche modo ricollocate, un po’ come avviene quando si cambia casa.</p>
<h2>Perché la fine di una relazione assomiglia a un trasloco</h2>
<p>Il trasloco, si sa, è uno dei momenti più delicati nella vita di una persona. Però succede la stessa identica cosa: noi abitiamo una casa, piano piano la arrediamo, la sentiamo nostra, ci mettiamo dentro i nostri ricordi, le nostre esperienze, i nostri soprammobili, i nostri oggetti. Quando vogliamo cambiare casa, dobbiamo inevitabilmente liberarci di quella precedente. Quindi decidiamo di portare alcune cose con noi; altre cose, invece, magari ci interessano meno o addirittura, pur essendo importanti, capiamo di non poterle ricollocare altrove e le lasciamo lì.</p>
<p>Poi ci muoviamo. Ci muoviamo anche felici: sappiamo che è la scelta giusta, sappiamo che cambiare casa fa parte del nostro processo di vita e della nostra evoluzione. Però lasciamo parte di noi in quella casa e, dall’altro lato, portiamo altre parti di quella casa nella nuova, ricollocandole, cioè attribuendo loro un altro tipo di significato. È chiaro che lo stesso soprammobile, in due case diverse, assumerà significati e sfumature differenti.</p>
<h2>Cosa succede emotivamente quando incontriamo un ex</h2>
<p>La stessa cosa avviene con le relazioni. Non vuol dire che provare questa sensazione quando si incontra l’ex significhi necessariamente: “Voglio tornare con lui” o “Voglio tornare con lei”. Semplicemente, ci rendiamo conto che quella che è stata per tanto tempo la nostra casa ora è abitata da altri. È abitata da altri che magari hanno trovato i nostri oggetti dentro, i nostri segni sul muro, i detersivi sotto al lavandino perché, traslocando, li abbiamo lasciati lì; magari hanno trovato un servizio di posate che non abbiamo più utilizzato e al quale non vorremmo tornare, ma che in qualche modo sentiamo ancora come piccoli pezzi nostri.</p>
<h2>La nostalgia dopo una relazione finita</h2>
<p>Quindi, quando ci spostiamo, siamo felici, entusiasti, curiosi, abbiamo voglia di vivere questa nuova casa, questa nuova relazione. Però è chiaro che, quando scopriamo che qualcosa è successo nella vita dei nostri ex partner, inevitabilmente ci sentiamo tirati in causa.</p>
<p>Attenzione: non sto dicendo che sia gelosia, o la volontà di tornare insieme. Piuttosto, è una specie di nostalgia, una specie di possesso: un mix tra le due cose. Per cui uno è anche curioso di capire se le cose che un tempo sono state sue siano trattate bene, siano felici, siano in ordine. E quindi, inevitabilmente, ti chiedi se l’ex di turno se la stia passando bene, se sia felice, che fine abbia fatto, cosa sia successo nella sua vita.</p>
<h2>Provare emozioni per un ex non significa voler tornare insieme</h2>
<p>Ecco il motivo per cui, talvolta, quando si scoprono notizie riguardanti i nostri ex, in qualche modo ci sentiamo tirati in causa. Non vuol dire voler tornare insieme; vuol dire semplicemente voler capire di che colore sono diventate le pareti e se la nostra vecchia casa sia di fatto in buone mani.</p>
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		<title>Tornare con l&#8217;ex</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/tornare-con-lex-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 12:21:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tornare con il proprio ex è un argomento spigoloso, perché ci sono molti rischi, comunque la si giri. Ci si trova in una situazione potenzialmente esplosiva, poichè ci sono molti fattori diversi da considerare. Ci sono detti secondo cui “la minestra riscaldata non è buona” e non dovrebbe essere desiderata; ci sono invece persone che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>
    Tornare con il proprio ex è un argomento spigoloso, perché ci sono molti rischi, comunque la si giri.  Ci si trova in una situazione potenzialmente esplosiva, poichè ci sono molti fattori diversi da considerare.
  </p>
<p>
    Ci sono detti secondo cui “la minestra riscaldata non è buona” e non dovrebbe essere desiderata; ci sono invece persone che sostengono che tornare con il proprio ex possa dare una seconda possibilità alla relazione. Tante idee diverse che spesso, anche all’interno della stessa persona, convivono in modo contraddittorio quando si pensa in astratto alla possibilità di trovarsi in quella situazione, rispetto a ciò che poi si farebbe realmente.
  </p>
<h3>Il divario tra teoria e realtà nelle scelte relazionali</h3>
<p>
    Succede qualcosa di simile anche nel caso del tradimento: molte persone dicono che, se venissero tradite, interromperebbero la relazione e non avrebbero più nulla a che fare con quella persona, ma poi, trovandosi realmente in quella situazione, le scelte possono essere molto diverse.
  </p>
<h3>Esempi celebri di ritorno con l’ex</h3>
<p>
    Tornare con l’ex segue un principio simile. È chiaro che sono molto più conosciute e frequenti le situazioni in cui il ritorno con l’ex si rivela deleterio. Ci sono anche esempi celebri, come quello di Frida Kahlo e Diego Rivera: Diego tradì Frida con la sorella Cristina, Frida chiese il divorzio, salvo poi tornare un anno dopo con Diego e risposarsi. Una relazione che, di fatto, si rivelò nuovamente problematica.
  </p>
<h3>Quando ha senso tornare con un ex</h3>
<p>
    In generale, non esiste una regola assoluta sul tornare con l’ex, ma esistono principi e considerazioni da tenere presenti. La prima è capire il perché: perché voglio tornare con il mio ex?
  </p>
<p>
    Ad esempio: perché mi sento solo o sola? Perché ho paura di non trovare più nessuno? Sto facendo un compromesso con me stesso/a? Mi manca la presenza, ma non la persona? È più importante per me avere qualcuno accanto che quella specifica persona?
  </p>
<p>
    In tutti questi casi, se la risposta è “sì” anche solo a una di queste domande, verosimilmente la relazione con l’ex tenderà a degenerare rapidamente.
  </p>
<h3>Il ruolo del cambiamento nella relazione</h3>
<p>
    Diverso è il caso in cui si voglia tornare con una persona perché si riconosce che c’erano elementi che non funzionavano, ma si crede che possano essere cambiati. Tuttavia, quante volte si rinnega una relazione con un ex partendo dal presupposto che l’altro sia cambiato, salvo poi vedere nuovamente una degenerazione?
  </p>
<p>
    Questo perché, di fatto, quando si torna con un ex si entra in una condizione “sine qua non”: alcune dinamiche della relazione devono essere trasformate alla base. Ma questa trasformazione richiede tempo, e sono poche le relazioni capaci di cambiare realmente in poco tempo, soprattutto su richiesta.
  </p>
<p>
    Il cambiamento è possibile solo quando è intrinseco, cioè legato a un’evoluzione personale autentica. Solo allora si può eventualmente ripartire in una nuova relazione. Il punto è che non si può mai essere certi del cambiamento del partner finché non si rientra davvero nella relazione. E le promesse del tipo “ti giuro che sono cambiato” o “sono cambiata” spesso lasciano il tempo che trovano e portano a un secondo fallimento.
  </p>
<h3>Quando tornare con l’ex significa iniziare una nuova relazione</h3>
<p>
    Esistono poi situazioni diverse, ad esempio il ritorno con un ex storico dopo molti anni. In questo caso non si tratta davvero della stessa relazione, ma di una relazione nuova.
  </p>
<p>
    Se due persone si erano frequentate da giovani e poi si rincontrano dopo anni, ciascuna avendo costruito la propria vita ed essendo cambiata, può nascere qualcosa di diverso: una nuova relazione con basi nuove.
  </p>
<h3>Quando un ex è davvero un “ex”</h3>
<p>
    Per tornare davvero con un ex l’altro deve essere effettivamente “ex”. La relazione deve essere chiusa, entrambi devono aver riconosciuto la fine del rapporto e averlo accettato.
  </p>
<p>
    Spesso, quando si dice “sono tornato con la mia ex”, in realtà non si è mai davvero interrotto il legame: si tratta piuttosto di una battaglia di posizione, una sorta di guerra di logoramento in cui ci si lascia e ci si riprende, si frequenta altre persone ma si resta emotivamente connessi.
  </p>
<p>
    Questo non è realmente tornare con l’ex: è rimanere in una relazione non chiusa, che genera infelicità, difficoltà e impedisce di aprirsi davvero a nuove relazioni.
  </p>
<h3>Relazione chiusa vs relazione mai conclusa</h3>
<p>
    Tornare con un ex richiede che l’ex sia tale: bisogna aver costruito davvero una separazione, anche concreta, e aver vissuto pezzi di vita separati prima di rincontrarsi.
  </p>
<p>
    Quando invece il ritorno avviene dopo pochi mesi o poche settimane, non si tratta di una nuova relazione, ma di una relazione mai realmente conclusa o semplicemente in crisi.
  </p>
<h3>I rischi del ritorno strumentale con l’ex</h3>
<p>
    Il ritorno con l’ex può essere una strategia, a volte usata per comunicare qualcosa all’altro o per spingerlo a cambiare. Ma se è strumentale, è quasi sempre destinato a fallire.
  </p>
<p>
    Allo stesso modo, se il ritorno è guidato da paure — paura della solitudine, di non trovare un nuovo partner, di non essere all’altezza, o dal giudizio sociale — si rischia di condannarsi a una relazione triste e potenzialmente destinata a un nuovo fallimento.
  </p>
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		<title>Esiste l&#8217;amicizia tra ex?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/esiste-lamicizia-tra-ex/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 16:48:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, si può essere amici dopo una storia d’amore?&#8221; Come spesso accade per i miei articoli, anche questa è una domanda che mi viene spesso fatta e che in questa sede vorrei approfondire. E&#8217; infatti un dubbio molto presente, soprattutto quando una relazione finisce: “vorrei rimanere amico” oppure “mi è stato chiesto di rimanere amici”. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Dottore, si può essere amici dopo una storia d’amore?&#8221; Come spesso accade per i miei articoli, anche questa è una domanda che mi viene spesso fatta e che in questa sede vorrei approfondire. E&#8217; infatti un dubbio molto presente, soprattutto quando una relazione finisce: “vorrei rimanere amico” oppure “mi è stato chiesto di rimanere amici”.</p>
<p>Facciamo un po’ di ordine e qualche considerazione a riguardo. Secondo me non è impossibile, anche se molto spesso è molto rischioso. Dico questo perché ci sono due fattori importantissimi da considerare nel poter diventare amici dopo una relazione sentimentale: il primo è l’importanza della relazione, il secondo è il tempo trascorso a seguito della fine della relazione stessa.</p>
<h2>Quando è possibile diventare amici dopo una relazione</h2>
<p>Perché? Per poter essere amici occorre un passaggio fondamentale: trasformare la relazione da sentimentale ad amicale. Inoltre, è necessario che entrambi gli ex partner siano d’accordo e che abbiano avuto il tempo per fare questo switch mentale, cioè per compiere questa trasformazione della relazione.</p>
<p>Perché dico che ci sono due variabili importanti, quali l’importanza della relazione e il tempo trascorso? Perché più è stata importante una relazione, più è difficile diventare amici. Questa trasformazione, questa comunione di intenti — cioè lo “switchare” la relazione da sentimentale ad amicale e la volontà di entrambi di avere un’amicizia e non necessariamente una relazione — è inevitabilmente più difficile.</p>
<h2>L’importanza della relazione influenza la possibilità di restare amici</h2>
<p>Più è stata importante la relazione, più è difficile riuscire a individuare l’altro come un possibile futuro amico. Sarà potenzialmente sempre una persona importante, una persona che ci porteremo nel cuore per quello che magari ci ha insegnato e per quello che abbiamo vissuto con lui o con lei, per le esperienze fatte e ciò che ci è stato trasmesso dall’altro. Tuttavia è difficile che questi significati riescano poi a essere “ricolorati” nel significato dell’amicizia.</p>
<p>Potremmo quindi usare questa regola: più è stata importante la relazione, meno è probabile che si possa diventare amici. I due aspetti sono inversamente proporzionali.</p>
<h2>Il ruolo del tempo dopo la fine di una relazione</h2>
<p>Dall’altro lato, invece, in merito al fattore tempo potremmo dire esattamente il contrario. Proprio perché il tempo permette l’elaborazione di alcune cose, ad esempio il proseguire con la propria vita, in alcuni casi è possibile che, trascorso un certo lasso di tempo, entrambi abbiano fatto questo tipo di switch, questa evoluzione. Magari, rincontrandosi dopo anni, ci si scopre nuovamente amici e non necessariamente amanti.</p>
<p>Questa è una cosa assolutamente plausibile. Pensate, ad esempio, ai primi ex o alle prime relazioni che, dopo anni, incontrate per le vicissitudini della vita: sono persone alle quali magari volete ancora bene, ma verso cui non avete più alcun tipo di interesse o ambizione sentimentale, e che possono anche diventare dei buoni amici.</p>
<p>Potremmo quindi dire che il tempo, a differenza dell’importanza della relazione, non è inversamente proporzionale alla probabilità di diventare amici. Anzi: più è passato tempo, più è probabile che si possa effettivamente tornare a essere amici o diventare amici.</p>
<h2>Le eccezioni: quando l’amicizia nasce subito dopo la rottura</h2>
<p>Ci sono poi tutta una serie di eccezioni, oppure situazioni in cui effettivamente si riesce a essere amici immediatamente dopo la fine della relazione. Questo può accadere quando, ad esempio, in età adulta si inizia una storia sentimentale ma poi ci si riscopre molto più amici che amanti già all’interno della storia stessa. La relazione viene chiusa con relativa celerità e da lì nasce l’amicizia, che è la configurazione più congrua, più giusta rispetto al rapporto con quella persona.</p>
<p>Quindi il lato sentimentale si scarica subito e si innesca immediatamente questo legame di amicizia che trasforma la relazione.</p>
<h2>I rischi di restare amici subito dopo la fine della relazione</h2>
<p>Il rischio, al contrario, di provare subito a essere amici una volta che la relazione è terminata, è che non ci sia una vera comunione di intenti. Ossia che, da un lato, una persona — solitamente chi interrompe la relazione — utilizzi questa volontà magari perché sinceramente portata verso l’amicizia oppure perché vuole “indorare la pillola” alla persona che sta lasciando; mentre la persona lasciata si aggrappa a questa illusione amicale con la fantasia, la speranza più o meno recondita, di provare, mantenendo questa amicizia, a riattivare la relazione stessa.</p>
<p>Quindi a far sì che, rimanendo disponibili e comunque presenti nella vita dell’altro o dell’altra, ci sia poi la possibilità che si ravvivi una nuova scintilla.</p>
<p>Questa è una situazione, ahimè, devastante. Chi ha interrotto la relazione potenzialmente può anche sentirsi in colpa nel lungo periodo, rendendosi conto di quali siano invece gli intenti dell’altro. Chi invece si costringe in questa finta amicizia — pur essendo stato abbandonato e non volendo interrompere la frequentazione con la persona — è costretto a una pietosa menzogna verso se stesso e verso l’altro, proprio perché rimane lì in attesa che qualcosa cambi, mentre nel frattempo vede l’altro andare avanti con la propria vita, rimanendo invece ancorato a qualcosa che ormai è passato.</p>
<h2>Conclusioni: si può davvero essere amici con un ex?</h2>
<p>Quindi: la relazione si può trasformare in amicizia? Sì. Ci sono però delle variabili che devono essere considerate: la comunione di intenti, il fatto che entrambi siano andati oltre, che entrambi vogliano essere amici e che entrambi abbiano trasformato la visione della relazione da sentimentale ad amicale.</p>
<p>Ci sono inoltre due fattori altrettanto importanti: l’importanza della relazione, che è inversamente proporzionale alla probabilità di diventare amici, e il fattore tempo, che invece è direttamente proporzionale.</p>
<p>Attenzione però a non cadere nell’ultimo esempio fatto, cioè nel costringersi a una finta — e a tratti dolorosa — amicizia pur di non perdere la persona. Le relazioni sentimentali non possono essere dei surrogati dell’amicizia, o viceversa, dei surrogati della relazione di coppia.</p>
<p>Inevitabilmente, la relazione sentimentale deve essere chiusa. Solo una volta che è stata realmente chiusa, e che entrambi sono andati oltre, si può aprire un’amicizia.</p>
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		<title>Gelosia: si può superare?</title>
		<link>https://matteoradavelli.it/psicologia-della-coppia/gelosia-si-puo-superare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Valeria Belotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 09:20:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Psicologia della coppia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apriamo questo articolo con una domanda frequente&#8221; Dottore ma è possibile superare la gelosia?&#8221; Partiamo con il dire che è una domanda complessa, difficile rispondere in pochi minuti. Partiamo da questo presupposto: trovate già quasi un’ora di intervista che ho fatto con il collega e amico Angelo Collevecchio, dove parliamo proprio di gelosia e raccontiamo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> Apriamo questo articolo con una domanda frequente&#8221; Dottore ma è possibile superare la gelosia?&#8221;<br />
Partiamo con il dire che è una domanda complessa, difficile rispondere in pochi minuti. Partiamo da questo presupposto: trovate già quasi un’ora di intervista che ho fatto con il collega e amico Angelo Collevecchio, dove parliamo proprio di gelosia e raccontiamo un po’ quali sono le caratteristiche, le funzioni ma anche le criticità di un sentimento come questo.</p>
<h2>Cos’è la Gelosia e Perché Nasce</h2>
<p>In sintesi, per rispondere in maniera diretta alla domanda, c’è da considerare questo aspetto: la gelosia è inevitabilmente una forma di insicurezza che, in un qualche modo, in funzione di quanto il nostro “tasto gelosia” è sensibile, risuona all’interno della relazione.</p>
<p>Questo vuol dire che, quando la persona gelosa chiede continuamente conferma, rassicurazione e approvazione da parte dell’altro, nel tentativo di quietare appunto questa gelosia, c’è sempre da chiedersi: perché c’è gelosia?</p>
<h2>Gelosia di Coppia o Insicurezza Personale?</h2>
<p>C’è gelosia perché ci sono, ad esempio, dei fatti oggettivi, concreti, delle caratteristiche o dei comportamenti dell’altro che risuonano male con noi o che sono oggettivamente portatori di gelosia, perché sono contraddittori e ambivalenti. Ci possono essere anche degli episodi in passato in cui effettivamente la fiducia è stata tradita o magari ha rischiato di venir meno, a fronte, ad esempio, di cose che sono state celate, nascoste, omesse. Quindi ci sono una serie di dati e informazioni che portano la persona gelosa a risuonare con questo tipo di comportamenti e quindi a chiedere ulteriore rassicurazione.</p>
<p>Oppure la gelosia è una gelosia “di default”? Cioè una gelosia che esiste a prescindere, indipendentemente dal comportamento del partner, che magari non ha mai dato adito a comportamenti ambivalenti o fraintendibili, ma la persona vive la gelosia per problemi suoi, per caratteristiche sue e non tanto in funzione del comportamento dell’altro, quanto proprio in base alle proprie caratteristiche personali, magari legate a storie pregresse, alla propria infanzia o alle proprie vicissitudini di vita.</p>
<h2>La Prima Distinzione da Fare sulla Gelosia</h2>
<p>Una prima distinzione da fare è proprio questa: la gelosia nasce a seguito di esperienze legate alla relazione con il partner oppure è già intrinseca nella persona, quindi il partner viene inondato da questa gelosia che però è prima di tutto legata all’individuo e non necessariamente generata all’interno della coppia?</p>
<p>Questo è il punto uno.</p>
<h2>Come Affrontare la Gelosia nella Relazione</h2>
<p>Punto due: una volta chiarito questo, è importante comprendere come muoversi.</p>
<p>È importante sottolineare che, nel momento in cui ci si rende conto che è un aspetto legato alla relazione, è necessario poterla affrontare. È necessario riuscire a esprimere al proprio partner quali sono le caratteristiche, i comportamenti o gli atteggiamenti che in qualche modo vanno a innescare il nostro trigger, il nostro vissuto di gelosia, e chiedere spiegazioni rispetto a questi aspetti, chiedendo eventualmente anche una modifica di determinati comportamenti.</p>
<h2>Quando la Gelosia Dipende da Insicurezze Personali</h2>
<p>Se invece la gelosia è legata ad aspetti nostri, più privati, più intimi, quindi più personali, allora a quel punto si può fare un lavoro per riuscire a comprendere quali siano le origini di questa insicurezza, per non andare a rigettare all’interno della coppia le nostre paure e le nostre fragilità, rischiando potenzialmente di rovinare il rapporto stesso.</p>
<h2>Perché il Controllo Non Risolve la Gelosia</h2>
<p>È chiaro che la gelosia, sia che stia da un lato sia che stia dall’altro, non dovrebbe mai diventare una limitazione dei gradi di libertà della persona all’interno della coppia. La gelosia non si risolve chiedendo continuamente rassicurazioni, manipolando il comportamento dell’altro, riducendo la libertà dell’altro, ad esempio diventando estremamente controllanti o estremamente richiestivi, perché questo determina inevitabilmente un impoverimento della relazione e della fiducia, che non viene mai effettivamente ricostruita ma viene sempre continuamente controllata.</p>
<h2>Come Ricostruire la Fiducia Dopo Comportamenti Ambigui</h2>
<p>Quello che si dovrebbe fare, nel caso in cui ci siano stati dei comportamenti che hanno suscitato gelosia perché magari ambivalenti o perché hanno tradito la fiducia, è comprendere le motivazioni, e successivamente ripartire da una base di buon senso e di beneficio del dubbio. Questo magari porta alla discussione e al confronto, ma basati sull’ascolto reale delle motivazioni che l’altro porta.</p>
<p>È inevitabile che, nel momento in cui questa cosa non avviene, poi ognuno di noi si troverà a dover tirare le somme all’interno della relazione e chiedersi se effettivamente quella è la relazione che vuole vivere.</p>
<h2>Percorso Psicologico per Superare la Gelosia</h2>
<p>Altrimenti, nel caso in cui la gelosia sia un aspetto prettamente intrinseco alla persona, quindi legato alla persona e non necessariamente alla relazione, può essere utile fare un percorso psicologico.</p>
<h2>Il Circolo Vizioso della Gelosia e del Controllo</h2>
<p>Quello che non deve essere fatto è permettere alla gelosia di diventare un elemento di controllo all’interno della relazione, perché altrimenti ci troviamo inevitabilmente a vivere con delle promesse che vengono puntualmente disattese, ossia la promessa che, tramite questo controllo, un giorno smetterò di essere geloso o gelosa quando avrò ricevuto sufficienti rassicurazioni.</p>
<p>Ma, ahimè, queste sufficienti rassicurazioni non arrivano mai, perché più si va avanti all’interno della coppia e della relazione, più ciò che si può potenzialmente perdere aumenta. Quindi la paura cresce progressivamente in maniera proporzionale al tempo trascorso all’interno della coppia, perché più io investo nella relazione, più potenzialmente ho paura di perderla.</p>
<p>Se non affronto questa gelosia, quindi, più il mio controllo aumenta e più, progressivamente, la relazione si impoverisce.</p>
<h2>Conclusioni: Capire l’Origine della Gelosia</h2>
<p>È importante capire questo: la gelosia arriva dalla relazione con il partner o arriva da un’insicurezza propria? Oppure magari da una combinazione delle due cose?</p>
<p>Riuscire a capire quali siano i fattori in gioco è il primo passo anche per poi riuscire a risolvere la gelosia.</p>
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