# Matteo Radavelli > Admin Email: camilla@novastudio.io ## Articoli ### Esiste un modo sano di litigare? "Dottore, ma come si deve litigare con il proprio partner? Esiste un modo sano per discutere, per confrontarsi, per appunto litigare anche quando i toni diventano accesi?" Sì, ce ne sono diversi, nonostante come sappiamo benissimo le formule magiche o ricette pronte, ahimè, non esistono. Possiamo però pensare e provare a mettere in fila alcuni elementi, alcuni componenti della discussione o atteggiamenti, modi di essere e di fare che possono essere assunti durante una discussione per renderla utile. Ricordiamoci sempre questo: una discussione, indipendentemente dai toni che assume, è positiva o negativa in funzione dell’utilità che assume nei nostri confronti, nei confronti della nostra relazione, cioè in funzione degli obiettivi che noi ci siamo posti. Essere Sinceri Durante una Discussione Innanzitutto, il riuscire ad essere sinceri. Molte volte, nella discussione, siamo portati a mitigare in qualche modo, edulcorare, cioè ammorbidire, addolcire un po’ il concetto o l’idea che abbiamo in testa per paura di ferire l’altro. Attenzione però che questo “addolcirci” o trovare la formula giusta per potersi esprimere non diventi controproducente, cioè non vada a ostacolare la chiarezza del messaggio che cerchiamo di trasmettere. Il primo passo è sicuramente riuscire ad essere sinceri rispetto al proprio punto di vista. Questo lo dovete all’altro e lo dovete a voi stessi, nel senso che diventa fondamentale poter esprimere se stessi all’altro per riuscire a farsi comprendere, in modo tale da rimanere coerenti con i nostri pensieri e le nostre volontà. Parlare dell'Oggetto e Non del Soggetto Il secondo punto dirimente è che è molto, molto importante riuscire a parlare dell’oggetto e non del soggetto della comunicazione, della conversazione. È fondamentale riuscire a parlare del tema, del topic, dell’argomento che ha innescato la discussione senza poi andare a sfociare in un giudizio personale. Molte volte, le comunicazioni, soprattutto quando si discute con il partner, iniziano da un microelemento e si spostano poi sui massimi sistemi. Questo diventa molto complicato da gestire e anche potenzialmente molto pericoloso per la coppia stessa. Quando da un argomento si generalizza e quindi si porta all’interno del sistema coppia, gli effetti che può avere sono sicuramente maggiori. Facciamo un esempio semplice, anche divertente: moglie che dice al marito: “Per favore, porta giù la spazzatura perché domani la passano a ritirare.” Il marito non lo fa. Il giorno dopo, la moglie potrebbe reagire dicendo: “Caspita, ti chiedo una cosa e non la fai mai, non è possibile che tutte le volte ti dia un compito e te ne dimentichi, non sei affidabile!” Qui, ovviamente, non sta più parlando dell’oggetto, ma sta parlando del soggetto e lo giudica. Questo apre a una serie di discussioni infinite, dove anche il marito inizia a rivendicare le manchevolezze della moglie, gli errori, eccetera. Se invece si parla dell’oggetto, si potrebbe dire: “Ti ho chiesto di fare una cosa, non è stata fatta.” È oggettivo che non sia stata fatta; ora troviamo un modo per risolvere la situazione. Oggetto, non soggetto. Parlare di Sé e Non Giudicare l'Altro Altro punto importante: parlare di sé e non parlare dell’altro. Anziché giudicare il comportamento dell’altro, dilazionando su quali sono le motivazioni o gli intenti, si dovrebbe parlare di come il comportamento dell’altro abbia impattato su di noi. Nel momento in cui parliamo di come la situazione ci fa sentire, di come il comportamento ci ha fatto sentire, siamo sempre in ragione, nel senso che è difficile poter sindacare o contestare l’emozione che l’altro ha provato in funzione del comportamento. Se invece si giudica il comportamento senza dare spazio all’emozione, l’altro sarà sempre portato a giustificarsi o a cercare di mostrare il proprio punto di vista. Noi invece siamo interessati alla relazione: vogliamo proseguire questa relazione, vogliamo migliorarla. Dobbiamo parlare di noi, di come ci siamo sentiti in relazione al comportamento dell’altro, senza obbligare l’altro ma facendo capire come il suo comportamento abbia conseguenze su di noi. Accettare il Feedback e Volontà di Cambiare Ultimo punto: la volontà di cambiare. Dobbiamo accettare il feedback, essere coerenti con noi stessi e onesti intellettualmente, per non cadere nella permalosità, ma accettare sinceramente la critica che l’altro ci fa e impegnarci per cambiare. Molte persone sottovalutano la quantità di impegno necessaria per poter essere felici all’interno di una relazione. Fanno sempre il paragone con l’innamoramento, ma si dimenticano che cos’è l’amore: l’innamoramento è semplice, fluido e spontaneo; l’amore è costruzione, fatica, impegno, trasformazione e progettualità. È molto più faticoso, ma necessario per raggiungere la felicità. Riepilogo dei Principi per Litigare in Modo Costruttivo Questi sono i punti che vale la pena tenere a mente quando si discute: sincerità, parlare dell’oggetto e non del soggetto, parlare di come ci si sente senza giudicare l’altro e essere disposti ad accettare il feedback e cambiare di conseguenza. ### Innamorarsi di un amico "Dottore, ma se siamo amici e a me piace lui o lei, cosa dovrei fare? Devo confidarmi, devo aprirmi, devo dichiararmi o devo stare in silenzio e magari aspettare che sia l’altro a farlo, sperando che nascano anche in lui o in lei desideri e sentimenti simili? Oppure dovrei accontentarmi dell’amicizia?" Non esiste una risposta giusta o sbagliata È una domanda da un milione di dollari ed è una domanda che accompagna l’umanità dalle sue origini. Non esiste una risposta universale: non c’è un comportamento corretto o scorretto, è sempre tutto soggettivo e giusto in funzione di ciò che noi desideriamo e di ciò che sentiamo appagante. I dubbi quando un’amicizia si trasforma in amore Comprendo bene come una relazione nata come amicizia, che si trasforma per uno dei due in qualcosa di più, possa suscitare dubbi. Uno riguarda l’origine dei propri sentimenti, l’altro il rischio di perdere la persona che finora è stata presente nella nostra vita in una veste diversa. Nel momento in cui ci dichiariamo, rischiamo di perderla in toto, quindi dobbiamo fare un passo indietro e affrontare la possibilità di una perdita emotiva. Quando i sentimenti superano l’amicizia Se siamo innamorati o sicuri dei nostri sentimenti, e questi vanno oltre l’amicizia, allora la relazione amicale potrebbe già non essere più neutra. In questo caso, convivere con il desiderio senza agire può portare a sofferenza: da un lato c’è il desiderio, dall’altro la tristezza nel percepire che la relazione sarà sempre limitata rispetto a ciò che desideriamo. Dichiararsi o restare amici? Personalmente, sono più propenso a dichiararsi, anche a costo di compromettere un’amicizia. È un modo per essere sicuri che l’altro sappia cosa proviamo e per darci l’opportunità di essere completamente felici, vivendo il nostro sogno. L’innamoramento autentico non è scontato e rappresenta un’occasione speciale da non sprecare. Rispettare i sentimenti e il legame esistente Dichiararsi implica rispetto per il legame esistente, che inevitabilmente sarebbe alterato se i sentimenti non fossero corrisposti. È anche un atto di rispetto verso noi stessi, perché ci permette di aprirci a questa possibilità, pur sapendo che potremmo dover affrontare un rifiuto o elaborare la perdita della relazione così come la conoscevamo. L’amicizia dopo la dichiarazione È naturale che dopo una dichiarazione come questa è difficile che l’amicizia rimanga esattamente la stessa o che il rapporto non venga alterato. Tuttavia, ribadisco: non esiste una risposta giusta o sbagliata. Per me, personalmente, la via da percorrere sarebbe dichiararsi. E tu cosa ne pensi? ### Litigi in coppia: di chi è la colpa? Recentemente ho pubblicato dei contenuti in merito alle discussioni in coppia, oggi approfondiamo un altro aspetto delle relazioni e delle discussioni con il partner: l'attribuzione di colpa. Fraintendimenti sull'Attribuzione di Colpa Molto spesso c’è un fraintendimento sul concetto di colpa all'interno della discussione. Tutti i partner, quando litigano, lavorano esplicitamente o implicitamente sull'attribuzione di colpa. È inevitabile: tutte le volte che c’è una discussione, c’è qualcosa che è andato storto, o perché l’altro ha fatto qualcosa che non si è apprezzato, o perché noi stessi abbiamo contribuito in qualche modo all’innesco. Responsabilità di Processo: Come Evitare che il Conflitto Degeneri Il problema è che spesso non viene fatto uno sforzo per capire come, al di là dell’innesco — cioè ciò che ha generato il problema — il problema si sia espanso. Quali aspetti di responsabilità di processo e di sistema hanno permesso al problema di trasformarsi in qualcosa di più grande? Esempio Pratico: Dimenticare una Ricorrenza Provo a fare un esempio semplice per chiarire: prendiamo la storia che probabilmente accomuna la maggioranza di noi. Lui e lei nella coppia: lui si dimentica una ricorrenza — scegliete voi, anniversario di matrimonio, compleanno o onomastico. Arriva a casa trafelato dalla giornata di lavoro, trova lei che gli ha preparato una sorpresa: una cena, un oggettino, un pensiero. Lui si trova subito nella posizione di colpevole dell’innesco. All’inizio può non capire che ha fatto qualcosa di sbagliato e cerca di rimediare con gesti immediati, come scusarsi o offrire dei cioccolatini. Lei, invece, pur essendo indisposta per il fatto che lui si sia dimenticato, cerca di fare finta di niente. Passano l’aperitivo, fanno due chiacchiere e riprendono la normale routine. Tuttavia, l’argomento rimane stagnante nell’aria: lui si addormenta sul divano, la questione non viene chiusa. La mattina successiva, lei è furiosa e finalmente esplode, raccontando tutto quello che pensa: lui non la mette mai al primo posto, è egoista, concentrato solo sui propri bisogni, ecc. Errori Comuni nelle Discussioni di Coppia Al di là della situazione specifica, ci sono due errori principali legati alla discussione: L’innesco: lui è colpevole di essersi dimenticato della ricorrenza. È evidente che fosse importante per lei. La responsabilità di processo: lei, lasciando correre la cosa nella speranza che lui rinsavisca da solo, permette alla discussione di degenerare. Sperare che l’altro comprenda spontaneamente la gravità del suo errore senza aiutarlo a capire cosa sia successo raramente funziona. Responsabilità Reciproca e Comunicazione Chiara La responsabilità di ciascuno è quindi reciproca. La coppia funziona quando entrambi lavorano insieme, anche quando uno dei due ha commesso un errore. Non si può lasciare che sia solo l’altro a dover rimediare da solo. È fondamentale comunicare i propri bisogni e ferite in maniera chiara: manifestare ciò che ci ha ferito e cosa ci aspettiamo dall’altro può evitare che piccoli errori degenerino in discussioni più grandi. L’amore e la coppia si vedono proprio in questi momenti: anche quando ci sentiamo feriti, fare uno sforzo per l’altro, cercare di rimediare insieme, è una dimostrazione concreta di cura reciproca. Conclusione: Come Gestire le Discussioni per una Coppia Sana In sintesi: c’è sempre una responsabilità di innesco, ma anche una responsabilità di processo. L’errore iniziale di uno dei due può trasformarsi in una catastrofe solo se l’altro permette che degeneri. Una relazione sana implica muoversi insieme, lavorare in due per far sì che la coppia funzioni, anche quando è difficile. ### Ipocondria Parliamo di ipocondria: che cos’è, che caratteristiche ha e quale impatto può avere sulla vita delle persone. Che cos’è l’ipocondria L’ipocondria è la paura delle malattie e talvolta viene definita anche, in maniera meno comune, ansia da malattia. Questo termine spiega bene in cosa consiste l’ipocondria: è legata a tutti quei pensieri, preoccupazioni, timori e paure di avere una malattia potenzialmente mortale — o comunque estremamente dolorosa. È come se ci fosse un’interpretazione di tutti i piccoli “rumorini” del corpo che, anziché essere visti e letti come tali, si trasformano in indicatori o sintomi di patologie, appunto di una malattia potenzialmente mortale. I sintomi dell’ipocondria e l’attenzione ai segnali del corpo Ci sono diverse paure legate all’ipocondria. Ad esempio, possono avere a che fare con funzioni fisiologiche corporee classiche: pensieri legati al battito cardiaco piuttosto che alla respirazione, che non vengono percepiti come normali. Possono esserci preoccupazioni legate a episodi o manifestazioni sporadiche, come raffreddori stagionali, allergie o cose di questo tipo, oppure legate a sintomi vaghi e poco definiti: ad esempio sentirsi il cuore pesante, sentire dolore alle vene, cioè tutta una serie di sensazioni di difficile interpretazione. Il circolo vizioso dell’ansia da malattia La persona ipocondriaca entra così in un loop sempre più stretto e sempre più grave, in cui aumentano le paure proprio perché l’attenzione viene riposta in maniera sempre più acuta sui propri “rumori del corpo”, chiamiamoli così, o comunque su questi piccoli sintomi. Questo porta la persona a fare tutta una serie di analisi e approfondimenti clinici. Gli approfondimenti clinici risultano negativi, nel senso che non evidenziano alcun tipo di malattia o patologia, ma l’ipocondriaco, proprio perché ipocondriaco, non si dà pace: chiede un secondo parere e continua a fare ulteriori visite. Non basta, infatti, il riscontro medico che dice “guarda che non è niente” a sedare questa preoccupazione. Nella grandissima maggioranza dei casi la rassicurazione aiuta, ma solo per un brevissimo periodo; dopodiché si riparte. Si può ripartire con la stessa patologia — quindi con una preoccupazione sempre per la medesima malattia — oppure, come più frequentemente accade, con un insieme di patologie. Una volta ottenuta la rassicurazione per una, si innesca immediatamente una paura nuova per una nuova patologia, fino a quando anche questa non viene rimpiazzata da un’ulteriore paura, e così via. Di fatto, spesso ci sono due o tre malattie che ricorrono con una certa frequenza. Ipocondria e ricerca continua di rassicurazioni mediche Questa è l’ipocondria: la paura di avere una malattia, potenzialmente anche grave, che non viene placata o sedata dai riscontri medici. Questo innesca un circolo vizioso per la persona, che continua sempre più spesso a cercare visite e rassicurazioni. Rassicurazioni che però lasciano il tempo che trovano: tranquillizzano per un breve periodo e poi si riattiva il circolo vizioso, passando a una nuova patologia oppure rispolverando la paura precedente. Quanto è diffusa l’ipocondria È difficile stimare quale sia l’incidenza del fenomeno, perché non esistono statistiche che dicano, ad esempio, che il 20% della popolazione è ipocondriaco o che il 15% soffre di disturbi d’ansia con ipocondria. Esistono però dati dal lato medico che stimano quante visite vengono fatte per cause ipocondriache. Questo è un dato interessante: si aggira intorno al 9%. Se pensiamo che circa il 9% di tutte le visite mediche viene classificato dai medici come legato a sintomi di tipo ipocondriaco, capiamo che non è un numero indifferente. Come si cura l’ipocondria Per risolvere o guarire dall’ipocondria, ovviamente, un percorso di psicoterapia è la via maestra. È la strada principale per capire da dove nasce questa paura, quali sono le cause che determinano questa problematica e, di conseguenza, che cosa può essere fatto per affrontarla e risolverla. ### Disturbo Ossessivo Compulsivo da relazione Parliamo del disturbo ossessivo compulsivo da relazione. Ho fatto numerose riflessioni, interventi, interviste e contenuti sul disturbo ossessivo compulsivo e ho anche spiegato quali possono essere le diverse caratteristiche di un disturbo ossessivo compulsivo rispetto a un altro. Prima di parlare del DOC da relazione è bene chiarire cosa sono le ossessioni e cosa sono le compulsioni. Cosa sono le ossessioni nel Disturbo Ossessivo Compulsivo Le ossessioni sono un insieme di pensieri ricorrenti, ripetitivi e intrusivi nella mente della persona, che in qualche modo la destabilizzano. La persona finisce per costruire la propria vita attorno a quel pensiero, che può essere anche una paura o comunque qualcosa che occupa costantemente la sua mente nel corso della giornata. Cosa sono le compulsioni nel Disturbo Ossessivo Compulsivo Le compulsioni sono tentativi di sedare o ridurre l’ansia legata a quel pensiero, oppure tentativi di controllare il pensiero stesso. L’azione compulsiva diventa quindi anticipatoria, nel senso che viene messa in atto per tenere a bada il pensiero e l’ansia che ne deriva. Cos’è il DOC da relazione e cosa lo distingue da altri DOC Il DOC da relazione è una delle possibili forme di disturbo ossessivo compulsivo e, come suggerisce il nome, riguarda le relazioni. A differenza di quanto si possa pensare, non è tanto legato al bisogno di rassicurazione da parte dell’altro – del tipo “dimmi che mi ami”, “dimmi che mi desideri”, “non mi dimostri abbastanza” – cioè alla continua richiesta di attenzioni e conferme per paura di essere abbandonati. Al contrario, la persona che soffre di disturbo ossessivo compulsivo da relazione si interroga continuamente sulla bontà della propria relazione e sul sentimento che prova verso il partner. Le domande ricorrenti sono: “Lo amo?”, “Sono davvero interessata o interessato?”, “È la persona giusta per me?”, “È ciò che effettivamente voglio per la mia vita?”. La relazione viene costantemente messa in discussione. Le principali ossessioni nel DOC da relazione Le principali sfumature sono due. La prima è legata al sentimento che si prova: ci si chiede se si è sufficientemente innamorati, se la relazione sia davvero quella giusta, se ci si senta coinvolti abbastanza a livello emotivo. La seconda è legata alle caratteristiche del partner, che possono essere morali, valoriali o anche fisiche: si sviluppa un dubbio perenne sulla possibilità di proseguire la relazione in funzione di queste caratteristiche. Queste sono le ossessioni, le due macro-categorie principali. Le compulsioni nel DOC da relazione: controllo e ricerca di conferme A esse si associano le compulsioni. Talvolta la persona mette in atto comportamenti impulsivi, talvolta vere e proprie compulsioni: ad esempio, fa mentalmente l’elenco delle prove a favore o contro l’amore; stabilisce criteri di valutazione arbitrari e soggettivi per misurare la “bontà” della relazione; controlla alcuni parametri come la frequenza dei rapporti sessuali, il numero di abbracci, il tempo trascorso insieme, le effusioni, le serate condivise. Ognuno trova i propri criteri di controllo, ma il meccanismo è sempre lo stesso: un controllo continuo e costante. Talvolta può esserci anche una richiesta di rassicurazione, ma non per paura di essere abbandonati; piuttosto per ottenere conferma che la relazione abbia senso, che sia giusto stare insieme. È una richiesta diversa: non è “dimmi che non mi lascerai”, ma “dimmi che ciò che stiamo vivendo è valido”. Il circolo vizioso del disturbo ossessivo compulsivo da relazione Questo pensiero finisce per attanagliare la persona, che entra in un circolo vizioso sempre più ampio: “Come posso stare in una relazione di cui non sono sicuro o sicura? Come posso essere felice nel corso della mia vita se già ora mi pongo queste domande? È davvero la persona giusta o mi sto accontentando? Sarò condannato o condannata a un’infelicità eterna se non interrompo subito questa relazione?”. A volte si arriva a gesti impulsivi, come l’interruzione della relazione. Ma anche lì il problema non si risolve: subentra la paura del pentimento, di aver sbagliato, di aver preso una cantonata. E, anche quando la relazione viene interrotta, l’ossessione non scompare: si sposta. Diventa “Ora che sono solo o sola, quanto sto male? Quanto potevo stare bene? Quanto potrei stare bene se tornassi con lui o con lei?”. Il circolo vizioso continua. Caratteristiche principali del DOC da relazione La cosa importante da capire è che il disturbo ossessivo compulsivo da relazione è fatto di ossessioni e compulsioni, come ogni forma di DOC, ma non è centrato principalmente sul timore dell’abbandono. È legato, piuttosto, al dubbio costante sulla bontà della relazione, sul proprio sentimento e sulle caratteristiche morali, fisiche e valoriali del partner. ### La terapia si concentra prima sul COSA e poi sul COME "Dottore, perché dice spesso che una terapia si deve basare anche sul “cosa” e non solo sul “come”?" Questa è stata un’affermazione, una battuta, che è avvenuta durante un’intervista recentemente, proviamo a prenderci dello spazio per approfondire cosa significa. Il rischio di collusione tra richiesta del paziente e offerta del terapeuta Spesso in terapia si corre il rischio di collusione tra la richiesta del paziente e l'offerta del terapeuta. Questo perché penso, e ne sono fortemente convinto, che ci sia un po’ una collusione a volte tra quello che la persona, il paziente che si rivolge a un terapeuta, vive e chiede o cerca nel rivolgersi appunto a un terapeuta e quello che il terapeuta dice di “vendere”. Cioè, di fatto fare psicoterapia è una professione e, per quanto ci sia sempre il tema “arte, scienza, vocazione personale”, di fatto c'è anche una dimensione economica di guadagno. Quello che vedo spesso, e che mi fa venire un po’ il fumo agli occhi, è questo: il paziente dice “Dottore, io ho questa fatica, questo problema, ho un disturbo d’ansia e ho bisogno di risolverlo assolutamente. Ho bisogno che qualcuno mi dica che cosa devo fare per risolvere il disturbo d’ansia”. Il terapeuta qui, secondo me erroneamente, collude con questa richiesta dicendo: “Sì, sì, sì, venga da me, facciamo una terapia estremamente pratica e poi vedrà, le do tutti i consigli che servono”. Perché concentrarsi solo sul “come” è un errore clinico Questa tendenza secondo me è molto sbagliata perché si concentra esclusivamente sul “come” di qualcosa. Premesso che poi c’è sempre da verificare che effettivamente il terapeuta sia capace, con l’imposizione delle mani, lavorando esclusivamente sul “come”, di risolvere un problema o aiutare la persona a risolverlo. Lo vedo estremamente riduttivo, perché se non si riesce a capire il “cosa”, cioè che cosa sta alla base di un problema, il “come” è assolutamente inutile. Innanzitutto non esistono le ricette: tre mosse per uscire dall’ansia, quattro esercizi per superare la depressione, cinque strategie utili per migliorare la propria autostima, quattro ricette più due ingredienti omaggio per risolvere le ossessioni. Non funzionano. Se fosse davvero così semplice, non ci sarebbe bisogno di parlare, di capire la storia di chi si ha davanti. Semplicemente si direbbe: “Ecco qua il training, lo faccia e poi ci vediamo una volta che ha risolto e mi fa sapere com’è andata”. Ovviamente non può esserci una generalizzazione in un lavoro che è inevitabilmente sartoriale. Psicoterapia sartoriale: comprendere il “cosa” prima di intervenire Esistono delle linee guida, esistono dei movimenti teorici, esistono sicuramente delle strategie che sono presenti nella testa del terapeuta e che lo portano a guidare il colloquio e la terapia. Ma una terapia che promette di concentrarsi esclusivamente sul “come” è una terapia fuffa, cioè una terapia che non può funzionare, perché non è che qualcosa di esterno, posto all’interno della persona, la renda improvvisamente sana o guarita dal proprio problema. Anche perché, se mai questa cosa dovesse essere vera — ma devo ancora avere le prove che sia mai successo — allora questa persona non sarebbe mai davvero libera, perché qualcuno esternamente le ha detto che cosa fare e, da bravo soldatino, senza alcun tipo di comprensione del problema, si è messa a replicarlo. Ma resterà schiava della ricetta che qualcun altro le ha dato. Per questo dico che le terapie devono lavorare sul “come”, ovviamente, ma deve essere un “come” sartoriale, strutturato in funzione del “cosa”, che è più importante: è da lì che si deve partire. È da lì che si deve riuscire a capire che cosa sta vivendo la persona, che cosa sta accadendo all’interno della sua vita, il perché del problema. L’importanza della storia personale e della narrazione in terapia Questo lo si fa attraverso la comprensione della storia e quindi della narrazione che la persona porta all’interno della stanza di terapia. Una volta compreso il “cosa”, si capisce come funzionano gli ingranaggi nel motore di quella persona. Allora poi si scelgono le strategie da applicare, allora si crea qualcosa ad hoc. È evidente che il terapeuta ha in mente quali potrebbero essere i problemi, in che direzione varrebbe la pena andare, cosa andare a toccare, sia per gli studi sia per l’esperienza e la capacità clinica, la “pancia”, la sensazione, l’intuito. Ma è solo dopo aver compreso il “cosa”, cioè che cosa sta accadendo e perché, che poi si lavora sul “come”. Dal “cosa” al “come”: strutturare strategie terapeutiche efficaci Una volta che abbiamo il quadro chiaro — che cosa — allora ci chiediamo: adesso cosa facciamo? Come ci muoviamo? Come si fa? Questo permette di strutturare strategie e lavori basati sul “come” per risolvere un problema che è stato davvero compreso. Le terapie che cercano di infilare dall’alto qualcosa perché “è così”, perché “manca un po’ di sale su questo paziente, allora ce lo metto”, non sono terapie. Sono semplicemente un vademecum dello “star bene”. Un esempio clinico: quando il consiglio sostituisce la comprensione Un paziente una volta è arrivato dopo una terapia di questo tipo e mi ha detto: “Dottore avevo fatto una terapia e quello che è successo è stato questo: sono andato dal terapeuta e alla fine mi sono reso conto che sostanzialmente mi diceva: Hai l’ansia? Il consiglio era: supera l’ansia”. Poi il consiglio si declinava nei vari “fai questo, fai quell’altro”, ma il mero esercizio, senza sapere se quell’esercizio ha senso per quella persona, senza sapere se quella strategia ha senso per quella persona, è inevitabilmente un errore, una perdita di tempo. È uno sparare nel mucchio, perché non sa che cosa possa essere effettivamente efficace. E se mai davvero fosse efficace sicuramente in parte è fortuna ma soprattutto quella persona resterà schiava di quella strategia e non padrona della stessa. Conclusione: prima comprendere il problema, poi intervenire E' molto importante comprendere che le terapie devono lavorare sul “cosa” prima e sul “come” e non esclusivamente sul “come”. ### Quanto conta il sesso nella coppia? "Dottore, quanto conta il sesso in una coppia?" Come già sottolineato in altri contenuti non c’è un valore oggettivo che il sesso deve avere per essere giusto, e tantomeno per essere sbagliato. Non c’è una quantità, una qualità o una tipologia di rapporto che, nel momento in cui viene fatta, determina che quella sia la sessualità “giusta” che una coppia deve vivere. Non esiste una quantità “giusta” di sesso nella coppia La coppia deve costruire la propria sessualità e quindi inevitabilmente il sesso diventa una componente importante, ma non in termini di misurazione: in termini di accordo. Ossia, deve essere un tema che genera, suscita e trova l’accordo dei due partner. Perché, se così non è, allora sicuramente sarà un problema. Quando mi viene chiesto quanto conta il sesso in una coppia, c’è sempre il retropensiero — in chi pone la domanda e in chi l’ascolta — di quanto sesso si “debba” fare. Dipende. Ci sono coppie che sono felici se hanno una sessualità appagante con un rapporto alla settimana; chi uno al mese; chi magari nemmeno quello. Eppure sono felici così. Perché? Perché la coppia ha trovato il proprio equilibrio, ha creato la propria sessualità ed è stata capace di trovare un accordo su di essa. Quando il sesso diventa un problema nella relazione Il sesso diventa un problema quando non c’è accordo. Nel momento in cui uno dice: “Io vorrei farne di più” e l’altro “Io vorrei farne di meno”, oppure “Io lo vorrei in una maniera” e l’altro “Io lo vorrei in un’altra”, e la coppia non riesce a trovare la propria quadra, cioè il proprio equilibrio. Oppure quando il sesso viene utilizzato in maniera valutativa, come cartina di tornasole della bontà della relazione. Sesso come conseguenza e non come causa dei problemi di coppia Solitamente, il sesso è conseguenza e raramente causa all’interno di una relazione. Soprattutto nelle relazioni stabili, nelle storie d’amore, il sesso diventa potenzialmente una cartina di tornasole dell’accordo o del disaccordo della coppia, ma non in termini di quanto se ne fa: in termini di quanto si è d’accordo sul tipo e sulla quantità di sesso. È lì che la coppia gioca il proprio equilibrio. Se usiamo il sesso come criterio metrico per valutare la bontà della relazione, ci esponiamo a un rischio: non vivremo mai il sesso per quello che è — qualcosa di piacevole, appagante, che sancisce la sintonia all’interno della coppia — ma lo vedremo come qualcosa che deve essere fatto e cercato nel tentativo di ottenere una conferma. Accordo sessuale e equilibrio di coppia Riepilogando: il sesso è fondamentale, ma lo è in termini di accordo all’interno della relazione. Non è importante quanto se ne fa o come lo si fa; l’importante è che la coppia sia d’accordo su quanto e sul come. È qui che si gioca l’equilibrio della coppia stessa. Non usiamo il sesso come strumento di conferma, come cartina di tornasole della relazione. Dobbiamo essere capaci di comprendere che la sessualità all’interno della coppia non è altro che l’espressione del funzionamento della coppia stessa: diventa sempre, come ripeto, una conseguenza, non una causa. Calano i rapporti? Possibili cause relazionali e non solo fisiche Anche il fatto che alcune coppie dicano “non riusciamo più ad avere rapporti” è spesso legato al fatto che qualcosa non funziona nella relazione. Difficilmente — a meno che non ci sia un problema fisico — si tratta solo di un problema sessuale: più spesso ricade in un problema relazionale. C’è chi dà la colpa allo stress, chi al lavoro, chi ad altro; il risultato però è che nella coppia qualcosa non va. Come spesso affermato è il fatto stesso che non ci sia una sessualità appagante a essere il punto di testimonianza che qualcosa non sta funzionando nella relazione per come si vorrebbe, salvo ovviamente problemi fisici. Conclusione: il sesso è importante se c’è accordo Un punto importante che vorrei fosse esplicito: il sesso è importantissimo nella misura in cui la coppia è capace di rendere la dinamica sessuale un tema di accordo, indipendentemente dalla quantità e dalla tipologia di sesso che fa. ### Si può superare un problema di tipo ansioso da soli? In una diretta svolta qualche tempo fa attraverso i social affermai che una persona può guarire, curare o superare i propri problemi d’ansia e i propri attacchi di panico anche da sola, senza necessariamente rivolgersi a un terapeuta. Premesso che sono ancora fermamente convinto di ciò che ho detto, questa affermazione ha suscitato diverse domande da parte vostra: “Ma allora, dottore, la psicoterapia deve essere fatta o no? Come posso fare da solo?” desidero quindi sfruttare questo spazio a disposizione per approfondire meglio il mio pensiero a riguardo. La psicoterapia è fondamentale, ma non è l’unica via La psicoterapia è fondamentale, ma è fondamentale nella misura in cui io sono uno psicoterapeuta. Si sa che, come si dice, “se hai un martello, tutto il mondo sembra un chiodo”. Lo dico perché credo fermamente in ciò che faccio. Tuttavia, non è l’unica via. Non è detto che tutti debbano fare psicoterapia o seguire la psicoterapia per come io credo debba essere fatta. Ognuno fa ciò che serve a se stesso. Quando affermo che gli attacchi di panico o l’ansia – qualsiasi disturbo di questa natura – possano essere superati anche in autonomia, è perché ne sono fermamente convinto. È naturalmente scontato che, se dovessi consigliare qualcuno, oppure se mi trovassi io dalla parte di chi sta vivendo ansia o panico, mi rivolgerei a un terapeuta e consiglierei una psicoterapia. Tuttavia non è l’unica via, nella misura in cui ogni persona ha un’idea di cosa serva a se stessa per superare le proprie difficoltà. Superare l’ansia da soli: è possibile? Ciò di cui sono fermamente convinto è che la psicoterapia è utile quando serve lavorare in termini di consapevolezza e di autoefficacia. Mi spiego meglio: una persona può superare tranquillamente i propri attacchi di panico semplicemente resistendo, oppure prendendo un farmaco, oppure “tirando lungo” nella speranza che a un certo punto il problema passi. Magari improvvisamente il problema passa. Si è curata da sola? Certamente. Non ha fatto nulla di strutturato, magari ha preso un farmaco oppure ha semplicemente aspettato, ha tenuto duro, ha stretto i denti e ha detto: “Questo periodo passerà”. Ha cercato di dedicarsi un po’ più di tempo, è andata in vacanza, si è concessa una pausa, una spa. Ne è uscita da sola? Sicuramente sì. Ne è uscita consapevole? Assolutamente no. Ne è uscita in termini di autoefficacia, sentendosi davvero più forte e capace di affrontare eventuali ricadute future? Probabilmente no. la persona in questione sente di essere momentaneamente libera, ma si sente davvero forte, nel senso di sapere che, se dovesse ricapitare, saprebbe come uscirne di nuovo? Forse no. E questa appena accennata ritengo sia la vera differenza. Il valore della psicoterapia: consapevolezza e autoefficacia Tramite una psicoterapia riesco a capire, in termini di consapevolezza, quali sono le cause che hanno determinato il problema? Sì. Riesco a sentirmi sufficientemente autoefficace da comprendere cosa ho fatto per uscire dal mio problema? Sì. Riesco a sentirmi più forte rispetto a quando ho avuto l’attacco di panico o l’ansia? Sì. Pertanto in un eventuale futuro, per quanto possa essere scocciato o scocciata di ritrovarmi nuovamente in difficoltà, mi sentirò forte nel poter riaffrontare il problema, perché so di averlo già fatto in passato. Questa è la differenza. La psicoterapia lavora su questo: aiuta la persona a uscire dalla difficoltà, ma lavora soprattutto sulla consapevolezza, sull’autoefficacia e sulla forza, cioè sulla capacità di affrontare eventuali ricadute o problemi futuri. Quando non fare psicoterapia? Questo significa che non tutti sono interessati a questo? Sì, ed è giusto così. Ci sono persone che preferiscono prendere un farmaco, aspettare, oppure sono più stressate dall’idea di rivolgersi a un terapeuta che dall’ansia stessa. Magari hanno preconcetti, non vogliono mettersi in gioco, non si fidano. I motivi possono essere diversi pertanto scelgono di non farlo. Questo aumenta o diminuisce le probabilità di superare un problema? Dipende. C’è una citazione che afferma: “Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. Non fare niente, tendenzialmente, non è una soluzione. È anche vero, tuttavia, che una persona che si sente consapevole delle cause può decidere di lavorare in autonomia, costruendo un proprio programma per prendersi cura di sé. Oppure può semplicemente resistere, perché sa che non cederà mai davvero all’ansia e rimarrà “attaccata alla vita” anche con il timore che l’ansia ritorni. Può darsi che ne esca, e ne esca anche bene. Psicoterapia sì o no? Dipende dai tuoi bisogni Non ritengo che si debba per forza fare terapia. Dipende sempre dai bisogno propri della persona. Se qualcuno sete maggiormente il bisogno di capire le cause, di ampliare la propria prospettiva, di prendersi cura di sé in modo più profondo, allora la psicoterapia va benissimo. Se vuole migliorare la propria “cassetta degli attrezzi” per eventuali problemi futuri, benissimo: facciamo una psicoterapia. Ma non è l’unica via. Ci sono altri valori, altre motivazioni, che portano alcune persone a scegliere strade diverse. La terapia deve essere fatta solo nel momento in cui la persona sente che può essere una via utile per sé, un’opportunità di arricchimento. Se diventa uno stress, se viene considerata inutile o addirittura dannosa perché va a toccare aspetti che la persona non vuole affrontare, allora non deve essere fatta. Conclusione: responsabilità e consapevolezza nella scelta del percorso E' per questi motivi che ho cercato di spiegare in queste parole che ritengo che le persone possono anche risolvere i propri problemi in autonomia. Purché capiscano che scegliere una direzione o un’altra implica comportamenti, sfide e responsabilità differenti, in funzione del percorso che si è scelto di intraprendere. ### "Lo faccio per lui/lei", giusto o sbagliato? "Non interrompo la relazione perché il mio partner sta vivendo un momento estremamente complicato: faccio bene o faccio male?" Questa è una domanda che mi è arrivata, come tante altre, attraverso i socia. A mio avviso è molto interessante poiché apre diversi interrogativi. Esiste una scelta giusta o sbagliata quando il partner è fragile? Premesso che non esiste una risposta giusta o sbagliata: non c’è nulla di più assoluto del “giusto” o “sbagliato” all’interno di una relazione, a meno che non si sfoci in situazioni di violenza o in condizioni molto più delicate e rischiose. In generale, non esiste un giusto o uno sbagliato: ci sono tantissime variabili e implicazioni in gioco che devono essere considerate. Restare per amore, paura o senso di responsabilità? Ad esempio: ti rendi conto di voler bene a questa persona, nonostante la storia pensi debba giungere al termine, e la vedi particolarmente sofferente. Non so a che tipo di difficoltà tu percepisca nel tuo partner, però dall’altro lato ti dici che questa ulteriore “batosta”, questa ulteriore fatica portata dall’eventuale interruzione della relazione, potrebbe andare a sconvolgere ulteriormente la situazione o ad aggravare questa crisi e queste difficoltà. Allora scegli di stare vicino, magari per paura di essere un ulteriore danno per una persona che sta vivendo una condizione di fragilità. Dall’altro lato, potresti farlo anche in funzione di riconoscenza: indipendentemente dal fatto che l’amore sia finito, vuoi talmente bene a questa persona che, in questo momento, scegli di starle vicino per aiutarla a traghettarsi verso lidi più sicuri, più sereni, e poi, quando entrambi avrete la testa per farlo, affrontare anche la risoluzione della vostra relazione. I rischi di rimandare la fine di una relazione È chiaro che questo porta con sé tutta una serie di controindicazioni o, per così dire, altre facce della medaglia. Ad esempio: che cosa ci rimetti tu? Quanto ti costa? Per quanto tempo pensi di poter portare avanti questa situazione? Lo fai solamente per lui o per lei, oppure lo fai anche per te? Anche nelle interruzioni di una relazione c’è bisogno di poter essere a posto con se stessi. A chi stai facendo bene (o male)? Alla domanda “faccio bene o faccio male?”, dovresti innanzitutto chiederti: a chi faccio bene o male? A lui o a lei? A me stesso o a me stessa? Ci sono queste due sponde dello stesso fiume che devono essere considerate. Non è detto che il tuo stare vicino a questa persona – o il tuo credere di poter stare vicino a questa persona – mentre non stai più bene nella relazione con lui o con lei, faccia davvero del bene all’altro. Questa è una cosa che va valutata. Affrontare tutto insieme o rimandare? Ci sono molte persone che, nel momento in cui affrontano una crisi, preferiscono, come si suol dire, “fare 30 e fare 31”, affrontare tutto in un colpo solo per poter in qualche modo rinascere, anziché procrastinare la situazione: prima affrontare il momento di crisi personale e poi, eventualmente, l’interruzione della relazione di coppia. Relazioni in crisi: scegliere in modo consapevole Ripeto: non c’è una risposta giusta e non c’è una risposta sbagliata. Lo devi sapere tu. Devi sapere se lo fai per lui o per lei, se lo fai per te stesso o per te stessa, e quali sono le dinamiche, le condizioni e le caratteristiche della vostra relazione, così come il modo in cui entrambi reagite alle situazioni. È chiaro che, se lo fai in un’ottica puramente sacrificale o, ancor peggio, per illuderti di muoverti in una condizione “giusta”, di correttezza nei confronti dell’altro, ma senza alcun tipo di reale coinvolgimento emotivo, allora la risposta viene da sé. Nelle relazioni, soprattutto in situazioni molto delicate – ad esempio quando le relazioni sono finite ma perdurano da molto tempo – non può esistere un giusto o uno sbagliato assoluto in questa scelta. Devi chiederti per chi lo fai e che cosa questo comporta, per l’altro e per te stesso. ### Tipologie di tradimento Approfondiamo in questo articolo una domanda molto interessante che mi è arrivata attraverso i social: quali sono le tipologie di tradimento? La persona che poneva il quesito ha anche aggiunto di aver letto il mio libro sul tradimento, nel quale suddiviso il tema in quattro macro categorie. Verissimo, ce ne sono diverse, come abbiamo già detto, tuttavia queste esulano dalle tipologie di tradimento in sé. I tipi di tradimento che possono essere agiti sono sostanzialmente tre. Poi queste tipologie assumono un significato all’interno delle caratteristiche della coppia che si trova a vivere questo tradimento, sia che sia stato agito sia che sia stato subito. Tipologie di tradimento e sistemi di coppia: uno schema piramidale Se dovessimo organizzare in uno schema piramidale il concetto, ci sono le tipologie di tradimento e subito sotto i sistemi-coppia, cioè le configurazioni di coppia che attribuiscono significato al tipo di tradimento che è stato agito, e poi via discorrendo. Parlo sempre di processo di “ingegneria inversa” quando si cerca di affrontare il tema del tradimento, perché è fondamentale comprendere la tipologia di coppia all’interno della quale questo è agito, in modo tale da riuscire a comprendere quali siano state le cause, le motivazioni e la crisi originante il tradimento stesso. Il tradimento, infatti, è e rimane sempre la conseguenza, mai la causa di una crisi o di un problema. Le tre macro-categorie di tradimento Le tipologie sono tre: tradimento emotivo, tradimento sessuale e tradimento relazionale. Sono tre macro-categorie abbastanza semplici, che in parte si spiegano da sé. Tradimento emotivo: coinvolgimento mentale senza rapporto fisico Il tradimento emotivo è quel tradimento che comporta una grande sintonia e un forte coinvolgimento dal punto di vista emotivo e mentale, ma che non sfocia mai in un tradimento fisico. È pieno di esperienze di questo tipo. Nel libro, ad esempio, faccio riferimento al cosiddetto “tradimento bianco”: c’è una grande sintonia, si pensa di aver trovato l’anima gemella, di essere in forte connessione mentale con l’altro, cosa che magari con il partner è stata perduta o non è mai davvero stata sviluppata. Ci si butta a capofitto in questo tipo di legame, fatto di grandi confessioni e di un’intimità cerebrale e mentale molto intensa, che però non si trasforma in un tradimento fisico. Le motivazioni possono essere diverse: morali, per cui si sceglie di non andare oltre perché le implicazioni sarebbero troppe; compensatorie, nel senso che ciò che manca nella relazione ufficiale è la parte emotiva, mentre quella fisica è soddisfatta, e quindi nella relazione parallela si cerca la dimensione affettiva; oppure può esserci la paura di rovinare il legame introducendo anche la componente sessuale, sapendo che il sesso potrebbe non essere all’altezza dell’intimità emotiva raggiunta. In questo caso il tradimento rimane su un piano platonico. Tradimento sessuale: soddisfacimento fisico senza coinvolgimento emotivo Il tradimento sessuale, invece, è un tradimento che non implica un coinvolgimento emotivo con l’altra persona, ma riguarda un atto sessuale, cioè il soddisfacimento di alcuni bisogni o pulsioni. Anche qui può esserci una componente compensatoria, egoistica o individuale, come ad esempio nel concetto della “monade”, che ho spiegato nel libro e che trovi spiegata in altri articoli. Il tradimento sessuale ha la caratteristica di essere spesso agito con partner diversi, non con la stessa persona, in un arco di tempo anche relativamente breve, e non prevede un coinvolgimento emotivo. Tradimento relazionale: una vera e propria relazione parallela Il tradimento relazionale infine ha caratteristiche inevitabilmente differenti dai precedenti: si tratta di una vera e propria relazione parallela. C’è una componente emotiva importante, una sintonia mentale e affettiva, ma anche una componente fisica e sessuale. È, di fatto, una seconda relazione: da un lato c’è quella ufficiale, socialmente conosciuta e riconosciuta; dall’altro un’altra relazione che ripercorre la prima, con un coinvolgimento sia emotivo sia sessuale. Il significato del tradimento nella coppia Queste differenti tipologie di tradimento assumono un significato diverso in funzione della coppia che si trova a viverle. Alcune coppie possono ritenere che un tradimento emotivo sia meno grave di uno sessuale, altre il contrario: “è stato solo sesso” può essere percepito come meno importante rispetto al raggiungimento di un’intimità emotiva profonda. Ci sono coppie che vedono il tradimento relazionale come una relazione parallela talvolta migliore, talvolta peggiore rispetto a quella ufficiale, oppure esclusivamente compensatoria. Ogni coppia attribuisce a una tipologia di tradimento un significato diverso, in funzione dei valori che la caratterizzano. È proprio sulla base di questi valori che viene assegnato il peso e il significato al tradimento. In funzione della tipologia di tradimento si può anche comprendere quale sia la tipologia della coppia e, di conseguenza, quali possano essere state le cause, le motivazioni e la crisi sottostante all’azione del tradimento stesso. Esiste un tradimento più grave di un altro? Non esiste, quindi, un tradimento oggettivamente più grave di un altro: diventa più grave o meno grave in base al significato che quella specifica coppia attribuisce a quell’atto e alla configurazione valoriale che la definisce. ### Ansia senza innesco "Dottore, perché talvolta l’ansia si presenta senza apparente motivo?" I disturbi ansiosi sono diversi, come abbiamo già ampiamente visto, e non tutti si presentano nella stessa maniera. Se parliamo, ad esempio, di attacchi di panico piuttosto che di ansia generalizzata — che sono due tra i disturbi ansiosi più diffusi — solitamente si presume, ma è un luogo comune, che inizino necessariamente connessi a un innesco, cioè a una situazione, un evento o un momento di vita che ne determina l’insorgere. Attacchi di panico e ansia generalizzata: esiste sempre un innesco? Talvolta è facile riuscire a individuare quali siano questi inneschi. Ad esempio, una persona può aver paura di guidare e quindi, quando è in coda in autostrada o in galleria, parte l’attacco di panico. Altre volte può esserci un’ansia legata alla prestazione, quindi un attacco di panico, nelle forme più gravi, può scaturire dal dover sostenere un qualche tipo di performance. In altri casi, come ad esempio nelle fobie, l’innesco consiste proprio nell’oggetto o nell’elemento che genera l’ansia: la fobia dell’altezza è scatenata dall’essere in un punto elevato, la fobia dei ragni dal vedere un ragno, e così via. Il ruolo dell’innesco nei disturbi ansiosi L’innesco di per sé è importante, ovviamente, nel senso che fa presumere alla persona di poter comprendere e controllare la propria ansia. È importante soprattutto perché dà un certo senso di controllo: nel momento in cui evito o mi tengo alla larga da quello che può essere l’innesco della mia ansia, sono relativamente sicuro di poter stare bene. Questo, però, porta con sé anche tutta un’altra serie di possibili conseguenze, ad esempio le strategie di evitamento, che — come abbiamo visto anche in precedenza — possono diventare esse stesse il problema, andando a ridurre progressivamente i livelli di libertà di una persona, che si illude di poter stare bene ma, dall’altro lato, si preclude tutta una serie di opportunità all’interno della propria vita. Ansia senza causa apparente: perché destabilizza? Il non avere un innesco, cioè vivere una condizione di ansia generalizzata oppure un attacco di panico senza essere stati capaci di mettere a fuoco quale sia l’innesco, può altresì destabilizzare la persona, perché si sente in balia di una serie di eventi che non riesce a controllare e che, di conseguenza, la tengono in uno stato costante di allerta, tensione e paura. Lavorare sull’innesco in terapia: il processo di ingegneria inversa Ma dell’innesco, che ci sia o meno, che cosa ce ne facciamo in terapia? È utile avere una conoscenza dell’innesco nella misura in cui, in un processo di “ingegneria inversa”, si torna indietro riuscendo a capire, proprio a partire dall’innesco, quali possano essere le cause ad esso associate. Talvolta, nelle situazioni più lineari, può esserci ad esempio un trauma; ma la teoria del trauma è spesso sopravvalutata, per cui non è necessario aver vissuto un trauma specifico da collegare a un problema ansioso. È anzi molto più probabile il contrario: che vi sia una serie di piccoli eventi, di situazioni, di significati attribuiti a queste situazioni, che determinano il fatto che la persona viva male una certa esperienza. L’innesco, quindi, da un lato è utile alla persona che sta vivendo il disturbo ansioso perché le dà un certo senso di controllo, cosa che invece il non essere stati capaci di metterlo a fuoco può destabilizzare; dall’altro lato, però, può avere controindicazioni, come suscitare evitamento. In terapia, l’innesco è utile per quel processo di ingegneria inversa: si parte dalla fine, dall’attacco di panico, si cerca di capire che cosa l’abbia suscitato e poi si risale al perché. Tuttavia, per quanto possa essere destabilizzante non avere un innesco specifico, si può lavorare anche senza di esso, come talvolta accade, perché l’obiettivo è comprendere il perché, cioè la causa e gli elementi determinanti di una certa situazione. Il sistema di significati e il “sottosuolo” dell’ansia L’innesco può essere utile per comprendere questo perché, tuttavia è necessario anche spiegare perché quell’innesco risuoni in modo così importante all’interno del sistema di significati della persona, tale da suscitare attacchi di panico, ansia generalizzata o qualunque altro tipo di disturbo ansioso. Questo per dire che comprendo, dal lato della persona che vive questa difficoltà, quanto l’avere un innesco dia un certo senso di controllo, ma di fatto non fa parte della soluzione. La soluzione è comprendere qual è il problema alla base: se c’è un innesco, capire perché attecchisce in maniera così significativa nel “sottosuolo”, cioè nel sistema di significati della persona; se l’innesco non c’è ma si vive il sintomo, si partirà dal sintomo per comprendere qual è questo sottosuolo semantico che porta allo sviluppo della sintomatologia ansiosa. Il sintomo ansioso come tentativo di soluzione Talvolta, quindi, i disturbi ansiosi — attacchi di panico, ansia generalizzata e via discorrendo — hanno un innesco, cioè un elemento che determina l’insorgere immediato del sintomo; talvolta questo innesco non è così evidente. Ma la soluzione non sta mai nell’innesco: l’innesco può essere uno strumento in più per comprendere il problema. La soluzione sta nel capire qual è, se c’è l’innesco, il sottosuolo su cui attecchisce; oppure, se l’innesco non c’è, qual è il sistema di significati che ha portato allo sviluppo della sintomatologia ansiosa come tentativo — o strategia — per risolvere un problema. Perché, ricordiamoci questo — l’ho detto tante volte e non mi stancherò mai di dirlo — il sintomo, per quanto sia sgradevole, è sempre e comunque un primo tentativo di soluzione a un problema che la persona vive. Conclusioni: comprendere il perché dell’ansia Non preoccuparti se c’è o non c’è un innesco, se riesci o meno a mettere a fuoco le cause o l’elemento scatenante della tua ansia: l’importante è comprendere il perché sottostante. Poi quel perché può essere suscettibile a un determinato tipo di innesco, ma anche se non lo è, ciò che conta è comprendere il collegamento tra il perché e il sintomo. Talvolta l’innesco si colloca tra questi due elementi e fa da anello di congiunzione per una migliore comprensione, ma il terapeuta a cui ti affidi deve essere capace di lavorare sul perché e, di conseguenza, capire che cosa occorra fare per risolvere il problema. ### Dare del tempo ad una relazione che non decolla "Dottore, si può dare del tempo a una relazione che non decolla?" Iniziamo con il dire che ognuno ha la propria idea di amore e questo amore e questa relazione tendiamo sempre a confrontarli, a paragonarli con un giudizio sociale, con i racconti che gli altri fanno, con quello che la gente, le persone, la società ritengono essere la formula giusta. La formula giusta dell’amore non esiste La formula giusta, di fatto, non esiste. Non esiste che una relazione sia simile a un’altra, non esiste che ci siano degli standard che devono essere replicati o soddisfatti. È lo stesso stereotipo: la relazione che la società identifica come “normale” spesso non lo è affatto, proprio perché questa normalità non esiste. Ogni relazione deve essere valutata in funzione delle caratteristiche che ha e dei bisogni che i partner hanno. L’ideale romantico e il mito della relazione travolgente Diciamo che, in linea di massima, ciò che ci viene insegnato, ciò che guardiamo nei film, ciò che leggiamo nei libri o ascoltiamo nelle canzoni è che, in qualche modo, la relazione debba essere travolgente, debba trasportare, debba far venire le farfalle nello stomaco, debba far mancare l’aria, debba essere un vortice, uno tsunami di emozioni. E sulla forza di queste emozioni tutto dovrebbe scorrere con una certa facilità. Quindi ci aspettiamo che trovare qualcuno, trovare la persona giusta, comporti questi turbini emotivi. Differenza tra innamoramento e amore Questo non è l’amore: è l’innamoramento, che sono due cose diverse. Il problema in questa circostanza è che, a mio avviso, nessuno poi spiega cosa dovrebbe avvenire dopo, cosa dovrebbe essere fatto, cosa accade dopo la fase di innamoramento. Premesso che c’è questa confusione, questo fraintendimento tra innamoramento e amore, tutti ci concentriamo sull’innamoramento e pochi invece si concentrano sull’amore. Quando manca il colpo di fulmine ma c’è una possibilità Questa domanda è interessante proprio per questo motivo, perché è orientata più all’amore che all’innamoramento. Di fatto dice: l’innamoramento manca, questa parte dove mi batte il cuore, questo decollo non c’è stato, eppure sento che potrebbe essere la persona giusta, o sento di poterle dare una possibilità. Già qui c’è un orientamento verso l’amore, o verso un potenziale amore. Poi magari non sarà la persona giusta, ma ciò che colpisce di questa domanda è che si è già orientati alla costruzione di qualcosa, quando l’innesco iniziale, quel turbinio emotivo — che molte volte è anche solo fumo negli occhi — non c’è stato. Il rischio del passato idealizzato Quel turbinio spesso tiene legate persone che non trovano più nulla reciprocamente, ma che ricordano ciò che è stato e desiderano, più o meno esplicitamente, ricrearlo, anche senza lavorare davvero per farlo. Qui invece si parte all’inverso: l’innamoramento non c’è stato, ma si intravede la possibilità di un amore, o quantomeno non si è certi che la persona che si sta frequentando non possa essere quella giusta. Una relazione che nasce al contrario Questa è una domanda di stabilità, un’esperienza vissuta in qualche modo al contrario, in retromarcia, che può generare sconforto, dubbi, interrogativi. Le relazioni che crescono lentamente possono durare La risposta è che, se non si ha bisogno dell’innamoramento, se non si ha necessità di quel turbinio emotivo — altrimenti la persona non sarebbe possibilista — e si sta cercando qualcosa di più, non è affatto detto che l’amore non possa nascere. È pieno di relazioni che non hanno avuto un decollo a razzo, verticale, ma che sono cresciute ed evolute in maniera graduale. Darsi tempo in una relazione: quando ha senso Quindi la risposta alla domanda “devo darmi del tempo?” è verosimilmente sì. Già il fatto una persona se lo stia chiedendo indica che sta considerando delle possibilità, che è possibilista rispetto al fatto che questa relazione non debba necessariamente decollare subito. Magari quel turbinio emotivo si innescherà in modo ritardato, dilatato, oppure si arriverà a un equilibrio che è molto più tipico delle relazioni durature, dell’amore, piuttosto che dell’innamoramento. La domanda decisiva da porsi Chiunque si trovi di fronte a questa domanda provi a ribaltarla chiedendosi, invece, questo: saresti pronta a interrompere adesso questa relazione portandoti dietro questo tarlo per sempre? Ascoltare i propri bisogni, non i modelli sociali Se la risposta è no, allora ci si dovrebbe focalizzare su ciò che viene raccontato o su come dovrebbero essere le relazioni, ma su ciò che serve alla persona stessa. In funzione di quello, è presumibile che la domanda sia legata al bisogno di una relazione stabile, piena. Non so se questa sarà la relazione giusta, ma non sta scritto da nessuna parte che, se non c’è un decollo verticale, allora non possa esserlo. ### Il sesso influenza i sentimenti o è il contrario? "Dottore, ma il sesso è sempre influenzato dai sentimenti o, viceversa, è il sesso a influenzare il sentimento all’interno della relazione?" Questa è una delle tante domande che ricevo e che ritengo meritino una spazio di approfondimento. Innanzitutto posso affermare che, dal mio punto di vista, il sesso è a valle del sentimento della relazione piuttosto che a monte, ovviamente riferendomi alle relazioni sentimentali, cioè non alle relazioni occasionali che esistono esclusivamente in funzione del sesso agito. Relazioni sentimentali e relazioni sessuali: una distinzione necessaria Non mi riferisco quindi all’avventura o al sesso occasionale, dove non c’è altro se non la dimensione sessuale. Ci stiamo riferendo ad una relazione stabile, una relazione che va oltre il tema prettamente sessuale. In questo senso vedo sempre la tematica sessuale come posta a valle della tematica sentimentale. Il sesso come cartina tornasole della relazione Questo perché il sesso, all’interno della relazione di coppia, diventa una sorta di cartina di tornasole. Molti ne fanno un utilizzo improprio, strumentale: si rendono conto che il sesso può diventare una buona metrica attraverso cui misurare la bontà della relazione e allora lo richiedono per avere la conferma che “va tutto bene”. Ma questa è un’altra possibile deriva della tematica sessuale. Quanto conta il sesso in una coppia? Dall’altro lato, è inevitabile riconoscere che il sesso sia un argomento centrale all’interno di ogni relazione. Come dicevo in un altro, il sesso in una coppia conta tantissimo. Non perché si debba fare necessariamente tanto sesso o poco sesso, una certa quantità o una certa qualità di sesso, ma perché la coppia deve necessariamente trovare un accordo rispetto alla tematica sessuale. Accordo sessuale e equilibrio di coppia Quando c’è accordo, non conta il giudizio sociale — “devi farlo X volte al mese”, “X volte alla settimana”, “X volte al giorno”. Ci sono coppie felici nel non fare sesso o nel farlo molto poco, e coppie che lo ricercano in maniera più intensa e frequente, perché hanno trovato il loro equilibrio. Quindi non conta quanto sesso viene fatto perché una coppia funzioni, ma che la coppia sia d’accordo sia sulla qualità sia sulla quantità. Quando il sesso diventa un problema nella relazione Dall’altro lato, io vedo sempre il sesso all’interno di una relazione come qualcosa che sta a valle, cioè come conseguente rispetto al tema sentimentale. Perché nel momento in cui il sesso non va, cioè quando non c’è accordo nella coppia, lì si innesca il problema. Il disaccordo può generarsi quando la qualità dei rapporti sessuali non è appagante o quando la quantità non è appagante, perlomeno per uno dei due. Squilibri emotivi e difficoltà sessuali Questo può accadere sia quando c’è uno squilibrio emotivo e sentimentale verso il basso — una crisi sentimentale — sia quando ce n’è uno verso l’alto, cioè emozioni talmente forti da non poter essere controllate e che finiscono per impattare negativamente sull’attività sessuale. Può sembrare controintuitivo, ma quando c’è uno sbilanciamento emotivo all’interno della coppia si instaura un problema sessuale, sia in eccesso sia in difetto. Crisi di coppia e calo del desiderio sessuale In difetto: una crisi, il dubbio, magari uno dei due partner prova sentimenti contrastanti o negativi, può essere arrabbiato, confuso rispetto a ciò che sente, quindi il sesso inevitabilmente decresce, si altera, si modifica. In questo senso diventa cartina tornasole. Quando l’eccesso di emozione blocca il sesso Dall’altro lato può essere altrettanto vero che emergano problemi sessuali quando c’è un eccesso di emozione. Ad esempio, una persona che nei rapporti sessuali fugaci o occasionali non ha alcun problema, può invece incontrarne quando sente che si sta legando a qualcuno e che la relazione sta diventando importante. In questi casi possono emergere difficoltà sessuali non perché ci sia dubbio sul sentimento provato, ma perché c’è paura di concedersi pienamente al sentimento, di lasciarsi andare senza sentirsi sopraffatti. Il sesso come freno emotivo nella relazione Talvolta, quindi, il sesso diventa una cartina tornasole inteso come freno: un “andiamoci piano”, un “non sono pronto”, “non sono pronta”. Il sesso diventa qualcosa che può essere ridotto o modulato per rallentare i tempi, in modo da ottenere le rassicurazioni di cui si ha bisogno. Sesso e sentimento: una relazione consequenziale Quindi, da un versante o dall’altro, il sesso è sicuramente una tematica fondamentale per la relazione ed è spesso una cartina tornasole, ma è sempre a valle, cioè sempre conseguente al sentimento e all’emozione, e mai a monte. ### Superare un fallimento In questo articolo parliamo di fallimento poiché ho recentemente ricevuto una domanda interessante: "Dottore, come si fa a reagire al fallimento? Come posso trasformarlo in una risorsa?" Per rispondere a questa domanda possiamo iniziare con l'affermare che, a mio avviso, al fallimento ci si può approcciare in diverse maniere, indipendentemente da cosa significhi per te “fallire” o “sbagliare”. Ci sono infatti tutta una serie di preconcetti legati al fallimento che sostanzialmente hanno a che fare con il giudizio, con la sentenza e anche con l'idea che il fallimento sia immutabile, non trasformabile e non rielaborabile. Il pericolo di identificarsi con il fallimento Molte volte, quando le persone si trovano di fronte a un fallimento, lo prendono come una valutazione definitiva: “Ho fallito, e quindi questo è ciò che sono”. Questo discorso più ampio porta spesso alla migrazione del concetto dal “ho fallito” al “sono un fallito”. Non sono la stessa cosa, ma il rischio di identificarsi con il fallimento è alto. Non dovremmo però ascrivere un giudizio personale, bensì dare un giudizio rispetto al fallimento legato all’azione che abbiamo compiuto, non alla persona che l’ha compiuta. Il fallimento come tappa di un percorso Il fallimento, dal mio punto di vista, può essere visto anche come una tappa di un percorso. È qualcosa che non definisce né sancisce l’intero percorso, ma ne è solo un pezzettino. Quel fallimento può essere rielaborato: può essere fatto un nuovo tentativo, può essere trovata una nuova strategia per superare quella tappa che in questo momento ci sembra così difficile. Può addirittura essere trasformato in un apprendimento. Trasformare il fallimento in apprendimento C’è chi dice, ad esempio, “Io non fallisco mai, vinco o imparo”, per citare Mandela. Questo concetto racchiude un’idea importantissima: il fallimento non può essere considerato tale se viene trasformato in apprendimento. Nel momento in cui tramite il fallimento impariamo qualcosa, possiamo modificare il nostro comportamento in futuro. Il fallimento come parte del percorso e del tentativo Un altro aspetto fondamentale è che il fallimento ha a che fare inevitabilmente con il tentativo. La cultura americana dice “Fallisci in fretta, muoviti, impara, vai avanti”. Non so quanto questo sia applicabile a tutti i contesti, ma il fallimento fa parte del percorso. È chiaro che le persone saranno portate a vedere principalmente i successi, così come noi tendiamo a mostrare soprattutto i successi. Tuttavia, il fallimento contiene l’apprendimento ed è parte integrante del percorso stesso. Il significato che attribuiamo al fallimento La differenza, l’impatto e il significato che attribuiamo al fallimento determinano i risvolti futuri. Non dovremmo vederlo come qualcosa di immutabile o definitivo, ma come una parte del percorso, una grande possibilità di apprendimento. Rielaborando ciò che abbiamo imparato, possiamo trasformare il nostro comportamento. Scelta della reazione di fronte al fallimento Di fronte al fallimento possiamo scegliere il tipo di azione o reazione che vogliamo avere: possiamo esserne vittime oppure trasformarlo in alleato e farne una risorsa importante. Come diceva Mandela, il fallimento di per sé non esiste: esiste solo nella misura in cui noi gli diamo spazio per esistere. Sempre per citare Mandela: “Io non fallisco mai, vinco o imparo”. ### Perchè non supero la rottura? "Dottore, non riesco a toglierlo dalla testa, non riesco ad andare oltre, non so come fare, non capisco che cosa succede." Come leggiamo in questo quesito che spesso mi viene posto approfondiamo ora quali potrebbero essere i motivi per cui non si riesce effettivamente ad andare oltre, cioè a elaborare una rottura. I principali motivi che bloccano l’elaborazione di una rottura Sono principalmente due. Il rifiuto del lutto: quando non si accetta la fine della relazione La prima possibilità è quella di essere rimasti incastrati nell’elaborazione del lutto: non ci si capacita di come la relazione possa essere terminata, non si è d’accordo sull’interruzione della relazione, si pensa che l’altro stia mentendo nella volontà di interrompere la relazione. Cioè non si crede davvero alla fine della relazione. E non è solo in termini di speranza, è proprio in termini di convinzione. Rimane la volontà di ritrovare l’altro, rimane la volontà di dare una seconda possibilità, rimane comunque l’idea di non credere effettivamente fino in fondo che la decisione dell’altro sia tale. E quindi si rifiuta, si rifiuta, si rifiuta il lutto; si distanzia l’interruzione, la sentenza, la chiusura, la fine stessa della relazione. Si rimane in una qualche attesa, facendo dei tentativi, più o meno espliciti, per poterla riattivare. La paura di perdere una parte di sé dopo la separazione La seconda possibilità è quella legata invece all’idea di avere lasciato all’interno della relazione qualcosa, una parte di sé, che non si sarà più capaci di ritrovare al di fuori: quindi o da soli o all’interno di una nuova relazione. Non solo non si è capaci di mettere a fuoco i propri bisogni, quelli che sono stati soddisfatti o non soddisfatti all’interno della relazione, ma quella parte di sé che veniva soddisfatta dalla relazione la si attribuisce addirittura all’altro. Cioè: non è un mio bisogno, non era una parte di me, ma era qualcosa che l’altro portava all’interno della relazione e che a me faceva stare bene. Attribuire all’altro ciò che in realtà è un proprio bisogno Non ci si riesce ad attribuire questo bisogno, questa competenza, questa qualità, ma la si attribuisce all’altro. E si è convinti che senza l’altro questa cosa non sarà mai più ottenibile, senza invece riuscire a vedere che è un bisogno magari non conosciuto, non espresso, con il quale l’altro, il mio ex partner, risuonava ed era capace di far emergere. Queste sensazioni, queste emozioni vengono attribuite all’altro anziché a se stessi. Cosa che ovviamente non è così, perché se anche l’altro è capace di portare qualcosa all’interno della relazione, se questo non risuona in noi, se non entra in contatto con le nostre corde, se non tocca dei nostri bisogni, noi non ne siamo sensibili, non ne siamo suscettibili, sostanzialmente non ce ne curiamo. Perché non si riesce a superare una relazione finita Queste sono le due modalità, i due motivi sostanziali per cui non si riesce ad andare oltre: o perché si è convinti che la relazione non sia effettivamente finita, quindi non si crede al giudizio, alla sentenza, e non è solo una questione di volontà, oppure perché si è convinti di lasciare all’interno della relazione una parte di sé che non si pensa possa essere ulteriormente soddisfatta in futuro, da soli o tramite la presenza di un nuovo partner. Questo accade perché non si attribuisce questo bisogno a se stessi, ma lo si vede come qualcosa di esterno, non come qualcosa che il partner portava all’interno della relazione. Riconoscere i propri bisogni per andare oltre una rottura Ovviamente così non è, perché se questo qualcosa che il partner portava all’interno della relazione non fosse stato effettivamente per noi importante, se non avesse contattato alcuni nostri bisogni, evidentemente non avrebbe suscitato questo tipo di emozione. Quindi dobbiamo essere capaci di mettere a fuoco quali sono state queste risonanze, quali sono stati i bisogni soddisfatti, capire che questi bisogni sono nostri e provare anche a cercarli altrove: dentro di noi o all’interno di una nuova relazione. ### Come superare una rottura "Dottore, come si fa a superare una rottura?" La rottura di una relazione, soprattutto quando la è una relazione importante, indipendentemente da come la rottura stessa sia avvenuta comporta sempre una fatica, comporta una fase di analisi, di riflessioni, di messa in discussione di sé stessi. Le fasi per superare una rottura sentimentale Quali sono le fasi di attraversamento e successivamente di superamento di una rottura per una relazione importante? Sicuramente c’è una fase di lutto. La fase di lutto è quel momento in cui si prende atto, attraverso diverse fasi, che la relazione è stata conclusa oppure deve finire, perché entrambe le parti, sia colui che lascia sia colui che è stato lasciato, devono affrontare il tema del lutto. La fase di lutto dopo la fine di una relazione Per chi lascia, la fase del letto, viene inevitabilmente affrontata prima rispetto a chi poi riceve la notizia appunto dell’interruzione della relazione, ovvero che è stato lasciato. La fase di bilancio: riflettere sulla relazione conclusa La fase successiva a quella di lutto viene chiamata fase di bilancio. Una volta che ho preso coscienza, ho preso idea o ho chiarezza in testa dell’interruzione della relazione, inizio a tirare delle somme, a fare un bilancio, a capire quali sono state le cose che sono andate bene, quali sono state le cose che sono andate male, quali sono stati i bisogni che questa relazione è stata capace di soddisfare e quali magari non ha soddisfatto, e quali inizialmente soddisfaceva e poi progressivamente, andando avanti, ha smesso di soddisfare. Bisogni soddisfatti e non soddisfatti nella relazione Tramite questa comprensione di fatto ognuno trova un nuovo equilibrio, trova una nuova organizzazione, trova dei nuovi significati, trova anche dei nuovi potenziali bisogni nella funzione, nell’obiettivo, nell’idea di aprirsi progressivamente al mondo. Perché è solo tramite la capacità non solo prendere atto dell’interruzione, ma anche di fare un bilancio, tirare le somme di ciò che è stato, di quali sono stati gli aspetti positivi, quali sono stati gli aspetti negativi, che poi ognuno di noi è in grado effettivamente di andare oltre a una rottura. Cosa cercare in una futura relazione E' importante, nella fase di rielaborazione, comprendere quali sono stati i bisogni soddisfatti, quali sono stati quelli non soddisfatti ma che si desidera andare a soddisfare in un futuro. Attraverso questa comprensione si deduce cosa è importante andare a cercare all’interno di una relazione futura. Andare oltre una rottura: costruire un nuovo equilibrio Quindi è tramite questo bilancio che ognuno arriva a superare effettivamente una rottura, perché sa nuovamente che cosa vuole dal mondo, sa nuovamente che cosa deve andare a cercare appunto all’interno, ad esempio, della relazione o anche all’interno di sé stesso. Il superamento di una relazione, l’andare oltre a una rottura, determina proprio questo: una prima una fase di lutto ed una successiva di bilancio, ovvero questa analisi dei bisogni soddisfatti e non soddisfatti e successivamente una nuova apertura. Quando il processo di elaborazione della rottura si blocca Non è affatto detto che l'ordine qua spiegato sia sempre rispettato: non tutte le relazioni, o l’interruzione delle relazioni, determinano che le persone siano capaci di affrontare ogni singolo step, ogni singola fase che questo processo prevede. Nel momento in cui ci si incastra possono esserci ovviamente delle difficoltà. Approfondiremo queste ultime in un successivo contenuto. ### Terapia di coppia o individuale? "Dottore, siamo in crisi ma lui non vuole fare la terapia: vale la pena che la faccia da sola? Dobbiamo rinunciare? Che cosa possiamo fare?" Una domanda frequente nelle crisi di coppia Questa è una domanda che spesso mi viene fatta, soprattutto quando uno dei due partner – nell’esempio abbiamo preso lui, ma può ovviamente essere anche il contrario – vede la crisi ma non è interessato a svolgere un percorso di terapia. Magari non ci crede, magari pensa possa essere inutile, ha paura di essere giudicato: ci sono tante motivazioni diverse per cui una persona sceglie di non intraprendere un percorso terapeutico. Ovviamente l’altro, colui o colei che invece è interessato, disponibile e magari vede la terapia come una risorsa, si trova a un bivio e si chiede: che cosa faccio? Accetto il rifiuto, cerco un’altra soluzione oppure intraprendo un percorso individuale? Terapia di coppia: la soluzione ideale, quando possibile Dal mio punto di vista, ovviamente, di fronte a una crisi di coppia – anche per orientamento teorico e di mentalità – ritengo che l’intervento sulla coppia, quindi la terapia di coppia, sia la soluzione migliore. Tuttavia, nel momento in cui questo non è possibile, ad esempio perché uno dei due partner si rifiuta, dobbiamo fare i conti con la realtà. Quando la terapia di coppia non è possibile: alternative concrete E allora che cosa si può fare? Sicuramente si può iniziare un percorso di tipo individuale, poiché sulle dinamiche di coppia si può lavorare anche tramite una terapia individuale. È come se venisse utilizzato uno dei due partner come punto di accesso alle dinamiche di coppia, alle dinamiche relazionali: lui o lei diventano quindi uno strumento, un canale di ingresso, una porta attraverso cui entrare nel mondo della coppia. Differenze tra terapia di coppia e terapia individuale focalizzata sulla relazione È chiaro che una terapia individuale focalizzata su tematiche e problematiche di coppia assume sfumature e caratteristiche differenti rispetto a una terapia di coppia vera e propria. Questo perché, tendenzialmente, la terapia di coppia si differenzia per frequenza degli appuntamenti e per durata degli incontri: di solito gli incontri durano circa un’ora e mezza e hanno una cadenza quindicinale. Per quanto riguarda invece il lavoro individuale, la cadenza può essere settimanale e la durata dell’incontro è di circa un’ora. Strutturare l’intervento in base alla realtà della coppia In base a ciò che la realtà ci mette davanti, quindi alle possibilità concrete e alle variabili a disposizione, si sceglie come strutturare l’intervento. Nel momento in cui uno dei due partner non è interessato o non è disponibile alla terapia di coppia, si può procedere tranquillamente con un percorso individuale, ovviamente con le dovute considerazioni. L’efficacia della terapia individuale nelle crisi di coppia Lavorare sull’individuo non è detto che sia meno efficace o, in alcuni casi, può persino risultare più efficace rispetto alla terapia di coppia. Quello che sto cercando di dire è che non deve essere vista come una sine qua non la presenza di entrambi i partner all’interno della terapia per poter lavorare sulle dinamiche di coppia. Banalmente, è molto più funzionale avere in terapia un solo partner motivato piuttosto che due, di cui uno partecipa sotto ricatto, sotto minaccia, controvoglia o semplicemente per denigrare, squalificare o criticare l’altro. Oltre i limiti apparenti: lavorare sulla relazione anche con un solo partner Ci sono quindi molti aspetti diversi che devono essere considerati: non guardiamo solo ai limiti dell’intervento sulle dinamiche di coppia. Non è necessario che siano presenti entrambi i partner: può essere presente anche uno solo dei due. In un mondo ideale, la volontà e la disponibilità di entrambi a intraprendere un percorso di coppia sarebbero certamente una risorsa, ma dobbiamo fare i conti con la realtà. Se così non fosse, possiamo tranquillamente muoverci su una terapia di tipo individuale, in cui chi partecipa viene utilizzato come canale, come porta di ingresso all’interno delle dinamiche della relazione stessa. ### Come cambia la relazione? " Dottore, siamo insieme da un po’, abbiamo condiviso diverse esperienze, diverse vicissitudini, ma e la nostra relazione è un po’ cambiata. Prima eravamo molto affettuosi, molto presenti e molto attaccati, mentre adesso non lo siamo più. Molte volte quindi vivo un po’ nel timore, nel dubbio che vada tutto bene." La domanda è: è giusto che cambi la relazione? È giusto che cambi la modalità relazionale nel corso della propria storia o deve rimanere sempre la medesima? Cosa accade? Perché scegliamo l’altro: la relazione come risorsa personale Partiamo da questo presupposto: noi siamo insieme all’altra persona perché, nel momento in cui ci scegliamo, vediamo nell’altro una risorsa anche per noi stessi. Cioè, tramite l’altro riusciamo magari ad ottenere maggiormente, con più probabilità, i nostri obiettivi; l’altro ci completa, ci fa stare bene, ci permette di vivere una versione di noi che ci appaga maggiormente. Il cambiamento nella relazione di coppia: normalità e trasformazione Ovviamente, mano a mano che stiamo insieme, la relazione cambia. O meglio, cambiano i bisogni individuali, cambiano le organizzazioni all’interno della coppia. Mi viene da dire, anche se è un termine che non mi piace particolarmente usare: è normale che la relazione stessa si trasformi. Dalla fase di innamoramento alla fase di amore All’inizio, tendenzialmente nella fase di innamoramento, c’è un bisogno di stare insieme all’altro fisicamente, di riconoscersi, di scoprirsi, di condividere. Mano a mano che la relazione prosegue, tutto l’aspetto fisico non è detto che venga meno – assolutamente non sto parlando di sessualità o di intimità – sto parlando proprio della numerosità degli abbracci, delle fusioni, eccetera. È chiaro però che la parte di scoperta si trasforma: si passa dalla famosa fase di innamoramento, di cui mi hai sentito spesso parlare, alla fase di amore, di cui mi hai sentito altrettanto spesso parlare. Questo implica anche una nuova organizzazione delle dinamiche della relazione stessa. Quando il cambiamento non è un problema nella coppia Quindi, questo è un problema? No, assolutamente, purché i due partner siano d’accordo e siano entrambi appagati e soddisfatti del tipo di relazione, del tipo di contatto, del tipo di fusione, del tipo di intimità che piano piano vanno a costruire. Ciò che sicuramente, se dovessimo fare una stima, cambia e si riduce è forse proprio questo: il numero di effusioni, i baci, gli abbracci, le carezze, eccetera. C’è tendenzialmente una maggiore volontà, una maggiore espressività della propria autonomia, della propria individualità. Autonomia e individualità nella relazione di coppia Se all’inizio il tempo trascorso insieme era parecchio, quasi la totalità, mano a mano che la coppia va avanti emergono anche tutta una serie di bisogni che sono prettamente individuali: azioni, attività, interessi, hobby, esperienze che magari uno dei due o entrambi preferiscono fare da soli, nonostante stiano bene all’interno della propria coppia. E attenzione: questo non è un limite, non è un vincolo, non è un campanello d’allarme, anzi può essere un’estrema risorsa. Perché, a seguito della fase in cui si viene travolti dal sentimento, in cui ci si dedica anima e corpo all’altro e alla relazione, andando avanti nel tempo i bisogni cambiano. La metacomunicazione: cosa significa prendersi spazio Alcuni bisogni che magari erano stati messi un po’ tra parentesi – come la necessità di svolgere attività individuali, di fare esperienze proprie – progressivamente emergono. Ma il fatto che emergano non è un rischio, non è necessariamente un problema. Anzi, può essere un’estrema risorsa all’interno della coppia. Perché è come se la metacomunicazione, cioè il messaggio che passa tra i due partner, fosse: “Io sto talmente bene all’interno della coppia che ora mi permetto anche di prendere degli spazi per me, mi permetto di essere completo anche in sua assenza”. Cioè, tramite la solidità e la base di un rapporto stabile, mi permetto esperienze individuali, momenti di affermazione autonoma che permettono una mia individualità. Questi momenti, di fatto, vanno a nutrire la relazione perché, nel momento in cui poi torno, sto meglio, sono più appagato o appagata e, tramite me, completo ulteriormente la coppia. Quando l’autonomia diventa un problema: controllo e dipendenza Il limite è nel momento opposto: quando all’interno della coppia si genera un controllo, un giudizio da parte di uno dei due, per cui l’altro non è lasciato libero di avere una propria individualità, una propria autonomia. In quel caso si vive in una condizione di controllo, di scacco, in cui non ci si può muovere liberamente e autonomamente perché altrimenti si vive sotto la minaccia o il ricatto che l’altro possa risentirsi o addirittura lasciare la relazione. Questo sì che diventa il problema. Equilibrio tra coppia e individualità: una relazione matura Quindi è normale che ci sia una trasformazione del tipo di contatto, del tempo trascorso insieme, all’interno di un percorso di coppia. Ma nel momento in cui questi cambiamenti vengono gestiti bene, non sono un limite: diventano una risorsa, perché permettono di equilibrare il bisogno di autonomia e di individualità che ognuno di noi ha con il bisogno della coppia. Ed è qui che si può dire che la coppia, effettivamente, è completa. ### I temi e i modi delle discussioni Facciamo qualche riflessione sul tema del litigio: litigi, litigate, discussioni, contraddittori, eccetera. Si sente spesso dire che non si dovrebbe litigare in pubblico, che i panni sporchi vanno lavati in casa. Allo stesso tempo si sente altrettanto dire che non si deve litigare davanti ai figli. Quindi sì, i panni sporchi vanno lavati in casa, ma magari andrebbero lavati in camera da letto, perché altrimenti questo ha un impatto sul loro sviluppo, sul loro posizionamento all’interno della famiglia e può influenzare anche le loro relazioni future. Sono cose vere, di fatto: il buon senso conferma ciò che sto dicendo. I due aspetti centrali del litigio di coppia Quello su cui vorrei soffermarmi sono due aspetti molto importanti del litigio, delle litigate e delle discussioni, che vale la pena considerare perché guidano la riflessione non solo all’interno della stanza di terapia, ma anche nella testa e nella dialettica della coppia che vuole migliorare il proprio modo di litigare, il proprio modo di confrontarsi e magari riuscire a trovare un equilibrio, un accordo. Questi due aspetti sono fondamentalmente due: il tema della discussione e il modo, cioè la modalità con cui la coppia litiga. Quando il tema diventa un tabù nella coppia Ci sono coppie che rimangono incastrate, ferme, bloccate rispetto a temi specifici, come se questi diventassero progressivamente dei tabù all’interno della relazione. Sono argomenti che non possono essere assolutamente toccati, perché altrimenti la coppia esplode o si trova ad affrontare un conflitto, una litigata, una discussione. Questi temi possono essere diversi: ogni coppia ovviamente ha i propri. Possono riguardare i figli, la sessualità, le relazioni con gli amici, il lavoro, il rapporto con la famiglia di origine, con suoceri, cognati, e così via. Quando però un tema diventa tabù, c’è un grosso rischio: se la coppia non ha strategie comunicative sufficienti per affrontarlo senza confliggere, quel tema rischia di diventare letteralmente un argomento di frattura all’interno della relazione. L’elefante nella stanza e la deriva silenziosa Le persone saranno portate a evitarlo, proprio perché sanno che nel momento in cui viene citato o toccato si “scoppia”. Se il tema è preponderante e importante per la coppia, come quelli appena citati, si rischia di trovarsi davanti a una sorta di elefante rosa nella stanza: tutti lo vedono, ma nessuno ne parla. Questo porta progressivamente alla deriva. Le coppie si allontanano dal contraddittorio e dalla discussione perché genera sofferenza, sono disilluse sulla possibilità di trovare una soluzione e quindi si innesca una dinamica che non fa altro che aumentare lo spazio e la distanza tra i partner, fino ad arrivare, in alcuni casi, alla fine della relazione. Il ruolo delle modalità di litigio nella relazione L’altro aspetto da considerare all’interno del litigio è quello del modo, cioè le modalità, le dinamiche e le caratteristiche che la coppia utilizza nella discussione. Su questo tema esistono già molte riflessioni: ad esempio l’importanza di parlare dell’oggetto e non del soggetto nella comunicazione, o di mantenere una modalità comunicativa che non comprometta la relazione. Qui però l’attenzione è posta sul ruolo che il modo di discutere ha all’interno della relazione stessa. Quando il problema non è l’argomento, ma come se ne parla Esistono coppie che non hanno temi tabù: nessun argomento è, di per sé, proibito. Tuttavia ogni potenziale discussione, anche sulle cose più banali, può diventare la miccia che innesca la detonazione. In questi casi il problema non è l’argomento di cui si sta parlando, ma il modo in cui se ne parla. Accanto all’aspetto comunicativo legato al tema della discussione, esiste infatti un aspetto metacomunicativo, di livello superiore, che riguarda le modalità di confronto. La metacomunicazione: cosa il litigio dice della relazione L’atteggiamento che i partner assumono comunica rispetto, comunica cosa si pensa dell’altro, comunica qualcosa sulla relazione. Ad esempio, una persona può essere estremamente menefreghista o lassista, lasciare perdere tutto, e l’altro finisce per sentirsi sminuito. Oppure una persona può essere aggressiva, impositiva, autoritaria, e l’altro si sente sopraffatto. Ci può essere chi è denigratorio, critico, ridicolizzante. Esistono molte sfumature comunicative che non sono legate all’argomento, ma alla metacomunicazione sulla relazione. Il nostro modo di litigare non parla dell’argomento: parla della relazione. Parla di ciò che funziona, o più spesso di ciò che non funziona, all’interno della coppia. Conflitto acceso o deriva silenziosa: due rischi diversi Le coppie che hanno difficoltà sul piano delle modalità comunicative difficilmente arrivano a una deriva silenziosa; al contrario, tendono a scontrarsi in modo sempre più acceso, doloroso e intenso, fino a poter giungere anche in questo caso alla rottura. Nel momento in cui ti trovi in difficoltà nel litigio o nel contraddittorio con il tuo partner, può essere utile fermarsi e porsi una domanda chiave: il problema dov’è? Come capire dove intervenire nel conflitto di coppia Il problema sta nel tema che affrontiamo, che è diventato un tabù e quindi ci espone al rischio di una deriva silenziosa? Oppure sta nella modalità con cui litighiamo, con il rischio di conflitti troppo accesi, in cui ogni discussione diventa la miccia che fa detonare la situazione? Questa distinzione permette di capire come aggiustare il tiro, in che direzione andare, dove intervenire e cosa modificare all’interno della discussione per renderla più costruttiva e funzionale al benessere e alla continuità della coppia. ### Gelosia retroattiva La gelosia per l'ex, o meglio quando uno dei due partner è geloso delle storie o delle relazioni precedenti del proprio compagno o della propria compagna, è una situazione molto più frequente di quanto si creda. Da esperienza clinica, almeno dal mio punto di vista, questa difficoltà è più legata agli uomini che alle donne. Posso affermare con una certa sicurezza che, nel momento in cui si vive una condizione di gelosia per l'ex del proprio partner, si tratta prevalentemente di un fenomeno maschile, anche se ovviamente non voglio fare di tutta l'erba un fascio. Perché nasce la gelosia per l'ex A cosa è dovuta e quali possono essere i risvolti sulla coppia? Rispetto alla gelosia in generale, ho già trattato diversi aspetti in altri contenuti pubblicati. Se parliamo, in modo più specifico, della gelosia per l'ex, questa è solitamente rivolta a una persona in particolare, più che agli ex in generale. Non è detto che sia rivolta alla storia più importante del partner; anzi, spesso la storia più significativa è quella che dà meno fastidio. Al contrario, le relazioni che generano più disagio sono quelle fugaci, basate magari principalmente sull'aspetto sessuale, o comunque considerate come potenzialmente intaccanti il “valore” o la purezza percepita del proprio partner. Gelosia maschile e insicurezze personali Molto spesso questo tipo di difficoltà viene vissuta principalmente dagli uomini, che in una visione assolutamente maschilista e giudicante vedono la libertà di espressione sessuale della propria compagna come qualcosa di avvilente o sbagliato, anche retroattivamente. Questa gelosia risuona in maniera importante con le proprie insicurezze. La persona che prova questo tipo di gelosia, soprattutto retroattivamente, manifesta problemi legati alla propria sicurezza e tende a confrontarsi, spesso inconsciamente, con l'ex o gli ex del partner, sperando di sentirsi all'altezza o di non essere in competizione. Gli ambiti della gelosia: sessuale, emotiva e intellettuale La gelosia può riguardare non solo aspetti sessuali, ma anche esperienze condivise, attività o livelli di intimità, ad esempio intellettuale, che il partner ha vissuto in passato. In generale, la gelosia è una manifestazione dell’insicurezza del partner geloso, soprattutto quando è rivolta ad azioni che hanno avuto luogo prima dell’inizio della relazione in corso e che quindi non possono essere modificate. Impatto della gelosia retroattiva sulla coppia Questo fenomeno ha un impatto rilevante sulla coppia, perché il partner geloso può esprimere rivendicazioni, attribuire colpe o responsabilità all’altro, rendendo quest’ultimo responsabile del presunto fallimento della relazione per azioni compiute in passato. Questo può dare origine a due principali dinamiche negative: 1. Manipolazione Il partner geloso può cercare di abbassare l’altro, inducendolo a modificare il proprio comportamento in funzione delle sue aspettative, in un tentativo ricattatorio più o meno esplicito. 2. Vessazione Può anche servire a umiliare il partner, facendolo sentire in difetto rispetto a scelte passate, creando un senso di “credito” da parte del geloso verso l’altro. Il risultato è che il partner non geloso vive in una condizione di costante allerta, limitando la propria libertà di espressione e alterando il proprio comportamento per evitare conflitti. Come gestire la gelosia per l'ex In una relazione in cui uno dei due partner è geloso retroattivamente delle storie precedenti dell’altro, è fondamentale: Capire cosa dà fastidio e perché; Evitate di cadere in un circolo vizioso di ricatti o manipolazioni, che possono risolvere temporaneamente il problema, ma generano fratture spesso insanabili nel lungo termine. ### Tradimento: era solo sesso "Era solo sesso" è una frase che sento spesso dire quando mi trovo a lavorare sul tradimento, sia che si tratti di una relazione in terapia di coppia, sia che si tratti invece di una terapia individuale. Facciamo qualche esempio per entrare meglio nel tema. Il Significato di "Era Solo Sesso" "Era solo sesso" è quella frase che, in qualche modo, tende o tenta di giustificare l'atto di tradimento, trascurando l'aspetto emotivo e spostando il focus sull’aspetto fisico, sull’aspetto carnale, come a liberare e alleggerire l’atto della componente emotiva. Questo meccanismo può essere rivolto sia alla persona con la quale si è tradito sia alla persona tradita, cioè quella con cui abbiamo la relazione ufficiale in atto. Tipologie di Tradimenti Sessuali Questi tradimenti possono avvenire, ad esempio, con professionisti – uso volutamente il plurale perché ci sono professioniste donne e professionisti uomini – e sono più presenti all’interno delle relazioni di coppia di quanto si possa credere. Altre persone, che non sono professionisti del sesso, possono invece concordare di avere un atto sessuale semplice senza implicazioni emotive. Tradimento di Compensazione Il tradimento di compensazione avviene quando si cerca al di fuori della coppia ciò che dentro la coppia non si sente appagato. Tradimento per Lato Oscuro I tradimenti per lato oscuro permettono alla persona di esprimere parti di sé inaccettabili o inconcepibili all’interno della coppia, vivendo così un “mondo parallelo” o una fuga dalla realtà. Impatto Emotivo e Percezione del Tradimento L’impatto emotivo, comunque, inevitabilmente c’è, perché un tradimento resta un tradimento. Ci sono persone che concordano con il concetto di "era solo sesso", ma altre che ritengono che questo tipo di tradimento non sia meno grave di uno con implicazioni emotive. Esistono anche tradimenti "bianchi", dove c’è stata la componente emotiva ma non un atto fisico o sessuale. Il Peso del Tradimento nella Coppia Bisogna fare attenzione a come si giustifica o rappresenta il proprio comportamento, perché il peso del tradimento all’interno della coppia dipende dai significati e dai valori attribuiti dal contesto relazionale. Non esiste un tradimento più grave di un altro in termini assoluti; la gravità e l’impatto dipendono dal significato che la coppia attribuisce al gesto e da cosa comunica all’interno della relazione. Il Punto di Vista del Traditore e del Tradito Capisco il punto di vista del traditore, che cerca di minimizzare il gesto, e quello del tradito, che può tentare di giustificare il comportamento dell’altro pensando di aver perso solo la parte sessuale del partner, ma non quella emotiva. Tuttavia, costruzioni del linguaggio come "era solo sesso" rischiano di sottovalutare l’impatto reale all’interno della coppia. Conclusione: Il Tradimento è Sempre un Tradimento Il tradimento è un tradimento, indipendentemente dalla forma. Ci sono tradimenti più digeribili per alcune coppie, ma non per altre. Un tradimento prettamente emotivo ("bianco") non è necessariamente meno grave di un tradimento sessuale o di un tradimento con motivazioni relazionali. "Era solo sesso" non significa nulla se usato per sminuire l’importanza del gesto. L’importanza del tradimento è qualcosa su cui la coppia deve necessariamente riflettere; nascondersi dietro giustificazioni facili può far sembrare il problema risolto a breve termine, ma a lungo termine il problema riemerge, e il rischio è di "inciampare" su quella pietra non affrontata. ### Attacchi di panico notturni Si sente tantissimo parlare di attacchi di panico, anche perché sono uno dei sintomi non solo dei disturbi ansiosi, ed in generale sono uno dei sintomi psicologici più diffusi in assoluto. Si pensa che i disturbi d'ansia colpiscano circa il 30% della popolazione mondiale, e queste percentuali possono variare in base agli aspetti culturali della popolazione di riferimento nell'arco della vita. Questo non vuol dire che tutte le persone nel 30% della popolazione mondiale vivano un disturbo d'ansia, ma che circa il 30% delle persone, almeno una volta nella vita, si è trovata a rispettare tutti i criteri diagnostici che definiscono la categoria dei disturbi ansiosi. All’interno dei disturbi ansiosi, gli attacchi di panico sono tra i più frequenti. Cos’è un Attacco di Panico Notturno A questi possiamo aggiungere un’ulteriore analisi, entrando più in profondità, e accorgendoci che esistono anche gli attacchi di panico notturni, una condizione molto frequente. Infatti, quasi il 50% delle persone che vive attacchi di panico ha sperimentato almeno un attacco di panico notturno, di cui si parla purtroppo poco. Sintomi degli Attacchi di Panico Notturni Dal punto di vista sintomatologico, le caratteristiche sono identiche agli attacchi di panico diurni: si può avvertire fiato corto, tachicardia, secchezza delle fauci, difficoltà respiratorie, vertigini, intorpidimento degli arti, sensazione di confusione, paura di morire o di impazzire, ossia i classici sintomi dell’attacco di panico. Differenze tra Attacchi diurni e Notturni La differenza tra l’attacco di panico diurno e quello notturno è che quest’ultimo sopraggiunge mentre si dorme, in un periodo particolare della notte, che varia da persona a persona. Arriva improvvisamente, gettando chi ne soffre nel panico più totale, non solo per la sgradevolezza dei sintomi, ma anche perché è sostanzialmente inspiegabile. Molto spesso, negli attacchi diurni, è possibile anticiparne l’arrivo: ci sono indicatori, sensazioni o emozioni che segnalano che l’attacco potrebbe sopraggiungere. Negli attacchi di panico notturni, questo non avviene, e ciò risulta terrificante perché accade nel momento in cui la persona abbassa le difese, cioè quando va a dormire. Conseguenze degli Attacchi Notturni Essere colpiti da un attacco mentre si è indifesi è terribile: altera il sonno, che difficilmente può essere ripreso subito, lasciando agitazione e stanchezza il giorno successivo. Inoltre, aumenta il rischio di sviluppare la “paura della paura”, cioè la paura di stare male, con conseguenze sul lungo periodo come insonnia o sonno leggero e non riposante. Perché Alcune Persone Sono Più a Rischio Perché alcune persone soffrono di attacchi diurni e altre di notturni? Tendenzialmente, chi soffre di attacchi di panico notturni è molto controllante e rigido durante la giornata, riuscendo a gestire ansie ed emozioni. Ma nel momento in cui abbassa le difese per dormire, l’attacco colpisce, risultando devastante. Nella maggioranza dei casi, comunque, le persone sperimentano entrambe le tipologie, con prevalenza diurna. Terapia e Gestione degli Attacchi di Panico Notturni Dal punto di vista terapeutico, il trattamento non differisce tra attacchi notturni e diurni. Si parte dall’individuazione delle cause, si definiscono gli obiettivi del percorso e si interviene sulla ristrutturazione dei significati legati a queste cause irrisolte. Una volta elaborate e rielaborate all’interno del percorso terapeutico, queste portano alla risoluzione dei sintomi. Conclusioni In conclusione, anche se l’attacco di panico notturno è estremamente spaventoso, sia per la sintomatologia sia per il contesto in cui avviene, la gestione terapeutica resta simile a quella degli attacchi diurni, concentrandosi su consapevolezza, elaborazione emotiva e ristrutturazione cognitiva. ### Tradimento seriale Parliamo di tradimento seriale, che potremmo definire come un insieme di tradimenti continui e costanti, agiti da una persona indipendentemente dalla relazione che sta vivendo. Più precisamente, il tradimento seriale è quell’azione di tradimento portata avanti in modo reiterato, anche con partner diversi. Molto spesso i traditori seriali cambiano il partner, cioè l’amante, la persona con la quale tradiscono, indipendentemente dalla presenza di una relazione ufficiale o dalla tipologia di relazione all’interno della quale sono inseriti. Questa condotta non viene messa in atto in funzione del partner o della specifica storia d’amore vissuta, ma attraversa tutte le relazioni sentimentali ufficiali che la persona ha vissuto e che sta vivendo. Le caratteristiche del traditore seriale Alcune caratteristiche del tradimento seriale sono strettamente legate alla sua tipologia. I traditori seriali difficilmente mettono in atto relazioni parallele vere e proprie, cioè relazioni che prevedono sia un coinvolgimento emotivo sia un coinvolgimento sessuale, intimo e carnale. Più frequentemente, anche se non si tratta di una regola valida in assoluto, il tradimento si colloca esclusivamente sul versante sessuale. Il traditore seriale è colui o colei che cerca il rapporto sessuale al di fuori della relazione ufficiale, talvolta accompagnandolo con un flirt o con una breve relazione, ma senza strutturare una vera e propria relazione parallela. Esistono casi in cui una relazione parallela viene comunque messa in atto, ma per esperienza clinica non rappresenta la modalità più comune nei soggetti che possono essere definiti traditori seriali. Perché una persona tradisce in modo seriale? Le domande centrali rispetto al tradimento seriale riguardano i motivi: come mai una persona, nonostante si dichiari contenta e felice della propria relazione, continua a tradire in modo sistematico? Le spiegazioni possono essere molteplici e il tema è estremamente ampio. Tuttavia, nella teorizzazione proposta, i contesti e le categorie principali a cui ricondurre il tradimento seriale sono sostanzialmente due: la monade e il tradimento legato alla libertà, definito anche come “amore: faccio un giro ma poi torno”. La monade: il tradimento come espressione di egoismo relazionale La monade è colui o colei che tradisce indipendentemente dal partner perché con il partner non è mai realmente entrato o entrata in relazione. Non ha mai lavorato per costruire una vera relazione di coppia. Può trovarsi formalmente in coppia, ma il legame esiste esclusivamente in funzione del soddisfacimento dei propri bisogni personali. Non si tratta di una comunanza o di uno scambio reciproco, ma di un rapporto centrato sul prendere. In questo caso il tradimento seriale è espressione di un bisogno individuale, egoistico e non negoziabile, al quale la persona non è disposta a rinunciare neppure in presenza di un partner ufficiale. La relazione stessa fatica a essere definita tale. Spesso chi sta con una monade “rema per due”, sostenendo la coppia da solo o da sola, mentre la monade prende ciò che c’è da prendere. Quando il tradimento viene scoperto, la reazione è generalmente fredda e netta: “questa è la situazione, prendere o lasciare”. Non c’è una reale assunzione di responsabilità emotiva, né un autentico vissuto di colpa o riparazione del danno relazionale. Il tradimento di libertà: “faccio un giro ma poi torno” L’altra grande categoria è il tradimento di libertà, che riguarda tutte quelle situazioni in cui una persona, pur amando il partner ufficiale, si sente costretta, soffocata o incarcerata all’interno della relazione. In questi casi il tradimento rappresenta una fuga, una presa d’aria, un modo per riaffermare la propria autonomia, indipendenza ed efficacia personale. Non è necessariamente il segnale di una coppia che non funziona: spesso la relazione esiste, è viva ed è emotivamente significativa. Il nodo centrale è l’incapacità di stare in coppia secondo le richieste e le aspettative percepite del partner. Il tradimento diventa così uno spazio di libertà individuale, un luogo simbolico in cui la persona si sottrae a ciò che vive come vincolante. Una differenza sostanziale rispetto alla monade è che, nel tradimento di libertà, l’infedeltà può addirittura aumentare l’amore provato per il partner ufficiale. Non è raro che una persona che tradisce per bisogno di libertà torni nella relazione principale sentendosi ancora più innamorata di prima. Cosa accomuna monade e tradimento di libertà Ciò che accomuna entrambe le categorie di tradimento seriale è il bisogno di affermazione individuale. Nel caso della monade, questo bisogno si traduce nella priorità assoluta dei propri bisogni, con una coppia strutturata esclusivamente in funzione di uno solo dei due partner. Nel tradimento di libertà, invece, il bisogno di affermazione individuale esiste nonostante la relazione sia soddisfacente sul piano affettivo. Come distinguere le due forme di tradimento seriale Un criterio utile per distinguere le due categorie è osservare la qualità della relazione ufficiale. Se la coppia è coesa, affiatata, i partner sono innamorati e stanno bene insieme, il tradimento seriale è più facilmente riconducibile a un bisogno di libertà e di affermazione dell’autonomia personale, al tentativo di rompere una gabbia percepita come costruita dalla relazione. Se invece la relazione è sostenuta emotivamente da uno solo dei due e mancano reciprocità, scambio e soddisfacimento dei bisogni emotivi, affettivi e cognitivi, il tradimento seriale è più verosimilmente ascrivibile alla macro-categoria della monade. Per approfondire ulteriormente il tema del tradimento seriale e delle sue molteplici sfaccettature, sono disponibili numerosi contenuti di approfondimento sia sul mio sito, sia su altri canali come YouTube o Instagram. ### Pecora nera o figlio prodigio? In questo articolo parliamo del posizionamento dei figli all'interno di una famiglia, soprattutto quando i genitori – o uno dei due – riversa le proprie fatiche, limiti e talvolta patologie nell’educazione dei figli e nelle relazioni che con essi instaura. Come i Genitori Influenzano il Posizionamento dei Figli Questa dinamica è costruita dal genitore in funzione della presenza dei figli. Le famiglie sono strutturate in forme diverse, quindi bisogna fare riferimento alle figure di attaccamento, anche se non siano genitori biologici. Un genitore patologico può essere monogenitoriale, in una famiglia ricomposta o in coppia con l’altro genitore biologico, e concorre al posizionamento e alla costruzione della personalità dei figli. Pecora Nera e Figlio Prodigio: Due Poli Opposti Quando il genitore è particolarmente patologico – ad esempio un genitore narcisista – non è insolito che i figli vengano costruiti su due poli opposti: la “pecora nera” e il “figlio prodigio”. Questa dinamica può verificarsi anche con genitori che non sono narcisisti ma che presentano altre difficoltà o compiono errori educativi. La Pecora Nera La pecora nera diventa spesso il capro espiatorio: colui che sbaglia, il dissidente, colui che non è meritevole di affetto, che crea problemi e richiede impegno al genitore. Si impegna costantemente per ottenere stima e riconoscimento, imparando a guadagnarsi le cose e a faticare per essere riconosciuta. Il Figlio Prodigio Il figlio prodigio è invece tenuto su un altare: ogni azione, anche banale, viene lodata e apprezzata, iper-investito di attenzioni. Rimane spesso attendista, aspettandosi gratificazioni senza dover fare nulla, il che può portare a una difficoltà futura nell’affrontare le sfide della vita adulta. Conseguenze sullo Sviluppo dei Figli Queste posizioni si irrigidiscono negli anni, influenzando lo sviluppo futuro in termini di personalità e ruolo nel mondo adulto. La pecora nera sviluppa determinazione, resilienza e capacità di affrontare la vita, pur portando cicatrici emotive. Il bambino prodigio, invece, rischia di restare dipendente dagli altri e dovrà affrontare un percorso più difficile per sviluppare autonomia e resilienza. Trasformare le Difficoltà in Risorse L’evoluzione positiva si ottiene quando si riesce a trasformare vincoli e difficoltà in risorse. La fatica, il non riconoscimento e le critiche possono diventare motivazione, tenacia e determinazione. Questo vale sia per la pecora nera che per il figlio prodigio, indipendentemente dal loro background familiare. Responsabilità nella Vita Adulta Indipendentemente dalle difficoltà affrontate nell’infanzia, la crescita adulta comporta la responsabilità delle proprie scelte. Non si può accusare i genitori del proprio presente: il loro impatto diventa responsabilità dell’adulto di oggi. Trasformare le esperienze infantili in competenze e risorse personali è ciò che determina il percorso evolutivo nella vita adulta. Conclusioni: Pecora Nera o Figlio Prodigio? Sia la pecora nera sia il figlio prodigio hanno potenzialità e sfide da affrontare. La capacità di riorganizzare competenze e risorse in funzione dei vincoli vissuti nell’infanzia è la chiave per uno sviluppo personale sano ed evolutivo nella vita adulta. ### Paura del rifiuto Parliamo di paura del rifiuto e facciamo qualche riflessione sia rispetto alle cause che la determinano, sia sulle possibili conseguenze, quindi su come questa poi impatta potenzialmente sulle nostre vite. La paura del rifiuto è quella sensazione di apprensione, tensione, allerta e, nei casi più gravi, paura legata a essere respinti, rifiutati, rigettati, talvolta anche giudicati negativamente da qualcuno. Questa cosa, ovviamente, impatta in maniera importante sulle nostre relazioni, che siano esse di tipo lavorativo, sentimentale, amicale o familiare. Trasversalità della Paura del Rifiuto La paura del rifiuto è di solito trasversale ai nostri contesti di vita. Vuol dire che una persona che soffre di questa difficoltà la presenta solitamente in tutti i contesti a cui appartiene: quello sociale, quello amicale, quello familiare, sentimentale, ecc. Talvolta è possibile che questa sia concentrata principalmente in uno di questi ambiti, e gli altri ne siano relativamente salvi o toccati solamente in parte, anche se nella maggioranza dei casi è prevista una trasversalità: il rifiuto impatta tutti i contesti della vita della persona, indipendentemente da quale sia il contesto. Origine della Paura del Rifiuto Da dove nasce? Sicuramente è da ricercare l'origine nelle relazioni antiche, nelle prime nostre relazioni, nel senso che è all'interno della relazione con le figure di attaccamento — che siano i genitori, familiari o comunque coloro che ci hanno cresciuti — che nasce la paura del rifiuto. Soprattutto nel momento in cui queste relazioni si basavano su una qualche forma di ricatto, cioè il ricatto morale, più o meno esplicito e più o meno consapevole, da parte di chi lo ha agito. Non tutti i genitori che poi crescono figli con la paura del rifiuto sono consapevoli di quello che stanno facendo o stanno volutamente manipolando; molte volte le cose vengono fatte anche in buona fede, ma poi hanno degli esiti che possono essere paradossalmente molto gravi. Meccanismo Psicologico della Paura del Rifiuto La paura del rifiuto si genera quando, nel momento in cui si giudicano le azioni, i comportamenti diventano termini di valutazione della persona. Anziché essere commentati e valutati come comportamenti, vengono traslati sulla persona stessa, che diventa, in quel ricatto morale, degna o indegna di amore, attenzione o approvazione. Le motivazioni per cui si può arrivare a un ricatto di questo tipo sono diverse: possono essere intrinseche, ad esempio legate alla patologia dei genitori, oppure legate alle contingenze che la vita pone. Il concetto fondamentale è che la paura del rifiuto si innesca quando l’oggetto viene sempre sostituito o confuso con il soggetto. L’eventuale errore o azione non viene commentato come fine a se stesso, ma diventa rappresentativo della qualità, della bontà e della dignità della persona che l’ha compiuto, ovvero del figlio. Spesso il sistema anticipa le cose: al figlio viene detto cosa deve fare, come ci si aspetta che si comporti, perché altrimenti non sarà degno di amore o affetto. Ricatto Morale e Impatto Relazionale Questo è il ricatto: “Se tu non fai quello che ti dico, se non soddisfi le mie aspettative, non sarai degno di amore”. Qui si innesca inevitabilmente la paura del rifiuto, sia quando viene data la presunta possibilità di riuscire a soddisfare le aspettative, sia quando i genitori esplicitano l’incapacità del figlio di soddisfarle — ad esempio trattandolo come la “pecora nera”. Questa dinamica impatta inevitabilmente sulla vita della persona, sia durante lo sviluppo sia in età adulta, e si ripresenta in molti contesti. Nelle relazioni, sentimentali o amicali, le conseguenze sono enormi: la persona cresce nell’idea di non essere abbastanza, degna o meritevole, nell’idea di non potersi mostrare per quello che è veramente, perché altrimenti sarà rifiutata, umiliata, allontanata o denigrata. Esiti della Paura del Rifiuto Questo può portare a due tipi di esiti: Estrema solitudine e isolamento: La persona si isola per evitare il rifiuto e diventa sola, dovendo contare solo su sé stessa, con tutte le fatiche che ciò comporta. Eccessiva accondiscendenza: La persona entra nei contesti sociali, familiari o relazionali, ma non si mostra mai davvero per quello che è, vivendo con il “capo chino”, ossequiosa, in attesa e sempre desiderosa dell’approvazione dell’altro, con tensione costante che l’altro possa abbandonarla. In entrambi i casi si tratta di gabbie: nel primo caso senza sbarre, ma con totale isolamento; nel secondo caso estremamente strette e vincolanti rispetto alla propria personalità. L’evoluzione è possibile, ad esempio attraverso la terapia, che resta solo una delle vie percorribili per affrontare questi problemi. Riflessione Finale In sintesi, è importante considerare: Quali sono le cause che determinano l’insorgenza della paura del rifiuto. Quali possono essere le conseguenze di questa paura, che spesso diventa trasversale ai diversi contesti di vita, portando a isolamento o a eccessiva accondiscendenza nei confronti degli altri per paura di essere respinti, rifiutati o allontanati, specialmente in situazioni di conflitto. ### Se mi tradisce è finita, è davvero così? Se mi tradisce, lo lascio. Se scopro di essere stata tradita, per me la relazione è chiusa. Il tradimento è qualcosa che non si può superare, è una ferita troppo grave, una mancanza di rispetto. A me non succederà mai. Il giudizio degli altri e le convinzioni preconcette Tutte queste frasi le sento spesso dire. Perché, come sai, con i tradimenti mi trovo spesso a lavorare e le sento sempre comunque dire da persone che, di fatto, non si trovano in questa situazione, cioè non si trovano a vivere un tradimento, ma che in un qualche modo sanno, credono di sapere cosa sarebbe giusto fare o cosa è giusto fare in una situazione di questo tipo. Attenzione: questa non è una critica. Tutti noi abbiamo delle idee, delle convinzioni, diamo dei giudizi rispetto a situazioni che magari non conosciamo a pieno. E quindi, giustamente, una persona che magari non si trova a vivere una condizione di tradimento, una relazione connotata da questo, dice: la interromperei, non potrei andare oltre, sarebbe una cosa troppo grave, eccetera. Cosa succede realmente quando si affronta un tradimento Poi, però, quando ci si trova dentro, le cose cambiano. Quando ci si trova dentro, tutte queste persone che magari prima pensavano avrebbero interrotto immediatamente la relazione, nella mia esperienza clinica, ad esempio, meno della metà delle coppie che si trovano ad affrontare un tradimento poi effettivamente si lasciano, o meglio, si lasciano in una maniera insindacabile, diversa da quanto solitamente espresso dalla sentenza “a me capitasse, interromperei immediatamente la relazione”. Perché questo accade? Perché, tante volte, prima anche di poter potenzialmente interrompere la relazione, ci si deve riprendere, ci si deve rimettere in sesto, capire cosa sta accadendo, porsi delle domande, cercare di ottenere delle risposte, ritornare in sé o in noi stessi in base anche all’onda emotiva distruttiva, a questo tsunami che ha travolto la coppia, ovvero il tradimento stesso, di cui uno dei due è ovviamente responsabile. Dall'idea preconcetta alla realtà emotiva Quello che sto cercando di dire è che, da un lato, le nostre idee prima di trovarci in una situazione sono di un tipo e molto spesso sono categoriche, nette, sicure, decise, ferme. Nel momento in cui ci si trova in questa situazione, ad esempio il tradimento, iniziamo improvvisamente a vedere le sfumature. Questa precisione, questa durezza, questa chiarezza vengono progressivamente meno, perché sono i nostri bisogni a parlare. I nostri bisogni ci portano a porre domande, a cercare di fare ordine, a chiedersi, ad esempio, se davvero è capitato a noi, se davvero la persona che ritenevamo essere la persona della nostra vita è stata capace di fare questo. Avremo bisogno di capire il perché, di comprendere questo abbaglio. Ma come è possibile che abbiamo effettivamente sbagliato così tanto nel valutare la persona che avevamo scelto, con cui condividere la vita? Dobbiamo valutare cosa fare di noi stessi, cosa fare eventualmente della coppia, cercare di capire che impatto ha questo tradimento sulla coppia. Improvvisamente diventiamo possibilisti, ed è normale che sia così. Perché non dare giudizi affrettati Questo anche per dire che è inutile stare su una delle due sponde e giudicare il pensiero dell’altro o dire all’altro cosa dovrebbe fare, perché questa cosa non è utile. Quindi, che tu ti trovi ad esempio ad aiutare una persona che sta vivendo un tradimento, o che tu stia vivendo un tradimento e ti senti a tua volta di chiedere aiuto, ciò che dovrebbe essere fatto è provare a mettersi nei panni dell’altro, dal punto di vista dell’altro, e cercare di comprenderne l’aspetto emotivo. Il tradimento e le emozioni interne I facili giudizi, come ad esempio “il tradimento è tradimento” o “questa cosa non si può superare”, o “la cosa giusta da fare è interrompere la relazione”, possono avere senso dal di fuori, ma dal di dentro le cose cambiano: l’investimento che abbiamo fatto, le emozioni che abbiamo vissuto, la sincerità che inevitabilmente comunque ci sarà stata all’interno della relazione, il lutto che magari ci troveremo a vivere, la volontà di doverci riorganizzare e ricostruire, il chiedersi se proviamo ancora dei sentimenti nonostante rabbia e umiliazione nei confronti della persona che ci ha tradito… tutto questo va considerato. Considerare la prospettiva di ciascuno Partiamo dal presupposto che ognuno di noi valuta la situazione in funzione del punto di vista che occupa, della prospettiva che ha. Dobbiamo sicuramente tenerne conto. Quindi, attenzione ai facili giudizi e occhio a pensare di sapere cosa verrà fatto in situazioni che inevitabilmente sono estremamente complicate e mettono alla prova, come tanti altri elementi della vita, anche il tradimento. ### Tradire e amare è possibile? Molti si chiedono se sia possibile tradire pur essendo innamorati o amando il proprio partner. È importante distinguere tra innamoramento e amore. L'innamoramento è caratterizzato da un'intensa ondata emotiva, mentre l'amore include una componente razionale, legata a impegno, fatica e progettualità a lungo termine. Amare il partner non esclude il tradimento Quando si parla di tradimento, spesso la domanda reale è: "Se amo il mio partner, è possibile tradire?" La risposta è sì. I tradimenti non sono tutti uguali: hanno dinamiche, cause e conseguenze diverse. Esistono due principali categorie di tradimento in cui il traditore può comunque amare il partner. 1. Il tradimento per libertà Questo tipo di tradimento, che nel mio libro ho chiamato "amore faccio un giro, ma poi torno", avviene quando la relazione diventa percepita come una gabbia o un limite, senza però esserlo in modo assoluto. Spesso accade in momenti di svincolo della coppia, come la convivenza, l'acquisto di una casa, il matrimonio o la nascita di un figlio. Il tradimento per libertà serve a riaffermare la propria autonomia, ottenere conferme al di fuori della coppia o semplicemente prendersi una pausa. In questo caso, il traditore spesso torna ancora più innamorato del partner e pronto a rafforzare il legame. 2. Il tradimento per compensazione o lato oscuro Il tradimento per compensazione nasce dal desiderio di soddisfare bisogni che mancano all'interno della coppia, come supporto emotivo, sessualità o altre necessità personali. Il partner ufficiale può essere amato e desiderato, ma alcuni bisogni restano insoddisfatti. Il tradimento per lato oscuro riguarda pulsioni o fantasie che il traditore considera inadatte o inaccettabili da condividere con il partner. Questi desideri vengono vissuti al di fuori della relazione principale in un "universo parallelo" e, una volta soddisfatti, il traditore ritorna alla coppia senza mettere in discussione l'amore per il partner. Conclusioni sui diversi tipi di tradimento In sintesi, non tutti i tradimenti sono uguali. Ogni tradimento ha la propria storia, dinamiche e significati, anche quando esiste un amore sincero per il partner. È possibile quindi amare il partner e, in determinate circostanze, tradirlo senza mettere in dubbio il legame affettivo. ### Narcisismo e dipendenza affettiva: quali possibilità di stare bene? Narcisismo e dipendenza affettiva sono due temi che ultimamente tengono spesso e ampio banco all'interno della discussione psicologica. Si dice che la “tempesta perfetta” sia quella relazione formata da un narcisista e da un dipendente affettivo. Nel momento in cui il narcisista, con tutte le sue caratteristiche, e il dipendente affettivo, con tutte le sue, si incontrano, succede la tempesta perfetta. Perché il Narcisista e il Dipendente Affettivo Creano una Tempesta Perfetta Questo accade perché c'è l'esaltazione delle problematiche di entrambi: è come se uno concorresse alla patologia dell'altro. Il narcisista, di fatto, vessa, maltratta e bombarda improvvisamente d'amore; poi diventa carnefice. Il dipendente affettivo, invece, esalta l'ammirazione verso il narcisista, generando una dinamica che in qualche modo appaga quest'ultimo, perché trova nel dipendente affettivo il suo pubblico preferito. Al tempo stesso, il dipendente affettivo trova nel narcisista la figura da adorare, colui che apparentemente investe i suoi bisogni e attenzioni, rendendolo in realtà schiavo. In questa relazione, le due patologie si potenziano vicendevolmente, generando una “tempesta perfetta” piena di situazioni complesse più che di relazioni sane. Ci sono casi, anche in contesti terapeutici, in cui almeno uno dei due protagonisti decide di cambiare e si rivolge a un professionista nella speranza di trasformarsi, migliorare e dismettere comportamenti dannosi e tossici. Le Difficoltà del Narcisista nel Cambiare Il narcisista spesso non si rende conto di esserlo. Quando lo fa, è di solito tramite suggerimenti, giudizi o critiche altrui, e a quel punto può essere troppo tardi, soprattutto se la devastazione che ha generato attorno a sé è ampia. Inoltre, il narcisista è poco orientato alla sfera emotiva che non riguardi se stesso e tende a usare la relazione in maniera strumentale per il proprio soddisfacimento. Le Potenzialità di Cambiamento del Dipendente Affettivo Il dipendente affettivo, invece, possiede prospettive migliori di cambiamento. Questo perché: 1. Consapevolezza del problema e responsabilità È subito consapevole della propria difficoltà e dei limiti, riconoscendo la tossicità della relazione in cui si trova e assumendosi responsabilità. La consapevolezza del problema e la volontà di cambiare sono pilastri fondamentali per l’efficacia della terapia. 2. Capacità emotive e empatia Nonostante abbia agito in modo disfunzionale nelle relazioni, è conscio delle proprie emozioni, sa viverle e sa lavorarci, possedendo empatia. Nel momento in cui impara a utilizzare le proprie capacità emotive in una dinamica funzionale, scopre di avere risorse enormi e numerose opportunità di trasformazione. Come il Percorso Terapeutico Supporta il Cambiamento Queste competenze rendono il dipendente affettivo molto più pronto e accessibile a un cambiamento reale. Una volta presa consapevolezza e sviluppata la volontà di cambiare, intraprendere un percorso terapeutico diventa un accelerante di un processo già innescato, grazie alle competenze emotive e alla consapevolezza del dipendente affettivo. ### I cinque linguaggi dell'amore Mi chiedete spesso sia da dove prendo gli spunti per i contenuti che pubblico, sia se esistono dei libri che magari posso leggere per capire meglio come funzionano le dinamiche di coppia, magari che non siano eccessivamente clinici. Da dove nascono gli spunti per i video Gli spunti per i contenuti li prendo sostanzialmente dall'attività clinica che svolgo, sia come terapeuta che conduce la terapia, sia come supervisore del terapeuta che la svolge. Quindi le idee e le riflessioni cliniche arrivano dall'esperienza pratica. Libri consigliati per capire le dinamiche di coppia Esistono ovviamente molti libri, più o meno mainstream, che aiutano a comprendere meglio le tematiche di coppia e gli aspetti affettivi di una relazione. Alcuni sono molto tecnici e clinici, quelli che fanno parte della mia formazione professionale. Altri, invece, sono più accessibili e rivolti a un pubblico più ampio. Per citarne alcuni dei più famosi: Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere, L'intelligenza emotiva di Goleman, o, in ambito italiano, Alla ricerca delle coccole perdute. Un altro libro particolarmente interessante è I cinque linguaggi dell'amore di Gary Chapman, un testo famoso che affronta sia la vita di coppia sia la relazione genitore-bambino. I cinque linguaggi dell'amore secondo Gary Chapman Parliamo della mia materia principale, la coppia: l'autore sostiene che le persone manifestano e desiderano ricevere amore attraverso cinque linguaggi o canali principali: 1. Le parole Complimenti, affermazioni amorose, riconoscimenti e apprezzamenti. 2. Il tempo Dedicare tempo di qualità alla persona amata, essere presenti e disponibili. 3. I regali Gesti materiali o simbolici che esprimono affetto. 4. Gli atti di servizio Azioni concrete e pratiche per supportare il partner, dimostrare amore con i fatti. 5. Il contatto fisico Affetto corporeo e sessualità, espressione di calore umano e legame. Come applicare i linguaggi dell'amore nella coppia Ognuno di noi utilizza tutti e cinque i linguaggi, ma con maggiore facilità in alcuni e più difficoltà in altri. Un punto centrale del libro è che dobbiamo amare la persona accanto a noi secondo il suo linguaggio dell'amore, non secondo il nostro. Questo significa imparare a capire come il partner desidera essere amato e allo stesso tempo comunicare chiaramente quali sono i nostri bisogni affettivi, così da creare un vero scambio e soddisfazione reciproca nella coppia. La capacità di comunicare e ricevere amore passa quindi dal saper parlare il linguaggio dell'altro. Riepilogo dei cinque linguaggi dell'amore In sintesi, i cinque linguaggi dell'amore sono: affermazioni affettuose, tempo di qualità, regali, atti di servizio e contatto fisico. L'intimità e la sessualità rientrano in quest'ultimo canale. ### Quattro aspetti fondamentali della psicoterapia Mi è stato chiesto più volte recentemente di fare un video sulle dinamiche presenti all'interno della stanza di terapia e su come funziona la terapia, su quali possono essere i capisaldi di una terapia, cosa determina l'efficacia di una terapia, eccetera. Gli anni trascorsi “sulla sedia del terapeuta” hanno ovviamente cambiato il mio pensiero e il mio modo di approcciarmi alla professione. Questo sarà quindi una specie di riassunto, un vademecum degli aspetti fondanti che dovrebbero essere presenti sia nella mente del terapeuta sia in quella del paziente, della persona che chiede aiuto. Un buon segno è già il fatto stesso che qualcuno chieda aiuto attraverso la terapia. 1. La terapia non è una mera ripetizione del passato La terapia non consiste nel ricondurre tutta la propria infanzia, la relazione con la mamma o il papà o esperienze traumatiche vissute da bambini. Il passato viene considerato in terapia come memoria storica per capire il presente. Non si fa la cronistoria della propria vita: ci si parte dalla domanda che il paziente porta, si va nel passato per comprendere i meccanismi sottostanti al problema che la persona vive e, da lì, si utilizza la comprensione del presente per trasformare il futuro. In sintesi: il passato conta in funzione della comprensione del presente e della costruzione del futuro, non come fine a sé stesso. 2. La terapia è una scienza basata sulla parola La parola è lo strumento principale della terapia, ma non tutte le parole sono uguali. La terapia utilizza le parole in modo mirato: domande aperte più che affermazioni, perché attraverso le domande si apre il pensiero e si permette la trasformazione. Non si tratta di chiacchiere o conversazioni generiche: la parola in terapia ha una funzione precisa e metodica. 3. La responsabilità del paziente Il terapeuta non può accettare la delega da parte del paziente. Il paziente è responsabile del percorso che intraprende all’interno della stanza di terapia. Il terapeuta guida, sostiene e accompagna, ma il cambiamento richiede impegno e assunzione di responsabilità da parte del paziente. Non ci si può aspettare che il terapeuta “risolva” magicamente i problemi: il successo del percorso terapeutico dipende dall’impegno reciproco, di paziente e terapeuta. 4. L’efficacia della terapia non dipende dall’orientamento teorico Non è l’orientamento del terapeuta a determinare l’efficacia della terapia, ma la capacità di instaurare una relazione terapeutica efficace. La relazione tra terapeuta e paziente è ciò che genera la trasformazione. L’orientamento teorico è uno strumento, come le scarpe di un calciatore o la racchetta di un tennista: serve per esprimersi al meglio, ma non determina da solo il risultato. Queste sono le principali considerazioni che mi sono venute a mente. Credo siano rappresentative di cosa sia giusto aspettarsi in terapia, sia dal lato del terapeuta sia dal lato del paziente, e del tipo di mentalità con cui approcciarsi a questo percorso. ### Relazione a distanza e progettualità “Abbiamo una storia a distanza, ma sento che manca una progettualità. Cosa faccio? Non ne parlo?” L'importanza della progettualità in ogni relazione Il tema della progettualità è cruciale in qualunque relazione. Di fatto, ciò che sposiamo, ciò che diciamo, ci impegna: ciò a cui aderiamo, ciò che ci fa “comprare il pacchetto coppia”. La relazione è la progettualità. La progettualità è l’idea di ciò che potremmo essere, di ciò che potremmo diventare, dell’esperienza che potremmo vivere insieme alla persona che abbiamo scelto. È ciò che di fatto ci fa stare insieme. Per questo motivo, la progettualità è qualcosa a cui non si può rinunciare. All’interno di qualunque relazione di coppia, la progettualità esiste sempre, soprattutto quando si lavora per una coppia felice. Problemi comuni legati alla progettualità Talvolta, possono esserci problemi legati alla progettualità: magari non è stata esplicitata, oppure è diversa nella testa dei due partner, oppure è stata esplicitata ma non c’è un accordo. In questi casi, si può scegliere di rimandare, di posticipare la presa di decisione su punti anche importanti della progettualità futura, lasciando alcuni aspetti in sospeso. Quando invece la progettualità c’è e viene condivisa, diventa un collante fondamentale per la relazione stessa. Per questo, un consiglio importante è definire sempre la progettualità all’inizio della relazione e, progressivamente, fare dei “checkpoint” per parlarne e discuterne. Non è qualcosa da fare a tavolino, ma deve essere sempre presente nella testa di entrambi e soprattutto condivisa, con possibilità di essere rimodulata o trasformata. Perché la progettualità è ancora più importante nelle relazioni a distanza Nelle relazioni a distanza, la progettualità è ancora più importante. Questo tipo di relazione, per definizione, perde molto della quotidianità: tutte quelle piccole cose che diventano modalità di comunicazione e strumenti di conoscenza reciproca, come il modo in cui si schiaccia il dentifricio, dove si lasciano le ciabatte, il caffè dopo pranzo, o stare insieme sul divano, vengono a mancare. Le videochiamate, Skype, FaceTime, WhatsApp ecc., possono compensare in parte questa assenza, rendendo la presenza più concreta rispetto al passato, ma non sostituiscono del tutto la quotidianità condivisa. La progettualità come collante della coppia La progettualità rimane fondamentale. Nessuna relazione a distanza può evolvere senza un progetto condiviso e forte. Molte coppie a distanza riescono comunque a mantenere situazioni complesse, perché si concentrano su ciò che ha priorità e perché i punti di contatto con il partner sono pochi. Tuttavia, quando esiste progettualità, la relazione può trasformarsi in una relazione in presenza, evolvendo in qualcosa di più solido. Come parlare di progettualità nella tua relazione Quindi, cosa fare? Ne parlo? Assolutamente sì. Parlare di progettualità è necessario in qualunque relazione, ma a maggior ragione in una relazione a distanza. Vale la pena prendersi un momento per discuterne esplicitamente, perché non ci sono i momenti quotidiani spontanei in cui questo può emergere naturalmente. Bisogna mettersi in agenda: “Dobbiamo parlare della nostra progettualità”. È importante far capire all’altro che questa cosa manca, che è significativa per noi, e che è fondamentale per aderire a un progetto di coppia, anche se impegnativo. La progettualità diventa così non solo un collante, ma anche un energizzante che permette di affrontare le difficoltà del presente, in funzione di un futuro migliore, più felice, condiviso, e non solo dell’istante. ### Come recuperare l'autostima dopo la fine di una relazione? Priviamo, in questo articolo, a rispondere ad una domanda arrivatami attraverso i social: “Dottore, come si fa a recuperare l’autostima dopo una relazione finita male?” Che cos’è davvero l’autostima e da cosa dipende Partiamo da questo presupposto: l’autostima, senza entrare nel dettaglio di che cos’è e cosa non è — perché ne abbiamo già parlato — non è esclusivamente determinata dall’altro o dai feedback che l’altro ci dà. È come se ci fosse una parte di questa autostima che è nostra, cioè la valutazione che noi diamo di noi stessi e il senso di efficacia che abbiamo nei confronti del mondo, della vita, delle fatiche che affrontiamo e di come costruiamo la nostra esistenza. Poi c’è un’autostima che viene inevitabilmente raccolta e costruita in funzione dei feedback che le persone per noi importanti ci danno. Relazioni sentimentali e crollo dell’autostima Quando una relazione sentimentale finisce male è chiaro che la nostra persona ne è inevitabilmente scossa, però non dobbiamo pensare — e quindi delegare — all’altro la responsabilità del livello della nostra autostima. Perché, come dice il termine, l’autostima è la stima nostra, cioè quella che noi abbiamo di noi stessi. Metterla totalmente nelle mani dell’altro, metterla totalmente alla mercé dei feedback che l’altro ci restituisce, diventa estremamente rischioso. Il locus of control e il rischio di delegare il proprio valore È come se ponessimo — si chiama locus of control in psicologia, cioè il centro di controllo — il valore che attribuiamo a noi stessi nelle mani dell’altro o degli altri, facendoci definire da loro. Questo è estremamente rischioso perché ci espone a tutta una serie di conseguenze: nel momento in cui l’altro ci rimanda feedback che non ci piacciono, ci troviamo con una versione di noi stessi che non ci piace. Dall’altro lato, proprio perché dipendiamo dalla definizione che l’altro ci dà, siamo portati ad alterare il nostro comportamento in funzione di una manipolazione — più o meno implicita — del feedback che desideriamo ricevere. Perché il bisogno di approvazione limita la libertà personale Quindi non riusciamo ad esprimerci liberamente per come vorremmo, perché siamo in qualche modo vittime, sotto scacco, sotto ricatto di ciò che l’altro ci rimanda. E ovviamente siamo noi, in primis, a metterci in questa posizione: non è detto affatto che sia l’altro ad agire esplicitamente e volontariamente questo ricatto, ma siamo noi che lo costruiamo se poniamo il locus of control, la nostra autovalutazione e autodeterminazione, fuori da noi. Locus of control interno e responsabilità della felicità Noi dobbiamo porre tutto questo all’interno di noi stessi, cioè dobbiamo avere un locus of control interno. Dobbiamo essere capaci di assumerci la responsabilità della nostra felicità, di come definiamo noi stessi. Quindi anche di fronte alla fatica, quando a seguito di una relazione l’autostima crolla ed è ai minimi storici, non dobbiamo partire da fuori: dobbiamo partire da dentro, da noi stessi, capire quali sono le nostre responsabilità e assumerci — scollate il gioco di parole — la nuova responsabilità della nostra felicità. Ricostruire l’autostima partendo da sé È da qui che dobbiamo agire: portando all’interno di noi stessi ciò che, finché eravamo nella relazione, poggiavamo anche sull’altro, sul contributo dell’altro. È così che riusciamo a salvarci, ed è altrettanto così che saremo progressivamente pronti a iniziare un’eventuale nuova relazione. Perché iniziamo a bastare a noi stessi, perché iniziamo a sentirci completi da soli. Completezza personale e nuove relazioni Ed è proprio tramite questa sensazione di completezza, di pienezza, che poi possiamo muoverci anche verso l’esterno e, di conseguenza, essere pronti ad attrarre una nuova relazione sentimentale. Autodeterminazione vs eterodeterminazione Quindi non è “che cosa devo fare?”, “come mi devo porre?” o “come ci si ricompone una volta che la storia è finita e ho l’autostima a terra?”. Si ricompone smettendo di aspettarci dagli altri la definizione di noi stessi e assumendoci la responsabilità della nostra felicità. Diventando noi gli artefici, diventando noi i veri muratori della nostra autodeterminazione. Dobbiamo autodeterminarci e non eterodeterminarci. È solo così che saremo sufficientemente completi, staremo sufficientemente bene e potremo poi riaprirci a una successiva, potenziale relazione. ### Terapia di coppia online In questo articolo approfondiamo un tema che mi è stato proposto durante un "question time": pro e contro della terapia online di coppia. Che cosa si intende per terapia online Innanzitutto, ci sono delle piccole cose che devono essere chiarite bene e subito. Uno: la terapia online non è il feticcio della terapia in presenza. La terapia online funziona secondo delle regole proprie. Non è la mera replica della terapia in presenza mediata da un monitor, da un video che sia il cellulare, il computer eccetera. E questa è la prima cosa da capire: funziona su dinamiche differenti, regole diverse, il setting cambia, l’aspetto non verbale inevitabilmente viene alterato. C’è una serie di informazioni che vengono perse rispetto alla terapia in presenza. Se la si vede semplicemente come la replica di una terapia in presenza mediata da uno schermo, allora inevitabilmente appare come terapia di serie B. La terapia online però non è così. Può essere altrettanto efficace purché si sia consapevoli che funziona e viaggia su regole differenti. È vero che tante informazioni si perdono, ad esempio quelle legate al setting e alla comunicazione non verbale. Però se ne guadagnano altre. Quali informazioni si perdono e quali si guadagnano Pensate a quanto può essere importante, rispetto alla terapia in presenza in cui io vedo sempre il paziente nello stesso ambiente, osservare nella terapia online il contesto reale di vita della persona. A seconda del luogo da cui ci si collega (casa, ufficio, taverna, macchina) emergono elementi informativi che arricchiscono il processo terapeutico. Dunque, se capisco che la terapia online non è una replica della terapia dal vivo, ma un setting con criteri e vantaggi propri, allora posso coglierne il valore. Terapia di coppia online vs terapia di coppia in presenza La terapia di coppia online è diversa dalla terapia di coppia in presenza. Ci sono aspetti che viaggiano sugli stessi binari e altri che richiedono accortezze specifiche. Una delle più importanti è che la coppia sia presente nella stessa stanza e davanti alla stessa webcam. Se infatti la seduta avviene con due o tre riquadri separati, come in una riunione Zoom, si rischia di perdere informazioni fondamentali per la comprensione delle dinamiche relazionali. Il terapeuta sente le parole, ma non vede le interazioni tra i partner. Ci sono eccezioni: se la coppia vive già a distanza, allora può essere sensato collegarsi da luoghi differenti. Ma è diverso quando si vive insieme e ci si connette separatamente solo per privacy o disponibilità degli spazi. Rischi e difficoltà della terapia online di coppia Uno dei rischi della terapia di coppia online è che, se non la si padroneggia, ci si può perdere nelle variabili del setting. Le informazioni aumentano, ma richiedono più gestione. Un’altra difficoltà è la complessità della conduzione: la terapia di coppia in presenza è già più impegnativa rispetto alla terapia individuale, e online lo è ancora di più. È cognitivamente più richiedente sia per il terapeuta che per i pazienti. Vantaggi della terapia di coppia online Dall’altro lato, i vantaggi sono molti. Primo fra tutti, la possibilità di scegliere professionisti distanti geograficamente, accedendo a competenze specifiche che in presenza sarebbero irraggiungibili. A questo si aggiunge l’aspetto logistico: niente spostamenti, flessibilità oraria, gestione dei fusi, possibilità di maggiore continuità terapeutica. Questi aspetti valgono per l’online in generale, ma assumono peso rilevante anche nella terapia di coppia. Conclusioni e spunti finali Queste sono le riflessioni principali sulla consapevolezza di cosa significhi fare terapia online e sui pro e contro della terapia di coppia in questo formato. Fammi sapere se vuoi altri approfondimenti o ulteriori spunti. ### Caratteristiche della relazione tossica Ho recentemente fatto un post su Instagram in cui parlavo delle caratteristiche di una relazione tossica. Ovviamente, essendo un post, doveva essere sintetico e pensato come uno spunto di riflessione. Ciò che è accaduto, infatti, è che sono arrivate una quantità considerevole di domande: molte chiedevano integrazioni, altre dicevano invece di trovarsi in situazioni diverse e quindi, non ritrovandosi in ciò che avevo elencato, concludevano che forse la loro relazione non fosse tossica. Facciamo ordine: cosa si intende per relazione tossica? Facciamo un po’ di ordine. Integro ciò che ho detto e cerco di mettere insieme sensazioni, emozioni e vissuti che si possono esperire quando ci si trova dentro una relazione tossica. Partiamo da un presupposto: una relazione tossica – che sia sentimentale, parentale o amicale – è caratterizzata da una prevalenza di emozioni negative. Possiamo racchiuderle, in modo stereotipato ma funzionale, nei concetti di infelicità, dubbio, timore, insicurezza. A questi si alternano momenti particolari, intensi, ma sporadici, di gioia autentica. Il motivo per cui la nostra mente spesso si confonde è che tende a sopravvalutare quei momenti di intensa felicità e a sottovalutare tutto il resto, cioè la sofferenza sperimentata nella gran parte della relazione. Questo meccanismo ci porta a rimanervi dentro anche quando non è sano farlo. Ho realizzato altri contenuti in cui spiego perché le relazioni tossiche hanno così tanto potere su di noi e perché diventano così difficili da lasciare. Perché si resta in una relazione tossica? In sintesi, la relazione tossica è quella in cui gli elementi di dolore e infelicità sono predominanti, ma intervallati da piccoli picchi di piacere e connessione emotiva. Ed è proprio questa alternanza a confonderci: ci porta a pensare che, se esistono momenti così intensi, allora si potrebbe trovare un modo per renderli la normalità. Ma, non riuscendoci, con il senno di poi ci rendiamo conto di essere rimasti intrappolati in una dinamica tossica. A quel punto si innesca un conflitto interno: la testa riconosce l’incoerenza e la disfunzionalità, ma la pancia continua a desiderare quei momenti di felicità che fungono da illusione e rinforzo emotivo. Segnali che indicano una relazione tossica Quali sono quindi i segnali più ricorrenti in una relazione tossica? 1. Squilibrio costante tra dare e ricevere Il primo, forse il più evidente, è la sensazione costante di dare molto e ricevere poco. Non si tratta di un mai ricevere, altrimenti non resteremmo nella relazione, ma di un disequilibrio marcato: si dà tanto, si ottiene poco. 2. Svalutazione e senso di inadeguatezza Accanto a questo ci sono altri vissuti frequenti: senso di giudizio e svalutazione, esplicita o implicita; sensazione di non sentirsi mai abbastanza o degni; essere tenuti in sospeso, come se si fosse in valutazione permanente. 3. Mancanza di fiducia e chiarezza Sfiducia, tradimenti, o percezione di non avere chiarezza. Sentirsi confusi rispetto ai comportamenti dell’altro, senza un reale accesso al suo mondo emotivo ed intenzionale. 4. Comunicazione unidirezionale Difficoltà o assenza di comunicazione reale. Si viene compresi solo quando si è allineati al punto di vista dell’altro, ma non viceversa. 5. Precarietà, insicurezza, prevaricazione Sensazione di indefinitezza, precarietà continua; dinamiche di prevaricazione sottili o manifeste. Espressioni come “Sono fatto così, devi adattarti” sono ricorrenti e normalizzate. 6. L’altro è il centro, tu ruoti intorno In molte relazioni sane i ruoli si alternano. Nelle relazioni tossiche no: è statico, sbilanciato, fisso. Uno al centro, l’altro in orbita, destinato a dare, aggiustare, rincorrere. Questo articolo non può naturalmente essere esaustivo di tutte le possibilità. Le sfumature sono molte, personali, soggettive. Spero però di aver chiarito ulteriormente il concetto e offerto spunti di riflessione utili per riconoscere più consapevolmente questo tipo di dinamica. ### Coppia e differenza di età: quando la donna è maggiore dell’uomo Dottore, ma quando c’è una grande differenza di età tra i due partner, quali sono le implicazioni, i rischi, le variabili o comunque le criticità che vale la pena tenere a mente? E soprattutto, quando è la donna ad essere maggiore dell’uomo, che cosa implica? Coppie con ampia differenza d’età: considerazioni generali Ho fatto diversi video sulle relazioni in cui i due partner hanno un’ampia differenza di età: quali possono essere i rischi, i vantaggi, le difficoltà che questo tipo di coppia deve inevitabilmente affrontare, senza mai ovviamente giudicare. Una coppia, ad esempio omosessuale, dovrà affrontare difficoltà diverse rispetto a una coppia con grande differenza di età; una coppia immigrata potrà incontrare sfide differenti rispetto ad altre. Ogni coppia ha le sue: essere coppia implica dover affrontare delle sfide, e alcune caratteristiche della relazione comportano inevitabilmente determinate criticità e vincoli che, se ben compresi e attraversati, possono trasformarsi anche in risorse. Nel momento in cui ci si scopre felici, significa che si è trovato un modo per valorizzarli. In passato ho svolto altri contenuti riguardo temi affini, ho quindi ricevuto diversi messaggi da donne che mi chiedevano: “Quando è la donna ad essere più grande, quali sono le implicazioni?”. Questo mi ha fatto riflettere, perché nei contenuti prodotti mi riferivo alle coppie con differenza di età in senso generale, senza distinguere se fosse maggiore l’uomo o la donna. Le domande ricevute mi hanno fatto pensare che forse non avevo risposto in maniera esaustiva dal punto di vista femminile. Per questo provo ad integrare con qualche riflessione specifica sulla situazione in cui la donna è significativamente più grande dell’uomo. Progettualità di coppia e differenza di età Premetto che le due questioni fondamentali nelle coppie con grande differenza d’età, già affrontate nei contenuti precedenti, restano valide e meritano di essere richiamate, così da allineare lo sguardo. Fasi di vita differenti e obiettivi da coordinare È essenziale in qualsiasi coppia, ma nella differenza d’età diventa cruciale. I partner si trovano spesso in fasi diverse della vita, con bisogni, energie e obiettivi non sempre sovrapponibili. La domanda fondamentale quindi è: le nostre progettualità, nonostante la distanza anagrafica, sono allineate? Impatto sociale e giudizio esterno Molte coppie con differenza d’età stanno bene nel loro nucleo privato ma faticano a trovare riconoscimento e integrazione nel contesto sociale: amici, famiglie, reti affettive. Il rischio è l’isolamento. Si può vivere bene in due, ma nel lungo periodo la mancanza di un tessuto relazionale può pesare e interferire con la progettualità citata sopra. Donna più grande dell’uomo: cosa cambia realmente Venendo al caso specifico, quando è la donna ad essere più grande dell’uomo, i primi due aspetti non cambiano molto. Ciò che cambia è l’intensità con cui alcuni fattori sociali e personali possono manifestarsi. Maggiore pressione sociale e stigma culturale Sul piano sociale, il giudizio esterno tende spesso ad essere più marcato. Non che le persone non giudichino comunque, perché se non fosse la differenza d’età troverebbero altro, ma nella combinazione “donna più grande – uomo più giovane” lo stigma può essere più forte e più evidente. Invecchiamento femminile e percezione identitaria L’invecchiamento della donna, quando è significativamente più grande del partner, può risultare più visibile e più soggetto a giudizio sociale. Stereotipi culturali consolidati fanno sì che l’invecchiamento femminile sia spesso vissuto con più impatto identitario rispetto a quello maschile. Questo può riflettersi sulla relazione e richiedere consapevolezza e cura. Sessualità, ormoni e cambiamenti nel tempo Nel tempo, la donna può attraversare fasi fisiologiche e ormonali che trasformano desiderio, corpo e modalità di vivere l’intimità (menopausa, variazioni del desiderio, nuovi bisogni emotivi e fisici). Questo può coincidere con una fase di vita dell’uomo ancora piena di energia sessuale o poco esposta a questi temi, non avendo ancora dovuto confrontarsi con cambiamenti assimilabili. Il rischio è la disconnessione, non per mancanza di amore, ma per cicli biologici e psicologici diversi. Come rendere solida una relazione con differenza d’età Non si tratta di un limite insuperabile, ma di una sfida che richiede ascolto, maturità emotiva e capacità di accogliere l’evoluzione del partner. Il compagno deve saper ascoltare e la donna sentirsi legittimata a raccontarsi. La sostenibilità della coppia dipende molto da qui. Per il resto, non identifico differenze sostanziali tra le due configurazioni (uomo maggiore o donna maggiore) se non quelle già menzionate. Se ne cogli altre, fammelo sapere: saranno per me motivo di ulteriore riflessione e te ne sarò grato. ### Tradimento: il perdono è sufficiente? Perdonare e basta dopo un tradimento non serve assolutamente a nulla, se non ad aumentare le probabilità che il tradimento si ripresenti. Ho parlato in tantissimi contenuti sul tradimento, delle caratteristiche, di cosa si può fare, eccetera. Mi trovo tante volte a chiacchierare con persone, non necessariamente in terapia, che mi chiedono, ad esempio sui social, sul blog o su YouTube: "Ho perdonato, eppure continuo a fidarmi poco"; "Ho perdonato, però non siamo riusciti a ritrovare la felicità di prima"; "Ho perdonato, ma lui o lei comunque non è cambiato/a". Perché perdonare subito non funziona Certo, è verissimo: perdonare e basta non serve assolutamente a nulla, come dicevo prima, se non a aumentare il rischio che questa cosa si ripresenti. Perdonare e basta, tra l’altro, è qualcosa che, nel momento in cui viene fatto immediatamente dopo la scoperta del tradimento, ha poco a che fare con l’emozione e molto con la ragione, con la razionalità. Il perdono di testa vs. il perdono di pancia Mi capita di sentire: "Ho scoperto il tradimento di mio marito/mia moglie/il mio compagno/la mia compagna, l’ho perdonato/a, e però le cose continuano a non andare bene". Allora chiedono: "Quando è successo questo fatto?" "È successo il mese scorso, due mesi fa…". Ok, il “l’ho perdonato/a” è impossibile. O meglio, è un perdono di testa, non un perdono di pancia. È un perdono molto cognitivo, molto razionale, sostanzialmente creato in funzione di una specie di bilancio mentale che abbiamo fatto dei pro e dei contro nell’interrompere la relazione, ad esempio in funzione delle tante implicazioni che abbiamo insieme al partner: la casa, la famiglia, i figli, i progetti di vita importanti che tutto sommato valgono più del tradimento o del dolore che esso genera. Il fatto è che un perdono di questo tipo non è un perdono reale. È un perdono di testa, ma non è un perdono allineato tra pancia e testa. È un perdono che, in qualche modo, dice o fa dire: "Va bene, andiamo oltre, mettiamo una pietra sopra, facciamo finta che non sia successo, vediamolo come un errore". Possono essere anche valutazioni intelligenti: "Vediamolo come un errore, non come una catastrofe o un colpo mortale alla nostra relazione". L’importanza di vivere e comprendere il tradimento È sicuramente una volontà non legata all’idea di proseguire la relazione, però non possiamo basarci semplicemente su un’etichetta che assegniamo a qualcosa, cioè su un qualcosa che valutiamo razionalmente e al quale non abbiamo lasciato spazio di comprensione. Quando diciamo "Va bene, è stato un errore", questo errore non può essere semplicemente etichettato come errore e messo da parte: deve essere vissuto, scomposto, compreso. Gli si deve dare la possibilità di esprimere tutta la sua forza, tutta la sua rabbia, tutto il suo rischio e tutto il suo dolore. È solo così, una volta che abbiamo attraversato questo dolore, che nel momento in cui diremo "Ti ho perdonato", sarà vero. Non sarà più qualcosa da tenere lontano, da evitare, di cui non parlare, ma sarà qualcosa che inevitabilmente verrà ricordato. Altra cosa: è impossibile cancellare qualcosa che è successo, ma se affrontata dalla coppia, questa crisi può diventare un ulteriore elemento di unione, perché la coppia sarà stata capace di gestire una crisi così importante. I rischi del perdono immediato Nel momento in cui invece perdoniamo con troppa fretta, magari perché abbiamo paura di perdere l’altro o perché pensiamo di poter comprendere le motivazioni del tradimento senza esplorare davvero il dolore, questo perdono rimarrà superficiale. Da un lato si genera timore reciproco, dall’altro il tentativo di risolvere il problema di coppia tramite un atto egoistico individuale, come il tradimento, non produce effetti concreti. Il traditore, di conseguenza, può percepire che il suo gesto non ha scosso la relazione abbastanza, che forse la relazione o la persona interessano poco, e questo può diventare un’arma a doppio taglio. Da un lato aumenta il rischio che il tradimento si ripresenti; dall’altro lato, rende difficile riscoprirsi davvero vicini in futuro. Come ricostruire la relazione dopo il tradimento Per questi motivi, perdonare immediatamente diventa molto spesso un’arma a doppio taglio. Capisco perché ciò accada: spesso è paura di perdere tutto, o il desiderio di far capire all’altro che c’è la volontà di ricostruire. Ma la ricostruzione della relazione deve avvenire attraverso il dolore e attraverso la scomposizione delle emozioni che accompagnano il tradimento, non tramite un perdono immediato. ### Cosa fare quando l'ex torna? Che cosa fare quando l'ex torna a bussare alla nostra porta? Gli scenari possibili sono 2 o 3. 1. La porta resta chiusa: l'ex non ci interessa più Il primo scenario è il più semplice, anche perché è chiaro che cosa si deve fare: l’ex non ci interessa più, non è più il partner che vogliamo, abbiamo già compiuto la nostra scelta e siamo andati oltre la fine della relazione. In questo caso, semplicemente, la porta si tiene chiusa. Per quanto quella persona possa essere stata importante, la storia è finita e noi siamo già altrove. 2. Guardare dallo spioncino: quando non si è sicuri Ci sono situazioni in cui può valere la pena – o quantomeno ci si può chiedere se valga la pena – aprire la porta. La seconda possibilità è quando non si è sicuri di volere nuovamente una relazione, ma si sente la necessità di capire alcune cose per riuscire ad andare avanti e non rimanere condizionati dalla storia passata. In questo caso non si indagano tanto le motivazioni e le intenzioni dell’ex, quanto piuttosto ciò che quella persona smuove dentro di noi. Perché ha ancora presa su di noi? Quali corde tocca? Quali vulnerabilità mette in luce? Qui non è affatto detto che si debba tornare con l’ex: lo scopo è comprendere, chiarire, guardare dallo spioncino. Non serve aprire la porta se abbiamo già messo a fuoco questi punti. Quando diventano chiari i rischi, i nostri punti scoperti e il motivo della nostra suscettibilità emotiva, possiamo decidere se chiudere definitivamente o valutare un riavvicinamento. 3. La possibilità di riprendere la relazione La terza possibilità è quando sentiamo ancora il desiderio o la volontà di riprendere la relazione, ma temiamo che si tratti della solita minestra riscaldata: paura che tutto torni come prima, che riemergano vecchie dinamiche, fatiche, dolori. In questo caso la porta si può aprire, ma con consapevolezza. Prima di tutto bisogna comprendere perché la relazione è finita la prima volta e se quei presupposti sono cambiati davvero. Parliamo di cambiamenti reali, strutturali, di valori e significati – non solo di parole. È fondamentale monitorare se, una volta riavvicinati, le vecchie dinamiche si ripresentano oppure no. Quando si dice "sono cambiato/a", questa affermazione deve essere sostenuta dai fatti. Alle parole deve sempre seguire la domanda: perché? Perché sei cambiato/a? Perché ora dici che siamo giusti l'uno per l'altra? Perché dovrei fidarmi di questa nuova versione della relazione? Ed è altrettanto importante chiedersi quali responsabilità abbiamo nel fallimento precedente e che cosa noi stessi siamo disposti a cambiare. Non può cambiare solo uno: se a trasformarsi è entrambe le parti, solo allora può nascere davvero una nuova storia. Riepilogo delle opzioni Se non ti interessa più: porta chiusa. Se hai bisogno di capire te stesso/a: guarda dallo spioncino, ma non devi aprire. Se c'è desiderio o apertura alla possibilità: puoi aprire, ma solo dopo aver verificato che qualcosa sia davvero cambiato, da entrambe le parti. Solo così il ritorno dell’ex può diventare una nuova storia, e non la ripetizione di quella vecchia. ### Come capire se serve fare psicoterapia Dottore, non sono sicuro di aver bisogno di una terapia, non sono sicuro che il mio problema sia sufficientemente grave e non sono neanche sicuro che possa essere risolto attraverso un percorso psicoterapeutico. Questa è una domanda che, ovviamente, tutti si fanno nel momento in cui decidono di intraprendere un percorso. Magari non così esplicitamente, ma è chiaro che, a fronte della percezione di un disagio — che può essere esistenziale, emotivo o legato a una sintomatologia — la persona si chiede: qual è il problema? e quali possono essere le soluzioni? Quando ci si chiede se iniziare una terapia psicologica La terapia, la psicoterapia, può essere una soluzione? La risposta, alcune volte, non c’è. O meglio: non è chiara nella mente della persona. La risposta è potrebbe. La terapia potrebbe aiutarmi? Probabilmente sì, probabilmente no. Non c’è chiarezza sul fatto che la terapia possa essere davvero una via percorribile per risolvere il proprio problema. Il primo passo: la telefonata al terapeuta e l’incertezza Il primo passo è quello di effettuare una telefonata nella quale si esprimono, più o meno, i dubbi che ho elencato all’inizio di questo testo. Che cosa fare? La risposta iniziale del terapeuta: «Non lo so» Facendo una piccola premessa: a questo tipo di affermazioni, la risposta che solitamente do — ed è sempre vera — è: non lo so. Non so nemmeno io, al momento della chiamata, se la persona abbia effettivamente bisogno di una psicoterapia. Quando è evidente che serve un percorso psicoterapeutico Naturalmente a volte è più facile presumere che una persona necessiti di un percorso terapeutico. Se qualcuno mi chiama dicendo «da tre mesi ho attacchi di panico quotidiani», è plausibile ipotizzare che la terapia possa essere una strada utile. In altri casi, quando il problema è più esistenziale o più sfumato, anche io non posso sapere con certezza se la terapia sia la strada giusta. Perché si inizia sempre con una fase di consultazione Ed è per questo che si parte sempre con una fase di consultazione. Non funziona così: la persona chiama, espone il disagio e il terapeuta inizia subito a fare terapia. Prima ci si incontra: tre o quattro incontri al massimo, dedicati alla consultazione, che servono a definire qual è il problema e quale tipo di lavoro potrebbe essere utile. Cosa accade nei primi colloqui di consultazione Durante questa fase, terapeuta e paziente lavorano per: comprendere in modo chiaro la difficoltà portata, capire come questa si inserisca nel contesto di vita della persona, individuare collegamenti tra sintomi evidenti e radici meno visibili. Un po’ come nel corpo: un dolore lombare può ripercuotersi sul collo e viceversa. Allo stesso modo, a volte esiste un sintomo evidente che però ha cause e connessioni psicologiche non immediatamente riconoscibili. La consultazione come strumento diagnostico e guida La consultazione serve proprio a unire i puntini: a definire il problema, a individuare i fattori coinvolti, a comprendere quali siano le possibili strade da percorrere. Solo nella restituzione finale, dopo questi incontri, si può rispondere davvero alla domanda: ho bisogno di terapia oppure no? Quando la consultazione è sufficiente senza terapia A volte la consultazione è sufficiente da sola: non serve una terapia, ma una consulenza mirata. Altre volte, invece, è proprio durante la consultazione che emerge la necessità di intraprendere un percorso psicoterapeutico. Come si decide se iniziare o meno una psicoterapia Perciò, quando una persona mi telefona, non posso sapere se avrà bisogno di terapia. Ma so con certezza che ha bisogno di una consultazione iniziale. E da lì si decide insieme come procedere. È fondamentale arrivare alla fine della consultazione con una risposta chiara: perché il problema è emerso, quali fattori lo influenzano, quali sono le vie percorribili per affrontarlo. Esiti possibili di una consultazione psicologica La consultazione chiarisce il problema e si conclude con consigli pratici. La consultazione indica che è utile intraprendere una psicoterapia continuativa. La consultazione porta alla valutazione di interventi integrati o multidisciplinari. Risposta finale alla domanda principale Una buona consultazione — che può diventare l’inizio di una terapia o concludersi come intervento sufficiente — è ciò che permette di rispondere realmente alla domanda: «Dottore, la terapia è lo strumento giusto per il mio problema?» ### "Mio figlio non vuole fare la terapia" “Dottore, mio figlio ha bisogno d’aiuto ma non vuole intraprendere un percorso di terapia.” Questa è una domanda – o meglio, una telefonata – che ricevo spesso. Mi chiamano mamme o papà di figli che hanno già compiuto la maggiore età, quindi 18, 19, 20 anni: ragazzi che magari si trovano in una grande difficoltà, che riconoscono il loro disagio, ma non sono disposti a chiedere aiuto né a intraprendere un percorso terapeutico. In questi casi che cosa si può fare? Perché non si può obbligare un maggiorenne ad andare in terapia Partiamo da un presupposto: essendo maggiorenne, il ragazzo non può essere obbligato a venire in terapia. Non è lo psicologo che va a casa sua, lo prende per un orecchio e lo porta in seduta; così come non è il genitore che può imporsi fisicamente, trascinandolo dentro la stanza di terapia dicendo: “Ora ti curi e ti assumi le tue responsabilità.” È altrettanto vero però che bisogna rispettare la volontà della persona che sta male, che magari è consapevole della propria sofferenza ma non è pronta a farsi aiutare. Il dilemma dei genitori: intervenire o lasciare autonomia? Quando si tratta di ragazzi molto giovani è facile cadere in un tranello: da un lato sono maggiorenni, quindi liberi, per legge, di decidere della propria vita; dall’altro lato sono ancora ragazzi, ancora dipendenti dai genitori sotto molti aspetti. Difficilmente possono essere considerati adulti in senso pieno, ad esempio per quanto riguarda l’autonomia nella vita quotidiana. Questa “terra di mezzo”, che è l’adolescenza, comporta un rischio doppio: i genitori possono delegare troppo, trattando il figlio come un adulto completo e rinunciando ad aiutarlo proprio quando invece ne avrebbe bisogno; oppure possono considerarlo ancora un bambino, imponendosi in modo rigido e non rispettando il suo processo di differenziazione e autonomizzazione. Da qui nasce il dilemma: Non vuole essere aiutato. Che faccio? Lo porto di peso? Lo lascio stare anche se è in difficoltà? O lo “trascino” in terapia? Nessuna di queste opzioni è efficace. La soluzione: lavorare sul sistema familiare Proprio perché ci troviamo in quel confine labile tra autonomia e dipendenza, soprattutto quando si parla della scelta di intraprendere una terapia, quello che si può fare è che siano i genitori – come coppia o come famiglia – a rivolgersi al terapeuta. Esistono infatti molti interventi, strategie e modalità di supporto che possono essere discussi e messi in pratica quando è la coppia genitoriale (o un singolo genitore, nel caso di famiglia monoparentale) a chiedere aiuto per capire come sostenere il proprio figlio. Che cos’è la “terapia in contumacia” È una sorta di percorso terapeutico in cui il diretto interessato non partecipa, ma si lavora sul sistema attorno a lui. La terapia in contumacia diventa una modalità estremamente utile perché permette di intervenire sul contesto familiare, che spesso contribuisce – involontariamente – a mantenere il disagio. In questo tipo di lavoro: i genitori si assumono la responsabilità genitoriale che sarebbe necessaria anche se il figlio avesse 16 anni; si crea un ambiente più stabile, contenitivo e capace di favorire il cambiamento; si lascia comunque il ragazzo libero nei suoi tempi e nei suoi modi, senza imposizioni. Cosa accade quando il sistema familiare cambia Quando il contesto familiare si modifica in modo funzionale, spesso anche il ragazzo inizialmente restio cambia atteggiamento. Quello che succede nella pratica clinica è che, una volta che i genitori iniziano un percorso e qualcosa si trasforma, anche il giovane può iniziare a partecipare: non sempre per una terapia individuale; molto più spesso per incontri familiari, che percepisce come meno invasivi e più accettabili. È una forma di compromesso: “Da solo non ci vado, ma con la mia famiglia sì.” E questa disponibilità può essere più che sufficiente per avviare un cambiamento positivo. Un modello ibrido tra terapia dell’infanzia e terapia dell’adulto Questa modalità rappresenta un punto d’incontro tra due estremi: la terapia dell’infanzia, in cui il bambino porta un sintomo e il lavoro consiste nel modificare il sistema familiare; la terapia dell’adulto, in cui la persona è autonoma e responsabile del proprio cambiamento. Quando ci si trova “nel mezzo”, il lavoro clinico è più complesso, ma il principio rimane chiaro: se il diretto interessato non vuole o non può partecipare, si lavora sul sistema familiare affinché sia questo a cambiare. In questo modo si fornisce contemporaneamente: una base sicura e un contenimento emotivo; uno spazio che favorisca l’esplorazione e l’autonomizzazione tipiche dell’età adolescenziale e della prima età adulta. ### Le componenti delle relazioni tossiche Parliamo di relazioni tossiche e cerchiamo di fare un po’ di ordine su questo tema, e soprattutto sul termine “tossico”, che si sente ripetere frequentemente. Spesso sento frasi come: “Sono finito/finita in una relazione tossica”, “Lui è un narcisista”, “Temo di essere dipendente affettiva”, “Devo usare il no contact”, “Sta facendo ghosting”, ecc. Queste etichette possono aiutare a descrivere un concetto complesso in poche parole, ma rischiano di fermare l’analisi se non approfondiamo i diversi elementi che contribuiscono alla tossicità di una relazione. Perché evitare semplificazioni: il problema delle etichette Quando il tema è doloroso e faticoso, è naturale cercare una parola che riassuma tutto. Le etichette danno sollievo immediato ma possono anche ridurre la capacità di agire: sapere che una relazione è “tossica” non spiega quali sono gli elementi specifici che la rendono tale, né cosa fare per proteggerci o intervenire. Per questo è utile distinguere le diverse radici della tossicità. Tre macro-categorie di tossicità relazionale Per orientarsi, si possono raggruppare gli elementi che rendono una relazione tossica in tre macro-categorie: tossicità strutturale, tossicità personologica e tossicità ideologica. Questa suddivisione è una semplificazione operativa utile per analizzare cause e possibili interventi. Tossicità strutturale: quando i presupposti della relazione sono disfunzionali La tossicità di natura strutturale riguarda limiti e problemi legati alle caratteristiche organizzative della relazione o alle risorse e ai vincoli che i partner portano nel rapporto. Sono aspetti che ostacolano il sano svolgimento della relazione e spesso non dipendono da una sola persona, ma dall’assetto complessivo della coppia e del contesto. Esempi di tossicità strutturale: Asimmetria relazionale: mancanza di presupposti progettuali condivisi o di equilibrio nei ruoli; Influssi sociali e stereotipi: relazioni dogmatiche improntate a norme culturali o familiari che limitano la libertà emotiva; Gerarchie imposte: dinamiche di potere rigide che impediscono autonomia e negoziazione; Secondarietà della relazione: quando una relazione è subordinata a legami primari esterni (es. famiglia d’origine, un’altra relazione), venendo così privata di centralità e cura. Tossicità personologica: il ruolo delle personalità Gli aspetti personologici riguardano tratti di personalità e modalità relazionali degli individui. Questa è la categoria più discussa e iconica quando si parla di “relazione tossica”. Esempi di tossicità personologica: Tratti narcisistici: difficoltà a riconoscere l’altro come soggetto autonomo, bisogno di controllo e svalutazione; Dipendenza affettiva: forte bisogno di conferme esterne, paura della perdita e difficoltà a stabilire confini sani; Co-dipendenza: dinamiche reciproche di mantenimento del disagio, in cui entrambi i partner alimentano il problema; Problemi di complementarietà: quando l’identità del singolo è troppo vincolata al ruolo relazionale, rendendo difficile il cambiamento o la negoziazione. Tossicità ideologica: idee e credenze distorte sull’amore La tossicità ideologica deriva dalle convinzioni e dalle narrazioni che i partner portano nella relazione. Queste idee influenzano comportamenti e aspettative e possono stabilizzare schemi disfunzionali nel tempo. Esempi di tossicità ideologica: Visione romantica distorta: credere che l’amore debba comportare sofferenza o sacrificio estremo per essere “vero”; Paura del cambiamento o del distacco: mantenere rapporti per timore della perdita, anche quando nocivi; Ricatto emotivo e colpevolizzazione: idee che giustificano controllo e manipolazione; Pattern ripetitivi: la tendenza a scegliere sempre lo stesso tipo di partner e a ricreare dinamiche già vissute. Perché questa distinzione è utile Capire a quale categoria appartengono gli elementi di tossicità aiuta a orientare l’intervento: non tutte le relazioni tossiche vanno trattate allo stesso modo. Se la radice è strutturale, possono servire interventi sul contesto e sulla negoziazione dei ruoli; se è personologica, può essere utile lavoro psicoterapeutico individuale o di coppia; se è ideologica, può essere necessario rielaborare credenze e narrazioni sull’amore. Non esaustivo, ma operativo: spunti per approfondire Le tre categorie proposte non esauriscono tutte le possibilità, ma offrono una griglia interpretativa più articolata rispetto alla sola etichetta “tossico”. Nei futuri approfondimenti si possono esplorare sotto-categorie, casi clinici e strategie pratiche per capire quando è il caso di interrompere una relazione, quando invece è possibile lavorare per modificarla e quali strumenti (confini, comunicazione, terapia, no contact) adottare in base al profilo del problema. Conclusione e call to action In sintesi: non pensiamo che la relazione tossica sia dovuta esclusivamente alle caratteristiche di personalità di uno dei partner. Spesso sono in gioco anche elementi strutturali o ideologici che rendono difficile il sano sviluppo della relazione. ### Relazione tossica: elementi strutturali Parliamo di relazioni tossiche e, nello specifico, della tossicità legata agli elementi strutturali, cioè a tutti quegli elementi che dovrebbero costituire un presupposto, un punto di partenza, un caposaldo della relazione sulla quale poi andare a sviluppare la relazione stessa, ma che in qualche modo non sono così solidi o saldi come dovrebbero. Che cosa significa “elementi di tossicità” in una relazione? Quando parlo di elementi di tossicità — sia strutturale, personologica o ideologica — non vuol dire che trovarsi all’interno di una di queste categorie determini automaticamente che la relazione sia tossica. Si parla sempre di fattori di rischio, ed è importante tenerlo a mente. Ad esempio, una relazione con un “tetto di vetro”, cioè limitata nel tempo o nella possibilità di potersi incontrare (come una relazione a distanza), può diventare tossica, ma non significa che lo sia di default. Indica semplicemente un aumento della probabilità che si verifichino difficoltà. La nostra vita intera è fatta di fattori di rischio: guidare un’auto è un fattore di rischio, ma non significa che chi guida avrà un incidente. Allo stesso modo, una relazione può avere elementi potenzialmente critici senza diventare necessariamente tossica. Tutte le relazioni hanno fattori di rischio È fondamentale comprendere che tutte le relazioni contengono potenziali elementi di tossicità. Non esiste una relazione che ne sia totalmente priva. La differenza la fa la capacità della coppia di non diventare vittima di questi fattori. Cosa sono gli elementi strutturali di tossicità relazionale? Gli elementi strutturali sono tutti quegli aspetti che determinano l’organizzazione, la struttura e l’architettura della coppia. Alcuni di essi possono costituire fattori di rischio, e quindi aumentare la possibilità che la relazione sviluppi dinamiche tossiche. Quello che segue non è un elenco esaustivo, ma una selezione di 6–7 categorie utili per fare chiarezza. 1. Asimmetria progettuale L’asimmetria progettuale si verifica quando due partner scelgono di stare insieme ma non hanno accordo sulle progettualità della coppia: cambiare lavoro, cambiare casa, avere figli, sposarsi, convivere, mantenere certi rapporti con le famiglie d'origine, ecc. Spesso i partner sanno fin dall'inizio che esiste questo limite ma non lo affrontano. Prima costruiscono la relazione e solo dopo, quando hanno investito molto, si ritrovano a fare i conti con bisogni personali mai veramente discussi o approfonditi. 2. Il “tetto di vetro” Il tetto di vetro rappresenta una limitazione strutturale della relazione. Può trattarsi di distanza geografica, impegni lavorativi intensi, turni incompatibili o qualsiasi fattore che impedisca di vivere una quotidianità condivisa. In questo tipo di relazione la progettualità diventa ancora più fondamentale, perché la possibilità di compensare con la quotidianità è ridotta. La relazione può funzionare, ma richiede un’attenzione particolare. 3. Relazione secondaria rispetto a un’altra primaria Questo accade quando uno dei partner ha già una relazione ufficiale o ha legami che assorbono energie in modo preponderante (famiglia d’origine, doveri, responsabilità, altri affetti prioritari). In questi casi la relazione sentimentale non può diventare primaria, e questo genera inevitabilmente frustrazioni, non detti e un forte squilibrio emotivo. 4. Relazioni dogmatiche e contesto sociale Alcune relazioni sono ostacolate da fattori culturali, religiosi, sociali o da pregiudizi esterni. Le differenze culturali tra i partner possono diventare un ostacolo se i due non riescono a integrarle o a costruire un terreno comune. 5. Gerarchia rigida dei ruoli Qui i ruoli sono predefiniti e immutabili, stabiliti dalla cultura, dalla famiglia o dalle aspettative sociali. Uno o entrambi i partner si sentono obbligati a conformarsi a ruoli che non sentono propri. Quando i ruoli non possono essere messi in discussione o rinegoziati, la relazione diventa rigida e limitante, impedendo una crescita autentica della coppia. 6. Relazione basata sulla menzogna La presenza di grandi segreti, omissioni o bugie impedisce una piena conoscenza dell’altro. Spesso si percepisce che qualcosa non torna, ma per paura o per quieto vivere non si approfondisce. Quando la verità emerge, può crollare un presupposto fondamentale della relazione: come se venisse a mancare una parte delle fondamenta su cui tutto era stato costruito. Conclusioni sugli elementi strutturali di tossicità Queste sono alcune delle principali caratteristiche della tossicità strutturale che possono essere presenti all’interno di una relazione. Ovviamente ne esistono molte altre. Qui ho offerto una panoramica sintetica: in altri contenuti approfondiremo ciascun elemento nel dettaglio. ### Relazione tossica: elementi personologici Parliamo della categoria di tossicità personologica, cioè delle caratteristiche di personalità dei partner all'interno della relazione. Ripeto, e lo dico sempre quando parlo di elementi di tossicità: questi sono fattori di rischio, ossia un potenziale limite, difficoltà o degenerazione che la relazione può subire o dover affrontare nel suo decorso. Non vuol dire che un fattore di rischio, in quanto elemento di tossicità, sia una sentenza o determini con certezza la tossicità della relazione. La nostra vita – lo ripeto – è piena di fattori di rischio. Fumare è un fattore di rischio: c'è scritto su tutti i pacchetti che il 90% dei tumori ai polmoni sono legati al fumo. Ora, senza entrare nel merito dell’esattezza di questa statistica, resta il fatto che si tratta di un fattore di rischio. Non vuol dire che tutti i fumatori avranno un tumore ai polmoni. Allo stesso modo, non esiste relazione sentimentale o contesto di vita privo di fattori di rischio. Avere o vivere un fattore di rischio significa solo che aumenta la probabilità — in questo caso — della tossicità di una relazione, ma non la determina con certezza. I principali fattori di rischio legati alla personalità dei partner sono quattro (anche se probabilmente ce ne sono di più): narcisismo, dipendenza affettiva, codipendenza e complementarità disfunzionale. Narcisismo nelle Relazioni Tossiche Il narcisismo è molto conosciuto — o meglio, se ne parla molto, ma non sempre con chiarezza. Il disturbo narcisistico di personalità è un vero e proprio disturbo, e colpisce circa l’1% della popolazione mondiale. La maggior parte delle relazioni definite “narcisistiche” non rispetta i criteri diagnostici, ma presenta comunque alcune caratteristiche riconducibili a dinamiche narcisistiche. Tra queste caratteristiche ritroviamo: l’incapacità del narcisista di entrare realmente in relazione con l’altro; la struttura asimmetrica della relazione, basata sul prendere più che sul dare; un’attenzione spesso strumentale e orientata ai propri bisogni; il famoso love bombing, volto ad ammaliare il partner e renderlo sempre più disponibile e dipendente. Dipendenza Affettiva: Meccanismi e Impatti Emotivi La dipendenza affettiva — che diventa particolarmente patologica quando si intreccia con un partner narcisista — è una condizione in cui la persona ha bisogno dell’altro per esistere, per essere rassicurata, confermata, vista. Per ottenere queste conferme compie sacrifici enormi, spesso a scapito del proprio benessere. Si crea così un conflitto interno: la testa sa cosa bisognerebbe fare; la pancia desidera tutt’altro. Spesso, per lungo tempo, vince la pancia. Quando la testa riesce a riprendere il controllo, il dolore accumulato è comunque molto forte. Codipendenza: Quando la Cura Diventa Tossica La codipendenza non è la presenza di due partner dipendenti affettivi. È invece la tendenza a cercare un partner che abbia già una dipendenza o una fragilità significativa — come dipendenze da sostanze, problemi economici, limiti fisici, difficoltà a essere autonomo. Il codipendente: ha bisogno di prendersi cura dell’altro; vive l’amore come sacrificio e sofferenza; trasforma la relazione in un percorso di “cura” che però diventa essa stessa patogena (iatrogena); sostituendosi costantemente al partner, ne impedisce l’autonomia e alimenta la stessa dinamica tossica. Complementarità Disfunzionale: Quando l’Altro Diventa Indispensabile La complementarità è un tema delicato ma fondamentale. Nelle relazioni sane diciamo spesso che l’altro ci completa, e questo è vero: l’altro può aiutarci a evolvere e migliorare. Il problema nasce quando la complementarità diventa delegata. Ciò accade quando una persona: non riesce a sviluppare da sola le qualità che desidera; non riesce a raggiungere i propri obiettivi senza l’altro; attribuisce continuamente al partner il merito del proprio benessere; non interiorizza, non consolida e non fa propri i progressi che ottiene nella relazione. In questa dinamica la persona diventa “completa” solo grazie all’altro. Quando l’altro non è disponibile, la struttura emotiva crolla. È una dinamica fragile e rischiosa, che impedisce una reale crescita personale. Conclusioni: I Principali Fattori di Tossicità Personologica Questi sono i principali elementi di tossicità legati alla personalità dei partner all’interno di una relazione potenzialmente tossica. Comprenderli è fondamentale per riconoscere precocemente dinamiche disfunzionali, prevenirne l’escalation e tutelare il proprio benessere emotivo. ### Relazione tossica: elementi ideologici Iniziamo un percorso che affronterà, in vari articoli, la tossicità delle relazioni: cosa la determina e da cosa è caratterizzata. Come sai, ho individuato tre diverse categorie che determinano la tossicità nella relazione: quella strutturale, quella di personalità (o personologica) e quella ideologica. Oggi ci concentriamo proprio su quest’ultima. Cosa si intende per tossicità ideologica nella relazione La tossicità legata ad aspetti ideologici è quella portata all’interno della relazione da tutte le idee, convinzioni e congetture che sono presenti nella testa di almeno uno dei due partner e che vanno a impattare e alterare negativamente la relazione, rendendola potenzialmente tossica. Come sempre, è importante specificare che questo non è una certezza né una diagnosi. Gli elementi di tossicità, come qualunque altro tipo di fattore che riguarda la nostra vita, rappresentano un rischio: la loro presenza aumenta la probabilità che la relazione sia tossica, ma non sancisce con certezza che lo sia. Cioè, non è che la presenza di uno di questi elementi rende automaticamente tossica la relazione: aumenta il fattore di rischio, non la determina in modo assoluto. Principali idee distorte sull’amore Gli elementi ideologici tossici sono tutti quegli aspetti collegati all’idea che possiamo avere della relazione o dell’amore, presenti nella mente di almeno uno dei partner. Questi sono legati principalmente a idee distorte sull’amore: ad esempio, il fatto che l’amore debba necessariamente essere sofferenza; che debba essere “dannato”; che debba essere un giro sulle montagne russe, fatto di grandi picchi positivi ma anche di grandi cadute nel baratro. Chi è convinto di questo sarà portato a replicare, aspettarsi e comportarsi come se questo fosse vero “di default”, cosa che ovviamente non è. La ripetizione di pattern relazionali disfunzionali C’è poi la replica di alcuni pattern: la tendenza, ad esempio, a trovare sempre la stessa tipologia di persona — uomo, donna, compagno o compagna — che all’inizio ci fa stare bene, ma con cui puntualmente ci ritroviamo a vivere le medesime dinamiche tossiche e distruttive. In questo caso, ovviamente, la responsabilità non è solo del partner che scegliamo, ma anche nostra, perché siamo noi a scegliere quel partner. Soprattutto dopo una serie di relazioni di questo tipo, è possibile riconoscere una sorta di matrice, uno schema che si ripete. Paura, ricatti e pressioni sociali Ci può essere poi la paura o il ricatto: la paura del partner, che ci tiene ancorati attraverso minacce più o meno velate, oppure la paura legata al contesto a cui apparteniamo, che fa sì che la relazione debba perdurare in funzione di quelle stesse minacce. Vivere ancorati al passato Un altro elemento è la possibilità di rimanere eccessivamente ancorati al passato: rimanere in una relazione per ciò che è stata e non più per ciò che è (e sarà). Questo non solo interrompe ogni progettualità, ma spesso prospetta un futuro incerto o addirittura negativo. Il presente causa sofferenza, mentre il passato era magari felice, ma ormai è andato. Idealizzazione del partner Questo ci collega all’ultimo punto di questa categoria: l’idealizzazione. Si tratta dell’attribuire al partner una serie di caratteristiche che noi abbiamo bisogno che lui o lei abbia, che speriamo possieda, ma che in realtà non possiede. Ci nascondiamo dalla verità e proiettiamo sull’altro valori, motivazioni e aspetti che desideriamo trovare, che magari possediamo in parte noi stessi, e che siamo sicuri di voler vedere nel partner perché ne abbiamo bisogno, nonostante lui o lei non li abbia affatto. Conclusioni e approfondimenti futuri Ovviamente ci sono altri aspetti da approfondire, in questo contenuto desidero semplicemente suddividere gli elementi che possono comportare tossicità nella relazione. Continuiamo il nostro discorso sulla tossicità delle relazioni: su cosa la determina e da cosa è caratterizzata. Come sai, ho individuato tre diverse categorie che determinano la tossicità nella relazione: quella strutturale, quella di personalità (o personologica) e quella ideologica. Oggi ci concentriamo proprio su quest’ultima. Cosa si intende per tossicità ideologica nella relazione La tossicità legata ad aspetti ideologici è quella portata all’interno della relazione da tutte le idee, convinzioni e congetture che sono presenti nella testa di almeno uno dei due partner e che vanno a impattare e alterare negativamente la relazione, rendendola potenzialmente tossica. Come sempre, è importante specificare che questo non è una certezza né una diagnosi. Gli elementi di tossicità, come qualunque altro tipo di fattore che riguarda la nostra vita, rappresentano un rischio: la loro presenza aumenta la probabilità che la relazione sia tossica, ma non sancisce con certezza che lo sia. Cioè, non è che la presenza di uno di questi elementi rende automaticamente tossica la relazione: aumenta il fattore di rischio, non la determina in modo assoluto. Principali idee distorte sull’amore Gli elementi ideologici tossici sono tutti quegli aspetti collegati all’idea che possiamo avere della relazione o dell’amore, presenti nella mente di almeno uno dei partner. Questi sono legati principalmente a idee distorte sull’amore: ad esempio, il fatto che l’amore debba necessariamente essere sofferenza; che debba essere “dannato”; che debba essere un giro sulle montagne russe, fatto di grandi picchi positivi ma anche di grandi cadute nel baratro. Chi è convinto di questo sarà portato a replicare, aspettarsi e comportarsi come se questo fosse vero “di default”, cosa che ovviamente non è. La ripetizione di pattern relazionali disfunzionali C’è poi la replica di alcuni pattern: la tendenza, ad esempio, a trovare sempre la stessa tipologia di persona — uomo, donna, compagno o compagna — che all’inizio ci fa stare bene, ma con cui puntualmente ci ritroviamo a vivere le medesime dinamiche tossiche e distruttive. In questo caso, ovviamente, la responsabilità non è solo del partner che scegliamo, ma anche nostra, perché siamo noi a scegliere quel partner. Soprattutto dopo una serie di relazioni di questo tipo, è possibile riconoscere una sorta di matrice, uno schema che si ripete. Paura, ricatti e pressioni sociali Ci può essere poi la paura o il ricatto: la paura del partner, che ci tiene ancorati attraverso minacce più o meno velate, oppure la paura legata al contesto a cui apparteniamo, che fa sì che la relazione debba perdurare in funzione di quelle stesse minacce. Vivere ancorati al passato Un altro elemento è la possibilità di rimanere eccessivamente ancorati al passato: rimanere in una relazione per ciò che è stata e non più per ciò che è (e sarà). Questo non solo interrompe ogni progettualità, ma spesso prospetta un futuro incerto o addirittura negativo. Il presente causa sofferenza, mentre il passato era magari felice, ma ormai è andato. Idealizzazione del partner Questo ci collega all’ultimo punto di questa categoria: l’idealizzazione. Si tratta dell’attribuire al partner una serie di caratteristiche che noi abbiamo bisogno che lui o lei abbia, che speriamo possieda, ma che in realtà non possiede. Ci nascondiamo dalla verità e proiettiamo sull’altro valori, motivazioni e aspetti che desideriamo trovare, che magari possediamo in parte noi stessi, e che siamo sicuri di voler vedere nel partner perché ne abbiamo bisogno, nonostante lui o lei non li abbia affatto. Conclusioni e approfondimenti futuri Naturalmente ci sono altri aspetti che potrebbero essere approfonditi, in questa sede desidero semplicemente suddividere gli elementi che possono comportare tossicità nella relazione. ### Bassa autostima e relazioni sentimentali Parliamo di bassa autostima e relazioni sentimentali: sono diverse le caratteristiche, ma anche gli elementi che si ripetono all'interno di relazioni in cui almeno uno dei due partner presenta una bassa autostima o comunque un'attribuzione negativa di valore a sé stesso. Questi aspetti sono abbastanza trasversali, nel senso che esistono diversi punti di connessione nelle relazioni in cui uno dei due partner ha bassa autostima. La bassa autostima al primo impatto nella relazione Da un lato sono presenti, già all'inizio della relazione, alcuni elementi portati dalla persona con bassa autostima; dall'altro lato, quando la relazione si stabilizza e perdura nel tempo, si verifica una modificazione del sistema-coppia. Una persona con bassa autostima, all'interno di una relazione sentimentale, è magari molto contenta di aver trovato quel partner; al tempo stesso, però, non si sente degna della relazione, non si sente all’altezza, non si percepisce sufficientemente bella, intelligente, brillante o di valore per meritarla. È come se partisse sempre con un handicap: da un lato vuole vivere la relazione, dall’altro si sente scomoda al suo interno, perché non riesce a comprendere fino in fondo cosa comporti e su quali basi il partner abbia scelto proprio lei/lui. In altre parole: “Perché stai con me?”. L’atteggiamento accondiscendente e la paura del conflitto Questo porta spesso ad assumere un atteggiamento accondiscendente, a tratti ossequioso, caratterizzato dalla tendenza a evitare il conflitto, a non esprimere chiaramente la propria opinione e a rifuggire in qualunque modo il contraddittorio o il disaccordo. Si diventa progressivamente più disponibili e accomodanti. All’inizio questo atteggiamento può essere visto come una grande risorsa anche dal partner, perché facilita la relazione e rende semplice il processo decisionale, che viene delegato quasi del tutto. Il divario tra immagine interna e immagine restituita dal partner Man mano che si va avanti, però, la persona con bassa autostima — ferme restando le caratteristiche già descritte — inizia ad avere un sistema di attribuzione di significati eterodeterminato. Da un lato continua a pensare di non valere abbastanza e a comportarsi in modo ossequioso per non essere respinta; dall’altro, inizia a credere alle descrizioni positive che il partner le restituisce. Il problema è che queste attribuzioni positive sono spesso lontane, se non in contraddizione, rispetto all’immagine che ha di sé. Ne nasce una confusione interna: “Io penso questo di me, ma lui/lei vede qualcosa di diverso e positivo. Mi piace, ma non so come interpretarlo”. Tre elementi chiave della bassa autostima in coppia In questo scenario emergono tre elementi principali: l’idea di non essere degni; l’atteggiamento ossequioso e la paura del conflitto; la confusione derivante dal divario tra la propria immagine interna e quella restituita dal partner. Questa configurazione, tuttavia, non può essere mantenuta a lungo nella relazione. Se da un lato rende più semplice la dinamica relazionale sul breve periodo, dall’altro diventa mortificante per entrambi nel lungo periodo. Le conseguenze sul lungo periodo per entrambi i partner Per la persona con bassa autostima è doloroso non riuscire a cogliere la valorizzazione del partner e non riuscire a mostrarsi per ciò che è davvero, celando parti importanti di sé. Per il partner, invece, avere accanto qualcuno che dice sempre “sì” può diventare problematico: non solo non è chiaro se vi sia un reale interesse, ma l’assenza di disaccordo rende difficile valutare il coinvolgimento emotivo. Quando qualcosa conta davvero, infatti, genera dialogo, discussione, confronto. Quando la bassa autostima diventa una barriera relazionale Se non avviene un passaggio — cioè un processo di crescita dell’autostima e di rinegoziazione delle dinamiche relazionali — la relazione entra in crisi. Ciò che all’inizio facilitava (la disponibilità, la condiscendenza) diventa nel tempo un limite, un “tetto di vetro”, una barriera che allontana i partner. Se questo assetto rimane statico, la relazione rischia di deteriorarsi fino a interrompersi. Il circolo vizioso della bassa autostima in amore E qui si innesca il circolo vizioso: la persona con bassa autostima, proprio a causa della sua insicurezza, finisce per compromettere la relazione; la fine della relazione, a sua volta, abbassa ulteriormente l’autostima. È il classico punto di partenza di un ciclo che tende a ripetersi. Conclusioni: trasformare la relazione per uscire dalla spirale Ricordiamoci, dunque: la bassa autostima può essere presente fin dall'inizio di una relazione e può persino sembrare un vantaggio nel breve periodo, perché facilita la convivenza e la gestione del rapporto. Ma per rendere evolutiva la crescita personale e di coppia, questa dinamica deve trasformarsi. Se la bassa autostima permane immutata, diventa una distanza crescente tra i partner e può portare alla fine della relazione, riattivando il circolo vizioso da cui si era partiti. ### La teoria del trauma: attenzione La teoria del trauma è spesso oggetto di fraintendimenti, sia da parte dei terapeuti che delle persone che vivono una difficoltà e decidono di rivolgersi a un professionista. Questo accade perché lo stereotipo diffuso nella psicologia e nella psicoterapia prevede che tutto debba essere ricondotto al rapporto con la madre o a un trauma vissuto nell’infanzia o nella giovane età. Si tende quindi a pensare che ogni disagio attuale derivi da esperienze passate dolorose o traumatiche. Cosa si intende per trauma psicologico I traumi esistono realmente e rappresentano esperienze di vita che scuotono profondamente la persona. L’elenco di ciò che può essere definito traumatico è molto ampio: va da eventi oggettivamente gravi, come un furto o una rapina, a situazioni più soggettive, che assumono significato solo all’interno della storia personale di ciascuno. Infatti, ciò che è un trauma per una persona può non esserlo affatto per un’altra. È altrettanto vero che non tutti i traumi determinano necessariamente una patologia. Il trauma rappresenta un fattore di rischio, non una condanna. Subire una rapina, ad esempio, è potenzialmente traumatico, ma non è detto che da quell’esperienza nasca un sintomo o un disturbo psicologico. Il rischio di generalizzare la teoria del trauma Questa visione, pur semplice e comprensibile, non può essere applicata a tutte le difficoltà psicologiche o esistenziali. Legare in modo eccessivo ogni problema al concetto di trauma rischia di creare confusione e portare a errori di interpretazione. Molte persone arrivano in terapia dicendo: “Ho questo sintomo, ma non ho mai vissuto esperienze traumatiche”, oppure: “Non riesco a capire quale trauma possa aver causato la mia difficoltà”. Questo accade perché non sempre è presente un trauma manifesto. Al contrario, a volte accade l’opposto: chi ha vissuto un trauma tende a considerarlo la causa di ogni disagio successivo. Una persona con attacchi di panico, ad esempio, può pensare: “Soffro di questo perché ho avuto un trauma da piccolo”. Ma siamo sicuri che il nesso sia reale? Non è possibile che quel trauma stia diventando un catalizzatore a cui si attribuiscono, in modo generalizzato, tutte le difficoltà attuali? Quando la teoria del trauma è davvero utile La teoria del trauma ha senso e validità quando vengono rispettate condizioni e caratteristiche precise, definite anche da criteri diagnostici specifici. È relativamente semplice comprendere il nesso di causalità tra trauma e sintomo, ma è molto rischioso applicare questo schema a ogni situazione psicologica. Se la persona arriva in terapia cercando un trauma che non esiste, rischia di sentirsi ancora più smarrita. D’altra parte, se ha vissuto un trauma reale, sia il terapeuta che il paziente possono cadere nell’errore di attribuire automaticamente a quell’evento la causa di ogni problema successivo, semplificando eccessivamente la complessità della mente umana. Il ruolo dei significati e dei sistemi valoriali personali Ciò che permette di comprendere davvero l’origine di un sintomo o di una difficoltà non è tanto il trauma in sé, quanto il sistema di significati e valori che la persona attribuisce alla propria esperienza. Il sistema valoriale personale rappresenta l’insieme dei significati che diamo a noi stessi, agli eventi vissuti e alle persone che fanno parte della nostra vita. È questo sistema che determina come interpretiamo il mondo e reagiamo a ciò che ci accade. Attraverso i valori interiorizzati nella famiglia d’origine e successivamente costruiti nelle relazioni, la persona elabora la propria visione del mondo. È in questo contesto che un trauma, qualora esista, assume senso e significato, oppure lascia spazio ad altri tipi di difficoltà che non derivano da eventi traumatici, ma da tensioni interne ai propri valori, convinzioni e aspettative. Come si sviluppano sintomi e problemi esistenziali Quando il sistema di significati di una persona entra in crisi — ad esempio a causa di cambiamenti, sfide o conflitti valoriali — possono emergere due tipi di reazioni principali: sintomi psicologici o problemi esistenziali. Entrambi rappresentano, in modo inconsapevole, un tentativo della mente di risolvere un problema più profondo. Il sintomo o il disagio non sono quindi un errore della psiche, ma una forma di comunicazione che segnala una tensione interna. Nessuno sceglie volontariamente di vivere un sintomo, ma attraverso di esso la mente cerca di ristabilire un equilibrio perduto o di affrontare un conflitto che non riesce a gestire consapevolmente. Conclusioni: validità e limiti della teoria del trauma La teoria del trauma è indubbiamente valida, ma solo se applicata in modo mirato e specifico. È una teoria tanto semplice quanto rischiosa se generalizzata. Due sono i principali pericoli: Chi non trova un trauma evidente può sentirsi confuso o inadeguato. Chi invece ha vissuto un trauma può cadere nell’errore di attribuirgli la causa di ogni problema, semplificando la propria complessità psicologica. Ciò che realmente orienta la vita di una persona — le scelte, le relazioni, le emozioni e le reazioni — è l’insieme dei propri sistemi valoriali, ossia la capacità di dare significato alle esperienze. La teoria del trauma, quindi, è utile per comprendere una parte della sofferenza psichica, ma non può e non deve essere considerata una spiegazione universale. ### I disturbi psicosomatici Parliamo di disturbi psicosomatici: che cosa sono, quali parti del nostro corpo colpiscono e facciamo degli esempi. Partiamo però spiegando il concetto di disturbo psicosomatico: si tratta di una patologia, o meglio di un insieme di disturbi, caratterizzati da una manifestazione corporea, fisica, somatica, di un disagio emotivo. Che cosa sono i disturbi psicosomatici Si parla di componente psicosomatica in tutte quelle patologie che o sono generate direttamente in termini fisici — quindi si manifestano nel corpo a causa di un problema psicologico o emotivo — oppure sono aggravate da un problema emotivo: patologie già presenti che vengono accentuate dall’eventuale disagio psicologico. Freud diceva che “le emozioni inespresse non muoiono mai, bensì sono sepolte vive e troveranno modi terribili per manifestarsi”. Questo si riferisce proprio ai disturbi psicosomatici. Emozioni e corpo: il legame mente-corpo nei disturbi psicosomatici Solitamente, quando si parla di componente emotiva, si fa riferimento a stati di agitazione, tensione e allerta, quindi a emozioni legate allo stress e all’ansia, oppure a stati d’animo depressivi, abbattuti, catatonici, rabbiosi, o caratterizzati da pessimismo — soprattutto riguardo al futuro o alla percezione di sé. Queste sono le due macro-categorie di emozioni che possono impattare su un disturbo già presente (aggravandolo in chiave psicosomatica) oppure generare un disturbo psicosomatico vero e proprio. Quali apparati del corpo colpiscono i disturbi psicosomatici Diversi sistemi e apparati del nostro corpo possono essere colpiti da patologie di tipo psicosomatico. Ecco alcuni esempi: Apparato gastrointestinale: coliti, sindrome del colon irritabile. Apparato cardiocircolatorio: alcune forme di aritmia o patologie cardiache. Apparato respiratorio: iperventilazione, asma bronchiale. Apparato urogenitale: impotenza, disfunzioni erettili, eiaculazione precoce, spesso legate ad ansia. Sistema cutaneo: dermatiti, psoriasi, orticarie, spesso connesse a turbe emotive o ansiose. Sistema muscolo-scheletrico: tensioni muscolari, cefalee tensive, alcune forme di emicrania. Come riconoscere e affrontare un disturbo psicosomatico Quando si parla di psicosomatica, dunque, si fa riferimento a un ampio spettro di possibili patologie e disagi. Alcuni sono direttamente determinati da un turbamento emotivo, altri invece sono aggravati da esso. Se sono presenti patologie clinicamente riscontrate, è importante seguire la terapia medica o farmacologica prescritta, ma associarla a un percorso di psicoterapia può essere molto utile. Nel caso in cui invece non ci siano evidenze cliniche, ma siano comunque presenti sintomi o disturbi, rivolgersi a uno psicoterapeuta è una buona scelta per comprendere l’origine del disagio, ovvero la parte sommersa dell’iceberg che può aver determinato il disturbo. Capire il “perché” per guarire davvero È infatti fondamentale non solo capire come trattare la patologia, ma soprattutto perché questa si sia manifestata: solo comprendendo le cause profonde sarà possibile risolvere davvero il problema. ### Ansia da prestazione Parliamo di ansia da prestazione, soprattutto dal punto di vista sessuale. Nell’uomo ci sono diverse componenti, aspetti e manifestazioni di questo tipo di ansia. Il rapporto sessuale, per quanto riguarda il versante maschile, può assumere varie forme, ma ce ne sono tre in particolare che risultano più frequenti: l’eiaculazione precoce, la disfunzione erettile (o, più comunemente, impotenza — cioè l’incapacità di raggiungere o mantenere l’erezione) e la perdita dell’erezione nel momento in cui il rapporto si concretizza, ad esempio durante o subito prima della penetrazione. Manifestazioni cliniche più frequenti Eiaculazione precoce Lo stesso vale per l’eiaculazione precoce, che può presentarsi come una difficoltà ricorrente nella vita dell’individuo, ma che spesso si manifesta principalmente nel rapporto con il partner e non durante l’autoerotismo. Disfunzione erettile e perdita dell’erezione La disfunzione erettile comprende l’incapacità di raggiungere o mantenere un’erezione. Una specifica presentazione è la perdita dell’erezione quando il rapporto diventa imminente: può esserci una piena erezione durante i preliminari o in contesti in cui si è certi che non avverrà la penetrazione, ma questa può venire persa nel momento in cui l’atto sessuale si concretizza, o immediatamente prima o dopo la penetrazione. Segnali che suggeriscono una componente ansiosa Esistono diverse caratteristiche che permettono di individuare con una certa sicurezza l’ansia da prestazione o, più in generale, un’ansia legata alla sfera sessuale. Ad esempio, molti di questi problemi non si presentano durante la masturbazione o l’autoerotismo. Talvolta non compaiono neppure durante i preliminari: può esserci, per esempio, una piena erezione durante il preliminare o in tutti quei contesti in cui si ha la certezza che non avverrà un rapporto, ma questa viene persa nel momento in cui si concretizza l’atto sessuale, o immediatamente prima o dopo. Un’altra caratteristica importante è la presenza di erezioni spontanee durante la notte o al mattino, anche più volte al mese. Questo dimostra che, nella maggior parte dei casi, non ci sono problemi fisici o meccanici, ma che la causa è piuttosto di natura ansiosa, legata alla sfera sessuale. Che cosa fare: prima fase diagnostica Il primo passo è escludere eventuali cause fisiche, ad esempio attraverso una visita urologica o andrologica (meglio ancora entrambe), per accertarsi che non ci siano problematiche organiche. Le caratteristiche descritte prima — come la presenza di erezioni spontanee o la capacità di mantenere un’erezione durante la masturbazione — sono già indicatori piuttosto chiari che la causa non è fisica. Tuttavia, poiché pochi uomini si sottopongono regolarmente a controlli di questo tipo, una visita rimane comunque una buona idea di prevenzione e di verifica generale del funzionamento. Approccio terapeutico: quando la causa è psicologica Se dagli esami non emergono problemi fisici, si ha una conferma ulteriore che la causa è di natura psicologica. In questo caso, è utile rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta che tratti problematiche sessuali, per comprendere quali siano le cause che determinano l’agitazione. Le origini possono essere diverse: possono derivare da convinzioni o idee personali legate alla sessualità, oppure da problematiche relazionali che non sono state ancora comprese o affrontate nella coppia. Convinzioni personali e vissuti pregressi Le cause possono includere convinzioni, idee o ansie personali riguardo alla sessualità, spesso legate a esperienze pregresse o a schemi cognitivi disfunzionali che amplificano la preoccupazione di “non farcela” o di non essere adeguati. Fattori relazionali Problematiche nella relazione di coppia — tensioni emotive, incomunicabilità, risentimenti non espressi — possono manifestarsi somaticamente nella sfera sessuale. Una difficoltà sessuale può diventare un modo inconscio di segnalare o comunicare un disagio che riguarda l’intera relazione. Il significato del sintomo: comunicazione e funzione Ricordiamoci che qualunque sintomo o difficoltà — inclusi i problemi sessuali come l’ansia da prestazione — rappresenta sempre una forma di comunicazione o un tentativo di affrontare un problema percepito come insormontabile a un livello più profondo. Facendo un esempio: una coppia che ha sempre avuto una vita sessuale soddisfacente può trovarsi a vivere una tensione emotiva o relazionale. In questi casi, il manifestarsi di un problema sessuale (come la perdita dell’erezione o l’eiaculazione precoce) può diventare un modo inconsapevole di esprimere un disagio che non riguarda direttamente la sfera sessuale, ma che attraverso di essa trova un canale di espressione, proprio perché la sessualità coinvolge profondamente la componente emotiva. Quando parlare di ansia da prestazione Questo, naturalmente, non significa che ogni problema sessuale sia legato alla relazione: può anche derivare da ansie, esperienze passate o convinzioni personali preesistenti. Tuttavia, comprendere la causa specifica è essenziale per affrontare e risolvere il problema. Quando dal punto di vista fisico tutto funziona bene — perché lo si è verificato tramite esami o perché alcuni rapporti sono soddisfacenti mentre altri no, o perché le erezioni spontanee notturne e mattutine sono presenti — ma si riscontrano difficoltà solo durante l’atto con il partner, allora si può ragionevolmente parlare di ansia da prestazione. Strada terapeutica e obiettivi La via per risolverla è comprendere, spesso attraverso un percorso psicoterapeutico, quali sono le cause profonde di questa ansia, in modo che non interferisca più con la relazione e con la serenità della propria vita sessuale. Un lavoro integrato che includa la valutazione medica e un percorso psicoterapeutico mirato permette di intervenire efficacemente su entrambe le dimensioni — fisica ed emotiva — e di restituire alla coppia o all’individuo la possibilità di vivere la sessualità in modo più sereno e soddisfacente. Conclusione In sintesi: identificare i segnali che suggeriscono una componente ansiosa, escludere cause organiche tramite visite specialistiche, e rivolgersi a un professionista della salute mentale quando il problema persiste sono i passi fondamentali. Solo capendo le radici del problema (individuali o relazionali) si può costruire un percorso di cura efficace e duraturo. ### Relazioni tossiche: orbiting Si sente spesso parlare di orbiting, o meglio, si sentono spesso tante tematiche e tanti termini diversi quando si ha a che fare con le relazioni. Ormai sembra che ogni tipo di strategia o comportamento abbia un nome, un’etichetta o addirittura una diagnosi. Quando si parla di relazioni, emergono spesso termini come relazioni tossiche, narcisismo, dipendenza affettiva, ghosting, no contact, love bombing e gaslighting. Oggi, invece, parliamo di orbiting: che cos’è, che caratteristiche ha e quali possono essere le sue conseguenze. Che cos’è l’orbiting Il termine orbiting è già di per sé evocativo. Come accade per altri termini come love bombing o ghosting, anche qui il nome suggerisce il comportamento: “orbitare” attorno a una persona. Solitamente viene messo in atto — da uomini o donne, indifferentemente — da un partner che ha interrotto una relazione o che non ne ha mai davvero iniziata una. Di solito l’orbiting avviene a seguito dell’interruzione di una relazione, che possa essere stata importante o meno, oppure nel momento in cui una relazione sembrava avere i presupposti per nascere ed evolversi, ma poi è stata interrotta. Fare orbiting significa restare all’interno del mondo dell’altra persona, orbitandole attorno, come suggerisce il termine stesso. Come si manifesta l’orbiting Il fenomeno avviene spesso tramite le nuove tecnologie, in particolare i social network. Nonostante la persona che fa orbiting non risponda ai messaggi diretti dell’altro, continua a seguirne le storie su Instagram, a mettere like, a commentare post o a visualizzare gli stati su WhatsApp. In questo modo comunica: “Ehilà, ci sono ancora, non sono completamente sparito o sparita”, ma senza mai essere realmente presente. Da un lato si nega, dall’altro dichiara di voler uscire dalla vita dell’altro, ma in realtà non lo fa mai in modo chiaro e definitivo. Mantiene invece acceso “il lumicino della candela”: commenta, mette un like, si fa notare, fa capire di esserci ancora, anche se solo virtualmente. Perché si fa orbiting Spesso l’orbiting non nasce da un vero bisogno relazionale, ma da un bisogno personale: quello di tenere una porta aperta, una via di ritorno potenzialmente percorribile. Non è un modo per capire se la relazione — mai nata o interrotta — possa avere un futuro, ma piuttosto per soddisfare un’esigenza di controllo e di sicurezza personale. È un po’ come accade con il comportamento del narcisista che, dopo la fine di una relazione, tende a ricomparire a distanza di tempo: non chiude mai davvero. Fare orbiting è simile, perché serve a tenere “in caldo” una potenziale relazione e a rimanere presenti nella mente dell’altro, pronti a riapparire se dovesse tornare utile. Le conseguenze per chi subisce orbiting Per chi si trova dall’altra parte, l’esperienza dell’orbiting può essere molto difficile. Non amo il termine “vittima”, perché rischia di passivizzare, ma certamente si tratta di una posizione faticosa e frustrante. Chi subisce orbiting rischia di rimanere illuso o in attesa, speranzoso che, prima o poi, l’altro decida di tornare. Quando questa dinamica si protrae nel tempo, la persona “lasciata” o rifiutata può comprendere che le probabilità di un ritorno sono minime, ma al tempo stesso può non riuscire a scollegarsi emotivamente da quella relazione. In questo modo mantiene una sorta di slot relazionale occupato: lo spazio mentale e affettivo dedicato alle relazioni resta bloccato dall’idea di quella passata o mai nata. Ciò può compromettere la possibilità di aprirsi a nuove conoscenze e nuove storie. Orbiting e narcisismo relazionale L’orbiting è spesso una forma di comportamento egoista e distorto nelle relazioni. Soddisfa bisogni narcisistici — o pseudo-narcisistici — di chi orbita attorno, che vuole mantenere il controllo e la possibilità di tornare, ma al tempo stesso genera confusione, illusione e immobilità emotiva in chi subisce il comportamento. Chi rimane intrappolato in questa dinamica finisce per vivere in un mondo ipotetico, fatto di incertezza, sofferenza e attesa, invece che di apertura, libertà e possibilità di nuovi inizi. Come uscire dal ciclo dell’orbiting Uscire dal ciclo dell’orbiting significa prima di tutto riconoscere il meccanismo e prenderne le distanze. Serve una disconnessione consapevole dai social e un atto di autoconservazione emotiva: non permettere a chi orbita di restare nella propria vita, nemmeno virtualmente. Solo così è possibile liberare quello spazio relazionale interno e aprirsi a relazioni nuove, sane e reciprocamente presenti. ### Paura del giudizio come superarla Parliamo di giudizio. È stata una settimana di terapia interessante — lo sono tutte, in realtà — ma è curioso come talvolta gli argomenti di tante persone che si rivolgono a me combacino tra loro. Questa settimana è stata sicuramente la settimana del giudizio, cioè la settimana in cui molte persone, molti pazienti che ho visitato, si sono sentiti in difficoltà davanti al giudizio degli altri. Il peso del giudizio e il bisogno di approvazione Alcuni hanno tentato di trasformare, cambiare o modificare il proprio modo di essere e di fare in funzione di questo giudizio, nel tentativo di mitigarlo. Altri invece lo hanno letteralmente preso per le corna, come si fa con il toro. Le riflessioni sono state tante ed in questa sede vorrei proporre questa riflessione: molte volte, quando si riesce a comprendere quali siano le reali motivazioni che sottostanno a una decisione, a un comportamento, a un’emozione o a un sentimento, cambia il significato che essi hanno, e quindi anche l’impatto che producono sulle nostre vite. Comprendere il giudizio per disinnescarlo In questo caso, il giudizio cambia. La riflessione che ho costruito — o meglio, che mi è stata offerta da più di una persona — è proprio questa: il giudizio è sicuramente scomodo, faticoso, difficile da gestire, da vivere e anche da subire. Ma nel momento in cui se ne comprendono le cause sottostanti, improvvisamente perde la sua forza, la sua durezza, quella capacità di destabilizzarci che solitamente ha, soprattutto quando viene agito da persone a cui vogliamo bene. Il giudizio come meccanismo di difesa Quello che è emerso in diversi incontri è che, molte volte, il giudizio agito dalle persone a noi più care — che si tratti di relazioni sentimentali, amicali o familiari — viene usato come un meccanismo di difesa. Serve ad affermare e avvalorare la propria idea giudicando quella altrui, per trovare ulteriore conferma, forza e spinta nel portare avanti le proprie convinzioni, senza considerare (o addirittura negando) quelle dell’altro. Viene utilizzato come un meccanismo di difesa, appunto, per sostenere le proprie decisioni. Spesso questo accade perché non siamo del tutto convinti delle motivazioni o degli obiettivi che abbiamo scelto. Forse, per un motivo o per l’altro, potrebbero essere cambiati, trasformati, o non essere più così importanti per noi. Oppure li vediamo irraggiungibili, o il loro raggiungimento richiederebbe uno sforzo eccessivo. E così giudichiamo — soprattutto chi fa una scelta diversa dalla nostra. Questo giudizio serve proprio a questo: a ridare energia, a caricarsi, a trovare una nuova spinta. Un esempio concreto: la libertà di scegliere un’altra strada Gli esempi sono stati tanti. Ne racconto uno per essere più esplicativa. Una giovane donna di 35-37 anni — età in cui, inevitabilmente, ci si interroga molto — si è posta domande come: “Devo avere una famiglia? Devo trovare un partner?”. Questa persona ha scelto di non volere un partner, o meglio, di non volere una relazione canonica: non desidera un marito o un compagno stabile, né figli, né la routine del “lavare la macchina il sabato”. Ha scelto di essere una donna prevalentemente single, di vivere da sola, di avere sì delle relazioni, ma senza che debbano andare oltre certi confini. Non è una scelta facile, anche perché è difficile trovare qualcuno che la pensi allo stesso modo, nonostante nel mondo ci siano molte persone simili a lei. Ciò la mette spesso in difficoltà, soprattutto con le amiche, che le dicono: “Ma non è vero, te la stai raccontando… Sei sicura di non volere un marito? Sei sicura di non volere un partner stabile con cui andare in vacanza? Sei sicura di non volere dei figli?” La mia paziente si è posta molte volte queste domande, e posso dire con certezza che è arrivata a una conclusione consapevole: quella che ho appena raccontato. Il problema è che, nel momento in cui racconta questa decisione, non viene accolta né accettata, ma giudicata. Quando il giudizio nasconde un disagio personale Le sue amiche, che invece hanno un progetto di vita più canonico e socialmente accettato — marito, figli, matrimonio, convivenza — la giudicano. Salvo poi trovarsi anche loro ad affrontare le difficoltà che questo tipo di progetto comporta: la gestione dei figli, i conflitti col partner, le separazioni, i tradimenti, le fatiche quotidiane. Nel caso della mia paziente, le difficoltà sono altre, ma la dinamica del giudizio è la stessa. Spesso chi giudica, vivendo una propria crisi o insoddisfazione, è quasi attratto — a volte inconsciamente — dallo stile di vita opposto dell’altro. Ma, invece di accogliere quella differenza come spunto di riflessione, reagisce giudicando, per avvalorare la propria scelta e difendere la propria posizione. È un modo per dare legittimità a una condizione che, forse, non genera più piacere, soddisfazione o benessere come prima, ma che si teme di mettere in discussione. E così il giudizio serve a resistere. Diventare consapevoli per disarmare il giudizio Quando però l’altra persona — in questo caso la mia paziente — diventa consapevole del meccanismo che c’è dietro, il giudizio perde completamente significato. Diventa anzi un modo per tutelarsi, e in certi casi persino per offrire aiuto a chi, dietro quel giudizio, nasconde una difficoltà. Come gestire il giudizio degli altri Quindi, quando ti senti giudicato o valutato, chiediti sempre: “L’altra persona sta davvero parlando di me, o in realtà sta usando il giudizio come strumento per avvalorare il suo punto di vista, che in questo momento è per lei faticoso da sostenere?” Perché in quel momento, il giudizio non è altro che un meccanismo di difesa. ### Come affrontare le sfide di coppia Decisioni, stress e fatiche di coppia: questo è l’insieme di ingredienti che portano a costruire il video. Nel senso che, se hai seguito in passato i miei contenuti, soprattutto quelli a tema coppia, avrai sicuramente notato quale accentuazione metto sul termine progettualità e come questa cambia in funzione di tantissime caratteristiche che la coppia può avere. La progettualità, ad esempio, di una coppia a distanza, di una coppia giovane, di una coppia un po’ più adulta, di una coppia con una grande differenza di età o con valori differenti, eccetera. Cos'è la progettualità nella coppia e perché è importante Abbiamo parlato di progettualità in tanti modi, tante salse diverse; quello però che non ho mai fatto è approfondire cosa succede dopo la progettualità. O meglio: quando la progettualità, nonostante sia condivisa, diventa estremamente faticosa, potenzialmente stressante, dannosa o tossica per la coppia, cosa si deve fare? O meglio, quando la progettualità diventa potenziale argomento di scontro anziché di unione. E non parlo del caso in cui i due partner non siano d’accordo: parlo di situazioni in cui i due partner sono d’accordo, ma si trovano davanti a una sfida così importante e dall’esito incerto che potrebbero trovarsi distanti, spezzati, lontani, piuttosto che vicini, proprio in funzione della progettualità condivisa che hanno. Le sfide che possono emergere dopo la progettualità condivisa Cosa succede? Cosa si potrebbe fare? Come tutelarsi da questo? Le sfide che una coppia con una progettualità condivisa o costruita potrebbe trovarsi ad affrontare sono diverse e numerose. Proviamo a pensarne alcune: affrontare difficoltà economiche, scegliere di fare un investimento, cambiare città, cambiare lavoro di uno dei due, cercare di avere figli che non arrivano, affrontare procedure mediche, esami clinici, eventuali terapie, eccetera. Ci sono tante altre situazioni: il trasferimento in un’altra città, il lavoro di uno dei due che comporta prendere “baracca e burattini” e spostarsi dall’altro lato del mondo, la gestione dei figli e della loro educazione, temi di presenza nella coppia delle famiglie di origine. Nonostante la coppia possa essere d’accordo su tutto, la vita, la fatica e la realtà a volte riservano sorprese che possono generare questo tipo di frattura o potenzialmente generarla. Affrontare le difficoltà e mantenere l’unione Quindi la coppia si trova in fatica, stressata, di fronte a uno scenario che pensava fosse roseo, che pensava fosse concordato, ma che improvvisamente non lo è più. Meglio ancora, non lo potrebbe più essere. Cosa dovrebbe fare? Bene, dopo la progettualità c’è sempre una presa di decisione, un bilancio, una valutazione dei pro e dei contro del cambiare sentiero o modificare il percorso nel tentativo di raggiungere il medesimo obiettivo. Esempio pratico: il desiderio di avere figli Prendiamo un esempio forte e chiaro: una coppia che desidera avere figli. Entrambi hanno questo desiderio e iniziano a cercare un bambino. Non arriva. E tendenzialmente, per esperienza, dato che ci sono molte coppie in questa situazione, iniziano i primi esami, lui, lei, talvolta emerge un problema, altre volte no. Il motivo per cui non si arriva al concepimento o alla conclusione della gravidanza non è chiaro. La coppia, quindi, deve fare i conti con se stessa: c’è il desiderio di entrambi di essere genitori e una possibile modifica del progetto futuro. Ci possono essere altri sentieri per raggiungere l’obiettivo: la coppia vuole diventare genitori, allora cosa fare? Muoversi verso una PMA, un’adozione, una FIVET, cure ormonali, valutare la donazione di gameti. Ci sono tante alternative. Ovviamente, questi percorsi sono sentieri più impervi, più faticosi, più esigenti. La coppia deve quindi ricontrattare l’impegno: quali scenari si aprono, quali fatiche bisogna affrontare, quali rischi correre non solo come individui, ma soprattutto come coppia. Decisione e impegno: valutare sacrifici e rischi La domanda da porsi è: siamo disposti a farlo? Siamo d’accordo sul livello di fatica e di impegno (commitment) che entrambi possiamo mettere in questo percorso? Ad esempio, nella procreazione assistita ci sono scelte da fare, terapie ormonali da affrontare, attese, cambiamenti di umore, possibili alterazioni della sessualità (l’atto sessuale diventa funzionale alla procreazione e non più ricreativo). La coppia è d’accordo su questo livello di sacrificio? Il concetto di stop loss nella coppia In finanza esiste il concetto di stop loss, cioè fino a dove sono disposto a rischiare. Allo stesso modo, quando la coppia devia dal sentiero originario per raggiungere l’obiettivo, deve decidere quanto è disposta a rischiare, quali sacrifici vuole fare e cosa è disposta a perdere. Se la coppia è d’accordo su questo, sarà felice, indipendentemente dal risultato. Affronterà fatiche enormi, ma spesso si scoprirà più unita, più vicina, più innamorata di prima. Se poi avrà anche la fortuna di raggiungere l’obiettivo, sarà ancora più soddisfatta. Se invece la coppia non è d’accordo su questi aspetti, il rischio di crisi è dietro l’angolo. Conclusione: costruire una coppia solida attraverso le difficoltà Quindi, se vi trovate in una situazione simile, mettetevi a tavolino a ragionare su ciò che siete disposti a fare per raggiungere il vostro obiettivo comune, quanto siete disposti a pagare sia in termini personali sia di relazione. È così che nasce una famiglia, è così che nasce una coppia, è così che la coppia si costruisce anche attraverso le difficoltà che deve affrontare. ### Poliamore e altre poligamie etiche Parliamo di poliamore: che cos’è, quali caratteristiche ha e che differenze presenta rispetto alle altre forme di poligamie etiche. Vediamo di cosa si tratta e quali potrebbero essere le implicazioni personali e relazionali. Cos’è il poliamore Il poliamore, come suggerisce il termine, è un accordo esplicito all’interno della coppia in cui entrambi i partner possono avere più relazioni amorose contemporanee e parallele. Viene definito poligamia etica, o una forma di essa, poiché — a differenza di tutte le dinamiche che prevedono adulterio o tradimento, in cui quindi c’è una parte di menzogna, bugia, informazioni celate o travisate — nella poligamia etica c’è un accordo esplicito tra i partner. Alla base di questo tipo di relazione vi è la sincerità, che permette di andare oltre la gelosia e i sotterfugi che solitamente caratterizzano le relazioni fondate sul tradimento. Questo tipo di accordo consente ai partner di rimanere felici e autentici all’interno della loro relazione primaria o ufficiale, condividendo consapevolmente la possibilità di una poligamia etica. Le principali forme di poligamia etica Ne esistono diverse forme: la coppia aperta, lo scambismo e l’anarchia relazionale sono le più note, ma vi sono anche altre varianti con caratteristiche proprie. La grande differenza tra queste forme di poligamia etica risiede nel tipo di legame previsto: rapporti esclusivamente sessuali oppure rapporti anche emotivi, cioè vere e proprie relazioni sentimentali. Coppia aperta Nella coppia aperta esiste una relazione emotiva primaria — il partner “ufficiale” — ma i rapporti con altri partner restano prevalentemente sessuali e avvengono in accordo reciproco. Ciascun partner è libero di vivere altre avventure sessuali, mantenendo però il legame affettivo principale. Scambismo Nello scambismo, invece, i due partner agiscono insieme, condividendo esperienze sessuali con altre coppie che praticano la stessa modalità. L’aspetto emotivo resta concentrato sulla relazione principale, mentre gli incontri esterni sono vissuti come esperienze condivise e consensuali. Anarchia relazionale Nell’anarchia relazionale si tende a mettere tutte le relazioni sullo stesso livello, siano esse sentimentali, amicali o di altro tipo. Si tratta di una filosofia relazionale più ampia, che rifiuta le gerarchie e promuove la libertà e la parità tra tutti i legami affettivi. Caratteristiche specifiche del poliamore Nel poliamore si possono avere altre relazioni parallele alla relazione primaria o ufficiale, purché ci sia accordo e consapevolezza reciproca tra tutti i partner coinvolti. Ad esempio, se la donna di una coppia instaura una nuova relazione (con un uomo o una donna), anche il nuovo partner deve essere informato e consenziente, in modo che tutti sappiano e condividano l’accordo. La differenza principale rispetto alle altre forme di poligamia etica è che nel poliamore non esiste solo un’attività sessuale, ma anche un legame affettivo autentico: si tratta di una nuova relazione a tutti gli effetti, con una dimensione emotiva e relazionale completa. Pro e contro del poliamore Naturalmente ci sono pro e contro. Non ha senso porsi la domanda se sia “giusto” o “sbagliato”, perché nelle relazioni sentimentali non esistono regole assolute: conta ciò che è utile e felice per la coppia. Per me, infatti, “utile” significa felicità condivisa: nel momento in cui la coppia trova una modalità che la rende felice, quella è una coppia sana. Rischi e implicazioni emotive e sociali Esistono tuttavia rischi e implicazioni da considerare, soprattutto legati alla novità di una scelta relazionale di questo tipo. Il primo rischio è lo stigma sociale: non è facile da far comprendere e spesso non viene raccontato o esposto nel proprio contesto sociale. Questo può portare a nascondere la relazione per paura di giudizi, critiche o esclusioni da parte di persone care. Un altro aspetto complesso riguarda la gestione emotiva. Razionalmente, un accordo del genere può sembrare logico, ma nella pratica è difficile mettere d’accordo testa e pancia. Quando non c’è equilibrio — ad esempio, se uno dei due partner vive una nuova relazione mentre l’altro no — possono emergere dinamiche di gelosia, insicurezza e sbilanciamento che richiedono grande consapevolezza e dialogo. Come affrontare una relazione poliamorosa Il mio consiglio è di riflettere a fondo prima di intraprendere una relazione poliamorosa. Se è qualcosa che sentite nelle vostre corde, prendetevi comunque il tempo di analizzare le possibili difficoltà, immaginando come reagireste in diverse situazioni (come il caso in cui solo uno dei due abbia un nuovo partner). Questo aiuta a prepararsi emotivamente, riconoscere le “bandierine rosse” e decidere insieme come affrontarle. Il poliamore come scelta consapevole Si tratta di dinamiche nuove, anche se il concetto di poliamore non è in realtà recente: è sempre esistito in varie culture — e perfino in alcune specie animali — ma solo oggi comincia a essere riconosciuto e legittimato socialmente. Come accadde tempo fa con il tema del tradimento, anche il poliamore sta attraversando una fase di pionierismo, con tutte le fatiche e i giudizi che questo comporta. È quindi importante che la coppia che sceglie questa strada faccia i conti in modo realistico con le possibili difficoltà — non solo sociali e relazionali, ma anche intime e personali — che inevitabilmente emergeranno nel percorso. Solo così sarà possibile vivere il poliamore come una scelta consapevole, rispettosa e autentica. ### Tradimento: l’unico modo certo di affrontarlo per essere infelici Parliamo di tradimento e dell'unico modo certo per poter essere infelici. Di tradimento ho parlato tanto, ho fatto molti video e ci ho scritto anche un libro. Quello che forse ho fatto poco – o comunque il taglio che vorrei dare alla riflessione di oggi – è legato soprattutto al vincolo e all’incapacità di svincolarsi una volta che ci si trova all’interno del tradimento, quando questo diventa la via maestra per costruire l’infelicità reciproca. Tradimento e antifragilità: trasformare il vincolo in risorsa Io, un po’ per forma mentis e un po’ per formazione professionale, ragiono sempre sull’idea della risorsa. Anche quando mi trovo di fronte a un vincolo, cerco di capire come questo possa essere gestito e trasformato in una risorsa. Quando il tradimento emerge: cosa succede nella relazione Quello che succede tante volte è che, quando ci si trova di fronte a un tradimento e questo tradimento emerge, esplode, viene notificato all’interno della relazione, i due partner si trovano in difficoltà. Questo accade sia che il tradimento venga superato, sia che non venga superato. Superare il tradimento non significa solo restare insieme Ricordo sempre che superare il tradimento non vuol dire rimanere insieme, o meglio: non vuol dire solo rimanere insieme. Significa rimanere insieme ed essere felici, oppure lasciarsi e darsi la possibilità di tornare a essere felici aprendo potenzialmente a una nuova relazione. Questo significa superare un tradimento. Quando il tradimento diventa una condanna Quando però il tradimento non viene superato, diventa una certezza, una costante di infelicità all’interno della relazione e della propria vita. Succede quando la coppia sceglie di rimanere insieme – o meglio, i due individui che costituiscono la coppia scelgono di continuare la relazione – ma non lavorano sulla ricostruzione. Non radono al suolo tutto ciò che è superfluo e doloroso per potersi riaprire a una nuova costruzione, ridefinendo i fondamenti. Continuano invece sul vecchio sentiero, sul vecchio progetto, e iniziano così a trovarsi davanti a una serie di vincoli che, con questo atteggiamento, diventano insormontabili e non si trasformeranno mai in risorse. Le dinamiche tossiche tra tradito e traditore Di solito funziona così: il tradito scopre il tradimento – magari lo scopre in autonomia o perché gli viene confessato. Il traditore, a quel punto, si rimette nelle mani del tradito: una volta esplicitato il tradimento dice «ok, io voglio continuare la relazione con te, ma mi rimetto alla tua decisione; capisco che se non sei disposto/a ad andare oltre e a darci la possibilità di ricostruire la nostra relazione, accetterò la tua scelta». Il tradito risponde: «No, io voglio continuare la relazione». Le motivazioni di questa decisione possono essere tantissime: il percorso fatto insieme, l’attribuirsi delle colpe, le implicazioni future, i vincoli economici, sociali, relazionali, ideologici, l’amore che ancora si prova… tantissimi fattori. Restare insieme non basta: bisogna voler stare bene Il problema è che l’obiettivo diventa “voglio continuare la relazione”, invece di “voglio stare bene all’interno della relazione”. Dire “voglio continuare la relazione” dovrebbe equivalere a dire: “Sono disposto/a a mettere in gioco tutto – anche la possibilità di perderti – purché ci diamo la possibilità di tornare a essere felici”. E non “voglio continuare la relazione” solo per mantenere uno status quo. Perché mantenere lo status quo è impossibile: ormai è stato palesato che quell’equilibrio era instabile, e dopo la scoperta del tradimento diventa mortificante. Il ciclo infinito di colpa e rivendicazione Perché? Perché da un lato il tradito assumerà un atteggiamento di rivendicazione, controllo, accusa, critica, manipolazione, ricatto. Non perderà occasione per rinfacciare il torto subito, né per usare questo credito per manipolare il comportamento o la volontà dell’altro. Il traditore, afflitto dal senso di colpa e consapevole di aver inflitto una ferita, tenderà a essere più accondiscendente, più ossequioso, più disposto a flettersi e a non contrattare nelle dinamiche relazionali, in funzione dello stigma che porta. Il tradimento non affrontato è un cancro per la relazione Questo però diventa mortificante per entrambi. Se da un lato – soprattutto all’inizio – è comprensibile che la rabbia del tradito debba essere sfogata, sul lungo periodo questo atteggiamento diventa come un cancro per la relazione: la modifica, la storpia, la rovina, può anche ucciderla. Perché tira fuori una nuova dinamica di aggressività che, invece di avvicinare la coppia, la allontana. E sul lungo periodo entrambi saranno infelici. Il tradito, perché si sentirà continuamente in credito ma allo stesso tempo nulla potrà mai effettivamente ripagare quel credito: qualcosa è successo, il tradimento c’è stato, ma lui continua a vivere nel passato, diventando mortificante per l’altro. Il traditore, invece, dovrà convivere con il senso di colpa dell’essere sbagliato o dell’aver sbagliato, perché il tradito non perderà occasione per ricordarglielo. E questo non fa che allontanare e distanziare la coppia, impoverendo entrambi. Come trasformare il tradimento in occasione di crescita Ciò non vuol dire che il tradimento debba essere dimenticato o che non se ne debba più parlare, ma che deve essere trasformato. Andare oltre implica riuscire a trasformare il vincolo in una risorsa. Rimanendo nella posizione della rivendicazione – soprattutto da parte del tradito – questo diventa impossibile. E condanna all’infelicità reciproca. ### Quando e perché i problemi dì coppia non vengono risolti Parliamo di problemi di coppia, di crisi di coppia, di come affrontare il problema e quale atteggiamento si dovrebbe assumere. Quello che solitamente vedo all'interno delle coppie che si rivolgono a me per una terapia è che spesso non si raggiunge — soprattutto prima di arrivare — un ottimo livello di consapevolezza, almeno da parte di uno dei due. Come riconoscere una crisi di coppia Qual è il problema? Non è sempre così, perché ci sono molte coppie che telefonano e, nella chiacchierata iniziale, quella telefonica in cui raccolgo le prime informazioni, mi dicono: “Siamo andati un po’ alla deriva. Ognuno sta facendo la propria vita in maniera parallela rispetto all’altro. Ci troviamo ad essere più coinquilini che amanti”. Oppure mi dicono: “Siamo diventati estremamente conflittuali: ogni piccola cosa diventa una miccia che potenzialmente può far esplodere la relazione o comunque la discussione”. Quindi non è tanto la presenza di argomenti tabù o di vincoli che non riusciamo a superare, quanto proprio la modalità relazionale che abbiamo. Altri mi dicono: “Non stiamo affrontando una sfida, stiamo affrontando una fatica. Siamo davanti ad alcuni tabù”, sia da un punto di vista pratico e concreto, sia ideologico. Durante la prima telefonata si arriva a definire quali possono essere le caratteristiche della coppia e anche le difficoltà che si trova a vivere. Quando uno dei partner vede il problema e l’altro no Quindi, molto spesso — anche se non sempre — le coppie sanno dove sta il problema. O meglio: uno dei due ha perlomeno un’idea di quale sia il problema, e tendenzialmente questa cosa viene esplicitata. Molte coppie arrivano in terapia proprio perché si rendono conto che, nonostante abbiano esplicitato un problema, questo non viene risolto: o perché non viene compreso dall’altro, o perché non viene valutato sufficientemente importante allo stesso modo dall’altro, o perché non c’è accordo rispetto a quale sia effettivamente il problema, o perché non si sa come procedere per risolverlo. Le variabili sono talmente tante e ampie che si sceglie l’aiuto di un professionista per capire in che direzione muoversi. Il blocco più frequente nelle coppie in crisi Quello che però succede — e che spesso comporta una degenerazione all’interno della coppia che arriva in terapia — è che chi porta il problema, chi è in grado di esplicitarlo in maniera sana, concreta e costruttiva, pensa di aver già fatto abbastanza. Si pone in una condizione di attesa e anche di giudizio nei confronti dell’altro. Nel senso: “Io e te abbiamo, ad esempio, un problema sessuale”, oppure “abbiamo un problema comunicativo”, “genitoriale”, “con le famiglie d’origine”… Questo è sicuramente un primo passo, fondamentale, importante, estremamente valido per far evolvere la coppia. Ma molto spesso, una volta esplicitato, ci si ferma. Si aspetta la risposta dell’altro. Nel momento in cui l’altro non risponde, la persona che ha esplicitato il problema si sente sufficientemente in credito per non fare più nulla. Talvolta c'è anche un pezzo successivo, cioè una proposta: “Io e te abbiamo un problema, dovremmo provare a fare così. Dovremmo cambiare questa cosa. Secondo me dobbiamo comportarci in questo modo”. Come reagisce l’altro partner al problema Se il partner risponde: “Sì, va bene, proviamo”, e poi effettivamente la cosa funziona, allora la coppia magari arriva in terapia avendo già fatto diversi tentativi e speso del tempo per risolvere il problema, ma essendo già allineata. In altri casi il partner risponde: “No, secondo me non si deve fare così, ma cosà”, e allora si viene in terapia per trovare un accordo: ma entrambi sono presenti, attivi. Queste sono coppie dinamiche, per le quali spesso il problema si risolve in pochi incontri. In altri casi, invece, dall’altro lato c’è un: “Non mi interessa”, oppure: “Sì, va bene, però come la fai tragica”, oppure un accordo di facciata ma disaccordo nella realtà. “Sì, hai ragione”, ma poi nei fatti non cambia nulla. Il meccanismo distruttivo che porta alla rottura Qui si innesca un meccanismo potenzialmente distruttivo: la persona che ha sollevato il problema si aspetta un cambiamento, mentre quella che ha dato un accordo solo formale pensa di essersela cavata e che non dovrà “dar conto” all’altro. Si crea una situazione di stallo, da cui derivano distanza o conflitto. Chi ha portato il problema incalza, forte del proprio “credito”. L’altro svicola, fugge o attacca perché si sente pressato. La degenerazione riguarda proprio la modalità relazionale. La colpa è di chi ha detto “sì” ma non ha fatto nulla per cambiare; ma anche di chi, pur essendo più evoluto nella capacità di esprimere il problema, si mette in una condizione di attesa, di sfida, di “io ho fatto il mio, ora tocca a te”. La coppia non è un gioco a somma zero Quando invece, in una coppia, il gioco non è a somma zero. Io posso anche portare il 100% della soluzione, purché questo renda felici entrambi. Se il partner esplicita un problema e poi resta fermo nella sua posizione di credito, si costringerà all’infelicità pur di forzare l’altro al cambiamento. Ma così si rimane infelici in due. Non significa che ci si debba sempre sostituire alle responsabilità o alle mancanze dell’altro — assolutamente no — ma si può prenderne atto e proseguire. Proseguire significa, ad esempio, provare a esplicitare in termini diversi il problema, affrontarlo con azioni pratiche senza necessariamente aspettare che sia l’altro a portarle. Oppure prendere atto che, per quanto spiacevole, forse quello è il partner che abbiamo: va bene per noi fino a un certo punto, e poi non più. Come affrontare un problema di coppia in modo efficace Quando vi trovate ad affrontare un problema di coppia, non iniziate a contare chi ha fatto cosa e quanto. L’obiettivo di una coppia è superare il problema. Talvolta il 90% del lavoro lo farà una persona e il 10% l’altra; e il problema successivo, magari, sarà gestito al 100% dall’altro. Quando ci si trova in una crisi, pretendere che ognuno porti il 50% non è realistico e non serve a nulla. Naturalmente è importante sottolineare che lo sbilanciamento non può essere costante, una coppia non può essere portata avanti solo dall’investimento di uno dei due. Ma l’obiettivo non è “chi fa quanto”: è che il 100% del problema venga risolto. ### Come far fallire una psicoterapia Sovente ricevo telefonate da persone che chiedono un aiuto perché stanno affrontando una fatica nella propria vita: questa può essere un sintomo, un problema esistenziale o la necessità, ad esempio, di prendere una decisione per orientare il proprio futuro. Quando il rapporto terapeutico parte con il piede giusto In alcuni casi c’è l’approccio corretto: si innesca con una certa facilità quel sistema fiduciario per cui la persona riconosce nel professionista un consulente che può aiutarla in questo percorso evolutivo. Resistenza al cambiamento e difficoltà nell’avvio del rapporto fiduciario In altri casi, nonostante si percepisca genuinamente la voglia di cambiare e il bisogno di mettersi in gioco, emerge anche una resistenza che rende più complicato questo processo fiduciario. La psicoterapia non richiede fiducia cieca Attenzione: non vuol dire che ogni persona che si rivolge a un terapeuta debba fidarsi ciecamente. La psicoterapia non è questo. Serve a sviluppare un pensiero critico e, all’interno di una relazione dialogica, affrontare le criticità. È assolutamente legittimo che la persona abbia domande, opinioni o richieste di confronto. Quando le richieste diventano diktat e bloccano la relazione terapeutica Le richieste non dovrebbero mai trasformarsi in imposizioni, soprattutto nelle fasi iniziali — al primo colloquio o alla prima telefonata conoscitiva. Da un lato ci sono persone che si affidano con fiducia, dall’altro persone che partono con difese legittime ma troppo rigide, rischiando di ostacolare il rapporto terapeutico stesso. Chi sceglie il terapeuta ma vuole anche dettare la terapia Capita che chi chiama chieda informazioni sul curriculum del terapeuta e sulla sua esperienza specifica — cosa legittima — ma poi arrivi anche a stabilire il tipo di terapia, l’approccio e le strategie che dovrebbero essere utilizzate. Perché un terapeuta non può (e non deve) eseguire pedissequamente le richieste del paziente Il terapeuta deve comprendere la motivazione dietro richieste così specifiche, rispondendo senza però accettare in modo acritico. Se si limita a fare ciò che il paziente chiede, rischia di diventare inefficace: il paziente ha già provato quelle strategie in autonomia senza successo, motivo per cui cerca aiuto. Il rischio del “collasso terapeutico” Se il terapeuta si adegua completamente alle richieste del paziente, all’inizio potrebbe apparire accogliente, ma nel lungo termine si troverà bloccato. La terapia richiede libertà di movimento per essere efficace. La terapia come “balletto” tra paziente e terapeuta La relazione terapeutica è una danza: insieme si definiscono criticità, obiettivi e strategie. Se una delle due parti collassa sull’altra, si apre la strada all’insuccesso. Perché il paziente a volte impone il metodo: paura e delega Spesso dietro richieste rigide c’è la delega della responsabilità: “Faccio tutto quello che dico io, così se fallisce non è colpa mia”. Ma il più delle volte è la paura — del cambiamento o addirittura del successo del cambiamento. Chi non vuole davvero cambiare vs chi ne è spaventato Alcuni non vogliono davvero cambiare e cercano solo una giustificazione per dire di averci provato. Altri vogliono cambiare davvero ma temono le conseguenze: “E se poi la mia vita cambia davvero, sarò in grado di sostenerlo?”. Come evitare l’autosabotaggio della terapia Il terapeuta non deve rifiutare automaticamente le richieste del paziente, ma deve trasformarle in oggetto di riflessione condivisa. Il paziente, dal canto suo, deve rimanere possibilista e sospendere temporaneamente il giudizio sul terapeuta, così come il terapeuta sospende il proprio. Conclusione: fiducia, dialogo e responsabilità condivisa Solo così ci si dà davvero l’opportunità di fidarsi, di lavorare insieme e di cavalcare il cambiamento. ### Autosabotaggio in psicoterapia Parliamo di autosabotaggio e, in particolare, di autosabotaggio della terapia: tutte quelle motivazioni che il paziente porta a sé stesso, e talvolta anche al terapeuta quando le manifesta apertamente, che di fatto lo portano a interrompere o comunque a non poter godere appieno dell'efficacia della terapia. Ci sono molte persone che, nonostante vivano un problema e si rendano conto del bisogno che hanno di provare a risolverlo — quindi potenzialmente del bisogno di terapia (la terapia è sempre una delle vie possibili, non è mai l'unica o l'esclusiva) — si pongono in una maniera tale per cui di fatto non possono godere dei vantaggi del fare terapia. Quindi non fanno mai effettivamente terapia fino a che non trovano una via di uscita, uno “svincolo”: una possibilità per abbandonare o interrompere — come si usa dire in gergo tecnico “droppare” — la terapia, con un motivo piuttosto che con un altro. Le motivazioni più frequenti per interrompere la terapia Questi motivi tendenzialmente sono sempre ascritti al terapeuta, alle caratteristiche del terapeuta o ad alcune caratteristiche tipiche della terapia stessa. Eccone alcune tra le più frequenti: “La terapia costa troppo” La percezione del costo è personale, ma la domanda chiave è: costa troppo rispetto a cosa? Costa troppo rispetto a risolvere il problema? Costa meno tenersi il problema? Il costo che potenzialmente mi troverei a pagare non vale la risoluzione del problema? Cioè: il gioco vale la candela? “Gli orari del terapeuta sono scomodi” Ci possono essere aspetti oggettivi, ma spesso si scopre che il paziente può solo in orari estremamente limitati e rigidi (“solo i mercoledì dispari dei mesi pari degli anni bisestili”). In questi casi, la domanda diventa: qual è la reale motivazione alla terapia? “Lo studio è scomodo o non mi piace” Può capitare che il paziente dica “lo studio è piccolo, brutto, non c’è parcheggio”. È un motivo reale o una razionalizzazione per evitare il percorso? “Il terapeuta non è quello ‘giusto’” “È troppo giovane, troppo vecchio, troppo biondo, non usa la tecnica che voglio io.” Il terapeuta, prima accettato, improvvisamente non va più bene, senza che questo venga discusso apertamente con lui. Le scuse “di comodo” utilizzate per giustificare l’interruzione Quando un paziente decide di interrompere, spesso emergono motivazioni che suonano più o meno così: “Ho avuto spese improvvise” In questo caso, il terapeuta può valutare l’oggettività della situazione e, se necessario, proporre alternative più economiche o accessibili. “Ho impegni di lavoro, la contatto io” Viaggi di lavoro improvvisi, riunioni inaspettate… anche quando il tipo di lavoro non le prevede. Segnale di una fuga gentile. “Ho un’urgenza familiare, devo sparire per un po’” Anche qui: potrebbe essere vero. Ma se lo è davvero, varrebbe la pena capire come proseguire nonostante la difficoltà, invece che usarla come via di fuga. Come dovrebbe reagire il terapeuta? Il terapeuta può scegliere: può essere accomodante e lasciar andare, oppure può essere terapeutico fino alla fine, offrendo un’ultima occasione di trasformazione. Accettare con trasparenza il fallimento della terapia e rendere esplicite le vere motivazioni sottostanti all’interruzione può essere già di per sé un atto terapeutico. Non per trattenere il paziente, ma per aiutarlo a essere onesto con sé stesso. Perché è importante esplicitare la resistenza Questo processo è utile sia al paziente — che può esprimere liberamente il proprio punto di vista — sia al terapeuta, che può ricevere un feedback prezioso per migliorare il proprio lavoro. Molte persone partono con l’idea di fare un percorso, pur non essendo ancora pronte. E quando interrompono, attribuiscono la scelta a fattori esterni. È legittimo? Certo. Ma è ancora più utile riconoscere la parte interna che ha portato alla fuga. La terapia è un processo a step Anche l’inizio di una terapia è un processo. Non è detto che la prima volta sia quella giusta. Perché una terapia funzioni, bisogna essere pronti almeno in due: Il paziente, che chiede aiuto. Il terapeuta, che lo offre e che resta terapeutico anche nel momento della rottura. Riconoscere l’autosabotaggio non significa giudicarsi, ma iniziare finalmente a guardarsi con sincerità. ### Dinamiche di coppia: negoziazione, compromesso e ricatto Negoziazione, compromesso e ricatto sono tre vie diverse, tendenzialmente una e mezza funzionale e una e mezza disfunzionale, per affrontare le discussioni in coppia, decisioni o riflessioni. È il balletto che solitamente viene fatto da ciascuna coppia nel costruire il proprio presente e il proprio futuro. Le tre vie principali nelle dinamiche di coppia Negoziazione, compromesso e ricatto possono essere utilizzati in funzione di una decisione all'interno di una dinamica relazionale. È chiaro quale sia la via auspicabile, ma non sempre facile da applicare: non è sempre possibile negoziare e trovare una soluzione immediatamente appagante e soddisfacente per entrambi. La negoziazione come approccio preferibile La rinegoziazione si basa sull'idea che, a fronte di un disaccordo, le parti siano capaci di mettersi in gioco reciprocamente e rendere la soddisfazione del bisogno dell'altro una propria priorità. Così facendo, entrambi saranno appagati e soddisfatti del risultato raggiunto. In ambito aziendale, questa dinamica viene spesso chiamata "win-win": due parti discutono una scelta apparentemente in conflitto fino a che entrambi non si impegnano nella soddisfazione del bisogno dell'altro. In questo modo, entrambi escono pienamente appagati dalla decisione. Esempio pratico: l'acquisto di una casa Una coppia che deve acquistare una casa può avere disaccordi su zona, dimensioni, distribuzione interna o tipologia dell’appartamento. Una buona negoziazione permette di manifestare le proprie priorità: una persona può dare importanza alla zona, l’altra alla disposizione dei locali o alla cucina. Comprendendo le esigenze reciproche, è possibile trovare una soluzione che renda entrambi felici: un ambiente interno in linea con le aspettative di uno e una zona interessante per l’altro. Il compromesso: una soluzione parziale Quando la negoziazione non è possibile, entra in gioco il compromesso. In questa situazione, nessuno dei due è pienamente soddisfatto, ma nemmeno completamente insoddisfatto. La soddisfazione parziale deve essere ponderata: alcune cose richiedono piena soddisfazione, altre possono essere accettate con minor completezza. In alcuni casi, può essere utile che uno dei partner ceda completamente per soddisfare l’altro, sapendo che la reciprocità avverrà in futuro. Ad esempio, se uno dei due desidera una cucina particolare, l’altro può cedere in quell’occasione, aspettandosi che in futuro la propria priorità venga rispettata. Il piacere nel soddisfare i bisogni dell'altro Non si tratta di un gioco a somma zero: può esserci piacere sincero nel soddisfare i bisogni dell’altro, anche quando non coincidono perfettamente con i nostri. Questa dovrebbe essere la base di ogni coppia, anche se, sulle piccole cose, spesso non avviene. Il ricatto: la via più disfunzionale La via più disfunzionale è il ricatto o la logica “out-out”, dove un partner impone la propria scelta senza possibilità di dialogo. Ad esempio: “Andiamo a vivere qui o niente”, costringendo l’altro a rinunciare alla propria autonomia e ai propri desideri. Il ricatto può derivare da manipolazione, desiderio di potere o incapacità di prendere decisioni da soli. Questo approccio introduce tossicità nella relazione e, sul lungo periodo, può risultare devastante. Conclusione: come gestire i conflitti in coppia È fondamentale chiedersi: nelle discussioni con il partner, punti di default alla negoziazione? Quando questa non funziona, ti muovi verso il compromesso? Evitare il ricatto è essenziale per mantenere una relazione sana e funzionale. ### Tipi di depressione Parliamo di depressione e delle diverse tipologie esistenti. Facciamo una piccola premessa: la depressione è il disturbo dell’umore per eccellenza. È caratterizzata da due macro-categorie di sintomi. Da un lato troviamo umore a terra, mancanza di energie, catatonia, perdita di significato delle cose e del senso che esse hanno. Dall’altro, sentimenti di rabbia, aggressività, irritabilità e una visione pessimistica e cupa del presente e del futuro. La depressione suscita particolare paura e apprensione nelle persone, poiché – come rilevato anche da recenti ricerche – questo “male oscuro”, come viene comunemente chiamato, desta tanta allerta e preoccupazione quanto i tumori e le patologie oncologiche. Questo perché difficilmente viene compresa e capita. Molto spesso la persona che ne soffre si sente afflitta, in fatica, ma non è immediatamente in grado di comprendere quali possano essere le motivazioni che l’hanno causata e, ancor di più, quali potrebbero essere le vie percorribili per affrontarla e risolverla. Sulla depressione ho fatto diversi contenuti, quindi nel caso volessi approfondire questi argomenti e questa prima riflessione, ti invito a guardarli. In questo ci concentriamo principalmente sulle diverse categorie, diciamo così, sulle diverse tipologie di depressione. Ce ne sono otto: non esiste solo la depressione maggiore, che è quella più conosciuta, ma ne esistono otto diverse. Disturbo di disregolazione dell’umore dirompente È una patologia principalmente presente nell’infanzia, preadolescenza, adolescenza e giovane età adulta. Si stima che solitamente compaia tra i 7 e i 18 anni circa, anche se c’è sempre un certo livello di tolleranza, più sul dopo che sul prima; quindi può arrivare anche fino ai 20-22 anni, nella primissima età adulta. È caratterizzato da sentimenti di rabbia, rancore, atteggiamenti aggressivi, talvolta violenti e impulsivi. Disturbo depressivo maggiore È quello classico, che può essere individuato come lieve, moderato o grave. Presenta per mesi o anni la sintomatologia descritta prima e può oscillare tra rabbia, aggressività, visione nera del presente e del futuro, sentimenti di perdita di significato, mancanza di energie, catatonia, ecc. Disturbo depressivo persistente (Distimia) In questo caso la depressione, e quindi l’aspetto di perdita di energie e catatonia, è un po’ più lieve ed è spesso associata ad altri disturbi psichiatrici, come ad esempio il disturbo borderline di personalità. Disturbo disforico premestruale Come suggerisce il termine, è connesso a una flessione importante dell’umore nel periodo premestruale, che poi si risolve durante la fase mestruale. Ha una certa ricorsività e ciclicità, perché tende a ripresentarsi ogni mese sempre negli stessi giorni, affliggendo le persone che ne soffrono. Disturbo depressivo indotto da sostanze o farmaci È legato ad alcuni tipi di terapie che possono alterare l’umore, causando sintomi depressivi. Disturbo depressivo legato a condizioni mediche generali Alcune patologie, come l’Alzheimer, il Parkinson o altre condizioni neurologiche, sono connesse alla depressione perché l’alterazione a livello cerebrale determina una maggiore esposizione al rischio di svilupparla. Disturbo depressivo senza ulteriore specificazione È legato principalmente a episodi depressivi molto più limitati nel tempo e che si ripetono in maniera ciclica. Se solitamente si parla di depressione quando siamo in un range di circa sei mesi, in questo caso ci sono episodi e situazioni depressive più brevi e confinati, che però sono ciclici e possono presentarsi più volte nel corso della vita o anche all’interno dello stesso anno. Disturbi depressivi non altrimenti specificati Sono un insieme di sintomatologie che non rispettano tutti i criteri diagnostici necessari per poter fare una diagnosi di depressione, ma che comunque affliggono la persona in modo importante, pur senza poter essere categorizzate in una specifica etichetta diagnostica. Perché è importante distinguere le diverse tipologie di depressione Soltanto generalizzando, quando si parla di disturbi dell’umore o di depressione, si tende a pensare che tutte le depressioni siano uguali. Spesso si fa riferimento, in maniera semplicistica e riduttiva, sempre e solo alla depressione maggiore, ma così non è. Alla persona che ne soffre interessa relativamente sapere a quale categoria diagnostica appartiene – che si parli di disturbo disforico, distimico, premestruale o di depressione maggiore – perché ciò che conta per lei è riuscire a liberarsi e superare questa patologia. Tuttavia, è altrettanto importante avere indicazioni chiare, soprattutto dal punto di vista del curante, per capire quale tipo di terapia prevedere, in funzione del lavoro che deve essere pianificato e poi svolto insieme al paziente per aiutarlo a risolvere il problema. Conclusione Quando si parla di depressione, attenzione: esistono categorie differenti, con caratteristiche differenti. L’oscillazione è sempre giocata su questi due macro-aspetti sintomatologici: da un lato, la flessione dell’umore con perdita di significato e mancanza di energie; dall’altro, la rabbia, l’aggressività e una visione pessimistica e nera del presente e del futuro. ### Sintomi comuni a tutte le depressioni Approfondiamo il tema della depressione. Ho fatto diversi contenuti sulla depressione: su che cos’è, su quali sono le sue caratteristiche, sui criteri diagnostici. La depressione maggiore è sicuramente una delle forme depressive più diffuse e comuni, ma non è l’unica. In questo articolo voglio provare a riflettere su alcune caratteristiche che tutte le forme di depressione, in un modo o nell’altro, hanno in comune. Si tratta di alterazioni sia di tipo comportamentale e fisico, sia relative al pensiero, che risultano presenti in tutte le tipologie depressive o, se vogliamo ampliare il concetto, in tutti i disturbi dell’umore. Alcune di queste riguardano le caratteristiche del pensiero, delle emozioni e del ragionamento; altre si riferiscono invece a modifiche del comportamento della persona. Sono cinque, e ora le vediamo più nel dettaglio, per fare ordine e dare qualche spunto di riflessione. Pensieri negativi e intrusivi Questo è un sintomo presente in qualunque tipologia di depressione. Non è raro che la persona inizi ad avere pensieri intrusivi, ricorsivi e ridondanti, con una visione del presente e del futuro particolarmente nera. Nascono convinzioni come: “le cose non vanno e non andranno mai”, oppure l’idea di non potersi mai liberare dalla depressione e di dover combattere con questo male oscuro per tutta la vita. Si tratta di pensieri estremamente comuni e diffusi tra chi soffre o ha sofferto di depressione. Alterazioni dell’appetito Appetito e alimentazione vengono spesso utilizzati come strategie di coping, cioè come tentativo di gestire i disturbi dell’umore. In alcuni casi c’è una scomparsa quasi completa dell’appetito, con conseguente dimagrimento importante. In altri, al contrario, il cibo diventa un mezzo per affrontare, mitigare o tamponare il disagio emotivo, con conseguente aumento della quantità assunta. Alterazioni del sonno Si tende a pensare, erroneamente, che la depressione porti sempre a dormire di più, a causa della mancanza di energie. In realtà, la caratteristica più frequente è l’insonnia o, più in generale, la difficoltà a riposare in modo adeguato. Anche se la persona è stanca, non riesce a dormire in maniera ristorativa. Questa alterazione del sonno è una condizione molto comune nei disturbi depressivi. Autocolpevolizzazione Un altro tratto diffuso riguarda i sentimenti di colpa, vergogna, autosvalutazione. La persona si percepisce come “non degna”, “non abbastanza capace, pronta, intelligente, bella, brillante o sana” per poter essere felice. In particolare, quando non riesce a individuare una causa evidente del proprio stato (ad esempio un lutto), può attivarsi un processo di autocolpevolizzazione che la porta in un vortice negativo difficile da interrompere. Pensieri o azioni suicidarie In alcuni casi compaiono pensieri ricorrenti legati alla morte, vissuta come l’unica via possibile per liberarsi dalla depressione. Non tutte le persone depresse arrivano al suicidio o al tentativo di suicidio, ma è frequente che si presentino pensieri mortiferi, in cui la morte assume comunque un posto significativo all’interno della mente della persona. Caratteristiche trasversali nei disturbi depressivi Come dicevo, queste cinque caratteristiche sono comuni a tutte le forme di depressione, anche se non si manifestano sempre con la stessa intensità o frequenza. Alcuni tratti possono essere appena accennati, mentre altri risultano predominanti. L’impatto e il peso di ciascun aspetto, all’interno dell’esperienza depressiva, contribuiscono a orientare il curante nell’individuazione del tipo di depressione presente. Con questo approfondimento ho voluto evidenziare alcuni elementi trasversali, che caratterizzano ogni disturbo depressivo nonostante le differenze tra le varie forme. A variare è il “dosaggio”, cioè il grado di presenza e di influenza che ciascun tratto ha nella vita della persona. ### Disturbo bipolare: tipo I, tipo II e ciclotimia Parliamo di disturbo bipolare, anche chiamato bipolarismo: che cos’è, quali sono le caratteristiche principali e come possono essere distinte le diverse tipologie. Con un accenno, poi, a un disturbo che non è bipolarismo ma che ne condivide gran parte delle caratteristiche. Che cos’è il disturbo bipolare Il disturbo bipolare è un disturbo psichiatrico, probabilmente quello con la più alta ereditarietà, quindi con la maggiore probabilità di essere trasmesso – in termini semplicistici – da genitori a figli. È caratterizzato principalmente da due macro-elementi: Depressione e sintomi depressivi: flessione dell’umore, mancanza di energie, catatonia, rabbia, aggressività, visione pessimistica. Episodi maniacali o ipomaniacali: la maniacalità consiste in un umore eccessivamente elevato, eccentrico, irritabile, impulsivo, con comportamenti rischiosi e perdita di controllo. Mania e ipomania: le differenze Questi episodi possono essere distinti in due livelli: Episodio maniacale classico: dura da una settimana fino a un mese, con i sintomi sopra descritti. Episodio ipomaniacale: dura alcuni giorni (quattro, cinque, sei), con caratteristiche simili ma meno intense e con un rischio inferiore rispetto all’episodio maniacale. Il disturbo bipolare non è altro che l’alternanza di queste due condizioni: episodi depressivi ed episodi (ipo)maniacali. Tipologie di disturbo bipolare Si distinguono due forme principali: Disturbo bipolare di tipo 1 È caratterizzato da episodi maniacali veri e propri. Per porre diagnosi è sufficiente la presenza di un singolo episodio maniacale, anche senza episodi depressivi (che comunque compaiono nella quasi totalità dei casi come fase successiva). Disturbo bipolare di tipo 2 È caratterizzato da episodi depressivi alternati a episodi ipomaniacali. In questo caso non ci sono episodi maniacali “pieni”, ma soltanto forme più lievi. Il disturbo di tipo 2 ha quindi una connotazione più depressiva rispetto al tipo 1. Il disturbo ciclotimico Un’altra condizione importante, che però non viene classificata come vero e proprio disturbo bipolare, è il disturbo ciclotimico. Si presenta con oscillazioni dell’umore caratterizzate sia da episodi ipomaniacali sia da episodi depressivi, in forma più lieve e meno intensa rispetto al disturbo bipolare 2. Ha una natura cronica e ciclica, e per essere diagnosticato deve persistere per almeno due anni. Pur non soddisfacendo i criteri del disturbo bipolare, ne condivide gran parte dei sintomi. Terapia del disturbo bipolare L’obiettivo del trattamento, indipendentemente dal tipo di disturbo, è stabilizzare l’umore, riducendo la frequenza e l’intensità delle oscillazioni. Per questo si utilizzano solitamente: Farmaci stabilizzatori dell’umore (come il litio e altri farmaci psichiatrici); Psicoterapia, che aiuta la persona a gestire meglio gli episodi e prevenire ricadute. L’intervento più efficace è di tipo congiunto: farmacologico e psicoterapeutico. ### “Devo fare psicoterapia?”: come inizia tutto Parliamo dell’inizio di ogni terapia: la famosissima fase di consultazione, che spero ormai ti esca dalle orecchie perché ho fatto tantissimi contenuti a riguardo ed è per me una parte fondamentale e fondante della terapia stessa. È anche il motivo per cui sono così legato a questo passaggio e perché insisto continuamente su di esso: la consultazione. Pensiero critico e terapia: un equilibrio necessario Ormai, un po’ per il tipo di società in cui viviamo – per cui siamo tutti esperti di qualcosa e tutti critici rispetto all’esperienza dell’altro – avere un’idea critica, un’idea formata su alcune cose, soprattutto quando riguardano aspetti personali, penso sia un’ottima cosa. È chiaro però che non dobbiamo eccedere: bisogna essere sufficientemente umili da riconoscere di non sapere, e quindi porsi nelle mani di un esperto. Questo non significa che non ci debba essere curiosità o pensiero critico. Qualche tempo fa, penso alle generazioni dei miei genitori o dei miei nonni: in un qualunque paese esistevano tre istituzioni riconosciute, il sindaco, il medico e il prete. Oggi queste istituzioni contano meno, e capita che, ad esempio, alcune persone rompano immediatamente i confini già al telefono, senza il giusto rispetto. Questo non è auspicabile. Dall’altro lato, però, non esiste quasi più quella riverenza assoluta verso il dottore, “quello che dice il dottore è sacro”. E forse è un bene: avere un pensiero critico, domandare, cercare di capire, è una risorsa. Di fatto il terapeuta lavora proprio sul pensiero critico, quindi incontrarlo già nella persona che chiede aiuto è un punto di forza. Le domande più comuni all’inizio di una terapia Molte volte questo pensiero critico si manifesta così: “Dottore, non so se lei possa essere la persona giusta.” “Non so se io abbia davvero bisogno della terapia.” “Non so se voglio fare un percorso infinito, uno di quelli sul lettino…” Da qui partono tanti stereotipi (io personalmente un lettino non l’ho mai usato), ma la persona porta comunque un pensiero e una domanda che, anche se grezzi, sono già in qualche modo formati. E questo è prezioso. Tre domande fondamentali nella fase iniziale Prendiamo, ad esempio, tre domande ricorrenti: Non so se ho bisogno di terapia. Non so se lei (o la sua équipe) è la persona giusta. Non voglio fare un percorso infinito. Domande che ogni paziente porta quando si siede per le prime volte in una stanza di terapia. E la verità è che nemmeno io ho queste risposte all’inizio. Ho bisogno di terapia? Non lo so. Se senti un bisogno e pensi che valga la pena valutare la possibilità della terapia, probabilmente sì, ma va comunque verificato. Lei è la persona giusta? Lo capiremo insieme: io valuto se questo problema è un ambito sul quale ho una competenza specifica; tu capisci, in termini relazionali e procedurali, se sono il terapeuta che può aiutarti. Il percorso sarà infinito? Non lo so. Sarà lungo quanto necessario. Lo stereotipo della terapia infinita non corrisponde alla realtà: durante la consultazione possiamo chiarire gli obiettivi e stimare tempi e modalità. Cos’è la fase di consultazione Ed è proprio qui che entra in gioco la fase di consultazione: quei famosissimi 3-4 incontri che sono già di fatto terapia, ma che hanno un tempo limitato, concordato ed esplicitato. Servono per comprendere: dove stanno i problemi, quali sono le cause che li hanno originati, quali fattori li mantengono, cosa può essere fatto per risolverli. Al termine, nel momento della restituzione, il terapeuta “unisce i puntini”: prende i diversi elementi che determinano la difficoltà, li riorganizza e li restituisce alla persona sotto forma di una mappa chiara e comprensibile. Una mappa che mostra criticità, vincoli, risorse e soprattutto le vie percorribili per affrontarle. Risposte attraverso la consultazione È così che arrivano le risposte: Ho bisogno di terapia? Lo scopriamo durante la consultazione. È la persona giusta? Lo capiamo entrambi nel percorso di questi incontri. Sarà infinito? Lo definiamo con obiettivi e pianificazione. Il rispetto reciproco come base della relazione terapeutica In sintesi: bene la critica, bene il pensiero critico, ma giocato sempre con rispetto reciproco. Umiltà dal lato del paziente – sapere di non sapere tutto – e umiltà dal lato del terapeuta – sapere di non avere tutte le risposte, ma di poterle costruire insieme. Conclusioni La consultazione è dunque la fase iniziale, indispensabile, che serve a rispondere a queste domande e a strutturare il percorso terapeutico. ### “Dottore mi deve risolvere questo problema”: dinamiche di psicoterapia "Dottore, mi deve risolvere questo problema." Un attimo, attenzione: mettiamo subito delle cose in chiaro. Delegare a un terapeuta la soluzione del proprio problema è il modo perfetto per non risolverlo, perché ci sono almeno due livelli di implicazioni diversi che riguardano – indovina un po’ – due persone diverse: la persona che chiede aiuto e il terapeuta che cerca di offrirlo. La natura della delega e il principio della terapia Provo a spiegarmi meglio. Delegare la soluzione della propria difficoltà a un altro, a parte il fatto che è contro il principio stesso del percorso di terapia, non è efficace. La terapia punta a dare alla persona una consapevolezza e una completezza rispetto alla propria “cassetta degli attrezzi” personale, tale da renderla autonoma. Non consiste, quindi, nel sostituirsi alla persona – al paziente – nel risolvere il suo problema e poi restituirgli la macchina riparata. Lo psicoterapeuta non fa il meccanico, ma aiuta la persona a diventare sufficientemente capace di “ripararsi da sola l’auto”. Metafora educativa: insegnare a pescare È un po’ una metafora che ricorda una frase ascoltata durante un seminario, che mi colpì molto: la vera capacità di un genitore è insegnare ai figli a pescare, non mettere il pesce sul tavolo. Se vogliamo, questo è un principio educativo importante, che si applica bene anche al tema della psicologia. In genere le persone affrontano un percorso terapeutico perché vivono un problema, devono attraversare una situazione o un periodo complicato. Anche qui, il terapeuta deve insegnare alla persona a pescare, non fornirle direttamente il cibo. Deve aiutarla a possedere una cassetta degli attrezzi sufficientemente completa e a saperla utilizzare a dovere, non sostituirsi a lei nel “riparare l’auto”. Perché la delega danneggia l'autonomia Questo è il primo punto. Il secondo riguarda la persona che delega: chi lo fa non diventerà mai davvero autonomo, perché nella vita ci saranno sempre nuove difficoltà, altre sfide e crisi. Se pensa che la soluzione passi sempre attraverso la delega a qualcun altro, resterà sempre dipendente da altri e non sarà mai padrona della propria vita. Da un lato, è rassicurante trovare qualcuno a cui affidare il problema; dall’altro, però, questo atteggiamento nel lungo termine genera dipendenza da qualcuno che non è sempre accessibile, disponibile o contattabile. Inoltre, lo trovo avvilente: dare a un altro la delega di risolvere un proprio problema personale e ritrovarsi la difficoltà superata, senza però capire il perché, il come e il per cosa quel cambiamento sia avvenuto. Significa scegliere di rimanere ciechi, di ignorare le ragioni del cambiamento che riguarda la propria vita e il proprio benessere. Quando "aiutare" diventa sostituirsi: il ruolo del terapeuta Quindi, la persona che arriva in terapia dovrebbe stare attenta a non delegare. Ovviamente non bisogna attaccarsi troppo alle parole: dire “ho questo problema, mi aiuti a risolverlo” non significa necessariamente che la persona stia delegando. Ho preso questa frase come rappresentativa del concetto di delega. Nelle sedute, infatti, le sfumature emergono in modo diverso. Dall’altro lato, c’è la questione che riguarda il terapeuta. Se il primo livello è la forma mentis del paziente che tende a delegare – atteggiamento comprensibile – il secondo livello è più grave: quando il terapeuta accetta questa delega. In quel caso commette due errori. Errore 1: creare aspettative errate Primo: restituisce alla persona delle aspettative errate rispetto al percorso terapeutico, perché collassa sull’aspettativa di delega del paziente e, in un certo senso, comunica che la terapia faccia qualcosa che in realtà non fa. Questo è sbagliato, deontologicamente e clinicamente. Errore 2: diventare perentorio e sostitutivo Secondo: accettando il ruolo di “risolutore”, il terapeuta rischia di spostarsi sul versante della perentorietà del consiglio, dicendo al paziente cosa deve fare, senza aiutarlo a scegliere in autonomia i propri cambiamenti e decisioni. Se il terapeuta accetta la delega, cammina il percorso del paziente al posto suo, compie le scelte al posto suo, imponendo un sistema di valori che, seppur presentato come in linea con quelli del paziente, in realtà appartiene a lui stesso. In questo modo dà consigli, ma non fa terapia. O, peggio, diventa perentorio, mettendo il paziente all’angolo, forzandolo a una presa di decisione che magari è anche giusta a livello razionale – lo sa il terapeuta, lo sa anche il paziente – ma che il paziente non riesce ad applicare, altrimenti non avrebbe sentito il bisogno della terapia. Conseguenze cliniche della delega Così facendo, si crea un rischio enorme: il paziente, prima o poi, aprirà gli occhi e si renderà conto non solo di non essere felice e di aver delegato al terapeuta, ma anche che quest’ultimo ha sbagliato nell’accettare la delega e, peggio ancora, nell’aver creduto di poter decidere al posto suo. Il risultato? Una relazione irrigidita, un problema potenzialmente cronicizzato e radicato ancora più a fondo, con una riduzione progressiva del senso di “agency” del paziente, cioè della consapevolezza della propria capacità di affrontare i problemi. I tre motivi per cui la delega è rischiosa Il paziente deve imparare a utilizzare la propria cassetta degli attrezzi da solo. Il terapeuta, se accetta la delega, smette di fare terapia e diventa un semplice consigliere. Il rischio è quello di irrigidire la relazione e indebolire ulteriormente la capacità del paziente di affrontare in autonomia i propri problemi. Ruolo corretto e valore dell'intervento terapeutico L’aiuto del terapeuta è fondamentale, certo: può offrire un attrezzo nuovo, una strategia diversa o aiutare la persona a riscoprire risorse dimenticate. Ma il punto centrale resta lo stesso: non può, e non deve, sostituirsi alla persona nel compiere le scelte della sua vita. Conclusione In sintesi, la terapia efficiente mira a potenziare l’autonomia del paziente, fornendo strumenti, prospettive e sostegno, senza assumere il ruolo di risolutore unico. Solo così la persona può diventare padrona delle proprie scelte e affrontare future sfide senza dipendere costantemente da altri. ### Studiare psicologia conviene? Parliamo di psicologia e di studiare psicologia. Ho fatto numerosi contenuti negli anni, ormai la maggioranza di questi è rivolta a un tema specifico, o meglio, ad aiutare persone che si trovano ad affrontare una specifica difficoltà. Altri riguardano alcuni tecnicismi, con le modalità operative, il positioning del terapeuta e quindi sul come funziona la terapia, come funziona la pratica all’interno della stanza e della terapia. Pochissimi sono rivolti a persone magari interessate al mio percorso di studi, alle mie esperienze di studiare psicologia, poi potrebbero esserci eventuali sbocchi futuri, eccetera. Perché gli studenti chiedono se conviene studiare psicologia Molti studenti mi stanno chiedendo: “Ma studiare psicologia conviene, dottore? È il momento di scelta, è una cosa buona, è una cosa giusta, mi porta verso il futuro che desidero?” E, visto che sto ricevendo diversi di questi messaggi, anche da persone che magari hanno iniziato psicologia e poi mi chiamano o mi scrivono dicendo “ne sono in questa fase, sono in uno stallo, ho bisogno di qualche consiglio”, ho deciso di fare un video in cui proviamo a rispondere alla domanda: vale la pena studiare psicologia? Chiaro che sono di parte: faccio lo psicologo e faccio anche lo psicoterapeuta. Però penso ci siano alcune riflessioni sulle quali posso portare il mio contributo. Molto spesso, infatti, la domanda esplicita o implicita che questi messaggi contengono è proprio: “Studiare psicologia conviene? È una buona idea?” Studiare psicologia conviene: conviene a chi? Sotto questa domanda c’è un mondo. Quando mi sento dire “studiare psicologia è una buona idea, conviene”, la prima cosa che mi viene in mente è un’altra domanda: conviene a chi? Conviene per chi? È una buona idea per chi? Conviene rispetto ai tuoi interessi, ai tuoi valori, all’idea che hai tu di te stesso o di te stessa? Conviene rispetto alle aspettative che gli altri hanno? Oppure rispetto agli sbocchi lavorativi futuri, tradotto: la possibilità di essere soddisfatti lavorativamente parlando, anche economicamente? Chiaro che la scelta perfetta, quella che sulla carta regge su ogni singolo argomento e su ogni singola motivazione, di fatto non esiste. È impossibile trovare un livello di soddisfazione al cento per cento su ciascuno di questi temi se non ci si dedica anima e corpo nel far sì che questi tempi arrivino effettivamente a una piena soddisfazione totale. Le risposte alle domande sul futuro professionale Molto spesso le risposte a queste domande non ce l’ha nessuno. Tutte le riflessioni e valutazioni — a parte quella del “è il tuo ambito di interesse” — legate a: che futuro sarà, quali sbocchi lavorativi avrò, quando potrò guadagnare, non le ha nessuno. Chi le possiede le ha tratte dallo storico, ma attualmente siamo in una situazione di cambiamento enorme, di trasformazione sia valoriale che societaria, che prevede sempre una nuova riorganizzazione e uno stravolgimento di ciò che fino a poco tempo prima era considerato normale o stabile. L’evoluzione della psicologia come disciplina Fino a qualche tempo fa la psicologia era vista esclusivamente come intervento clinico, rivolta a persone che vivevano una difficoltà o un disagio. Progressivamente, questa cosa si è evoluta: è nata la psicologia sportiva, la psicologia del benessere, la psicologia giuridica… sono emerse tante declinazioni diverse che permettono diversi ambiti di intervento, e la maggior parte non sono ancora stati esplorati o strutturati. Una ricerca recente dell’Ordine degli Psicologi ha mostrato che il principale ambito di intervento in termini di richieste di lavoro e remunerazione avviene oggi nell’ambito digitale, comunicazione e marketing, e non in quello clinico. Quindi, la risposta alla domanda “vale la pena studiare psicologia?” è: sì, se i tuoi interessi riguardano la psicologia. Tutto il resto, come gli sbocchi lavorativi futuri, è incerto e nessuno può dare garanzie. L’importanza dell’orientamento personale e della passione Puoi guardare lo storico, gli stipendi medi, l’ambito di applicazione di professionisti di successo, ma la realtà è che tutti gli ambiti sono semplici e complessi allo stesso tempo. Si tratta di capire qual è l’approccio che vuoi usare nello svolgere la professione, se sei disposto a impegnarti, a sperimentare, innovare e muoverti verso la novità. Scrivere la propria storia nella psicologia Solo così potrai applicare una disciplina antica come la psicologia a nuovi contesti, non necessariamente clinici o psicoterapeutici. Tendenzialmente, non ci sono motivi di avere paura, non ci sono possibilità di fallimento: sceglierai di scrivere la tua storia senza ripercorrere quella di qualcun altro. Questo penso sia uno dei grandi valori di qualunque scienza o disciplina come la nostra. ### Manipolazione emotiva Parliamo di manipolazione emotiva: che cos’è, come si presenta e qual è il grado di consapevolezza di chi la agisce. Cos'è la Manipolazione Emotiva La manipolazione emotiva è una forma di comportamento volta a indurre l’altro a soddisfare i propri bisogni emotivi e relazionali tramite l’induzione, o comunque la manipolazione, di emozioni negative nell’altro, spesso legate ad ansia, paura o ricatto. Fa leva sulla sensazione di “ho paura dell’abbandono”. Il manipolatore emotivo altera la realtà per ottenere dal partner il soddisfacimento dei propri bisogni, senza tener conto dei bisogni del partner stesso, cioè della persona manipolata. Dove si Manifesta la Manipolazione Emotiva La manipolazione emotiva non è presente esclusivamente nelle relazioni sentimentali; può manifestarsi anche in relazioni lavorative, familiari o amicali. In questo articolo ci concentriamo sugli esempi in ambito sentimentale. Comportamenti Tipici del Manipolatore Emotivo Il manipolatore emotivo altera la percezione che l’altro ha della realtà in funzione del soddisfacimento dei propri bisogni. Non è insolito che, soprattutto nelle fasi iniziali della relazione, faccia grandi complimenti, lodi e gesti plateali: ciò che nel contesto del narcisismo viene definito “love bombing”. Quando il manipolatore avanza delle pretese e si aspetta che queste vengano soddisfatte, se l’altro non è disponibile o non accetta, allora entra in gioco il ricatto emotivo: agisce sull’ansia, sulla paura e sul senso di colpa. Diventa quasi un tiranno, inducendo il partner a essere ossequioso nei propri confronti e soddisfacendo i propri bisogni a discapito di quelli altrui. Effetti della Manipolazione Emotiva sulla Relazione Questo meccanismo genera la tossicità della relazione, che vive un’altalena: ci sono momenti in cui i due partner sono allineati, quasi “al settimo cielo”, e altri in cui il manipolatore diventa un despota, completamente incurante dei bisogni dell’altro. Consapevolezza del Manipolatore Emotivo Il manipolatore è sempre consapevole di ciò che fa? No. Non tutti i manipolatori emotivi sono narcisisti, e non tutti i narcisisti manipolano emotivamente. Il manipolatore emotivo non sempre è conscio della manipolazione che sta agendo; raramente ha un piano strategico predefinito. Spesso sa di chiedere molto all’altro, ma non comprende come l’altro non riesca a soddisfare i suoi bisogni. Questo genera in lui o in lei un senso di rabbia profondo quando le aspettative non vengono soddisfatte. La manipolazione viene agita in funzione del bisogno personale e della direzione che pensa la relazione debba seguire. Come Affrontare un Manipolatore Emotivo Per chi si trova a dover affrontare un manipolatore emotivo, c’è spesso un lutto da elaborare: rendersi conto di quanto l’idea che si ha dell’altro sia distante dalla realtà. Questo provoca disillusione, tristezza e tentativi di recupero, determinando un bivio tra preservare la propria salute ed eventualmente interrompere la relazione, oppure cercare disperatamente di “ragionare” con il manipolatore. Riepilogo: Caratteristiche della Manipolazione Emotiva La manipolazione emotiva flette l’altro in funzione dei propri bisogni. Fa leva su emozioni negative come ansia, paura, rabbia o paura dell’abbandono. Viene agita dal manipolatore non in termini strategici, ma in funzione dei propri bisogni. Non tiene conto dei bisogni altrui, portando spesso all’annullamento della persona manipolata. ### Come difendersi da un manipolatore emotivo Abbiamo visto in diversi contenuti precedenti in cosa consiste una manipolazione emotiva e abbiamo parlato anche di alcune forme o situazioni particolari, quando abbiamo fatto riferimento alle relazioni tossiche e ai diversi elementi di tossicità che possono esserci all'interno di una relazione. Si tratta, in particolare, di tutta quella parte di emozioni negative che di solito il manipolatore emotivo agisce nel tentativo di controllare il partner. Che cosa si può fare per tutelarsi Che cosa si può fare allora? E, soprattutto, che cosa non si dovrebbe fare se si vuole tutelarsi? Quello che accade, dopo una prima fase idilliaca della relazione con un manipolatore emotivo, è un grande periodo — anche improvviso — di disillusione, tristezza, dubbio, ansia e angoscia. Questi stati d’animo si generano come esito dei tentativi di manipolazione che il manipolatore mette in atto: nel momento in cui i desideri e i bisogni dei due partner non sono allineati, il manipolatore tenderà a far prevalere i propri bisogni su quelli dell’altro. La fase di disorientamento e confusione Il manipolato inizialmente si sentirà tramortito, confuso e disorientato rispetto a ciò che sta accadendo nella relazione. Dentro di sé inizierà a insinuarsi il tarlo che la persona che ha accanto non è quella che credeva. Superato il primo momento di disorientamento e confusione, il manipolato inizia a dirsi: “Caspita, c’è qualcosa che non va”. Qui si trova in una fase di presa di coscienza e di consapevolezza: esiste un grande divario tra l’idea che aveva del partner e l’immagine reale e concreta che questa persona mostra di sé attraverso i suoi comportamenti. Il bivio: elaborare il lutto o contro-manipolare A questo punto, il manipolato si trova di fronte a un bivio. Elaborare il lutto, guardando in faccia la realtà e dicendo: “Ho preso un abbaglio. Ciò che sto vivendo è molto diverso da ciò che desidero. La persona che ho scelto è molto lontana da quella che credevo fosse o che mi ha fatto credere di essere”. Oppure può tentare — ma questa è una via estremamente distruttiva e dolorosa — di rimanere all’interno della manipolazione provando a contro-manipolare: rispondendo solo in parte alle richieste dell’altro, cercando di piegare il manipolatore ai propri bisogni, e così via. Questa seconda strada è distruttiva perché, non avendo scelto di elaborare il lutto e di interrompere la relazione, il manipolato resta nella speranza di riorganizzarla e ristrutturarla. Tuttavia, prima o poi si ritroverà al punto di partenza, nuovamente di fronte allo stesso bivio. La presa di consapevolezza Quando invece prende consapevolezza che l’altro è totalmente orientato ai propri bisogni, senza considerare quelli della coppia o del partner, il manipolato entra nella fase di elaborazione del lutto. Qui sperimenta tristezza, disorientamento e spesso anche paura, perché realizza che l’altro è molto distante dall’immagine che si era costruito. Perché il dialogo con il manipolatore non funziona A questo punto, che cosa può fare? Deve innanzitutto accettare che l’abbaglio è stato enorme e, in parte, costruito. Deve riconoscere che la persona di cui pensava di essere innamorato, di fatto, non esiste. Ha quindi poco senso tentare di ragionare, dialogare o spiegare il proprio punto di vista al manipolatore nella speranza che cambi. Perché? Perché sul piano delle parole il manipolatore emotivo è abilissimo: continuerà a distorcere la realtà, a dire cose che poi negherà, a lavorare incessantemente sulle emozioni dell’altro. Il manipolato, nel cercare dialogo, finirà spesso col sentirsi colpevole, in errore, “sbagliato” o indegno, con la sensazione di essere una brutta persona. Riconoscere l’estraneità del partner In questa fase, il manipolato si trova di fronte a un estraneo, a qualcuno che non riconosce più. L’unica vera via percorribile è comprendere che, anche se in futuro ci fosse una possibilità di riorganizzare la relazione, questa deve essere interrotta. Diversamente, il manipolato non avrà mai la possibilità di vivere una relazione autentica e sana, perché il manipolatore è orientato unicamente al soddisfacimento dei propri bisogni e non prevede alcuno spazio per quelli dell’altro. La strategia del “no contact” Per questo motivo, la strada che solitamente viene consigliata — soprattutto nei casi di narcisismo, che rappresenta una forma di manipolazione — è quella del no contact, cioè l’interruzione netta della relazione. Questa scelta tutela la propria salute e il proprio benessere e manda un segnale chiaro al manipolatore: non si è più disposti a sottostare alle sue continue richieste e vessazioni. Solo così il manipolato riesce a mettersi in sicurezza. È l’unica vera via d’uscita. Naturalmente, una volta presa questa decisione, bisogna essere capaci di mantenerla. Il manipolatore, infatti, non cederà subito: tornerà dicendo di essere cambiato, di aver capito i propri errori, chiederà una seconda possibilità. Oppure alternerà momenti di seduzione e tentativi di recupero della relazione a momenti di rabbia, risentimento e aggressività. Ma questi comportamenti non fanno che confermare la bontà della decisione di interrompere il rapporto. L’unica via di salvezza Solo tramite l’interruzione della relazione può nascere un vero cambiamento. Il primo è quello fondamentale: mettere in sicurezza se stessi. Il secondo, eventuale, è quello di far comprendere al manipolatore la propria posizione, anche se questo raramente porta a un effettivo cambiamento da parte sua. Il manipolatore, infatti, è profondamente autocentrato e non disposto a intraprendere una relazione di coppia autentica. ### Interrompere la psicoterapia perché troppo dolorosa? Dottore, interrompo la terapia perché non sono più disposto/disposta a soffrire. Quando il paziente dice di non voler più soffrire Oggi approfondiamo un altro pezzettino, un tema che talvolta viene portato da chi inizia un percorso di terapia e che, a un certo punto, a fronte della fatica che sta facendo, dice: “Dottore, non sono più disposto/disposta a soffrire”, interrompendo così il percorso. Premesso che ci sono tanti tipi diversi di riflessioni da fare su un’affermazione di questo tipo, e che bisognerebbe capire caso per caso quali siano le motivazioni, possiamo comunque considerare alcune riflessioni generali per comprendere la potenza, la portata e anche il dolore che accompagna una frase del genere. Il ruolo del sintomo nel percorso terapeutico Chi alza il telefono e chiede aiuto a uno psicoterapeuta sta vivendo un momento di difficoltà. Se poi arriva a un’affermazione di questo tipo, il problema è spesso un sintomo. Difficilmente si giunge a dichiarazioni così nette se si tratta solo di un problema esistenziale o decisionale. Generalmente, queste frasi emergono quando c’è un sintomo che non sparisce, non passa nel tempo desiderato, o addirittura si aggrava. Questo può accadere soprattutto quando si “scoperchia il vaso di Pandora”: si comincia a mettere mano alle dinamiche profonde, e a volte la persona sperimenta un aggravamento o un’acutizzazione del sintomo. Questo la spaventa molto: non sa più cosa fare, non capisce se la terapia sia utile o se, addirittura, possa risultare dannosa. Così, spaventata, preoccupata e sofferente, decide di dire: “Non sono più disposto/disposta a soffrire”. In questo caso, l’interruzione è legata alla paura e alla sofferenza aggravata. La persona è consapevole di rinunciare a un percorso di cura, ma preferisce tornare a una condizione precedente, meno felice ma conosciuta, piuttosto che affrontare un dolore che percepisce intollerabile. Cosa può fare il terapeuta Che cosa si può fare? Premesso che, quando una persona arriva a un livello di sofferenza tale, tutto è legittimo e va rispettato, il terapeuta deve comunque interrogarsi: È stato chiaro sugli effetti possibili della terapia? Ha spiegato che poteva esserci un peggioramento? Ha discusso delle aspettative del paziente? In altre parole, il terapeuta deve chiedersi cosa non ha funzionato nella comunicazione e nella pianificazione del lavoro. Il paradosso della rinuncia Dall’altro lato, occorre capire cosa spaventa la persona al punto da rinunciare a un possibile miglioramento: dubita dell’efficacia del percorso? Non tollera l’incertezza del risultato? Se avesse la certezza di star meglio, sarebbe disposta a sopportare più fatica? Qui emerge il paradosso: rinunciare all’opportunità di stare meglio perché ora si soffre di più significa, di fatto, condannarsi a stare peggio con certezza, tornando a una condizione nota ma infelice. Possibili strategie di intervento Il terapeuta, quindi, può: proporre di dilatare gli appuntamenti; rallentare la profondità del lavoro; accettare una pausa; oppure, al contrario, chiedere di resistere per un certo tempo, spiegando che dopo potrebbe arrivare un miglioramento. In ogni caso, il paziente è sempre libero di scegliere cosa fare della propria vita e della propria sofferenza. Il terapeuta, dal canto suo, ha il dovere di chiarire il paradosso e i movimenti che vede nel percorso. La crisi come risorsa terapeutica Attraversare un momento di crisi, con un aggravamento del sintomo, può rivelarsi una risorsa enorme per la risoluzione del problema, perché significa che il sintomo è mobile, modificabile, trasformabile, e quindi suscettibile all’intervento terapeutico. Ciò che va rinegoziato, allora, non è l’obiettivo finale della terapia, ma la modalità con cui si sta lavorando, che in quel momento risulta intollerabile alla persona. Conclusioni Questo è forse un discorso complesso, ma spero sia utile come spunto sia per chi, lato paziente, si trova in un aggravamento del sintomo, sia per chi, lato terapeuta, si trova in difficoltà – sia professionalmente che umanamente – nel vedere che il percorso avviato può generare oscillazioni verso il basso nella sintomatologia. ### Le fobie più comuni Parliamo di fobie e vediamo quali sono le più diffuse, quelle che affliggono la maggioranza delle persone. Ho stilato un elenco di cinque fobie, basandomi sulle più recenti ricerche scientifiche a riguardo. Introduzione alle fobie Ho fatto recentemente un articolo sulle fobie, dove ho descritto quali sono le caratteristiche e i sintomi che si vivono nel momento in cui si soffre di fobie, e quali sono le diverse tipologie di fobie. Abbiamo fatto anche una piccola riflessione su quali possono essere le cause, ma per questo lascio un video successivo, dove andremo a vedere soprattutto le cause e le strategie di risoluzione del problema, sia quelle tentate personalmente che quelle proposte dal terapeuta. Le cinque fobie più comuni Quali sono le fobie e le paure più diffuse, in ordine dalla più frequente alla meno frequente? Le prime cinque sono: 1. Paura dell’altezza Sembra strano e forse non è così facile da intuire, eppure è questa la più comune. La paura riguarda gli spazi elevati. 2. Paura dei serpenti Questa è più facilmente intuibile; i serpenti suscitano una certa paura in un discreto numero di persone. 3. Fobia sociale o situazionale Legata alla paura di parlare in pubblico, cioè dell’essere esposti, del mostrarsi e quindi, potenzialmente, anche dell’essere giudicati. 4. Paura dei ragni (aracnofobia) Come quella dei serpenti, è facilmente intuibile. 5. Paura degli spazi chiusi (claustrofobia) La paura di essere costretti in determinati luoghi o ambienti da cui è impossibile scappare o uscire nei tempi previsti. Conclusioni Queste sono le cinque fobie più diffuse nella popolazione mondiale, secondo le ricerche scientifiche più recenti. Se soffri di altre fobie o hai curiosità su altre tipologie, scrivilo e sarò felice di approfondire ulteriormente l’argomento. ### Fobia: cause, strategie di gestione e cura Con questo articolo diamo il via ad un excursus sulle fobie, in questo in particolare cerchiamo di fare una riflessione legata alle cause che determinano l'insorgenza di una fobia specifica e, allo stesso tempo, alle strategie solitamente adottate da chi ne soffre e agli interventi proposti in psicoterapia. La fobia, essendo un disturbo d'ansia, porta con sé diverse caratteristiche comuni – come ho già detto nei precedenti video – e di conseguenza numerose strategie che vengono ingenuamente adottate nel tentativo di evitare che il disturbo, in questo caso la fobia, si manifesti. Cause delle fobie Si tende a pensare, per luogo comune, che la fobia sia sempre legata esclusivamente a un trauma: la persona che soffre di una fobia specifica avrebbe vissuto in passato un episodio o più episodi traumatici connessi a quello specifico elemento o situazione, sviluppando così la propria fobia. Questo è vero, ma non è l’unica ragione per cui una persona può sviluppare una fobia. Trauma diretto Una delle possibili cause è l’aver vissuto in prima persona un evento traumatico che ha segnato profondamente l’individuo, generando un’associazione di paura persistente verso quella situazione o elemento. Osservazione e apprendimento Un altro aspetto determinante nello sviluppo di una fobia è l’osservazione e l’apprendimento. Ciò significa che una fobia può insorgere non solo per aver vissuto in prima persona un evento traumatico, ma anche per esposizione indiretta: ad esempio quando persone a noi care o significative nella nostra vita trasmettono questa paura, oppure quando osserviamo il loro comportamento. In questo modo, la fobia può essere appresa, come se fosse stata “trasmessa” dalle figure per noi importanti. Dunque, non possiamo generalizzare pensando che la fobia sia sempre conseguenza diretta di un trauma vissuto personalmente: può essere anche frutto di osservazione e apprendimento. Strategie adottate da chi soffre di fobia La prima, e spesso unica, strategia messa in atto da chi soffre di una fobia è l’evitamento. Come ho ripetuto più volte, l’evitamento non è una soluzione né una vera strategia per i disturbi d’ansia. Tuttavia, nel caso delle fobie specifiche, possiamo fare una piccola eccezione: infatti, trattandosi di paure legate a micro-elementi della vita (come serpenti, ragni, topi, altezze, parlare in pubblico, ecc.), la persona tende a condurre una vita tranquilla fino a quando non entra in contatto con lo stimolo fobico. Quando l’evitamento può funzionare Quando la fobia non compromette in modo rilevante la qualità della vita, l’evitamento può risultare funzionale. Ad esempio, chi ha paura dei serpenti può semplicemente scegliere di starne lontano senza particolari difficoltà. In questo caso, l’evitamento diventa una strategia accettabile. Quando l’evitamento compromette la vita quotidiana Diverso è il caso di fobie più invalidanti, come quella legata alla guida, che possono avere un impatto significativo sulla vita quotidiana. In questi casi l’evitamento non rappresenta una soluzione valida, ma un ostacolo alla qualità della vita. Interventi psicoterapeutici per le fobie Riguardo agli interventi terapeutici, esistono due principali filoni: 1. Esposizione graduale Alcune correnti psicologiche si basano sulla desensibilizzazione progressiva della persona allo stimolo fobico. In pratica, la persona viene esposta in maniera graduale e crescente alla situazione temuta, con l’obiettivo di acquisire sicurezza, ridurre il disagio e, col tempo, eliminare la risposta fobica. 2. Lavoro sulle cause sottostanti Altre correnti puntano invece a comprendere l’origine della fobia, analizzando episodi, apprendimenti o osservazioni che ne hanno determinato l’insorgenza. L’obiettivo è lavorare sulle emozioni alla base della paura, permettendo alla persona di prenderne coscienza, elaborarle e risolverle. Conclusioni In entrambi i casi, non ci si concentra tanto sul perché sia nata proprio quella fobia specifica (ad esempio perché i ragni e non altro), quanto piuttosto sul ridurre i sintomi e restituire benessere alla persona. Non esiste un approccio giusto o sbagliato in assoluto: molto dipende dal tipo di fobia, dall’impatto che essa ha sulla vita quotidiana e dall’orientamento del terapeuta, che cercherà la strada più adatta e coerente con i valori, le strategie di funzionamento e la personalità della persona che soffre di fobia specifica. ### Le basi della relazione terapeutica nella psicoterapia moderna Parliamo di psicoterapia e del processo terapeutico, cioè di come strutturare un intervento efficace soprattutto in funzione di come è organizzata la società attualmente, di come ci si organizza in termini di costruzione della propria realtà. La disciplina della psicoterapia, come qualunque altra disciplina, negli ultimi anni si è estremamente modificata, trasformata, mi permetto anche di dire evoluta. Cambiamenti nella società moderna e loro impatto sulla psicoterapia Uno degli aspetti principali della società moderna è che si sono rotte molte barriere formali. Tempo fa c’era un’idea dogmatica di riverenza e di rispetto nei confronti dell’altro, soprattutto di chi ricopriva una posizione “alta” all’interno della relazione. Questo era vero con il capo al lavoro, con il medico di base, con lo psicologo o lo psicoterapeuta, e in generale con qualunque figura istituzionale. Oggi questa modalità è cambiata: c’è sicuramente un approccio relazionale più paritario. Questo spesso viene percepito come un limite all’interno della stanza di terapia, anche se io non sono particolarmente d’accordo. Anzi, può essere trasformato in una risorsa importante. Inoltre, oggi c’è un atteggiamento più critico ma al tempo stesso più partecipe: la persona che richiede un servizio desidera essere protagonista del servizio stesso. Dal rispetto formale all’autorevolezza del terapeuta Se prima lo psicoterapeuta o l’esperto veniva visto come una figura alla quale portare rispetto, con un atteggiamento formale, oggi il rispetto non manca, ma è qualcosa da conquistare. Per il terapeuta questo significa puntare sull’autorevolezza più che sull’autorità. L’autorità, infatti, conta sempre meno: i certificati appesi alle pareti non impressionano più nessuno. L’autorevolezza, invece, diventa uno degli elementi chiave di efficacia di un percorso di terapia. Il nuovo ruolo del paziente nel processo terapeutico La persona che chiede aiuto allo psicoterapeuta oggi vuole portare il proprio contributo ed essere protagonista del percorso, assumendo un ruolo attivo. Ho circa dodici anni di esperienza in questo mestiere e ho visto chiaramente questa differenza con il passato. In concreto, accade che le persone arrivino e dicano: “Dottore, ho questo problema, mi aiuti a risolverlo o ad affrontarlo.” Ma oltre a questo, richiedono — ed è giusto che lo facciano, soprattutto se il terapeuta non si sente minacciato — chiarezza. Vogliono che vengano esplicitati e condivisi non solo gli aspetti pratici del lavoro, ma anche la struttura sottostante. Chiarezza e trasparenza come elementi fondamentali Oggi, per esempio, non si accetta più l’indefinitezza del percorso: molti chiedono quanti incontri serviranno, con quale frequenza ci si dovrà vedere, perché sia stata scelta una tecnica piuttosto che un’altra, quali obiettivi ci si pone. Tutte domande che, se usate bene dal terapeuta, diventano strumenti preziosi per instaurare una relazione sana ed efficace. Non ci si può più nascondere dietro al titolo e pensare di avere “in testa” il percorso senza condividerlo. È necessario spiegare chiaramente alla persona cosa si sta facendo, dove si vuole arrivare, con quali modalità e in quali tempi — ovviamente indicativi — ci si può aspettare di affrontare il problema. Benefici della condivisione del processo terapeutico Queste dinamiche, se esplicitate, hanno due effetti importanti: rendono la persona protagonista del proprio lavoro e partecipe non solo nella cura, ma anche nella definizione del processo; permettono lo sviluppo dell’autorevolezza necessaria per instaurare un clima di fiducia e rispetto reciproco. Un tempo questo clima era dato per scontato, bastavano le targhe sulle pareti o il camice. Oggi invece è qualcosa da costruire e, secondo me, rappresenta un cambiamento di paradigma enorme e importantissimo in tutti i servizi, e a maggior ragione in psicoterapia. Consigli pratici per pazienti e terapeuti Se sei un paziente, sentiti legittimato a fare domande di questo tipo: è fondamentale che tu ottenga risposte chiare. Se sei un terapeuta, non sentirti minacciato, ma guarda al valore e all’opportunità che queste domande portano nel processo terapeutico: sono occasioni d’oro per lavorare sulla relazione, che — come dico sempre — è ciò che determina davvero l’efficacia dell’intervento. ### Fobia: caratteristiche e tipologie Proseguiamo nel parlare di fobie: in cosa consiste la fobia, quali caratteristiche ha, cosa determina nella persona che ne soffre e quali sono i principali tipi di fobie, come vengono categorizzate e ordinate. Cos'è la Fobia La fobia è un disturbo d'ansia, uno tra i più diffusi, e come tutti i disturbi d'ansia porta con sé una serie di sintomi legati a alterazioni emotive e corporee. Tendenzialmente, quando si parla di fobie specifiche, cioè legate a particolari oggetti o situazioni, si osservano reazioni molto intense nella persona che ne soffre. Reazioni e Sintomi delle Fobie La reazione fobica può assomigliare a un vero e proprio attacco di panico: la persona può sperimentare tremore, fiato corto, tachicardia, sensazione di stordimento o svenimento, paura di morire, e talvolta formicolii agli arti. Una volta esposta allo stimolo che suscita la fobia, la persona sperimenta tutti questi sintomi insieme, creando un episodio fobico completo. È importante sottolineare che, nel momento in cui la persona non è esposta allo stimolo fobico, tendenzialmente non manifesta questi sintomi. Questo permette di distinguere le fobie da altri disturbi d'ansia, poiché è più chiara l’associazione tra stimolo e reazione. La fobia si caratterizza come una paura irrazionale: la persona è consapevole del fatto che non ha reale motivo di essere spaventata, ma le emozioni e le sensazioni corporee le indicano il contrario, generando una reazione irragionevole rispetto allo stimolo specifico. Tipologie di Fobie Quali sono gli stimoli e le diverse tipologie di fobie? Fobie legate agli animali Canidi, felini, serpenti, ragni, topi e altri animali. Fobie legate ad aspetti ambientali o naturali Buio, temporali, altezze e altri elementi naturali. Fobie legate a sangue, ferite o iniezioni Paura del sangue, delle ferite, degli aghi, del vomito, ecc. Fobie situazionali Legate a contesti specifici come aerei, tunnel, autostrade, automobili e mezzi pubblici. Fobie di altro tipo Tutte quelle fobie che non rientrano nelle categorie precedenti. Cause delle Fobie Le cause possono essere diverse: non è solo la teoria del trauma a spiegare l’origine di una fobia. Sebbene un’esperienza traumatica possa determinare l’insorgenza di una fobia, non è l’unica spiegazione. Possono intervenire anche fattori di apprendimento o osservazione: ad esempio, se persone a noi vicine sviluppano una certa paura, in qualche modo possiamo assimilarla. Conclusioni In sintesi, le fobie sono disturbi d’ansia che comportano una paura irrazionale e ingiustificata, che la persona riconosce cognitivamente come tale, ma che genera emozioni forti e incontrollabili. I trigger delle fobie sono facili da individuare e appartengono a cinque categorie principali: animali, aspetti naturali o ambientali, sangue/ferite/infezioni, situazioni specifiche e altre fobie non altrimenti specificate. ### Psicoterapia: linguaggio, ironia e metafore Parliamo di due strumenti della psicoterapia. Molto spesso infatti viene detto: “Ah sì, dottore, ma mi faccia capire: la psicoterapia si basa sulla parola, parliamo e basta, o mi dà qualcosa di concreto da fare?”. Di fatto sì, parliamo e basta, ma allo stesso tempo non è solo così. La parola è uno strumento, un mezzo che in psicoterapia viene utilizzato da un lato per comprendere e dall’altro per trasformare. Il ruolo della parola in psicoterapia Si dice spesso che la psicoterapia non riguardi il passato, e in realtà non è proprio così: essa va nel passato per cercare di comprendere le ragioni del problema presente, ma poi si concentra sul presente e sul futuro, in modo tale da rendere la persona autonoma e potente nelle decisioni sulla propria vita. Quindi, è vero che la terapia è basata sulla parola, ma la parola diventa un mezzo, uno strumento. È un po’ come dire: “Ma per vivere respiriamo e basta?”. Sì, di fatto respiriamo, ma vivere è un’altra cosa. Allo stesso modo, la terapia usa la parola come la vita usa il respiro: un mezzo, qualcosa che permette di dare forma e vita all’intervento psicoterapeutico. Gli strumenti della psicoterapia oltre la parola Ci sono diversi strumenti: talvolta vengono dati degli esercizi, ma spesso anche questi sono comunicati verbalmente, quindi sempre basati sulla parola; altre volte ci sono prescrizioni o riletture. Gli strumenti sono tanti. Quelli che personalmente mi piace utilizzare di più sono l’ironia e le metafore. Li considero tra i più potenti della terapia. L’ironia come strumento terapeutico L’ironia, come diceva anche il padre fondatore della psicoanalisi (pur non essendo io psicoanalista), permette di dire tutto, persino la verità. Non solo: diventa un importante meccanismo di difesa, utile alla tutela e alla guarigione rispetto a un disagio psicologico, ma anche uno strumento di trasformazione. Con l’ironia infatti si riescono spesso a trasmettere concetti complicati, faticosi o pesanti, alleggerendoli e rendendoli più accessibili a chi li riceve. È chiaro però che l’ironia va sempre utilizzata con cautela e in accezione positiva: non deve mai diventare derisione o sarcasmo. Quando viene usata bene, diventa un potente strumento di trasformazione. Non a caso si dice spesso che l’autoironia sia uno dei principali meccanismi di difesa: scherzare sui propri drammi permette di ridimensionarli e renderli più digeribili. La metafora in psicoterapia La metafora è un altro strumento che considero potentissimo. Permette di rappresentare con chiarezza un concetto, molto più di altre figure retoriche, come ad esempio l’iperbole. Quest’ultima esagera per dare forza a un messaggio, mentre la metafora riesce a generare un pattern: mostra come il meccanismo che si vive in un problema personale sia lo stesso che ritroviamo anche in altre dimensioni del mondo. In questo modo normalizza l’esperienza e diventa rassicurante, perché sposta l’attenzione dal problema e lo racconta in una nuova prospettiva. Così la persona può dare un nuovo significato alla propria narrazione. Un esempio concreto: la forza dell’ironia e della metafora Un aneddoto che mi ha colpito riguarda un signore pugliese che seguivo in terapia. Si trovava in grande difficoltà: aveva desiderato una situazione, ma poi questa si era complicata molto, fino a fargli dubitare della sua capacità di raggiungere l’obiettivo. Dopo mesi di lavoro, aveva iniziato a stare meglio, a vedere la luce, e non era più immerso in una fase cupa. A un certo punto, in chiave ironica, mi disse (traduco dal dialetto pugliese): “Con il mare calmo sono tutti marinai”. Non è esattamente una metafora, ma questa frase racchiudeva la potenza della figura retorica e dell’ironia. Era riuscito da solo a sintetizzare mesi di fatica, pianti e dolore in poche parole, e al tempo stesso a dare a quell’esperienza un nuovo significato, con un’accezione positiva. Conclusioni Questo esempio mostra bene la potenza sia dell’ironia sia della metafora (o di figure simili). Sono strumenti che ridimensionano il problema, lo rendono più comprensibile e digeribile, e permettono di applicarlo alla pratica clinica. Così la persona riesce ad avere una rappresentazione più chiara e libera dal carico emotivo, che nei disagi psicologici diventa spesso tossico. ### Mutismo selettivo Parliamo di mutismo selettivo. Può essere che tu senta riferirti a questa patologia anche con il termine di mutismo elettivo: questo è il vecchio nome che veniva assegnato al disturbo. Ora invece si parla, correttamente, di mutismo selettivo. Che cos’è il mutismo selettivo Il mutismo selettivo è un disturbo di natura esclusivamente psicologica e viene classificato come disturbo ansioso, quindi legato a difficoltà emotive vissute da chi ne soffre. Colpisce prevalentemente i bambini, anche se non in maniera esclusiva. La quasi totalità dei casi si manifesta infatti nell’infanzia. Non è una patologia legata a compromissioni organiche o neurologiche, ma esclusivamente a fattori emotivi e psicologici. Diffusione e dati epidemiologici È relativamente diffusa: si stima che colpisca dallo 0,03% all’1% della popolazione infantile mondiale. La percentuale varia in base agli studi condotti e anche agli aspetti sociali e culturali, per cui in diverse aree del mondo le stime sono differenti. Età di insorgenza I primi sintomi di mutismo selettivo si possono presentare già tra i 2 e i 3 anni, ma l’esordio vero e proprio è più frequente tra i 4 e i 5 anni, quindi poco prima dell’ingresso nella scuola primaria. Ci sono casi in cui l’esordio avviene anche intorno ai 6 anni, ma la fascia tipica rimane quella tra i 4 e i 5 anni. Caratteristiche principali Come suggerisce il termine, il mutismo selettivo non è un mutismo assoluto, cioè non è presente in tutti i contesti della vita, ma solo in alcuni. È infatti un mutismo “selettivo”, legato al fatto che il bambino, pur avendo capacità di linguaggio intatte e spesso ben sviluppate, non riesce a parlare in determinati contesti, soprattutto quelli che gli generano ansia o agitazione. Un esempio tipico è la scuola: non è raro che il bambino non riesca a parlare con insegnanti e compagni, mentre a casa, con i genitori, fratelli o amici stretti, riesca a esprimersi senza problemi. Talvolta la presenza rassicurante di un genitore può attenuare il sintomo, permettendo al bambino di comunicare anche con estranei, ma non avviene sempre. Conseguenze sulla vita del bambino Il mutismo selettivo ha un impatto significativo sulla vita del bambino: compromette le relazioni sociali, le esperienze di gruppo (ad esempio attività sportive o associative), la sfera scolastica e l’apprendimento. Proprio come avviene in molti disturbi ansiosi, tende a restringere progressivamente i margini di libertà del bambino, portandolo a chiudersi sempre più e a rifugiarsi unicamente nei contesti in cui si sente sicuro. Come affrontare il mutismo selettivo È fondamentale un intervento che coinvolga l’intera famiglia. Nei bambini così piccoli (4–8 anni circa) è necessario lavorare non solo sul bambino, ma anche con i genitori, per comprendere e affrontare le difficoltà emotive e ansiose sottostanti. Il percorso terapeutico non è semplice: il bambino, proprio a causa del mutismo, può avere difficoltà a interagire con lo psicologo, percepito inizialmente come un estraneo. Per questo il ruolo dei genitori è centrale. Strumenti terapeutici e osservazione Spesso si utilizzano strumenti di osservazione indiretta, come le stanze con specchio unidirezionale: i genitori e il bambino vengono invitati a svolgere attività di gioco, mentre gli psicologi osservano dall’esterno le dinamiche relazionali. Attraverso queste osservazioni si comprendono i meccanismi emotivi alla base del disagio e si strutturano interventi mirati. Conclusioni In sintesi, il mutismo selettivo è un disturbo di origine psicologica, non organica, che limita profondamente la vita sociale, scolastica e relazionale del bambino. Le cause e le risorse per affrontarlo vanno ricercate all’interno delle dinamiche relazionali ed emotive in cui il bambino cresce. ### La psicoterapia non deve essere infinita e indefinita La psicoterapia non deve e non dovrebbe essere indefinita e infinita. Si sente molto spesso dire: “So quando ho iniziato la terapia, ma non so quando finirà”. Questo accade perché, da un lato, è uno stereotipo sulla professione, ma dall’altro gli interventi psicoterapeutici oggi non sono più così indefiniti o nebulosi da comprendere. Consapevolezza dei tempi e dei modi della terapia Dal lato del paziente che si rivolge a un terapeuta, e dal lato del terapeuta stesso, soprattutto alla luce della riflessione che facevamo qualche settimana fa su come è cambiato il sistema di significati della terapia all’interno della trasformazione che la società sta vivendo, emerge un aspetto culturale nuovo: la terapia prevede che ci sia consapevolezza da parte della persona che chiede aiuto non solo dei tempi, ma anche dei modi della terapia. È importante riuscire a definire, dopo una primissima fase di consultazione, quali sono gli obiettivi che la terapia si pone, in modo che, tramite questa co-costruzione nel dialogo tra persona e terapeuta, si possa chiarire cosa è verosimilmente raggiungibile e in quali tempi. Il ruolo della fiducia e della chiarezza Per riuscire a fare questo è necessario certamente un clima di fiducia, ma anche la possibilità di parlarne apertamente, così che il paziente — soprattutto se si tratta della sua prima esperienza — sappia esattamente in che direzione si sta andando e cosa è legittimo aspettarsi dal percorso intrapreso. Il concetto di modularità in psicoterapia Per questo sempre più spesso, all’interno della stanza di terapia, trova spazio il concetto di modularità: la strutturazione dell’intervento per step, passaggi, momenti, blocchi. Questo permette che sia sempre chiaro cosa si sta facendo, con quali obiettivi, con quali modalità e in quali tempi. Inoltre, quando un modulo di terapia viene concluso, è possibile decidere se e quali altri nuovi capitoli aprire. Naturalmente, sto schematizzando: non è realistico dire “in tre incontri affrontiamo questa cosa, in quattro incontri affrontiamo quest’altra”. È più verosimile dirsi che “ci prenderemo più o meno uno o due incontri per affrontare questo tema e, lavorando in questa direzione, è probabile che in quel tempo si raggiunga tale obiettivo”. Semplifico e irrigidisco volutamente lo schema per renderlo comprensibile. I vantaggi di un approccio modulare Questo approccio modulare, oltre a offrire al paziente chiarezza su cosa si sta facendo e cosa può aspettarsi — con il conseguente vantaggio di una maggiore aderenza al percorso — permette un altro aspetto fondamentale: la possibilità di scegliere esplicitamente il grado di profondità da dare al proprio percorso terapeutico. Accade spesso che il paziente possa sentirsi forzato, o portato dal terapeuta in una direzione che non desidera. Non perché non riconosca il valore di lavorare su certi aspetti, ma perché non li ritiene utili in quel momento, o non è quello il motivo per cui si è rivolto al terapeuta, o semplicemente non ha voglia, in quella fase della sua vita, di affrontarli. Strutturare un percorso modulare permette proprio questo: scegliere fino a dove arrivare, come arrivarci e quale grado di profondità attribuire alla propria terapia. Conclusioni: i due grandi vantaggi della psicoterapia modulare In sintesi, i due grandi vantaggi di questa evoluzione della psicoterapia sono: Rendere il paziente consapevole di cosa è legittimo aspettarsi, dei tempi e dei modi per raggiungere un obiettivo, favorendo così aderenza, collaborazione e partecipazione attiva. Dare la possibilità di scegliere il livello di profondità da attribuire al proprio percorso, rendendo la terapia più flessibile e rispettosa dei bisogni personali. ### Come chiudere una relazione Quando si parla di relazioni, tradimenti, crisi di coppia, separazioni, divorzi, famiglie da ricostruire e difficoltà da superare, questa è una domanda che viene posta molto spesso. Il tema della chiusura di una relazione è ricorrente, perché rappresenta sempre una delle possibilità prese in considerazione nel momento in cui ci si approccia, ad esempio, a un percorso di terapia. Anche quando non lo si vuole valutare concretamente, spesso ci si chiede se sia il caso di prenderlo in considerazione. A volte la risposta è “no”, e la coppia arriva in terapia dichiarando: “Noi abbiamo già deciso che dobbiamo fare di tutto per rimanere insieme”. Tuttavia, il tema della separazione e dell’interruzione del legame resta comunque presente e ricorrente. La domanda più comune: come chiudere bene? Spesso mi viene chiesto: “Come si fa davvero a chiudere bene? Come si fa a chiudere in maniera efficace?” Premesso che non esiste una risposta univoca né una ricetta valida per tutti, ciò che funziona per una coppia non è detto che vada bene per un’altra. C’è sempre un aspetto profondamente soggettivo, come in qualunque tema psicologico che riguarda la vita delle persone. Il ruolo delle colpe e delle responsabilità Un consiglio, però, mi sento di darlo: riguarda il modo in cui si attribuiscono colpe e responsabilità. Quando si interrompe una relazione e la si vuole chiudere bene, non dovrebbe esserci attribuzione di colpa in termini assoluti. E, se proprio non si riesce a evitare questo meccanismo, quantomeno non dovrebbe avvenire in maniera univoca: non bisognerebbe attribuire tutta la responsabilità a se stessi né tutta all’altro. Perché dire “è colpa tua” non funziona Un esempio di chiusura inefficace è quando si dice: “Dobbiamo chiudere la relazione, ti lascio perché tu sei questo, hai fatto questo, ti sei comportato così…”. In questo modo, la responsabilità viene assegnata interamente all’altro, e la causa della fine della relazione viene comunicata come se fosse esclusivamente colpa sua. Questo approccio non funziona. Perché dire “non sei tu, sono io” non funziona Allo stesso modo, però, non funziona neppure l’opposto: il classico “Non sei tu, sono io”. Dire “Tu sei perfetto/a, sei splendido/a, ma non per me: il problema sono io” significa attribuire la colpa totalmente a se stessi. Anche questa modalità non è efficace, perché lascia l’altro senza spiegazioni reali, senza motivazioni e senza ragioni concrete. Molto spesso chi sceglie questa via lo fa per chiudere velocemente e nel tentativo di non far soffrire troppo l’altro. Ma di fatto non funziona, perché non fornisce all’altro delle risposte che possano aiutarlo a elaborare la fine del rapporto. Come chiudere una relazione in modo costruttivo Ciò che andrebbe fatto, invece, è provare a definire insieme che cosa non ha funzionato nella coppia. Attribuire eventualmente delle responsabilità reciproche, senza rabbia, rancore o aggressività, e spiegare come l’incastro dei rispettivi modi d’essere non abbia reso possibile un’evoluzione diversa. Parlare delle proprie emozioni Il punto chiave è riuscire a parlare di ciò che si prova, di come ci si sente, e – per quanto possibile – di come si pensa che l’altro si sia sentito. Non di ciò che avrebbe dovuto fare o avrebbe dovuto essere per renderci felici, perché ormai la decisione è presa: la relazione è conclusa. L’attribuzione di colpe non ha più senso. Se vogliamo chiudere in modo efficace, dobbiamo provare a raccontare la nostra sofferenza e la nostra difficoltà partendo dalle emozioni vissute. L’altro, magari, potrà essere carico emotivamente e non disposto al dialogo, ma non si sentirà accusato né additato come unico responsabile. Allo stesso tempo, non si sentirà ingannato da un “è tutta colpa mia” che, se può sembrare una pillola più dolce al momento, nel lungo periodo lascia l’amaro in bocca. La sincerità come strumento di chiarezza In questo modo, anche se le spiegazioni possono non piacere o non essere condivise, restano sincere e indiscutibili, perché legate a emozioni reali che non possono essere negate. Raccontare la propria fatica e la propria sofferenza permette di trasformare la chiusura di una relazione – pur sempre dolorosa, anche per chi prende l’iniziativa – in un passaggio meno complicato e, per quanto possibile, utile. Conclusioni Chiudere una relazione non è mai semplice. Tuttavia, parlare in modo autentico delle proprie emozioni, senza attribuire colpe univoche, aiuta a dare un senso alla separazione e a renderla un passaggio meno traumatico. Questo è, in sintesi, il consiglio che mi sento di dare. ### La separazione è sempre un rischio per i figli? "Dottore, noi abbiamo deciso di stare insieme per i figli. Noi pensiamo che la separazione sia sempre un rischio. Noi pensiamo che, nel momento in cui una coppia si separa, allora la famiglia finisce." Considerazioni Comuni delle Coppie Queste sono alcune delle considerazioni che talvolta mi vengono riportate. Magari sento dire: “Noi siamo infelici da tempo, non ci sopportiamo, dormiamo in letti separati, appena ci vediamo discutiamo, ogni cosa diventa un conflitto. Però abbiamo deciso di rimanere insieme per i figli, perché pensiamo che la separazione possa creare più danno che altro”. La Separazione Comporta Sempre un Rischio? Ma questo è davvero vero? Cioè, la separazione comporta sempre un rischio? E stare insieme per i figli è sempre la scelta giusta? Posizioni Assolute e Responsabilità delle Coppie Se segui i miei contenuti da un po’, sai benissimo che le posizioni assolute non mi piacciono. E ovviamente anche in questo caso non ci può essere una ricetta, un pensiero, un’idea che sia giusta a prescindere. Anzi, ti dirò di più: penso che sia la separazione, sia la scelta di rimanere insieme nonostante magari non ci sia più il sentimento di una volta, siano legittime. Nel senso che ogni coppia è responsabile della propria felicità e quindi delle proprie scelte, della propria vita e della vita che costruisce per sé e per la propria famiglia. Quando la Separazione può Essere una Soluzione Premesso questo, talvolta posso essere d’accordo con il rimanere insieme, talvolta con la separazione. Ma la separazione è sempre un rischio? No, non ritengo questo. La separazione, di fatto, dovrebbe essere vista come un’opportunità, soprattutto quando viene scelta nel tentativo di ripristinare un equilibrio e una calma che il conflitto tra i genitori, tra i partner, ha messo a rischio o soffocato. Soprattutto quando ci sono grandi conflittualità all’interno della famiglia, grandi tensioni e un clima emotivo estremamente pesante, il benessere e l’equilibrio stesso della famiglia sono compromessi. In questi casi, la separazione cosa fa? Permette, o meglio offre, la possibilità di ripristinare equilibrio, benessere e calma, eliminando ciò che per la famiglia stessa rappresenta un elemento tossico: la relazione conflittuale tra i due genitori. Separazione e Sentimento È chiaro che, alla domanda “Quindi tutte le coppie dovrebbero separarsi se non c’è più il sentimento?”, la risposta è no. Non è detto. In alcune condizioni la separazione diventa un’ottima strategia, addirittura un’opportunità, perché permette di ristabilire un clima e un equilibrio che il conflitto aveva distrutto. Tuttavia, se nonostante la separazione la conflittualità permane, con accuse reciproche, triangolazioni dei figli, conflitti continui anche da separati, allora il vantaggio e l’opportunità che questa scelta comporta si riducono notevolmente. Bisogni dei Figli e Scelte dei Genitori In ogni caso, è una decisione che deve essere presa in funzione non solo dei propri bisogni, ma soprattutto di quelli dei figli. Quando si dice: “Abbiamo scelto di rimanere insieme per i figli”, va considerato che non sempre questa affermazione corrisponde al vero. Talvolta è più facile raccontarsi che si rimane insieme per i figli, piuttosto che ammettere di restare insieme per paura della solitudine, del cambiamento o del giudizio. La Separazione Come Opportunità La separazione, dunque, può anche essere un’opportunità. Non credo, come ho già detto, nelle posizioni assolute: non penso che di fronte alla prima difficoltà o al primo momento di crisi ci si debba necessariamente separare, così come non penso che si debba necessariamente restare insieme. Rimanere Insieme per il Bene dei Figli: Una Scelta Riflessiva Ma quando sento dire che “l’unica scelta giusta è rimanere insieme per il bene dei figli”, allora invito a porsi una domanda: stando insieme al tuo partner o alla tua partner, stai davvero facendo il bene dei tuoi figli? Perché, se ti trovi nella situazione che ho appena descritto, potrebbe anche essere la scelta sbagliata. ### I rischi dell'autodiagnosi con Dott.re Google Parliamo dei rischi di rivolgersi al dottor Google per un’autodiagnosi. Ce ne sono diversi e ovviamente è impossibile elencarli tutti, però provo a fare una riflessione su cosa accade solitamente nel momento in cui la semplice ricerca di informazioni trascende nel tentativo di autodiagnosi. Perché cerchiamo sintomi su Google È abbastanza comune — lo facciamo tutti — cercare informazioni su Google, soprattutto quando si hanno dei sintomi, che siano fisici o psicologici. Si digitano le “paroline magiche” nel campo di ricerca e si cerca di capire che cosa stia accadendo. I principali rischi dell’autodiagnosi online 1. Informazioni sbagliate o fuorvianti Rivolgersi però al dottor Google per riuscire a dare un’etichetta e un nome ad alcuni sintomi, soprattutto dal punto di vista psicologico, è estremamente rischioso. Non è detto che le informazioni recuperate in rete siano effettivamente corrette. Internet è una risorsa enorme e fondamentale, ma talvolta porta anche rischi legati alla cattiva informazione e alla disinformazione. Fare una ricerca sulla propria salute mentale implica quindi un certo rischio, soprattutto perché bisognerebbe essere in grado di distinguere quali informazioni siano affidabili e quali no. Se non si è del mestiere, questo diventa inevitabilmente complicato. 2. Identificarsi in una diagnosi non corretta C’è il rischio che, trovando una patologia o una diagnosi che descrive esattamente quello che stiamo vivendo, ci si identifichi troppo in quella categoria. Da un lato potremmo sentirci sollevati dall’aver finalmente trovato un nome a ciò che viviamo, dall’altro rischiamo di cercare in noi la conferma di sintomi che magari non abbiamo, o che non sono così evidenti, ma che sono elencati in quella diagnosi. Così finiamo per attribuirci problemi che non abbiamo, arrivando persino a sviluppare o aspettarci di sviluppare quei sintomi. È come se in qualche modo la nostra mente e il nostro corpo venissero sollecitati a riconoscere come propri sintomi che non lo sono. 3. Cercare solo conferme invece che smentite C’è il rischio di focalizzarsi solo sulla conferma della propria ipotesi, invece che cercare di falsificarla, come avviene in un percorso terapeutico serio. In altre parole, invece di chiederci se davvero abbiamo quel problema, cerchiamo solo prove che lo confermino. E sul web, vista la vastità delle informazioni disponibili, troveremo sempre qualcosa che sembra supportare la nostra convinzione. 4. Illudersi di sapere già come curarsi L’idea di sapere già come curarsi è un altro rischio. Non parlo solo del “fai da te”, che è una pratica molto pericolosa e fallimentare, soprattutto in ambito psicologico. Parlo anche del rischio di arrivare dal medico o dal terapeuta convinti di sapere con certezza quale sia il problema e pretendere che venga applicata la “cura” che abbiamo trovato online. Magari quella soluzione può essere utile per qualcuno, in alcune esperienze specifiche, ma non è detto che sia adatta a noi. In questo modo, paradossalmente, si chiede aiuto ma lo si rifiuta allo stesso tempo: si è disposti ad accettarlo solo se corrisponde esattamente a ciò che abbiamo già deciso. Altri rischi da non sottovalutare Questi sono solo alcuni dei rischi, quelli più evidenti. Ce ne sono molti altri. Uno, ad esempio, è quello di sabotare la terapia stessa, perché se il terapeuta non è disposto a seguire ciò che noi chiediamo — convinti che sia la cura giusta — potremmo rifiutare l’aiuto proprio quando ne avremmo più bisogno. Conclusioni: meglio informarsi o affidarsi a un esperto? In conclusione, rivolgersi al web per avere informazioni è una cosa. Farlo per autodiagnosticarsi un problema è tutt’altro, e i rischi sono numerosi. Non riguardano solo l’errore diagnostico o l’acquisizione di informazioni sbagliate, ma anche il modo in cui possiamo iniziare a percepirci e a condizionare la nostra esperienza psicologica e terapeutica. ### Pornodipendenza Ho recentemente fatto un contenuto sulla pornodipendenza, andandone ad integrare uno pubblicato parecchi anni fa, probabilmente uno dei primissimi tra i più di 500 che ho realizzato. Allora cercavo di iniziare ad approfondire e trattare il tema della pornodipendenza. Nel tempo ho ricevuto diverse mail in cui mi viene chiesto un ulteriore approfondimento, con la richiesta di chiarire meglio alcuni concetti. Cos’è la pornodipendenza È bene specificare nuovamente che la pornodipendenza è una new addiction, cioè una forma di dipendenza comportamentale. Questo punto, evidentemente, non era così chiaro. Non si tratta di dipendenza dal sesso: sono due cose diverse. Pornodipendenza e dipendenza sessuale: le differenze La dipendenza sessuale è legata al bisogno di rapporti fisici con altre persone, agli amplessi, al contatto corporeo, e spesso può condurre a comportamenti promiscui o rischiosi nel tentativo di soddisfare la propria dipendenza. La pornodipendenza, invece, non è una compensazione di una carenza di attività sessuale. È qualcosa di distinto. La pornografia rende il fruitore passivo: chi soffre di pornodipendenza non cerca di mettere in pratica con un partner ciò che vede, ma trae eccitazione dall’osservare in modo passivo, sostituendo così la fantasia e l’immaginazione personale con contenuti preconfezionati e stereotipati. Di conseguenza, l’esperienza rimane piatta, ripetitiva e limitata. Questo porta a un incremento notevole di tempo dedicato alla masturbazione, spesso in maniera compulsiva. Sintomi della pornodipendenza Nei casi di pornodipendenza si parla di 5-8 ore al giorno di fruizione di contenuti pornografici. Non sempre associate alla masturbazione, ma comunque tempo passato in questa attività. I sintomi più comuni includono: Masturbazione compulsiva. Necessità costante di fruire di contenuti pornografici. Appiattimento della fantasia sessuale. Difficoltà ad eccitarsi con partner reali. Isolamento sociale e riduzione delle relazioni. Conseguenze della pornodipendenza Le conseguenze non si limitano al piano sessuale. Ci sono risvolti emotivi e sociali: da un lato c’è l’impulso e il desiderio di continuare a fruire dei contenuti e a masturbarsi compulsivamente; dall’altro si sviluppa isolamento sociale. Dedicare così tanto tempo a questa attività significa sottrarlo ad altro: amicizie, relazioni sociali, lavoro, relazioni di coppia. A ciò si aggiungono un forte senso di colpa, vergogna, la percezione di essere “sbagliati”, e una compromissione della vita sessuale con un partner reale. Infatti, anche se la pornodipendenza non nasce come compensazione della mancanza di sesso, finisce comunque per compromettere la sessualità. Si osservano calo del desiderio, difficoltà a variare la fantasia, appiattimento dell’immaginazione ed eccitazione ridotta durante i rapporti con altre persone. La persona si sente isolata, “ovattata” in un mondo che durante la fruizione di pornografia può sembrare piacevole, ma subito dopo lascia un vuoto, tristezza e devastazione. Pornodipendenza e isolamento In sostanza, la pornodipendenza genera isolamento e scollegamento dalla realtà e dai propri bisogni autentici, che non siano unicamente di natura sessuale. La giornata di chi ne soffre è spesso devastata da sensi di colpa, vissuti di “sporcizia”, auto-disprezzo. Come accade con le sostanze, ci sono momenti in cui l’atto stesso della masturbazione sembra alleviare temporaneamente la sofferenza. Ma è un sollievo effimero, che svanisce subito dopo, facendo ripiombare la persona ancora più giù, in una spirale al ribasso difficile da interrompere. Conclusioni Per integrare quanto già detto, ci sono due aspetti fondamentali: La pornodipendenza non è un tentativo di compensare la carenza di rapporti sessuali ed è molto diversa dalla dipendenza sessuale. Le conseguenze sono pesanti: isolamento, vergogna, sensazione di essere intrappolati in un circolo vizioso. ### Come superare un blocco universitario Questo è un tema che viene sempre richiesto molto. Come faccio periodicamente, soprattutto su Instagram, vi chiedo quali siano gli argomenti di cui vorreste che parlassi, e ultimamente questo è sempre sul podio. Ricevo spesso messaggi a riguardo e, un po’ dall’esperienza clinica, un po’ da quello che mi scrivete, e un po’ perché anch’io a mia volta ho fatto l’università, credo che ci siano diverse considerazioni e valutazioni da fare. Per provare a semplificare il discorso, utilizzando qualche iperbole e un racconto più nitido con suddivisioni nette – anche se nella realtà non sempre le cose sono così – possiamo individuare due grandi motivazioni, due filoni principali del blocco universitario: quello legato alla motivazione, quello legato alla prestazione, o meglio, all’ansia. Il Blocco Motivazionale È quello che ha a che fare con dubbi come: “Non sono più sicuro che questa sia la scelta giusta per me.” “Non riesco a trovare stimoli in ciò che sto studiando.” “Ero convinto mi piacesse, ma ora non più.” “Ho intrapreso la strada giusta o dovrei cambiare?” “Ci sono sbocchi lavorativi concreti, o mi sono solo fatto trascinare dall’entusiasmo iniziale che ora è svanito?” Sono tutte domande che nascono quando si mette in discussione la scelta compiuta e diventa difficile trovare energie, voglia e grinta per studiare, ripetere, confrontarsi e andare avanti. Il Blocco da Prestazione e Ansia Questo tipo di blocco si differenzia dal primo perché non riguarda la scelta dell’università o del percorso, ma la paura legata agli esami. Qui la persona non mette in dubbio che l’università sia giusta per sé, ma si preoccupa soprattutto di: cosa chiederanno all’esame, se riuscirà a superarlo, se è pronta abbastanza. Con l’avvicinarsi della sessione può crescere un’ansia così forte da compromettere non solo la singola prestazione, ma, nei casi più gravi, l’intero percorso universitario. Come Affrontare il Blocco Universitario Il mio primo consiglio è: cerca di capire in quale dei due blocchi ti trovi. È un blocco motivazionale? Stai mettendo in discussione il significato della tua scelta universitaria? Oppure è un blocco ansioso, legato all’esecuzione e allo svolgimento degli esami? Una volta capito questo, prova a dare una risposta: Se il blocco è motivazionale Devi cercare dentro di te le ragioni profonde: È ciò che davvero ti appaga? Ti rende felice o lo fai solo perché lo vogliono (o credi che lo vogliano) gli altri? Se il blocco è ansioso Un primo consiglio è non guardare all’esame come al fine ultimo, ma come a un mezzo. L’esame è una tappa del percorso per raggiungere un obiettivo più grande. Non studi per superare l’esame: studi per acquisire competenze che ti serviranno nel tuo futuro professionale. L’esame è solo un momento per validare ciò che hai appreso, non il senso stesso del tuo percorso. Esempio Clinico Quando ho iniziato a fare contenuti online, uno degli esempi che ho raccontato spesso riguardava una mia paziente con attacchi di panico severi proprio in prossimità della laurea. In casi come questo la situazione è ovviamente più complessa poiché non c'è solo il rischio di compromissione di un esame ma dell'intera carriera universitaria, in questo caso l’intervento di uno psicoterapeuta può essere auspicabile o necessario. Conclusione Il primo passo, quindi, è comprendere se il tuo blocco sia di tipo motivazionale o ansioso. Il secondo passo è agire di conseguenza: cercare le vere motivazioni interiori oppure ridimensionare l’esame come “mezzo” e non come “fine”. E, se necessario, valutare l’aiuto di un terapeuta. ### Come dimenticare un amore non corrisposto Dottore, come si fa a dimenticare un amore non corrisposto? È una delle domande che, con l’arrivo dell’estate, diventa sempre più frequente. È interessante notare come in alcuni periodi dell’anno questo tema emerga con più forza, mentre in altri sembri attenuarsi. In ogni caso, l’amore non corrisposto resta un argomento delicato e complesso. Perché è difficile dimenticare un amore non corrisposto Un amore non ricambiato spesso genera un circolo vizioso. Il consiglio comune “dimenticalo” o “dimenticala” è, in realtà, impossibile da mettere in pratica. Non avere vissuto quella relazione ci costringe infatti a lavorare di fantasia, immaginando come sarebbe potuta essere se l’altra persona avesse ricambiato i nostri sentimenti. Più l’altro si allontana, ci respinge o erige un muro, più noi idealizziamo e fantastichiamo. In questo processo attribuiamo all’altra persona tutte le caratteristiche che desideriamo in un partner, trasformandola nel “partner perfetto”. Il ruolo dell’idealizzazione L’amore non corrisposto porta con sé una forte componente di idealizzazione e autoinganno. La mente proietta sull’altro le qualità che vorremmo, anche se non esistono nella realtà. Questa illusione è simile a quella della fase iniziale dell’innamoramento, quando l’idealizzazione è naturale, ma che in una relazione autentica con il tempo svanisce. Essere consapevoli di questi meccanismi è il primo passo per tutelarsi, ridimensionando ciò che proviamo e imparando a guardare la situazione con più oggettività. Un amore non corrisposto non è un vero amore L’amore autentico prevede reciprocità, relazione e costruzione. Un amore non corrisposto, invece, resta incompleto: è una bozza, un accenno, un’emozione forte ma priva dell’altra metà. Cercare di colmare quel vuoto con la sola immaginazione ci espone a grandi illusioni e, inevitabilmente, a delusioni. Quando l’idealizzazione si trasforma in disillusione Capita spesso che una persona corteggi a lungo qualcuno che non è altrettanto coinvolto. Una volta iniziata la relazione, non è raro che chi sembrava più innamorato si disilluda rapidamente: ciò che aveva immaginato non corrisponde alla realtà. Proprio chi appariva più preso si allontana presto, lasciando l’altro spiazzato. Questo accade perché l’idealizzazione ha avuto il sopravvento: quando crolla, lascia spazio alla disillusione e alla fine dei sentimenti. Come proteggersi dall’amore non corrisposto Riconoscere l’idealizzazione: comprendere quanto peso abbia nelle nostre scelte e nella nostra idea di amore. Accettare la necessità della reciprocità: un amore, per essere tale, deve essere condiviso, vissuto e completo. Conclusioni L’amore non corrisposto può sembrare fortissimo, ma se rimane tale rischia di trasformarsi in una fissazione o addirittura in un’ossessione. Solo la consapevolezza dei meccanismi che lo alimentano e la capacità di riconoscerne i limiti ci permettono di proteggere noi stessi e di andare avanti. ### Autostima (bassa) e relazione sentimentale Ci sono diverse riflessioni che possono essere fatte riguardo, soprattutto, alla correlazione tra le due cose e a come queste interagiscono e si influenzano reciprocamente. Parliamo di quando la relazione inizia, quando prosegue e si sviluppa, e quando finisce, e del ruolo che l’autostima – o meglio, la bassa autostima – può avere in queste diverse fasi. È facile capire come una bassa autostima, cioè un’autostima per cui si è sempre legati al giudizio dell’altro, alla sua valutazione, all’idea che l’altro mi giudichi (altrimenti io non sono capace di valutare me stesso), porti a dare più peso a ciò che dice l’altro rispetto a ciò che penso io. C’è tutta questa etero-attribuzione, etero-determinazione, per cui se faccio qualcosa di buono, in realtà è “fortuna”; se faccio qualcosa di sbagliato, è sicuramente colpa mia. Devo riuscire a soddisfare le aspettative dell’altro, perché l’altro mi deve dare un feedback positivo; altrimenti, da solo/a, non sono capace di restituirmi una valutazione oggettiva della situazione o di quello che provo rispetto a me stesso/a e a ciò che ho fatto. Ho bisogno che sia l’altro a dirmelo. Per questo motivo, adatto anche il mio comportamento per cercare di sollecitare o suscitare feedback positivi, eccetera. Bassa autostima e inizio di una relazione All’inizio della relazione, la bassa autostima può essere ostativa, cioè un ostacolo, perché c’è il rischio di non riuscire a mostrarsi per quello che si è, di non riuscire ad aprirsi veramente all’altro, di non lasciarsi trasportare dal flusso delle emozioni e della relazione. Serve una sufficiente sicurezza in sé per potersi buttare in qualcosa che non si conosce, che può essere estremamente positivo, ma che porta con sé anche dei rischi: il rischio che l’altro non sia quello giusto, il rischio di prendere un abbaglio, il rischio di esporsi a un giudizio. Quindi, una bassa autostima, all’inizio, può rappresentare un ostacolo. Ovviamente non è sempre così: ci sono persone con bassa autostima che, quando si innamorano o sono attratte da qualcuno, se ne dimenticano, oppure è l’altro/a che “le va a prendere” e propone di darsi un’opportunità. Le storie, insomma, sono infinite. Ma in generale, la bassa autostima può limitare la capacità di esporsi, di mostrarsi e di sentirsi sufficientemente a proprio agio con se stessi per farsi conoscere davvero. Bassa autostima durante la relazione Man mano che la relazione si evolve, se l’autostima non cresce – anche solo un po’ – il rischio è alto. L’ideale sarebbe utilizzare la relazione come occasione per imparare ad affermarsi, rispettarsi di più, rafforzare il proprio senso di sé. Se questo non accade e l’autostima rimane bassa, o addirittura peggiora, allora ci troviamo potenzialmente in una dinamica di manipolazione. Manipolazione subita La manipolazione può essere esterna, se il partner controlla, giudica, opprime, fa leva sulla nostra fragilità per esercitare un potere su di noi, usando la nostra bassa autostima come ricatto emotivo. Manipolazione agita La manipolazione può essere interna, se siamo noi a manipolare, magari in modo passivo-aggressivo, utilizzando il bisogno di conferme, rassicurazioni e approvazioni per condizionare o governare il comportamento dell’altro. In questo secondo caso, potremmo anche raccontarci di non esserne consapevoli, ma di fatto limitiamo la libertà dell’altro, che deve stare sempre attento ai nostri bisogni. Ricapitolando All’inizio, la bassa autostima può essere un ostacolo, perché serve coraggio e fiducia in sé per avviare una relazione. Durante la relazione, se l’autostima non migliora, si può entrare in dinamiche manipolatorie, subite o agite. Bassa autostima e fine della relazione Si pensa, un po’ ingenuamente, che la fine di una relazione determini sempre un calo dell’autostima. Non è sempre così. Alla fine di una relazione, l’autostima può: Crescere, ad esempio se si è stati capaci di interrompere una relazione tossica o manipolatoria, o se si riconosce il valore di ciò che si è costruito e ci si sente pronti a “spiccare il volo” verso nuove esperienze. Diminuire, se la rottura viene vissuta come un fallimento o se eravamo fortemente dipendenti dall’altro per la nostra autovalutazione. Ci sono casi in cui la fine di una relazione porta dolore, ma anche consapevolezza, forza e determinazione; e casi in cui, invece, abbatte profondamente l’autostima. Conclusione Ricorda: l’autostima cambia all’interno di una relazione. All’inizio ha un ruolo, durante lo svolgimento ne ha un altro, e alla fine può assumere significati diversi. Non è scontato che la fine di una relazione determini un calo dell’autostima, come abbiamo appena visto. ### Coppia: gelosia verso i figli del partner Capita sempre più spesso che almeno uno dei due membri della coppia abbia avuto in passato relazioni importanti e, da una o più di queste, abbia avuto anche dei figli. Nella costruzione di una nuova relazione, questi figli diventano inevitabilmente un fattore importante. Da un lato c’è la nuova coppia, che nasce e si sviluppa con la propria progettualità e i propri obiettivi; dall’altro, ci sono aspetti significativi della vita di almeno uno dei due partner, come appunto i figli, che vanno tutelati e che entrano a far parte della dinamica relazionale. Può accadere, talvolta, che si sviluppi una forma di gelosia, soprattutto da parte del partner “nuovo”, nei confronti dei figli dell’altro. A cosa è dovuta questa gelosia? Ci sono principalmente due possibili spiegazioni, legate alle caratteristiche della nuova coppia. 1. Differenze nel ciclo di vita e desiderio di genitorialità Il primo fattore può essere legato al ciclo di vita, o meglio al momento del ciclo di vita che il partner geloso sta vivendo. Per esempio, ci possono essere coppie in cui lui ha figli da una relazione precedente, mentre lei non ne ha e desidera diventare madre. In questo caso, lei vive un momento della vita in cui il desiderio di genitorialità è forte e significativo, ma lo percepisce come in parte “ostacolato” dalla presenza di figli del partner. Questo perché si rende conto che il partner ha già vissuto quell’esperienza — magari ha già uno o due figli — mentre per lei sarebbe la prima volta. Anche se il desiderio di avere un figlio può essere condiviso dal partner, il momento di vita resta diverso: per lei sarebbe la prima gravidanza, con tutte le emozioni, paure e novità che comporta; per lui, invece, si tratterebbe di un’esperienza già vissuta. Inevitabilmente, ciò può portare a vissuti emotivi differenti e a una minore connessione su questo piano, non tanto in termini di importanza, ma proprio di esperienza vissuta. 2. Differenze nel comportamento verso i figli e nella relazione di coppia Il secondo fattore riguarda il modo in cui si percepisce il partner nella relazione con i propri figli. Talvolta si osserva un partner che, con i figli, mostra atteggiamenti, qualità e valori che non esprime nella stessa misura all’interno della coppia. È naturale: quel modo di fare nasce dal ruolo genitoriale, ereditato dalla precedente relazione. La gelosia può svilupparsi quando il partner geloso percepisce che quelle stesse attenzioni, premure o qualità non vengono messe in atto con lui o con lei nella relazione di coppia. In altre parole, può sentirsi “in secondo piano” rispetto ai figli e desiderare che il partner porti nella relazione le stesse caratteristiche che dimostra nella cura dei propri figli. Quando questo non accade, può nascere una sensazione di disillusione: “Con me sei in un certo modo, anche piacevole, ma sarebbe migliore se riuscissi a portare qui quelle qualità che vedo in te come genitore”. Quando la gelosia non si presenta Naturalmente, non è detto che un partner debba essere geloso dei figli dell’altro. Ci sono molte configurazioni in cui questo non avviene: per esempio, quando entrambi hanno figli, oppure quando tra i figli del partner e il nuovo compagno o la nuova compagna si crea un ottimo rapporto. Tuttavia, quando la gelosia si presenta, le motivazioni sono spesso riconducibili a due elementi principali: I partner si trovano in momenti diversi del ciclo di vita, e quindi attribuiscono un significato diverso alla genitorialità. Uno dei due percepisce che il partner, come genitore, mette in atto qualità e attenzioni che non riesce a esprimere con la stessa intensità nella nuova relazione. Come affrontare la gelosia verso i figli del partner La soluzione passa attraverso il dialogo, il confronto e una “ricontrattazione” dei bisogni reciproci, cercando non solo la via comunicativa, ma anche nuove esperienze condivise. È importante ricordare che la genitorialità di almeno uno dei due rimarrà sempre un fattore presente all’interno della nuova coppia. ### Crisi di coppia: “non sono la priorità!” Dottore, siamo in crisi perché io non sono la priorità. Questa è un’affermazione che spesso sento all’interno della terapia, o meglio ancora nelle fasi iniziali: nella prima telefonata, durante il primo colloquio, nella fase di consultazione. È una sfida, una variabile che molte coppie si trovano ad affrontare. Perché inevitabilmente, anche se sono insieme magari da tanto tempo, la questione dell’attenzione, della premura e della priorità che si dà all’altro rimane sempre attuale e importante. Il problema della priorità nella relazione Molte coppie che chiedono una consulenza si trovano proprio a “contrattare” questo aspetto: la priorità. Di solito, per fare un esempio, uno dei due dice: «Io non sono prioritario/a. Lui o lei ha sempre in mente qualcos’altro. C’è sempre qualcos’altro o qualcun altro che viene prima di me. Io non ho mai l’ultima parola, non ho mai il posto speciale, non ho mai la possibilità di far valere la mia opinione…». Il concetto è uno: non mi sono state prestate abbastanza attenzioni o non mi è stato dato abbastanza credito, al punto da non sentirmi più bene nella relazione. Oppure, ho il dubbio di non essere davvero importante nei fatti — perché secondo me i fatti non lo dimostrano, per quanto l’altro mi dica a parole che sono importante. Critiche e risposte tipiche È un discorso delicato, qualcosa che ogni coppia, prima o poi, si trova a discutere. La critica tipica è quella di chi si sente trascurato, mentre la risposta di chi viene accusato è spesso: «Non è vero, per me tu sei prioritario/a. Però ci sono anche tanti altri aspetti nella vita e tante altre cose che voglio fare». A quel punto, la coppia inizia a ragionare: È la persona che non si sente prioritaria a mancare di sicurezza personale, portando così a un grado di insoddisfazione? Oppure è colui/colei accusato di non dare priorità che effettivamente non lo fa, magari pianificando un allontanamento o evitando di stringere definitivamente il rapporto? Le due prospettive in conflitto Da un lato, può avere ragione chi non si sente prioritario e ha bisogno di altro perché la relazione, così com’è, non lo fa sentire abbastanza importante. Dall’altro lato, può avere ragione chi sostiene: «Per me tu sei prioritario/a, ma voglio anche fare altre cose. Il fatto che io le faccia non significa che tu non sia importante o prioritario». Qui entra in gioco la contrattazione: dov’è il confine tra la capacità dell’altro di rendere qualcuno prioritario e il bisogno di autonomia e indipendenza? E dove, invece, è solo insicurezza di chi non si sente al centro? Lo stereotipo delle coppie in crisi di priorità Nello stereotipo, queste coppie sono composte da: Una persona che vuole una relazione fusionale, simbiotica, con pochi interessi personali, che dedica tutto il tempo libero al partner e desidera stare sempre insieme, magari isolandosi dal mondo. Un’altra persona, accusata di “fuga”, che invece ha hobby, interessi, spazi di autonomia e vuole frequentare persone anche da sola, senza la presenza del partner. Questo innesca nella prima il sentimento di minaccia e di non-priorità. Bisogno di rassicurazione o realtà dei fatti? La coppia, quindi, deve valutare: È un bisogno legato davvero al comportamento dell’altro (che sembra allontanarsi)? Oppure è più un bisogno di rassicurazione e conferma, indipendente da ciò che l’altro fa? Se si tratta di insicurezza, si possono trovare altre strade senza arrivare a limitare completamente l’espressione autonoma dell’altro. Se invece l’altro ha bisogno di autonomia perché si sente soffocato dalla richiesta di esclusività, allora la coppia deve discuterne apertamente, senza demonizzare nessuno dei due bisogni. Entrambe le esigenze sono legittime Entrambe le esigenze sono legittime: Chi necessita di sentirsi prioritario deve chiarire cosa lo fa sentire tale, al di là della richiesta generica. Chi ha bisogno di autonomia deve capire come vivere i propri spazi senza che questi vengano percepiti come fughe. Se ci si limita a uno scambio sterile — «Dobbiamo passare più tempo insieme» vs. «Ho bisogno della mia autonomia» — senza parlare delle motivazioni profonde e delle possibili azioni concrete di entrambi, il rischio di crisi è enorme. Il circolo vizioso della coppia Altrimenti, si innesca il circolo vizioso: «Io non sono prioritario» ↔ «Io ho bisogno di spazi» fino a che la coppia non si sfalda, entrando in una modalità di “pilota automatico” che porta alla deriva, con ognuno che esprime il proprio malumore senza fare nulla per risolverlo. La domanda chiave per salvare la relazione La domanda da tenere sempre a mente è: «Cosa posso fare io per soddisfare il tuo bisogno?» e viceversa: «Cosa puoi fare tu per soddisfare il mio bisogno?» Da un lato, il bisogno di priorità e di sentirsi esclusivi; dall’altro, il bisogno di affermare la propria autonomia e avere spazi indipendenti, senza che questi siano vissuti come fughe dalla coppia. ### Come affrontare le crisi esistenziali Crisi esistenziale: ti è mai capitato di averne una? Ti è mai capitato di perdere la motivazione, iniziare a chiederti se ciò che stai facendo ha un senso, quale senso ha per te, se è giusto per te? Come sarebbe potuta essere la tua vita se avessi scelto un'altra strada? Iniziare a fantasticare sul ripartire da zero, eccetera. Cioè, iniziare a mettere in discussione tutto ciò che, fino a poco tempo prima, era un potenziale caposaldo della tua vita. La buona notizia è che le crisi esistenziali le attraversiamo tutti. E soprattutto, che le crisi esistenziali non sono mai una questione di se, ma solo una questione di quando. Non è qualcosa da cui possiamo sperare di tenerci alla larga. Ognuno di noi, nel momento in cui progetta la propria vita, nel momento in cui compie delle scelte, si sta esponendo a una potenziale crisi. Perché le crisi esistenziali sono inevitabili Nel momento in cui compiamo delle scelte e progressivamente cerchiamo di lavorare nella direzione del loro raggiungimento, dobbiamo fare dei check, dei controlli. Dobbiamo iniziare a tirare le somme. E quindi, potenzialmente, nei momenti di verifica o nei momenti in cui gli obiettivi vengono raggiunti, siamo esposti alle cosiddette crisi esistenziali. I due principali tipi di crisi esistenziale 1. Crisi di valutazione del percorso Mano a mano che ho investito tantissimo nel lavoro e negli obiettivi che sto cercando di raggiungere, mi rendo conto che forse quegli obiettivi, per me, non sono poi così importanti. O comunque si sono modificati nel tempo. 2. Crisi post-obiettivo (o crisi di mezza età) Si verifica quando gli obiettivi vengono raggiunti, o se ne raggiunge una buona parte, e ci si trova spaesati, confusi. La famosissima, ormai arcinota, crisi di mezza età. Perché si parla di crisi di mezza età? Perché è un’età sufficientemente avanzata da aver presumibilmente permesso alla persona di raggiungere buona parte dei suoi obiettivi. Infatti, molte volte si dice: “Non gli manca nulla, ma non è felice.” Ha un lavoro, una famiglia, dei figli, una casa, si può permettere lo stile di vita che vuole, eccetera. Eppure, “mi combina questa mattata”. Eppure non è felice. Eppure c’è sempre questa faccia. Eppure, eppure, eppure… Gli obiettivi sono stati raggiunti, o molti di essi, e improvvisamente tutto crolla. Quindi si entra in crisi. Quando ciò per cui lotti smette di avere significato La prima opzione è l’opposto: mano a mano che si lavora per raggiungere qualcosa, ci si rende conto che quegli obiettivi perdono di significato. Ciò per cui si sta lavorando, ad un certo punto, inizia a non piacere più, a non essere più davvero così affascinante. Affrontare la crisi: evitarla o attraversarla? Indipendentemente da quale di queste due crisi ti trovi a vivere, o magari hai già vissuto, la cosa importante è non cercare mai di toglierti di dosso la crisi. Non devi vederla come un qualcosa di esterno da cui devi cercare di schivare, eliminare, strapparti dal collo quando ti senti braccato. Perché più cerchi di allontanarla, più questa si impadronisce di te. Più cerchi di respingerla senza fermarti a guardarla negli occhi, più diventa ingombrante, più diventa potente. Guardare la crisi negli occhi: il potere trasformativo Quello che devi fare è esattamente il contrario: ti giri, la guardi negli occhi, cerchi di capire che cosa ti sta dicendo, cerchi di capire che significato ha il malessere, che significato hanno le insoddisfazioni, che significato ha il potere contrattare tutto. E poi, sulla base di quello, ristrutturi e riorganizzi la tua vita. Magari poi continuerai sulle scelte fatte in precedenza, ma le avrai ri-scelte. Le avrai nuovamente messe in discussione e quindi troverai energie per proseguire. Oppure ti accorgerai che le scelte che hai compiuto non sono quelle adatte a te. Perché? Perché tu sei cambiato, o cambiata, e quindi ti devi ristrutturare. E in questo caso, la crisi ti è amica. La crisi è temporanea e porta con sé opportunità Ti è amica solo nel momento in cui ti fermi e la guardi in faccia, conscio del fatto che è transitoria. Ogni crisi, per definizione, è transitoria. E ogni crisi, per definizione, porta con sé la possibilità di trasformare il vincolo in una risorsa, di trasformare un momento di fatica in una grande opportunità. Questo è ciò che, poi, svolge ovviamente anche il percorso di terapia o psicoterapia. Conclusione: superare la crisi per ridefinire la vita Però ciò che devi fare è proprio questo: non cercare di allontanarti, non cercare di rifuggire dalla crisi tenendola lontana. Ma guardarla negli occhi, attraversarla, capirne i significati. E poi, da lì, prenderne atto e ristrutturarti. Perché solo così potrai effettivamente dire di aver superato una crisi. E solo così potrai ridefinire gli obiettivi della tua vita, tornando a prenderla in mano e migliorando anche il tuo stato emotivo. ### Come essere felici in coppia In una recente intervista mi è stata posta questa domanda, e ne è uscita una discussione, secondo me, interessante. Tuttavia, anche a causa delle limitazioni di tempo dell’intervista stessa, non abbiamo potuto approfondire tutti i concetti. Vorrei quindi riprendere quanto emerso e fare qualche riflessione in più. Ovviamente, gli ingredienti — se possiamo usare questo termine — che determinano la felicità di una coppia sono innumerevoli, diversi, e cambiano da una coppia all’altra. È impossibile, quindi, dare una risposta definitiva o valida per tutti. Tuttavia, ci sono degli aspetti che, se considerati e mantenuti ben presenti nella testa dei partner, possono indubbiamente contribuire al raggiungimento e al mantenimento della felicità. Secondo me, questi aspetti sono principalmente tre, che adesso ti elenco e che poi andremo ad approfondire: Coltivare la coppia Progettare e ricontrattare Riscegliersi 1. Coltivare la coppia per una relazione felice Si sente spesso dire che la coppia debba essere “seminata”, cioè che debba essere vissuta, approfondita, che ci si debba investire del tempo, dedicarsi all’altro. Si parla spesso di “fare qualcosa” per l’altro, per la coppia, per la felicità di entrambi. Questo concetto — quello della semina — è sicuramente importante, ma secondo me è spesso sopravvalutato. Non è l’unico aspetto e, se vogliamo, non è nemmeno il più importante. Ciò che fa davvero la differenza non è tanto il seminare, quanto il coltivare. È l’attenzione che nel tempo viene dedicata alla coppia. La semina è la fase iniziale, quella dell’innamoramento, in cui tutto è relativamente semplice e bello: sentiamo le farfalle nello stomaco, vogliamo passare più tempo possibile con l’altro, immaginiamo un futuro insieme. Ma, esattamente come in agricoltura, ciò che determina la qualità del raccolto non è solo la semina, bensì la cura costante. Coltivare significa non fermarsi dopo aver seminato dicendo: "Io il mio l’ho fatto, adesso vediamo cosa succede". Al contrario, significa mettersi in gioco, curare il terreno, continuare a lavorare ogni giorno sulla relazione. 2. Progettare e ricontrattare nella relazione di coppia La coppia, per essere felice e coesa, ha bisogno di un obiettivo comune, di una progettualità, di una pianificazione. I partner devono avere la capacità di discutere insieme e, se necessario, ricontrattare il proprio futuro in base agli eventi e alle sfide della vita. Ciò significa, prima di tutto, chiedersi individualmente che cosa si desidera per sé e, poi, capire come, tramite l’altro, si possa realizzare un progetto di vita condiviso. Progettare non significa per forza fare grandi piani: può voler dire trasferirsi, comprare casa, diventare genitori, oppure anche tutte queste cose insieme, o altro ancora. Pianificare vuol dire direzionarsi insieme verso qualcosa. Questo accade sia esplicitamente (cosa che consiglio) che implicitamente, perché in fondo nessuna coppia può esimersi dal pensare e fantasticare sul futuro. Spesso le crisi nascono proprio da una mancanza di chiarezza: i partner credono di sapere cosa vuole l’altro, credono di sapere cosa vogliono loro stessi, ma in realtà questa cosa non è mai stata detta, condivisa, pianificata. Ecco perché è fondamentale anche la ricontrattazione: chiedersi, nel tempo, se il progetto che si era definito ha ancora senso, se va modificato, se ha bisogno di essere adattato o trasformato. 3. Riscegliersi ogni giorno: il segreto della coppia duratura Il terzo punto è la capacità di non dare per scontato l’altro. Non avere la presunzione di sapere già cosa pensa, cosa desidera, come reagirà. È importante sapersi osservare a vicenda, restare curiosi, attenti, presenti. Riscegliersi significa diventare protagonisti della relazione, non solo all’inizio, ma ogni giorno. Non è un processo automatico: vuol dire chiedersi, anche solo idealmente, ogni mattina: “Lo scelgo? La scelgo?”. Ovviamente, non tutti i giorni la risposta sarà un sì entusiasta — ci saranno momenti di conflitto, difficoltà, fasi complesse. Ma, tirando le somme, i giorni in cui la risposta è sì devono essere nettamente di più rispetto a quelli in cui è no, o in cui si rimanda la risposta. Riscegliersi costantemente tiene viva la passione, l’interesse, la vitalità nella coppia. È ciò che crea movimento, trasformazione, evoluzione. E sono proprio queste dinamiche — non la staticità e la sicurezza assoluta — che rendono ingaggiante e stimolante una relazione. Conclusione: i 3 pilastri per costruire e mantenere la felicità di coppia In sintesi: Coltivare la coppia, non fermarsi alla semina Progettare e ricontrattare, tenendo vivo un obiettivo comune Riscegliersi, ogni giorno, con consapevolezza Questi, secondo me, sono tre pilastri fondamentali per costruire e mantenere la felicità all’interno della coppia. ### Coppia: perché le vacanze vanno bene nonostante la crisi Dottore, ma perché anche se siamo in crisi, quando andiamo in ferie o in vacanza, tutto va bene? Questa è una domanda che spesso mi viene fatta, soprattutto in questo periodo, perché viene in qualche modo anticipata e poi, a maggior ragione, si ripresenta al rientro – tendenzialmente a settembre. Infatti, molte coppie durante il periodo estivo dicono: “Sa, dottore, adesso ci fermiamo un attimo. È vero che andiamo in vacanza ad agosto, però magari finiamo a metà luglio, così vediamo come va. Magari le vacanze ci fanno bene, stacchiamo un po’ la testa, e poi vediamo.” Nonché, alcune coppie che stanno attraversando una crisi o che stanno facendo un percorso di terapia, propongono, in altri casi, a settembre: “Ma in realtà adesso stiamo meglio, quindi magari aspettiamo qualche settimana prima di fissare un nuovo appuntamento. Le vacanze sono andate bene, e vediamo come va. Magari adesso ce la facciamo da soli.” Dilatando un po’ gli appuntamenti di settembre, quindi post-vacanza. Ora, non è la prassi e non tutte le coppie fanno così. Però ci sono delle coppie che fanno questo tipo di proposte, e poi rimangono anche felicemente stupite dall’andamento delle ferie, molto più positivo rispetto alle aspettative, in funzione della crisi o delle difficoltà che magari stavano vivendo nella quotidianità. Il ruolo della routine nella crisi di coppia Perché però in vacanza le cose – talvolta, non sempre – vanno meglio? Perché sostanzialmente si cambiano i registri. Perché si crea una nuova opportunità, un nuovo modo di stare insieme. Si riorganizzano le dinamiche, si riorganizza la routine, che spesso nella quotidianità diventano dei motivi di conflitto o comunque degli obiettivi all’interno del percorso di terapia. Ma allo stesso tempo sono anche delle condanne per la coppia, cioè dei pesi che la coppia porta con sé e che vanno a incancrenire il rapporto. Perché in vacanza si sta meglio insieme In vacanza, questi pesi vengono distrutti, rimescolati, riorganizzati, e resi un po’ più fluidi. Si esce dalla routine, dalla quotidianità, dalle dinamiche del “chi fa cosa e perché”. Si vede il partner da un punto di vista diverso. Ci si riesce a dedicare più tempo, si sta un po’ di più insieme. Si dedica, ad esempio, del tempo ai figli o ad attività che anche individualmente possono far piacere, e che durante l’anno vengono accantonate. Si va a fare un po’ più di sport, eccetera. Partiamo anche più propositivi e positivi, dal punto di vista mentale, perché l’obiettivo della vacanza è “essere felici”, e la vacanza è sacra. E quindi ci impegniamo, cosa che magari nella quotidianità non facciamo. È come se, di fatto, i partner si dessero un’opportunità: l’opportunità di essere diversi, di cambiare. E così riescono, durante il periodo estivo, a essere felici. Una speranza per la relazione Questo, da un lato, è una buona notizia, perché testimonia che c’è speranza nella coppia, testimonia che – volendo – i due partner possono riuscire a stare bene, che sanno stare bene insieme, che sono capaci di stare bene insieme. Il ritorno alla realtà: cosa succede dopo le vacanze? Ahimè, il problema nasce nel momento in cui apriamo la porta di casa, dobbiamo ancora scaricare le valigie, e già iniziamo a litigare di nuovo, o iniziamo a intristirci. Torniamo grigi, torniamo nelle vecchie dinamiche. Finita la vacanza, quindi, recuperiamo anche i problemi: relazionali, emotivi. Smettiamo di darci quell’opportunità di essere felici, e quindi ricadiamo nelle vecchie modalità. Poi, magari, riprendiamo la terapia, oppure ritorna la nostra insoddisfazione. Proviamo ad andare avanti da soli, e ci adattiamo, ecco, cercando di respirare solamente durante il periodo estivo di vacanza, cercando di ricaricare le pile il più possibile. La felicità non è (solo) una questione di ferie In realtà, non è scritto da nessuna parte che si possa essere felici solo in vacanza. Le coppie, ovviamente, possono essere felici anche a casa. Possono essere capaci di darsi quelle attenzioni, quelle novità, quelle cure per sé stessi e per l’altro che sono stati capaci di darsi in vacanza. Il fatto che poi magari non lo vogliano davvero, che diano la colpa alle responsabilità, al lavoro, a questo o a quell’altro… è un altro discorso. Il problema è che, nella sostanza, smettono di prestare e di prestarsi la medesima cura e attenzione. Quindi tutto riparte da capo. Conclusione: portare la vacanza nella quotidianità Chiaro: essere capaci di stare bene in vacanza, perché ci si prende una vacanza anche dai problemi di coppia, è sicuramente un fattore positivo. È anche un’indicazione positiva del fatto che la coppia può essere capace di stare bene e di essere felice. Il problema è che poi si deve riuscire a portare quella vacanza mentale anche nel rientro a casa. Quell’atteggiamento, quel modo di fare, quella propositività devono essere agiti anche nella quotidianità. Altrimenti dobbiamo raccontarci che c’è un problema. Dobbiamo guardarci in faccia e dire che non stiamo lavorando per essere felici. Allora, solo in quel momento possiamo capire, possiamo provare a cambiarci, possiamo provare a ristrutturarci, ricostruirci, riscoprirci. E qui la terapia può ovviamente essere una delle vie percorribili per ritrovare l’equilibrio e la felicità in coppia. ### Relazione o libertà? “Ti voglio, ma mi soffochi” L’aumento dei disturbi psicologici nel periodo post-Covid Con il periodo del Covid, i disturbi psicologici sono aumentati esponenzialmente. Ora ci sono moltissime ricerche a riguardo, e magari più avanti farò un video con qualche dato per quantificare meglio il cambiamento. Tuttavia è facile intuire come alcuni disturbi — tra cui, ma non solo, quelli ansiosi — siano letteralmente schizzati alle stelle durante il periodo del Covid, in particolare durante e dopo la quarantena. Ansia relazionale: perché oggi emergono più difficoltà La cosa interessante è che questo effetto si sta vedendo ancora più chiaramente oggi, in particolare per quanto riguarda l'ansia relazionale. Coppie nate durante il lockdown: una relazione in bolla Tantissime coppie, infatti, sono nate durante il periodo del Covid: durante la quarantena, le restrizioni, l’impossibilità di vivere la quotidianità. Queste coppie, da un lato, hanno avuto l’opportunità di trascorrere molto tempo insieme, di vivere all’interno di una sorta di bolla, e di farlo tutto sommato con una certa serenità. Perché? Perché, in fondo, avevano il cuore in pace sapendo di non avere altre opportunità, di non poter fare altrimenti. È come se ognuno avesse fatto i conti con se stesso, dicendosi: "Va bene, non ho altre alternative, ma questa nuova relazione, questo nuovo amore, questo nuovo interesse... ben venga. Mi concentro su questo e me lo faccio bastare", dedicando anima e corpo a quella relazione, consapevole del fatto che le opportunità esterne erano pochissime, perché stavamo vivendo una pandemia. La fine della pandemia e il ritorno delle opportunità Ora, però, la pandemia è finita. La vita è ripartita da tempo e il mondo ha ricominciato a offrire quelle opportunità che durante il lockdown erano negate. E così, queste coppie iniziano ad avere delle difficoltà — non tutte, sia chiaro — soprattutto quelle in cui uno dei due partner ha qualche tratto ansioso, in particolare legato alla relazione. Il conflitto tra bisogno di libertà e bisogno di legame Da un lato, questa persona sente una spinta verso l’autonomia, il coraggio, la voglia di riaprirsi, di esplorare, di affermarsi anche a livello individuale. Vuole riaprirsi al mondo, fare cose da solo o da sola. Dall’altro lato, però, sente anche il bisogno di stare con la persona che ama, con la persona con cui ha trascorso due anni — come si suol dire — "due cuori e una capanna", con poche relazioni esterne. Da un lato, dunque, vuole mordere nuovamente la vita, tornare alle abitudini di prima del Covid, fare nuove esperienze, coltivare nuovi interessi, riprendersi cura di sé. Dall’altro lato, riconosce che l’altra persona è importante, che non si tratta di una relazione passeggera, ma magari di un amore vero, di qualcuno con cui vorrebbe condividere tutte queste nuove attività. Tuttavia, si sente anche soffocato da questa relazione, proprio perché, pur volendo bene all’altro e desiderando fare cose insieme, la presenza dell’altro, ormai data per scontata dopo due anni di simbiosi forzata, inizia a diventare ingombrante, come una catena. Non permette esperienze autonome, né l’affermazione di sé o quella libertà che ora si sente come necessaria. Il paradosso dell’ansia relazionale: voglio fare, ma non con te Chi soffre di disturbi ansiosi legati alla relazione si ritrova quindi in una situazione agrodolce, per niente semplice: da un lato vuole fare, ha bisogno di fare anche in autonomia, e vede l’altro come un peso. Dall’altro, vuole stare con quella persona che ama. Si crea un corto circuito: "Vorrei fare, e vorrei farlo con te, ma allo stesso tempo... non voglio farlo con te". E così nasce un circolo vizioso. Dove sta l’equilibrio tra amore e libertà? Dove sta l’equilibrio tra affermazione di sé e relazione d’amore, tra legame e libertà? Il Covid, in qualche modo, ha costretto a una scelta che, nel momento in cui è stata fatta, è sembrata anche relativamente semplice, soprattutto per quelle persone molto orientate all’indipendenza, all’autonomia, all’affermazione personale. Perché? Perché tutti questi elementi — libertà, esplorazione, contatti — erano negati. E quindi trovare un nuovo amore portava con sé una grande spinta, un grande fascino, nuova energia. Ma dopo che le gabbie si sono riaperte, si devono rifare i conti. La coppia va riorganizzata, perché ciò che fino alla pandemia è stato fonte di appagamento, pace e soddisfazione, oggi rischia di diventare una zavorra. Qualcuno da cui da un lato ci si vuole liberare, ma dall’altro di cui non si riesce a fare a meno. E allora nasce questo malumore. Come affrontare il cambiamento: ricontrattare bisogni e relazioni L’aspetto più importante, in questi casi, è proprio quello di ricontrattare, sia in coppia che con se stessi, i propri bisogni. Faccio questo esempio perché, in questo periodo in terapia arrivano moltissime richieste di questo tipo. Se prima le richieste erano legate a un aumento del sintomo — chi aveva più ansia, attacchi di panico, depressione, ecc. — spesso aggravamenti di problematiche già esistenti o latenti esplose durante la pandemia, adesso arrivano difficoltà relazionali, soprattutto da parte di coppie nate proprio nel periodo pandemico. Ora queste coppie arrivano a un punto di svolta. E per riuscire a essere felici, hanno bisogno di riorientarsi, di ritrovare l’equilibrio tra la libertà individuale, l’amore e la vita di coppia. ### Lo psicologo si accorge se un paziente mente? “Dottore, ma lei si accorge se un paziente mente?” È una domanda che ogni tanto mi viene fatta. L’altro giorno, per esempio, ero in terapia e un ragazzo giovane me l’ha posta durante il colloquio — in realtà, tipo nei primi 5 minuti. Mi ha incuriosito, mi ha attivato una sorta di lampadina nella testa. È stato molto divertente, anche perché abbiamo scherzato su questa cosa. Però, al di là dell’aneddoto in sé, mi capita di riflettere su questa domanda. Le premesse fondamentali sulla menzogna in terapia Personalmente, ci sono alcune considerazioni da fare. La prima è che, all’interno della terapia, si dovrebbe evitare la menzogna, ovviamente. Perché, se si altera volontariamente il racconto, questo non fa altro che allontanare dalla potenziale risoluzione del problema. La seconda premessa è che esistono diversi tipi di menzogne, diversi tipi di bugie, diciamo così. Al di là degli esperti in materia come Paul Ekman, che hanno costruito la loro carriera sullo studio delle menzogne e del loro mascheramento, io, in maniera molto più semplice, le divido in due categorie: Le bugie dette in maniera conscia — quelle che, nel linguaggio comune, vengono definite vere e proprie menzogne. Le bugie dette in maniera inconscia — quelle che raccontiamo senza renderci conto che si tratta di bugie, ovvero rappresentazioni della realtà molto distanti dalla verità. Bugie consapevoli: cosa succede quando il paziente mente volontariamente Il primo tipo, cioè le bugie consapevoli, dovrebbe ovviamente essere evitato nella stanza di terapia. Nel caso me ne accorga, però, non penso abbia senso smascherare. Nel senso di mettere all’angolo e dire: “Mi hai mentito, adesso lo ammetti, devi raccontarmi la verità, devi ammettere di aver sbagliato,” eccetera. Tendenzialmente, non è utile. Imporre una verità o mettere all’angolo la persona crea rigidità e ostacola il processo terapeutico. Se noto delle incongruenze, o se il modo in cui mi viene raccontata una cosa mi fa presumere che non sia del tutto veritiera, magari faccio una domanda in più. Cerco di capire meglio. Chiedo: “Guarda, non mi torna questa cosa. Fammi capire meglio.” Ma sempre rimanendo possibilista. Perché rimanere possibilisti ed esserlo davvero è parte importante del lavoro terapeutico. Bugie inconsapevoli: quando il paziente crede sinceramente nella propria narrazione Per quanto riguarda le bugie inconsce, quelle che la persona racconta a sé stessa e in cui crede davvero, spesso è proprio lì che si annida buona parte del problema. La terapia funziona anche attraverso il tentativo di rinarrare una storia che la persona ha raccontato a sé stessa con determinate spiegazioni — talvolta molto distanti dalla realtà. In qualche modo, quindi, bugie, menzogne, alterazioni o spiegazioni fallaci rispetto a ciò che è realmente accaduto diventano materia di lavoro terapeutico. La rinarrazione di queste bugie — che spesso sono inconsapevoli — diventa efficace proprio perché permette di dare un nuovo senso alla storia. Il ruolo del terapeuta: non giudice ma guida Non si tratta, in questo caso, di portare una verità assoluta, come se il terapeuta fosse in possesso della realtà ultima dei fatti. Si tratta di costruire una realtà funzionale alla percezione, all’esperienza e al vissuto del paziente. Il terapeuta non presume di essere l’esperto della vita del paziente. Presume invece di essere esperto di quel particolare tipo di problema, di quel sintomo specifico, e di saperlo affrontare nel modo più utile possibile. Ma lo fa partendo sempre dal racconto, dall’esperienza e dal vissuto che il paziente porta in seduta. Come il terapeuta si relaziona alla menzogna consapevole Se nel primo caso (quello delle bugie consce) le menzogne sono strumentali, quindi usate per alterare in modo esplicito la realtà, e il terapeuta se ne accorge, ciò che può fare non è smascherare ma cercare di capire perché sono state usate. E fare in modo che la persona si senta a proprio agio, fino a potersi aprire. Come si lavora terapeuticamente sulle bugie inconsce Nel secondo caso, quello delle bugie inconsce, cioè dei racconti che una persona fa a sé stessa per dare significato alla propria vita, si lavora con il processo di rinarrazione, di risignificazione degli episodi, degli eventi e del loro scorrere. Tutto questo con l’obiettivo di cambiare punto di vista, di assumerne uno più congruo, più funzionale e più vero rispetto al bisogno portato dal paziente. Conclusione: la menzogna in terapia come strumento di esplorazione Se dobbiamo ragionare su questo secondo aspetto, nella stanza di terapia si ha sempre a che fare con le bugie — quelle inconsce, quelle disfunzionali, quelle che necessitano di essere ripunteggiate, riorganizzate e rinarrate per non diventare più un ostacolo, ma una potenziale via di guarigione. ### Lo psicologo ha sempre chiara in testa la direzione della terapia? Il terapeuta sa sempre cosa fare? No, assolutamente no. Non è neanche previsto che sia così, in terapia. Non esistono ricette, non esistono elenchi puntati, sistemi o tabelle precompilate che, una volta seguiti pedissequamente, permettano al terapeuta di essere efficace nella cura di un disturbo psicologico, di un sintomo o di un problema esistenziale. Il "cosa fare" all'interno della terapia si basa sulla conoscenza, sull’esperienza del terapeuta e sulla sua verticalità: cioè su quante storie legate a quel tipo di problema ha ascoltato, quanto le ha studiate, quanto le ha capite e quanto "ci ha messo le mani dentro". Pattern, esperienza e flessibilità Il sistema di funzionamento, al di là dell’interazione tra paziente e terapeuta – o tra più persone, se si tratta di una terapia di coppia – segue sostanzialmente dei pattern, cioè degli schemi interni. Ma questi sono semplicemente una traccia. Il terapeuta non ne è innamorato in maniera acritica, e non li applica come se fossero degli standard o delle decalcomanie. Con la pratica clinica, ogni terapeuta sviluppa i propri schemi. Ad esempio, nella fase di consultazione, io parto sempre dal farmi raccontare il problema, cercando di capire da quando è nato, qual è stato l’esordio sintomatico, e quali tentativi di cura o risoluzione sono stati fatti. Poi passo a comprendere gli aspetti socio-demografici: relazioni familiari, lavoro, vita affettiva, relazioni significative, ecc. Consultazione: una traccia, non un protocollo Io ho questo schema in testa perché lo ritengo efficace per me, per come funziono io. Ma non ho domande preimpostate. Ho un ventaglio di domande possibili che riguardano certe tipologie di problemi o situazioni. Scelgo cosa usare in base a ciò che la persona porta. La persona inizia a raccontarsi e, in base al suo racconto, scelgo se usare una domanda o un’altra. Non è un’intervista strutturata con domande decise a priori. La padronanza delle domande utili per comprendere il problema è fondamentale. E quindi, in base a ciò che emerge, faccio quelle domande. Il valore dei pattern nella costruzione dell’intervento Allo stesso modo, ci sono dei pattern che si sviluppano in funzione della specializzazione o delle tematiche trattate. Col tempo, sentendo storie legate a un numero comunque limitato di difficoltà, si riescono a riconoscere degli schemi ricorrenti che presentano caratteristiche comuni. Anche se le persone sono diverse e hanno storie differenti, certi sintomi o problemi tendono ad avere matrici comuni. Magari ci sono 4, 5, 6 pattern ricorrenti legati a un certo tipo di problema. Tramite la conoscenza di questi, si struttura l’intervento terapeutico. L’esperienza e la capacità del terapeuta stanno proprio nel riuscire ad avere una mappa mentale, un bagaglio che gli consente di riconoscere elementi nuovi in relazione alle esperienze pregresse. La terapia come abito su misura La storia va vissuta. La terapia va fatta. Esistono linee guida, ma devono essere cucite su misura. Prendiamo la metafora del sarto: un sarto sa che una giacca avrà due maniche e due spalle, ma quando una persona entra nella sua bottega, si rende conto che ha spalle strette o larghe, braccia lunghe o corte. Allora sa già come adattare il modello. Per fare un abito su misura, però, deve prendere le misure reali. Sa già che, ad esempio, se una persona ha le spalle larghe e le braccia corte, userà meno stoffa sulle maniche e più sulle spalle. Così funziona anche in terapia: si parte dai pattern e si adattano alla persona. L’importanza del dubbio: non innamorarsi delle proprie ipotesi Il terapeuta non deve innamorarsi dei propri pattern. Non deve cercare conferme, ma deve fare l’opposto. Per essere davvero efficaci, bisogna provare a falsificare le proprie ipotesi. Cercare attivamente ciò che le smentisce, per non crollare sulle proprie convinzioni. Solo mettendo in discussione le proprie idee, cercando elementi che le contraddicono, si può capire se quell’ipotesi regge davvero. È proprio nel fallimento del tentativo di falsificazione che un’ipotesi si rafforza. Se invece cercassimo solo conferme, rischieremmo di vedere solo ciò che ci fa comodo, diventando ciechi al resto. Invece, "maltrattando" un po’ le nostre idee, opponendoci ad esse, possiamo davvero costruire qualcosa di solido. Conclusione: un processo condiviso e in divenire Questo è il processo che porta a dire: “Ma dottore, lei sa sempre cosa fare?” e rispondere: no, assolutamente no. Ho degli schemi, ho esperienza, riconosco dei pattern. Ma è solo tramite il dialogo e la costruzione della relazione terapeutica all’interno della stanza che la terapia diventa efficace. L’atteggiamento mentale corretto per un terapeuta è questo: da un lato, riconoscere schemi e connessioni che al paziente, vivendo la sua vita da protagonista, possono sfuggire; dall’altro, non credere mai troppo alle proprie ipotesi e verificarle costantemente. Solo così si può avere una ragionevole certezza che quell’ipotesi sia valida e che valga la pena seguirla, per aiutare la persona che ha chiesto aiuto. ### Come fa lo psicologo a rapportarsi alle diverse difficoltà? Anche quando non le conosce Ma dottore, lei sa tutto? Sa comportarsi con qualunque tipo di paziente? Sa affrontare qualunque tipo di situazione? Sa risolvere o trattare qualunque tipo di disturbo? No, assolutamente no, a nessuna di queste domande. La necessità di specializzazione in psicoterapia Se dobbiamo parlare un po’ di aspetti tecnici della psicoterapia, ovviamente al di là delle considerazioni semplici, anche legate al buon senso, è inverosimile pensare che un terapeuta sappia trattare qualunque tipo di difficoltà. Anche perché, banalmente, per riuscire ad essere efficaci in questo mestiere è necessario avere delle verticalità, cioè delle specializzazioni in alcuni temi piuttosto che in altri. Ad esempio, io, nei centri che coordino, tratto principalmente problemi relazionali, sentimentali, di coppia e problemi depressivi. Sono queste le tre macro-aree di intervento. Ma all'interno di queste stesse macro-aree, ovviamente, ci sono ulteriori suddivisioni, ulteriori specializzazioni, ulteriori verticalità. Ad esempio, quando si parla di tematiche di coppia, è molto diverso trattare un tradimento piuttosto che mettersi a lavorare su temi di genitorialità, o su conflittualità con le famiglie di origine, o ancora su aspetti di comunicazione all’interno della coppia o di sessualità. Ci sono tante declinazioni diverse, tante difficoltà diverse: tante quante, potenzialmente, sono le persone o le coppie, diciamo così, sulla faccia della Terra. Il terapeuta non può sapere tutto Quindi, sbrigata la parte di buon senso, a cui è facile arrivare, il terapeuta, di fatto, non può sapere tutto e non può neanche pensare di essere pronto a trattare tutto. L’importanza della conoscenza di sé per il terapeuta E quindi come si fa? Qual è l’atteggiamento che il terapeuta dovrebbe assumere per riuscire ad essere utile all’interno delle situazioni e comunque giocare al meglio le risorse che ha, nel trattare o aiutare una persona (o più persone) ad affrontare il loro problema? Deve partire da sé, dalla conoscenza di sé. Nel senso che è solo tramite — si presume — una profonda conoscenza di sé che si è in grado di andare a capire, a comprendere l’altro. O, meglio ancora, la "composizione" — adesso uso questo termine un po’ tecnico — che il terapeuta assume all’interno della stanza di terapia, rispetto alla persona che sta cercando di aiutare. Perché è in funzione anche dei cambiamenti che percepisce, delle emozioni che percepisce su di sé, che poi questi diventano via e guida per comprendere a fondo — per davvero — la situazione, e di conseguenza essere utili alla persona che appunto si è rivolta a noi. La metafora del ciclotrone: il terapeuta come strumento di rilevazione Faccio un esempio che non è mio, lo prendo in prestito da Marpa Crisciani — oltre che un collega, è soprattutto un amico, ed è anche colui che ha scritto la prefazione del mio libro. Lui ha diverse docenze e, più volte, insomma, l’ho sentito citare questa cosa che è molto carina e anche abbastanza rappresentativa. Ora, probabilmente non la racconterò bene come lui, però la metafora rende assolutamente l’idea. Si prende spunto dalla fisica — come molte volte accade, una scienza prende in prestito un concetto da un’altra (e viceversa) per riuscire a esplicare un sistema, un meccanismo che le appartiene, ma per cui magari non esiste un termine proprio. Lui parla di ciclotrone. Che cos’è il ciclotrone? È una struttura gigantesca in cui vengono "sparate" all’interno tutta una serie di particelle. E siccome le particelle sono impercettibili, per riuscire a studiare e comprendere nuovi sistemi, nuove particelle, quello che si fa è cercare di studiare le reazioni che le particelle che conosciamo hanno nel momento in cui si scontrano con particelle nuove, che non conosciamo. Quindi, all’interno di questo mega-macchinario, che ha tutto un sistema di rilevazione di queste esplosioni, di queste reazioni, quando le particelle tra loro si scontrano, vengono registrati i risultati. Nel momento in cui due particelle che conosciamo si scontrano, generano un certo tipo di reazione, e il ciclotrone la registra. Quando, invece, si genera una reazione — un’esplosione — che non conosciamo, allora si riesce a dedurre, tramite la registrazione del ciclotrone, contro cosa si è scontrata la particella che conosciamo: contro qualcosa che non conosciamo ancora, che magari non siamo capaci di nominare. Ma, in funzione della reazione, e quindi dell’esplosione, siamo in grado di andare a dedurre che tipo di particella è, o almeno ad avvicinarci. Il positioning interattivo nella relazione terapeutica In psicoterapia accade la stessa cosa. Il terapeuta è una particella, che in un qualche modo si scontra con la particella-persona, ovvero il paziente che chiede aiuto. È in funzione della reazione — e quindi anche delle sue emozioni, delle sue sensazioni, delle sue reazioni — che impara a conoscere l’altro. Quindi un terapeuta non può partire dall’idea che tutto sia noto, tutto sia conosciuto, e che quindi qualsiasi problema possa essere trattato tramite degli standard, delle ricette. È in funzione, anche e soprattutto, della conoscenza di sé, che interagendo con l’altro, è in grado di andare a capire l’altro. Proprio perché parte da una conoscenza di sé — si presume — sufficientemente approfondita. Questo si chiama positioning interattivo, cioè un posizionamento, una posizione che il terapeuta assume all’interno della stanza, in funzione delle caratteristiche del paziente. E, tramite l’interazione, tramite la reazione (se dobbiamo usare il termine dell’esempio del ciclotrone, “l’esplosione”), allora è in grado di conoscere e comprendere l’altro in funzione della conoscenza che ha di sé stesso. E da lì si sviluppa quella che è chiamata la relazione terapeutica, che poi è la base del processo di cura, ovvero della psicoterapia. Conclusioni: il limite necessario e il valore dell'interazione Ora, questo esempio serve per spiegare che: Un terapeuta non può basarsi sull’idea di poter trattare tutti i problemi, e che, per riuscire a farlo con una certa efficacia, conviene specializzarsi, scegliere dei settori precisi. Più il settore è stretto, più la nicchia è definita, più è verosimile diventare esperti in qualcosa. Il terapeuta deve sempre partire dall’idea che, per quanto ci possano essere delle similitudini tra le diverse storie che le persone portano, è solo attraverso la reazione e l’interazione tra la propria personalità e quella della persona che si sta cercando di aiutare che si riescono a trovare le vie per rendere la terapia davvero efficace. ### Gelosia tra fratelli Parliamo di gelosia tra fratelli: che cos’è, che forme può avere, come la si può gestire e qual è l’approccio che un genitore dovrebbe adottare per trasformare questo potenziale problema in una risorsa, o almeno per imparare a vederlo come tale. La gelosia tra fratelli è naturale: riconoscerla è il primo passo Chi è genitore di due o più figli, nella sua esperienza genitoriale, si sarà sicuramente trovato a dover affrontare e gestire la gelosia tra fratelli. La prima cosa da chiarire è che la gelosia, soprattutto all’interno della famiglia – quindi tra fratelli, che siano due o tre – è qualcosa che non deve assolutamente essere negata, né ostacolata o respinta. Si tratta di un’emozione naturale, fisiologica e parte del processo evolutivo dei bambini. È quindi qualcosa che va gestita, affrontata e attraversata: un’esperienza che va vissuta e rielaborata. Se proviamo a negarla o a ignorarla, tenderà semplicemente a crescere e a manifestarsi in altre forme meno gestibili. Le principali forme di gelosia tra fratelli 1. Regressione nel primogenito Una delle manifestazioni più comuni è la regressione, tipica del primogenito. Questo, avendo sperimentato un amore esclusivo da parte dei genitori, può reagire all’arrivo di un fratellino o sorellina regredendo in alcune fasi dello sviluppo. Tali comportamenti sono tentativi di ricevere più attenzione e cure, poiché il bambino vive l’arrivo di un altro come una minaccia alla propria centralità affettiva. Nella mente del bambino può esserci l’idea che solo lui sia degno dell’amore dei genitori, e che quell’amore non debba essere diviso – quasi fosse una torta – con altri. I fratelli minori, invece, non sperimentano la stessa esclusività e quindi vivono in modo diverso la relazione genitoriale. 2. Competizione tra fratelli Un’altra forma tipica è la competizione, ovvero il tentativo – da parte di uno o entrambi i fratelli – di affermare la propria supremazia o diritto alle attenzioni dei genitori. Questo si traduce spesso in dinamiche continue di confronto e rivalità, che possono logorare il clima familiare se non vengono gestite correttamente. 3. Conflitto diretto Infine, la gelosia può sfociare in conflitti aperti: litigi, bisticci e tensioni dove l’obiettivo non è più solo attirare attenzione, ma anche prevalere sull’altro. Si tratta di uno stadio più esplicito, in cui la frustrazione prende il sopravvento. Qual è l’approccio educativo più efficace per un genitore? L’atteggiamento più utile da parte di un genitore non è il giudizio, né la repressione. Negare la gelosia o far sentire il bambino sbagliato perché la prova non è una strategia educativa efficace. Al contrario, il genitore dovrebbe essere un facilitatore: aiutare il bambino a esprimere e comprendere ciò che prova, senza colpevolizzarlo. In questo senso, è importante evitare frasi come: “Sei il più grande, devi dare il buon esempio.” “Sei il più grande, quindi devi capire che adesso lui/lei ha bisogno di me.” “Tu devi aspettare, adesso devo occuparmi di lui/lei.” Anche se in alcune circostanze queste situazioni possono essere inevitabili, non devono diventare la norma comunicativa. Il messaggio implicito, infatti, rischia di essere che provare gelosia sia un errore, quando invece è una risposta emotiva naturale, che ha bisogno di essere accolta ed elaborata. Trasformare la gelosia in risorsa: una palestra relazionale Tutto questo percorso – faticoso ma prezioso – può trasformare la gelosia in una risorsa educativa. La presenza di un fratello o una sorella diventa una vera e propria palestra sociale, in cui si apprendono competenze relazionali, emotive e comunicative che saranno fondamentali per tutta la vita. Un figlio unico, ad esempio, non ha modo di sperimentare certe dinamiche familiari e dovrà acquisire quelle competenze in contesti esterni. Per questo motivo, se noi genitori impariamo a vedere la gelosia non come un vincolo ma come un’opportunità, potremo aiutare i nostri figli a sviluppare strumenti relazionali che torneranno utili anche al di fuori del nucleo familiare. Conclusione: la gelosia come opportunità di crescita In definitiva, la gelosia tra fratelli non è un’emozione da temere o combattere, ma da comprendere, attraversare e trasformare. Spetta ai genitori il compito di creare uno spazio sicuro in cui i figli possano esplorare le loro emozioni, dando loro la possibilità di crescere insieme e imparare a relazionarsi in modo sano e autentico. Nonostante la fatica che comporta, la gestione della gelosia può diventare un vero e proprio strumento educativo e di crescita, sia per i figli che per i genitori stessi. ### Essere psicoterapeuta: come impatta sulla vita privata Dottore, ma il fatto di essere psicoterapeuta non ti impone un certo contegno anche al di fuori del setting? E, in un qualche modo, questo non ti fa sentire limitato? È una domanda che mi è appena arrivata come commento sotto uno dei (ormai innumerevoli) video su YouTube. È qualcosa su cui ho già ragionato in passato — anche se non proprio con questo taglio — in alcuni contenuti. Questa è una domanda sulla quale mi sono interrogato tanto. Il ruolo del terapeuta e l’impatto sulla vita privata Nella mia testa, mi sono sempre domandato quale fosse il ruolo che dobbiamo assumere e come questo possa impattare sulla nostra vita privata. Ad esempio, anche come questo possa in qualche modo alterare alcuni miei equilibri. In un contenuto relativamente recente, ho provato a spiegare come le “lenti” della scuola di psicoterapia — e quindi le competenze cliniche che si acquisiscono nel percorso fino a diventare psicoterapeuta — vadano in qualche modo a condizionare il modo in cui si guarda il mondo. È un aspetto che penso valga la pena esplicitare a chi si approccia a un lavoro del genere. Contegno fuori dal setting: un limite o una scelta? Per questo dico che una domanda come questa, cioè il fatto di darsi un contegno, un tono anche al di fuori del setting, ha un taglio diverso, ma rappresenta comunque un tema molto importante. Ti dico un po’ le riflessioni che ho fatto e sulle quali sicuramente continuerò a interrogarmi. Professione identitaria e vocazione Da un lato, mi viene da rispondere che c’è una parte per cui questo lavoro ha sicuramente a che fare con un grande studio, un grande impegno, delle fatiche — ma questo vale, sostanzialmente, per la quasi totalità dei lavori. Dall’altro lato, però, porta con sé anche un aspetto vocazionale, nel senso che penso che per riuscire a farlo bene si debba essere sufficientemente capaci di rispondere alla domanda: “Cosa fai nella vita?” con “Sono psicoterapeuta”, piuttosto che “Faccio lo psicoterapeuta”. Perché diventa, di fatto, identitario. E quindi, nonostante io mi sia interrogato tanto su come questa professione potesse impattare — o impatterà — sulla mia vita, mi sono molto più interrogato sull’alterazione della percezione del mondo che avrei potuto avere, legata a una professione del genere, piuttosto che su come questa avrebbe alterato o influenzato il mio comportamento. In questi termini, infatti, non ho mai sentito particolari limitazioni. Scelte comunicative e coerenza professionale Chiaro: rispetto ad alcuni contesti, c’è sicuramente una formalità che deve essere mantenuta. Ad esempio, su YouTube — dove ho fatto penso quasi 600 video — o su Instagram — dove credo di averne pubblicati altrettanti, tra storie, video, post, ecc. — penso che tu non mi abbia mai visto senza camicia. Questo perché il taglio che ho scelto di dare alla mia comunicazione è un taglio esclusivamente professionale. Ovviamente non vado a dormire con la camicia, anzi: sono un amante delle braghette, se è una cosa che ti può interessare. Penso che siano l’abbigliamento più comodo in assoluto! Però è chiaro che, rispetto al tipo di comunicazione che scelgo di dare quando faccio contenuti, quando vesto — in un certo senso — i panni del professionista, ci vuole un certo rigore. Strategie per tutelare la sfera privata Rispetto invece alla vita privata, quindi ad esempio al mio vivere quotidiano come Matteo — piuttosto che come padre, come marito, come amico — ho cercato (e uso) delle strategie che, a mio avviso, tutelano sia la mia professionalità, sia la mia persona. Strategie che, per ora, ritengo sufficienti e che non mi fanno sentire limitato. Ad esempio, ho scelto di mettere un certo numero di chilometri tra la mia abitazione, quindi il contesto che caratterizza la mia quotidianità, e i miei studi professionali. Vivo in Brianza, ho studio ovviamente in Brianza, ma non ho — e penso non avrò mai — studio nello stesso paese o nella stessa città in cui vivo, né in un raggio troppo ristretto di chilometri. Questo non tanto perché ho paura di mostrare una parte di me che esula dall’immagine professionale, quanto perché penso ci debba essere un rispetto reciproco della privacy: mia, ma anche della persona che a noi si rivolge. E credo che, in termini di utilità, mostrare una parte così personale — “senza camicia”, per usare un’espressione simbolica — non sia utile, neanche alla persona stessa. O meglio: non a tutte. Uso dei social e immagine pubblica Quindi sì, ci sono sicuramente delle regole, delle accortezze che vale la pena utilizzare. Ad esempio, ho scelto — ma questo perché già di mio sono così, quindi non l’ho vissuta come un’imposizione o un vincolo — di non avere un profilo social personale. Né una pagina, né un profilo Facebook personale. È una cosa che, tendenzialmente, nella mia vita privata, mi interessa poco. Ho scelto di avere solo un profilo professionale. Nella mia esperienza specifica, quindi, questi limiti non li ho percepiti. Ho percepito piuttosto degli “effetti collaterali” della professione, più che dei limiti: ad esempio, l’influenza delle lenti che la scuola di psicoterapia — come dicevo prima — ti impone. Una volta che le indossi, fai fatica a toglierle nel guardare il mondo. Ma sull’idea di “immagine” o di “contegno”, no, non ho mai percepito limitazioni significative. Incontri fortuiti e gestione della privacy del paziente Certo, ci sono state delle situazioni che hanno richiesto una gestione. Ad esempio, è capitato che, al matrimonio di cari amici, incontrassi dei miei pazienti. Così come mi è capitato di incontrarli al ristorante. Penso che poi, in quei casi, tutto dipenda dalla sensibilità di ciascuno, nel decidere quale tipo di comportamento utilizzare. Ci sono ad esempio persone — e questo lo dico spesso, quando capita l’occasione, all’inizio o alla fine di una seduta — che mi dicono: “Dottore, l’ho vista che stava correndo”. Questa cosa, se mi segui, l’ho già dichiarata più volte: ho la passione per il running. In questi casi, sorrido. Non c’è problema. Fa parte di me. Non sono in imbarazzo nel comunicarlo o nell’esplicitarlo. Dall’altro lato, ci sono cose che preferisco non dire. Dall’altro ancora, quello che dico sempre ai pazienti è che, se mai dovessimo incontrarci al di fuori della stanza di terapia — ad esempio, appunto, a un matrimonio o in un ristorante — aspetto sempre che sia l’altro a salutarmi. Non saluto io per primo, a meno che la persona non sia da sola. Questo perché voglio tutelare, in termini di rispetto, la privacy dell’altro, che magari si trova in un contesto in cui — per vari motivi — non desidera che si sappia che ha iniziato un percorso di terapia o che ha a che fare con uno psicologo/psicoterapeuta. Quindi, se è l’altro a salutarmi, lo saluto e possiamo scambiarci due chiacchiere. Altrimenti, magari ci si fa solo un cenno, e buonanotte. L’obiettivo è sempre quello della tutela reciproca. E, tra terapeuta e paziente, quello che deve essere tutelato è sempre la persona che si rivolge a me. Conclusione: contegno sì, ma senza sentirsi limitati Per farla breve: non ho mai percepito particolari limitazioni, almeno su questo aspetto. Su altri sì, per questi aspetti ti rimando ai prossimi articoli. ### Stonewalling Parliamo di modalità relazionali e strategie comunicative, più nello specifico di stonewalling. Cosa significa "stonewalling"? Il termine stonewalling deriva dall’inglese “stone wall”, cioè “muro di pietra”, e indica una modalità relazionale in cui uno dei due partner – o almeno uno dei due – si mostra estremamente chiuso e poco comunicativo. Anche quando viene sollecitato o incalzato, la sua risposta è quella di “alzare un muro”. Le risposte diventano monosillabiche, come “sì” o “no”, oppure si manifestano in un totale silenzio. Non si tratta nemmeno di una vera e propria evasione, ma piuttosto di una non risposta sistematica. Origine e contesto dello stonewalling Lo stonewalling ha origine nelle pratiche negoziali o legali, dove viene utilizzato come strategia per guadagnare tempo, evitare errori o esercitare pressione sulla controparte. In questi contesti, il conflitto è esplicitamente dichiarato e fa parte del processo stesso. Tuttavia, quando questa modalità viene adottata all’interno di una relazione affettiva, i danni sono ben più profondi. Non c'è dichiarazione di conflitto, non c'è condivisione della strategia: si entra in una dinamica implicita, spesso manipolatoria, che mina le fondamenta del rapporto. Stonewalling come strategia comunicativa disfunzionale Nel contesto negoziale, lo stonewalling non serve a negare il dialogo in modo definitivo, ma piuttosto a prendere tempo e riflettere. In una relazione, invece, si trasforma in una strategia tirannica. Chi lo mette in atto abbandona il linguaggio dell’amore e adotta un approccio conflittuale, spesso senza dichiararlo. In questo modo, impone all’altro un terreno comunicativo squilibrato e manipolatorio, in cui il silenzio viene usato come arma psicologica per ottenere maggiore disponibilità, flessibilità o sottomissione dall’altra parte. Il ricatto emotivo del silenzio Chi agisce lo stonewalling cerca di generare un vero e proprio ricatto emotivo: il silenzio diventa così sgradevole e logorante che l’altro, pur di non affrontarlo nuovamente, preferisce tacere o smettere di porre domande. Si crea così una dinamica in cui la comunicazione è interrotta, ma non si apre nessuno spazio per il confronto o la crescita di coppia. Stonewalling e rischio di separazione Diverse ricerche psicologiche indicano che lo stonewalling rappresenta uno dei principali indicatori predittivi di separazione o divorzio. Non rispondere, non dialogare, non esporsi: tutto questo priva la coppia della possibilità di costruire una realtà condivisa. La relazione, così facendo, diventa imposta unilateralmente e non più frutto della volontà comune. Anche se la coppia continua a rimanere insieme, lo stonewalling lascia dietro di sé una scia di non detti, sospesi e tensioni latenti che possono minare nel tempo la stabilità del legame. Conclusioni: perché evitare lo stonewalling nelle relazioni Attenzione a utilizzare lo stonewalling come strategia relazionale. E attenzione se il tuo partner lo utilizza: si tratta di un comportamento estremamente deleterio. Anche quando la relazione prosegue, questo meccanismo lascia aperte ferite invisibili ma profonde, che rendono difficile – se non impossibile – il vero dialogo. Per costruire una relazione sana servono parole, confronto, ascolto reciproco. Il silenzio, quando è imposto come strategia di controllo o manipolazione, non è rispetto dei tempi dell’altro, ma un modo per negargli la possibilità di esistere davvero all’interno della coppia. ### Dire “no” agli altri per dire “si” a se stessi Imparare a dire no agli altri per dire sì a se stessi. Questa è una frase che spesso mi avrai sentito dire, perché penso che sia particolarmente importante come forma mentis per costruire la propria felicità. Però non è affatto semplice da applicare e suscita qualche interrogativo. Tant’è che mi sono arrivate recentemente delle domande, soprattutto su Instagram, in cui mi si chiedeva: “Dottore, che cosa intende? Dovrei dire più no? Perché dice che dire no agli altri significa dire sì a se stessi? È molto interessante... io riesco a farlo solo con le persone a cui tengo, e non con gli estranei o i conoscenti. Non dovrebbe essere il contrario?” Perché dire no è fondamentale per il benessere personale Quando dico che talvolta dire no agli altri significa dire sì a se stessi, è perché molto spesso – soprattutto in un mondo iperconnesso, pieno di stimoli, dove siamo bombardati da richieste – il nostro tempo è limitato. Lo spazio che dobbiamo (o dovremmo) dedicare a noi stessi non può essere aumentato, mentre aumentano costantemente gli stimoli esterni. Per questo motivo, dobbiamo diventare capaci di selezionare attentamente ciò a cui prestare attenzione. Se non mettiamo un filtro in ingresso e rimaniamo sempre disponibili alle sollecitazioni, rischiamo di non avere più tempo né spazio per noi stessi. Dire no come forma di rispetto verso se stessi Dire no agli altri – che si tratti di una richiesta, un invito, un compito o un lavoro – può rappresentare una forma di rispetto verso se stessi. Soprattutto quando ci accorgiamo che i “sì” che diciamo sono diventati troppi. Il “sì” spesso è una risposta automatica. Ci facciamo in quattro per soddisfare le richieste altrui, ma poi ci ritroviamo in difficoltà con noi stessi: fatichiamo a riconoscerci, a sentirci in equilibrio. I bisogni nascosti dietro il sì incondizionato Dietro al “sì” c'è spesso un bisogno di riconoscimento, approvazione o gratitudine. Ma non è attraverso il “sì” incondizionato che otteniamo davvero queste cose. Solo attraverso l’ascolto di noi stessi, dei nostri bisogni e delle nostre priorità, possiamo imparare a selezionare con consapevolezza dove indirizzare le nostre energie e attenzioni. Il paradosso relazionale: dire no a chi amiamo Come accennato nella domanda iniziale, spesso accade qualcosa di paradossale: siamo più portati a dire sì a persone con cui non abbiamo una relazione profonda (conoscenti, colleghi, contatti occasionali), e più propensi a dire no a chi ci è realmente vicino. Lo facciamo convinti che le persone a noi care possano capirci meglio. Ma così facendo, finiamo per trascurare proprio le relazioni più importanti. Le mettiamo in pausa, chiedendo comprensione, mentre investiamo tempo ed energia in relazioni meno significative. Il rischio: perdere sé stessi e le relazioni che contano Se questo schema si ripete nel tempo, rischiamo di perderci. Da un lato, abbiamo tante relazioni superficiali con persone che ci dimostrano una gratitudine momentanea; dall’altro, ci rendiamo conto – troppo tardi – di non aver nutrito le relazioni che davvero contano. Così, col tempo, sperimentiamo un senso di disconnessione da noi stessi e dagli altri, perché abbiamo dato troppo a chi non ci arricchisce davvero. Come imparare a dire no senza sensi di colpa Capire le proprie priorità Il primo passo è conoscere sé stessi: comprendere cosa è importante, quali sono le nostre priorità, e dove vogliamo davvero investire il nostro tempo e le nostre energie. Le relazioni che contano devono essere le prime a ricevere la nostra attenzione. Solo se ci avanzano risorse, possiamo dedicarle ad altri stimoli o sollecitazioni esterne. Distinguere tra relazioni importanti e secondarie Se chi ci fa una richiesta non è una persona che ricoprirà un ruolo importante nella nostra vita, allora possiamo tranquillamente valutare di dire no. Diverso è il caso in cui la relazione sia in costruzione e abbia per noi un significato potenziale: lì ha senso investire, ma con consapevolezza. Farsi domande per scegliere consapevolmente Se non abbiamo intenzione di contare su una relazione nel futuro, chiediamoci: Perché dico sì? Ho paura di essere rifiutato? Temo di risultare scomodo o antipatico? Cosa sto perdendo dicendo sì a questa persona? Cosa sto lasciando indietro che invece conta per me? Conclusione: dire no agli altri per dire sì a se stessi Dire no agli altri significa tutelare le nostre priorità, proteggere il nostro spazio e le nostre energie. Significa soprattutto proteggere e coltivare le relazioni che per noi contano davvero. Non è egoismo. È consapevolezza. E in un mondo che ci chiede costantemente di essere disponibili, saper dire no è un atto di autenticità e di amore verso sé stessi. ### Problemi che se non risolti distruggono la coppia Dottore, quali sono gli indicatori che, sul lungo periodo, potrebbero far scricchiolare la coppia? Potrebbe proporlo in una situazione di crisi? O meglio: quali sono gli elementi a cui è bene prestare attenzione, e che è bene affrontare con una certa celerità, cioè evitando che questi si cronicizzino, poiché la cronicizzazione — cioè il non affrontare il problema in tempi relativamente celeri — potrebbe andare a compromettere la relazione stessa? Domanda che mi è arrivata su Instagram, molto interessante, poiché, nonostante io lavori da anni — ormai sono dodici anni di terapia di coppia — non ho mai provato a fare una specie di vademecum del rischio, ossia: quali sono gli elementi a cui prestare attenzione, le dinamiche a cui prestare attenzione, e che è bene non lasciare inesplorate e non affrontate all'interno di una relazione, soprattutto quando una o più di queste aree non risultano pienamente appaganti. Allora, come sai, non sono un fan delle liste, però qualche punto, quattro o cinque, possiamo metterli in fila, in modo tale da usarli come spunti di riflessione, sicuramente nei commenti, ma magari anche poi per alcuni video successivi. Vado in ordine sparso, non c’è un criterio di priorità. Ciò che è importante per una coppia potrebbe non esserlo per un’altra. Ovviamente, ciò che andrò a dire deve essere sempre collocato all’interno delle dinamiche della coppia specifica, e quindi funziona anche in base ai significati che questa ha e attorno ai quali costruisce la propria relazione. 1. Regole, confini e routine troppo rigide La coppia, per definizione, è trasformazione e costruzione, e quindi cambiamento. Molte coppie iniziano la loro relazione e costruiscono, contrattano, le loro regole, ma poi, nel lungo andare, si dimenticano che queste regole devono essere continuamente ricontrattate e riscritte. Invece, le danno per assodate, per certe, per definite, per immutabili. E quindi entrano in quel meccanismo per cui "si è sempre fatto così", "dobbiamo fare così" e "dovremo continuare a fare così", anche se quel "così", in quel momento, diventa stretto, scomodo, perde significato. Così si perdono all'interno della routine, delle scadenze della loro giornata, della loro vita e della loro relazione. Smettono di chiedersi il perché fanno determinate cose, e si lasciano vivere dalla vita. Quindi: il sabato vanno a fare la spesa, la domenica dai genitori o dai suoceri, poi lavano l’automobile, il lunedì tornano in ufficio, la sera guardano Netflix, il martedì procede nella stessa maniera, e via discorrendo. Non c’è niente di male nella routine, a patto che questa non diventi rigida, perché se diventa rigida il rischio è che la persona perda la consapevolezza e il significato di ciò che fa, e quindi anche il piacere e il valore nel farlo. Non date per scontata la routine. Ricontrattatela. Chiedetevi se ciò che state facendo è effettivamente ciò che desiderate, ciò che vi rende felici. 2. Solo interessi individuali o solo interessi di coppia La coppia è fatta da una parte individuale e da una parte relazionale, da una parte funzionale di condivisione con l’altro, con il partner. Entrambe devono essere coltivate. Se all’interno di una coppia i due partner hanno solo interessi individuali, questa cosa, sul lungo periodo, li porterà a vivere sostanzialmente delle vite parallele: condivideranno spazi, come la casa, ma si troveranno a essere più coinquilini che amanti o compagni. Di contro, avere solo interessi di coppia, senza alcuno spazio dove affermare la propria autonomia, indipendenza, libertà — sperimentare sé stessi senza l’altro — produce un effetto analogo: l’incapacità di conoscersi anche al di fuori della coppia. Si finisce per dare l’altro per scontato e si innesca di nuovo quella dinamica per cui si diventa più fratelli e sorelle, o appunto solo coinquilini. 3. Intesa sessuale e comunicazione intima È facile capire come la coppia debba trovare la propria intesa sessuale. Non c’è un’intesa sessuale “giusta”, non c’è un numero giusto di rapporti, non c’è un tipo o una qualità “giusta”. È giusto ciò che fa stare bene la coppia. Ma deve partire dal presupposto che questa intimità, la sessualità, deve essere continuamente trasformata, ricontrattata. Ciò che andava bene all’inizio magari non va più bene dopo cinque anni — o nemmeno dopo cinque mesi, o dopo dodici anni, o dopo l’arrivo dei figli. Non bisogna dare per scontato: “abbiamo sempre fatto così”, “prima era appagante, ora no”. È necessario chiedersi: che cosa è cambiato? Che cosa è appagante adesso? I bisogni attuali non sono quelli del passato. Come dobbiamo cambiare? Come possiamo ristrutturarci? 4. Il desiderio di cambiare l’altro Molte relazioni iniziano con presupposti sbagliati: vedo in te qualcosa che mi piace, o penso che ci siano delle potenzialità, ma comunque devi cambiare. La mia missione — soprattutto nei primi anni — diventa trasformarti, cambiarti, educarti, far sì che tu diventi come io ti immagino. Questo genera insoddisfazione costante. È normale che ci siano cambiamenti, adattamenti, compromessi. Non è normale che una persona agisca sempre con l’obiettivo di rieducare l’altro, proiettando su di lui aspettative di cambiamento che magari non gli appartengono, che non desidera, o che semplicemente non vuole. Così, anche se si vedono delle potenzialità, si rimane sempre ancorati a ciò che potrebbe essere, anche se la relazione esiste da anni. Si vive con un continuo senso di insoddisfazione. È una battaglia infinita, da Don Chisciotte contro i mulini a vento, che non porta risultati, perché ogni piccolo progresso viene cancellato alla prossima crisi. 5. Gelosia, controllo e fiducia nella relazione Può succedere che, all’interno della coppia, ci siano problemi di gelosia o di fiducia — magari perché questa è stata tradita in passato. Tuttavia, questi problemi devono essere affrontati, non possono essere lasciati lì, non possono diventare dinamiche attorno a cui la coppia si organizza. Non può diventare normale che il funzionamento della coppia ruoti attorno alla gelosia. Serve un certo grado di fiducia, per far sì che l’altro sia libero di esprimersi — e anche per ricevere conferme e soddisfazioni autentiche. Se queste conferme arrivano solo perché c’è un occhio vigile e controllante, saranno risposte fittizie. In una relazione di lungo corso può esserci un problema di fiducia, ma questo va attraversato, non ignorato. L’elemento attorno al quale la coppia si dovrebbe organizzare non è il problema, ma il tentativo di soluzione. Dovremmo chiederci: cosa possiamo fare perché questa fiducia o questo controllo si modifichino, migliorino? Cosa siamo disposti a fare, entrambi, per trovare un nuovo equilibrio, per andare oltre la crisi che stiamo vivendo? Conclusioni: i segnali di crisi nella coppia vanno ascoltati subito Questi sono solo alcuni aspetti. Ovviamente non si tratta di un elenco esaustivo, ma di quelli che, in base alla mia esperienza, sono i principali temi di logoramento nelle relazioni di coppia. Sono temi silenziosi, non esplosivi. Non distruggono nell’immediato, ma si insinuano nella relazione e, piano piano, la logorano, creano crepe. E quando ci accorgiamo del problema, può essere troppo tardi. Ecco perché dico che sono elementi cui prestare attenzione in continuazione, perché, nella mia esperienza, molte volte quando ci si accorge del problema è troppo tardi. ### Ansia alla guida Parliamo di ansia al volante: preoccupazione alla guida, agitazione e panico, paura quando ci si trova su un mezzo di trasporto – nello specifico, l’automobile. Capita sempre più spesso, soprattutto in periodi di vacanza come questo, di ricevere telefonate che suonano più o meno così: «Sono sempre stata una persona abbastanza ansiosa, ho sempre avuto qualche difficoltà alla guida, però ultimamente stare in autostrada – quindi su strade a veloce percorrenza – piuttosto che in colonna o in galleria, mi scatena proprio un attacco di panico. Mi sento particolarmente agitata, vado in confusione, e quindi evito, faccio il possibile insomma per non espormi a situazioni di questo tipo». Ovviamente, con tutte le ripercussioni che questo può avere sulla vita quotidiana. «Sono sempre stata una persona molto libera, a cui piaceva viaggiare, eccetera, ma ultimamente, a causa di un episodio spiacevole – un incidente, o senza un motivo preciso – ho iniziato a sviluppare questa ansia. Siccome nel mio lavoro, o nelle mie ferie, è previsto che io debba spostarmi in auto o fare progetti che comportano viaggi, sono nel pallone e non so che fare». Ansia alla guida: agorafobia o claustrofobia? Di cosa si tratta? Di ansia, sicuramente. Ma è sul versante agorafobico, quindi legata più alla paura di “andare”, detta in soldoni? O sul versante claustrofobico, cioè la paura di restare costretti all’interno di un luogo? La risposta non è semplice. O meglio: potrebbe essere entrambe le cose. Non è il sintomo, per definizione, che può essere utilizzato per comprendere quale sia la patologia, bensì il significato che quel sintomo assume. Quindi è importante riuscire a disambiguare questi temi e i significati che stanno dietro al disagio vissuto. Esempi pratici di ansia al volante Faccio un esempio. Se la sensazione di disagio alla guida è sempre la stessa – ad esempio, una forte ansia nel percorrere un’autostrada, o una sensazione di soffocamento e agitazione quando si resta imbottigliati nel traffico o in colonna – oppure se si è in allerta, quindi la persona non sta vivendo quella situazione nello specifico ma l’idea potenziale di potercisi trovare modifica comunque il suo comportamento (optando magari per la rinuncia allo spostamento o per farsi accompagnare da qualcuno), allora bisogna cercare di capire qual è il significato sottostante. Ipotesi claustrofobica Se ragioniamo sul versante claustrofobico, legato cioè alla paura di rimanere costretti in un luogo, la colonna, la galleria o anche la strada a veloce percorrenza possono essere indicatori che la persona prova disagio in situazioni in cui non può evadere, non può allontanarsi immediatamente quando percepisce un malessere. L’idea di rimanere in questa “scatoletta di metallo” che è l’automobile, magari all’interno di una galleria, e star male senza potersi fermare né scappare, o restare imbottigliati in colonna e non poter abbandonare l’auto, genera ansia. Questa è l’ipotesi claustrofobica. Ipotesi agorafobica Se però gli stessi sintomi li osserviamo da un punto di vista agorafobico, quindi come paura degli spazi aperti, dell’“andare”, allora cambiano i significati. Ad esempio, una persona con agorafobia potrebbe sentirsi a disagio in una strada a veloce percorrenza perché questa la porta troppo lontano dalla sua “base sicura”, dalla sua zona di comfort, dalla sua casa. Allontanarsi oltre un certo raggio può scatenare panico, ansia, agitazione. Oppure rimanere in colonna può dare fastidio non tanto per l’imbottigliamento in sé, quanto per l’impossibilità di ricevere aiuto nel caso in cui si stia male. Il pensiero è: “Se sto male, cosa succede? Sono qui da solo/a”. Quindi, nonostante il sintomo a un livello superficiale sia lo stesso, il significato sottostante può essere completamente diverso. Come affrontare l’ansia alla guida Cosa si fa in questi casi? Oltre a ricorrere, ovviamente, a un percorso di psicoterapia – che può essere una delle vie per affrontare questo tipo di disturbo – si parte sempre dalla disambiguazione dei significati. Cioè, al di là del sintomo che viene raccontato (che è importantissimo per iniziare ad avere una prima idea del problema), bisogna subito cercare di capire qual è il “sottostante”: il significato del sintomo. È più legato all’idea di costrizione, di non poter evadere o scappare? Oppure è più legato all’idea di non poter chiedere aiuto, di essere soli in un mondo potenzialmente pericoloso? La consultazione clinica e l’intervento psicoterapeutico Non è semplice. Spesso, quando si fa questa domanda, se è troppo diretta, si riceve una risposta vaga, come: “Entrambe, dottore…”. In realtà, non è sempre “per forza entrambe”. Possono coesistere, certo, ma io adesso sto semplificando per spiegarmi meglio. Durante la fase di consultazione – di cui mi avete sentito parlare tantissime volte – il terapeuta (in questo caso, io) cerca di comprendere quali siano i significati prevalenti, conscio del fatto che possono esserci anche sfumature o contaminazioni da altri aspetti, soprattutto se il problema si è cronicizzato. È fondamentale però riuscire a intercettare i significati sottostanti, perché in funzione di questi viene strutturato il piano di intervento. Quindi, non facciamo di tutta l’erba un fascio. Dire semplicemente “ansia alla guida” non basta: si tratta di un disturbo d’ansia, certamente, ma va collocato. È più claustrofobico o più agorafobico? Perché l’intervento cambia completamente a seconda della risposta. ### Coppia in crisi: come prendere una decisione Introduzione: quando la relazione diventa un dilemma Parliamo di verità, parliamo di coppia e, soprattutto, di decisioni rispetto alla propria coppia. Mi capita spesso di sentire — soprattutto sui social, Instagram su tutti — messaggi da parte vostra in cui mi raccontate la vostra storia, i vostri dubbi, i vostri dilemmi: "Continuo o non continuo?", "Secondo lei mi sta dicendo la verità?", "Secondo lei sta mentendo?", "Cosa dovrei fare?", "Come dovrei muovermi?", "Secondo lei può essere vero?", eccetera eccetera. Ogni storia è unica: perché è difficile dare risposte sui social Vi è mai capitato di affrontare un tema di questo tipo, tutto legato alle relazioni di coppia? Ovviamente ogni storia è a sé, ogni storia prevede un’unicità. Per riuscire a dare — anche rispetto al tema Instagram — delle risposte soddisfacenti, delle risposte professionali, talvolta avrei bisogno di ulteriori informazioni. Infatti una cosa che spesso rispondo, premesso che i messaggi li leggo tutti, è che riuscire a dare un parere professionale è talvolta impossibile per la brevità del messaggio stesso e per le poche informazioni a disposizione. Come si prendono le decisioni importanti nella relazione? Però, come si fa a prendere questo tipo di decisioni? Su cosa ci si dovrebbe concentrare quando ci si trova di fronte a un dilemma? Un dilemma che, come capisce chi lo sta vivendo, non lo capisce né lo vive nessun altro. È chiaro quindi che si vuole un aiuto, ma dall’altro lato la decisione è sempre assolutamente personale. Storia raccontata vs. storia vissuta: il nodo centrale Su quali parametri ci si dovrebbe basare? Cosa si dovrebbe osservare? Qui ci vengono in aiuto tante teorie della psicoterapia, soprattutto quelle ad orientamento sistemico-relazionale che, va da sé, è uno degli orientamenti (oltre a essere il mio) che lavora proprio sulle tematiche di coppia. La differenza tra storia raccontata e storia vissuta diventa fondamentale. È l’elemento cruciale che permette di disambiguare dove sta la verità, e in funzione di questo scegliere quale strada intraprendere, quale decisione prendere. Una volta che si assume questo tipo di consapevolezza — attenzione! — ci si accorge che tante volte la storia raccontata e la storia vissuta non combaciano, non coincidono. Lo scollamento tra ciò che si dice e ciò che si vive Ciò che effettivamente succede e ciò che la persona si racconta stia succedendo, spesso sono distanti. Lo stesso sintomo, lo stesso disagio, la stessa fatica (motivo per cui poi molto spesso si arriva in terapia) è solitamente testimonianza proprio di questo scollamento tra storia raccontata e storia vissuta. Le giustificazioni che io do, e ciò che effettivamente vivo, e come mi fa sentire ciò che vivo. Tant’è che buona parte della terapia sta proprio nel ri-narrare la storia, in modo tale da trovare una nuova verità, un nuovo equilibrio tra storia raccontata e storia vissuta. Come se si prendessero dei capitoli, li si cancellasse, li si aggiustasse, li si trasformasse in funzione di una nuova aderenza, o perlomeno una nuova vicinanza, tra storia vissuta e storia raccontata. Perché è così difficile vedere questo scollamento su se stessi? Già di per sé, la persona che sta male può spiegare il sintomo come la presenza di uno scollamento di questo tipo. Ancora di più, è difficilissimo da vedere su di sé. Non dico che sia impossibile, ma da un lato servirebbero capacità di autoanalisi enorme, una sincerità profonda nei propri confronti — che è molto, molto difficile da agire. Ed è lo stesso motivo per cui i terapeuti vanno in terapia. È anche il motivo per cui, pur avendo ad esempio le competenze, pur riuscendo a lavorare con gli altri, poi nel momento in cui si deve lavorare su se stessi si ha bisogno di qualcuno che faccia lo stesso mestiere. Bisogna cambiare posizione, stare sulla seggiola del paziente e lasciare a qualcun altro il lavoro del terapeuta. Quando lo scollamento riguarda l’altro: il partner Nel momento però in cui non c’entriamo noi, ma c’entra l’altro — ad esempio il partner, rispetto al quale si deve prender una decisione — allora diventa un pochino più facile. Diventa più comprensibile, soprattutto perché stiamo vivendo un certo tipo di difficoltà con questa persona e quindi siamo più capaci, proprio perché abbiamo posto attenzione, di individuare dove stanno le discrasie, dove stanno le contraddizioni, gli scollamenti tra storia raccontata e storia vissuta. La verità è sempre nella storia vissuta Nel momento in cui si riesce a individuare questi scollamenti, la verità sta sempre nella storia vissuta, non nella storia raccontata. Quindi, basandoci su questa, ed eliminando dalla testa tutta la parte di storia raccontata, possiamo prendere le nostre decisioni. Esempi pratici di scollamento tra racconto e realtà Ad esempio, si potrebbe pensare — giusto per chiarire meglio il concetto — che una persona sia meritevole di poca fiducia in funzione di alcuni sgarri fatti in passato. E non parlo necessariamente di tradimenti, ma di violazioni importanti della fiducia su tanti aspetti. Qualcosa che viene chiesto di cambiare, che il partner riconosce come un problema, promette di voler cambiare, ma che poi continua a replicare. E trova sempre una scusa o una giustificazione per non cambiare. Questo può riguardare temi profondi — come i rapporti con la propria famiglia di origine — o aspetti apparentemente più semplici, che semplici non sono, come la premura, l’attenzione, il rispetto per l’opinione dell’altro, ecc. E puntualmente queste promesse non vengono rispettate. Se ne ha sempre una buona motivazione: "Non faccio ciò che ti ho promesso, ma ho una giustificazione, e sei tu che devi capire." Qui c’è uno scollamento grosso tra la storia raccontata e la storia vissuta. La storia raccontata è: "Voglio esserci per te, come tu desideri." La storia vissuta è: "Non ci sono affatto, perché metto davanti me stesso." Quanto pesa questo scollamento? E cosa fare? Chiaro: bisogna anche capire il peso di questo scollamento. La storia vissuta è una storia che ci rende infelici? È una storia che non ci appaga? È una storia che non riusciamo a vedere come possa cambiare? Allora già probabilmente ci stiamo dando le risposte. È una storia in cui la mia vita è un’attesa? L’attesa del cambiamento dell’altro? E questa attesa sta diventando perenne, una certezza, non più un passaggio? Bene, lì troviamo tutte le informazioni che ci servono: nella storia vissuta, in ciò che sentiamo, in ciò che viviamo. E nella capacità di vedere lo scollamento tra ciò che è vissuto e ciò che viene raccontato. Decidere sulla base della storia vissuta È lì, tramite l’attenzione alla storia vissuta, che possiamo muoverci per prendere una decisione. Per cercare di cambiare qualcosa. Ora, non vuol dire necessariamente interrompere la relazione. Ma vuol dire correre ai ripari, provare a darsi un’opportunità di cambiamento. Se vuoi lasciarlo o lasciarla, è una tua decisione. Se vuoi cambiare o provare a dare l’opportunità del cambiamento, è sempre una tua decisione. Chiaro che poi questa deve essere proposta all’altro. Quando anche il cambiamento è solo raccontato E anche qui si ripresenta la differenza tra storia raccontata e vissuta. "Vorrei fare una terapia di coppia perché penso sia importante per noi, dato le difficoltà che stiamo vivendo." "Anche io lo vorrei tanto, amore, ma purtroppo non ho tempo, perché il mio lavoro mi assorbe." Storia raccontata: siamo allineati nel voler fare una terapia di coppia. Storia vissuta: la terapia non si fa. Non viene fatto nulla, d’altro. Perché la terapia, certo, non è l’unica via per trasformare una relazione, ma è una via. Conclusione: scegli sulla base della tua realtà Concetto fondamentale: storia raccontata e storia vissuta. La storia vissuta è ciò su cui ti devi basare per prendere le decisioni. È la tua felicità. ### Può funzionare una relazione tra due dipendenti affettivi? Dottore, ma una relazione tra due dipendenti affettivi non sarebbe perfetta? Non sarebbe idilliaca? Non sarebbe il sogno di ogni amante? Questa è una domanda che, magari non con questi termini, mi viene spesso fatta sui social. Perché sui social tante volte si parla di dipendenza affettiva. Perché, per quanto se ne parli, comunque non è proprio chiaro — almeno non a primo impatto — in cosa consista la dipendenza affettiva. È vero che chi si è trovato a viverla, nel tempo, non ha bisogno che gli venga spiegata da fuori, da chi magari non l’ha vissuta. Ma per chi ha dei dubbi, per chi non è sicuro di essere in una situazione potenzialmente di dipendenza, le cose non sono così chiare. E allora si innesca questa curiosità. Ci sono tanti termini associati: la dipendenza affettiva, il narcisismo, la co-dipendenza e via discorrendo. La domanda frequente: due dipendenti affettivi possono amarsi? E quindi poi emerge questa domanda: "Ma quindi, è vero? Io sono un dipendente affettivo, ma se trovassi un altro dipendente affettivo, il mio amore sarebbe finalmente sazio? Sarei finalmente felice?" Ora, non entro nel merito di spiegare in cosa consista la dipendenza affettiva — sul canale trovi una marea di video in cui ne parlo. I tre tratti principali della dipendenza affettiva L'incapacità di vedere ed esprimere i propri bisogni: Ci si focalizza esclusivamente sui bisogni e gli obiettivi dell’altro. Il dipendente affettivo diventa tale proprio perché non considera i suoi bisogni, non li mette a fuoco, ma si concentra esclusivamente su quelli del partner. L’ansia: Il dipendente affettivo vive in una costante apprensione, preoccupazione e timore di poter perdere la relazione, la persona amata, o che questa si risenta e interrompa il legame. La degenerazione delle richieste: Il dipendente affettivo diventa progressivamente sempre più incalzante nel chiedere rassicurazioni, conferme, attenzioni, proprio perché vive le conseguenze dei due punti precedenti — ovvero l’incapacità di vedere i propri bisogni e l’ansia che la relazione possa finire. Perché due dipendenti affettivi non possono funzionare insieme Se prendiamo questi tre elementi e riflettiamo su come sarebbe una relazione in cui entrambi i partner li presentano in modo dominante, possiamo facilmente arrivare a rispondere alla domanda iniziale. Cioè: due dipendenti affettivi non potrebbero avere una relazione soddisfacente tra loro, perché semplicemente non troverebbero attraente il partner. I partner ideali per un dipendente affettivo Un dipendente affettivo ha bisogno, semplificando, di due tipologie di partner: Una persona tendenzialmente sicura: coerente con sé stessa, con i propri valori e bisogni, e che quindi mantenga una posizione di "dominanza" all’interno della relazione. In questo caso, però, si rischia la degenerazione assoluta, cioè che il dipendente affettivo trovi un narcisista. Una persona estremamente bisognosa: in casi di co-dipendenza, dove l’altro ha una dipendenza da sostanze, gioco d’azzardo, problemi fisici o economici. In quel contesto, il dipendente affettivo si sente utile nel sacrificarsi, appagando così il proprio ruolo. Cosa accadrebbe tra due dipendenti affettivi Due dipendenti affettivi non possono attrarsi realmente tra loro, perché: L’altro dipendente affettivo non appare né bisognoso né sicuro, e non è quindi in grado di trasmettere dominanza o urgenza di aiuto. Le ansie e le problematiche reciproche innescherebbero un circolo vizioso, un'escalation di apprensione, richieste, paure, conferme mancate. Anche se si trovassero reciprocamente attraenti, si creerebbe un'escalation di ansia, timore e richieste di rassicurazione che l’altro non è in grado di fornire. Quando chiedi: “Che cosa ti serve per essere felice?”, l’altro ti risponde: “E a te?” — e questo meccanismo si inceppa. Non funziona. Non è interessante, né appagante, per il dipendente affettivo. Conclusione: può esserci un amore sano tra due dipendenti affettivi? La risposta è no: non è possibile — o, per essere più precisi, non è probabile — che una relazione tra due dipendenti affettivi possa consistere nell’amore vero, eterno e appagante. Non è quel tipo di amore che “sazia” la patologia reciproca. ### Guilt Tripping Parliamo di guilt tripping o, comunque, continuiamo il nostro excursus sulle modalità e tecniche di manipolazione relazionale. Il tripping, traduzione letterale dell’inglese, è “l’inciampo”, e applicato al concetto di colpa potremmo tradurlo meglio come “lo sgambetto della colpa”: una resa più semantica, che restituisce l’idea del concetto in modo più vivido. Cos'è il Guilt Tripping: Definizione e Meccanismo Consiste in quella modalità un po’ arcigna, e anche brutale e tirannica, che il partner mette in atto nel momento in cui lavora sul senso di colpa dell’altra persona, nel tentativo di manipolarne comportamenti, azioni e sentimenti, ovviamente per un vantaggio personale. Frasi Tipiche del Guilt Tripping Di solito, all’interno della relazione, si trovano frasi come: “Mi hai deluso.” “Non perdi occasione per deludermi.” “Devi farti perdonare.” “Come pensi di poter rimediare a questa tua mancanza?” “Ma non riesci a capire che così non mi fai stare bene?” Guilt Tripping e Manipolazione: Quando Diventa Tossico È chiaro che l’utilizzo occasionale di frasi come “sono deluso” o “sono delusa” non implica di per sé che il partner stia agendo guilt tripping. Si parla di manipolazione quando questo tipo di comunicazione viene agito con costanza: c’è continuamente una sorta di ricatto basato sulla colpa. Il messaggio implicito diventa: “se tu non fai così, allora sai che il rischio può essere questo”. Non necessariamente: “ti lascio”, ma piuttosto: “mi fai stare male”, “sei responsabile della mia infelicità”, “sei colpevole del mio malessere”, “devi rimediare”, “devi fare qualcosa per rendermi felice”. Consapevolezza e Strategia nel Guilt Tripping Questa forma di manipolazione viene agita in modo abbastanza consapevole. A differenza di altri tipi di manipolazione, il guilt tripping ha una componente cognitiva importante. La persona che lo agisce lo fa in maniera tendenzialmente lucida e consapevole. È vero che si tratta di un meccanismo appreso, quindi a un certo punto può diventare quasi spontaneo, naturale, ma c’è sempre una parte di pianificazione fredda e razionale nella scelta delle parole e degli atteggiamenti da utilizzare. Le Vittime Preferite del Guilt Tripping Questa strategia manipolatoria ha particolare efficacia su persone che: sono molto innamorate o coinvolte emotivamente, sono coscienziose e sensibili, possiedono un forte senso morale, si impegnano attivamente per rendere felice il partner. Queste qualità, anziché essere una risorsa per la coppia, diventano un vincolo quando il manipolatore le sfrutta per colpire tramite il senso di colpa. Lo Sgambetto della Colpa: Una Manipolazione a Scopo di Controllo Lo definisco “sgambetto della colpa” perché, di fatto, è proprio uno sgambetto: un’azione compiuta nel tentativo di manipolare, tramite la colpa, il comportamento dell’altro, per ottenere un vantaggio individuale. Come Riconoscere il Guilt Tripping Una volta che viene messo a fuoco, il guilt tripping non è così difficile da riconoscere. Per la persona manipolata, è una vera e propria doccia fredda. Non perché non si possa interrompere, ma perché, una volta acquisita consapevolezza, crolla il presupposto stesso della relazione. È come se si verificasse una disillusione talmente forte da configurarsi quasi come un tradimento. I valori, il riconoscimento, il significato dato alla relazione e alle emozioni vissute fino a quel momento vengono improvvisamente messi in discussione. Questa secchiata d’acqua gelida si porta via tutte le sovrastrutture: storie raccontate, bugie, presupposti mancanti. E lascia ben poco alle sue spalle. Il Guilt Tripping è Trasversale Questo comportamento viene utilizzato trasversalmente nei diversi contesti della relazione: dalle discussioni quotidiane alle dinamiche più profonde. Quando si mettono insieme i pezzi, emerge con chiarezza uno schema manipolatorio ricorrente. È Possibile Recuperare Dopo il Guilt Tripping? Una volta che tutto questo viene messo a fuoco, è possibile – almeno teoricamente – recuperare la relazione. Ma la vera domanda diventa: si vuole davvero recuperarla? L’immagine che si aveva del partner cambia radicalmente, anche solo in pochi istanti. La persona manipolata si chiede se ciò che ha scoperto è qualcosa con cui desidera continuare a convivere. Da lì in poi, la decisione è – e rimane – sempre individuale. Ma per riparare, serve un grande lavoro di ripristino e ricostruzione dei presupposti fondanti della relazione. ### Perché fa ghosting? Parliamo di ghosting. Ho già fatto diversi contenuti sull’argomento: ho parlato di ghosting sia all’interno della modalità relazionale e della relazione sentimentale, sia all’interno della relazione, ad esempio, terapeuta-paziente. Parliamo però del perché si fa ghosting, che è una cosa su cui, facendo qualche riflessione così a ruota libera, noto che sta progressivamente aumentando. Dal mio punto di vista, il ghosting, è stato facilitato dalla pandemia, che ha cambiato le nostre modalità e abitudini relazionali. Ora però: perché si fa ghosting? Cioè, una persona che fa ghosting, perché arriva a farlo? Quali sono le motivazioni che si dà nell’agire, appunto, il ghosting? Poi, su come reagire al ghosting penso che si sia già detto abbastanza. Comunque ti rimando e ti invito ad approfondire sugli altri contenuti già pubblicati. Le due macro-categorie di motivazioni del ghosting Ci sono due macro-filoni di motivazioni per cui una persona agisce ghosting: Motivazioni personali: rivolte a se stessi, per la tutela di sé. Motivazioni relazionali: legate alla volontà di tutela dell’altro. Ghosting per tutela di sé: le cause più frequenti Partiamo da quelle più frequenti, e quindi da quelle legate a se stessi. Una persona fa ghosting sostanzialmente per tre o quattro motivi principali, che possono anche coesistere: 1. Incapacità di comunicare la decisione Ha preso una decisione, ha deciso di non voler più avere a che fare con noi, ma non è capace, non ha la forza, la struttura, il bisogno morale o la voglia di comunicarlo. E quindi semplicemente spera che, sparendo, non venga più in qualche modo incalzata e non debba dare spiegazioni a riguardo. Questa è una delle più probabili. 2. Evitamento del conflitto Ha un bisogno di evitare il conflitto. C’è quindi la necessità, da parte di chi agisce il ghosting, di evitarlo perché non si sente in grado di affrontarlo o pensa che quella discussione non valga il costo emotivo che comporta. Quindi preferisce farsi da parte, sparire, piuttosto che affrontare una transizione anche conflittuale. 3. Paura dell’invasione e della pressione La persona può sentirsi invasa. Può avere timore che, manifestando un disaccordo, l’altra persona reagisca in modo pressante. Ha paura di essere incalzata, invasa, costretta. Ha paura di non riuscire a reggere la propria posizione. Quindi preferisce dare una comunicazione non verbale — sparire — piuttosto che rischiare di esporsi alla reazione dell’altro. 4. Senso di colpa o inadeguatezza La persona si sente colpevole o inadeguata. Si rende conto di non essere all’altezza dell’altro, o di non riuscire a soddisfarne i bisogni. Si sente in difetto e quindi sparisce, sia per sottrarsi a un potenziale giudizio, sia per non esporsi a un’ulteriore critica, ovvero alla proclamazione esplicita del proprio “fallimento”. Quindi esce di scena in maniera silenziosa. Non è detto che il partner effettivamente giudichi o senta questa mancanza, ma la persona che fa ghosting si sente così: a disagio con sé stessa, e quindi si sottrae alla relazione. Ghosting per tutela dell’altro E qui, se vogliamo, si innesca già la seconda macro-categoria motivazionale: quella del “lo faccio per l’altro”. Questa si esprime, ad esempio, nel pensiero: “Sparisco perché penso sia la modalità relazionale meno dolorosa, meno grave, meno impattante, meno faticosa per l’altro.” C’è chi pensa: “Soffrirà meno se scompaio così dalla sua vita, piuttosto che se gli dico apertamente che non lo amo più, che non voglio più avere a che fare con lui o con lei, ecc.” Ora, questo è un punto di vista. Personalmente non sono particolarmente d’accordo: anche ammesso che fosse vero, non generiamo il conflitto, la crisi, il tracollo... però lasciamo un tarlo enorme. Un dubbio, un bisogno di risposta, un “perché?” che resta nella testa dell’altro — e che spesso ha una coda lunga, un effetto potenzialmente molto più dilatato nel tempo rispetto a una crisi “classica”. Conclusioni: riconoscere le motivazioni del ghosting Questi, secondo me, sono i principali motivi per cui una persona fa ghosting. Alcuni sono legati a sé, altri alla relazione con l’altro. Dimmi se ne individui altri, sicuramente ce ne sono. Oppure se vuoi raccontarmi la tua esperienza di ghosting, sia vissuta che agita, così possiamo integrare questa lista. ### Top 5 fantasie sessuali e i loro significati Parliamo di quali sono le fantasie sessuali più frequenti, anche se ovviamente la lista non può essere esaustiva perché ce ne sono una marea. Vediamo anche quali sono i significati o alcuni significati che possono avere in chi ha questo tipo di fantasia. La lista non ha la presunzione di essere esaustiva, perché ce ne sono tantissime. Tra l’altro, se hai il piacere di condividere magari delle altre o le tue personali, nei commenti mi fa piacere, così possiamo incrementare la discussione e il dialogo. Anche questo fa parte del confronto. Questo elenco che sto per fare parte dalle fantasie più semplici, da quelle più comuni, basandomi su quello che le persone dichiarano con maggiore facilità. Sesso Occasionale: L'Avventura di Una Notte Sesso con uno sconosciuto, l’avventura di una notte. Questo è facile da capire e da spiegare, è abbastanza chiaro a tutti e abbastanza sdoganato nella società. Ha però quel sapore, quel significato di avventura, di esotico, di novità, di breve fuga dalla quotidianità, dalla realtà. Quindi, sesso occasionale, non una relazione fissa con un partner, ma un rapporto meramente sessuale, occasionale, una notte, una fuga, un’avventura. Sesso a Tre o Più Persone: Ruoli, Spettacolo e Potere Che sia due uomini e una donna, o una donna e due uomini, ecc. È una delle fantasie più diffuse. È legata a due temi principali: uno è quello della recitazione, del far parte in qualche modo di uno spettacolo, soprattutto quando la fantasia è legata a più persone, cioè non necessariamente un rapporto a tre (ménage à trois) ma anche più persone, 4 o 5. Fa parte quasi di uno spettacolo, dell’assumere un ruolo all’interno di una sceneggiatura. L’altro tema, che si riscontra maggiormente soprattutto dal punto di vista maschile nei rapporti a tre, è l’idea di rapporto di potere, di controllo, di potenza, di essere forte. Questo si collega sicuramente anche al sesso brutale, sesso violento, sesso animale. Sesso Brutale, Violento e Animale: L’Espressione del Bisogno Fisico Non deve essere violento in termini di dolore fisico o violenza reale, ma un sesso molto carnale. Qui c’è sicuramente la fantasia di esprimere un bisogno animale, personale, fisico, dove si fa uscire l’aspetto più animale, potenzialmente più intenso del rapporto. Fantasie Legate ai Luoghi: L’Eccitazione dell’Improbabile Luoghi percepiti come particolarmente eccitanti perché improbabili. Ad esempio, sesso in ascensore, sesso in aereo. L’idea di poter fare sesso in un luogo improbabile ma anche di essere potenzialmente scoperti diventa eccitante, così come il sesso in luoghi pubblici, in un parco isolato, e così via. Giochi di Ruolo: Evasione e Sperimentazione nella Coppia Un’altra fantasia molto diffusa. Impersonare ruoli come la maestra e lo studente, il professore e la studentessa, l’infermiere e il paziente, il dottore, ecc. Anche questa diventa un modo di evadere, di interrompere la routine, simile al sesso con lo sconosciuto perché crea qualcosa di esotico. Solitamente è fatto non in rapporti occasionali ma con un partner con cui si cerca una novità o una sperimentazione. Fantasie Legate all’Osservare il Piacere altrui e allo Scambio di Coppia Ad esempio, assistere al piacere altrui, lo scambio di coppia, ecc. Conclusioni: Il Valore delle Fantasie Sessuali nella Coppia Queste sono le principali fantasie sessuali. Questi sono alcuni significati che stanno sotto a questo tipo di fantasie. Dal mio punto di vista, la fantasia non è giusta o sbagliata, cioè non c’è mai un significato o un valore oggettivo da attribuire a una fantasia. Si tratta di capire come la coppia possa vivere all’interno di quella fantasia e se questa fa stare bene entrambi. Se così è, penso che possa essere una risorsa per la coppia, per vivere bene la propria sessualità, per conoscersi, sperimentare e divertirsi insieme. Fammi sapere quali sono magari le tue fantasie, quelle che hai sentito, o quelle sulle quali hai curiosità, così possiamo arricchire questa lista e il ragionamento. ### Perché ti innamori sempre della persona sbagliata? Quali sono le motivazioni alla base di queste scelte disfunzionali in amore? Ora, è chiaro che ogni storia è a sé, ogni motivazione è diversa, e quindi anche ogni causa che porta a una relazione potenzialmente sbagliata, tossica o comunque disfunzionale. Tuttavia, ci sono alcuni indicatori, alcune linee guida, alcuni canovacci che possiamo seguire per provare a dare una risposta a questa domanda. Come sempre, non si tratta di un elenco esaustivo; te ne propongo due o tre, insomma quelli che ho maggiormente messo a fuoco anche tramite le storie delle persone che aiuto quotidianamente in terapia. 1. Il principio salvifico: voler salvare l’altro a tutti i costi Hai un principio salvifico, per cui sei convinto o convinta che la tua presenza nella vita dell’altro possa essere per lui o per lei un vantaggio. Ti concentri quindi sul provare ad apportare un miglioramento, un cambiamento nella sua vita, come se volessi cambiarlo o cambiarla, ostinandoti a trasformarlo/a e migliorarlo/a. Credi che la tua presenza generi per l’altro un valore e un miglioramento della sua condizione. Da un lato vuoi essere d’aiuto, dall’altro assumi un atteggiamento educativo nei suoi confronti, come una sorta di guida. Questa dinamica può diventare tossica, soprattutto quando l’altro non ti ha mai chiesto di essere cambiato e tu non ti rendi conto che questo bisogno nasce più da te che da lui o da lei. Oppure, l’altro ti dice di voler cambiare, ma in realtà lo fa solo per assecondare un tuo bisogno. Questo porta a continue delusioni da parte tua, perché l’altro ricade nei suoi comportamenti e non migliora davvero. Ti senti frustrato o frustrata, perché vedi che il tuo impegno è vano. Ma continui ostinatamente a cercare di cambiarlo, anche se questo non fa altro che lasciarti deluso/a. 2. Bassa autostima: affidarsi a un partner che ti definisca Il secondo punto riguarda il fatto che tu non ti dia abbastanza credito, cioè soffri di bassa autostima o hai una scarsa valutazione di te stesso/a. Sei convinto o convinta di non valere abbastanza, e quindi scegli un partner dominante che ti definisca. All’inizio, questa figura sicura di sé può sembrare rassicurante. Ma col tempo si trasforma in un despota nella relazione, diventando quasi un tiranno. Approfitta della tua insicurezza e inizia a fare ciò che vuole, ignorando i tuoi bisogni. Ti ritrovi così schiacciato/a in una relazione in cui cerchi di soddisfare solo i suoi bisogni, senza mai avere lo spazio per manifestare i tuoi, neppure dentro la tua testa. Non ti chiedi mai: "Io, che cosa voglio?". Vivi in funzione dell’altro, convinto o convinta che, tramite la relazione, lui o lei possa definirti. Questo genera una relazione squilibrata, dove non c’è spazio per la tua felicità né per la tua affermazione personale. 3. La convinzione tossica che l’amore debba far soffrire Il terzo punto è legato alla convinzione che l’amore debba necessariamente essere una specie di montagne russe, che debba avere una certa dose di sofferenza. Credi che partire da una posizione svantaggiata, attraversare difficoltà, nodi critici, sia il percorso giusto affinché l’amore sbocci davvero. Sei convinto o convinta che dolore, sofferenza e fatica abbiano un valore, un "credito", che poi si trasforma in amore, benessere e felicità quando la relazione finalmente "funziona". In pratica, sei attratto/a dalle cause perse, o potenzialmente tali, e ti ostini nella sofferenza, convinto/a che solo tramite una certa pena si possa arrivare al piacere. Attenzione: non sto dicendo che l’amore debba essere sempre facile. Sono d’accordo che nelle relazioni servano impegno, dedizione, talvolta anche lacrime e sangue (in senso figurato, ovviamente!). Ma credo che queste difficoltà debbano arrivare dopo, quando la relazione è sana e consolidata. Se già all’inizio bisogna "sfangarla", cercare con tutte le forze di farla funzionare nonostante tutto, probabilmente mancano i presupposti. E questo porta principalmente dolore. Non voglio generalizzare: ci sono relazioni che, pur partendo male, poi fioriscono. Ma se continui a collezionare delusioni per questo motivo, forse c’è una tua responsabilità nel cercare sempre relazioni di questo tipo. Conclusione: riconoscere i propri schemi per essere felici Questi tre aspetti non vogliono essere una lista esaustiva, ma solo spunti di riflessione. Sono elementi che ho raccolto nel tempo grazie all’esperienza terapeutica, quando le persone mi dicono: “Come mai, dottore, trovo sempre l’uomo o la donna sbagliati? Perché non riesco a essere felice in una relazione?” Spesso ci sono presupposti personali che ostacolano la felicità di coppia. Prova a interrogarti su questo, se ti riconosci in ciò che ho scritto. E dimmi cosa ne pensi. Anzi, se vuoi, completa anche tu la lista nei commenti: sarà ancora più ricca e utile per tutti. ### Come migliorare la comunicazione e la relazione di coppia Oggi parliamo di come migliorare la conoscenza e la comunicazione all'interno delle nostre relazioni, che siano di coppia, amicali, familiari, e lo facciamo tramite l’aiuto di uno strumento tanto semplice quanto potente, di cui ora vi do anche qualche piccola curiosità. Cos’è la finestra di Johari e da dove nasce Lo strumento si chiama finestra di Johari. Il nome è già una curiosità: non esiste un signor Johari, bensì si tratta di un mix dei nomi di battesimo degli ideatori di questo strumento, ovvero Joseph Luft e Harry Ingham. L'hanno creato insieme nel 1955. È uno strumento semplice, ma anche un po’ datato — nonostante ciò, resta ancora oggi estremamente attuale. Come funziona la finestra di Johari Sostanzialmente, la finestra serve ad aiutare le persone a presentarsi e mostrarsi rispetto a tutta una serie di conoscenze che hanno di sé e degli altri. Ha trovato ampia applicazione in ambito aziendale, nella formazione, nel coaching, ecc., ma oggi cercheremo di riapplicarlo alle relazioni personali, con un taglio specifico sulle relazioni di coppia. Lo strumento è suddiviso in quattro aree che rappresentano diverse combinazioni di consapevolezza e condivisione: Io aperto (alto a sinistra): informazioni conosciute da noi e anche dagli altri. Io segreto (basso a sinistra): informazioni che conosciamo ma non comunichiamo. Io cieco (alto a destra): informazioni che gli altri conoscono su di noi, ma che noi ignoriamo. Io ignoto (basso a destra): informazioni sconosciute sia a noi che agli altri. Significato dei quadranti della finestra di Johari Questi quadranti rappresentano il modo in cui le informazioni personali vengono distribuite tra ciò che è noto o ignoto a noi e agli altri. Vediamoli più nel dettaglio: 1. Io aperto Include tutte le informazioni che conosciamo su di noi e che scegliamo di condividere. È il campo della comunicazione trasparente e reciproca. 2. Io segreto Contiene ciò che sappiamo di noi stessi ma preferiamo non condividere. Queste informazioni rimangono nel nostro dominio privato. 3. Io cieco Comprende aspetti del nostro comportamento che noi non vediamo, ma che sono chiari agli altri. Possono emergere tramite feedback sinceri e costruttivi. 4. Io ignoto Rappresenta tutte quelle parti di noi che né noi né gli altri conoscono. Qui si collocano aspetti inconsci o latenti, spesso accessibili solo con lavoro interiore profondo. Come usare la finestra di Johari per migliorare le relazioni di coppia Una volta compresa la struttura dello strumento, possiamo iniziare a usarla in modo attivo per migliorare la qualità delle nostre relazioni. L’obiettivo principale è far fluire le informazioni dagli altri quadranti verso l’io aperto, perché questo consente una maggiore consapevolezza reciproca e rafforza la connessione tra le persone. Condividere l’io segreto Quando decidiamo di condividere parti del nostro io segreto, ad esempio un’esperienza personale, un’emozione nascosta o un vissuto profondo, queste informazioni si spostano nel quadrante dell’io aperto. Questo gesto rafforza la fiducia e può aumentare l’empatia e l’intimità nella coppia. Chiedere feedback sull’io cieco Nel quadrante cieco, possiamo chiedere all’altro un feedback autentico su come veniamo percepiti. Questo ci permette di scoprire aspetti del nostro comportamento che ignoriamo, e ci aiuta ad allineare la nostra comunicazione con le nostre intenzioni. Lavorare sull’io ignoto L’io ignoto è il quadrante più complesso. Poiché contiene informazioni ignote a entrambe le parti, può essere esplorato solo attraverso processi più profondi come la riflessione, l’introspezione, o percorsi psicoterapeutici. È però utile esserne consapevoli, perché rappresenta un’area di crescita potenziale. Come applicare la finestra di Johari nella vita quotidiana Per usare in modo efficace questo strumento, possiamo seguire alcuni semplici passi: Individuare alcune informazioni del nostro io segreto che siamo pronti a condividere. Valutare il contesto e l’interlocutore per decidere cosa comunicare e quando. Chiedere feedback sinceri alle persone di cui ci fidiamo, per conoscere il nostro io cieco. Essere disponibili all’ascolto e al confronto, anche quando le percezioni dell’altro non corrispondono alle nostre intenzioni. Riconoscere che molte incomprensioni nascono proprio dalla distanza tra ciò che vogliamo esprimere e ciò che l’altro percepisce. Possiamo anche usare la finestra di Johari non solo su noi stessi ma anche sull’altro, dando un rimando su ciò che osserviamo nel suo comportamento, aiutandolo a scoprire aspetti del suo io cieco o ignoto. Benefici della finestra di Johari nelle relazioni Una comunicazione aperta, in cui le informazioni fluiscono dagli altri quadranti verso l’io aperto, porta a: Maggiore comprensione reciproca Riduzione dei fraintendimenti Relazioni più autentiche e profonde Rafforzamento della fiducia Costruzione o ricostruzione consapevole del legame So che tutto questo può sembrare semplice da capire — e in effetti lo è — ma nel momento in cui inizierete ad applicarlo, vi renderete conto che non è così immediato. Serve allenamento, impegno e una buona dose di apertura. Tuttavia, i risultati sono sorprendenti e preziosi, soprattutto nelle relazioni affettive e di coppia. ### Come capire se sei in una relazione tossica Capire se ci si trova in una relazione tossica può essere difficile, ma esistono alcuni indicatori soggettivi che possono aiutarti a fare chiarezza. In questo articolo analizziamo alcuni segnali tipici riscontrati frequentemente nei percorsi di psicoterapia, che potrebbero suggerire la presenza di una relazione disfunzionale. 1. Ti senti l’unico responsabile del benessere della coppia Senti che la felicità e il funzionamento della relazione dipendano solo da te. Non per scelta, ma perché l’altro di fatto ti delega questo compito. Ti carichi sulle spalle la responsabilità emotiva, mentre il partner si aspetta che tu soddisfi anche i suoi bisogni. Se non sei tu a farlo, sai già che l’altro non interverrà. 2. Vengono usati due pesi e due misure Le tue azioni e parole vengono giudicate più severamente rispetto a quelle del partner. La stessa azione, se fatta da te, ha un peso diverso rispetto a quando viene fatta dall’altro. C’è una tendenza a giustificare i suoi comportamenti, ma non i tuoi. 3. Ti senti in colpa anche per cose innocue Anche pensieri, desideri o gesti apparentemente banali diventano motivo di senso di colpa o giudizio. Può trattarsi di situazioni quotidiane come uscire con gli amici, arrivare in ritardo o non riuscire a preparare la cena. Ogni volta che provi ad affermare la tua individualità, subentra un forte disagio. 4. Chiedi scusa troppo spesso per paura della reazione dell’altro Hai paura che il partner si arrabbi o si allontani. Tendi a mantenere un basso profilo, eviti il conflitto, stai “sulle uova”. Ogni gesto è misurato e calibrato per evitare una reazione negativa, al punto da perdere spontaneità e libertà di espressione. 5. I tuoi sforzi non vengono mai riconosciuti Ciò che fai per il partner è dato per scontato. Sei tu a ringraziare, apprezzare e valorizzare l’altro, ma quando sei tu a impegnarti, non ricevi alcun riconoscimento. Questo ti porta a cercare di fare sempre di più, senza mai ottenere un feedback positivo o un semplice “grazie”. 6. La quotidianità è organizzata solo in funzione dei suoi bisogni Le scelte quotidiane – da cosa mangiare a dove andare in vacanza – ruotano intorno alle sue esigenze. Non si cerca un equilibrio o un compromesso: tu devi adattarti, riorganizzarti e rinunciare, mentre l’altro detta le regole senza considerare i tuoi bisogni. Conclusione: cosa fare se ti riconosci in questi segnali Quelli elencati sono solo alcuni degli indicatori di una relazione tossica. Ce ne sono molti altri, e ogni caso è unico e soggettivo. Tuttavia, se ti ritrovi anche solo in alcuni di questi punti, potrebbe essere utile riflettere sulla qualità della tua relazione e, se necessario, parlarne con uno specialista. Fammi sapere se ci sono altri segnali che, secondo te, andrebbero aggiunti. Hai vissuto esperienze simili? Alcuni di questi comportamenti ti sono diventati insopportabili al punto da dover interrompere la relazione, o hai dovuto ricontrattare le regole con il tuo partner? Condividi la tua esperienza: può essere utile a te e a chi sta vivendo una situazione simile. ### Le somatizzazioni dell'ansia Parliamo delle principali somatizzazioni dell'ansia. Facciamo una piccola premessa: i disturbi ansiosi sono diversi. Se hai già seguito alcuni contenuti, saprai che esistono, ad esempio, i disturbi da attacco di panico, l’ansia generalizzata, le fobie, l’ansia sociale e via discorrendo. Esistono, quindi, diversi tipi di disturbi ansiosi. Che cosa sono le somatizzazioni dell'ansia? Le somatizzazioni sono manifestazioni fisiche legate a uno stato di tensione emotiva, ovvero il modo che il corpo ha di reagire a un disagio legato a uno stato ansioso, a livello psicologico. I diversi disturbi ansiosi condividono alcune caratteristiche comuni. Ad esempio, la tachicardia è tipica dell’attacco di panico, ma può essere presente anche in condizioni di ansia generalizzata. Lo stesso vale per il fiato corto. Ma ci sono anche altre somatizzazioni che si manifestano come vere e proprie patologie fisiche croniche, sviluppandosi nel tempo a causa di uno stato di iperattivazione e ansia costante. Ansia e somatizzazioni: due livelli di interpretazione Questo ci porta a considerare due livelli distinti: Non tutti i disturbi ansiosi portano necessariamente a somatizzazioni. Non tutte le somatizzazioni hanno come causa esclusiva l’ansia. Esistono condizioni mediche pregresse che possono causare sintomi simili, ma l’ansia tende ad agire come accelerante. Se una persona ha una vulnerabilità in una determinata area (es. apparato gastrointestinale), l’ansia probabilmente andrà ad accentuare quei sintomi. L’ansia come acceleratore dei sintomi L’ansia può quindi: Provocare somatizzazioni da sola. Aggravare condizioni fisiche già presenti. Non tutti i disturbi ansiosi generano somatizzazioni Un’altra cosa importante da ricordare è che non tutti i disturbi ansiosi si accompagnano a somatizzazioni. La somatizzazione è più comune nei disturbi d’ansia generalizzata, dove la persona è costantemente in allerta. Al contrario, chi soffre di attacchi di panico “puri” (senza ansia generalizzata, senza cronicizzazione) può anche non sviluppare somatizzazioni, seppure ciò non sia escluso del tutto. Quando compare la somatizzazione? La somatizzazione si manifesta quando l’ansia diventa una costante nella nostra vita. Anche senza raggiungere i picchi dell’attacco di panico, lo stato di tensione continua — una vera e propria “maratona emotiva” — può innescare o favorire lo sviluppo di somatizzazioni. Sintomi precoci: i campanelli d’allarme della somatizzazione Alcuni segnali indicano che potremmo essere in una condizione ansiosa: Fiato corto o sensazione di non riuscire a respirare a fondo Peso sul petto Tachicardia o palpitazioni Stanchezza e affaticamento rapido Stordimento e confusione mentale Rumore mentale continuo, come un "rumore bianco" in testa Somatizzazioni vere e proprie: quando i sintomi diventano patologie Esistono poi somatizzazioni che si manifestano come patologie vere e proprie. Tra le più frequenti troviamo: 1. Somatizzazioni muscolotensive Tensione e contratture a collo e schiena Cefalee muscolotensive Dolori muscolari localizzati 2. Disturbi gastrointestinali Sensazione di blocco o peso allo stomaco Perdita di appetito Colon irritabile Gastriti e altre infiammazioni 3. Alterazioni del sonno Insonnia (difficoltà ad addormentarsi o risvegli frequenti) Bruxismo Disturbi notturni legati all’ansia Conclusione: quando l’ansia colpisce il corpo In sintesi, partiamo dal presupposto che: I disturbi d’ansia sono diversi e non sempre portano a somatizzazioni. La somatizzazione è più frequente quando si vive uno stato di tensione cronica, tipico dell’ansia generalizzata. La somatizzazione può essere sia una causa diretta dell’ansia sia l’aggravamento di una patologia già presente. Abbiamo inoltre individuato tre macro-categorie di somatizzazioni: muscolotensive, gastrointestinali e legate al sonno. Chiaramente, esistono molte altre manifestazioni, ma l’obiettivo di questo articolo è fornire una comprensione chiara del meccanismo di somatizzazione e dei contesti in cui può emergere. ### Come capire se sei vittima di Love Bombing Parliamo di love bombing e di come puoi capire se sei vittima di questa pratica. Il love bombing è, come suggerisce il nome, un bombardamento d’amore. È una pratica spesso utilizzata da narcisisti, ma non solo: è tipica delle relazioni tossiche, soprattutto nella fase iniziale. Funziona come un gancio, un meccanismo per attirare a sé la vittima designata. Tramite il love bombing, il manipolatore — che può essere un narcisista, ma anche una persona con altri tratti — aggancia la propria vittima, la ammalia e la rende progressivamente sempre più dipendente. In questo modo, si assicura la possibilità di manipolarla con maggiore efficacia in futuro. Quali sono i segnali del Love Bombing Il love bombing presenta una serie di caratteristiche ricorrenti. Riconoscerle può aiutarti a comprendere se ti trovi all’interno di una relazione potenzialmente manipolatoria. In questo articolo, ci concentriamo su quattro segnali principali che ho definito le “quattro Iper”. 1. Iper-presenza La persona che attua il love bombing è costantemente presente, fisicamente o tramite messaggi e chiamate. Anche quando non c'è un reale motivo per contattarti, è sempre lì. Non lascia spazi, invade ogni ambito della tua giornata. Questo comportamento soffocante è il primo campanello d’allarme. 2. Iper-apprezzamento Si tratta di una continua esaltazione: regali, complimenti esagerati, elogi spropositati. Ogni tua azione viene idealizzata, ogni tua qualità messa su un piedistallo. Ti fa sentire al centro del suo mondo, come se fossi perfetto o perfetta. Ma attenzione: questa venerazione non è reale, serve a creare dipendenza. 3. Iper-focus Tutte le attenzioni del manipolatore sono concentrate su di te. Ogni suo pensiero, energia e tempo ti vengono dedicati. E si aspetta che tu faccia lo stesso. Quando non riceve la stessa attenzione in cambio, può reagire male, accusandoti di ingratitudine o mancanza di riconoscenza. Questo squilibrio relazionale è un altro indicatore forte di manipolazione. Spesso è in questo stadio che avvengono i primi attriti: basta non ringraziare una volta per scatenare reazioni di frustrazione, accuse di indifferenza, richieste di “riconoscere il valore dei suoi gesti”. 4. Iper-velocità Il manipolatore ha fretta. Vuole tutto e subito: impegni, promesse, convivenza, figli, matrimonio. Tutto deve succedere rapidamente e con intensità estrema. Questa accelerazione crea stordimento, ed è funzionale alla manipolazione: più la vittima è disorientata, più sarà facile controllarla in futuro. Grandi parole, grandi progetti, grandi sogni… ma spesso nessuno di questi viene davvero mantenuto. La relazione, dopo una fase iniziale euforica, rivela presto la sua vera natura tossica. Come capire se sei vittima di Love Bombing Per capire se sei finito o finita all’interno di una relazione manipolatoria, presta attenzione a queste quattro dinamiche: Iper-presenza Iper-apprezzamento Iper-focus Iper-velocità Non è necessario che siano tutte presenti, ma se ne riconosci molte, è probabile che tu ti trovi in una situazione a rischio, potenzialmente all’interno di una dinamica di love bombing. Concludiamo con una riflessione Fammi sapere cosa ne pensi nei commenti. Possiamo ampliare questa lista insieme: ci sono sicuramente altri “Iper” da individuare. Approfondiamo questa discussione, così da essere utili a più persone possibile. ### False credenze sessuali negli uomini Parliamo di sesso e parliamo di convinzioni errate, false credenze, soprattutto dal punto di vista maschile. Se dovessimo dare un titolo acchiappa-click potremmo chiamarlo: "I 4 (o 5) falsi miti del sesso nella testa dell’uomo". Anche questo però non suona benissimo. Magari qualcosa come: "Le 4 credenze errate degli uomini sul sesso". Ragioniamo un attimo su quali siano queste false credenze, convinzioni errate che gli uomini hanno, legate alla prestazione sessuale. Ognuno di noi, come esseri umani — non necessariamente maschi — ha una propria idea del sesso, costruita nel tempo tramite diversi tipi di stimoli. C’è chi ha avuto l’opportunità di fare educazione sessuale, chi ha fatto esperienza diretta, chi ha costruito una propria idea tramite i racconti di altre persone, o attraverso l’osservazione di altri. Pensiamo, ad esempio, all’accesso alla pornografia, molto diversa da quella di qualche tempo fa. Oppure a un mix di tutto questo. In base alla credenza che abbiamo interiorizzato, ci esponiamo poi a diversi tipi di esperienze. Queste esperienze a loro volta contribuiscono a rafforzare o modificare tali credenze. Alcune di queste convinzioni, alimentate dalla società, dai racconti degli amici, dai video o dalle immagini a cui siamo esposti nei momenti in cui cerchiamo di esplorare questa parte di noi, finiscono però per essere tutt’altro che utili. Anzi, spesso alterano il modo in cui viviamo la sessualità e aumentano il rischio che l’uomo non riesca a viverla in modo appagante. Queste credenze sono come piccoli inganni della mente che condizionano l’esperienza sessuale. Ne elenco alcune, in ordine sparso, senza una gerarchia precisa: non è che una valga più di un’altra. E non è detto che debbano coesistere tutte nella stessa persona: c’è chi ne ha una, chi due, chi tutte, chi nessuna. Ma sono tra le più diffuse, secondo la mia esperienza clinica. 1. Devo Essere Sempre Pronto a un Rapporto Sessuale Appena si presenta l’occasione, devo avere immediatamente un’erezione. Questa è una credenza disfunzionale, perché non fa altro che aumentare l’ansia da prestazione. L’idea di dover essere subito reattivo, performante, di dover dimostrare virilità o di essere un "alfa", è una pressione enorme. E, paradossalmente, riduce proprio le probabilità di vivere una sessualità appagante. 2. La Cosa Più Importante del Rapporto Sessuale è che Lei Raggiunga l’Orgasmo Questa è una convinzione prettamente maschile. L’uomo, un po’ per natura e un po’ per cultura, tende a concentrarsi molto sull’orgasmo, e spesso misura la qualità della prestazione proprio in base al fatto che la partner lo abbia raggiunto o meno. Questo porta a focalizzarsi esclusivamente su quell’obiettivo, perdendo di vista tutto il resto. E se lei non lo raggiunge? Allora il rapporto è percepito come fallimentare. Ma non è così. Il piacere sessuale è complesso, e il raggiungimento dell’orgasmo da parte della partner non può essere l’unico metro di misura della riuscita o della qualità di un rapporto. 3. Il Sesso Deve Seguire Uno Script Il sesso, secondo questa visione, deve procedere secondo una sequenza precisa di gesti, azioni e posizioni: si parte dai preliminari, si passa a una determinata posizione, poi a un’altra, e così via, fino alla conclusione. Ora, è normale che ognuno di noi abbia una sorta di "mappa" sessuale, legata ai propri desideri o fantasie. Il problema nasce quando questo script diventa rigido: si deve fare così per forza, altrimenti il rapporto non è valido. Spesso, questi script non sono neanche autentici, ma presi dall’esterno — dalla pornografia, dai racconti degli altri, da modelli culturali. Una sessualità rigida, troppo cognitiva e poco spontanea, rischia di diventare una prestazione fredda, scollegata dal piacere vero. 4. Il Rapporto Sessuale Deve Essere Eccellente, Altrimenti Lei Mi Riconsidererà o Mi Umilierà Questa è una convinzione potentemente errata, ma molto diffusa. Si teme che, se il sesso non "va bene", la partner possa cambiare opinione sull’uomo, perderne la stima, persino umiliarlo o parlarne in giro. Questo pensiero, portato all’estremo, sfocia in un’ansia devastante: non solo lei non mi vorrà più, ma parlerà male di me. Ovviamente, nulla di più sbagliato. Questo dipende dalla persona, non dal genere. Ci sono donne che vivono bene la sessualità e donne che non la vivono bene, così come accade per gli uomini. La prestazione non è un biglietto da visita sociale. E poi, chi è davvero sicuro di sé, nella relazione con l’altra persona, si concede anche la libertà di una défaillance, di un momento "no", senza viverlo come un fallimento totale. Lo vive come un inciampo, naturale in un percorso fatto anche di accettazione, non solo di performance. Queste sono alcune delle false credenze più comuni tra gli uomini riguardo al sesso. Ce ne sono sicuramente altre. Magari, in futuro, affronteremo anche il punto di vista femminile sull’argomento — penso che sia estremamente interessante. ### Come capire se tiene a te (e se può essere quello/a giusto/a) In questo articolo vediamo alcuni indicatori semplici ma potenti che possono aiutarti a capire se il tuo partner tiene davvero a te e se potrebbe essere la persona giusta. Ogni relazione è unica, con le sue dinamiche, caratteristiche e modalità di funzionamento, ma esistono segnali comuni che possono offrire indizi utili sul grado di interesse e coinvolgimento dell’altro. Perché è importante riconoscere i segnali di interesse reale Capire quanto l’altra persona è coinvolta può aiutarti non solo all’inizio di una relazione, ma anche per comprendere come essa si evolve nel tempo. Alcuni comportamenti possono emergere con l’evolversi del legame, mentre altri possono attenuarsi o scomparire. Questi segnali sono utili anche per monitorare la qualità e la direzione del rapporto. 1. Ti ascolta più di quanto parli Un segnale importante è quando il partner mostra più interesse nell’ascoltarti che nel parlare di sé. Ti fa domande, vuole conoscere la tua vita, i tuoi bisogni, le tue caratteristiche. Non monopolizza la conversazione per impressionarti o mettersi in mostra, ma dedica attenzione sincera a chi sei davvero. C’è un detto che dice: “Abbiamo due orecchie e una bocca perché dovremmo ascoltare il doppio di quanto parliamo”. In una relazione autentica, il partner vorrà scoprire qualcosa di più su di te ogni volta che ne ha l’occasione, piuttosto che riempire lo spazio con racconti su se stesso. 2. Trova sempre tempo per te Anche se ha una vita piena di impegni, trova comunque il modo per farti sentire la sua presenza. Questo può avvenire attraverso messaggi, telefonate, o ritagliandosi momenti per stare con te. L’attenzione e la costanza nel mostrarsi presente, anche nei piccoli gesti, sono segnali evidenti di interesse autentico. Chi tiene davvero a te non sparisce per tutta la giornata senza farsi vivo: anche un breve messaggio può fare la differenza e dimostrare che ti sta pensando. 3. È consapevole di essere con te nei contesti sociali Quando siete insieme in gruppo o in situazioni sociali, non ti dimentica. Non ti “parcheggia” in un angolo per poi fare la sua serata da solo o sola. Ti include, ti cerca con lo sguardo, si avvicina, si allontana e poi torna. Ti fa sentire parte della serata e del contesto, senza lasciarti ai margini. Questo comportamento dimostra rispetto, attenzione e il desiderio di condividere il tempo anche quando ci sono altre persone attorno. 4. Ti parla con sincerità di ciò che non va Un partner davvero coinvolto ti comunica chiaramente cosa non gli piace o cosa non lo fa stare bene. Non si tratta di una critica fine a sé stessa, ma di un modo per condividere i suoi bisogni e migliorare la relazione. Lo fa senza manipolarti o cercare di cambiarti, ma semplicemente per instaurare un dialogo autentico. Esprimere ciò che non va è un atto di fiducia e maturità relazionale. Significa voler costruire un rapporto basato sull'onestà e sul rispetto reciproco, senza imporre cambiamenti forzati ma dando voce anche alle proprie esigenze. Conclusioni: osservare e comprendere il coinvolgimento emotivo Questi sono solo alcuni segnali che possono aiutarti a capire quanto l’altra persona tenga davvero a te. L’elenco potrebbe essere molto più lungo, ma questi spunti ti offrono una base utile per sviluppare maggiore consapevolezza e lucidità nel leggere le dinamiche relazionali. Ti invito a riflettere anche sulla tua esperienza personale: quali altri segnali consideri rilevanti per capire se una persona è davvero coinvolta nella relazione? Osservare questi comportamenti può fare la differenza nel capire non solo se la relazione è autentica, ma anche come essa evolve nel tempo. ### Posso cambiare psicologo? Questa è una domanda che, ultimamente, mi arriva spesso, anche se in forme diverse. A volte mi viene detto: “Dottore, sono in terapia da tanto tempo, ma non riesco più a comprenderne l’utilità. Sento che sono bloccato su determinati temi che non stiamo affrontando nel modo corretto.” “Non riesco ad avere feeling con il mio terapeuta, sento che non riusciamo a costruire una relazione efficace.” “Pensavo di poterci o doverci mettere meno tempo per risolvere il problema… Non capisco in che direzione stiamo andando… Non capisco perché parliamo di certe cose invece che di altre.” Sta di fatto che, indipendentemente da quale premessa venga fatta, il messaggio termina sempre con: “Ma posso cambiare terapeuta?” La risposta breve: sì, puoi cambiare terapeuta Una risposta molto semplice ed esplicita è: sì, certamente puoi cambiare terapeuta. Il terapeuta, di fatto, è un tuo consulente: una persona che prova ad aiutarti ad affrontare la difficoltà che in questo momento ti opprime, sia essa un sintomo invalidante o un’esigenza più esistenziale, come fare ordine nella propria vita o prendere decisioni importanti. Quindi, la risposta breve è sì, puoi assolutamente cambiare terapeuta. Tuttavia, secondo me è utile considerare alcuni elementi per approcciarsi nel modo giusto a questa valutazione. 1. Parla apertamente con il tuo terapeuta Penso che non sia utile – né per la persona né per il professionista – chiudere il percorso senza prima provare ad affrontare il problema. In fondo, in terapia si viene per affrontare i problemi, e se si percepisce che qualcosa nel contesto terapeutico non funziona, è giusto parlarne con il proprio terapeuta. Si può dire, ad esempio: “Siamo in terapia da tanto tempo, ma sento che certi temi non sono affrontati come avrei bisogno.” “Sento che la nostra relazione non è efficace, non riesco a sentirmi a mio agio né a comunicare apertamente.” “Pensavo di metterci meno tempo”, ecc. Esplicitare i propri dubbi è fondamentale. Il terapeuta potrebbe avere delle risposte, oppure potrebbe essersi dimenticato di spiegare alcuni passaggi che per lui sono scontati, ma per il paziente possono risultare confusi o destabilizzanti. 2. Valuta la reazione del terapeuta Parlarne serve anche a vedere la reazione del terapeuta. Magari vi trovate d’accordo nel disaccordo. Il terapeuta potrebbe dire: “È vero, anche io ho notato che non abbiamo approfondito questo tema come necessario.” Potrebbe riconoscere un suo errore, come non aver prestato sufficiente attenzione a qualcosa. Potreste discutere delle dinamiche relazionali tra voi. Potrebbe spiegarti meglio la fase terapeutica in cui vi trovate: a volte si aprono delle parentesi, si cambia argomento, e si perde il senso della direzione. Chiarirlo può aiutare. Se poi le risposte non ti convincono, non ti piacciono o non ti soddisfano, sei ovviamente libero di prendere una decisione: interrompere il percorso e cercare un altro terapeuta che senti più affine, o che propone un metodo di lavoro più in linea con le tue esigenze attuali. 3. Non agire troppo presto: dai tempo alla relazione Secondo me, ad esempio, dire “non è nato il feeling con il mio terapeuta” dopo un solo incontro è prematuro. Non ci si è dati abbastanza tempo per sviluppare una relazione terapeutica. Non tutte le persone con cui abbiamo avuto subito un buon feeling si sono poi rivelate utili nella vita. E viceversa: persone che inizialmente ci sembravano enigmatiche si sono rivelate molto in sintonia con noi. Serve tempo per costruire una relazione. 4. Assumersi la responsabilità della relazione terapeutica Penso che ci si debba assumere una responsabilità reciproca quando le cose non funzionano. È diritto del paziente poter cambiare terapeuta, ma è altrettanto utile parlarne apertamente, perché questo dà un’opportunità alla relazione – e quindi alla terapia – di funzionare. Se poi, dopo averne parlato, le risposte che otteniamo non ci soddisfano, allora sì: possiamo e dobbiamo cambiare terapeuta. Scegliere qualcuno con cui ci sentiamo più affini, che adotti un approccio più in linea con il “noi di adesso”. Ma se non lo esplicitiamo, rischiamo di portarci dietro dei sospesi e degli irrisolti, che magari ci condizioneranno nelle future terapie: Potremmo sviluppare dei pregiudizi, rimanere scottati, costruirci da soli delle risposte che non corrispondono alla realtà. Tutto questo può alterare il nostro modo di vedere il problema, noi stessi e la terapia stessa. Conclusione: sì, puoi cambiare terapeuta (ma fallo nel modo giusto) Sì, puoi cambiare terapeuta. Ma fallo nel modo giusto. Parlane. Chiarisci. Cerca risposte. E poi, se necessario, cambia. Ma datti la possibilità di far funzionare la terapia prima di concluderla. ### Cosa succede dopo la dipendenza affettiva Facciamo un ragionamento un po’ diverso, in cui cerchiamo di riflettere su che cosa avviene dopo, una volta che la dipendenza affettiva è stata superata. Questo titolo, ovviamente, suggerisce una risposta implicita, ovvero: “Ma dottore, è possibile superare la dipendenza affettiva? Riuscirò davvero ad uscirne? Ci sono casi di successo in cui la dipendenza affettiva è stata affrontata e risolta?” Sì, ovviamente sì. Però diciamo che possono esserci degli strascichi, delle conseguenze, delle considerazioni che vale la pena fare. Cos'è la dipendenza affettiva: una nuova forma di dipendenza La dipendenza affettiva, di fatto, è una nuova dipendenza, una dipendenza esattamente come quella da internet, dallo shopping, dal sesso, ecc. È una dipendenza non da sostanza, a differenza, ad esempio, dell’alcol o delle droghe. È quindi una dipendenza con tutte le caratteristiche tipiche, ma senza una sostanza esterna. Cosa accade dopo aver superato la dipendenza affettiva Una volta che la persona si rende conto di avere una difficoltà legata alla dipendenza affettiva, da sola o con l’aiuto di un terapeuta, affronta questo percorso e risolve il problema. Ma quello che succede dopo è, secondo me, ciò che differenzia in maniera sostanziale la dipendenza affettiva dalle altre dipendenze, o quantomeno da come viene solitamente trattata. Ipersensibilità e paura di ricadere Provo a spiegarmi: molto spesso chi ha sofferto di dipendenza affettiva, una volta che ne è uscito, diventa molto critico, molto attento, con le “antenne dritte”, capace di captare con estrema sensibilità i potenziali rischi. Che cosa vuol dire? Facciamo un esempio: una donna che è stata per anni in una situazione di dipendenza affettiva, ad un certo punto affronta un percorso, ne esce, interrompe la relazione. Poi, però, sceglie di non fidanzarsi più; oppure sceglie di avere relazioni che non siano troppo impegnative o troppo veloci. Perché? Perché è diventata molto sensibile a eventuali segnali di rischio. Essendo rimasta "scottata", fa molta attenzione — giustamente — a non ricadere in dinamiche così dolorose. Così facendo, protegge il suo presente e il suo futuro. Magari incontra anche una nuova persona, ma sceglie di andarci con i piedi di piombo. Magari rifiuta la convivenza, decide di preservare spazi per la propria autonomia, ecc. Oppure decide di non voler più nessuno, concentrandosi su amici, lavoro, passioni. Vuole magari un compagno, ma non un partner, non un fidanzato. Qualcuno con cui passare del tempo, ma senza più fantasticare su matrimonio o figli. Autonomia riconquistata: nuova libertà o nuova gabbia? Faccio degli esempi: non è che ogni superamento della dipendenza affettiva porti a questo. Tutt’altro. Però è un comportamento che spesso si nota. Da un lato, la persona ha finalmente riconquistato autonomia e individualità e ne è giustamente gelosa. Il rischio, però, è che si vada all’opposto: diventare così attenti, così protettivi della propria libertà, da non permettersi più di aprirsi a una relazione. Questo diventa un vincolo. Perché se da un lato è giusto proteggersi, ascoltare i propri bisogni e metterli al primo posto, il problema è che si rischia di passare da un estremo all’altro: dalla totale dipendenza alla ricerca esasperata di autonomia, che può impedire di perdersi (in senso positivo) in una nuova relazione. Così facendo, non si riesce più a vivere con serenità una nuova connessione affettiva. Non sto dicendo che succede sempre, ma è un rischio concreto. Trattare la dipendenza affettiva come una dipendenza da sostanza è un errore? Questo accade anche perché la dipendenza affettiva viene spesso trattata come una qualsiasi altra dipendenza. Faccio un esempio: se una persona è alcolista, una parte fondamentale della cura è smettere di bere, e continuare a non bere. Rimuovendo la sostanza, si può vivere tranquillamente. Ma con la dipendenza affettiva, come si fa a “rimuovere” le relazioni dalla propria vita? Le relazioni sono tutte tossiche? Sono tutte rischiose come una sostanza? Come si può curare una dipendenza chiedendo alla persona di non vivere più ciò che l’ha fatta soffrire? Questo approccio è fuorviante. Se per superare la dipendenza affettiva l’unica strategia è quella di stare lontani dalle relazioni, siamo davvero usciti dal problema? O abbiamo solo imparato strategie difensive che ci tengono lontani da un dolore, ma potenzialmente ci rinchiudono in un altro tipo di prigione? Non siamo liberi, siamo solo vincolati in un’altra forma. Abbiamo semplicemente scelto di combattere un’altra battaglia, ma sempre all’interno di un sistema limitante. La vera libertà dopo la dipendenza affettiva Secondo me, su questo tema non si riflette abbastanza. È facile capire cos’è la dipendenza affettiva. È più difficile capirne le cause. Ancora più difficile è uscirne. E ancora più difficile è essere effettivamente liberi, per davvero. Perché uscire dalla dipendenza affettiva non vuol dire diventare critici verso ogni tipo di relazione, ma essere abbastanza sereni e sicuri da potersi riperdere, con fiducia, in una nuova relazione. Altrimenti, se questo non è possibile, forse non siamo davvero usciti dalla dipendenza. Abbiamo solo spostato il problema da un polo all’altro. E questo, ovviamente, diventa un rischio per la nostra libertà, perché non fa che cambiare forma alla gabbia, ma gabbia rimane. ### Come (NON) superare la fine di una relazione Ricevo spesso domande del tipo: “Dottore, come faccio a dimenticare una persona?” “Come faccio a superare la fine di una relazione?” “Come faccio ad andare oltre?” Premesso che ci sono già molti contenuti, in cui spiego come affrontare la fine di una relazione sentimentale, oggi ci concentriamo su cosa non fare per superare una relazione. Parliamo, cioè, delle azioni che non fanno altro che mantenerci all’interno del circolo vizioso mentale che spesso si instaura quando finisce una relazione importante. Indipendentemente dal fatto che sia finita per nostra scelta, per volontà dell’altro o per una decisione condivisa, questo oggi non è così rilevante ai fini del discorso. È possibile dimenticare una persona? Partiamo dal presupposto che dimenticare non è possibile. Non esiste nulla — né scientifico né non scientifico — che permetta di dimenticare una persona importante, una persona per la quale si prova o si è provato qualcosa. Non esiste una “gomma cerebrale” con cui ricordi, emozioni e sentimenti possano essere improvvisamente cancellati. Quindi, togliamoci dalla testa l’idea di poter dimenticare una persona. Piuttosto, dobbiamo ricollocarla. Dobbiamo rielaborare il significato che quella persona ha avuto per noi. Cosa non fare dopo la fine di una relazione 1. Non alimentare le emozioni negative Molto spesso, chi sta affrontando una rottura cerca di concentrarsi solo sulle cose negative: ciò che non funzionava, ciò che non piaceva dell’altra persona, gli errori commessi. Questo approccio può sembrare utile nei primi giorni perché genera una sensazione di distacco. Tuttavia, queste emozioni col tempo si trasformano in una trappola: subentrano rancore, risentimento, rabbia, senso di impotenza. Ciò che accade è che la relazione resta viva, ma connotata solo negativamente, e non ci libera davvero. 2. Non trasformare l’amore in odio Odiando, non si è più liberi di quanto lo si sia amando. L’odio è solo una nuova forma di attaccamento. Trasformare l’amore in un’emozione opposta ma intensa, come il rancore, illude di facilitare il distacco, ma mantiene attivo il legame emotivo. Anche se inizialmente questo processo può sembrare utile, a lungo termine non consente una reale elaborazione del lutto emotivo. 3. Non svalutare ciò che è stato Alcuni scelgono la strada dell’annullamento: minimizzano l’importanza della relazione, fingono che non sia mai esistita, si convincono che “in fondo non era nulla”. Questo tipo di strategia porta a un’anestesia emotiva che però non guarisce. Al contrario, lascia un peso latente che ci portiamo dietro e che condiziona le relazioni future. Cosa fare per superare una rottura sentimentale La via d’uscita consiste nel dedicare lo stesso impegno emotivo e mentale che abbiamo messo nella relazione anche alla sua elaborazione e conclusione. Riflessione e consapevolezza Chiediamoci: Cosa abbiamo imparato dalla relazione? Cosa di bello ci portiamo via? Cosa abbiamo capito dell’altro? Cosa abbiamo capito di noi stessi? Che cosa siamo disposti a rimettere in gioco? Quali sono i nostri valori irrinunciabili? Cosa non accetteremo più in futuro? Attribuire un significato alla relazione Non possiamo decidere da soli se una relazione continua o finisce: l’altra persona ha sempre un ruolo. Tuttavia, ciò che nessuno può toglierci è il potere di attribuire un significato personale e costruttivo a ciò che abbiamo vissuto. La relazione può diventare uno strumento per conoscerci meglio, per crescere, per avvicinarci sempre di più a quella felicità autentica che desideriamo. Conclusione: superare una rottura non è dimenticare Superare una relazione finita non significa dimenticare, né odiare, né far finta di nulla. Significa capire, rielaborare, collocare. Significa fare pace con ciò che è stato, per poter guardare con più lucidità a ciò che sarà. Solo così, un passo alla volta, possiamo avvicinarci a una nuova versione di noi stessi, più consapevole, più autentica, più libera di amare davvero. ### Come capire se è vera amicizia Parliamo di amicizia. Faccio spesso contenuti inerenti al mondo delle relazioni, e quando parlo di relazioni, mi riferisco soprattutto a quelle sentimentali: amore, coppia, e spesso anche famiglia. Anche se non parlo tanto quanto delle relazioni di coppia, parlo comunque di relazioni familiari. Parlo invece poco di relazioni amicali, di amicizia, un aspetto inevitabilmente fondamentale della nostra vita e quotidianità. Come Capire se un'Amicizia è Vera: I Campanelli d'Allarme Parliamo quindi di relazioni amicali e di quali potrebbero essere i segnali che, in qualche modo, ci dovrebbero accendere un campanello d’allarme nella testa. Attenzione: quella che io ho sempre ritenuto un’amicizia, effettivamente è un’amicizia? Funziona davvero per il significato che io le attribuisco e per ciò che da lei mi aspetto, cioè da lei in termini di "amicizia"? Quindi: come si fa a capire, tramite il comportamento della persona che riteniamo amica, se effettivamente lei ci ritiene altrettanto? Ci sono una serie di segnali, di indicatori, che dovrebbero farci drizzare le antenne, soprattutto nel momento in cui questi si protraggono nel tempo. Attenzione: qualcosa non funziona. Momento di difficoltà vs. dinamica costante Chiaro che, se una persona che riteniamo amica inizia a mettere in atto tutti i comportamenti che tra poco elencherò — senza voler essere esaustivo — perché magari sta attraversando un momento estremamente complicato, ha bisogno in questo momento della nostra presenza, del nostro aiuto più che mai, eccetera… ovviamente non c’è problema. Anzi, penso che da amici si dovrebbe proprio cercare di soddisfare questo tipo di bisogni, e anche assecondare magari questo tipo di comportamenti. Dall’altro lato, però, se questi comportamenti si protraggono per un periodo indefinito e diventano una costante della relazione, allora probabilmente il significato di amicizia che voi attribuite a questa relazione non è lo stesso che l’altra persona le attribuisce. Principali segnali di un'amicizia sbilanciata 1. Autocentratura: parla solo di sé Un primo segnale è il fatto che la persona che riteniamo amica sia completamente autocentrata: parla di sé, dei suoi bisogni, dei suoi desideri, delle sue emozioni, ma non presta particolare attenzione a te, o ancora di più, non ti chiede come stai, come ti senti. Ciò che in qualche modo riempie la comunicazione e la relazione è soltanto ciò che l’altra persona porta di sé nella dinamica relazionale, senza lasciare a te lo spazio di esprimerti. 2. Il supporto dato per scontato Si innesca così un secondo meccanismo: ci si aspetta, in maniera abbastanza incondizionata, di essere capiti, ascoltati e sostenuti. È come se il tuo supporto fosse dato per scontato, come se ci si aspettasse che, nel momento in cui schiocca le dita, tu sia disponibile. 3. Ti usa per brillare o come paragone L’idea che la persona ritenuta amica utilizzi te come trampolino, come palcoscenico, o in qualche modo ti utilizzi per brillare. Molte relazioni considerate amicali si basano su questo principio: "Sto vicino a te perché sei messo/messa peggio di me, e questo mi fa stare meglio." Quindi, ti uso per brillare oppure come paragone. In mezzo alle persone tendo a sminuirti per valorizzare me stesso o me stessa. La persona amica viene un po’ dimenticata, un po’ derisa all’interno di un gruppo — magari dove ci sono delle persone che non sono amici, ma semplici conoscenti — per elevarsi. Se questo meccanismo diventa una dinamica costante, allora sì: attenzione, drizza le antenne. 4. Assenza di iniziativa nel contatto Non ti cerca. O meglio, se non sei tu a chiamare, potresti non sentire questa persona per un lungo periodo di tempo. In un rapporto d’amicizia, sparisce. Quando è impegnata, tutto gira intorno alla sua agenda, non importa se tu stai attraversando un momento complicato o felice. Non ti dà disponibilità, non ti chiede come stai, non ti ascolta quando tu ne hai bisogno. 5. Mancanza di riservatezza Quando finalmente ti ascolta, è come se registrasse le informazioni, ma poi non hai certezza che queste vengano mantenute private. Spettegola, magari senza malafede, ma distribuisce all’esterno informazioni tue. Non custodisce gelosamente ciò che gli hai confidato. Anche se capisce che per te è importante, non fa nulla per proteggerle. 6. Reazioni aggressive quando esprimi i tuoi bisogni Quando gli fai notare queste mancanze, quando parli e dici “Io penso che questa relazione debba essere sistemata”, “Ho bisogno che mi venga dedicata maggiore attenzione”, la reazione può essere aggressiva. Invece di capire, si arrabbia, critica, nega. Una reazione rabbiosa può indicare che la relazione era più utilitaristica che affettiva. Conclusione: Riconoscere e Rivalutare i Legami di Amicizia Queste sono alcune riflessioni, alcune considerazioni. Ovviamente non possono essere esaustive di tutte le relazioni amicali o presunte tali. L’obiettivo del video era proprio questo: riuscire a dare delle indicazioni, eventualmente alcuni elementi a cui prestare attenzione quando si pensa di essere all’interno di una relazione amicale. Perché se uno o più di questi elementi sono presenti, soprattutto nelle forme che ho appena raccontato, noi dovremmo drizzare le antenne e iniziare a chiederci: “Perché sta capitando?”. È vero, se capita magari in un periodo specifico della relazione, perché magari dura da anni e la persona con la quale siamo in relazione — il nostro amico o la nostra amica — è in difficoltà, ci sta che la comunicazione venga catalizzata principalmente dalla contingenza del momento. Ma se questa diventa una dinamica relazionale, attenzione, perché allora forse non è amicizia. ### Vuole una relazione senza impegno "Dottore, vuole una relazione senza impegno. Non è disposto a qualcosa di serio, sente di non essere pronto. Eppure io sono molto attratta da lui, credo nella nostra storia, vorrei appunto una relazione con lui." Cos'è una relazione senza impegno? Quello che sto per dire magari non ti piacerà: che relazione è una "relazione senza impegno"? Che cosa significa pensare di poter avere una relazione e non dedicare tutto sé stessi, soprattutto in una relazione sentimentale, alla relazione stessa, all’altra persona? Il significato nascosto dietro le parole Quando ti senti rispondere così, quando ti senti dire “voglio una storia senza impegno, non voglio nulla di serio”, in realtà il significato sottinteso delle sue parole è: "Io ho bisogno di essere felice, e questa relazione probabilmente non mi renderà tale. Ma quello che sono disposto a fare o a vivere è il tuo più totale sacrificio, il tuo più totale impegno, e una organizzazione unilaterale della nostra relazione, per cui tu ti impegni e ti prostri in tutto e per tutto per soddisfare i miei bisogni, le mie aspettative e le mie necessità. E attenzione: ti sto dicendo sin da subito che io non sono disposto a fare altrettanto per te". Una relazione unilaterale e sbilanciata Nei tuoi confronti la relazione è unilaterale. Io la voglio senza impegno, non voglio nulla di serio, non mi sento pronto. Ma se tu sei pronta, allora puoi dedicare anima e corpo a me, al soddisfacimento dei miei bisogni. Ma non ti aspettare il contrario, anzi, non chiederlo nemmeno, perché questa cosa potrebbe darmi fastidio, potrebbe essere una violazione – in un qualche modo – dei patti che stiamo ora sottoscrivendo. E quindi non ti permettere di avanzare delle ipotesi, delle idee, dei bisogni o delle richieste, perché io sono stato chiaro sin da subito. La falsa promessa di reciprocità Quindi, se tu vuoi dare, allora io sono disposto a ricevere. Però questa è la mia massima concessione. Questo è il mio massimo impegno. Ecco, al di là del tono che ho appena usato – magari anche estremizzandolo – quando ti viene detto: “Va bene, posso stare in una relazione, ma non voglio nulla di serio, nulla di impegnativo”, non si sta parlando di una relazione. Si sta parlando del tuo impegno, del tuo desiderio, del tuo sacrificio, delle tue emozioni, dei tuoi sentimenti, del tuo dolore. Non si sta parlando di costruire una relazione, non si sta parlando di costruire una coppia. Il concetto di coppia e impegno reciproco Perché la coppia prevede che ci sia un impegno reciproco, prevede che ci sia l’impegno di entrambi. Prevede che l’altro neanche si chieda se vuole dedicare o no energia a questa cosa, perché vuole dedicarla, perché tiene a questa cosa, che magari potrete costruire insieme. Perché vuole scoprire se effettivamente sei la persona giusta. Se inizia così, è perché in realtà le sue aspettative sono quelle che ti ho appena raccontato. Il rischio dell’idealizzazione e della falsa speranza Attenzione anche a non idealizzare tutto questo. Perché rimanendo ancorati a queste false promesse – implicite, ed è un altro dei mille impliciti di questa frase – l’idea sottostante è: “Però magari, se inizi a dedicarmi questo tipo di attenzioni, poi da cosa nasce cosa, anch’io a mia volta magari mi impegno, magari a un certo punto sarò pronto. Aspettami, per favore”. O magari anche senza il “per favore”. Allora questo diventa una trappola, una trappola enorme, che si regge su una falsa speranza e ti tiene vincolata. Da qui si innesca quel principio di idealizzazione: poiché tu vuoi dare, sei determinata, sei interessata, inizi a prenderti cura dell’altro, nella speranza che poi, ad un certo punto, sarai anche ripagata. E vedendo che comunque lui a ricevere è bravo – perché finché fai tutto tu, lui non crea particolari fastidi né problemi – inizi a fantasticare: “Chissà se, ad un certo punto, anche lui inizierà a fare qualcosa... Quanto potrebbe diventare bella la nostra relazione? Se già ora, che sono io a fare tutto, funziona, chissà se lui iniziasse a fare altrettanto”. Le conseguenze emotive della disillusione Non fai altro che aumentare la speranza, il desiderio, l’idealizzazione. Che, se poi la relazione finisce, diventa devastante. Perché il rischio è quello di rimanere ancorata, chiusa dentro lì, e impedirti – in funzione proprio dell’idealizzazione di qualcosa che non è mai stato reale – di andare avanti, di andare oltre. Di aprirti a nuove possibilità, nuove relazioni, nuove conoscenze, nuovi amori. Proprio perché la persona che hai aspettato, alla quale hai dedicato tutta questa energia, in realtà non esiste. In realtà è qualcosa che esiste solo nella tua testa, che hai anche costruito nel tempo, proprio per giustificare il paradosso di tutto questo sacrificio in una relazione che, in concreto, ti restituiva poco o niente. Conclusione: riconoscere una trappola emotiva Quindi attenzione quando ti senti dire: “Sì, vorrei una relazione, ma la voglio senza impegno. Non sono pronto a impegnarmi, non voglio una storia seria. Ora non è il momento”. Drizza le antenne. Perché quello che probabilmente ti sta proponendo è una trappola enorme, che gioca – come dicevo prima – sui tuoi sentimenti, sulle tue emozioni, sulle tue fatiche, e anche sul tuo dolore. ### I livelli di cura della psicoterapia Parliamo dei diversi livelli di guarigione — diciamo così, di risoluzione del problema — presenti nei percorsi di psicoterapia, in modo tale che, se stai valutando di iniziare un percorso o lo hai già iniziato e non te lo sei mai chiesto, tu possa rifletterci su. Cioè: qual è il livello minimo di soddisfazione a cui punti tramite un percorso di terapia? Cosa ti serve per poter dire: "Ok, sì, mi è stato utile, mi è servito abbastanza, sono sufficientemente soddisfatto, perché il beneficio che ne ho ottenuto è per me... magari non totale, ma sufficiente"? Penso che sia una cosa fondamentale da chiarirsi in testa per strutturare il lavoro, ma anche per adottare l’approccio giusto al lavoro stesso: che cosa vuoi ottenere? Quali sono i livelli di guarigione in psicoterapia? I livelli di guarigione — o meglio, di cura, di risoluzione del problema — sono diversi. Me ne vengono in mente tre o quattro. Adesso ci riflettiamo un attimo insieme. 1. Nessuna risoluzione del problema Nonostante il lavoro svolto, il problema non viene risolto. Può essere colpa del terapeuta, della persona, di entrambi o di fattori esterni. In ogni caso, il problema rimane sostanzialmente invariato, magari si è ridotto, ma non in modo sufficiente da generare benessere nella persona. 2. Riduzione significativa del problema Il problema si riduce drasticamente — da un’intensità di 10 a 2, per esempio — ma continua a esistere. La persona vive meglio, percepisce un beneficio, ma non è ancora completamente libera dal problema. 3. Risoluzione del problema con apprensione residua Il problema si risolve, ma la persona mantiene un certo livello di apprensione, tensione o allerta rispetto alla tematica. Nonostante il problema sia superato, la serenità non è completa. 4. Risoluzione completa e serenità La persona ha superato completamente il problema e, anche affrontando nuovamente situazioni simili, rimane serena. Questo è il livello massimo di benessere raggiungibile. Non esiste un livello giusto per tutti: scegli il tuo obiettivo Alcuni livelli sono raggiungibili per tutte le patologie, altri meno. Non c’è un livello giusto o sbagliato in assoluto: c’è quello giusto per te. Una persona può accontentarsi del livello 2 per un discorso di costo-beneficio. Un’altra potrebbe volere a tutti i costi arrivare al livello 4. L’importante è esserne consapevoli e condividere l’obiettivo con il terapeuta. Esempi pratici: come si manifestano i diversi livelli Problema 1: Attacchi di panico e agorafobia Livello 1: Gli attacchi di panico continuano, non si riesce a guidare né ad allontanarsi da casa. Livello 2: Si riesce a fare viaggi lunghi solo se accompagnati; si evitano autostrade. Livello 3: Si viaggia da soli, ma con forte ansia, uso di ansiolitici o altre strategie di controllo. Livello 4: Si viaggia serenamente, anche da soli e in situazioni prima temute, senza più sintomi. Problema 2: Disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia) Livello 1: Rimangono comportamenti pericolosi o potenzialmente letali (abbuffate, condotte compensatorie, forti restrizioni). Livello 2: Si mangia meglio, ma alcuni cibi sono evitati; rimane attenzione rigida alla forma fisica. Livello 3: Si mangia in modo più flessibile, ma si controllano ancora calorie o si teme la perdita di controllo. Livello 4: Si mangia con libertà, senza sensi di colpa o restrizioni ossessive; l’immagine corporea è vissuta serenamente. Problema 3: Dipendenza affettiva Livello 1: Si continua a entrare in relazioni tossiche, pur con maggiore consapevolezza, ma senza riuscire a uscirne. Livello 2: Nella nuova relazione si riconoscono le dinamiche, ma si tende ancora a prostrarsi o essere gelosi e diffidenti. Livello 3: Si è così attenti ai segnali tossici da non riuscire più ad aprirsi a una nuova relazione. Livello 4: Si entra in una nuova relazione in modo sano, con competenze acquisite e capacità di proteggersi, ma anche di lasciarsi andare. Stabilisci il tuo obiettivo terapeutico Quando inizi una terapia, chiediti: qual è per te il minimo raggiungibile? Qual è il livello necessario per iniziare a stare meglio e sentirti soddisfatto? Potrai sempre lavorare per migliorare ulteriormente, ma è importante partire con un obiettivo chiaro. Discutilo con il tuo terapeuta: sapere dove vuoi arrivare fa una differenza enorme, sia per il tipo di lavoro da intraprendere, sia per l’impegno da mettere in campo. ### La transilienza dello psicologo Parliamo di transilienza e di quanto questa sia importante nella terapia, e di quanto sia importante che il terapeuta sia transiliente. Ora, magari non hai mai sentito questo termine. Magari hai sentito il termine "resilienza", e "transilienza" un pochino ci si avvicina, sì, si assomigliano. Ed è vero nel senso che il concetto è simile, anche se non è lo stesso. Cos'è la Transilienza La transilienza consiste, diciamo così, nella scienza e nell’arte di sviluppare delle competenze trasferibili, cioè delle competenze trasportabili nei diversi contesti. Quando ad esempio, tramite un lavoro di équipe, si valuta chi sia il terapeuta più indicato per una specifica situazione, la transilienza può essere una risorsa determinante. Competenze Trasferibili e Vita del Terapeuta Qui non parlo di competenze trasversali come le competenze comunicative, empatiche o le soft skills. Parlo proprio di competenze trasportabili, cioè legate all’esperienza di vita e alla persona del terapeuta. Queste possono essere un fattore — anzi, probabilmente lo sono — che incide sull’efficacia terapeutica in situazioni specifiche. La Transilienza Non Sostituisce la Competenza Clinica Non credo che uno psicologo debba aver vissuto tutte le patologie per poterle curare, così come un ortopedico non deve essersi rotto tutti gli ossi per ripararli. Ma ci sono competenze non cliniche, donate dall’esperienza di vita, che rendono il terapeuta più efficace in determinati contesti. La Scelta del Terapeuta in Équipe Quando un’équipe valuta chi dovrebbe seguire un paziente, considera due grandi macro-categorie: 1. Competenze Tecniche Esperienza con sintomi specifici, patologie particolari, esiti terapeutici precedenti, agio nel trattare un certo tipo di problematica. 2. Competenze Umane e Transilienti Non solo empatia o ascolto attivo, ma vere e proprie esperienze di vita del terapeuta che possono fungere da risorsa terapeutica all’interno della seduta. Transilienza e Cicli di Vita Un terapeuta può essere più efficace quando ha vissuto in prima persona situazioni simili a quelle del paziente. Non è un vincolo, ma una potenziale risorsa. Ad esempio, un terapeuta uomo può comprendere direttamente cosa significhi affrontare problemi sessuali maschili. Lo stesso vale per la gestione dei figli, le separazioni, o grandi cambiamenti di vita. Esempio di Applicazione della Transilienza Pensiamo a un uomo di 45 anni, appena separato, con figli preadolescenti. Deve riorganizzare la propria vita personale, familiare ed economica. Se si trovasse davanti tre terapeuti — un uomo coetaneo, una donna di 30 anni, e un uomo di 30 anni — chi sceglierebbe? La risposta potrebbe essere: "Basta che sia competente." Ed è giusto. Ma a parità di competenza, il terapeuta coetaneo ha dalla sua parte una maggiore probabilità di transilienza: ha vissuto esperienze simili e può quindi offrire una comprensione più immediata e profonda. La Relazione Terapeutica e la Percezione del Paziente La transilienza può favorire la relazione terapeutica. Il paziente potrebbe sentirsi più capito e facilitato nell’aprirsi. Questo non significa che il terapeuta più giovane non possa essere efficace, ma che avrà un tipo diverso di approccio e strumenti. Magari il terapeuta coetaneo non è sposato, ma sa cosa significa arrivare a 45 anni single. Oppure è sposato con figli e conosce bene le dinamiche familiari. Non è una questione di giusto o sbagliato, ma di risorse disponibili. Transilienza: Risorsa Non Necessaria, Ma Preziosa La transilienza non è sempre necessaria — e spesso non è possibile. Ma quando c’è, è un valore aggiunto. Nei lavori in équipe, questo è uno dei grandi vantaggi: si può scegliere il terapeuta anche sulla base delle competenze umane, relazionali e transilienti, oltre che cliniche. ### Stili d'attaccamento e relazioni sentimentali Parliamo di stili di attaccamento e stili relazionali: modalità con le quali vengono vissute le relazioni e quale correlazione ci può essere tra questi due aspetti. Origine degli Stili di Attaccamento: la Teoria di Bowlby Gli stili di attaccamento provengono dall’ormai arcinota teoria dell’attaccamento di Bowlby. Piccola precisazione: non sono un fan sfegatato della teoria dell’attaccamento. Posso essere un fan di Bowlby per l’innovazione che ha portato, ma non nello specifico della teoria, perché una delle critiche più grosse che solitamente le viene mossa è proprio quella per cui ciò che era stato individuato ai tempi non aveva validità trasversale. Nel senso che, per esempio, un attaccamento sicuro per come veniva definito a Milano non era rintracciabile a Berlino, o ciò che veniva definito sicuro a Milano era percepito come sicuro solo perché condiviso in quel contesto, ma non altrove. Oggi la società si è sicuramente trasformata e cambiata, anche in funzione di questo melting pot culturale, valoriale e relazionale che, nel bene e nel male, rende un po’ meno valida in termini pratici – ma sempre interessante in termini teorici – la teoria dell’attaccamento. I Quattro Principali Stili di Attaccamento La teoria dell’attaccamento descrive quali possono essere gli stili che, nella relazione madre-bambino, si evidenziano. Ne individua principalmente quattro: sicuro, insicuro evitante, insicuro ambivalente e disorganizzato. Attaccamento Sicuro L’attaccamento sicuro si osserva in un bambino che si sente certo dell’affetto della madre. Per esempio: quando la madre si allontana, lui si lagna o si lamenta; quando la madre ritorna, è contento, si fa consolare, è felice. Questi comportamenti sono stati osservati anche attraverso una procedura chiamata Strange Situation. L’attaccamento sicuro è quello in cui il bambino sa di essere amato. Quindi, se la madre si allontana, piange; ma quando torna, si fa consolare. Attaccamento Insicuro Evitante L’attaccamento insicuro evitante si osserva invece in un bambino che non si cura particolarmente né dell’allontanamento né del ritorno della madre. Non è sicuro di poter ricevere amore o affetto, quindi tende a cavarsela da solo, a gestire autonomamente i suoi stati emotivi – consci o meno che siano. Attaccamento Insicuro Ambivalente L’attaccamento insicuro ambivalente ha uno stile un po’ diverso: a volte si lamenta, a volte no. Ma ciò che fa, quando la madre si allontana e poi ritorna, è “fargliela pagare”. È felice del suo ritorno, ma allo stesso tempo deve sfogare la rabbia per l’abbandono percepito. C’è come una sorta di vendetta emotiva. Attaccamento Disorganizzato L’attaccamento disorganizzato, infine, è il più contraddittorio: talvolta si lamenta, talvolta no; talvolta accoglie la madre, talvolta la respinge. Assume comportamenti molto diversi anche in situazioni simili. È un attaccamento più nebuloso, difficile da spiegare, che raccoglie in sé elementi degli altri tre stili ma senza una coerenza interna. Come si Trasformano gli Stili di Attaccamento in Età Adulta Ora, come si trasformano questi stili nella vita adulta? Che tipo di partner sarà un bambino con un attaccamento sicuro, o con un attaccamento evitante, ambivalente o disorganizzato? Se dovessi provare a fare questo sforzo, mi verrebbe da dire che: Partner con Attaccamento Sicuro Una persona con un attaccamento sicuro sviluppato nelle relazioni primarie sarà, da adulto, un partner relativamente stabile. Ha fiducia nel fatto che i suoi bisogni emotivi possano essere soddisfatti e si impegna anche a soddisfare quelli del partner. Partner con Attaccamento Insicuro Evitante Una persona con attaccamento insicuro evitante tenderà ad essere molto indipendente, autonoma. Non manifesta facilmente le emozioni, magari non ne è nemmeno consapevole. Anche se sa cosa prova, punta comunque sull’autonomia, procede con cautela e mantiene una certa distanza emotiva. È come se fosse “inafferrabile”, perché conta soprattutto su sé stesso. Un po’ come un gatto, se vogliamo. Partner con Attaccamento Insicuro Ambivalente Chi ha sperimentato un attaccamento insicuro ambivalente, da adulto tenderà all’opposto: sarà molto insicuro, sempre dubbioso che i propri bisogni emotivi vengano soddisfatti. Sarà critico verso il partner, chiederà rassicurazioni continue, metterà alla prova l’amore dell’altro. Sa di avere bisogno dell’altro, ma non si fida: quindi diventa incalzante, ansioso. Partner con Attaccamento Disorganizzato Chi ha avuto un attaccamento disorganizzato, infine, tenderà ad assumere un atteggiamento contraddittorio anche da adulto. Spesso vive relazioni fatte di alti e bassi, alterna momenti funzionali a momenti di distacco, con sbalzi d’umore, rabbia, talvolta persino violenza. C’è una disregolazione emotiva e un’incapacità di stare nella relazione, al punto che talvolta delega completamente all’altro la responsabilità di portare avanti la coppia o di mantenerne la stabilità emotiva. Conclusione: Gli Stili di Attaccamento Come Fattori Predittivi Queste sono ovviamente riflessioni. Non sto sostenendo che chi ha avuto un attaccamento sicuro sarà inevitabilmente un partner stabile, né che chi ha avuto un attaccamento evitante diventerà necessariamente una persona fredda, distante, incapace di entrare in relazione. Tuttavia, possiamo valutare lo stile di attaccamento come un fattore di protezione o di rischio rispetto alla nostra futura capacità di essere partner relazionalmente sani, emotivamente validi e capaci di promuovere il benessere sia di coppia sia individuale. ### Come affrontare una relazione con un narcisista Perché cambiare prospettiva è fondamentale Oggi ragioniamo su due aspetti fondamentali che non sono tanto rivolti a cosa fare nei confronti dell’altro, o a come comportarsi quando si vive una situazione di questo tipo, quanto a capire noi come dovremmo approcciarci. Cioè: rispetto a noi stessi, rispetto a cosa è necessario che facciamo nei nostri riguardi, cambiando e trasformando il nostro punto di vista, al fine di mettere come obiettivo il nostro benessere. Quindi non tanto: “fai così, fai cosà, il no contact, piuttosto che reagisci in questa maniera, cerca di assecondarlo, prendi le distanze...” No. Ragioniamo su come è necessario cambiare il proprio punto di vista per riuscire a mettersi in sicurezza, cioè per riuscire ad avere come obiettivo primario il proprio – e non l’altrui – benessere. Due strumenti essenziali: disincanto e sincerità Due cose fondamentali, apparentemente semplici ma che poi, nella pratica, non lo sono affatto: disincanto e sincerità. Il disincanto: riconoscere l’illusione Disincanto significa riuscire a comprendere quale parte – e quanta parte – del partner narcisista è stata idealizzata. Ossia: comprendere quanto la persona che noi pensiamo di amare, o che abbiamo pensato di amare, in realtà non esista; e quanto dei comportamenti – soprattutto i significati di quei comportamenti – che noi abbiamo attribuito a lui o a lei, siano sostanzialmente frutto della nostra fantasia, dei nostri desideri, delle nostre proiezioni. Cioè del nostro impegno nel cercare di vedere l’altro per come noi vorremmo vederlo, per come dovrebbe comportarsi la persona che desideriamo avere accanto. Se si ripercorre a ritroso la storia, quindi si incappa in alcuni episodi, è facile capire – e vedere, soprattutto con il senno di poi – come molti comportamenti noi li abbiamo giustificati, interpretati, motivati in una maniera tale da essere in linea, anche in maniera un po’ forzata, con ciò che desideravamo. Soprattutto all’inizio della relazione. Mano a mano che si va avanti, ci si rende conto che questi comportamenti sono progressivamente ingiustificabili. E quindi ci rendiamo conto che, in realtà, ciò che abbiamo sempre provato a vedere nell’altro, di fatto non esiste. Questa è la fase di disincanto: quel momento in cui ci rendiamo conto che c’è una grossissima responsabilità nostra nell’aver lavorato per idealizzare il partner. Il disincanto sta proprio lì: nel comprendere che la persona della quale crediamo – o credevamo – di essere innamorati, in realtà non c’è. In realtà non esiste. Attribuiamo nuovi significati a comportamenti passati, li rileggiamo sotto una nuova luce, e ci rendiamo conto che la descrizione che ne diamo adesso – appunto, disincantata – risulta essere molto più credibile, molto più congruente rispetto a quella data in precedenza. Quindi la giustificazione sostanzialmente viene meno. La sincerità: essere onesti con sé stessi Questa non è una cosa semplice, perché – e qui ci colleghiamo al secondo punto – ci vuole una certa sincerità con noi stessi. Una certa trasparenza, una certa onestà intellettuale per poter affrontare uno smacco e un dolore di questo tipo. Molti, in queste situazioni, proprio per le energie già profuse all’interno della relazione, non sono disposti a interromperla. Cercano di recuperare, non si danno pace all’idea di poter non solo perdere l’altro – del quale magari sono già anche disincantati – ma di poter buttare alle ortiche tutto lo sforzo fatto per far funzionare quella relazione: tutte le emozioni, le fatiche, le energie investite. Come se ora dicessero: “Ormai ciò che ho dato, ciò che ho messo dentro qui, è troppo per potermi tirare indietro”. No. Non è vero. Soprattutto nel momento in cui riesci a essere sincero o sincera con te stessa, e capisci che sarà sempre e comunque un gioco a perdere. Sarà sempre e comunque un gioco in cui la tua felicità verrà sistematicamente erosa in funzione del soddisfacimento delle esigenze e delle richieste dell’altro. E quindi, una volta che si è sufficientemente sinceri con se stessi, scatta un meccanismo per cui non si rimane più legati all’idea: “Devo per forza salvare la relazione”, ma piuttosto: “Devo per forza salvare me”. E allora si è disposti a perdere qualcosa – qualcosa che, tra l’altro, si è già perso – ma si è disposti a dirselo. Si è disposti a parlare serenamente, sinceramente con se stessi e a provare ad andare oltre. Conclusione: cambiare punto di vista per salvare sé stessi Queste sono due cose fondamentali: disincanto e sincerità. Non sono legate a cosa deve fare l’altro, o a come noi ci dobbiamo comportare con l’altro, ma sono legate soprattutto al punto di vista che noi abbiamo su noi stessi e sulla relazione. Questi sono due passaggi necessari per riuscire a risolvere una relazione con un narcisista. ### "Mi ha chiesto una pausa, non so che fare" " Dottore il mio compagno vuole una pausa. Mi ha chiesto un periodo di tempo per pensare. Dice che dovremmo stare un po' separati. Che cosa devo fare? Come dovrei comportarmi?" Una domanda comune, una risposta complessa Ho scelto di rispondere a questa domanda perché mi capita di riceverla molto spesso. I messaggi diretti su Instagram sono invasi da domande che più o meno suonano così. Ora, premesso che non esiste una risposta giusta e non esiste una risposta sbagliata — cioè, fare terapia se lo dobbiamo vedere dal mio punto di vista, o vivere una relazione se lo vediamo dal punto di vista dei partner — è un’esperienza unica, difficilmente paragonabile, raccontabile e generalizzabile. Ci sono sicuramente dei criteri, ma il tutto è estremamente sartoriale. È una professione che mi affascina perché, anche se tutti gli abiti hanno due gambe, due braccia, un tronco, delle spalle, il risultato finale — cioè come l’abito calza, come trasmette un certo tipo di messaggio o comunicazione — varia tantissimo. E ciò che lo fa variare è proprio il lavoro del sarto, dell’artigiano, del professionista che capisce, in funzione delle richieste del cliente, gli obiettivi e i desideri, e cerca di esprimerli tramite questo minuzioso lavoro del "cucire addosso alla personalità". Nonostante ci sia, ovviamente, un semilavorato alla base, l’abito avrà sempre le due gambe, le braccia. Non esiste una formula unica: due azioni concrete Quindi, non esiste una risposta che dica con certezza “devi fare così” o “ti devi comportare in questa maniera” e che, applicata in modo decontestualizzato, dia la soluzione su come poter reagire. Ci sono però due cose che mi vengono in mente da poter fare in una situazione del genere. 1. Rispettare la richiesta di spazio Potrà sembrare scontato, ma penso che la prima cosa da fare sia concedere questo spazio, cioè rispettare la richiesta dell’altro di prendere una distanza e di concedersi un momento di riflessione. Ora, è chiaro che alcuni di voi staranno pensando: "Benissimo, spesso questa richiesta risulta essere una scusa per interrompere, per non affrontare il problema. È un modo per scappare dalle proprie responsabilità, per tranquillizzare un po’ le acque e poi essere già incanalati verso la via dell’interruzione". In effetti, viene spesso utilizzata per sottrarsi senza dare delle spiegazioni efficaci, specificazioni magari anche dovute alla persona con cui si è trascorso del tempo. Questo può essere vero. Ma è altrettanto vero che dipende dal tipo di pausa che viene chiesta e, soprattutto, dal tipo di relazione. È naturale che, se una persona chiede una pausa dopo una settimana di relazione, è difficile da comprendere. Se invece la relazione è importante, se è stato costruito tanto insieme, se ci si conosce da tempo, per quanto possa essere faticoso sentirsi dire una cosa del genere, se ci si rende conto che c’è una plausibilità nel fatto che questo tempo serva davvero alla riflessione, allora vale la pena attendere. Vale la pena attendere anche nel caso in cui pensiamo che possa essere una scusa. Possiamo chiedere un’ulteriore rassicurazione, una presa di posizione netta, così da avere una risposta chiara. Ma se la relazione è stata importante, il prendere una pausa può essere una scelta plausibile, che dipende proprio da come ragionano le persone all'interno della relazione. Quando vale la pena aspettare Perché dico che vale la pena attendere? Per due motivi. Primo: se questa è effettivamente una scusa per allontanarsi, lo si capisce nel giro di pochissimo. Si interrompono i contatti, anche le comunicazioni di servizio molto basiche. È chiaro che due persone che sono state insieme tanto tempo hanno anche implicazioni pratiche, non solo sentimentali. Se l’altro si nega in tutto e per tutto, già iniziamo a ottenere delle risposte. Se invece la pausa viene effettivamente utilizzata per riflettere, allora rispettare questo tempo e questo spazio ci permette innanzitutto di non forzare la mano. Ci permette di non costringere l’altro ad assumersi una responsabilità — quella di continuare o di interrompere — che magari non è ancora pronto a prendere. Così gettiamo le basi per una potenziale nuova relazione, basata non solo sulle nostre paure — ad esempio il timore dell’abbandono, il desiderio che l’altro torni subito — ma su una base diversa. Di solito, quando uno chiede uno spazio, è perché sente che la vicinanza con quella persona rende difficile trovare delle risposte. È come se ci fosse un rumore di sottofondo che impedisce la riflessione. E noi dobbiamo interrompere quel rumore, soprattutto se siamo innamorati e teniamo all’altra persona. Dobbiamo rispettare questa richiesta di riflessione, perché non abbiamo alternative. Incalzando, magari riusciamo a convincere l’altro a tornare, ma al tempo stesso lasciamo il tarlo nella sua testa di non aver preso una decisione in autonomia. Rispettando questo spazio, metacomunichiamo la nostra volontà e il nostro impegno a far funzionare la relazione, anche tramite il rispetto che dimostriamo all’altro. Assumiamo una posizione per noi estremamente scomoda e difficile, quella dell’attesa, anche di fronte a una persona amata e desiderata che chiede una distanza. 2. Utilizzare la pausa per lavorare su sé stessi Il secondo punto su cui vorrei riflettere è che questo tempo lo possiamo utilizzare anche noi. Nel momento in cui l’altro prende distanza da noi, anche noi abbiamo uno spazio di riflessione. Possiamo confrontarci con noi stessi. Spesso accade che, nel momento in cui l’altro magari torna, siamo noi a non essere più pronti, perché questa distanza ha aperto delle domande e degli interrogativi nella nostra testa, e non siamo sicuri di aver trovato ancora le risposte. Potremmo aver messo a fuoco cose che desideriamo cambiare, sentiamo il bisogno di ridiscutere alcuni presupposti, alcune dinamiche della nostra coppia. Quindi, se da un lato c’è sicuramente dolore, paura e spavento quando l’altro chiede una pausa, se noi questa distanza la utilizziamo per lavorare su noi stessi, sui nostri desideri e obiettivi legati alla relazione, possiamo farci trovare trasformati, più consapevoli. Potremo utilizzare queste nuove conoscenze all’interno di una potenziale ripresa della relazione. Conclusioni: trasformare il vincolo in risorsa La verità è che dobbiamo fare i conti con questa realtà scomoda: l’altro, vicino a noi, sente di non riuscire a prendere una decisione e chiede una distanza, anche con la possibile paura di poterlo perdere. Ma dobbiamo anche cercare di trasformare il vincolo in una risorsa. Chiederci: che cosa possiamo fare per trarre il massimo da una situazione potenzialmente scomoda e faticosa come l’allontanamento di una persona amata? Così che questa diventi una risorsa, un punto di forza, un valore aggiunto da utilizzare, nel caso in cui avremo l’opportunità di riprendere — e se ci sarà — la relazione stessa. ### Crisi esistenziale come riconoscerla e superarla "Crisi esistenziale" è un termine curioso, se vogliamo. Quando si parla di psicologia o di psicoterapia, è facile pensare ai sintomi: "Dottore, ho l'ansia", "Dottore, soffro di depressione", "Dottore, ho un disturbo del comportamento alimentare", e così via. Crisi esistenziale e terapia di coppia Talvolta, nella terapia di coppia, ai sintomi si aggiungono le difficoltà, le scelte: "C'è stato un tradimento nella nostra relazione", "Dobbiamo fare un passo importante perché stiamo cambiando casa", oppure "Ci stiamo separando e dobbiamo capire come comunicare ai figli e continuare il nostro rapporto genitoriale nonostante la rottura di coppia". Un'altra dimensione: le tematiche esistenziali Esiste però un altro filone che non ha solo a che fare con problemi e sintomi, ma anche con tematiche esistenziali. Aspetti per cui magari non c'è un sintomo esplicito: non si soffre d'ansia invalidante, ma si sente di non riconoscersi più. La vita vissuta non sembra appartenere a chi la vive. Crisi di mezza età e altre transizioni La più famosa è la crisi di mezza età, su cui trovi diversi video sui miei canali YouTube e Instagram. Ma esistono altri momenti di crisi esistenziale, legati ai cambiamenti, alle trasformazioni. Alcuni sono anagrafici, come l'adolescenza; altri sono connessi alle contingenze della vita. Le caratteristiche di una crisi esistenziale Come riconoscerla e affrontarla? Riflettiamo insieme. Innanzitutto, la crisi esistenziale è qualcosa di subdolo, non manifesto. Da fuori, difficilmente viene intuita o compresa, a meno che chi ci sta accanto non ci conosca profondamente. 1. Apparente perfezione esterna Uno dei segnali principali è questo: "Apparentemente non c'è nulla che non va. Vista da fuori, la mia vita è perfetta. Ho tutto, ma non sono felice". 2. Perdita di piacere Si perde l'interesse per ciò che prima appassionava. Attività e hobby che un tempo davano energia ora sembrano svuotati di significato e piacere. 3. Apatia o irrequietezza Si avverte una sensazione di malavoglia, pesantezza, o al contrario insofferenza e rabbia. A volte ci si sente scarichi, altre volte irascibili e nervosi. Talvolta si oscilla tra questi stati. 4. Comportamenti inaspettati Si iniziano a fare cose nuove, distanti dall'immagine che si aveva di sé. Non necessariamente negative, ma comunque inedite: dalla riscoperta di una passione al compiere scelte inattese, anche errori o gesti inaspettati, come un tradimento o nuove frequentazioni. La crisi come segnale e opportunità Se ti ritrovi in una o più di queste situazioni, è probabile che la tua mente – in accordo con il tuo corpo – ti stia comunicando qualcosa. Come interpretare questo messaggio? Come affrontare una transizione di questo tipo? Affrontare una crisi esistenziale Per prima cosa, non sentirti sbagliato. Non devi pensare di essere malato o di aver fallito. Inizia invece a guardare in faccia questa crisi, a cercare di capire che cosa vogliono comunicarti le tue emozioni e i tuoi nuovi comportamenti. Rifletti su come la persona che sei diventato possa essere diversa da quella che credevi di voler essere. Un po' come accade nella crisi di mezza età: "Ora che ho raggiunto tutto, è tutto qui?". Chiediti: "Perché ora provo questo vuoto? Cosa mi manca? Cosa sto cercando e non riesco a ottenere con la vita che ho costruito?". La trasformazione: da crisi a crescita Prova a vedere la crisi come un’opportunità. Una trasformazione non significa perdere se stessi, ma evolversi. Perdere sé stessi è agire comportamenti lontani dalla propria identità, guidati solo dall’istinto, senza consapevolezza. Questo accade quando si rifiuta la crisi e si tenta di tornare al passato, a ciò che si era. Abbracciare la crisi significa accettarla e comprenderne il significato. Solo così è possibile trasformarsi mantenendo una continuità con la propria storia personale. In questo modo, non si diventa vittime della crisi, ma protagonisti della propria trasformazione. Conclusione: comunicare con la crisi Per superare una crisi esistenziale bisogna accettarla, non averne paura. Più la si evita, più cresce e si impone nella nostra vita, fino a renderci passeggeri della nostra stessa esistenza. Affrontarla significa parlare con essa, comprenderne il significato, e allineare testa e pancia. Solo così possiamo trovare un nuovo equilibrio tra chi siamo e chi vogliamo diventare. ### Quattro tipi di gelosia Parliamo di gelosia e delle diverse forme che questa può assumere. Ho già fatto diversi contenuti e partecipato a varie interviste sulla gelosia. Una molto interessante, che ti consiglio di andare a vedere se ancora non l'hai fatto, è quella svolta con il collega e amico Angelo Collevecchio. In quell’occasione ci prendiamo una mezz’ora, forse anche di più, per approfondire insieme il tema della gelosia da diversi punti di vista: quali sono le forme, le cause, i risvolti e i rischi a cui la gelosia può esporre nella relazione, eccetera. Lì trovi un sacco di approfondimenti. Oggi, invece, cerchiamo di capire se esiste un solo tipo di gelosia o se, al contrario, questa possa essere declinata in diverse tipologie. Le ricerche scientifiche ne individuano quattro macro-categorie, che, se ulteriormente articolate, ci aiutano a comprendere meglio le situazioni specifiche. Queste sono: la gelosia di tipo emotivo o reattivo, la gelosia ansiosa o cognitiva, la gelosia possessiva e la gelosia proiettiva. Queste quattro tipologie servono, appunto, per inquadrare il problema e poi affrontarlo nel contesto specifico. Vediamole con ordine e cerchiamo di approfondirle. 1. Gelosia Emotiva o Reattiva La gelosia di tipo emotivo o reattivo è quella legata a qualcosa di effettivamente accaduto, cioè a un fatto o a una minaccia concreta e reale, che sentiamo possa alterare la nostra relazione con il partner o compromettere la fiducia che abbiamo nei suoi confronti. La gelosia definita emotiva o reattiva si spiega proprio così: c’è un fatto, qualcosa di concreto accaduto, al quale reagiamo con un comportamento geloso, appunto reattivo. Di fronte al fatto, proviamo una risposta che ci porta a dire: "Attenzione, questa è una cosa mia", sentendoci in qualche modo violati o minacciati nel principio di esclusività che abbiamo con la persona che amiamo. 2. Gelosia Ansiosa o Cognitiva Dopodiché c’è la gelosia ansiosa, o anche definita cognitiva. È una gelosia che si manifesta non solo a livello emotivo, ma anche mentale. È connessa principalmente a una sensazione di insicurezza, a una percezione di minaccia che vediamo ovunque, ma più in termini ipotetici. Non è detto che il partner abbia effettivamente tradito o minato la fiducia, ma c’è una sorta di ipersensibilità verso le potenziali minacce o i potenziali rischi che potrebbero compromettere la relazione. C’è quindi un continuo lavoro mentale, sia nell’individuare possibili segnali di pericolo, sia nel preoccuparsi che questi possano degenerare. Questo tipo di gelosia è potenzialmente molto rischioso, perché può facilmente trasformarsi in qualcosa di tossico. 3. Gelosia Proiettiva In ultimo, c’è la gelosia proiettiva, che è una forma diversa da tutte le altre. È legata non tanto a ciò che il partner ha fatto o potrebbe fare, ma al proprio senso di colpa per determinati pensieri o comportamenti. In questo caso, si proietta sull’altro la propria responsabilità. Faccio un esempio: uno dei due partner inizia a sviluppare un interesse, un’attrazione – non necessariamente un tradimento – ma magari un’amicizia speciale o una connessione un po’ più intima con un’altra persona. Anche se non viene agito nulla di concreto, il senso di colpa per questo legame, che magari è solo passeggero o non minaccia realmente la relazione, viene comunque vissuto intensamente. Di conseguenza, la persona finisce per attribuire al partner delle responsabilità che in realtà non ha, diventando geloso o gelosa nei suoi confronti. Questo perché percepisce, a livello inconscio, di essersi allontanato dal percorso della coppia, e quindi proietta sull’altro il proprio disagio, attribuendogli colpe inesistenti. 4. Gelosia Possessiva La gelosia possessiva non è stata approfondita quanto le altre nel testo originale, ma per completezza, si tratta di una forma di gelosia in cui il desiderio di controllo sull’altro diventa centrale. La persona gelosa vive la relazione come un possesso e teme costantemente di perderlo, anche senza segnali reali. Questa gelosia può portare a comportamenti di controllo, restrizione della libertà e conflitti continui nella coppia. Come Riconoscere e Gestire la Gelosia nella Relazione Queste sono le quattro diverse forme di gelosia: quella emotiva o reattiva, quella ansiosa o cognitiva, quella possessiva e quella proiettiva. Riuscire a capire quale – o quali – di queste tipologie si manifestano nella tua relazione, nel tuo partner o in te stesso, ti permette anche di capire come e dove intervenire per fare in modo che la gelosia non finisca per condizionare, alterare o addirittura rovinare la tua relazione. ### Comportamenti post tradimento che impediscono di andare oltre Due degenerazioni del tradimento, soprattutto nel momento in cui si crede che il tradimento sia stato risolto o si stia cercando di risolverlo insieme all'interno della coppia, sono segnali evidenti che le cose non sono ancora a posto. Se questi comportamenti vengono protratti nel tempo, rischiano di ledere la relazione in modo anche importante, potenzialmente irreparabile. Tradimento nella coppia: contenuti e risorse disponibili Quando si parla di tradimento, ovviamente si trovano tantissimi contenuti: video, corsi, libri — molti anche gratuiti — disponibili sul mio sito o sul canale YouTube. Tuttavia, non ho mai affrontato in modo approfondito alcuni aspetti che emergono quando, in una dinamica relazionale alterata dal tradimento, questo viene analizzato, rielaborato e la coppia cerca di restare unita, senza però riuscire davvero ad "andare oltre", come spesso sottolineo. Dinamiche tossiche post tradimento Si instaurano allora delle dinamiche relazionali vincolanti, potenzialmente insoddisfacenti, persino tossiche, che intrappolano entrambi i partner in una condizione di infelicità. Ne esistono principalmente due, legate più al comportamento del traditore che a quello del tradito. Del tradito abbiamo già parlato molte volte: potrebbe continuare a rivendicare quanto subito, a rinfacciare la ferita inflitta — percepita come potenzialmente mortale — arrivando a rivangare e a ripetere accuse anche in discussioni che non riguardano direttamente il tradimento. Comportamenti del traditore che ostacolano la guarigione della coppia Ma quali sono i comportamenti, sia del tradito che del traditore, che alterano la relazione e ne impediscono una reale evoluzione? I principali sono due: Il continuo rendere conto nel tentativo di riconquistare la fiducia dell’altro. La trasformazione forzata e artificiale del proprio comportamento. 1. Il bisogno costante di giustificarsi Il primo aspetto nasce dal fatto che, poiché il partner tradito si sente insicuro, chi ha tradito cerca di rassicurarlo. Il senso di colpa lo spinge a dare continue dimostrazioni di trasparenza: invia foto, comunica in dettaglio cosa sta facendo, con chi è, dove si trova, e anticipa eventuali variazioni rispetto all’agenda, anche senza che gli venga richiesto. Questo tipo di rassicurazione, inizialmente utile e naturale — quasi spontanea — nel tempo diventa però estremamente vincolante. Faticosa. Impone limiti alla libertà personale, e anziché ricostruire la fiducia, la trasforma in controllo o autocontrollo. Il traditore si auto-controlla costantemente per rassicurare il partner, ma questo, alla lunga, risulta stucchevole anche per il tradito, che percepisce il comportamento come forzato, poco autentico. Così, paradossalmente, quella fiducia che si cerca di recuperare viene ulteriormente erosa. 2. La trasformazione artificiale del comportamento Il secondo aspetto riguarda invece una vera e propria trasformazione del comportamento, spesso in maniera forzata. Non è raro che, a seguito di un tradimento e della crisi che ne consegue, i partner inizino a parlare apertamente anche di ciò che prima non funzionava nella relazione. Succede allora che il traditore, in passato percepito come distante, autonomo, poco affettuoso o poco empatico, improvvisamente cambi. In terapia, capita spesso che il partner tradito dica: "Ho sempre chiesto a mio marito/moglie più presenza, più vicinanza emotiva, più attenzione fisica… ma solo dopo il tradimento ho ottenuto tutto ciò". Tuttavia, questo cambiamento non soddisfa. Perché? Perché appare falso, costruito. E sebbene finalmente si riceva ciò che si desiderava, il modo in cui arriva lo rende poco autentico, difficile da accettare. Questo genera frustrazione e ulteriore distanza. Quando la soluzione diventa un nuovo problema Questi due aspetti — il controllo costante e la trasformazione forzata del comportamento — sono reazioni post-tradimento che, nel breve periodo, possono sembrare rassicuranti e persino protettive per la relazione. Ma nel lungo periodo logorano. La fiducia non si ricostruisce: si deteriora ulteriormente. Il traditore non viene più riconosciuto come la persona che era, e questo alimenta l’idea che la relazione sia diventata qualcosa di troppo distante da ciò che è stato fino al momento del tradimento stesso. ### Ansia da prestazione: due situazioni contro-intuitive Parliamo di ansia da prestazione, in particolare di ansia da prestazione sessuale in situazioni in cui non te lo aspetti. L’ansia da prestazione, come suggerisce il termine stesso, è quell’agitazione, preoccupazione, apprensione e tensione che può arrivare addirittura al panico nel momento in cui c’è da compiere una prestazione. Cos'è l'ansia da prestazione sessuale Se la caliamo da un punto di vista sessuale, quando si deve avere un rapporto sessuale, può manifestarsi in tanti modi diversi. Ad esempio, ci può essere nell’eiaculazione precoce, nella perdita dell’erezione o nel mancato raggiungimento della stessa. In altri casi, ci può essere una eiaculazione ritardata o anche un’eiaculazione assente. Ovviamente, quelle che ho appena elencato possono essere anche patologie a sé stanti, quindi non necessariamente connesse all’ansia e, di conseguenza, all’ansia da prestazione. Ci possono essere dei problemi di tipo meccanico che impediscono le erezioni, ci possono essere altri tipi di problemi che impediscono l’eiaculazione, eccetera. Quando il corpo funziona ma il problema è psicologico Quello che però è difficile da dire è che, se ci sono rapporti sessuali che vanno bene o che sono andati bene in passato, o comunque la fisiologia del corpo funziona come previsto – ad esempio tramite la masturbazione ci si rende conto di non avere particolari problemi, se si hanno erezioni spontanee durante la notte o la mattina presto – allora il problema verosimilmente, anche se fare degli approfondimenti è sempre una buona idea anche da un punto di vista fisico, sta nell’ansia. È anche facile da capire se si soffre di ansia da prestazione, perché verosimilmente ci sono tutta una serie di pensieri legati a: "Speriamo che tutto vada bene", "Speriamo di non essere derisi", "Speriamo di non fare figuracce", "Speriamo che non capiti come l’ultima volta". C’è tutto un pensiero anticipatorio per cui si vive con apprensione il tema sessuale, ci si ritira o si cercano delle vie di fuga dal possibile amplesso. Ansia da prestazione e prime esperienze sessuali L’ansia può colpire quindi in queste diverse modalità, e uno è portato a pensare che l’ansia da prestazione sia legata magari alle prime esperienze sessuali, oppure alle prime esperienze con quel partner nello specifico. E quindi magari con una persona che si conosce meglio, o con la quale si sta da più tempo, questo problema non sopraggiunge. Questo è anche verosimile. Il paradosso dell'ansia da prestazione nelle relazioni importanti Ci sono però delle situazioni di ansia da prestazione che sono legate a una concezione o situazione emotivamente paradossale, ovvero che l’ansia si manifesta nel momento in cui aumenta il legame emotivo. Nonostante non ci siano particolari problemi, né da un punto di vista fisico né sessuale, e si abbia una buona esperienza sessuale – cioè si viva bene la sessualità – nel momento in cui la relazione diventa più intima e più importante emotivamente, sopraggiunge l’ansia da prestazione. È un pensiero e una riflessione un po’ paradossali, perché uno potrebbe essere portato a pensare che nel momento in cui il rapporto è un po’ più freddo, c’è una minore conoscenza e l’atto è molto legato a un tema prestazionale, allora l’ansia aumenta ed è più probabile avere questo tipo di défaillance. Ma è vero anche il contrario. Qui sta un po’ il paradosso, l’aspetto controintuitivo del ragionamento: ci sono condizioni di ansia da prestazione che si manifestano esattamente al contrario, cioè non quando la relazione in questione è occasionale o priva di coinvolgimento emotivo, bensì quando la persona si rende conto di essere progressivamente ed emotivamente sempre più coinvolta con il partner, o vorrebbe coinvolgersi maggiormente. Quando il sesso migliora... e l'ansia aumenta E quindi magari vengo contattato – questo succede spesso in terapia – da persone che mi dicono: “Dottore, io non ho particolari difficoltà da un punto di vista sessuale, ho avuto delle storie serie, ho avuto delle relazioni occasionali, però ho iniziato recentemente, magari dopo del tempo, una frequentazione importante, cioè con una persona alla quale sono coinvolto, alla quale tengo, della quale mi interesso. Non vedo solo l’atto sessuale, ma mi sento partecipe, voglio conoscere, approfondire. Inizio a tenere alla relazione… e inizio ad avere problemi sessuali. Magari perdo l’erezione durante il rapporto, ho eiaculazione precoce, non riesco a raggiungere l’orgasmo, e so di non avere un problema sessuale, perché in altre situazioni con persone con cui ero meno coinvolto, tutto è andato bene.” E quindi, perché succede che la “prestazione” con una persona alla quale tengo risulta essere peggiore, meno appagante, meno soddisfacente rispetto a quanto avviene con persone con cui non sono legato o coinvolto emotivamente? O ancora: “Dottore, sono insieme alla mia compagna da tre anni. Il sesso è sempre stato bello, piacevole, appagante e divertente per entrambi. Abbiamo deciso di avere un figlio e… perdo l’erezione, non riesco a raggiungere l’orgasmo, ho eiaculazione precoce.” Cioè: da quando abbiamo deciso di allargare la famiglia, stringere il nostro rapporto, esplicitare e coltivare una progettualità, ho iniziato ad avere questo tipo di difficoltà. L'evoluzione della relazione cambia il significato del sesso Questo non è insolito, perché la relazione cambia, e anche il significato del sesso e del rapporto sessuale cambia. Cambia perché la persona con la quale si sta non è più solo una persona con cui soddisfare i propri bisogni o stare bene intimamente, ma diventa qualcosa di più. C’è un’evoluzione relazionale che porta con sé diverse implicazioni emotive. Ad esempio, nel momento in cui ci si rende conto che – dopo diverse storie poco importanti – questa è importante, l’ansia aumenta. L’ansia di non perdere l’occasione di poter costruire qualcosa con quella persona, o di riuscire a concretizzare una progettualità. E quindi, l’ansia aumenta, la preoccupazione di poter fallire aumenta, e va da sé che sopraggiunge l’ansia da prestazione. Il cambio di prospettiva necessario: dallo “sesso prestazione” al “rapporto condiviso” Qui sta l’aspetto controintuitivo: uno dice “Beh, ma ora che sei emotivamente coinvolto con questa persona dovrebbe essere tutto più facile”, sì… ma è tutto più facile solo se cambia anche l’idea del rapporto. Questa diventa la via per affrontare l’ansia da prestazione: passare a un concetto più funzionale di relazione e anche di rapporto sessuale. Diventa più complicato se si rimane ancorati all’idea del sesso come prestazione, come qualcosa di esclusivamente carnale e passionale, legato a uno script, a un giudizio, a una performance. Magari queste persone, che vivono questo tipo di ansia da prestazione, sono capaci di vivere e affrontare bene un rapporto sessuale nel momento in cui non c’è coinvolgimento emotivo. Ma quando c’è, e si passa dal sesso all’amore, quindi è prevista una totale condivisione fisica ed emotiva, se si rimane sul versante “prestazione” si rischia di fallire. Perché l’atto, legato alla mera prestazione, non ha più nulla a che fare con la relazione che si sta costruendo, o coltivando in termini di progettualità. Conclusione: fare lo switch verso un'intimità consapevole Rispetto agli esempi che ho fatto prima, il passaggio – lo switch – qual è? Capire che cosa spaventa dell’eventuale coinvolgimento emotivo, cioè cosa cambia e far cambiare, insieme al coinvolgimento emotivo e alla sintonia emotiva, anche il rapporto sessuale. Non più una prestazione sessuale, ma un’intimità, una condivisione, un’esperienza emotiva. Questo è lo switch necessario. La stessa “prestazione”, per chiudere il cerchio, non ha a che fare solo con la performance vera e propria. Cioè con il “devo fare bella figura, devo essere all’altezza”, con l’idea che nel momento in cui sono esposto devo dimostrare di essere capace. In situazioni con persone con cui non si ha grande feeling, tutto va bene. Ma nel momento in cui si è coinvolti emotivamente, si può soffrire di ansia da prestazione. Per questo è necessario switchare, è necessario cambiare il concetto di “prestazione sessuale” in “rapporto sessuale”: un rapporto fatto di intimità, di condivisione anche emotiva, che non può essere appagato dalla sola mera prestazione. ### Disturbo ossessivo compulsivo (DOC) da relazione Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è un disturbo caratterizzato principalmente da pensieri fissi, intrusivi e ridondanti — ossessioni — su temi che possono variare, come la contaminazione, l'igiene e altri. Questi pensieri sono spesso associati a compulsioni, cioè comportamenti o pensieri messi in atto per mitigare o placare l’ansia generata dalle ossessioni. Ad esempio, una persona può aprire e chiudere la porta tre volte perché questo gesto scaramantico le dà un senso di controllo e propizia un futuro positivo. Oppure può ripetere numeri o frasi come mantra per calmare l’ansia derivante dal pensiero ossessivo. Ossessione: pensiero intrusivo e ridondante Compulsione: strategia comportamentale o cognitiva per ridurre l’ansia Cos'è il disturbo ossessivo-compulsivo da relazione (ROCD) Il disturbo ossessivo-compulsivo da relazione (Relationship OCD o ROCD) è una forma di DOC in cui i pensieri ossessivi e le compulsioni si concentrano sull’ambito relazionale. Comprende pensieri intrusivi e comportamenti compulsivi riferiti alla relazione stessa o al partner. Le tre forme principali del ROCD Il ROCD si manifesta principalmente in tre modalità: 1. Ossessioni sulla relazione Chi ne soffre si pone costantemente domande sulla relazione, ad esempio: Lo amo abbastanza? Ci amiamo davvero? Siamo una bella coppia? Siamo fatti per stare insieme? 2. Ossessioni sul partner In questo caso, l’attenzione si focalizza sulle caratteristiche dell’altro, con pensieri del tipo: È sufficientemente intelligente? È una brava persona? Ha difetti fisici? È attraente rispetto agli altri? 3. Combinazione dei due aspetti È la forma più comune. Il soggetto valuta sia la relazione che il partner, alternando dubbi sulla qualità della relazione a domande sul valore o la "bontà" dell’altro. Il ruolo del dubbio ossessivo In tutti i casi, il dubbio è il nucleo dell’ossessione. Sebbene la risposta razionale sia spesso "sì", sul piano emotivo emerge sempre un “ma…” che alimenta l’ansia. Questo contrasto tra razionalità e sensazione rafforza il circolo vizioso del disturbo. Compulsioni nel disturbo ossessivo-compulsivo da relazione Le compulsioni sono pensieri o comportamenti messi in atto per cercare di ridurre l’ansia generata dalle ossessioni. Si manifestano su tre livelli principali: 1. Test sulla relazione Si cercano prove nella quotidianità che confermino la solidità della relazione. Frasi o pensieri tipici: "Se mi ama, adesso dovrebbe baciarmi." "Dovremmo abbracciarci in questo momento." "Dovrebbe succedere questa cosa per dimostrarlo." 2. Confronti con altre relazioni Si paragona la propria relazione con quella di amici, conoscenti o relazioni passate. Si tende a pensare: "Se loro fanno così, anche noi dovremmo." "Se loro sono felici, dobbiamo fare le stesse cose." 3. Ricerca di episodi positivi nel passato Quando l’ossessione è legata alla "dignità" del partner, si cerca conferma nel passato di momenti in cui il partner ha dimostrato di essere all’altezza. Tuttavia, nessun ricordo è mai sufficiente a placare del tutto l’ansia, e si entra in un ciclo continuo di rimuginio. Il circolo vizioso del ROCD Queste compulsioni, se da un lato mirano a mitigare l’ansia, dall’altro la alimentano. È come cercare di uscire da una buca continuando a scavare. Col tempo, questo logora la relazione e la persona stessa, che può diventare insoddisfatta, cambiare partner frequentemente, alzare sempre più le aspettative, sabotando inconsapevolmente la propria felicità. Conclusione: riconoscere e affrontare il disturbo Il disturbo ossessivo-compulsivo da relazione si articola in tre varianti: ossessioni sulla relazione, ossessioni sul partner, e una combinazione delle due. Tutte portano a compulsioni cognitive e comportamentali che non fanno che rinforzare il disturbo. Riconoscere queste dinamiche è il primo passo per interrompere il circolo vizioso e iniziare un percorso di consapevolezza e cura. ### Quando affrontare i problemi della coppia In passato ho parlato di quali sono i problemi che, se non trattati all'interno di una relazione di coppia, rischiano di logorarla, di distruggerla, e potenzialmente di diventare "immortali" per la relazione stessa. Questa cosa ha suscitato diversi commenti: mi avete scritto molte email a riguardo, dove mi dicevate: "Sì, io capisco i problemi, capisco che – faccio un esempio – il tema della sessualità è un tema che deve essere necessariamente approfondito e non deve essere nascosto nella coppia." La sessualità e la progettualità nella coppia Non è tanto il cosa oggettivamente si fa per vivere la sessualità, ma è il come. È il tipo di accordo che la coppia ha nel viverla, indipendentemente dalla forma che questa prende. Allo stesso modo, capisco che la progettualità è importante, è fondamentale, perché altrimenti – se c'è uno sbilanciamento – questa cosa rischia di logorare la relazione. Tuttavia, molti di questi commenti e domande terminavano con: "Come si fa a capire quando è troppo tardi? Come si fa a capire quando inizia a valere la pena affrontare il problema? Quando diventa giusto porre l’attenzione sul problema?" Ogni relazione è unica: non esiste una risposta universale Ora, non è una domanda semplice. La risposta è: dipende. Ogni storia, ogni relazione, ogni persona vive di dinamiche proprie. È vero che si possono trovare dei canovacci, dei fili conduttori che accomunano una relazione a un’altra – almeno rispetto ad alcune caratteristiche – ma poi la relazione è estremamente soggettiva e intersoggettiva. È la coppia che costruisce la propria realtà, nella propria vita, stando insieme, assumendo anche forme che magari non erano previste. È proprio l’evoluzione della coppia che determina poi ciò che la coppia diventa. La metafora della rana bollita Per riuscire a rispondere in maniera semplice a una domanda così complessa, mi viene in mente l’esempio della rana bollita. È una storia semplice, ma altrettanto potente per spiegare questo concetto. Cosa racconta la favola La favola della rana bollita dice questo: una rana, dentro a una pentola, si gode l’acqua fresca. Piano piano, siccome c’è una fiamma accesa sotto la pentola, l’acqua inizia a scaldarsi. La rana sente il tepore, inizia a provare piacere, a stare bene, a godersi il calduccio dell’acqua. Fino a che, a un certo punto, si rende conto che l’acqua è diventata troppo calda e rischia di bollirla. Allora prova a uscire. Il problema è che, nel frattempo, l’acqua è diventata talmente calda, e lei si è così rilassata, che non ha più le energie per affrontare il problema. E quindi alla fine rimane bollita. La morale della storia Qual è la morale? Ovviamente, i problemi dovrebbero essere affrontati prima che sia troppo tardi. Una volta che la rana è stata bollita, difficilmente potrà uscire dalla pentola. Come applicare la lezione della rana alla vita di coppia Quindi, quello che si dovrebbe fare all’interno della coppia è riuscire a comprendere quali sono i cambiamenti in atto, cosa questi cambiamenti suscitano, in che direzione ci stanno portando e quali potrebbero essere le loro degenerazioni. Questo non vuol dire che si debba sempre restare nell’acqua fredda, o fare resistenza al cambiamento. Magari la rana poteva anche trovare piacere in un’acqua leggermente più tiepida. Va benissimo. Ma fino a che punto questa temperatura è piacevole, e da quale punto in poi inizia a diventare una degenerazione? Essere protagonisti del cambiamento nella coppia La stessa cosa dobbiamo farla nelle nostre coppie: avere un pensiero critico, essere capaci di mettere a fuoco la situazione attuale, capire cosa funziona e cosa no, rispetto ai rischi o alle potenziali problematiche che una coppia può trovarsi ad affrontare. Capire come queste possono cambiare, e magari lavorare attivamente per scaldare l’acqua – cioè per trasformare la situazione, renderla più confortevole – ma al tempo stesso non collassare sul cambiamento, non diventare passeggeri della propria vita, della propria storia. Dobbiamo rimanere protagonisti. Le domande da porsi Quindi, chiederci sempre: questo cambiamento che stiamo vivendo, come può degenerare? Quali sono i campanelli d’allarme che ci dicono che qualcosa non va? E, una volta individuati, agire subito. Appena l’acqua diventa più calda di quanto desideriamo, o più calda di quanto noi stessi abbiamo contribuito a farla diventare, dobbiamo iniziare a chiederci: Che cosa sta succedendo? Perché c’è questa reazione? Cosa posso fare per intervenire? Sono ancora padrone della mia relazione? Siamo ancora padroni della nostra relazione? Abbiamo obiettivi comuni? Stiamo andando nella stessa direzione? Siamo felici? O ci stiamo esponendo a una condizione che rischia di sfuggire al nostro controllo? Conclusione: il cambiamento va riconosciuto e guidato Quello che ci insegna la rana bollita è che il cambiamento può essere piacevole, anche desiderato. Come dicevo prima: l’acqua tiepida può essere più piacevole dell’acqua fredda. Ma deve essere controllato, consapevole. Bisogna essere padroni di ciò che succede nella nostra vita, nella nostra storia, nella nostra relazione. E per esserlo, dobbiamo chiederci sempre quali sono gli effetti generati dai nostri comportamenti. Sono in linea con i nostri valori, con i nostri desideri, oppure stanno degenerando? Quali sono i criteri di degenerazione che ci rendono incapaci di essere soddisfatti, e quindi di agire e intervenire per mettere in sicurezza la coppia? È lì che, appena suonano le sirene, appena emergono i segnali d’allarme, bisogna agire. Saltare fuori dall’acqua. Capire che cosa sta cambiando attorno a noi, e come noi possiamo cambiare in funzione del contesto, delle novità presenti nella nostra coppia, nella nostra relazione, nella nostra vita. ### Tradimento: effetti sulla coppia Sul tema del tradimento ho realizzato una marea di contenuti: se vai sul canale, o spulci nel blog, trovi davvero numerosi approfondimenti da diverse inclinazioni, punti di vista e prospettive. Ho scritto un libro, creato corsi e tenuto webinar sull’argomento. Quello che mi sono reso conto, lavorando sempre di più su questa tematica, è che al di là del comprendere quali siano le cause, le motivazioni, l'organizzazione della coppia e quindi l’insieme di significati attorno ai quali la coppia si costruisce — e che danno senso, significato e motivazione al tradimento — si parla ancora poco di quali possano essere gli effetti. O meglio: quali sono gli effetti in funzione del tipo di tradimento che colpisce o grava sulla coppia. Le quattro macro-categorie di tradimento Come forse sai — o se non lo sai, ti invito ad andare a vedere i contenuti precedenti, perché altrimenti potresti avere difficoltà a seguire questo discorso — esistono quattro macro-categorie di tradimento: Il tradimento di potere: “Ti amo purché comandi io” Il tradimento di libertà: “Amore, faccio un giro poi torno” Il tradimento di compensazione o gerarchia Il tradimento del lato oscuro e la monade Non entro qui nel dettaglio di ciascuno, altrimenti l'articolo sarebbe troppo lungo. Trovi tutto sul canale YouTube, sulla pagina Instagram o sul blog. I tre effetti principali del tradimento Considerando che gli effetti che un tradimento può suscitare all’interno della coppia, in termini di caratteristiche, sono spesso ricorrenti, è interessante chiedersi: qual è l’impatto che ciascun tipo di tradimento ha sulla coppia? Gli effetti principali, presenti in tutte le tipologie di tradimento, sono tre: Componente distruttiva: è quella parte di aggressività, di ferocia, con cui viene agito un comportamento potenzialmente “mortale” per la coppia stessa. Il traditore mette a rischio la sopravvivenza della relazione. Componente riattivante: uno o entrambi i partner si sentono “riattivati”, come risvegliati, all’interno della dinamica di coppia. Componente di delega: il traditore, implicitamente o esplicitamente, delega al partner tradito la responsabilità su come gestire la situazione: cosa fare, come reagire, se continuare o meno. Questi tre effetti sono presenti in tutte le categorie di tradimento, ma si manifestano in maniera diversa a seconda della tipologia e del significato del tradimento. Effetti del tradimento di potere Nel tradimento di potere (quello del “Ti amo purché comandi io”), la componente distruttiva è molto forte: spesso si tratta di un attacco diretto al partner, quasi a voler mettere in discussione la sua posizione o il suo ruolo nella relazione. La riattivazione è presente, ma non troppo intensa: può esserci il tentativo del partner tradito di “riprendersi” il partner, o del traditore stesso di ingaggiarsi ancora di più nella relazione, ma è un aspetto secondario. La delega, invece, è molto marcata: si tratta di una lotta estenuante, spesso vissuta come una mossa in una partita a scacchi, dove il traditore sembra dire: “Ok, ora tocca a te, vediamo cosa fai.” Effetti del tradimento per libertà Nel tradimento per libertà, il quadro cambia drasticamente. La componente distruttiva è praticamente assente: il traditore non ha intenzione di ferire o ledere il partner, anzi, spesso fa di tutto affinché il tradimento non venga scoperto. La riattivazione è altissima, ma nel traditore: dopo aver riaffermato la propria autonomia, torna nella relazione più motivato, più “innamorato”, più pronto a impegnarsi. La delega, se presente, è solo un effetto collaterale nel caso in cui il tradimento venga scoperto — non è un’azione consapevole o voluta. Effetti del tradimento per compensazione o lato oscuro Nel caso del tradimento per compensazione o gerarchia, oppure del lato oscuro, gli effetti sono ancora diversi. La componente distruttiva è presente, ma è più legata all’autodistruzione del traditore. La riattivazione è pressoché nulla. La delega è fortissima: spesso, alla confessione del tradimento, il traditore si prostra completamente al partner tradito, pronto a espiare, a soffrire, quasi a purificarsi per ciò che ha fatto. Effetti del tradimento nella coppia con una “monade” Nel tradimento legato alla monade, la situazione è ancora diversa. La componente distruttiva è quasi assente: la persona che tradisce non si percepisce realmente dentro una relazione, non si cura dei bisogni del partner e quindi non c’è un attacco consapevole. La riattivazione esiste, ma nel partner tradito, che realizza il rischio di perdere definitivamente il partner. Si entra in un paradosso: da un lato si è stati traditi, dall’altro si teme che un’ulteriore pressione possa spingere l’altro ad andarsene. La delega è quasi assente anche in questo caso, perché la “monade” non si interessa troppo delle reazioni o dei bisogni del partner. Conclusioni sugli effetti del tradimento nella relazione Tutto questo per dire che esistono tre macro-tipologie di effetti del tradimento, ma il loro significato, la loro intensità e la loro portata cambiano in base alla tipologia di tradimento e alla struttura relazionale della coppia in cui si verificano. Per comprendere pienamente quanto detto, il mio consiglio è di recuperare i contenuti precedenti sulle varie tipologie di tradimento, o di approfondire con i webinar. Fammi sapere cosa ne pensi. A presto! ### Tradimento uomini vs donne Dottore, ma è vero che gli uomini tradiscono per sesso e le donne per amore? No, non dal mio punto di vista e nemmeno per la mia esperienza. Tra l’altro, penso che sia una visione un po’ maschilista e semplificata della relazione di coppia e dell’amore in generale. Il significato del tradimento non dipende dal genere È chiaro che ci sono delle diversità nel tradimento tra uomini e donne, ma secondo me non stanno tanto nel significato del tradimento. Le donne tradiscono per sesso tanto quanto gli uomini, e gli uomini tradiscono per amore tanto quanto le donne. Approccio maschile e femminile al tradimento Le differenze, semmai, stanno nell’approccio al tradimento. Se devo fare uno sforzo per trovare delle distinzioni tra uomo e donna nel tradimento, mi viene da dire questo – sulla base della mia esperienza: le donne, nel momento in cui tradiscono, hanno una maggiore consapevolezza che la relazione possa finire. Cioè, nel momento in cui tradiscono, mettono in conto, nella loro testa, che la relazione ufficiale possa volgere al termine, o che comunque il loro agito metta in crisi – potenzialmente in modo irreversibile – la coppia ufficiale. L’uomo, questa cosa no. O meglio, lo fa in una maniera molto più superficiale, senza necessariamente connettere l’atto del tradimento a una possibile crisi o alla fine della relazione. Esperienza in terapia: come reagiscono uomini e donne Quello che vedo all’interno della stanza di terapia è proprio questo: quando si palesa il tradimento, quando la coppia decide di affrontarlo, la donna dice: “Io non ero contenta, non ero felice, non stavo bene. Ho agito questo comportamento e mi rendo conto del danno, del dolore, del male che ho fatto alla coppia, all’altro e a me stessa.” L’uomo, invece, dice: “Sì, ho tradito. Ma fino a che questa cosa non è stata scoperta, non avevo mai nemmeno preso in considerazione il fatto che la mia coppia potesse finire.” Una riflessione sui luoghi comuni Ora, questa è una generalizzazione, ok? Non voglio, come dire, fare di tutta l’erba un fascio. Il mondo è fatto di grigi; bianchi e neri sono molto meno frequenti di quanto si pensi. Però, se devo forzarmi a trovare una differenza tra uomo e donna, non direi che l’uomo tradisce per sesso e la donna per amore. Consapevolezza ed emotività: la vera differenza Penso piuttosto che la donna abbia una maggiore consapevolezza del significato e dell’emotività delle proprie azioni. E quindi, nel momento in cui tradisce, ha già messo in conto la possibile fine o una crisi importante nella relazione ufficiale. L’uomo, invece, vive tutto questo con una consapevolezza sicuramente inferiore. Conclusione: il tuo punto di vista Fammi sapere cosa ne pensi o se tu trovi altre differenze tra uomo e donna rispetto al tradimento. ### Psicoterapia efficace: tecniche e orientamento "Dottore, ma questa tecnica va bene per risolvere il mio problema? Questo approccio terapeutico va bene per risolvere le mie difficoltà? Ho un problema di panico, è giusto che applichi questa strategia?" Queste sono tutta una serie di domande che di solito mi arrivano. Ad esempio: “Dottore, soffro di eiaculazione precoce e ho visto che per risolverla devo riuscire ad applicare la tecnica Pinco Pallo XY.” “Dottore, ho visto che soffro di attacchi di panico e quindi la terapia migliore è quella d’orientamento XY. È giusto questo?” Questo è, insomma, il tenore delle domande che spesso arrivano sui social. La risposta più corretta? Dipende La risposta è: dipende. E soprattutto: non lo so. Capisco che una persona che vive una difficoltà e che vuole affrontare un problema anche con coraggio si documenti — e penso che sia la cosa più giusta da fare. Quindi va su Google, o meglio su “dottor Google”, e cerca magari il suo problema. Trova l’articolo di un dottore che presenta come ha trattato quel problema con una particolare tecnica; trova un altro dottore che magari ha risolto quel problema con un paziente attraverso un particolare orientamento teorico, e via discorrendo. E quindi dice: “Ok, allora ho capito, o penso di aver capito, che per risolvere questo problema ho bisogno di questo orientamento teorico.” Oppure: “Ho bisogno che venga applicata questa tecnica.” La terapia non è una formula universale Poi però si rende conto che non è proprio così lineare il ragionamento. E allora, giustamente, chiede: “Ok, ora che ho questo problema, è corretto che si usi quella tecnica o quell’orientamento?” Questo mette in discussione anche l’idea — secondo me sbagliata — che uno psicologo possa curare qualunque tipo di problema. Io non sono assolutamente di quest’idea. Per essere davvero efficaci, occorre avere una specializzazione verticale su alcuni temi. Si scelgono alcuni ambiti, si trattano quelli, e si lavora su di essi ogni giorno, tutto l’anno, per tutta la carriera. Solo così si diventa davvero efficaci. La tecnica giusta? Solo se calata nella storia della persona Quando arrivano domande di questo tipo, mi trovo sempre in difficoltà. Perché di fatto... non lo so. O meglio, non posso rispondere. La risposta è sempre: dipende. Non esiste alcuna tecnica, strategia o orientamento che, applicato in maniera fredda e decontestualizzata, sia automaticamente efficace. Ed è per questo che quando si leggono online titoli come “5 tecniche per superare la depressione” o “4 strategie per risolvere gli attacchi di panico”, si tratta spesso di contenuti che lasciano il tempo che trovano. Una tecnica può risultare efficace nel trattamento di una particolare difficoltà solo se è stata adattata alla storia della persona, alla situazione specifica e alla struttura di personalità. Il ruolo del terapeuta: adattare, non applicare Il terapeuta deve capire come è organizzata quella persona, quali sono i suoi sistemi di significato, le sue modalità di funzionamento. Solo così può capire se una strategia è adatta a lei. Se una tecnica funziona senza che ci sia stato un vero lavoro terapeutico dietro, è solo una questione di fortuna, non di competenza. La competenza di un terapeuta è ciò che aumenta le probabilità che una terapia funzioni davvero. Un terapeuta efficace ha a disposizione una vasta gamma di strumenti, conoscenze e strategie per comprendere la storia del paziente e il significato del problema, e decidere che cosa realmente serve a quella persona specifica. Il terapeuta sceglie la tecnica, non il contrario Magari il terapeuta alla fine sceglie proprio quella tecnica che il paziente ha letto online. Ma la tecnica non è efficace di per sé. È uno strumento scelto dal terapeuta in base alla sua esperienza e alla sua affinità con quello specifico approccio. Ogni terapeuta ha una personalità, uno stile, un approccio. Durante il proprio percorso di formazione, sceglie le tecniche e gli orientamenti teorici che gli permettono di esprimere al meglio la propria efficacia professionale. L’orientamento, la strategia e la tecnica sono strumenti nelle mani del terapeuta, che li usa in funzione della propria identità professionale. Il terapeuta efficace usa ciò che risuona con la sua identità Non è la tecnica ad essere efficace in sé, ma è il terapeuta che risulta essere efficace quando usa strumenti che lo mettono nelle migliori condizioni di lavorare bene. Io, ad esempio, sono sistemico-relazionale. Perché? Perché ritengo che per come sono io — Matteo persona e Matteo professionista — questo approccio mi permette di esprimere al meglio la mia efficacia, la mia capacità di essere d’aiuto alle persone. Un altro collega, magari di nome Giulia, potrà sentirsi più efficace con un altro orientamento, perché è coerente con il suo modo di essere e lavorare. Come scegliere il terapeuta giusto per te Se sei in difficoltà, non cercare “qual è la tecnica migliore per superare la depressione” o “qual è l’approccio più efficace contro gli attacchi di panico”. Cerca un professionista che tratta proprio il problema che stai vivendo. Uno specialista che si occupa di quella tematica in maniera approfondita e continuativa. Controlla se ha scritto libri, pubblicato articoli, registrato video, raccolto testimonianze: cerca prove della sua esperienza concreta su quel problema. Non scegliere l’approccio, scegli l’esperienza Scegli la competenza del terapeuta rispetto al tuo problema, non l’etichetta della tecnica o dell’approccio. La scelta della tecnica e dell’orientamento spetta al terapeuta, che condividerà poi con te il percorso, ragionando insieme su ciò che potrà essere utile. Ma sarà lui, con la sua formazione e la sua esperienza, a capire cosa può realmente aiutarti, cosa può risultare più efficace, più efficiente, più utile per te. In funzione del tuo problema, sarà il terapeuta a scegliere l’approccio più adatto, condividendolo e adattandolo su misura per te. ### Gli adolescenti d’oggi chiedono troppo? "Dottore, mio figlio/mia figlia continua a "rompere le scatole": è nella fase dell'adolescenza ed è tutta una pretesa, tutta una richiesta, tutto un ricatto, tutta una discussione, tutto un urlo... Insomma, non riesco più a capire come relazionarmi e come gestire questa situazione." Gli adolescenti di oggi pretendono troppo? È vero che questa è la domanda che mi è stata posta: gli adolescenti di oggi richiedono troppo, pretendono troppo, si aspettano delle libertà esagerate? Non esiste una risposta che vada bene per tutti, ovviamente. Diciamo che la cosa migliore da fare, in questo caso, sarebbe dire "dipende" e chiudere il discorso, ma non lo farò! Come sempre, mi sforzo di provare a spiegare le cose cercando di fare delle generalizzazioni senza però cadere negli stereotipi. Adolescenza: un periodo di trasformazione È vero che l'adolescenza è un momento di trasformazione, di individuazione e di individualizzazione, ovvero un periodo in cui si cerca se stessi. E per cercare se stessi si devono mettere alla prova limiti e confini: questo è abbastanza chiaro a tutti. C'è anche la parte di ribellione tipica dell'adolescenza, ma non voglio soffermarmi su questo perché dovremmo parlarne per ore. Il cambiamento del rapporto genitore-figlio Oggi, rispetto al passato, l'organizzazione familiare è generalmente più basata sul dialogo. Se l'adolescente di qualche generazione fa o si conformava o diventava dirompente e si opponeva, l'adolescente di oggi – per quanto a volte possa essere scomodo parlarci e per quanto possa risultare "fastidioso" nel suo percorso tumultuoso – ha sicuramente maggiori capacità comunicative e dialettiche, e cerca un dialogo più attivo. Perché gli adolescenti di oggi chiedono di più? Questo perché l'adolescente è cambiato? Sì, ma è cambiato anche lo stile genitoriale. Pensiamo, ad esempio, a quanto venisse utilizzata la violenza fisica nell'educazione dei figli in passato e a quanto, invece, oggi sia drasticamente ridotta. Ci sono ancora situazioni in cui viene agita, certo, ma la maggior parte delle persone cerca il dialogo. Di conseguenza, è vero che l'adolescente di oggi chiede di più, a volte pretende, ma è anche il frutto di come il genitore si pone e costruisce la sua genitorialità. Il suo stile educativo ora è molto più basato sulla comunicazione rispetto al passato. Il dialogo come risorsa, non solo come vincolo Non è che l'adolescente di oggi desideri più cose rispetto a quelli di una volta: la differenza è che oggi ha più possibilità di esprimere le sue richieste. Questo può e deve diventare una risorsa, non solo un problema. Un figlio potrebbe pensare: "Ora che parliamo di più, tu genitore devi concedermi tutto". No, ovviamente. Ma il dialogo è uno strumento prezioso: è attraverso la parola, il confronto continuo, che questo processo di individuazione può essere permesso e facilitato dal genitore, senza che l'adolescente diventi necessariamente dirompente, oppositivo o antagonista. Come sfruttare il dialogo con un adolescente? Non si tratta solo di stabilire limiti. Certo, le richieste possono essere fatte in modo scomodo e prima c'era una censura maggiore. Ma oggi c’è anche un vantaggio: il dialogo esiste. Quindi, la domanda diventa: come possiamo sfruttarlo? Come possiamo strutturarlo in modo che diventi una risorsa, piuttosto che un vincolo? Il genitore può diventare un punto di riferimento per il figlio nel suo processo di individuazione e crescita, senza che questo avvenga esclusivamente attraverso la distanza o il conflitto. Conclusione Dunque, è una risposta impossibile? Dipende. Ognuno ha il proprio stile genitoriale. Ma è utile riflettere su questo: i genitori di oggi sono diversi, gli adolescenti di oggi sono diversi, e le loro richieste sono in parte costruite insieme ai genitori stessi. Questo non deve essere solo un problema, ma può diventare un'opportunità per aiutare il figlio a trovare se stesso e a comprendere chi è, nel suo percorso verso l'età adulta. ### Da amicizia ad amore e viceversa. Qualche riflessione Introduzione: il legame tra amicizia e amore Amicizia e amore, da amicizia ad amore e da amore ad amicizia: insomma, cerchiamo di fare qualche riflessione su questi intrecci relazionali. Molte volte mi viene chiesto: "Dottore, come si fa a trasformare un'amicizia in amore? E cosa succede quando si rimane amici e non si diventa amanti? E quando, invece, si è stati amanti e poi ci si ritrova amici?" Facciamo un po' di ordine. È possibile trasformare un'amicizia in amore? Ovviamente, le vie dell’amore e dell’amicizia sono diverse, però sotto alcuni punti di vista presentano anche diversi punti di contatto e similitudini. Non è infatti insolito che si passi da un'amicizia a un amore o, talvolta, anche viceversa, anche se in quest’ultimo caso la prospettiva non è sempre così rosea. Poi vedremo anche perché. Le differenze tra un amore nato da un'amicizia e uno nato da zero La domanda che mi ha fatto scattare la scintilla per questa riflessione è stata posta da una ragazza che mi chiedeva: "Dottore, un amore nato da un'amicizia è uguale o diverso da un amore nato con una persona che non si conosceva prima?" La risposta è inevitabilmente sì, è diverso. Tuttavia, è altrettanto vero che tutte le relazioni sono diverse tra loro. La distinzione maggiore che mi viene in mente è che una relazione nata da un'amicizia segue tempi e modi differenti rispetto a una relazione con una persona con cui prima non si aveva alcun legame. Come cambia la fase iniziale di una relazione nata da un'amicizia? Due amici che poi si scoprono amanti, inevitabilmente, già si conoscono, hanno uno storico condiviso, conoscono il modo in cui l’altro si comporta in diverse situazioni. Conoscono già dettagli intimi, informazioni personali, e quindi la fase di scoperta del partner, tipica di una relazione nuova, è mitigata, meno totalizzante. Questo non è necessariamente né un bene né un male: c'è chi potrebbe trovarlo noioso e chi, invece, estremamente rassicurante. La più grande differenza, dunque, è che in una relazione nata dall'amicizia, la scoperta dell’altro non è così preponderante come lo è quando si inizia una relazione con una persona che si conosce appena. Cosa succede dopo l’inizio della relazione? Ci sono anche delle differenze che emergono successivamente all’inizio della relazione. Nei primi mesi o anni di una storia nata da un'amicizia, il fatto di avere già una conoscenza pregressa facilita molte tappe. È più frequente – anche se non è una regola – che coppie nate da un'amicizia abbiano una progettualità più diretta e più esplicita, proprio perché la fase di scoperta è stata più breve, avendo già avuto modo di conoscersi sotto una forma diversa. Sono quindi più propensi a bruciare alcune tappe tipiche della fase iniziale di una relazione e più pronti a impegnarsi, perché la scelta dell’altro è stata, in un certo senso, già fatta. Si può passare da una relazione d’amore a un’amicizia? Dall’altro lato, mi viene spesso chiesto anche: "Da coppia ci si può ritrovare amici?" Qui il discorso cambia. Le prospettive sono due. Quando un ex partner nutre ancora un sentimento Se uno dei due nutre ancora un interesse per l’altro, non sarà mai un rapporto di vera amicizia. Per ovvie ragioni, uno dei due avrà comunque un coinvolgimento emotivo che renderà il legame sbilanciato e non del tutto amicale. Quando entrambi sono pronti a diventare amici Se invece entrambi i partner hanno visto progressivamente spegnersi l’amore e rimanere solo l’affetto, e hanno la lucidità di lasciarsi serenamente, allora può esserci un legame d’amicizia. Tuttavia, più che un'amicizia nel senso classico, si tratta spesso di un legame fatto di affetto e di ricordi, più che di una frequentazione vera e propria. Infatti, nella realtà, poche coppie che hanno avuto una storia importante riescono a diventare davvero amici. Questo perché il passaggio richiederebbe un’ulteriore trasformazione della relazione, che non sempre è desiderata. Spesso si preferisce lasciare intatto il ricordo di quella persona nella propria memoria, piuttosto che trasformare il rapporto in qualcosa di diverso. Quando è più facile diventare amici dopo una relazione Diverso è il caso di relazioni brevi, in cui ci si accorge presto che non si è compatibili sentimentalmente, ma si riconosce nell’altro una persona con cui si sta bene. In questo caso, diventare amici dopo una breve relazione è più probabile. Il rischio di restare insieme solo per paura di perdere l’altro Più complessa è la situazione in cui, dopo una lunga storia d’amore, ci si ritrova più amici che amanti, ma non si è disposti a rinunciare alla presenza dell’altro nella propria vita. Talvolta, si rinuncia alla dimensione sentimentale e passionale pur di mantenere la relazione. Accade che due persone che hanno condiviso tanto – magari costruito una famiglia, fatto progetti, cresciuti insieme – si accorgano che il desiderio e l’intimità si sono affievoliti, ma l’affetto e il legame profondo rimangono. In questi casi, il partner diventa il miglior amico, il compagno di vita, ma non più l’amante. Conclusione: amicizia e amore possono convivere? Questa è la situazione più rischiosa, perché, per paura di perdere l’altro, si rinuncia all’amore e alla passione, pur di mantenere il legame. Insomma, si può partire da amici e diventare amanti? Assolutamente sì. Si può passare da coppia ad amici? Anche. La situazione più delicata, però, è quella in cui si resta insieme solo per timore di perdere l’altro, rinunciando all’amore vero. Lascia il tuo parere Fatemi sapere cosa ne pensate: immagino che questo tema sia balenato nella mente di ognuno almeno una volta nella vita! ### Esiste l'amore a prima vista? Questa è una domanda che mi fate spesso, effettivamente non ho mai risposto in modo approfondito. Amore a prima vista o innamoramento? La risposta breve è: no, l'amore a prima vista non esiste. Ciò che può esistere, invece, è l'innamoramento a prima vista, che è una cosa completamente diversa dall’amore. Se vuoi approfondire la differenza tra innamoramento e amore, ti rimando ai numerosi contenuti presenti sul mio canale. Ma vediamo di spiegare meglio il concetto. Che cos'è l'innamoramento a prima vista? L'innamoramento a prima vista è un fenomeno reale. Esiste un’attrazione immediata, una chimica, qualcosa di pulsionale che ci spinge verso l’altro. Tuttavia, questo non è amore, ma una fase iniziale caratterizzata da emozioni intense e confusione. Questa sensazione è simile a un effetto di "drogaggio naturale", in cui ci si sente attratti da una persona senza capire esattamente il motivo. Non è amore, ma un innamoramento iniziale, una reazione emotiva molto forte. Il colpo di fulmine: mito o realtà? Il colpo di fulmine è una manifestazione ancora più immediata dell'innamoramento. Ma perché accade? Il nostro cervello elabora informazioni in modo conscio e inconscio. Se troviamo una persona che sembra corrispondere perfettamente ai nostri desideri (sia a livello fisico che di personalità), possiamo provare una forte attrazione immediata. Perché ci innamoriamo subito di qualcuno? Molti pensano di avere un "tipo ideale" e poi si innamorano di qualcuno che non corrisponde affatto a quel modello. Questo succede perché il nostro vero desiderio può differire dalle convinzioni che abbiamo su ciò che vogliamo. Quando ci troviamo in un momento emotivo sensibile e incontriamo qualcuno che, a livello inconscio, corrisponde ai nostri desideri profondi, può scattare il cosiddetto colpo di fulmine. Quali sono i fattori che determinano il colpo di fulmine? Perché si verifichi un colpo di fulmine, devono esserci due condizioni fondamentali: 1. Matching con il nostro ideale di partner La persona che incontriamo deve rispecchiare, almeno in parte, ciò che desideriamo (anche inconsciamente) in un partner. 2. Il tempismo giusto Se siamo emotivamente aperti a una relazione in quel momento, siamo più predisposti a vedere qualcuno come "la persona giusta". Quando entrambe queste condizioni si verificano, può scattare un’attrazione fortissima che viene percepita come amore a prima vista, ma che in realtà è solo un forte innamoramento. Come si trasforma l'innamoramento in amore vero? Dopo il colpo di fulmine, una relazione deve attraversare tutte le fasi tipiche dell’amore: le gioie, le difficoltà, la crescita reciproca. L’amore vero non nasce in un istante, ma si costruisce nel tempo attraverso esperienze condivise, impegno e comprensione reciproca. Conclusione L’amore a prima vista non esiste, esiste l’innamoramento a prima vista. È un’attrazione intensa, un’illusione iniziale che può trasformarsi in amore vero solo con il tempo. E tu? Hai mai vissuto un colpo di fulmine? Raccontami la tua esperienza, mi affascina sempre sentire le vostre storie! ### Crisi di coppia: come analizzare le cause La crisi di coppia è un fenomeno comune che può presentarsi in qualsiasi relazione. In questo articolo analizziamo i principali elementi che determinano una crisi, come identificarne le cause e quali strategie adottare per affrontarla. Elementi che Determinano una Crisi di Coppia Per comprendere meglio una crisi di coppia, è utile analizzarne gli elementi strutturali, che possono influenzarne lo sviluppo e l’intensità: Il luogo: la crisi può svilupparsi all'interno della coppia o essere causata da fattori esterni. Il tono: il modo in cui la crisi si manifesta e il livello di conflittualità. La durata: una crisi può essere cronica o improvvisa e intensa. Le Principali Cause di una Crisi di Coppia Le crisi di coppia possono avere origini diverse. Per semplificare, possiamo suddividerle in due categorie principali: 1. Crisi Esterna alla Coppia Quando la crisi ha origine al di fuori della relazione, i problemi derivano da eventi esterni che impattano sulla coppia. In questi casi, pur non essendo responsabili della causa, i partner devono trovare un modo per gestire e superare le difficoltà insieme. Esempi di Crisi Esterna Perdita del lavoro: uno dei due partner viene licenziato o attraversa difficoltà economiche. Malattia: problemi di salute di uno dei due o di un familiare stretto. Problemi familiari: tensioni con genitori, figli o altri parenti che incidono sulla relazione. 2. Crisi Interna alla Coppia Le crisi interne nascono da scelte, dinamiche o comportamenti all'interno della relazione. In questi casi, i problemi derivano direttamente dalla coppia e dalla sua capacità di affrontare determinate situazioni. Esempi di Crisi Interna Nascita di un figlio: un cambiamento desiderato ma difficile da gestire nella quotidianità. Convivenza: le differenze caratteriali e le abitudini possono creare attriti. Trasferimento: il cambio di città o paese può influenzare l'equilibrio della coppia. Obiettivi di vita diversi: divergenze su progetti futuri come matrimonio, carriera o figli. Come Distinguere le Cause di una Crisi di Coppia Riconoscere se la crisi ha cause interne o esterne è fondamentale per affrontarla nel modo giusto: Se la causa è esterna, la coppia deve trovare strategie per proteggere la relazione dagli eventi esterni. Se la causa è interna, è necessario lavorare sulla comunicazione, sulle aspettative e sulla gestione della relazione. Strategie per Superare una Crisi di Coppia Affrontare una crisi richiede impegno, comprensione reciproca e strategie efficaci. Ecco alcuni passi utili: 1. Comunicare in Modo Aperto e Onesto Il dialogo è essenziale per comprendere il punto di vista dell’altro e trovare soluzioni condivise. Evitare il silenzio o la chiusura emotiva può prevenire un aggravarsi della crisi. 2. Identificare il Problema alla Radice Capire se il problema deriva da una situazione esterna o da dinamiche interne aiuta a scegliere il miglior approccio per affrontarlo. 3. Accettare i Cambiamenti e Adattarsi Ogni relazione attraversa fasi di trasformazione. Essere flessibili e disposti a modificare alcune abitudini può facilitare il superamento delle difficoltà. 4. Cercare Aiuto Esterno se Necessario Se la coppia non riesce a risolvere la crisi da sola, rivolgersi a uno specialista come un terapeuta di coppia può essere una scelta utile per ritrovare l’equilibrio. Conclusione Le crisi di coppia possono essere complesse, ma identificarne la causa e adottare strategie efficaci è il primo passo per superarle. Indipendentemente dall’origine della crisi, la responsabilità della soluzione è sempre interna alla coppia. Lavorare insieme per ritrovare il benessere e l’equilibrio è la chiave per una relazione solida e duratura. ### Crisi di coppia: come rimanere uniti nonostante le difficoltà Fattori di protezione e di rischio nelle relazioni Parliamo ancora una volta di crisi di coppia e delle dinamiche interne che possono essere fattori di protezione o, al contrario, ulteriori fattori di rischio. Questi possono amplificare il problema che la coppia sta vivendo, rendendolo ancora più difficile da gestire. I tre aspetti chiave delle dinamiche di coppia Esistono tre aspetti fondamentali che influenzano il modo in cui una coppia affronta una crisi: Rigidità o flessibilità dei ruoli Problem solving e orientamento alla soluzione Reciprocità e capacità di fare squadra In un precedente video ho analizzato il primo punto, ovvero la flessibilità e rigidità dei ruoli all’interno della coppia. Nel videocorso disponibile sul sito (trovi il link in fondo al video) ho approfondito anche gli altri due aspetti: la capacità di problem solving e la reciprocità. La capacità di problem solving nella coppia La capacità di problem solving è la capacità della coppia di concentrarsi sulla soluzione del problema invece che sul problema stesso. Spesso, quando sorgono difficoltà o discussioni, le coppie si focalizzano su chi è il colpevole anziché su come risolvere la situazione. Il circolo vizioso della colpa Molte coppie tendono a discutere su chi sia responsabile del problema: “È colpa tua” contro “No, è colpa tua”. Questo porta a conflitti costanti, invece di una collaborazione efficace per trovare una soluzione. Reciprocità: alleati o nemici? La reciprocità è fondamentale: significa vedere il partner come un alleato anziché un antagonista. Quando una coppia si concentra sul conflitto piuttosto che sulla risoluzione, diventa difficile superare la crisi. Esempio pratico: tradimento e conflitti di coppia Facciamo un esempio per chiarire meglio queste dinamiche. Scenario: una relazione di lunga durata Immaginiamo una coppia insieme da dieci anni. Hanno sempre avuto una buona sintonia, ma nell’ultimo mese lei tradisce lui. Lui lo scopre (o lei confessa) e, sconvolto, decide di interrompere la relazione e prendersi una pausa. Reazione e conseguenze Durante questa pausa, lui ha una liaison con una collega o un’amica, una persona che in qualche modo era già presente nella sua vita. Questo avviene per rabbia, rancore o per altri motivi legati alla sofferenza subita. La riconciliazione e il nuovo conflitto Dopo qualche settimana, i due si riavvicinano e decidono di riprovarci. Tuttavia, quando lei scopre la liaison di lui, si innesca un nuovo conflitto: lei lo accusa di averla tradita a sua volta, mentre lui sostiene di essere stato libero di farlo, dato che si erano già lasciati. Il problema della guerra delle colpe Questo è un esempio tipico di coppie che restano incastrate nella cosiddetta “guerra delle colpe”. Ognuno cerca di dimostrare che l’altro ha sbagliato di più, invece di concentrarsi su come risolvere la crisi. Perché è un approccio sbagliato? Concentrarsi sulle colpe non porta a una soluzione. Il problema non è stabilire chi ha iniziato il conflitto, ma comprendere le cause profonde della crisi. Se non si lavora sulla relazione e sui valori condivisi, si continuerà a restare bloccati nel conflitto. Come superare una crisi di coppia Per superare una crisi, è fondamentale: Focalizzarsi sulla soluzione, non sul problema. Fare squadra con il partner, invece di vederlo come un nemico. Riconoscere i sentimenti reciproci e lavorare per rafforzare il legame. Conclusione Molte coppie, nonostante un sentimento ancora vivo, non riescono a superare la crisi perché si concentrano sulle colpe piuttosto che sulle soluzioni. Per costruire una relazione solida, bisogna imparare a collaborare e affrontare le difficoltà come un team. Se vuoi approfondire queste dinamiche con più esempi e strategie pratiche nel sito troverai il corso “Come affrontare una crisi di coppia: strategie e atteggiamenti per risolvere i problemi”, in cui spiego questi concetti in modo più dettagliato. A presto! ### Crisi di coppia: come i ruoli nella coppia possono essere vincolo o risorsa Parliamo di crisi di coppia e analizziamo le dinamiche interne che spesso ostacolano la possibilità di trovare una soluzione efficace. Affronteremo il tema della capacità della coppia di uscire rafforzata dalla crisi, affrontando le difficoltà e diventando più unita di prima. Le principali dinamiche che influenzano la crisi di coppia Esistono diverse dinamiche che entrano in gioco nelle crisi di coppia. Tra le più importanti troviamo: La reciprocità nella relazione La capacità di problem solving La rigidità o flessibilità dei ruoli In questo articolo ci concentreremo proprio sulla flessibilità o rigidità dei ruoli e su come questa influisca sulla capacità della coppia di affrontare le difficoltà. Flessibilità dei ruoli nella coppia: cosa significa? Abbiamo già analizzato le possibili cause di una crisi di coppia. Ora vediamo come la struttura interna della coppia possa influenzare la gestione della crisi e quali modifiche potrebbero essere utili. Il problema della rigidità dei ruoli Maggiore è la rigidità dei ruoli nella relazione, minori saranno le possibilità che la coppia riesca a superare la crisi. Se i ruoli sono troppo fissi e immutabili, diventa difficile riorganizzarsi e trovare nuove strategie per affrontare i problemi. Ruoli rigidi e conseguenze sulla relazione Ogni coppia ha una suddivisione naturale dei ruoli, ma il problema nasce quando questa divisione è troppo rigida. Non ci riferiamo solo ai ruoli tradizionali (es. l’uomo lavora e la donna si occupa della casa), ma anche ai ruoli emotivi e comunicativi all’interno della relazione. Ad esempio, in molte coppie una persona è più emotiva e incline al dialogo, mentre l’altra è più orientata agli aspetti pratici. Se questa dinamica rimane fissa e immutabile, può diventare un problema nei momenti di crisi. Crisi di coppia e rigidità dei ruoli: un esempio concreto Per spiegare meglio questo concetto, facciamo un esempio tratto dall’esperienza clinica. Quando la rigidità dei ruoli diventa un problema Immaginiamo una coppia in cui lei è la più sensibile e attenta al dialogo emotivo, mentre lui è più pratico e meno incline a parlare dei sentimenti. Se lei riceve una diagnosi di tumore al seno, affronta un periodo di forte sofferenza emotiva. Se il partner non riesce a modificare il proprio ruolo e a offrire un supporto emotivo, il rischio è che la donna si trovi a gestire da sola il proprio carico emotivo, oltre alla malattia. Anche se lui rimane presente sul piano pratico (accompagnandola alle visite, supportandola logisticamente), la mancanza di un sostegno emotivo può aggravare la crisi. Un altro esempio: perdita del lavoro e crisi di coppia Vediamo ora un altro esempio legato ai ruoli rigidi nella coppia, questa volta sul piano economico. Il ruolo di sostentatore economico e il rischio di crisi In una coppia in cui lui si occupa principalmente del lavoro e lei della gestione domestica, la perdita del lavoro da parte di lui può diventare un problema. Se il ruolo di “sostentatore” è considerato rigido e immutabile, potrebbero sorgere difficoltà nella gestione della crisi. Lei potrebbe avere la possibilità di trovare un lavoro o aumentare le proprie ore lavorative, ma potrebbe auto-censurarsi per paura di ferire l’orgoglio del partner. Dall’altro lato, lui potrebbe rifiutare il supporto, insistendo nel voler risolvere il problema da solo. Anche in questo caso, la rigidità dei ruoli amplifica il rischio di una crisi di coppia. Come rendere i ruoli di coppia più flessibili? Per evitare che la rigidità dei ruoli diventi un fattore di rischio, è fondamentale che la coppia sviluppi la capacità di adattarsi alle circostanze. Flessibilità non significa mancanza di struttura Avere ruoli flessibili non significa eliminare completamente le dinamiche della coppia, ma essere in grado di ridefinirle quando necessario. La chiave sta nella contrattazione e nella capacità di adattarsi alle novità, specialmente nei momenti di crisi. Comunicazione e negoziazione: strumenti per superare la crisi Il primo passo per rendere i ruoli più flessibili è migliorare la comunicazione all’interno della coppia. Parlare apertamente delle difficoltà, delle esigenze e delle paure può aiutare a ridefinire i ruoli in modo che entrambi i partner si sentano supportati. Conclusione Uno dei fattori più importanti per la stabilità di una coppia è la capacità di adattarsi ai cambiamenti. La flessibilità nei ruoli permette di affrontare meglio le crisi, riducendo il rischio che difficoltà esterne si trasformino in problemi relazionali. Essere capaci di ridefinire i propri ruoli, anche temporaneamente, è un elemento di forza che può fare la differenza tra una coppia che supera la crisi e una che ne esce indebolita. ### Le vie dell'ansia: attacchi di panico e ansia generalizzata Parliamo di ansia e, nello specifico, dei due percorsi dell'ansia, o meglio, di una strada a due vie. Chi ha sofferto d'ansia sa benissimo di cosa si tratta, quali sono le sensazioni e le emozioni coinvolte. Esistono diversi tipi di ansia e vari disturbi ad essa collegati, ma qui ci concentreremo sulle due grandi categorie principali e sulle loro connessioni. Le due principali forme d’ansia Ansia generalizzata L'ansia generalizzata è caratterizzata da una tensione e un senso di allerta costante. La persona avverte un’irrequietezza, un timore diffuso e un’agitazione che la accompagna per tutta la giornata. Questa condizione può essere influenzata da contesti specifici, come il lavoro, le relazioni o la famiglia, ma è comunque sempre presente, diventando una sorta di battaglia continua. Attacchi di panico Gli attacchi di panico, invece, sono episodi acuti e improvvisi, caratterizzati da sintomi come fiato corto, peso sul petto, nausea, tremori, sudorazione, paura di morire o impazzire e vista offuscata. Pur avendo una durata relativamente breve (circa 10 minuti), lasciano strascichi emotivi che possono persistere nel corso della giornata. Le due vie dell'ansia: connessione tra ansia generalizzata e attacchi di panico Le due condizioni sopra descritte possono essere connesse tra loro, creando due percorsi distinti: 1. Dall'attacco di panico all'ansia generalizzata Una persona che vive il suo primo attacco di panico può rimanere profondamente segnata dall’esperienza. Questo può portare a un costante stato di allerta, con la paura che l’attacco possa ripetersi. Con il tempo, l’attenzione costante verso il proprio stato emotivo trasforma la condizione iniziale in un'ansia generalizzata. La persona può evitare determinati contesti o situazioni che hanno scatenato l’attacco, sviluppando così un circolo vizioso di apprensione cronica. 2. Dall'ansia generalizzata all'attacco di panico Al contrario, una persona con ansia generalizzata può accumulare stress fino al punto di saturazione. L’ansia, accumulata nel tempo, raggiunge un livello critico e sfocia in un attacco di panico, come una valvola di sfogo. La metafora della pentola a pressione descrive bene questo meccanismo: la pressione cresce fino a quando, improvvisamente, si libera con un episodio acuto. Come affrontare l'ansia: soluzioni efficaci Uno degli errori più comuni è pensare di dover “gestire” l’ansia. In realtà, l’ansia non va semplicemente controllata, ma affrontata e superata. Comprendere le cause Il primo passo è identificare le cause dell’ansia. Cosa scatena lo stato ansioso? Quali sono le situazioni che lo aggravano? Un'analisi approfondita aiuta a fare chiarezza e a trovare strategie adeguate. Analizzare le proprie reazioni Le persone ansiose spesso mettono in atto meccanismi di controllo che, invece di alleviare il problema, lo amplificano. Prendere consapevolezza di queste reazioni è essenziale per interrompere il ciclo dell’ansia. Creare una mappa mentale della propria ansia Capire in che modo l’ansia si manifesta e quali schemi segue può aiutare a ridurne l’impatto. Tenere un diario o fare esercizi di auto-osservazione può essere utile in questo senso. Affidarsi a un professionista Un terapeuta esperto può offrire supporto e strumenti pratici per affrontare l’ansia in modo efficace. Una terapia mirata può aiutare a ricostruire un equilibrio emotivo e a superare le paure invalidanti. Conclusione Se ti trovi in una di queste condizioni, prova a riflettere sul tuo percorso ansioso e sulle dinamiche che lo caratterizzano. L’ansia non è una condanna definitiva: è possibile comprenderla, affrontarla e superarla con il giusto supporto e le strategie adeguate. Rivolgiti a un professionista se senti di aver bisogno di aiuto, perché la consapevolezza e l’intervento mirato possono fare la differenza. ### Ansia notturna Cos'è l'Ansia Notturna? L'ansia notturna non è diversa dall'ansia classica diurna. Viene definita "notturna" perché si manifesta soprattutto nelle ore di riposo, quando il corpo e la mente cercano di rilassarsi. Sintomi dell'Ansia Notturna I principali sintomi dell'ansia notturna possono manifestarsi singolarmente o in combinazione. Ecco i più comuni: Agitazione e irrequietezza Somatizzazioni come palpitazioni, fiato corto, sudorazione Dolori muscolari e senso di affaticamento Ruminazione mentale e pensieri continui Presenza di incubi Attacchi di panico con sintomi come paura di morire, oppressione al petto, difficoltà respiratorie Perché l'Ansia si Manifesta di Notte? Questo tipo di ansia compare quando la persona abbassa le proprie difese e i meccanismi di protezione che usa durante il giorno per gestire lo stress e l'ansia. I due scenari più comuni 1. Persona consapevole del disturbo d'ansia Durante il giorno, l’ansia viene tenuta sotto controllo grazie all'attività e alla distrazione. Ma nel momento in cui ci si rilassa, emergono i sintomi. 2. Persona inconsapevole dell’ansia Non percepisce di avere un problema d’ansia, ma nel momento in cui si abbassano le difese, l’ansia si manifesta in maniera intensa e incontrollata. Effetti dell'Ansia Notturna sul Sonno Chi soffre di ansia notturna spesso sperimenta disturbi del sonno, tra cui: Difficoltà ad addormentarsi Risvegli frequenti Sonno non ristoratore Stanchezza al risveglio Questo crea un circolo vizioso in cui la paura di andare a dormire peggiora ulteriormente l'ansia e l'insonnia. Come Superare l'Ansia Notturna Il trattamento dell'ansia notturna si concentra sull'elaborazione emotiva e sulla consapevolezza del problema. Il ruolo della terapia Un percorso terapeutico può aiutare a: Comprendere le cause dell’ansia Rielaborare emozioni e vissuti Interrompere il circolo vizioso dell’ansia notturna Strategie per gestire l'ansia notturna Alcune strategie utili includono: Meditazione e tecniche di rilassamento Routine serali rilassanti Attività fisica regolare Evitare caffeina e schermi prima di dormire Quando Chiedere Aiuto Se l'ansia notturna compromette la qualità della tua vita, è importante consultare un professionista. Un terapeuta può aiutarti a identificare i trigger e a sviluppare strategie personalizzate per affrontare il problema. Conclusione L'ansia notturna è un problema comune, ma può essere gestita con il giusto approccio. Comprendere il proprio funzionamento emotivo, individuare i trigger e chiedere aiuto professionale sono passi fondamentali per migliorare la qualità del sonno e della vita. ### Dall'innamoramento all'amore: le tre fasi Parliamo di innamoramento, parliamo di amore e, soprattutto, parliamo delle fasi che vanno dall'innamoramento all'amore. Cosa succede nella nostra testa dal momento in cui ci innamoriamo di una persona, ci sentiamo attratti da lei, fino a quando scegliamo – o meno – di costruire con questa persona qualcosa di importante, ovvero la nostra storia d'amore? Le 3 fasi dell'innamoramento Ci sono tre fasi che identificano questo percorso: 1. Idealizzazione: la fase iniziale dell’innamoramento Questa è la fase in cui l’altra persona ci appare perfetta. Vogliamo diventare simbiotici, quasi fusionali. Sentiamo un bisogno fisico di passare del tempo con lei, incontrarla, parlarci, conoscerla, condividere ogni cosa. Tutto ciò che fa o dice ci piace, ci attrae, ne vogliamo sempre di più. In questa fase siamo sostanzialmente ciechi ai difetti. Anche quando ci accorgiamo di qualcosa che potremmo non condividere, in realtà non ci dà fastidio: ci piace comunque. È come se l'altra persona avesse solo pregi, come se fosse la perfezione per noi. Abbiamo un’incapacità totale di vedere limiti, vincoli e difetti. 2. Il principio di realtà: il bagno di realtà Questa fase dura relativamente poco, perché a un certo punto fa capolino il principio di realtà, o meglio – per usare un termine più forte – il bagno di realtà. È come se all’improvviso aprissimo gli occhi: da una condizione emotiva confusa, una serie di consapevolezze arrivano anche alla testa. Iniziamo a unire i puntini, a collocare nelle posizioni giuste i diversi tasselli che ci danno un quadro più completo della persona. E ci rendiamo conto che, ahimè, ha anche dei limiti, delle cose che non ci piacciono, che non gradiamo, che non condividiamo. Qui subentra una fase di disillusione importante, una presa di coscienza che può risultare destabilizzante, talvolta al punto da portare alla rottura della relazione. Il bagno di realtà, quindi, diventa un potenziale punto di svolta per la coppia. 3. Riavvicinamento e costruzione: l’inizio dell’amore Se la relazione prosegue e il sentimento permane, si entra nella fase successiva, che è sostanzialmente la porta d’ingresso alla relazione d’amore. Questa fase è caratterizzata da un riavvicinamento e da un principio di costruzione. La persona prima si è illusa, ha idealizzato. Poi si è svegliata, ha aperto gli occhi, si è disillusa e ha fatto il bagno di realtà. A questo punto, si riavvicina, rielaborando la delusione derivante dalla non perfezione dell’altro. Si inizia a comprendere che, nonostante i difetti, questi possono essere accettati e non devono necessariamente diventare motivo di scontro o di rottura. Il riavvicinamento avviene quindi in modo più consapevole e lucido, avviando un processo di costruzione. Subentra l’idea di progettualità, di costruire qualcosa insieme, di provare a camminare fianco a fianco su una strada condivisa. Innamoramento vs amore: le differenze Le differenze tra innamoramento e amore sono enormi – ne ho già parlato in diversi contenuti. Le fasi che ho descritto hanno durate variabili: possono durare anni, oppure pochi mesi, a seconda dell’evoluzione della relazione. L’ingresso nella relazione d’amore, quindi, è caratterizzato da tre step fondamentali: Idealizzazione Principio di realtà (o bagno di realtà) Riavvicinamento e costruzione Condividi la tua esperienza Fammi sapere cosa ne pensi: sei riuscito o riuscita a riconoscere queste diverse fasi? Quanto sono durate per te? Qual è stata la tua esperienza? Condividerla potrebbe essere d’aiuto anche ad altre persone. A presto! ### Gelosia retroattiva: uomini vs donne Parliamo di gelosia, in particolare della gelosia retroattiva. Vediamo innanzitutto di cosa si tratta e quali sono le differenze tra uomini e donne rispetto a questo tipo di gelosia. Ne esistono diversi tipi e, se vuoi approfondire l'argomento, ho realizzato un contenuto insieme ad Angelo Collevecchio in cui riflettiamo su questo tema. Cos'è la Gelosia Retroattiva? La gelosia retroattiva ha a che fare con forme di possesso, insicurezza e gelosia legate alle esperienze precedenti del nostro partner, ossia tutte quelle relazioni, attività ed esperienze che ha vissuto prima di iniziare una relazione con noi. Quando si Manifesta la Gelosia Retroattiva? Questa gelosia può essere presente in qualunque coppia, seppur con dinamiche diverse. Alcuni possono essere gelosi delle esperienze vissute dal partner prima di conoscerlo, magari di scelte di vita o obiettivi raggiunti. Altri possono provare gelosia retroattiva legata a una precedente famiglia, alla presenza di figli o a relazioni e attività sessuali avute in passato. La gelosia può manifestarsi in diversi ambiti e con intensità variabile, ma la sua caratteristica principale è che riguarda il passato del partner, non eventi che si sovrappongono alla relazione attuale. Può trattarsi di gelosia per storie avute anni prima, quando i due partner attuali ancora non si conoscevano, senza alcuna correlazione diretta tra le due esperienze sentimentali. Quali Informazioni Rivela sulla Personalità? Al di là di tutto, la gelosia retroattiva fornisce delle informazioni sulla personalità di chi la prova, sul suo bisogno d’amore e sulla sua sicurezza all’interno della relazione. Spesso rivela un grado di confronto, giudizio, insicurezza e ansia legati all’autostima e alla percezione del proprio valore nella coppia. Perché la Gelosia Retroattiva è Pericolosa? Si tratta di una forma di gelosia particolarmente rischiosa, perché il passato è immutabile. Come ogni tipo di gelosia, può portare a richieste di rassicurazione, spiegazioni, giustificazioni e accuse. Se diventa estrema, può trasformarsi in una mina vagante all'interno della relazione, fino a comprometterla. La situazione è ancora più delicata perché, a differenza della gelosia riferita al presente, che può portare a un cambiamento di comportamento futuro nel partner, quella retroattiva è irrimediabile: riguarda eventi che sono già accaduti e che non possono essere modificati. Gelosia Retroattiva: Differenze tra Uomini e Donne Gelosia Retroattiva negli Uomini Gli uomini tendono a essere gelosi principalmente delle esperienze sessuali passate della loro compagna, più che delle storie d’amore importanti. In terapia, spesso si incontrano uomini che provano gelosia non per l’ex storico della loro partner, ma per le sue avventure sessuali, quasi come se percepissero un’immagine "sporcata" della donna accanto a loro. Questo pensiero, seppur discutibile e influenzato da presupposti maschilisti, è una realtà che emerge con frequenza. Gelosia Retroattiva nelle Donne Le donne, invece, provano più spesso gelosia per le relazioni importanti avute dal loro compagno, piuttosto che per le sue avventure sessuali. Ciò che suscita gelosia non è tanto l’atto sessuale, ma il tempo trascorso con un’altra persona, i momenti condivisi, l’intimità emotiva. Conclusione Questa differenza testimonia un diverso approccio tra uomini e donne alla relazione e, di conseguenza, allo sviluppo della gelosia retroattiva. Si potrebbe parlare ancora molto di questo argomento, e ho realizzato diversi contenuti a riguardo, ma se dobbiamo individuare una distinzione chiara tra i generi, possiamo dire che: L’uomo è più geloso delle esperienze sessuali passate della sua compagna. La donna è più gelosa delle relazioni importanti e dell’intimità emotiva del proprio partner. ### Parole e fatti nelle relazioni d’amore: come metterli d’accordo Parliamo di verità e menzogna, di promesse e di fatti, di parole e di concretezza all'interno delle relazioni d’amore. Questo perché, troppo spesso, quando mi trovo ad affrontare delle terapie – individuali o di coppia – mi scontro con un divario, un gap molto grande tra ciò che viene raccontato e ciò che viene vissuto. La differenza tra amore raccontato e amore vissuto C'è una differenza tra l’amore raccontato, ovvero l’insieme di significati attribuiti alle cose, l’idea che si ha dell’altro, le promesse ricevute o fatte, e il sentimento vissuto, ossia le emozioni realmente sperimentate nella relazione sentimentale. Esiste, infatti, un vero e proprio divario: da un lato il partner e la storia vengono raccontati in un certo modo, ma dall’altro vengono vissuti in maniera completamente diversa. Spesso c’è un’antitesi tra le emozioni, i valori e i significati espressi a parole e l’esperienza concreta della relazione. Perché si tende a credere più alle parole che ai fatti? Questo gap è dovuto al fatto che le persone, com’è naturale, danno molto credito alle parole e alle promesse, mentre ne danno troppo poco ai fatti, ovvero a ciò che effettivamente viene compiuto. E poiché guardare la verità dei fatti può essere troppo doloroso, le persone non negano l’esistenza di eventi che non corrispondono ai loro desideri, ma li giustificano, cercando di conciliare la realtà insoddisfacente della relazione con le promesse fatte a parole. Le parole valgono poco senza azioni Si potrebbe dire, ed è vero, che le parole da sole valgono poco e che in amore contano solo i fatti. In realtà, questo principio vale per tutte le relazioni: ciò che permette a una coppia di stare bene sono le azioni concrete, non le parole. Le parole sono promesse, anticipazioni di ciò che potrebbe accadere; ma se non trovano conferma nella quotidianità e nelle azioni, generano il gap e, di conseguenza, la crisi. Accettare la realtà di una relazione Accettare questa realtà può essere difficile, soprattutto considerando l’investimento emotivo, l’energia impiegata e le responsabilità assunte nella relazione. Spesso, quindi, ci si forza a tollerare una realtà poco appagante in nome delle promesse fatte. Prendiamo, ad esempio, la frase "Ti amo", pronunciata all’inizio di una relazione: essa rappresenta una promessa, non un fatto. Dire "Ti amo" significa voler rassicurare l’altro, prendersi un impegno, ma se questa dichiarazione non è poi confermata dai fatti, rischia di perdere significato. Più viene ripetuta senza riscontro nella realtà, più diventa vuota. Quando il divario tra parole e fatti crea una crisi Quando si crea uno scollamento tra ciò che viene detto e ciò che viene vissuto, si innesca la crisi di coppia. Uno dei partner può percepire prospettive e possibilità future basate sulle promesse, ma se queste non trovano riscontro nella concretezza della relazione, emergono dubbi e insicurezze. A quel punto, spesso si sente il bisogno di andare in terapia, di ridefinire il patto di coppia e di comprendere cosa abbia impedito il passaggio dalle parole ai fatti. Le conseguenze della dissonanza tra parole e realtà Questa dissonanza genera confusione e, se non si pone attenzione ai fatti, si rischia di vivere in una sorta di mondo parallelo, in attesa che qualcosa accada senza sapere come generarlo. Finché, a un certo punto, arriva una presa di coscienza dolorosa: si inizia a pensare che la relazione sia stata solo un inganno. Ma non è sempre così. A volte il partner vuole mantenere le promesse ma non riesce a trasformarle in azioni perché si sente bloccato o inadeguato. In alcuni casi, anche noi possiamo avere una parte di responsabilità nel mancato progresso della relazione. Come ritrovare l’equilibrio nella relazione Il punto è che, restando intrappolati tra ciò che avrebbe potuto essere e ciò che realmente è, ci si condanna all’infelicità. Riflettere sul patto di coppia, comprendere il gap tra parole e fatti, e lavorare per ridurre questa distanza è fondamentale per ritrovare equilibrio e non cadere in una tossicità relazionale in cui l’amore è solo un’idea, ma non una realtà vissuta. Conclusione: partire dai fatti, non dalle parole Per prendersi davvero cura di sé e della relazione, bisogna partire sempre dai fatti, non dalle parole. ### Patto di coppia: la sua utilità nelle crisi di coppia Parliamo di un concetto importante ma spesso tralasciato o dato per scontato: il patto di coppia. Ho realizzato oltre 700 contenuti sulle relazioni, su come affrontare e vivere le crisi di coppia, ma non ho mai trattato esplicitamente questo tema fondamentale. Cos'è il Patto di Coppia? Il patto di coppia è l’insieme di valori, apprendimenti, volontà, conoscenze, impegno, responsabilità, idee, obiettivi, fatiche e sentimenti che vengono condivisi e giocati all’interno della relazione. Questo concetto esiste già nel matrimonio, nelle reciproche promesse che ci si scambia prima del fatidico “sì”. In sostanza, rappresenta l’insieme degli impegni assunti e delle aspettative nella relazione. Le Due Tipologie di Patto di Coppia Il patto di coppia si suddivide in due formati principali: Patto di coppia individuale: intimo, interno e personale. Patto di coppia esplicito: costruito, concordato e vissuto con il partner. Il Patto di Coppia Individuale Questo patto riguarda pensieri, volontà, obiettivi, responsabilità, fantasie che una persona ha con sé stessa quando immagina il partner ideale. Ognuno di noi si crea un’immagine del compagno perfetto e poi cerca di trovarlo nel mondo reale. Questo patto può essere: Esplicito: consapevole e raccontabile. Implicito: inconscio, influenzato da esperienze precedenti e convinzioni personali. Il Patto di Coppia Esplicito Il patto di coppia esplicito è la versione condivisa del patto individuale. Si crea insieme al partner e può differire dai patti individuali perché emergono nuovi bisogni, obiettivi e responsabilità. Patto di Coppia e Fasi della Relazione Il Patto di Coppia nell'Innamoramento Durante l’innamoramento, sembra che i due patti individuali si incastrino perfettamente. Il partner appare perfetto, come la persona che abbiamo sempre desiderato. Spesso, però, questa fase è basata su una proiezione dei nostri bisogni, più che su una reale compatibilità. Il Patto di Coppia e le Relazioni Tossiche Nelle relazioni tossiche, il patto di coppia può apparire perfetto in alcuni aspetti e totalmente carente in altri. Ci può essere una soddisfazione estrema di alcuni bisogni, ma un'assenza totale in altre aree fondamentali. Questo crea confusione e porta la persona a chiedersi: “Come può essere così perfetto in alcuni aspetti e così assente o tossico in altri?” Perché Riflettere sul Patto di Coppia è Importante? Le coppie che stanno insieme da molto tempo affrontano difficoltà. Fermarsi a riflettere sul proprio patto di coppia aiuta a capire cosa non ha funzionato e cosa può essere migliorato. Analizzando il patto di coppia individuale e quello condiviso, è possibile individuare gli incastri più difficili e lavorarci sopra. Questo processo permette di: Comprendere le aree di conflitto. Modificare dinamiche negative. Ricostruire la relazione in modo più sano e appagante. Conclusione Il patto di coppia è un concetto semplice da comprendere, ma difficile da mettere nero su bianco. Tuttavia, se la coppia si impegna in questo esercizio di consapevolezza, può trovare risposte e strategie utili per migliorare il proprio benessere relazionale. ### La sindrome dell'impostore Parliamo della sindrome dell'impostore, un termine che ultimamente si sente spesso, soprattutto quando si ha a che fare con tematiche lavorative. Si manifesta, ad esempio, quando una persona sta lavorando e ha recentemente fatto carriera, assumendo ruoli di maggiore responsabilità. Tuttavia, è importante sottolineare che la sindrome dell'impostore non riguarda esclusivamente l'ambito lavorativo, ma può manifestarsi anche nelle relazioni. Cos'è la Sindrome dell’Impostore? La sindrome dell’impostore consiste nella convinzione di non essere degni o meritevoli dei successi ottenuti, indipendentemente da cosa si intenda per successo: può essere lavorativo, economico, relazionale, di prestigio sociale, e così via. Chi ne soffre non riesce ad attribuirsi i propri meriti e le proprie qualità, ma sente solo il peso della responsabilità che il raggiungimento di un certo obiettivo comporta. Inoltre, teme di essere "smascherato" nella propria presunta inettitudine e incompetenza. Chi Soffre della Sindrome dell’Impostore è Davvero Incompetente? Ovviamente, questa percezione non corrisponde alla realtà. Oggettivamente parlando, nel momento in cui una persona ottiene un riconoscimento o una promozione, ha tutte le competenze e le carte in regola per meritarselo. Non si arriva mai a una certa posizione per caso, così come non si inizia mai una relazione solo per un colpo di fortuna. È vero che possono esistere condizioni favorevoli, ma è sempre la competenza a determinare il raggiungimento e il mantenimento degli obiettivi prefissati. Tuttavia, chi soffre della sindrome dell'impostore fatica a riconoscerlo. Perché si Ha la Sensazione di Essere un Impostore? Da un lato, la persona razionalmente sa di avere determinate capacità perché riceve feedback positivi dagli altri—colleghi, superiori, amici—che ne riconoscono il valore. Ma, a livello emotivo, non lo "sente", non lo interiorizza. Continua a dubitare di sé, a sentirsi fuori posto, a credere di essere stata sopravvalutata, di essere solo un'illusione destinata presto a sgonfiarsi, lasciando emergere la sua presunta inadeguatezza. Il Ruolo del Locus of Control nella Sindrome dell’Impostore Questa condizione è spesso collegata a un’errata gestione del locus of control, ovvero il sistema di attribuzione di meriti e colpe. In breve, chi soffre della sindrome dell'impostore tende ad avere un locus of control esterno per quanto riguarda i successi: non li percepisce come un proprio merito, ma li attribuisce a fattori esterni, come la fortuna, le circostanze favorevoli o il contributo di altre persone. Al contrario, ha un locus of control interno per quanto riguarda i fallimenti: qualsiasi errore o insuccesso viene considerato esclusivamente colpa sua. Questa asimmetria diventa una vera e propria cassa di risonanza del dubbio e dell'autocritica. Se il successo è sempre merito di altri o della sorte, mentre gli errori sono sempre e solo responsabilità personale, il risultato è un'auto-percezione profondamente distorta e negativa. Quali Sono le Cause della Sindrome dell’Impostore? Ma come si sviluppa questo schema mentale? Le cause possono essere molteplici e variano da persona a persona. Due fattori fondamentali sono: 1. Le Dinamiche Familiari Le esperienze vissute nell’infanzia e le relazioni con la famiglia di origine possono aver influenzato la costruzione del locus of control. L’educazione ricevuta e i messaggi trasmessi dai genitori o figure di riferimento giocano un ruolo chiave nello sviluppo dell’autostima. 2. Le Esperienze Personali Le esperienze di vita, i successi e gli insuccessi vissuti, così come il modo in cui sono stati interpretati, possono rafforzare certe credenze e modalità di pensiero che alimentano la sindrome dell’impostore. Come Superare la Sindrome dell’Impostore? Comprendere l’origine di questi meccanismi richiede un lavoro approfondito su se stessi. Per questo motivo, affrontare la sindrome dell’impostore in modo efficace spesso richiede il supporto di un percorso terapeutico, in cui si possa analizzare la propria storia personale e imparare a riconoscere e modificare schemi di pensiero disfunzionali. ### Comunicazione efficace in coppia Si sente spesso dire: "Abbiamo un problema di comunicazione", "Dovremmo migliorare la nostra comunicazione", "Dobbiamo risolvere i nostri problemi di comunicazione", "Non riusciamo a comunicare", e così via. Sono molte le coppie che si trovano in difficoltà e che non si sentono capite. A volte mi viene detto: "È come se io parlassi francese e lei inglese", o qualcosa di simile, come a dire che parlano due lingue completamente diverse e non riescono più a capirsi né a trovarsi. La comunicazione efficace nella coppia Sulla comunicazione si potrebbe dire tantissimo. Provo a farti un esempio composto da tre parti per chiarire uno dei concetti base per riuscire a comunicare efficacemente all’interno di una relazione. Se vorrai approfondire, troverai ad esempio il webinar sul sito, oltre a una serie di altri contenuti che trattano questo argomento. Soggetto, oggetto, persona/emozione: la chiave per comunicare meglio Partiamo subito con un esempio, così da trarne poi una regola. Un aneddoto sulla comunicazione Ti racconto un aneddoto carino. Stavo tenendo uno dei miei primissimi corsi di comunicazione, credo fosse il 2009, ed ero in Inghilterra. Avevo di fronte la classe di studenti: lavoravo nella formazione del personale sanitario. A un certo punto stavo spiegando proprio questo concetto, e una delle infermiere mi disse: "Matteo, fai un esempio". Io cerco di raccontarne uno, ma lei insiste: "No, no, fai un esempio concreto, vero, altrimenti, come diciamo noi inglesi, sono tutte bullshit". Che significa: "Sono tutte stupidaggini". Non lo so, mi venne spontaneo un esempio, e da lì in poi me lo sono portato nel cuore. Lo racconto spesso, magari lo hai già sentito. L’esempio della spazzatura: tre modi di comunicare Nelle famiglie, per stereotipo, chi porta fuori la spazzatura è l’uomo. Ora, magari qualcuno dirà "Non è vero, la porto fuori io", ma per il nostro esempio funziona bene questo stereotipo. Immagina la scena: c’è il bidone della spazzatura in casa, pieno. Lei dice a lui: "C’è da portare giù la spazzatura, per favore fallo". Lui risponde: "Sì, sì". Passa la giornata. Il giorno dopo la spazzatura è ancora lì. Tre risposte possibili A questo punto, lei può reagire in tre modi diversi: Soggetto/oggetto: "È possibile che quando ti chiedo qualcosa tu non la fai mai?" Oggetto: "Ti ho chiesto di portare giù la spazzatura e non l’hai fatto. Ora lo fai." Persona/emozione: "Quando ti chiedo una cosa e non la fai, mi fa arrabbiare. Mi fa sentire non ascoltata." Analizziamo le tre risposte 1️⃣ Soggetto/oggetto Lei sta generalizzando: non parla solo del fatto specifico della spazzatura, ma sta dando un giudizio di valore su di lui ("Non fai mai quello che ti chiedo"). Questo è rischioso, perché può indicare una volontà di litigare, una crisi o una profonda insoddisfazione. 2️⃣ Oggetto Lei rimane focalizzata sul problema specifico. La comunicazione è più dura, ma anche più onesta e trasparente: "Ti ho chiesto di portare giù la spazzatura e non l’hai fatto. Ora fallo". Qui non si mette in discussione la persona, ma solo il compito non svolto. 3️⃣ Persona/emozione Lei esprime come si sente: "Il fatto che tu non abbia portato giù la spazzatura mi fa sentire non ascoltata". Qui non c’è un giudizio sulla persona, ma la condivisione di un’emozione. E le emozioni non si discutono: sono soggettive. Tre stili di comunicazione, tre esiti diversi Questi tre modi di comunicare, su una cosa semplice come la spazzatura, sottintendono tre stili di comunicazione molto diversi e portano a reazioni differenti. Non c’è un modo giusto o sbagliato di comunicare. Dipende dall’obiettivo: cosa voglio ottenere? Se voglio litigare o sfogare frustrazione, userò il primo approccio. Se voglio che la cosa venga risolta subito, userò il secondo. Se voglio far capire come mi sento, userò il terzo. L’efficacia della comunicazione sta nel trovare il giusto equilibrio tra ciò che voglio suscitare nell’altro e il modo in cui costruisco il messaggio. Nel primo caso, l’approccio è aggressivo e rancoroso. Nel secondo caso, è orientato al risultato. Nel terzo caso, è basato sulle emozioni e chiede all’altro di prendersene cura. Pensaci. Se vuoi, riflettiamoci insieme. Fammi sapere cosa ne pensi! ### Perchè rimaniamo in relazioni infelici Perché ci ostiniamo a rimanere in relazioni che non funzionano? Non parlo necessariamente di relazioni tossiche. Parlo di amori finiti, storie che probabilmente sono giunte al termine o stanno giungendo al termine. Amori o sentimenti in cui tutto si è affievolito, ma noi ci siamo adagiati e rimaniamo lì. Non siamo più felici, ma facciamo molta attenzione a chiederci se siamo infelici, perché abbiamo paura della risposta. Le principali motivazioni per cui restiamo in relazioni che non funzionano Esistono diverse motivazioni e spiegazioni sul perché si rimane in storie di questo tipo. Non ho la presunzione di essere esaustivo, ma ti dico quello che, a mio avviso e in funzione dell’esperienza clinica che ho, vedo con maggiore frequenza. Le tre motivazioni principali sono: Si rimane legati a un passato con l'ingenua speranza che tutto possa tornare come prima. Si vive una sorta di ricatto o minaccia all’idea di poter interrompere la relazione. Si idealizza il partner vedendolo per come vorremmo che fosse, anziché per com’è realmente. 1. Rimanere ancorati al passato Si vive nel passato, con l’ingenua speranza che tutto possa tornare come prima. Questo è tipico di amori che magari sono stati intensi e belli, ma che in qualche modo si sono logorati. Le cause possono essere molteplici: l’incuria della coppia, vicissitudini della vita, eventi e sfide che si presentano. Tuttavia, uno dei due partner (o entrambi) resta legato al ricordo di ciò che è stato, pensando che difficilmente potrà trovare qualcosa di simile con un’altra persona. Si dice: “Va bene, rimaniamo in questa relazione e vediamo cosa succede. Speriamo che tutto torni come prima”. Ma sperare che tutto torni come prima è una pietra tombale sulla relazione stessa. È un pensiero delegante, che attribuisce il cambiamento a fattori esterni (nuovi episodi, opportunità, eventi della vita) senza prevedere un’assunzione di responsabilità da parte dei due partner. Se non si lavora attivamente sulla relazione, nulla tornerà come prima. Anzi, forse non è nemmeno giusto che torni come prima. Potrebbe tornare diverso, forse anche migliore, ma solo se si è disposti a mettersi in gioco. 2. Minacce e ricatti: perché ci sentiamo bloccati Quando parlo di minacce e ricatti, non mi riferisco solo a casi eclatanti come “Se mi lasci, ti tolgo i figli”. Certo, ci sono anche situazioni palesemente manipolatorie, ma esistono forme più subdole di ricatto emotivo, spesso non esplicitate dall’altro, ma che la persona stessa percepisce o si autoimpone. Ad esempio: “Non posso permettermi di separarmi, chissà cosa direbbe la mia famiglia.” “Cosa penseranno gli altri?” “Che impatto avrà sui figli?” “Cosa dirà la famiglia di lui/lei?” Queste non sono minacce dirette del partner, ma pressioni sociali e culturali che la persona sente su di sé. A volte, queste pressioni impediscono una scelta libera, bloccando la persona in una relazione che non la rende felice. 3. Idealizzazione dell’altro Si tratta della tendenza a vedere l’altro per come vorremmo che fosse, piuttosto che per come è realmente. Da un lato, si attribuiscono al partner caratteristiche idealizzate, costruendo un’immagine distorta di lui o di lei. Dall’altro, si tende a giustificare i suoi comportamenti, trovando interpretazioni che mantengano in piedi questa illusione. Il problema è che, per quanto da un punto di vista razionale possiamo raccontarci questa versione della realtà, a livello emotivo sentiamo che qualcosa non va. Avvertiamo un senso di infelicità, ma invece di attribuirlo alla reale natura del rapporto, ci colpevolizziamo, pensando che il problema sia nostro. Pur di non vedere l’altro per quello che è, continuiamo a giustificare i suoi comportamenti, rendendo la nostra immagine di lui coerente con l’idea che ci siamo costruiti. Così, la responsabilità dell’infelicità viene attribuita a noi stessi, senza un’analisi critica della situazione. Conclusione Queste sono le tre motivazioni principali per cui spesso si rimane in una relazione che non funziona. Ovviamente, ho dovuto usare delle iperboli per rendere più chiari i concetti, ma nella realtà possono esserci anche combinazioni di più fattori o altre motivazioni che non ho elencato. Se pensi di conoscerne altre o vuoi condividere la tua esperienza, scrivimi. Confrontarsi su questi temi può essere utile per integrare e arricchire ulteriormente questi spunti. ### Ansia, fretta e problemi esistenziali Parliamo di ansia, di fretta e di come queste due, insieme, nella combinazione di ansia e fretta, soprattutto quando si ha a che fare con tematiche esistenziali, diventino una degenerazione che quasi fa sentire una persona imprigionata, ingabbiata nella realtà e nella vita che ha costruito. Le diverse forme di ansia e il loro impatto Esistono tantissimi tipi di ansia differenti. Ho fatto numerosi contenuti: se vuoi approfondire, puoi fare una breve ricerca. Ho parlato poco dell'ansia più sul versante, diciamo così, esistenziale, cioè quando non si sviluppa necessariamente un sintomo individuabile come invalidante, come un attacco di panico o una fobia. Ansia esistenziale: il senso di insoddisfazione e incertezza Quando l'ansia diventa un senso di insoddisfazione personale che si ha addosso, essa si estende trasversalmente alla vita. Non in termini di generalizzazione—perché l'ansia generalizzata è un disturbo clinico, proprio in termini esistenziali: quando l'ansia si innesca perché non si riesce bene a capire qual è il proprio posto nel mondo. O, peggio ancora, quando lo si comprende ma si sente di non riuscire a raggiungerlo, come se sfuggisse, come se fossimo sempre a un passo dal poter finalmente salire sul treno che desideriamo, ma ci sentiamo continuamente in ritardo. Ansia e aspettative sociali: il peso delle decisioni Il caso delle relazioni e della famiglia Ad esempio, quando mi chiama una giovane donna di circa 33-34 anni e dice: "Sa, dottore, tutte le persone a me vicine, parenti, amici, eccetera, mi chiedono: 'Allora, quand'è che ti sposi? Quand'è che fai un figlio?'. Diverse mie amiche hanno partorito o stanno cercando un bambino. Io, invece, mi sento come a un bivio: non riesco a capire cosa voglio..." Il caso del percorso universitario e lavorativo La stessa cosa può accadere in un percorso universitario. Una persona può iscriversi all’università con qualche anno di ritardo perché, dopo il diploma, ha deciso di fare un’esperienza lavorativa. Poi torna sui suoi passi e dice: "Ora ho capito cosa voglio fare, è il momento di mettermi a studiare." Oppure può aver iniziato un percorso di laurea senza esserne convinta, perché era ciò che gli altri si aspettavano da lei, e poi decidere di cambiarlo dopo aver trovato la sua vocazione. Ansia e fretta: il vero nemico Si pensa: "Non posso permettermi di sbagliare. Devo andare più veloce degli altri per recuperare il tempo perso. Ogni inciampo diventa un dramma, la pietra tombale dei miei sogni." E così, anche in questo caso, ansia e fretta diventano il vero nemico. Non perché siano un sintomo, ma perché impediscono di sentirsi appagati, completi. Non si ha mai la percezione di poter essere davvero soddisfatti, perché l’attenzione è tutta su quel piccolo difetto che si vede come indelebile, incancellabile, un marchio che non si può più rimuovere. Come affrontare l'ansia da ritardo nelle scelte Ora, è chiaro che il problema non è aver compiuto una scelta tardiva, ma il giudizio che ci diamo per averla compiuta. Sia per quanto riguarda l’esempio della famiglia e dei figli, sia per quanto riguarda il percorso universitario, la domanda è: da dove nasce questo giudizio? È reale o è solo un giudizio che attribuiamo a noi stessi? Riflessioni e strategie Per affrontare questo tipo di ansia, può essere utile: Capire da dove nasce questo giudizio e se è fondato. Mettere in discussione le aspettative sociali e culturali. Confrontarsi con persone che hanno vissuto esperienze simili. Considerare il supporto di un professionista per rielaborare questi pensieri. Condividi la tua esperienza Fammi sapere se ti sei mai trovato o trovata in una situazione simile e cosa hai fatto per affrontarla. ### Proiezione: quando il partner attribuisce le sue colpe all’altro Cos'è la proiezione in psicologia? Parliamo di proiezione, o meglio, di quando il partner attribuisce all'altro la responsabilità delle proprie azioni, delle proprie paure o delle proprie colpe. È una dinamica che si verifica abbastanza di frequente, soprattutto quando emergono problemi di coscienza all'interno della relazione. In questi casi, si innesca un meccanismo per cui uno dei due partner accusa l’altro di comportamenti che in realtà gli appartengono o teme che l’altro possa metterli in atto. Così, inizia a sviluppare paure, ansie e preoccupazioni legate a ciò che lui o lei ha già fatto, teme di fare o pensa di poter fare. Perché utilizziamo la proiezione? Si tratta di un meccanismo di difesa che aiuta la persona in difficoltà, e al tempo stesso colpevole per ciò che sta vivendo, ad alleviare il peso di queste emozioni. Inoltre, le consente di sollevarsi, almeno in parte, dalla responsabilità della propria condotta. Esempio di proiezione in una coppia Facciamo un esempio per chiarire meglio il concetto: immaginiamo una giovane coppia in cui, a un certo punto, uno dei due partner inizia a manifestare gelosia. Inizia ad accusare l’altro di poterlo tradire, di flirtare con un’altra persona, mettendo in discussione la fedeltà del partner. Tuttavia, a un'analisi oggettiva, non emergono elementi concreti che possano far sospettare un comportamento del genere. Anzi, da un punto di vista razionale e oggettivo, la compagna (o il compagno) appare affidabile, innamorata, meritevole di fiducia. Eppure, il partner geloso non riesce a percepirlo così: anzi, teme che l'altro possa tradirlo. Approfondendo la situazione, emerge che, in passato, lui stesso ha tradito, ha flirtato con una collega o un’amica, oppure ha avuto esperienze che lo hanno portato a mettere in dubbio la propria affidabilità. Questo timore, anziché essere elaborato e gestito internamente, viene proiettato sulla partner, accusandola di ciò che in realtà appartiene a lui. Così facendo, cerca di liberarsi da un’emozione sgradevole e difficile da gestire, come il senso di colpa, la paura o l’autogiudizio di ipocrisia. Le conseguenze della proiezione nelle relazioni Poiché non è in grado di affrontare direttamente questi sentimenti, il partner proietta la sua ansia e la sua colpa sull'altro, attribuendogli un'intenzione o un comportamento che, in realtà, è il suo. Nel frattempo, il partner accusato si trova spaesato, non capisce il motivo di queste improvvise paure e accuse. Questo meccanismo si chiama proiezione. È una strategia di difesa che attiviamo quando siamo preoccupati e vogliamo delegare a qualcun altro la responsabilità delle nostre azioni. Nelle relazioni particolarmente tossiche, questo meccanismo viene messo in atto con frequenza e intensità. Ad esempio, nei casi di narcisismo, è una dinamica tipica: si attribuiscono all'altro le proprie colpe e si proiettano su di lui le proprie paure. Il risultato è che chi ha effettivamente sbagliato finisce per raccontarsi (e raccontare agli altri) come vittima, mentre accusa il partner e innesca un circolo vizioso di colpe e giustificazioni. Come reagire alla proiezione del partner? Questo è un meccanismo potenzialmente devastante per la coppia, perché denota una certa immaturità emotiva: anziché assumersi la responsabilità delle proprie azioni, la si delega completamente all’altro. Ma cosa può fare il partner che si trova improvvisamente accusato? Come può reagire a un cambiamento improvviso nel comportamento del compagno o della compagna? Sicuramente, la prima cosa da fare è cercare di contestualizzare la situazione, provando a comprendere cosa sia realmente accaduto e il perché di queste improvvise accuse e paure. È importante riconoscere il rischio della proiezione e cercare di capire cosa non sta funzionando nella relazione. Tuttavia, un atteggiamento reciprocamente giudicante rischia di peggiorare la situazione, innescando un'escalation di conflitti. Dall’altra parte, però, chi viene accusato ingiustamente non può nemmeno farsi carico delle paure del partner. Certo, può cercare di modificare leggermente alcuni comportamenti per alleviare le sue ansie, ma se queste persistono nel tempo e sembrano nascondere questioni più profonde, è fondamentale esplicitare il problema. L'obiettivo deve essere quello di comprendere cosa sta realmente accadendo, senza alimentare ulteriormente il circolo vizioso della proiezione. Conclusione Come ho detto, la proiezione è un meccanismo di difesa, ma anche un segnale di immaturità emotiva. Delegare la propria colpa all'esterno, anziché assumersela, impedisce di costruire relazioni felici e sane. Fammi sapere cosa ne pensi! Ti è mai capitato di trovarti in una situazione simile? Sei mai stato tu a proiettare, oppure sei stato il bersaglio della proiezione del partner? ### Ci stiamo perdendo per un problema esterno alla coppia Quando una coppia felice entra in crisi Dottore, siamo—o meglio, eravamo—una coppia bellissima. Ci siamo amati tanto, ci amiamo probabilmente ancora tanto, ma ormai qualcosa arrivato dall'esterno, che non riguardava necessariamente la nostra relazione e il nostro amore, si è insinuato in noi e ci sta portando via ciò che con tanta fatica, sacrificio e amore abbiamo costruito negli anni. Il concetto di "bella coppia" e la percezione di stabilità Questa è, in sintesi, una sorta di parafrasi di un commento che molto spesso ricevo, sia sui social sia quando una coppia decide di intraprendere un percorso di terapia. Dicono: "Noi siamo una bella coppia, ci siamo sempre raccontati come una bella coppia, pensiamo di avere i requisiti per esserlo." Ovviamente, il concetto di "bella coppia" lo sto utilizzando in maniera un po' stereotipata, ma ognuno definisce la bellezza secondo i propri valori e criteri. Parliamo di una coppia che sente di poter trovare reciprocamente nell'altro ciò che desidera. È questo il senso di "bella" all'interno di questo discorso. Le difficoltà esterne che minano l'equilibrio di coppia Una coppia che sente di avere la possibilità di essere felice, che ha vissuto questa felicità perché negli anni ha costruito la propria realtà. I due partner hanno trovato reciprocamente il proprio equilibrio, la possibilità di evolvere tramite l'altro, di completarsi a vicenda. Ad un certo punto, però, una delle sfide che la vita pone davanti diventa potenzialmente "mortale" per la relazione, o comunque si insinua al suo interno e rischia di rovinarla. Magari questa coppia non mette in discussione la possibilità di proseguire, ma vede rovinarsi l'ambiente, il clima, l'amore, il sentimento e tutto ciò che ha costruito con fatica. Non possiamo controllare tutto: la gestione delle difficoltà Rispetto a questo, mi vengono in mente due riflessioni diverse. La prima: noi non possiamo controllare tutto. Possiamo controllare ciò che accade all'interno della nostra relazione, come ci poniamo, l'investimento che facciamo, le attenzioni che dedichiamo a noi stessi e all'altro. Ma la vita, talvolta, ci mette davanti a sfide e cambiamenti inaspettati, che magari non riguardano direttamente la relazione, ma che al suo interno trovano una cassa di risonanza. Un esperimento sulle formiche: errata attribuzione della causa A questo proposito, mi viene in mente un esperimento che ho letto qualche giorno fa. In una scatola erano state messe due specie di formiche diverse, formiche rosse e formiche nere. Queste 200 formiche, cento e cento, abitavano insieme in maniera assolutamente pacifica. Fino a quando lo sperimentatore non ha iniziato ad agitare violentemente la scatola. A quel punto, le formiche nere hanno iniziato a credere che le responsabili del terremoto fossero le formiche rosse, e viceversa. Il risultato? Hanno iniziato a combattere tra loro, a distruggersi e persino a uccidersi. Questo esperimento dimostra un concetto chiave: l'errata attribuzione della causa del problema. Poiché non abbiamo piena conoscenza del contesto e non riusciamo a comprenderlo con lucidità, attribuiamo la colpa a ciò che conosciamo meglio, a ciò che percepiamo come un nemico—anche se non lo è. Come evitare di vedere il partner come un nemico Lo stesso accade nelle relazioni di coppia. Ci sono tantissimi esempi di sfide che la vita impone e che non hanno necessariamente a che fare con le dinamiche interne della coppia, ma finiscono per alterarle. Pensiamo a una malattia, a un incidente, a difficoltà economiche o lavorative, a un trasferimento, a un maggiore richiamo della famiglia di origine di uno dei due per via di un cambiamento. I due partner, come le formiche nella scatola, vivono insieme dentro questo contesto, che può essere stravolto non per loro volontà. Se non comprendono che questo terremoto non è nato all'interno della relazione, ma proviene dall'esterno, rischiano di vedersi reciprocamente come nemici. Affrontare i problemi insieme: la forza della coppia Il primo consiglio, dunque, è questo: cercare sempre di capire da dove ha origine il problema, da dove arriva questo cambiamento o questa potenziale crisi. E, soprattutto, chiedersi se con il partner siamo stati in grado di sviluppare una vera coesione e alleanza. Il secondo consiglio è altrettanto importante: anche quando ci rendiamo conto che la causa è esterna alla relazione, non possiamo esimerci dall'affrontarla all'interno della coppia. Il vero senso di essere una coppia Il tentativo non deve essere quello di dire: "Ok, la causa è esterna, lasciamola fuori dalla coppia." Al contrario, bisogna aprire i cancelli della coppia e affrontare il problema insieme. Perché, in realtà, la coppia è già stata invasa dal problema. E solo trovando nuove occasioni e nuove risorse al suo interno può superarlo. Questo è il vero senso dell'essere coppia: essere presenti per l'altro proprio nel momento in cui ha più bisogno di noi. Usare le risorse del nostro amore, della nostra gioia, del nostro benessere e del nostro impegno per aiutare l'altro a ritrovarsi. Conclusione: trasformare la crisi in un'opportunità Il punto è proprio questo: riuscire a capire da dove arriva il problema, non entrare in competizione, non iniziare a vedere l'altro come il nemico. Bisogna riconoscere l'altro come un alleato, capire che si è sulla stessa barca e che insieme si può non solo affrontare la crisi, ma anche uscirne più forti e più felici. Perché, alla fine, attraversare una crisi insieme può far scoprire alla coppia nuove risorse e darle l'opportunità di essere ancora più felice di prima. ### Gelosia: emozioni e componenti Cos'è la gelosia e perché si manifesta? Quando si parla di gelosia, è facile capire a cosa ci si riferisce. È uno di quei termini comuni nelle relazioni che permettono di individuare con sicurezza l'argomento. Tuttavia, spesso viene etichettata in modo semplicistico, senza considerare le sue sfaccettature. Negli ultimi anni, il linguaggio delle relazioni si è arricchito di termini come “relazione tossica”, “narcisista” o “tradimento”, che aiutano a identificare rapidamente un fenomeno ma rischiano di ridurne la complessità. La gelosia non fa eccezione: per comprenderla davvero, bisogna analizzare le sue cause e le emozioni che la compongono. Le diverse tipologie di gelosia Esistono diverse forme di gelosia, ognuna caratterizzata da dinamiche specifiche. Tra le principali possiamo individuare: Gelosia emotiva o reattiva: nasce in risposta a situazioni che minacciano il legame affettivo. Gelosia ansioso-cognitiva: si manifesta con pensieri ossessivi e paura costante di essere traditi. Gelosia possessiva: caratterizzata dal bisogno di controllo sul partner. Gelosia proiettiva: quando si attribuiscono al partner intenzioni o comportamenti infondati. Le emozioni alla base della gelosia La gelosia è composta da un'ampia gamma di emozioni, tra cui: Ansia e paura di perdere la persona amata. Insicurezza e timore di non essere all’altezza. Preoccupazione e senso di rischio. Dubbio sulla propria autostima e sul valore personale. Queste emozioni possono variare da persona a persona, rendendo l'esperienza della gelosia soggettiva e unica. Le cause della gelosia: fattori individuali e relazionali La predisposizione individuale alla gelosia Una delle principali cause della gelosia risiede nella sfera individuale. La predisposizione alla gelosia può derivare da esperienze passate, come: Relazioni precedenti segnate da tradimenti o insicurezze. Rapporti con le figure di attaccamento primarie (genitori, nonni, caregiver). Esperienze che hanno influenzato il concetto di relazione e fiducia. Questi elementi contribuiscono a formare il nostro approccio alle relazioni sentimentali e alla gestione delle emozioni. Il ruolo della relazione nella gelosia Oltre alla predisposizione individuale, la relazione stessa gioca un ruolo chiave nella manifestazione della gelosia. La dinamica di coppia può infatti: Amplificare l’insicurezza e il senso di minaccia. Fornire rassicurazioni e ridurre il bisogno di controllo. Influenzare la percezione di fiducia e stabilità. La relazione, quindi, può diventare sia un fattore di rischio che un elemento di supporto nella gestione della gelosia. Come affrontare la gelosia nella coppia L’importanza della comunicazione Una delle strategie più efficaci per gestire la gelosia è migliorare la comunicazione di coppia. Parlare apertamente delle proprie insicurezze può aiutare a comprendere meglio il problema e trovare soluzioni condivise. Quando la terapia di coppia può essere utile Se la gelosia diventa un elemento invalidante nella relazione, può essere utile rivolgersi a un professionista. Un terapeuta può aiutare a: Individuare le cause profonde della gelosia. Migliorare la comunicazione e la fiducia reciproca. Ridefinire le dinamiche relazionali per ridurre i conflitti. Quando è necessario un lavoro individuale Se, nonostante il lavoro di coppia, la gelosia persiste, potrebbe essere necessario un percorso terapeutico individuale per approfondire le insicurezze personali e lavorare sulla propria autostima. Conclusione: ogni gelosia è diversa Non tutte le forme di gelosia sono uguali. Ciò che per una persona rappresenta un problema potrebbe non esserlo per un’altra. Le soluzioni risiedono principalmente nella capacità della coppia di trovare un equilibrio e affrontare insieme le difficoltà. Comprendere le cause della gelosia e lavorare sulla relazione può fare la differenza tra una relazione sana e una dominata dall’insicurezza. ### Se non è geloso non mi ama? La gelosia è davvero una prova d’amore? Dottore, ma è vero che se il mio partner o la mia partner non mostra in alcun modo gelosia, allora è perché non gli/le interessa abbastanza? Questo è un po' uno stereotipo, no? Si dice che un certo livello di gelosia faccia bene alla coppia. Avere qualche manifestazione di gelosia è testimonianza di interesse: insomma, manifestare la propria gelosia dà certezza che ci sia un desiderio, la volontà di stare in relazione. La mancanza di questi segnali di gelosia, dunque, viene vista come una mancanza di interesse o addirittura di amore. Gelosia e insicurezza: una correlazione da non sottovalutare La dura verità è che non è così. Uno: la presenza di gelosia può essere, come abbiamo appena detto, la manifestazione sincera di un interesse, ma – come ho già spiegato in altri contenuti che ti consiglio di vedere – può anche essere legata a un certo livello di insicurezza individuale. In questo caso, il suo ruolo principale è ottenere rassicurazione, non necessariamente manifestare interesse per l’altro. Non sempre, infatti, sono realmente interessato all’altro; detto in maniera un po’ brutale, il punto è piuttosto che non voglio essere ferito o smettere di ricevere le rassicurazioni di cui ho bisogno. Quindi, la gelosia può essere una manifestazione di sincero interesse, ma può anche essere semplicemente una manifestazione di insicurezza. Il bisogno di rassicurazione, infatti, può spingere una persona a essere gelosa senza che questo significhi automaticamente che sia davvero innamorata. Essere poco gelosi significa essere disinteressati? Dall’altro lato, il non manifestare gelosia non implica necessariamente disinteresse nella relazione o mancanza di sentimenti per il partner. Certo, è vero che una persona non interessata non sarà gelosa, perché non le importa. Di conseguenza, non manifesterà disaccordo se l’altro si allontana, perché non ne percepisce il rischio e non se ne preoccupa. Una persona che non è interessata, verosimilmente, non è gelosa. Ma – ed è qui il punto più importante – non è vero il contrario, ossia che chi non manifesta gelosia allora non è interessato. Fiducia e sicurezza: i tre livelli che sostituiscono la gelosia Una persona può semplicemente avere una ridotta predisposizione individuale alla gelosia, e questo non è un male. Magari, nelle sue esperienze precedenti ha sviluppato una certa sicurezza: da bambino, da adolescente e poi da adulto ha maturato una fiducia nella propria capacità di costruire relazioni sane, basate sulla fiducia, sul rispetto e sulla disponibilità reciproca. Può anche avere una grande fiducia nel partner. Ad esempio, la coppia potrebbe aver organizzato la propria vita in modo tale da sentirsi entrambi molto liberi, con un accordo basato sulla fiducia reciproca. Il partner, dunque, può trovarsi in situazioni di potenziale tradimento, ma la persona non gelosa sa di non poter controllare la volontà dell’altro ed è in pace con se stessa. Accetta ciò che l’altro sceglie di fare e si affida alle sue decisioni. Inoltre, può avere una forte fiducia nella relazione stessa: crede in ciò che è stato costruito, nel legame che ha formato nel tempo. Sa che ogni relazione è esposta a rischi, ma confida nella sua solidità e nella capacità di affrontare eventuali difficoltà. Dunque, la presenza di questi tre livelli di fiducia – in se stessi, nel partner e nella relazione – può determinare l’assenza di gelosia. Ma questo non significa che la persona non sia innamorata, non sia interessata o non sia coinvolta sentimentalmente. Se il partner non è geloso, di chi è la "colpa"? Allora, se il partner non è geloso, di chi è la colpa? Non della persona che non manifesta gelosia, ma del partner che non comprende quanta stima, fiducia e rispetto ci siano nel suo modo di vivere la relazione. Chiedersi: "Perché non è geloso/a?" è sbagliato. Chi ha sviluppato diversi livelli di fiducia non sente il bisogno di essere geloso, perché crede nella propria capacità di creare legami sani, nella lealtà del partner e nella solidità della relazione stessa. Conclusione: gelosia e amore sono davvero collegati? Rispondendo quindi alla domanda iniziale: "È vero che se non manifesta gelosia, allora non è innamorato?" No, assolutamente no. Sono vere tutte e quattro le opzioni che ho detto all’inizio: Se manifesto gelosia, allora sono innamorato? Potenzialmente sì, ma non necessariamente: la gelosia può anche essere una richiesta di rassicurazione più che una vera manifestazione d’interesse. Se non manifesto gelosia, allora non sono innamorato? No, non è detto. Sicuramente una persona non innamorata non è gelosa, ma è altrettanto vero che una persona innamorata può non essere gelosa. Ciò che conta davvero è aver sviluppato fiducia in se stessi, nel partner e nella relazione. Partecipa alla discussione! Fammi sapere cosa ne pensi e qual è il tuo rapporto con la gelosia! ### Le origini della gelosia Parliamo di gelosia e di cosa determina la predisposizione individuale ad essa. Ho fatto diversi contenuti sulla gelosia, e ce n’è uno che ti consiglio di vedere, in cui parlo delle diverse tipologie di gelosia. Ad esempio, la gelosia emotiva reattiva, quella ansiosa cognitiva, quella possessiva e quella proiettiva. In un altro video parlo invece di gelosia come emozione e delle componenti che la determinano, ovvero le dinamiche che portano all’emergere della gelosia all’interno di una relazione. Gelosia e Predisposizione Individuale Il concetto chiave di quel video è questo: da un lato, esiste una predisposizione individuale alla gelosia, e dall’altro, una “cassa di risonanza” rappresentata dal sistema di coppia. In base a come la coppia si è organizzata e strutturata nel tempo, questa può amplificare o attenuare la predisposizione individuale alla gelosia. In questo video affrontiamo proprio questo tema: da cosa è determinata la predisposizione individuale alla gelosia in psicologia. Cosa Sono i Fattori di Rischio Se hai già visto altri miei video, saprai che spesso parlo di fattori di rischio. Un fattore di rischio non è una diagnosi, ma una sorta di probabilità, una predisposizione individuale che aumenta la possibilità di sviluppare una determinata difficoltà. Esistono fattori di rischio in ogni aspetto della nostra vita. Per fare un esempio al di fuori dell’ambito psicologico, fumare è un fattore di rischio per il cancro ai polmoni. Questo non significa che tutte le persone che fumano svilupperanno il cancro, ma che la maggior parte dei casi di cancro ai polmoni è legata al fumo. Allo stesso modo, guidare è un fattore di rischio per traumi ortopedici: non implica che ogni guidatore subirà un incidente, ma aumenta la probabilità. Fattori di Rischio e Gelosia Ora, quali sono i fattori di rischio che aumentano la probabilità, pur senza garantirne la certezza, che una persona sviluppi gelosia all’interno di una relazione sentimentale? Ce ne sono due principali. Uno è più importante e consolidato, mentre l’altro è relativamente più recente, ma altrettanto rilevante. La combinazione di questi due fattori con la relazione specifica che si instaura con il partner contribuisce a determinare il livello di gelosia nella coppia. 1. Relazioni di Accudimento Durante l’Infanzia Il primo e principale elemento di rischio è legato alle relazioni di accudimento avute durante l’infanzia. Si parla spesso di mamma e papà, ma questo vale per qualsiasi figura che abbia svolto per noi una funzione di accudimento. Per alcune persone, ad esempio, queste figure possono essere i nonni. Il concetto fondamentale è: chi si è preso cura di noi nell’infanzia e che ruolo ha avuto nello sviluppo della nostra predisposizione alla gelosia? Se la relazione con queste figure è stata stabile e caratterizzata da una costante accessibilità emotiva, allora tenderemo a sviluppare una sicurezza in noi stessi e nell’idea di poter costruire relazioni stabili e affidabili. Al contrario, se questa stabilità è stata negata o intermittente, la nostra esperienza ci porterà a percepire le relazioni come instabili e a sviluppare dubbi e necessità di controllo per garantire che le cose vadano come desideriamo. 2. Esperienze Relazionali Successive A questi fattori si aggiungono le esperienze relazionali successive, come quelle dell’adolescenza e della giovane età adulta. Queste esperienze si costruiscono sulle credenze relazionali già formatesi e le rafforzano. Una volta che entriamo in una relazione sentimentale, tutto questo bagaglio incontra la struttura specifica della coppia. La coppia può fungere da amplificatore o da mitigatore della predisposizione individuale alla gelosia. La Formazione della Predisposizione Individuale In conclusione, la nostra predisposizione individuale alla gelosia nasce dalle prime esperienze di attaccamento e accudimento durante l’infanzia, così come dalle esperienze sentimentali successive. Questo bagaglio incontra poi l’organizzazione specifica della coppia, che può accentuare o attenuare l’espressione della gelosia. ### Sindrome da Burnout Parliamo di burnout. È un termine che, devo dire, era particolarmente in voga prima del periodo pre-Covid. Il mondo del lavoro ha sicuramente subito una grandissima trasformazione rispetto all’organizzazione, alla quotidianità, allo smart working, al telelavoro e via discorrendo. Tuttavia, il burnout, ahimè, non si è trasformato altrettanto. Anche se ultimamente se ne sente parlare meno, vorrei fare un video proprio su questo per cercare di approfondire meglio la questione, ora che stiamo puntando a una “nuova normalità” o, meglio, a una nuova quotidianità. Cosa significa burnout? Il burnout altro non è che, come viene solitamente tradotto, una sorta di sindrome da esaurimento, in cui la persona si sente svuotata, apatica, affaticata, appesantita. Talvolta, perde di vista il significato delle cose o della propria attività lavorativa. Dall’altro lato, è solitamente accompagnato da sentimenti di rabbia, rancore e nervosismo, con una totale incapacità di staccare la mente dal lavoro durante il tempo libero. Diventa un pensiero costante che si espande a macchia d’olio. La persona sviluppa anche una serie di somatizzazioni, cioè manifestazioni fisiche che il corpo mette in atto come reazione a questo esaurimento emotivo. Parliamo, ad esempio, di cefalee, problemi gastrointestinali, perdita o aumento dell’appetito, disturbi del sonno, e via discorrendo. Il burnout: una sindrome legata al contesto lavorativo È importante sottolineare che il burnout è una sindrome legata esclusivamente al contesto lavorativo. Non si può andare in burnout per una relazione con il partner, per esempio; si tratta di una condizione strettamente connessa a problematiche di natura professionale. I fattori di rischio nel contesto lavorativo Nel contesto lavorativo, ci sono diversi elementi che possono rappresentare dei fattori di rischio. Non si tratta di “sentenze” o certezze sullo sviluppo del burnout, ma sono elementi che possono facilitarlo o, al contrario, ostacolarlo, contribuendo in un qualche modo al benessere o al malessere della persona. Professioni più a rischio Tradizionalmente, questa condizione è stata associata a professioni di aiuto. Ad esempio, la mia, quella dello psicoterapeuta, oppure quella del medico, dell’infermiere, dell’assistente sociale, o ancora di chi lavora in contesti sociali, come i servizi per la comunità. Tuttavia, è vero che il burnout può svilupparsi in qualunque contesto lavorativo. Questo perché esistono caratteristiche specifiche del lavoro e dell’organizzazione che possono promuoverlo. Caratteristiche che favoriscono il burnout Alcuni esempi di queste caratteristiche sono: Orari di lavoro insostenibili; Carichi di responsabilità eccessivi; Insicurezza sul luogo di lavoro (sia fisica, come la possibilità di contagio, che psicologica, come l’instabilità lavorativa); Percezione di poca soddisfazione, scarsa utilità o efficacia del proprio lavoro; Poche opportunità di successo o di riconoscimento; Contesti lavorativi emotivamente gravosi, come quelli legati a malattie terminali, dove l’esito è spesso tragico; Lavori percepiti come monotoni, ripetitivi e alienanti. Una persona non deve necessariamente trovarsi in un contesto che presenta tutte queste caratteristiche per sviluppare il burnout. È sufficiente che alcune di queste siano presenti per aumentare il rischio. In sostanza, la probabilità di sviluppare il burnout cresce quando questi fattori si sommano e incidono sulla persona. Come riconoscere i sintomi del burnout Come accennavo, questa sindrome si manifesta con una sensazione di esaurimento, stanchezza, pesantezza, spesso accompagnata da sentimenti di rabbia e irrequietezza, dall’incapacità di “staccare la spina” e da una serie di somatizzazioni (cefalee, problemi gastrointestinali, disturbi del sonno, ecc.). La nuova organizzazione del lavoro post-pandemia In questa nuova organizzazione del lavoro post-pandemia, penso che qualcosa cambierà. Non so se in meglio o in peggio: questo lo scopriremo solo vivendo e riorganizzando le nostre vite. Ad esempio, molti trovano beneficio nello smart working e nella possibilità di avere giornate più flessibili. Altri, invece, che lavorano in smart working ormai da due anni o più, iniziano a manifestare difficoltà legate proprio all’alienazione, all’incapacità di staccare e a ciò di cui ho parlato finora. Conclusione e riflessioni aperte Non ho una risposta definitiva a tutto questo. Proprio per questo, ho deciso di fare un contenuto sul burnout, per condividere riflessioni e discutere insieme questa nuova organizzazione del lavoro. Fammi sapere cosa ne pensi! A presto! ### Le tre vittime della gelosia Chi sono le vittime della gelosia? Parliamo delle tre vittime della gelosia: l'oggetto d'amore, cioè la persona amata, il geloso e la coppia. Quando si parla di gelosia, si tende spesso a generalizzare, pensando che sia un fenomeno unico. In realtà, esistono diverse forme di gelosia, come abbiamo già approfondito in altri video che ti consiglio di guardare se vuoi saperne di più. Un altro errore comune è concentrarsi solo sul punto di vista del geloso o, più raramente, su quello di chi subisce la gelosia, ovvero l'oggetto d'amore, la persona verso la quale il geloso prova questa emozione. In realtà, le vittime sono tre, come vedremo in dettaglio. La persona amata: l'oggetto d'amore La prima vittima della gelosia è il partner della persona gelosa. Questa persona si sentirà spesso limitata nelle scelte, obbligata a fornire rassicurazioni e giustificazioni. Potrebbe subire forme di controllo, come richieste di mostrare il cellulare, domande insistenti su dove si trovava, o accuse di essere arrivata in ritardo o di aver fatto qualcosa di sbagliato. Questi comportamenti creano progressivamente limiti e confini che riducono i gradi di libertà della persona amata. Alla fine, questa situazione può diventare una vera e propria gabbia, che soffoca l'individualità e l'espressività del partner o, in alternativa, suscita la sua rabbia, portando alla distruzione della relazione. Il geloso: prigioniero della sua stessa emozione La seconda vittima è il geloso stesso. Chi è geloso vive in uno stato di costante ansia, paura e insicurezza. Ha paura di essere abbandonato, dimenticato, tradito, circuito o raggirato. Per gestire queste paure, cerca continue rassicurazioni, spesso diventando incalzante e ossessivo nei confronti del partner. Spesso il geloso si sente in colpa per il suo comportamento, specialmente quando il partner è una persona meritevole di fiducia. Razionalmente sa che dovrebbe smettere, ma il suo istinto lo spinge a fare ancora un controllo, a porre un'ultima domanda. Questo lo porta a vivere un conflitto interno continuo, che peggiora ulteriormente la situazione. La coppia: una relazione in bilico La terza vittima della gelosia è la coppia stessa. La relazione diventa un terreno instabile, incapace di evolvere o di costruire un progetto solido. La gelosia mette costantemente in discussione tutto: "Chissà se domani saremo ancora insieme". Questo alimenta dubbi, discussioni e litigi. La coppia si trova intrappolata in un limbo. Da un lato, c'è ciò che i partner potrebbero essere insieme, le prospettive e le potenzialità della relazione. Dall'altro, c'è una quotidianità pesante, fatta di problemi, diffidenza e malumori. La coppia sogna un futuro idilliaco, ma vive una realtà ben diversa, fatta di tensioni e conflitti. Le cause della gelosia: predisposizione individuale e comportamento del partner La buona notizia è che la responsabilità della gelosia non è esclusivamente del geloso o del partner. Come ho già spiegato in altri video, la gelosia è sempre il risultato di due fattori: la predisposizione individuale alla gelosia e il comportamento del partner. Questi due elementi rappresentano l'origine e l'innesco della gelosia. La coppia come risorsa per superare la gelosia Nonostante la gelosia possa sembrare distruttiva, la coppia può trasformarsi da vittima a risorsa. La relazione può diventare il contesto in cui la gelosia viene affrontata, elaborata e risolta. È importante che i partner lavorino insieme per superare questa difficoltà. Ti invito ad approfondire l'argomento visitando il nostro sito o la pagina YouTube. ### Paura del rifiuto Che cos’è la paura del rifiuto? La paura del rifiuto, all’interno di una relazione, è il timore spesso ingiustificato, nel senso che non ha necessariamente a che fare con il comportamento del partner o con la relazione che si è instaurata, ma riguarda più delle dinamiche individuali. Queste rendono la persona particolarmente sensibile a questa tematica o a questa dinamica di coppia, portandola a rimanere in uno stato di continua allerta, tensione e apprensione nei confronti di una possibile fuga o di un possibile rifiuto da parte del partner, cioè della persona amata. Le conseguenze della paura del rifiuto Questa paura si manifesta in diverse forme e ha varie conseguenze. Una persona che vive nella costante paura del rifiuto tende a essere ossequiosa e molto accondiscendente nei confronti del partner. Spesso dice di sì, mette i bisogni dell’altro davanti ai propri e cerca di soddisfare o anticipare le richieste che il partner potrebbe avanzare all’interno della relazione, con l’obiettivo di renderlo felice e tranquillo. Questo comportamento mira a evitare che il partner pensi, ad esempio: “Non sono felice in questa relazione, quindi ti lascio, ti rifiuto o ti abbandono”. Il problema è che, troppo spesso, questa eccessiva condiscendenza e disponibilità comporta una rinuncia a se stessi. Qui emerge il paradosso o il dilemma in cui si trova chi soffre di paura del rifiuto: rinunciare a se stessi per mantenere la relazione, oppure rischiare il rifiuto per affermare la propria identità. Di solito, la scelta ricade sulla prima opzione: rinunciare a se stessi per minimizzare il rischio di rifiuto. Tuttavia, sul lungo periodo, questa situazione diventa insostenibile. La persona inizia a ridurre progressivamente i propri gradi di libertà e di espressività, arrivando spesso a sentirsi rabbiosa, insofferente e insoddisfatta. Nonostante ciò, fatica a esprimere questa insoddisfazione e a mettere a fuoco i propri bisogni, finendo per perdersi. Molte terapie iniziano proprio da frasi come: “Non so più chi sono”, “Non so più che personalità ho” o “Non so più quali sono i miei bisogni”. La paura è stata talmente intensa e duratura da impedire alla persona di rispondere alla domanda fondamentale: chi sono io? Questo, ovviamente, innesca potenziali crisi di coppia, trasformazioni personali e la necessità di rimettersi in gioco, affrontando nuove paure. Le origini della paura del rifiuto Le origini della paura del rifiuto possono essere ricondotte a due livelli principali: 1. Le esperienze nell’infanzia Queste sono spesso legate alle figure di attaccamento primarie, ad esempio i genitori, che talvolta risultano ambivalenti o contraddittori nelle loro risposte. La persona che sviluppa la paura del rifiuto non percepisce una connessione chiara tra il proprio comportamento e le manifestazioni d’amore o di approvazione/disapprovazione ricevute. In altre parole, non c’era un chiaro schema del tipo: “Se mi comporto bene, vengo amato; se mi comporto male, vengo rimproverato”. Spesso si verificava una contraddittorietà nelle risposte: indipendentemente da ciò che si faceva, si era esposti a risposte ambivalenti. 2. Le prime esperienze sentimentali Le storie passate, specialmente quelle finite male, fungono da cassa di risonanza per le paure individuali. Queste paure si autoalimentano e vengono successivamente interiorizzate, influenzando anche nuove relazioni intraprese in età adulta, che potrebbero non avere nulla a che fare con le dinamiche delle relazioni precedenti. Conclusioni Esistono molte connessioni tra il tipo di cure ricevute nell’infanzia e le prime esperienze relazionali in adolescenza o da giovani adulti. Questi elementi si combinano e influenzano la paura del rifiuto, così come altre dinamiche emotive come la paura dell’abbandono, la gelosia o i tradimenti. Fammi sapere cosa ne pensi, se ti trovi in questa situazione e quali emozioni vivi. E, se hai già provato ad affrontarla, sei riuscita/o a risolverla? ### Riflessioni sulla depressione Parliamo di depressione: facciamo un po’ di ordine e proponiamo qualche spunto, riflessione e considerazione rispetto a questo disturbo. Depressione maggiore e altre tipologie Quando si sente parlare di depressione, ahimè, si fa più o meno volontariamente riferimento alla depressione maggiore, che è sì un disturbo dell’umore, ed è il disturbo dell’umore più frequente, riconoscibile e identificabile, ma non è l’unico. Esistono diverse forme di depressione, ognuna con caratteristiche e sfaccettature proprie. Se vuoi approfondire l’argomento, sul canale YouTube e sul mio Blog, trovi vari contenuti dedicati alle diverse tipologie di depressione, i criteri diagnostici, le caratteristiche e le peculiarità di ciascuna. Caratteristiche comuni a tutti i tipi di depressione Oggi voglio riflettere su alcune caratteristiche e percezioni comuni a tutti i tipi di depressione, per cercare di capirla un po’ meglio e fare ordine. Innanzitutto, la depressione spaventa. Molto spesso si cerca di etichettarla in modo rapido e superficiale, perché ci terrorizza. Non riusciamo a spiegarla, pensiamo che difficilmente se ne possa uscire, e più in generale, come accade con tutte le malattie mentali, tendiamo a percepirla come qualcosa di più “terribile” rispetto a una malattia fisica. Questo perché diventa un mostro invisibile, un antagonista che non possiamo vedere. Di fronte a una malattia fisica, sappiamo qual è il nemico e possiamo combatterlo. Con una malattia mentale, e ancor più con la depressione, è tutto più complesso, più faticoso. Si pensa di non riuscire mai a riprendersi completamente, tanto da suddividere la propria vita in un “prima” e un “dopo” la malattia mentale, o la depressione. Questo accade, ad esempio, anche con i disturbi ansiosi: c’è un “prima” e un “dopo” lo sviluppo dell’ansia. Fa paura. Non sappiamo cosa fare, ci sentiamo piccoli, vulnerabili. Le caratteristiche che la depressione porta con sé amplificano tutto questo: ci sentiamo abbattuti, catatonici, e ogni cosa diventa pesante. Il mondo sembra crollarci addosso. La depressione non è solo tristezza Attenzione: la depressione non è tristezza, non è malavoglia, non è pigrizia. Quando si dice: “Non è depresso, è semplicemente svogliato”, non è vero. La depressione è catatonia, è vedere tutto completamente e improvvisamente grigio, senza riuscire a mettere a fuoco le cause. Non si riesce nemmeno a ipotizzare cosa abbia scatenato il disturbo. Questo rende difficile affrontarla da soli e comprenderla. La persona, da un lato, sente di non avere energie, di essere abbattuta e catatonica; dall’altro lato è spaventata e preoccupata per ciò che sta vivendo. Si sente incapace di reagire e finisce in un circolo vizioso da cui è sempre più faticoso uscire, soprattutto senza l’aiuto di un professionista. I sintomi della depressione La depressione, quindi, non è tristezza, non è malavoglia, non è pigrizia: è qualcosa che ci impedisce di trovare gusto nelle cose. Da un giorno all’altro ci si sente incapaci di provare piacere in ciò che prima ci appassionava. Le persone a noi vicine diventano improvvisamente meno interessanti, meno coinvolgenti, meno vicine. Ci si chiude in una sorta di bolla, spegnendosi progressivamente. Tutto diventa pesante, faticoso, insostenibile. Anche le cose più semplici, che fino a pochi giorni prima facevamo con piacere, diventano impossibili. Dall’altro lato, può svilupparsi rabbia, risentimento, aggressività. Questo senso di insoddisfazione e incapacità di essere ciò che si desidera genera rancore e rabbia. Si manifestano due dinamiche contrapposte: da un lato impulsi violenti verso sé stessi, dall’altro una sensazione di vuoto e impotenza. Non si vede una via d’uscita. Depressione: afflizione e protezione La depressione, però, ha anche un aspetto controintuitivo: in un certo senso, ci tutela. Quei moti aggressivi e di rabbia, che come vedi non hanno nulla a che fare con la tristezza o la pigrizia, possono essere potenzialmente pericolosi. La catatonia, la mancanza di energia tipica della depressione, da un lato ci affligge, ma dall’altro ci protegge dal male che potremmo farci. Non sempre entrambe le componenti, quella catatonica e quella rabbiosa, sono presenti in tutte le forme di depressione. Come detto, esistono diverse tipologie di depressione: alcune più caratterizzate dalla rabbia, altre dalla catatonia. È il mix di queste due componenti che determina la forma che la depressione assume. Consigli per affrontare la depressione Il consiglio: nel momento in cui ti accorgi di vivere stati d’animo simili a quelli descritti, rivolgiti a un professionista. Solo attraverso il suo aiuto potrai ottenere risposte sia sulle cause del tuo disagio, sia sulle vie percorribili per affrontarlo. ### Come i social influiscono sulle nostre relazioni sentimentali Come impattano sulla vita di coppia? Questo è un tema estremamente dibattuto, soprattutto nell’ambito della psicologia. Quando mi trovo ad affrontare temi relazionali sui social, che è un argomento di cui mi occupo spesso, emerge sempre la questione dell'utilizzo dei social all'interno della coppia e di come questi influenzino la nostra vita. I social, in un certo senso, sono croce e delizia delle relazioni. Possono rappresentare un’opportunità per conoscersi, iniziare una frequentazione, approfondire l’idea che abbiamo di una persona, e ci offrono nuove possibilità comunicative. Tuttavia, ci sono anche aspetti critici che meritano attenzione. Esploreremo quindi tre aree principali che ho individuato sull’impatto dei social nella vita di coppia. 1. La comunicazione sui social Sebbene i social facilitino la comunicazione, aprendo nuovi canali e possibilità, pongono anche un filtro sulla realtà. Ad esempio, i filtri di Instagram e la tendenza a condividere solo aspetti positivi della propria vita portano a un’alterazione dell’immagine di sé. Questo può creare disillusioni quando si passa dalla conoscenza virtuale a quella reale. Il rischio è quello di rappresentare un’immagine di sé completamente diversa da quella reale. Questo vale sia per chi cerca di conoscere qualcuno sui social, sia per le coppie che si raccontano online in maniera filtrata e idealizzata. Mostrare solo i momenti felici può generare discrepanze tra la percezione pubblica e la realtà della relazione, con conseguenze sulle dinamiche di coppia. Impatto sulla comunicazione di coppia La coppia stessa può utilizzare i social per raccontarsi in modo distante dalla realtà, creando una “vetrina” che non rispecchia le emozioni vissute quotidianamente. Ad esempio, capita di vedere foto sorridenti scattate durante una festa noiosa. Questo fenomeno rischia di alterare la percezione sia interna che esterna della relazione. 2. L’esposizione della vita privata sui social Quando si condividono dettagli della propria vita privata, si apre la porta a giudizi, critiche e pressioni sociali. Questo può alterare le dinamiche di coppia. Ad esempio, pubblicare qualcosa di personale espone la coppia a commenti di terzi, che possono generare conflitti o tensioni. Ogni coppia deve concordare su cosa condividere e stabilire i limiti della propria esposizione. Ad esempio, mia moglie e io abbiamo deciso di mantenere separati i nostri profili personali e professionali per tutelare la nostra privacy. Lei pubblica occasionalmente foto private, ma evita di associare direttamente il mio nome al suo profilo professionale. Conferma e riprova sociale I social possono diventare uno strumento per cercare conferme o approvazioni esterne, ma spesso questo porta a giudizi superficiali e non costruttivi. Inoltre, il confronto con stereotipi di coppie perfette sui social può creare disagio e insoddisfazione nella relazione, spingendo la coppia a seguire modelli esterni piuttosto che a definire il proprio percorso. 3. La gelosia e il controllo sui social I social possono alimentare gelosie e conflitti all’interno della coppia. Ad esempio, il partner potrebbe notare un like a un profilo particolare o l’eliminazione di chat sospette. Inoltre, la possibilità di controllare l’attività dell’altro sui social può generare incomprensioni e tensioni. Questa dinamica non riguarda solo comportamenti scorretti, come tradimenti virtuali, ma anche fraintendimenti e invasioni della privacy. Spesso, chi viene controllato si sente violato e questo può minare la fiducia reciproca. L’intromissione di terzi I social, abbattendo le barriere di ingresso, permettono a chiunque di entrare in contatto con chiunque. Questo può rappresentare un rischio per la coppia, soprattutto se uno dei partner apre la porta a terzi, intenzionalmente o meno. Anche quando non si arriva a una crisi, queste situazioni possono creare tensioni significative. Conclusioni In questo articolo abbiamo esplorato tre aree principali in cui i social impattano sulla vita di coppia: la comunicazione, l’esposizione della vita privata e la gelosia. Ognuna di queste aree presenta rischi e opportunità che meritano di essere approfonditi. Fammi sapere cosa ne pensi: qual è la tua esperienza con i social nelle relazioni? Cosa aggiungeresti o toglieresti? ### Il tradimento seriale Il tradimento è un tema a me super caro, come sai. Ci ho scritto un libro, ho realizzato diversi webinar, videocorsi, e lo affronto in un sacco di terapie. Insomma, ci ho dedicato davvero tantissimo tempo e riflessioni. Ultimamente, mi è arrivato un commento su Instagram in cui qualcuno mi ha detto: "Sì, dottore, però lei parla di tradimento, mi spiega tutte le sfumature, mi aiuta a comprendere i concetti e i presupposti, ma non ha mai parlato davvero di tradimento seriale. Che cos'è? Di che caratteristiche si tratta?" Che cos’è il tradimento seriale? In realtà, il tradimento seriale, come categoria o etichetta, non esiste. Nei termini del linguaggio comune, definiamo "tradimento seriale" come: Un tradimento costante all'interno di una relazione. La presenza costante di tradimenti in diverse relazioni, dove una persona continua a tradire indipendentemente dal partner. Un tradimento che coinvolge un partner fisso, ma con altre persone in modo ripetuto. In sostanza, un tradimento può essere definito seriale in tre modi: Quando c’è una relazione parallela mantenuta con una o più persone oltre al partner ufficiale. Questo è spesso associato a concetti come la "doppia vita" o "vita parallela". Quando il tradimento si verifica indipendentemente da chi è il partner ufficiale, in maniera costante e con diverse persone. Quando c’è una relazione ufficiale stabile, ma costellata da una moltitudine di tradimenti, protratti con una certa regolarità nel tempo. Perché il tradimento seriale “non esiste”? Queste ultime due opzioni sono quelle che più comunemente vengono identificate come "tradimento seriale". Tuttavia, non si tratta di un’etichetta diagnostica, ma di un’espressione di linguaggio comune, basata sul buon senso per identificare certi comportamenti. Perché, allora, ho detto che il tradimento seriale "non esiste"? Perché il tradimento, inteso come azione, è sempre una conseguenza di un sistema relazionale in cui il traditore (o la traditrice) si trova. Nel mio libro e nei miei video, ho sempre ricondotto questa tipologia di tradimento al concetto di "monade". Il concetto di monade e il tradimento seriale La "monade" è una delle quattro macro-categorie di tradimento e riguarda l'incapacità di entrare davvero in relazione con l'altro. Il traditore seriale, infatti, non costruisce mai qualcosa di condiviso, ma mantiene sempre un piano individuale, ben separato da quello di coppia. Questo porta a una divisione netta tra i propri bisogni e quelli della relazione. Non c’è un reale interesse per i bisogni dell’altro: i bisogni personali vengono privilegiati, spesso da un punto di vista meramente sessuale. Non si considera che questi possano essere soddisfatti all’interno della relazione ufficiale. Come si manifesta il tradimento seriale? Da un lato, il traditore seriale prende ciò che la relazione può offrire, ma raramente restituisce qualcosa. Dall’altro lato, soddisfa i propri bisogni in modo egoistico, senza coinvolgere il partner. Nella sua scala di valori, l’"io" e i suoi bisogni vengono sempre prima della relazione. La relazione non viene vissuta come un sistema trasformativo in cui evolvere, cambiare o costruire qualcosa insieme, ma come uno strumento per soddisfare solo una parte dei propri bisogni. Altri bisogni, invece, vengono soddisfatti altrove, magari raccogliendo "pezzi" qua e là. Le due forme principali del tradimento seriale Per questo motivo, il tradimento seriale si manifesta, di solito, in due forme principali: Tradimenti ripetuti indipendentemente dal partner, replicando lo stesso schema in diverse relazioni. Tradimenti multipli all’interno di una relazione stabile, con altri partner, spesso per motivi sessuali. La monade, in sostanza, rappresenta una persona orientata esclusivamente ai propri bisogni, che non investe nella relazione. Non entra mai davvero in relazione, ma si aspetta che sia l’altro a soddisfare le sue esigenze. Il tradimento seriale e le conseguenze sulla relazione Quando queste relazioni si trovano di fronte a un tradimento, il partner tradito si trova a dover scegliere se continuare o meno. Il traditore spesso afferma: "Non è qualcosa che ho fatto contro di te, ma per me. Io sono fatto così, e devi accettarlo." Questo atteggiamento mette il partner tradito davanti a un bivio: accettare e lavorare per far funzionare la relazione, oppure lasciare. Il traditore, infatti, non vive il tradimento come un gesto contro l’altro, ma come una scelta finalizzata esclusivamente alla soddisfazione dei propri bisogni. Conclusione Questa è la versione più esplicita del tradimento seriale. Fammi sapere cosa ne pensi, così possiamo approfondire, scambiarci informazioni e ampliare la conoscenza su questo tema. A presto! ### Gli aspetti del Ghosting di cui non si parla Parliamo di ghosting e di un obiettivo talvolta implicito, nel senso che non è chiaro neanche nella testa di chi lo mette in atto, ma sicuramente risulta controintuitivo rispetto al comportamento stesso. Immagino che nessuno te lo abbia mai spiegato in questi termini. Ora, non voglio fare un articolo in cui spiego che cos'è il ghosting e quali sono le diverse cause che possono portare una persona ad adottare questo comportamento: lo sappiamo già. Il ghosting in breve: come si manifesta In breve, il ghosting è quando una persona per la quale nutriamo (o nutrivamo) un certo interesse, prevalentemente sentimentale, si dilegua. Sparisce, lasciandoci lì con un pugno di mosche in mano. Come ho detto, non voglio entrare nei dettagli delle possibili ragioni che portano una persona a fare ghosting, ma voglio ragionare su un aspetto controintuitivo del fenomeno. Le emozioni di chi subisce il ghosting Quando viviamo o subiamo il ghosting, non si tratta solo del comportamento dell'altra persona. Esiste anche una sfera emotiva nostra che risuona con la storia, con i nostri significati, il nostro modo di essere e di vivere le relazioni. Spesso c'è delusione, stupore, e talvolta proviamo risentimento sia verso chi ha agito il ghosting sia verso noi stessi. Ci chiediamo: "Come ho fatto a prendere un abbaglio così grande? Come ho potuto permettere a questa persona di trattarmi in questo modo?". Le conseguenze possono essere molteplici. Magari diventiamo più diffidenti, più accorti, un po’ più "abbottonati" nelle successive frequentazioni. Stiamo indietro, cerchiamo di capire meglio se l’altra persona sia meritevole della nostra fiducia. Spesso, senza rendercene conto, facciamo pagare alle nuove conoscenze la colpa di una relazione passata finita male. Il significato implicito e controintuitivo del ghosting Ti sei mai chiesto quali possano essere i significati impliciti del ghosting, oltre a quelli espliciti? Uno di questi, implicito e controintuitivo, è che chi agisce il ghosting, da un lato, vuole chiudere la relazione, ma dall’altro non ha la capacità, la volontà o la forza di assumersi la responsabilità di questa scelta. Al contempo, vuole anche lasciare una porta aperta per un possibile ritorno. So che può sembrare strano, ma chi fa ghosting, pur agendo in modo crudele e interrompendo bruscamente una relazione, attraverso la non chiarezza, la non spiegazione, e il non esplicitare i motivi, lascia comunque uno spiraglio aperto. Questo meccanismo, che non sempre è consapevole, permette a chi scappa di tenersi un’opportunità di tornare. Non è sempre così, ma accade spesso Non è sempre così, ovviamente. Non è una regola universale, né è sempre chiaro nella testa di chi agisce il ghosting. Tuttavia, è molto frequente. Per quanto il ritorno possa sembrare improbabile, controverso o doloroso, è comunque possibile. Questo perché non sono stati chiariti i termini della fine della relazione: non c’è stata una chiusura definitiva. Proprio questa mancanza di chiarezza diventa il pretesto per poter tornare nel momento in cui la persona si sente pronta. Un parallelismo con la terapia: il meccanismo comune Non chiarire, lasciare dei sospesi, diventa quindi una scusa per poter riaprire un dialogo. Questo meccanismo lo vedo talvolta anche in terapia, in una forma simile. Faccio un parallelismo che può sembrare forzato, ma il principio sottostante è lo stesso. Quando lavoro con persone che hanno una predisposizione ansiosa (attenzione, non sto dicendo che tutte le persone ansiose si comportano così), accade che nei momenti di difficoltà particolarmente acuti queste persone inizino un percorso terapeutico. Dopo qualche seduta iniziano a stare meglio e il sintomo si attenua. A quel punto si prospetta un percorso più lungo e meno intenso. Qui può subentrare una reazione ambivalente: da un lato, c’è soddisfazione per i risultati ottenuti; dall’altro, paura del proseguimento del lavoro. Talvolta, queste persone interrompono il percorso senza saldare l’ultima seduta, magari con una scusa. Questo gesto, al di là dell’aspetto economico, lascia aperta la possibilità di un ritorno. Quando, dopo mesi, tornano dicendo: "Dottore, vorrei riprendere. Mi sono ricordato che non avevo saldato l’ultima seduta. Posso venire a pagare e fare due chiacchiere?", l’aspetto del pagamento diventa un gancio per riaprire il dialogo. Il meccanismo simile tra ghosting e terapia Il meccanismo è simile a quello del ghosting. Scappare e interrompere senza dare spiegazioni è un comportamento duro e crudo, che sembra sancire una fine. Ma proprio la mancanza di chiarezza lascia aperto uno spiraglio. Conclusioni: ghosting come arma di manipolazione Quando chi agisce il ghosting torna, potrebbe giustificarsi dicendo: "Ero confuso, spaventato. Non sapevo cosa volevo. Ti chiedo scusa." Questo atteggiamento crea in chi ha subito il ghosting il desiderio di capire e sapere di più, trasformandosi in un’arma di manipolazione, o di contro-manipolazione. Fammi sapere se questo ragionamento ti è chiaro, se magari lo hai vissuto o agito, oppure se ti ritrovi in queste parole. A presto! ### Sapere dire di NO! Parliamo del saper dire "no". Parliamo di come si può rifiutare e declinare un’offerta, una richiesta o una pretesa altrui in modo da tutelare se stessi, senza compromettere la relazione con l’altro. Dire "no" agli altri implica, in un certo senso, dire "sì" a se stessi. Questo concetto, che talvolta utilizzo e mi viene chiesto di spiegare meglio, può non essere immediato, ma il significato è profondo. Perché Dire "No" è Difficile? Dire "no" è estremamente difficile perché è un’azione che può risultare sgradevole, spaventosa e talvolta preoccupante. Quando qualcuno ci chiede qualcosa e vorremmo dire "no", spesso non ci riusciamo perché iniziamo a pensare alle possibili implicazioni e conseguenze: potremmo risultare sgradevoli, ferire l’altra persona, causare risentimento o non essere di aiuto. Tuttavia, potremmo voler dire "no" per ragioni legittime: ciò che ci viene chiesto è troppo impegnativo, non lo desideriamo, va contro i nostri valori o non è in linea con la relazione che sentiamo di avere con l’altro. Nonostante ciò, ci troviamo spesso in difficoltà, tra il desiderio di essere fedeli a noi stessi e il timore di deludere o ferire l’altro. Questo dilemma può portarci a pensare: "Se dico di no, faccio ciò che voglio ma ferisco l’altro; se dico di sì, soddisfo l’altro ma tradisco me stesso, costringendomi a fare qualcosa che non desidero." Le Conseguenze di Non Saper Dire "No" Sul breve periodo, questa dinamica può sembrare sostenibile, ma a lungo andare rischia di farci perdere il contatto con noi stessi, generando insoddisfazione e mancanza di riconoscimento personale. Possiamo arrivare a chiederci: "Chi sono? Perché non riesco a farmi valere? Perché nella relazione con l’altro tendo sempre ad essere accondiscendente?" Come Dire "No" in Modo Efficace Quindi, come si fa a dire "no" all’altro e, al contempo, dire "sì" a se stessi senza compromettere la relazione? La chiave sta nel comunicare che il rifiuto non è un attacco personale verso l’altro, ma la conseguenza di una scelta personale. Dire "no" non significa necessariamente dire "no" all’altra persona, ma significa dire "sì" ai propri valori, priorità e responsabilità. Questo approccio permette di preservare l’integrità personale senza ferire inutilmente l’altro. Ad esempio, mi è capitato di recente che mi venisse chiesto di partecipare a un convegno online, previsto di domenica dalle 11 alle 13. Sebbene l’argomento fosse interessante, ho risposto: "La domenica no. È l’unico giorno che dedico alla famiglia e al riposo. Se fosse sabato, potrei organizzarmi." Quando mi è stato detto che non era possibile cambiare il giorno, ho risposto: "Allora mi dispiace, ma devo declinare." Non è stato un "no" verso chi organizzava il convegno o verso l’evento stesso, ma una scelta coerente con le mie priorità. Applicare il "No" in Vari Ambiti della Vita Questo approccio si applica anche in altri ambiti, come le relazioni amicali, sentimentali o professionali. Può capitare che un partner o un amico ci chieda qualcosa che non siamo pronti a fare. In questi casi, il "no" non deve essere visto come un rifiuto personale, ma come il risultato di una scelta che rispetta i nostri valori e le nostre priorità. Se riusciamo a comunicare efficacemente il motivo del nostro rifiuto, possiamo preservare la relazione senza sensi di colpa, dimostrando che il "no" è semplicemente il risultato di un "sì" verso noi stessi. Questo approccio ci consente di rispettare noi stessi, chiarire le nostre scelte e mantenere relazioni sane, basate sulla trasparenza e il rispetto reciproco. Conclusione Fammi sapere cosa ne pensi e se ti senti più a tuo agio nel dire "no" in questo modo. Potresti scoprire che agire così ti permette di essere più in pace con te stesso o te stessa, mantenendo relazioni più semplici e autentiche, anche quando comportano qualche "no". ### Come convivere con le aspettative degli altri Oggi parliamo di aspettative e del ruolo che hanno all'interno delle relazioni. Ti sei mai chiesto o chiesta come le aspettative altrui impattano sulla qualità della relazione, sul tuo comportamento e sul tuo sentirti bene all'interno di essa? Se ti interessa l'argomento, in questo articolo approfondiremo proprio questo tema. Cosa Sono le Aspettative e Perché Sono Importanti Le aspettative, se vogliamo, possono essere paragonate, per certi versi, alla prima impressione, nel senso che si sente spesso dire che il problema della prima impressione è che se ne può avere esclusivamente una. Le aspettative, come le prime impressioni, molto spesso diventano rigide all'interno della relazione e, se non ben gestite, sono spesso causa di delusione, risentimento e disincanto. Da Dove Origina la Delusione? Le aspettative portano con sé principalmente due effetti spesso connessi al concetto di delusione. Questo è facile da osservare anche su noi stessi, non solo rispetto all'altro. Partiamo da un esempio più semplice: quante volte ti è capitato di affrontare qualcosa nella vita, non necessariamente una relazione, ma qualunque cosa che per te poteva essere interessante, avendo delle aspettative a riguardo? Quando queste aspettative vengono disattese perché la realtà non è come te l'aspettavi, si genera la delusione. Questo può accadere in molti ambiti: un colloquio di lavoro, il comportamento di un amico, l'attesa di un regalo o il provare un nuovo sport. La causa della delusione si genera nel momento in cui c’è una sorta di gap, di spazio, tra ciò che desideriamo o pensiamo sia legittimo aspettarci e ciò che effettivamente accade. Più è ampio il divario, più siamo esposti alla delusione. Come le Aspettative Altrui Impattano sulle Relazioni Ora che abbiamo capito da dove origina la delusione, proviamo a comprendere quale può essere l’impatto che le aspettative dell’altro all’interno della relazione possono avere su di noi. Il sistema si complica, perché, soprattutto se non vengono esplicitate, le aspettative devono essere interpretate. Non c’è solo il desiderio o la volontà dell’altro, ma anche la nostra interpretazione di questi desideri o volontà. Quando le nostre interpretazioni non combaciano con le aspettative altrui, si generano due rischi principali: Il giudizio dell’altro: ci sottoponiamo al rischio di essere giudicati. La modifica artificiale dei nostri comportamenti: cambiamo il nostro modo di agire per soddisfare aspettative altrui, spesso a nostro discapito. Consigli per Gestire le Aspettative Altrui Ecco qualche spunto utile per evitare di cadere nelle trappole delle aspettative non esplicitate: 1. Ricorda che le aspettative dell’altro non definiscono i tuoi comportamenti I tuoi comportamenti e bisogni dovrebbero essere definiti da ciò che desideri tu, non da ciò che pensi l’altro si aspetti da te. 2. Definisci le priorità Cosa vuoi davvero nella relazione? Cosa si aspetta l’altro? Identifica le priorità tue e dell’altra persona. Sei sicuro di aver compreso le aspettative altrui? Parlane apertamente per definire insieme ciò che è davvero importante. 3. Non temere il confronto Se le aspettative non sono soddisfatte, si arriverà inevitabilmente a uno scontro. Meglio affrontare subito un chiarimento aperto e diretto, piuttosto che lasciare che i problemi crescano nel tempo. 4. Lavorate insieme per trovare un accordo Le relazioni sono come una danza: entrambe le persone devono dare e ricevere qualcosa. Sii chiaro nel comunicare i tuoi bisogni e richiedi lo stesso dall’altro. 5. Non avere paura di deludere È meglio vivere una relazione autentica, con momenti di crisi costruttiva, piuttosto che temere costantemente di deludere l’altro. Una relazione felice si basa sulla chiarezza e sulla collaborazione. Conclusione Concludo con una citazione di Einstein: “Ognuno di noi è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi, passerà tutta la vita a sentirsi uno stupido.” ### Amore vs Amicizia Parliamo di amore e di amicizia e delle loro differenze. Recentemente ho fatto due contenuti che tematizzavano proprio l'amicizia e l'amore, da amici ad amanti e viceversa, e se è un argomento che ti interessa ti consiglio di andare a vederli sul canale. Questi hanno suscitato una serie di commenti, soprattutto sui social, in cui mi veniva chiesto: "Ma dottore, perché non parla anche dell'amicizia? Perché lei parla sempre della relazione di coppia?". E allora eccoci qui: amore e amicizia. Un Tema Complesso da Affrontare Come sempre, è un tema troppo ampio per poterlo affrontare in maniera esaustiva; non ho la presunzione di poter essere completo in ciò che andrò a dire. Voglio fare qualche riflessione su quali possono essere delle caratteristiche comuni, ma anche delle differenze nette tra l'amore e l'amicizia. Molto spesso vengono utilizzati come sinonimi, si sente dire che due innamorati debbano anche essere capaci di essere amici, eccetera. Però poi, quando ci si chiede che cos'è l'amicizia e che cos'è l'amore, si fa molta fatica a definire tutto con chiarezza. Similitudini e Differenze tra Amore e Amicizia Se vogliamo riflettere su queste due tematiche, possiamo cercare di capire non tanto che cosa sono, ma che cosa li differenzia e contraddistingue. È vero che sono simili, ma non sono sinonimi. Hanno punti di continuità, ma sono due cose diverse. Sono due relazioni calde, importanti, votate o potenzialmente votate al benessere delle persone che le vivono. Questo le rende a tratti simili, ma molto diverse. L'amicizia: Stabilità e Continuità L'amicizia è più stabile, sicura e continua. Ha più a che fare con l'idea di presenza e rassicurazione. Quante volte gli amici veri sono quelli che non abbiamo bisogno di vedere in continuazione? Non sono persone che dobbiamo vedere o sentire tutti i giorni. A volte, ad esempio, alcuni amici si costruiscono, altri si perdono. Ma quelli che rimangono sono quelli con cui possiamo riprendere da dove avevamo lasciato, come se ci fossimo visti il giorno prima. Questo trasmette un senso di continuità, rassicurazione e stabilità. Al tempo stesso, l'amicizia non ha mai grandi picchi o scossoni, soprattutto quella vera e duratura. Questo non vuol dire che non si litiga con gli amici. Si può litigare, ma la relazione non viene necessariamente messa in discussione. La relazione è lì, costruita nel tempo. Proprio perché non ci amiamo, ma siamo amici, possiamo tollerare crisi, disaccordi e litigi senza mettere in dubbio il rapporto. L'amore: Intensità e Instabilità L'amore, invece, è una relazione calda, appagante, che permette un'evoluzione come l'amicizia, ma è diversa perché è molto più intensa e anche più instabile. L'amore è fatto di picchi, momenti di idillio e condivisione, ma anche di crolli. Ha un impatto emotivo molto più forte. È come una montagna russa: tocca un'intimità che vorremmo fosse stabile, ma è meno stabile dell'amicizia, meno certa e meno scontata. Deve essere continuamente nutrito. In amore abbiamo bisogno di sentire e vedere la persona amata, e occupa la nostra mente quotidianamente. Dobbiamo dimostrare questo amore, cosa che nell'amicizia non è sempre necessaria. Litigi e discussioni possono mettere in dubbio la relazione, facendo chiedere se quella sia la persona giusta. È più complicato e spesso più breve dell'amicizia perché vive di questi scossoni emotivi, che non tutti sono disposti a tollerare. Conclusioni: Amore e Amicizia a Confronto Per quanto amore e amicizia siano spesso usati come sinonimi, non lo sono. Hanno punti di continuità, ma sono molto diversi. L'amore è più intenso e instabile, con alti e bassi, e deve essere coltivato. L'amicizia, invece, vive di rassicurazione e continuità, senza la necessità di essere costantemente nutrita o dimostrata. Questo la rende a volte più facile, a volte meno intensa, ma sempre importante. ### E' possibile stare bene da soli? Ma dottore, è davvero possibile essere felici da soli? Questa è la domanda classica che, ogni volta che creo un Q&A su Instagram – cioè domande e risposte – scrivo "Chiedimi quello che vuoi" e salta sempre fuori questa domanda. Essere felici da soli: questione di possibilità o necessità? Ma è davvero possibile essere felici da soli? Ora, non è questione di possibile, ma di dover essere felici da soli. Cioè, si deve essere felici da soli, il che non vuol dire che essere soli o stare soli debba essere per forza la nostra prima scelta. In alcuni casi è così, ma uno può anche dire: "Io desidero una relazione. Vorrei essere in una relazione". Magari l’essere soli o lo stare soli è legato a un periodo della vita, è legato alla scelta di qualcun altro. Ok, ma si deve essere capaci di essere felici da soli. Scusate il gioco di parole, o perlomeno si deve essere capaci di bastarsi. Perché è fondamentale imparare a stare da soli? Stare da soli è fondamentale, soprattutto per sviluppare la capacità di trovare un equilibrio da soli. Questo è essenziale per riuscire a capirsi, a comprendere quali sono i propri bisogni, le proprie volontà, le proprie necessità, i propri dubbi, i propri limiti e le proprie paure. È chiaro che è poi all’interno della coppia che tutto questo viene testato, provato, sperimentato e anche scoperto. Ma se io, da solo, non sono capace di trovare quella che spesso in psicologia viene definita "la base sicura", e delego questa base all’altro, allora l’altro sarà sempre, da un lato, la mia gioia, e dall’altro, la mia croce. Le conseguenze di delegare la propria felicità all’altro Perché? Perché investirò l’altro di una responsabilità che non necessariamente è sua e che magari neanche vuole. Nel senso che è solo tramite lo stare da soli che si riescono a capire quali sono le proprie necessità, in cosa ci si sa bastare e in cosa invece ci si deve appoggiare all’altro. O in cosa, magari tramite le caratteristiche dell’altro, ci si sente alleggeriti, agevolati, facilitati e proiettati verso il futuro che desideriamo. Ma se io non sono capace di dirmi in che misura, da solo, posso contribuire a tutto questo, allora non mi sono messo alla prova, non mi sono testato, non mi sono sperimentato. Non sono capace di capire cosa cerco nell’altro, non sono capace di chiedere e di far capire all’altro cosa sto cercando. Il rischio di dipendenza emotiva e il bisogno di autonomia E, soprattutto, attribuirò all’altro la responsabilità della mia gioia o della mia infelicità. Finché è gioia, ok. Ma quando è infelicità, sono problemi. Sono problemi nella misura in cui ci sentiamo incapaci di soddisfare autonomamente i nostri bisogni. Abbiamo la necessità, la dipendenza dall’altro, per poterci sentire completi. Conclusione: perché imparare a essere felici da soli? Ripeto: non vuol dire che stare da soli debba essere la prima scelta, ma deve essere comunque una possibilità che non ci spaventa. Perché è solo così che riusciamo ad avere un sufficiente equilibrio con noi stessi, a trovare questo equilibrio anche all’interno della coppia, e, ancora di più, a offrire questo equilibrio all’interno della coppia al nostro futuro partner. ### Esiste l'amore a prima vista? Amore a prima vista: esiste, non esiste? Di cosa si tratta? Può essere studiato, teorizzato? Questo è uno degli argomenti più dibattuti nella ricerca scientifica e in psicologia delle relazioni, e probabilmente lo sarà ancora per diverso tempo. Ci sono infatti molte opinioni diverse, ricerche contrastanti, idee, racconti, narrazioni e significati differenti. Insomma, è un argomento che offre una vasta gamma di prospettive. Non posso dare una risposta definitiva alla domanda se l’amore a prima vista esista o meno. La risposta è, semplicemente, che non si sa. Tuttavia, ci sono alcune cose che vale la pena tenere a mente. Condividerò quindi qualche dato e riflessione, due in particolare, che testimoniano il significato dell’amore a prima vista, sia per chi lo vive e lo sperimenta, sia per chi poi lo racconta. Cos’è l’Amore a Prima Vista? L’amore a prima vista è quell’insieme di emozioni, sensazioni, desideri e fantasie che riguardano sia il lato sessuale, quindi più intimo (si desidera l’altra persona, la si brama, si vuole stare con lei), sia il lato meramente emotivo. L’amore a prima vista non ha esclusivamente un significato erotico o sessuale, ma anche relazionale ed emotivo. In qualche modo, si sente che l’altra persona è quella giusta; si vuole passare del tempo con lei e si ha la convinzione che sarà l’anima gemella, la persona che ci accompagnerà nel corso della vita. Dalle ricerche e indagini svolte, e leggendo anche articoli scientifici, è emerso che circa il 60% delle persone crede, o racconta, di aver vissuto l’amore a prima vista almeno una volta nella vita. Tuttavia, è necessario considerare alcune riflessioni e osservazioni. Personalmente, non mi piace prendere per certo ciò che viene raccontato, né in terapia con i pazienti, né tanto meno quando si analizzano i dati di ricerche scientifiche. Le Condizioni per Vivere l’Amore a Prima Vista Le due riflessioni principali che mi vengono in mente sono queste: Devono esserci le condizioni giuste per vivere l’amore a prima vista. Il racconto che facciamo dell’amore a prima vista ha un significato, soprattutto rispetto al prosieguo della relazione e all’idea che abbiamo di essa. 1. Le Condizioni Giuste Per quanto riguarda le condizioni giuste, esistono sicuramente persone che ci attraggono più di altre, che ci coinvolgono di più, che desideriamo conoscere e con le quali sentiamo un’affinità importante e improvvisa. Questo però non dipende esclusivamente dall’altra persona, ma soprattutto da noi stessi: da come ci poniamo, da ciò che desideriamo e da come ci sentiamo in quel particolare momento della nostra vita. Per vivere ciò che chiamiamo “amore a prima vista” servono determinate caratteristiche, come una predisposizione individuale. Bisogna essere pronti ad accogliere l’amore, a lasciarsi stupire, a perdersi e sperimentare qualcosa di nuovo. Non siamo sempre pronti a farlo, ma lo siamo in alcuni momenti della nostra vita. Magari dopo la fine di una relazione, o dopo un periodo da single in cui abbiamo riflettuto sulle caratteristiche che cerchiamo in un partner. Quando improvvisamente troviamo queste caratteristiche (ricordando che chi ci somiglia è percepito come più bello e attraente), rimaniamo colpiti. Ci stupiamo e pensiamo: “Caspita, questa persona ha tutto ciò che sto cercando, è il mio principe azzurro o la mia principessa”. In quel momento, ci sentiamo affascinati, perché da un lato troviamo una persona che possiede quelle caratteristiche, e dall’altro siamo disposti a vederle in lei. Il presupposto fondamentale per vivere l’amore a prima vista è quindi sapere cosa stiamo cercando e lasciarci stupire. Questo non significa che l’amore a prima vista sia una costruzione mentale. Esistono persone inevitabilmente più affini a noi rispetto ad altre, ma il punto è che il giudizio sta sempre nell’occhio di chi guarda, e la scoperta di una persona “perfetta” sta nell’occhio di chi cerca. 2. Il Racconto dell’Amore a Prima Vista Il secondo punto, invece, riguarda il racconto della relazione. Qui entra in gioco il significato che attribuiamo alla nostra storia. Esiste una sorta di distorsione cognitiva: tendiamo a romanzare le cose per noi importanti, e la relazione è una delle cose più importanti nella vita di ciascuno. Quando raccontiamo la nostra relazione a noi stessi o agli altri, tendiamo a enfatizzare alcuni aspetti, a esaltare alcune caratteristiche, a narrare ciò che abbiamo vissuto in modo speciale e unico. Questo serve a dare un senso di esclusività alla relazione, sia rispetto all’idea che abbiamo di noi stessi e del nostro partner, sia rispetto alla relazione stessa. Conclusione In sintesi, per vivere l’amore a prima vista dobbiamo essere pronti e sapere cosa stiamo cercando. Con il senno di poi, però, l’amore a prima vista viene costruito attraverso il racconto che facciamo della nostra storia. Attraverso questa narrazione attribuiamo valore, esclusività e specialità a ciò che abbiamo vissuto, trasformandolo quasi in una fiaba. ### Il sexting Il sexting è una pratica diffusa, tendenzialmente più frequente tra i giovanissimi, in un periodo che va dai 13-14 anni sino ai 22-23 anni. Tuttavia, è ormai qualcosa di sdoganato e presente nelle nuove forme di relazione. Il termine "sexting" è una crasi tra "sex" e "texting", ovvero messaggi testuali a sfondo sessuale. I preconcetti sul sexting Ci sono diversi preconcetti e presupposti che fanno percepire il sexting come qualcosa di sbagliato, attribuendogli una sorta di accezione negativa. Tra questi, l'idea che possa essere pericoloso, freddo, impersonale, distante o addirittura un'anticipazione di qualcos'altro. Tuttavia, non è sempre chiaro su quali basi si fondino tali pregiudizi. In realtà, il sexting è solo una delle tante forme di comunicazione che permettono di vivere la propria sessualità. La tecnologia e i giovani: una combinazione delicata Siccome è praticato soprattutto da giovani che hanno una maggiore dimestichezza con la tecnologia, il sexting si concretizza nella condivisione di messaggi di testo, immagini o video a sfondo sessuale, che riguardano tendenzialmente la propria persona. Proprio per il fatto che chi lo pratica è spesso in una fase della vita caratterizzata da sperimentazione, si sente parlare di abusi, bullismo o denigrazione. Tuttavia, queste dinamiche non hanno necessariamente a che fare con il sexting in sé, ma piuttosto con chi lo pratica e con il contesto in cui avviene. Un esempio per comprendere meglio Per fare un esempio: un coltello può essere usato per un gesto d’amore, come tagliare una torta, oppure per commettere crimini. Non è il mezzo in sé a determinare il risultato, ma l’uso che se ne fa e gli obiettivi di chi lo utilizza. Criticità e rischi associati al sexting Il sexting è spesso etichettato come pericoloso, freddo, impersonale o promiscuo. È vero che ci sono rischi e criticità che possono giustificare queste percezioni: ad esempio, può essere considerato promiscuo quando coinvolge più persone o quando i messaggi, le immagini o i video vengono inviati a più destinatari. Può sembrare impersonale quando c’è uno scollegamento emotivo tra ciò che viene condiviso e chi lo condivide. Inoltre, possono verificarsi dinamiche di ricatto, denigrazione o bullismo. I vantaggi del sexting Tuttavia, il sexting di per sé non è negativo. Anzi, dal mio punto di vista ha una serie di vantaggi che spesso non vengono esplicitati o raccontati tanto quanto i suoi svantaggi. Ad esempio, offre una forma di comunicazione diversa, una modalità nuova per esprimersi sessualmente. Se pensiamo al passato, nell’Ottocento ci si scambiavano lettere d’amore che potevano avere risvolti sessuali. Con il tempo e l’evoluzione tecnologica, siamo passati ai messaggi di testo e poi al sexting, che utilizza strumenti moderni come cellulari, computer e il web per condividere immagini o messaggi a tema sessuale. Un mezzo per mantenere il contatto Se queste immagini o messaggi vengono condivisi con una persona amata, il sexting può rappresentare una risorsa. Offre la possibilità di comunicare la propria sessualità attraverso nuovi canali e di mantenere il contatto anche a distanza. Pensate a quanto la tecnologia renda oggi più facile vivere una relazione a distanza rispetto al passato: il sexting permette di mantenere una forma di vicinanza intima e sessuale che, altrimenti, sarebbe preclusa. Una forma di tutela e premura In alcuni casi, può diventare uno spazio di tutela e premura. In un contesto protetto, può essere più facile esprimersi, proprio perché il mezzo asincrono consente un’esposizione graduale. Quante volte è più semplice alzare il telefono per dire qualcosa, invece di guardare qualcuno negli occhi? Allo stesso modo, condividere qualcosa di intimo tramite un’immagine o un testo può risultare meno impegnativo rispetto a un’esposizione immediata e diretta. In questo senso, il sexting diventa una risorsa, una nuova modalità di espressione. Conclusioni Chiaramente, l’uso che se ne fa può comportare dei rischi, ma è lo stesso discorso che si faceva anni fa con Internet. Si diceva che Internet fosse usato solo per truffe o attività illecite, ma non è la tastiera a essere giusta o sbagliata: è l’uso che ne facciamo. Allo stesso modo, il sexting può essere promiscuo o freddo solo se chi lo pratica lo rende tale. Può anche essere uno strumento per esporsi gradualmente, mantenere il contatto nonostante le distanze o conoscere meglio sé stessi e il proprio partner. ### Come possono reagire i tuoi figli al tradimento? I figli dovrebbero conoscere i tradimenti dei genitori? La risposta breve è no. In questo articolo spiegherò tre motivazioni per cui i figli non dovrebbero conoscere i tradimenti, agiti o subiti, da parte dei genitori. Il contesto: perché questo tema è importante Quando affronto il tema del tradimento, che è un argomento a me particolarmente caro e nel quale sono specializzato, spesso emergono situazioni familiari complesse. Frasi come queste sono ricorrenti: “Sono stato tradito, ma decido di stare insieme a mia moglie per il bene dei figli, anche se loro mi dicono: ‘Papà, cosa stai insieme a fare con mamma dopo tutto quello che ti ha combinato?’” “I miei figli si chiedono come sia possibile che io stia ancora con il loro padre, dato tutto ciò che mi ha fatto passare.” In questi casi, è evidente che i figli siano consapevoli di ciò che è accaduto tra mamma e papà, o che abbiano intuito qualcosa. Tuttavia, ci sono buoni motivi per evitare di condividere con loro dettagli su un tradimento. Perché i figli non dovrebbero sapere del tradimento Ci sono diverse ragioni per cui è meglio che i figli non conoscano i dettagli di un tradimento. Certo, nella realtà a volte può accadere che scoprono la verità, ad esempio leggendo messaggi sul cellulare di un genitore. Ma il compito di un genitore è fare tutto il possibile per proteggere i figli da queste informazioni. Motivo 1: È una questione di coppia Il tradimento è un problema che riguarda esclusivamente mamma e papà nella loro dimensione di coppia. Anche se una separazione potrebbe influire sui figli, fino a quando la decisione non è definitiva, le cause della crisi non dovrebbero essere condivise. Questo protegge non solo i figli, ma anche la coppia stessa. Infatti, più persone conoscono il problema, più esso diventa sociale e complesso da gestire. Nel caso di un tradimento, il coinvolgimento di terzi aumenta il giudizio esterno, complicando decisioni libere e spontanee. Motivo 2: Obbliga i figli a schierarsi Rivelare ai figli un tradimento li costringe a prendere posizione. Anche se lo si fa con l’intenzione di informarli, inevitabilmente finiscono per schierarsi con un genitore contro l’altro. Questa dinamica, già presente su questioni banali, diventa molto più grave su un tema così delicato. Motivo 3: Altera l’immagine dei genitori Comunicare un tradimento forza un cambiamento nell’immagine che i figli hanno dei loro genitori. Non si tratta di un’evoluzione naturale, ma di una “bomba” che altera improvvisamente il modo in cui vengono percepiti. Il genitore traditore può essere visto come colpevole e negativo, mentre il genitore tradito potrebbe essere percepito come debole o vittima. Questo impatto è diverso in base all’età e alla personalità del figlio, ma in ogni caso influisce negativamente sul suo sviluppo. Conclusioni In un mondo ideale, i figli non dovrebbero mai sapere di tradimenti tra i genitori, così come non dovrebbero esserci tradimenti. Tuttavia, la realtà è complessa, e talvolta queste informazioni possono emergere. Se ci troviamo in una situazione del genere, è fondamentale agire per il bene dei figli, che consiste nel proteggerli da tali dinamiche e mantenerli lontani da queste notizie. ### Come affrontare i conflitti a Natale Può essere importante trascorrere il Natale avendo una sorta di tregua, per ottenere uno spaccato, riuscire a percepire, vivere e sperimentare l'idea che una soluzione sia possibile. Quando il Natale non è un momento spensierato Quando le cose non vanno, soprattutto con i propri cari, il Natale potrebbe non essere quel momento gioioso, spensierato e rilassato che spesso ci viene raccontato o che ci si aspetta. Anzi, talvolta il Natale, come qualunque tipo di festa o ricorrenza trascorsa in famiglia, può diventare una situazione complicata, caratterizzata da fatica e tensione. È impossibile, da parte mia, valutare ogni singola situazione o dare consigli specifici, perché ogni contesto ha le sue regole, ogni conflitto i suoi significati e ogni relazione le sue dinamiche. Tuttavia, provo a fare alcune riflessioni sui dilemmi che potrebbero affliggere chi si trova a vivere un conflitto in famiglia e deve valutare se trascorrere il Natale con i propri cari o meno. I vantaggi di trascorrere il Natale in famiglia Trascorrere il Natale in famiglia può offrire alcuni vantaggi, anche in presenza di conflitti. Ad esempio, può ridurre la tensione, grazie al passare momenti in cui si stabilisce una sorta di tregua, un po' come accade durante una guerra in occasione di ricorrenze. Allo stesso modo, in famiglia, può succedere che le persone coinvolte riescano a "deporre le armi" per qualche ora. Questa possibilità va valutata in funzione di ogni contesto specifico. Può essere un’opportunità per alleviare stress, fatica e tensione. Inoltre, questa tregua natalizia potrebbe offrire un’esperienza di come potrebbe essere una vita senza conflitti, un’occasione per percepire e vivere l’idea che una soluzione sia possibile. Un principio ispirato alla terapia Questo è un principio che si ritrova spesso anche in terapia: per esempio, se una persona ha difficoltà nei rapporti con il sesso maschile, lavorare con un terapeuta uomo può essere utile per sperimentare una relazione diversa, potenzialmente sana, in uno spazio protetto. Allo stesso modo, vivere un Natale potenzialmente sereno, in una situazione di tregua, potrebbe aiutare a intravedere la possibilità di una convivenza più armoniosa. I rischi di un Natale in famiglia con conflitti Dall’altro lato, però, se "deporre le armi" non è possibile, perché le persone coinvolte non ne sono capaci, la situazione può diventare molto complicata. Qui emergono i rischi, come l’ipocrisia. Ritrovarsi in una condizione di apparente serenità, quando in realtà il conflitto è latente, può aumentare il nervosismo. Se il comportamento degli altri appare disinteressato o ipocrita, questo può intensificare la sensazione di solitudine, frustrazione e incomprensione. Di conseguenza, difficilmente il Natale offrirà quel momento sereno e costruttivo che ci si augurava. Come scegliere la soluzione migliore Alla fine, non è possibile stabilire a priori se valga la pena provare o meno a trascorrere il Natale in famiglia. Quello che consiglio è di riflettere su cosa si desidera davvero. Chiediti: cosa voglio io? Cosa mi serve? Mi serve rimanere coerente con le mie idee, senza negare il conflitto? Oppure ho bisogno di un momento spensierato? Se decidi di trascorrere un Natale sereno, sarai in grado di ignorare frecciatine o comportamenti che potrebbero darti fastidio? O se scegli di rimanere coerente con il conflitto, riuscirai a partecipare restando in disparte, senza riversare sugli altri il tuo risentimento? In alternativa, potresti decidere di non partecipare affatto, inventare una scusa o scegliere di trascorrere il Natale altrove, magari da solo o da sola. Rimani coerente con la tua scelta Queste sono domande a cui ciascuno deve rispondere per sé. L’importante è rimanere coerenti con la propria decisione. Il rischio maggiore, infatti, è quello di fare una scelta e poi, una volta nella situazione, non riuscire a sostenerla, finendo per attribuire agli altri la colpa del proprio fallimento o della propria incoerenza. Questo non farebbe altro che alimentare ulteriormente il conflitto, inasprendolo. Conclusioni Fammi sapere cosa ne pensi, come passerai il Natale e quale sarà la tua scelta. A presto! ### Superare i fallimenti per crescere: obiettivi e frustrazione Nel momento in cui i nostri fallimenti li trasformiamo in apprendimenti, allora non perdiamo mai. La fine dell'anno è prossima ed è il momento di fare un bilancio. Ognuno di noi si trova a fare i conti con sé stesso per capire se l'anno trascorso è stato positivo o negativo, se ciò che ha fatto è stato sufficiente per raggiungere i propri obiettivi. Talvolta, è possibile vivere una certa frustrazione o un certo fastidio perché ci si rende conto di essere ancora lontani da ciò che si desiderava. Magari il tragitto è più lungo del previsto o si pensava di essere più avanti, più capaci di raggiungere le proprie mete. Al di là della frustrazione, del fastidio, del nervosismo e dell'irritabilità che questa situazione può suscitare, ecco cinque consigli su come ragionare sui propri obiettivi, riflettere sui risultati ottenuti e provare a mitigare la frustrazione. Soprattutto, questi consigli possono aiutarti a non ritrovarti nuovamente l'anno prossimo nella stessa condizione emotiva. 1. Rifletti sull'anno trascorso Prova a stilare un bilancio oggettivo di ciò che hai fatto bene e di ciò che non hai fatto o hai fatto male. Prendi un foglio e dividilo in due: da una parte scrivi ciò che hai fatto bene, dall'altra ciò che non hai fatto o hai fatto male. Analizza le cause, concentrandoti soprattutto su quelle interne, senza attribuire colpe a fattori esterni. Riflettendo, chiediti: Cosa ha funzionato e cosa no? Sono stato capace di adattarmi ai cambiamenti o avrei potuto agire diversamente? L'obiettivo è stilare un bilancio oggettivo per comprendere le dinamiche del tuo comportamento. 2. Sii gentile con te stesso Comprendi che fallire è umano. Dal punto di vista psicologico, anche raggiungere tutti i propri obiettivi può comportare un certo grado di fallimento. Questo accade perché: Forse gli obiettivi erano troppo semplici o troppo pochi. Una volta raggiunti, potresti esserti fermato senza puntare ad altri. Il fallimento è parte del percorso, sia quando inciampiamo nel tentativo di raggiungere un obiettivo, sia quando definiamo male i nostri obiettivi. Non raggiungere un obiettivo non significa necessariamente che l'anno sia stato negativo o che il tuo comportamento non sia stato valido. 3. Impara dal fallimento Un detto recita: "Io non fallisco mai: o vinco, o imparo." Chiediti: Cosa ti ha insegnato questa frustrazione? Cosa hai imparato dai tuoi fallimenti? Cosa cambierai l'anno prossimo? Rifletti su cosa hai tentato e non ha funzionato, così da modificare il tuo approccio, i tuoi obiettivi o il tuo comportamento. 4. Ridefinisci i tuoi obiettivi Per il prossimo anno, avrai nuovi obiettivi, ma probabilmente ti porterai dietro anche quelli dell'anno appena concluso. Non limitarti a copiarli e incollarli: ridefiniscili. In funzione della persona che sei diventata, chiediti: Sono ancora importanti per me? Hanno lo stesso significato? Se un obiettivo ha perso rilevanza, lascia andare il fastidio per non averlo raggiunto e concentrati su ciò che conta davvero. Ridefinisci ciò che vuoi fare in base alle esperienze e agli insegnamenti di quest’anno. 5. Definisci un piano d’azione Stabilisci due elementi fondamentali per ciascun obiettivo: Il tempo: entro quando vuoi raggiungerlo? Nei primi mesi? A fine anno? La prima azione: cosa puoi fare subito? Anche se l'anno non è ancora terminato, un piccolo passo nella giusta direzione è importante. Non è necessario pianificare ogni singolo step, ma sapere da dove partire. La direzione è cruciale; il tragitto lo scoprirai strada facendo, adattandoti ai cambiamenti del contesto, della società, della tua famiglia, delle tue emozioni e dei tuoi bisogni. Conclusione So che non raggiungere i propri obiettivi può essere frustrante. So altrettanto bene che, nel momento in cui i nostri fallimenti li trasformiamo in apprendimenti, allora non perdiamo mai. Fammi sapere cosa ne pensi nei commenti e condividi quali sono i tuoi obiettivi per il prossimo anno. A presto! ### Amare due persone è possibile? Non riesce a scegliere, non riesce a capire, e quindi si convince, pensa, e di fatto è così: ama entrambe le persone. Una domanda interessante: si possono amare due persone? Questa è una domanda interessante. E sì, si può assolutamente. Diciamo che ci vogliono determinate caratteristiche e situazioni particolari. Il legame con l’altro: soddisfare bisogni e aspettative Partiamo da questo presupposto: quando iniziamo una relazione con qualcuno, abbiamo sempre il desiderio e il bisogno di soddisfare le nostre aspettative. Nel momento in cui troviamo una persona interessante, è perché questa persona, a qualche livello, risuona con i nostri desideri e obiettivi. Detto in termini ancora più semplici, pensiamo che, attraverso la relazione con questa persona, attraverso il legame e l'unione, possiamo ottenere la soddisfazione dei bisogni che per noi sono importanti. Per esempio, posso legarmi a una persona perché è stabile, perché è affidabile, perché la immagino come padre o madre dei miei figli. Posso legarmi a una persona perché mi fa sentire libero, perché mi permette di compiere un passaggio nella vita adulta, o perché mi consente di fuggire da qualcosa. Questi sono solo esempi. Come funzionano i bisogni nelle relazioni? Ognuno di noi sente risuonare le proprie caratteristiche, i propri valori, le proprie modalità e i propri bisogni all'interno della relazione con l'altro. Inevitabilmente, ci leghiamo a lui o a lei. Ma cosa succede? Succede che i nostri bisogni sono tanti, sfaccettati, molteplici e cambiano anche nel corso della vita. Amare due persone: quando succede? Può accadere, quindi, che due persone vadano a soddisfare due bisogni per noi ugualmente importanti, anche se contraddittori, contemporaneamente. Da un lato, c'è il partner A, che soddisfa un certo tipo di bisogno; dall'altro, c'è il partner B, o il potenziale partner B, che soddisfa bisogni diametralmente opposti. Questo è un dilemma shakespeariano: la persona si sente fortemente attratta da entrambi, non riesce a scegliere, non riesce a capire, e quindi si convince, pensa, e di fatto è così, ama entrambe le persone. La complessità dell’essere umano e l’amore multiplo Ricordiamoci che siamo esseri complessi, spesso anche contraddittori. Siamo capaci di amare e odiare allo stesso tempo. Perché, allora, non potremmo essere capaci di amare due persone contemporaneamente? Questo è possibile nel momento in cui le due persone soddisfano, contemporaneamente, nello stesso momento storico e dello stesso ciclo di vita, due bisogni (o macro-bisogni) diversi, anche diametralmente opposti. Quando è difficile amare due persone? È molto più difficile, invece, amare due persone contemporaneamente nel momento in cui entrambe soddisfano lo stesso bisogno. In tal caso, inevitabilmente, ci sarà una preferenza per l’uno o per l’altro. Ma se queste due persone soddisfano bisogni diversi e non in comunicazione tra loro, allora è assolutamente possibile. ### Terapia individuale o terapia di coppia? Terapia di coppia o terapia individuale? Questo è un dilemma shakespeariano sia per il terapeuta sia per la persona o le persone che vogliono chiedere aiuto a un professionista. Molte volte ricevo telefonate in cui viene detto: "Siamo in crisi, è successa questa cosa, come ci comportiamo? È meglio fare la terapia individuale o la terapia di coppia?" Altre volte, invece, capita che uno dei due partner telefoni dicendo: "È lui o lei ad avere un problema, quindi lui o lei deve fare un percorso individuale perché solo risolvendo i suoi problemi finalmente potremo stare bene". In questo caso, la colpa o la responsabilità viene attribuita all’altro. Il dilemma: problema individuale o problema di coppia? In questo articolo cerco di fare un po’ di ordine e dare alcune risposte, senza avere la presunzione che siano giuste, nel senso che la realtà molte volte è più complicata della teoria. Però la teoria ci dice questo (e ci aggiungo qualche spruzzata di realtà): se il problema è di coppia, allora varrebbe la pena intraprendere un percorso di coppia. Se il problema è individuale, varrebbe la pena intraprendere un percorso individuale. È un concetto semplice, acqua calda, certo. Però, come si fa a capire se il problema è di coppia o è individuale? O meglio, esistono problemi individuali che affliggono la coppia o viceversa problemi di coppia che si manifestano in difficoltà individuali? E, in questo caso, come è meglio intervenire? Esistono diverse vie per affrontare un problema Premesso che esistono tante vie diverse per arrivare a Roma, cosa vuol dire? Che dato uno stesso problema ci sono sempre almeno due vie percorribili, che possono essere ad esempio un percorso di coppia o un percorso individuale. Attenzione, non vuol dire che l’esito di un intervento o di un lavoro venga compromesso scegliendo un percorso diverso: fare terapia individuale invece di terapia di coppia non significa necessariamente fallire, e viceversa. Semplicemente, si deve prendere una strada diversa. Ad esempio, a fronte di un problema individuale è possibile fare un percorso di coppia. Questo per dire che esistono diverse vie per arrivare a Roma. Ci sono delle vie che si combinano meglio con le esigenze del terapeuta o delle caratteristiche del paziente, dei bisogni delle persone che si rivolgono al professionista, e così via. Ma, tra terapia di coppia e terapia individuale, c’è una preferenza in termini di efficacia, efficienza, velocità? Entrambi i percorsi, se ben costruiti e ben condotti, portano al medesimo risultato. La discriminante per scegliere: impatto del problema La discriminante principale per valutare se proporre o iniziare una terapia di coppia piuttosto che una terapia individuale non è tanto il problema in sé (se sia di coppia o individuale), ma piuttosto l’impatto che il problema ha sulla coppia o sull’individuo, e in che forma. Non è il problema a determinare il percorso, ma il significato che quel problema assume e l’effetto che ha sulla coppia stessa. Un esempio: l’ansia Faccio un esempio che apparentemente non riguarda le dinamiche di coppia: l’ansia. Uno dei due partner soffre di un disturbo grave d’ansia. È meglio fare una terapia individuale o una terapia di coppia? Dipende. Non dal problema in sé, ma dal ruolo che il partner ha nel vivere il disturbo d’ansia dell’altro. Ad esempio, se il paziente è agorafobico e non riesce a uscire di casa, a prendere l’automobile, o a svolgere attività quotidiane senza l’accompagnamento del partner, il problema individuale finisce per avere un forte impatto anche sulla coppia. In questo caso, è meglio trattarlo individualmente o in coppia? Coinvolgere il partner può rivelarsi utile non solo perché potrebbe essere una risorsa importantissima nel processo di cura, ma anche perché il suo ruolo potrebbe contribuire, direttamente o indirettamente, a mantenere o aggravare il problema. Una fase iniziale di consultazioni in coppia, dunque, potrebbe essere più indicata. Un altro esempio: il tradimento Un altro esempio è il tradimento. In questo caso, la terapia di coppia è spesso da preferire, poiché il tradimento riguarda per definizione la coppia. La coppia deve essere il luogo in cui si affrontano i vincoli che hanno scatenato il tradimento e le risorse per superarlo. Tuttavia, il traditore o il tradito potrebbero rifiutare una terapia di coppia, preferendo un percorso individuale. Anche questa scelta può essere informativa, poiché indica il grado di disponibilità a lavorare sulla relazione. Conclusioni: non esiste una sola strada Alla fine, non si tratta di decidere teoricamente se sia meglio una terapia di coppia o una terapia individuale. La scelta dipende dall’impatto del problema sulla coppia o sull’individuo, dalla disponibilità dei partner a intraprendere un percorso comune, e dal fatto che la coppia possa contenere non solo le cause, ma anche le soluzioni del problema. Per concludere: non esiste una via unica per trattare un problema, ma più strade. Il compito del terapeuta è scegliere la strada più efficace e adatta alle esigenze delle persone coinvolte. Quindi, è importante concentrarsi non tanto sul "cosa" fare, ma sul "perché" farlo, tenendo presente che diverse vie portano comunque a Roma. Fammi sapere cosa ne pensi nei commenti e, se vuoi, possiamo approfondire insieme l’argomento. A presto! ### Come aiutare chi non vuole essere aiutato? Ci sono situazioni in cui una persona sta male, magari sviluppa un sintomo psicologico, e le persone accanto a lei — quelle per lei importanti — si preoccupano. In questi casi, può succedere che venga consigliato un intervento psicologico o di rivolgersi a uno psicoterapeuta. Tuttavia, può capitare che la persona in questione non abbia interesse, intenzione o voglia di intraprendere un percorso psicologico. Ad esempio, mi capita di ricevere telefonate in cui mi viene detto: "Mia madre, da qualche tempo, è particolarmente depressa e giù di morale, non la riconosciamo più, ma non vuole rivolgersi a uno psicoterapeuta." "Il mio fidanzato (o la mia fidanzata) sta attraversando un periodo buio, soffre di ansia e attacchi di panico, ma non riesco a convincerlo/a a farsi aiutare." "Sono preoccupato/a per mio figlio e non so cosa fare. Ho provato a consigliargli un percorso psicologico, ma si rifiuta." Le tre opzioni da considerare Di fronte a una situazione simile, ci sono tre opzioni da considerare: 1. Il rifiuto del trattamento Se una persona non vuole farsi curare, non è possibile, salvo casi particolari e delicati, obbligarla a intraprendere un percorso psicologico o psicoterapeutico. Questo significa che, nel contesto privato, non si può forzare una persona a seguire una terapia. Fa eccezione il contesto pubblico, dove, in situazioni estreme, può essere attivato un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Tuttavia, si tratta di casi limite. Nel contesto privato, quindi, uno psicologo o uno psicoterapeuta non ha alcun potere di costringere qualcuno a iniziare una terapia. Deve essere la persona stessa, volontariamente, a chiedere aiuto. 2. Coinvolgimento delle persone significative Quando qualcuno, ad esempio un familiare, chiama uno psicologo per chiedere aiuto — come nei casi citati sopra — è possibile lavorare con il contesto sociale o familiare per convincere la persona dell’importanza di rivolgersi a uno psicoterapeuta. Si possono, ad esempio, prendere contatti preliminari con lo psicologo per ricevere informazioni su come funziona il trattamento e poi presentare queste informazioni alla persona che si vorrebbe aiutare. In questo modo, si può invitare il diretto interessato a prendersi cura di sé in maniera più organizzata e strutturata. Tuttavia, se anche questo approccio non funziona e il "paziente designato" rifiuta ancora il trattamento, rimane una terza alternativa. 3. Intervento indiretto — la terapia "in contumacia" Questa opzione prevede che non venga preso in carico il paziente designato (ossia la persona con la difficoltà), ma il suo sistema di riferimento, cioè le persone a lui/lei vicine. Ad esempio: Nel primo caso, la figlia. Nel secondo caso, il/la partner. Nel terzo caso, i genitori. Si lavora con chi chiede aiuto, utilizzando il sistema familiare come "porta d’accesso" alla situazione e alla patologia. In pratica, attraverso cambiamenti nel contesto e nel sistema in cui il paziente designato è inserito, si cerca di favorire il miglioramento del benessere della persona stessa. Questo approccio, pur essendo delicato, può risultare efficace. Spesso non si tratta di una vera e propria psicoterapia nel senso classico, ma di una consultazione o di un intervento mirato a innescare quei cambiamenti necessari affinché il sistema familiare diventi un sostegno attivo per chi sta soffrendo. L’impatto del disagio psicologico sulle dinamiche familiari Non dimentichiamo che una persona con un grave disagio psicologico impatta fortemente sull’equilibrio e sulle dinamiche familiari, creando un clima di preoccupazione, tensione, rabbia o risentimento. La patologia, infatti, altera profondamente il funzionamento del sistema familiare. Conclusioni Se una persona non vuole farsi curare e rifiuta un trattamento psicologico o psicoterapeutico, è comunque possibile intervenire sul sistema di riferimento. Questo permette al contesto familiare di attivarsi per fornire il sostegno necessario al miglioramento del benessere dell’individuo. Anche se questa non è la prassi canonica, è un approccio particolarmente utile nei casi in cui il diretto interessato, che sia un figlio, un genitore o un partner, si rifiuta di chiedere aiuto. In tali situazioni, il sistema circostante può giocare un ruolo chiave nel favorire il cambiamento e il miglioramento. ### Quando iniziare un percorso di psicoterapia? Se cerchi su Internet, su YouTube o dove preferisci, troverai sicuramente molti video su questo tema. Anzi, probabilmente uno o due li ho fatti anche io. Tutti ruotano attorno all’idea che il momento giusto per iniziare una terapia sia quello in cui ne senti il bisogno. In altre parole, il momento in cui inizi a percepire una difficoltà ti porterà a chiedere aiuto, oppure, osservando il beneficio che persone vicine a te hanno tratto da un percorso simile, potresti convincerti che è il caso di intraprenderlo. Questi spunti sono sicuramente validi: le persone iniziano un percorso terapeutico perché sentono il bisogno di farlo. Tuttavia, è interessante chiedersi cosa si nasconde dietro questo bisogno. Quali meccanismi giustificano l’insorgere di queste emozioni, desideri e necessità? Che cosa porta una persona a dire: "Ok, ora cerco un professionista, lo contatto e vedo come farmi aiutare"? Storia raccontata e storia vissuta Secondo me, un punto fondamentale da comprendere è il divario tra storia raccontata e storia vissuta. È un tema che approfondisco anche in altri video sul canale, quindi, se ti interessa, ti invito a dare un’occhiata. Per semplificare, esistono diversi tipi di narrazioni nella nostra mente, che danno significato alla nostra vita. Sappiamo tutti che la realtà non è tanto ciò che è, ma ciò che percepiamo e crediamo che sia. È come si sente spesso dire: "La vita non è ciò che ti accade, ma come reagisci a ciò che ti accade". Ognuno di noi ha una rappresentazione della realtà, una descrizione del mondo, una sorta di "manuale di istruzioni" personale. Alcune parti di questo manuale sono chiare, altre sono incomprensibili, altre ancora sembrano cancellate o illeggibili. Questa rappresentazione ci guida nel percepire quanto ci sentiamo capaci di affrontare determinate situazioni, contesti o vicende. Che cos’è la storia raccontata? Questa è la storia raccontata: ciò che pensiamo del mondo e il modo in cui lo rappresentiamo nella nostra mente. Quando invece il soggetto del nostro racconto siamo noi stessi, diventa evidente come ci costruiamo un’immagine di noi stessi, una narrazione personale che include i nostri valori, le nostre coerenze e incoerenze. Questa storia raccontata è l’insieme di ciò che crediamo di essere, come descriviamo i nostri comportamenti e le scelte che compiamo. Che cos’è la storia vissuta? Dall’altra parte c’è la storia vissuta, cioè ciò che accade concretamente nella nostra vita: quello che facciamo, sentiamo, viviamo in modo oggettivo. È ciò che si manifesta nei nostri pensieri, nelle nostre emozioni, nelle relazioni con gli altri. Quando il divario tra la storia raccontata e quella vissuta si amplia, aumenta proporzionalmente anche il nostro bisogno di iniziare un percorso di terapia. Quando il divario tra storia raccontata e vissuta diventa evidente Ad esempio, un sintomo come gli attacchi di panico è un segnale chiaro che qualcosa non funziona. La storia raccontata dice: "Per me è importante stare bene, essere solare, affrontare serenamente certe situazioni". Ma la storia vissuta dice: "L’attacco di panico mi blocca". Questo scollamento ci porta a sentire l’urgenza di riallineare ciò che viviamo con ciò che raccontiamo di noi stessi al mondo. Quando il problema è esistenziale La situazione diventa più complessa quando il problema è di natura esistenziale. Prendiamo un esempio: hai sempre creduto che avresti avuto un matrimonio felice perché la famiglia è un valore fondamentale per te. Tuttavia, ti accorgi di provare attrazione per un’altra persona o senti che il rapporto di coppia non ti dà più l’appagamento di cui hai bisogno. Da un lato, c’è una storia raccontata che vede la famiglia come un punto fermo e rassicurante; dall’altro, c’è una storia vissuta fatta di conflitti, dubbi, disagio o insoddisfazione. Anche in questo caso, il divario tra le due storie cresce, e con esso il desiderio di trovare un equilibrio. Cosa fare quando il divario supera il limite di tolleranza In situazioni come queste, potresti non avere un sintomo evidente, ma potresti trovarti davanti a un dilemma o un problema esistenziale. Ti chiedi quali siano i tuoi veri valori, quali direzioni seguire nella vita, e ti accorgi che un aiuto esterno potrebbe essere ciò che ti serve. Conclusioni In conclusione, è vero che si arriva in terapia quando si sente il bisogno di un supporto, quando qualcosa non funziona o quando ci si trova in difficoltà. Tuttavia, alla base di questa motivazione c’è spesso uno scollamento tra la storia raccontata (ciò che crediamo di essere) e la storia vissuta (ciò che sperimentiamo nella realtà). Quando questo divario supera un certo limite di tolleranza – che è diverso per ciascuno di noi – scatta il bisogno di chiedere aiuto. Fammi sapere cosa ne pensi! Questo discorso ti ha aiutato a riflettere sulle ragioni per cui potresti iniziare un percorso di terapia? A presto! ### Il ruolo della psicologia nella società Oggi voglio fare un ragionamento sul ruolo della psicologia e della psicoterapia nella vita delle persone e nella società moderna, cioè quella odierna. Quando si fa riferimento allo psicologo, solitamente ci si riferisce, anche se non sempre, allo psicoterapeuta. Senza perderci troppo nei dettagli, nel linguaggio comune si parla spesso di “andare dal proprio psicologo” o “fare un colloquio psicologico” come sinonimo di intraprendere una terapia psicologica, che di fatto ha a che fare con la psicoterapia. La Trasformazione della Psicologia nella Società Contemporanea Al di là dei termini, qual è il ruolo e l’impatto che la psicologia sta avendo nella società attuale? È evidente che questo si sia trasformato immensamente negli ultimi anni. Non ho 80 anni, quindi per motivi anagrafici non posso avere 40 anni di esperienza nella pratica clinica, ma la mia decina d’anni abbondante ce l’ho, e posso dire che ho già visto una quantità enorme di cambiamenti. Riduzione dello Stigma Sociale Uno dei cambiamenti più evidenti è la riduzione dello stigma sociale legato all’andare dallo psicologo. Se agli inizi della mia carriera questa scelta era vista con diffidenza, timore e preoccupazione — soprattutto per come sarebbe stata percepita dagli altri — oggi, pur non essendo scomparso del tutto, questo stigma si è ridotto in modo significativo. Ad esempio, in passato ricevevo molte richieste da persone che preferivano non andare nello studio più vicino per paura di essere riconosciute. Era comune che percorressero 20 o 30 chilometri per sentirsi più al sicuro. Oggi, invece, chi abita a Como preferisce rivolgersi allo studio di Como, senza più farsi tanti problemi. Maggiore Consapevolezza del Benessere Emotivo Questo cambiamento è accompagnato da una maggiore consapevolezza dell’importanza del benessere emotivo e del contributo che la psicologia può dare. La società è diventata progressivamente più conscia del valore dell’attenzione agli aspetti emotivi per migliorare la qualità della vita. Tuttavia, siamo ancora lontani dal riconoscere la salute mentale come pari alla salute fisica. Nella realtà dei fatti, nonostante molti dichiarino di considerare il benessere mentale importante quanto quello fisico, non è ancora prassi comune rivolgersi immediatamente a uno psicologo al primo attacco d’ansia, come invece si farebbe con un ortopedico per un problema al ginocchio. Le Nuove Sfide della Psicoterapia Questa maggiore apertura ha portato anche a un secondo grosso cambiamento: le persone sono più legittimate a parlare del loro stato emotivo. Ansia, depressione e altre difficoltà trovano sempre più spazio e accettazione nel dibattito pubblico. Le persone iniziano a chiedersi: Come mi sento? Come posso migliorare il mio stato? A chi posso rivolgermi per aiuto? Questo è un segnale positivo. Domande e Aspettative Poco Chiare D’altra parte, questa evoluzione ha portato con sé delle difficoltà. In molti casi, le persone non hanno ancora pienamente compreso quale sia il reale vantaggio della psicoterapia. Ciò può portare a domande e aspettative “sporcate”, poco chiare o irrealistiche. Per esempio, alcune persone si rivolgono al terapeuta aspettandosi soluzioni immediate o consigli pronti all’uso, delegando in toto il problema al professionista. Questo approccio, però, non è sostenibile: la psicoterapia non funziona così. L’Importanza del Processo Terapeutico È importante chiarire che il processo terapeutico richiede tempo e collaborazione. Un terapeuta può arrivare a fornire un consiglio, ma solo dopo aver compreso a fondo la situazione specifica del paziente: come funziona, quali sono i suoi schemi, quali fattori sociali o personali innescano le sue difficoltà. Questo processo è necessario per individuare soluzioni che siano realmente efficaci e personalizzate. Psicoterapia e Significato: Un Paragone Chiarificatore Non esistono terapie standardizzate che funzionino con tutti. Ad esempio, dire a qualcuno che soffre di attacchi di panico di “rilassarsi” o di “fare esercizi di respirazione” non risolve nulla se non si affrontano le cause profonde del problema e il contesto che lo genera. Solo quando terapeuta e paziente lavorano insieme per capire il significato delle difficoltà, si può individuare un percorso su misura. Per spiegare meglio il concetto, faccio un paragone: pensa a un rapporto sessuale. Il significato che gli attribuiamo cambia completamente in base al contesto e ai nostri bisogni. Un rapporto fugace ha un valore diverso rispetto a un rapporto con una persona con cui si ha una relazione profonda. La psicoterapia è come fare l’amore con qualcuno con cui hai costruito un legame, non un atto fine a sé stesso. Allo stesso modo, una psicoterapia efficace si basa sulla relazione tra terapeuta e paziente e su un percorso condiviso. Non si può ridurre tutto alla ricerca di una soluzione rapida o di risposte preconfezionate. Conclusione: Educazione e Consapevolezza Questa maggiore accessibilità della psicologia porta il rischio di approcci superficiali. Se le aspettative iniziali non vengono chiarite, il paziente potrebbe rimanere deluso, ma anche il terapeuta ha la responsabilità di spiegare chiaramente cosa comporta un percorso terapeutico e di gestire le aspettative in modo realistico. Nei miei percorsi, ad esempio, entro il terzo o quarto incontro si arriva a una definizione chiara del problema, delle sue cause e delle possibili soluzioni. Questo non può avvenire immediatamente: serve tempo per comprendere il significato delle difficoltà che la persona sta vivendo. Fammi sapere se questo ragionamento ti è chiaro, se ci sono aspetti che vuoi approfondire o se qualcosa non è del tutto comprensibile. A presto! ### Il primo amore non si scorda mai Perché il primo amore non si scorda mai: il vero motivo psicologico “Il primo amore non si scorda mai.” Una frase che abbiamo sentito ripetere infinite volte, nei film, nei romanzi, nelle canzoni e nei racconti degli amici. E forse, in fondo, è proprio così: il primo amore non si dimentica mai, ma spesso per motivi diversi da quelli che immaginiamo. Nella cultura popolare l’idea è romantica — un sentimento puro, ideale, che resta nel cuore per sempre. Ma dal punto di vista psicologico, questo legame ha un significato molto più profondo. Rappresenta infatti una tappa evolutiva della nostra crescita emotiva e affettiva. Il mito romantico del primo amore Il cinema, la letteratura e la musica ci hanno insegnato che il primo amore è qualcosa di unico, dolce e indimenticabile. È la prima volta che ci apriamo all’altro, che ci sentiamo visti, accolti e desiderati. È anche la prima occasione in cui proviamo emozioni nuove, intense, spesso difficili da gestire: la gioia, la paura di perdere, la gelosia, la speranza. Un esempio perfetto è il film Flipped di Rob Reiner, tratto dal romanzo di Wendelin Van Draanen. La storia di Bryce e Juli, due adolescenti che si incontrano tra i banchi di scuola, racconta come l’amore nasca nella semplicità di uno sguardo o di un gesto. Tra i due, la distanza, la confusione e la crescita personale mostrano quanto il primo amore non si scorda mai perché segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Eppure, nella vita reale, questo sentimento non resta impresso solo per il romanticismo. Il primo amore è un’esperienza fondante: ci mette alla prova e ci insegna qualcosa di essenziale su noi stessi e sugli altri. Il vero motivo per cui il primo amore non si dimentica mai Il primo amore è la prima esperienza attiva dell’amore. Per la prima volta, passiamo dal ricevere affetto — come accade nell’infanzia — al dare amore. È il momento in cui impariamo a prenderci cura dell’altro, ad ascoltare, a fidarci, a mostrare la nostra vulnerabilità e a costruire qualcosa insieme. Durante il primo amore sperimentiamo: la nostra capacità di amare e lasciarci amare; la scoperta della fiducia e dell’intimità; i limiti della nostra autonomia emotiva; la difficoltà ma anche la bellezza del compromesso. In questa fase, l’amore non è più un concetto astratto ma una esperienza concreta. Ci scopriamo capaci di emozioni profonde, ma anche di paura e di fragilità. Ecco perché il primo amore non si scorda mai: è la prima volta che mettiamo in pratica tutto ciò che avevamo solo immaginato. Prima del primo amore: un’esperienza passiva Prima di vivere il primo amore, l’affetto lo riceviamo — dai genitori, dai nonni, dagli amici, dagli insegnanti. Viviamo in una dimensione passiva, in cui l’amore arriva dall’esterno. Con il primo amore, tutto cambia: diventiamo protagonisti attivi del sentimento. Iniziamo a chiederci cosa vogliamo dare, cosa possiamo offrire e quanto siamo disposti a mostrare di noi. È un passaggio fondamentale nello sviluppo della nostra identità affettiva, una fase in cui nasce la consapevolezza di sé e dell’altro. In questo senso, il primo amore è la prima vera “palestra emotiva” della nostra vita. Il primo amore come termine di paragone Dopo aver vissuto il primo amore, nulla è più come prima. Quell’esperienza diventa un punto di riferimento — consapevole o inconscio — per tutte le relazioni future. Non perché il primo amore sia perfetto, ma perché ci insegna a riconoscere cosa ci fa stare bene e cosa invece ci ferisce. Ogni storia successiva viene confrontata con quella prima relazione: la mente e il cuore cercano somiglianze, differenze, emozioni familiari. È così che costruiamo la nostra mappa emotiva dell’amore. In altre parole, il primo amore non si scorda mai perché resta il metro con cui misuriamo tutto ciò che verrà dopo. In sintesi: il primo amore non si dimentica mai perché ci forma Non si dimentica il primo amore perché: È la prima esperienza consapevole di relazione autentica; È la prima occasione di crescita emotiva; Rappresenta il modello affettivo con cui ci confrontiamo per il resto della vita. Può essere un ricordo dolce o doloroso, ma lascia un segno profondo nella mente e nel cuore. È una parte di noi, un tassello della nostra storia affettiva e della nostra consapevolezza. Conclusione Il primo amore non si scorda mai perché unisce la scoperta dell’amore con la scoperta di sé. È il punto in cui la vita cambia direzione, dove impariamo a dare un nome alle nostre emozioni e a riconoscere ciò che desideriamo davvero. E anche se il tempo passa e le persone cambiano, quella prima esperienza resta nella memoria come una luce di nostalgia e tenerezza, capace di ricordarci chi eravamo e quanto siamo cresciuti. Se ti riconosci in queste parole o vuoi approfondire come il tuo primo amore abbia influenzato le relazioni successive, possiamo parlarne insieme. FAQ – Domande frequenti su “Il primo amore non si scorda mai” Perché il primo amore non si dimentica mai? Perché è la prima esperienza che coinvolge completamente emozioni, mente e corpo. È il momento in cui costruiamo il nostro modo di amare e di vivere i legami. Perché si dice che il primo amore non si scorda mai? Perché rappresenta il passaggio tra l’adolescenza e la maturità emotiva. È la prima volta che sentiamo di appartenere davvero a un’altra persona. È vero che il primo amore non si dimentica mai? Sì. La psicologia conferma che le esperienze intense della giovinezza lasciano una traccia duratura nella memoria emotiva. Perché non riesco a dimenticare il mio primo amore? Perché quella relazione è stata una “prima volta” in tutto: emozioni, scoperte, fiducia, vulnerabilità. Anche quando la vita va avanti, quella parte di noi resta viva nei ricordi. Qual è il significato del proverbio “Il primo amore non si dimentica mai”? Significa che le prime esperienze amorose restano impresse perché ci formano e ci aiutano a capire chi siamo e cosa cerchiamo nell’altro. Quanto dura il primo amore della vita? Non c’è una durata precisa: può durare settimane o anni, ma le sensazioni e la consapevolezza che lascia rimangono per sempre. ### Stereotipi in psicoterapia: ci va solo chi ha problemi Continuiamo la nostra mini-serie sugli stereotipi della psicoterapia e della psicologia. In terapia ci va solo chi ha problemi gravi? No, ed ecco perché In questo articolo ragioniamo su un altro concetto: “In terapia o in psicoterapia ci va solo chi ha dei problemi in qualche modo gravi”. Rispetto ai temi trattati negli altri contenuti in merito agli stereotipi sulla psicoterapia su questo non sono per niente d’accordo. Nel senso che ci sono perlomeno due grossi aspetti per cui non concordo con questo tipo di affermazioni. 1. Tutti abbiamo problemi, ma non tutti scegliamo la terapia Il primo è che è vero: in terapia va chi ha problemi, ma anche chi non va in terapia ha dei problemi. Nel senso che tutti noi abbiamo dei problemi. Tutti noi ci troviamo ad affrontare delle difficoltà nella vita, tutti noi ci troviamo di fronte alla vita che a volte ci sbatte in faccia fatiche, imprevisti, situazioni complicate che ci mettono in difficoltà, ci mettono in crisi. Ciò che determina l'intraprendere o meno un percorso di terapia non è avere un problema (perché questi li abbiamo tutti), ma scegliere un particolare tipo di via per affrontarlo. Come dico sempre, scegliere il supporto di un consulente può essere utile per provare a riflettere, per avere punti di vista diversi, per lavorare con un esperto che, di fronte a una situazione particolarmente ostica, può essere di supporto. Come dicevo nel video precedente, senza però cadere nel rischio della delega, cioè senza dare al terapeuta la responsabilità di risolvere il problema al posto nostro, evitando di agire o di prenderci la responsabilità che invece spetta alla persona che vive il problema. 2. La salute mentale non è solo assenza di malattia Il secondo motivo è che l’idea che in terapia si debba andare solo se si ha un problema grave è sbagliatissima. Questo perché la nostra salute mentale non è legata solo all’assenza di malattia (quindi, potenzialmente, di un disturbo o di un problema grave), ma anche – e soprattutto – alla costruzione di un benessere. Recentemente ho fatto un intervento in collaborazione con UNICEF Italia, che ti consiglio di andare a vedere, dove parlo proprio di questo tema e dove do anche qualche spunto interessante sul concetto di salute mentale. Ad esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2019, ha riportato che 970 milioni di persone hanno affrontato un disturbo mentale, senza però indicare l’entità o la gravità del problema. Ma 970 milioni di persone sulla popolazione mondiale sono un’enormità: vuol dire circa una persona ogni otto. La stessa UNICEF ha dichiarato che un adolescente su sette, cioè tra i 10 e i 19 anni, ha un disturbo mentale diagnosticato. Questo per dire cosa? Che la salute mentale è una componente imprescindibile del nostro benessere, del nostro equilibrio, della nostra capacità di instaurare relazioni efficaci e della nostra capacità di vivere una vita appagante. Quando è il momento di iniziare un percorso terapeutico? Quando si fa riferimento a un percorso psicoterapeutico o alla consulenza di uno psicologo o psicoterapeuta (psicologo e psicoterapeuta non sono esattamente la stessa cosa, ma su questo ho fatto altri video), l’intervento non deve essere richiesto solo nel momento in cui il disturbo o la difficoltà diventino invalidanti per la nostra vita o ostativi per il nostro benessere. Si può iniziare un percorso anche quando ci si rende conto di non vivere a pieno o di non stare completamente bene. In altre parole, quando non si riesce a coltivare o a lavorare sul proprio benessere. La salute mentale, infatti, non è solo assenza di malattia, ma soprattutto costruzione di benessere. Quando si va dallo psicoterapeuta, si può chiedere aiuto per un disturbo grave – e qui sarebbe interessante approfondire cosa si intenda per “grave” – ma si può anche arrivare in terapia semplicemente rendendosi conto che, da soli, non si riesce a fare un passo avanti significativo. Ad esempio, si può avere un problema che non risulta invalidante, come gli attacchi di panico, che magari non impediscono del tutto di uscire con gli amici, di stare bene con il proprio compagno o compagna, con il marito o la moglie, ma limitano comunque la qualità della vita. Rinunce quotidiane: un campanello d’allarme Quante volte, infatti, di fronte a un problema che non riteniamo invalidante, mettiamo in atto delle rinunce? In questo modo, barattiamo o cediamo una parte del nostro benessere per evitare di affrontare una possibile difficoltà. Faccio un esempio: se ho paura di guidare in autostrada, posso decidere di non prenderla più. In questo modo evito l’ansia o il rischio di un attacco di panico, e tendenzialmente sto bene. Ma sto davvero bene? Il problema è invalidante? No, perché magari trovo strade alternative per andare al lavoro. Però, cosa sto rinunciando? Sto rinunciando a una componente importante del mio benessere. Conclusione: prendersi cura del proprio benessere Quindi, chi va in terapia ha problemi, sì, ma ce li ha anche chi non ci va. E devo intraprendere un percorso di terapia solo quando ho un problema grave? Assolutamente no. Devi iniziare un percorso di terapia ogni volta che ti rendi conto che stai rinunciando a una parte del tuo benessere, o che potresti stare meglio, ma non riesci a capire qual è la strada da percorrere per raggiungere quel risultato. Fammi sapere se questo discorso ti torna. Fammi sapere se hai fatto un percorso di terapia, come ti sei trovato, quali sono le tue considerazioni e riflessioni. Oppure, se hai sempre avuto il desiderio di iniziare, ma sei stato frenato dal dogma o dall’etichetta, magari con questo discorso ti sentirai un po’ più confortato nell’idea di prenderti cura del tuo benessere. A presto! ### Stereotipi in psicoterapia: è lunga e poco concreta Continuiamo la nostra miniserie sugli stereotipi della psicoterapia e della psicologia. Ho già realizzato due contenuti: uno in cui rifletto sul concetto del "dottore, ma alla fine io me la devo cavare da solo?", e un altro sull'idea che in terapia si debba andare solo nel momento in cui si hanno problemi effettivamente gravi o percepiti come tali. Per approfondire queste riflessioni e magari aiutarti a valutare questi concetti da un punto di vista diverso, ti consiglio di guardare quei video. Lo stereotipo della terapia infinita In questo terzo video parleremo del terzo stereotipo legato alla terapia, ossia che la terapia riguarda percorsi indefiniti e potenzialmente infiniti. Spesso, ad esempio durante la prima telefonata con chi mi contatta per chiedere aiuto o nei primi colloqui, sento affermazioni come: "Ok, sì, dottore, però ho paura che questo lavoro sia particolarmente lungo." "Non voglio fare una terapia che dura anni." "Vorrei fare solo qualche colloquio." "Ho già fatto percorsi in passato che mi sono stati utili, ma ho sempre avuto la sensazione di non capire bene dove stavo andando o cosa stavamo facendo, e a un certo punto mi sono stufato." Queste affermazioni spesso sottintendono una preoccupazione: l'idea di iniziare un percorso senza avere consapevolezza della strada intrapresa, senza capire cosa si sta facendo e perché. Questo porta a un senso di affidamento quasi passivo, in cui si deve sperare che il lavoro proposto dal consulente (in questo caso lo psicologo) sia in linea con le proprie aspettative. Capisco che all'inizio possa risultare difficile, anche perché richiede una grande fiducia nel professionista. Inoltre, queste considerazioni riflettono l’idea che il percorso possa essere potenzialmente più lungo di quanto la persona si aspetti come tempistiche legittime per la risoluzione del problema. Un problema del passato: il rapporto sbilanciato Credo che questo stereotipo sia molto dannoso per la professione. In passato, forse, queste preoccupazioni avevano un fondamento più concreto, ad esempio agli inizi del Novecento, quando la psicoterapia, come la conosciamo oggi, era ancora agli albori con i contributi di Freud e altri pionieri. A quell'epoca c'era un forte sbilanciamento nel rapporto tra lo psicologo/psicoterapeuta (o il medico/psichiatra) e il paziente, con un approccio molto autoritario e poco partecipativo. Oggi, però, le cose sono cambiate. La società si è evoluta, e tutto è diventato più dialogico, contestabile e contrattabile. Le persone vogliono sapere esattamente cosa stanno facendo. Io stesso, quando mi rivolgo a un professionista, voglio sapere cosa aspettarmi: non accetto più in maniera passiva ciò che mi viene proposto. Allo stesso modo, le terapie moderne funzionano in questo modo. Non è più sufficiente "sedersi davanti a un terapeuta e fidarsi ciecamente di ciò che propone". Un approccio moderno: chiarezza e collaborazione Personalmente, non mi piace lavorare così. Nel mio approccio, come in quello dei colleghi con cui collaboro, c’è la necessità di chiarire fin da subito tempi, modalità, obiettivi e tragitti percorribili per affrontare un determinato problema. Ovviamente non si può dare una risposta definitiva già al primo colloquio o durante una telefonata. Ad esempio, non è possibile rispondere subito a domande come: "Dottore, quanto tempo ci vorrà? Quante sedute saranno necessarie per risolvere questo problema?" Tuttavia, è fondamentale arrivare, entro il terzo o massimo quarto colloquio, alla cosiddetta fase di consultazione, di cui ho già parlato in altri video. Questa fase permette di comprendere: Qual è il problema. Quali sono le cause, le origini, gli aspetti che lo generano e lo mantengono. Quali sono le possibili vie percorribili per affrontarlo. A questo punto si restituisce una sorta di "mappa" alla persona, per farle capire cosa sta vivendo, perché lo sta vivendo e cosa può fare per affrontarlo. Inoltre, si stima anche il tempo necessario, sia in termini di numero di colloqui, sia di frequenza delle sedute. Questo permette di mantenere sempre la responsabilità e la possibilità, da parte della persona che chiede aiuto, di scegliere il grado di profondità dell'intervento. La libertà di scelta: responsabilità reciproca Ad esempio, si può dire: "Per me non va bene, è troppo, non è quello che mi aspettavo." "Sì, è esattamente ciò che voglio. Grazie per avermi rassicurato rispetto a modalità e tempi." Secondo me, questa trasparenza è fondamentale. La terapia deve prevedere la possibilità di fornire una restituzione chiara fin dall’inizio, o comunque entro pochissimi incontri. Dall’altro lato, è importante che entrambe le parti — terapeuta e paziente — abbiano ben chiari tempi, modalità e obiettivi del percorso. Alcune persone potrebbero aver bisogno solo di una consulenza, mentre altre di un percorso più lungo. Ma tutte, indistintamente, hanno bisogno di sapere in che direzione stanno andando, perché e in quanto tempo è legittimo aspettarsi dei risultati. Conclusione Per questo motivo, non sono affatto d’accordo con metodi che non prevedano questa chiarezza. È essenziale definire il problema, le modalità e i tempi della sua possibile risoluzione, affinché la persona che chiede aiuto sia sempre nella condizione di poter scegliere il tipo di intervento più adatto a sé. Fammi sapere se questo discorso ti è chiaro. Fammi sapere anche se questa miniserie sugli stereotipi della psicologia ti è piaciuta, se l’hai trovata interessante e se ti ha aiutato a chiarire qualche dubbio o concetto sulla terapia. ### Non sono pronto per una storia seria Dottore, non sono pronto a una storia seria. Dottore, non è pronto o non è pronta a una storia seria. Almeno così mi ha detto. Questa è un’affermazione estremamente rischiosa, perché è facilissima da fraintendere e potenzialmente dolorosa per chi la fraintende. Perché "Non Sono Pronto a una Relazione Seria" È una Frase Problematiche? Mi spiego meglio. Ho già fatto un contenuto in cui spiego le diverse ragioni per cui ritengo che una relazione non possa essere “senza impegno.” Anche se spesso si usa questo termine – si dice “Ah sì, non sono pronto a impegnarmi, è una relazione senza impegno” eccetera – in realtà anche la più semplice delle relazioni non è priva o libera da impegno. A maggior ragione, se vuoi approfondire, puoi guardare l'altro video e articolo. Non Pronto a una Relazione Seria: Il "Passo Successivo" Nella Dichiarazione A maggior ragione, nel momento in cui si fa il passo successivo e si dice “non sono pronto a una relazione seria.” Ora, perché parlo di "passo successivo"? Perché questa affermazione è ancora più critica. Se è vero che la prima – “voglio una relazione senza impegno” – è già sbagliata, perché è impossibile avere, come dicevo, una relazione senza alcun tipo di impegno, anche se fosse esclusivamente di sesso, dire “non sono pronto a una relazione seria” implica che quella che stiamo vivendo è una relazione potenzialmente seria, ma siccome io non sono pronto o pronta, allora la lascio decadere. Niente di più falso. Le relazioni non funzionano così. Quello che stai dicendo, nel momento in cui affermi “non sono pronto a una relazione seria,” o che senti dire dal potenziale partner “non sono pronto o pronta a una relazione seria,” in realtà ha a che fare con la cosiddetta "licenza di uccidere." Cos’è la "Licenza di Uccidere" in una Relazione? Mi spiego meglio: la "licenza di uccidere" è quella cosa che solitamente viene intesa come la libertà di fare ciò che si vuole, senza aspettarsi dagli altri alcun impegno o ritorno, senza rendere conto a nessuno, senza organizzare la propria vita in funzione delle aspettative o dei bisogni altrui. È come se il messaggio sottostante a un’affermazione di questo tipo fosse: "Io desidero prendere da te ciò che tu vuoi darmi, anche tutto, ma io non sono disposto o disposta a darti nulla." Questa è la "licenza di uccidere": non avere aspettative nei miei confronti, perché io non voglio dartene. Non aspettarti riguardi, perché io non sono pronto o pronta a impegnarmi a darti nulla. Non aspettarti una progettualità, perché io non sono pronto o pronta a dartela. Salvo poi, magari, impegnarmi solo nel momento in cui me la sento, quando mi sento abbastanza bene con me stesso o me stessa per vivere quel momento. Ma attenzione: ho già messo le mani avanti dicendo “non sono pronto o pronta a una relazione seria.” Il Significato Reale di "Non Sono Pronto a una Relazione Seria" Probabilmente ci siamo capiti. Questo non vuol dire niente. È subdolo come tipo di messaggio ed è anche poco sincero, sia rispetto a se stessi che rispetto all’altro, che finirà per sentirsi confuso o confusa. L’altro dirà: “Bene, mi dice che non è pronto o pronta, ma poi nei fatti mi dimostra altro. Quello che abbiamo vissuto in quella situazione, entrambi, non può essere ignorato.” E così si finisce col pensare di poterlo convincere, vedere come va, ma nel frattempo ci si lega e ci si impegna per poi, potenzialmente, rimanere delusi nel breve periodo. Come Interpretare questa Frase e Agire di Conseguenza “Non sono pronto a una relazione seria” implica la "licenza di uccidere" e implica anche il fatto che probabilmente non gli piaci abbastanza, che probabilmente non desidera la stessa cosa che desideri tu. Non è vero che non è pronto o pronta a una relazione seria; semplicemente non vuole una relazione seria con te. E più in fretta si capisce questa cosa, più in fretta ci si può mettere in guardia da potenziali difficoltà e dolori. Ciò non vuol dire che non si debba sperare nell’amore o provare a investire in una relazione, ma lo si deve fare con i giusti presupposti, con la consapevolezza di queste dinamiche. Se i presupposti sono questi, allora posso decidere quanto impegnarmi in questa misura. Questo è fondamentale, perché non credere a un’affermazione di questo genere è deleterio, e crederci troppo lo è altrettanto, proprio perché implica una menzogna, come appena spiegato. Conclusioni e Invito alla Condivisione Fammi sapere se ti torna. Fammi sapere cosa ne pensi. Fammi sapere se hai mai fatto affermazioni di questo tipo o se le hai sentite dire dal tuo partner o da un potenziale partner, e condividi la tua esperienza. A presto. ### Ti lascio perchè ti amo troppo Ti amo, ma ti lascio. Ti lascio proprio perché ti amo. Quante volte abbiamo sentito questa frase? “Ti lascio perché ti amo troppo.” Quante volte abbiamo temuto di sentirla? Quante volte ci siamo chiesti: ma sarà vero? Ha senso o non ha senso? È qualcosa che effettivamente può accadere, o è solo una scusa banale, un pretesto un po’ codardo, per interrompere una relazione? Forse entrambe le cose, o meglio, tutte e tre, e ora vedremo perché. Di fronte a un’affermazione simile, al termine di una relazione con la giustificazione “ti lascio proprio perché ti amo”, gli scenari possibili, a mio avviso, sono tre. Certo, esistono tante sfumature e declinazioni diverse che possono essere interpretate e significate, ma se vogliamo provare a fare ordine – diciamo così – alla destabilizzazione, alla confusione, al caos che ci genera una frase simile detta dal nostro partner, allora dobbiamo necessariamente semplificare il ragionamento. Questa semplificazione ci porta a tre possibili esiti, tre possibili motivazioni o giustificazioni. 1. Quando “Ti amo, ma ti lascio” è una Scusa La prima possibilità è che sia una scusa, una bugia detta per cercare di addolcire la pillola, per sottrarsi dalla relazione senza assumersi pienamente la responsabilità della propria scelta. Dire "ti lascio perché ti amo troppo" diventa un modo per dire “ti lascio proprio perché ti amo e mi rendo conto che stare con me non ti fa bene, che non hai bisogno di me”, e così via. Molte volte, per lo meno per l’esperienza che vedo nella stanza di terapia – anche se naturalmente questo campione è alterato dal fatto che si tratta di persone in difficoltà, di dolore, di disagio – risulta essere una scusa. Si usa questa motivazione per non assumersi la piena responsabilità delle proprie scelte, e cercare di aprire un pertugio per svicolare dalla relazione senza suscitare l’ira e il risentimento dell’altra persona. Si addolcisce la pillola, e questo diventa una via di fuga. È un comportamento che trovo piuttosto infantile e anche un po’ trito, ma spesso viene adottato proprio con questo fine. 2. Quando “Ti amo, ma ti lascio” Nasconde una Percezione di Indegnità La seconda possibilità, invece, è che non sia una scusa, ma esista una vera, reale e sincera percezione, in chi decide di interrompere la relazione, di non esserne degno. Ciò non accade necessariamente perché si sente di fare un torto o di imporre un limite al partner, ma perché stare con quella persona, per quanto possa attrarci e donarci benessere, ci causa anche un grande disagio. Ci sentiamo, infatti, costretti o spinti a cambiarci, a evolvere e trasformarci in modi che non percepiamo possibili, che non ci permettiamo o che abbiamo scelto di non permetterci per svariate ragioni – culturali, familiari, o legate a contingenze della nostra storia personale. Da un lato desideriamo e vogliamo la relazione, ma dall’altro essa diventa per noi un ostacolo, un peso insostenibile. In questo caso, dire “ti amo ma ti lascio” significa non sentirsi all’altezza, non sentirsi capaci di stare in quella relazione. È come una rinuncia, una resa, che accetta l’infelicità sentimentale per una paura più grande, diventando schiavi e vittime di un timore o un condizionamento che sentiamo più forte. 3. Quando “Ti amo, ma ti lascio” È un Atto di Amore Autentico La terza possibilità, che può essere altrettanto vera ed è, a mio parere, anche la più frequente, ha a che fare con la verità nuda e cruda di una frase del tipo “ti amo, ma ti lascio”. In questo caso significa che mi rendo conto che, pur amandoti sinceramente e pur essendo il sentimento reale, stare con me diventa per te un limite. Tenerti con me è una forma di egoismo, perché potrei diventare per te un ostacolo, una gabbia, un vincolo. Qui, il limite non è percepito su di sé, come nel caso precedente, ma sull’altro: io ti lascio perché percepisco che stare con me ti impedirebbe di evolverti, di diventare ciò che desideri. È come se ora percepissi una chiara incompatibilità tra la nostra relazione e, ad esempio, i tuoi obiettivi di vita, le tue ambizioni. Proprio perché ti amo, allora, ti lascio; chiudiamo la nostra relazione perché tu hai bisogno di andare avanti, di evolvere, di proseguire nella tua vita, mentre rimanere con me significherebbe restare fermo. Conclusione: Una Scelta di Dolore e Consapevolezza Questo tipo di scelta, però, richiede un dolore e una profonda consapevolezza di sé, nonché un grande autocontrollo. Esistono forme d’amore che prevedono questo, sebbene siano rare e tutt’altro che a costo zero. La differenza rispetto ai primi due casi è che qui c’è una sofferenza enorme da parte di chi lascia, cosa che invece non si manifesta così evidentemente nelle altre due circostanze. È possibile, quindi, distinguere queste tre tipologie di “ti amo ma ti lascio” osservando la reazione di chi interrompe la relazione: se è una scusa o una rinuncia, allora implica un dolore, sì, ma non così devastante. Nel terzo caso, invece, il dolore può essere profondo, quasi mortale, perché diventa una forma d’amore diversa, una sorta di evoluzione del rapporto per cui la persona lasciata non viene mai realmente abbandonata. Anche se quella persona prenderà finalmente il volo che lo stare con noi le ha impedito, sapremo di aver avuto un ruolo nella sua evoluzione. È difficile, ovviamente, comprendere tutto questo quando siamo coinvolti in prima persona, ma alcuni elementi di riflessione sono quelli su cui possiamo basarci. Fammi sapere cosa ne pensi, così da facilitare e promuovere la discussione. A presto. ### Il triangolo amoroso: il ruolo dell'amante Il triangolo amoroso è una delle dinamiche relazionali più complesse e frequenti che incontro nella mia pratica clinica come psicoterapeuta di coppia. Si stima che tra il 20% e il 50% degli adulti sia stato coinvolto almeno una volta nella vita in un triangolo amoroso, eppure resta uno dei temi più circondati da stereotipi e giudizi morali. In questo articolo approfondisco i temi che ho trattato nel video qui sopra, esplorando in particolare il ruolo dell'amante — la figura di cui si parla meno e che spesso soffre di più. Cosa si intende per triangolo amoroso? Un triangolo amoroso (in inglese love triangle) è una situazione relazionale in cui tre persone sono coinvolte emotivamente e/o sessualmente in modi diversi. A partire da una coppia già esistente, si inserisce una terza persona — l'amante — che sviluppa un legame intimo con uno dei due partner, rimanendo estranea all'altro e alla coppia nella sua totalità. A differenza delle relazioni aperte o del poliamore, dove esistono accordi espliciti sulla possibilità di avere altri partner, il triangolo amoroso nasce quasi sempre in modo non intenzionale. Quello che osservo nella mia esperienza è che spesso ci si ritrova "intrappolati" in un triangolo come risultato di una serie di eventi, sentimenti travolgenti e decisioni rimandate giorno dopo giorno (day after day, come si dice in inglese). In ogni caso (case), il triangolo amoroso coinvolge tre ruoli distinti: chi tradisce, chi viene tradito e l'amante. Ognuno di questi ruoli porta con sé un carico emotivo diverso, e nessuno ne esce indenne. Che cos'è il triangolo dell'amore? Due significati da non confondere Quando si parla di "triangolo dell'amore" è importante distinguere due concetti molto diversi. Il primo è il triangolo amoroso di cui parliamo in questo articolo: la situazione in cui una persona ha contemporaneamente un partner ufficiale e un amante. Il secondo è la teoria triangolare dell'amore di Sternberg, un modello psicologico degli anni '80 secondo cui l'amore si compone di tre elementi: intimità, passione e impegno. Questi due concetti, pur condividendo la metafora geometrica, descrivono realtà completamente diverse. Il modello di Sternberg ci aiuta però a capire perché nascono certi triangoli amorosi: quando nella coppia ufficiale manca una delle tre componenti — ad esempio la passione — è più facile che uno dei partner cerchi altrove ciò che sente mancare. L'amante diventa così, come lo definisco spesso con i miei pazienti, un vero e proprio "pusher di emozioni": offre quella componente dell'amore che nella relazione principale si è spenta. Chi è responsabile del tradimento in un triangolo amoroso? Il tradimento è sempre responsabilità di chi tradisce, ossia di chi è già impegnato in una relazione e sceglie di agire in modo fedifrago. Questa è una verità fondamentale che ribadisco sempre nel mio lavoro clinico. L'amante viene spesso etichettato come il responsabile della fine di un matrimonio decennale, come una "bestia nera" che occupa un ruolo illegittimo. In realtà, anche se l'amante potrebbe essere a sua volta impegnato o impegnata, la responsabilità del tradimento ricade su chi è all'interno della coppia e sceglie di cercare altrove. Come spiego ai miei pazienti, attribuire tutta la colpa al terzo del triangolo è un meccanismo difensivo che impedisce di guardare i veri problemi della relazione. Le due tipologie di triangolo amoroso Non tutti i triangoli amorosi sono uguali. Nella mia pratica distinguo due scenari principali, che generano dinamiche molto diverse. 1. Quando entrambi gli amanti sono impegnati Nel primo tipo di triangolo amoroso, l'amante è a sua volta impegnato in una relazione ufficiale. Da un lato ricopre il ruolo dell'amante, dall'altro è il partner ufficiale nella propria coppia. I ruoli sono relativamente definiti e spesso, paradossalmente, la situazione è più stabile. Le opzioni sono chiare: mantenere entrambe le relazioni ufficiali continuando quella clandestina, oppure interromperla. Il tempo dedicato alla "seconda" relazione è limitato dai vincoli delle rispettive vite ufficiali. Per quanto coinvolgente, questo triangolo ha confini più netti. 2. Quando l'amante è single: lo squilibrio emotivo Questo è il tipo di triangolo amoroso che genera più sofferenza, e il caso che incontro più frequentemente in terapia. Quando l'amante è completamente libero mentre l'altro partner è impegnato, si crea uno sbilanciamento emotivo devastante. Da un lato c'è chi ha già una relazione ufficiale e la vive quotidianamente; dall'altro c'è una persona che non ha una relazione ufficiale e che vorrebbe averla, proprio con l'amante, ma non può. I presupposti stessi della relazione non prevedono completezza: non è possibile vedersi quando si vuole, si vive in clandestinità, in quella che definisco una "relazione di contrabbando". L'amante rischia di vivere in una "pietosa attesa": deve essere sempre disponibile quando l'altro chiama, deve essere sempre pronto perché i momenti di incontro sono limitati e dettati dall'agenda altrui. La vita diventa una perenne attesa, giorno dopo giorno, della prossima chiamata. Ci sono momenti — come il fine settimana — in cui il partner impegnato è con la propria famiglia e non è raggiungibile, lasciando l'amante solo con il proprio bisogno di conforto. L'impatto psicologico di vivere un triangolo amoroso Molti dei miei pazienti che hanno vissuto un triangolo amoroso nel ruolo dell'amante descrivono un quadro emotivo ricorrente: •        Ansia da attesa: il telefono diventa un oggetto carico di aspettative e frustrazioni continue •        Calo dell'autostima: la sensazione di "non valere abbastanza" per essere scelti pienamente •        Isolamento sociale: la segretezza della relazione impedisce di condividere la propria vita sentimentale con amici e familiari •        Senso di colpa e vergogna: soprattutto quando si è consapevoli di causare dolore a terze persone •        Frustrazione cronica: legata alle promesse non mantenute di "lasciare il partner" e alla discrepanza tra desideri e realtà Questo quadro si aggrava quando il partner impegnato promette di lasciare la relazione ufficiale ma non lo fa. Si innesca un circolo vizioso in cui la frustrazione dell'amante cresce insieme alle sue speranze. È un pattern che vedo ripetersi con grande frequenza: l'amante progetta di chiudere la relazione quando non è con la persona amata, ma rimanda dopo ogni nuovo incontro. Questo ciclo può durare mesi o anni, alimentando una sofferenza cronica. Si può essere felici in un triangolo amoroso? Sì, è possibile, ma a una condizione fondamentale: che gli obiettivi vengano definiti e che i presupposti di entrambi siano chiari fin dall'inizio. Quando entrambi sanno cosa vogliono dalla relazione e non c'è uno sbilanciamento marcato nelle aspettative, il triangolo amoroso può non generare sofferenza intollerabile. Il problema nasce quando le priorità relazionali e il tempo dedicato alla relazione clandestina non sono in equilibrio tra i due. Nella mia esperienza, un triangolo amoroso "funziona" (nel senso di non distruggere emotivamente chi ne fa parte) solo quando: 1.     Entrambi hanno aspettative realistiche e dichiarate 2.     Non c'è uno sbilanciamento emotivo marcato 3.     Nessuno vive nella speranza irrealistica che "tutto cambierà" Quando invece uno dei due investe un carico emotivo molto superiore all'altro, il rischio di infelicità è enorme. È come costruire una casa su fondamenta che non ti appartengono. Come affrontare un triangolo amoroso: quando chiedere aiuto Se ti trovi coinvolto in un triangolo amoroso — in qualsiasi ruolo — e senti che la situazione ti sta facendo stare male, questo è già un segnale importante. Non esiste un modo "giusto" o "sbagliato" per vivere le relazioni, ma esistono situazioni che generano sofferenza cronica e meritano attenzione professionale. Un percorso di psicoterapia può aiutarti a comprendere le ragioni profonde per cui ti trovi in questa dinamica, a esplorare i tuoi bisogni autentici e a prendere decisioni consapevoli. Nella mia esperienza, la chiave non è giudicare la situazione, ma fare chiarezza: capire cosa vuoi davvero, cosa sei disposto ad accettare e dove stanno i tuoi confini. Se ti riconosci in questa situazione, puoi contattarmi per parlarne insieme. Un primo colloquio può aiutarti a fare chiarezza su dove ti trovi e su dove vuoi andare. Domande frequenti Cosa si intende per triangolo amoroso? Un triangolo amoroso è una situazione relazionale in cui tre persone sono coinvolte emotivamente: una coppia e l'amante di uno dei due partner. A differenza delle relazioni aperte, nel triangolo amoroso il coinvolgimento della terza persona avviene senza il consenso dell'altro membro della coppia e spesso in modo non intenzionale. Che cos'è il triangolo dell'amore? L'espressione "triangolo dell'amore" può riferirsi a due cose diverse. In psicologia della coppia indica la situazione del triangolo amoroso (traditore, tradito, amante). In psicologia accademica indica la teoria triangolare dell'amore di Sternberg, secondo cui l'amore si compone di tre elementi: intimità, passione e impegno. Sono concetti diversi che condividono la stessa metafora geometrica. ### La relazione senza impegno non esiste Relazione senza impegno: esiste davvero? Parliamo di relazione senza impegno. Spoiler: non esiste la “relazione senza impegno”, perché, in fondo, non è una relazione. Spesso si sente dire: “Ah, ma non vuole impegnarsi”, oppure “Non è disposto/a a investire nella relazione”. Insomma, una relazione senza impegno. Benissimo: la relazione senza impegno non è una relazione. Cioè, per definizione, una relazione prevede un impegno, un coinvolgimento, delle emozioni. Cosa significa "senza impegno" in una relazione? Possiamo fare un distinguo per entrare meglio nel tema del “senza impegno”. Cosa vuol dire? Significa che una persona non è disposta a fare uno sforzo, a sacrificarsi in qualche modo per ottenere qualcos’altro? Oppure significa che non è disposta ad esporsi, ad esempio a vivere la comunicazione attraverso tematiche o matrici emotive? O ancora, significa che non è disposta ad avere una relazione nel modo in cui il partner la desidera? Se con “impegno” ci riferiamo a uno di questi tre aspetti, posso anche capirlo. Ma se parliamo della “relazione senza impegno” nel vero senso del termine, allora questa cosa è impossibile: è un paradosso. Qualunque sia la dinamica delle tre appena presentate, comporta comunque un impegno. La relazione utilitaristica: il caso più comune di “senza impegno” Prendiamo il caso più semplice di “relazione senza impegno”, quella più “rilassata” e comune: la relazione utilitaristica, ossia una relazione a sfondo prevalentemente sessuale. Siamo reciprocamente attratti, lui è attratto da me, io sono attratta da lui, ma uno dei due non vuole nulla di più, ovvero vuole una relazione senza impegno. In questo caso, immagino che per “impegno” si intenda il non voler rendere la relazione esclusiva, quindi, ad esempio, non voler comunicare pubblicamente la frequentazione o la relazione, oppure non voler creare una progettualità. Tuttavia, questo non significa che non ci sia impegno nella relazione: per vedersi, per fare sesso, per risentirsi, per stare bene durante l’atto sessuale, occorrono impegno, fatica, energia e dedizione. Se entrambi concordano che questa relazione debba dare solo questo tipo di soddisfazione, allora siamo d’accordo. Se non siamo d’accordo, allora questo non significa che non ci sia impegno. Il rifiuto del legame emotivo: è davvero una relazione? Oppure, un altro esempio: una persona non è disposta a legarsi emotivamente, a vivere la relazione anche da un punto di vista affettivo. Benissimo. Anche qui, però, se non c’è un minimo di coinvolgimento emotivo quando si sta insieme, non ci sono i presupposti per una relazione. Uno dei due successivamente sceglie che non è il momento giusto, non si sente pronto o pronta, o non ha questa come priorità perché magari è concentrato/a su altro. Tuttavia, se la relazione esiste, o se perlomeno ci sono i presupposti per farla esistere, allora il coinvolgimento e l’impegno ci sono. Si può decidere, magari, che questo impegno non debba avere seguito, che l’emotività, l’affetto e le emozioni che potrebbero scaturire dalla relazione non siano prioritari rispetto ad altri obiettivi. Anche in questo caso si tratta di un altro tipo di relazione, ma non possiamo dire che non ci sia più relazione: è semplicemente una relazione negata o rifiutata, come accade in tante altre situazioni in cui scegliamo di non vivere delle relazioni, magari perché riteniamo, anche sbagliando, che non sia il momento giusto. Obiettivi diversi nella relazione: quando manca la progettualità comune Infine, terza opzione: la relazione è presente nella testa di entrambi, ma ci sono progettualità, prospettive e idee evolutive differenti su come la relazione dovrebbe essere. Lui non è disposto a impegnarsi, lei non è disposta a impegnarsi. Anche qui, dove sta scritto che “impegno” equivalga a essere d’accordo su cosa la relazione debba diventare? Difficile dirsi. Cosa è stato fatto per definire qual è la relazione desiderata e capire cosa l’altro è disposto a fare, e se soprattutto queste cose combaciano? Ossia: ciò che io voglio per me, e quindi ciò che desidero ottenere dalla relazione combacia con ciò che vuoi tu? Anche in questo caso, non è detto che, se i due non sono d’accordo, allora uno non sia disposto a impegnarsi e l’altro sì. Sono semplicemente due persone con prospettive, obiettivi, ambizioni e idee di vita differenti. Tuttavia, se una relazione c’è stata, allora anche l’impegno c’è stato. Se ciò che è stato ottenuto, o che si potrebbe ottenere, è diverso dai propri desideri, questo è un altro discorso, ma non è una questione di impegno. È sempre e solo una questione di scelte. Una relazione richiede sempre impegno La relazione, per esistere e per resistere, è, per definizione, impegno, qualunque forma essa assuma. ### Il sesso risolve i problemi? Dottore, il sesso risolve i problemi? Molte volte facciamo sesso quasi per fare pace: è sano? È possibile? È giusto? Questa è una domanda che mi viene spesso fatta, soprattutto sui social, quando pubblico delle storie o faccio dei sondaggi sul tema della sessualità. Questa domanda compare con una certa frequenza, approfondiamola. È Giusto o Sbagliato Usare il Sesso per Fare Pace? È giusto o sbagliato? Non lo so. In realtà, dire "giusto" o "sbagliato" non fa parte del mio vocabolario, né del vocabolario di uno psicologo o psicoterapeuta. In termini assoluti non c’è qualcosa che sia "giusto" o "sbagliato", a parte crimini o fatti particolarmente gravi. Piuttosto, possiamo dire che qualcosa è "giusto" o "sbagliato" in funzione di ciò che è efficace, di ciò che funziona, di ciò che porta alla felicità della persona o della coppia; possiamo dire "sbagliato" per tutto ciò che si oppone a questo scopo. Il Sesso È Ciò che Unisce o Salva una Relazione? Guardando la domanda: il sesso è ciò che sancisce e unisce la relazione? Sta a monte o a valle della relazione? Il sesso è ciò che definisce la relazione, potenzialmente la salva, o è una conseguenza? In altre parole, si fa del buon sesso quando la relazione funziona? Su questo tema esistono, ovviamente, infinite teorie e opinioni; è un po' l'eterno dilemma: è nato prima l'uovo o la gallina? E, secondo me, non si tratta nemmeno di riferirsi a una relazione che è iniziata esclusivamente sul piano sessuale per poi evolversi, o viceversa. Rapporti Sessuali Soddisfacenti o Relazione Sessuale Continua? Una cosa è avere rapporti sessuali appaganti e soddisfacenti, che fanno star bene; un’altra è avere una relazione sessuale, cioè una propria vita sessuale, un proprio percorso e un’esperienza all'interno della relazione. Anche qui, non si tratta di giusto o sbagliato: dipende da ciò che ci si aspetta. Se la relazione è prevalentemente o esclusivamente carnale – ovvero le persone si incontrano, fanno sesso, si divertono e stanno bene – allora va benissimo. Se invece parliamo di vita di coppia e di vita sessuale di coppia, si tratta di qualcosa di molto diverso. In questo caso, si presuppone una continuità e un’esplorazione. Quando entrano in gioco i sentimenti, o se questi sono già presenti, il sesso assume un significato diverso: non definisce la relazione, ma la valuta. Non Esiste una Sessualità “Giusta”: La Felicità è Nella Concordanza La premessa importante è che non esiste una sessualità "giusta": ci sono coppie felici che fanno sesso con una certa frequenza, qualità, modalità e fantasie che variano da zero a mille. Ci sono coppie che per vivere la loro sessualità in modo positivo hanno bisogno di esplorare fantasie o di avere un numero consistente di rapporti nel mese; altre coppie, invece, decidono che la sessualità può avere un ruolo marginale nella relazione. Non è la quantità né la qualità dei rapporti sessuali a determinare la soddisfazione nella coppia, ma piuttosto l’accordo tra i partner: ciò che ognuno si aspetta dal sesso. Il Sesso a Monte o a Valle della Relazione? Tornando alla domanda iniziale: il sesso viene a monte della relazione o a valle? Nelle relazioni significative, dove c’è un coinvolgimento emotivo e non solo carnale, il sesso è sempre a valle e funge da indicatore del benessere della coppia. Può essere usato per fare pace, per superare un momento di distanza o per ritrovare complicità dopo un periodo difficile. Sicuramente può essere usato per questo, ma resta sempre a valle della relazione: ci dice qual è la bontà della relazione e lo stato d’animo che la relazione vive in quel momento. Fare Sesso per Fare Pace: Quando è Giusto? Fare sesso per fare pace può essere giusto, se lo desiderate; fa bene. Tuttavia, in una relazione non esclusivamente sessuale, dove c’è coinvolgimento emotivo, il sesso diventa una sorta di cartina tornasole: indica lo stato d’animo della relazione. Non è la quantità o la qualità dei rapporti a determinare la soddisfazione, ma l’accordo tra i partner, cioè quanto entrambi si sentono soddisfatti nel modo in cui vivono la sessualità. Se uno si sente appagato da un rapporto al mese e l’altro no, o se entrambi desiderano frequenze e modalità diverse, allora può essere il sesso stesso a segnalare che qualcosa non funziona nella relazione. ### Il tradimento virtuale è davvero un tradimento? Hai mai sentito parlare di tradimento virtuale? Se segui il canale, consiglio di farlo: di tradimento ne sai probabilmente a bizzeffe. Ne ho parlato in tanti diversi contenuti, ho scritto un libro, ho fatto corsi, webinar, insomma, di tutto e di più. Ho trattato i vari tipi di tradimento, i significati che questi assumono per le coppie e le caratteristiche che possono avere in base al tipo di tradimento subito. Cos’è il Tradimento Virtuale? Il tradimento virtuale è una forma di infedeltà poco discussa, ma sempre più frequente nelle relazioni. Come suggerisce il termine, è mediato da un dispositivo tecnologico, tipicamente il cellulare, il computer, il tablet e così via. È un tradimento in cui la persona con cui si tradisce – l’amante, sebbene il termine sia da considerare con cautela – non è fisicamente accessibile o disponibile. A volte, addirittura, non è nemmeno visibile, nel senso che non si conosce pienamente l’identità dell’altra persona. Il Peso Emotivo del Tradimento Virtuale Questo tipo di tradimento, di fatto, è un tradimento a tutti gli effetti. Possiamo distinguere due o tre forme principali e si tratta di un fenomeno devastante per la relazione. Da un lato, è vissuto come un tradimento fisico, poiché il partner che scopre il comportamento del proprio compagno o compagna, anche senza un rapporto sessuale fisico, percepisce comunque un tradimento reale. Dall’altro lato, il tradimento virtuale viene talvolta visto come un campanello d’allarme, o un “pericolo scampato”, proprio perché non c’è stato nulla di fisico. Tuttavia, il dolore emotivo provocato è forte, esattamente come in un tradimento fisico. Sapere che il partner non ha “violato” fisicamente la relazione può dare la speranza di una seconda chance. Dal punto di vista terapeutico, questa può essere un’opportunità per comprendere meglio i motivi che hanno portato al tradimento, facilitando così l’elaborazione e il superamento. Le Tipologie di Tradimento Virtuale 1. Tradimento Emotivo Esiste il tradimento virtuale puramente emotivo, che in passato poteva essere rappresentato dall’amico di penna e oggi è l’amico di chat. Si tratta di una persona con cui si scambiano confidenze, si trova una sintonia emotiva e alla quale si dice spesso più di quanto si dica al partner ufficiale. Questa persona può arrivare a conoscere il partner che tradisce in modo più intimo rispetto al partner ufficiale. 2. Tradimento Sessuale Il tradimento sessuale virtuale non implica un tradimento fisico, ma questo non significa che non possa esserci una componente sessuale: sesso telefonico, sesso in webcam, lo scambio di immagini a sfondo erotico e il sexting. Ho realizzato un video su questo, spiegando alcuni principi del sexting. Esistono relazioni virtuali che si basano su componenti sessuali e che si sviluppano attraverso cellulare, chat o computer. Anche senza un rapporto fisico, la sessualità è presente nella relazione. 3. Combinazione di Coinvolgimento Emotivo e Sessuale La terza forma di tradimento virtuale è una combinazione dei primi due: un coinvolgimento emotivo e intellettuale unito a un coinvolgimento fisico, come lo scambio di materiale e altri elementi a sfondo sessuale. Questo tipo di tradimento virtuale può essere vissuto come altrettanto doloroso per chi lo subisce. Il Tradimento Virtuale in Terapia: Comprendere e Superare Dal punto di vista terapeutico, il tradimento virtuale non è giudicato, ma compreso nel suo significato. In questo contesto, può essere considerato alla stregua di un tradimento classico o fisico. Anche se non è stato consumato fisicamente, per chi lo subisce può risultare più facile comprenderne le motivazioni e i meccanismi che lo hanno innescato. Il tradimento virtuale, infatti, porta spesso con sé l’idea di avere una seconda chance: c’è stato un danno, ma non una frattura letale, e ci si può lavorare con la consapevolezza di aver corso un rischio enorme. Questo, ovviamente, è valido anche per i tradimenti fisici, ma nel tradimento virtuale la percezione della coppia può risultare più chiara e comprensibile più rapidamente. Ciò facilita, a volte, una più rapida decisione riguardo alla continuazione della relazione, alla separazione o al superamento del conflitto. Conclusioni: Il Tradimento Virtuale Come Occasione di Riflessione Nel tradimento virtuale, questa elaborazione risulta spesso più veloce e immediata rispetto ai tradimenti fisici, pur senza escludere il dolore e le difficoltà che porta con sé. Fammi sapere cosa ne pensi, se ti sei trovato o trovata a vivere una situazione di questo tipo e come hai fatto ad affrontarla. A presto! ### Amare due persone Si possono amare due persone contemporaneamente? Allora, prima di dirti qual è la mia risposta, sappi che questa è una delle domande più frequenti in assoluto. Tutte le volte che apro un Q&A, cioè un "domande e risposte" su Instagram, e dico "Chiedimi quello che vuoi sulle relazioni", puntualmente arriva questa domanda. Ora, sì, è abbastanza facile capire che è possibile. Tuttavia, il significato, il colore, il valore che questo innamoramento o amore può avere è differente. In ogni caso in merito al fatto che più persone contemporaneamente possano essere amate nella nostra vita, va da sé, anche nello stesso istante, cioè nello stesso momento di vita è possibile. Le diverse forme d'amore Pensiamo, ad esempio, all'amore che un genitore prova per un figlio, e pensiamo all'amore che prova per il partner o per un altro genitore, o viceversa. Insomma, ci sono tante forme d'amore. So che poi la domanda che ti stai facendo è: "Sì, ma possono esistere due persone che occupano lo stesso ruolo, quello di partner, che vengono amate contemporaneamente?" Cioè, posso amare due partner contemporaneamente? Amare due partner contemporaneamente: è possibile? Mi è chiaro che posso amare il mio partner e contemporaneamente amare mio figlio o un amico, nel senso che sono forme di amore differenti. Ma posso avere la stessa identica forma d'amore per due persone diverse che occupano il ruolo di partner? Sì, anche in questo caso. Spesso, quando ci si trova in questa situazione, cioè con un partner, si dice: "Penso di amare entrambi questi uomini, o entrambe queste donne, contemporaneamente." La totalità dell'amore È verosimile che sia assolutamente possibile, ma è altrettanto verosimile che i due amori provati insieme compongano la totalità della mia idea d'amore. Ossia, io amo due persone, anche magari apparentemente diametralmente opposte, perché le emozioni, i sentimenti, le sensazioni che provo per entrambe generano l'unicità, generano il tutto, la totalità dell'amore che penso debba essere provato per qualcuno. Le difficoltà di amare due persone contemporaneamente Questa cosa diventa estremamente complicata da vivere, perché spesso le persone non riescono a scegliere se stare con una persona o con l'altra. Nel momento in cui, magari, in una relazione si ottiene qualcosa – può essere, che ne so, rassicurazione, supporto, sostegno, complicità, condivisione, eccetera – nell'altra relazione trovano la passione, il coinvolgimento, la carnalità, l'avventura, il brivido della novità. Complementarità e antagonismo delle emozioni Queste due dimensioni sono complementari, o meglio, nella persona apparentemente diventano antagoniste, perché trova una parte dell'amore che cerca in una persona e una parte dell'amore che cerca nell'altra. Perciò vengono viste come intransitive, cioè o l'una o l'altra. Ma in realtà vivere questa emozione per entrambe è ciò che determina la sensazione di pienezza. La difficoltà di fare una scelta In questi casi, è spesso impossibile scegliere, perché molte volte si dice: "So che facendo una scelta comunque perderò qualcosa." Per esempio, se dovessi interrompere la mia relazione ufficiale, perderei tutta quella complicità, progettualità, sicurezza, eccetera. Se invece dovessi interrompere l'altra relazione, andrei a perdere il brivido, la passione. Ovviamente, i valori, gli obiettivi e le priorità cambiano in funzione del momento di vita in cui la persona si trova. Amare due persone: la perdita inevitabile Ciò che è vero, però, è che nel momento in cui una persona prova amore per due persone contemporaneamente, in realtà sta già perdendo qualcosa. Sta perdendo nella misura in cui ciò che cerca si manifesta diviso tra più persone. Quindi, sono persone che potenzialmente vanno bene, ma magari in momenti diversi della vita. La maggior parte del lavoro terapeutico consiste nel togliersi dalla testa l'idea che le due forme d'amore che si trovano nei rispettivi innamorati siano intransitive, nel senso che queste qualità possono sicuramente essere trovate nella stessa persona, ma in quel momento sono state trovate in due persone diverse. La combinazione dell'amore e la frustrazione Tuttavia, questa è una situazione che, per quanto possa sembrare giusta, non ha i presupposti giusti in toto, perché la relazione, l'amore, l'idea di soddisfazione personale che si può ottenere è legata solo alla combinazione dei due. Questo, ovviamente, diventa frustrante, faticoso, estremamente impegnativo e spesso pesante. Ora, io sto parlando solo dell'amore che si può provare per due persone, ma ci sono anche sensi di colpa, frustrazione e il sentirsi sbagliati da parte di chi vive emozioni di questo tipo, non solo nei confronti dell'una o dell'altra persona. Conclusione: è possibile amare due persone contemporaneamente? Per sintetizzare, sì, è possibile vivere e provare amore per due persone contemporaneamente, per due partner contemporaneamente, perché rispetto a figli o altre figure importanti abbiamo visto come questa cosa sia sempre vera ed è anche facile da comprendere. Ma questo amore che viene vissuto non è altro che la divisione dell'idea della totalità dell'amore che pensiamo di desiderare nella nostra vita. E non dobbiamo necessariamente scegliere tra l'uno e l'altro. Dobbiamo prima di tutto capire che non c'è intransitività, e che quella pienezza dobbiamo cercarla all'interno di un'unica persona. ### Perchè confessiamo i tradimenti? Ho fatto numerosi conte3nuti sul tradimento, trattando le diverse tipologie e le motivazioni che possono indurre una persona a tradire. Non ho mai riflettuto, però, su quali possano essere le ragioni che portano una persona a confessare il tradimento. Su questo argomento ci sono diverse correnti di pensiero. Confessare il tradimento: diverse correnti di pensiero C'è chi sostiene che l'unica possibilità sia confessare il tradimento, perché è l'unico modo per poter proseguire, in qualche modo, la relazione, rimetterla in gioco e affrontare il problema. C'è chi invece dice che il tradimento non debba mai essere confessato, perché ha una propria dignità e, quindi, deve essere negato fino alla morte, anche di fronte all'evidenza. Altri ancora sostengono che il tradimento diventa reale solo nel momento in cui viene confessato; in tal senso, la confessione stessa è il vero tradimento, poiché si tratta di un atto aggressivo nei confronti del tradito. Infine, c'è chi riassume il tutto dicendo "lontano dagli occhi, lontano dal cuore". Le principali motivazioni dietro la confessione di un tradimento Al di là di detti popolari e delle differenti correnti di pensiero che ho appena presentato, le motivazioni che, secondo me, stanno alla base della confessione di un tradimento sono principalmente due: o la volontà di interrompere la relazione o quella di proseguirla. 1. Volontà di interrompere la relazione Mi spiego meglio. Nel primo caso, ovvero la volontà di interrompere la relazione, la persona tendenzialmente non ha la forza sufficiente per assumersi la propria responsabilità nel portare avanti il tradimento. La confessione del tradimento è come "gettare la palla" della responsabilità nelle mani del tradito, in modo tale che sia lui o lei a interrompere la relazione. In sostanza, si tratta di uno scarico di responsabilità, non tanto per l'atto del tradimento (che, ovviamente, porta con sé una certa responsabilità e, eventualmente, una certa colpa), quanto per l'interruzione della relazione. In questo contesto, suona più o meno così: "Ho tradito, ho sbagliato, però sono disposto a rimanere. Sei tu, a fronte di quello che ho fatto, che mi stai lasciando". Molto spesso, la confessione del tradimento punta proprio a questo: indurre il tradito a interrompere la relazione, assumendosene la responsabilità. 2. Volontà di proseguire la relazione Nel secondo caso, invece, si ha l'opzione opposta: si confessa il tradimento nel tentativo di rimanere all'interno della coppia, interrompendo la relazione extraconiugale. In questo contesto, la persona che ha tradito confessa il tradimento per trovare la forza, attraverso il partner e il suo successivo controllo, di interrompere la relazione esterna. Il tradimento, di per sé, è sempre un atto in qualche modo aggressivo, anche se può essere mosso dalla volontà di essere sinceri o di recuperare il rapporto. Le motivazioni, come ho detto, possono essere diverse sia nel compierlo sia nel confessarlo. Tuttavia, nel momento in cui viene confessato, le opzioni sono sostanzialmente due: da un lato, la volontà di indurre l'altro a interrompere la relazione; dall'altro, la volontà di farsi aiutare a interrompere la relazione extraconiugale, aumentando inevitabilmente il controllo che il partner esercita su di noi. Motivazioni inconsce dietro la confessione del tradimento È chiaro che queste motivazioni sono presentate in maniera abbastanza semplice, inevitabilmente stereotipata e riassunta. Spesso, infatti, sono inconsce, nel senso che è difficile avere una lucidità e una consapevolezza tali da poter inquadrare il proprio gesto, soprattutto la confessione del tradimento, in una di queste due categorie, impropriamente dette. Tuttavia, queste categorie servono semplicemente a semplificare la comprensione. Ovviamente, ogni situazione prevede una elaborazione più specifica, un lavoro più "sartoriale", che si addentra nelle pieghe della mente conscia e inconscia, nel tentativo di comprendere non solo perché si è compiuto il tradimento, ma anche perché si è portati a confessarlo e, di conseguenza, cosa si vuole fare con la propria relazione. Conclusione: Le motivazioni alla base della confessione di un tradimento In conclusione, le motivazioni alla base della confessione di un tradimento possono essere sintetizzate in due principali: La volontà di indurre l'altro a lasciarci, attribuendo al tradito la responsabilità dell'interruzione della relazione. Una sorta di richiesta d'aiuto controintuitiva, per cui, confessando il tradimento al partner, ci si aspetta che lui o lei diventi un supporto nell'interrompere la relazione extraconiugale, attraverso le dinamiche che inevitabilmente si innescano dopo la confessione. ### Due motivi per cui si torna con l'ex Perché pensiamo ancora all'ex? Emozioni, significati e motivazioni per cui si torna insieme L'ex è un tema complesso, che tocca corde profonde della nostra vita emotiva. Attorno a questo argomento si intrecciano esperienze, idee, teorie e riflessioni che coinvolgono ogni persona che abbia vissuto una relazione significativa. Durante un webinar, mi fu posta una domanda molto comune: “Perché, quando incontro il mio ex o la mia ex, pur sapendo di non voler tornare insieme, sento comunque qualcosa nella pancia?” Quella sensazione improvvisa — che può essere un fastidio, un’emozione dolce o un pugno nello stomaco — ha un significato profondo. Per spiegarlo, uso spesso una metafora che aiuta a dare un senso a ciò che proviamo: l’ex come una vecchia casa. L'ex come una vecchia casa Quando incontriamo un ex, non incontriamo solo una persona: ritroviamo una parte della nostra storia, delle emozioni e dei desideri che hanno plasmato chi siamo. Ogni relazione ci lascia un segno, un’impronta nella mente e nella vita, e anche dopo la fine, quella traccia resta viva. È come se entrassimo in una casa che non abitiamo più, ma che conosciamo a memoria. Ne ricordiamo il profumo, i rumori, la luce. Non è più casa nostra, ma continua a evocare un senso di familiarità e nostalgia. Questo accade perché l’ex rappresenta una parte di noi, un capitolo della nostra storia che, anche se chiuso, conserva un significato affettivo. Nella mia esperienza clinica, molte persone scoprono che non si può davvero dimenticare un ex, perché ogni relazione contribuisce a costruire la nostra identità e la nostra capacità di amare. Anche dopo la rottura, ciò che abbiamo imparato da quella relazione resta parte della nostra evoluzione. In sintesi: incontrare un ex significa rivedere un frammento della propria vita che, pur appartenendo al passato, continua a insegnarci qualcosa sul presente. Perché si torna con l'ex: i due motivi principali Quando si parla di tornare con l'ex, ci si trova spesso davanti a due motivi principali, che nascondono molte sfumature e condizioni personali. 1. Si prova ancora un sentimento reciproco In alcuni casi, la fine di una relazione non spegne del tutto il sentimento. L’amore rimane, anche se ferito. Entrambe le persone sentono ancora qualcosa: affetto, curiosità o un legame profondo che resiste al tempo e alla distanza. Questa possibilità di “ritrovarsi” può nascere solo dopo che ciascuno ha vissuto un percorso di crescita personale, prendendo coscienza dei propri errori e delle proprie responsabilità. Tornare con l’ex, in questo senso, diventa un’occasione di rinascita. Se la coppia riesce a comunicare in modo nuovo, a cambiare le dinamiche di prima e a ricostruire la fiducia, la relazione può trasformarsi in qualcosa di più maturo. Serve tempo, consapevolezza e la voglia di affrontare le difficoltà con sincerità. “Ristrutturare” la relazione è possibile solo se entrambi accettano di demolire ciò che non funziona e di ricostruire insieme le nuove fondamenta del rapporto. 2. Si torna con l'ex per accontentarsi Al contrario, a volte si torna con l’ex per paura della solitudine o perché non si riesce a immaginare una nuova storia. La mente tende a ricordare i momenti positivi e a dimenticare quelli dolorosi, creando l’illusione che “forse non era poi così male”. In realtà, questa scelta spesso nasce da insicurezze, abitudini o dal bisogno di sentirsi al sicuro. In questi casi, tornare con l’ex non porta a una vera crescita, ma a una forma di adattamento. La coppia rischia di rientrare negli stessi schemi, nelle stesse dinamiche di conflitto o distanza emotiva. Si torna insieme non per amore, ma per paura di restare soli o per mancanza di fiducia nella possibilità di un nuovo inizio. In sintesi: tornare con l’ex può essere un atto di coraggio o una fuga dalla solitudine. La differenza sta nella consapevolezza con cui si compie questa scelta. Le sfide del tornare con l'ex Ricominciare con un ex partner può sembrare più semplice, ma spesso è un percorso pieno di sfide. Le vecchie ferite, la mancanza di fiducia o la comunicazione non risolta possono riemergere facilmente. La paura di commettere gli stessi errori è reale e spesso fondata. La paura di uscire dalla zona di comfort è uno dei principali ostacoli. Molte persone preferiscono un ritorno apparentemente sicuro piuttosto che affrontare l’incertezza di qualcosa di nuovo. Tuttavia, la felicità non nasce dall’abitudine, ma dal desiderio autentico di costruire un rapporto equilibrato e sano. La coppia che decide di tornare insieme deve imparare a creare nuove regole, a comunicare con onestà e a gestire i problemi in modo maturo. Non è un ritorno al passato, ma un passo verso un futuro diverso, se affrontato con impegno e autenticità. Conclusione: quando ha senso tornare con l'ex Tornare con l’ex non è sempre un errore, ma nemmeno una soluzione facile. La vera domanda è: perché voglio tornare con questa persona? Se la risposta nasce dall’amore, dalla crescita e dalla voglia di creare una nuova base, allora può essere una possibilità concreta di felicità. Ma se la decisione è spinta dalla paura, dal senso di vuoto o dall’abitudine, il rischio è quello di ripetere la stessa storia con un finale già scritto. Ogni persona deve trovare la propria strada, accettando che alcune relazioni finiscono perché hanno già compiuto il loro percorso. In sintesi: l’ex rappresenta una parte importante della nostra storia, ma non sempre la destinazione finale del nostro viaggio emotivo. A volte è proprio la fine di una relazione a dare inizio a un nuovo modo di vivere l’amore. FAQ sul tornare con l'ex Come capire se è giusto tornare con il tuo ex? Chiediti se entrambi avete davvero cambiato prospettiva e se esiste ancora una base di rispetto, fiducia e comunicazione. Se la risposta è sì, allora vale la pena esplorare questa possibilità con consapevolezza. Come capire se il mio ex vuole tornare con me? I segnali possono includere contatti frequenti, nostalgia espressa nei messaggi o curiosità verso la tua vita. Tuttavia, non sempre questi gesti significano amore: serve chiarezza e dialogo sincero. Come capire se si può tornare con un ex? Si può tornare con un ex solo se entrambi siete disposti a fare un lavoro profondo su errori e dinamiche passate. Senza cambiamento, il rischio è ripetere gli stessi problemi e le stesse situazioni di dolore. Quando è giusto tornare con l'ex? Quando la relazione passata aveva basi solide e oggi entrambi avete imparato dai vostri errori. Se la distanza ha portato crescita personale e nuova consapevolezza, il ritorno può essere una vera opportunità. Cosa significa tornare con l'ex? Significa dare un nuovo senso a una storia chiusa, ma non dimenticata. Tornare con l’ex può essere una scelta di amore maturo, oppure un passo dettato dalla paura: la differenza sta nelle motivazioni e nella voglia di cambiamento. È possibile tornare con l'ex dopo anni? Sì, può accadere. La vita cambia, le persone evolvono e talvolta si ritrovano con occhi nuovi. Tuttavia, serve coraggio per affrontare la distanza emotiva e costruire un nuovo equilibrio nella coppia. Se ti riconosci in queste riflessioni e stai vivendo una fase di incertezza dopo una relazione, possiamo parlarne insieme. Capire cosa rappresenta davvero l’ex nella tua storia personale è il primo passo per ritrovare equilibrio, serenità e la possibilità di vivere l’amore in modo più consapevole. ### Mi ha tradito, è colpa mia? Dottore, mi ha tradito. Questo vuol dire che è anche colpa mia? Ho delle responsabilità nel tradimento che ho subito? Domanda scomoda alla quale spesso viene risposto in modo un po' superficiale, dicendo che la colpa è sempre al 50%, che nella coppia la colpa sta sempre nel mezzo. In altri casi, altrettanto superficialmente, si dice: "No, perché alla fine è responsabile solo il traditore". Chi è responsabile del tradimento? Ora, se la vediamo così, sono potenzialmente vere entrambe le affermazioni. Cioè, se le vediamo in modo piatto, senza cercare di approfondire o scavare un po' nelle motivazioni che portano al tradimento, allora possono essere entrambe vere, in base a quale storia preferisci raccontare, a quale storia ti fa sentire più a tuo agio con te stesso, se hai subito un tradimento. La scelta del tradimento: responsabilità individuale Se invece dobbiamo approfondire, esplodere un po' il concetto, mi viene da dire che sono vere entrambe. Perché la scelta del tradimento, quindi l'azione del tradire, è sicuramente una scelta individuale. Come dico spesso, è un tentativo maldestro e potenzialmente mortale, ovviamente individuale, di risolvere un problema di coppia. È il traditore che sceglie di agire, è il traditore che sceglie di tradire, ed è quindi responsabilità del traditore il fatto che abbia compiuto un'azione simile. Questo penso sia abbastanza comprensibile e chiaro. Tradimento e crisi di coppia: responsabilità reciproca? Dall'altro lato, sì, la colpa è solo di uno se guardiamo l'azione. Se guardiamo l'atto in sé, la responsabilità è del traditore. Se invece parliamo di colpa di entrambi, quando all'inizio del discorso ho detto che la colpa sta sempre nel mezzo, allora ci riferiamo al concetto di crisi di coppia. Se partiamo dal presupposto che il tradimento è sempre una conseguenza di una crisi di coppia, mai una causa di una crisi di coppia, allora sì, la responsabilità è reciproca. Anche tu, tradito o tradita, hai una responsabilità: quella di non aver lavorato a sufficienza, o di non aver lavorato insieme, per affrontare la crisi, di non aver capito quanto grave potesse essere questa crisi o quali conseguenze questa crisi potesse portare all'interno della relazione. La crisi di coppia come contesto del tradimento Rimane il fatto che poi l'azione del traditore è individuale ed è sua responsabilità, ma, come ho detto prima, risulta essere sempre un tentativo grossolano e maldestro, potenzialmente mortale, di risolvere individualmente un problema di coppia. Tradire per cercare di risolvere qualcosa che all'interno della coppia non funziona, che sia un tradimento di compensazione, di potere, di libertà, e via discorrendo: la responsabilità dell'atto è individuale, ma la responsabilità della crisi è di coppia. Quindi sì, anche tu, tradito o tradita, hai una responsabilità in questo. Condannare il traditore o affrontare il problema? Possiamo stare a condannare il traditore dicendo: "Non hai cercato di risolvere i problemi insieme a me". Va bene, hai fatto troppo male per far sì che questa cosa possa essere perdonata e hai distrutto troppo per dare effettivamente una nuova possibilità alla coppia. È possibile. Non c'è un giusto o uno sbagliato. Ognuno sa cosa può fare per il proprio benessere e la propria felicità, ma sollevarsi dalla responsabilità solo perché il proprio ego è stato ferito o tradito, attribuendo tutta la responsabilità esclusivamente al traditore, non solo per l'atto, ma anche per la crisi, è una spiegazione semplicistica. È anche una scusa per non affrontare il problema, per non andare oltre il tradimento, indipendentemente da cosa "andare oltre" significhi. Che sia rimanere insieme e darsi una nuova opportunità di essere felici, o lasciarsi e darsi una nuova opportunità con un'altra persona, al tradimento bisogna andare oltre per poter essere nuovamente felici, con il vecchio partner o con un nuovo partner. In questo modo non si è più condizionati. Attribuire solo al traditore la responsabilità del fallimento della relazione a causa del suo atto di tradimento è una spiegazione semplicistica e un modo per giustificare la propria mancanza di volontà di affrontare il problema e andare oltre. La necessità di andare oltre il tradimento Bisogna fare del bene a se stessi e, eventualmente, anche all'altro. So che questo ragionamento può sembrare un po' anacronistico o controintuitivo. Magari qualcuno adesso è anche un po' innervosito o infastidito da ciò che sto dicendo, però l'azione del tradimento è una responsabilità e una scelta individuale. La crisi, invece, è sempre di coppia e, sicuramente, nella coppia c'è una responsabilità anche del tradito, non solo del traditore. Vuoi perché non ha dato abbastanza ascolto a ciò che poi sarebbe diventato il traditore, vuoi perché non ha dato abbastanza spazio, vuoi perché non ha capito la complessità o la gravità della situazione e i rischi che questa poteva comportare. Forse ha dato per scontato alcune cose, o non ha voluto dare spazio alla crisi. Conclusione: Il tradito ha una responsabilità Anche il tradito, quindi, ha una parte di responsabilità nella crisi di coppia. Anche su questo ho fatto diversi contenuti, sulla crisi di coppia e su come poterla affrontare, e su come capire quando valga la pena dire basta o meno all'interno di una relazione. Te li consiglio. Fammi sapere cosa ne pensi, fammi sapere se questo discorso ti risuona o meno. Se vuoi raccontarmi la tua esperienza, penso che potrebbe essere utile anche per chi si trova in questa situazione in questo momento. A presto. ### E' possibile superare il tradimento? Ogni nuova relazione richiede di poter contare su se stessi, di essere sufficientemente consapevoli delle proprie caratteristiche e di affidarsi e fidarsi dell'altro. Proviamo, in questo articolo, ad elencare alcuni aspetti essenziali per la ricostruzione dopo un tradimento, di se stessi ed eventualmente della coppia. Punto 1: Capisci che il tradimento è un lutto Il tradimento è la perdita improvvisa dell'immagine e dell'idea di coppia che avevamo nella testa. Questo vale sia per il tradito che per il traditore, e bisogna farci i conti. Vivilo e affrontalo esattamente come se fosse un lutto. Punto 2: Comprendi le motivazioni del tradimento Quali sono le cause, le origini, le dinamiche e gli incastri che hanno portato uno dei due, o entrambi, a tradire il partner e il patto di fiducia su cui si basava la coppia? Esistono diverse motivazioni. Nel libro ho spiegato, oltre il tradimento, quali sono i quattro principali criteri, o categorie, alla base di un tradimento: il tradimento per potere, per libertà, il tradimento monade e per gerarchia. Ce ne sono diversi, e trovi anche una marea di video sul mio canale YouTube per approfondire l'argomento. È fondamentale capire le motivazioni alla base e non dire semplicemente: "Ah, se io scoprissi di essere tradito, chiuderei la relazione e andrei oltre". Puoi farlo, certo, ma chiudere la relazione non ti dà automaticamente la legittimità di non capire cosa è successo. Altrimenti, sarà un peso che ti porterai avanti per il resto della vita. Punto 3: Decidi cosa fare della tua relazione Non dire "se scoprissi un tradimento, interromperei subito la relazione", perché spesso, quando accade, non è mai come ce lo siamo immaginati. Prima capisci le motivazioni alla base, poi decidi cosa fare della relazione. Puoi interromperla, certamente, oppure puoi provare a salvarla. È una scelta individuale, prima di tutto, e poi di coppia. Ma è una scelta che viene fatta solo dopo i due passaggi precedenti. Punto 4: Lavora sul concetto di perdono Il perdono non significa solo perdonare il traditore, ma anche perdonare se stessi, sia che tu sia il traditore, sia che tu sia stato tradito. C'è una parte di noi che si sente sbagliata, affranta, umiliata, o in colpa, o ci sentiamo stupidi per quello che abbiamo commesso. Andare oltre il tradimento richiede perdono, prima di tutto verso se stessi. Indipendentemente dal fatto che si scelga di stare insieme o meno, il perdono è ciò che permette all'individuo, o alla coppia se sceglie di restare insieme, di vivere liberamente il proprio futuro, senza essere condizionati da ciò che è accaduto nel passato. Se, ad esempio, subisco un tradimento, interrompo la relazione e inizio una nuova relazione senza aver perdonato me stesso o chi mi ha tradito, rischio di portare avanti il retaggio del passato e compromettere la mia nuova relazione. Potrei essere ansioso, preoccupato, controllante, insicuro, facendo vivere alla mia nuova relazione colpe che appartengono al passato. Punto 5: Rafforza il concetto di autostima Proprio come il concetto di perdono, autostima, sicurezza e fiducia sono conseguenze del perdono, ma sono anche i pilastri fondanti di qualunque relazione. Ogni nuova relazione richiede di poter contare su se stessi, di essere consapevoli delle proprie caratteristiche e di fidarsi dell'altro, cioè di mettere i propri sentimenti, il proprio cuore e la propria testa nelle mani dell'altro. Questo è ciò che significa avere una relazione sentimentale. Se rimango guardingo rispetto alla relazione, in funzione di ciò che ho vissuto in passato, rischio di compromettere una potenziale relazione importante. Ovviamente, ci sono tante sfumature e considerazioni diverse che possono essere fatte. Ho cercato di sintetizzare e spiegare i cinque passaggi fondamentali che ogni persona, e ogni coppia, deve affrontare per poter dire: "Sì, sono andato, o siamo andati oltre al tradimento". ### Tradimento bianco: quanto è grave? Parliamo di tradimento bianco. Come sai, ho fatto tantissimi contenuti sul tradimento; è uno dei temi a me più cari. Trovi interviste, un libro, webinar, videocorsi, una marea di video su YouTube, ecc. Siccome in alcuni casi mi vengono fatte delle domande tipo "Può approfondire questo concetto? Può approfondire quell'altro?", ho recentemente realizzato un video sul tradimento virtuale. A seguito di quel contenuto, mi sono arrivate delle domande perché ho menzionato il tradimento bianco. Alcuni mi hanno chiesto: "Il tradimento bianco non è la stessa cosa del tradimento virtuale, giusto?" No, sono due cose diverse. Che Cos'è il Tradimento Bianco? Il tradimento bianco è quel tradimento in cui non c'è una componente sessuale, o meglio, non c'è solo il sesso fisico, ad esempio non viene agito. È caratterizzato principalmente da un coinvolgimento emotivo, quindi si può definire un tradimento emotivo. La Differenza tra Tradimento Bianco e Tradimento Virtuale Qual è la differenza con il tradimento virtuale? Il tradimento virtuale è un tradimento che avviene solitamente attraverso il web, il cellulare, o altri mezzi digitali. Qualcuno potrebbe obiettare: "Ma anche qui non c'è sesso". Attenzione, non è esattamente così, perché nel tradimento virtuale ci può essere sesso virtuale, scambio di immagini, audio, video messaggi, o anche telefonate in cui si fa sesso a distanza. C'è quindi una sessualizzazione della relazione. Nel tradimento bianco, questa componente non c'è, e questa è la grossa differenza. La Sessualità nel Tradimento Bianco Magari, nel tradimento virtuale non c'è un incontro fisico tra i corpi, ma questo non significa che non venga vissuta la sessualità: si può fare sexting, ad esempio. Nel tradimento bianco, questa componente non esiste: il tradimento bianco è privo della parte sessuale della relazione. Viene definito "bianco" proprio perché è il coinvolgimento emotivo a essere predominante. Il Tradimento Bianco è Meno Grave di un Tradimento Fisico? Non è detto che sia più o meno grave rispetto ad altri tipi di tradimento, perché, alcune volte, mi viene chiesto: "Dottore, se non c'è stato l'atto fisico, il tradimento è meno grave? O magari non si può nemmeno parlare di tradimento?". In altri casi, invece, mi dicono: "Dottore, anche se non c'è stato un contatto fisico, si può comunque parlare di tradimento?". Certo, dipende dal tipo di relazione. Le Diverse Reazioni al Tradimento Bianco Ci possono essere relazioni in cui la persona si sente più ferita da un tradimento emotivo rispetto a un tradimento fisico. Ci sono coppie che, invece, si sentono protette dal dire: "Ok, c'è stato un tradimento bianco, ma non è stato fisico, quindi va bene", il che permette di comprendere meglio la situazione. In altri casi, però, si sente dire: "Avrei preferito che mi avesse tradito fisicamente piuttosto che fare ciò che hai fatto". Il Coinvolgimento Emotivo nel Tradimento Bianco Il tradimento bianco è un tradimento emotivo, un tradimento in cui chi tradisce trova una complicità, una sintonia, un'intimità emotiva e intellettuale con l'amante, che non ha con il partner. Non è insolito che chi tradisce raggiunga con l'amante bianco un senso di intimità e condivisione profonda che non ha mai sperimentato nemmeno agli inizi della relazione o nel momento in cui la relazione era al suo apice con il partner ufficiale, ma lo vive con l'amante, con la relazione fedifraga. Il Tradimento Bianco è Meno Grave? In alcune situazioni si può dire che il tradimento bianco è meno grave; in altri casi non lo è affatto. Non c'è un giusto o sbagliato, né un più grave o meno grave: dipende dai significati che la coppia attribuisce alla relazione e attorno ai quali si organizza. Uomini e Donne Tradiscono Diversamente? Un'altra domanda che mi è stata fatta, alla quale forse vale la pena rispondere, è: "È vero che l'uomo tradisce più sul versante sessuale e la donna più su quello emotivo, quindi il tradimento bianco è una prerogativa femminile?" Assolutamente no, non è così. Se dovessi parlare di differenze di tradimento tra uomo e donna, direi che c'è solo una differente consapevolezza. La donna considera la possibilità che la relazione finisca nel momento in cui tradisce, mentre l'uomo tende a sottostimare questa eventualità. Non è vero che gli uomini tradiscono di più delle donne, né che le donne abbiano più tradimenti bianchi. Sono stereotipi che non trovano riscontro né nella mia esperienza né nelle ricerche. Il Tradimento Bianco e le Conseguenze Emotive La differenza è solo che la donna è più consapevole del fatto che il tradimento possa avere conseguenze concrete e potenzialmente distruttive per la coppia. Il tradimento bianco, comunque, è agito sia da uomini che da donne e consiste nella capacità di separare la sfera sessuale dal tradimento, mantenendo un grande coinvolgimento emotivo. Le Conseguenze del Tradimento Bianco Ci sono delle conseguenze in questo? Può essere meno grave o più grave? Come avete capito, però, ci sono delle conseguenze. Quello che vedo nella pratica clinica è che chi agisce un tradimento bianco non sempre è disposto a interrompere la relazione o a tagliare i ponti con l'amante, proprio perché si giustifica con il fatto che "non c'è stato nulla". Questo è potenzialmente rischioso, perché quando c'è stato un tradimento fisico, è legittimo chiedere che non ci sia più frequentazione con l'ex amante. Nel tradimento bianco, questo avviene meno frequentemente, e chi tradisce giustifica la possibilità che l'amante rimanga presente nella propria vita. Il Potenziale per la Riconciliazione nella Coppia Dall'altro lato, il tradimento bianco ha il vantaggio che, se la coppia trova le risorse per affrontarlo, può servire da monito e portare un messaggio, senza quella componente distruttiva che caratterizza il tradimento fisico. Non sto dicendo che il tradimento bianco sia meno grave di un tradimento fisico, ma che, se consideriamo il tradimento come una conseguenza e non come una causa di una crisi di coppia, nel caso del tradimento bianco la coppia può comprendere più facilmente le cause, senza essere distratta dalla componente sessuale che spesso crea confusione. Conclusioni sul Tradimento Bianco Questo è il tradimento bianco, che non è esattamente il tradimento virtuale: sono due cose completamente diverse. Il tradimento bianco può essere anche virtuale, ma ricordiamoci che deve essere privo della componente fisica e sessuale. Fammi sapere se è chiaro, cosa ne pensi, se l'hai vissuto o subito nei commenti, così da facilitare la discussione e portare un contributo anche ad altre persone che si trovano ad affrontare questa situazione. A presto! ### Di chi è la responsabilità di un tradimento? Il traditore agisce, si assume la responsabilità del tradimento, che diventa poi distruttivo per la coppia, ma il tradimento è e rimane sempre conseguenza e mai causa di una crisi di coppia. Di chi è la responsabilità del tradimento? Ora, questa è una domanda scomoda, e come tutte le domande scomode, implica una risposta apparentemente semplice: la colpa è del traditore. In parte è così, a un certo livello è così, ma ad altri livelli non lo è necessariamente. È chiaro che il tradimento, cioè l'azione del tradire, ovvero scegliere di andare emotivamente o fisicamente (o entrambi) con un'altra persona, è un tradimento ed è una scelta individuale del traditore. Il traditore sceglie autonomamente e individualmente di mettere in atto il comportamento di infedeltà, cioè di tradire il proprio partner ufficiale. Questa è una scelta individuale, la colpa è sua. Il contesto del tradimento: una responsabilità condivisa Se però usciamo dalla singola azione e iniziamo a ragionare in termini di contesto, di situazione, di relazione, ci accorgiamo molto spesso (almeno in tre situazioni su quattro – e dico così perché, come magari sai, nel mio libro Oltre il tradimento individuo le quattro categorie che caratterizzano il tradimento: le tipologie, le cause, le motivazioni, le conseguenze, e via discorrendo), che a parte la condizione di monade – su cui puoi approfondire con i numerosi contenuti pubblicati – tutte le altre sono condizioni in cui il tradimento ha un significato relazionale. Ovvero, il traditore agisce, si assume la responsabilità del tradimento, che diventa poi distruttivo per la coppia, ma il tradimento è e rimane sempre una conseguenza e mai la causa di una crisi di coppia. Le dinamiche di coppia che portano al tradimento Se guardiamo la questione da un altro punto di vista, se lo facciamo con un po' più di profondità, riusciamo a capire che le dinamiche che sottendono il tradimento e portano la persona (che, lo ripeto, autonomamente sceglie il tradimento, e di quell'azione è responsabile) a tradire, si trovano all'interno della dinamica di coppia. Una dinamica che, in qualche modo, è diventata disfunzionale, critica, malata. E quindi porta, erroneamente, il traditore a tentare una soluzione individuale che salva se stesso o se stessa da un problema di coppia. In pratica, il traditore cerca di salvare se stesso e agisce in modo egoistico, nel tentativo di risolvere un problema che in realtà è interno alla coppia. Le riflessioni sulla responsabilità condivisa Qui si aprono tante possibilità diverse, tante riflessioni e considerazioni diverse. E quindi, se è vero che la responsabilità dell'atto è solo di una persona, la responsabilità delle cause che hanno portato all'atto va inevitabilmente ricercata all'interno della coppia. Lì stanno le dinamiche che hanno portato al tradimento, e la responsabilità è inevitabilmente di entrambi, in percentuali, modalità e correlazioni diverse. Nel senso che il mio modo di essere, quello che stiamo vivendo, il suo modo di essere, e quello che stiamo vivendo insieme, possono diventare potenzialmente esplosivi fino a portare a un atto così distruttivo. Le dinamiche che contribuiscono al tradimento Infatti, all'interno di queste dinamiche (quelle che ho già descritto: dinamiche di potere, di libertà, il tradimento per gerarchia o legato al "lato oscuro", e via discorrendo – a parte il tradimento monade di cui ho già parlato), tutte queste dinamiche vanno sempre ritrovate all'interno della relazione di coppia. So che questa riflessione può sembrare scomoda e può far male a qualcuno. Non mi aspetto che tutti siano d'accordo, ma se riusciamo ad andare oltre il vissuto, la rabbia, la frustrazione, il dolore, e l'umiliazione vissuta se abbiamo subito un tradimento, riusciremo anche a comprendere quale ruolo abbiamo avuto nella situazione e nella relazione che, in qualche modo, ha stimolato il tradimento del nostro partner. Comprendere il ruolo del tradimento nella relazione Ovviamente, come ho detto prima, il tradimento è solo una delle possibili soluzioni o tentativi di soluzione individuale all'interno di un contesto di coppia problematico. È una scelta, e chi compie l'azione ne ha la responsabilità, ma è una conseguenza, non la causa. Se vuoi approfondire, ci sono il libro, i webinar e tantissimi contenuti sull'argomento che permettono di capire meglio tutto questo. La consapevolezza per costruire relazioni future più sane Quando dico che è necessario comprendere, lo dico in funzione della possibilità e della capacità di poter costruire nuovamente una relazione, di ricostruire una coppia. Non sto dicendo che capire significhi rimanere con il partner che ci ha tradito (può essere un'alternativa), ma significa diventare consapevoli delle dinamiche che io, che noi, abbiamo messo in atto all'interno della relazione, e che hanno portato a questo tipo di esito. Poteva avere esiti diversi, sicuramente, ma se divento consapevole di queste dinamiche, anche nelle mie relazioni future capirò quale è il mio contributo, cosa porto nella relazione. E se vedrò delle dinamiche simili, saprò come agire, sarò in grado di riconoscerle, e tutelerò, lavorerò e coltiverò la mia felicità. Conclusione: l'importanza di capire per crescere Fammi sapere cosa ne pensi. Ti aspetto nei commenti. A presto! ### Tradimento fisico vs tradimento emotivo Il tradimento fisico non può essere negato: l'emozione la vivo solamente io, nella mia testa, però posso anche far finta di non prestargli attenzione. Il tradimento fisico impedisce la messa tra parentesi e mi obbliga a guardarlo. Confronto tra Tradimento Fisico e Tradimento Emotivo Tradimento fisico contro tradimento emotivo: uno è più grave dell'altro, dottore? Uno viene perdonato più spesso rispetto all'altro? Allora, rispetto al concetto di gravità, come ho già detto in precedenti contenuti, è assolutamente soggettivo, è assolutamente qualcosa che non può essere valutato esternamente alla coppia. Ci possono essere dei tradimenti emotivi che sono delle vere e proprie vessazioni, delle violenze psicologiche, che magari non sfociano poi in un fattivo tradimento fisico. Ma si può dire che siano, ad esempio, meno gravi di tradimenti fisici? Ovviamente, questa è una scelta, una valutazione, un ragionamento che fa la coppia. Diciamo che la società, in qualche modo, percepisce e racconta il tradimento fisico come più grave di quello emotivo. Riflessione sulla Percezione Sociale del Tradimento Adesso proviamo a fare qualche ragionamento a riguardo. Prima, però, voglio evidenziare questo commento, una considerazione che ho ricevuto tramite messaggio da parte di una persona che evidentemente si trova a vivere un tradimento. Secondo me, è ricco di significato e vorrei condividerlo. Buonasera dottore, la mia è più una condivisione di pensiero che una domanda specifica. È un argomento che a volte faccio un po' fatica a individuare in un'unica direzione. Magari lei mi può aiutare: perché si dà così tanto valore al tradimento fisico? Le persone spesso finiscono una relazione soltanto perché c'è stato un tradimento fisico, quando magari si tradiscono come individui, non rispettano l'interesse dell'altro, non lo incoraggiano, ad esempio, nei suoi obiettivi, non lo supportano nelle sue scelte, a volte addirittura lo ostacolano. Non rispettano la famiglia, le dinamiche relazionali, cercando in qualche modo di cambiare la vera natura dell'altro, senza cercare di tirarla fuori per far fiorire la persona che hanno scelto e con cui vogliono, o dicono di voler, condividere la vita o un pezzo di essa. Tutto ciò non è forse ben più grave di un tradimento fisico? Come Valutare la Gravità del Tradimento: Fisico o Emotivo? Ora, è difficile rispondere e anche negare questo tipo di riflessione. Io non so dire se un tradimento fisico sia più grave di un tradimento emotivo. O meglio, non lo so dire in assoluto; lo saprei dire osservando le dinamiche specifiche di una coppia, lo saprei dire conoscendo i partner che stanno vivendo un tradimento, sia fisico che emotivo, perché riuscirei a comprendere quali sono i valori portanti della relazione. Probabilmente, tu che stai leggendo, sei più portato o portata, insomma, sbilanciato verso uno o l'altro, dicendo magari "questo lo potrei tollerare, magari questo no." Però, quando ti trovi dentro a vivere questo tipo di situazione, fidati che le cose cambiano. Quello che posso dire è che, come riportato all'interno di questo messaggio, il peso dato al tradimento fisico è sicuramente maggiore da parte della società rispetto a quello dato al tradimento emotivo. Questo penso sia legato a due fattori importanti, che sono sostanzialmente di natura culturale. Fattori Culturali che Influenzano la Percezione del Tradimento Il primo è che la società ci ha sempre insegnato, sino ad ora — ma secondo me le cose stanno cambiando un po' — che l'azione è più importante dell'emozione, e quindi il tradimento fisico viene percepito inevitabilmente come più grave di un tradimento emotivo. Il secondo aspetto, che secondo me impatta in maniera importante su questo tipo di percezione, è che il tradimento fisico non può essere negato: l'emozione viene messa sotto il tappeto, la vivo solamente io nella mia testa o, ad esempio, nell'intimità della mia casa. So cosa sto affrontando, so cosa sto subendo, però posso anche far finta di non prestargli attenzione, posso metterlo un pochino tra parentesi. Il tradimento fisico, invece, impedisce questa messa tra parentesi, mi obbliga a guardarlo e per questo non posso più sottrarmi alla consapevolezza di una crisi. Probabilmente, per questo motivo, il tradimento fisico viene visto come più grave e più pesante. Conclusione e Invito alla Discussione Ovviamente, queste non sono le uniche motivazioni. Anzi, ti invito a scrivere nei commenti quali sono le tue riflessioni, i tuoi pensieri, magari le tue motivazioni a riguardo. Questo è solo uno spunto che volevo lasciare per facilitare la riflessione reciproca. A presto! ### Come superare un tradimento Ho fatto un sacco di video e articoli sul tradimento. Ho trattato diversi argomenti come le tipologie di tradimento, le caratteristiche, i significati, e così via. In questo articolo, però, voglio ragionare su come superare un tradimento. Questo tema riguarda principalmente un lavoro sia su di sé, sia all'interno della coppia, e talvolta viene portato in terapia. Nonostante il terapeuta possieda una "mappa" e conosca quali sono le possibili direzioni percorribili per affrontare una difficoltà (in questo caso, superare un tradimento), non esistono strade già scritte. Ogni coppia e ogni persona percorrono il proprio percorso. È come se il terapeuta, da un lato, conoscesse la direzione da prendere e sapesse orientarsi con la "bussola", ma il tragitto preciso per arrivare a destinazione deve essere definito insieme alla persona, in base alle caratteristiche della storia, degli obiettivi, e così via. Premessa importante Una piccola premessa importante: in questo articolo cercherò di mettere insieme, in maniera cronologica, i passi necessari per poter affrontare e superare un tradimento. Magari faremo successivamente anche delle riflessioni, ma il concetto è questo: quando parlo di "superare il tradimento", non mi riferisco necessariamente a restare insieme o proseguire la relazione. Superare un tradimento vuol dire. innanzitutto, riuscire a tornare ad essere felici, sia stando con il partner, sia da soli, ma con la possibilità, con una certa tranquillità, di riaprirsi e perdersi in una nuova relazione. Superare un tradimento significa far sì che la ferita si rimargini e che, se dobbiamo usare una metafora, la "pelle" sia di nuovo sufficientemente spessa per poter resistere a eventuali nuovi urti che la vita ci presenta. Quindi, o si continua a stare con il partner e si cerca di essere più felici di prima, oppure si interrompe la relazione, ma si è comunque sereni con se stessi, pronti a vivere una nuova relazione. Step per superare un tradimento Ora, venendo agli step da affrontare all'interno di un percorso terapeutico (o meno), questi possono essere percorsi dalla coppia o dall'individuo nella propria intimità, non necessariamente con l'aiuto di un terapeuta. La terapia è solo una delle vie per risolvere i problemi della vita, anche se io, essendo terapeuta, credo fermamente nella sua efficacia. 1. Riconoscere il tradimento Il primo passo è definire cosa è successo: prendere atto del tradimento, prenderne consapevolezza e riconoscerlo. 2. Capire il significato del tradimento Esistono diverse motivazioni, significati e cause che innescano un tradimento. Come dico sempre, il tradimento è una conseguenza, mai la causa di una crisi. Ho realizzato molti video su questo tema: ti invito a studiare le varie cause e significati di un tradimento per capire meglio di che tipo di tradimento si tratta. 3. Riconoscere le proprie responsabilità Bisogna riconoscere le responsabilità da entrambe le parti, non necessariamente sull'atto del tradimento (che è una scelta individuale), ma sulla causa della crisi della coppia. La responsabilità del tradimento come azione è del traditore, ma la crisi della coppia è sempre responsabilità di entrambi. 4. Distruggere per ricostruire Si deve passare dalla distruzione delle sovrastrutture superflue della coppia. Questo processo permette di attraversare il dolore e capire se ci sono le basi per ricostruire la relazione o se, invece, è meglio separarsi. Questo è un bivio: andare oltre può significare restare con il partner o andare avanti da soli. 5. Il perdono Il perdono può essere alternato con il punto 4, perché talvolta i due processi avvengono in ordine diverso. Il perdono del tradimento ha a che fare con il perdonare se stessi e l'altro, ma soprattutto con un'idea individuale di liberazione. Il perdono non è sempre la soluzione a un tradimento, ma è una componente necessaria per andare avanti. 6. La ricostruzione Una volta raggiunto uno stato emotivo più lucido, si può valutare se ricostruire la relazione o sé stessi. La ricostruzione può avvenire in coppia o individualmente. Ricostruirsi da soli significa guarire la propria ferita emotiva per non condizionare le relazioni future. Conclusione Questi sono i sei step che una coppia attraversa quando affronta un tradimento e cerca di superarlo. Fammi sapere se, secondo te, ce ne sono altri. Se ti riconosci in questa situazione o l'hai vissuta, raccontami la tua esperienza: potrebbe essere utile ad altre persone che si trovano ad affrontare una delle sfide più difficili della vita. A presto! ### Le tecniche di seduzione Tecniche di seduzione mentale: funzionano davvero o sono un’illusione? Le tecniche di seduzione mentale sono un argomento che continua a suscitare curiosità, soprattutto sui social o durante i miei interventi pubblici. Nella mia esperienza clinica come psicologo e psicoterapeuta, ricevo spesso domande come: “Dottore, come faccio a sedurla?” oppure “Cosa devo dire al primo appuntamento per fare colpo?” In questo articolo voglio chiarire un punto fondamentale: le tecniche di seduzione e il modo di comportarsi al primo appuntamento non sono la stessa cosa. E capire la differenza può cambiare radicalmente il modo in cui viviamo le relazioni e l’attrazione mentale. Cosa si intende per seduzione in psicologia? In psicologia, la seduzione non è solo un insieme di gesti o parole studiati per attrarre qualcuno. È un gioco di comunicazione emotiva, in cui il linguaggio del corpo, la mente e il contatto visivo si intrecciano. La vera seduzione mentale nasce da una connessione autentica tra due persone, non da una strategia o da una finzione. La psicologia della seduzione ci insegna che la mente umana è attratta da chi trasmette sicurezza, empatia e curiosità genuina. Quando due persone si incontrano e si percepiscono davvero, entra in gioco qualcosa di profondo: la connessione mentale ed emotiva. Cosa sono davvero le tecniche di seduzione? Diciamolo subito: le tecniche di seduzione, prese alla lettera, sono una grande illusione. Possono sembrare efficaci nel breve periodo, ma nel lungo non costruiscono nulla di autentico. Il concetto alla base è questo: attraverso determinati comportamenti o strategie, dovremmo aumentare la probabilità che l’altro si senta attratto. Ma per farlo, serve conoscere e “prevedere” il comportamento altrui. E qui nasce il primo paradosso. Il paradosso della seduzione Chi usa una tecnica di seduzione finisce per concentrarsi sull’altro più che su se stesso. Ma se spendiamo tutta la nostra energia nell’analizzare l’altro per capire “cosa dire” o “come muoverci”, quanta ne resta per conoscere e valorizzare noi stessi? In terapia relazionale lo vedo spesso: chi cerca di “piacere a tutti i costi” rischia di smarrire la propria autenticità. E quando questo accade, anche l’incontro perde spontaneità e fascino. In sintesi: le tecniche di seduzione funzionano solo nel breve periodo, ma non aiutano a costruire legami veri. Seduzione o manipolazione? Un altro rischio delle tecniche di seduzione è quello della falsità relazionale. Se seduco l’altro mostrando una versione di me che non è reale, prima o poi quella maschera cadrà. E quando accadrà, l’altro scoprirà di essere stato ingannato. Domanda legittima: quanto tempo ci vuole prima che l’altro si accorga che non siamo ciò che abbiamo mostrato? E, soprattutto, cosa accade dopo? Anche se fossimo capaci di mantenere la maschera nel tempo, che vita di coppia sarebbe? Una relazione basata su un personaggio è destinata a crollare, proprio come un castello costruito sul bagnasciuga: alla prima ondata, tutto sparisce. In sintesi: le tecniche di seduzione mentale funzionano solo nel breve periodo, ma non aiutano a costruire legami veri, basati su connessione e consenso reciproco. Primo appuntamento: cosa fare davvero? Il discorso cambia se parliamo di come affrontare un primo appuntamento. Qui non si tratta di tecniche manipolative, ma di piccoli accorgimenti per sentirsi più sicuri, comunicare meglio e creare un clima di apertura reciproca. Come comportarsi al primo incontro L’obiettivo non è “conquistare”, ma incontrare. Questo significa essere autentici, disponibili e interessati a conoscere davvero l’altro. Alcuni consigli pratici di psicologia relazionale: Mantieni un contatto visivo aperto e naturale: gli occhi comunicano curiosità e rispetto. Osserva il linguaggio del corpo, tuo e dell’altro, per capire se l’atmosfera è rilassata. Ascolta con attenzione, senza pensare subito a cosa dire dopo. Mostrati come sei, anche con le tue piccole imperfezioni: è segno di sicurezza. Crea uno spazio di leggerezza e gioco, in cui entrambi possiate sentirvi a vostro agio. Quando l’attenzione passa dal voler piacere al voler conoscere, la seduzione mentale lascia il posto alla connessione emotiva. Come capire se c’è attrazione mentale? Capire se tra due persone esiste un’attrazione mentale è semplice: la conversazione fluisce, il tempo sembra passare velocemente e si percepisce un senso di sintonia. In questi casi, la mente e il corpo si coordinano in modo naturale, e si crea una connessione profonda fatta di scambio e comprensione reciproca. Segnali tipici di attrazione mentale possono essere: curiosità autentica verso l’altro; desiderio di ascoltare e capire; sorriso spontaneo e contatto visivo frequente; sensazione di familiarità o calma interiore. L’importanza dell’autenticità nella seduzione mentale Essere autentici non significa dire tutto di sé al primo incontro, ma mostrarsi coerenti con ciò che si prova e si pensa. Chi parte da questo atteggiamento non ha bisogno di “tecniche”, perché la vera attrazione nasce dalla reciprocità e dal rispetto dei propri confini. In sintesi: la seduzione mentale non è un gioco di potere, ma un incontro tra due persone che scelgono di mostrarsi senza maschere, con eleganza e gentilezza. Domande frequenti sulla seduzione mentale Le tecniche di seduzione mentale possono funzionare? Sì, ma solo nel breve periodo. A lungo andare rischiano di generare delusione e diffidenza. La vera forza è nella connessione, non nell’inganno. Cosa si intende per seduzione in psicologia? È la capacità di creare un legame autentico attraverso emozioni, empatia e comunicazione sincera, non con strategie o manipolazioni. Come capire se c’è attrazione mentale? Quando due persone si ascoltano davvero, condividono emozioni e mantengono il contatto visivo con naturalezza, allora la mente e il corpo sono in sintonia. Cosa attrae mentalmente un uomo o una donna? La sicurezza interiore, la gentilezza e l’autenticità sono elementi chiave che suscitano interesse e fascino mentale. Qual è la differenza tra seduzione e corteggiamento? La seduzione è il gioco sottile dell’attrazione e della comunicazione, spesso non verbale; il corteggiamento è un percorso più esplicito e dichiarato, con tempi più lenti e intenzioni chiare. Entrambi sono sani quando c’è consenso, rispetto dei confini e reciprocità. Quali sono i segnali di seduzione? Tra i segnali più comuni: contatto visivo morbido e frequente, sorriso autentico, orientamento del corpo verso l’altro, piccoli gesti di mirroring, tono di voce caldo, distanza interpersonale ridotta ma rispettosa. I segnali vanno sempre letti nel contesto e confermati con la comunicazione chiara del consenso. Quali sono le fasi della seduzione? Più che fasi rigide, parliamo di passaggi tipici: 1) attenzione (noticing), 2) scambio iniziale (saluto, apertura), 3) connessione (ascolto, auto-rivelazione leggera), 4) allineamento (valori e confini), 5) invito a rivedersi. La chiave è restare autentici e flessibili, evitando tecniche meccaniche. Come migliorare la seduzione? Lavora su sicurezza personale e benessere, cura di sé ed eleganza sobria, ascolto attivo, gestione dell’ansia (es. respirazione), consapevolezza del linguaggio del corpo, chiarezza delle intenzioni e rispetto dei no. La seduzione migliora quando cresce la connessione e si evitano strategie manipolative. Conclusione: la vera seduzione è la sincerità Le tecniche di seduzione mentale promettono scorciatoie, ma le relazioni autentiche si costruiscono con tempo, ascolto e verità. La vera “tecnica”, se così la vogliamo chiamare, è imparare a piacersi per poter piacere, e a comunicare con autenticità e rispetto. Se ti riconosci in questa riflessione o ti capita di sentirti insicuro nelle relazioni, possiamo parlarne insieme in un percorso di consapevolezza personale. Se vuoi approfondire, contattami per un primo colloquio. ### Filofobia: paura di amare Molte persone parlano di “paura di amare”, ma pochi sanno che, in alcuni casi, questo vissuto può trasformarsi in una vera e propria fobia specifica: la filofobia. In questo articolo esploriamo in modo chiaro e psicologicamente fondato le cause, i sintomi e le difficoltà che caratterizzano questa condizione, spesso chiamata anche paura dell’amore o paura di innamorarsi. Cos’è la filofobia La filofobia, dal greco philos (amore) e phobos (paura), è una paura intensa e irrazionale di amare o di lasciarsi amare. È considerata una fobia specifica secondo il DSM-5, il principale riferimento diagnostico in psicologia e psichiatria. Quando parliamo di fobie specifiche, ci riferiamo a paure incontrollabili e sproporzionate rispetto allo stimolo percepito come minaccioso. Chi soffre di questa condizione vive una forte ansia e un profondo timore del coinvolgimento emotivo. La persona filofobica sa razionalmente che non c’è un reale pericolo, ma prova una reazione sproporzionata quando si trova in situazioni di intimità o innamoramento. Questa reazione può includere sintomi fisici, comportamentali e psicologici, che rendono difficile la costruzione di legami affettivi stabili. Reazioni comuni nelle fobie specifiche Una fobia specifica si manifesta come una risposta emotiva e corporea eccessiva a uno stimolo temuto. Anche se la persona è consapevole che la sua paura è irrazionale, non riesce a controllarla. I sintomi più comuni includono: Tachicardia e aumento del battito cardiaco Sudorazione e tremori Fiato corto e tensione fisica Sensazione di perdita di controllo Evitamento della situazione percepita come pericolosa Questa perdita di controllo è ciò che caratterizza le fobie: un conflitto tra la parte razionale, che sa che non c’è un reale pericolo, e la parte emotiva, che reagisce come se ci fosse. Un esempio: l’aracnofobia Per comprendere meglio cosa accade in una fobia specifica, pensiamo a chi soffre di aracnofobia, la paura dei ragni. Anche solo vedere un ragno in una teca o in televisione può scatenare una forte reazione fisica: tachicardia, sudorazione, fiato corto, tremori e, in alcuni casi, veri e propri attacchi di panico. La persona sa che il ragno non rappresenta un pericolo reale, ma il corpo reagisce come se fosse in una situazione di minaccia. Questa è la stessa dinamica che si verifica nella filofobia: anche se non c’è un pericolo concreto, la paura di amare scatena una risposta emotiva incontrollabile. La filofobia e le relazioni sentimentali Nel caso della filofobia, lo stimolo fobico non è un animale o un oggetto, ma la possibilità di vivere un legame affettivo. Questo rende la fobia particolarmente complessa, perché l’amore e le relazioni sono una parte essenziale della vita emotiva di ogni persona. Chi soffre di paura di amare vive una costante contraddizione interiore: Da un lato, desidera la vicinanza e l’affetto; Dall’altro, teme di perdere il controllo o di soffrire. Questa ambivalenza genera ansia, confusione e senso di inadeguatezza. In molti casi, la persona filofobica adotta strategie di evitamento: evita di innamorarsi, tronca relazioni promettenti o preferisce rapporti superficiali, per non affrontare la vulnerabilità del coinvolgimento. Cause della filofobia Le cause della filofobia possono avere radici diverse, spesso legate a esperienze di dolore o rifiuto. Tra i fattori più comuni troviamo: Esperienze passate traumatiche, come abbandoni o tradimenti; Relazioni familiari complesse, in cui l’amore era fonte di sofferenza; Disturbi d’ansia e difficoltà nel regolare le emozioni; Paura del rifiuto o dell’abbandono, che genera evitamento; Un forte bisogno di controllo nella vita affettiva. In psicologia, la filofobia può essere interpretata come una forma di autoprotezione emotiva: la persona teme di rivivere il dolore legato a legami passati, e dunque costruisce barriere difensive per non soffrire ancora. L’altalena emotiva del filofobico La persona filofobica vive spesso una vera e propria altalena emotiva. Desidera innamorarsi, ma quando la relazione si fa più intima, prova paura e tende a fuggire. Questo continuo oscillare tra desiderio e paura può essere estremamente frustrante e logorante. Molti filofobici raccontano di sentirsi “non pronti” o “inadatti” alle relazioni, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in loro. Questa convinzione alimenta il senso di colpa, la solitudine e, in alcuni casi, una crescente ansia da prestazione emotiva. È importante ricordare che la filofobia non significa mancanza di sentimenti: chi ne soffre prova amore e desiderio di legame, ma teme le emozioni intense che esso comporta. Perché è difficile evitare la filofobia Mentre in altre fobie — come l’aracnofobia — si può evitare lo stimolo fobico, nel caso della filofobia questo è praticamente impossibile. Le relazioni fanno parte della quotidianità: non solo quelle sentimentali, ma anche familiari e sociali. La persona filofobica non può isolarsi del tutto, e per questo la sua paura dell’amore genera spesso un profondo conflitto interiore. Il desiderio di contatto e l’evitamento del coinvolgimento si alternano, impedendo di vivere pienamente la propria vita emotiva. Come capire se si è filofobici Può essere utile fare un piccolo test di autovalutazione per capire se si manifesta la paura di amare: Ti capita di sentirti soffocare quando qualcuno si innamora di te? Hai paura di essere ferito o di ferire l’altro? Interrompi le relazioni quando diventano troppo profonde? Ti senti più tranquillo quando eviti il coinvolgimento affettivo? Queste domande non costituiscono una diagnosi, ma possono aiutare a riconoscere la presenza di comportamenti di evitamento o emozioni di paura legate al legame affettivo. In sintesi La filofobia, o paura di amare, è una condizione psicologica complessa in cui la paura dell’amore interferisce con il naturale bisogno di legame e intimità. È una fobia specifica, riconosciuta dalla psicologia clinica, che nasce dal desiderio di proteggersi dal dolore. Comprendere le cause della filofobia e imparare a gestire le emozioni è il primo passo per affrontarla. Con un adeguato percorso terapeutico, è possibile superare la paura di innamorarsi e ritrovare fiducia nel contatto umano. Domande frequenti sulla filofobia Cosa vuol dire filofobia? È la paura intensa e irrazionale di amare o di essere amati, che può portare ad evitare relazioni affettive e sentimentali. Come capire se si è filofobici? Quando la paura di amare e la paura dell’amore portano a evitare il coinvolgimento o a interrompere relazioni anche significative. Quando il filofobico si innamora? Può accadere, ma l’esperienza è vissuta con ambivalenza: da un lato il desiderio di legame, dall’altro il timore della perdita di controllo. Come si guarisce dalla filofobia? Attraverso un percorso di psicoterapia che aiuti la persona filofobica a riconoscere i propri meccanismi di difesa, gestire l’ansia e sviluppare una relazione più sicura con sé e con gli altri. Vuoi approfondire? Se ti riconosci in queste dinamiche o vivi con la paura di innamorarti, puoi contattarmi per parlarne insieme. Un percorso psicologico può aiutarti a ritrovare fiducia, equilibrio e serenità nelle relazioni affettive, affrontando con consapevolezza la paura di amare e ricostruendo la libertà di vivere i propri sentimenti. ### Perchè attraiamo sempre la stessa tipologia di partner Una domanda apparentemente semplice e superficiale, ma in realtà estremamente profonda, che implica, per ottenere una risposta, una certa conoscenza di sé e una certa onestà intellettuale. La Nostra Attrazione è Guidata dai Bisogni Personali Nel momento in cui ci avviciniamo a qualcuno, nel momento in cui troviamo interessante una persona e magari iniziamo a frequentarla, è chiaro che lo facciamo in funzione, prima di tutto, di un bisogno individuale: la volontà di avere una relazione con questa persona perché riteniamo che possa essere per noi arricchente, importante, fonte di sviluppo, crescita, benessere e così via. Speriamo, inoltre, di poter essere altrettanto per la persona che stiamo frequentando. La Scelta del Partner non è Mai Casuale Ora, la scelta del partner non è mai casuale. O meglio, noi, in una maniera un po' inconscia e indefinita, facciamo estrema fatica a raccontare con chiarezza perché ci sentiamo attratti da una persona. Sentiamo che proviamo qualcosa, che abbiamo il desiderio, ad esempio, di conoscerla, di perderci nella relazione. Questo accade perché, in qualche modo, c'è una risonanza, spesso implicita e inconscia, tra i nostri desideri e quello che l'altro ci comunica, e ciò che pensiamo di vedere e speriamo di trovare nell'altro. Perché Sentiamo Attrazione Senza Capirne il Motivo? Sentiamo questa attrazione senza riuscire a decifrare bene cosa ci sia di preciso, magari riuscendo a identificare una, due o tre caratteristiche. Tuttavia, l'insieme, soprattutto quando la relazione diventa potenzialmente importante, è molto più ampio, e non è detto che siamo pienamente consapevoli dei nostri desideri e bisogni, almeno non in modo così chiaro, esplicito o cognitivo. Piuttosto, lo siamo in una maniera più emotiva: sentiamo che la persona ci attrae, ci interessa, e vogliamo darci l'opportunità di scoprire se questa sensazione, questo intuito, ha ragione. Attraiamo il Partner che Pensiamo ci Serva Allora ci perdiamo, iniziamo questo balletto relazionale e, udite udite, rispetto alla domanda iniziale "Perché attiro sempre lo stesso tipo di partner?", la risposta è che attrai il tipo di partner che pensi ti serva. Non è che attiriamo sempre lo stesso tipo di persona: attraiamo il tipo che sentiamo essere per noi necessario, rilevante. Quindi non possiamo scegliere di attrarre una tipologia diversa di persone, perché la risonanza tra i nostri bisogni e ciò che cerchiamo nelle persone si attiva quando sono presenti determinate caratteristiche. Il Mismatch tra Desideri e Bisogni È quindi improprio dire "attiro sempre quella tipologia di persone", perché probabilmente è la tipologia che senti di desiderare o di necessitare. La questione diventa più complicata quando, con il senno di poi e dopo una serie di esperienze potenzialmente fallimentari, ci rendiamo conto che le persone che attraiamo sono per noi quelle sbagliate. Questo è un altro tipo di problema. Comprendere i Propri Bisogni per Evitare Relazioni Sbagliate Se partiamo dal presupposto che attraiamo le persone che riteniamo essere per noi interessanti, utili, importanti, attrarremo sempre quella tipologia di persone. Il problema nasce quando ci rendiamo conto che quella tipologia di persone non è poi ciò che ci serve. Allora si verifica un "mismatch", un delta, tra ciò che pensiamo o siamo portati inconsciamente a cercare e ciò che effettivamente otteniamo. E a quel punto il discorso cambia. Perché Attiriamo Partner Sbagliati? La domanda diventa: perché attiro sempre lo stesso tipo di persone, che però si rivelano sbagliate per me? La risposta è che probabilmente devi cercare di capire con maggiore chiarezza quali sono i tuoi bisogni e le tue necessità, farlo con sincerità, e magari farti aiutare da un professionista. Ma ci sono anche altre strade che puoi intraprendere per capire cosa ti serve davvero. Interpretare i Messaggi del Partner per Relazioni Più Appaganti Dovresti poi cercare di comprendere quali sono i messaggi che una persona potenzialmente interessante ti manda, chiedendoti: "Posso o saprò soddisfare questi bisogni?". Il punto critico è che spesso c'è una mancanza di consapevolezza riguardo ai nostri veri bisogni, insieme a un fraintendimento dei segnali che l'altro ci invia. Tendiamo erroneamente a credere che quel tipo di persona, con quelle caratteristiche e comportamenti, sia adatta a soddisfare i nostri bisogni. Inconsapevolezza dei Propri Bisogni Di solito, c'è una doppia mancanza: da un lato, l'inconsapevolezza dei propri bisogni; dall'altro, una male interpretazione della comunicazione dell'altro. Riteniamo che, siccome l'altra persona si comporta in un certo modo, ci sentiamo attratti, perché crediamo che quel comportamento sia in linea con la soddisfazione dei nostri bisogni. Ma, in realtà, non conosciamo i nostri bisogni, e questo è un primo passo di conoscenza di sé, che può essere oggetto di attenzione. Dobbiamo anche comprendere che, probabilmente, c'è un'errata interpretazione dei messaggi dell'altro: le caratteristiche che vediamo nell'altra persona non sono quelle che ci servono per soddisfare i nostri bisogni. Esempi di Relazioni Sbagliate e Come Correggerle È una storia comune. Si sente spesso dire: "Attraggo solo persone interessate al sesso", oppure "Attraggo persone che diventano prepotenti nella relazione" o ancora "Attraggo persone che non sono particolarmente disponibili". All'inizio magari c'è coinvolgimento, ma tutto si raffredda presto. Questi sono solo esempi superficiali; per dare una risposta dettagliata, bisognerebbe conoscere i dettagli della situazione. Ma partiamo da qui e chiediamoci: cosa sto cercando? Cosa mi serve davvero? Capire i Propri Bisogni e Le Dinamiche di Attrazione Sono attratto da una persona poco disponibile perché è concentrata sul lavoro, vive lontano, ha una vita complicata, magari con una famiglia alle spalle o una separazione? Sono io che cerco una persona così? Quali sono i miei bisogni che mi portano a cercare una persona di questo tipo? Magari ho paura di farmi coinvolgere troppo, ho paura di essere "fagocitato" dalla relazione e, per questo, cerco persone non completamente disponibili. Come Scegliere Partner con Caratteristiche Più Adatte Quando rispondi a questa domanda, inizi a capire che tipo di relazione devi cercare. Devi anche interpretare correttamente il messaggio che l'altra persona ti manda: è in linea con la soddisfazione dei miei bisogni? Se mi rendo conto che cerco persone non disponibili perché ho paura di perdere la mia autonomia, una volta chiarito questo punto, posso cercare qualcuno con caratteristiche diverse, come rispetto, attenzione, cura e libertà, e che condivide il bisogno di coltivare spazi personali, senza cercare qualcuno già troppo impegnato. Conclusione: Comprendere i Propri Bisogni per Relazioni Appaganti So che non è un discorso semplice da comprendere a primo impatto, ma il punto fondamentale è che attraiamo sempre la stessa tipologia di partner in funzione dei nostri bisogni. Se non siamo capaci di capire quali siano questi bisogni e di interpretare correttamente i messaggi dell'altro, ci troveremo in un mismatch: attraiamo sì una certa categoria di partner, ma non è quella che ci serve davvero. Fammi sapere se ti è chiaro, se questo discorso ti torna, e quali sono le tue esperienze. Come sempre, per facilitare la discussione, a presto! ### Stereotipi in psicoterapia #1: "Devo cavarmela da sol*" Ho deciso di fare una miniserie di tre articoli sugli stereotipi della psicoterapia. Il primo riguarderà l'idea che, alla fine, "il dottore non mi può aiutare, devo farcela da solo". Il secondo affronterà la convinzione che la terapia sia solo per affrontare problemi gravi. Il terzo esplorerà l'idea che la terapia sia un percorso indefinito e potenzialmente infinito. Questi sono tre stereotipi o falsi miti, chiamali come preferisci. Il concetto è che sono tutte convinzioni in qualche modo errate o che richiedono comunque un approfondimento per poter essere comprese, padroneggiate, e, ovviamente, anche utili al nostro benessere, al nostro percorso verso il benessere. Il Primo Stereotipo: "Devo Farcela da Solo" Partiamo dal primo che ho menzionato, cioè l'idea che, alla fine, "dottore, io devo aiutarmi da solo". Questa è un’affermazione che si sente spesso, capita durante la prima telefonata con la persona che mi chiede aiuto, piuttosto che durante il primo colloquio o nella fase iniziale della terapia. A volte emerge anche in un momento più avanzato del percorso, quando la persona, in maniera quasi sconsolata, quasi rassegnata, dice: "Alla fine, dottore, devo aiutarmi da solo". Sono d'accordo, è verissimo. Io penso che questa affermazione contenga una grande verità sul percorso di terapia, nel senso che lo psicologo o lo psicoterapeuta non è una persona a cui delegare la responsabilità dei propri problemi. Anzi, il processo di cura parte proprio dall'assunzione di responsabilità nel provare a risolvere i propri problemi. Lo psicologo non è qualcuno a cui si va e si dice: "Bene, ho questo problema, facciamo un esempio, l'ansia o gli attacchi di panico, risolvili tu". Non funziona così. C'è sempre una parte in cui chi soffre deve aiutarsi da solo, proprio perché è la sua vita e deve assumersi la responsabilità del proprio processo di cura e guarigione. Questo non significa scaricare il barile, né adottare una posizione poco operativa o concreta da parte dello psicologo, assolutamente no. Significa dare agency, cioè la capacità alla persona di fronteggiare la propria difficoltà tramite l'aiuto di un consulente, in questo caso lo psicologo. Confronto con Altre Discipline Questa è una cosa che in altri contesti, interventi e discipline è estremamente chiara, cioè l'idea che sia la persona che si rivolge a un consulente a doversi prendere cura di sé e a cavarsela da sola, o da solo in alcuni casi. In altri ambiti, la stessa idea di delega è invece completamente presente e scontata. Mi spiego meglio: se si ha a che fare con una disciplina medica, quindi ad esempio c'è un problema medico o un problema organico, si va dal medico e la relazione è estremamente verticale. Il medico è colui che sa, e il paziente, la persona che ha bisogno di aiuto, è colui che deve essere aiutato. Il paziente si pone nelle mani del medico, che interviene sul problema clinico, quindi non ha bisogno di conoscere, ad esempio, la storia della persona, le sue caratteristiche o il perché di un determinato comportamento. Magari ha delle idee o ipotesi su quale possa essere la causa del problema e dà delle indicazioni sulla cura. In qualche modo, dice al paziente ciò che deve fare e si aspetta che il paziente lo faccia. Premesso che anche qui c'è una agency, c'è un'assunzione di responsabilità da parte del paziente nel suo percorso di cura, la relazione è comunque caratterizzata da una verticalità. Il medico rimane in qualche modo "sopra" rispetto al paziente che chiede la consulenza. La Relazione Terapeutica: Un Percorso Orizzontale Nel percorso di terapia, questo sbilanciamento, questa verticalità, non esiste. Esiste solo nella misura della competenza del terapeuta, che può aiutare la persona, ma la relazione è orizzontale, non verticale. Il terapeuta è l'esperto del problema, ma c'è tutta una parte di relazione che deve essere costruita, approfondita e navigata, affinché poi sia il paziente ad assumersi la responsabilità. In altre discipline e contesti, questo meccanismo è estremamente chiaro. Provo a fare un esempio: se vai da un personal trainer, chiedi una consulenza e dici "I miei obiettivi sono perdere peso, mettere massa muscolare, tonificare questa parte o prepararmi per una gara", l'idea di doversi assumere la responsabilità del risultato è già chiara nella mente della persona che si rivolge a questo tipo di professionista. Si pone già in una posizione attiva: ricevo un piano di allenamento, ma non posso sicuramente chiedere al personal trainer di fare l'allenamento al posto mio, quindi mi assumo questa responsabilità. Lo stesso vale se vado da un nutrizionista o dietologo perché voglio perdere peso o avere un piano alimentare più equilibrato. Chiedo aiuto al consulente, ma non mi aspetto che sia il nutrizionista a seguire il mio piano alimentare. So già, quando mi rivolgo a un professionista di questo tipo, che devo svolgere la dieta o seguire il regime alimentare da solo. Il Confronto con la Relazione Medico-Paziente Se si va dal medico, come ho detto prima, è un po' diverso. Se si va dallo psicologo, molto spesso, siccome viene percepito come una figura a metà, è più difficile capire questo concetto. Tuttavia, è più simile all'esempio del personal trainer o del nutrizionista che a quello del medico, per due motivi: uno, perché la relazione è orizzontale; due, perché non ci si può aspettare che tramite l'applicazione della mera tecnica o strategia, o del mero percorso di terapia da parte dello psicologo, si possano ottenere risultati. Il principio di delega, se vogliamo, è vero soprattutto nell'ambito medico, ma non in quello psicologico. Assunzione di Responsabilità nella Terapia Questo cosa significa? Che è vero che devi cavartela da solo ed è altrettanto vero che lo psicologo è il tuo consulente, la persona a cui chiedi aiuto quando senti di avere una difficoltà che ha a che fare con un piano psicologico, emotivo, relazionale o cognitivo della tua vita. Ossia, hai qualcosa che non può essere risolto da un medico, da un nutrizionista, da un fisioterapista o da un personal trainer. Allora ti rivolgi allo psicologo per tutte quelle questioni che riguardano il tuo benessere mentale, un termine ampio ma efficace. Ti rivolgi al terapeuta, che avrà una sua autorevolezza nel guidarti all'interno del tuo percorso di cura, ma poi l'allenamento lo devi fare tu, la dieta la devi seguire tu, la cura di te stesso è una tua assunzione di responsabilità. Conclusione: Il Ruolo del Terapeuta come Consulente Questo per dire, come ho citato all'inizio dell'articolo, che sono assolutamente d'accordo con il concetto che "alla fine devo cavarmela da solo", purché tu, in prima persona, lo abbia davvero compreso. Cavarsela da solo non vuol dire non fare riferimento a qualcuno, ma assumersi la responsabilità del processo di cura. Quando hai una difficoltà, ad esempio fisica, scegli un consulente; oppure vuoi fare un allenamento, scegli un consulente e chiedi il suo parere, chiedi il suo aiuto, e poi te la cavi da solo. Quando vuoi fare una dieta, chiedi il parere di un consulente e poi te la cavi da solo. Quando vai da uno psicologo o psicoterapeuta, chiedi un parere, scegli il professionista, scegli la figura di riferimento, e poi te la cavi da solo. Questo non vuol dire essere abbandonati, ma vuol dire assumersi la responsabilità della propria fatica, sia nello stare bene sia nello stare male. Quindi, è uno stereotipo, sì, ma il terapeuta deve essere visto assolutamente come un consulente che ti aiuta a conoscere meglio te stesso, a ragionare su tematiche che magari sono difficili da affrontare in autonomia o che sono difficilmente comprensibili da soli. Cioè, nella propria testa, porti queste questioni all'interno della stanza, e attraverso la relazione con il terapeuta e le competenze del terapeuta, queste vengono approfondite, esplicitate, rese progressivamente sempre più chiare e consapevoli, in modo tale che poi sia tu a prenderti cura di te stesso. "Dottore, me la devo cavare da solo". Sì, assolutamente, ma puoi anche scegliere la consulenza di qualcuno. La Tua Esperienza in Terapia Fammi sapere se questo discorso ti è chiaro. Fammi sapere qual è stata la tua esperienza in terapia, se ne hai già svolta una o più di una, o se è qualcosa che ti ha sempre incuriosito ma che non hai mai intrapreso. A presto. ### Arrivo di un figlio: come cambia la sessualità? Abbiamo appena avuto un figlio, la nostra coppia è in crisi e la nostra sessualità forse lo è ancora di più. In questo articolo, analizziamo cinque aspetti che influiscono sulla coppia, sul suo equilibrio, e soprattutto sulla sessualità, nel momento in cui arriva un pargolo. 1. Riduzione del Tempo e dell'Energia Disponibile Quando nasce un figlio, inevitabilmente cambiano le dinamiche all'interno della coppia, e cambia soprattutto il tempo che ogni membro può dedicare a se stesso e alla coppia stessa, quindi al partner. Allo stesso tempo, siccome tutte le energie sono concentrate sul pargolo, anche l'energia emotiva disponibile si riduce. Capita spesso che si segua la routine del piccolo, si faccia fatica a metterlo a letto, ha le coliche, c'è da cambiarlo, farlo giocare, diventa richiestivo proprio quando uno dei due partner torna dal lavoro, e via discorrendo. A un certo punto, la sensazione è quella di esaurimento, di essere scarichi, di non avere più energie. Magari c'è il desiderio di passare del tempo con il partner, ma si è troppo stanchi, e quindi il bisogno primario diventa quello di poter staccare la spina, cioè mettersi letteralmente in off sul divano e provare a ritagliare un'ora per non pensare a niente. La coppia deve essere coltivata, la relazione deve essere coltivata, ma anche la propria salute mentale deve essere coltivata. È legittimo voler staccare, è legittimo volersi mettere in off, è legittimo anche dire: "Oggi scelgo di concentrarmi esclusivamente su me stesso perché sono talmente in riserva che devo recuperare energie". Se ci diciamo questo prima, se ne siamo consapevoli e lo legittimiamo all'interno della relazione, allora non necessariamente deve diventare argomento di tensione o di fatica nella coppia stessa. È chiaro però che avrà i suoi risvolti, soprattutto se il chiudersi in se stessi non è più solo a scopo di ripresa e di riposo, ma diventa sinonimo di isolamento. 2. Oscillazioni e Cambi nel Desiderio Sessuale Ci sono cambiamenti ormonali nella donna, ma ci sono anche cambiamenti ormonali nell'uomo di fronte alla genitorialità. Addirittura, c'è una trasformazione di alcune strutture cerebrali anche nell'uomo, nel papà. Ci possono essere momenti di picco, quindi con una forte carica erotica, anche se è piuttosto infrequente, ma anche momenti di scarica, dove l'attenzione è rivolta completamente altrove e la sfera sessuale, soprattutto nei primi mesi, non è così prioritaria, almeno per uno dei due. E di nuovo, non è solo per le donne, come solitamente lo stereotipo prevede. Quello che posso dire, rispetto all'esperienza che vedo all'interno della clinica, è questo: se da un lato una flessione della carica erotica è abbastanza fisiologica e può coinvolgere uno dei due partner o entrambi, al tempo stesso le coppie che riscoprono e rivivono la sessualità sono quelle che riescono a trovare e vivere nuove connessioni. Ovvero, trovano nuove dinamiche, riescono ad avere una visione e una trasformazione della sessualità, esattamente come stanno vivendo una visione e una trasformazione della coppia. Stanno vivendo una riorganizzazione della coppia e, con essa, riorganizzano anche la sessualità. Queste sono le coppie che riescono a trovare con maggiore rapidità una nuova intesa sessuale, anche diversa e talvolta migliore rispetto a quella precedente. 3. Modifiche del Legame e del Rapporto Emotivo La sessualità e l'intesa sessuale in un rapporto duraturo e con sentimento, non nella mera prestazione, hanno a che fare con i cambiamenti e le trasformazioni emotive all'interno della relazione stessa. Quando arriva un bambino, questo aspetto impatta enormemente la coppia e, inevitabilmente, anche la sua sessualità. Questo è fondamentale poiché si innescano tante piccole dinamiche all'interno della relazione che, apparentemente, nulla hanno a che fare con il sesso, ma avendo a che fare con l'emotività, impattano sul sesso. Ad esempio, per cavalcare lo stereotipo, ci può essere una mamma che si aspetta che il papà sia più presente. Nonostante sappia che lui non può prendere la paternità e deve continuare ad andare a lavoro, nel momento in cui arriva a casa, si aspetta determinati comportamenti che lui magari non mette in atto per vari motivi. E così lei si sente sola nella gestione del figlio. Oppure ci possono essere papà che si trovano in difficoltà con l'avere una terza persona in casa, e vedono tutte le attenzioni della moglie orientate verso il bambino, sentendosi messi da parte e vivendo questo come una minaccia. Questi sono solo alcuni esempi comuni, ma ce ne sono davvero tantissimi. Ci possono essere anche esempi opposti: una mamma che si sente messa da parte perché il padre, una volta a casa, è tutto concentrato sul figlio. Da un lato prova molto piacere per questo, ma dall'altro si chiede: "Io esisto ancora come donna? Dove mi hai messo nella tua testa?" Anche qui, di nuovo, è impossibile fare tutto giusto. Anzi, non esiste neanche una ricetta per fare le cose giuste, perché ogni coppia funziona con dinamiche diverse. Ma diventare consapevoli di queste dinamiche è utile per riuscire a recuperare con maggiore velocità la connessione emotiva, inevitabilmente alterata da tutte queste novità e cambiamenti, dall'ingresso nella nostra vita di un bambino. 4. Adattamenti Fisici Questa è una cosa fondamentale da capire e da tenere in testa: il corpo della donna si è trasformato. Ha portato per 9 mesi, poco più o poco meno, un bambino nella pancia, e inevitabilmente deve riappropriarsi anche del suo corpo. Il suo corpo è cambiato, ma con esso cambiano anche tutte le dinamiche, le routine e i comportamenti che la coppia utilizzava all'interno della sessualità. Non solo la donna deve riappropriarsi del proprio corpo e riscoprirsi, chiedendosi: "Come sono cambiata? Quali sono state le trasformazioni? Come sarà il mio corpo d'ora in avanti?", ma cambiano anche tutti gli aspetti meramente pratici. Magari prima la coppia dedicava particolare tempo al sesso e poteva fare le cose con calma. Adesso questo non succede più, i rapporti diventano fugaci, frettolosi, e c'è l'ansia che il bambino possa svegliarsi, sentirli, o interromperli. Tutto viene fatto in modo più rapido, con meno tempo a disposizione. Anche qui, solo per fare degli esempi, ma ci sono degli adattamenti fisici sia nel corpo che nello spazio di casa, e questi di nuovo impattano sulla coppia e sulla sua sessualità. 5. Trasformazione della Comunicazione Ora non si deve più comunicare in due, ma in tre, tra tre persone. Al tempo stesso, la coppia deve trasformare la sua comunicazione e deve utilizzarla come via maestra per potersi riorganizzare, ristrutturare e adattare alla nuova dimensione: la dimensione di una famiglia con un bimbo piccolo. Come ho detto nei punti precedenti, è tramite la consapevolezza, la conoscenza, la sincerità riguardo a ciò che sta accadendo e la possibilità di parlarne, che la coppia in qualche modo si tutela dal terremoto che inevitabilmente dovrà affrontare all'interno della relazione. È sicuramente positivo, è una bella cosa, ma al tempo stesso implica tutti i rischi, le difficoltà e le fatiche, perlomeno da un punto di vista sessuale e dell'intimità, della sintonia, dell'organizzazione familiare e delle dinamiche che ne comporta. Fammi sapere cosa ne pensi, se ritieni queste considerazioni e consigli utili, e ti aspetto nei commenti. A presto! ### Sesso: come parlarne con il tuo partner La sessualità, esattamente come la relazione, si trasforma nel corso del tempo e noi non possiamo darlo per scontato. Ti sei mai chiesto come parlare di sesso con il tuo partner? Come provare a trovare l'incontro e la soddisfazione reciproca da un punto di vista sessuale? Bene, in questo articolo approfondisco questo concetto, provando a dare qualche spunto e consiglio di riflessione, in modo da migliorare la nostra comunicazione sessuale con il partner. Il Presupposto Fondamentale: La Sessualità è in Continua Trasformazione Innanzitutto, si deve partire da questo presupposto: la sessualità, esattamente come la relazione, è in continua trasformazione. Si cambia, si trasforma: a volte migliora, a volte peggiora, vive delle oscillazioni, proprio come la nostra relazione. E, come la relazione, anche la sessualità va coltivata. Vedo molte coppie commettere l'errore di concentrarsi solo sulla relazione, trascurando la sessualità. Queste coppie sviluppano spesso difficoltà sessuali o non raggiungono un pieno appagamento sessuale con il partner. Perché? Perché, pur impegnandosi a far funzionare la relazione, non dedicano la stessa intensità, fatica e attenzione alla sessualità. Non si può parlare apertamente dei propri desideri, fantasie o bisogni, e quindi ecco qualche consiglio su come rendere questa comunicazione più semplice. Punto 1: La Sessualità Va Coltivata La sessualità va coltivata. Non solo si trasforma come la relazione, ma va anche coltivata. Prova a chiederti, o a chiedervi: quanto tempo della nostra coppia, della nostra relazione, è dedicato a coltivare la sessualità? Attenzione, coltivare la sessualità non significa solo fare sesso o avere rapporti. Significa dedicare tempo per prestare attenzione all'altro, per stare attenti all'altro, per chiedere cosa vogliamo, per parlare dei bisogni dell'altro e dei nostri, e così via. Quanto tempo dedichi a coltivare la sessualità? Punto 2: Parlare e Ascoltare Apertamente Parlare e ascoltare apertamente significa essere capaci di instaurare un dialogo possibilista, plausibile e senza giudizio. Ognuno, all'interno della relazione, dovrebbe sentirsi libero di parlare delle proprie fantasie, bisogni e desideri, sapendo che dall'altra parte c'è un ascolto. Ascoltare significa prendere nota e cercare di capire ciò che viene detto per capire se è possibile soddisfarlo, o se interessa anche all'altro. Le fantasie sessuali non devono necessariamente essere condivise. Uno dei due partner può provare piacere nel soddisfare la fantasia dell'altro, anche se non la condivide del tutto. Magari è neutra, non particolarmente eccitante, ma poiché fa piacere all'altro, può diventare un gioco reciproco: io presto attenzione a te, e tu farai lo stesso con me. Quindi, parlare liberamente e ascoltare altrettanto liberamente. Punto 3: La Sperimentazione nella Sessualità Sperimentare. Potrebbe sembrare semplice: ogni volta che mi viene una fantasia, la proviamo e vediamo cosa succede. Ma non è così. Sperimentare significa essere nella condizione di poter provare delle cose senza pensarci troppo. Quando un partner, o entrambi, sentono la volontà di provare qualcosa di diverso, di dare sfogo a una fantasia, la sperimentazione diventa il modo per trovare l'equilibrio reciproco. La sperimentazione deve essere fatta sì per provare, ma anche per trovare un nuovo equilibrio, per non solo ricercare la novità, ma anche per aggiustare e correggere il tiro su qualcosa che è già presente. La sperimentazione ha questo senso, perché ci si rende conto che la fantasia e l'appagamento che ci si aspetta possono essere molto diversi da ciò che avviene nella realtà. Attraverso la sperimentazione, spesso si capisce che una fantasia è più bella se rimane tale, mentre in altri casi è più bello agire. Non sempre c'è una correlazione tra ciò che desidero, la fantasia ad essa annessa, e ciò che effettivamente l'appagamento del desiderio suscita in me in termini di emozioni positive, sensazioni, ecc. Conclusione: La Sessualità e la Relazione si Trasformano nel Tempo Questi sono dei consigli, ma il più importante di tutti è sicuramente il primo: valutare e considerare che la sessualità, esattamente come la relazione, si trasforma nel corso del tempo e noi non possiamo darlo per scontato. ### Relazioni tossiche Parliamo di relazioni tossiche. Mi viene molto spesso chiesto: "Dottore, sono in una relazione tossica. Come faccio a uscirne?" oppure: "Dottore, sto vivendo questa relazione che ho capito essere tossica, ma non riesco a capire cosa sto sbagliando." Ancora: "Dottore, sono in questa relazione individuata come tossica, ma non so cosa devo cambiare e se c'è la possibilità di risanarla, se c'è la possibilità di tornare a essere felici." Il Problema delle Relazioni Tossiche Ora, non voglio essere eccessivamente duro in ciò che sto per dire, ma cercherò di essere esplicito. Non voglio essere frainteso da questo punto di vista, però diciamo questo: il problema delle relazioni tossiche è che, come in molti aspetti della psicologia e del benessere della persona, non esiste nulla che, applicato a posteriori, cioè in maniera estemporanea e fredda, in funzione dell'etichetta "tossica" data alla relazione, possa funzionare. La verità è che nelle relazioni tossiche il risultato è quello, ma le cause possono essere molteplici, potenzialmente infinite e anche molto diverse tra loro. Quindi, non c'è un qualcosa che, applicato in maniera fredda come un cerotto alla conseguenza, cioè alla fine dell'evoluzione della tua relazione, possa trasformare la relazione in sana improvvisamente o permettere alla persona di andare oltre in maniera sana. L'esito è il medesimo, ma ciò che cambia è l'applicazione alla conseguenza della storia, in funzione del significato che ha assunto, cioè in funzione delle motivazioni che hanno reso quella relazione tossica. È lì che, allora, applicare quella tecnica, quella strategia, quel pensiero, quel cambiamento, quel comportamento risulta essere efficace. Perché, se le guardiamo dalla fine, le relazioni tossiche sono tutte uguali: sono dolore, confusione, perdita di sé stessi, investimento eccessivo, incapacità di mettere d'accordo la testa e la pancia. La testa dice "dobbiamo chiuderla, è finita," la pancia dice "no, diamo ancora una possibilità, tu non puoi stare senza di lui o senza di lei," e ci si costringe in questo vortice, cercando paradossalmente di uscire da questa buca scavando, cioè andando sempre più in profondità. Non esiste nulla che, applicato a questa condizione in maniera estemporanea, possa improvvisamente far star bene. E se funziona, è per puro caso, addirittura per fortuna, perché riesce ad agire, guarda caso, proprio sulla causa che ha portato all'instaurarsi e all'evolversi di questa relazione tossica. Per riuscire a risolvere le relazioni tossiche, è necessario capire qual è il principio di degenerazione, cioè qual è l'innesco della tossicità, e solo dopo comprendere perché si sia arrivati a un certo punto e applicare l'eventuale strategia, risoluzione, cambiamento comportamentale e via discorrendo. I Diversi Criteri di Tossicità nelle Relazioni I criteri di tossicità sono tantissimi e diversi. Ho fatto anche diversi video in cui li esprimo in maniera più netta e chiara. Ho parlato, ad esempio, di un principio di tossicità strutturale legato all'organizzazione stessa della coppia. La distanza, ad esempio, è un potenziale fattore di tossicità: una relazione a distanza prevede delle fatiche, rispetto all'impossibilità di vivere la quotidianità, la presenza di altri, la presenza delle famiglie d'origine, la gestione del tempo della coppia, difficoltosa in funzione dei lavori che i due partner svolgono. Ci sono principi di tossicità personologica, legati alla struttura di personalità dell'individuo, come nel caso di un dipendente affettivo, un narcisista o una codipendenza. Ci sono principi di tossicità ideologici, legati all'idea che uno o entrambi i partner hanno della relazione, come il pensare che l'amore debba essere sofferenza, fatica, o basato su un certo livello di possessività; che l'amore debba prima essere devastante e poi, solo successivamente, sbocciare e diventare eterno. Sto andando molto veloce, ma solo per far vedere quanti principi diversi di tossicità e fattori di rischio esistono. Questa è una parola chiave: fattori di rischio. Perché tutti quelli che ho raccontato sono esclusivamente fattori di rischio; non è detto che una relazione a distanza sia necessariamente tossica. Ci sono relazioni a distanza che sono felici, perché i due partner sono felici. Però non si può dire che la distanza non sia un fattore di rischio di tossicità, perché è in termini di fattori di rischio che dobbiamo riflettere, ossia su quanto e come la situazione che viviamo ci espone a rischi strutturali, personologici, ideologici. Fattori di Rischio nelle Relazioni Tossiche I fattori di rischio attecchiscono sulla base di due variabili: da un lato, gli aspetti individuali, cioè l'insieme delle caratteristiche e sensibilità, spesso definiti come carattere, autostima, fiducia in sé stessi, paura del rifiuto, paura dell'abbandono e via discorrendo. Questi si combinano con le esperienze che la persona ha di sé nelle sue relazioni passate e in quella attuale. Quindi, ci sono almeno questi due livelli che, combinandosi tra loro, possono diventare mitigatori, abbassando il potenziale fattore di rischio, o cassa di risonanza, aumentandolo. In funzione delle caratteristiche individuali e della coppia, i potenziali fattori di rischio si concretizzano e si trasformano in una relazione tossica, che però è sempre solo una degenerazione del combinarsi di questi due elementi in relazione ai fattori di rischio di tossicità che ho descritto prima. Quindi, da un lato c'è la persona con le sue caratteristiche, la sua individualità e la sua personalità, dall'altro c'è il partner e la relazione che i due hanno, che è diversa dalla semplice somma dei due partner. Poi ci sono i fattori di rischio, cioè i principi di tossicità a cui la coppia è esposta, come vivere a distanza (un rischio strutturale) o avere idee distorte su come dovrebbero essere le relazioni sentimentali (un rischio ideologico), o uno dei due partner con caratteristiche di personalità che fanno pensare a tratti narcisistici, anche se magari non è un narcisista patologico. Come Affrontare e Risolvere le Relazioni Tossiche È la combinazione di tutti questi elementi che determina la tossicità. E qui, cosa si fa quindi per affrontarla? Come si fa a cambiare? Una volta che abbiamo capito la causa, una volta che abbiamo definito quali sono i fattori di rischio che sono degenerati nel tempo e hanno portato allo sviluppo della tossicità nella relazione, ci sono diverse vie. Le diverse vie si dividono in varie strategie, ma le due principali sono: Cambiamento letterale, pratico e concreto: Soprattutto dal punto di vista strutturale. Se la coppia si rende conto che non riesce a viversi perché è distante, è necessario un cambiamento strutturale, come un trasferimento, una nuova progettualità, o una riprogettualità. Accettazione: Che non ha a che fare con la rinuncia, ma con la promessa. Se un dato di tossicità, potenzialmente strutturale come la distanza, non può essere cambiato per oggettive condizioni ostative, la coppia si trova di fronte a un bivio: accettare di vivere in una quotidianità lontana da quello che vorrebbe, mettendo in atto una progettualità che sul lungo periodo permetta di cambiare, o capire che non è in grado di accettarlo e interrompere la relazione. Lo stesso vale per la tossicità di tipo ideologico o personologico. Conclusione: Un Processo di Ingegneria Inversa per la Felicità Quindi, riepilogando: ciò che determina la tossicità deve essere individuato, e ci sono fattori di rischio che lo determinano, che possono essere strutturali, personologici o ideologici. I fattori di rischio attecchiscono sulla combinazione di due dinamiche: una sfera prettamente individuale, in funzione dell'idea che la persona ha di sé stessa, e una sfera legata all'esperienza che la persona ha nello stare con l'altro, con una parte legata alle esperienze pregresse e alla relazione attuale. Le vie per risolvere le relazioni tossiche sono due: la trasformazione (cambiamento) o l'accettazione (promessa). La coppia può intraprendere questo percorso nell'intimità della propria relazione o con l'aiuto di un professionista. È solo facendo questo processo di ingegneria inversa, partendo dalla crisi, dall'idea di vivere una relazione tossica, e tornando indietro, che si riescono a comprendere le cause e a capire quale strategia, quale cambiamento, quale percorso intraprendere per darsi l'opportunità di tornare a essere felici, insieme o individualmente. Non esiste strumento, strategia o comportamento che, applicato in maniera estemporanea alla degenerazione della tossicità di una relazione, possa essere efficace. ### Quando finisce l'amore Dottore, come faccio a capire che la relazione è finita? Come si capisce quando un amore muore, quando una storia finisce, quando il sentimento si spegne e sostanzialmente da amanti diventiamo amici o perfetti sconosciuti? Ci sono diverse fasi, ovviamente, che accompagnano questo processo. Provo a sintetizzarle e a fare qualche ragionamento, in modo tale da renderle più chiare a tutti ed eventualmente, se siamo ancora in tempo, a trovare un modo per recuperare la relazione stessa. Le fasi principali della fine di un amore Le fasi principali sono disillusione, disaffezione e indifferenza o apatia. Queste sono le tre, diciamo così, macro tappe che un amore può attraversare nel momento in cui muore. Scusate il gioco di parole, ma penso che renda bene l'idea. Disillusione La disillusione è la comprensione che ciò che si sta vivendo è estremamente lontano da ciò che si desidera, o meglio ancora, da ciò che sino a quel momento si era pensato potesse essere. Di solito si arriva alla disillusione nel momento in cui ci si rende conto che, da un lato, c'è una storia raccontata — ossia "noi possiamo essere quella cosa lì, possiamo avere queste prospettive, possiamo raggiungere questo equilibrio, possiamo diventare così" — ma quello che viviamo ora è completamente diverso, lontano, non in antitesi, ma lontanissimo da ciò che possiamo essere. Quindi, una storia raccontata idilliaca e una storia vissuta piena di fatiche, difficoltà, crisi e via discorrendo. E ancor più doloroso, ma molto frequente, è una percezione chiara che non si sta facendo nulla di concreto. Cioè, non sono chiari quali siano i passi per poter raggiungere poi la meta desiderata, cioè l'equilibrio e il benessere tanto ambito. Quindi, da un lato, una discordanza netta tra la storia raccontata (ciò che potremmo essere, le promesse che ci siamo reciprocamente fatti) e la storia vissuta (ciò che stiamo vivendo nella nostra quotidianità) e l'assenza di un percorso chiaro, di un tragitto, anche solo di un moto nella direzione desiderata. Disillusione: lui o lei inizia a temere di non essere più la persona giusta, lui o lei non è più la persona che voglio avere accanto, o meglio, non penso sia la persona giusta, non si è rivelato/rivelata la persona che desideravo. Disaffezione La disaffezione è fatta principalmente di un risentimento, successivo ovviamente alla disillusione, e ha a che fare con una presa di distanza emotiva e affettiva nei confronti dell'altra persona. Siamo poco interessati a trascorrere del tempo insieme, anzi, tendiamo a prenderci delle grandi boccate d'ossigeno. Diventiamo intolleranti a piccole cose che fino a quel momento magari non avevano destato risentimento. Smettiamo di essere curiosi, di voler condividere con l'altro qualcosa, fino a far montare progressivamente la rabbia, che non sempre è così esplicita, non sempre ha a che fare con il rancore. Alcune volte ha a che fare con l'idea di essere stufi, con l'idea di sviluppare una sorta di intolleranza o repulsione nei confronti della persona e via discorrendo. E questa, ad un certo punto, scema, cala, si svuota, cioè il sentimento, seppur negativo, vissuto all'interno della fase di disaffezione, diventa apatia, indifferenza. La persona, il partner, perde qualunque tipo di appeal o interesse per noi e inizia a essere, come dicevo prima, un amico, un'amica o addirittura un estraneo. Qualcuno con cui smettiamo di avere il piacere di stare, anzi, ci è completamente indifferente, senza significato. Se prima, nella fase di disaffezione, un'emozione, per quanto negativa, era presente (rabbia, fastidio, talvolta disgusto), nella fase successiva, dove ormai il sentimento è finito, la relazione — bisogna dirlo — è finita. Indifferenza Qui c'è il disinteresse. Magari si prova un affetto per ciò che è stato, un affetto per il percorso e il tragitto svolto insieme, per ciò che la persona rappresenta per noi, ma non abbiamo più un interesse esplicito, non sentiamo più la volontà o il desiderio di stare con l'altro. Lo stare con l'altro è completamente indifferente, non ci suscita nemmeno più rabbia. E questo, nella relazione, da un punto di vista personale, può essere anche estremamente faticoso, perché ci si può sentire in colpa, ci si può sentire sbagliati, malvagi, cattivi, i boia della situazione che in qualche modo mettono fine alla relazione e via discorrendo. Ma all'interno della relazione stessa, l'indifferenza inizia a fare da padrone e noi ci sentiamo progressivamente svuotati dalla relazione stessa. Nel senso che ci sentiamo sempre più scarichi di energie nel momento in cui siamo all'interno della relazione. Di conseguenza, va da sé che cerchiamo di stare il più lontano possibile, in modo tale da ricaricarci e ritrovarci. Conclusione Queste sono le principali tre fasi. Ovviamente ci sono tanti indicatori, ci sono tanti segnali, ci sono anche tante situazioni differenti. Ho fatto qualche esempio per cercare di essere il più chiaro possibile, ma fammi sapere la tua esperienza. Fammi sapere cosa ne pensi, se ti ritrovi o se hai vissuto queste diverse fasi nel momento in cui una tua relazione importante è finita. A presto! ### Come definire i ruoli in una relazione? Parliamo dei ruoli nella coppia: che cosa sono, come si modificano, come si incastrano tra i partner e come renderli soddisfacenti. Alla fine dell'articolo darò qualche consiglio su come ricontrattare e riorganizzare i diversi ruoli. Che cosa sono i Ruoli Partiamo dall'idea che ognuno di noi gioca dei ruoli in continuazione all'interno della propria vita, nei diversi contesti in cui vive e a cui appartiene. I ruoli sono come delle immagini; alcuni li definiscono delle maschere, con un'accezione positiva. Ovviamente non c'è nulla di falso nel giocare un ruolo o nell'immedesimarsi in un ruolo. I ruoli sono semplicemente le diverse forme di noi stessi che portiamo nei contesti in cui viviamo e che modifichiamo in funzione del contesto in cui ci troviamo. Ad esempio, io sono uno psicologo e quindi assumerò il ruolo dello psicologo o dello psicoterapeuta quando svolgo la terapia. Sono anche un marito e assumerò un ruolo da marito, quindi una versione diversa, diciamo così, di Matteo, nel momento in cui sono marito. Sono un papà e quindi avrò un ruolo diverso e un'immagine diversa che trasmetterò agli altri nel momento in cui vivo il ruolo del papà. Sono un amico, un figlio, e via discorrendo. Tutti questi ruoli, tutte queste versioni di me, sono tutte parte di Matteo, sono tutte parti coerenti della medesima persona che però si manifestano in modo diverso in base alla situazione nella quale vivo, mi esprimo e faccio le mie esperienze. Quindi, i ruoli sono le diverse forme di sé che ognuno porta e sperimenta nei diversi contesti di vita a cui appartiene. I Ruoli nelle Relazioni Sentimentali Nel momento in cui, ad esempio, siamo in coppia, useremo un ruolo; nel momento in cui siamo a lavoro, un altro; nel momento in cui siamo in famiglia nel ruolo dei figli, un altro ancora; con gli amici, un altro ancora, e via discorrendo. Non siamo sempre consci di questi ruoli. Ci rendiamo conto delle differenze, di come siamo in un contesto e di come in un altro contesto siamo diversi, ma non riusciamo a definire a tavolino, in anticipo, che cosa saremo e come ci comporteremo. Magari lo immaginiamo, ma poi viverlo è un'altra cosa. Nelle relazioni sentimentali i ruoli giocano un ruolo significativo, sono fondamentali per il benessere e il successo della relazione. Quante volte, ad esempio, iniziamo una relazione e diciamo: "Lui/lei è capace di far uscire la parte migliore di me," ovvero il ruolo che so giocare meglio, nel quale mi sento più me stesso o me stessa. Oppure diciamo: "Con lui/lei riesco a essere effettivamente me stesso/me stessa," quindi sono capace di mostrare più ruoli che per me sono significativi. Nel momento in cui incontriamo il partner della nostra vita o un partner particolarmente importante, l'incastro, l'unione, la correlazione tra i diversi ruoli è pressoché spontanea. La bellezza e la spontaneità nello stare con qualcuno è proprio legata a questo: alla facilità con cui i nostri ruoli si incastrano in una maniera quasi perfetta. All'interno di questa relazione ci sentiamo completi, appagati, sicuri, capaci, e via discorrendo. Quando i Ruoli non si Incastrano Perfettamente Nel momento in cui i ruoli non si incastrano perfettamente, ci troviamo di fronte a una potenziale fatica relazionale, a una crisi di coppia, e via dicendo. Attenzione, i ruoli, come tutte le parti all'interno di una relazione, necessitano impegno, fatica e attenzione. Può benissimo essere che all'inizio di una relazione i ruoli si incastrino perfettamente, ma poi ci trasformiamo, cambiamo, evolviamo, e così i nostri ruoli. Magari richiedono una ridefinizione. Per esempio, quante volte iniziamo una relazione e ci rendiamo conto che la persona che immaginavamo in una certa maniera, in realtà non è così, è diversa. Magari ci piace di più o, come spesso accade, ci piace meno e diciamo: "Ho preso un abbaglio, non è la persona giusta per me." Perché? Perché magari ci ha mostrato un ruolo, una parte di sé, ma quando iniziamo a vedere gli altri ruoli, ci rendiamo conto che non si combinano bene con i nostri. Riorganizzare i Ruoli nella Coppia Nel momento in cui c'è una fatica, magari una coppia insieme da tanto tempo, i ruoli richiedono una riorganizzazione, richiedono di essere sempre più organizzati e coesi tramite il balletto relazionale a cui la coppia è esposta. Vuol dire che se all'inizio ci sono tutti i presupposti per cui questi ruoli si combinino perfettamente, più andiamo avanti più la relazione si deve stringere e quindi questi ruoli devono diventare perfetti per poter permetterci di essere felici e stare bene con l'altro. Se questo non accade, può essere che non abbiamo lavorato a sufficienza sui nostri ruoli. Può essere che la vita ci abbia messo di fronte ad altre fatiche, che ci troviamo costretti a trasformarci perché la vita ci impone delle sfide, anche positive: magari ci sposiamo, nasce un figlio, ci dobbiamo trasferire. Mille cose diverse che fanno emergere nuove parti di noi che magari non conoscevamo bene, perché dobbiamo giocare nuovi ruoli in questa vita e, con l'altro, abbiamo una progettualità. Come Lavorare Attivamente sui Ruoli di Coppia Quindi, come si fa? Cosa possiamo fare per riuscire a lavorare attivamente su questi ruoli e trasformarli progressivamente per renderli sempre più un incastro perfetto con l'altro? Ecco quattro punti che secondo me sono importanti da tenere a mente: Punto 1: Partire da Noi Stessi Chiediamoci quali sono i nostri desideri, quali ruoli siamo capaci di giocare bene, in quali ruoli ci sentiamo a nostro agio e stiamo bene. Facciamo l'inverso: in quali ruoli stiamo male, non ci riconosciamo o non ci riconosciamo più perché ci siamo trasformati? Cosa vorremmo fare emergere e cosa invece vorremmo lasciare andare? Partiamo da noi stessi e definiamo con chiarezza cosa vogliamo essere, cosa ci fa stare bene e cosa ci fa stare male. Punto 2: Definire i Ruoli di Coppia Facciamo lo stesso con il partner. Dopo aver fatto un ragionamento su noi stessi, il partner dovrebbe fare la stessa cosa. Mettiamo insieme questi ruoli e cerchiamo di capire dove riusciamo a stare bene, dove riusciamo a incastrarci perfettamente, quali aree dobbiamo sperimentare meno, ad esempio il ruolo del conflitto con le famiglie di origine, e quali ruoli vorremmo sperimentare di più, come il ruolo genitoriale, del coniuge, e via dicendo. In questo modo capiremo quali sono i nuovi capisaldi e pilastri che sorreggeranno la nostra relazione. Punto 3: Definire le Aspettative e gli Impegni Reciproci Capiamo, una volta definiti i ruoli da vivere maggiormente nella coppia, quali sono le aspettative. Cosa mi aspetto da questo? Cosa tu ti aspetti da questo? Cosa sono disposto a fare per ottenere questo, sia per vivere con pienezza questo ruolo sia per metterti a tuo agio nel momento in cui lo vivo e tu mi permetti di esprimerlo? E viceversa. Cosa sei disposto a fare tu per far sì che io possa vivere i ruoli che desidero e abbiamo concordato? Punto 4: Ricominciare e Rimettere in Discussione Ciclicamente Chiediamoci cosa è andato bene, cosa è andato storto, dove siamo arrivati, cosa ci ha permesso di raggiungere gli obiettivi e cosa invece abbiamo sbagliato. Cosa si è messo tra noi e ha ostacolato il raggiungimento dei nostri desideri? Manteniamo sempre aperta la comunicazione, il dialogo e soprattutto l'ascolto. Questi quattro punti, se li teniamo a mente e prestiamo la nostra attenzione ed energie per lavorare su di essi, ci permetteranno di vivere la trasformazione del cammino di coppia in una maniera più piena e appagante. Partiamo da noi stessi, capiamo quali sono le nostre priorità e bisogni di ruolo, chiediamo di fare lo stesso al partner, definiamo i ruoli previsti, non previsti, nuovi o da accantonare nella coppia, aspettative e impegno. Cosa voglio, cosa desidera il partner, cosa mi aspetto e cosa sono disposto a fare per far sì che l'altro abbia lo stesso livello di benessere. Ripetiamo, ricominciamo e rimettiamo in discussione tutto ciclicamente, mantenendo aperta comunicazione e ascolto. Conclusione Fammi sapere cosa ne pensi. Fammi sapere se questo discorso ti torna. Fammi sapere se ti sei approcciato/a a delle difficoltà di coppia tramite questa mappa, provando a pensare ai ruoli. Senza quindi immergerti necessariamente nella crisi del momento, ma provando a capire qual è la parte di te che in quel momento, in quella situazione specifica, in quel periodo storico della tua vita e della tua coppia, prevale e ha un impatto maggiore. Lo stesso vale per il tuo partner o la tua partner. ### Crisi di coppia quando arriva un figlio: l'errore dei padri Parliamo di crisi di coppia alla nascita di un figlio, all'arrivo di un pargolo, quando un bebè entra nelle nostre vite. Lo facciamo in una maniera un po' diversa, cercando di approfondire elementi e tematiche legate principalmente agli errori dal punto di vista maschile, cioè del papà. Questo articolo non vuole esprimere giudizi, non ho l'idea o so cosa significhi essere un padre perfetto. Questo ovviamente no, però alcune cose le ho imparate, sia dall'esperienza personale sia dai racconti delle persone che vengono da me in terapia, quindi dai percorsi di analisi che abbiamo fatto. In questo articolo ho messo insieme quelle che, secondo me, sono le principali criticità, le principali fatiche, i principali errori di pensiero e aspettativa che, in qualche modo, si incastrano con la vita di coppia. Ovvero le aspettative, le credenze e le idee che i papà possono avere rispetto al diventare genitori e che, se non ben gestite, possono aprire una potenziale crisi di coppia. Ce ne sono tantissime, potenzialmente infinite, ma ne ho individuate tre che, secondo me, sono le più frequenti. 1. La Gelosia Verso il Figlio Sviluppare una sorta di gelosia nei confronti del neonato, che ovviamente diventa il catalizzatore di tutte le attenzioni, sicuramente della propria compagna, della propria famiglia, dei nonni, dei suoceri, degli amici, degli zii, eccetera eccetera. Può capitare che il papà si senta isolato, messo in secondo piano, o messo da parte, e fatichi a essere visto. Razionalmente non si permetterebbe mai di criticare apertamente questa cosa, ma dall'altro lato, anche se di testa lo sa, la pancia racconta altro. La pancia dice: "Sì, però ora tutte le attenzioni sono rivolte a lui o a lei, al bimbo, ora esiste solo lui o lei, io sono sostanzialmente messo tra parentesi, e questa cosa non mi va bene." Questo innesca tutto un sentimento di rancore, più o meno esplicito, più o meno diretto, verso il neonato o verso la partner, la mamma, la moglie, insomma la compagna. Da lì si innescano dei potenziali rischi, perché diventa un punto di vista ovviamente egoistico. Da un lato si vede e si comprende la novità, il bisogno di novità, dall'altro ci si sente in difetto nel poter manifestare questa emozione. Ci si sente magari sbagliati, egoisti. Tuttavia, proprio perché questa cosa non viene trattata o esplicitata, rischia di sedimentare e poi evolversi, trasformarsi, incancrenirsi all'interno della coppia. Razionalmente si sa che il neonato richiede molte attenzioni e che la mamma sta affrontando un momento estremamente difficile e complicato, e ha bisogno di supporto e aiuto. Però dall'altro lato c'è sempre questa vocina in testa che chiede: "Sì, e io? Io cosa posso fare? Dove sono stato messo? Che senso ho? Che ruolo ho? Sono solo colui che esce al mattino e rincasa la sera, e deve stare nell'angolo perché non deve dare fastidio, perché sono tutti stanchi, perché sono tutti concentrati, perché adesso il bambino sta dormendo, perché adesso lei ha bisogno di riposare, e via discorrendo." Qui si crea quella separazione, quel parallelismo tra una parte cognitiva che capisce tutto questo e una parte emotiva che fatica a legittimarsi e esprimersi come vorrebbe. 2. La Riorganizzazione della Propria Vita Talvolta il padre è meno disposto, rispetto alla madre, a riorganizzare la propria vita e i propri impegni. Non che arrivi a dire "La mia vita alla fine non cambia perché il bambino è responsabilità di mia moglie," questo si sente veramente raramente, ma nemmeno disposto a rivedere e riorganizzare i propri bisogni e le proprie priorità. Talvolta si innescano delle discussioni importanti riguardo a questo tema. Un esempio: lui ha sempre avuto il pallino del tennis o della palestra, e ha sempre saputo prendersi tre o quattro ore a settimana per fare il suo allenamento. Da un lato dice: "Va bene, ora ho finito il lavoro, ho bisogno di staccare, vado in palestra." Dall'altro lato, la moglie o la compagna lo critica, dicendo: "Ma come è possibile? Io sono qui con i capezzoli che vanno a fuoco, non dormo da una vita, vado in giro sporca di rigurgito e non mi riesco a pettinare da una settimana o da mesi, e lui ha il tempo per andare in palestra?" Razionalmente, anche lei sa che è un suo diritto andare in palestra, ma dall'altro lato se ne risente, perché dice: "Siamo genitori in due, però sembra che il carico, principalmente emotivo, lo abbia addosso io, e questa cosa mi fa percepire te come poco interessato, poco disponibile, distante." Allora lui risponde: "Va bene, allora rinuncio alla palestra e prendi tu un'ora per te stessa." Ma lei non sa nemmeno da dove partire per prendersi un'ora per sé. Si innesca così un risentimento, dove c'è questo gap tra ciò che razionalmente sappiamo essere legittimo e giusto, e ciò che invece sentiamo di pancia, che poi diventa un tema di discussione all'interno della coppia. 3. La Divisione dei Compiti L'idea che i compiti debbano essere divisi 50 e 50, soprattutto quando il bambino è appena nato, non funziona così. La cura, l'aspetto di nutrimento, indipendentemente dalla scelta di nutrizione (seno, formula, ecc.), e l'aspetto fisico di contatto, sostegno, protezione e dipendenza, il bambino li riceve principalmente dalla mamma. Molte volte il padre sviluppa questo sentimento di inutilità: "Bene, ma io a cosa servo? Cosa posso fare? Mi ero messo in testa che avremmo fatto 50 e 50: una volta lo addormentavi tu, una volta io." Ma con i figli, soprattutto quando sono molto piccoli, questa cosa non funziona. Il papà può fare tante altre cose, che però non vede perché si risente del fatto di non poter avere un rapporto paritario, paritetico, con il bambino, come invece ha la mamma. Perché buona parte dell'attenzione del papà non dovrebbe concentrarsi principalmente sulla cura del bambino, anche se è possibile fare qualcosa. Il papà deve capire che il suo principale obiettivo, il suo target di interesse e premura, dovrebbe essere la madre, la compagna, la moglie, la persona che ha dato alla luce il proprio figlio. Perché quella persona ora si sta mettendo tra parentesi per far star bene il bambino, per far star bene il neonato. Il ruolo del padre diventa quindi non solo quello di provare ad accudire il figlio, per quanto possibile, ma anche di veicolare le proprie attenzioni, la propria cura, tutela e protezione non solo verso il figlio, ma soprattutto verso la madre. È così che si chiude il cerchio della famiglia, è così che ognuno trova il proprio ruolo, la propria capacità di espressione e necessità di riconoscimento. Conclusioni Questi sono solo tre dei temi, ovviamente ce ne sono altri, tuttavia queste sono le tre cose che mi capita di vedere più frequentemente e che, in qualche modo, creano questo disallineamento tra ciò che razionalmente capiamo e ciò che emotivamente sentiamo, viviamo e proviamo. Questo articolo vuole avere lo scopo, insomma il desiderio, di provare a riallineare testa e pancia, in modo tale da capire in che direzione muovere le proprie cure, il proprio interesse, le proprie emozioni, per chiudere il cerchio della famiglia. ### Crisi di coppia post-parto: i 3 errori delle mamme Ho già fatto un articolo in cui racconto, secondo me, quali sono le principali false credenze o difficoltà che una coppia, soprattutto da un punto di vista materno, può affrontare. In particolare, ho parlato dei tre errori che il padre commette e che in qualche modo facilitano la crisi di coppia all'arrivo di un bambino, soprattutto quando è il primo figlio. Tuttavia, queste considerazioni valgono anche per altre situazioni, quando il bambino è il secondo o il terzo, poiché ci sono molte altre implicazioni e variabili in gioco. Ora vorrei fare una riflessione opposta: quali sono, in qualche modo, le false credenze, le illusioni e gli errori che le mamme, quindi le donne, commettono quando arriva un figlio e che possono innescare una crisi di coppia. Anche qui ce ne sarebbero molte. Scrivo basandomi sulla mia esperienza personale e sulla mia esperienza clinica, lavorando quotidianamente con famiglie e coppie per affrontare queste difficoltà. Ne ho individuati tre per par condicio, in modo da bilanciare ciò che ho detto nell'articolo sugli uomini. 1. L'Identità della Madre: Essere Donna e Madre Nel momento in cui si diventa mamma, si sviluppa un rapporto e una necessità simbiotica con il bambino. Questo necessita della simbiosi con la mamma, diventando completamente dipendente, talvolta fagocitante ed estenuante, risucchiando ogni tipo di energia. Molte mamme, soprattutto dopo il primo o il secondo anno di vita del bambino, raccontano di aver raggiunto livelli di stanchezza e fatica che non pensavano fossero umani e di non essere pronte a sopportarli, ma col senno di poi si rendono conto di non aver capito appieno cosa li aspettava. Il primo errore è quindi legato all'idea e alla consapevolezza di dover fare il "lutto di sé stessi", ovvero lasciare andare una parte di sé per accogliere la nuova vita da madre. Non sarà più una donna senza figli, ma dovrà accettare di riorganizzare la propria vita intorno a questo nuovo rapporto, che è qualcosa di profondo e trasformativo. 2. Esogestazione: Un Processo di Tre Anni L'idea che l'esogestazione duri nove mesi è, dal mio punto di vista, sbagliata. L'esogestazione dura tre anni. Indipendentemente dai metodi di accudimento o nutrimento scelti, che sia con il latte artificiale o con l'allattamento al seno, è inverosimile pensare che un bambino resti tranquillo nella culla per tutto il pomeriggio mentre la madre svolge i suoi compiti o il padre si prende del tempo per sé. È un percorso lungo, una maratona, non uno sprint. L'esogestazione dura almeno tre anni. 3. Essere Genitori h24: Un Impegno Costante L'idea che diventare genitori significhi esserlo h24 è una realtà. L'accudimento è h24. Molte cose si possono capire solo vivendole, ma spesso ci si aspetta che ci siano delle pause o momenti di riposo che in realtà non ci sono. Essere genitori implica esserlo sempre, soprattutto quando il bambino è piccolo e completamente dipendente. La notte diventa un momento particolarmente difficile e spinoso perché le energie sono poche e si ha bisogno di staccare. La necessità di simbiosi e l'esogestazione prolungata rendono la notte uno dei periodi più complessi. Ci si può sentire sacrificati, perdendo una parte di sé stessi. Questo può portare a una delle principali crisi che le mamme possono vivere, specialmente nel primo anno o nei primi due anni di vita del bambino. In questo contesto, il ruolo del padre è cruciale, ma per approfondire questo aspetto ti rimando all'altro articolo. Ovviamente ci sono molte altre riflessioni, ma mi fermo qui per evitare un articolo troppo lungo. Fammi sapere qual è stata la tua esperienza, quali sono state le tue principali difficoltà, così da integrare queste riflessioni e aiutare altre donne, altre mamme e altri papà. A presto. ### Il Love Bombing spiegato attraverso la storia di Luca e Martina Introduzione alla Storia di Martina e Luca Parliamo di love bombing, ti racconto una storia per renderlo chiaro, per provare a capirlo, affrontarlo e riconoscerlo. Ti racconto la storia di Martina e Luca, due ragazzi: lei 35, lui 38, non giovanissimi, diciamo degli adulti, persone che in qualche modo hanno già avuto delle relazioni sentimentali e delle esperienze. Si presume possano sapere cosa desiderano da una relazione, cosa aspettarsi e cosa ricercare. Ora, è difficile poterlo sapere a tavolino; questo nessuno di noi lo sa, altrimenti non si chiamerebbe amore, non si chiamerebbero relazioni. Però, insomma, sono persone che non sono alle loro prime esperienze, che sanno cosa vuol dire essere innamorati, cosa vuol dire perdersi nell'altro. Il Primo Incontro: La Nascita di una Relazione Martina, 35 anni, fa l'impiegata. È single da un annetto e mezzo dopo aver visto naufragare un progetto per lei importante, relazionalmente parlando. Luca, invece, è sempre stato più libero, diciamo così; non ha mai avuto delle relazioni particolarmente impegnative. Gli è sempre piaciuto andare un po' di fiore in fiore. Fa il personal trainer, lavora in una palestra. Si conoscono quando Martina inizia a frequentare questa palestra. Incontra Luca e, da cosa nasce cosa, come avviene spesso nelle relazioni. Succede che Martina pensa subito: "Che bel ragazzo!" e Luca pensa altrettanto. Il Love Bombing: Segnali e Sospetti Luca fa il primo passo, si avvicina e iniziano a conoscersi. Finiscono per prendere un caffè, poi un aperitivo, poi una cena. Iniziano a frequentarsi e, nonostante entrambi siano molto attratti fisicamente, la cosa che diventa rilevante nella testa di Martina è quanto Luca sia presente, speciale e sappia farla stare bene. Si stupisce quasi, dicendo: "Ma com'è possibile che un ragazzo così sia single? Com'è possibile che non abbia la fila fuori dalla porta? Com'è possibile che non l'abbia trovato prima? Dove è stato fino ad adesso? Io voglio questo ragazzo, lo voglio con tutta me stessa. È capace di capire i miei bisogni e i miei desideri, si mostra disponibile." Martina arrivava da una relazione in cui tutto si era esaurito; non c'era mai stato un conflitto aperto, ma le cure reciproche erano un po' venute meno. Si trovava quasi in una situazione più banale. Invece, con Luca trova un uomo passionale, divertente, travolgente, premuroso e sostanzialmente ovunque. La viene a prendere a casa prima di andare in palestra, così che facciano il tragitto insieme. Talvolta la sorprende fuori dall'ufficio per portarla fuori a cena. La tempesta di chiamate, messaggi e attenzioni è quasi troppo. Martina inizia a pensare: "Caspita, all'inizio, sicuramente sull'onda dell'entusiasmo, questa cosa mi piaceva e mi piace tuttora perché mi dava sicurezza e rassicurazioni, soprattutto alla luce della storia che avevo appena vissuto." Dall'altro lato, però, inizia a chiedersi: "Ma non è troppo? Non c'è qualcosa che non va? È davvero sincero quello che mi fa vedere?" Il Comportamento di Luca: Da Premura a Controllo Magari prova anche a parlare con Luca di questo e lui dice: "Certo che è così, assolutamente. Perché io sono innamorato, sono presissimo. Non sono neanche più un ragazzino, ho 38 anni e so cosa voglio dalla vita: voglio stare con te. E quindi che senso ha andare piano? Che senso ha dover aspettare anni prima di fare passi importanti?" Così magari si lancia in grandi progetti. Non dico di andare a vivere insieme, ma magari propone di prenotare immediatamente le vacanze insieme, anche se sono i primissimi mesi di frequentazione. Ogni momento libero, Luca lo vuole trascorrere con Martina e, piano piano, inizia a pretendere anche viceversa. Inizia a pretendere che Martina sia sempre disponibile quando lui lo è, che rinunci alle uscite con le amiche, dicendo: "Va bene se non è un giorno in cui ci dobbiamo vedere, allora puoi uscire con le tue amiche. Ma se invece ci dobbiamo vedere, magari dici alle tue amiche che uscirai un altro giorno." Martina replica: "Sì, però io non posso obbligare le mie amiche a uscire il giovedì perché magari loro preferiscono il venerdì o il mercoledì. Anch'io ho i miei spazi, anche loro hanno i loro, e io voglio frequentare queste persone." Ma da un lato c'è il love bombing: questa super attenzione e premura. Luca, con il suo entusiasmo, fagocita la lucidità di Martina. Martina, dall'altro lato, si chiede: "Posso davvero farmi scappare una persona così? Posso davvero permettermi di non coltivare una relazione così? Posso davvero permettermi di ferire una persona che invece mi sta dando così tanto?" La Manipolazione e le Conseguenze Luca non lo dice mai apertamente, ma c'è una sorta di ricatto morale: "Se tu non mi dai la priorità, allora vuol dire che io per te non conto. Se preferisci uscire con le tue amiche piuttosto che con me, allora io non sarò mai in cima ai tuoi bisogni e ai tuoi desideri." Martina progressivamente si chiude a riccio e inizia a organizzare una vita Luca-centrica: quando Luca è disponibile, allora lei è disponibile. Quando Luca improvvisamente diventa disponibile, lei si libera per poter essere presente, per non ferirlo, per non deluderlo. Piano piano, ciò che all'inizio sembrava amore diventa controllo. Quello che era spiegato come sentimento diventa privazione di libertà e Martina è sempre più persa. Non riesce più a capire dove stia la verità, dove stia il racconto, dove stia la finzione, dove finisca Luca e dove inizi lei. In tutto questo si trova a terra bruciata attorno, soprattutto nel momento in cui il love bombing finisce. Luca pensa di aver finito questa ondata di manipolazione e inizia a diventare perentorio, a pretendere da Martina delle cose. Inizia a pretendere che Martina sia presente in un certo modo, che faccia qualcosa per lui, che riconosca il suo essere speciale, il suo essere perfetto. Ora, qui entriamo in una dinamica successiva: potrebbe esserci una situazione in cui Martina si oppone e Luca reagisce in un certo modo, o un'altra in cui Martina si piega alla volontà di Luca e lui cambia ancora atteggiamento. Questo magari lo vedremo nei video successivi. Conclusione: Riconoscere e Affrontare il Love Bombing Il love bombing è una sorta di manipolazione che da un lato sembra stupenda, nuova, perfetta, ma dall'altro diventa soffocante, crudele e ricattatoria, al fine di piegare la vittima, in questo caso Martina, alla volontà del manipolatore. Fammi sapere se ti ritrovi in questa storia, se hai vissuto un'esperienza simile, se sei stata o stato da una parte o dall'altra e come l'hai affrontata, in modo tale da essere utile. A presto. ### Come gestire i problemi con i famigliari del mio partner? Ti è mai capitato di pensare che le famiglie di origine tua o del tuo partner potrebbero essere il motivo per cui la vostra relazione non va? O potrebbero essere argomento di tensione, fatica o conflitto all'interno della relazione? Come a dire: "Tra di noi le cose funzionano, noi stiamo bene, il problema o i problemi sono dovuti alle persone attorno a noi, o meglio alle nostre famiglie di origine." Benissimo, in questo articolo affrontiamo proprio questo tema, cioè qual è il ruolo, l’impatto e la responsabilità che le famiglie di origine dei partner che costituiscono la coppia hanno nella fatica che la coppia magari può vivere. Tipologie di Impatti delle Famiglie di Origine Esistono diversi tipi di impatto e conseguenze che le famiglie di origine possono avere sulla relazione di coppia, e possiamo dividerle in tre macro categorie. Poi andrò ad esplorare e a raccontarle meglio, però giusto per riuscire subito a capirci: esistono influenze o problemi di natura culturale, problemi di natura sociale e problemi di natura comportamentale o relazionale. Sono tre tipologie di problemi completamente diverse che però impattano in egual misura sulla relazione. Attenzione: relazione che, se vissuta nell'intimità della coppia, funziona ed è felice, ma nel momento in cui la coppia si trova ad interagire – e questo va da sé, è abbastanza scontato – con il mondo esterno, nella fattispecie con le famiglie di origine, allora rischia di diventare conflittuale o comunque risulta essere influenzata negativamente dalle famiglie di origine. Problemi di Natura Culturale Andiamo con ordine e cerchiamo di spiegare bene questi concetti. Le tematiche culturali, va da sé, sono abbastanza facili da capire: ci possono essere delle disuguaglianze di cultura, ad esempio, non solo perché magari la coppia o i membri della coppia provengono da nazioni differenti. Le differenze culturali possono avvenire anche all'interno della stessa nazione, all'interno della stessa regione, all'interno della stessa provincia. Però ci sono differenze culturali che la famiglia, in qualche modo, non è disposta a colmare, ma che anzi vede come un vincolo. Ad esempio, proviamo a pensare alle differenze religiose. Quindi, magari ci sono partner di fedi differenti. Magari entrambi possono essere atei o agnostici, insomma non sono neanche particolarmente interessati all'aspetto religioso, ma le loro famiglie sì, e in questo caso le famiglie si oppongono o una delle due si oppone o comunque non dà il suo benestare, non diventa definitiva per il proseguo della relazione. Oppure ci possono essere differenze culturali rispetto alla mentalità o al significato che, ad esempio, si dà alle cose, a che tipo di relazione o che tipo di ruolo dovrebbero avere le famiglie all'interno della vita di coppia. Ci sono ad esempio culture che prevedono sostanzialmente una messa alla porta, al bando, diciamo così, della famiglia di origine, per cui la coppia vive la sua intimità senza condividere nulla, ad esempio, con le famiglie di origine. Ci sono altre culture, invece, dove i confini sono molto più permeabili o addirittura dove fa proprio parte della cultura la condivisione, il coinvolgimento di alcuni membri della famiglia all'interno delle dinamiche di coppia. Perché così funziona, perché l'idea di famiglia che i due partner hanno, provenienti da culture diverse, è diversa. Queste sono le differenze culturali più grosse. Problemi di Natura Sociale Poi esistono delle differenze di natura sociale, ad esempio rispetto al ruolo, alla posizione, allo status sociale che le famiglie hanno all'interno della comunità. Questa è una cosa che si pensava essere legata molto più al passato, ma in realtà è ancora molto, molto presente. Non c'è bisogno di ricorrere o ricordare Romeo e Giulietta, insomma tutta un'altra storia d'amore, anche particolarmente dolorosa, che la storia già ci ha regalato. Ma quella situazione per cui si pensa, o una delle due famiglie pensa, che il proprio figlio o la propria figlia, legandosi sentimentalmente con il partner scelto, in qualche modo perda qualcosa in termini di status sociale all'interno della comunità d'appartenenza. Ci possono essere differenze sempre legate allo status sociale, però legate a soldi, a denaro, non solo in termini di difficoltà economiche quando magari c'è una grossa spesa, una grossa difficoltà, una grossa fatica che le coppie si trovano a vivere. Quindi devono richiedere l'aiuto delle famiglie, in questo caso magari una famiglia può aiutare, l'altra no. Ma anche nel momento in cui la disponibilità economica delle due famiglie risulta essere un gap, risulta avere una grande forbice. Questo risulta molto spesso rischioso perché poi mette in atto tutta una serie di rivendicazioni, non necessariamente tra i due partner. "La mia famiglia ha fatto questo e la tua non ha fatto nient'altro," ma più legate all'idea che c'è comunque una sorta di preferenza, una sorta di potere, diciamo così, che la famiglia più abbiente sente di avere o pensa di dover avere nei confronti della coppia. Questo è un altro tema estremamente rilevante: il denaro all'interno della coppia. Problemi di Competizione e Gelosia Ultimo punto: competizione e gelosia. Ci possono essere sia dinamiche familiari interne alla famiglia, perché ricordiamoci che quando parliamo di famiglie di origine non si ha a che fare esclusivamente con i genitori, nonostante il benestare che chiediamo ai genitori in qualche modo sia sicuramente più importante di quello che potremmo chiedere ai nostri fratelli o alle nostre sorelle. Però ci può essere competizione e gelosia sia all'interno del nucleo familiare, dove magari io sono in competizione con mio fratello o con mia sorella rispetto, ad esempio, allo status sociale, all'avere dei figli, all'avere una buona posizione lavorativa, rispetto anche ovviamente al partner, o magari sono i miei fratelli o le mie sorelle ad essere in competizione con me. O ci può essere ancora una competizione tra le famiglie, dove si innesca una sorta di gara, un paragone: "Io ho fatto di più, loro sono dei nonni più presenti, loro passano più tempo con voi, quando c'è bisogno di qualcosa fate riferimento a loro e non a noi, quando c'è bisogno di aiuto perché c'è la crisi venite da noi, ma poi la quotidianità, ad esempio, la passate con loro, con loro passate un tempo maggiore rispetto a noi," e via discorrendo. Competizione e gelosia. E questo riassume un po', a grandi linee, tutta la parte di differenze o fatiche potenzialmente sociali. E poi ci sono le fatiche e i rischi, i pericoli, così definiti comportamentali o relazionali. Il primo, il più grande, ed è quello che solitamente viene spesso accusato, è quello dell'assenza di confini, ovvero l'incapacità o la non volontà dei partner, o di uno dei due partner, di disporre dei confini a tutela della coppia rispetto alle famiglie di origine. Quindi poi si va a scoprire che la suocera diventa estremamente invadente, il suocero diventa estremamente invadente, la famiglia di origine di lui o di lei diventa in qualche modo quella che ha accesso libero all'interno di casa. Ci sono diversi episodi che sento all'interno della stanza di terapia in cui dicono: "Ah, io mi sono trovato improvvisamente mia suocera che citofonava al campanello senza neanche avvisare che sarebbe passata." Per alcune coppie è un problema, per altre coppie non lo è. Altri dicono: "Hanno le chiavi di casa, sono tornato dal lavoro, mi sono trovato in casa, erano lì che mi aspettavano." Oppure: "Quando entrano in casa non chiedono neanche il permesso se possono venire a prendere la giacca, vanno direttamente in camera e buttano il cappotto sul letto." Per alcune coppie è normale e va bene, è accettato; per altre coppie questa è ovviamente una mancanza di rispetto, è una mancanza della tutela del confine. E di solito questo è uno degli argomenti enormi di discussione: "Perché dobbiamo andare tutte le domeniche dai tuoi? Perché non possiamo prenderci del tempo per noi? Perché tutte le volte che finisci il lavoro e hai un minuto libero passi dai tuoi e non vieni da me?" Anche la tematica del tempo risulta essere estremamente rilevante. Problemi di Controllo e Limitazione del Confine Un altro tema, sempre comportamentale, è quello del controllo, ovvero la percezione che molto spesso, soprattutto, si ha del fatto che la suocera o il suocero, la mamma o il papà, controllino la coppia. E questa è una tematica che solitamente si trova all'interno delle relazioni che vivono una difficoltà sul controllo, quindi dove ci sono magari delle componenti di relazione con una natura narcisistica o, comunque, dove c'è un partner che viene accusato soprattutto dal partner di essere controllante o troppo invadente nei confronti della coppia. Esempio anche qui classico: "No, guarda amore, lì non puoi appendere quel quadro perché c'è dietro un quadro elettrico." "Ah no, non è vero, adesso sentiamo mio padre e vediamo che cosa dice." Il padre dice esattamente la stessa cosa. "È vero, mio padre mi ha detto la stessa cosa, però mi ha detto che possiamo fare così, anzi mi ha detto che per risolvere questo problema deve essere fatto così. Quindi adesso tu fai così, anzi viene mio padre e lo fa, perché mio padre ha detto che questa cosa ha senso." E quindi qui dov'è il confine? Dove finisce la limitazione del confine e quando inizia anche il controllo? Perché a quel punto poi il padre magari si sente in diritto di fare altri lavoretti, di fare altre modifiche, di fare altri interventi o di consigliare determinate cose che poi, nel momento in cui non vengono fatte, magari vengono anche vissute male perché prese sul personale, e via discorrendo. Problemi di Mancanza di Rispetto Ultimo punto, e anche quello più semplice di tutti ma ahimè anche molto frequente: la mancanza di rispetto. Qui il concetto di rispetto è estremamente soggettivo, cambia, come ho detto prima, anche rispetto alla rilevanza e al ruolo che dovrebbero avere le famiglie o i genitori all'interno della coppia. Però è una cosa estremamente personale che deve essere contrattata e ben esplicitata nella relazione, soprattutto con persone che poi presumibilmente saranno sempre e comunque presenti all'interno della nostra vita. La mancanza di rispetto è una delle tematiche comportamentali relazionali che genera i principali conflitti, soprattutto nel momento in cui uno dei genitori o dei fratelli delle sorelle del partner manca di rispetto all'altro partner, e questo poi diventa spesso argomento di tensione tra i due partner. Perché? Perché colui che si sente aggredito, colui che si sente violato nel rispetto, magari dice al partner: "Vedi cosa ha fatto tua mamma? Vedi cosa ha fatto tuo papà?" e dall'altro lato in qualche modo sollecita, richiede un intervento che spesso non arriva, richiede un intervento del partner a difesa sua, difesa che spesso non arriva perché il partner in questione si trova tra due fuochi, quell'implicito per cui in qualche modo deve scegliere tra la sua famiglia nucleare e la famiglia di origine, tra suo padre e sua madre, suo fratello e sua sorella e il suo compagno, la sua compagna, sua moglie o suo marito. E spesso tende ad alzare le mani, ma non è un alzare le mani di disinteresse, è un alzare le mani per difficoltà, proprio per non volersi in qualche modo immischiare all'interno di questa situazione, ma ovviamente suscita l'effetto contrario. Conclusione Questi sono solo degli esempi, però spero che possano dare un quadro un po' più chiaro di quali potrebbero essere gli elementi di tensione e di conflitto che una coppia si può trovare a vivere a causa del legame, del rapporto, della relazione che ha con le rispettive famiglie di origine. Quindi, tematiche di natura culturale, tematiche di natura sociale e tematiche di natura comportamentale e relazionale. A presto! ### Tradimento di potere: la storia di Lucia e Francesco In questo articolo parliamo del tradimento di potere ovvero la prima tipologia di tradimento che presento nel mio libro. Questa tipologia, nel libro, la chiamo "Ti amo purché comandi io", ovvero tradimento di potere. All'interno della coppia, il tradimento serve in qualche modo a regolare le dinamiche di potere e di controllo che l'uno ha sull'altro. Queste sono coppie che solitamente hanno lavorato tanto insieme e hanno anche ottenuto tanto insieme, ma che ad un certo punto si trovano sbilanciate nel loro equilibrio di vita. Quindi il tradimento diventa una possibilità all'interno della loro relazione di andare a ricontattare le dinamiche interne, percepite potenzialmente sbilanciate all'interno della coppia. Solitamente è chi occupa la posizione definita "down" all'interno della coppia a tradire, proprio per poter riequilibrare il fattore di potere all'interno della relazione. La storia di Lucia e Francesco Parliamo di Lucia e di Francesco. Sono due persone di 43 e 42 anni rispettivamente, con due bambine, una di 7 e una di 5 anni. Sono una bellissima famiglia. Francesco è un imprenditore che ha creato un'azienda di autotrasporti dal nulla. Viveva e lavorava con il padre, che aveva un furgone con il quale sbrigava una serie di lavori. Francesco ha creato una sorta di impero, partendo dal lavoro con il padre e poi acquisendo progressivamente una serie di furgoni e mezzi. Ha creato una vera e propria azienda di autotrasporti che, nel giro di 10 anni, ha raggiunto quasi 100 dipendenti, con esportazioni in tutto il mondo e un ramo di noleggio. Lucia, invece, fa la casalinga. Si occupa sostanzialmente dei figli e, in contemporanea, soprattutto finché l'azienda non ha assunto dimensioni così grandi, ha sempre aiutato Francesco nel gestire la burocrazia, l'amministrazione, i bolli, il magazzino e via dicendo. In parte per abbattere i costi, in parte perché la vita di Francesco era in azienda, Lucia è sempre stata lì vicino. Poi, ovviamente, si staccava e gestiva i figli, ma la regola all'interno della loro casa era che Lucia si occupasse della dimensione domestica, mentre Francesco faceva l'imprenditore. Spesso era fuori casa, anche se non amava stare in giro. Magari la sera non riusciva sempre a mangiare con la famiglia. Il successo e l'equilibrio sbilanciato Per farla breve, tutte queste dinamiche, cambiamenti e crescite diventano spesso tortuose. Francesco ce la fa, in accordo con Lucia. Lei ha un ruolo cruciale nella riuscita di Francesco: lo sostiene, lo supporta nei momenti di sconforto e fatica. Nei momenti in cui Francesco deve fare il salto, Lucia è sempre al suo fianco, sollevandolo da responsabilità che gli permettono di rimanere focalizzato sul lavoro. Francesco è molto bravo in ciò che fa e il loro stile di vita migliora enormemente. Possono permettersi scuole private per i figli, una casa stupenda e vacanze che nessuno dei due ha mai fatto in gioventù. Francesco decide di assumere anche un ruolo istituzionale all'interno di un'associazione di categoria e inizia a essere rispettato e ammirato nel loro piccolo comune. Tuttavia, smette di riconoscere l'enorme ruolo che Lucia ha avuto nel suo successo. Lui riesce a diventare ciò che è anche grazie a Lucia, ma a un certo punto smette di vedere questo. Lucia è mortificata e arrabbiata, frustrata dall'idea che nulla di ciò che ha fatto le venga riconosciuto. Gli altri pensano che sia in una posizione privilegiata, ma il loro obiettivo non era diventare ricchi. Lucia è ferita dalla crudeltà e durezza con cui Francesco è diventato egoista e avaro di attenzioni. Il tradimento come riequilibrio di potere Lucia tradisce Francesco con un suo dipendente. Questo tradimento serve a riequilibrare il potere nella coppia. Quando Francesco scopre il tradimento, Lucia lo conferma. Per Francesco, che aveva iniziato a bazzicare nella politica comunale, sarebbe un colpo troppo grosso se la cosa venisse fuori. Questa dinamica ricattatoria permette a Francesco di riaprire gli occhi e smettere di dare Lucia per scontata. Inizia a riconoscere nuovamente il ruolo cruciale che Lucia ha avuto nella loro vita. I due si ridimensionano e, alla fine, riescono a ritrovarsi. Questa storia dimostra come il tradimento per potere viene agito nel tentativo di riequilibrare il potere sbilanciato all'interno della coppia. Due persone che si sono costruite insieme e hanno realizzato una vita migliore delle loro più rosee ambizioni, ad un certo punto si perdono perché uno dei due acquisisce un ruolo sbilanciato nei confronti dell'altro. Conclusioni Fammi sapere cosa ne pensi. Fammi sapere se questa storia ti torna. Fammi sapere cosa ne pensi di questo formato in cui, oltre a delle nozioni teoriche, cerco di raccontare delle storie tratte dalla mia esperienza clinica. A presto. ### Maria e Paolo: una storia di co-dipendenza Introduzione alla Codipendenza Parliamo di codipendenza. Sottolineiamo subito un aspetto fondamentale: la codipendenza non ha a che fare con la dipendenza affettiva tra due dipendenti affettivi, ma è la dipendenza affettiva di uno nei confronti dell'altro che è dipendente da qualcos'altro. Questo, di cui parliamo oggi, è l'esempio classico. La Storia di Maria e Paolo Ora ti racconto una storia, ti faccio l'esempio di Maria e di Paolo che hanno una storia di codipendenza. Paolo è un operaio sui 45-46 anni, mentre Maria è leggermente più giovane, perché ne ha 41 e fa l'infermiera. Paolo: Un Uomo Burbero Paolo è una persona un po' burbera, paurosa emotivamente parlando, non è particolarmente interessato alle relazioni, non è così attento all'altro, non è una persona solare. Fa il suo lavoro, è sempre stato single e non ha mai avuto grandi relazioni; l'ultima risale a più di 10 anni prima. Fa i turni, lavora o la mattina o il pomeriggio, vive in una casetta vicino ai suoi genitori, a un paio di chilometri. Maria: Un'Infermiera Empatica La mamma di Paolo si ammala e viene ricoverata in ospedale, dove viene assistita proprio da Maria. Maria fa l'infermiera in questo ospedale vicino alla residenza di Paolo. Iniziano a parlarsi. Maria è colpita dalla cura e dall'affetto che Paolo, pur essendo burbero, riesce a mostrare verso la madre. La madre, purtroppo, non ce la farà. Il Primo Incontro Capita che si rincontrino e Paolo voglia ringraziarla per le cure offerte negli ultimi giorni della madre. La invita a un aperitivo. Non si capisce mai bene perché, anche col senno di poi, ma tra loro raccontano che cosa ha portato Paolo a fare questo invito, dato che non era da lui. I due iniziano a frequentarsi e stanno bene. Maria ha una storia di separazione alle spalle, senza figli, con un uomo violento, sia fisicamente che psicologicamente, dal quale è riuscita a prendere le distanze cinque anni prima. Da allora non aveva più avuto relazioni importanti, solo una piccola frequentazione che non si è mai capito se fosse una relazione sentimentale o un'amicizia. L'Inizio della Relazione Maria è stimolata dalla sfida di riuscire ad aprire il cuore di quest'uomo burbero, credendo che sotto sotto ci sia un cuore tenero, come già si raccontava con il marito. Inizia a frequentarsi con Paolo, e Maria va a vivere più o meno part-time a casa di lui. Entrambi fanno i turni e, quando capitano i turni giusti, Maria fa di tutto per far combaciare le due cose, trasferendosi magari per 24-48 ore a casa di Paolo. Le Prime Difficoltà Lui ha un primo momento di slancio, dove diventa quasi solare, ma poi piano piano si incupisce e torna distanziante. Finché ad un certo punto Maria lo mette alle strette e chiede cosa c'è che non va. Paolo parla di alcuni debiti di gioco contratti negli anni che sta finendo di saldare, ma non chiede aiuto. Maria si offre di prestargli denaro per saldare questi debiti. Il Circolo Vizioso Maria si prodiga per far funzionare la relazione, si prende cura di Paolo e lui accetta il suo aiuto, tirando un sospiro di sollievo. Paolo non ruba soldi a Maria, ma spende i suoi soldi più del dovuto, contando sulle finanze di Maria per portare avanti la relazione. Maria si rende conto che qualcosa non funziona, capisce che probabilmente Paolo ha ripreso a giocare, soprattutto scommesse sportive. Il Ruolo di Maria Maria, consapevole delle strutture di aiuto disponibili, continua a coprire i pasticci economici di Paolo, instaurando un circolo vizioso. Maria crede che la relazione debba essere sacrificio, fatica e dolore, sperando di trovare un cuore caldo scavando nella pietra, un errore già commesso nel matrimonio precedente. Paolo riconosce la sua dipendenza dal gioco d'azzardo, ma non ne paga mai davvero il prezzo, perché Maria interviene sempre a coprire i debiti. La Dipendenza Reciproca Questo circolo vizioso si autoalimenta: Paolo ha sempre più bisogno di Maria, e Maria offre sempre più aiuto, peggiorando la situazione. Maria vive una vita di attesa, fatta di grandi dolori e sacrifici, tentando di salvare Paolo con i mezzi sbagliati. Paolo si lascia sempre più andare, sapendo di poter contare su di lei. Conclusione Questa è una storia di codipendenza, dove da un lato c'è un dipendente affettivo e dall'altro un dipendente da gioco d'azzardo. Le patologie si alimentano a vicenda, aumentando il circolo vizioso. Fammi sapere se è chiaro, se hai vissuto una storia del genere, se conosci persone in una situazione simile, cosa hai fatto per aiutarle o affrontarla, se l'hai vissuta in prima persona, così da aiutare anche altre persone. A presto. ### Le origini della gelosia Ti sei mai chiesto da dove proviene la gelosia? A cosa è dovuta? Quali sono i diversi elementi che la compongono e la costruiscono? In questo articolo ragioniamo proprio su queste domande e, alla fine, ti darò anche una buona notizia. Ho già fatto diversi contenuti sulla gelosia e ho anche tenuto un webinar. Nel caso ti interessi approfondire l'argomento, lo trovi sul mio sito internet. L'abbiamo analizzata in tanti modi diversi: quali sono gli impatti sulla coppia, come la si può affrontare, eccetera. Oggi parliamo di quali sono le origini, cioè quali sono i fattori che in qualche modo determinano l'insorgenza della gelosia. Esistono dei fattori legati alle esperienze relazionali, fattori più intrinseci alle persone e altri aspetti definiti sociali, che hanno a che fare con la sfera sociale e culturale in cui si cresce, si vive e poi si costruisce la propria relazione sentimentale. Esperienze Pregresse Partiamo in questo ordine: esperienze pregresse, esperienze passate, esperienze che ho chiamato relazionali. Mi riferisco ovviamente a relazioni di natura sentimentale. Queste sono, in qualche modo, il fattore più importante. So che molto spesso viene detto che l'origine della gelosia ha a che fare con lo stile di attaccamento e accudimento che, ad esempio, le persone per noi importanti, come i nostri genitori, ci hanno trasmesso durante l'infanzia. È vero, sono d'accordo. Poi questo è il secondo punto che andremo a trattare, ma dico che le esperienze relazionali, quelle sentimentali, sono per me il fattore più importante. Perché? Perché riguardano fattori logici e perché danno una restituzione, sono una sorta di cartina tornasole di qual è il nostro stato di salute nel poter vivere una relazione, in funzione anche delle esperienze pregresse di attaccamento. Questo per dire che le relazioni sentimentali, dall'adolescenza in poi, dal primo amore in poi, in qualche modo vanno a confermare o a smentire le idee che abbiamo su come siamo capaci di vivere una relazione. È chiaro che tutte le esperienze pregresse ci danno un punto di partenza, ma questo punto di partenza nella nostra testa è ipotetico. Non abbiamo chiaro come sarà poi l'esperienza concreta. Le esperienze sentimentali ci dicono: "Ok, al di là di quello che credevi e di quello che hai sperimentato, l'unico punto è questo e il tuo punto con questo tipo di partner è questo". Vivere una relazione ci permette di capire a che punto siamo, qual è la nostra parte, quale componente portiamo all'interno della relazione e come questa risuona, cioè entra in relazione con le caratteristiche dell'altro. E questo è fondamentale e impatta perché poi un'altra epifania, un altro momento di illuminazione avviene quando, cambiando partner, ci rendiamo conto di qual è la percentuale di responsabilità del partner precedente e di quello attuale sulla nostra gelosia o su quanto la gelosia impatta nella relazione. Troveremo similitudini legate a come noi ci comportiamo, ma ci saranno anche novità legate alla nuova relazione sentimentale. Stili di Attaccamento Il secondo aspetto è quello legato agli stili di attaccamento. Gli stili di attaccamento si ripercuotono all'interno della relazione sentimentale. La gelosia, per come la si intende nella società attuale, è principalmente legata all'attaccamento insicuro ambivalente, ovvero quell'attaccamento per cui la persona è conscia dei suoi bisogni e delle sue emozioni, anche se talvolta può faticare a metterle a fuoco e a esprimerle. Queste consapevolezze parziali esitano in un comportamento ambivalente, che da un lato richiede attenzioni, cure, rassicurazioni e dall'altro respinge e allontana. È un tema di fiducia, perché questo allontanamento è un tentativo di dimostrare, soprattutto a se stessi, di non avere bisogno dell'altro o che l'altro non è meritevole della fiducia che vorremmo riporre in lui o in lei per poter essere felici. Si desidera l'attenzione e la cura, ma ci si allontana, ci si comporta in modo paradossale, apparentemente contraddittorio. Questo è tipico del comportamento del geloso. La gelosia stessa è un paradosso: da un lato voglio questa persona, ma non mi fido di lei, la tratto male, divento incalzante, non lavoro per il suo benessere. Aspetto Sociale e Culturale Infine, l'aspetto sociale e culturale. L'idea che c'è della gelosia nella cultura attuale è che un minimo di gelosia ci vuole, altrimenti non è interessato o interessata. Un minimo di tensione ci vuole per manifestare con chiarezza il proprio amore e la sincerità del proprio sentimento. Qualcuno potrebbe essere d'accordo, qualcuno no. Questo è un aspetto puramente culturale. La manifestazione della gelosia, l'attaccamento, il sentimento e il desiderio non sono necessariamente interconnessi. Il confronto sociale è un'altra cosa. Io penso che la relazione debba vivere di transizione. La gelosia è passionale e, pertanto, è una componente che, per quanto sgradevole, deve essere presente all'interno della relazione stessa. Lo stereotipo della coppia funzionante, la coppia felice e gelosa, è legato a convinzioni culturali e paragoni sociali. Questi, secondo me, sono i tre elementi principali che impattano sull'origine della gelosia: l'aspetto culturale, lo stile di attaccamento vissuto nell'infanzia e le esperienze relazionali. Fammi sapere cosa ne pensi nei commenti, se sei d'accordo o meno, se ho dimenticato qualcosa. Racconta la tua storia, così possiamo approfondire sempre di più e portare aiuto e contributo anche a chi si trova nella medesima situazione. A presto! ### Il tradimento per compensazione: la storia di Franco e Roberta Vi racconto la storia di Franco e Roberta. Sul tradimento ho detto, scritto e fatto tantissimo: trovi davvero una quantità infinita di materiale. Quello che non ho mai fatto è raccontare delle storie un po' più specifiche, cioè delle situazioni che mi sono trovato a trattare in terapia, alterando i nomi e la storia in modo tale che non siano riconoscibili, ma che permettono di comprendere più nel dettaglio cosa intendo per "tradimento di compensazione". Che Cos'è il Tradimento di Compensazione Come sappiamo tutti, il tradimento di compensazione è quel tradimento che porta la persona a non mettere tanto in discussione la relazione ufficiale, ma a cercare al di fuori di essa quell'elemento o quegli elementi che la vanno a completare. Ossia, vado a cercare ciò che non ho all'interno della relazione al di fuori, in modo tale da poter stare bene nella relazione stessa. Può essere di tipo emotivo o sessuale, ce ne sono di tanti tipi diversi. Faccio un esempio per capire meglio. La Storia di Franco e Roberta Franco e Roberta sono due persone di 51 e 45 anni rispettivamente. Sono insieme da 13 anni e hanno due ragazzi, uno di 13 e uno di 9. Sono una bella coppia che partecipa alle attività della loro comunità. Lei insegna catechismo all'oratorio, lui è coinvolto nel mondo del calcio dove gioca il figlio più piccolo. Non è un allenatore, ma uno di quei genitori che si rendono partecipi nella comunità. Una Famiglia Apparentemente Perfetta Da fuori, vengono visti come una bella famiglia, la classica famiglia italiana felice e appagata. Lui lavora come responsabile amministrativo per un'azienda, mentre lei lavora in banca con un ruolo di responsabilità. Hanno avuto diversi cambiamenti professionali nel corso degli anni, ma ora hanno trovato una certa stabilità. Sono due persone che amano il loro lavoro e stanno bene con i colleghi. Hanno piacere a stare insieme, ma anche a socializzare con altre persone. Hanno una buona rete sociale e partecipano a inviti, grigliate domenicali, gite con l'oratorio e vacanze con altri genitori. La loro storia è nata subito dopo la scuola, frequentando lo stesso gruppo di amici. Si conoscevano da prima, ma solo quando sono cresciuti è scattato qualcosa. Problemi nella Vita di Coppia Nonostante siano una buona squadra da un punto di vista genitoriale e familiare, come coppia hanno un po' la colpa di non averla mai coltivata abbastanza. La relazione di coppia è sempre stata in secondo piano, inizialmente per affermare la carriera, poi per gli impegni legati ai figli e alla comunità. La coppia viene sempre messa in secondo piano. Loro amano trascorrere del tempo insieme, cucinano insieme e, una volta che i figli sono nelle loro camere, desiderano passare del tempo insieme sul divano guardando un film e chiacchierando. Tuttavia, da un punto di vista sessuale, i due sono molto lontani. I rapporti sono sporadici e monotoni. Lei è più richiestiva, mentre lui sembra anestetizzato, chiuso nella routine. Quando lei si avvicina, lui non evita i rapporti, che sono anche piacevoli, ma manca lo spirito e la verve. Lei si sente poco desiderata e poco ricercata. Lui non la valorizza, non perché non provi attrazione, ma perché non la riconosce. La Liaison di Roberta Lei prova a ravvivare la situazione con giochi erotici e lingerie, ma lui sembra distante. Questo è molto mortificante per lei, finché, durante un aperitivo di lavoro, inizia una liaison con un collega di un'altra filiale, noto per essere un "farfallone" e un traditore seriale. Inizia così un'avventura sessuale che la fa sentire rinata: si trucca di più, si tiene meglio, e Franco stesso nota questo cambiamento. Paradossalmente, anche il sesso tra Franco e Roberta migliora, ma nulla a che vedere con l'appagamento che lei ottiene dal collega. La frequentazione va avanti per tre o quattro mesi finché una battuta fatta da qualcuno che sa qualcosa fa sospettare Franco. Lui mette alle strette Roberta e lei confessa tutto. Il Crollo della Relazione Tutto crolla, perché lei aveva completamente scollegato la relazione dall'avventura sessuale. Non ha mai pensato di lasciare Franco o che la famiglia che avevano costruito non fosse la sua progettualità futura. Era solo andata a pescare al di fuori della relazione esclusivamente la parte sessuale. La storia con il collega era solo un qui e ora sessuale, appagante ma scollegato dal resto della sua vita. Il Perdono e la Terapia di Coppia Franco, pur comprendendo il perché del tradimento, decide di perdonarla. Iniziano un percorso di coppia, lungo e complesso, dove affrontano vari aspetti della loro relazione. Lui riconosce le sue mancanze e i segnali che ha sottovalutato. Conclusioni sul Tradimento di Compensazione Questo è un esempio di tradimento per compensazione, dove ci si sente quasi legittimati a cercare qualcosa al di fuori della coppia non perché la coppia non sia solida, ma perché si è certi che la coppia non possa dare quel qualcosa, che si va a cercare altrove per soddisfare un bisogno individuale e completare un sistema al quale appartiene anche la coppia. ### Come capire se tradisce attraverso l'utilizzo del cellulare Ovviamente, esistono tantissimi indicatori diversi che permettono di comprendere se il partner ci sta tradendo. Voglio parlare dell'utilizzo del cellulare per due motivi. Il primo è che, tendenzialmente, il cellulare ha sempre un ruolo predominante all'interno di qualsiasi relazione, per come è strutturata la società moderna. Quindi, a maggior ragione, all'interno di un tradimento. Siamo continuamente connessi e interconnessi con le altre persone, e la maggioranza delle nostre relazioni le viviamo filtrate dal monitor dello smartphone. Il secondo motivo è che, nella grandissima maggioranza dei casi, il tradimento è sotto gli occhi del partner, ma il partner non se ne accorge. Non se ne accorge principalmente perché non vuole accorgersene. Indicatori di un Possibile Tradimento Quali sono gli elementi e le caratteristiche dell'utilizzo del cellulare che, in qualche modo, indicano o fanno presupporre un possibile tradimento? Attenzione, non sto parlando di scaricare applicazioni di spionaggio o di monitoraggio del cellulare dell'altro, cose che violano in qualsiasi modo la privacy. Sto parlando proprio di come viene usato il cellulare all'interno della relazione e di come questo utilizzo possa segnalare un comportamento anomalo da parte del partner. Questi indicatori sono esempi che riprendo dalla pratica clinica, da quello che mi raccontano le coppie quotidianamente, e cerco di farne un riassunto. Connessione Continua e Fuori Orario Innanzitutto, al di là che la persona che si crede tradita inizi ad avere la percezione di un cambio del comportamento e dell'atteggiamento del partner, c'è sicuramente un utilizzo del cellulare che cambia. Ad esempio, si è continuamente connessi e si trova il partner online su WhatsApp, Facebook, Instagram, ecc., in tantissimi momenti della giornata, anche in momenti che non sono solitamente considerati utili per la chat. Ogni coppia ha i suoi tempi, come il tempo del buongiorno o del pranzo, in cui ci si sente. Ecco, trovare continuamente il partner online in orari non comuni è sicuramente il primo indicatore. Utilizzo Sfrenato del Cellulare Il secondo è l'utilizzo sfrenato del cellulare, ossia un incremento del tempo passato al cellulare. Magari, mentre si guarda un film sul divano alla sera, il partner continua a controllare il cellulare, restando connesso ai social e alle chat, come se fosse distratto e distante dall'attività che si sta svolgendo. Controllo Spasmodico delle Notifiche Il terzo elemento è un controllo spasmodico, quasi ossessivo, delle notifiche e dei messaggi, con un immediato controllo delle notifiche, seguito magari da un sorriso o un gesto che indica un'ansia nel ricevere messaggi. Portarsi il Cellulare Ovunque Il quarto elemento è portarsi il cellulare ovunque. Ad esempio, se prima, tornando a casa, lo si appoggiava sul tavolo della cucina, ora lo si tiene sempre in tasca, sotto controllo, in modo che non sia accessibile a nessun altro. Come Viene Riposto il Cellulare Il quinto elemento è legato a come il cellulare viene riposto: con il monitor verso l'alto o verso il basso. Riporre il cellulare con il monitor verso il basso per nascondere le notifiche può indicare un comportamento sospetto. Ritagliare Tempo per Stare al Cellulare Il sesto punto è ritagliare del tempo per stare al cellulare. Ad esempio, prendo il cellulare quando vado in bagno e, anziché metterci 5 minuti, ci impiego 10 o 15 minuti. Anche questo indica un utilizzo diverso e maggiore del cellulare rispetto al passato. Conclusione Ovviamente, questi non sono indicatori definitivi, ma possono essere i primi segnali di un cambio di routine e di utilizzo quotidiano del cellulare che fa presumere una maggiore connessione con qualcuno, potenzialmente un'altra persona. Come dicevo, questa lista non è esaustiva e il cellulare non è l'unico strumento per comprendere se c'è un tradimento in atto. Tuttavia, la vita è fatta di piccole cose e abitudini; il cambio di queste, soprattutto quando si sente che qualcosa non va, è il primo punto a cui prestare attenzione. Fammi sapere nei commenti se hai individuato altri segnali, se hai indicatori personalissimi o se c'è stato qualcosa che ti ha fatto aprire gli occhi sul tradimento del partner. A presto. ### Il tradimento per libertà Parliamo di tradimento, e nella fattispecie di tradimento per libertà: la storia di Mattia e Michela. Il tradimento per libertà è quello che nel libro definisco "Amore, faccio un giro e poi torno", ossia quel tradimento che viene agito per riaffermare in qualche modo la propria autonomia, la propria indipendenza, la propria individualità. Non è insolito che questo tradimento avvenga in momenti particolarmente importanti per la coppia, quando la coppia in qualche modo ci stringe. Il paradosso sta proprio qui: da un lato la coppia si sta per consacrare o si consacra ulteriormente, e ad esempio fa dei passaggi come la convivenza, il matrimonio, avere dei figli, cambiare città, un trasferimento, l'acquisto di una casa; dall'altro c'è il tradimento. Questo apparentemente è paradossale, ma entrando nel significato che spesso il tradimento per libertà assume, ci rendiamo conto che non lo è. Chi Sono Mattia e Michela Mattia e Michela, 33 lei, 32 lui. Lui lavora come consulente IT, cioè sostanzialmente per un'azienda software. È un po' uno smanettone, un mezzo nerd di quelli che ci sa fare con il computer. Lavora appunto come consulente o meglio come impiegato per questa azienda di consulenza software. Lei invece lavora come assistente alla poltrona; è una ragazza brillante, capace. Entrambi si trovano bene. Hanno fatto una bella carriera, non hanno tutte queste ambizioni di fare chissà quale carriera, ma hanno due posizioni che permettono loro di avere una vita stabile, discrete soddisfazioni anche dal punto di vista economico, e possono permettersi la vita che desiderano. La Loro Vita di Coppia Hanno recentemente acquistato casa. Sono insieme da 7 anni, quindi erano molto giovani. Non è stata la prima relazione, non è stato il primo amore, ma quasi. Hanno acquistato casa da poco e lui, insomma, lui, lei e poi si sono un po' messi d'accordo. Lui le ha chiesto di sposarlo e lei ha accettato, contentissima, super felice. Entrambi vedono il matrimonio come la consacrazione, come dicevo prima, del loro percorso di coppia. L'ambizione di entrambi è quella di avere dei figli e di costruire, insomma, la loro vita. Non hanno particolari sogni esotici, non vogliono strafare, e a loro piace sostanzialmente una vita abbastanza cadenzata, dove sono consci di ciò che li aspetta nella loro quotidianità. Gli piace fare, per lo meno finora, una vita abbastanza regolare sul versante esotico. Durante le feste, durante le vacanze, sono accomunati da questo principio di esplorazione. La verve coraggiosa, la verve di scoperta, di sfida, di avventura ce l'hanno tanto, ma sull'andare ad esplorare il mondo nel senso che gli piace prendersi queste parentesi immersive in qualche posto esotico. Ma la tranquillità, la stabilità, la certezza e la sicurezza che riescono a trasmettersi reciprocamente è qualcosa che entrambi apprezzano all'interno della loro quotidianità. Come Si Sono Conosciuti Si sono conosciuti nel gruppo di amici che frequentavano entrambi. In realtà, lei era prima fidanzata con un conoscente di lui, un ragazzo di quelli che bazzicava la compagnia ma che non era mai stato parte del fulcro della compagnia stessa. Quindi si conoscono da ragazzi, e i primi anni di relazione ognuno sta a casa con i genitori. Poi, siccome erano persone che non avendo fatto l'università hanno iniziato a lavorare anche relativamente giovani, qualche soldo da parte ce l'avevano. Hanno fatto un annetto di convivenza, un anno e mezzo, poi hanno preso casa. Insomma, adesso sono felici, vanno verso il matrimonio e sono entrambi sicuri che l'altro sia la persona giusta. Mattia è certo che Michela sia la persona giusta, e Michela altrettanto. Michela sostiene con fermezza da sempre che Mattia sarà il padre dei suoi figli. Il Tradimento di Mattia Quello che succede è questo: lui, in una di quelle sere in cui lei ha la passione della pole dance e quindi la pratica insieme alla sua amica, invece di uscire quella sera è a casa da solo. Ogni tanto guarda la partita o esce con gli amici, ma quella sera era a casa. Non so come, gli viene l'idea di andare su una di quelle chat di dating, per incontri, dove inizia a chattare, inizialmente non da un punto di vista sessuale ma proprio a chattare, curiosare. Così inizia questa sorta di frequentazione parallela, anche se senza particolare ambizione o velleità, con questa ragazza che abita lì a pochi chilometri da casa loro, con la quale poi effettivamente tradisce Michela. Inizia questa frequentazione con incontri sessuali. Non sono tantissimi, si tratta di due o tre incontri sessuali, e anche la frequentazione non è particolarmente lunga perché inizia e si esaurisce praticamente in giro di un mese e mezzo, due. Tant'è che Michela non lo scopre durante il tradimento, ma lo scopre dopo la relazione, perché salta fuori qualcosa sul cellulare di lui. Allora poi va a guardare e trova effettivamente ciò che non avrebbe mai voluto. Lui è la classica persona alla quale non lo si sarebbe mai detto. Nel senso che, vedendo da fuori, anche i suoi amici, dopo che vengono a sapere la situazione, Michela stessa dice: "Avrei messo una mano sul fuoco, non avrei mai detto che avrebbe potuto fare questa cosa". Soprattutto a pochi mesi dal matrimonio. Nel senso che loro sarebbero dovuti sposarsi, e poi effettivamente si sposeranno a distanza di 7-8 mesi. Diciamo che la fine della relazione con quest'altra persona avviene sei mesi prima del matrimonio. I Dilemmi di Mattia Anche Mattia non se lo sa spiegare bene. Sostanzialmente è come se da un lato avesse la volontà di costruire, di creare qualcosa con Michela, sancire ulteriormente la loro relazione, fare un ulteriore passo dopo aver acquistato la casa, anche sposarsi e poi magari avere la progettualità di un figlio. Mattia non ha mai rinnegato tutto questo, ma ha iniziato a sentire una sorta di senso d'oppressione, una sorta di bisogno di evasione. Non perché Michela gli togliesse l'aria, questo no, perché Michela è la persona che vuole al suo fianco, ma dall'altro lato ha iniziato a pensare che tutto fosse già scritto, tutto fosse programmato. Aveva bisogno in qualche modo di spezzare quella routine dove tutto è già scritto, dove tutto è definito, dove tutto è già prestabilito, e dove tutto è già in qualche modo conosciuto. Entra in questo dilemma per cui non mette in dubbio il matrimonio, ma inizia a dire: "Ma io sto vivendo la mia vita? Io sono davvero artefice delle mie scelte? Io sono davvero colui che è libero di poter decidere che cosa fare?". Finisce così in questa chat, inizia a conoscere questa persona, racconta un po' quali sono i suoi dubbi, un po' di paura del matrimonio. C'è, ma non è tale da mettere in discussione appunto il matrimonio stesso. Ha questi due o tre incontri sessuali, e la cosa che in qualche modo poi lo turba maggiormente è questa: una volta che tutto questo succede, lui si rende conto di essere ancora più innamorato di Michela. È come se aver agito questa autonomia e aver messo ovviamente anche potenzialmente a rischio la relazione, gli abbia permesso di capire effettivamente che Michela era la persona che voleva accanto. Quindi, soprattutto dopo gli ultimi due tradimenti, quelli sessuali e carnali, torna a casa ed è ancora più innamorato, ancora più pronto a proseguire il progetto che insieme hanno stabilito. Michela vede questo cambiamento, al tempo stesso vede anche qualcosa che non torna. È lì che, con un messaggio intravisto sul cellulare, inizia a cercare e scopre tutto. Lui lo confessa dicendo: "Non avrei mai voluto fare questo, non avrei mai voluto confessare una cosa del genere. Ero disposto a portarmi questo fardello, questa croce per tutta la vita, perché mi rendo conto della stupidità di quanto fatto. Al tempo stesso però mi rendo anche conto che nel modo più sbagliato possibile ho avuto tutte le conferme che mi servivano per sapere che questa scelta di vita è una mia scelta e non qualcosa in cui siamo entrambi cascati, cioè dei binari già scritti, già definiti da qualcuno". La Terapia di Coppia Ovviamente non ce la si può cavare con questa semplicità. I due iniziano un percorso, iniziano una terapia di coppia. Mattia poi farà anche un pezzo individuale per mettere insieme alcuni pezzettini della sua storia. Però il tradimento per libertà in questo caso è rappresentato bene, perché lui per assurdo tradisce in un momento dove la coppia dovrebbe consacrarsi ulteriormente, ma il tradimento lo fa tornare indietro ancora più innamorato di prima perché agisce la sua autonomia, la sua indipendenza, anche se in maniera distruttiva. Non voglio che passi il concetto che sto in qualche modo giustificando l'atto, sto solo cercando di raccontare qual è la dinamica che ci sta sotto. Quindi torna indietro in qualche modo galvanizzato, ricaricato, ancora più pronto ad impegnarsi, ancora più innamorato, lasciando però una ferita potenzialmente mortale aperta. Anche qui poi il percorso dei due sarà un po' tortuoso, sarà anche roseo da alcuni punti di vista. Appunto, come ho spoilerato prima, alla fine si sono sposati. Fammi sapere cosa ne pensi, fammi sapere se lo capisci, se ho presentato il tutto in una maniera chiara, se ti ci sei ritrovato o ritrovata. ### Cosa fare quando entrambi gli amanti sono sposati Introduzione Dottore, quando in una coppia entrambi i partner hanno una relazione ufficiale, come si fa? Questa è una domanda che mi viene spesso fatta, perché ha tanti risvolti e tante evoluzioni possibili. È importante capire bene quali sono i presupposti della coppia, nel senso che il luogo comune prevede che ci sia una persona all'interno di una relazione ufficiale e che questa persona abbia anche una seconda relazione con un altro partner. Il Bivio della Relazione Secondaria In qualche modo, questa persona si trova a un bivio: separarsi dalla persona con cui ha la relazione ufficiale per stare con l'altra, oppure manipolare l'amante per sfruttarlo/a a suo piacimento. Tuttavia, la realtà spesso è più complessa, nel senso che anche l'amante ha ovviamente una vita e non sempre è disponibile o in una posizione subordinata nei confronti del partner. Organizzare la Vita da Amante Chi occupa il ruolo dell'amante organizza la sua vita in funzione delle disponibilità dell'altro che, avendo un'altra relazione ufficiale, appena è libero/a si aspetta che l'amante sia disponibile. Potenzialmente, anche l'amante può avere altre relazioni, e questa è una situazione che può essere complicata, ma anche molto chiara e semplice nella mente delle persone coinvolte. Tutto dipende da quali sono le motivazioni che determinano il sorgere di questa coppia e quali sono le aspettative rispetto alla coppia stessa. Quando le Motivazioni e le Prospettive non Coincidono Il problema si genera esclusivamente quando queste due caratteristiche, cioè le motivazioni del perché nasce la coppia e le prospettive che la coppia si pone, non combaciano. Facciamo un esempio. I presupposti per cui la coppia si crea possono essere che entrambi, all'interno della loro relazione ufficiale, trovano delle mancanze e quindi scelgono di agire una compensazione cercando al di fuori della coppia ciò che manca, come il sesso o la complicità emotiva e mentale. Lo trovano nell'amante, ma queste persone non necessariamente desiderano interrompere la relazione ufficiale, perché si sentono ancora innamorati del partner e stanno bene così. In questo caso, il problema non si pone, anzi, potenzialmente è un incastro perfetto e, peraltro, più frequente di quanto si possa pensare. Conflitto di Intenti nella Relazione Tuttavia, i problemi si generano quando il presupposto è diverso, ad esempio uno cerca una relazione di compensazione, ma l'altro no. L'altro potrebbe cercare un gancio per scappare dalla relazione ufficiale e ha bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi per fare questo passo. A questo punto, i presupposti sono molto diversi e inevitabilmente anche le prospettive, perché uno inizierà a insistere per interrompere le relazioni ufficiali per vivere alla luce del sole la propria relazione, mentre l'altro non sarà d'accordo. Questo genera un conflitto tra i presupposti e le motivazioni dei due. Quando la Sintonia fa Collimare i Desideri Diverso è il caso in cui, anche di fronte a presupposti differenti, si genera una sintonia diversa e, alla fine, gli amanti sono disposti a interrompere le loro relazioni ufficiali per vivere a pieno la propria relazione. Cosa vuol dire tutto questo discorso? Vuol dire che le relazioni amorose sono complicate e possono esserci situazioni di più relazioni contemporaneamente aperte. Conclusione Non è detto che una relazione tra amanti non possa essere appagante o debba essere trasformata. Spesso gli amanti possono essere d'accordo nel promettersi una vita insieme in futuro, ma senza stravolgere la situazione attuale, continuando a ottenere reciprocamente ciò di cui hanno bisogno senza rinunciare alle loro relazioni ufficiali. Questa è una situazione di equilibrio che può sembrare paradossale ma non lo è. Il problema si genera quando, a fronte della complessità da gestire per via delle due relazioni ufficiali, i presupposti e le prospettive degli amanti non coincidono. ### Tornare con un ex, quando può funzionare?   "Dovrei tornare col mio ex?" Questa è un'altra domanda che mi viene spesso fatta. È un argomento spigoloso perché ci sono rischi da tutte le parti. Comunque lo si giri, ci si trova in una situazione potenzialmente esplosiva perché ci sono tanti fattori diversi da considerare. Ci sono i detti che la minestra riscaldata non è buona e non dovrebbe essere desiderata, ma c'è anche chi sostiene che tornare con il proprio ex può dare una seconda possibilità alla relazione. Tante idee diverse che, spesso, anche all'interno della stessa persona, sono molto contrastanti quando si ipotizza di trovarsi in questa situazione e si riflette su cosa fare. Il tradimento e le scelte diverse La stessa cosa succede con il tradimento. Un sacco di persone dicono: "Ah, se io dovessi essere mai tradito o tradita, interromperei la relazione e non avrei più nulla da spartire con questa persona". Poi, trovandosi effettivamente in questa situazione, le scelte sono ben diverse. Tornare con l'ex segue un po' lo stesso principio. È chiaro che sono molto più comuni e conosciute le situazioni in cui il ritorno con l'ex è stato deleterio. Ci sono degli esempi illustri, come quello di Frida Kahlo e Diego Rivera: Diego Rivera tradisce Frida con la sorella, Cristina, e Frida chiede il divorzio. Tuttavia, un anno dopo tornano nuovamente insieme e si risposano, rinnovando tutto il sistema precedente, che si è rivelato deleterio per entrambi. Considerazioni importanti prima di tornare con un ex Tornare con l'ex non ha una regola assoluta, ma ci sono principi e considerazioni che devono essere ben tenuti in mente. La prima è sicuramente capire il perché. Capire il perché significa chiedersi: "Perché io voglio tornare con l'ex? Perché mi sento solo o sola? Ho paura di non riuscire più a trovare nessuno? Faccio un compromesso con me stesso o me stessa? Mi manca la presenza, ma non mi manca la persona? È più importante per me avere qualcuno accanto che avere specificamente quella persona?". Se avete risposto "sì" ad almeno una di queste domande, allora verosimilmente la relazione con l'ex degenererà alla svelta. Diverso è se si vuole tornare con una persona quando c'erano degli elementi che non funzionavano e, in qualche modo, si crede che possano essere cambiati. Quante volte si innesca nuovamente una relazione con un ex partendo dal presupposto che abbia promesso di essere cambiato, migliorato eccetera, salvo poi degenerare nuovamente. Questo accade perché, nel momento in cui si torna con un ex, serve del tempo affinché si possano cambiare veramente le cose che non funzionano. La trasformazione è possibile quando è intrinseca, cioè quando avviene a seguito di un'evoluzione personale. Non si può essere mai sicuri della trasformazione del partner finché non si inizia nuovamente una relazione. I cambiamenti lampo non esistono, quindi le promesse come "Ti giuro che sono cambiato/a" lasciano il tempo che trovano e portano a un secondo naufragio della relazione stessa. Le altre possibilità di tornare con un ex Esistono anche altre possibilità, come ad esempio tornare con l'ex storico o con l'ex con cui si è stati tanti anni prima. In questo caso, la relazione è molto diversa: è una nuova relazione. Se ci siamo conosciuti e frequentati quando eravamo ragazzi, è passato del tempo, ognuno ha costruito la propria vita, e poi ci rincontriamo dopo tanti anni riscoprendo un amore che non ha nulla a che fare con quello precedente, questa è una relazione con un ex che può funzionare. Perché? Perché è passato molto tempo e c'è stato il tempo reciproco per trasformarsi. Per tornare effettivamente con un ex, l'altro deve essere reso tale. Questo è un fattore importantissimo da considerare: l'ex deve essere effettivamente un ex, la relazione deve essere chiusa, e si deve credere reciprocamente che sia finita. Quando si dice "sono tornato/a col mio ex", spesso si tratta di una battaglia di posizione, una guerra di logoramento in cui ci si è lasciati, si frequentano altre persone, ma si resta comunque connessi. Questo filo che unisce non è mai stato definitivamente reciso e i segnali che ci si invia reciprocamente portano a una nuova unione. Questo non è tornare con l'ex, è essere in una battaglia di posizione in una situazione logorante in cui si costruisce l'infelicità intorno a sé. Tornare con un ex prevede che l'ex sia effettivamente tale e che si sia messi nella condizione di poterlo perdere, costruendo altri pezzi della propria vita prima di rincontrarlo. Questo è il motivo per cui, quando si torna con un ex dopo tanti anni, si tratta di una nuova relazione. Sì, è un ex, ma è una nuova relazione con tutti i presupposti per funzionare come tale. Quando ci si ritorna insieme dopo poco tempo, pochi mesi o settimane, non è una relazione interrotta, ma una relazione in crisi. Tornare con l'ex è possibile solo se è effettivamente un ex. Conclusioni: Quando non tornare con un ex Interrompere una relazione viene spesso visto come una strategia per dare un significato relazionale comunicativo all'altro, ma se viene utilizzata in maniera strumentale e strategica per far cambiare l'altro, diventa inevitabilmente fallimentare. Lo stesso accade se il ritorno con l'ex è legato a paure personali: paura di rimanere da soli, paura di non trovare più un partner, paura di non essere all'altezza, paura del giudizio sociale, abitudine, compromesso eccetera. Anche in questo caso, ci si condanna a una relazione triste e potenzialmente destinata a un secondo naufragio. ### Crisi di coppia, quando lasciarsi? Quando lasciarsi è una delle domande più difficili che emergono all’interno di una relazione significativa. Non arriva mai all’improvviso: si manifesta nel tempo, attraverso segnali spesso contraddittori, e mette chi la vive davanti a una scelta complessa, carica di dolore, paura e senso di responsabilità. Una crisi di coppia è un momento in cui il rapporto di coppia smette di funzionare come prima. Cambiano le dinamiche, aumentano i conflitti, può comparire una profonda distanza emotiva. E anche se si tratta di una fase comune, non sempre è facile capire quando è meglio resistere e quando invece riconoscere che è arrivato il momento di lasciarsi. In questo articolo voglio affrontare proprio questo nodo: capire se una crisi di coppia può essere superata oppure no, e quando continuare rischia di diventare più dannoso che separarsi. Cos’è davvero una crisi di coppia Una crisi di coppia non è necessariamente la fine della relazione. Anzi, molto spesso è un passaggio inevitabile nel ciclo di vita di una coppia. Nella mia esperienza clinica, una crisi di coppia emerge quando il rapporto entra in tensione tra ciò che era e ciò che sta diventando. È un momento di rottura degli equilibri precedenti. Una crisi di coppia può essere innescata da: cambiamenti personali fasi di vita diverse problemi di comunicazione mancanza di comunicazione prolungata eventi stressanti esterni In questi casi, la crisi di non è il problema in sé. Il problema è come la coppia affronta la crisi. In sintesi: una crisi di coppia è un segnale che qualcosa deve cambiare, non per forza che tutto debba finire. Perché la crisi fa così paura La crisi di coppia attiva una paura di fondo: la paura di perdere il partner e la relazione. È una paura comprensibile. Quando ci si sente minacciati nella stabilità affettiva, il sistema emotivo va in allarme. Per questo è facile: minimizzare la crisi negare la situazione resistere anche se si sta male Ma evitare la crisi non la risolve. Anzi, spesso la peggiora. In molte coppie, la crisi di si manifesta con silenzi, distanza, conflitti ripetitivi. E anche se all’esterno può sembrare che “vada tutto bene”, all’interno della coppia qualcosa si sta logorando. Crisi trasformativa o crisi distruttiva Non tutte le crisi di coppia sono uguali. Crisi trasformativa Una crisi è trasformativa quando: c’è ancora desiderio reciproco la relazione è ancora significativa esiste un progetto di vita condiviso In questi casi, la crisi può diventare un’opportunità per costruire una relazione sana, più autentica e consapevole. Crisi distruttiva Una crisi diventa distruttiva quando: il rapporto è dominato da distanza emotiva prevale la mancanza di rispetto non si riesce più a comunicare uno dei partner è emotivamente assente In questi casi, continuare può significare prolungare una sofferenza inutile. In sintesi: la differenza non sta nella crisi in sé, ma nella qualità del legame che resta. Il gap tra ciò che si desidera e ciò che si vive Uno degli elementi centrali di ogni crisi di coppia è lo scarto tra: ciò che si desidera dalla relazione ciò che si vive concretamente ogni giorno Questo gap può diventare fonte di grande sofferenza, soprattutto quando dura a lungo. Ci si sente divisi tra il desiderio di una relazione felice e la realtà di una relazione che non funziona più come prima. È qui che nasce la domanda: quanto posso reggere questa distanza? Quando è il momento di iniziare a chiedersi se lasciarsi Ci sono segnali che indicano che potrebbe essere il momento di interrogarsi seriamente sul futuro della relazione. Ad esempio: la progettualità comune è scomparsa il progetto di vita non è più condiviso la relazione è mantenuta solo per abitudine prevale la mancanza di comunicazione la relazione non è più nutriente per nessuno In questi casi, capire se continuare ha ancora senso è fondamentale. Amore finito e affetto che resta In molte coppie, la crisi di coppia non nasce da grandi conflitti, ma da un lento esaurirsi del sentimento. Ci si vuole bene, ma non ci si desidera più. Si resta insieme per affetto, per paura di ferire, per paura di restare soli. Ma una relazione basata solo sull’affetto rischia di diventare una prigione emotiva. Quando la crisi può ancora essere affrontata Ci sono situazioni in cui, anche se la crisi è intensa, la relazione può essere recuperata. Questo accade quando: entrambi i partner vogliono lavorare sulla coppia c’è disponibilità a cambiare si è disposti a chiedere aiuto In questi casi, affrontare la crisi non significa resistere, ma trasformare. Le crisi che si trascinano nel tempo Una crisi di coppia che dura a lungo senza evolvere è spesso segno di blocco. Ci sono due dinamiche frequenti: Evitare il confronto Si fa finta che il problema non esista. Ma il non detto aumenta la distanza emotiva. Restare per paura Si resta per paura di perdere l’altro, anche se la relazione è diventata fonte di sofferenza. In questi casi, restare non protegge la relazione: la svuota. Le domande decisive da porsi Arriva un momento in cui è importante fermarsi e chiedersi: C’è ancora desiderio di stare insieme? La relazione è ancora uno spazio di crescita? Quanto sto sacrificando di me per restare? Anche se fa paura, cosa sarebbe più sano per me? Queste domande aiutano a capire quando è meglio continuare e quando invece lasciarsi. Lasciarsi è sempre un fallimento? No. Lasciarsi non significa aver sbagliato tutto. A volte è un atto di responsabilità verso se stessi e verso l’altro. Una relazione può finire anche se è stata importante. In sintesi: lasciare l’altro, in alcuni casi, è un modo per non perdersi. FAQ: crisi di coppia e decisione di lasciarsi Quanto tempo può durare una crisi di coppia? Dipende da intensità, storia della coppia e capacità di affrontare i nodi reali. In molte coppie, una crisi di coppia dura da alcune settimane a diversi mesi: spesso il tempo “utile” è quello in cui si prova a capire se la relazione può cambiare davvero. Un indicatore pratico è questo: se per mesi la crisi di si ripete uguale, con la stessa mancanza di comunicazione e gli stessi conflitti, senza passi concreti, allora potrebbe essere il momento di chiedersi se si sta solo resistendo. In sintesi: una crisi di coppia può durare, ma deve evolvere. Se non evolve, il rapporto rischia di logorarsi. Quali sono i segnali che un amore è finito? Sono molti, ma alcuni ricorrono spesso: prevalenza di interazioni fredde o ostili assenza stabile di desiderio e curiosità verso il partner la distanza emotiva aumenta e non si riduce neanche se si prova il progetto di vita non è più condiviso si sta insieme più per paura di che per desiderio Attenzione: un momento di distacco non significa per forza “fine”. Ma se questi segnali restano nel tempo, anche se si tratta di una crisi di coppia, vale la pena chiedersi quando è meglio smettere di forzare. In sintesi: l’amore non è solo sentimento, è anche scelta reciproca. Se la reciprocità sparisce, la relazione è in difficoltà. Cos’è la regola dei 3 mesi? La “regola dei 3 mesi” è un’idea diffusa: darsi un tempo (spesso tre mesi) per capire se la crisi di coppia può rientrare. Non è una regola scientifica, ma può essere utile se viene usata bene. Funziona quando in quei tre mesi: si chiarisce cosa non sta funzionando si impostano azioni concrete (ad esempio: tempi di confronto, terapia di coppia, nuovi accordi) si valuta se la relazione migliora davvero, non solo a parole Non funziona se diventa un modo per rimandare, mentre la mancanza di comunicazione e la distanza emotiva continuano uguali. In sintesi: il tempo ha senso se porta cambiamento. Altrimenti è solo attesa. Quali sono i segnali di una crisi di coppia? Una crisi di coppia si manifesta con segnali diversi, ma i più comuni sono: problemi di comunicazione (si parla poco, male, o solo per discutere) mancanza di comunicazione su temi importanti calo dell’intimità e del desiderio conflitti ripetitivi che non portano soluzioni sensazione di solitudine all’interno della coppia aumento di irritazione, critica, sfiducia Se ti ritrovi in questi segnali, è importante non aspettare che “passi da sola”: la crisi di va letta e affrontata. In sintesi: i segnali servono a intervenire prima che il rapporto diventi solo sofferenza. Cosa fare se ti riconosci in questa situazione Se stai vivendo una crisi di coppia e fai fatica a capire se la relazione ha ancora un futuro, chiedere aiuto può essere una risorsa. Uno spazio di confronto può aiutarti a leggere la situazione con maggiore lucidità e a fare una scelta più consapevole. Se senti il bisogno di parlarne, puoi contattarmi per iniziare un percorso di chiarimento. A volte non serve decidere subito. Serve capire meglio cosa si sta vivendo. ### Qual è l'elemento più importante per superare un tradimento? Introduzione Parliamo di tradimento e, nella fattispecie, di superamento del tradimento. Qual è il principale limite, il principale errore che si commette nell'affrontare un tradimento e quindi, potenzialmente, nel risolverlo? Mi occupo da anni, come sai, di terapia di coppia e relazioni sentimentali, e inevitabilmente di tradimento. L'interrogarsi su cosa sia meglio fare – se è meglio che la coppia rimanga insieme, che la coppia si lasci, che lo si comunichi ai figli piuttosto che non lo si faccia, che si coinvolgano altre persone oppure che si medi per trovare una soluzione – sono tutti temi sicuramente interessanti, che vanno approfonditi e valutati caso per caso, poiché i fattori che determinano un tradimento e ne determinano la possibile risoluzione sono molti, su tutti ovviamente la volontà dei due partner. Il Ruolo della Scelta nel Superamento del Tradimento Ciò che mi trovo spesso ad individuare come situazione necessaria da affrontare, ma non sufficiente per permettere la risoluzione del tradimento, è il compiere una scelta. Molte volte, nell'affrontare un tradimento, le persone dicono: "Va bene, mettiamoci una pietra sopra, facciamo finta che nulla sia successo." Ovviamente, queste sono reazioni ingenue da un punto di vista istintivo, e richiedono una qualche rassicurazione sul breve periodo. Tuttavia, poi la coppia si deve trovare e, in qualche modo, fare i conti con se stessa. Prima di tutto, però, lo devono fare i due partner. Una volta che i due partner hanno fatto i conti con loro stessi, si trovano a dover esprimere ed esplicitare questa scelta nei confronti della coppia e del suo potenziale proseguo. Quindi, devono riuscire a dirsi con una certa serenità se intendono proseguire, predisponendo le risorse necessarie per farlo, o se invece preferiscono interrompere la relazione. Ovviamente non è una scelta facile, però il termine "scelta", cioè la presa di posizione di fronte a una situazione del genere, è la condizione sine qua non. La Difficoltà nel Compiere una Scelta Consapevole Ciò che trovo molto spesso è che le persone in realtà non scelgono, o meglio, non sono entrambi i partner a scegliere ciò che desiderano fare in termini di proseguo della coppia. Ad esempio, c'è il traditore che, legato al senso di colpa per il gesto compiuto, si fa trascinare nella volontà di proseguire la coppia dal tradito. Oppure, viceversa, ci può essere di nuovo il traditore che decide di rimanere con il partner non perché si sente in colpa, ma perché si rende conto di aver commesso un errore e che ciò che realmente vuole è rimanere con il partner. E il partner, per mancanza di alternative, per paura delle conseguenze sociali, di ciò che potrebbe dire la famiglia o gli amici, o per difficoltà economiche, sceglie di mantenere insieme a colui che l'ha tradito, sceglie relativamente. Nel senso che di fatto non si chiede neanche cosa potrebbe fare, ma pensa che proseguire nella relazione sia l'unica possibilità. La scelta, quindi, nei due esempi che ti ho fatto, che ovviamente non sono esaustivi di tutto il ventaglio di possibilità, non viene compiuta. Non viene compiuta poiché la si dà in qualche modo per scontata. Questo ovviamente può essere valido anche nel momento in cui le persone decidono di lasciarsi, ossia nel momento in cui qualcuno ha sempre professato a se stesso che il tradimento è per lui qualcosa di insuperabile, mettendo in atto una reazione di default, già preparata nella sua testa, che consiste nell'interruzione della relazione. Anche in questo caso la scelta però non viene compiuta, non viene ponderata, ma viene sostanzialmente agita. Ripeto, non c'è nulla di male nel decidere di rimanere insieme o nel decidere di lasciarsi. Non c'è una risposta giusta o sbagliata. Le persone devono scegliere e muoversi come meglio credono, però, ripeto, devono scegliere, devono essere sufficientemente lucide da fare i conti con loro stesse e poter mettere in atto una scelta consapevole, una scelta esplicita, che in qualche modo sancisce un punto di svolta nella relazione che c'è stata fino a quel momento e che da lì in poi ci sarà. Esplicitare la Scelta e Ricostruire la Relazione Le persone devono avere vagliato le diverse possibilità e devono poter esplicitare all'altro la loro scelta, perché questo è il primo passo. Soprattutto nel momento in cui entrambi scelgono di rimanere insieme per poter stare insieme. Se questo non viene compiuto, allora non si potrà avere la possibilità di tornare ad essere felici, poiché la paura – in termini di minaccia, di mancanza, di perdita – sarà tale da impedire la ricostruzione della relazione. Ovviamente, rimanere insieme per paura risulta essere uno dei vincoli più gravi e prognosticamente più limitanti della buona riuscita di una terapia. L'elaborazione all'interno della coppia per superare un tradimento, per stare insieme o per lasciarsi, a seguito di un tradimento, richiede di scegliere, scegliere prima individualmente e successivamente comunicare questa scelta all'interno della coppia. Solo nei momenti in cui si è trovato l'accordo o il disaccordo, nei momenti in cui si sceglie di lasciarsi, si può lavorare per compiere ciò che si è scelto, per costruire il prossimo futuro. ### Riacquistare la fiducia dopo un tradimento "Come posso riacquistare fiducia?" Questa è una delle domande che mi arriva più spesso tramite social. Persone che leggono magari quello che faccio o guardano i video che condivido decidono di scrivermi per un aiuto. È un tema estremamente attuale e frequente anche all'interno della stanza di terapia. La fiducia è una delle principali cose che viene compromessa nel momento in cui si scopre un tradimento. Quando la coppia decide di provare a rimanere insieme a seguito del tradimento, sulla fiducia si basa il rapporto e inevitabilmente il futuro della coppia. La fiducia come un vaso di ceramica La fiducia, per utilizzare una metafora, potremmo vederla come un vaso di ceramica. Quando si spezza la prima volta, è relativamente semplice poterlo ricomporre: si prende la colla e si cerca di riunire i cocci, solitamente spezzati in pezzi sufficientemente grandi da poter essere riuniti e ricomposti. A volte il risultato finale è anche più bello, più gradito e piacevole di quanto potesse essere il vaso originario. Esiste addirittura una tecnica giapponese che si chiama kintsugi, che permette di ricomporre i vasi inserendo oro nelle venature delle crepe della frattura, rendendo il vissuto ancora più prezioso, esaltandolo invece di nasconderlo. Il rischio della seconda rottura Il problema qual è? Sicuramente, quando il vaso si rompe una seconda volta, i pezzi rischiano di essere troppo piccoli per poter essere incollati nuovamente. Quindi, il valore inevitabilmente viene perso, soprattutto quando qualcosa si è appena rotto. Questa è anche la fase più delicata, in cui una possibile frattura è più probabile poiché c'è una sensibilità diversa. Come ricostruire la fiducia La fiducia funziona esattamente allo stesso modo. Una volta che viene tradita e compromessa a seguito di un tradimento, è possibile ricostruirla. L'opera di kintsugi, di porre l'oro all'interno delle crepe e tutelare la fiducia da una potenziale nuova rottura, soprattutto nelle fasi iniziali, è estremamente delicata. Per fare questo, si deve mettere in atto una prova di grande fiducia, magari anche attraverso il conflitto. Cosa vuol dire? Per ricostruire una relazione e la fiducia compromessa, è necessario essere estremamente aperti, sinceri e trasparenti con se stessi e con l'altro, in modo tale da capire la dimensione di questi cocci, quali sono le facce che combaciano e se c'è la possibilità di ricostruire il vaso. Affrontare le vere cause del tradimento Nel momento in cui ci si trova ad affrontare il perché di un tradimento, non ci si può nascondere dietro scuse come "è capitato", "mi dispiace", "non so cosa mi sia successo", "ero ubriaco" e così via. È più sensato potersi dire: "Ho dei dubbi sulla nostra relazione", "sono stato egoista", "ho preferito il mio benessere personale al benessere di coppia", "sono venuto meno ai patti di esclusività della nostra relazione". Ammettere di aver avuto dubbi o di aver agito per egoismo è il primo passo per valutare se il comportamento può essere riparato o risolto. Conclusione: l'opera di kintsugi nella ricostruzione della fiducia L'opera di kintsugi, di porre oro nelle crepe per ricostruire il vaso, è possibile. È possibile ricostruire la fiducia dopo un tradimento, però probabilmente una sola volta. Dopo di che, i pezzi sarebbero troppo piccoli per essere rincollati. La ricostruzione avviene attraverso sincerità e trasparenza, che a volte possono essere confuse con durezza, ma sono necessarie per comprendere i valori personali e di coppia che hanno generato il tradimento e la situazione di difficoltà. La fiducia è preziosa e fondamentale per la coppia. Quando viene meno, è rotta per sempre, soprattutto se non si lavora immediatamente per ripararla. Accampare scuse e mettere tutto sotto il tappeto non farà altro che indebolire ulteriormente le crepe già presenti. Bisogna passare dalla trasparenza dei valori, spiegare e capire perché il tradimento è avvenuto, e valutare se c'è la possibilità di proseguire la relazione. Solo così è possibile mettere il primo mattoncino e la prima venatura d'oro per ricomporre il nostro vaso della fiducia. ### Stare con me tira fuori il peggio? " Tiri fuori il peggio di me" Questa è una frase che magari ti è capitato di sentire o dire al partner. Molte volte, in una discussione, si arriva a pensare questo. All'interno di una relazione, soprattutto quando è in difficoltà, questa frase diventa una grande verità: "Tu sei in grado di tirare fuori il peggio di me. Io non sono così, non sono questa persona, ma la relazione con te, il combinarsi insieme a te, lo stare vicino a te, tira fuori questa parte di me che io considero la peggiore, che mi fa male, che non mi piace, che non voglio." È responsabilità tua, è lo stare vicino a te che causa questa reazione in me. Sei diventato/a tossico/a per me. Le due principali ragioni per cui si pensa "Tiri fuori il peggio di me" Ci sono principalmente due ragioni, dal mio punto di vista, per cui si arriva a pensare questo. Non vale se, all'interno di una discussione, uno perde le staffe e dice una frase del genere, per quanto poi si possa pentire o generare ulteriore conflitto. Se non lo pensate davvero, se siete soliti dire una cosa del genere durante una discussione ma non lo pensate veramente, questo discorso non fa per voi. Mi riferisco a quella convinzione che si genera nella testa per cui, anche a bocce ferme, una persona dice: "Sì, effettivamente, stare con questa persona, stare con il mio partner, tira fuori il peggio di me." Quando la relazione è dall'origine tossica La prima è quando la relazione è dall'origine tossica. Se vuoi sapere cos'è una relazione tossica, ti rimando ai video sulle relazioni tossiche, dove spiego anche perché spesso sono vissute intensamente dal punto di vista emotivo. Nel primo caso, la relazione non dura da tanto e ci rendiamo conto, come spesso accade nelle relazioni tossiche, che da un lato soddisfano grandemente alcuni nostri bisogni, ma dall'altro lato sono completamente manchevoli in altri aspetti fondamentali. Ad esempio, il sesso può essere fantastico, ma la comunicazione può essere dolorosa e violenta. Quando si è all'inizio di una relazione tossica, o nelle prime fasi in cui non si è ancora in grado di capire se la relazione è tossica o meno, si vive questa ambivalenza: si è appagati in alcuni contesti, ma completamente insoddisfatti in altri. Questo genera rabbia, frustrazione e sentimenti aggressivi, portando a dire "tu tiri fuori il peggio di me." Quando la relazione evolve in modo negativo La seconda possibilità è quando la relazione è stata una relazione d'amore, splendida e duratura, dove si è investito tanto. Ad un certo punto, però, l'altro diventa la nostra croce, non più la nostra delizia. Questo concetto si innesca nel momento in cui la relazione inizia a farci evolvere e migliorare, ma poi ci pone lontani. I motivi per cui inizialmente abbiamo scelto il partner diventano i motivi per cui ora non possiamo più sceglierlo. Ad esempio, una persona con scarsa autostima trova un partner che la sostiene e la fa sbocciare. Col tempo, però, questa persona non si sente più appagata dal partner, che ora viene visto come un ostacolo. Quando ci si sente schiacciati contro un tetto di vetro nella relazione, si vive una situazione di sentimenti contrastanti: si ama o si è amato il partner, ma ora ci dà fastidio. Questa rabbia emerge non tanto nei confronti dell'altro, ma rispetto ai non detti su se stessi. Si prova una sorta di risentimento verso se stessi, che viene manifestato al partner, accusandolo di tirare fuori il peggio di noi. Conclusione Fammi sapere se è chiaro e se ti sei trovato/a a vivere una condizione di questo tipo. Come sempre, dico di facilitare la discussione e aiutare chi magari sta vivendo questa situazione, nei commenti. A presto! ### Tradire e amare allo stesso tempo: è possibile? Dottore, ma si può tradire anche se si è innamorati del partner? Amore vs Innamoramento Allora, sì è possibile, tuttavia c'è da distinguere il concetto di amore e il concetto di innamoramento. Solitamente, quando mi viene fatta questa domanda, la persona non è innamorata del partner, la persona ama il partner. Sono due cose diverse. Ho già fatto diversi video a riguardo, e l'innamoramento è tutta quella fase di tumulto dove si è travolti da questa ondata emotiva e tutto va. L'amore è una cosa un po' diversa, cioè dove c'è una parte anche più razionale di costruzione, di impegno, di fatica, con una progettualità a lungo termine. Insomma, sono cose diverse. Però, quando solitamente mi viene fatta questa domanda, la persona intende: se anche amo il mio partner, è possibile che io lo tradisca? Cioè, non sono innamorata, ma amando il mio partner è possibile che io lo tradisca? E la risposta è sì. Le Dinamiche del Tradimento Ovviamente non tutti i tradimenti sono uguali, non tutti i tradimenti ripercorrono le stesse dinamiche e, quindi, non sono originate dalle stesse cause e non generano le stesse conseguenze. Ognuno ha una storia e, come sai, sul tradimento ci ho messo parecchio la testa. Soprattutto negli ultimi anni ci sono due situazioni particolari di tradimento, diciamo così, in cui la persona che tradisce di fatto si può considerare innamorata comunque del partner, comunque ama il partner. Ora, non vuol dire che tutti i tradimenti che appartengono a queste due macro categorie prevedono che il traditore ami il partner ufficiale, però è possibile. Quindi, ci sono due situazioni in particolare in cui chi tradisce non mette in discussione il sentimento che prova per il proprio partner ufficiale. Tradimento per Libertà queste situazioni sono due: uno, il tradimento per libertà, cioè quel tradimento che io nel libro ho chiamato "Amore, faccio un giro ma poi torno", che viene messo in atto solitamente tutte quelle volte che la relazione diventa una gabbia, diventa un limite, diventa un guinzaglio, diventa un recinto, insomma in qualche modo soffocante. Ma non è un soffocante della serie "mi toglie l'aria, devo scappare perché qui non ci voglio più stare", diventa un soffocante in termini relazionali, soprattutto per prese di impegno. Quindi ci sono molti tradimenti in cui il traditore sostiene di amare il proprio partner che vengono agiti soprattutto in momenti di svincolo, in momenti delicati della coppia, in cui la coppia evolve, sancisce ulteriormente il proprio legame e, in maniera paradossale, anche forse controintuitiva, viene agito il tradimento. Ad esempio, tutti quei momenti in cui la coppia si unisce ulteriormente: compriamo casa, andiamo a convivere, ci sposiamo, abbiamo un figlio. Nei tradimenti di libertà, dove spesso poi il partner traditore si ritiene innamorato del partner tradito, questi avvengono vicino a questi momenti importanti, in questi momenti topici della coppia. Il tradimento in questo senso è fatto più in funzione di affermare la propria autonomia, in funzione di programmare la propria libertà, avere delle conferme al di fuori, avere l'idea che comunque in un potenziale futuro catastrofico in cui la relazione dovesse finire, il traditore avrà ancora delle carte potenziali da poter giocare, oltre ovviamente a prendere una boccata d'ossigeno, una pausa, una distanza. La cosa interessante è che non c'è alcun tipo di pensiero o idea di andare a interrompere la relazione ufficiale, anzi spesso quando si agisce un tradimento di questo tipo e poi si torna indietro, il traditore è ancora più innamorato del partner che ha tradito e ancora più pronto a sancire anche esplicitamente con, ad esempio, queste tappe di vita importanti che ho raccontato, il proprio amore. Questo è un caso, ovviamente potremmo approfondirlo molto di più, però per questo esiste il libro, altri articoli e video ed infine il percorso che ho creato sempre in video, che trovi sul sito. Tradimento per Compensazione L'altro tema, l'altra possibilità, l'altra macro categoria, è quella legata invece ai tradimenti per compensazione, soprattutto basati sul concetto di lato oscuro. I tradimenti per compensazione sono tutti quei tradimenti in cui si cerca al di fuori della coppia ciò che all'interno della coppia manca. Può essere il supporto emotivo, come il sesso, come tante altre cose. Quindi, il mio partner è perfetto, il mio partner sostanzialmente è il partner che voglio, quello o quella che mi fa star bene, compagno di vita, eccetera eccetera. Però manca nella soddisfazione di quel bisogno lì che per me è molto importante. E quindi cosa faccio? Solo quella parte lì la vado a cercare al di fuori. Il tradimento per compensazione si suddivide in due, cioè il tradimento per gerarchia, e anche qui ti lascio approfondire negli altri contenuti che ho fatto, o il tradimento per lato oscuro. Nel tradimento per lato oscuro il traditore, verosimilmente, non sempre può essere innamorato del proprio partner ufficiale. Questo perché il tradimento per lato oscuro viene agito nella volontà di andare a soddisfare delle fantasie che spesso vengono considerate delle perversioni al di fuori, personali, intime, non bisognose di essere conosciute dal partner, che spesso, anzi, nonostante venga tradito, viene portato un po' in palmo di mano. Vengono vissute e esplorate al di fuori della coppia, ma comunque sempre solo al di fuori della coppia, nel senso che chi tradisce per lato oscuro è come se avesse di fatto una parte di sé che appartiene a un mondo parallelo, a un universo estraneo a quello che invece le persone ritengono essere il traditore, cioè una parte completamente diversa, staccata, celata, nascosta, che conosce solo lui o solo lei e che sceglie di vivere e sperimentare in autonomia, all'insaputa di tutto e di tutti. È qualcosa che spesso il traditore neanche vuole, spesso si disprezza, si odia, si fa schifo, si condanna, ma sente questa pulsione, sente questo bisogno che solitamente è sessuale, ma non sempre. E allora lo vive al di fuori, cioè lo vive in un universo segreto, parallelo, e una volta che ha soddisfatto questi bisogni, torna alla sua vita. Il tornare alla sua vita di fatto fa sì che non metta, anche in questo caso, in alcun modo in dubbio la relazione con il partner. Lo ama, lo adora, come dicevo, lo porta in palmo di mano, non ha nessuna intenzione di lasciarlo, semplicemente va a soddisfare questi bisogni che sono spesse volte per lui stesso inaccettabili al di fuori della coppia. Tradimento per compensazione, lato oscuro, questi sono due tradimenti, ad esempio, che vengono spesso agiti e nonostante ci sia un sentimento anche sincero, ci sia un amore nei confronti del partner tradito. Quindi, non tutti i tradimenti sono uguali, ognuno ha la sua storia, ognuno ha le sue dinamiche e ognuno, ovviamente, assume i suoi significati. ### Vantaggi di una relazione a distanza Le relazioni a distanza sono un tema estremamente delicato, soprattutto in un mondo così "liquido", per citare Bauman, che adesso va tanto di moda. Su questo termine, sicuramente ha costruito una parte interessante della sua carriera, descrivendo l'immagine della società attuale. Le relazioni a distanza sono sempre più frequenti, sia per una distanza fisica magari molto ampia, sia per una quantità di tempo trascorsa lontano dal partner, nonostante la distanza fisica non sia effettivamente così eccessiva. Questo perché ognuno dei due partner è immerso nella propria vita, carriera, obiettivi e ambizioni. Quando si parla di relazioni a distanza, di fatto, ci possono essere distanze chilometriche (magari uno vive dall'altra parte del mondo), ma ci possono essere anche distanze meno evidenti da un punto di vista meramente chilometrico, altrettanto presenti in funzione dei turni lavorativi o dell'organizzazione di vita che si ha, e/o dei periodi dell'anno che prevedono determinati impegni. Vantaggi delle Relazioni a Distanza Quali sono i punti di forza e i vantaggi delle relazioni a distanza? E sì, hai capito bene: parlo di vantaggi delle relazioni a distanza. Ho deciso di fare un paio di articoli in merito, in uno mi concentrerò sui vantaggi delle relazioni a distanza e nell'altro mi sono concentrato sugli svantaggi. Siccome quando si parla di relazioni a distanza tutti vedono solo i limiti, non penso che sia assolutamente così. In questo video, voglio parlare dei vantaggi. 1. Indipendenza Personale Il primo vantaggio è l'indipendenza personale. È facile capire come, nel momento in cui si vive una relazione a distanza, da un lato si è coinvolti nella relazione, ma dall'altro, la distanza e il fatto stesso che la relazione è organizzata per far sì che si passi diverso tempo per conto proprio, permettono di percepire una maggiore indipendenza. Si sviluppa una maggiore capacità personale di stare in piedi da soli, e va da sé che, se da un lato ci saranno delle condivisioni di coppia, dall'altro ci sarà anche la narrazione di quello che si fa individualmente. Proprio a causa dell'assenza fisica dell'altro, si sviluppa e si lavora tantissimo sull'indipendenza personale. 2. Aumento dell'Intimità Il secondo vantaggio è l'aumento dell'intimità. Questo può sembrare controintuitivo, ma siccome le occasioni di stare insieme fisicamente sono meno, c'è una cura diversa nel vivere l'intimità. Non viene data per scontata, ma anzi viene attivamente coltivata. Certo, ci possono essere degli effetti contrari, come l'ansia da prestazione, perché si ha il desiderio di sfruttare al massimo i momenti insieme. Tuttavia, spesso le coppie che vivono una relazione a distanza riescono, nei momenti in cui si incontrano, ad avere un'intimità estremamente intensa proprio a causa della distanza trascorsa. 3. Volontà di Far Funzionare le Cose Il terzo vantaggio è la volontà di far funzionare le cose. Quando si vive una relazione a distanza, nel momento in cui ci si incontra, è importante provare a far andare bene le cose. Le relazioni richiedono impegno, dedizione e talvolta sacrificio. Chi vive una relazione a distanza sa bene quanto sia importante impegnarsi attivamente per il benessere della relazione, molto più di quanto avvenga in una relazione in cui il partner è sempre accessibile. 4. Fiducia Il quarto vantaggio è la fiducia. Le relazioni a distanza obbligano allo sviluppo di una fiducia diversa, poiché è necessario fidarsi del partner. La gelosia eccessiva può mettere in crisi la relazione, quindi la fiducia diventa un "muscolo" che viene allenato dai partner. 5. Capacità di Sviluppare una Comunicazione Efficace Il quinto vantaggio è la capacità di sviluppare una comunicazione efficace. La relazione a distanza si basa principalmente sulla comunicazione, soprattutto quella verbale. I partner prestano una speciale attenzione alla capacità di raccontarsi, esprimersi, ascoltarsi, farsi capire e capire l'altro. Conclusione In questo articolo, ho voluto spezzare una lancia a favore delle relazioni a distanza, perché molto spesso si vedono solo i limiti. Invece, ci sono anche risorse e vantaggi. Se vuoi approfondire invece i limiti di queste relazioni ti basta cercare nel nostro blog l'articolo dedicato! A presto! ### Come accettare il passato del nostro partner? Ti è mai capitato che il passato del tuo partner o della tua partner sia diventato argomento di disagio all'interno della coppia? È una cosa abbastanza comune. Ci sono diversi momenti e diverse fasi all'interno di una relazione in cui il passato, facendo capolino, può suscitare una qualche tensione. In questo video ragioniamo su due aspetti: il primo, quali sono gli elementi, i fattori o le situazioni e i contesti che solitamente suscitano un certo disagio, una certa tensione tra i partner, perlomeno da un punto di vista statistico; e in secondo luogo, cosa si può fare per poter affrontare queste difficoltà e consolidare ulteriormente la relazione senza metterla alla mercé di ciò che ormai è stato. Fattori di Tensione Legati al Passato del Partner 1. Confronto e Insicurezza Si fa riferimento a confronto/insicurezza. Lui o lei era meglio di me? Con lui o con lei ti divertivi di più? Con lui o con lei questa cosa aveva un significato diverso? Eccetera, eccetera. Non solo legato ad attività, ma anche all'aspetto intimo. Ad esempio, lui o lei erano amanti migliori? Con lui o con lei hai fatto delle cose che con me non sono state fatte? 2. Gelosia Si ricollega all'ultimo pezzo della sentenza precedente, ossia il dire: con lui o con lei hai fatto delle cose, e con me no. Oppure, non voglio che andiamo negli stessi posti, frequentiamo le stesse zone, frequentiamo le stesse compagnie, proprio perché sento che in un qualche modo questa cosa appartiene anche a lui o a lei, e non a me. E quindi si innesca quel bisogno di esclusività che si sente minacciato dal fatto che una persona, il partner precedente o i partner precedenti, abbiano già occupato quel contesto. 3. Timore che Possa Riaccadere Qualcosa Siccome quando ci siamo conosciuti tu frequentavi quest'altra persona, ho il timore che questa cosa possa ora ricapitare con me, nella relazione con me, che quindi tu mi possa lasciare esattamente come hai fatto col tuo partner per metterti con un'altra persona. Oppure, siccome dopo qualche tempo (ad esempio due anni di relazione) il sesso ha smesso di funzionare tra voi, perché tu ti sei ritirato o ritirata, ho il timore che questa stessa cosa possa ricapitare anche con me. 4. Differenze Culturali e Sociali Si parla di differenze culturali/sociali, cioè sullo stile di vita, sul significato delle cose. Ad esempio, hai fatto questa cosa che per me è assolutamente inconcepibile. So che ora sei una persona che non farebbe più questa determinata cosa che a me dà tantissimo fastidio, ma io la vedo come una macchia indelebile rispetto ai miei valori e al mio contesto socio-culturale. È sul tuo curriculum, sul tuo pedigree, e quindi penso che tu sia macchiato o macchiata per sempre da ciò che hai effettivamente commesso, perché è troppo lontano dall'idea che ho di te e dall'idea che ho di colui o colei che dovrebbe essere il mio partner. Strategie per Affrontare le Tensioni e Consolidare la Relazione 1. Parlare Apertamente Provare a parlarne apertamente, chiaramente, senza lasciare dei sospesi, dei tabù, dei non detti, ma al tempo stesso rimanendo consapevoli che è qualcosa che ha a che fare con il passato, e che ognuno di noi inevitabilmente ha diverse sfaccettature, vive diverse vite. Anche se questa cosa non ci piace, il fatto che sia stata vissuta nel passato dovrebbe permetterci di capire che verosimilmente è limitata e confinata all'interno di quel contesto, ovvero nel passato. Non parlarne, tenersi il fastidio, il dubbio, il tarlo, tendenzialmente non fa altro che aumentare il pensiero, fa altro che aumentare il circolo vizioso in cui magari chi è geloso, chi non si sente all'altezza, chi si sente insicuro, finisce per aggravare la propria situazione e il proprio disagio rispetto a quanto avvenuto nel passato del partner. 2. Evitare i Paragoni Soprattutto all'inizio di una relazione, i paragoni vengono fatti; è abbastanza spontaneo. Li fa sia chi è il partner, diciamo, rispetto all'ex della persona con la quale sta, sia la persona che si trova con un nuovo partner. Inevitabilmente si capisce cosa mi piace di più, cosa gli piace di meno. Ma è difficile trovare delle relazioni che viaggiano esattamente sugli stessi bisogni, sugli stessi principi, sugli stessi valori. Di fatto, siamo persone diverse, ogni relazione ci cambia, il tempo ci cambia, la relazione stessa nella quale siamo ci trasforma. E quindi il paragone può essere semplice da fare, a volte è anche istintivo, ma è anche particolarmente dannoso, perché ci vanno ad attribuire all'altro e a sé delle competenze, delle caratteristiche, delle qualità che non necessariamente vedete invece l'uno con l'altro, che non necessariamente sono condivise. 3. Capire l'Impatto sulla Fiducia Capire quanto questo problema, questo passato del tuo partner o le esperienze vissute dal tuo partner, impattino sul tema della fiducia. Affrontatelo insieme, discutetene, capite quali sono le rassicurazioni necessarie per poterti rasserenare a riguardo. Capisci che cosa serve che lui o lei faccia per darti la tranquillità necessaria, a patto che questa richiesta risulti legittima. Pretendila, cioè richiedila esplicitamente, facendo capire quanto per te possa essere importante. Questo implica anche l'essere capaci di accettare i propri limiti, le proprie difficoltà, di parlarne con il partner e di chiedere aiuto. 4. Accettare il Passato del Partner Probabilmente non ti piacerà, ma devi capire questa grande verità: il tuo partner è la persona che è anche in funzione di quello che ha vissuto e fatto nel suo passato. Magari ci sono state delle scelte errate, magari ci sono state delle scelte che tu non condividi, magari lui stesso o lei stessa non condivide ciò che ha fatto. Magari, potendo tornare indietro, non rifarebbe più quello che ha fatto nel passato. Ma ciò che ha fatto nel passato è anche ciò che l'ha reso o resa la persona che è oggi. E se tu vuoi stare con questa persona, e questa persona è quella che ti piace, allora sai e impara a mettere in testa che è diventata così anche in funzione di quello che ha vissuto. Questi sono degli esempi, ovviamente, che non possono essere completamente esaustivi. Quello che mi preme far passare in questo video è proprio il messaggio che ci sono degli elementi solitamente condivisi e comuni rispetto a quali sono le principali tensioni legate al passato del partner. E ci sono delle vie, delle strategie che ti permettono di affrontarle, perché ovviamente la tensione e il disagio vissuti da uno rispetto al passato del partner impattano anche sul partner stesso e rischiano, come dicevo prima, di minare la relazione. Fammi sapere cosa ne pensi nei commenti, fammi i tuoi esempi se vuoi, racconta la tua storia, il tuo punto di vista, così da essere utile anche ad altre persone. A presto! ### Aspetti negativi di una relazione a distanza Introduzione Con questo articolo apriamo la discussione in merito alle relazioni a distanza: vantaggi e svantaggi. In futuri articoli parleremo di quali possono essere i vantaggi di una relazione a distanza. Alcuni possono sembrare controintuitivi, paradossali, tuttavia molto spesso diventano anche delle risorse, delle risorse enormi per far funzionare la relazione e per lo sviluppo personale dei due partner. In questo articolo, invece, ragionerò su quali sono gli svantaggi, i rischi, le fatiche, i pericoli di una relazione a distanza. Se ti trovi in una situazione di questo tipo, ti invito a leggere e scriverci idee, i tuoi vissuti, le fatiche e i rischi, ma anche le risorse che hai trovato nel vivere una relazione a distanza. Svantaggi delle Relazioni a Distanza 1. Assenza di Contatto Fisico Va da sé, è facilissimo da capire. Quante volte tornare a casa e trovare un abbraccio, un bacio, un gesto d'affetto in qualche modo risolleva la giornata, ci migliora l'umore, ci permette di scaricare, di rilassarci, di sentirci accolti in un momento di fatica. Non vuol dire che questo in una relazione a distanza non possa essere fatto: si può fare una chiamata, una videochiamata, ci si può sentire, eccetera. Ma il contatto fisico, essendo animali sociali, diventa fondamentale ed è una parte importante. Nel momento in cui manca, soprattutto quando serve, è uno svantaggio, qualcosa di faticoso a cui venire meno. 2. Problemi di Coordinamento degli Orari Molte volte, quando la coppia vive a distanza (e non mi sto riferendo esclusivamente al fuso orario: uno vive a Milano e l'altro vive a New York, va da sé che in quel caso gli orari sono un tema difficile da gestire), nel momento in cui non si ha piena coscienza, piena consapevolezza della quotidianità dell'altro, è molto spesso macchinoso o comunque necessario pensare al momento in cui ci si può sentire, al momento in cui ci si può videochiamare. In qualche modo, gli orari vanno cadenzati, vanno definiti dei momenti in cui è necessario o possibile sentirsi e dei momenti in cui siamo in "off", nel momento in cui non siamo accessibili, non siamo disponibili. Il fatto di essere lontani aumenta sicuramente la percezione di solitudine, soprattutto quando c'è una fatica o c'è un bisogno imminente, ad esempio un'urgenza. Quindi coordinare gli orari molto spesso diventa qualcosa che sul lungo periodo, nelle relazioni a distanza, soprattutto per quanto mi raccontano le coppie che vanno in terapia, è faticoso, è qualcosa che appesantisce. 3. Costi Economici ed Emotivi Ho appena citato costi di tipo meramente economico, poiché ci sono costi ad esempio di spostamento per potersi incontrare, costi di tipo fisico, perché magari uno ha lavorato tutta la settimana ed è stanco, però vorrebbe riposarsi, ma il weekend la voglia di vedere magari il partner è maggiore e quindi si fanno una marea di chilometri in auto, treno, aereo, nave, quello che volete. Deve sostenere anche i costi economici di queste cose e via discorrendo, quindi costi sia economici ma anche emotivi e fisici, proprio di fatica fisica e di assenza talvolta di riposo. 4. La Solitudine La solitudine è legata un po' a quanto cercavo di dire prima, sia rispetto al discorso sugli orari, sia rispetto alla parte di contatto fisico. La relazione a distanza costringe a imparare a stare anche bene con se stessi e molte volte, quando stiamo male, quando abbiamo bisogno di qualcuno, quando abbiamo bisogno di conforto, è chiaro che lo andiamo a cercare nella persona per noi più importante, che tendenzialmente è il partner. Ma nel momento in cui il partner non è accessibile, magari lo è solo telefonicamente o comunque non lo è come vorremmo, dobbiamo fare i conti con la solitudine. C'è la sensazione talvolta di essere soli a dover fronteggiare delle fatiche. Questo risuona, ovviamente, nell'accezione positiva di quanto detto prima, di autonomia, indipendenza e fiducia, ma può diventare particolarmente difficile e demanding, particolarmente pesante da vivere. 5. Incertezza sul Futuro La progettualità è un tema rilevante, estremamente rilevante all'interno delle relazioni. È qualcosa che ci permette di cercare di capire o di immaginare cosa la nostra relazione potrebbe diventare, come la nostra relazione potrebbe essere, come noi potremmo trasformarci in e tramite la relazione. Il rischio della relazione a distanza è proprio questo: l'attesa senza la certezza, senza una visione chiara, senza una visione definita che effettivamente ci si stia muovendo nella direzione della progettualità desiderata. Questo suscita molte volte un'incertezza sul futuro, poiché vivere a distanza richiede un coordinamento e una capacità di coordinamento. Molte volte emerge il tema per cui "Ok, allora a marzo finalmente otterrai il trasferimento", poi questo trasferimento non avviene e magari viene posticipato a ottobre. Allora lì a distanza l'incertezza e in qualche modo la fragilità della progettualità viene percepita maggiore e molte volte può diventare motivo di crisi. Conclusione Fammi sapere cosa ne pensi di questo tema, fammi sapere le tue opinioni nei commenti e se ti ritrovi, cerchiamo di facilitare la discussione. A presto! ### Crisi di mezza età: cos'è e perché avviene Crisi di Mezza Età: Che Cos’è, Quando Inizia e Come Affrontarla La crisi di mezza età è una fase evolutiva che la maggior parte delle persone attraversa in modo più o meno marcato, caratterizzata da un profondo ripensamento del proprio passato e da una rivalutazione degli obiettivi futuri. Questo periodo, che solitamente inizia intorno ai cinquant'anni, non è solo una questione di cambiamenti biologici, ma coinvolge anche aspetti psicologici, emotivi e sociali che possono influenzare profondamente il benessere di un individuo. La psicologia moderna ha studiato a lungo questo fenomeno, dimostrando che non si tratta di una crisi legata esclusivamente all’età anagrafica, ma piuttosto a un insieme di fattori, tra cui il raggiungimento di obiettivi, le aspettative non soddisfatte e la percezione della propria mortalità. Durante questo periodo critico, molte persone si trovano ad affrontare sentimenti di vuoto, stanchezza e monotonia, mettendo in discussione il proprio ruolo nella vita, nella famiglia e nella società. Quando Inizia la Crisi di Mezza Età? La crisi di mezza età può iniziare in momenti diversi per ogni persona, ma generalmente emerge intorno ai cinquant’anni. In questo periodo, la maggior parte delle persone comincia a fare un bilancio della propria vita, riflettendo su ciò che ha realizzato e su ciò che potrebbe ancora raggiungere. È un momento critico in cui ci si confronta con il tempo che passa e con la consapevolezza che alcune opportunità potrebbero essere svanite. Questo confronto con il proprio passato e il futuro non ancora definito può generare un senso di smarrimento e insoddisfazione. Le persone possono sentirsi intrappolate nella monotonia della loro routine quotidiana o nel loro lavoro, in relazioni stagnanti o in ruoli che non riflettono più chi sono. Questo porta spesso a un bisogno urgente di cambiamento, anche se non sempre si è consapevoli di come affrontarlo in modo costruttivo. I Segnali della Crisi di Mezza Età: Come Riconoscerla Riconoscere i segnali della crisi di mezza età è essenziale per intervenire tempestivamente e prevenire che questo periodo di transizione evolva in una fase più problematica. I sintomi più comuni includono: Senso di vuoto o insoddisfazione per i risultati ottenuti fino a quel momento. Stanchezza emotiva e fisica, che può manifestarsi come un desiderio di ritirarsi dalle responsabilità quotidiane. Cambiamenti comportamentali significativi, come decisioni impulsive, il bisogno di nuove esperienze o l’insorgere di conflitti nel rapporto di coppia. Molte persone iniziano a mettere in discussione la loro identità, chiedendosi se hanno davvero vissuto secondo i propri desideri o se, al contrario, hanno seguito percorsi tracciati da aspettative sociali o familiari. La crisi può anche manifestarsi in ambito lavorativo, dove il senso di monotonia e vuoto professionale può portare a una forte insoddisfazione. In questi casi, la persona può cercare di “recuperare” il tempo perduto con azioni impulsive, come cambiare lavoro o intraprendere nuove avventure sentimentali. Le Cause della Crisi di Mezza Età Tra le principali cause della crisi di mezza età troviamo: Insoddisfazione esistenziale: Molti si trovano a fare i conti con un senso di vuoto interiore, legato alla percezione di non aver realizzato abbastanza o di aver seguito percorsi che non rispecchiano la propria vera identità. Cambiamenti biologici: L’invecchiamento comporta inevitabili cambiamenti fisici, come la comparsa di rughe e l’aumento di peso, che possono influire negativamente sulla percezione di sé e sulla propria autostima. Monotonia della routine quotidiana: La sensazione di essere bloccati in una vita che non offre più stimoli può generare stanchezza mentale e fisica. Inoltre, la crisi di mezza età può essere amplificata dalla situazione economica e dal rapporto con il partner. Molte coppie si trovano in una fase in cui la relazione ha perso passione e vitalità, e la gestione della stabilità economica diventa una preoccupazione centrale. In alcuni casi, ciò può portare a comportamenti impulsivi, come l’inizio di una relazione extraconiugale o un cambiamento drastico delle abitudini quotidiane. Il Ruolo della Psicoterapia nella Crisi di Mezza Età La psicoterapia può essere uno strumento cruciale per chi affronta una crisi di mezza età. Attraverso la terapia, è possibile esplorare a fondo i sentimenti di vuoto e insoddisfazione, identificando le cause profonde che li alimentano. Questo processo aiuta a sviluppare strategie per affrontare i cambiamenti in modo più consapevole e costruttivo, prevenendo comportamenti distruttivi. Nella terapia, le persone imparano a riconoscere i loro bisogni emotivi e a trovare un nuovo equilibrio tra le aspettative passate e i desideri attuali. Ad esempio, chi si sente bloccato nella monotonia della routine o del lavoro può trovare nuove vie per esprimere creatività e passione, mentre chi sperimenta difficoltà nel rapporto di coppia può lavorare su una migliore comunicazione e connessione emotiva. La psicoterapia offre anche informazioni preziose su come gestire i sintomi fisici e psicologici della crisi, aiutando le persone a superare la stanchezza e lo smarrimento e a evitare decisioni impulsive che potrebbero peggiorare la situazione. La Crisi di Mezza Età nella Coppia: Come Affrontare i Cambiamenti La coppia è uno dei contesti più colpiti dalla crisi di mezza età. In molti casi, i partner si trovano a dover affrontare tensioni e incomprensioni che emergono da questo periodo di transizione. Spesso uno dei due membri della coppia può sentirsi emotivamente distante, insoddisfatto o frustrato, portando a conflitti e incomprensioni. La crisi di mezza età, se non gestita adeguatamente, può mettere a rischio la stabilità della coppia, ma con il giusto approccio è anche possibile trasformare questa fase in un'opportunità di crescita e rafforzamento della relazione. La terapia di coppia è un ottimo strumento per migliorare la comunicazione e affrontare le sfide comuni in modo costruttivo, offrendo uno spazio per comprendere e risolvere i conflitti che emergono in questo momento di vulnerabilità. Come Trasformare la Crisi di Mezza Età in Opportunità di Crescita Nonostante i suoi aspetti negativi, la crisi di mezza età offre anche la possibilità di una profonda trasformazione personale. Per affrontarla in modo positivo, è importante riconoscere che questo periodo può rappresentare una fase evolutiva in cui si ridefiniscono i propri obiettivi e valori. La crisi, quindi, non deve essere vista solo come un momento di vuoto o stanchezza, ma come un'opportunità per conoscersi meglio e apportare cambiamenti positivi nella propria vita. Tra i passi concreti per trasformare la crisi in crescita troviamo: Rivalutare le proprie priorità: Questo è un momento ideale per riflettere su ciò che conta veramente nella vita, lasciando andare le aspettative imposte dagli altri e concentrandosi su ciò che porta davvero gioia e soddisfazione. Migliorare il rapporto di coppia: Se la relazione è in crisi, la terapia di coppia può aiutare a riaccendere il legame emotivo e a ritrovare l'intimità perduta. Investire nella cura di sé stessi: Focalizzarsi sulla salute fisica e mentale, integrando nella propria routine attività che migliorano il benessere, come l’esercizio fisico e la meditazione. Conclusione La crisi di mezza età rappresenta un momento di passaggio che, pur essendo accompagnato da sentimenti di vuoto, insoddisfazione e stanchezza, può essere trasformato in un'opportunità di crescita personale e relazionale. La maggior parte delle persone affronta questa fase con difficoltà, ma con il giusto supporto psicologico è possibile superare i cambiamenti comportamentali e le sfide che la crisi porta con sé. Attraverso la psicoterapia e l’adozione di un atteggiamento aperto al cambiamento, è possibile trovare un nuovo equilibrio e costruire una vita più soddisfacente, autentica e appagante. ### Il ruolo dell'amante in una relazione Parliamo di tradimento e, nello specifico, del ruolo dell'amante. Quando si parla di tradimento si fa sempre riferimento al traditore, al tradito e a cosa possono fare. Non si parla mai dell'amante e del ruolo che assume in tutta questa dinamica. A differenza di quanto si possa pensare nel luogo comune o da quanto, ad esempio, viene rappresentato nei film, in cui l'amante vive magari in una casa in centro pagata dall'amato, colui che tradisce, non è così. L'amante si porta dietro lo stigma della colpa di aver distrutto una famiglia o di poterlo fare, magari dimenticandosi che anche colui che tradisce ha un certo grado di scelta, anzi, un ampio grado di scelta. Anche se magari fa fatica a tornare indietro da questa scelta, sicuramente si trova nella condizione di poterlo fare e ha scelto di avere una relazione extraconiugale. Quindi ha scelto l'amante. La Condizione Relazionale dell'Amante L'amante si trova in una condizione relazionale con il proprio amato, colui che tradisce, estremamente complicata. Le dinamiche e le componenti che costituiscono la relazione sono sin da subito deviate, non perché sono sbagliate in termini assoluti, ma perché sono lontane da ciò che invece vorrebbero sia l'amante che probabilmente anche il traditore. Questa situazione non fa stare bene l'amante, che si rende conto di essere nella posizione numero due, di venire al secondo posto, di doversi accontentare degli scampoli di tempo, di avanzare delle pretese ma non troppo, perché altrimenti potrebbe risentirsi. C'è sempre quella velata minaccia: nel momento in cui l'amante inizia a chiedere troppo, non sta più al suo posto, mette eccessivamente in difficoltà l'amato, allora tutto potrebbe cambiare, e l'amato potrebbe decidere di lasciarlo. Questa è una situazione estremamente frequente in quasi tutti i tradimenti, proprio perché la relazione inizia con un potere assolutamente sbilanciato a favore di chi tradisce. L'amante deve adeguarsi ai tempi, alle dinamiche e alle modalità che la vita primaria di colui che tradisce impone, e quindi deve adattarsi. Le Difficoltà e le Pretese dell'Amante Sulle ali dell'entusiasmo possono essere tollerati i primi tempi di una relazione con questi presupposti, ma poi si desidera altro, si desidera stringere. Allora iniziano le richieste, si avanzano delle pretese, e ci si aspetta sempre di più le promesse dell'altro: "Lascerò mio marito, lascerò mia moglie". Magari queste promesse vengono disattese, oppure si attende che vengano mantenute. Quando questo non avviene, e non avviene mai nei tempi desiderati dall'amante, allora inizia il malumore, inizia il risentimento. L'amante inizia ad avanzare delle pretese e si trova in una condizione penosa, perché da un lato deve scegliere se piegare la testa e tenere vicino a sé la persona amata, seppur part-time, oppure alzare la testa e rischiare di perderla. Questo è un dilemma da cui difficilmente si esce. Strategie di Riequilibrio e Aggressività Per riequilibrare questo sbilanciamento, nel momento in cui ci si sente eccessivamente schiacciati, talvolta anche umiliati, si possono adottare modalità aggressive, come sventolare la relazione ai quattro venti o farlo sapere a chi conta, tra virgolette. Oppure si avanzano delle pretese con degli out-out che non fanno altro che aumentare la tensione. L'amante, a quanto diversamente si possa raccontare nel luogo comune, vive una condizione particolarmente complicata. Non solo per tutto ciò che ho appena detto, ma anche perché deve essere conscio o conscia che, nel momento in cui effettivamente l'amato lascia il partner, dovrà rinegoziare e ricontrattare l'intera relazione. Non si può più basare su una dinamica di potere dove l'amante è in balia delle volontà e dei bisogni dell'amato, colui che ha già una relazione e la sta tradendo. La relazione deve riequilibrarsi, ed è difficile uscire da questa dinamica. Questo è anche il motivo per cui molte coppie di amanti, una volta dichiarate e iniziate a vivere la loro relazione alla luce del sole, magari non hanno la vita che desideravano e non hanno il futuro roseo che hanno sempre immaginato e sperato per loro stessi. Conclusione: Il Difficile Ruolo dell'Amante Queste sono alcune riflessioni sul ruolo dell'amante e sul fatto che viene sempre individuato come il male della coppia, quando in realtà lui o lei, nella propria coppia con un partner traditore, si trovano estremamente in difficoltà, perché spesso vengono negati i loro diritti, non tanto in termini morali quanto sentimentali ed emotivi. ### Cinque consigli per avere una comunicazione assertiva Ti sei mai chiesto o chiesta come comunicare efficacemente con qualcuno? Il tuo partner, il tuo datore di lavoro, un tuo amico, i tuoi genitori, tuo figlio? Benissimo. Sulla comunicazione assertiva si è detto tantissimo. Trovi una marea di contenuti in rete e sul mio canale trovi diversi spunti, diversi approcci e filoni legati alla comunicazione efficace e anche alla comunicazione assertiva. Ho fatto anche un webinar dedicato a "Come comunicare efficacemente in coppia", che prende spunto da dei presupposti e paradigmi della comunicazione assertiva. In questo video voglio darti delle pillole, cinque tips che ti aiutano a tenere a fuoco come comunicare efficacemente, come comunicare assertivamente. Cos'è la Comunicazione Assertiva? La comunicazione assertiva, partiamo da una piccola definizione: è la volontà di comunicare chiaramente ed esplicitamente senza paura di esprimere i propri bisogni e i propri desideri, con un interesse sincero nel tentativo di trovare un accordo con l'altro, e quindi presuppone una volontà di aprirsi all'altro. Vediamo in che cosa consiste. Consigli per una Comunicazione Assertiva Punto Numero Uno: Sii Chiaro nel Tuo Linguaggio È molto meglio essere percepiti come duri ma non correre il rischio di essere fraintesi che fare dei giri di parole senza far capire chiaramente qual è il tuo bisogno e qual è l'oggetto della tua comunicazione. Punto Numero Due: Ascolta e Poi Rispondi Non attendere che l'altro abbia finito di parlare per rispondere, come molte volte facciamo. Quante volte una persona ci si presenta e ci dice il suo nome e noi non ci ricordiamo dopo un secondo come si chiama perché siamo più concentrati a ripeterci nella testa il nostro che conosciamo da una vita per fare bella figura e dirlo bene, anziché ascoltare l'altro? C'è anche un bel detto di Zenone che dice: "Se abbiamo due orecchie e una bocca sola, dovremmo ascoltare il doppio di quanto parliamo." Quindi, ascolta prima di rispondere e ascolta prima di parlare. Non attendere prima di parlare, ma ascolta quello che l'altro ti sta dicendo e poi formula la tua risposta. Punto Numero Tre: Usa Messaggi "Io" e Non Messaggi "Tu" Ovvero, quando parli con qualcuno, parla di come ti senti, di quello che pensi, di quello che hai percepito. Non dire all'altro cosa dovrebbe fare, dire, pensare o commentare o giudicare il comportamento dell'altro. Parla sempre di te e di quello che senti. Puoi parlare di come il comportamento dell'altro ti ha fatto sentire, ma parla di te. Usa i messaggi "io", non parlare di quello che ha fatto l'altro o che dovrebbe fare, dire o pensare l'altro. Punto Numero Quattro: Se Ti Senti Sopraffatto, Fermati All'interno delle discussioni, delle conversazioni animate, molte volte perdiamo la lucidità e alcuni arrivano anche a dire delle cose che assolutamente non pensano. Fermati, chiedi una pausa, un time-out, e poi eventualmente riprendi. È molto meglio resistere alla volontà di far uscire quel fiume in piena delle emozioni piuttosto che poi pentirsi di aver detto delle cose magari irreparabili in un momento di ira, in un momento di emotività a mille. Punto Numero Cinque: Accetta il Disaccordo Non sta scritto da nessuna parte che una conversazione, una comunicazione, un confronto debba necessariamente terminare con un accordo reciproco. O meglio ancora, non sta scritto da nessuna parte che nella comunicazione ci sia una sorta di battaglia implicita in cui io cerco di convincere l'altro del fatto che la mia idea sia migliore e quindi l'esito della comunicazione è positivo esclusivamente nel momento in cui l'altro mi dà ragione. Puoi accettare il disaccordo e potete concordare sul fatto di non essere d'accordo, ma al tempo stesso legittimare l'idea dell'altro che è diversa dalla vostra. Conclusioni Queste sono solo cinque regolette, cinque consigli, cinque tips che però mi sentivo di dare affinché possano essere tenute a mente. Sono sicuramente semplici, ma nel momento in cui vengono applicate risultano essere estremamente utili. Fammi sapere cosa ne pensi, fammi sapere se li hai mai provati in passato, fammi sapere se ce ne sono altri che, ad esempio, usi e che per te sono efficaci, perché sulla comunicazione noi basiamo la costruzione della nostra realtà e per questo è un tema fondamentale per la qualità della nostra vita. A presto! ### FINE DI UNA RELAZIONE: chiudere di netto o continuare a vedersi? Introduzione La fine di una relazione sentimentale è una parte potenzialmente complicata e faticosa da affrontare, per entrambi i lati o almeno per uno dei due ex partner. Solitamente, la fine della relazione può essere classificata, per semplificazione, in due modalità: quella in cui si interrompe definitivamente con un taglio netto, eliminando qualsiasi tipo di contatto o frequentazione, o quella più sfilacciata, dove, nonostante l'interruzione della relazione o la volontà di interromperla perlomeno da parte di uno dei due partner, non segue un comportamento altrettanto netto. Quindi, ci si vede, ci si sente, ci si frequenta, magari si hanno ancora dei rapporti, si esce per andare a cena o a bere qualcosa, continuando a frequentarsi nonostante ci si renda conto che la relazione è ormai agli sgoccioli o è diventata tossica. Chiusura Netta vs. Chiusura Sfilacciata La chiusura netta o quella sfilacciata dipendono dal tipo di relazione e dalle implicazioni che la relazione e la sua fine portano con sé. Ad esempio, due partner che hanno anche dei figli o una casa in comune, nel momento in cui interrompono una relazione, inevitabilmente avranno contatti futuri per la gestione dei figli o per la vendita della casa o la regolamentazione del suo utilizzo. Modalità di Chiusura Ci sono però queste due modalità: il taglio netto e il taglio immediato, il taglio definitivo, dove c'è da parte di uno dei due la volontà totale di negare qualsiasi contatto con l'altro, e una modalità invece più sfilacciata, che porta con sé la volontà di interrompere la relazione, ma prosegue per un certo periodo con alcuni contatti. Motivazioni per il Taglio Netto Quali sono le motivazioni per cui ci si porta dietro magari una relazione finita e quali sono invece le motivazioni che portano a una rottura con un taglio netto? Per quanto riguarda quest'ultima, ci possono essere due possibilità. Nel primo caso, la relazione è completamente logora, è finita già da tempo e i due partner sono arrivati alla decisione comune, consapevole e condivisa di interromperla. In qualche modo, hanno già elaborato il lutto per la fine della relazione e sono pronti a lasciarsi andare. In questo caso, non hanno più bisogno di sentirsi, di rivedersi, di avere rapporti o scambi, poiché hanno elaborato individualmente e reciprocamente il lutto per la fine della relazione. Questa è una chiusura che non risulta essere così dolorosa proprio perché è già stata elaborata, pensata e digerita. La seconda possibilità è che uno dei due decida in maniera ferrea e netta la chiusura della relazione e si neghi all'ex partner. In questo caso, può esserci dolore, sia da parte di chi è stato lasciato che tenta disperatamente di riprendere dei contatti con l'ex partner, sia da parte di chi ha lasciato e si attiene razionalmente alla propria scelta, resistendo a eventuali cedimenti o desideri di ricontatto. Chi lascia si assume la responsabilità netta della fine della relazione, il che non significa che non sia faticoso o che abbia già un'altra persona, ma che agisce comportamenti allineati a questa decisione, negando contatti, telefonate, visite e incontri. Motivazioni per una Chiusura Sfilacciata Per quanto riguarda la modalità sfilacciata, le motivazioni possono essere diverse. Ci sono delle implicazioni, come la presenza di una casa o di figli, che richiedono contatti futuri costanti e perenni. Oppure, può esserci una fatica da parte di uno o di entrambi nel rompere definitivamente la relazione. In questo caso, solitamente serve del tempo. Non è insolito che questa modalità venga adottata, nonostante entrambi i partner si rendano conto che la relazione è diventata tossica e vogliono interromperla, ma fanno fatica a rendere congruenti i loro comportamenti con le loro volontà. È come se la pancia fosse in disaccordo con la testa, quindi se di testa voglio interrompere, faccio fatica a farlo, e intervengono il ricordo, il rimorso, il rancore, la rabbia, e quindi anche il ricontatto con l'ex partner. Conclusione Questa è una condizione che, per quanto possa essere faticosa e fastidiosa per entrambi o almeno per uno dei due partner, non è affatto insolita. Solitamente richiede del tempo, un lavoro per riuscire a coordinarsi alla fine della relazione, per capire che la relazione non è più un vantaggio ma anzi è diventata tossica o comunque non porta più benessere. Quando entrambi comprendono questo concetto, c'è un naturale diradarsi dei contatti, che diventano più rari e conflittuali, fino a quando non si allineano testa e pancia e si interrompono i contatti. Ci possono essere situazioni in cui, per la presenza di alcune implicazioni o organizzazioni familiari, è necessario un contatto continuo. In questo caso, ci si deve concedere del tempo per capire che la relazione è finita e non preoccuparsi troppo di eventuali inciampi o ritorni sporadici di fiamma per periodi limitati. Se questa situazione persiste oltre qualche mese, può essere vantaggioso chiedere l'aiuto di uno psicoterapeuta per capire come riorganizzarsi e iniziare la propria vita senza lasciare che il pensiero dell'ex partner occupi spazio mentale, impedendo lo sviluppo di una possibile successiva relazione. ### Cos'è il Disturbo Bipolare? Mi è capitato recentemente di imbattermi in persone che utilizzavano il termine "bipolare" un po' a caso: "Sono bipolare", "Ho paura di diventare bipolare", "Lui è bipolare". Quindi, facciamo un po' di chiarezza su cos'è il disturbo bipolare, quali sono le caratteristiche che lo determinano e quali tipologie di disturbo bipolare esistono. Definizione del Disturbo Bipolare Il disturbo bipolare è un disturbo legato a repentine alterazioni del tono dell'umore. Le alterazioni del tono dell'umore, come essere contento, triste o arrabbiato, sono una cosa assolutamente normale nella misura in cui c'è una connessione tra il mio tono dell'umore e l'evento che sto vivendo. Ad esempio, se vivo un lutto, una flessione del mio tono dell'umore è assolutamente congrua. Se vinco alla lotteria, un aumento del mio tono dell'umore è altrettanto comprensibile. Nel disturbo bipolare, questa connessione non esiste poiché, nella componente patologica, è determinata da sbalzi repentini, ingiustificati, incontrollabili e spesso estremi. Caratteristiche del Disturbo Bipolare Ci sono due caratteristiche che determinano il disturbo bipolare: la maniacalità e la depressione. La maniacalità è un periodo di umore particolarmente elevato che porta con sé una disinibizione sociale, sentimenti di onnipotenza, un'assenza del bisogno di sonno e di appetito, pensieri veloci, comportamento inconcludente e così via. Quindi, un umore particolarmente elevato senza giustificazioni che lo determinano e lo spiegano. La fase di depressione, invece, è più facile da capire: è legata a un tono dell'umore particolarmente basso, alla mancanza di energie e anche in questo caso ci sono alterazioni nel bisogno di sonno e di appetito. Tipi di Disturbo Bipolare Disturbo Bipolare di Tipo 1 Il disturbo bipolare di tipo 1 è caratterizzato principalmente dalla componente maniacale, ossia ci deve essere almeno un episodio maniacale, eventualmente seguito da un episodio di depressione, che però non è di tipo maggiore, ossia non è una depressione particolarmente grave. Questa alternanza tra maniacalità e depressione è assolutamente incontrollata. Disturbo Bipolare di Tipo 2 Il disturbo bipolare di tipo 2 è esattamente il contrario: è caratterizzato principalmente da una fase di depressione maggiore alternata ad almeno un episodio ipomaniacale. "Ipo" significa che non è particolarmente forte quanto il disturbo maniacale: ne condivide gli aspetti qualitativi ma non l'intensità quantitativa. Disturbo Ciclotimico Infine, il disturbo ciclotimico consiste in una specie di via di mezzo, con una fase ipomaniacale alternata a una fase di depressione che non è maggiore, all'interno di un periodo di almeno due anni. Incidenza del Disturbo Bipolare Un altro aspetto interessante è l'incidenza del disturbo bipolare: circa l'1% della popolazione ne soffre. Questo significa che una persona su 100 ha un disturbo bipolare, non sono pochi ma neanche così frequenti rispetto a quanto spesso viene abusato il termine. Un altro dato interessante è l'età di insorgenza: il disturbo bipolare di tipo 1 ha un'età media di insorgenza intorno ai 18 anni, mentre il disturbo bipolare di tipo 2 si manifesta mediamente intorno ai 22 anni. L'incidenza è pressoché equivalente tra maschi e femmine. Conclusione Ho ritenuto importante fare questo approfondimento per fare chiarezza su cos'è il disturbo bipolare, nella speranza che questo termine possa venire usato in maniera più corretta. ### Quali sono gli indicatori per cui una coppia continuerà a stare insieme? Esistono degli indicatori che, a seguito di un tradimento, segnalano o fanno presupporre che la coppia abbia buone probabilità di rimanere insieme. Dal mio punto di vista ce ne sono due principali. 1. Riattivazione dei Rapporti Sessuali Il primo riguarda la situazione specifica in cui il tradimento è stato fisico, ovvero consumato attraverso un atto sessuale. Questa è la situazione più frequente, poiché molte persone considerano il tradimento principalmente quando c'è stato un rapporto sessuale. È importante considerare che, solitamente, la coppia (coniugi, conviventi, ecc.) aveva delle difficoltà dal punto di vista sessuale prima del tradimento. Queste difficoltà possono includere un calo del desiderio da parte di uno dei due, una riduzione della libido, del piacere durante l'atto, o una perdita di interesse e piacere legata alla sfera sessuale. L'elemento prognostico positivo che fa pensare a un possibile proseguimento della relazione in questo caso è la riattivazione immediata dei rapporti sessuali. Non è insolito che una coppia con difficoltà sessuali, venuta a conoscenza di un tradimento, riattivi la propria sessualità. Ad esempio, lui o lei, che non erano più interessati al sesso e non cercavano più il partner, improvvisamente, dopo il tradimento, tornano ad essere attratti e desiderosi di rapporti sessuali. Questo è un elemento importante e positivo, che indica un interesse reciproco nascosto o dimenticato, riattivato dal tradimento. Non sto dicendo che questo elemento determini con certezza la possibilità che la coppia prosegua la relazione, ma è sicuramente un fattore positivo che incide favorevolmente. 2. Nuova Connessione Emotiva Il secondo elemento è che la coppia trovi immediatamente, a seguito del tradimento, una nuova connessione emotiva. Nonostante la sofferenza, la rabbia e il dispiacere, un allineamento emotivo tra i due partner li riconnette e rimette in sintonia. Trovano nuovamente spazi per parlarsi, discutere, litigare, ma anche per essere aperti e sinceri l'uno con l'altro. Questo è il secondo elemento che, dal mio punto di vista, è prognosticamente positivo per la possibilità che la coppia rimanga insieme. Considerazioni Finali Non sto assolutamente affermando che il tradimento sia un toccasana per la coppia; è solitamente un gesto devastante che mette in crisi la possibilità di proseguire la relazione. Tuttavia, è vero che ci sono degli elementi che, quando si sviluppano a seguito del tradimento, fanno presupporre maggiori possibilità per la coppia di restare insieme. Rispetto alla mia esperienza, questi due elementi principali sono: il riaccendersi della passione e dell'interesse per l'attività sessuale, e una riconnessione emotiva fatta di alti e bassi, consapevoli che la situazione debba essere affrontata insieme, magari con l'aiuto di un terapeuta. La coppia si concentra sul proprio dolore, su ciò che non ha funzionato e su ciò che ha generato il tradimento, piuttosto che esclusivamente sulla colpevolizzazione reciproca ("tu mi hai tradito" o "tu mi hai portato a tradirti"). Questi sono, a mio avviso, i due elementi più importanti per capire se effettivamente la coppia ha la possibilità di proseguire nella propria relazione. ### Quali sono i comportamenti successivi ad un tradimento? Approfondiamo in questo articolo due degenerazioni del tradimento, soprattutto nel momento in cui si crede di averlo risolto o si sta provando a risolverlo insieme all'interno della coppia, sono due degenerazioni che nel comportamento di coppia testimoniano che le cose non sono ancora a posto e che, se protratte nel tempo, rischiano di ledere in maniera anche importante la relazione stessa. Quando c'è un tradimento questo viene approfondito, analizzato e trasformato. La coppia prova a rimanere insieme, ma non riesce effettivamente ad andare oltre, quel famoso "andare oltre" di cui parlo spesso. Si instaurano quindi delle dinamiche relazionali vincolanti, potenzialmente insoddisfacenti e anche tossiche, che vincolano entrambi i partner a una condizione di infelicità. Ce ne sono principalmente due, legate più al comportamento del traditore che a quello del tradito. Il Tradito e la Rivendicazione Costante È vero, il tradito potrebbe continuare a rivendicare ciò che ha subito, accusando l'altro che la ferita inflitta è potenzialmente mortale, che ormai le cose sono rovinate, rivangando e rivendicando ogni singola volta che c'è una discussione, anche se non è l'argomento specifico della discussione stessa. Ma quali sono i comportamenti del traditore che vanno ad alterare poi la relazione, impedendo una piena e completa evoluzione? Principalmente due. Il primo è legato a un continuo rendere conto nel tentativo di riconquistare la fiducia dell'altro. Il secondo è la trasformazione completa del proprio comportamento in una maniera anche un po' artificiale. Il Comportamento del Traditore per Riconquistare la Fiducia Mi spiego meglio. Il primo aspetto è dato dal fatto che, dato che il tradito si sente insicuro rispetto al comportamento del traditore, quest'ultimo cerca di rassicurarlo. Prova un senso di colpa, si sente condannato per ciò che ha fatto e, per rassicurare, fornisce continue testimonianze dei suoi comportamenti. Manda foto, spiega per filo e per segno cosa sta facendo, rassicura dicendo "guarda che sono qui, con queste persone, sto facendo questa cosa". Ogni volta che c'è un allontanamento dall'agenda prevista, dà anticipazioni dicendo "guarda che è successo questo, quindi arriverò un attimo più tardi, ma non ti preoccupare perché sto facendo questo". Insomma, un continuo giustificare anche senza una richiesta esplicita i propri comportamenti. Questo, all'inizio, può essere utile, è una reazione assolutamente spontanea e naturale, perché si cerca di dare una rassicurazione che si sente essere tolta dal partner a causa del tradimento. Ma sul lungo periodo diventa estremamente vincolante e faticoso, ponendo una serie di paletti e limiti alla libertà personale che di fatto non permettono di costruire la fiducia. Questa si trasforma ormai in controllo o autocontrollo. C'è una specie di autocontrollo che il traditore agisce per rassicurare il partner, continuando a dare notizie e informazioni su dove si trova, cosa sta facendo, con chi e perché. Questo diventa stucchevole anche per il tradito, che sente una forzatura in questo comportamento, una mancanza di naturalezza che, sul lungo periodo, erode ulteriormente la fiducia che magari a sua volta sta cercando di ricostruire. La Trasformazione Artificiale del Comportamento del Traditore Il secondo aspetto è legato alla trasformazione e alterazione del comportamento. Non è insolito che, a seguito di un tradimento, i partner attraversino e affrontino una crisi importante e inizino a parlare anche di ciò che non funzionava prima. Al di là del tradimento, ci sono una serie di comportamenti solitamente etichettati come sbagliati o comunque non graditi all'interno della relazione, che poi nel tentativo di ricostruire un equilibrio post-tradimento vengono modificati. Una cosa che succede spesso è che il traditore, sino a quel momento tacciato di corazza, distanza eccessiva, indipendenza, autonomia, poca affettuosità, poca emotività, poco dialogo, si trasformi. Persone considerate o etichettate come poco presenti, poco calorose, poco affettuose, poco emotive, poco empatiche, improvvisamente si trasformano. Il tradito dice spesso in terapia: "Ho sempre detto a mio marito o a mia moglie che doveva essere più presente, più vicina emotivamente, che desideravo maggiore attenzione da un punto di vista fisico, eccetera, ma nel momento in cui mi ha tradito, queste cose le ho ottenute. Improvvisamente mi ha dato tutto ciò di cui avevo bisogno, ma ora non sono contento. Ora vedo tutto quello che fa come finto, come fasullo, e quindi questo non fa altro che innervosirmi e allontanarmi. Mi mette un po' tra l'incudine e il martello. Finalmente ho ottenuto ciò che ho sempre desiderato, ma lo ottengo in una maniera che non mi piace, che di fatto non mi permette di sviluppare fiducia e di godere di questa nuova realtà". Effetti a Lungo Termine sul Comportamento del Traditore Questi sono due aspetti che hanno a che fare molto con il comportamento del traditore post-tradimento, una volta che la crisi si prova ad affrontare. Se nel breve periodo diventano rassicuranti e potenzialmente protettivi per la relazione di coppia, sul lungo periodo erodono la fiducia e diventano logoranti, perché il traditore di fatto non viene più riconosciuto, essendo troppo distante dal comportamento che aveva prima e dalla persona che il tradito conosceva sino al momento del tradimento stesso. ### Fine di un matrimonio: come riconoscerla? Quali sono gli indicatori che testimoniano questa situazione e che fanno presumere una grossa difficoltà all'interno della relazione di coppia? Riprendiamo direttamente dalla pratica clinica, quindi da quello che ascolto quotidianamente con i miei pazienti, e cerco di fare un riassunto. Ovviamente non di tutti, ma cerco di individuare quali sono, a mio avviso, i principali. Il Primo Indicatore: La Sfera Sessuale Partiamo dal tema più scomodo, che è la sfera sessuale. Il primo indicatore è infatti legato a una riduzione drammatica dell'attività sessuale, sia in termini di quantità sia in termini di qualità. Non esiste ovviamente un numero giusto di rapporti sessuali e un modo giusto per farlo, se non il modo giusto per la coppia e la quantità giusta per la coppia. Ma se c'è una modificazione netta in termini negativi sia della quantità di rapporti sia della qualità, magari caratterizzati da eccessiva monotonia, assenza di piacere, ecc., questo è sicuramente il primo indicatore, il primo campanello d'allarme che testimonia una difficoltà di coppia. Il Secondo Indicatore: Nervosismo e Rabbia Il secondo indicatore è legato al nervosismo, alla tensione, alla rabbia, solitamente connessi a tutti quei piccoli difetti, caratteristiche, tratti che prima magari facevano anche sorridere del partner. Quindi, se prima essere disordinato o non essere puntuale veniva gestito con ironia e tranquillità, ora diventano motivo di rabbia, risentimento, imbarazzo, tensione, e litigate. Tutto ciò che prima non sembrava avere un peso, ora diventa un elemento problematico e un argomento di discussione acceso. Il Terzo Indicatore: Mancanza di Comunicazione Il terzo indicatore è legato al fatto che la coppia non parla più di come sta, ma esclusivamente di ciò che deve fare. È come se la quotidianità avesse avuto il sopravvento: si parla delle commissioni da svolgere, ma non più di come ci si sente e del tempo da dedicare a stare bene insieme. Si è completamente assorbiti nelle faccende da svolgere. Il Quarto Indicatore: Piacere nel Tempo Lontano dal Partner Il quarto indicatore, a mio avviso, è legato al fatto che non c'è più piacere nel trascorrere il tempo insieme. Anzi, possiamo addirittura dire che si preferisce quasi il tempo trascorso lontano dal partner, piuttosto che con lui o lei. Aumenta il desiderio, ad esempio, di uscire con amici, colleghi, andare a fare la partita di calcetto, in palestra, o a lezione di ballo. Il tempo considerato personalmente piacevole, che ricarica le energie, è vissuto e preferito lontano dal partner. Conclusione Ecco, questi sono quattro indicatori abbastanza semplici. Ovviamente non sono esaustivi di tutti gli indicatori che possono testimoniare un matrimonio finito o una grossa crisi di coppia, ma sono elementi, secondo me, presenti in tutte le coppie che affrontano un momento di crisi. Quando sono presenti, soprattutto insieme, vale la pena mettere attenzione sulla qualità della propria vita di coppia. ### Il giusto equilibrio tra famiglia e lavoro: come trovarlo? "Dottore, come si fa a trovare l'equilibrio tra la vita professionale e la vita familiare?" La vita privata non è affatto semplice. Dovremmo approfondire tutte le diverse possibilità e gli incastri tra vita professionale e vita privata. In questo, nello specifico, ragioniamo sulla vita professionale e sulla vita familiare, cioè dove si presume o si prevede che ci sia un partner, e magari dei figli o meno. Dimensione individuale e dimensione relazionale Ci sono diversi pensieri da fare, ma provo a semplificare ragionando principalmente su due livelli distinti: La dimensione individuale della persona. La dimensione relazionale della persona. La dimensione individuale Partiamo dalla dimensione individuale, che già è un bel pezzettino. Se non riesci a trovare un equilibrio di questo tipo, devi considerare principalmente due cose, facendo riferimento a questi due elementi: La vita professionale Sentiamo spesso dire: "La vita professionale mi piace, è ciò che desidero al di là del costo che pago, quindi nella fatica, nell'impegno, nella dedizione che metto. Magari faccio dei turni particolarmente lunghi, magari il luogo di lavoro è particolarmente lontano, quindi il trasferimento è dispendioso. Magari ci sono dei momenti di particolare stress, magari sono costretto a vivere dei momenti lontano dal mio luogo perché vado in trasferta". "Insomma, ogni lavoro ha le sue caratteristiche. Mi piace, cioè è ciò che voglio fare. Quando mi alzo la mattina mi sento bene, sono carico, sono entusiasta, ho voglia di affrontare la giornata, ho voglia di vedere cosa la giornata mi riserva. Quindi, al di là della fatica, il costo che io pago è inferiore al benessere che ottengo." Il benessere lavorativo non vuol dire relax, benessere vuol dire soddisfazione personale, soddisfazione economica, riconoscimento sociale. Per ognuno possono essere diversi questi aspetti.  Per esempio, lo psicoterapeuta si presume lavori per fare questo, anche perché sceglie una professione di aiuto. Per parlare della mia esperienza, è chiaro che ci sono delle volte in cui è faticoso, emotivamente soprattutto, perché magari si sentono storie particolarmente dense, particolarmente dolorose, magari difficili da gestire. Magari più storie di quel tipo all'interno della stessa giornata possono suscitare un grande carico. Capita a volte di tornare a casa pieni di pensieri.  Molte volte le emozioni sono anche negative, sono anche pesanti, un po' d'ombra. Ecco, è in quel momento che uno si dice:" però mi piace".  Certo, il costo da pagare è questo tuttavia il vantaggio è che aiuto le persone, penso di poter essere utile, faccio del bene, mi sento utile.  È faticoso stare otto ore seduto su una sedia, ascoltare la storia della persona e cercare di aiutarla. Dopo un po' diventa anche fisicamente pesante, perché si sta praticamente fermi immobili su una sedia. Però, al di là della battuta, è chiaro che è un lavoro pesante. Sì, è pesante, ma mi piace, assolutamente sì. È un lavoro che amo e che, nel momento in cui mi alzo, ho voglia di fare. Non vedo l'ora di fare, nel senso che poi quando è domenica, lunedì di solito lo vivo benissimo. Dico "voglio andare in ufficio, conoscere nuove storie, approfondire, cercare di capire, rendermi utile". E ognuno deve trovare un po' questo bilanciamento. La vita privata C'è successivamente il punto di vista privato individuale, ovvero il mio lavoro mi permette di avere l'equilibrio privato che io desidero?  Ora, anche qui non c'è un giusto o uno sbagliato sull'equilibrio privato. C'è chi rinuncia alla vita privata perché rende il lavoro la sua passione, quindi non si capisce bene quando lavora, quando non lavora, quando si sta riposando, quando sta approfondendo. Dall'altro lato, ci sono persone che desiderano altro, desiderano magari avere un momento chiaro e netto in cui la giornata lavorativa si interrompe. Poi vanno in palestra, fanno una corsetta, fanno l'aperitivo con gli amici, dicono "adesso mi metto qui, mi preparo una tisana, leggo un libro, oppure accendo Netflix perché voglio vedere l'ultima serie". Però c'è una parte per cui devono avere chiaro in testa che il lavoro è finito e ora ci si può dedicare ad altro. Anche qui non c'è giusto o sbagliato, ma la domanda è: ti piace, ti soddisfa, ti appaga? È ciò che desideri? Cioè, nel tuo intimo, come individuo, sei soddisfatto di quello che ti dà il tuo lavoro e sei soddisfatto di quello che ti dà in termini di vita privata, cioè dello spazio che hai, indipendentemente da quanto questo spazio sia ampio? Perché per alcuni, come dicevo, è importante così, e per altri serve magari più spazio per poter staccare. Se le risposte in entrambi i casi sono positive, allora siamo a cavallo e andiamo sulla dimensione di coppia, qualora invece le risposte sono no, o una delle due è no, allora lì si può già intervenire. Intervenire non è solo a fini individuali, ma è anche a fini familiari, di coppia o genitoriali, perché l'insoddisfazione poi del primo, dell'individuo, del papà, della mamma, del marito, della moglie, inevitabilmente si ripercuote sulla famiglia. La dimensione familiare Quando ci spostiamo sulla dimensione familiare, e qui ì non è così rilevante la presenza dei figli o meno, ma è rilevante la presenza di una famiglia, allora dobbiamo ragionare su altri aspetti: quanto e come impatta il mio lavoro sulle aspettative della mia famiglia e sulla qualità di vita nella mia famiglia? La qualità di vita della famiglia deve essere definita in funzione dei bisogni e dei criteri della famiglia stessa. Faccio un esempio: per una famiglia può essere rilevante, ad esempio, lo status sociale, o il benessere economico. Per un'altra può essere rilevante il tempo trascorso insieme, la capacità di potersi organizzare nella gestione dei figli, nel supporto ai figli. Altre famiglie decidono di organizzarsi in maniera molto netta e separata: uno si occupa dei figli, l'altro si occupa esclusivamente del sostentamento. Uno lavora, l'altro no. Anche qui non c'è giusto o sbagliato, o meglio, dal mio punto di vista, giusto è ciò che funziona, a patto che tutti siano felici del ruolo che occupano e del contributo che portano. Va da sé che se uno dice "voglio essere un padre iper presente, voglio tornare a casa, trovare il tempo per giocare con i miei figli, portarli a fare sport, metterli a letto la sera", e poi lavora dall'altra parte del mondo e sta via tre mesi, questa cosa non è fattibile. Possiamo raccontarci quanto vogliamo che ci sarà l'impegno, l'amore, la dedizione quando sarà presente, ma poi nella pratica questa cosa non è possibile. Lì si deve trovare un equilibrio: a cosa sono disposto a rinunciare? Su cosa mi concentro? Qual è il punto di vista del mio partner rispetto a questa cosa? È chiaro nella sua testa che, essendo una squadra, dobbiamo essere d'accordo in due. Molte volte capita che le persone arrivano in terapia e dicono "io mi occupo economicamente della famiglia", e magari la moglie dice "sì, però io mi occupo a 100%, lavoro e mi occupo al 100% dei figli". "E perché io sono via, però con il mio stipendio riusciamo a vivere meglio, riusciamo a fare di più". Può essere vero, e magari la moglie riconosce anche questo e dice "sì, è vero, le vacanze o la qualità di vita che viviamo ce la possiamo permettere grazie al tuo lavoro, ma è quello che ci serve in questo momento? Possiamo fare una vacanza in meno, ma magari condividere insieme tutte le cene, o stare insieme il weekend, o leggerti, ad esempio, la favola della buonanotte con i tuoi figli, o fare i compiti con loro quando tornano a scuola". Anche qui non c'è giusto o sbagliato. La persona deve capire che nel momento in cui si ha una relazione familiare, le scelte professionali non sono più individuali, sono sempre di coppia, e la coppia deve essere d'accordo. Altrimenti, siccome ogni coppia si trova ad affrontare qualche tipo di crisi, problema, difficoltà, se non c'è l'allineamento tra i due, è un problema. Un problema enorme in cui rientra anche la famiglia. Ricordiamoci sempre, a patto che alle due domande iniziali ("sei soddisfatto del tuo lavoro e della qualità della tua vita privata come individuo?") abbiamo risposto sì, perché altrimenti dobbiamo riorganizzare tutto. L'organizzazione di una famiglia, soprattutto quando prevede più di una persona, diventa complicata. Dobbiamo capire che l'organizzazione della qualità di vita e del lavoro si costruiscono insieme, sui patti reciproci. In alcuni momenti della vita uno deve stare più a casa dell'altro per permettere all'altro di sbocciare, elevarsi, essere riconosciuto. In altri casi, invece, l'altro deve alleggerire il sovraccarico nella gestione dei figli, permettendo all'altro di fare carriera. È una cosa sempre dinamica da riorganizzare. Il concetto fondamentale, oltre alle due domande che ho fatto all'inizio, è che è un problema di sistema, un problema che coinvolge tutti i membri della famiglia e non solo chi privatamente, personalmente, individualmente compie la scelta lavorativa. Questo spesso non è chiaro quando mi approccio a situazioni familiari che portano questo tipo di contraddittorio, di fatiche, di tensioni in famiglia. Fammi sapere cosa ne pensi. Fammi sapere qual è la soluzione che hai trovato tu, cosa stai provando a trovare, o cosa è stato per te deleterio all'interno della relazione su questo equilibrio tra vita professionale e vita familiare. A presto. ### I 5 segnali che ti fanno capire che sei pronto ad una relazione "Dottore come faccio a capire se sono pronto o pronta ad una relazione, se sono pronto o pronta ad aprirmi all'altro?" Allora, non è una domanda semplice e non lo è nemmeno la risposta. E siccome vorrei evitare tutte quelle cose pseudo-Zen o filosofiche, tipo "apriti al mondo che il mondo si apre a te" e via discorrendo, provo a scomporre alcuni elementi del nostro comportamento, della nostra personalità, del nostro modo di vivere e leggere il mondo che abitiamo per provare a rispondere. E provo a farlo per punti così da evitare di perdermi nelle pieghe della riflessione, del pensiero e del linguaggio. Ho individuato cinque punti che, secondo me, sono abbastanza rappresentativi ed esaustivi della domanda "sono pronto/a ad aprirmi ad una relazione?". Come faccio a capirlo? Punto Numero Uno: Emozioni e Desideri Partiamo da qui perché sembra una cosa apparentemente semplice, ma non lo è. È scontato che per aprirsi ad una relazione e trovare un partner lo si debba volere, ma è estremamente difficile capire effettivamente se lo vogliamo e come farlo capire agli altri, come in qualche modo renderci disponibili, appetibili e interessanti per qualcuno. E per rispondere a questa domanda dobbiamo partire dal guardare dentro di noi, ossia provare a chiederci: "Bene, inizio a trovare delle persone interessanti? Inizio ad avere dei pensieri e delle fantasie sul poter avere qualcuno accanto? C'è quel tratto di quella persona che in qualche modo mi solletica un interesse diverso?". Magari quella non è la persona che fa per me, magari quella persona per me non è attraente, però già mi dico: "Ok, questa è una caratteristica che è per me importante e che nel mio partner vorrei trovare". Questo ci permette di capire che in qualche modo stiamo fantasticando, stiamo proiettando la nostra immaginazione, la nostra fantasia e il nostro pensiero sul combinare con qualcuno. Punto Numero Due: Tempo e Impegno Impegnarsi in una relazione significa costruire e progettare qualcosa con qualcuno. Quello che solitamente vedo è che, se da un lato c'è la volontà (quindi magari il punto uno è soddisfatto), il punto due è soddisfatto solo sulla teoria, sulla carta, non nella pratica. Ad esempio, se lavoro dalle 8:00 del mattino a mezzanotte perché sono un carrierista e voglio assolutamente fare carriera, e il mio obiettivo è solamente quello, da un lato posso dire "Sì, voglio una relazione. Sì, sono pronto/a ad una relazione", però devo essere anche pronto/a a fare dei sacrifici, a organizzare il mio tempo, a cambiare la mia quotidianità e la mia agenda in funzione di liberare lo spazio. "Sì, ma poi quando arriverà la relazione sicuramente mi organizzerò", oppure "il mio partner o la mia partner dovrà capire inevitabilmente che per me questa cosa è importante", vero ma attenzione perché una relazione è anche da vivere. Ci sono tante persone (questo lo vedo anche in coppie) che hanno organizzato bene il tempo, ad esempio hanno deciso che ci sono dei momenti specifici in cui vedersi. Facciamo un esempio: lui è via spesso per lavoro, è a casa solamente il weekend, lei fa dei viaggi di lavoro ma non sono impegnativi come i suoi. Comunque il weekend è il loro momento. Questa cosa avviene anche tra tante coppie bene organizzate. L'arrivo di un figlio, però, cambia tutto perché poi ovviamente iniziano le fatiche enormi: magari lei si deve prendere maggiormente carico del figlio, lui torna a casa e fa il papà splendido ma solamente due giorni alla settimana. In questi casi, per esempio, manca proprio un tempo oggettivo di condivisione, di costruzione della relazione, un tempo per poter coltivare l'emotività, la sintonia e progettare il futuro. Punto Numero Tre: Autonomia Ovvero, sono capace e convinto di essere capace di star bene anche senza una relazione, cioè di essere autonomo e indipendente? So starmene in piedi sulle mie gambe o necessito di qualcuno per poter stare in piedi, necessito di qualcuno a cui appoggiarmi per sentirmi completo? Questo è un altro fattore importante, perché se la risposta è la seconda, cioè "necessito di qualcuno perché questo qualcuno deve necessariamente completarmi, perché io da solo non riesco, non sono in grado", allora forse, più che cercare una relazione, dobbiamo cercare di capire noi stessi. E, avendo capito noi stessi, poi muoverci verso l'apertura ad una relazione. Anche questo sembra scontato, ma non lo è. Ci sono un sacco di persone che magari in una relazione si sentono capaci, si sentono appagati, ma si sentono completamente incapaci di poter stare con loro stessi o di essere autonomi. Quindi, al di fuori della relazione, essere autonomi, rendersi capaci, renderci adulti, è qualcosa di fondamentale per poter vivere appieno poi la relazione sentimentale. Punto Numero Quattro: Passato e Apprendimenti Questa è una cosa importantissima, ovvero: cosa ho capito dal mio passato, dalle mie relazioni precedenti, che mi permette ora, oggi, di sentirmi pronto o pronta a vivere nuovamente una relazione e a viverla al meglio? Ovvero, sono conscio di quali sono gli errori che non devo più commettere, di quali sono le caratteristiche che sto cercando nell'altro? Molte volte si scappa da una relazione o si interrompe una relazione e ci si butta immediatamente in un'altra senza il tempo di poter capire cosa questa relazione ci ha insegnato. È vero che sbagliando si impara, come si dice, ma è ancora più giusto dire "imparando si impara". Posso commettere un errore, posso vivere una delusione, posso essere dispiaciuto/a, soffrire per la fine di una relazione o perché magari quella relazione non si è rivelata ciò che io desideravo. Bene, però quanto tempo poi spendo per capire che cosa questa relazione mi ha insegnato? Perché passare subito ad un'altra relazione o non mettere a frutto ciò che la relazione precedente mi ha insegnato è un grave rischio che faccio correre alla relazione successiva, alla relazione futura alla quale invece mi sento pronto ad aprirmi. Punto Numero Cinque: Comunicazione e Connessione Ovvero, mi sento capace di far capire all'altro i miei desideri, i miei pensieri, ciò che sento, ciò che provo? Voglio mostrarmi all'altro? Perché molte persone dicono: "Io sono pronto/a alla relazione, mi sento carico/a, capace, anzi sono proprio alla ricerca di qualcuno". Bene, ma è questo qualcuno che ti deve in qualche modo stanare, scovare, tirare fuori per le orecchie dal buco in cui ti sei rintanato, o tu sei pronto a farti conoscere, a iniziare a mostrare una parte di te? Ovviamente non è che una persona può raccontare tutto subito, però sei pronto/a a farti conoscere, a spendere del tempo di tua iniziativa per provare a far capire all'altro chi sei? Perché anche in questo caso molte relazioni iniziano perché qualcuno insiste e qualcuno piano piano si concede, si fa scoprire, no? Piano piano. Ok, però che segnali do all'altro? Che cosa sono disposto/a a comunicare di me? Che parte di me voglio far vedere? Quale penso possa essere la parte che in questo momento della vita mi rappresenta e che quindi è per me importante mostrare all'altro?

Ora, come ho detto all'inizio di questo articolo, potremmo probabilmente parlare tantissimo, aprire tutta un'altra serie di argomenti. Da questo elenco si aprirebbero altre riflessioni, questo è un piccolo spaccato che vuole evitare il pensiero Zen, quello necessariamente positivo o anche un po' fatalista, ma provare a ragionare un po' più su qualcosa di concreto, di pratico che poi ci troviamo a vivere nella vita di tutti i giorni. Questi elementi, queste aree della nostra vita sono presenti di fatto in qualunque ambito di interesse: anche il lavoro, le relazioni familiari, quelle amicali, ecc. Fammi sapere cosa ne pensi, scrivilo nei commenti. Dimmi se qualcosa ti è stato utile o se hai scoperto qualcos'altro. Cosa è stato utile per te, ad esempio, nel riaprirti ad una relazione o per capire se eri pronto o pronta ad iniziare una nuova relazione. A presto! ### Come capire se una relazione è tossica Ti sei mai chiesto o chiesta se ti trovi o ti sei trovato/a all'interno di una relazione tossica? Benissimo. In questo articolo, un po' diverso dal solito, andiamo a vedere una sorta di checklist che ti permette di capire se sei trovato/a o trovata/o o ti trovi all'interno di una relazione tossica. C'è una sorta di mantra rispetto alle relazioni tossiche e mi piace sempre ripetere, se hai visto il webinar, corsi, eccetera, probabilmente hai già sentito il concetto. È infatti questo il modo migliore, più lucido e chiaro, per capire se si trovi all'interno di una relazione tossica: è capire se i momenti di sofferenza, fatica, crisi sono maggiori dei momenti felici.  Questa è una cosa molto semplice ma alla quale spesso non prestiamo attenzione; ci costringiamo ad una vita di fatiche, una vita di sofferenza, da un punto di vista emotivo, per qualche piccolo spazio momento di felicità. Bene, probabilmente è una relazione tossica. Le relazioni felici sono connotate principalmente da una condizione di benessere, di felicità, di gioia e, talvolta, dei momenti di crisi, non viceversa. Ora vediamo una checklist molto semplice, molto chiara che però ti permette di capire se effettivamente ti trovi o meno in una relazione tossica, magari farti nascere qualche idea, qualche campanellino, qualche allarme all'interno della testa per dire: "Attenzione, ci sono delle cose che devo modificare". Partiamo a bomba, punto numero uno: mancanza di rispetto. Mancanza di rispetto è soggettivo, può essere qualunque cosa per qualunque persona, nel senso che ognuno ha la sua idea di rispetto. Ti faccio degli esempi: urla, insulti, atteggiamento aggressivo, continue critiche sul come parli, come ti vesti, come ragioni, come pensi, eccetera, eccetera; cioè attacchi diretti alla persona, volti a una qualche minaccia o denigrazione. Punto numero due: gelosia e controllo eccessivi, rendere conto su cosa devi fare, perché lo devi fare, giustificare le tue azioni, giustificare i tuoi comportamenti, dare prova di essere stato/a in questo luogo con queste persone e via discorrendo. Punto numero tre: manipolazione, imposizione di regole apparentemente bizzarre che diventano per noi la normalità, imposizione di regole ovviamente dal partner: non puoi avere amici del sesso opposto, quindi non puoi avere amiche donne, non puoi avere amici uomini, non puoi fare questa cosa, non puoi andare più in discoteca ora che siamo all'interno della relazione; se tu puoi dimostrare di amarmi, allora non devi fare questa cosa, cioè tutto ciò che in un qualche modo ha a che fare o con il ricatto emotivo o con la privazione. Punto numero quattro: comunicazione con accezione negativa cioè assenza di comunicazione, di dialogo all'interno della relazione, o ancora peggio, impossibilità e incapacità, sensazione di disagio nel poter parlare dei propri emozioni, dei propri sentimenti, dei propri pensieri, per paura di essere frainteso/a, criticato/a, vessato/a, cicli di abuso, esplosioni di rabbia, litigate furibonde, violenza, ad esempio, da un punto di vista verbale; mi auguro mai da un punto di vista fisico, alternate da momenti di grandi scuse né grandi e presunti cambiamenti per poi ritendere puntualmente sempre alla stessa posizione, sempre alla stessa condizione. Punto numero cinque: disagio psicologico, depressione, ansia, sensazione di insicurezza, sensazione di angoscia. Cioè ti rendi conto che nel momento in cui sei con questa persona, subentrano in te tutta una serie di emozioni, sensazioni, sintomi con accezione negativa. L'ansia è non l'ansia di vederlo, vederla, ok ho voglia di vederlo, vedere, non vedo l'ora, sono in ansia perché tanto che non ci vediamo; l'ansia del dire "speriamo che oggi vada tutto bene, devo stare zitto/a, non devo dire questa cosa perché altrimenti poi succede quest'altro, speriamo che oggi sia di buon umore, che non rovini la giornata, che non faccia l'ennesima scenata mentre siamo con amici", eccetera, eccetera. Punto numero sei: isolamento sociale, ossia quando le manipolazioni e i divieti diventano totali, cioè si deve vivere in funzione di soddisfacimento dei bisogni dell'altro. Punto numero sette: mancanza di compromesso, fa riferimento al punto precedente, ovvero la impossibilità di far valere la propria opinione o di trovare la persona dall'altra parte aperta alla costruzione di un dialogo e alla creazione di una realtà comune basata sul soddisfacimento reciproco. La relazione funziona solo nella misura in cui tu lavori per rendere  appagante la relazione all'altro e non viceversa. Questi sono solo alcuni punti inerenti a questo vastissimo tema, questa è una sorta di checklist, come ho detto all'inizio, una sorta di articolo dove volevo mettere in fila tutta una serie di caratteristiche, tutta una serie di elementi che, dalla mia esperienza clinica, hanno a che fare con delle relazioni tossiche e che molto spesso le persone non vedono. Tolte ovviamente la violenza fisica, che dovrebbe essere scontata, questa checklist ha un po' l'obiettivo di aiutarti a capire qual è il livello, il grado di benessere o di potenziali tossicità che stai vivendo all'interno della relazione e sulle quali ovviamente è possibile intervenire.  Metti a fuoco cosa non funziona e metti a fuoco su cosa vuoi lavorare. A presto. ### I 5 linguaggi dell'amore Parole d'affetto, contatto fisico, tempo di qualità, regali, servizio: queste cinque punti ti dicono qualcosa? Questi sono i cinque linguaggi dell'amore che Chapman nel 1992 ha individuato come stili comunicativi presenti all'interno della coppia, che in qualche modo rappresentano le diverse vie possibili nel dare e nel ricevere amore. Tempo di Qualità Allora, tempo di qualità, ovvero trascorro del tempo di qualità, quindi dedico il mio tempo per la persona amata. Ho bisogno che la persona amata mi dedichi del tempo, così definito, di qualità. Regali Regali: uso degli oggetti per rappresentare e portare il mio amore all'altro, o desidero che il mio amato, la mia amata, mi faccia dei regali, appunto, degli oggetti fisici, tendenzialmente, per avere prova del suo amore. Parole d'Affetto Parole d'affetto, anche qui si spiega da sole: frasi dolci, frasi comprensive, un affetto mostrato verbalmente, quindi dove magari c'è l'orazione, c'è la carineria, la carezza emotiva. Contatto Fisico Contatto fisico, semplicissimo, si riferisce alla coccola che da verbale si trasforma in fisica. L'abbraccio, il bacio appena si rientra a casa, quello prima di dormire e via discorrendo. Servizio Servizio, cioè azione di servizio, ad esempio, non sono particolarmente capace nel mostrare affetto fisicamente, verbalmente, ma sono una persona sulla quale si può contare, mi do da fare. Vedo che hai bisogno di qualcosa, ci penso io. L'Importanza della Comprensione Ora è facile capire come ognuno di noi si ritrovi in una o potenzialmente più di queste caratteristiche, anche tutte. Tuttavia è possibile che ce ne siano una o due prevalenti soprattutto nel momento in cui noi chiediamo la dimostrazione d'amore o proviamo a manifestare il nostro amore all'altro. Il Segreto della Felicità di Coppia Ciò su cui mi voglio concentrare è che al di là di individuare qual è il linguaggio d'amore prediletto per sé stessi all'interno di una coppia, ciò che rende la coppia effettivamente felice e sana, contenta, curiosa, con la volontà di scoprirsi e di amarsi, è la capacità del partner di concentrarsi sui linguaggi d'amore dell'altro. Conclusioni Questo è il vero segreto per riuscire a essere felice all'interno della coppia: non amare l'altro per come si vorrebbe essere amati, ma amare l'altro per come l'altro desidera essere amato. E il vero amore è questo: essere capace di dimostrare i propri bisogni e le proprie volontà, le proprie necessità, ma al tempo stesso essere anche interessati a soddisfare, dopo aver capito i bisogni, le necessità e i desideri dell'altro. Questo dà qualche spunto. Penso che possa essere interessante. Fammi sapere comunque che cosa ne pensi nei commenti, così da capire quante volte l'idea di amare qualcuno si è limitata a fare all'altro ciò che noi avremmo desiderato per noi stessi, ma non necessariamente ciò che l'altro ci ha, a suo modo, chiesto. Ti aspetto nei commenti. A presto! ### Monotonia in una relazione: conseguenze e cause Parliamo di monotonia nella relazione di coppia e facciamolo vedendo quali sono le principali cause che determinano la monotonia, in modo tale che, magari, se le teniamo a mente, avremo un po' più di capacità di poterla affrontare o di tutelarci dalle trappole e degli sgambetti che ci pone lungo il cammino. Cause della monotonia Routine quotidiana La routine quotidiana, ovvero l'incapacità di vivere al di fuori del binario, può essere una causa significativa di monotonia nella coppia. La ripetizione delle stesse attività giornaliere può portare a una sensazione di stanchezza e mancanza di interesse nell'esperienza della vita insieme. Mancanza di comunicazione La mancanza di comunicazione è un'altra causa comune di monotonia. Quando il tempo trascorso insieme è dominato da momenti di silenzio o da attività individuali, si può perdere il senso di connessione e di comprensione reciproca. Paura della novità La paura della novità può impedire alla coppia di esplorare nuove esperienze e di rompere la routine stagnante. Questa resistenza al cambiamento può derivare da una sensazione di sicurezza nel familiare, ma può anche limitare l'opportunità di crescita e di sviluppo della relazione. Stress e pressioni esterne Le condizioni di stress, come le difficoltà economiche o i problemi lavorativi, possono mettere a dura prova la relazione di coppia e portare a una maggiore distanza emotiva. Quando le energie sono concentrate su questioni esterne, la relazione può essere trascurata e la monotonia può stabilirsi. Declino dell'intimità sessuale Un segnale importante di monotonia nella coppia è il calo dell'intimità sessuale. La mancanza di desiderio o di piacere nei rapporti può indicare un'esaurimento della passione e della vitalità nella relazione. Mancanza di obiettivi condivisi La mancanza di obiettivi condivisi può minare la coesione della coppia e portare a una sensazione di solitudine e di distacco. Quando non c'è un senso di scopo o di direzione comune, la monotonia può diventare opprimente e minare il legame tra i partner. Soluzioni alla monotonia Esaminare le cause della monotonia può essere il primo passo per affrontare il problema e rinnovare la vitalità della relazione. Comunicare apertamente con il partner, esplorare nuove attività insieme e stabilire obiettivi condivisi possono contribuire a ravvivare la passione e a rafforzare il legame emotivo. In conclusione, la monotonia nella relazione di coppia può essere una sfida significativa, ma con impegno e consapevolezza, è possibile superare gli ostacoli e creare una vita insieme più ricca e appagante. Conclusione La monotonia nella relazione di coppia può essere superata con impegno e consapevolezza. Identificare le cause e adottare strategie per affrontarle può rinnovare la vitalità della relazione e rafforzare il legame tra i partner. Se ti trovi ad affrontare una condizione nella coppia o hai già affrontato la monotonia, condividi la tua esperienza e i tuoi consigli per aiutare gli altri a superare questo ostacolo comune nelle relazioni. ### Coppie interculturali: ci sono dei rischi? Parliamo di coppie interculturali e dei rischi che queste coppie vivono. Anche se potresti non trovarti in questa situazione, ti consiglio di leggere questo articolo perché otterrai subito qualche spunto interessante. Quando parlo di coppie interculturali mi riferisco a, per esempio, una coppia composta da lui del Marocco e lei italiana, lui italiano e lei vietnamita, lei inglese e lui tedesco. Insomma, ci siamo capiti, no? Cioè, provengono da due culture apparentemente diverse. Quindi, comunque, con delle differenze, delle caratteristiche, delle peculiarità e via discorrendo. Importanza delle coppie interculturali nella società moderna Perché parlare di queste coppie? Innanzitutto, perché sono molto più frequenti oggi nella società, che qualcuno definisce fluida, rispetto al passato. Nel passato, avevano qualcosa di esotico, mentre adesso, non dico che sono la normalità, ma insomma, è molto, molto frequente trovare appunto coppie interculturali. La cosa più interessante non è solo la frequenza con la quale queste coppie si costruiscono e costituiscono, quanto il fatto che diventano, secondo me, rappresentative di un insieme, di un sistema, ovvero del sistema coppia. Cioè, parlare di coppie interculturali permette di capire con maggiore chiarezza qualunque tipo di coppia, anche la coppia dove lei è di Milano e lui di Monza, oppure lui di Monza e lei di Lecco, come nel mio caso, ad esempio. Penso che, in un qualche modo, quando si spiega qualcosa, ad esempio si spiegano dei meccanismi, usare le iperboli è la via principale, è la via migliore, cioè, o meglio, esacerbare, esagerare al massimo un concetto, una dinamica, un movimento, in modo tale da renderla esplicita e renderle visibili. Le coppie interculturali assumono un po' questa funzione, anche questo significato, per cercare di capire al meglio le coppie in generale. Nel senso che, tramite l'osservazione di coppie interculturali, e ancor meglio di alcune difficoltà che queste possono vivere proprio in funzione del loro tipo di costituzione, è possibile capire meglio le coppie in generale. Analisi dei rischi delle coppie interculturali Ci saranno due articoli in merito a questo tema: il primo parla dei rischi, ovvero quali sono i rischi che le coppie interculturali possono vivere, o meglio, quali sono i rischi che le coppie possono vivere, e un altro, quali sono i vantaggi che le coppie interculturali vivono, o meglio, quali sono i plus ai quali queste coppie, o meglio, tutte le coppie sono esposte in quanto coppie. Andiamo al punto numero uno: differenze culturali nella comunicazione, ovvero significati che vengono attribuiti alle cose e idee di come dovrebbe essere gestita la relazione o la comunicazione. Ci sono, ad esempio, culture che la prendono molto alla lontana e che tendono tendenzialmente ad essere cordiali, anche se non particolarmente interessate al prossimo, italiano, mentre ce ne sono delle altre che hanno un'idea di relazione molto diversa, dove c'è magari una sincerità e un'esplicita questione del proprio pensiero, immediata, anche se in italiano potrebbe dire "non richiesta", ma che prevedono dei livelli di trasparenza e di chiarezza magari diversi. Ad esempio, la cultura americana è molto più diretta, molto più chiara quando dice le cose. La difficoltà potenziale nella coppia è che appunto ci possa essere questa forbice di modalità relazionale e di modalità comunicativa. Il punto numero due ha a che fare con il significato del linguaggio, o meglio, con il significato che noi attribuiamo a determinate parole. È chiaro che, nel momento in cui, ad esempio, una coppia parla la lingua dell'uno, la lingua dell'altro o addirittura un'altra lingua, come l'inglese, entrambi si prevede possano non avere la stessa padronanza della lingua madre, o meglio, della lingua parlata, che non equivale ovviamente alla stessa padronanza della lingua madre, e in quel caso, il significato che viene assegnato, attribuito alle parole, può essere soggetto a delle interpretazioni personali, quindi ci può essere un ulteriore fatica nel capire che quella cosa lì significa esattamente quella cosa lì e che significhi esattamente quella cosa lì per entrambi i partner. Il punto numero tre: norme culturali e norme sociali. Ad esempio, l'idea di conflitto, l'idea di fedeltà, l'idea di esclusività, l'idea di che cosa è una coppia felice e quali sono i criteri che determineranno la felicità di una coppia. Ovviamente, nell'idea italiana romantica, ad esempio, già questo termine in qualche modo significa e suggerisce qualcosa. Non è detto che equivalga all'idea, ad esempio, di romanticismo o di cura o di presenza di autonomia, di indipendenza, ad esempio, di un partner tedesco e via discorrendo. Il punto numero quattro: pressioni, giudizi e pregiudizi sociali. Che cosa pensano i nostri amici? Che cosa pensano le nostre famiglie? Che cosa pensa il mio ex partner? Che cosa pensa il mio migliore amico? Che cosa potrebbero pensare, ad esempio, i miei colleghi di lavoro e via discorrendo? Quindi, tutto ciò che in un qualche modo è esterno alla coppia, ma che fa parte dell'ambiente della coppia e che quindi ne influenza il funzionamento e anche il significato e, potenzialmente, nelle situazioni anche più gravi, la felicità. Punto numero cinque, ultimo nell'elenco ma non ultimo in importanza: il nido, il luogo in cui poi la coppia sceglie di vivere. Quindi, come il luogo, in funzione delle nostre caratteristiche di coppia, va a influenzare la nostra vita. Io sono americano e lei è italiana. Viviamo in America, viviamo in Italia, oppure scegliamo una zona apparentemente franca, come che ne so, l'Inghilterra, e quindi pensiamo che lì siamo meno condizionati, ad esempio, dal tessuto sociale, culturale e via discorrendo? Ora, questi, ovviamente, sono dei punti che ho trattato velocemente, altrimenti questo articolo sarebbe diventato lunghissimo, però è facile capire come tutti questi elementi non hanno a che fare con l'interculturalità della coppia, nonostante noi solitamente ci raccontiamo questo, ma che hanno a che fare con la coppia, indipendentemente da dove i membri, partner della coppia, provengono. Proviamo a pensare a questo: quante volte l'idea, ad esempio, comunicativa è diversa, anche solo tra una provincia e l'altra, un comune e l'altro, una regione e l'altra, tra Bergamo e Brescia, sembra che ci siano migliaia di chilometri di distanza, lo stesso tra Monza e Milano, tra un paese e l'altro. Quante volte il significato che noi attribuiamo alle parole nel nostro dizionario personale è diverso da ciò che gli altri, o il partner in questo caso, attribuisce a quella parola in termini di significato? Quante volte ci sono pressioni sociali o culturali? Ah no, non puoi sposare la figlia del benzinaio. Ah no. Oppure lui viene da una famiglia troppo diversa dalla nostra, lì sono tutti imprenditori ecc. Quante volte questo non ha a che fare con la nostra area geografica di provenienza, ma ha a che fare con la nostra cultura, con la nostra società? Quante volte il luogo in cui noi scegliamo di vivere influenza l'equilibrio della coppia? Scegliamo di vivere nel piccolo paese dove, ad esempio, uno dei due è originario, oppure scegliamo di trasferirci in una grande città, o magari insieme prendiamo con le nostre belle valigie di cartone e andiamo dall'altra parte dell'Italia. Ora, è chiaro che non esistono le coppie interculturali, perché comunque si va a vedere siamo tutti uguali, siamo tutti diversi, indipendentemente che io sia di origine vietnamita oppure vengo da Casalpusterlengo, perché ci possono essere delle affinità, ma non si sarà mai perfettamente identici e non ci sarà mai un'idea di compatibilità perfetta, ovvero senza sforzo. La felicità deve essere costruita in funzione delle differenze e delle caratteristiche che abbiamo, che siano queste visibili, esplicite, aperte ed evidenti a tutti, o che siano impliciti, ovvero più nascoste all'interno del nostro sistema sociale, del nostro tessuto culturale e via discorrendo. Fammi sapere cosa ne pensi, fammi sapere se, indipendentemente che tu ti trovi in una coppia interculturale o meno, ti sei trovato a dover fare i conti con queste difficoltà, questi potenziali rischi. A presto. ### Come le notizie di cronaca influiscono sul nostro benessere? Ti sei mai chiesto come le notizie di cronaca impattano sul tuo benessere e sulla tua salute mentale? In questo articolo proviamo a rispondere a questa domanda e vediamo anche qualche consiglio su come poterci tutelare. Ora, le notizie di cronaca sono sempre più presenti intorno a noi, siamo bombardati letteralmente da notizie che tendenzialmente hanno un'accezione negativa: si parla di crisi, di conflitti, di guerre, di drammi e via discorrendo. Ora è giusto rimanere informati, ovviamente, ma al tempo stesso è anche giusto capire qual è l'impatto che tutto questo suscita su di noi e quindi sul nostro benessere mentale. Empatia e sensibilità Ci sono diversi aspetti che dovrebbero essere analizzati. Cerco di fare ordine rispetto a quali, secondo me, sono i principali e poi vediamo insomma di fare qualche riflessione a riguardo. Sicuramente noi siamo degli animali sociali: c'è una sorta di connessione empatica, proviamo delle emozioni, siamo capaci di poter immaginare ciò che sta provando l'altro e provarlo a nostra volta; questa cosa si chiama empatia ed è facile capire come, di fronte a determinate notizie di cronaca, questa empatia sia iper sollecitata. Ad esempio, io personalmente, quando sento delle notizie che hanno a che fare con il coinvolgimento di bambini, maltrattamenti, eccetera, da quando sono diventato padre, mi rendo conto di essere molto più sensibile. Mi rendo conto di come, quando ascolto questo tipo di notizie, tendenzialmente provo un disagio diverso, rispetto al passato; questo perché empatizzo con il genitore piuttosto che con il bambino, di cui sento appunto la notizia. Dall'altra parte, questa sovraesposizione, questo continuo bombardamento di notizie negative, inevitabilmente ha a che fare con una flessione potenziale dell'umore. Ora, non parlo necessariamente di depressione, ma ci rendiamo conto come è molto più facile sostanzialmente flettere l'umore verso il basso. Quindi, con un'eccezione negativa, in funzione del tipo di notizie che vengono riportate: se 10 a 1 sono notizie negative, l'impatto che ovviamente ci sarà sulla nostra persona avrà la medesima accezione. Quindi, non si può dire che la cronaca è causa di depressione, però altrettanto vero che impatta e porta, veicola l'umore verso quel tipo di direzione. Effetti sulla salute mentale E poi, ci sono tutta un'altra serie di fattori che sono proprio legati al tipo di sensazioni che quindi poi andremo a vivere: ad esempio, il senso di impotenza, il senso di insicurezza, piuttosto che il senso di disconnessione. Sono tre aspetti che si innescano nel momento in cui noi non riusciamo a regolare questa sovraesposizione all'informazione, alla notizia appunto, alla cronaca. Per spiegarli brevemente, è facile capire come il senso di impotenza è "non posso fare niente", cioè siamo vittime di questo mondo terribile; come si può affrontare tutto questo? È una cosa più grande di me. Il senso di insicurezza è "io sono un passeggero della vita, io posso costruirmi nel mio giardino, nella mia casa, la mia sicurezza". Ma questa cosa può essere spazzata via da un momento all'altro: possono esserci cambiamenti geopolitici, possono esserci cambiamenti sociali, ci possono essere delle guerre e improvvisamente tutto quello per il quale io ho lavorato una vita e che ho provato a costruire, che mi trasmetteva un certo senso di sicurezza, un certo senso di tranquillità, viene spazzato via. In ultimo, il senso di disconnessione, che diventa poi quasi un meccanismo di difesa, ovvero, io metto in atto un allontanamento, faccio un passo indietro rispetto a tutto ciò che sto vivendo o sentendo, dicendo "questo non è parte del mio mondo, io vivo una vita diversa". Meno male che questa cosa succede dall'altra parte del globo, non mi tocca, non mi tange. Come gestire l'impatto delle notizie di cronaca In realtà, è facile capire come tutto questo sia un principio di difesa, cioè un meccanismo che aiuta la persona a vivere l'illusione di non essere toccata da determinati eventi, determinate situazioni, notizie e via discorrendo. La buona notizia in questo senso è che sicuramente si può fare qualcosa, sicuramente si può agire in un qualche modo, ok, per provare a mitigare o comunque diventare controllori del tipo di impatto che questo tipo di notizie può avere su di noi. E ci sono, secondo me, tre aspetti importanti da poter considerare, ovviamente ce ne potrebbero essere molti di più e se si va in rete si trova davvero la qualunque, vi dico i miei perché sono provati sulla mia persona. C'è un sistema di significati che può essere usato per tenere la barra dritta, quindi per tenere ben chiaro in mente perché scegliamo di comportarci in una certa maniera e come possiamo diventare anche piloti e non solo passeggeri, ecco, di tutte queste notizie. Selezione delle fonti Innanzitutto, controlliamo e scegliamo e selezioniamo quali sono le fonti, nel senso che possibile leggere tutto ed è, penso, anche sbagliato esporsi a tutto, vale la pena selezionare il tipo di notizie che ci interessa leggere e/o, approfondire e anche il tipo di fonti, cioè quali sono le fonti che sentiamo a noi più affini perché ovviamente cambiando fonte cambia enormemente il tipo di messaggio, quali sono le fonti che apprezziamo, quali sono le fonti che riteniamo in un qualche modo autorevoli in materia, dove dobbiamo andare a pescare le informazioni nel momento in cui, ad esempio, vogliamo approfondire. Limitare l'esposizione Limitiamo esplicitamente i tempi in cui ci esponiamo alle informazioni. È chiaro che basta navigare sul web piuttosto che aprire un social e veniamo bombardati di notizie. C'è chi utilizza la bacheca di Facebook piuttosto che la bacheca di Instagram, come il quotidiano ai tempi dei nostri genitori: probabilmente era più semplice, c'era la mezz'ora al mattino, alla sera, a pranzo, in cui si apriva il giornale, si leggeva, si sceglieva quel giornale perché ovviamente era impossibile leggerli tutti e si decideva che cosa approfondire e che cosa non approfondire. Ora è molto più difficile ovviamente perché le sollecitazioni sono ovunque, però, dall'altro lato, noi possiamo scegliere quando informarci, quando leggere le cose, quando approfondirle. Ad esempio, io lo faccio puntualmente un quarto d'ora di solito al mattino e poi lo faccio una mezz'oretta alla sera, questo è la scelta insomma che ho fatto io, non vuol dire che sia giusta o che sia sbagliata, però può essere un consiglio, uno spunto, ecco, di riflessione. Selezione delle notizie da discutere Punto numero tre, che secondo me è il più importante: selezioniamo che cosa discutere, ovvero, come dicevo prima, ci sono delle notizie che inevitabilmente ci colpiscono di più e delle notizie che ci colpiscono di meno, questo è legato a tantissimi fattori, alla nostra visione del mondo, ai nostri interessi, alla nostra situazione, infatti adesso quando leggo delle notizie che hanno a che fare con la genitorialità e coi bambini, sicuramente mi rendo conto di essere più sensibile a riguardo. Ora, siccome non possiamo approfondire tutto, ma ci rendiamo conto che ci sono delle cose che ci toccano in una maniera diversa, in questo caso il consiglio è proprio questo: quando ci sentiamo sollecitati da qualcosa, approfondiamo, ovvero, cerchiamo, documentiamo, cerchiamo in quel caso anche delle fonti diverse rispetto a quelle che solitamente utilizziamo per avere un aggiornamento, discutiamone, cioè quindi parliamo con le persone che sono a noi vicine, possiamo discutere con, in questo caso, sì, i vari gruppi che troviamo in rete, cioè nel momento in cui sentiamo qualcosa che ci sollecita, ci tocca, allora, per liberarsi da senso di impotenza, senso di disconnessione, senso di insicurezza, insomma, quello che ho raccontato prima, vale la pena uno, approfondire e due, eventualmente discutere, parlarne, ecco, riuscire a trovare interlocutori coi quali vale la pena approfondire la notizia, approfondire la riflessione a riguardo. Questi sono un po' i consigli e le riflessioni a riguardo. Fammi sapere se ti trovi d'accordo! ### Quali rischi ci sono se si perde la passione? Parliamo del rischio della passione. "Dottore è davvero possibile che ci siano dei rischi nella passione?" Sì, assolutamente. E ti dirò di più, parliamo dei rischi che la passione comporta nel momento in cui la relazione diventa qualcosa di più, cioè diventa una relazione per noi importante, una relazione per noi seria, rilevante, significativa. Definizione della Passione Ok, ora la passione non c'è bisogno che io spieghi cosa sia, cos'è la passione, però insomma è un apprendimento che ci viene raccontato sin da giovane età. Quando guardiamo un film d'amore, quando sentiamo una storia, una canzone, qualunque cosa, la passione è in qualche modo il messaggio che ci viene passato, è un valore che ci viene passato, cioè una relazione per potrei essere impegnativa, appagante, bella. Per vivere l'amore, ci deve essere passione. Rischi della Passione Elevata Tuttavia raramente si pensa a quali potrebbero essere i rischi, ad esempio, di una passione elevata all'interno di una relazione nel momento in cui la relazione evolve. Molto spesso, siccome si pensa che la passione sia la principale definizione dell'amore o ciò che si deve cercare all'interno di una relazione, e ripeto non sto dicendo che non sia importante, si pensa che se c'è la passione, allora tutto dovrebbe andare via liscio, allora tutto dovrebbe essere facile. "Il mio amore manca di passione, per questo facciamo tutta questa fatica, non riesco a essere appassionato all'altra persona, non riusciamo a essere passionali come vorremmo", eccetera, eccetera. Rischi della Deificazione della Passione Solo se fossimo passionali, se riuscissimo a essere passionali, quanto allora la nostra relazione andrebbe a gonfie vele. No, non funziona così, è questo il resto che non viene visto. Non sto dicendo che la passione non debba essere rilevante all'interno della relazione, sto dicendo però che se la passione viene data come semplice, come non elaborabile, non affrontabile questo diviene un rischio. Rischi della Visione Semplificata della Passione Ovvero, se c'è la passione, allora sostanzialmente c'è il 90% dell'amore, della relazione fatta. La passione può essere cavalcata in una maniera semplice, apparentemente senza sforzo. Allora viviamo un problema perché, perché nel momento in cui la relazione diventa importante, perché nel momento in cui la relazione si trasforma, la passione può e rischia di trasformarsi in conflitto, in rabbia, talvolta in odio. Conclusioni: Gestire la Passione nelle Relazioni Quindi, qual è il rischio della passione? Il rischio lo corriamo quando non viene controllata e viene considerata come l'elemento magico necessario all'interno della relazione per far sì che questa relazione possa essere spontanea. Infatti è lo stesso principio che solitamente viene vissuto con l'innamoramento: "Ah, dottore, io non amo più mio marito, non sono più innamorata di mio marito. Ormai sono 10 anni che siamo insieme". Sono contento che tu non sia più innamorata di tuo marito. Tu devi amare tuo marito, ma l'innamoramento è facile, spensierato, spontaneo, lo senti nella pancia. L'amore va costruito. Invito alla Riflessione So che questo discorso non è semplice potrebbe apparire anche controintuitivo, dimmi cosa ne pensi nei commenti, fammi capire se il ragionamento è chiaro e soprattutto dimmi la tua, dimmi il tuo punto di vista se ti ci ritrovi non ti ci ritrovi, se insomma sei ancora lì alla ricerca della passione sfrenata, che ripeto non sto dicendo che non debba esserci all'interno di una relazione, o invece sei riuscito o riuscita ad evolvere in maniera un pochino più costruttiva e progettuale. ### Problemi di coppia: forse non è ciò che pensi Dottore, penso che il suo lavoro sia il problema all'interno della nostra relazione. Dottore, penso che il rapporto con la mia famiglia d'origine impedisca alla mia coppia di essere felice. Il problema: analisi e riflessioni Queste sono tutte una serie di frasi, talvolta giudizi, che vengono date dalle persone a se stesse o al proprio partner. Insomma, sono frasi che possono essere anche vere. Nel senso che forse è vero che il rapporto con la famiglia d'origine è un problema all'interno della relazione di coppia, è vero anche che i figli sono la principale causa di tensione nella famiglia, è vero che il lavoro potrebbe essere particolarmente impegnativo o ingombrante nella storia di coppia e che quindi, in qualche modo, tolga spazio e vitalità alla coppia stessa. Quello che però vedo è che quando le persone arrivano ad avere una consapevolezza di questo tipo, e arrivano ad avere una lucidità tale da poter dire una cosa del genere, comporta anche un certo livello di dolore e di sofferenza. Vissuti molto spesso sbagliando, non sbagliano perché non hanno ragione in quello che dicono; sbagliano perché riconoscono un problema, ma non si rendono conto di come questo problema si manifesti in quel punto, in quella situazione, in quell'ambito della loro vita. Perché quel punto, quell'ambito e quella situazione della loro vita, è anche ciò che sono in grado di gestire, ed è anche ciò dove si sentono più capaci. E quindi, inevitabilmente, sentono di avere anche le risorse per affrontare il problema. Un esempio concreto Provo a fare un esempio semplicissimo, così ci capiamo: famiglia ricomposta, lui con un figlio, lei con due figli, e insieme un altro figlio, quattro figli in totale, quindi due suoi e due di lei da precedenti relazioni. Lui con un figlio da una precedente relazione e insieme un altro figlio, quattro maschi tra l'altro. Quindi, insomma, una famiglia numerosa. Sei persone arrivano in terapia e mi dicono: "Dottore, noi siamo una coppia splendida, affrontiamo tantissime fatiche, tantissime sfide, abbiamo una quotidianità super congestionata". Si prova ad immaginare anche solo gestire l'aspetto logistico di quattro ragazzi. Tra l'altro, vivono tutti con loro perché i rispettivi genitori, diciamo quindi ex coniugi di questa coppia, non sono qui in Italia e quindi hanno, diciamo, il 100% della gestione di questi quattro ragazzi. Dicono: "Siamo una coppia bellissima, affrontiamo un sacco di sfide. Abbiamo anche un sacco di risorse, altrimenti probabilmente non riusciremmo a portare avanti tutto questo". Il problema è che litighiamo furiosamente, ci scontriamo, ci sconfortiamo continuamente, e il problema sono i figli, è proprio la gestione dei figli. Io la penso in una maniera, lui la pensa in un'altra. Lui a volte mi sovrasta, sconfina magari nelle indicazioni che ho appena dato. A volte io lo critico apertamente davanti a loro e questo diventa un conflitto e una tensione enorme tra noi due. Non riusciamo proprio a capire come poter andare avanti. Eppure ci amiamo, il nostro sentimento è forte quando siamo da soli, quando stiamo insieme stiamo benissimo. Io mi sento completamente centrato su di lei e sento che lei ha attenzione e occhi solamente per me. Analisi della situazione di coppia Entriamo nella dinamica della loro famiglia. Obiettivamente, sono dei genitori super adeguati, insomma, anche per la complessità che gestiscono, sono dei genitori amorevoli, attenti, accorti. Insomma, hanno un sacco di caratteristiche positive, ottimi genitori, ecco, giusto per fare una sintesi. Poi entriamo meglio a vedere il discorso di coppia e ci rendiamo conto, tutti e tre in realtà, durante proprio la conversazione in terapia, che loro sono un'ottima coppia. Loro, quando sono da soli, stanno benissimo. Il problema è che da 3 anni non hanno un weekend, una serata, un pranzo che fanno da soli. Il tempo, anche solo banalmente, di mettersi davanti alla TV insieme o di prendersi 2, 3, 4 ore per andare alla spa o a farsi fare un massaggio o a fare qualcosa che interessa a uno dei due o a entrambi. Tre anni senza un'attività di coppia, tre anni senza un momento dedicato esclusivamente a loro. E' quindi naturale che mi viene detto: il nostro problema non è nella gestione dei figli, no, il vostro problema è nella coppia e il fatto che la coppia è stata completamente messa in pausa, è stata messa tra parentesi. E siccome vivete esclusivamente la dimensione genitoriale, l'eventuale vostro problema salta fuori dove, nella parte come dicevo prima, voi vi sentite più forti, più competenti, più capaci, anche di affrontare potenziali problemi. Perché se ci diciamo invece che il problema sta nella coppia e che la coppia, in realtà, non viene vissuta, anche come dire un problema apparentemente semplice che, nel contesto genitoriale, può essere affrontato in un contesto più debole come quello della coppia, che è fragile proprio perché non viene coltivata, proprio perché non viene vissuta, eccetera, può diventare dirompente, devastante. E questo è proprio il problema che molte volte ci si trova in questa situazione. Cioè, il problema è quello: loro sono in crisi, loro diventano conflittuali. È vero, lo mettono a fuoco. È vero, ci vuole una certa onestà intellettuale, una certa dose di sofferenza vissuta, di fatica, di sincerità con se stessi per poterlo dire, assolutamente sì, ma si sbaglia il contesto. Il problema di questa coppia, di questa famiglia, è che non sono più coppia. Non che confliggono nella gestione dei figli. Non c'è niente di sbagliato a volte nel gestire, nel confliggere, nella gestione dei figli. Poi possiamo parlare del: "Hai fatto questo? Hai fatto quell'altro? Questa cosa mi ha ferito, quest'altra no", ma lo stesso dialogo, la stessa complicità, anche l'accordo che riescono a trovare nella gestione dei figli, è esattamente ciò che si dicono di poter trovare anche in coppia. Anzi, in coppia, questa cosa è fantastica. Sono capacissimi di farlo quando sono solamente loro due. Wow, stanno benissimo! Peccato che non avvenga da 3 anni. Peccato che, per quanto si sentano capaci di stare bene in coppia, bene in coppia non ci stanno, perché in coppia non ci stanno. E questa cosa è un processo psicologico abbastanza frequente, cioè io sposto il problema, un problema, da un piano all'altro, dalla coppia in questo caso, alla genitorialità, perché su quel campo, su quel territorio, in quel contesto, mi sento più abile a gestirlo. E questo è lo stesso discorso, quando a volte viene detto: "Ah, il suo problema, della nostra coppia, è il suo lavoro", piuttosto che prova a chiederti: quante volte il problema viene spostato in un altro luogo perché in quel luogo ci sentiamo più capaci di poterlo affrontare? Perché questa è una consapevolezza di secondo livello. A quel punto, possiamo tenerlo lì, il problema. Però possiamo anche girare lo sguardo, rivolgere gli occhi verso il vero contesto in cui il problema si presenta. So che non è semplicissimo come ragionamento, è stato un po' arzigogolato, ma era importante riuscire ad arrivare allo switch, allo spostamento che facciamo proprio del piano del problema e a volte anche del significato del problema stesso per spiegare il concetto. Dimmi cosa ne pensi nei commenti, sempre per aiutare insomma la discussione, il dialogo e magari l'aiuto reciproco che possiamo darci. A presto! ### Le fasi di un tradimento Questo è un tema estremamente rischioso all'interno di una relazione. Come sai, ho affrontato tantissime volte il tema del tradimento, è un argomento caro su cui lavoro quotidianamente. La Dinamica del Tradimento Molte volte mi trovo di fronte a coppie in cui uno dei due, in questo caso il traditore, confessa volontariamente il tradimento. Spesso la motivazione che porta a questa confessione è più o meno questa: il senso di colpa era diventato tale per cui mi sentivo talmente sbagliato/a che ad un certo punto sono arrivato/a a confessare il tradimento al mio partner. Non sto dicendo che non sia giusto esplicitare un tradimento o che sia sempre sbagliato confessare un tradimento. Non è questa la mia intenzione. Però, se la confessione del tradimento avviene a causa dell'incapacità da parte del traditore di reggere il senso di colpa, l'emozione derivante dal suo agito è chiedere al tradito di farsene in parte carico attraverso, ad esempio, l'assoluzione o il supporto. In questo caso allora la confessione è sbagliata. Non è il presupposto per ripartire o rifondare la propria relazione, ma diventa quasi un tradimento al quadrato, un tradimento alla seconda in cui da un lato ti ho tradito, ti ho fatto del male, inevitabilmente magari ci siamo fatti del male a vicenda. La Responsabilità delle Proprie Azioni Come dico sempre, il tradimento è la conseguenza della crisi di una coppia, non è mai la causa di una crisi della coppia. Però, ti ho già fatto male ed è probabilmente qualcosa di doloroso. Ti faccio male ancora, ti faccio più male nel momento in cui non solo ho tradito, ma non sono in grado di reggere la responsabilità del mio comportamento. Non vuol dire che, ad esempio, quando il tradimento emerge, quando il tradimento ad esempio si palesa all'interno della coppia, il traditore non possa chiedere il perdono. Questo è un altro discorso, ma se la confessione avviene in funzione del tentativo di mitigare questo senso di colpa, chiedendo al partner di farsene carico o di alleviarlo, ad esempio tramite l'immediato perdono, allora la motivazione è esclusivamente egoistica, esattamente come è stato l'atto di tradimento e quindi un tradimento alla seconda. So che questo discorso può sembrare paradossale e magari a tratti spigoloso, però è fondamentale capire che all'interno di una relazione, per poter essere felici indipendentemente dalle colpe che ognuno di noi ha, è fondamentale assumersi la responsabilità delle proprie azioni e chiedere all'altro, al tradito, di lenire il proprio senso di colpa non è assumersi la responsabilità delle proprie azioni. ### Come cambia il desiderio nella coppia Il cambiamento inevitabile Ogni coppia felice, oltre a attraversare una serie di sfide di alti e bassi, di montagne russe all'interno della propria relazione di crisi, capisce alla fine che il cambiamento è inevitabile. Capisce che per avere una relazione di lungo corso e una relazione felice, il cambiamento non è da osteggiare, non è da rifiutare, non è da respingere, bensì è da accogliere, da vivere e da discutere. Le persone cambiano, cambiano in continuazione. Ciò che eravamo anche solo 2 anni fa, 5 anni fa, non lo siamo più. Oggi magari troviamo delle somiglianze, ma non siamo più quelle persone e la vera coppia felice è una coppia che compie una scelta, ovvero tutti i giorni si risceglie in funzione delle nuove persone che sono diventati, in funzione della nuova coppia che sono diventati. Questo chi lo capisce fa la differenza, chi lo capisce riesce a vivere una felicità, un equilibrio di coppia diverso. Quello che mi chiedo però è se questo è vero e penso che sia un ragionamento oltre che di buon senso, anche facile da comprendere, ma magari molto difficile da mettere in atto, perché spesso non vale per la sessualità. La trascurata sessualità La stessa attenzione, la stessa cura che magari mettiamo al dialogo, nelle emozioni, nelle discussioni, nell'affrontare i problemi, le sfide che la vita ci pone, non la mettiamo nell'affrontare la sessualità, nel chiederci come la sessualità cambia, nel chiederci quali sono i nostri desideri, nel chiederci quali sono i nostri nuovi bisogni, nel capire quali sono le nuove fantasie del partner, capire come la sessualità, insieme alla relazione, possa e debba evolvere. Ci aspettiamo di vivere la sessualità in maniera spontanea. Ci aspettiamo di vivere la sessualità come se non fosse un problema, come se addirittura la sessualità fosse esclusivamente una cartina tornasole della relazione e spesso lo è, è un indicatore della qualità della relazione. Ma perché non ci mettiamo su la testa? Perché non ci impegniamo? Perché non dedichiamo la stessa attenzione che dedichiamo a tanti altri aspetti della coppia anche alla sessualità? Perché la dobbiamo vivere come qualcosa che non può essere discusso, non può essere affrontato, non può essere allenato? Questo è un problema legato sia all'idea della coppia che ha del sesso, sia all'educazione sessuale che inevitabilmente abbiamo ricevuto, perché pensiamo che poi star bene all'interno della relazione sia determinato anche dalla sfera sessuale, ma nella sfera sessuale siamo poco disposti a metterci in gioco, abbiamo troppi timori, troppa paura, troppi giudizi. Il rischio è che poi ci si perda. Il rischio è non solo che la sessualità quindi diventi la cartina tornasole, o unica cartina tornasole della coppia, ma che diventi anche qualcosa che la coppia potenzialmente la guasta, perché non diventa un ambiente, un ambito in cui la coppia si confronta, siamo coppia in tutto, ma in ciò in cui dovremmo essere più coppia, la sessualità, siamo distanti. ### Alcuni indicatori per una buona intimità sessuale Ti sei mai chiesto qual è il livello di intesa sessuale nella tua relazione? Quali sono gli indicatori che prevedono e spiegano la qualità dell'intesa sessuale all'interno della tua coppia? In questo articolo esamineremo cinque aspetti rappresentativi. Introduzione Prima di tutto, è importante precisare che la sfera sessuale è fondamentale all'interno di qualsiasi relazione sentimentale. Questo non significa che il sesso debba essere necessariamente presente in una determinata frequenza o modo, ma che deve essere una tematica discussa e condivisa tra i partner. 1. Comunicazione aperta e sincera Parlare apertamente dei desideri, delle preferenze e delle evoluzioni della pulsione sessuale nel tempo è fondamentale. La trasparenza nella comunicazione aiuta a comprendere e soddisfare i bisogni del partner. 2. Tempo dedicato al rapporto È importante trovare momenti di qualità dedicati alla relazione. Anche se le circostanze possono variare, è essenziale che il tempo trascorso insieme sia significativo e gratificante. 3. Soddisfazione reciproca La soddisfazione sessuale non si limita all'orgasmo, ma comprende la consapevolezza di poter dare e ricevere piacere reciprocamente. 4. Sperimentazione e apertura emotiva La capacità di esprimere i propri desideri e fantasie, insieme alla disponibilità del partner nel discuterne e eventualmente metterle in pratica, contribuisce alla vitalità della relazione nel tempo. 5. Intimità emotiva L'intimità va oltre il semplice atto fisico, coinvolgendo una connessione emotiva profonda e una sincronia tra i partner. Questi aspetti, basati su ricerca e esperienza clinica, possono fornire spunti utili per valutare e migliorare l'intesa sessuale nella coppia. Invito al dialogo e all'esplorazione con il proprio partner. Fammi sapere nei commenti se hai trovato utile questo articolo! A presto! ### Avere una relazione con un partner narcisista Introduzione al Narcisismo "Sono un povero pulcino nero sfortunato che non avrà mai niente. Non otterrà mai niente alla vita, no, tutto falso." Parliamo di narcisismo o personalità narcisistica e di relazione. Caratteristiche del Narcisismo Il disturbo narcisistico assume delle caratteristiche simili all'interno di tutte le relazioni, dalla fase di corteggiamento fino all'innamoramento. Il narcisista è attento, premuroso e sembra essere il principe azzurro. Manifestazioni del Narcisismo Man mano che la relazione procede, il narcisista diventa sempre più prepotente e tiranno, lavorando sul senso di colpa del partner e perdendo empatia. Effetti delle Relazioni con Narcisisti Le richieste e le pretese del narcisista aumentano progressivamente, lasciando il partner confuso e sofferente. Chi ha avuto una relazione con un narcisista può sentirsi perso, sperando in un amore vero e cercando di recuperare le sensazioni iniziali. Incidenza del Disturbo Narcisistico Il disturbo narcisistico ha un'incidenza stimata dell'1% nella popolazione, prevalentemente nel genere maschile. Non tutte le persone con tratti egoisti o manipolatori possono essere considerate narcisiste, né tutte le relazioni possono essere etichettate come tali. Complicazioni nell'Etichettare le Relazioni Etichettare una relazione narcisista può semplificare ingiustamente la situazione e impedire la crescita personale di entrambi i partner. È fondamentale riconoscere i ruoli e le responsabilità all'interno della coppia per superare le difficoltà. ### La verità sulle relazioni felici Per una relazione felice ci vogliono decadi e per farla è necessario coltivarla. Ti dico una dura verità sulle relazioni felici e parto facendoti degli esempi. Impegno e Dedizione Vuoi l'addominale scolpito? Vai in palestra, ti alleni, fai fatica e ottieni l'addominale scolpito. Vuoi mettere da parte dei soldi? Crearti un gruzzoletto: lavori, risparmi, fai fatica e metti da parte un gruzzoletto. Vuoi ad esempio laurearti, ottenere un titolo di studio? Benissimo, scegli l'università, studi, ti applichi, fai dei sacrifici, sostieni gli esami, ottieni la laurea. Fai fatica, ottieni il tuo titolo di studio. Semplicità e Comprensione Vuoi una relazione felice? Allora, semplicemente aspetta e anzi, mi aspetto che tutto vada liscio e non faccio altro che avanzare delle pretese, delle richieste di giudizi all'altro dicendo che cosa l'altro dovrebbe fare per rendermi felice. Ma l'amore deve essere semplice, l'amore deve essere facile. Insomma, se amo questa persona, allora tutto andrà per il meglio. Se lei o lui mi ama, allora tutto andrà per il meglio. Devo sostanzialmente vivere la mia relazione e se va, va, sarò molto contento. Se non va, vabbè, no, sbagliatissimo perché tutte le cose importanti nella vita richiedono impegno, richiedono fatica, richiedono sacrificio, vanno coltivate. Coltivare l'Amore Perché molte volte si parla di semina, cioè io metto il seme, ho messo quella cosa, semino il mio campo. Ma poi è il coltivare ciò che ho seminato che determina la differenza. L'innamoramento ci sta, è un seme, nasce qualcosa in maniera spontanea, bello perché è facile, leggero. Poi l'amore, la relazione e la felicità all'interno della relazione è una cosa completamente diversa. Non è che andare in palestra è sempre bello, è sempre facile, tutte le mattine mi alzo e dico "Wow che bello, vado in palestra". No, io non vado in palestra però, giusto per capirci, poi alla fine sarò contento, magari del mio addominale scolpito se quello è un mio obiettivo. Certamente, ok, però mi è costato fatica. Complessità delle Relazioni Se voglio laurearmi, e questo sì, sono laureato in psicologia, devo scegliere la facoltà, superare l'esame di ammissione, fare gli esami, studiare per 5 anni, affrontare determinati tipi di stress, fare l'esame di stato, poi fare altri 4 anni scuola di psicoterapia, eccetera. Cioè ho sempre avuto voglia di farlo ogni giorno? Assolutamente no, eppure poi sono contento, no, sono contento e felice di averlo fatto, siamo capiti? Accettare la Complessità Non c'è bisogno che vada avanti con gli esempi nelle relazioni, però molte volte noi non assumiamo questo tipo di atteggiamento, anche rispettoso, nei nostri confronti e in quelli dell'altro. Cioè ci assumiamo un impegno anche a parole, però poi ci aspettiamo che le cose siano semplici. Cioè non siamo così disposti a mettersi in gioco, sudare, fare fatica, affrontare i giorni, no, a volte mettiamo in discussione tutto. "Ah questo è un giorno no, allora non è la persona giusta. Ah questo è un periodo no, allora non è la persona giusta." Ok, se mi amasse davvero, dovrebbe fare così. Ok, ma io che cosa ho fatto, che cosa sto facendo, che cosa ho portato all'interno della relazione? Quanta fatica ho fatto, sto facendo, più fatica in palestra per avere l'addominale o più fatica nella mia relazione per poter essere felice? Rendere Felice la Relazione Ora, non è un'accusa. Non è che tutti ragionano così, però la società, la cultura, la modalità relazionale che abbiamo molte volte è quasi per scontato che le relazioni debbano essere semplici e semplici equivale a facili e non è questo, non è assolutamente così. Le relazioni non sono mai facili, le relazioni sono estremamente complicate, complesse, faticose e anche nel momento in cui hanno tutti i presupposti per poter funzionare al meglio, devono essere seminate ma soprattutto coltivate, devono essere vissute, devono essere affrontate, cioè tutto l'olio di gomito che io metto nel lavoro, in palestra, nello studio, nel risparmio e via discorrendo, lo devo mettere 1000, 2000 volte in più all'interno della relazione perché solo così poi sarò felice all'interno della relazione e renderò l'altro felice e non aspettandomi che tutto funzioni in una maniera spontanea, semplice, questo avviene. Sì, nell'innamoramento, ma quanto ### Narcisismo, innamoramento e amore Innamoramento, Amore e Narcisismo: Comprendere le Dinamiche Relazionali Quando parliamo di innamoramento, amore e narcisismo in una relazione, esploriamo tre dinamiche emotive e psicologiche diverse che influenzano il legame e l'interazione tra due persone. Capire la differenza tra queste fasi e riconoscere eventuali tratti narcisistici nel partner può aiutare a individuare potenziali segnali di una relazione sana, tossica o caratterizzata da squilibri. Fase dell’Innamoramento: Idealizzazione e Bisogno di Conoscenza L’innamoramento è una fase iniziale e intensa in cui si sente un bisogno quasi fisico di trascorrere più tempo possibile con l’altra persona. In questa fase, si fanno spesso “salti mortali” per incastrare i rispettivi impegni e trascorrere più tempo possibile insieme. Il desiderio di scoprire l’altro è dominante: si desidera conoscere ogni aspetto della persona amata, entrando nella sua mente e nel suo mondo. È una fase caratterizzata da curiosità incessante e da emozioni forti, che portano la persona innamorata a cercare costantemente l’immagine dell’altro nella propria mente. Durante l’innamoramento, i difetti dell’altro non vengono percepiti chiaramente: si vive uno stato di idealizzazione in cui ogni azione del partner sembra perfetta. Questo momento è contraddistinto dalla sensazione delle "farfalle nello stomaco" e da un ottimismo verso il futuro che oscura qualsiasi possibile limite. La Transizione all'Amore: Dalla Passione alla Progettualità Con il tempo, l'innamoramento può evolvere in amore, un sentimento più stabile e meno impellente. Nell'amore, il bisogno di stare con l'altro è meno intenso e si trasforma in una volontà più consapevole e razionale di condividere la propria vita. La relazione assume una dimensione progettuale: si inizia a immaginare un futuro insieme, con obiettivi comuni e una costruzione stabile che include sia i pregi sia i difetti del partner. In questa fase, le "farfalle nello stomaco" diminuiscono, sostituite da una consapevolezza dei limiti e dei difetti reciproci. Tuttavia, entrambi i partner scelgono volontariamente di investire nella relazione, accettando i difetti dell’altro e andando oltre. Si tratta di una scelta matura, che implica impegno e la volontà di costruire insieme, consapevoli delle complessità e delle imperfezioni della relazione. Narcisismo in Relazione: Quando il Legame Diventa Tossico Nel caso in cui uno dei partner mostri tratti narcisistici, il passaggio dall’innamoramento all’amore è caratterizzato da dinamiche molto diverse e spesso dannose. Inizialmente, un partner narcisista può apparire affascinante e coinvolgente, ma con il tempo la relazione si sbilancia: uno dei due inizia a dare mentre l’altro solo a prendere, creando un sistema in cui il narcisista attende costantemente che i suoi bisogni vengano soddisfatti, senza un reciproco scambio. Il narcisista tende a collocarsi in una posizione di attesa, dominando emotivamente la relazione e aspettandosi che il partner soddisfi le sue esigenze. La scoperta, che dovrebbe essere reciproca, diventa unilaterale: il partner non narcisista cerca di capire cosa non va, colpito da messaggi contraddittori e segnali confusi che possono portare a dubbi e incertezze. In questa dinamica, l’iniziale euforia si trasforma in inquietudine, con l’insorgere di dubbi su atteggiamenti e motivazioni del partner. Ci si trova progressivamente costretti a rimanere nella relazione nel tentativo di trovare risposte e chiarezza, mentre si cerca di risolvere quella che sembra una dissonanza tra le esperienze iniziali positive e il comportamento attuale del partner. La Realizzazione della Tossicità: Quando l'Amore si Trasforma in Sofferenza Con il tempo, la persona si rende conto, a livello sia emotivo sia razionale, di trovarsi in una relazione tossica. Le “farfalle nello stomaco” si trasformano in sensazioni di pesantezza e ansia, e il legame diventa un vincolo che porta alla perdita di sé stessi. La relazione diventa insostenibile, e si arriva a riconoscere che il rapporto è caratterizzato da squilibri che impediscono un investimento reciproco. Conclusioni: Riconoscere le Dinamiche e Creare Consapevolezza Comprendere e saper riconoscere le caratteristiche di innamoramento, amore e narcisismo aiuta a vivere in modo più consapevole le relazioni, identificando i segnali di un legame sano o potenzialmente dannoso. Raccontare e condividere queste esperienze è utile per favorire un dialogo su un tema complesso e delicato, contribuendo a promuovere una maggiore consapevolezza relazionale. ### Come amare il proprio corpo Tema delicato, su cui si sta discutendo tanto, tema su cui mi vengono fatte tantissime domande sui social Instagram e YouTube. Ti sei mai chiesto come amare di più il tuo corpo? Ti sei mai chiesto cosa può essere fatto per migliorare la tua immagine e il tuo senso di soddisfazione? In questo articolo, entriamo a parlare di questo argomento, e non lo farò come la maggioranza delle volte accade: non ti dirò che devi seguire un'alimentazione sana, non ti dirò che devi fare regolare attività fisica, non ti dirò che devi evitare condotte a rischio come, ad esempio, fumare o bere, non ti dirò che devi riposare abbastanza 7, 8, 10, 12 ore al giorno. Insomma, ogni ricerca dice quello che vuole e quello che trova. Probabilmente, già lo sai: il fumatore di turno sa che per migliorare la sua salute dovrebbe smettere di fumare. Non c'è bisogno che qualcuno glielo dica. Probabilmente, c'è bisogno che lui capisca o trovi in sé la motivazione per smettere, che è una cosa diversa dal dare il consiglio di buon senso. In questo video ti voglio parlare di altri tre concetti fondamentali che sono sottostanti: accettazione di sé, confronto sociale, e definizione degli obiettivi. Questi tre aspetti, a mio avviso, sono più importanti di tutto il resto non perché quello che ho citato prima non sia importante, ma perché questi sottendono la riuscita, la messa in opera e la messa in atto dei precedenti. Sono delle condizioni necessarie ma non sufficienti per riuscire poi ad applicare le regole di buon comportamento che tutti noi conosciamo, ma che troppo spesso non riusciamo ad applicare. Accettazione di Sé L'accettazione di sé è facile a dirsi, estremamente difficile a farsi. Significa riuscire a sospendere un po' il giudizio nei propri confronti, diventando consapevoli e capendo qualcosa, che sono due cose completamente diverse. Ognuno di noi ha pregi, difetti, aree di forza, punti di miglioramento e via discorrendo. Non esiste il bene assoluto, non esiste qualcosa che è perfetto nella sua totalità per definizione e non esiste qualcosa che non possa essere cambiato. L'accettazione di sé consiste in una mappa onesta e sincera legata a se stessi, fatta da una parte oggettiva e una soggettiva. Accettazione non vuol dire adeguarsi passivamente allo stato dell'arte, non vuol dire accettare passivamente un aspetto di sé che non piace. Significa diventare consapevoli delle correlazioni presenti all'interno del sistema persona e capire che ciò che vediamo come un punto di forza o di debolezza assume una connotazione positiva o negativa in funzione del sistema all'interno del quale sono inserite. Le componenti negative che solitamente vengono etichettate come da rimuovere o da cambiare spesso assumono un ruolo funzionale a ciò che noi vogliamo essere o a ciò che siamo già. Ad esempio, quante volte si dice "guarda che persona di successo, è stato capace di costruirsi da solo" e poi, conoscendo meglio la persona, si scopre che magari ha avuto un'infanzia problematica. Si potrebbe pensare che tutta quella parte negativa sia da rimuovere, ma ci si può chiedere quanto e come quelle difficoltà abbiano permesso di diventare la persona di successo che vediamo. Finché non siamo capaci di vedere come l'insieme dei fattori che viviamo e abbiamo vissuto sono le determinanti di ciò che siamo ora, non siamo capaci di accettare noi stessi. Avremo sempre qualcosa da cambiare, trasformare o togliere, ma il bene assoluto e la correttezza assoluta non esistono. Esiste un equilibrio, e questo gioca un ruolo fondamentale in ciò che effettivamente siamo. Possiamo tranquillamente includere anche l'aspetto fisico in questo discorso. L'accettazione di sé non consiste nell'adeguarsi passivamente a ciò che di noi stessi non piace, ma nell'essere consapevoli delle forze e degli equilibri che fanno emergere le caratteristiche uniche che connotano ognuno di noi e che sono esclusivamente nostre. Quel punto di debolezza, l'area di miglioramento o quel difetto possono essere la base o lo stimolo per lo sviluppo di altre caratteristiche o competenze. Questo impatta tantissimo non solo sull'aspetto fisico ma anche sulla percezione che abbiamo di noi stessi e su come ci comportiamo. Quante volte una persona che non si sente affascinante sviluppa delle competenze dialettiche, di simpatia o di ironia che altrimenti non avrebbe? E allo stesso modo, quante volte l'idea di completezza diventa un obiettivo irraggiungibile? Il Confronto Sociale È facile dire "non devi far caso al confronto sociale, non paragonarti agli altri, è sbagliato". Queste sono cose che avremmo sentito dire, che moralmente hanno anche un senso e che sono giuste da un punto di vista aulico di pensiero, ma sono estremamente difficili da mettere in pratica nella vita quotidiana. Il confronto fa parte del balletto sociale e relazionale in cui ognuno di noi è inserito. Non dobbiamo necessariamente sottrarci al confronto sociale: è qualcosa di importante che ci permette di capire il ruolo che assumiamo nel mondo, la posizione che assumiamo all'interno di un sistema, di un contesto o di una relazione. Ciò che dobbiamo fare è essere capaci di valutare le fonti e attribuire a ciascuna fonte il peso che merita. Questo è un esercizio difficilissimo, complesso, ma necessario. Ad esempio, quante volte ci viene comunicata un'immagine di bellezza, felicità o divertimento che poi in realtà è molto distorta rispetto a ciò che accade nella vita quotidiana? Apriamo i social, vediamo persone bellissime, feste super divertenti e immagini di felicità idilliaca. L'idea di bellezza che ne risulta è falsata. Noi, vivendo di paragone, ci sentiamo portati a fare una valutazione e a chiederci quanto siamo lontani da questa idea di bellezza, felicità o divertimento. Inevitabilmente, la risposta è: tanto. Questo ci mortifica, ci pone in una situazione di fatica e ci allontana dall'idea di poter cambiare le cose, perché il gap che vediamo sarà sempre maggiore rispetto alla nostra sensazione di autoefficacia. Dobbiamo valutare le fonti, capire che questa è una visione falsata e che la realtà è diversa. La Definizione degli Obiettivi Nessuno ci vieta di iniziare oggi a cambiare le cose, a fare un primo passo per trasformare il sistema e darci degli obiettivi. Possiamo iniziare subito, chiudere il video e metterci a fare un piano di sviluppo personale. Questo non ha a che fare necessariamente con il raggiungimento dell'obiettivo, ma con l'idea di prendersi cura di sé e di sentirsi attivi, capaci e proattivi. In terapia si dice di darsi "agency", ovvero la capacità di sentirsi padroni della propria trasformazione. Ci sarà sempre qualcosa da migliorare, qualcosa che non piace, ma l'idea di sentirsi efficaci suscita benessere e permette di lavorare attivamente sull'accettazione di sé e sulla sospensione del giudizio e del confronto sociale. Fammi sapere cosa ne pensi, se ti ritrovi in questo discorso. Ho scelto di non fare un articolo legato esclusivamente al buon senso. Fammi sapere che percorso di trasformazione hai fatto nei commenti. A presto! ### Disturbo da desiderio sessuale ipoattivo maschile Parliamo di disturbo da desiderio sessuale ipoattivo negli uomini. Come evidenziato nei vari video legati ai disturbi sessuali, ne esistono diversi, e il disturbo del desiderio sessuale maschile è uno dei quattro disturbi sessuali previsti nei valori diagnostici. Definizione del Disturbo da Desiderio Sessuale Ipoattivo Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è caratterizzato da una riduzione, fino alla potenziale scomparsa, della componente libidica. Ciò implica una diminuzione del piacere, dell'impulso e della volontà di avere rapporti sessuali. Incidenza e Fattori di Rischio Le cause e l'incidenza di questo disturbo variano notevolmente. Ad esempio, l'età gioca un ruolo significativo. L'incidenza del disturbo aumenta con l'avanzare dell'età, passando dal 6% nei 18-24enni al 41% nei 66-74enni. Le cause possono essere di diversa natura, tra cui fattori clinici, ormonali, comportamentali, psicologici e relazionali. Tipologie di Disturbo da Desiderio Sessuale Ipoattivo Esistono diverse tipologie di questo disturbo: Acquisito: legato a credenze, esperienze culturali o insegnamenti riguardanti la sessualità. Situazionale: la difficoltà nel desiderio sessuale si manifesta solo in determinate situazioni o con determinati partner. Generalizzato: il basso desiderio sessuale è trasversale a tutte le situazioni e i partner. Permanente: l'individuo non ha mai sviluppato un desiderio sessuale attivo. Impatto e Trattamento Questo disturbo ha un impatto significativo sulla vita dell'individuo e può richiedere un trattamento mirato. Comprendere le diverse forme e cause del disturbo è essenziale per definire un intervento adeguato. Il tempismo nel riconoscere e affrontare il disturbo è cruciale per il successo del trattamento. ### Erezione, perdita dell’erezione e tipologie di erezione Introduzione La perdita di erezione è uno dei disturbi sessuali maschili più comuni, spesso legato all'ansia da prestazione. Cause e manifestazioni La perdita di erezione può manifestarsi durante i preliminari, il petting o subito dopo la penetrazione. Principali situazioni di perdita di erezione La maggior parte delle perdite di erezione avviene durante il passaggio dai preliminari alla penetrazione. Tipi di erezione Esistono tre tipi principali di erezione: Erezione notturna: avviene durante il sonno REM e indica il corretto funzionamento biologico. Erezione riflessogena: risposta a stimoli fisici sulle zone erogene. Erezione psicogena: causata da stimoli mentali o fantasie sessuali. Collegamenti tra tipi di erezione e perdita di erezione La perdita di erezione può essere influenzata sia da fattori fisici che mentali. È importante il giusto equilibrio tra stimoli fisici e coinvolgimento mentale durante il rapporto sessuale. ### Il tradimento può influire sull'autostima? Il tradimento è più di un semplice atto di infedeltà. Coinvolge profondamente l'autostima e l'immagine stessa della coppia. L'Impatto Emotivo del Tradimento Il tradimento è come un lutto. Si perde l'idea di coppia che si aveva in mente, sia per il tradito che per il traditore. Non si tratta solo di attribuire responsabilità, ma di confrontarsi con la trasformazione inevitabile che segue la scoperta o la confessione dell'infedeltà. Responsabilità e Riflessione A differenza di un lutto tradizionale, dove si perde una persona cara, nel tradimento ci sono responsabilità da entrambe le parti. Il traditore agisce in modo infedele, ma il tradito potrebbe aver sottovalutato segnali di allarme. Ci si interroga su ciò che è andato storto, mettendo in discussione le certezze e la sicurezza della vita di coppia. Autostima e Sicurezza Individuale Il tradimento scuote profondamente la sicurezza individuale. Si mette in discussione l'immagine di sé e la fiducia nei propri giudizi. Da qui nasce il legame tra autostima e tradimento. La Ricostruzione dell'Autostima Ricostruire l'autostima dopo un tradimento è fondamentale. Si sperimenta rabbia, ma è necessario anche riprendersi come individuo e come coppia. Questo processo è essenziale per superare il tradimento e ristabilire la fiducia in sé stessi e nei futuri rapporti. Conclusioni Il tradimento è un evento traumatico che mette alla prova l'autostima e la solidità della coppia. È importante affrontarlo con consapevolezza e cercare la ricostruzione personale e relazionale. Condividi le tue opinioni nei commenti e iscriviti al canale per rimanere aggiornato! ### Rischi e benefici della pornografia Parliamo di pornografia: è bene o è male? Per alcuni, è una salvezza, per altri, una condanna. Ci sono pareri diversi. In questo video, affrontiamo proprio questo. Benefici della Pornografia Quali possono essere alcuni benefici e quali possono essere alcuni rischi dell'uso appunto della pornografia? Stimolo Visivo Il primo vantaggio è sicuramente lo stimolo visuale. La pornografia agisce principalmente in modo visivo, risultando efficace e di facile accesso. Esplorazione di Nuove Idee Il secondo vantaggio è la possibilità di esplorare nuove idee e fantasie, soddisfacendo curiosità e interessi personali. Consolazione e Compagnia Il terzo beneficio è l'uso della pornografia come fonte di consolazione e compagnia nei momenti di solitudine, come dimostrano alcuni studi. Aumento dell'Autostima Sessuale Infine, l'aumento dell'autostima sessuale è un vantaggio importante, consentendo un senso di sicurezza e competenza nelle relazioni intime. Rischi della Pornografia Possibilità di Dipendenza Il primo rischio è la possibilità di dipendenza, con sintomi e criteri che possono determinare una sindrome di dipendenza specifica dalla pornografia. Distorsione delle Aspettative Un altro rischio è la distorsione delle aspettative, poiché la pornografia non rappresenta la realtà dei rapporti sessuali, ma piuttosto una recita. Problemi di Relazione Utilizzare la pornografia all'interno di una relazione può causare problemi di comunicazione e comprensione reciproca, se non adeguatamente discussa e gestita. Calo del Desiderio Sessuale Infine, un rischio significativo è il calo del desiderio sessuale, dovuto all'eccessiva esposizione alla pornografia che può portare alla perdita di interesse per l'intimità e il coinvolgimento emotivo. Sono solo alcuni spunti di riflessione su benefici e rischi della pornografia. Sono benvenuti commenti e discussioni. Ti ricordo di iscriverti al canale per non perdere nessun aggiornamento. A presto! ### Problemi sessuali in coppia: come affrontarli Hai mai pensato che i problemi sessuali possano non derivare solo da stress, tensione lavorativa o altre preoccupazioni, ma anche da dinamiche di coppia o eventi esterni che la coppia non riesce a gestire? Origini dei Problemi Sessuali Spesso, quando affronto in studio tematiche sessuali, le spiegazioni che sento sono legate allo stress lavorativo, alle preoccupazioni familiari o ad altri problemi esterni. Tuttavia, è importante considerare che i problemi sessuali possono riflettere dinamiche relazionali interne alla coppia. Tipologie di Problemi Sessuali Esistono diverse manifestazioni di problemi sessuali, tra cui l'eiaculazione precoce, la disfunzione erettile, il vaginismo e il calo del desiderio sessuale. Ognuna di queste richiede un'analisi specifica. Relazioni e Problemi Sessuali Molto spesso, i problemi sessuali possono essere legati più alla relazione di coppia che non a cause esterne come lo stress. È essenziale esaminare l'allineamento emotivo e progettuale tra i partner. Esempio di Dinamica di Coppia Ad esempio, l'eiaculazione precoce può manifestarsi quando la coppia decide di cercare un bambino. Questo evidenzia un disallineamento nelle aspettative e nei desideri dei partner. Comunicazione e Supporto nella Coppia La comunicazione aperta e il sostegno reciproco sono fondamentali per affrontare i problemi sessuali all'interno della coppia. È importante evitare di attribuire colpe e lavorare insieme per trovare soluzioni. Consapevolezza e Risoluzione dei Problemi È essenziale essere consapevoli che la maggior parte dei problemi sessuali ha radici psicologiche, spesso legate alla relazione di coppia. Affrontare questi problemi richiede impegno e comprensione reciproca. Conclusioni Sebbene i problemi sessuali possano essere fonte di disagio, rappresentano anche un'opportunità per rafforzare la relazione di coppia attraverso una comunicazione aperta e un sostegno reciproco. Fatemi sapere cosa ne pensate e condividete le vostre esperienze nei commenti. Per ulteriori video e contenuti, iscrivetevi al canale e attivate le notifiche. ### La dipendenza affettiva attraverso la storia di Cristina e Davide La dipendenza affettiva si manifesta in diversi modi. Ormai, se hai già visto i miei video, sarai a conoscenza della vasta gamma di contenuti sul mio canale YouTube. Oggi parleremo di questa tematica in maniera un po' diversa, attraverso una storia. Il Caso di Cristina e Davide Cristina e Davide sono due persone con percorsi e caratteristiche differenti. Cristina, 34 anni, è un'ingegnere gestionale, mentre Davide, 37 anni, è un ingegnere. Davide proviene da una relazione travagliata con Mara, durata molti anni. La rottura con Mara ha colpito profondamente Davide, che ha vissuto il momento come un fallimento personale. La Rottura con Mara Mara ha rifiutato di sposare Davide poco prima del matrimonio, riconoscendo che la loro relazione era giunta al termine. Questo evento ha lasciato Davide con una ferita emotiva, ma ha anche aperto la strada a nuove opportunità. Cristina: Determinazione e Indipendenza Da parte sua, Cristina ha sempre avuto una vita dinamica e ha concentrato le sue energie sulla carriera. Non ha mai cercato una relazione stabile e ha vissuto con leggerezza le sue esperienze sentimentali. L'incontro tra Cristina e Davide Cristina e Davide si sono incontrati casualmente in un bar, dopo la separazione di Davide da Mara. Questo incontro ha segnato l'inizio di una nuova fase nella vita di entrambi. La Dinamica della Relazione La relazione tra Cristina e Davide è iniziata in modo intenso e travolgente. Tuttavia, nel tempo, le differenze nei loro obiettivi di vita hanno iniziato a emergere. Le Differenze di Obiettivi Cristina non è pronta a impegnarsi in una relazione stabile, mentre Davide desidera costruire una famiglia. Questo divario di visioni ha creato tensioni e insicurezze nella coppia. Il Circolo Vizioso della Dipendenza Affettiva Davide, terrorizzato dall'idea di rimanere solo, si aggrappa alla relazione nonostante le crescenti difficoltà. Cristina, al contrario, si sente intrappolata e soffocata dalla dipendenza emotiva di Davide. Conclusioni Questo è solo un esempio di dipendenza affettiva, un fenomeno complesso che può manifestarsi in varie forme. Se ti ritrovi in questa situazione o conosci qualcuno che lo è, condividi la tua esperienza nei commenti. ### Dipendenza da pornografia Cos'è la pornodipendenza? Parliamo di pornodipendenza, o meglio ancora, termine tecnico "dipendenza da pornografia". Vediamo che cos'è, vediamo quali sono le cause e vediamo come può essere affrontata. Cosa comporta la dipendenza da pornografia? La pornodipendenza non è solo guardare tanti porno. È importante definire che la dipendenza da pornografia determina specifici criteri diagnostici, simili ad altre dipendenze. Elementi chiave della dipendenza La pornografia deve occupare un grande spazio nella vita della persona, che ha provato senza successo a ridurne l'utilizzo. Inoltre, la dipendenza comporta la perdita del piacere e l'insorgere di sintomi tipici, come la tolleranza e i fallimenti nei tentativi di interruzione. Fattori di rischio della pornodipendenza L'esposizione continua alla pornografia è un fattore di rischio principale per lo sviluppo della dipendenza. Altri fattori includono l'accessibilità tramite internet e la scarsa educazione sessuale. Utilizzo della pornografia come valvola di sfogo La pornografia può diventare un modo per sfogare ansia e stress, specialmente per gli uomini. Questo utilizzo strumentale può portare alla dipendenza. Difficoltà relazionali e isolamento sociale La pornografia può essere utilizzata come "banco di prova" in assenza di rapporti reali, ma può anche diventare una gabbia che impedisce l'uscita dalla dipendenza. Approfondimenti e consigli È importante comprendere che la pornodipendenza è un problema serio che richiede aiuto professionale. Prendere consapevolezza, chiedere aiuto e comprendere le cause sono passi fondamentali per affrontare e superare la dipendenza. Se ritieni di avere un problema con la pornografia, ti consigliamo di consultare un professionista. Fammi sapere nei commenti se questo discorso ti risuona o se pensi di avere un problema con la pornografia. Ti aspetto per ulteriori discussioni. ### Ludopatia: come se ne esce? Ultimamente c'è stato molto dibattito riguardo alla ludopatia, particolarmente in relazione alle scommesse sportive, un argomento che non è nuovo ma che continua a emergere. Da psicologo, desidero comprendere e spiegare il concetto di ludopatia, evidenziando i criteri diagnostici e le sue caratteristiche. Definizione e Tipologie di Dipendenza La ludopatia è una forma di dipendenza comportamentale, che include anche dipendenze da sesso, internet, shopping, e gioco d'azzardo. A differenza delle dipendenze da sostanze, si basa su azioni anziché sull'assunzione di una sostanza. Manifestazioni della Ludopatia La ludopatia può manifestarsi in varie forme, come il gioco alle slot machine, gratta e vinci, scommesse sportive, e altro ancora. Ciò che determina la presenza di un comportamento patologico sono criteri diagnostici specifici, che includono: Preoccupazione persistente per il gioco d'azzardo Aumento progressivo delle scommesse Fallimenti nei tentativi di smettere o ridurre il gioco Spese eccessive, anche a rischio economico Ricorso al gioco d'azzardo per fuggire da problemi Difficoltà a ridurre o fermare il gioco Socializzazione compromessa Accumulo di debiti Ricorso a comportamenti illegali per finanziare il gioco Questi criteri definiscono un comportamento patologico, ma non devono essere tutti presenti contemporaneamente. La diagnosi di ludopatia richiede la valutazione di un professionista. Considerazioni Finali Non tutte le persone che scommettono o frequentano casinò sono ludopatiche. Tuttavia, quando il gioco d'azzardo interferisce negativamente nella vita quotidiana, è necessario un intervento professionale. La recente vicenda delle scommesse nel calcio solleva interrogativi significativi che richiedono una riflessione approfondita. Per ulteriori aggiornamenti e discussioni su questo argomento, iscriviti al canale e lascia un commento con le tue opinioni. ### Sette tipologie di Dipendenza Affettiva Parliamo della dipendenza affettiva. Forse non sai che esistono diversi tipi di dipendenza affettiva, nello specifico 7. Sì, hai capito bene: 7 tipologie. Quando si tratta di dipendenza affettiva, si tende a raccontare cos'è, in cosa consiste, quali sono le diverse sfaccettature emotive, relazionali e comportamentali. Dipendenza Affettiva Ossessiva La prima è la dipendenza affettiva chiamata ossessiva, dove la persona si focalizza, si concentra, diventa ossessiva nei confronti del partner, anche se il partner non è emotivamente disponibile o sessualmente attivo. Codipendenza La codipendenza è diversa dalla dipendenza affettiva, ma esiste una sottocategoria di dipendenza affettiva chiamata dipendenza affettiva o dipendente. Questa ha a che fare con un'idea distorta della relazione e dell'amore in generale. Dipendenza Affettiva dalla Relazione Il dipendente affettivo non è interessato all'altro, ma è interessato alla relazione stessa. È interessato all'idea che la relazione suscita in se stesso e quindi lavora per mantenerla attiva. Dipendenza Affettiva Narcisista Il dipendente affettivo narcisista è principalmente orientato a sé stesso, ai propri bisogni, alle sue idee e ai suoi valori. Chiede all'altro di soddisfare il proprio bisogno, anche in modo critico o duro. Dipendenza Affettiva Ambivalente In questo caso, il dipendente affettivo cerca l'amore e la soddisfazione relazionale, ma nel momento in cui la relazione diventa più intima, si allontana. Dipendenza Affettiva del Seduttore Rifiutante Il dipendente affettivo si avvicina all'altro, ma nel momento in cui si rende conto che l'altro è disponibile, si ritrae e vive solo una parte della relazione. Dipendenza Affettiva Romantica Il dipendente affettivo ha diverse relazioni parallele, che non sfociano necessariamente nell'intimità ma gli permettono di avere sempre una via di uscita e una rassicurazione. Queste sono le diverse tipologie di dipendenza affettiva. Ovviamente, per affrontare la dipendenza affettiva, è importante cercare altre strategie e, eventualmente, l'aiuto di un professionista. ### Tutto quello che c'è da sapere sulle Fobie Specifiche Che cos'è una Fobia Specifica? Le fobie specifiche sono paure irrazionali e immotivate che una persona prova di fronte a uno stimolo specifico, come un oggetto o una situazione. Caratteristiche delle Fobie Specifiche La paura è eccessiva, incontrollabile e la persona ne è consapevole, ma non riesce a gestirla. Sintomi delle Fobie Specifiche I sintomi possono includere fiato corto, sudorazione, paura di impazzire o di morire, problemi gastrointestinali e altri segni di ansia. Origini delle Fobie Specifiche Le cause possono essere genetiche, psicoanalitiche, comportamentali o legate a traumi o esperienze passate. Approcci Terapeutici per Affrontare le Fobie Specifiche Le vie per affrontare il problema includono la comprensione delle cause, l'impatto attuale e le possibilità di trattamento attraverso la terapia. Conclusione Risolvere le fobie specifiche richiede un approccio individuale e il supporto di un terapeuta qualificato. Condividi la tua esperienza e scopri come altri hanno affrontato questo problema. ### Depressione, cosa fare? Per risolvere un problema psicologico come la depressione, l'ansia o attacchi di panico, è importante comprendere le radici del disagio. La superficialità dei consigli comuni Spesso ci imbattiamo in consigli generici su come affrontare i problemi psicologici, ma è importante riconoscere che non sempre sono pratici o efficaci. Ad esempio, dire a una persona depressa di "reagire" è superficiale, poiché la malattia stessa può impedire la reattività. Anche suggerire di "mangiare sano" o "fare sport" può essere utile, ma non affronta direttamente le radici del disagio psicologico. Comprendere le cause del disagio È fondamentale prendere consapevolezza del proprio disagio psicologico e comprendere le sue cause. Questo può essere difficile da fare da soli, quindi è consigliabile rivolgersi a uno psicologo o uno psicoterapeuta specializzato. Un intervento precoce può essere particolarmente efficace, poiché aiuta a trattare il disagio prima che diventi parte integrante della vita quotidiana. Agire per la risoluzione e la guarigione Una volta comprese le cause del problema, è possibile agire per la sua risoluzione e, successivamente, per la guarigione. ### Fobia sociale: la paura di stare in pubblico Parliamo di fobia sociale, un disturbo ansioso relativamente diffuso che colpisce tra il 3 e il 13% della popolazione mondiale. Consiste nella fobia di compiere azioni in pubblico o in contesti sociali, suscitando sensazioni di forte ansia, fatica e disagio. Manifestazioni della Fobia Sociale La fobia sociale si manifesta in varie attività, non solo parlare in pubblico ma anche azioni banali come mangiare, chiacchierare o condividere uno spazio fisico con altre persone. Timori Principali Il principale timore di chi vive la fobia sociale è quello di essere giudicato, respinto, deriso o ridicolizzato per eventuali errori o azioni compiute. Tipologie di Fobia Sociale Esistono due tipi di fobia sociale: la fobia sociale semplice e la fobia sociale generalizzata. Fobia Sociale Semplice: Mirata a situazioni specifiche come parlare in pubblico o condividere un pasto con qualcuno. Fobia Sociale Generalizzata: Si estende a tutte le esperienze della vita, causando sensazioni tipiche di ansia in vari contesti sociali. Consigli per Affrontare la Fobia Sociale Il consiglio principale per affrontare la fobia sociale è rivolgersi a un professionista per identificare le cause e trovare soluzioni efficaci. Scopri di più su come affrontare la fobia sociale e migliorare la tua qualità di vita. ### Ansia da prestazione nel sesso Parliamo di ansia da prestazione, nello specifico di ansia da prestazione sessuale. Cerchiamo di capire come questa possa presentarsi: Come si Manifesta l'Ansia da Prestazione Sessuale? Quando ci si approccia ad una prestazione, che sia sessuale o meno, è normale avere una certa ansia. Questa ansia diventa problematica quando eccede, compromettendo la prestazione stessa. Effetti sull'Organismo e sulla Mente L'ansia da prestazione sessuale può influire sia sul corpo che sulla mente. Può causare difficoltà nel raggiungere l'erezione, mantenere l'erezione o portare all'eiaculazione precoce. Manifestazioni dell'Ansia da Prestazione Sessuale Le manifestazioni dell'ansia da prestazione sessuale possono includere: Difficoltà nel raggiungere l'erezione. Perdita di erezione durante la penetrazione. Eiaculazione precoce. Approcci per Affrontare l'Ansia da Prestazione È importante affrontare l'ansia da prestazione in modo efficace. Concentrarsi sul piacere del partner anziché su se stessi può aiutare a ridurre l'ansia e rendere il rapporto più appagante. Conclusione Affrontare l'ansia da prestazione sessuale richiede un approccio olistico che consideri sia gli aspetti fisici che quelli psicologici. Concentrarsi sul piacere reciproco può essere un passo importante verso la gestione dell'ansia e il miglioramento della qualità del rapporto sessuale. ### Disturbo d'ansia generalizzata: sintomi, cause e trattamenti Comprendere il Disturbo d'Ansia Generalizzata (GAD) Che cos'è il Disturbo d'Ansia Generalizzata? Questo problema è caratterizzato da timori e preoccupazione persistenti ed eccessive, prive di un oggetto specifico. Tendenzialmente sono preoccupazioni che investono molte aree di vita, si manifestano ogni giorno, per almeno sei mesi. È importante notare che il GAD non si limita solo a preoccupazioni generali ma è accompagnato da sintomi fisici e psicologici. Tra i sintomi più comuni troviamo l’irrequietezza, la forte stanchezza determinata dalla tensione eccessiva, alterazioni del sonno.  Chi soffre di Ansia Generalizzata? Chi soffre di disturbo d'ansia generalizzata (GAD) vive uno stato di preoccupazione generalizzata, costante, che interferisce con le attività quotidiane, causa pensieri irrazionali e catastrofici, comportamenti difensivi di evitamento o iperattivazione fisiologica. Dal punto di vista clinico si tratta di una costante attivazione in attesa di attaccare o fuggire. Le manifestazioni del GAD includono sintomi emotivi, comportamentali e cognitivi e fanno parte di comportamenti automatici. Le origini del GAD possono essere legate all'alterato funzionamento di alcuni circuiti cerebrali, ma anche a fattori ambientali e genetici. Segni e Sintomi del Disturbo d'Ansia Generalizzata Quali sono i Sintomi di GAD? Le persone affette da disturbo d'ansia generalizzata (GAD) manifestano una serie di sintomi che possono essere sia psicologici che fisici.    A livello psicologico il disturbo d’ansia generalizzata è riconoscibile attraverso l’irrequietezza e impazienza che la persona mostra, poiché ha il costante timore che possa succedere qualcosa di brutto da un momento all’altro. La persona si pone in una condizione di continua attesa, si aspetta sempre il peggio e ha costante necessità di rassicurazione. Questa condizione genera una serie di sintomi fisici come la tensione muscolare, la stanchezza fisica, l’astenia. I sintomi fisici infatti sono i primi che vengono comunicati quando una persona riferisce di provare ansia.  Altri sintomi caratteristici sono disturbi del sonno, disturbi del tratto-gastrointestinale e disturbi dell’attenzione.  Sintomi che interessano il Torace e l'Addome   Nel disturbo d'ansia generalizzata (GAD), ci sono vari sintomi che possono interessare il torace e l'addome. Questi sintomi sono spesso la manifestazione fisica dell'ansia e possono essere molto preoccupanti per chi li sperimenta al punto che spesso la persona chiede al medico curante la conferma di avere una malattia di origine organica. Le principali manifestazioni del torace e addome sono:    difficoltà nel respiro: effettuare un respiro completo è spesso molto complesso a causa della contrazione muscolare, generando la cosiddetta “fame d’aria”.   La difficoltà nel respiro può portare, in talune circostanze, ad avvertire la sensazione di soffocamento    Capita che coloro che soffrono d’ansia temano di avere un infarto in corso poiché è constatato che l’ansia può manifestarsi fisicamente attraverso fitte al petto e al torace di varia intensità    Lo stomaco è uno dei principali organi colpiti dall’ansia, in particolar modo a causa della moltitudine di terminazioni nervose che lo innervano, generando nausea, dolore, assenza di appetito.   Sintomi che coinvolgono lo Stato Mentale Le persone affette da disturbo d'ansia generalizzata (GAD) spesso manifestano diversi sintomi che coinvolgono il loro stato mentale. Questi sintomi possono avere un impatto significativo sulla loro qualità della vita, influenzando vari aspetti della vita quotidiana.   Il soggetto che soffre d’ansia generata può provare tensione e irrequietezza per moltissimi aspetti della vita quotidiana come il tema economico, l’organizzazione lavorativa, la salute. La tensione provata è totalmente irrazionale e incontrollabile.  Il sonno e la possibilità di riposare vengono spesso compromessi a fronte della tensione sia cognitiva che fisica provata.    La tensione costante, sia fisica che mentale, causa una reattività repentina che spesso scaturisce in una certa facilità a prendere spaventi   Prendere una decisione potrebbe diventare molto complesso poiché la tensione e il dubbio non permette di comprendere cosa veramente si pensa e crede generando infatti una possibile sensazione di “mente vuota”. Connesso a questo spesso si riscontra anche una forte difficoltà di concentrazione e attenzione.     Questa sintomatologia mentale viene tendenzialmente generata e alimentata dal costante rimuginio in merito a ciò che genera apprensione e paura, generando un circolo vizioso che porta il soggetto ad “auto alimentarsi” lo stato ansioso.  Diagnosi del Disturbo d'Ansia Generalizzata    Diagnosi Secondo il DSM-5 Il DSM-5 redatto dall’American Psychiatric Association e uscito nel 2013, inserisce il disturbo d’ansia generalizzata all’interno del capitolo dei disturbi d’ansia. Secondo il DSM-5, il GAD si caratterizza come stato di eccessiva ansia, che investe diversi ambiti ed eventi di vita quotidiani (come la scuola o il lavoro), e che risulta difficile da gestire per il soggetto che ne soffre. Affinché possa essere fatta diagnosi di GAD i sintomi devono manifestarsi per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi.    Inoltre sono presenti almeno tre dei seguenti sintomi: sentirsi inquieti, agitati o coi nervi a fior di pelle, sempre in costante allerta  sentirsi stanchi facilmente difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria irritabilità e possibilità di panico  tensione muscolare  disturbi del sonno (difficoltà ad addormentarsi o stare addormentati, o un sonno disturbato) In genere il disturbo d’ansia generalizzata si trova in comorbilità con altri disturbi psichiatrici. E’ frequente infatti riscontrare una correlazione tra GAD e depressione, oppure tra GAD e disturbo d’attacchi di panico o altri disturbi d’ansia o dell’umore vissuti nella quotidianità.   Diagnosi Differenziale e Condizione Medica La diagnosi differenziale del Disturbo D’ansia Generalizzata è effettuabile attraverso il confronto con tutti i restanti disturbi d’ansia e panico, facendo particolare attenzione ai sintomi fisici affinchè si escluda innanzitutto una loro origine medica o all’assunzione di farmaci.    La diagnosi differenziale del GAD è essenziale per escludere altri disturbi che potrebbero presentare sintomi simili. Alcuni disturbi che possono mimare o coesistere con il GAD includono altri disturbi d'ansia, disturbi dell'umore, disturbi psicotici, disturbi legati all'uso di sostanze e alcune condizioni mediche generali.   Diverse caratteristiche distinguono inoltre l’ansia generalizzata dall’ansia non patologica, innanzitutto le preoccupazioni associate al GAD non sono mai controllabili e sono irrazionali, pervasive, evidenti e di maggiore durata. Le preoccupazioni del disturbo d’ansia generalizzata inoltre sono molto più diramate e numerose rispetto le circostanze di vita, coinvolgono moltissimi aspetti di vita della persona.   Cause e Fattori di Rischio del Disturbo d'Ansia Generalizzata Possibili Cause e Fattori Di Rischio Negli Stati Uniti, le stime indicano che il 2,9% della popolazione adulta ha sofferto di questo disturbo per almeno 12 mesi, mentre negli altri paesi le percentuali variano da un minimo di 0,4% ad un massimo di 3,6%. L’età media di esordio del Disturbo d’Ansia Generalizzata è di 30 anni, tuttavia alcune persone che ne soffrono affermano di avere sintomi ansiogeni da sempre.  La letteratura individua delle possibili aree di vulnerabilità che possono contribuire all’insorgenza di tale problematica, una di queste è la famiglia e l’ambiente di crescita. Risultano importanti i modelli educativi proposti, la relazione instaurata e l’esempio fornito dai genitori. L’ambiente di crescita gioca un ruolo fondamentale nel predisporre la persona a gestire efficacemente lo stress, anche se il fattore ambientale da solo non è sufficiente a causare il disturbo. Importante osservare che studi effettuati sui gemelli mostrano che la percentuale di familiarità del disturbo d’ansia generalizzata è intorno al 20%.  L’origine del Disturbo di Ansia Generalizzata è tuttavia specifica per ogni individuo che ne soffre infatti così come per altri disturbi si parla di un’origine multifattoriale.  Dal punto di vista fisiologico, vi potrebbe essere un alterato funzionamento di alcuni circuiti cerebrali responsabili della regolazione dei neurotrasmettitori serotonina e noradrenalina. Inoltre, tra i possibili fattori di rischio per il disturbo d’ansia generalizzata troviamo: esperienze negative o traumatiche (recenti o passate) esposizione prolungata a fattori stressanti malattie croniche e invalidanti personalità evitanti, introverse e pessimiste Trattamento del Disturbo d'Ansia Generalizzata La Psicoterapia per il GAD  La psicoterapia, indipendentemente dalla corrente di pensiero del terapeuta scelto, rappresenta la via maestra attraverso la quale affrontare questo disturbo.  La letteratura suggerisce che la terapia cognitivo-comportamentale sia la maggiormente favorita tuttavia anche l’aspetto sistemico- relazionale risulta molto utile.   Generalmente i disturbi d’ansia, osservati attraverso lo sguardo sistemico-relazionale, interessano l’aspetto dell’autonomia e della libertà di esplorazione della persona: più provo ansia più richiedo vicino la presenza di “un' ancora di salvezza”, ovvero una persona fidata che mi rassicuri nell’esplorazione del mondo vissuto come pericoloso. La conseguenza è che il raggio d’azione in autonomia viene drasticamente ridotto.  Nel contesto familiare di persone che sviluppano disturbi di ansia spesso, in maniera più o meno esplicita, è veicolato il messaggio per cui “il mondo è pericoloso” pertanto altrettanto pericoloso affrontarlo in autonomia. Il pericolo è estremamente soggettivo rispetto il contesto in cui si è co-costruito il messaggio: ci può essere, per esempio, un’attenzione alle malattie oppure ai viaggi e ai mezzi di trasporto.  Nel corso della psicoterapia sistemico relazionale vengono esplorati i legami relazionali e i  significati attribuiti all'esplorazione e alla dipendenza affinché acquisiscono un senso e la persona a poco a poco riprenda la sicurezza e la serenità tali da rendere inutili le ancore utilizzate fino a quel momento per esplorare il mondo.  Il Rilassamento come Trattamento La letteratura riconosce molte tecniche per affrontare il disturbo d’ansia generalizzata, tra queste per esempio il rilassamento muscolare progressivo di Jacobson, tecnica con la quale si apprende a rilassare volontariamente la muscolatura e il training autogeno. L’esposizione, altra tecnica, comporta, invece, un confronto graduale e ripetuto (prima attraverso la semplice immaginazione, poi concretamente esponendosi di persona) con stimoli che provocano ansia. Tra le tecniche utilizzate per il Disturbo d’Ansia Generalizzata vi è inoltre la Mindfulness, una modalità di attenzione consapevole non giudicante rivolta ai propri processi mentali. Questa modalità conduce l’individuo a osservare i pensieri incontrollabili da una distanza che rende gli stessi con maggiore distacco emotivo.  La Terapia Farmacologica per il GAD: Benzodiazepine e Altri Farmaci La psicoterapia è sicuramente l’arma principale attraverso la quale affrontare e debellare definitivamente ogni forma di disturbo d’ansia, tuttavia, a volte un percorso combinato tra psicoterapia e psicofarmaci può essere importante.    Tra i farmaci che la letteratura suggerisce in merito troviamo le benzodiazepine: la loro efficacia contro il disturbo è però limitata e un uso improprio può portare a dipendenza e assuefazione. E’ estremamente importante infatti affidarsi ad un medico psichiatra competente in materia affinché possa studiare quale possa essere il farmaco più adatto al soggetto in quella specifica circostanza di vita. Attenzione al fai da te, può essere dannoso! ### Attacchi di Ansia: Comprendere, Affrontare e Trattare Cosa caratterizza un attacco di ansia? Gli attacchi di ansia, o attacchi di panico, sono momenti di intensa paura e apprensione che possono colpire improvvisamente, in qualsiasi momento e prenderci alla sprovvista. Gli attacchi d’ansia o di panico sono generalmente caratterizzati da una serie di sintomi fisici e psicologici e possono avere un impatto significativo su vari aspetti della vita quotidiana.. In questo articolo, esploreremo in dettaglio le manifestazioni, le cause e i trattamenti degli attacchi di ansia, fornendo un’analisi completa per chi cerca di comprendere e gestire questa sintomatologia così frequente e invalidante.  Come si manifesta un attacco di ansia? Un attacco di ansia si manifesta molto spesso attraverso una combinazione di sintomi fisici e mentali.  I primi sintomi che compaiono sono fisicamente molto riconoscibili: una persona può sperimentare palpitazioni, sudorazione eccessiva, tremori, difficoltà respiratorie e sensazioni di asfissia, dolore al petto, nausea e giramenti di testa.  La sintomatologia mentale tendenzialmente la si avverte successivamente, quando si ha un leggero abbassamento dei sintomi fisici e passa attraverso un senso di pericolo imminente, paura di perdere il controllo, paura di morire e\o di avere un infarto.  Questi sintomi possono essere così intensi da far sentire la persona completamente sopraffatta e incapace di far fronte alle normali attività quotidiane. Per tale motivo, molto spesso, gli attacchi di panico e di ansia creano un circolo vizioso che, attraverso l’evitamento di attività e\o luoghi temuti, generano una netta compromissione del normale svolgimento della vita quotidiana.  Quali sono i sintomi fisici di un attacco di ansia? I sintomi fisici di un attacco di ansia includono:  vampate di calore  tremori  tensioni muscolare  sudorazione difficoltà di addormentamento e\o a mantenere il sonno  tachicardia  fiato corto e sensazione di avere il “cuore in gola”  nausea e disturbi gastro-intestinali  capogiri  L’attacco d’ansia può assumere varie forme e intensità, riconosciamo infatti l’attacco di panico quando, quasi improvvisamente, avvertiamo alcuni dei sintomi sopra elencati raggiungere un’elevata intensità. Questi possono durare da qualche minuto a più di un’ora, generando una tale intensità da richiedere al fisico successivamente un adeguato tempo di recupero e ripresa.  L’attacco d’ansia che determina un attacco di panico, si differenzia dall’ansia generalizzata poichè quest’ultima non raggiunge mai un picco e una successiva fase down di ripresa fisica ma è caratterizzata da una sintomatologia più leggera (senza picchi) ma molto più costante.  Il rischio della vertigine negli attacchi di ansia: come gestirlo? Avvertire la sensazione fisica di avere vertigini durante gli attacchi di ansia è molto frequente. Questa può spaventare molto e può essere tra i sintomi che più si teme possano ricomparire.  Alcune tecniche di rilassamento e respirazione possono aiutare a ridurre la sensazione di vertigine correlata agli attacchi di panico e d’ansia.  Attenzione però perchè gli attacchi di ansia sono una condizione complessa che richiede un approccio multidisciplinare al trattamento. Comprendere i sintomi, le cause e le opzioni di trattamento, attraverso un percorso di psicoterapia. è il primo passo per gestire efficacemente questa condizione e migliorare la qualità della vita.  Il ruolo dell'ansia anticipatoria nell'attacco di ansia L'ansia anticipatoria gioca un ruolo cruciale negli attacchi di ansia poiché rappresenta una sensazione di angoscia profonda che si presenta al solo pensiero di dover affrontare (in un futuro più o meno vicino) qualcosa di temuto.  L’ansia anticipatoria ha molte ripercussioni nella vita quotidiana, sociale e lavorativa poichè genera molto spesso l’evitamento di situazioni temute per esempio un soggetto che soffre di attacchi di panico in luoghi molto affollati e chiusi potrebbe non riuscire ad andare a fare la spesa.  L’ansia anticipatoria può essere generata e alimentata da una multifattorialità di cause tra cui una possibile predisposizione genetica e la concomitante influenza ambientale. E’ molto importante affrontare con celerità la tendenza ad effettuare pensieri catastrofici sul futuro (imminente o distante) affinchè l’ansia anticipatoria non condizioni totalmente il percorso di vita del soggetto.  Il concetto di ansia generalizzata in un attacco di ansia L'ansia generalizzata è un tipologia di ansia che si manifesta con una preoccupazione costante e eccessiva per vari aspetti della vita quotidiana. Studi epidemiologici negli Usa hanno stimato la prevalenza del disturbo d’ansia generalizzata del 9% nell’arco della vita. Come dice il termine l’ansia è “generalizzata”, i sintomi sono presenti per la maggior parte del tempo, per tutti i giorni, e si sintonizzano su temi della vita quotidiana come il lavoro, la famiglia, la gestione economica, la salute, il futuro. Una caratteristica molto comune che evidenzia l’ansia generalizzata è la tendenza all’”over thinking” quindi fare una scorpacciata di pensieri e una conseguente attivazione costante sia fisica che cognitiva.  I sintomi tipici includono tensione muscolare, irritabilità, difficoltà di concentrazione e disturbi del sonno. Perché l'ansia patologica differisce dalla semplice ansia? L'ansia patologica differisce dall’ansia non tale per la sua intensità e frequenza. Mentre la semplice ansia può essere una reazione umana a situazioni complesse, temute e stressanti, l'ansia patologica è più intensa, duratura e creare una sintomatologia molto più complessa (come conseguenza alla maggiore intensità).  E’ bene tenere presente sempre che l’ansia diviene patologica se limita e compromette significativamente le attività quotidiane, di lavoro e vita sociale.  Le cause degli attacchi di ansia Gli attacchi di ansia possono essere scatenati da una varietà di cause, tra cui predisposizione genetica, stress psicologico, eventi traumatici e problemi di salute fisica.  Il contesto di crescita e di vita quotidiana, con le sue relazioni significative, può inoltre essere un importante bacino in cui si intrecciano meccanismi che possono generare e mantenere alcune sintomatologie ansiose.  E’ bene tenere presente che nonostante una possibile predisposizione, personale e ambientale, ogni sintomo ansioso è estremamente soggettivo, pertanto difficilmente si troveranno spiegazioni generiche e soddisfacenti.  Il tutto è fondamentale sia approfondito affinché gli incastri personali vengano sciolti.  La relazione tra disturbi mentali e attacchi di ansia La relazione tra disturbi mentali in genere e attacchi d’ansia è molto forte poichè molte patologie hanno la possibilità di avere in “comorbidità” anche ansia e\o attacchi di panico.  Il termine comorbidità indica “la presenza o l'insorgenza di un'entità patologica accessoria durante il decorso clinico di una patologia”.  L’ansia, l’ansia generalizzata e gli attacchi di panico possono quindi essere in comorbidità con molti altri disturbi mentali, tra i quali in particolar modo:  depressione  disturbo da stress-post traumatico  disturbi alimentari  disturbo ossessivo compulsivo  disturbi di personalità  Questi disturbi possono coesistere e influenzarsi a vicenda, rendendo necessario un approccio di trattamento che consideri tutte le patologie coinvolte. Il legame tra ansia e depressione L'ansia e la depressione sono spesso correlate, l'ansia cronica può alimentare i sintomi depressivi, e viceversa, la ricerca infatti dimostra che ansia e depressione molto raramente si mostrano in modo puro, molto più spesso si presentano con una sintomatologia sovrapponibile.  Entrambi i disturbi per esempio condividono:  alto livello di dolore emotivo  irritabilità  disagio  flessione dell’umore  sentimenti di colpa   E’ possibile che la sintomatologia ansiosa e depressiva si presenti infatti contemporaneamente alternando sensazioni di anedonia e altre di angoscia e iper-pensiero.  Il ruolo del disturbo post-traumatico da stress nei casi di attacco di ansia Così come la depressione anche per il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) ci può essere una correlazione significativa con l’ansia. Le persone con DPTS possono sperimentare attacchi di ansia, di panico ed evitamento di alcune circostanze come parte della loro risposta reattiva a ricordi traumatici, suoni, immagini, odori.  Si stima infatti che circa il 20% della popolazione che sviluppa un disturbo post traumatico da stress come conseguenza di un trauma abbia anche una correlazione con attacchi di panico e fobia sociale.  L'intreccio tra disturbi di personalità e attacchi di ansia I disturbi di personalità sono di per sé estremamente complessi, caratterizzati da molte sfaccettature, sfumature e variabilità soggettiva.   Questi disturbi sono caratterizzati da un modo pervasivo e persistente di pensiero, percezione, reazione e relazione tanto che causano un disagio significativo e una compromissione funzionale.  Il DSM-5 raggruppa i 10 disturbi di personalità in 3 cluster: A, B e C, l’ansia generalizzata, attacchi d’ansia e\o di panico possono essere una sintomatologia presente in ogni cluster ed in ogni singolo disturbo con tuttavia una variabilità estremamente soggettiva.  La diagnosi degli attacchi di ansia La diagnosi degli attacchi di ansia richiede un'attenta valutazione dei sintomi e della storia del paziente.  Il DSM-5 fornisce criteri diagnostici specifici per i disturbi d'ansia, considerando la frequenza e la durata, la presenza di sintomi specifici e l'esclusione di altre cause mediche.  In particolare i principali disturbi d’ansia che riconosce il DSM 5 sono:  Disturbo d’ansia da separazione Mutismo selettivo Fobia specifica Disturbo d’ansia sociale Disturbo di panico Agorafobia Disturbo d’ansia generalizzata Il Disturbo di panico in particolare si riconosce attraverso questa sintomatologia:  paura di perdere il controllo sudorazione intensa palpitazioni tremori sensazione di soffocamento dolore al petto senso di sbandamento e vertigini nausea brividi formicolii o sensazioni di intorpidimento agli arti Il Manuale dei disturbi mentali sottolinea che non è necessario che durante un attacco siano presenti tutti questi sintomi, infatti spesso la manifestazione di un attacco di panico può differire da soggetto a soggetto. Il trattamento degli attacchi di ansia Il trattamento degli attacchi di ansia deve necessariamente includere un percorso di psicoterapia, tra le quali la terapia cognitivo-comportamentale, che aiuta a identificare e modificare i pensieri e i comportamenti che contribuiscono all'ansia. Alcune tecniche di rilassamento e respirazione sono inoltre molto utili per tenere a bada parte della sintomatologia.  L’aspetto importante in merito agli attacchi d’ansia e di panico è riferito al fatto che è sempre utile valutare di affrontare questa difficoltà affinchè essa possa sparire del tutto, piuttosto che prospettarsi esclusivamente d’imparare a gestirla.  A mio avviso inoltre è fondamentale valutare di effettuare anche un percorso sistemico-relazionale che affondi l’osservazione all’interno delle relazioni e le dinamiche instaurate all’interno del sistema nel quale si vive e si è cresciuti.    Il rischio della vertigine negli attacchi di ansia: come gestirlo? La gestione della vertigine durante gli attacchi di ansia è importante. Tecniche di rilassamento e respirazione possono aiutare a ridurre la sensazione di vertigine e a mantenere il controllo durante un attacco. È anche importante affrontare eventuali problemi di salute sottostanti che potrebbero contribuire a questi sintomi. Gli attacchi di ansia sono una condizione complessa che richiede un approccio olistico al trattamento. Comprendere i sintomi, le cause e le opzioni di trattamento è il primo passo per gestire efficacemente questa condizione e migliorare la qualità della vita. ### Gestire l'ansia: strategie e soluzioni Introduzione: Perché Leggere Questo Articolo? L'ansia, una compagna spesso indesiderata della nostra vita moderna, può presentarsi in molti modi da un leggero stato di apprensione passeggero, del tutto comune ed estremamente diffuso ad una vera e propria compromissione del proprio stile di vita.  Attraverso questo articolo esploreremo come combattere l'ansia, offrendo spunti e informazioni utili per chiunque si trovi a dover affrontare questo disturbo.  Se soffri di ansia o conosci qualcuno che ne soffre, questa lettura potrebbe fornire una nuova prospettiva e strategie, strumenti utili per gestire meglio questo stato emotivo così comune e, perché no, anche a superare definitivamente questa paura.  Indice Cos'è l'Ansia? Ansia Normale e Ansia Patologica: Quali Differenze? I Sintomi dell'Ansia: Come Riconoscerli? Disturbi del Sonno e Ansia: Qual è il Legame? Tecniche di Rilassamento: Come Aiutano a Ridurre l'Ansia? Psicoterapia per l'Ansia: Quali Approcci Funzionano? Trattamenti Farmacologici: Quando e Come? Mindfulness e Ansia: Un Binomio Efficace? Stile di Vita e Ansia: Cosa Modificare? Prevenire l'Ansia: Consigli e Strategie 1. Cos'è l'Ansia? Il termine ansia deriva dal latino angĕre, che significa stringere, ed è uno stato emotivo correlato ad una serie di sintomatologie fisiche che generano una vera e propria percezione di costrizione.  Viene spesso descritta come una sensazione di tensione psicofisica, paura, preoccupazione, sensazione di minaccia costante ed una conseguente attivazione fisica.  L'ansia è infatti spesso una reazione fisiologica del corpo a situazioni percepite come minacciose o stressanti. Si tratta infatti di un ancestrale meccanismo di difesa che ci prepara a lottare contro un pericolo presunto o fuggire da esso. ovvero il ben noto meccanismo di attacco o fuga.  Non sempre provare sensazioni di ansia è sinonimo di disturbo o patologia infatti possiamo distinguere tra non patologica e patologica. Quest’ultima può anche essere caratterizzata da disturbi del sonno più o meno gravi e\o attacchi di panico.  2. Ansia Normale e Ansia Patologica: Quali Differenze? Mentre l'ansia normale è una reazione adattiva a situazioni specifiche, l'ansia patologica persiste anche in assenza di minacce reali, interferendo con la vita quotidiana. L’ansia definita come “normale” si evidenzia attraverso uno stato di attivazione psicofisica generando una reazione di tutto il corpo affinché possa essere preparato a mettere in atto comportamenti utili all’adattamento. Questa attivazione adattiva è spesso indirizzata a situazioni realmente presenti, che rappresentano spesso situazioni inusuali o soggettivamente complesse.  L’ansia diventa patologica quando compromette notevolmente varie sfere della vita quotidiana, generando quindi una prepotente compromissione della capacità adattiva dell’individuo.  L’ansia patologica viene spesso accompagnata da rimuginio costante in merito al futuro più prossimo o lontano in merito ad eventi o situazioni concrete o molto più vaghe.  L’ansia patologica determina una tale compromissione della vita quotidiana che è anche spesso associata a noti comportamenti di difesa quale l’evitamento di situazioni percepite pericolose.  3. I Sintomi dell'Ansia: Come Riconoscerli? I sintomi dell'ansia variano da persona a persona, tuttavia possiamo riconoscere sintomi generici, fisici e legati all’attivazione del sistema nervoso simpatico. I sintomi principali sono:  senso di paura  paura di perdere il controllo  paura di morire  ipervigilanza  paura di non avere nessun aiuto  evitamento  I sintomi fisici principali, legati all’attivazione del sistema nervoso autonomo, sono:  Dispnea (fame d’aria)  tachicardia  nausea  disorientamento e vertigini  dolore al petto (paura di avere un infarto)  nodo in gola (difficoltà di deglutizione)  sudorazione eccessiva  tensione generale e conseguente affaticamento fisico sensazione di caldo\freddo  A questa lista di sintomi generali e fisiologici è fondamentale, per una completa comprensione, associare anche sintomi legati alle emozioni provate quindi sintomi più psicologici:  preoccupazioni  irritazione  disturbi del sonno  disturbi dell’attenzione e della memoria   4. Disturbi del Sonno e Ansia: Qual è il Legame? L'ansia può causare significativi disturbi del sonno, come l'insonnia. A sua volta, la mancanza di sonno può aggravare i sintomi dell'ansia, creando un circolo vizioso.  I principali sintomi dell’insonnia sono:  impiegare molto tempo per l’addormentamento  svegliarsi e non riuscire più a prendere sonno  molti risvegli notturni  Provare questa sintomatologia tendenzialmente provoca preoccupazione, apprensione, rimuginio costante quindi sintomi, come abbiamo visto, connessi al disturbo d’ansia. Comprendiamo bene quindi come sia molto facile che si crei una connessione tra sonno e ansia, un circolo vizioso spesso estremamente complesso da rompere.   E’ importante valutare repentinamente d’affrontare un percorso di psicoterapia affinchè si possano comprendere gli incastri che hanno generato sia le difficoltà del sonno che il disturbo d’ansia.  5. Tecniche di Rilassamento: Come Aiutano a Ridurre l'Ansia? Le tecniche di rilassamento, come la respirazione profonda, lo yoga, e l'aromaterapia, sono rimedi che possono condurre ad uno stato di rilassamento muscolare quindi aiutare a percepire una sensazione di equilibrio. Un aspetto, su tutti,fondamentale affinché le tecniche di rilassamento funzionino è l’auto consapevolezza, ovvero saper prendere coscienza della sintomatologia provata e imparare a riconoscerla.  Una delle tecniche di rilassamento più conosciute è la respirazione, spesso infatti effettuare lunghe e controllate respirazioni diaframmatiche può essere una buona strategia per sconfiggere la classica fame d’aria generata dall’ansia, allentando quindi anche la tensione muscolare.  Una strategia conosciuta per rilassarsi è la focalizzazione dei pensieri attraverso la trascrizione di essi: scrivendo ciò che si pensa spesso si riesce anche ad elaborare efficacemente.  Una tecnica di rilassamento molto utilizzata è stata creata dal neurologo e psichiatra J. Schultz chiamata Training Autogeno, esso consiste nel mettere in atto una serie di semplici esercizi (attraverso l’aiuto e la guida di un professionista) che conducono al rilassamento.  6. Psicoterapia per l'Ansia: Quali Approcci Funzionano? La psicoterapia, tra cui l'approccio cognitivo comportamentale ma soprattutto quello sistemico relazionale, si è dimostrata efficace nel trattamento dell'ansia. Questi approcci aiutano da un lato a modificare i pensieri catastrofici e le convinzioni irrazionali che alimentano l'ansia e dall’altro a comprendere relazionalmente che ruolo ha il sintomo ansioso.  E’ fondamentale comprendere come mai è emerso il sintomo, approfondendo quale ruolo ha avuto all’interno del contesto d’appartenenza del soggetto che lo ha sviluppato. I disturbi ansiosi in generale hanno spesso a che vedere con una difficoltà di gestione della distanza nelle relazioni, le persone vicine sono spesso avvertite o troppo “vicine” o troppo “lontane”. Vicino-lontano, libertà e catene, avvicinarsi e allontanarsi, sono parole chiave legate ai Disturbi D’ansia così come la necessità di avere spesso una boa di salvataggio per affrontare i pericoli del mondo.    7. Trattamenti Farmacologici: Quando e Come? In alcuni casi, l'intervento farmacologico può essere necessario per gestire l'ansia. Gli ansiolitici, ad esempio, possono offrire un sollievo temporaneo dai sintomi più acuti, ma devono essere usati sotto stretto controllo medico e all’interno di un percorso multidisciplinare.  Attraverso quest’ultimo è infatti possibile effettuare uno screening delle reazioni del fisico alla somministrazione dello psicofarmaco, gli eventuali effetti collaterali, e contemporaneamente poter “mettere mano” a meccanismi che spesso sono inaccessibili a causa di sintomi troppo floridi.  8. Mindfulness e Ansia: Un Binomio Efficace? La pratica della mindfulness, che significa “consapevolezza”, aiuta a concentrarsi sul presente, riducendo il rimuginio e l'apprensione per il futuro, due elementi chiave dell'ansia. Attraverso la mindfulness è possibile sviluppare un atteggiamento tendenzialmente basato sulla capacità di prestare attenzione con curiosità, porsi in ascolto del nostro corpo e soprattutto vivere nell’”hic et nunc” quindi nel qui ed ora.  La mindfulness, attraverso specifici esercizi che tendono a portare il soggetto a divenire sempre più consapevole del proprio corpo, porta anche ad una effettiva riduzione dei sintomi ansiosi. Un noto effetto della mindfulness è la drastica riduzione del rimuginio pertanto anche un maggiore consapevolezza di se stessi sia cognitivamente che fisicamente nel mondo del qui ed ora.  Grazie a questa consapevolezza spesso anche lo stile di vita subisce conseguenti modifiche affinché il benessere psicofisico passi anche attraverso maggiore presenza a stessi e maggiore equilibrio.  10. Prevenire l'Ansia: Consigli e Strategie La prevenzione dell'ansia include la consapevolezza dei propri stati emotivi, la gestione dello stress, e la costruzione di una rete di supporto sociale.  Uno degli aspetti fondamentali per prevenire l’ansia è la conoscenza di se stessi, dei propri valori e delle proprie priorità nel qui ed ora. E’ solo ed esclusivamente attraverso un buon approfondimento di questi aspetti che non zampilleranno improvvisamente nella mente pensieri catastrofici o rimuginii debilitanti.  Conclusioni: Punti Chiave da Ricordare L'ansia è una reazione assolutamente normale, ma può diventare patologica quando compromette la maggior parte delle sfere della vita quotidiana  Riconoscere i sintomi dell'ansia è il primo passo per affrontarla. Le tecniche di rilassamento come il training autogeno e la mindfulness sono strumenti utili. La psicoterapia e, in alcuni casi, i farmaci possono aiutare ed è fondamentale valutare di effettuare un percorso multidisciplinare e di confronto tra i professionisti  Modifiche nello stile di vita possono ridurre l'impatto dell'ansia, così come la conoscenza di se stessi e il poter apprendere come vivere nel “qui ed ora”.  Prevenire è meglio che curare: agire tempestivamente è fondamentale. Combattere l'ansia non è sempre facile, ma con le giuste informazioni e strumenti, è possibile sconfiggerla definitivamente e non limitarsi semplicemente a gestirla ma trasformarla in un punto di forza! ### Navigare tra Ansia e Stress: Comprendere i Sintomi e le Differenze I sintomi di ansia e stress sono tra i motivi più frequenti per cui le persone si rivolgono al mio studio. Tachicardia improvvisa, tensione muscolare che non passa, mal di stomaco prima di una riunione, insonnia che si trascina per settimane: sono segnali che il corpo e la mente inviano quando qualcosa sta diventando troppo pesante da gestire. In questo articolo approfondisco i temi che ho trattato nel video qui sopra, con l'obiettivo di offrirti una guida chiara per capire cosa succede quando ansia e stress prendono il sopravvento, quali sintomi fisici e psicologici producono e, soprattutto, quando è il momento di chiedere aiuto. Secondo i dati dell'Istituto Superiore di Sanità, circa 2,5 milioni di adulti italiani hanno presentato un disturbo d'ansia negli ultimi 12 mesi, e il 7% della popolazione sopra i 15 anni convive con ansia o depressione cronica. A livello globale, i disturbi d'ansia sono la tipologia più comune di disturbo mentale: interessano circa un terzo degli adulti nel corso della vita. La salute mentale è diventata una priorità ancor più urgente dopo la pandemia, che ha prodotto un aumento del 25% dei casi di ansia e depressione secondo l'OMS. Sono numeri importanti, che ci dicono una cosa fondamentale: se ti riconosci in questi sintomi, non sei solo e non sei 'sbagliato'. L'ansia e lo stress sono esperienze umane universali che, in determinate condizioni, possono diventare difficili da gestire — ma possono essere affrontate con gli strumenti giusti. Che cosa sono ansia e stress? L'ansia è una risposta emotiva di allarme e apprensione che il nostro organismo attiva di fronte a una minaccia percepita, reale o immaginaria. Lo stress, invece, è la reazione psicofisica dell'organismo a una pressione esterna — una scadenza, un conflitto, un cambiamento — che richiede un adattamento. Entrambi coinvolgono il sistema nervoso autonomo e la produzione di ormoni come il cortisolo e l'adrenalina, ma hanno origini e dinamiche differenti. Nella mia esperienza clinica, molti pazienti usano i termini 'ansia' e 'stress' in modo intercambiabile, ma distinguerli è importante per capire cosa ci sta accadendo. Da un punto di vista psicologico, lo stress ha quasi sempre un fattore scatenante identificabile: un periodo di lavoro intenso, un trasloco, un esame. L'ansia, invece, può attivarsi anche senza un motivo apparente, come una sorta di allarme che suona a vuoto. Va detto che un certo livello di ansia è normale e perfino utile: l'emozione dell'ansia può aiutare una persona ad adattarsi ai fattori di stress più comuni, motivandola a prepararsi e a dare il meglio. Il problema nasce quando questa attivazione diventa cronica o sproporzionata. La differenza fondamentale tra ansia e stress Caratteristica Ansia Stress Definizione Risposta emotiva di paura e apprensione verso una minaccia futura percepita Reazione psicofisica a una richiesta o pressione ambientale esterna Causa Può presentarsi senza una causa esterna identificabile Ha quasi sempre un fattore scatenante riconoscibile Durata Può persistere anche dopo la rimozione della causa Tende a ridursi quando la situazione stressante si risolve Orientamento temporale Rivolta al futuro (anticipazione di un pericolo) Legata al presente (risposta a una pressione attuale) Classificazione DSM-5 Classificata in diverse categorie di disturbi d'ansia Non classificato come disturbo mentale autonomo nel DSM-5 Un aspetto importante: lo stress non è classificato come disturbo mentale nel DSM-5 (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), mentre l'ansia sì, in diverse forme cliniche. Lo stress è una risposta fisiologica normale che diventa problematica quando si cronicizza, mentre l'ansia patologica è una condizione clinica riconosciuta che richiede un trattamento specifico. Come spiego spesso ai miei pazienti: lo stress è come una molla che viene compressa da un peso esterno — togli il peso, la molla torna in posizione. L'ansia è più simile a una molla che resta compressa anche quando il peso non c'è più. Quali sono i sintomi fisici di ansia e stress? I sintomi fisici di ansia e stress comprendono tachicardia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali, mal di testa, vertigini, tremori, sudorazione eccessiva e stanchezza cronica. Questi sintomi sono il risultato dell'attivazione della risposta fight-or-flight (attacco o fuga), un meccanismo di sopravvivenza che accompagna l'uomo fin dalle origini della specie. Quando il cervello percepisce una minaccia, attiva il sistema nervoso simpatico, che accelera il battito cardiaco, aumenta la pressione sanguigna e prepara il corpo ad affrontare un pericolo. Il problema sorge quando questo sistema si attiva in modo eccessivo o prolungato, senza una reale minaccia fisica. Quello che osservo spesso nei pazienti che seguo è la sorpresa nel scoprire che molti dei loro disturbi fisici — per i quali hanno fatto decine di esami senza trovare nulla — hanno un'origine psicologica. Un caso che incontro frequentemente è quello della persona che arriva in studio dopo mesi di accertamenti cardiologici o gastroenterologici, tutti negativi, e che solo allora inizia a considerare che il corpo stia esprimendo un disagio emotivo. Questo fenomeno si chiama somatizzazione. Tabella riepilogativa dei sintomi fisici Area del corpo Sintomi nell'ansia Sintomi nello stress Cuore Tachicardia, palpitazioni, dolore al petto Aumento della pressione, battito accelerato Apparato respiratorio Fiato corto, sensazione di soffocamento, fame d'aria Respiro affannoso, tensione toracica Apparato gastrointestinale Nausea, crampi addominali, colon irritabile Mal di stomaco, gastrite, alterazioni dell'appetito Apparato muscolo-scheletrico Tensione muscolare, tremori, rigidità Contratture cervicali, mal di schiena, dolore diffuso Testa e sistema nervoso Mal di testa, vertigini, capogiri, derealizzazione Cefalea tensiva, difficoltà di concentrazione Pelle Sudorazione eccessiva, rossore, orticaria Eczemi, dermatiti, prurito, acne Sonno Insonnia, risvegli notturni, incubi Difficoltà ad addormentarsi, sonno non ristoratore Quando il corpo resta in stato di allerta prolungato, il cortisolo — il principale ormone dello stress — rimane cronicamente elevato. Questo può portare a conseguenze significative: indebolimento del sistema immunitario, aumento del rischio cardiovascolare, disturbi metabolici e alterazioni ormonali. L'esposizione continua a questi ormoni dello stress può indebolire l'organismo nel suo complesso, compromettendo il benessere psicofisico. Secondo una meta-analisi di Bandelow e Michaelis (2015), le persone con disturbi d'ansia presentano un rischio cardiovascolare significativamente più elevato rispetto alla popolazione generale. Un aspetto che i pazienti spesso non considerano: l'ansia può insorgere in modo improvviso — come nel caso di un attacco di panico — oppure gradualmente nell'arco di ore o giorni, rendendo difficile identificare il momento in cui è iniziata. Allo stesso modo, cambiamenti nell'appetito sono molto comuni: alcune persone reagiscono mangiando troppo (fame nervosa), altre perdono completamente l'appetito. Anche il battito cardiaco subisce alterazioni: il cuore può accelerare per periodi prolungati, dando la sensazione che qualcosa non funzioni a livello organico. La sovra-attivazione del sistema nervoso simpatico è alla base di tutti questi sintomi. APPROFONDIMENTO: La somatizzazione dell'ansia   Sintomi psicologici e cognitivi dell'ansia L'ansia non si manifesta solo nel corpo: i sintomi psicologici e cognitivi includono preoccupazione persistente e incontrollabile, difficoltà di concentrazione, irritabilità, sensazione di pericolo imminente, ipervigilanza e, nei casi più intensi, derealizzazione o depersonalizzazione. Questi sintomi mentali sono spesso quelli che compromettono maggiormente la qualità della vita quotidiana. Molti dei miei pazienti descrivono l'esperienza dell'ansia come un 'rumore di fondo' costante nella mente: una preoccupazione che non si spegne, un senso di allerta che non si placa nemmeno nei momenti in cui razionalmente sanno che non c'è nulla di cui aver paura. Il DSM-5-TR descrive questa condizione nel Disturbo d'Ansia Generalizzata (GAD) come una preoccupazione eccessiva che si manifesta per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi. I principali sintomi psicologici e cognitivi dell'ansia comprendono: •        Preoccupazione persistente: pensieri negativi ricorrenti su eventi futuri, spesso sproporzionati rispetto alla situazione reale •        Difficoltà di concentrazione: sensazione di 'mente vuota', fatica a portare a termine compiti che prima erano semplici •        Irritabilità: soglia di tolleranza molto bassa, reazioni eccessive a piccoli imprevisti •        Ipervigilanza: sensazione costante di essere 'sul chi vive', come se qualcosa di brutto stesse per accadere •        Insonnia: difficoltà ad addormentarsi a causa del rimuginio, risvegli precoci •        Derealizzazione e depersonalizzazione: sensazione che il mondo intorno non sia reale, o di essere distaccati da sé stessi — un sintomo che spaventa molto ma che è tipico degli stati ansiosi acuti Uno dei problemi che osservo più spesso è il circolo vizioso dell'ansia: i sintomi fisici alimentano la preoccupazione ('e se avessi qualcosa di grave?'), che a sua volta intensifica i sintomi fisici. Questo meccanismo è alla base di molte escalation verso gli attacchi di panico. Sintomi dello stress: come si manifesta nel corpo e nella mente? Lo stress si manifesta attraverso sintomi fisici, emotivi e comportamentali che variano in base alla sua intensità e durata. È fondamentale distinguere tra stress acuto (una reazione temporanea a un evento specifico) e stress cronico (una condizione prolungata che logora progressivamente l'organismo). Lo stress acuto è fisiologico e può persino migliorare le prestazioni; lo stress cronico, invece, è quello che produce danni reali alla salute. I sintomi specifici dello stress cronico comprendono: •        Esaurimento e stanchezza cronica: sensazione di non avere mai abbastanza energie, anche dopo il riposo •        Calo delle prestazioni: difficoltà a mantenere la concentrazione, errori frequenti, sensazione di inadeguatezza •        Somatizzazioni: il corpo 'parla' attraverso disturbi ricorrenti — cefalea tensiva, disturbi gastrointestinali, tensione cervicale persistente •        Cambiamenti comportamentali: aumento del consumo di alcol, fumo o cibo come forme di 'automedicazione', ritiro sociale •        Alterazioni dell'umore: nervosismo costante, esplosioni di rabbia sproporzionate, sensazione di essere sopraffatti I sintomi da stress cronico vengono spesso sottovalutati perché si installano gradualmente nella vita quotidiana. Lo stress da ansia — ovvero lo stress generato dal vivere costantemente in uno stato ansioso — è una condizione che incontro frequentemente. Non è raro che i miei pazienti si presentino con una serie di sintomi da forte stress (tensione nervosa, nervosismo, agitazione) senza rendersi conto che alla base ci sono ansia e disturbi correlati non ancora riconosciuti. Anche stati d'ansia prolungati possono produrre sintomi da stress che finiscono per sembrare 'normali' solo perché ci si è abituati a conviverci. Cause di ansia e stress: perché si scatenano? Le cause di ansia e stress sono multifattoriali e comprendono fattori biologici (predisposizione genetica, squilibri neurochimici), psicologici (schemi di pensiero disfunzionali, esperienze traumatiche) e ambientali (pressioni lavorative, difficoltà relazionali, eventi di vita stressanti). Non esiste quasi mai una causa unica: è l'interazione tra vulnerabilità individuale e circostanze esterne a determinare l'insorgenza dei sintomi. Fattori biologici Gli studi del Registro Nazionale Gemelli dell'ISS indicano che i fattori genetici spiegano dal 40% al 60% della variabilità nella predisposizione all'ansia. Questo non significa che l'ansia sia 'inevitabile' se c'è familiarità, ma che alcune persone nascono con un sistema nervoso più reattivo, che si attiva più facilmente e con maggiore intensità. Anche squilibri nella produzione di neurotrasmettitori come serotonina, noradrenalina e GABA giocano un ruolo importante. Fattori psicologici Il modo in cui interpretiamo gli eventi — le 'lenti' attraverso cui guardiamo il mondo — ha un impatto enorme sulla nostra esperienza di ansia e stress. Una persona che tende a catastrofizzare (immaginare sempre lo scenario peggiore) o a sovrastimare i pericoli vivrà un livello di attivazione ansiosa molto più alto. Il cervello, in queste condizioni, rimane in uno stato di allerta che si autoalimenta. Esperienze traumatiche, stili di attaccamento insicuri e ambienti familiari ansiogeni durante l'infanzia sono tra i fattori psicologici più studiati. Fattori ambientali e uso di sostanze L'ansia può essere causata anche da stress ambientali specifici, come la rottura di un rapporto importante, la perdita del lavoro, lutti, difficoltà economiche o l'esposizione a eventi traumatici. Anche l'uso e l'abuso di sostanze — caffeina in eccesso, alcol, droghe, ma anche alcuni farmaci — può scatenare o aggravare i sintomi ansiosi, alterando la chimica del cervello. Non a caso, tra le cause dei disturbi d'ansia il DSM-5 include esplicitamente i fattori ambientali, genetici e l'uso di sostanze. Perché l'ansia arriva 'senza motivo'? Questa è una delle domande più frequenti che ricevo. L'ansia senza motivo apparente è in realtà un'ansia le cui cause non sono immediatamente visibili alla coscienza. Spesso si tratta di conflitti interiori non risolti, tensioni relazionali che non abbiamo elaborato, o un accumulo di micro-stress quotidiani che individualmente sembrerebbero insignificanti ma che, sommati, superano la nostra soglia di tolleranza. Come spiego ai miei pazienti: il fatto che non vediamo la causa non significa che non esista — significa che richiede un lavoro di esplorazione più profondo. Quando l'ansia diventa un disturbo? Tipologie principali L'ansia diventa un disturbo clinico quando è eccessiva rispetto alla situazione, persiste nel tempo (tipicamente per 6 mesi o più), causa sofferenza significativa e compromette il funzionamento quotidiano nella vita sociale, lavorativa o in altre aree importanti. Secondo il DSM-5-TR, i principali disturbi d'ansia sono il Disturbo d'Ansia Generalizzata, il Disturbo di Panico, l'Agorafobia, il Disturbo d'Ansia Sociale e le Fobie Specifiche. È importante distinguere tra ansia fisiologica (una reazione normale e adattiva) e ansia patologica (un disturbo che necessita di trattamento). Un certo grado di ansia prima di un esame o di un colloquio di lavoro è sano e ci aiuta a dare il meglio. Il problema nasce quando l'ansia diventa sproporzionata, persistente e invalidante. Le principali tipologie di disturbo d'ansia Disturbo d'Ansia Generalizzata (GAD): preoccupazione eccessiva e persistente riguardo a molteplici ambiti della vita quotidiana (lavoro, salute, famiglia), presente per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi. È la forma di ansia cronica più diffusa. Disturbo di Panico: attacchi di panico ricorrenti e inaspettati, seguiti dalla paura persistente di avere nuovi attacchi. I sintomi includono tachicardia intensa, sensazione di soffocamento, paura di morire o di perdere il controllo. Disturbo d'Ansia Sociale: paura intensa e persistente di situazioni sociali in cui ci si sente esposti al giudizio degli altri. Va ben oltre la semplice timidezza. Fobie Specifiche: paura intensa e sproporzionata verso un oggetto o situazione specifica (volare, spazi chiusi, animali, aghi). Agorafobia: paura di trovarsi in luoghi o situazioni da cui potrebbe essere difficile allontanarsi o ricevere aiuto in caso di panico. Oltre a questi, il DSM-5 classifica anche il Disturbo d'Ansia da Separazione e il mutismo selettivo, che di solito iniziano durante l'infanzia. È importante sapere che il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) e il Disturbo da Stress Post-Traumatico, pur essendo spesso associati all'ansia, dal 2013 sono classificati in categorie diagnostiche separate nel DSM-5. I disturbi d'ansia sono tra i più frequenti nella popolazione e possono creare una grossa invalidazione nella vita quotidiana. Un dato che colpisce: l'ansia significativa può persistere per anni e iniziare a essere percepita come 'normale' dalla persona che ne soffre. I disturbi d'ansia possono inoltre manifestarsi insieme ad altre patologie di salute mentale, come la depressione e i disturbi da uso di sostanze. Nei casi più gravi, possono essere associati anche a ideazione suicidaria — un motivo in più per non sottovalutare i sintomi e per rivolgersi a un professionista quando il benessere quotidiano è compromesso. Secondo il World Mental Health Survey, circa il 25% della popolazione generale sperimenta un disturbo d'ansia nel corso della vita. Le donne presentano un rischio 2-3 volte superiore rispetto agli uomini. Come riconoscere un attacco di ansia o una crisi acuta Un attacco di ansia (o crisi d'ansia) è un episodio acuto di paura intensa che raggiunge il picco in pochi minuti e si accompagna a sintomi fisici marcati: tachicardia violenta, tremori, sudorazione, sensazione di soffocamento, dolore al petto, nausea e paura di morire o di perdere il controllo. Il DSM-5 descrive l'attacco di panico come la comparsa improvvisa di almeno 4 di questi sintomi. Gli attacchi di ansia sono tra le esperienze più spaventose che una persona possa vivere, ma è fondamentale sapere che non sono pericolosi. Un aspetto che chiarisco sempre con i miei pazienti: l'attacco di ansia non è pericoloso per la salute fisica. Per quanto i sintomi possano essere terrificanti — e lo sono davvero — non si tratta di un infarto, non si sta soffocando e non si sta 'impazzendo'. Il corpo sta semplicemente attivando al massimo la risposta di allarme, in assenza di un pericolo reale. Capire questo è il primo passo per ridurne la forza. Differenza tra attacco di ansia e attacco di panico I due termini vengono spesso usati come sinonimi, ma in ambito clinico l'attacco di panico ha caratteristiche specifiche: arriva all'improvviso, senza preavviso, raggiunge il picco in meno di 10 minuti ed è estremamente intenso. Una crisi d'ansia può essere meno intensa ma più prolungata, e tende a crescere gradualmente. La durata tipica di un attacco di panico è tra i 10 e i 30 minuti, anche se l'impressione soggettiva è che duri molto di più. Ansia, stress e depressione: quando sono collegati La comorbilità tra ansia e depressione è molto elevata: circa il 50% delle persone con un disturbo d'ansia sviluppa nel corso della vita anche un episodio depressivo, e viceversa. Quando ansia, stress e depressione si sovrappongono, il quadro clinico diventa più complesso e richiede un'attenzione particolare. I segnali che suggeriscono la presenza di una componente depressiva accanto all'ansia includono: perdita di interesse per attività prima piacevoli, senso di vuoto e disperazione, affaticamento profondo non spiegato dal solo stress, pensieri di inutilità o colpa eccessiva, e alterazioni significative del sonno e dell'appetito. Nella mia pratica clinica, osservo spesso una sequenza tipica: lo stress cronico non gestito alimenta uno stato ansioso persistente, che col tempo sfocia in un esaurimento emotivo con tratti depressivi. È come se l'organismo, dopo un lungo periodo di iper-attivazione, 'crollasse' in uno stato di sotto-attivazione. Riconoscere precocemente questa traiettoria è fondamentale per intervenire in modo efficace. Come gestire i sintomi di ansia e stress La gestione dei sintomi di ansia e stress richiede un approccio integrato che combina strategie quotidiane di autoregolazione con un supporto professionale quando necessario. Non esistono soluzioni istantanee, ma esistono strumenti evidence-based che fanno una differenza significativa. Strategie quotidiane supportate dalla ricerca Respirazione diaframmatica: quando l'ansia si manifesta fisicamente, la respirazione è il primo strumento a disposizione. La respirazione lenta e profonda, con espirazione prolungata (4 secondi di inspirazione, 7 di trattenimento, 8 di espirazione), attiva il sistema nervoso parasimpatico e riduce l'attivazione di allarme. Come dico ai miei pazienti: non è un esercizio banale — è il modo più diretto per 'parlare' al sistema nervoso autonomo. Attività fisica regolare: numerose meta-analisi confermano che l'esercizio fisico aerobico (anche 30 minuti di camminata a ritmo sostenuto) riduce significativamente i livelli di cortisolo e migliora l'umore attraverso il rilascio di endorfine. Non serve allenarsi come atleti: la regolarità conta più dell'intensità. Igiene del sonno: l'insonnia e l'ansia si alimentano reciprocamente. Orari regolari, riduzione degli schermi prima di dormire, ambiente fresco e buio — sono accorgimenti semplici ma efficaci. Mindfulness e meditazione: la pratica della mindfulness aiuta a interrompere il rimuginio ansioso, portando l'attenzione al momento presente. Non si tratta di 'svuotare la mente', ma di osservare i pensieri senza lasciarsi trascinare da essi. Quando serve la psicoterapia Quando i sintomi di ansia e stress sono persistenti, quando interferiscono con il lavoro, le relazioni o la qualità della vita, e quando le strategie di auto-gestione non bastano, è il momento di rivolgersi a un professionista. La psicoterapia cognitivo comportamentale è considerata il trattamento di prima scelta per i disturbi d'ansia, con un'ampia evidenza scientifica a sostegno della sua efficacia. Anche gli approcci sistemico-relazionali offrono risultati importanti, soprattutto quando l'ansia è legata a dinamiche familiari o relazionali. Il trattamento deve essere personalizzato in base alla situazione specifica di ciascuna persona. Rimedi naturali e supporto farmacologico Per quanto riguarda i rimedi naturali, integratori come la valeriana, la camomilla e il magnesio possono offrire un supporto nei confronti dei sintomi più lievi, ma difficilmente sono risolutivi da soli quando il disturbo è strutturato. Possono essere un complemento, non una cura. Sul versante farmacologico, i farmaci ansiolitici come le benzodiazepine sono utili solo se utilizzati occasionalmente e per brevi periodi, sotto stretto controllo medico: non rappresentano una soluzione a lungo termine e possono creare dipendenza. In alcuni casi, la collaborazione tra psicoterapeuta e psichiatra permette di costruire un percorso integrato che combina psicoterapia e farmacoterapia. Tra gli approcci più innovativi si sta studiando anche la Stimolazione Magnetica Transcranica Profonda (Deep TMS), una tecnica non invasiva che agisce sulle aree del cervello coinvolte nell'ansia. Quando rivolgersi a uno specialista per ansia e stress È il momento di chiedere aiuto professionale quando i sintomi di ansia e stress persistono per settimane, quando compromettono la capacità di svolgere le attività quotidiane, quando si verificano attacchi di panico ricorrenti, o quando si iniziano a evitare sistematicamente situazioni per paura. Soffrire di ansia non è una colpa, ma ignorarne i segnali può compromettere seriamente la salute mentale e il benessere complessivo. I principali segnali d'allarme che suggeriscono la necessità di un intervento specialistico includono: •        I sintomi fisici sono stati indagati medicalmente senza trovare cause organiche •        L'ansia o lo stress durano da più di 2-3 settimane senza miglioramento •        Si evitano situazioni, luoghi o persone per paura •        Il sonno è compromesso in modo significativo •        Si ricorre ad alcol, farmaci non prescritti o altre sostanze per 'calmarsi' •        Si nota un impatto su lavoro, relazioni o vita sociale •        Sono presenti pensieri di disperazione o sensazione di non farcela Quale professionista scegliere Psicologo e psicoterapeuta: è il professionista di riferimento per il trattamento dei disturbi d'ansia attraverso la psicoterapia. Il percorso mira a comprendere le radici del problema e a sviluppare strategie concrete per gestirlo. Psichiatra: è il medico specialista che valuta la necessità di una terapia farmacologica, in particolare quando i sintomi sono molto intensi o invalidanti. Spesso il percorso migliore prevede la collaborazione tra psicoterapeuta e psichiatra. Se ti riconosci in questa situazione, il passo più importante è il primo: chiedere aiuto non è un segno di debolezza, è un atto di cura verso te stesso. Domande frequenti su ansia e stress Quali sono i sintomi fisici più comuni dell'ansia? I sintomi fisici dell'ansia più frequenti sono tachicardia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali (nausea, crampi, colon irritabile), mal di testa, vertigini, sudorazione eccessiva, tremori e difficoltà respiratorie. Questi sintomi sono causati dall'attivazione del sistema nervoso autonomo e dalla produzione di adrenalina e cortisolo. Qual è la differenza tra ansia e stress? Lo stress è una reazione a pressioni esterne concrete e tende a ridursi quando la situazione si risolve. L'ansia è una risposta emotiva rivolta al futuro che può manifestarsi anche senza un fattore scatenante evidente e tende a persistere nel tempo. Lo stress non è classificato come disturbo mentale nel DSM-5, l'ansia sì. Quando l'ansia diventa patologica? L'ansia diventa patologica quando è sproporzionata rispetto alla situazione, persiste per almeno 6 mesi, causa sofferenza significativa e compromette il funzionamento nella vita quotidiana, lavorativa o sociale. In questi casi si parla di disturbo d'ansia e il DSM-5-TR ne identifica diverse categorie cliniche. L'ansia può causare sintomi fisici senza una causa organica? Sì, è molto frequente. L'ansia attiva la risposta di allarme del sistema nervoso autonomo, che produce sintomi fisici reali anche in assenza di patologie organiche. Questo fenomeno si chiama somatizzazione ed è una delle manifestazioni più comuni dei disturbi d'ansia. I sintomi sono autentici, non immaginari — semplicemente hanno un'origine psicologica anziché organica. Quando devo rivolgermi a uno specialista per ansia e stress? È consigliabile rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta quando i sintomi persistono per più di 2-3 settimane, compromettono le attività quotidiane, causano attacchi di panico ricorrenti o portano a evitare sistematicamente situazioni. Se necessario, lo psicoterapeuta potrà indirizzarti anche verso uno psichiatra per una valutazione farmacologica. Prendersi cura di sé è il primo passo Se ti sei riconosciuto in molti dei sintomi descritti in questo articolo, sappi che quello che stai vivendo ha un nome, è più comune di quanto pensi, e soprattutto può essere affrontato con successo. Soffrire di ansia e stress non è una condanna: sono segnali che il corpo e la mente inviano per dirti che qualcosa necessita di attenzione. Nel mio lavoro quotidiano vedo persone che hanno lottato per mesi o anni con questi sintomi ritrovare gradualmente serenità e controllo sulla propria vita. Il percorso non è sempre lineare, ma è possibile. Se vuoi parlarne, puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo. Sarà un'occasione per capire insieme cosa sta succedendo e quale percorso potrebbe essere più adatto a te. ### Comprendere l'Ansia da Separazione: Cause, Sintomi e Trattamenti Cos’è l’ansia da separazione  Il disturbo d'ansia da separazione è la paura persistente, intensa, e inappropriata, rispetto all'età di sviluppo, della separazione da una figura di riferimento, da un oggetto o un certo ambiente.  Le ricerche dimostrano che è più frequente nei bambini piccoli e colpisce circa il 2-5 % di questa popolazione. Il disturbo d’ansia da separazione nell’adulto può prevedere ansia da separazione coniugale, con il partner come oggetto, oppure ansie per i genitori anziani o soli a casa o angosce nei periodi di distacco dai genitori, come a replicare lo stato ansioso vissuto da piccoli.  E’ frequente che adulti ansiosi siano stati bambini con un disturbo di ansia da separazione e, viceversa, che bambini con disturbo d'ansia da separazione diventino adulti ansiosi. Tendenzialmente soggetti ansiosi fin da piccoli possono manifestare forme d’ansia da adulti modificando l’oggetto temuto. Le cause principali le possiamo riscontrare, innanzitutto, in esperienze infantili, iperprotezione, esperienze vissute come traumatiche. Possono concorrere allo sviluppo dell’ansia da separazione anche fattori biologici. Come vedremo, un ruolo fondamentale tuttavia viene giocato dall’attaccamento così come le dinamiche ad esso collegate.  I sintomi comuni dell'ansia da separazione includono attacchi di panico, sintomi fisici come mal di testa e mal di stomaco e sintomi emotivi come estrema preoccupazione e paura. La comprensione della gamma di manifestazioni comportamentali, emotive e fisiche tipiche di chi soffre di ansia da separazione è essenziale per aiutare gli individui a comprendere e risolvere questo disturbo.  Fattori biologici e genetici  La genetica individuale svolge un ruolo significativo nel determinare le manifestazioni di disagio infantile e giovanile ma quanto conta l’ambiente e quanto conta la genetica?    Studi recenti, in continua evoluzione, confermano l’importanza della predisposizione genetica nella reazione della psiche all’esposizione all’ambiente vissuto. Resta ancora da capire attraverso quali specifici meccanismi agisca la predisposizione genetica, tuttavia, in alcuni casi questi meccanismi biologici sono stati approfonditi e sono in fase di continua analisi. Tra le principali affermazioni a riguardo troviamo due studi importanti.  Uno studio, pubblicato nel 2003 su oltre 1000 bambini,  seguiti poi per oltre 20 anni, che erano stati esposti  a situazioni di disagio in famiglia (es. separazione) ha dimostrato che un particolare assetto genetico legato al metabolismo del neurotrasmettitore della serotonina aveva un effetto negativo nello sviluppo di una tolleranza del disagio vissuto. Lo studio evidenzia che la carenza –su base genetica- del trasportatore del neurotrasmettitore serotonina rendeva i soggetti molto più inclini a sviluppare situazioni di disagio psichico non solo in età giovanile ma anche in età adulta.  Un’altro studio effettuato sui gemelli dall’Università Vita Salute San Raffaele di Milano ha invece dimostrato che il distacco, anche di uno solo dei due genitori aumenta, in bambini geneticamente vulnerabili, il rischio di sviluppare attacchi di panico e sintomi ansiosi, da adulti. Il concetto di distacco prevedeva sia il trasferimento, la separazione, il decesso o il momentaneo allontanamento per lavoro.  Fattori ambientali La causa effettiva del disturbo d’ansia da separazione non è conosciuta, sebbene alcuni fattori di rischio siano stati identificati. L’esordio del disturbo può avvenire in seguito ad un evento  particolarmente stressante come un trasloco, separazione, malattie del bambino o di un familiare, morte di un animale domestico, morte di un genitore, incidenti che hanno coinvolto la famiglia, furti in casa.  Il disturbo può emergere in modo totalmente transitorio poiché dovuto a cambiamenti e trasformazioni dettate dalla crescita, tuttavia sono le reazioni dell’ambiente e i tentativi autonomi di risoluzione, che possono stabilizzare il problema che potrebbe assumere caratteristiche patologiche.  Generalmente le caratteristiche dei bambini che sviluppano questo disturbo sono: estrema diligenza, scrupolosità, attenzione eccessiva a quanto accade nel loro ambiente di vita, forte desiderio di compiacere, tendenza al conformismo.  Le famiglie, generalmente, tendono ad essere molto unite ed accudenti ed i bambini spesso sembrano oggetto di eccessiva attenzione e preoccupazione da parte dei genitori. Segni e sintomi del disturbo d'ansia da separazione Il disturbo d’ansia da separazione è il disturbo più frequente nei bambini sotto i 12 anni e lo riconosciamo per le difficoltà del bambino (o di un adulto) di allontanarsi dalla casa o dalle figure di riferimento. La probabilità di esserne interessati diminuisce passando dall'infanzia all'adolescenza, all'età adulta, mentre è paragonabile in maschi e femmine.  A differenza delle paure e preoccupazioni transitorie che i bambini\adolescenti\adulti possono sperimentare negli occasionali allontanamenti, il disturbo d’ansia di separazione può influenzare notevolmente la vita di una persona, limitandone la capacità di impegnarsi in attività quotidiane. Sintomi fisici Tra i sintomi fisici attraverso i quali riconosciamo un disturbo d’ansia da separazione troviamo: mal di pancia, vertigini, battito cardiaco accelerato, respiro corto e sudorazione. La manifestazione di questi disturbi fisici varia in base all’età: in adolescenza è più comune riscontrare palpitazioni, mancanza d’aria e cefalea, attacchi di panico.  Sintomi comportamentali Alcuni sintomi comportamentali sono caratteristici di questo specifico disturbo. Tendenzialmente, bimbi piccoli, faticano ad esprimere una paura determinata esprimendo la fatica sostenendo di non volere, per esempio, andare a scuola. I bambini più grandi e gli adolescenti riescono invece a descrivere le loro preoccupazioni come qualcosa di “brutto” che potrebbe accadere a loro o ai genitori. Preoccupazioni comuni sono: “E se succedesse qualcosa di brutto a mamma o a papà?”, “e se mi perdessi?”, “E se non mi venisse a prendere a scuola?”. Sintomi emotivi Pianti, aggrapparsi ai genitori, scatti di rabbia sono invece sintomi emotivi dell’ansia da separazione. Tra questi riconosciamo anche la difficoltà ad addormentarsi da soli, frequenti incubi di separazione o morte di persone care. I bambini potrebbero pronunciare frasi come: “non lasciarmi solo”, “non andartene".  I bambini che soffrono di ansia da separazione potrebbero rifiutarsi di dormire in camera da soli, stare a scuola o partecipare alle attività senza qualcuno di fidato vicino.  I sintomi emotivi variano leggermente invece in adolescenza, fase in cui tale disturbo è meno comune, in cui tuttavia i ragazzi potrebbero esserne colpiti in momenti di particolare stress come il divorzio dei genitori o la perdita di una persona cara.  Da un momento all’altro potrebbero fare fatica ad andare a dormire a casa dei loro amici, andare a scuola, utilizzare mezzi pubblici.   Per approfondire come riconoscere il disturbo d'ansia da separazione negli adulti, vai a questo articolo >>   Diagnosi del Disturbo d' Ansia da Separazione Arriviamo alla domanda più richiesta, come capiamo se è ansia da separazione? Come effettuiamo la diagnosi? Per rispondere ci affidiamo ai manuali diagnostici (DSM-5, APA 2013) che ci dicono che:  Il disturbo d’ansia da separazione è una paura o ansia eccessiva e inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo che riguarda la separazione dalle figure di attaccamento, devono essere soddisfatti 3 (o più) dei seguenti criteri: Ricorrente ed eccessivo disagio quando ci si aspetta o si vive la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento. Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita delle figure di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso, come malattie, ferite, catastrofi o morte. Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento imprevisto comporti separazione dalla principale figura di attaccamento (per es., perdersi, essere rapito, avere un incidente, ammalarsi). Persistente riluttanza o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola, al lavoro o altrove per paura della separazione. Persistente ed eccessiva paura di, o riluttanza a, stare da soli o senza le principali figure di attaccamento a casa o in altri ambienti. Persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa o di andare a dormire senza avere vicino una delle principali figure di attaccamento. Ripetuti incubi che implicano il tema della separazione. Ripetute lamentele di sintomi fisici (per es., mal di testa, dolori di stomaco, nausea, vomito) quando si verifica o si prevede la separazione dalle principali figure di attaccamento. B. La paura, l'ansia o l'evitamento sono persistenti, con una durata di almeno 4 settimane nei bambini e adolescenti, e tipicamente 6 mesi o più negli adulti. C. Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. D. Il disturbo non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale.  Una diagnosi accurata, l’approfondimento del disagio nel contesto vissuto e sperimentato e un trattamento adeguato sono essenziali per aiutare i bambini, gli adulti e le loro famiglie, con Disturbo d'ansia da separazione a risolvere i sintomi e a migliorare il loro funzionamento generale. ### Sindrome dell'abbandono e autostima: rompere il ciclo Bassa autostima e psicologia: uscire dal circolo vizioso L'autostima si sviluppa nel corso della nostra vita, fin dai primi interscambi del bambino con le sue figure di accudimento, avere una bassa autostima prevede poca fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.  Tra gli elementi che la caratterizzano troviamo la fatica nell’esprimere i propri bisogni e il porsi costantemente sempre in dubbio.  La bassa autostima, come vedremo, ha una correlazione con sintomatologie depressive e ansiose tuttavia ci chiediamo quale sia la causa e quale la conseguenza: ansia e depressione generano una bassa autostima o viceversa?  I sintomi di una bassa autostima Una bassa autostima implica una sensazione di scarsa fiducia in se stessi e nelle proprie abilità. Le sensazioni dominanti sono: incompetenza e inadeguatezza, timore di sbagliare e deludere. La sensazione quindi di sentirsi costantemente in difetto.  Avere bassa autostima influenza inevitabilmente emozioni, pensieri, comportamento e atteggiamento, inoltre i segnali lanciati da coloro i quali si percepiscono incompetenti possono essere allo stesso tempo plateali ma anche estremamente sottili.   Quali sono tuttavia gli aspetti principali a cui prestare attenzione?  Innanzitutto la mancanza di fiducia in se stessi è un elemento evidente e prevalente poiché le persone con poca fiducia in se stesse tendono ad avere una mancanza di autostima e viceversa. Avere fiducia in se stessi porta inevitabilmente ad avere fiducia nel proprio valore, qualora manchi la fiducia inevitabilmente emerge la percezione di incapacità.  Le persone che hanno una bassa autostima spesso sentono di avere poco controllo sulla loro vita, o su ciò che accade loro, oltre che difficoltà di confronto con gli altri poiché il confronto spesso esita in un’auto svalutazione.  Avere difficoltà con l’autostima porta con sé anche fatica nell’esprimere i propri bisogni: esprimere dei bisogni ad alta voce chiedendo quindi aiuto può portare la persona a sperimentare disagio e vergogna, a fronte del bisogno di sostegno e aiuto.  La difficoltà nell’esprimere i propri bisogni fa spesso tandem con la presenza di preoccupazioni e dubbi costanti: dopo aver preso una decisione, la persona con bassa autostima, si chiede in continuazione se la decisione è giusta o sbagliata affidandosi spesso a pareri altrui non fidandosi del proprio punto di vista sminuendolo.  La persona con bassa autostima difficilmente accetta un commento positivo poiché a fronte di un punto di vista negativo su se stessi difficilmente si coglie e accetta un parere differente. Allo stesso tempo infatti c’è la tendenza nel parlare di se stessi in termini negativi mettendo in evidenza i difetti poiché i pregi non vengono percepiti.   La paura del fallimento è un elemento fondamentale per comprendere la bassa autostima, non avendo infatti un parere positivo in merito alle proprie abilità coloro i quali mancano di autostima spesso evitano le sfide non dando alcuna possibilità a se stessi. Questo spesso conduce a forme di autosabotaggio poichè il futuro è opaco, nero, e non si vedono possibilità di miglioramento. La paura del fallimento è connessa quindi a forme di autosabotaggio così come al compiacere gli altri, poiché non sentendosi all’altezza di nulla si tende a cercare la conferma di se stessi all’esterno.  Forme di bassa autostima portano da un lato a cercare la vicinanza, conferma e compiacimento altrui così come all’isolamento sociale poiché attraverso di esso ci si sottrae al confronto dal quale si emergerebbe inevitabilmente come falliti.  Depressione e Autostima sono inevitabilmente connesse l’una all’altra. Depressione e bassa autostima sono fra le cause più diffuse di sofferenza psicologica e spingono spesso le persone a chiedere aiuto ad uno psicologo. Molto spesso depressione e ansia sono connesse a forme di bassa autostima, tuttavia quale dei due è la causa dell’altro?  Per rispondere a questa domanda prendiamo in considerazione alcuni studi scientifici in merito che confermano, innanzitutto, che tra depressione\ansia e autostima c’è una forte correlazione.  La depressione è un disturbo dell’umore che prevede la sensazione di non riuscire a svolgere normali attività quotidiane, attività che in precedenza venivano svolte con piacere, oltre che la sensazione di anedonia, stanchezza e apatia. La valutazione di se stessi in modo negativo dettata dalla bassa autostima porta con se fortissimi dubbi, incertezze, domande, rimugini aspetti che ostacolano vivere positivamente la quotidianità. Le insicurezze e i dubbi spesso svuotano, privano di energie psicologiche, situazioni che possono condurre ad emozioni simili alla depressione.  Le ricerche quindi confermano che un soggetto che ha una visione negativa di se stesso ha infatti più possibilità di cadere in depressione. Viceversa, vi sono minori probabilità che la depressione possa portare alla scarsa autostima. Tuttavia, gli studiosi ammettono che possono esserci delle eccezioni. Bassa autostima e relazioni: Cosa significa avere una buona autostima in amore?  Avere una buona autostima in amore significa trovare equilibrio tra il non sentirsi all’altezza quindi sotto-stimarsi e all’opposto sovra-stimarsi eccessivamente: è solo grazie a questo equilibrio che è possibile trovare e costruire un incastro di coppia che permette di essere efficaci in merito agli obiettivi della coppia stessa.  Possiamo immaginare l’autostima come un continuum, ad un estremo abbiamo un’eccessiva bassa autostima e all’opposto autostima “ipertrofica” quindi alta. Coloro i quali si trovano in quest’ultimo polo spesso non lasciano spazio all’altro e sentono il bisogno di ammirazione e di lode, il partner diventa spesso uno specchio in cui riflettersi. Di contro il partner con una bassa autostima porta nella coppia le proprie insicurezze, aspetti che minano la relazione. Spesso inoltre una bassa autostima può portare la persona a cercare eccessive conferme nel partner.  E’ importante tenere presente che i meccanismi provocati dalla bassa autostima come il non credere in se stessi danno spesso vita ad un circolo vizioso da cui uscire è spesso complicato: sentirsi incapaci spesso conduce all’isolamento e alla solitudine aspetto che alimenta a sua volta la bassa autostima. Viene generato quindi un meccanismo autoperpetuante. La carenza di relazioni, a sua volta, conduce a tristezza e solitudine e, quindi, a diminuire nuovamente la propria autostima così come avere il timore costante di essere lasciati soli, abbandonati.    Per una comprensione più completa dell'ansia da separazione, inclusi cause e trattamenti, leggi questo articolo >>   Cos'è la sindrome da abbandono? La sindrome da abbandono è un insieme di sintomi e reazioni emotive che si manifestano quando una persona teme di essere abbandonata o respinta dagli altri. Questa sindrome può essere collegata alla bassa autostima, poiché spesso le persone con bassa autostima hanno una maggiore sensibilità al rifiuto e alla perdita delle relazioni Cause della sindrome da abbandono Si definisce “abbandono” l’atto di lasciare definitivamente qualcosa o qualcuno, ma è anche sinonimo di rinuncia e trascuratezza. Uno dei bisogni fondamentali dell’uomo è quello di vivere insieme ai propri simili, è insito nella genetica umana costruire e mantenere relazioni affettive significative. La conseguenza diretta è che la paura e il timore della solitudine e dell’abbandono siano una delle più frequenti sperimentate.  La paura dell'abbandono, insita nella natura dell’essere umano, porta con sé il timore dell’isolamento, dell’essere soli e dimenticati, di non avere più nessuno che si prende cura di noi. Tuttavia, se durante l’infanzia il bambino ha vissuto il processo di separazione dalla madre e/o dalle figure fondamentali di riferimento con facilità, senza forti scossoni o traumi, in età adulta saprà gestire in modo migliore le varie separazioni (fisiche e psichiche) cui potrà andare incontro, costruire quindi legami affettivi stabili.  Per approfondire le cause della sindrome dell’abbandono  possiamo evidenziare che questa paura potrebbe essere generata dall’assenza di quel processo che Margaret Mahler ha definito “separazione- individuazione”.   Questo è infatti un processo intrapsichico costruito da due percorsi di sviluppo che si intrecciano tra loro e che non sempre procedono contemporaneamente.  “L’individuazione” è quel processo che prevede l’evoluzione dell’autonomia, in particolare autonomia nella percezione, esame di realtà, memoria; si parla invece di “separazione” quando ci riferiamo a quel processo di differenziazione dall’altro, genitore o figura di riferimento, attraverso l’impostazione di confini sani.  Qualora il processo di “individuazione e separazione” venga interrotto o non si concluda l’individuo sarà in difficoltà nel percepirsi autonomo, capace, autosufficiente e separato dall’individuo che lo ha generato e cresciuto pertanto terrorizzato all’idea di essere lasciato solo.    Sintomi della sindrome da abbandono L’ansia da separazione è un elemento estremamente frequente nello sviluppo dei neonati e bambini, raggiunge tendenzialmente il picco tra i 10 e i 18 mesi e potrebbe durare fino ai tre anni del bambino. L’espressione della preoccupazione di essere lasciati soli e abbandonati è estremamente frequente tuttavia diviene problematica quando la sintomatologia persiste per un periodo di 4 anni.    Ci sono alcuni segnali che rendono riconoscibile la sindrome d’abbandono nonostante non sia così facilmente distinguibile dalla tendenza dei piccoli nell’avere timore di essere lasciati soli.  L’ipercontrollo e il bisogno di sapere costantemente cosa sta facendo o cosa prova l’altra persona è un aspetto prevalente connesso al tentativo di far sentire l’altro responsabile della propria felicità e\o infelicità quindi ricatto emotivo.  La manipolazione è un’altra tendenza che porta il partner a modificare pensieri e comportamenti a discapito dell’autenticità, in connessione al vittimismo poiché coloro che soffrono di sindrome dell’abbandono tendono, attraverso di esso, ad attirare l’attenzione altrui.   La sindrome dell’abbandono inoltre prevede alcuni sintomi psicologici, fisici e comportamentali tra i quali:   paura di prendere posizioni nette difficoltà nel prendere decisioni importanti e il bisogno di chiedere consigli in continuazione difficoltà a lasciare  ipersensibilità alle critiche  paura di non essere ascoltati difficoltà nel fidarsi e nello stringere legami affettivi di qualsiasi natura rabbia e attacchi d’ira  attacchi d’ansia e di pianto  Diagnosi e trattamento della sindrome da abbandono Per effettuare una diagnosi di Sindrome dell’Abbandono è fondamentale rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta nonché ad un centro esperti in questo. Non esistono infatti test costruiti ad hoc tuttavia ci sono forme di test utilizzabili allo scopo. In associazione a ciò è importantissimo affidarsi ad un percorso di terapia grazie al quale sperimentare una relazione, la relazione terapeutica, in cui sentirsi al sicuro nell’esplorare le proprie emozioni.  Processo diagnostico della sindrome da abbandono e opzioni di trattamento Non esistono dei veri e propri test diagnostici per la sindrome da abbandono, tuttavia lo psicologo ha a disposizione alcuni strumenti che possono essere utili nell’osservare dinamiche relazionali ripetitive e rigide.  In questo senso il colloquio clinico e la relazione paziente-terapeuta si rivelano preziosi strumenti, che permettono di esplorare come ci si rappresenta in relazione all’altro, ma anche l’emergere di specifiche dinamiche relazionali. Alcuni momenti del percorso di terapia, come ad esempio allungare il tempo tra un colloquio e il successivo, possono infatti portare il paziente a sentirsi abbandonato.  Un eventuale modalità per effettuare un test per la paura dell’abbandono è la valutazione dello stile di attaccamento, che negli adulti viene realizzata attraverso strumenti come l’Adult Attachment Interview. Questo è uno strumento realizzato da George, Kaplan e Main (1987) ed è un questionario semi-strutturato in cui si registrano delle interviste che saranno classificate secondo diversi parametri. Attraverso questo strumento sono stati definiti tre modelli di rappresentazione interna del sé e delle figure di attaccamento in età adulta.  Risulta tuttavia fondamentale rivolgersi ad un professionista, psicologo psicoterapeuta, per effettuare un percorso di psicoterapia che incoraggia l’emergere di determinati contenuti e processi. Attraverso la psicoterapia si può portare alla luce i pattern relazionali interiorizzati delle prime esperienze significative, per esempio con i propri genitori all’interno del proprio ambiente di vita e come questi poi sono stati replicati in età adulta. Questi legami possono essere compresi, approfonditi e rivissuti grazie alla relazione terapeutica, esperienza emotiva fondamentale.  Grazie allo stabilirsi della relazione terapeutica è possibile creare uno spazio in cui concedersi affetti difficili da raccontare, prima inconsci. E’ possibile infatti affrontare la paura di perdere una persona, come superare l'abbandono presunto e aspettato e le emozioni conseguenti, facendo affidamento sulla relazione sicura con il terapeuta.  Grazie alla psicoterapia inoltre si possono ristrutturare confini sani nelle relazioni che permettono di evitare forme di co-dipendenza, ovvero comportamenti tesi alla ricerca di compiacimento, aspetto che ostacola la creazione di relazioni sane.  ### Sindrome dell'abbandono e stili di attaccamento nei bambini La sindrome dell’abbandono è una delle condizioni psicologiche che incontro più frequentemente nel mio lavoro clinico. Si manifesta come una paura profonda e persistente di essere lasciati, rifiutati o dimenticati dalle persone significative della propria vita — il partner, un genitore, un amico stretto. Non si tratta di una semplice preoccupazione passeggera: chi vive questa condizione sperimenta un’angoscia abbandonica che può condizionare ogni relazione, ogni scelta, ogni giornata. In questo articolo approfondisco i temi che ho trattato nel video qui sopra. Vedremo insieme cos’è esattamente la sindrome dell’abbandono, quali sono le sue cause — spesso radicate nell’infanzia —, come si manifesta negli adulti e nei bambini, e soprattutto cosa si può fare per superarla. Se ti riconosci in queste parole, sappi che non sei solo e che un percorso di cambiamento è possibile. Cos’è la sindrome dell’abbandono La sindrome dell’abbandono è una condizione psicologica caratterizzata da un timore intenso e pervasivo di essere abbandonati, rifiutati o lasciati soli dalle figure affettive di riferimento. Questa paura genera angoscia, ipervigilanza nelle relazioni e comportamenti disfunzionali che possono compromettere significativamente la qualità della vita. È importante precisare che la sindrome dell’abbandono non è un disturbo codificato nel DSM-5 come diagnosi a sé stante: si tratta di un costrutto clinico riconosciuto nella pratica psicoterapeutica, che descrive un insieme coerente di sintomi emotivi, cognitivi e comportamentali. Tra i primi a utilizzare il termine «sindrome dell’abbandono» fu lo psicoanalista svizzero Germaine Guex, a metà del Novecento, per indicare un quadro clinico in cui predominano l’angoscia dell’abbandono e il bisogno di sicurezza. Guex sottolineava un aspetto fondamentale: questa condizione non dipende necessariamente da un abbandono reale subito nell’infanzia, ma può derivare da un atteggiamento della figura di riferimento vissuto dal bambino come un rifiuto. La differenza rispetto a una normale paura della solitudine è nell’intensità e nella pervasività: tutti possiamo temere di perdere una persona cara, ma nella sindrome da abbandono questa paura diventa il filtro attraverso cui si interpretano tutte le relazioni. Il soggetto abbandonico vive un profondo senso di abbandono anche quando, oggettivamente, non c’è un reale rischio di perdita. Un messaggio non risposto, un ritardo, un tono di voce diverso dal solito possono scatenare un’angoscia sproporzionata. Quali sono le cause della sindrome dell’abbandono Le cause della sindrome dell’abbandono sono quasi sempre riconducibili a esperienze precoci che hanno compromesso la costruzione di un legame sicuro con le figure di riferimento. Non esiste una causa unica: si tratta di una combinazione di fattori che interagiscono tra loro nel corso dello sviluppo. Traumi infantili e abbandono genitoriale La causa più frequente è un trauma da abbandono vissuto nell’infanzia. Può trattarsi di un abbandono fisico reale — un genitore che se ne va, una separazione traumatica, la perdita di una figura di riferimento — oppure di un abbandono emotivo, meno visibile ma altrettanto doloroso: un genitore presente fisicamente ma assente sul piano affettivo, incapace di sintonizzarsi sui bisogni emotivi del bambino. Nella mia esperienza clinica, l’abbandono del padre o della madre non deve essere necessariamente drammatico per lasciare un segno profondo. Anche situazioni apparentemente “normali” come una separazione gestita male tra i genitori, lunghi periodi di assenza per motivi lavorativi o una malattia che allontana il genitore possono generare nel bambino la convinzione di non poter contare su nessuno. Da questa ferita precoce si sviluppa la paura di essere abbandonati che, se non elaborata, può trasformarsi in una vera e propria fobia dell’abbandono — un’angoscia da abbandono così intensa da condizionare ogni relazione significativa. Stile di attaccamento insicuro Secondo la teoria dell’attaccamento di John Bowlby, il legame che si forma tra il bambino e la figura di accudimento principale è il modello su cui si costruiscono tutte le relazioni future. Quando questo legame è caratterizzato da incoerenza, trascuratezza o imprevedibilità, il bambino sviluppa uno stile di attaccamento insicuro che porterà con sé nell’età adulta. Le ricerche stimano che circa il 40% della popolazione adulta presenti uno stile di attaccamento insicuro, nelle sue diverse forme: evitante, ansioso-ambivalente o disorganizzato. Questo dato, emerso da ampi studi epidemiologici come il National Comorbidity Survey statunitense, ci dice quanto sia diffusa questa vulnerabilità. Esperienze relazionali traumatiche in età adulta Non tutte le radici della sindrome abbandonica affondano nell’infanzia. Anche in età adulta, esperienze come la fine improvvisa di una relazione importante, il ghosting (l’interruzione di ogni contatto senza spiegazione), un lutto improvviso o un tradimento possono riattivare o generare ex novo una paura dell’abbandono intensa e debilitante. Fattori temperamentali e sensibilità individuale Esiste anche una componente temperamentale: alcune persone nascono con una maggiore sensibilità emotiva e reattività allo stress, che le rende più vulnerabili agli effetti delle esperienze negative. Questa predisposizione, combinata con un ambiente familiare instabile, crea il terreno ideale per lo sviluppo della sindrome abbandonica. Sintomi e manifestazioni: come riconoscere la sindrome dell’abbandono La sindrome dell’abbandono si manifesta attraverso un insieme di sintomi emotivi, cognitivi e comportamentali che si influenzano reciprocamente, creando spesso un circolo vizioso difficile da interrompere senza un aiuto professionale. Quello che osservo nei pazienti che seguo è che questi sintomi raramente si presentano isolati: tendono a formare un pattern riconoscibile che invade diverse aree della vita. Sintomi emotivi •        Angoscia abbandonica: un senso di paura profonda e costante all’idea di perdere le persone amate, che può emergere anche in assenza di segnali reali di allontanamento •        Ansia da abbandono: stato di allarme persistente, con ipervigilanza verso qualsiasi segnale che possa indicare un possibile distacco •        Crisi di abbandono: episodi acuti di angoscia, pianto inconsolabile o rabbia intensa scatenati da separazioni anche brevi o da percezioni di rifiuto •        Senso di vuoto: una sensazione cronica di incompletezza, come se mancasse sempre qualcosa di essenziale •        Depressione da abbandono: tristezza profonda, perdita di motivazione e di interesse per le attività quotidiane Sintomi cognitivi •        Pensiero catastrofico: la tendenza a interpretare ogni ambiguità relazionale come conferma dell’imminente abbandono (“non mi ha risposto, quindi non gli importa di me”) •        Ipervigilanza relazionale: monitoraggio costante del comportamento dell’altro, alla ricerca di “prove” del suo distacco •        Bassa autostima e senso di inadeguatezza: la convinzione profonda di non essere degni di amore e di meritare l’abbandono •        Ruminazione: pensieri ripetitivi e intrusivi sulla possibilità di essere lasciati Sintomi comportamentali •        Dipendenza affettiva: un bisogno eccessivo di rassicurazioni, conferme e vicinanza costante dal partner o dalle figure di riferimento •        Controllo eccessivo: il bisogno di sapere sempre dove si trova l’altro, cosa fa, con chi è •        Sabotaggio relazionale: paradossalmente, la paura di essere abbandonati porta spesso a comportamenti che provocano proprio ciò che si teme — gelosia eccessiva, accuse infondate, allontanamento preventivo •        Evitamento delle relazioni: alcune persone, per proteggersi dal dolore, scelgono di non legarsi affettivamente a nessuno •        Ricatto emotivo e vittimismo: comportamenti manipolativi inconsapevoli, finalizzati a trattenere l’altro attraverso il senso di colpa Sintomi fisici La sindrome dell’abbandono ha anche manifestazioni somatiche importanti: disturbi del sonno, cefalee frequenti, problemi gastrointestinali, stanchezza cronica, tensione muscolare e, nei momenti più acuti, veri e propri attacchi di panico. La sindrome dell’abbandono nei bambini Nei bambini, la sindrome dell’abbandono si manifesta in modo diverso rispetto agli adulti e va distinta con attenzione dall’ansia da separazione fisiologica, che è una tappa normale dello sviluppo. Tutti i bambini attraversano periodi in cui protestano quando il genitore si allontana: è un comportamento sano che segnala un attaccamento in costruzione. Il problema emerge quando questa paura diventa costante, intensa e non si attenua con la crescita. Segnali d’allarme da osservare •        Ansia e paura costanti di essere lasciati o separati dai genitori, anche in contesti sicuri •        Comportamenti regressivi: tornare a bagnare il letto, parlare come un bambino più piccolo, rifiutarsi di dormire da solo •        Difficoltà di concentrazione e calo del rendimento scolastico •        Sintomi fisici ricorrenti senza causa medica: mal di stomaco, mal di testa, nausea •        Rabbia e irritabilità eccessive, soprattutto nei momenti di distacco •        Ritiro sociale o, al contrario, attaccamento eccessivo a un adulto di riferimento Abbandono genitoriale: quando un genitore se ne va L’abbandono genitoriale — che si tratti dell’abbandono del padre o della madre — rappresenta uno dei fattori di rischio più significativi. Non parlo solo dell’abbandono fisico: anche un genitore emotivamente assente, imprevedibile nelle sue risposte affettive o cronicamente indisponibile può generare nel bambino le stesse dinamiche. Come spiego spesso ai genitori che incontro nel mio lavoro: il bambino non ha gli strumenti cognitivi per comprendere le ragioni dell’assenza di un genitore. Un bambino di tre o cinque anni non può capire che il papà se n’è andato per problemi di coppia, non per colpa sua. Quello che il bambino sente è: “Se ne è andato perché non valgo abbastanza.” Questa convinzione, se non elaborata, può accompagnarlo per tutta la vita. Il ruolo degli stili di attaccamento La paura dell’abbandono influenza direttamente la formazione degli stili di attaccamento. Un bambino che teme costantemente di essere lasciato può sviluppare un attaccamento evitante (imparando a “non aver bisogno di nessuno” come difesa) oppure un attaccamento ansioso-ambivalente (cercando disperatamente vicinanza ma non riuscendo mai a sentirsi sicuro). Nei casi più gravi, quando l’ambiente è fonte sia di paura che di conforto, si può sviluppare un attaccamento disorganizzato, che la ricerca associa al rischio più elevato di difficoltà psicologiche in età adulta. [LINK INTERNO: ] APPROFONDIMENTO: Stili di attaccamento e relazioni sentimentali Come la paura dell’abbandono influisce sulle relazioni La paura di perdere una persona amata è probabilmente l’ambito in cui la sindrome abbandonica si manifesta con maggiore forza. L’abbandono in amore — reale o temuto — attiva ferite profonde che spesso hanno radici antiche, trasformando la relazione di coppia nel terreno dove si giocano le battaglie emotive più intense. Pattern relazionali disfunzionali Quello che osservo frequentemente nella pratica clinica è un ciclo che si ripete: la persona con sindrome abbandonica entra nella relazione con un grande bisogno di vicinanza e rassicurazione, che inizialmente può essere scambiato per passione o dedizione. Con il tempo, però, il bisogno diventa pressante e il partner inizia a sentirsi controllato e soffocato. Questo genera distanza, che la persona abbandonica interpreta come conferma dei propri timori, aumentando i comportamenti di controllo. È un ciclo che, se non interrotto, porta spesso alla fine della relazione — realizzando proprio la profezia temuta. Dipendenza affettiva e gelosia patologica La dipendenza affettiva è una delle manifestazioni più comuni: la persona costruisce la propria identità e il proprio benessere attorno alla relazione, al punto da non riuscire a concepire la propria esistenza senza il partner. Questo si accompagna frequentemente a una gelosia patologica che non ha basi nella realtà dei fatti, ma nella percezione distorta generata dalla paura dell’abbandono. [LINK INTERNO: dipendenza affettiva] Il ciclo ansia-evitamento Un aspetto che trovo particolarmente importante è il paradosso di chi, per proteggersi dal dolore dell’abbandono, evita di legarsi. Queste persone possono apparire fredde e distaccate, ma sotto la superficie il meccanismo è lo stesso: la paura di perdere le persone è così intensa che sembra meglio non averne affatto. È una strategia di sopravvivenza che funziona nel breve termine, ma che priva di una delle esperienze più importanti della vita: la connessione autentica con un altro essere umano. Sindrome dell’abbandono, ansia e depressione La sindrome dell’abbandono raramente si presenta in modo isolato. Nella mia esperienza, la maggior parte delle persone che ne soffre convive anche con sintomi ansiosi o depressivi significativi, in quella che i clinici chiamano comorbilità. Comprendere queste connessioni è fondamentale per impostare un percorso terapeutico efficace. Ansia abbandonica e disturbo d’ansia L’ansia da abbandono è il sintomo cardine della sindrome. Quando diventa cronica e pervasiva, può sfociare in un vero e proprio disturbo d’ansia. Il DSM-5 codifica il Disturbo d’ansia da separazione (che può essere diagnosticato anche negli adulti, non solo nei bambini), caratterizzato da paura eccessiva e inappropriata riguardo alla separazione da figure di attaccamento. Questo disturbo è correlato ma distinto dalla sindrome abbandonica, che è più ampia e non si limita all’ansia da separazione. La ricerca mostra che le persone con attaccamento insicuro di tipo ansioso hanno un rischio doppio di sviluppare depressione clinica rispetto a chi ha un attaccamento sicuro, e che l’attaccamento evitante si associa a una prevalenza del 40% superiore di disturbi d’ansia. Depressione da abbandono La depressione da abbandono si sviluppa spesso come conseguenza dell’esaurimento emotivo causato dalla vigilanza costante e dalla fatica di relazioni instabili. Le persone abbandonate — o che si percepiscono tali — descrivono una sensazione di vuoto, abulia, perdita del senso della vita. È come se l’energia impiegata per controllare la relazione e prevenire l’abbandono non lasciasse risorse per nient’altro. Il collegamento con il disturbo borderline di personalità È importante menzionare il legame tra sindrome dell’abbandono e disturbo borderline di personalità (BPD). Il DSM-5-TR include tra i criteri diagnostici del BPD proprio gli “sforzi disperati per evitare un abbandono reale o immaginato”. La paura dell’abbandono nel BPD ha un’intensità estrema e si associa a impulsività, instabilità dell’immagine di sé e disregolazione emotiva severa. Questo non significa che chi soffre di sindrome dell’abbandono abbia un disturbo borderline. La prevalenza del BPD nella popolazione generale è stimata tra l’1,4% e il 2,7%, mentre la paura dell’abbandono in forme diverse è molto più diffusa. Tuttavia, se i sintomi sono molto intensi, accompagnati da forte impulsività e instabilità nelle relazioni, è importante che un professionista valuti il quadro complessivo. Come superare la sindrome dell’abbandono Superare la sindrome dell’abbandono è possibile, ma richiede tempo, impegno e nella maggior parte dei casi il supporto di un professionista. Il lavoro non consiste nel eliminare la paura — un certo grado di timore di perdere le persone care è parte dell’esperienza umana — ma nel ridurne l’intensità e soprattutto nel modificare i pattern di pensiero e di comportamento che ne derivano. Percorsi terapeutici efficaci La psicoterapia è il percorso più efficace per affrontare la sindrome dell’abbandono. Diversi approcci hanno dimostrato risultati significativi: •        Psicoterapia psicodinamica e psicoanalitica: esplora le radici profonde della paura dell’abbandono, lavorando sulla relazione terapeutica come luogo in cui sperimentare un legame sicuro e stabile. È particolarmente indicata quando le origini della sindrome sono precoci e profonde •        Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): lavora sulla ristrutturazione dei pensieri catastrofici, sull’esposizione graduale alle situazioni temute e sul miglioramento delle abilità relazionali. La ricerca indica che può migliorare significativamente i sintomi ansiosi associati all’attaccamento insicuro •        Schema Therapy: combina elementi cognitivi, comportamentali e psicodinamici, lavorando specificamente sugli “schemi maladattivi precoci”, tra cui lo schema di abbandono. Studi indicano che può risolvere i pattern di attaccamento insicuro in oltre la metà dei casi trattati •        Terapia sistemico-relazionale: considera il sintomo nel contesto delle relazioni familiari e di coppia, lavorando non solo sull’individuo ma sul sistema di relazioni in cui è inserito. Nel mio lavoro, questo approccio mi permette di coinvolgere anche il partner o la famiglia nel percorso Strategie pratiche di consapevolezza Accanto al percorso terapeutico, ci sono alcuni passi che possono aiutare nel quotidiano: •        Riconoscere il pattern: il primo passo è diventare consapevoli di quando la paura dell’abbandono si attiva. Imparare a riconoscere i propri “trigger” — quelle situazioni che scatenano l’angoscia — è fondamentale •        Distinguere passato e presente: chiedersi “Questa paura appartiene alla situazione attuale o sto rivivendo qualcosa del passato?” può aiutare a interrompere la reazione automatica •        Costruire la tolleranza alla solitudine: imparare a stare bene con sé stessi è uno degli obiettivi terapeutici più importanti. Non significa isolarsi, ma scoprire di poter esistere anche senza la costante presenza dell’altro •        Comunicare i propri bisogni: esprimere apertamente le proprie paure al partner, senza ricorrere a strategie manipolative, è un passo cruciale verso relazioni più sane Quando rivolgersi a uno psicoterapeuta Come spiego spesso ai pazienti, il momento giusto per chiedere aiuto non è quando il dolore diventa insopportabile — è prima. Se riconosci che la paura di essere lasciato condiziona le tue relazioni, se ti accorgi di mettere in atto comportamenti di controllo o di evitamento che non vorresti, se i tuoi rapporti affettivi seguono sempre lo stesso schema doloroso, un percorso di psicoterapia può fare una differenza concreta. La buona notizia, supportata dalla ricerca, è che gli stili di attaccamento possono essere modificati anche in età adulta. Le terapie focalizzate sull’attaccamento hanno dimostrato di poter spostare una quota significativa di persone da uno stile insicuro a uno sicuro, con benefici che si estendono a tutte le aree della vita relazionale. Domande frequenti sulla sindrome dell’abbandono Cos’è l’angoscia abbandonica e come si distingue dall’ansia da separazione? L’angoscia abbandonica è una paura profonda e radicata di essere abbandonati che permea l’intera vita relazionale della persona, spesso originata da esperienze infantili. L’ansia da separazione è una reazione specifica al distacco da una figura di attaccamento. L’angoscia abbandonica è più ampia e persistente: non si attiva solo al momento della separazione, ma è presente anche quando la relazione è stabile. Si può guarire dalla sindrome dell’abbandono? Sì, è possibile superare la sindrome dell’abbandono. Il percorso richiede un lavoro terapeutico mirato sulle radici della paura e sulla costruzione di nuovi modelli relazionali. La ricerca mostra che le terapie focalizzate sull’attaccamento possono modificare gli stili insicuri anche in età adulta, migliorando significativamente la qualità delle relazioni e il benessere emotivo. La sindrome dell’abbandono è un disturbo riconosciuto dal DSM-5? No, la sindrome dell’abbandono non è classificata come diagnosi formale nel DSM-5. È un costrutto clinico utilizzato in psicoterapia per descrivere un insieme coerente di sintomi legati alla paura dell’abbandono. Il DSM-5 riconosce il Disturbo d’ansia da separazione, che è correlato ma distinto. Qual è il legame tra sindrome dell’abbandono e dipendenza affettiva? La dipendenza affettiva è spesso una conseguenza della sindrome dell’abbandono. La paura di essere lasciati porta a costruire la propria identità attorno alla relazione, rendendo il partner indispensabile per il proprio equilibrio emotivo. Questo crea un legame basato sul bisogno anziché sulla scelta, che è alla base della dipendenza affettiva. Come si manifesta la sindrome dell’abbandono in amore? Nelle relazioni sentimentali si manifesta con gelosia eccessiva, bisogno costante di rassicurazioni, controllo del partner, difficoltà a tollerare anche brevi separazioni e tendenza a interpretare ogni ambiguità come segnale di abbandono imminente. Paradossalmente, questi comportamenti possono allontanare il partner, realizzando ciò che si teme. Il trauma da abbandono infantile può avere conseguenze nella vita adulta? Sì, le conseguenze possono essere significative e durature. Un trauma da abbandono non elaborato può portare a difficoltà nel creare relazioni stabili, bassa autostima, vulnerabilità a disturbi d’ansia e depressione, e la tendenza a ripetere pattern relazionali disfunzionali. La psicoterapia è lo strumento più efficace per elaborare questi traumi e interrompere il ciclo. Se ti riconosci in ciò che hai letto, se senti che la paura dell’abbandono sta condizionando le tue relazioni e la tua qualità della vita, sappi che non c’è nulla di sbagliato in te. Quella paura ha una storia e un senso, e può essere affrontata. Se vuoi parlarne con me, puoi prenotare un primo colloquio conoscitivo: sarà l’occasione per capire insieme da dove partire. ### Come riconoscere il disturbo d'ansia da separazione negli adulti Definizione del disturbo d'ansia da separazione Negli ultimi 60 anni molti studi di psicologia hanno evidenziato l’esistenza di una forma di ansia da separazione specifica dell’adulto che può sopraggiungere a qualsiasi età e non sempre è il corrispettivo del disturbo d’ansia da separazione infantile.  Segni e sintomi della condizione Il disturbo d’ansia da separazione, nell’adulto come nel bambino, rappresenta una vera e propria angoscia abbandonica: il timore di essere lasciati soli e di perdere il luogo e la persona di riferimento portano il soggetto a mettere in atto comportamenti preventivi come un'eccessiva vicinanza al coniuge o al genitore.  Dal periodo dell’adolescenza in poi alcune forme di ansia da separazione possono emergere come rifiuto scolastico, paura che possa succedere qualcosa ai genitori oppure una paura più generica in merito all’eventuale accadere di eventi che compromettono legami affettivi importanti.  Insieme a questi sintomi, nell’ansia da separazione dell’adulto, riconosciamo anche manifestazioni tipiche del disturbo infantile come il non voler lasciare un luogo avvertito sicuro e rassicurante, così come il timore di dormire soli da cui problematiche riguardo il sonno. Un elemento importante che identifica l’ansia da separazione in adolescenza\prima età adulta è il non voler lasciare la figura principale d’attaccamento in un periodo, l’adolescenza, in cui tendenzialmente si verifica il comportamento opposto.  Nell’adulto l’ansia da separazione si verifica con il tipico sintomo dell’aver timore di lasciare il proprio luogo sicuro, ciò che principalmente tuttavia la caratterizza è il pensiero anticipatorio. Ancor prima di essere lontani dal proprio luogo sicuro o dalle persone di riferimento l’adulto ha “paura della paura” anticipando l’emozione che poi vivrà. La paura persistente che possa accadere qualcosa di brutto alle figure principali d’attaccamento oppure che possa avvenire un evento che causi una repentina separazioni sono estremamente persistenti nell’adulto che prova ansia da separazione. Il timore per la propria e\o altrui incolumità è una caratteristica di questa condizione poiché rappresenta il timore dell’allontanamento.  Nell’adulto spesso l’ansia da separazione si manifesta con un comportamento di dipendenza dal partner: uno dei due partner si annulla per soddisfare l’altro, che a sua volta tende a mettere distanza. Tendenzialmente l’ansia da separazione rende l’adulto quasi incapace di svolgere compiti quotidiani in autonomia investendo la coppia di responsabilità.  Cause del disturbo d'ansia da separazione In merito al disturbo d’ansia da separazione nell’adulto possiamo identificare una serie di fattori predisponenti tra cui alcuni genetici, psicologici ed ambientali.  Fattori genetici, psicologici e ambientali E’ verificato da recenti esperimenti la correlazione tra Disturbo da Stress Post Traumatico e Disturbo D'ansia Da Separazione nell’adulto poichè spesso eventi vissuti come traumatici possono condurre alla sperimentazione di questa tipologia di emozioni. Alcuni eventi come un lutto, un divorzio oppure una separazione, vissuti come traumatici, potrebbero generare una successiva fatica nell’affrontare situazioni di allontanamento e distanza, situazioni che prima dell’evento traumatico venivano affrontate con naturalezza.  Un altro fattore predisponente all’ansia da separazione da adulto è l’aver vissuto ansia da separazione da piccoli. L’adulto che da bambino ha vissuto il timore di essere lasciato solo e abbandonato potrebbe aver sviluppato una forma di sfiducia nei confronti delle relazioni quindi aver inficiato la percezione di sicurezza nelle relazioni. La presenza di un disturbo d’ansia da separazione nell’infanzia, se non approfondito, potrebbe condurre pertanto ad una conseguente difficoltà nell’adulto.  L’ansia da separazione nell’adulto si è visto, in recenti studi, avere una forma di correlazione con altri disturbi dello spettro fobico come il disturbo di panico, l’ansia generalizzata e la dipendenza affettiva.  Da un punto di vista genetico e neurobiologico alcuni filoni di ricerca si sono focalizzati sulle correlazioni tra alcune proteine e l’ossitocina in particolar modo in merito al loro ruolo nell’influenzare funzioni cognitive e comportamentali legate  all’ansia.    Per approfondire come gli stili di attaccamento nei bambini possono influenzare l'ansia da separazione in età adulta, leggi questo articolo >>   Diagnosi del disturbo d'ansia da separazione negli adulti Sintomi fisici o comportamenti che potrebbero indicare un disturbo d'ansia Il disturbo d’ansia da separazione nell’adulto può essere riconosciuto attraverso la manifestazione e l’osservazione di determinate reazioni comportamentali.  Innanzitutto la preoccupazione per la separazione può manifestarsi con una paura, quasi ossessiva, in merito all’incolumità fisica e\o psicologica delle persone care. Questa paura può diventare un elemento che interferisce con il normale svolgimento delle attività quotidiane.  La dipendenza da una persona di riferimento e la conseguente fatica nel passare del tempo soli, lontani da essa, come dormire soli è un elemento fondamentale per riconoscere l’ansia da separazione nell’adulto. Collegato a ciò spesso riscontriamo l’evitamento di tutte quelle situazioni che possono condurre all’allontanamento dalla figura di riferimento.  Tra le manifestazioni fisiche invece riconosciamo sintomi tipici di altre forme d’ansia:          Palpitazioni o aumento della frequenza cardiaca. Sensazioni di soffocamento o difficoltà respiratorie. Sensazione di svenimento o capogiri. Tensione muscolare, tremori o sudorazione eccessiva. Problemi gastrointestinali, come dolore addominale, nausea o diarrea Utilizzo di una figura di riferimento per determinare la gravità dei sintomi La figura di riferimento, sia per l’adulto che per il bambino, è di fondamentale importanza per approfondire la gravità e la profondità delle emozioni vissute e dei sintomi che la persona prova.  I professionisti della salute mentale possono intervistare i caregiver per ottenere una prospettiva esterna sui comportamenti, sulle reazioni e sulle difficoltà che il paziente sperimenta quando si separa dalla figura di riferimento.  Oltretutto è possibile effettuare colloqui congiunti in cui è presente sia la figura di riferimento che la persona che sperimenta ansia da separazione affinché si possa condurre un colloquio che approfondisca l’intero sistema in cui i sintomi si inseriscono.  Attraverso e grazie l’aiuto e il supporto della figura di riferimento si può inoltre incoraggiare il paziente a tenere un diario in cui egli annota emozioni, sensazioni, dubbi, sintomi. Grazie a questo diario si può annotare la durata, l’intensità e cosa li ha scatenati. Questo strumento diviene molto utile per valutare la profondità dei sintomi nonché la loro specificità.   Diagnosi secondo il manuale DSM-5 Per esporre i criteri diagnostici di questo disturbo facciamo riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, quinta edizione (DSM-5, APA 2013), è bene tuttavia ricordare che nel DSM-IV e nel DSM-IV-TR il disturbo d'ansia di separazione era incluso nei disturbi generalmente diagnosticati nell'infanzia, nella fanciullezza o nell'adolescenza (DSM-IV-TR, APA 2000). Nel DSM-5 il disturbo viene invece incluso nei disturbi d'ansia nonostante tuttora la diagnosi sia effettuata in particolar modo in età evolutiva.  Di seguito i principali criteri:  A. Paura o ansia eccessiva e inappropriata rispetto allo stadio di sviluppo che riguarda la separazione da coloro ai quali l'individuo è attaccato, come evidenziato da tre (o più) dei seguenti criteri: Ricorrente ed eccessivo disagio quando si prevede o si sperimenta la separazione da casa o dalle principali figure di attaccamento. Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita delle figure di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualcosa di dannoso, come malattie, ferite, catastrofi o morte. Persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento imprevisto comporti separazione dalla principale figura di attaccamento (per es., perdersi, essere rapito, avere un incidente, ammalarsi). Persistente riluttanza o rifiuto di uscire di casa per andare a scuola, al lavoro o altrove per paura della separazione. Persistente ed eccessiva paura di, o riluttanza a, stare da soli o senza le principali figure di attaccamento a casa o in altri ambienti. Persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa o di andare a dormire senza avere vicino una delle principali figure di attaccamento. Ripetuti incubi che implicano il tema della separazione. Ripetute lamentele di sintomi fisici (per es., mal di testa, dolori di stomaco, nausea, vomito) quando si verifica o si prevede la separazione dalle principali figure di attaccamento. Nel Manuale Diagnostico viene inoltre sottolineato che i sintomi devono avere una durata di almeno 4 settimane nei bambini e 6 mesi negli adulti e devono inoltre compromettere il normale funzionamento quotidiano del soggetto.  Opzioni di trattamento per il disturbo d'ansia da separazione negli adulti Dopo aver approfondito come divenire consapevoli di questa difficoltà è importante prestare attenzione a come farvi fronte. Come spesso abbiamo sottolineato è bene valutare di effettuare un percorso di psicoterapia che preveda eventualmente anche la presenza del partner (qualora esso sia la figura di riferimento da cui è difficile prendere le distanze). Naturalmente è possibile valutare di effettuare percorsi individuali, i quali, indipendentemente dalla specializzazione dello psicoterapeuta, avranno come obiettivo favorire un processo di acquisizione di autonomia ovvero favorire il processo di consapevolizzazione e percezione di individualità. Per affrontare queste emozioni è importante condurre la persona alla percezione che è utile osservare la figura di riferimento con una certa distanza, senza investirla di eccessive aspettative in merito alla soddisfazione dei bisogni.   tuttavia gestire le emozioni conseguenti ad una separazione non è mai facile e banale infatti, in piccole forme, ognuno di noi ha vissuto emozioni simili all’ansia da separazione qui spiegata.  ### Quando un amore finisce La fine di un amore può essere difficile da accettare. Come posso capire che la relazione di coppia è finita? Come si comprende quando un amore muore? Quando una storia finita trasforma due amanti in amici o perfetti sconosciuti? Ci sono diverse fasi che accompagnano questo processo. Cercherò di sintetizzarle e di rifletterci sopra, in modo da renderle più chiare per tutti e, se siamo ancora in tempo, tentare di recuperare la relazione attraverso una terapia di coppia. Comprendere la Fine di un Amore: Le Fasi Queste fasi sono la disillusione, la disaffezione e l'indifferenza o apatia. Questi sono i tre macro-stadi in cui un amore può trovarsi quando muore. La Disillusione La disillusione, ovvero la comprensione che ciò che stiamo vivendo nella nostra relazione di coppia è estremamente lontano da ciò che desideriamo o, meglio ancora, da ciò che pensavamo potesse essere fino a un momento prima. Di solito si arriva alla disillusione quando ci rendiamo conto che da un lato c'è una storia che, come abbiamo sempre sentito raccontare, potrebbe essere quella cosa lì, potrebbe offrirci queste prospettive, potrebbe portarci a un equilibrio, potremmo diventare così. La Discrepanza tra Aspettative e Realtà Ma ciò che viviamo ora è completamente diverso, completamente distante. Non in opposizione, ma molto lontano da ciò che potremmo essere. Quindi abbiamo una storia idilliaca che ci è stata raccontata e una storia vissuta piena di problemi di coppia, difficoltà, crisi e così via. E ancora più doloroso, ma molto comune, è la chiara consapevolezza di non fare nulla di concreto, di non avere chiari passi da compiere per raggiungere la meta desiderata, ovvero l'equilibrio e il benessere tanto ambiti. Questo cambiamento nella relazione può portare a una disillusione profonda. La Disaffezione Poi c'è una fase di disaffezione. La disaffezione è principalmente caratterizzata da risentimento. Viene dopo la fase di disillusione e implica un distacco emotivo e affettivo nei confronti dell'altra persona. Siamo poco interessati a trascorrere del tempo insieme, anzi, tendiamo a prendere grandi respiri. Diventiamo intolleranti verso piccole cose che magari fino a quel momento non ci avevano particolarmente infastidito. L'Indifferenza Il sentimento, anche se negativo, vissuto nella fase di disaffezione, si trasforma in apatia, diventa indifferenza. La persona perde tutto il suo fascino, tutto l'interesse che avevamo per lei e diventa, come ho detto prima, un'amica o un amico, o addirittura uno sconosciuto, qualcuno con cui smettiamo di trascorrere piacevolmente il tempo, anzi, diventa completamente indifferente e privo di significato. Il Disinteresse Se nella fase di disaffezione, anche se negativa, c'è ancora un'emozione presente - rabbia, fastidio, talvolta disgusto - nella fase successiva, quando il sentimento è ormai terminato e la relazione di coppia è finita, prevale il disinteresse. Forse proviamo affetto per ciò che è stato, affetto per il percorso che abbiamo fatto insieme, e c'è un affetto per ciò che la persona rappresenta per noi, ma non c'è più un interesse esplicito, non sentiamo più chiari sentimenti o la volontà o il desiderio di stare con l'altro. L'Indifferenza e la Fatica Personale Stare insieme diventa completamente indifferente, non ci suscita nemmeno più rabbia. E questo, nella relazione, può essere estremamente faticoso dal punto di vista personale, perché possiamo sentirsi colpevoli, sbagliati, malvagi e cattivi, come se fossimo noi a mettere fine a una bellissima storia e così via. Ma all'interno della relazione stessa, l'indifferenza inizia a dominare e ci sentiamo sempre più svuotati di energie mentre siamo ancora dentro questa situazione. Questo senso di colpa può essere profondamente radicato a livello inconscio. La Ricerca di Distanza Quindi, di conseguenza, è ovvio che cerchiamo di stare il più lontano possibile, in modo da ricaricarci e ritrovarci, e così via. Queste sono le principali tre fasi. Ovviamente ci sono molti indicatori, molti segnali, molte situazioni. Ho dato qualche esempio per cercare di essere il più chiaro possibile. Conclusione Ma fammi sapere la tua esperienza, fammi sapere cosa ne pensi, fammi sapere se ti ritrovi o hai vissuto queste diverse fasi quando una relazione di coppia importante è giunta al termine e ti aspetti una chiusura della storia. A presto. ### Perché si soffre di agorafobia? Fattori di rischio e cause scatenanti L'Agorafobia: Fattori Scatenanti e di Rischio L’agorafobia è un disturbo d'ansia che può compromettere significativamente la qualità della vita di chi ne soffre. Questo disturbo si caratterizza per la paura di trovarsi in luoghi o situazioni dai quali è difficile allontanarsi o ottenere aiuto in caso di crisi d'ansia. Ma da dove deriva l’agorafobia? Quali sono i fattori scatenanti e di rischio che contribuiscono al suo sviluppo? In questo articolo, esploreremo le cause e i catalizzatori di questo disturbo per comprenderlo meglio. Cos’è l’Agorafobia? L’agorafobia è la paura di essere in situazioni o luoghi nei quali non vi è una facile via d’uscita e in cui non sia possibile avere aiuto in caso di ansia intensa. Le situazioni vengono evitate, o possono essere vissute con notevole ansia. Circa il 30-50% delle persone con agorafobia ha anche un disturbo di panico. L’agorafobia senza disturbo di panico colpisce circa il 2% delle donne e l’1% degli uomini in un periodo di 12 mesi. Il picco di esordio è tra i 20 e i 25 anni; l’esordio dopo i 40 anni è raro. Fattori Scatenanti e di Rischio Fattori Biologici e Genetici I fattori biologici possono predisporre una persona all’agorafobia. La predisposizione genetica è significativa, con un maggiore rischio se vi è una storia familiare di disturbi d'ansia o di panico. Alcuni individui possono avere alterazioni nei neurotrasmettitori, come la serotonina, che influenzano l’umore e l’ansia. Disturbi d'Ansia e Attacchi di Panico L’agorafobia può svilupparsi in risposta a disturbi d'ansia preesistenti, come l'ansia generalizzata o il disturbo di panico. Gli attacchi di panico in situazioni sociali o spazi aperti possono portare a comportamenti di evitamento, creando un circolo vizioso che rinforza la paura. Esperienze Traumatiche e Stress Esperienze traumatiche o situazioni stressanti possono essere catalizzatori dell’agorafobia. Eventi come incidenti, aggressioni o altre situazioni di pericolo possono innescare una reazione di ansia intensa, portando a comportamenti protettivi e di evitamento delle situazioni temute. Fattori Psicologici Fattori psicologici, come l’affettività negativa e l’ansia anticipatoria, possono contribuire allo sviluppo dell’agorafobia. La paura della paura, ovvero la paura di provare ansia intensa in determinate situazioni, può portare all’evitamento di quei contesti percepiti come minacciosi. Problemi di Percezione dello Spazio Alcune persone con agorafobia hanno difficoltà con la percezione dello spazio, manifestando sensazioni di intorpidimento o disorientamento in luoghi aperti o affollati. Questi problemi percettivi possono contribuire a sensazioni di soffocamento e panico. Manifestazioni dell’Agorafobia L’agorafobia può manifestarsi in vari contesti, come luoghi pubblici, centri commerciali, trasporti pubblici e spazi aperti. I sintomi somatici, come battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremori e sensazione di soffocamento, sono comuni durante le crisi di panico. Questi sintomi sono spesso accompagnati da pensieri catastrofici e interpretazioni erronee della realtà. Diagnosi e Trattamento La diagnosi di agorafobia si basa sui criteri diagnostici del DSM-5, che richiedono la presenza di ansia o paura marcate in almeno due delle seguenti situazioni: usare i mezzi pubblici, trovarsi in spazi aperti, trovarsi in luoghi chiusi, fare la fila o trovarsi in mezzo alla folla, trovarsi soli fuori casa. La paura deve essere sproporzionata rispetto alla minaccia reale e causare disagio significativo. Il trattamento dell’agorafobia può includere una combinazione di terapia farmacologica e psicoterapia. Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sono spesso utilizzati per gestire i sintomi d'ansia. La terapia cognitivo-comportamentale, che include la ristrutturazione cognitiva e l’esposizione graduale alle situazioni temute, è efficace per modificare i comportamenti di evitamento e affrontare l'ansia anticipatoria. Conclusione Comprendere i fattori scatenanti e di rischio dell’agorafobia è essenziale per fornire un supporto adeguato e implementare strategie di trattamento efficaci. Con una diagnosi accurata, un trattamento psicologico adeguato e, se necessario, un supporto farmacologico, è possibile superare l’agorafobia e migliorare significativamente la qualità della vita. La comunità scientifica continua a studiare questo disturbo per sviluppare nuove e migliori modalità di intervento. ### Riconoscere i sintomi dell'agorafobia: come si manifesta? Come riconoscere i sintomi dell'agorafobia in maniera tempestiva Breve introduzione sull'agorafobia Il significato della parola 'agorafobia' è, letteralmente, paura della piazza. Più in generale, in realtà, l'agorafobia è la paura di trovarsi in situazioni o luoghi da cui non sia possibile fuggire né ricevere aiuto o soccorso in caso di pericolo. È una condizione complessa che non riguarda solamente, come comunemente si crede, il timore degli spazi aperti. L’agorafobia è due volte più comune nella popolazione di genere femminile donne rispetto a quella maschile. Questa paura generalmente inizia tra i 18 e i 35 anni. Si stima che l’agorafobia, priva di disturbi dovuti al panico, colpisca circa il 4% delle donne e il 2% degli uomini in un momento qualsiasi della vita. Esistono due possibilità di agorafobia: con disturbo di panico, in cui gli attacchi di panico si verificano frequentemente e in modo imprevedibile, e senza disturbo di panico, in cui la paura di certi luoghi o situazioni è persistente e viene sperimentata senza attacchi di panico completi. Disturbo di Panico e Agorafobia Circa il 30-50% delle persone con agorafobia ha anche disturbo di panico. Il disturbo di panico appartiene ai disturbi d'ansia, ed è caratterizzato dalla regolare e frequente manifestazione di attacchi di panico. Gli attacchi di panico sono un episodio di ansia acuta, nei quali si verifica un repentino e incontrollato aumento dell'ansia in risposta a qualcosa che viene percepito come un pericolo: l'insorgenza di tale ansia avviene in modo improvviso e intenso, ma ha generalmente una durata molto breve. L’attacco di panico è anche spesso associato ad altri disturbi d’ansia e da solo non viene considerato un disturbo, in quanto si tratta di un episodio circoscritto e transitorio, che chiunque potrebbe sperimentare almeno una volta nella vita. Si parla di Disturbo di Panico se gli attacchi di panico vengono sperimentati con una certa frequenza, sistematicamente, per un periodo di tempo prolungato. Le persone con diagnosi di disturbo di panico possono sperimentare attacchi di panico in scenari diversi, indipendentemente dai livelli di stress o di calma, conconseguente disagio emotivo dovuto all'imprevedibilità dell'attacco. L’intensa agitazione è correlata da sintomi fisici (almeno quattro), che possono essere: sudorazione, fiato corto, tachicardia, dolore o fastidio al petto, tremori, senso di vertigini e di nausea. Ad accompagnare un attacco di panico, è comune per i soggetti sperimentare due tipi di pensieri ricorrenti. Paura di perdere il controllo o di “impazzire”; Paura di stare per morire o di avere un infarto. È comune che il Disturbo di Panico sia fortemente legato all’agorafobia. Chi soffre di agorafobia spesso si trova costretto tra le mura di casa, in quanto evita qualsiasi mezzo pubblico, gli spazi aperti (parcheggi, mercati, piazze, ecc.), gli spazi chiusi (teatri, cinema, ecc.), evita di stare in fila o in spazi affollati e di essere fuori casa da solo, con notevoli conseguenze a livello sociale e relazionale. Quando la persona che soffre di agorafobia si trova in una di queste situazioni (o in molte altre situazioni simili) avverte frequentemente i sintomi fisici e psicologici tipici dell’attacco di panico. Nel Disturbo di Panico si può riscontrare l’adozione di stili di pensiero scarsamente utili, come il rimuginio, ovvero il continuo pensare e ripensare agli eventi negativi che potrebbero capitare, con l’obiettivo di prevederli, prevenirli e prepararsi ad affrontarli. Sebbene risulti spesso incontrollabile e correlato a un aumento del disagio, il rimuginio viene visto dalla persona ansiosa come una valida arma contro i suoi sintomi nonostante spesso, sul lungo termine, generi il perpetuarsi del sintomo. Agorafobia senza Disturbo di Panico L'agorafobia senza disturbo di panico colpisce circa l'1% degli uomini e il 2% delle donne in un periodo di 12 mesi. Il picco di esordio è tra i 20 e i 25 anni; l'esordio dopo i 40 anni è raro. Le situazioni vengono evitate, o possono essere vissute ma con notevole ansia. Le caratteristiche essenziali dell’agorafobia, senza anamnesi di disturbo di panico, sono simili a quelle del disturbo di panico con agorafobia, eccetto che l’oggetto della paura è rappresentato dal manifestarsi di sintomi tipo panico o da attacchi estremamente pesanti, piuttosto che da attacchi di panico completi. L’agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico si distingue dal disturbo di panico con agorafobia per l’assenza di una storia di attacchi di panico inaspettati e ricorrenti. L’evitamento, nell’agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico, risulta dalla paura di trovarsi inabilitati o umiliati a causa di sintomi tipo panico, improvvisi, imprevedibili, piuttosto che dalla paura di un attacco di panico completo, come nel disturbo di panico con agorafobia. Agorafobia: i segni e i sintomi principali Per comprendere quali sono i segnali tipici dell’agorafobia li distinguiamo tra sintomi fisici, comportamentali e cognitivi. Agorafobia: sintomi fisici I sintomi fisici generalmente si presentano solo quando si ci si trova in una situazione, o in un ambiente, che provoca ansia. Tuttavia, la maggior parte delle persone con agorafobia raramente manifestano sintomi fisici, proprio perché scelgono di evitare situazioni che possano metterle in crisi. I sintomi fisici possono essere simili a quelli dell’attacco di panico e possono includere: battito cardiaco rapido, palpitazioni respiro veloce (iperventilazione) sensazione di calore e sudore nausea stomaco sottosopra dolori al petto difficoltà a deglutire (disfagia) diarrea vertigini fischio alle orecchie (tinnito) debolezza Agorafobia: sintomi cognitivi I sintomi cognitivi dell’agorafobia consistono nel sentire o pensare che ci possa essere qualcosa, ma non sempre, di correlato ai sintomi fisici. I sintomi psicologici possono includere la paura che: un attacco di panico possa mettere in imbarazzo di fronte ad altre persone un attacco di panico possa essere mortale: paura, per esempio, che il cuore si fermi o di soffocare non si sia in grado di scappare da una situazione si possa perdere il controllo in pubblico si possa tremare e arrossire davanti agli altri paura di svenire o perdere o sensi Ci sono anche altri sintomi psicologici associati che non sono necessariamente correlati agli attacchi di panico e includono: bassa considerazione di se stessi sintomi depressivi essere convinti di non poter sopravvivere senza l’aiuto degli altri timore di essere lasciati soli sensazione generale di paura e di terrore Agorafobia: sintomi comportamentali Alcuni sintomi, tipici dell’agorafobia, sono correlati al comportamento e includono: comportamento con caratteristiche ossessive o depressive rifiuto di ogni situazione che può suscitare qualsiasi reazione fisica o psicologica essere incapaci di star fuori casa a lungo (soprattutto se soli o non accompagnati) tollerare una situazione ma con molta paura o ansia necessità di essere con qualcuno per cui si nutre molta fiducia rifiuto di essere lontano da casa rifiuto dell’attività fisica dovuto alla paura che possa condurre ad un attacco di panico rifiuto di guidare Quali sono i luoghi temuti? Tra le situazioni che più frequentemente vengono evitate da chi mostra sintomi di agorafobia si riscontrano: uscire di casa da soli o stare a casa da soli guidare o viaggiare in automobile frequentare luoghi affollati come mercati o concerti prendere l’autobus o l’aereo (mezzi di trasporto) essere su un ponte o in ascensore Quando questi evitamenti iniziano a compromettere le attività quotidiane ed il funzionamento socio-lavorativo della persona allora si parla di agorafobia. Talvolta, il problema è più difficile da individuare perché il soggetto non evita certe situazioni temute ma diviene incapace di affrontarle senza l’assistenza di una persona di fiducia. A tal proposito è possibile che al posto dell’evitamento il soggetto agorafobico utilizzi dei comportamenti protettivi al fine di prepararsi ad affrontare una cert a situazione temuta. Gli evitamenti e i comportamenti protettivi, nonostante nel breve periodo possano rivelarsi utili per il soggetto, nel lungo periodo non permettono di affrontare il problema e rappresentano dei potenti fattori di mantenimento del disturbo stesso. Percorsi di terapia per l'agorafobia Nella cura dell'agorafobia, un approccio combinato è solitamente il più efficace. Nella psichiatria moderna si consiglia spesso una combinazione di psicoterapia e terapia farmacologica. La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) è particolarmente efficace nel trattamento dell'agorafobia, poiché aiuta i pazienti a riconoscere e modificare i modelli di pensiero che causano ansia e comportamenti di evitamento. Il terapeuta fornisce orientamento e strumenti pratici che consentono al paziente di affrontare gradualmente e superare le situazioni temute. Parallelamente alla terapia cognitivo-comportamentale, possono essere prescritti farmaci per aiutare a controllare i sintomi dell'ansia. Tra questi, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sono spesso usati per la loro efficacia nel trattamento dei disturbi d'ansia. Questi farmaci agiscono aumentando il livello di serotonina nel cervello, un neurotrasmettitore che influisce sull'umore. ### Agorafobia, come uscirne? Una Guida per Familiari e Amici su Come Aiutare una Persona con l’Agorafobia "Sono stato agorafobico per più di vent’anni. La mia vita aveva un raggio molto limitato. Per me, andare a Londra, dove sono obbligato ad andare due volte l’anno per lavoro, equivaleva a scalare l’Everest. Dovevo essere accompagnato da almeno due amici. Ci sono stati periodi in cui non uscivo nemmeno per 20 giorni di fila, neanche per fare la spesa.” Chi è afflitto da agorafobia si trova a dover affrontare una sfida che, per coloro che non l’hanno mai vissuta, può sembrare incomprensibile. L’agorafobia, il timore estremo di trovarsi in spazi aperti o affollati, può limitare in maniera significativa la libertà di un individuo, rendendo difficili e stressanti situazioni che per molti di noi sono completamente normali. Ma se ciò è vero per la persona che soffre di agorafobia, lo è altrettanto per le persone a lei più vicine, che spesso si trovano impreparate a fronteggiare e gestire questa condizione. Come si può aiutare un amico, un familiare, un collega che soffre di agorafobia? Quali sono gli strumenti che possono essere messi in campo per uscirne? In Cosa Consiste l’Agorafobia? L’agorafobia fa parte della categoria generale dei disturbi d’ansia, che include anche il disturbo d’ansia generalizzata, le fobie specifiche, il disturbo d’ansia sociale e il disturbo di panico. Il termine "agorafobia" indica etimologicamente, dal greco antico, “paura della piazza”, e quindi paura degli spazi aperti. Nella realtà, il termine si riferisce a molte più situazioni rispetto al significato originario, estendendosi a tutte le situazioni in cui il soggetto agorafobico teme di sentirsi male lontano da casa, considerata generalmente come rifugio e luogo sicuro. La persona con agorafobia cerca di evitare luoghi pubblici come piazze, stadi, treni e code, limitando gli spostamenti e la propria vita. L’evitamento dei luoghi diventa un comportamento protettivo, ma al tempo stesso inibisce la possibilità di affrontare la paura intensa che caratterizza questo disturbo ansioso. Sintomi e Diagnosi I sintomi tipici dell’agorafobia includono una combinazione di sintomi cognitivi e fisici, come la sensazione di soffocamento, l’aumento della frequenza cardiaca e la paura intensa di trovarsi in situazioni ansiogene. Questi sintomi si manifestano in vari contesti, come luoghi pubblici e affollati, ma anche in luoghi chiusi. La diagnosi di agorafobia richiede una valutazione clinica accurata, che spesso include un consulto psicologico per determinare la natura e la gravità del disturbo. Il Circolo Vizioso dell’Evitamento Il soggetto agorafobico spesso sviluppa comportamenti di evitamento per gestire la paura delle situazioni ansiogene. Questo evitamento delle situazioni temute, pur alleviando temporaneamente l’ansia, rinforza il circolo vizioso del disturbo. L’evitamento impedisce alla persona di confrontarsi con la propria paura e di verificare che tali situazioni non sono così pericolose come percepito. Inoltre, questi comportamenti protettivi limitano ulteriormente la libertà e la qualità della vita del soggetto agorafobico. Cause e Fattori Contributivi L’agorafobia può derivare da una combinazione di fattori biologici e ambientali. Tra i fattori biologici, la predisposizione genetica e l’alterazione dei neurotrasmettitori, come la serotonina, giocano un ruolo significativo. L’ansia e l’evitamento delle situazioni ansiogene possono anche essere influenzati da esperienze traumatiche passate o da un apprendimento osservazionale, dove una persona a persona impara a temere certe situazioni vedendo la reazione ansiosa di altri. Trattamento Psicologico Quando si tratta di sconfiggere l’agorafobia, la psicoterapia può essere uno strumento incredibilmente efficace. Esistono molte forme di psicoterapia che possono essere applicate con successo. Il modello da noi applicato prevede che il sintomo è spesso la punta di un iceberg di un sistema complesso in cui la persona è inserita. Comprendere il contesto di origine del sintomo e ristrutturare i paradigmi della persona è fondamentale per il trattamento. La ristrutturazione cognitiva, ad esempio, aiuta a modificare i pensieri distorti e le credenze irrazionali che alimentano l’ansia e l’evitamento. La terapia comportamentale, invece, supporta il paziente nell’esposizione graduale alle situazioni temute, riducendo così la paura intensa e interrompendo il circolo vizioso dell’evitamento. Farmaci e Supporto In alcuni casi, il trattamento farmacologico può essere necessario per gestire i sintomi dell’agorafobia. Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e gli antidepressivi triciclici sono comunemente prescritti per trattare i disturbi d’ansia, inclusa l’agorafobia. Questi farmaci aiutano a regolare l’umore e a ridurre i sintomi ansiosi, permettendo al paziente di partecipare più efficacemente al percorso terapeutico. Come Aiutare Chi Soffre di Agorafobia? Sostenere una persona che soffre di agorafobia rappresenta una sfida che richiede comprensione, sensibilità e rispetto. Il supporto emotivo e l’incoraggiamento sono elementi chiave. Evitate di criticare le reazioni ansiose o gli attacchi di panico, poiché queste sono manifestazioni di un disagio reale e profondo. Mostrare interesse per le sue paure e disagi non solo dimostra empatia, ma contribuisce anche a far sentire la persona meno sola nella sua lotta. Offrirsi di accompagnare la persona in quelle situazioni che tende ad evitare può contribuire a ridurre l’ansia, fornendo un senso di sicurezza e di sostegno. Infine, un percorso di terapia familiare potrebbe portare a una completa risoluzione del sintomo. La terapia è un lavoro che riorganizza i significati della persona, all’interno dei quali il sintomo è diventato una risposta. Avere tutta la famiglia coinvolta nella terapia rende il lavoro di ristrutturazione dei significati e di comprensione del contesto originario del sintomo estremamente più efficace. Conclusione Uscire dall’agorafobia richiede tempo, pazienza e un impegno costante da parte del paziente e del terapeuta. Un trattamento efficace combina approcci psicologici e farmacologici, adattati alle esigenze specifiche del paziente. Con una diagnosi accurata, un trattamento psicologico adeguato e, se necessario, un supporto farmacologico, è possibile superare l’agorafobia e migliorare significativamente la qualità della vita. ### Agorafobia: i sintomi, le cause e le strategie per uscirne COS'È L'AGORAFOBIA? Introduzione ai disturbi d’ansia e all’agorafobia Facciamo un po' di chiarezza su l'ansia e i disturbi d’ansia per approfondire poi l'agorafobia, un disturbo ansioso di natura fobica, descritto per la prima volta nel 1871 dal neurologo Carl Westphal. Partiamo dal presupposto che l’ansia è un qualcosa di assolutamente normale, che fa parte dei nostri meccanismi più ancestrali. In particolare consiste in un sistema di protezione che permette di tenerci lontano da tutte le situazioni potenzialmente pericolose, attivando dei meccanismi fisici e dei meccanismi mentali che diventano tutelanti per la nostra incolumità. L’agorafobia, in particolare, a prima vista ci appare il contrario della claustrofobia, parola che unisce il termine latino claustrum (chiusura) a quello greco φοβία (paura) e letteralmente significa “paura degli spazi chiusi”. Claustrofobia e agorafobia non sono poi così diverse, e hanno a che fare entrambe con l’ansia e la paura di perdere il controllo. L’agorafobia e le sue caratteristiche Il termine agorafobia indica etimologicamente, dal greco antico, “paura della piazza”, e quindi paura degli spazi aperti, tuttavia nella realtà il termine si riferisce a molte più situazioni e ambienti rispetto al significato originario. Si estende infatti a tutte le situazioni in cui il soggetto teme di sentirsi male lontano da casa, dove la propria abitazione viene generalmente vissuta come rifugio e luogo sicuro. La persona con agorafobia cerca di evitare di trovarsi in situazioni come piazze, stadi oppure treni e code, limitando gli spostamenti e la propria vita. Spesso l’agorafobia porta al soggetto la necessità di farsi accompagnare da qualcuno di fiducia: il soggetto che soffre di questo disturbo infatti è desideroso di autonomia e prova una grande rabbia per le situazioni in cui non riesce ad esserlo. Tale rabbia tuttavia non viene espressa e, dall’esterno, appare debole e bisognosa di aiuto. Ci sono due elementi importanti da sottolineare nell’agorafobia: innanzitutto la “folla”, spazio di per sé neutro è come se acquistasse una valenza paurosa per il solo fatto di essere popolato da gente. Non a caso i pazienti riferiscono di stare meglio se, per esempio, un ristorante è poco frequentato. Il secondo elemento è che i luoghi raccolti e meno frequentati, teoricamente più rassicuranti per chi soffre di agorafobia, sono in realtà altrettanto temuti qualora impediscano all’individuo, in caso di malore, di fuggire per rifugiarsi a casa il più presto possibile. L’agorafobia quindi è anche caratterizzata dalla paura di non avere una chiara ed immediata via d’uscita qualora venga avvertita la comparsa di una minaccia di morte. Come per altre fobie, anche per l’agorafobia ci sono paure che la contraddistinguono, paure spesso sovrapponibili con quelle di altre problematiche della stessa famiglia dei disturbi d’ansia. Chi soffre di agorafobia per la maggior parte teme infatti di essere in mezzo alla folla, in una piazza, sul tram, in coda al supermercato, sui mezzi di trasporto, teme di perdere totalmente il controllo, teme di svenire, di sentire tachicardia e sudorazione, di stare male e avere come conseguenza un infarto. Il soggetto che soffre di questa fobia, quindi, ha paura di morire: spesso questa è una paura che rimane sotto il livello di coscienza, paura espressa attraverso una generica ma molto pesante sensazione di allarme e di pericolo imminente. QUALI SONO I SINTOMI DELL'AGORAFOBIA, ATTRAVERSO CUI RICONOSCERLA? Un aspetto che spesso accompagna l'agorafobia è l'ansia anticipatoria, che si riferisce al timore che viene provato prima di una situazione potenzialmente scatenante. In altre parole, è l'ansia legata all'anticipazione di una situazione, piuttosto che all'esperienza effettiva della situazione stessa. L'ansia anticipatoria, il panico provato, può essere altrettanto debilitante dell'esperienza reale di trovarsi in una situazione scatenante, se non di più. Spesso è legata a esperienze passate, che hanno causato paura, panico o disagio. Per esempio, una persona che ha avuto un attacco di panico mentre faceva shopping in un centro commerciale affollato può sviluppare l'ansia anticipatoria prima di recarsi in qualsiasi tipo di centro commerciale, indipendentemente dalle dimensioni o dalla posizione. I sintomi più comuni dell'agorafobia associati all'ansia anticipatoria sono l'aumento della frequenza cardiaca, la sudorazione, il tremore, la respirazione superficiale e la nausea. Questi sintomi possono aggravare la paura già esistente dell'agorafobia e portare a uno schema circolare di ansia ed evitamento. Per un soggetto affetto da agorafobia, l'ansia anticipatoria può influenzare la sua vita in diversi modi. Per esempio, può iniziare a evitare situazioni o luoghi che associa a passati attacchi di panico o di ansia, il che può portare all'isolamento sociale e a una diminuzione del funzionamento quotidiano. Possono anche mettere in atto comportamenti di evitamento o di ricerca di sicurezza, come l'assunzione di farmaci prima di uscire o l'essere sempre accompagnati da una persona di fiducia. Comprendere e affrontare l'ansia anticipatoria è fondamentale per gestire l'agorafobia e migliorare il benessere generale. La paura intensa è un altro sintomo caratteristico per coloro i quali provano paura per gli spazi aperti e avvertono questo disturbo, ovvero situazioni che vengono percepite non sicure. La caratteristica principale della paura intensa è che è spesso sproporzionata rispetto all'effettivo livello di pericolo della situazione, può essere debilitante e causare persino sintomi fisici come l'aumento della frequenza cardiaca e la sudorazione, sintomi tipici della famiglia dei disturbi d’ansia. È importante sottolineare come la paura possa influenzare le attività quotidiane e possa portare a comportamenti di evitamento, limitando la capacità dell'individuo di impegnarsi in attività sociali e lavorative. L’evitamento delle situazioni temute è infatti un’altra red flag da tenere bene a mente per comprendere meglio l’agorafobia. Un aspetto di particolare importanza è che, chi è colpito da questo disturbo dovrebbe sapere, sebbene l'evitamento funzioni nel breve periodo, poiché certamente "aggirare l'ostacolo" determina un certa sensazione di sollievo immediato, tale condotta si rivela controproducente a lungo termine perchè ogni volta che si evita una situazione, non solo aumenta il bisogno di evitarla la volta successiva ma aumentano le situazioni da evitare, arrivando potenzialmente ad impostare tutta la propria vita sul bisogno di evitare le molte situazioni temute, a non uscire più di casa o a non riuscire più a starci da solo. COSA CAUSA L’AGORAFOBIA? Secondo Mancini e colleghi (2011) i fattori, le cause, che rendono vulnerabili all’agorafobia e al disturbo di panico sono: Innanzitutto una delle principali cause è la credenza radicata della propria fragilità psichica, molto comune in persone che hanno un familiare affetto da un disturbo mentale La convinzione che “bisogna avere sempre il pieno controllo di se stessi”, presente ad esempio in chi ha avuto un’infanzia in cui ha dovuto prendersi cura di un proprio genitore La paura per le proprie sensazioni fisiche, ritenute sintomo di una definitiva perdita di controllo di sé L’incapacità di normalizzare i momenti in cui fisiologicamente il senso di sé si riduce La tendenza alla dissociazione come meccanismo di difesa (presente in persone che hanno subito traumi ripetuti e con stile di attaccamento disorganizzato), alla depersonalizzazione o a provare sensazioni di indebolimento del senso di sé PREVALENZA DELL’AGORAFOBIA L’agorafobia è un quadro clinico, una patologia, un disturbo, che impatta circa il 2% delle donne e l’1% degli uomini della popolazione, ha un suo esordio prima dei 35 anni ed è un disturbo clinico che spesso, quasi nel 43% dei casi, è considerato secondario, cioè è connesso ad un altro disturbo clinico di natura ansiosa, come gli attacchi di panico. È secondario perché molto spesso viene sviluppato a seguito della sperimentazione di attacchi di panico vissuti a fronte di una memoria che si ha degli attacchi di panico stessi, una paura costante che possa capitare di nuovo aspetto che riduce progressivamente l’autonomia. L’attacco di panico può infatti presentarsi nello stare nei luoghi affollati, nell’allontanarsi troppo dalla propria base sicura quindi da contesti conosciuti, dal viaggiare, dall’essere distanti e potenzialmente soli tant’è che il disturbo molto spesso si mitiga nel momento in cui si è insieme a delle figure di riferimento. La prevalenza degli attacchi di panico nella popolazione generale è piuttosto elevata, variando nei diversi studi dall'1.8% al 12%. L’attacco o crisi di panico non è di per sé sufficiente per effettuare diagnosi di disturbo di panico, tuttavia nel disturbo di panico l’agorafobia è presente nel 50-75% dei casi. COME INTERVENIRE SUL SINTOMO DELL’AGORAFOBIA: DALLA DIAGNOSI AL TRATTAMENTO IN TERAPIA Qualsiasi sintomo, nella grandissima maggioranza dei casi, come la paura, l’agorafobia, un attacco di panico, altro non è che la punta di un iceberg di un sistema all’interno del quale si è inseriti, ossia un sistema che è composto da tutti i sistemi, le sfere e gli ambiti nei quali il soggetto vive. L’orientamento utilizzato prevalentemente nei nostri studi e dalla nostra equipe prevede che nel momento in cui c’è un sintomo, come panico e agorafobia, per effettuare una diagnosi e un trattamento, è sempre necessario capire qual è il contesto di origine del sintomo stesso, quali sono gli elementi del sintomo e quali sono i sistemi, paradigmi, da modificare per far sì che il sintomo svanisca. La terapia infatti non è una pillolina magica che assunta una volta al mese garantisce l’assenza di insorgenza del sintomo. La psicoterapia è un sistema, un lavoro che va a riorganizzare i significati della persona, significati all’interno dei quali il sintomo è diventato una risposta che la persona mette in atto. Pertanto è sempre fondamentale riuscire a capire qual è il sistema di funzionamento instaurato e vissuto. Questo è fondamentale per riuscire a comprendere perché viene sviluppato proprio quel sintomo e perché il sintomo ha quelle caratteristiche. L’agorafobia è tendenzialmente un disturbo ma anche una risposta intelligente di un sistema complesso, è la risposta ad un richiamo che una persona molto importante per la propria vita ci rivolge e alla quale la persona che sviluppa il sintomo risponde tramite l’agorafobia stessa. Grazie all’agorafobia colui\lei che avverte i sintomi si costringe, grazie allo sviluppo del sintomo stesso, nello stare accanto alla persona dalla quale arriva la richiesta di vicinanza. Colui\lei che vive l’agorafobia tuttavia potrebbe mettere in atto nella sua vita tanti altri meccanismi simili, cioè tanti altri meccanismi che in un qualche modo la costringono e le permettono di rimanere vicino alla persona per la quale sono nati i sintomi agorafobici. Per affrontare l’agorafobia è pertanto sempre fondamentale riuscire a comprendere il sistema di significati e di funzionamento della persona perché solo così facendo è possibile andare a ristrutturare dei paradigmi in modo che successivamente il sintomo si risolva completamente e si superino le difficoltà. ### Gli attacchi di panico sono come valanghe Ci sono ormai tantissimi video che parlano di attacchi di panico e tendenzialmente se ne parla dando indicazioni sulla loro gestione. Gli attacchi di panico non devono essere "gestiti" ma essere affrontati e superati.  Gli attacchi di panico non possono essere gestiti mentre lo si prova, devono necessariamente essere affrontati prima di averli, superati prima di riviverli. Se hai avuto un attacco di panico tendenzialmente dividi la vita in due: prima e dopo; dopo averlo vissuto vivi con le antenne diritte, con il timore che possa risuccedere, inizi a ridurre gli stimoli a cui ci si espone nel timore che l'esperienza generi del panico. Limiti la tua vita illudendoti di non avere più il panico ma stai semplicemente evitando, sottraendoti dallo stimolo in modo da illuderti di saperlo affrontare. L'attacco di panico è come una valanga, nel momento in cui scende c'è poco da fare: consci che di attacco di panico non si muore piano piano passa; è fondamentale mettere in sicurezza poi la montagna per evitare che altre valanghe possano scendere. All'attacco di panico non si sopravvive, l'attacco di panico deve passare, deve essere affrontato e risolto attraverso la comprensione delle cause, dei meccanismi che generano lo stesso. ### Terapia di coppia o individuale? "Dottore è meglio una terapia di coppia o individuale?"  Questa è una domanda che spesso si pongono sia pazienti che addetti al mestiere, è un dilemma che coinvolge tutti. La teoria dice che se il problema è di coppia è utile effettuare un percorso di coppia, se il problema è individuale è utile effettuare un percorso individuale. Tuttavia nella realtà non è così facile la comprensione: esistono diverse vie per arrivare all'obiettivo. Tendenzialmente entrambi i percorsi, individuale e di coppia, se ben costruiti possono portare ad un esito positivo. Tuttavia, per comprendere bene se sia più utile effettuare un percorso in coppia o da soli, è fondamentale osservare: Il problema dove impatta? Impatta sulla coppia o sull'individuo? In che forma questo impatta? Non è il problema ma il significato che questo assume e l'impatto che il problema impatta sulla coppia stessa!  Per esempio in una coppia il partner soffre di un disturbo d'ansia, in particolare modo di agorafobia, il partner quindi non riuscirà ad uscire di casa, andare a lavorare, frequentare posti e per farlo potrebbe avere bisogno anche di essere accompagnato. Qualora il partner si prenda cura della persona che soffre attraverso una limitazione della propria vita, della propria quotidianità, è bene sia coinvolto almeno nella prima fase del percorso terapeutico. In questo esempio vediamo come un apparente problema individuale impatta invece sulla coppia stessa e coinvolgere il partner è portatore di molte risorse. Quando siamo in dubbio su quale percorso effettuare proviamo a porci queste domande: Il problema su chi impatta? Entrambi i partner sono disponibili per un percorso di coppia? cosa possiamo trovare all'interno della coppia? La coppia potrebbe contenere le cause del problema, contiene tuttavia sicuramente le risorse per risolverlo! ### Love bombing: la storia di Martina e Luca Proviamo a capire meglio cos'è il love-bombing attraverso la storia di Martina, 35 anni, e Luca 38 anni; due giovani adulti che hanno avuto in passato altre esperienze, relazioni e si pensa possano sapere cosa aspettarsi e cercare in una relazione. E' difficile poterlo sapere a tavolino, tuttavia sono persone che non sono alle prime esperienze e sanno cosa significa innamorarsi. Martina, 35 anni, impiegata e single da un anno e mezzo, ha visto naufragare un progetto relazionale per lei molto o importante. Luca è sempre stato più libero, non ha mai avuto relazioni importanti, fa il personal trainer. Martina incontra Luca in palestra e da cosa nasce cosa, iniziano a sentirsi, frequentarsi attraverso il primo passo di Luca. Nella testa di Martina inizia a svilupparsi la sensazione e l'idea sia strano che Luca non abbia "la fila" di ragazze che lo corteggiano a fronte delle grandi attenzioni che le dedica, Martina inizia a desiderare fortemente una relazione con Luca per la sua capacità di cura, attenzione e dedica. Luca è travolgente, passionale, premuroso, è ovunque, è quasi troppo. Inizialmente la premura di Luca le piaceva, sul lungo periodo Martina inizia a chiedersi se Luca sia troppo, se sia sincero. Luca sul lungo periodo inizia a pretendere da Martina lo stesso trattamento che lui ha con lei, si risente quando Martina, per esempio, rinuncia ad un'uscita con lui per stare con delle amiche. Da un lato arriva il "Love-bombing" ovvero una premura e attenzione eccessiva che fagocitano Martina la quale si chiede se sia possibile lasciarsi scappare una relazione di questo tipo, tuttavia Martina si chiede se sia possibile ferire una persona che da così tanto. D'altra parte però Luca genera un ricatto morale: se tu non dai a me ciò che io do a te non sarò mai al centro dei tuoi desideri. Questo ricatto morale genera un restringimento della vita di Martina che diventa "Luca-centrica" per non ferirlo e deluderlo. Ciò che inizialmente era amore, diventa controllo, ciò che prima era sentimento ora è privazione di libertà e Martina inizia a farsi domande. Il love-bombing è una manipolazione, che da un lato è stupendo, perfetto, troppo e dall'altro diventa soffocante e ricattatorio al fine di piegare la vittima, Martina, alle volontà del manipolatore. ### Crisi di coppia quando arriva un figlio: gli errori dei padri Parliamo di crisi di coppia alla nascita di un figlio e lo facciamo attraverso l'approfondimento di alcune tematiche che hanno a che fare principalmente con gli errori maschili, dei papà, riguardo le aspettative che si incastrano con la vita di coppia. Quali idee i papà hanno rispetto il diventare genitore e che se non vengono ben gestite aprono ad una possibile crisi di coppia? Il primo errore che si riconosce generalmente è quella di sviluppare una qualche forma di gelosia nei confronti del piccolo, del neo arrivato, che diventa catalizzatore di tutte le attenzioni sia della propria compagna, che degli amici e delle famiglie d'origine. Capita quindi che il papà si senta isolato, messo da parte, in fatica nell'essere visto.  Il papà in questione razionalmente è consapevole che non esprimerà mai ad alta voce queste sensazioni tuttavia la pancia le avverte ed innesca un sentimento di rancore o verso il neonato stesso o verso la compagna. Il secondo errore è che spesso il padre è meno disposto ad organizzare diversamente la propria vita, rispetto la madre che tendenzialmente è più aperta al modificare le proprie abitudini chiudendole momentaneamente in un cassetto. Il papà spesso è meno disposto a rivedere le proprie priorità cosa che spesso genera discussioni nella coppia. Un terzo punto critico, sempre dal lato del papà, è l'idea che i compiti debbano essere divisi 50\50 tuttavia, soprattutto quando è neonato, l'aspetto di dipendenza, di contatto, il neonato l'ha con la mamma cosa che nel papà genera spesso una sensazione di inutilità a fronte della convinzione che si sarebbe fatto tutto 50\50. Il papà in queste situazioni può spesso fare molto altro, molto altro che spesso non vede perché concentrato sul voler stare vicino al bambino come la mamma. Il papà può curarsi del figlio, per ciò che può fare, tuttavia il suo principale obiettivo di cura è la mamma, la moglie, la compagna poiché quella persona ora si sta mettendo fra parentesi per far star bene il neonato. ### Fobia sociale Parliamo di fobia sociale che è un disturbo ansioso molto diffuso, si stima infatti che ne soffra tra il 3 e 13% della popolazione mondiale Si tratta di fobia, forte ansia e disagio in contesti e luoghi sociali dove viene chiesto qualcosa, di compiere azioni o semplicemente di stare in pubblico. Possono essere le attività più disparate, a generarla, non esclusivamente il parlare in pubblico ma azioni semplici come mangiare, chiacchierare presentarsi, condividere uno spazio fisico con le altre persone diventa invalidante. Il principale timore della persona è essere giudicata, respinta, derisa e denigrata. La persona che vive la fobia sociale è tendenzialmente spaventata dal rifiuto, giudizio e derisione rispetto azioni che può compiere che possono diventare oggetto d'attenzione altrui. In questi casi, per esempio, anche mangiare al tavolo con qualcun altro genera molta ansia che razionalmente comprendiamo eccessiva, ma di pancia sentiamo insormontabile. Di contro reagiamo facendo un passo indietro, ci nascondiamo, evitiamo situazioni che possono farci sentire la sensazione di ipotetico giudizio. In particolare la fobia sociale semplice è mirata ad una specifica azione, come parlare in pubblico, mangiare in pubblico, a differenza della fobia generalizzata che prevede le stesse sensazioni provate per l'ansia ma in tutti i contesti che prevedono la presenza di qualcuno che noi pensiamo ci possa giudicare.   ### Fobie specifiche: tutto quello che c'è da sapere Parliamo, in questo articolo, di fobie specifiche in particolare approfondiamo cosa sono, come si organizzano, quali sono i sintomi e come si possono affrontare. La fobia specifica è una paura, apparentemente immotivata, che si manifesta verso un oggetto o una situazione specifica. La paura che la persona vive è eccessiva e incontrollabile e la persona stessa comprende che la reazione vissuta davanti allo stimolo è esagerata, di testa lo comprende, di pancia si prova paura e panico. Esistono diversi tipi di fobie per esempio fobie animali (ragni, serpenti) fobie legate all'ambiente (spazio aperto, altezze) ci sono fobie legate alla contaminazione dei fluidi corporei oppure situazionali quindi legate a contesti specifici. Le reazioni sono sempre le stesse, indipendentemente dall'oggetto\situazione che le genera: fiato corto sudorazione nausea paura di morire disturbi gastro intestinali cefalee disturbi muscolare tensivi L'azione è sempre quella della fuga ovvero allontanarsi il più velocemente possibile da ciò che genera la paura. Riguardo le cause che generano queste fobie ci sono vari punti di vista, la scienza non è concorde, tra le motivazioni addotte troviamo: L'origine genetica e una trasmissione genica della paura di padre in figlio. Ci sono interpretazioni e cause psicoanalitiche ovvero la paura è una manifestazione di una pulsione inconscia che ognuno di noi ha. Teorie comportamentali (es. Condizionamento) che spiegano come aver osservato una reazione fobica possa far nascere una fobia. Es. aver perso una persona cara in un incidente aereo fa nascere la paura dell'aereo. Teoria cognitiva ovvero la teoria del trauma, aver sperimentato una determinata esperienza connessa alla fobia specifica ci permette di spiegare l'origine di quella paura. Ci sono moltissime vie quindi che permettono di affrontare questa paura poichè ci possono essere esperienze dirette o indirette, ci possono essere connessioni inconsce che vengono simbolicamente rappresentate dalla paura. Non c'è un'unica via che permette di dare spiegazione, quindi affrontare, questa paura. Tendenzialmente in un percorso terapeutico le fasi che permettono di approfondire il perché si prova una determinata paura sono: Comprensione delle cause che la generano Comprensione dell'impatto che ha sulla vita Comprensione delle vie percorribili per affrontare il problema Attenzione perché questi tre step non devono necessariamente essere affrontati in questa direzione. ### Crisi di coppia post-parto: i 3 errori delle mamme Parliamo di crisi di coppia all'arrivo di un figlio, abbiamo già affrontato gli elementi che facilitano una crisi a fronte di aspetti più paterni, ora affrontiamo una riflessione in merito alle false credenze delle mamme.  Innanzitutto sottolineiamo l'idea che la madre ha del suo essere donna e del suo essere madre: nel momento in cui si diventa mamma si sviluppa questa necessità simbiotica, il bambino necessita di simbiosi cosa che può risucchiare totalmente l'energia e porta ai limiti della sopportazione. E' come se il primo errore delle mamme è legato all'idea di poter fare il lutto da se stessi. Da un lato c'è una delle gioie più grandi che una donna può vivere dall'altro lato, tuttavia, è fondamentale fare il lutto della propria vita precedente poiché la nascita trasforma. L'idea che la gestazione dura 9 mesi è sbagliata, l'eso-gestazione dura almeno 3 anni: è un percorso molto più lungo, non è un sprint, è una maratona. Molte volte inoltre ci si aspetta che ci siano delle pause dall'essere genitori, ma non è così, essere genitori implica essere genitori 24\24h. Spesso la notte diventa un tema difficile, spinoso, si ha bisogno di staccare e ritrovarsi. Durante la notte ci sono i bisogni del bambino, della mamma e i dubbi della coppia genitoriale in merito. Avere un figlio è come una maratona o ci si organizza o questa porta a chiuderci sentendo il sacrificio come mortale: si perde totalmente la propria persona che deve essere messa fra parentesi. ### Il Sexting Introduzione al Sexting Parliamo di sexting. Con il termine sexting si indica una pratica diffusa, tendenzialmente più frequente tra i giovanissimi, diciamo nel periodo che va dai 13-14 anni sino ai 22-23, anche se ormai è una pratica sdoganata e presente nelle nuove forme di relazione. Il sexting altro non è che la crasi tra "sex" e "texting," cioè messaggi testuali a sfondo sessuale. Preconcetti e Stereotipi Ora, ci sono una serie di preconcetti e presupposti che potenzialmente fanno percepire il sexting come qualcosa di sbagliato. Questi preconcetti attribuiscono al sexting una sorta di accezione negativa, tra cui ad esempio il fatto che possa essere pericoloso, freddo, impersonale, distante o anche promiscuo. Non si capisce bene sulla base di cosa ci sia questo tipo di pregiudizi, tant’è che il sexting è una delle diverse forme di comunicazione che rende possibile vivere la propria sessualità. La Pratica del Sexting Siccome è solitamente praticato da giovani che hanno una dimestichezza diversa con la tecnologia, si parla di sexting quando c’è la condivisione di messaggi di testo, immagini esplicite e video a sfondo sessuale riguardanti tendenzialmente la propria persona. Proprio perché le persone che lo usano maggiormente magari hanno meno strutture e sono in un momento di vita di sperimentazione, si sente spesso parlare di abusi, bullismo, denigrazione, ecc. che però, secondo me, non hanno necessariamente a che fare con il sexting come atto, ma con la vita della persona in quel periodo. Cioè, ha a che fare con chi usa il sexting, non con il mezzo in sé. Dico sempre che il coltello può essere usato per preparare una torta per una persona amata o per commettere crimini; quindi non è tanto il mezzo, ma l'uso che se ne sceglie di fare. Critiche e Rischi Il sexting è solitamente additato come pericoloso, freddo, impersonale, promiscuo e via discorrendo. Ci sono sicuramente dei rischi e delle tematiche che possono portare a questo tipo di considerazioni e critiche, come la promiscuità quando vengono coinvolte più persone, o l’impersonalità quando c'è uno scollegamento emotivo tra ciò che viene fatto e ciò che viene rappresentato. Ci possono essere dinamiche ricattatorie, denigratorie, di bullismo, ecc. Inoltre, la diffusione di materiale come foto di nudo o immagini erotiche può avere gravi conseguenze se queste finiscono nelle mani sbagliate. La condivisione di immagini intime e foto compromettenti su piattaforme di reti sociali può comportare seri rischi. Ad esempio, foto di nudo e immagini esplicite inviate a un partner possono essere condivise senza il consenso della persona interessata, portando alla diffusione di materiale privato in contesti non appropriati. Questo può avere gravi conseguenze psicologiche e sociali per la vittima, inclusi sentimenti di vergogna, ansia, depressione e perdita di fiducia nelle relazioni interpersonali. La presenza di materiale pedopornografico su dispositivi elettronici e piattaforme online è un altro rischio significativo associato al sexting tra minori. L'invio di messaggi e immagini di nudo da parte di adolescenti può essere considerato illegale e portare a conseguenze legali severe, sia per chi invia che per chi riceve tali contenuti. Inoltre, le dinamiche di bullismo e denigrazione possono essere amplificate dalla pratica di sexting. Le foto intime e compromettenti possono essere utilizzate per ricattare e manipolare le vittime, creando un ambiente di paura e oppressione. In alcuni casi, l'esposizione non consensuale di contenuti sessuali può portare al cyberbullismo, con effetti devastanti sulla salute mentale delle vittime. Le possibili conseguenze del sexting non si limitano solo all'aspetto legale e psicologico, ma possono anche influenzare negativamente le relazioni di coppia. L'invio di immagini esplicite e messaggi a sfondo sessuale può creare tensioni e incomprensioni, soprattutto se uno dei partner si sente a disagio o non rispettato. In casi estremi, la diffusione non consensuale di foto e video può portare alla rottura di rapporti e a un danno duraturo alla reputazione della persona coinvolta. Vantaggi del Sexting Tuttavia, il sexting di per sé non è negativo, anzi, ha anche tutta una serie di vantaggi che forse non sono così espliciti o raccontati quanto gli svantaggi. Ad esempio, permette una forma di comunicazione diversa e nuova. Nel 1800 ci si scambiava lettere d'amore con risvolti sessuali; crescendo, abbiamo iniziato a mandarci messaggi d'amore tramite il cellulare. Ora siamo arrivati al sexting: l’utilizzo del cellulare o del computer per condividere immagini a tema sessuale. Comunicazione e Relazioni a Distanza Se queste immagini sono condivise con una persona amata, può essere una risorsa positiva. Permette di comunicare il sesso attraverso nuovi canali e termini, e di tenersi in contatto nonostante la distanza. Ad esempio, il sexting permette una vicinanza in una relazione a distanza che altrimenti sarebbe preclusa. Diventa uno spazio di tutela, di premura, perché in un contesto protetto ci si riesce ad esprimere con maggiore facilità. Quante volte è più facile alzare il telefono e dire qualcosa a qualcuno piuttosto che incontrarlo di persona? Quante volte è più facile condividere qualcosa di intimo tramite un mezzo asincrono come l'invio di un'immagine o di un testo, piuttosto che esporsi immediatamente di persona? Affiatamento di Coppia e Fase di Corteggiamento Il sexting può avere effetti positivi sull'affiatamento di coppia. Durante la fase di corteggiamento, lo scambio di messaggi sessuali e foto sexy può accendere la passione e alimentare le fantasie erotiche tra i partner. L'invio di messaggi hot, messaggi vocali e messaggi elettronici può mantenere viva la fiamma del desiderio, anche quando i partner sono lontani. Questi scambi di immagini e messaggi privati possono creare un senso di intimità e connessione che rafforza la relazione di coppia. Il sexting permette ai partner di esplorare le proprie fantasie erotiche in modo sicuro e consensuale. La condivisione di immagini provocanti e contenuti sessuali può diventare un gioco seducente che arricchisce la vita sessuale della coppia. Inoltre, il sexting può aiutare i partner a comunicare i propri desideri e bisogni sessuali, migliorando la comprensione reciproca e l'affiatamento di coppia. Una Nuova Forma di Esposizione Il sexting diventa una forma di tutela perché permette un’esposizione graduale e ha delle risorse. L'uso che se ne fa può essere rischioso, sì, ma è lo stesso discorso che si faceva per Internet: non è il mezzo il problema, ma l'uso che ne facciamo. Il sexting, secondo me, ha molti vantaggi: non è solo promiscuo perché a renderlo tale sono le persone che decidono come usarlo; non è solo freddo e impersonale perché può essere un modo per mantenere il contatto nonostante la distanza fisica. Diventa uno strumento per conoscersi meglio. Conclusione e Invito al Dialogo Fammi sapere cosa ne pensi nei commenti, come sempre, perché così vediamo di avviare la discussione e cerchiamo di capire un po' di più le dinamiche della nostra vita. A presto! ### Esiste l'amore a prima vista? Parliamo di amore a prima vista, se esiste, di cosa si compone e proviamo a raccontare i vari punti di vista che la ricerca scientifica finora ha prodotto a riguardo. Innanzitutto è bene sottolineare che purtroppo le ricerche scientifiche non hanno ancora trovato una risposta a questa domanda, pertanto non è ancora chiaro se l'amore a prima vista esista o meno. L'amore a prima vista tendenzialmente è l'insieme delle emozioni che riguardano sia il lato sessuale che il lato emotivo dell'altra persona. L'amore a prima vista non ha solamente un lato carnale ma anche emotivo, si sente che l'altra persona potrebbe essere l'anima gemella. Circa il 60% delle persone crede di aver vissuto un amore a prima vista, ma: Quali condizioni generano un amore a prima vista? Il racconto che facciamo dell'amore a prima vista ha significato rispetto il proseguo della relazione e l'idea stessa che abbiamo della relazione Esistono persone con le quali c'è un'immediata affinità cosa che tuttavia non dipende dall'altro ma anche, e soprattutto, da noi, da come ci sentiamo in quel momento della vita: Per accogliere un'amore a prima vista ci deve essere una predisposizione individuale Si deve essere pronti a perdersi e sperimentare qualcosa di nuovo Attenzione perché l'amore a prima vista dipende sempre dalla nostra predisposizione, in quel particolare momento, con quella particolare persona. L'amore a prima vista, sicuramente, esiste con il senno di poi quando l'amore diventa fiaba. Abbiamo quasi sempre bisogno di attribuire qualità, specialità, a ciò che proviamo e viviamo pertanto spesso l'amore vissuto viene romanzato, diventando: amore a prima vista! ### Ti amo ma poi ti odio Non tutte le relazioni passano dall'amore all'odio, tuttavia capita che l'emozione dirompente dell'innamoramento prima e dell'amore poi diventi, dirompente, ma in modo negativo: quando l'amore si trasforma in odio? Ciò che prima avvicinava improvvisamente diventa respingente e diventa il motivo per cui si è risentiti verso il partner. Attenzione, non avviene in tutte le relazioni e non è necessario che il sentimento negativo arrivi all'odio. Quando iniziamo una relazione tendenzialmente desideriamo qualcosa e vogliamo sviluppare aspetti di noi stessi. Quando sentiamo attrazione verso qualcuno è perché speriamo e pensiamo che tramite l'amato\a possiamo raggiungere i nostri bisogni. Il legame è uno strumento attraverso il quale e con il quale ci sviluppiamo e completiamo, tramite l'essere in relazione con l'altro sentiamo che le possibilità di soddisfare i bisogni individuali aumentano. In una relazione, per esempio, riusciamo a raggiungere e contattare parti di noi stessi che, da soli, non potremmo raggiungere. Quando tutto ciò cambia? Il meccanismo repulsivo dell'odio lo sentiamo quando l'altro non è più artefice di sviluppo personale ma diventa ostacolo e impedisce un'ulteriore evoluzione. Quando l'amore e l'amato diventano ostativi e non più supportivi l'amore si trasforma in odio e vincolo, perché impedisce di andare oltre e continuare a crescere.  ### Riflessioni sulla depressione Facciamo qualche riflessione sulla depressione poiché, quando se ne parla, si fa sempre più o meno riferimento alla depressione maggiore, che è naturalmente la più facile da notare, è identificabile, comprensibile, tuttavia ne esistono altre e diverse forme.   Le riflessioni che facciamo in questo articolo fanno riferimento ad alcune caratteristiche comuni a tutti i tipi di depressione e che i permettono di capirla maggiormente. La depressione spaventa, si cerca di etichettarla perché ci terrorizza, non la spieghiamo e pensiamo che difficilmente se ne possa uscire, pensando sia peggiore di una malattia fisica poiché spesso invisibile. Quando si vive la depressione, spesso, si divide ipoteticamente la vita in prima e dopo pensando di non poterne più uscire definitivamente. Con la depressione ci sentiamo: abbattuti  catatonici  tutto diventa pesante  il mondo ci crolla addosso   La depressione non è tristezza, pigrizia, mala voglia, la depressione è catatonia, è vedere tutto improvvisamente grigio senza avere la capacità di mettere a fuoco le cause che l'hanno generata. La persona da un alto sente di non avere energie, dall'altro lato è spaventata, preoccupata, per ciò che sta vivendo perché è vittima di questo stato ma non riesce ad uscirne. ci impedisce di provare gusto si è incapaci di provare piacere le persone accanto a noi sono distanti ci si spegne: tutto è pesante Nella depressione spesso si prova rabbia, aggressività a fronte dell'insoddisfazione del non riuscire ad essere ciò che si desidera. Attenzione perché la depressione è caratterizzata da vuoto e impeto, la depressione da un lato ci affligge ma dall'altro ci tutela dai moti di rabbia provata, la depressione ci tutela dal male che potremmo farci.   ### Amore Vs Amicizia Quali sono le differenze tra amore e amicizia, quali sono le caratteristiche principali di quest'ultima? Amore e amicizia hanno punti in comune e di continuità ma non sono affatto dei sinonimi, sono due relazioni calde, importanti votate al benessere. Possono quindi essere a tratti simili ma anche molto diverse: L'amicizia è più su un versante stabile, sicuro, continuo, l'amicizia ha più a che fare con l'idea di presenza e di rassicurazione. L'amicizia vera e costruita nel tempo trasmette rassicurazione, stabilità, continuità e non ha mai dei picchi, degli scossoni; la relazione viene data per certa, non viene messa in dubbio dalle possibili discussioni. L'amore come l'amicizia è una relazione calda ma è diversa dall'amicizia per intensità e per picchi che la caratterizzano. L'amore ha dei picchi up e down, è una montagna russa instabile, il tutto è meno certo e scontato rispetto l'amicizia. La persona amata occupa necessariamente la nostra testa nel quotidiano, infatti l'amore, rispetto l'amicizia, è più complicato. Amore e amicizia hanno punti di contatto ma sono tra loro anche molto diversi! ### Saper dire NO Parliamo della capacità di sapere dire "No" e di com'è possibile rifiutare una richiesta altrui per tutelare se stessi e non compromettere la relazione con l'altro. Sapere dire no all'altro permette infatti di dire "si" a se stesso  Sapere dire no spesso è difficile, preoccupante perché ci porta spesso a pensare alle conseguenze come rendersi sgradevoli, non aiutare, offendere l'altro. Spesso quello che ci viene chiesto è troppo, è distante da noi, dai nostri valori e dalla relazione che sentiamo di avere con l'altro ma allo stesso tempo ci sentiamo in un dilemma: se dico no faccio ciò che voglio ma ferisco l'altro; se dico sì faccio ciò che l'altro desidera ma ferisco me stesso.  Sul lungo periodo questo potrebbe portare la persona a non riconoscersi più, chiedersi "chi sono?", chiedersi perché nelle relazioni non è possibile essere accondiscendenti. Com'è possibile dire no all'altro e dire si a se stessi senza né ferire l'altro né se stessi? Dire no all'altro deve essere comunicato facendo comprendere che è la conseguenza di una scelta verso se stessi: "non ti dico no perché sto dicendo no a te ma perché sto dicendo sì a me, seguire questa tua richiesta mi porterebbe ad andare contro ad un patto che ho fatto con me stesso. Non è un no verso di te ma è un sì verso di me".   Un "no" all'altro è un "sì" verso una scelta di vita, di valori, che si è fatto!    ### Ghosting: aspetti che non ti hanno mai raccontato Parliamo di Ghosting e di un obiettivo, talvolta implicito, non chiaro in chi agisce il Ghosting ma costo intuitivo rispetto lo stesso comportamento. Il Ghosting è già stato spiegato molte volte è quell'azione per la quale una persona per la quale nutrivamo interesse sentimentale si da alla macchia e sparisce. Quando ci troviamo a vivere e subire Ghosting c'è un aspetto emotivo nostro che risuona con la nostra storia con i nostri significati il nostro modo d'essere e di vivere le relazioni. Siamo da un lato risentiti con l'altro ma anche con noi stessi in merito al perché abbiamo permesso lui\lei di trattarci in quel modo. Allo stesso tempo spesso, successivamente all'aver vissuto il Ghosting, la persona diventa più diffidente, si ritira, e fa vivere alle nuove relazioni le colpe della relazione precedente. Ti sei mai chiesto quali sono i significati impliciti del Ghosting? Chi agisce Ghosting vuole chiudere pur non avendo la forza della scelta ma vuole anche tenere la porta aperta per un possibile ritorno. La modalità di non chiarire, non dire, non esplicitare, permette alla persona che scappa di lasciare uno spiraglio di ritorno. Questo aspetto naturalmente non è sempre vero ma è molto frequente. Attenzione perché sulla persona che ha subito Ghosting ha sempre presa la scusa e la spiegazione di chi si era allontanato ed era sparito. Chi ha subito Ghosting vuole capire quindi riaccoglie sempre colui\lei che ha agito.  ### Il tradimento seriale Il tradimento è un tema a me molto caro e recentemente mi è stata posta una domanda, un commento online, in merito al tradimento seriale. Il tradimento seriale non esiste in termini di categoria e di etichetta, in termini comuni si definisce come un tradimento costante nella relazione oppure come tradimenti costanti in diverse relazioni avendo a monte una relazione fissa. Un tradimento è seriale, nel gergo comune, quando: c'è una relazione parallela con una o due persone oltre al partner ufficiale c'è un tradimento con diverse persone che si presenta indipendentemente da chi sia il partner ufficiale ci sono vari partner, una moltitudine di tradimenti, parallelamente alla relazione ufficiale Il tradimento seriale tuttavia non è un'etichetta diagnostica e, di fatto, non esiste poiché il tradimento è una conseguenza del sistema relazionale in cui la persona sta.  Il tradimento seriale è una tipologia di tradimento che generalmente ha a che fare con l'incapacità di entrare in relazione: il traditore non è mai davvero entrato in relazione con l'altro. Il traditore seriale non è mai davvero stato capace di costruire qualcosa ed ha sempre mantenuto un piano individuale separato dal piano di coppia. Il soggetto che tradisce serialmente, generalmente, non pensa che i propri bisogni possano essere soddisfatti nella relazione: ha una relazione dalla quale prende e non restituisce  ha altri bisogni che non possono (secondo loro) essere soddisfatti dal partner  Il traditore definito seriale (dal gergo comune) dalla relazione prende ciò che l'altro può offrire, raramente investendo in essa, e dall'altro lato pone qualunque suo tipo di bisogno davanti all'altro e alla relazione. Per il traditore al primo posto ci sono se stesso ed i propri bisogni e solo al terzo posto c'è la relazione, che diventa uno strumento attraverso il quale soddisfarsi.  ### Innamoramento, amore e narcisismo Parliamo di innamoramento, amore e di narcisismo, in particolare come si fa a capire se ci si trova all'interno di una relazione con un potenziale narcisista nel passaggio tra l'innamoramento e amore.  Innamoramento e amore sono fasi molto diverse tra loro, tuttavia ci sono elementi e caratteristiche che cambiano in funzione di: tipo di relazione in cui ci si trova fase in cui ci si trova L'innamoramento è quella fase in cui facciamo di tutto per trascorrere del tempo con quella persona, è un bisogno fisico di stare insieme. C'è una forte volontà di scoprire l'altro, vogliamo entrare nella sua testa e scoprire ogni sua caratteristica. Nella fase dell'innamoramento tutto è perfetto.  L'amore viene dopo l'innamoramento e non è più caratterizzato dalla perfezione dell'innamoramento, si scarica la fase di idealizzazione ed aumenta l'impegno e la razionalità. Nell'amore il bisogno di scoperta si trasforma in bisogno di prefigurarsi la progettualità di coppia. Nell'amore non esiste perfezione, vediamo i limiti del partner e quest'ultimo vede i nostri ma, nonostante ciò, ci si dedica alla progettualità di coppia. Nel narcisismo, il bisogno di stare con l'altro, non è reciproco: un partner dà, l'altro prende e pretende, il narcisista sta in una posizione up, l'altro partner è down. Quando si ha a che fare con un partner narcisista, superato il primo strato illusorio, si ha a che fare con un baratro, non ci si spiega tanti comportamenti, ciò che prima era certezza ora è un dubbio. L'amore con il narcisista è costrizione perché si ha bisogno di comprendere se ciò che è stato provato sia davvero un abbaglio. Nella relazione d'amore con un potenziale narcisista le farfalle nello stomaco diventano pugni.  ### Relazioni tossiche Parliamo di relazioni tossiche cercando di esplicitarne alcuni aspetti importanti. Innanzitutto è importante sottolineare che non esiste nulla che applicato a posteriori e a priori possa modificare positivamente una relazione tossica. E' nelle motivazioni, estremamente individuali e soggettive (all'individuo e alla coppia), che è fondamentale entrare per comprendere il perché una relazione è poi diventata tossica. La relazione tossica, di per se, porta sempre alle stesse sensazioni come: dolore  confusione  perdita di se stessi  investimento eccessivo  incapacità di mettere d'accordo testa e pancia  Non esiste nulla che applicato in maniera estemporanea possa modificare queste caratteristiche a priori: è fondamentale agire sulla causa. Per risolvere una relazione tossica è fondamentale: capire l'origine della tossicità che ha creato la degenerazioni applicare le soluzioni I criteri di tossicità sono molteplici e diversi, ci sono infatti tossicità strutturali, così come la distanza può essere un fattore di tossicità. La presenza di altri nella coppia come la famiglia d'origine dei partner contribuisce a creare fattori di tossicità così come alcuni principi di tossicità possono essere ideologici o personologici. Quindi: quanto e come la situazione che noi viviamo ci espone al rischio che la relazione evolva in tossica? Il fattore di rischio attecchisce sulla base di due variabili: aspetti individuali che si combinano insieme alle esperienze che la persona ha di se insieme all'altro e nella relazione. Questi due aspetti posso mitigare la possibilità di tossicità o alimentarla. E' la combinazione di vari e soggettivi elementi che determinano fattori di rischio che nel tempo possono portare alla tossicità della relazione. Come affrontare questa situazione? O cambiare strutturalmente quindi agire un cambiamento concreto come un trasferimento qualora il fattore di rischio sia per esempio la distanza, oppure agire e contattare un terapeuta. Oppure, si accetta la situazione, cosa che non ha a che vedere con la rinuncia ma con la promessa di poter cambiare. Quindi attenzione: non esiste un elemento che applicato in maniera estemporanea alla relazione tossica sarà efficace!  ### La paura del rifiuto Oggi parliamo di paura del rifiuto e lo facciamo approfondendo tre aspetti: cos'è  quali conseguenze ha  da dove ha origine  La paura del rifiuto nella relazione non è altro che il timore, spesso ingiustificato, poiché ha a che vedere con dinamiche individuali che rendono la persona sensibile tanto da metterla in continua allerta e apprensione nei confronti di una possibile fuga e rifiuto del partner.  La paura del rifiuto ha diverse manifestazioni così come diverse conseguenze. La persona che ha paura del rifiuto ha, generalmente, un comportamento molto ossequioso e accondiscendente, tende a dire spesso "sì" e mettere avanti i bisogni dell'altro. Coluilei che ha paura del rifiuto tende spesso ad anticipare i bisogni altrui per farloa stare tranquillo. Qual' è il problema? Troppo spesso questa eccessiva disponibilità implica il rinunciare a se stessi, il dilemma nel quale quindi questa persona si trova è: rinunciare a se stessi in funzione della relazione oppure rischiare il rifiuto affermando tuttavia se stessi?  La scelta della persona che teme il rifiuto tendenzialmente è la prima in modo da ridurre al minimo le possibilità di rifiuto, tuttavia sul lungo termine è una posizione difficilissima da sostenere a causa delle conseguenti limitazioni. La persona infatti sviluppa rabbia, sofferenza, insoddisfazione: la persona si perde. Da dove ha origine?  Tendenzialmente ha origine nelle esperienze originarie con le figure d'attaccamento principali che diventavano contraddittori e ambivalenti. Ci sono naturalmente moltissime connessioni tra modalità e tipologia di cure ricevute e prime esperienze relazionali adulte, che approfondiremo in un articolo dedicato.   ### Le tre vittime della gelosia Parliamo in questo articolo delle tre vittime della gelosia ovvero: la coppia  la persona amata (l'oggetto della gelosia)  la persona gelosa  Spesso quando si parla di gelosia si tende a generalizzare perché ci si concentra solo sul punto di vista del geloso o, più raramente, sull'oggetto della gelosia. Da un lato c'è sicuramente il partner della persona gelosa che si sente limitato, condizionato, in dovere di rassicurare, magari subisce controllo della persona che progressivamente sviluppa confini ai gradi di libertà del compagnoa che possono soffocare e suscitarne l'ira. Il geloso stesso vive una vita d'inferno per la paura di essere circuito, raggirato, è insicuro, si disturba da solo dicendosi che deve smetterla ma è impossibilitato veramente nel farlo. Il geloso generalmente sa, razionalmente, che il partner è bisognoso di fiducia tuttavia, di pancia, sente di dover controllare sempre un ultima la volta. La coppia quindi non riesce ad esprimersi, evolvere, ad avere una progettualità sostenuta da una relazione solida. La gelosia mette sempre in discussione tutto, fa nascere il dubbio, le discussioni, quindi la coppia stessa si trova all'interno di un limbo molto ampio in cui da un lato c'è ciò che la coppia potrebbe essere e potrebbe diventare mentre dall'altro lato la quotidianità quindi ciò che la gelosia costringe ad essere e diventare. Le tre vittime della gelosia sono quindi il geloso, la persona amata e la coppia che essi compongono, se da un lato la responsabilità della gelosia è in parte del geloso e in parte della persona amata, la responsabilità della soluzione della gelosia è sempre della coppia.  ### Sindrome da burnout Il burnout altro non è che una sindrome da esaurimento ovvero uno stato in cui la persona si sente: svuotata apatica affaticata appesantita Talvolta la persona perde il significato delle cose e della sua attività lavorativa. Spesso è accompagnata da rabbia, rancore, nervosismo, c'è una totale incapacità di staccare la testa nel tempo libero, il lavoro diventa così una macchia d'olio che si espande a tutte le ore della giornata. Ci possono essere delle somatizzazioni fisiche messe in atto come conseguenza: cefalea, mal di testa, perdita dell'appetito, disturbi del sonno. E' una sindrome legata esclusivamente a tematiche di natura lavorativa, non si può andare in burnout per la propria relazione. Ci possono essere infatti situazioni lavorative che possono consistere in fattori di rischio. Il burnout è spesso associato a professioni d'aiuto, è prevalentemente presente in contesti come il medico, lo psicoterapeuta, l'infermiere, l'oss. E' tuttavia vero che si può sviluppare in tutti i contesti nei quali ci sono alcuni  elementi, come: orari insostenibili carichi di responsabilità eccessive insicurezza sia fisica che economica poca soddisfazione ed efficacia pochi livelli di successo come il lavoro con le malattie terminali la monotonia Questi elementi possono essere fattori di rischio alla generazione della sensazione di fatica e pesantezza oltre che rabbia, nervosismo e fatica a staccare il pensiero. La domanda attuale che ci poniamo tuttavia è come cambierà la sindrome da burnout data la riorganizzazione lavorativa attuale seguita alla pandemia? Come cambierà la sindrome da esaurimento con lo smart working? ### Le origini della gelosia Parliamo di gelosia e di cosa determina la predisposizione individuale ad essa. In psicologia spesso si parla di fattori di rischio, questi non sono una diagnosi ma una predisposizione individuale a sviluppare una determinata difficoltà. Esistono fattori di rischio in ogni elemento, in ciò che facciamo e in ciò che non facciamo: fumare è un fattore di rischio per cancro ai polmoni guidare è un fattore di rischio per incorrere in incidente Quali sono quindi i fattori di rischio che possono determinare una maggiore predisposizione a provare gelosia nella propria relazione sentimentale?  Ce ne sono in particolare due e soprattutto è bene osservare come questi due elementi si con-pongono con la relazione specifica e soggettiva. L'elemento principale che osserviamo come fattore di rischio è la relazione di accudimento avuta nella nostra infanzia, ovvero la relazione con quella persona che ha svolto per noi una funzione di accudimento. Le persone più importanti nella nostra infanzia quale ruolo hanno avuto? Se la relazione è stata sicura, certa e non è mai stata messa in discussione la presenza della figura di accudimento allora noi andremo a sviluppare un'idea di noi stessi stabile e altrettanto stabile sarà l'idea di noi stessi in una relazione poiché essa stessa è vista (sentita) come sicura. Se questa disponibilità è stata negata la nostra percezione di poter sviluppare relazioni stabili, certe e sicure sarà influenzata dall'assenza o presenza scostante delle figure di accudimento. Pertanto sentiremo una necessità di controllo e un dubbio costante riguardo le relazioni che abbiamo.  Questo non è legato esclusivamente a mancanze emotive ma anche ad una riorganizzazione del sistema famiglia proprio degli anni di forte sviluppo che stiamo vivendo. Avere avuto un'esperienza positiva con le figure accudenti ci porta a sviluppare due idee molto importanti: sulla nostra capacità di sviluppare relazioni  sulla forma che le relazioni dovrebbero avere  Quando questo non accade sviluppiamo due fattori di rischio: l'idea che la relazione è instabile quindi deve essere monitorata  l'idea che noi siamo in grado di sviluppare relazioni sane  A ciò naturalmente si appoggiano tutte le esperienze relazionali successive all'infanzia come nell'adolescenza e la giovane età adulta. E' quindi nelle prime esperienze di accudimento e sentimentali che si va a generare la componente individuale che ha a che vedere con la predisposizione alla gelosia.   ### Se non è gelos* non mi ama? "Dottore ma è vero che se il mio partner non mostra gelosia allora è perché non gli interesso abbastanza?" Questo è uno stereotipo per cui si dice che un po' di gelosia faccia bene alla coppia, che qualche testimonianza di gelosia dimostra interesse, o ancora che manifestare la gelosia dia certezza che ci sia un desiderio e volontà di stare in relazione. La mancanza di gelosia viene vista come una mancanza d'interesse. La dura verità è che non è così!  La gelosia può essere una manifestazione di interesse ma può anche avere a che fare con un'insicurezza individuale, pertanto la gelosia può essere una modalità di rassicurazione, una modalità per accertarsi che l'altro non ferisca. La gelosia pertanto può essere una manifestazione di interesse ma anche, e soprattutto, di una forte insicurezza. Non manifestare gelosia non è detto che abbia a che fare con il disinteresse nella relazione o non provare sentimenti, può anche esserlo, ma non necessariamente. Una persona per esempio può avere una ridotta predisposizione alla gelosia, frutto di esperienze precedenti positive. Si può avere una buona fiducia del partner e nella relazione ovvero in ciò che è stato costruito e che nel tempo è stato organizzato. Non provare gelosia non significa non essere coinvolti, significa invece aver sviluppato tre diversi livelli di fiducia: fiducia in se stessi e nella propria capacità di sviluppare relazioni sane fiducia nell'altro  fiducia nella relazione ovvero nell'idea della relazione come qualcosa di sano   ### Gelosia: emozioni e componenti Parliamo di gelosia e di quali sono le emozioni che la compongono, i significati che la caratterizzano e quali sono le componenti che ne determinano l'insorgenza nella relazione di coppia. Quando si parla di gelosia ci riferiamo ad un termine molto conosciuto che ci permette all'istante di comprendere ciò a cui stiamo facendo riferimento. Ci sono varie tipologie di gelosia, così come varie sfumature delle varie tipologie, pertanto è estremamente complesso che un solo termine, "gelosia", possa facilmente rappresentare il tutto. Lo spettro delle emozioni che hanno a che fare con la gelosia è ampissimo: ansia paura di perdere l'oggetto d'amore preoccupazione rischio paura non sentirsi all'altezza e non essere degni non essere abbastanza Ciò che una persona etichetta come gelosia non ha nulla a che fare con ciò che un'altra persona etichetta come tale, è per questo motivo che il solo termine "gelosia" non può essere rappresentativo del tutto.  Si pensa che la gelosia sia sempre legata a difficoltà proprie, tuttavia questa è una visione semplicistica. Da un lato c'è sempre una componente individuale, come l'insicurezza, ovvero una predisposizione individuale alla gelosia determinata per esempio, da esperienze passate sommate ad esperienze relazionali attuali. Non c'è tuttavia solamente la nostra esperienza e la nostra percezione ma anche il comportamento dell'altro ed una parte che è totalmente ascrivibile alla relazione. La gelosia, quando viene espressa, ha due componenti: la sfera individuale  la relazione: come i due partner si sono combinati   La relazione quindi può essere o meno cassa di risonanza alla predisposizione individuale, a fronte del modo in cui la coppia si è co-costruita. La gelosia quindi non è responsabilità solo di un partner ma della coppia, entrambi pagano il prezzo. ### Eravamo una coppia perfetta, ora per un problema esterno alla coppia ci stiamo perdendo "Eravamo una coppia perfetta, ci amiamo tanto, ma qualcosa che è arrivato dall'esterno che non riguardava la nostra relazione si è insinuato e ci sta portando via ciò che con tanta fatica ci siamo costruiti." Questo è un commento che molto spesso sento dire nella stanza di terapia da coppie che hanno vissuto molta felicità ed equilibrio e che ad un certo punto queste ultime sono state messe a dura prova dalle sfide della quotidianità.  Non possiamo controllare tutto, possiamo controllare ciò che nella nostra relazione accade come, per esempio, le attenzioni che dedichiamo. La vita tuttavia ci mette di fronte dei cambiamenti, delle sfide inaspettate, che non riguardano immediatamente la relazione ma che in essa trovano una cassa di risonanza. Spesso c'è un'errata attribuzione di qual è la causa del problema: attribuiamo la colpa a ciò che consociamo credendo sia il nemico, credendo il partner sia il nemico. Ci sono quindi dinamiche che sono esterne alla coppia ma che alterano l'equilibrio interno come: un maggior richiamo delle famiglie d'origine, problemi economici, lavorativi ecc.. Il contesto, non per volontà della coppia, viene stravolto e se la coppia non comprende che l'innesco del terremoto non è causato da loro, ma dall'esterno, e non lavora insieme per riadattarsi in funzione del nuovo contesto, la coppia rischia di vedersi reciprocamente come il nemico. Il tentativo di soluzione deve essere raggiunto attraverso la coesione e non attraverso il conflitto. Attenzione quindi perché si pensa di andare a letto con il nemico quando il problema non è lì. ### Proiezione: quando il partner attribuisce le sue colpe all'altro Parliamo di proiezione ovvero quando il partner attribuisce all'altro la responsabilità di sue paure o colpe.  E' un meccanismo che succede frequentemente soprattutto quando si ha a che fare con problemi di coscienza per cui si innesca il meccanismo in cui uno dei due partner accusa l'altro di comportamenti propri o teme che l'altro possa mettere in atto dei comportamenti che lui o lei hanno agito o temono di agire. E' un meccanismo che aiuta la persona che avverte la difficoltà, e la teme, ad alleviarsi dalla colpa della stessa.  Per esempio capita in terapia una giovane coppia in cui uno dei due inizia ad essere geloso, inizia ad accusare l'altro\a di tradimento ed inizia a mettere in discussione la fedeltà della\del compagna\o, salvo poi scoprire che non ci sono situazioni oggettive che fanno presumere un comportamento di questo tipo. Approfondendo le radici di questa paura, colui che proietta, scopre che ci sono pezzettini del proprio passato, come un tradimento agito o quasi agito, che generano la paura di quello che potrebbe fare (di nuovo) nella nuova relazione. Questo meccanismo si chiama proiezione ed è un meccanismo che agiamo quando siamo preoccupati, è un meccanismo molto classico con il quale si proiettano nell'altro le proprie colpe e paure. ### Ansia, fretta e problemi esistenziali Parliamo di ansia e di fretta e di come il mix di queste diventa una degenerazione che fa sentire una persona ingabbiata nella realtà e nella vita costruita. Esistono numerose tipologie d'ansia in questo specifico contesto vorrei approfondire il concetto di ansia esistenziale ovvero non quando si prova un sintomo come un attacco di panico ma quando il senso d'ansia è trasversale alla vita in termini esistenziali. Non si riesce a comprendere qual è il proprio posto nel mondo o una volta compreso non si riesce a raggiungerlo sentendosi costantemente in ritardo. Per esempio una giovane donna di 33\34 anni che chiama perché sente di dover prendere delle scelte rispetto la sua vita privata e relazionale e prova delle difficoltà nel farlo, avvertendo da un lato il suono dell'orologio che la costringe a scegliere una strada e dall'altro l'imposizione del doverlo fare.  Si innesca un meccanismo per cui il problema non è la decisione ma la sensazione di essere in ritardo e non seguire le corrette tappe. Il problema diventa il dover rincorrere qualcosa per essere e sentirsi al passo. Non ci si sente mai appagati e completi, non si ha mai la sensazione di essere soddisfatti perché l'attenzione è sempre sul neo del ritardo che diventa la propria condanna. ### Perchè rimaniamo in relazioni infelici: 3 motivi Perché ci ostiniamo a rimanere in relazioni che non funzionano? In questo caso non stiamo parlando di relazioni tossiche ma amori finiti, storie giunte al termine, amori e sentimenti in cui tutto si è affievolito e noi ci siamo adagiati in essi. Non siamo più felici e abbiamo troppa paura nel chiederci il perché: temiamo la risposta. Quali possono essere le motivazioni che conducono a stare nell'infelicità? Innanzitutto si tende a restare legati ad un passato con l'ingenua speranza che tutto possa tornare come prima. Si vive una sorta di ricatto e di minaccia all'idea di rompere una relazione Si vive in un'idealizzazione dell'altro La prima motivazione è quella per cui si vive ancorati nel passato nell'ingenua speranza che tutto possa tornare come prima. Si rimane legati all'amore vissuto nonostante lo stesso sia finito per più motivazioni, ed uno dei due partner (o entrambi), vivono nel ricordo di ciò che è stato. Pensano che difficilmente si possa trovare la stessa cosa con altri partner nella speranza che tutto torni come prima. Tendenzialmente il pensare che tutto torni come prima è un modo per far fallire la relazione poiché i partner non si assumono la responsabilità del cambiamento. Le minacce e i ricatti sono la seconda motivazione, non si tratta di "se mi lasci non ti faccio vedere più i bambini" poiché sono tendenzialmente più subdole come: "non posso separarmi perché chissà cosa dice la mia famiglia" piuttosto che "chissà cosa dice la gente". Minacce più o meno esplicite o tendenzialmente implicite che impediscono alla persona di muoversi nella libertà del suo benessere individuale. L'idealizzazione dell'altro invece è la visione dell'altro per come non è, si crea quindi un attribuzione all'altro di tutte le caratteristiche che noi vorremmo avesse e gli attribuiamo tutte quelle caratteristiche che giustificano le sue azioni. Dal punto di vista cognitivo ci raccontiamo che tutto va bene ma emotivamente non si sta bene, attribuendo a noi stessi la responsabilità del malessere. Pur di non vedere l'altro per ciò che è sentiamo l'infelicità, continuiamo a giustificare l'altro attraverso le proiezioni e attribuiamo la responsabilità a noi. ### Sindrome dell'impostore Parliamo qui di sindrome dell'impostore, un termine che si sta sentendo sempre più spesso soprattutto quando si ha a che fare con tematiche lavorative. La sindrome dell'impostore non ha a che fare con tematiche lavorative ma anche con relazioni e consiste nell'idea di non essere degno, non meritare i successi ottenuti, indipendentemente da cosa significhi successo per la persona stessa. Quindi chi ne soffre non riesce ad attribuirsi i meriti, le qualità e sente solo il peso della responsabilità che questo status prevede, ha paura di essere smascherato\a nella sua incompetenza. Ovviamente così non è, oggettivamente parlando quando la persona ottiene riconoscimento ha tutte le competenze e le carte in regola: non si arriva mai ad una posizione per caso, è sempre la competenza che determina il raggiungimento  e il suo mantenimento. Chi soffre di questa sindrome ascolta gli altri, riconosce cognitivamente di avere caratteristiche ad hoc per quel ruolo ma di pancia non l'ha compreso: sente di essere un abbaglio e che presto tutto si sgonfierà. Questo generalmente è dovuto ad un'errata gestione del locus of control interno ed esterno ovvero il sistema di attribuzione di meriti e colpe. La persona che soffre di sindrome dell'impostore ha un locus of control esterno riguardo i successi che non sono mai merito della persona ed un locus of control interno riguardo i fallimenti che sono esclusivamente colpa sua. E' fondamentale quindi approfondire le relazioni avute all'interno della famiglia d'origine e delle esperienze relazionali generali per comprendere cosa sostiene l'errata gestione del locus of control. ### Parole e fatti nelle relazioni d'amore: come metterli d'accordo Parliamo di verità, menzogna, promesse e di fatti, di parole e di concretezza all'interno delle relazioni d'amore. Troppe volte quando mi trovo ad affrontare delle terapie sia individuali, che di coppia mi scontro con un gap molto grande tra ciò che viene raccontato e ciò che viene vissuto. Da un lato abbiamo la parte dell'amore che viene raccontato tra cui le promesse che l'altro ci fa, i significati, l'idea dell'altro e di contro il sentimento, le emozioni, che effettivamente vengono vissute nella relazione sentimentale. Da un lato il partner viene raccontato in un certo modo così come la storia viene raccontata e come in realtà viene vissuta. Questo tendenzialmente è dovuto al fatto che si da credito alle parole e poco credito ai fatti quindi ciò che effettivamente viene compiuto: spesso è troppo doloroso guardare i fatti che non vanno in linea con le emozioni pertanto li si giustifica. Ci costringiamo quindi a sopportare e tollerare dei fatti e una concretezza della relazione che per noi non è appagante in funzione di ipotetiche promesse. Il famoso "ti amo" è una promessa che un fatto accadrà, è una promessa che qualcosa in futuro accadrà, è una promessa di una more futuro poiché apre all'idea di dove voglio andare in futuro con la nostra relazione. Se tuttavia il "ti amo" non trova supporto nei fatti stessi quella parola può essere pronunciata all'infinito innescando una crisi di coppia. Da un lato si percepiscono prospettive rosee basate sulle premesse delle parole che tuttavia non trovano concretezza nei fatti. ### Gelosia retroattiva: uomini vs donne Come si manifesta la gelosia retroattiva: differenze tra uomini e donne La gelosia retroattiva è una forma di gelosia che porta una persona a ossessionarsi con il passato sentimentale o sessuale del partner. Si tratta di una dinamica che può nascere in modo subdolo e diventare un vero ostacolo alla serenità di coppia. Comprendere come si sviluppa e quali differenze esistono tra uomini e donne nella sua espressione è fondamentale per imparare a gestirla. Cos'è la gelosia retroattiva (o sindrome di Rebecca) Il termine sindrome di Rebecca deriva dal romanzo di Daphne du Maurier, in cui la protagonista si sente costantemente minacciata dal ricordo della prima moglie del marito. Questo sentimento di confronto continuo con il passato è il cuore della gelosia retroattiva. Chi ne soffre si concentra ossessivamente sulle relazioni precedenti del partner, cercando di ricostruire dettagli su ex, storie passate o esperienze intime. Anche se il passato non ha alcuna influenza reale sul presente, la persona gelosa fatica a distaccarsene e finisce per alimentare pensieri ricorrenti e confronti dolorosi. Le cause più comuni Bassa autostima e paura di non essere all'altezza; Dipendenza affettiva e bisogno costante di rassicurazione; Insicurezza legata al confronto con gli ex partner; Credenze culturali o religiose che idealizzano la purezza o la fedeltà assoluta. In sintesi: la gelosia retroattiva nasce da un'insicurezza interna, non dal comportamento reale del partner. Come si manifesta la gelosia retroattiva Le persone che soffrono di gelosia retroattiva possono: Chiedere continuamente informazioni sugli ex del partner; Controllare i social o i messaggi alla ricerca di tracce del passato; Confrontarsi ossessivamente con chi è venuto prima; Provare disagio o rabbia quando emergono ricordi o nomi del passato. Questi comportamenti generano tensione nella coppia, perdita di fiducia e discussioni ricorrenti. Col tempo, il bisogno di controllo può compromettere la relazione e alimentare un circolo vizioso di insicurezza e conflitto. In sintesi: la gelosia retroattiva logora la fiducia reciproca e può trasformarsi in una forma di controllo emotivo. Uomini e donne davanti alla gelosia retroattiva Le differenze di genere nella gelosia retroattiva riflettono diversi approcci emotivi e culturali. Uomini e gelosia retroattiva Gli uomini tendono a essere più gelosi delle esperienze sessuali passate della propria partner. Spesso temono di non essere all'altezza degli ex in termini di prestazioni o virilità. Nella mia esperienza clinica, questi pensieri sono spesso collegati a un senso di competizione e a modelli culturali che legano il valore maschile alla performance sessuale. Donne e gelosia retroattiva Le donne, invece, si concentrano più spesso sugli aspetti emotivi e affettivi delle relazioni precedenti. Ciò che suscita gelosia non è tanto la sfera sessuale, quanto la profondità del legame o la paura che il partner abbia amato qualcuno "più di lei". In terapia, molte donne raccontano il dolore legato al pensiero del tempo, delle attenzioni o delle emozioni che il compagno ha condiviso con un'ex. In sintesi: gli uomini temono il confronto fisico, le donne quello emotivo. Entrambi, però, soffrono per un bisogno di conferma e sicurezza. L'influenza della cultura sulla gelosia retroattiva Il modo in cui viviamo la gelosia retroattiva dipende anche dal contesto culturale. In molte culture, parlare del passato sentimentale è considerato un tabù, e questo alimenta insicurezze e curiosità malsane. Al contrario, nei contesti dove si riconosce che le esperienze passate fanno parte della crescita personale, la gelosia tende a essere più gestibile. I media e i social network amplificano questo fenomeno: la possibilità di accedere al passato digitale del partner (foto, commenti, ex relazioni) può rendere la gelosia ancora più difficile da contenere. Effetti della gelosia retroattiva sulla coppia Se non affrontata, la gelosia retroattiva può: Minare la fiducia e la comunicazione; Creare un clima di controllo e sospetto; Ridurre l'intimità emotiva e sessuale; Portare alla rottura del rapporto. Chi ne soffre può sviluppare bassa autostima e sentirsi costantemente inadeguato, mentre il partner può provare soffocamento o colpa, anche senza aver fatto nulla di sbagliato. In sintesi: la gelosia retroattiva è una minaccia silenziosa che può erodere lentamente il legame di coppia. Come affrontare la gelosia retroattiva Superare la gelosia retroattiva richiede consapevolezza, comunicazione e lavoro su sé. Alcune strategie utili sono: Lavorare sull'autostima: riconoscere il proprio valore e smettere di definirsi in base al passato del partner. Praticare la mindfulness: restare ancorati al presente e interrompere i pensieri ossessivi. Parlare apertamente: condividere le proprie insicurezze senza accusare, creando uno spazio di fiducia. Evitare il confronto: ogni relazione è unica, e paragonarsi agli ex è sempre fuorviante. Chiedere supporto terapeutico: un percorso individuale o di coppia può aiutare a comprendere le radici di questa gelosia e a trasformarla in consapevolezza. Nella mia esperienza clinica, la terapia aiuta le persone a riconnettersi con la propria sicurezza interiore e a costruire relazioni basate sulla fiducia, non sul controllo. In sintesi: la chiave per superare la gelosia retroattiva è spostare l'attenzione dal passato alla relazione presente. Domande frequenti sulla gelosia retroattiva Cosa significa gelosia retroattiva? La gelosia retroattiva è una forma di gelosia che si concentra sul passato del partner. Chi ne soffre prova disagio, ansia o rabbia pensando alle relazioni sentimentali o sessuali precedenti del compagno, anche se queste non hanno più alcuna influenza sul presente. Perché si soffre di gelosia retroattiva? La gelosia retroattiva nasce da insicurezza personale, bassa autostima e paura di non essere all’altezza. Spesso riflette la difficoltà ad accettare che il partner abbia vissuto esperienze affettive o sessuali prima della relazione attuale. Come si cura la gelosia retroattiva? Non esiste una “cura” immediata, ma è possibile superarla con un percorso di consapevolezza e supporto psicologico. La terapia aiuta a comprendere le origini dell’insicurezza, a gestire i pensieri ossessivi e a ricostruire la fiducia nella relazione. Come aiutare chi soffre di gelosia retroattiva? È importante non giudicare, ma offrire ascolto e rassicurazione. Allo stesso tempo, il partner non deve cedere a richieste di controllo o continue spiegazioni: sostenere chi soffre di gelosia retroattiva significa incoraggiarlo a lavorare su di sé, anche con l’aiuto di un professionista. Come superare la gelosia retroattiva? Per superare la gelosia retroattiva occorre spostare l’attenzione dal passato al presente, coltivare la fiducia reciproca e imparare a gestire l’insicurezza. Le tecniche di mindfulness, la comunicazione empatica e la terapia di coppia possono essere strumenti molto efficaci. Se ti riconosci in queste dinamiche, parlarne con un professionista può essere il primo passo per ritrovare serenità e fiducia. ### Le fasi dall'innamoramento all'amore Le 3 Fondamentali Fasi Dall’Innamoramento all’Amore Quando si parla di innamoramento e amore, si fa riferimento a due stati emotivi distinti, ma connessi, che descrivono l’evoluzione dei sentimenti all'interno di una relazione. Questo viaggio emotivo inizia con una forte attrazione verso un’altra persona e può svilupparsi in una relazione duratura, segnata da affetto e progettualità. Ci sono tre fasi principali in questo percorso: l'idealizzazione, il bagno di realtà e il riavvicinamento. Questi passaggi descrivono il cammino dalla fase iniziale di euforia fino alla costruzione consapevole di un legame duraturo. La Prima Fase: Idealizzazione e Fusione Emotiva All'inizio di una relazione, si sperimenta la fase dell'idealizzazione, un periodo intenso in cui l'altra persona appare perfetta. In questa fase iniziale, i difetti dell'altro sembrano invisibili e si desidera trascorrere tutto il tempo insieme, quasi in modo simbiotico. La persona amata diventa oggetto di ammirazione, e tutto ciò che fa o dice appare affascinante. C’è un bisogno fisico di vicinanza e condivisione, e ogni piccolo dettaglio che normalmente potrebbe essere fastidioso viene ignorato o reinterpretato come qualcosa di positivo. Questa fase di fusione è tipicamente intensa ma dura poco, poiché è spesso il risultato di una percezione idealizzata dell’altro. Il Principio di Realtà: Il Bagno di Realtà A un certo punto, la fase dell'idealizzazione inizia a perdere intensità, e subentra il principio di realtà, o "bagno di realtà". Si tratta di un momento in cui si comincia a vedere l’altra persona in modo più realistico, notando anche i difetti e i limiti che erano stati inizialmente ignorati. Questa fase è segnata da una presa di coscienza spesso destabilizzante, poiché implica un certo grado di disillusione. La coppia inizia a riconoscere gli aspetti dell'altro che non piacciono o che non sono in perfetta sintonia con le proprie aspettative. Il bagno di realtà può essere tanto intenso da portare alcune persone a mettere in discussione la relazione. In funzione di ciò che emerge in questa fase, si può avvertire la necessità di fare un passo indietro, riflettere sui sentimenti e decidere se proseguire il legame. È un momento delicato, che può diventare uno spartiacque per il futuro della coppia. Il Riavvicinamento Consapevole: Costruzione e Progettualità Se la coppia supera il bagno di realtà, si apre la porta verso una relazione d’amore matura. In questa terza fase, la relazione assume una nuova consapevolezza e si rafforza. Le aspettative idealizzate dell'inizio sono ormai state rielaborate, e si inizia ad accettare l’altro per ciò che è realmente, con pregi e difetti. In questo momento, la coppia può concentrarsi sulla costruzione di un legame basato sulla fiducia, sul rispetto e su una progettualità condivisa. Il riavvicinamento non è più basato sull’euforia o sull’idealizzazione, ma su una connessione più stabile e consapevole. Si innesca così un processo di costruzione, dove si intravede la possibilità di camminare insieme su una strada condivisa, accettando le sfide e le imperfezioni reciproche come parte integrante del rapporto. Questo rappresenta l’inizio di una relazione d’amore, più autentica e duratura, rispetto alla passione iniziale dell'innamoramento. Le Tre Fasi: Una Transizione Variabile Il passaggio dall'innamoramento all’amore si articola attraverso questi tre step: idealizzazione, bagno di realtà e costruzione. Ognuna di queste fasi può avere durate diverse, a seconda della personalità dei partner e della natura della relazione. Per alcune coppie, l’intero processo può svilupparsi in pochi mesi, mentre per altre può richiedere anni. Comprendere queste fasi permette di affrontare con maggiore chiarezza e serenità l’evoluzione del rapporto. Conclusione: Il Valore dell’Esperienza Amorevole Il percorso dall'innamoramento all’amore rappresenta un viaggio emotivo complesso e unico, che può essere arricchente per entrambe le persone coinvolte. Condividere queste esperienze con altre persone può fornire un sostegno prezioso e aiutare a riconoscere i propri sentimenti con maggiore consapevolezza. Se hai vissuto queste fasi o ti trovi attualmente in una di esse, condividere la tua storia può essere di aiuto ad altri, oltre che a te stesso, nel comprendere meglio i processi naturali che accompagnano l’evoluzione dei sentimenti. ### Ansia notturna Sfatiamo un mito: l'ansia notturna non è diversa dall'ansia diurna, viene definita notturna poichè si presenta durante le ore di riposo. Ci sono generalmente sei sintomi che possono concorrere insieme o separatamente e che definiscono l'ansia notturna: senso di agitazione e irrequietezza  palpitazioni (fiato corto, sudorazione..)  dolori (affaticamento, come se si fosse fatto a pugni la sera prima)  ruminazione (pensieri continui che si presentano nel corso della notte)  incubi  attacchi di panico veri e propri tutto ciò si presenta di notte e nelle ore di riposo  Cosa significa? Questa tipologia di ansia si presenta quando la persona abbassa le difese, i meccanismi di protezione che mette in atto nel quotidiano e che di conseguenza permettono di non essere sopraffatti dall'ansia. Questa tipologia di ansia si può presentare in due diversi scenari: La persona è conscia di avere un disturbo d'ansia e attraverso l'operatività giornaliera riesce a tenere a bada lo stato d'allerta e agitazione. Menre nel momento in cui prova a rilassarsi subentrano i sintomi. Il secondo scenario è determinato dalle persone che sono consapevoli di avere una vita frenetica ma non devono essere cognitivamente brillante per gestire lo stato emotivo ansioso diurno. Tuttavia quando abbassano le difese l'ansia esplode. Indipendentemente da questi due scenari: consapevolezza o non consapevolezza del disturbo ansioso diurno, la sua manifestazione notturna è la medesima! La persona, con l'ansia notturna, non si permette mai di staccare la mente dalla quotidianità, dalla giornata, dal futuro, pertanto si innesca il circolo vizioso che alimenta i sintomi stessi. In questi casi il lavoro risulta essere a maggior ragione concentrato sulle emozioni e su ciò che la persona non riesce a dirsi. ### Le due vie dell'ansia: ansia generalizzata e attacco di panico Parliamo di ansia e nello specifico di due percorsi che l'ansia compie: una strada a due vie ovvero due macro mondi dell'ansia e di quali sono le connessioni tra questi. L'ansia generalizzata è un'allerta costate, un senso di irrequietezza, agitazione, timore che accompagna la persona nell'arco di tutta la giornata.  L'attacco di panico invece ha sintomi specifici come tachicardia, fiato corto, sudorazione, paura di morire che risultano essere molto circoscritti nel tempo: l'attacco di panico non dura più di cinque minuti. L'ansia generalizzata accompagna la persona quasi nell'arco di tutta la giornata, può aumentare in determinati contesti ma non è mai dirompente, la persona non perde mai il controllo, è una lenta e lunga lotta di logoramento. L'attacco di panico invece è presente solo nel momento in cui è dirompente, la persona può essere leggera e tranquilla nell'arco della giornata e l'attacco di panico sopraggiunge improvvisamente. Perché parliamo di due vie? Ci può essere una condizione generalizzata in cui subentrano gli attacchi di panico e viceversa può esserci un attacco di panico che poi genera ansia generalizzata.  In questo secondo caso parliamo, per esempio, di persone che nell'arco della loro vita hanno sempre vissuto alcuni eventi con apprensione e sperimentano per la prima volta un attacco di panico, queste persone diventano generalmente esperte: non lavorano più per la risoluzione del sintono ma per la sua gestione. Queste persone non vivranno più attacchi di panico violenti ma svilupperanno ansia generalizzata poiché esperti della sua gestione. Quando invece il percorso sia opposto stiamo parlando invece di una situazione rappresentata bene dalla pentola a pressione: quando il livello di carica e di saturazione dell'ansia generalizzata diventa ingestibile, la tensione accumulata viene rilasciata attraverso l'attacco di panico. I due percorsi dell'ansia quindi sono: dall'ansia generalizzata all'attacco di panico e viceversa. Come affrontarli? comprendendo le cause  eliminando l'idea che l'ansia si gestisce  L'ansia non si gestisce: l'ansia si comprende e si supera!  ### Crisi di coppia: come rimanere uniti nelle difficoltà Parliamo anche qui di crisi e delle dinamiche interne alla coppia che possono essere fattori di protezione o fattori di rischio. Questi sono tre: Rigidità dei ruoli  Problem solving  Reciprocità o capacità di vedere l'altro come alleato  Il tema della rigidità dei ruoli è già stata ampiamente trattata pertanto ritengo importante analizzare i due punti successivi. Il problem-solving consiste nella capacità della coppia di essere orientata alla soluzione del problema piuttosto che al problema stesso. Quando ci sono delle fatiche infatti molte coppie si trovano a litigare sulla responsabilità della causa e non a ragionare sulla responsabilità della soluzione: non sono orientati alla soluzione. Questo innesca a cascata il concetto di reciprocità: si trovano a confliggere sul tema di chi è la colpa piuttosto che capire quali sono i ruoli nell'assumersi la responsabilità della soluzione del problema stesso. Si trovano a confliggere sulla causa, sulla colpa, piuttosto che lavorare in modo coordinato e di squadra verso la soluzione. Rimanendo incastrati nella comprensione di chi ha la colpa non si fa altro che allontanarsi dalla soluzione stessa: è più utile comprendere e approfondire quali sono le cause, le dinamiche, che hanno portato alla crisi. Non trattare l'altro come nemico o colpevole da annientare poiché è inevitabilmente devastante per la crisi che coppia vive. ### Crisi di coppia: come analizzare le cause Parliamo in questo breve articolo di crisi di coppia ed in particolare degli elementi che determinano una crisi e quali sono soprattutto gli elementi per comprenderla. Le crisi di coppia si identificano, innanzitutto, attraverso degli elementi strutturali quali: il luogo in cui si verificano  il tono di voce tenuto durante la crisi  l'umore che la crisi genera  il tempo della crisi: cronicizzata o rapida  In questo specifico contesto affrontiamo il luogo della crisi ovvero: da dove ha origine? Ci sono due luoghi in particolare: interno oppure esterno. Il luogo esterno è riconducibile a cause esterne alla coppia stessa per esempio qualcosa che accade nella vita di uno dei due partner che mette in crisi la coppia come la perdita di lavoro di uno dei due. Sicuramente all'interno della coppia c'è una responsabilità di soluzione al problema ma la responsabilità di causa è esterna come per esempio la chiusura di un'azienda. Le cause interne alla coppia non sono legate a cosa può succedere ad uno dei due partner come i motivi lavorativi, famigliari, ma sono legate ad aspetti faticosi da gestire. Non sono legati alle sfide che la vita mette di fronte ma sono legati ad aspetti che la coppia fatica a riorganizzare, per esempio snodi progettuali come nascita di figli, convivenza, acquisto di case nuove.  Se da un lato la coppia desidera questo nuovo progetto dall'altro è faticoso riorganizzarsi in funzione della nuova situazione. Distinguere tra cause interne ed esterne è fondamentale per compiere i primi passi per comprendere la crisi stessa. ### Esiste l’amore a prima vista? "Dottore ma esiste l'amore a prima vista?"  Esiste sicuramente l'innamoramento a prima vista, l'amore a prima vista, ahimè, non esiste poiché si parte sempre da una confusione iniziale, emozioni intense, come se si fosse drogati: è innamoramento.  Ci sono una serie di sensi di cui siamo consci, come la vista, ed una serie di sensi di cui siamo meno consapevoli. Quando incontriamo qualcuno che fa nascere in noi quelle sensazioni forti, attiva in noi qualcosa, attraverso quei sensi, che ci fa pensare: quella persona corrisponde a chi vorremmo a fianco. Quando ci si trova in uno tsunami emotivo che apparentemente è amore a prima vista di fatto non è amore ma innamoramento e avviene perché la persona conosciuta corrisponde esattamente a ciò che desidereremmo a fianco.  In quel momento ci chiediamo, siamo aperti, inoltre, a valutare come si con-pongono le persone vicine a noi con i nostri bisogni e desideri. Attenzione è solo attraverso il comporsi di questi due aspetti che è possibile provare l'innamoramento a prima vista! ### Da amicizia ad amore e viceversa. Qualche riflessione Da Amicizia ad Amore e Viceversa: Qualche Riflessione Amicizia e amore: da amicizia ad amore e da amore ad amicizia. Insomma, cerchiamo di fare qualche riflessione su questi intrecci relazionali. Molte volte mi viene chiesto: "Dottore, come si fa a trasformare un'amicizia in amore? E cosa succede quando si rimane amici senza diventare amanti? E quando invece si è stati amanti e poi ci si ritrova amici?" Facciamo un po' di ordine. Ovviamente, le vie dell'amore e dell'amicizia sono diverse, ma sotto alcuni punti di vista hanno anche diversi punti di contatto e similitudini. Non è infatti insolito che si passi da un'amicizia a un amore o talvolta anche viceversa, anche se in questo caso la prospettiva non è così rosea. Vediamo perché. Una ragazza mi chiedeva: "Dottore, un amore nato da un'amicizia è uguale o diverso rispetto a un amore nato con una persona che non si conosceva prima?" La risposta è sì, inevitabilmente sì. Tuttavia, è altrettanto vero che tutte le relazioni sono diverse e uniche. Amore Nato da Amicizia Una relazione nata da un'amicizia segue tempi e modi diversi rispetto a una relazione con una persona con la quale non si aveva un legame di amicizia. Due amici che poi si scoprono amanti già si conoscono, hanno uno storico, conoscono i dettagli intimi e il comportamento dell'altro in molte situazioni. La parte di scoperta dell'altro partner è mitigata e meno totale. Questo non è necessariamente né un bene né un male; c'è chi lo troverà noioso e chi rassicurante. La differenza maggiore è che, all'inizio di una relazione nata da un'amicizia, la scoperta non è così preponderante come in una relazione senza un precedente legame di amicizia. Inoltre, nelle relazioni nate da un'amicizia, il fatto di avere una conoscenza pregressa facilita molte tappe. È più frequente che coppie che si trasformano da amici in amanti abbiano una progettualità più diretta e veloce. La fase di scoperta è stata più rapida e breve, quindi sono più pronti a impegnarsi, poiché la scelta è già stata in parte fatta. Da Amanti a Amici Ci viene spesso chiesto anche: "Da amanti, si può diventare amici?" Qui il discorso cambia. Le prospettive sono due: se uno dei due nutre ancora un interesse per l'altro, non sarà mai un rapporto di vera amicizia. Uno dei due avrà comunque degli interessi che, per quanto possano essere definiti amicali, di fatto non lo sono. Se entrambi i partner hanno sentito progressivamente scaricarsi l'amore, rimanendo solo l'affetto, e hanno la lucidità di lasciarsi andare, è possibile che ci sia un legame di amicizia. Tuttavia, spesso questo legame non si rispecchia nella quotidianità. Sono poche le coppie che, dopo una storia importante, diventano davvero amici. Questo richiederebbe una trasformazione della loro relazione, cosa che spesso non è desiderata. In relazioni brevi, invece, è più probabile che si possa rimanere amici dopo la fine della storia. Rischi e Rinunce La situazione più complicata è quando, dopo una relazione lunga e importante, ci si ritrova a essere amici. In questi casi, si rinuncia spesso alla componente sentimentale per mantenere il legame di amicizia. Questo accade quando si percepisce che la relazione è più un'amicizia che un amore, ma non si è disposti a perdere l'altra persona. Si rinuncia all'amore per non perdere l'amicizia, mantenendo però la persona come una delle più importanti nella propria vita. Conclusioni Si può passare da amici ad amanti e viceversa? Sì, è possibile. Tuttavia, la cosa più rischiosa è rinunciare all'amore per paura di perdere un amico o un'amica. ### Gli adolescenti d’oggi chiedono troppo? "Dottore mia figlia\o continua a rompere, è tutta una pretesa, ricatto, urlo, richiesta, non capisco più come relazionarmi con lei\lui? E' vero che gli adolescenti richiedono troppo?"  E' vero che l'adolescenza è un periodo di individualizzazione, di ricerca di se stessi quindi si mettono alla prova i limiti e i confini. Questa componente dell'adolescenza ora è compresa, approfondita e conosciuta, infatti rispetto il passato nelle famiglie c'è un'organizzazione più dialogica.  In passato l'adolescente o si conformava o diventava totalmente oppositivo alla famiglia, l'adolescente di oggi si aspetta di più, è più dialogico. L'adolescente di oggi richiede sicuramente in maniera più esplicita  cosa che è frutto anche di come il genitore si pone, come il genitore costruisce lo stile educativo.  Non è l'adolescente che richiede di più, l'adolescente ha sempre voluto di più, è lo stile educativo che è cambiato: è fondamentale che la parola, il confronto continuo, diventi una risorsa. L'individualizzazione deve essere aiutata dal dialogo continuo affinché diventi una risorsa: l'adolescente sicuramente richiede più esplicitamente ma attraverso il dialogo continuo con il genitore può avere un maggiore supporto nel trovare se stesso.  Il chiedere di più è co-costruito con il genitore: facciamolo diventare una risorsa! ### Psicoterapia efficace: tecniche e orientamento "Dottore ma questa tecnica va bene per risolvere il mio problema?" Questa è una domanda che racchiude molte richieste simili con le quali il paziente tenta di comprendere se una specifica tecnica, orientamento, sono giuste per il problema che il paziente porta. La risposta più corretta a tutte queste domande sarebbe:" dipende, non posso saperlo". E' comprensibile che colui\lei ha una difficoltà e desidera, con coraggio, di affrontarlo cerca online come fare. La ricerca tendenzialmente porta ad una serie di articoli nei quali si approfondiscono tecniche con le quali si affrontano gli stessi problemi portati dal paziente. Quando poi questi pazienti arrivano in terapia con queste domande, dopo aver effettuato tali ricerche, è estremamente complesso rispondere poiché non esiste nessun trattamento che applicato in maniera decontestualizzata e in maniera fredda risulta essere efficace.  Una specifica tecnica può essere efficace nel trattamento di una specifica difficoltà ma lo è soprattutto perché il terapeuta, attraverso un approfondimento specifico della persona che ha di fronte, comprende che il paziente è sensibile a tale tecnica. Non esiste nessuna tecnica che applicata in maniera estemporanea sia efficace indipendentemente da colui\colei che abbiamo di fronte.  La competenza del terapeuta sta nell'avere con sé diverse strategie e conoscenze così come diverse capacità per comprendere i significati di colui\lei ha di fronte, quindi capacità per comprendere quale tecnica utilizzare per quello specifico paziente.   ### Tradimento: effetti sulla coppia In questo articolo parliamo degli effetti del tradimento sulla coppia, quali sono gli effetti in funzione del tipo di tradimento? Ci sono quattro macro categorie di tradimento: Tradimento di potere: "ti amo purché comandi io" Tradimento di libertà: "amore faccio un giro e poi torno" Tradimento per compensazione gerarchia La monade Quali sono gli effetti di queste quattro categorie?  Gli effetti, in termini di caratteristiche, sono sempre gli stessi ma l'impatto è molto diverso: un tradimento legato al potere e legato alla libertà hanno effetti diversi, quasi opposti. Il primo effetto è la componente distruttiva ovvero la ferocia con la quale viene agito un comportamento mortale per la coppia stessa. Il traditore agisce un comportamento con il quale mette a rischio la coppia. Il tradimento ha una parte riattivante, uno dei due o la coppia stessa si sente riattivata, catapultata, portata con forza dentro la coppia. Infine il tradimento ha sempre una buona parte di delega della resposabilità al tradito che deve decidere come comportarsi. Questi tre effetti sono sempre tutti presenti in tutte le categorie ma impattano in maniera diversa: Nel tradimento di potere c'è un'importante componente distruttiva è un tradimento molto forte perchè il significato del tradimento viene spesso giocato come attacco al potere. Ha una componente di riattivazione non così intensa rispetto ad altre rispetto invece alla delega che, come il potere, è estremamente presene. Questo tradimento è come una mossa sulla scacchiera, il traditore  muove i primi pedoni e aspetta la contromossa del tradito: il tradimento è una mossa di potere dentro la coppia. Nel tradimento per libertà le cose invece sono totalmente diverse, la parte distruttiva non è minimante considerata, il traditore non ha nessuna intenzione di ledere il partner, sono spesso tradimenti che vengono celati e mai svelati. In questa tipologia c'è una parte di riattivazione enorme, il traditore torna più innamorato di prima. Il tradimento per gerarchia o compensazione (lato oscuro) comprende una parte di distruzione che è auto distruzione, il traditore stesso si auto distrugge durante il tradimento. La riattivazione è nulla mentre la delega è fortissima: durante la confessione del tradimento il traditore si prostra al tradito in modo da espiare le colpe. Il tradimento come monade non comprende alcun tipo di distruttività poiché il partner che tradisce non sente o ritiene di essere in una coppia, così come la componente di riattivazione è nulla. La parte di delega è altrettanto assente, colui/lei che è monade è disinteressato totalmente ai significati che compongono la coppia.   ### Quando affrontare i problemi di coppia Quand'è che diventa corretto porre l'attenzione su un problema di coppia? La risposta a questa domanda è tutt'altro che banale poiché la risposta è soggettiva e intersoggettiva alla coppia stessa: è l'evoluzione di coppia che determina cosa la coppia diventa. Per rispondere a questa domanda complessa in modo semplice sfruttiamo la storiella della "Rana bollita": C'è una rana che si gode l'acqua fresca, inizia a sentire il tempore dell'acqua che lentamente si calda finché si accorge che l'acqua diventa progressivamente troppo calda. L'acqua bollente e il suo rilassamento le tolgono al punto tale le energie che non riesce più ad uscirne.  La morale sta nel fatto che i problemi dovrebbero essere affrontati e risolti quando non è ancora troppo tardi: quando l'acqua non è troppo bollente. E' fondamentale comprendere i cambiamenti della coppia, cosa questi ultimi suscitano e dove ci stanno portato e quali possono essere le degenerazioni del cambiamento. Non si deve necessariamente fare resistenza al cambiamento, l'acqua tiepida è più piacevole ma: quanto calda affinché non sia una degenerazione?  Avere un pensiero critico in coppia è fondamentale così come capire come la coppia stessa può evolvere ma allo stesso tempo non diventare passeggeri della propria storia e del suo cambiamento ma esserne protagonisti. Il cambiamento è piacevole, desiderato, come l'acqua tiepida, al tempo stesso deve essere conscio e controllato, si deve essere padroni di ciò che succede nella nostra storia e nella nostra vita chiedendoci quali sono gli effetti dei nostri comportamenti. ### Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) da relazione Il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo caratterizzato principalmente da pensieri fissi e ridondanti (ossessioni) su temi fissi come l'igiene che vengono spesso associati a dei comportamenti (compulsioni) volti a placare l'ansia, es. aprire e chiudere la porta. Cos'è il disturbo ossessivo-compulsivo da relazione? Sono i comportamenti descritti precedentemente applicati alle relazioni quindi a due possibili agiti, esperienze, ed una terza determinata dall'insieme delle due esperienze precedenti. Innanzitutto si tratta di pensieri di tipo ossessivo sulla relazione, sul noi, quindi sulla qualità della stessa e dei sentimenti agiti nella relazione: siamo una bella coppia siamo fatti per stare insieme Oppure può essere agito sulle caratteristiche del partner: è sufficientemente bello\a è sufficientemente intelligente è una bella persona ha questo difetto fisico La terza alternativa è il mix delle due precedenti: chi soffre da disturbo ossessivo compulsivo da relazione valuta sia la relazione stessa che la validità del partner. Il dubbio ossessivo è ciò che tendenzialmente paralizza poiché la risposta è sempre "si....ma". Le compulsioni, ovvero i comportamenti che mitigano l'ansia generata dai pensieri, si giocano principalmente su tre livelli: si fanno dei test alla relazione  si fanno confronti con relazioni precedenti o di altri  si recuperano ricordi che confermano la bontà della persona a fianco (senza trovare mai una fine allo stesso recupero) Queste compulsioni hanno l'obiettivo di placare l'ansia suscitata dai pensieri ma non fanno altro che alimentare il circuito stesso delle ossessioni e delle compulsioni. ### Ansia da prestazione: due situazioni contro-intuitive L'ansia da prestazione è quella tensione, apprensione, che può arrivare al panico quando c'è da compiere una prestazione. Dal punto di vista sessuale avviene quando c'è da effettuare un rapporto sessuale: eiaculazione precoce  perdita dell'erezione  eiaculazione ritardata  eiaculazione assente   Queste appena elencate possono essere patologie anche a se stanti a fronte di problemi meccanici, clinici, da approfondire dal punto di vista medico. Qualora tuttavia la fisiologia del corpo umano sia sana e funzioni in contesti come la masturbazione, è utile approfondire l'origine della fatica. L'ansia da prestazione porta con se una serie di pensieri quali: speriamo di non essere deriso speriamo di non fare figuracce speriamo non ricapiti si vive con apprensione l'amplesso e lo si evita Si è quindi portati a pensare che l'ansia sia legata alle prime esperienze sessuali oppure in situazioni in cui non si conosce l'altro. Ci sono occasioni tuttavia di ansia da prestazione che sono legate ad una situazione emotivamente paradossale: l'ansia aumenta quando aumenta anche il legame emotivo.  Quando la relazione è più intima sopraggiunge l'ansia da prestazione, il che è un paradosso: si è tesi a pensare che l'ansia giunga all'inizio della conoscenza. E' vero tuttavia anche il contrario poiché ci sono condizioni d'ansia da prestazione che si manifestano quando c'è coinvolgimento emotivo oppure la persona vorrebbe maggiore coinvolgimento emotivo. L'evoluzione relazionale, che porta con se conseguenze emotive porta con se anche il passaggio dal sesso all'amore: il sesso puramente fisico, prestazionale, quindi non ha nulla a che vedere con l'atto sessuale in una relazione. Capire cosa spaventa dell'eventuale coinvolgimento emotivo è fondamentale: così come si evolve dal punto di vista relazionale emotivo è importante evolvere anche dal punto di vista sessuale. ### Comportamento dopo il tradimento: 2 comportamenti che impediscono di “andare oltre” Introduzione al Problema del Tradimento Due degenerazioni del tradimento emergono soprattutto nel momento in cui il tradimento si crede essere risolto o si sta provando a risolverlo insieme all'interno della coppia. Queste degenerazioni, nelle dinamiche di coppia, testimoniano che le cose non sono ancora a posto e che, se protratte nel tempo, rischiano di ledere in maniera significativa, potenzialmente irrisolvibile, il rapporto di coppia stesso. Quando c'è un tradimento, ovviamente, trovi una marea di video a riguardo. Trovi il video corso sul sito, trovi il libro. Insomma, ho creato un sacco di contenuti sul tradimento, molti anche gratuiti, che puoi approfondire semplicemente facendo una piccola ricerca sul canale YouTube. Alterazioni delle Dinamiche Relazionali Post Tradimento Non ho mai parlato di quali potrebbero essere alcuni aspetti che, in alcune relazioni sentimentali, si alterano nel momento in cui c'è un tradimento. Questo viene approfondito, analizzato e trasformato. La coppia prova a rimanere insieme, ma non riesce effettivamente ad andare oltre quel famoso "andare oltre" di cui parlo spesso. E quindi si instaurano delle dinamiche relazionali vincolanti, potenzialmente insoddisfacenti, anche tossiche se vogliamo, all'interno della relazione che vincolano entrambi i partner a una condizione di infelicità. Comportamenti del Traditore che Alterano la Relazione Ci sono principalmente due comportamenti che sono legati più al comportamento del partner traditore piuttosto che al comportamento della persona tradita. Questo lo abbiamo detto tante volte: la persona tradita potrebbe continuare a rivendicare ciò che ha subito, potrebbe continuare ad accusare l'altro partner che la ferita inflitta è potenzialmente mortale, che ormai le cose sono rovinate e rivangare e rivendicare ogni singola volta che c'è una discussione questo argomento, nonostante magari non sia proprio l'argomento specifico della discussione stessa. Però quali sono i comportamenti del partner infedele che vanno ad alterare poi la relazione impedendo una piena completa evoluzione? Il Primo Comportamento: Rendere Continuamente Conto Principalmente due: il primo è quello legato a un continuo rendere conto nel tentativo di riconquistare la fiducia perduta dell'altro. Mi spiego meglio: il primo aspetto è dato che l'altro, il partner tradito, si sente insicuro rispetto al mio comportamento. Io, partner traditore, cerco di rassicurarlo, però i sensi di colpa mi condannano per ciò che ho fatto. Insomma, poi tutti aspetti che approfondiamo in altri video. Cerco di rassicurare dando continue testimonianze nei miei comportamenti: mando foto, dico per filo e per segno cosa sto facendo quando sono in un luogo, rassicuro dicendo "guarda che sono qui, sono con queste persone, sto facendo questa cosa". Ogni volta che magari c'è un allontanamento dall'agenda prevista, do anticipazioni dicendo "guarda che è successa questa cosa, quindi arriverò un attimo più tardi, ma non ti preoccupare perché sto facendo questo. Guarda che sono in questo posto e ti mando la foto". Cioè, un continuo giustificare, anche senza una richiesta esplicita, i propri comportamenti. Conseguenze del Primo Comportamento Questo da un lato sicuramente diventa all'inizio anche utile, è una reazione assolutamente spontanea, anche naturale se vogliamo, perché si cerca di dare una rassicurazione che si sente essere tolta dal partner appunto in funzione del tradimento. Ma sul lungo periodo diventa estremamente vincolante, diventa faticoso, pone una serie di paletti, di limiti della libertà personale che di fatto poi non permettono di andare a costruire la fiducia, perché questa si è trasformata ormai in controllo o autocontrollo. Cioè c'è una specie di autocontrollo che il partner traditore agisce per cercare di rassicurare il partner tradito continuando a dare notizie e informazioni di dove si trova, cosa sta facendo, con chi e perché. Questo ovviamente diventa stucchevole anche dal punto di vista della persona tradita, che sente, come dire, una forzatura in questo comportamento, una natura che di fatto non fa altro che poi, sul lungo periodo, andare ad erodere ulteriormente la fiducia che magari a sua volta sta cercando di ricostruire. Il Secondo Comportamento: Trasformazione Artificiale Il secondo aspetto è quello legato a una trasformazione, alterazione del comportamento. Non è insolito che a seguito di un tradimento poi due partner, attraversando e affrontando questa importante crisi di coppia all'interno delle relazioni sentimentali, "vuotino il sacco". Cioè iniziano a parlare anche di ciò che non funzionava prima. Al di là del tradimento, ci sono tutta una serie di comportamenti che di solito vengono etichettati come sbagliati, comunque non graditi all'interno della relazione, che poi nel tentativo di andare a ripristinare o ricostruire un equilibrio post tradimento vengono modificati. Conseguenze del Secondo Comportamento È una cosa che succede spesso. È che poi il partner traditore, magari sia il partner tradito, sino a quel momento tacciato di incuranza, piuttosto che distanza eccessiva, indipendenza, autonomia, poca affettuosità, poche emotività, poco dialogo all'interno della coppia, si trasformi. Cioè persone considerate o etichettate come poco presenti, poco calorose, poco affettuose, poco emotive, poco empatiche, improvvisamente si trasformino. Cioè il partner tradito dice, questo avviene spesso all'interno della terapia di coppia, "ho sempre detto a mio marito, a mia moglie, che doveva essere più presente, che doveva essere più vicino emotivamente, che desideravo maggiore attenzione da un punto di vista fisico, eccetera eccetera, ma nel momento in cui mi ha tradito queste cose io le ho ottenute. Improvvisamente mi ha dato tutto ciò di cui io ho sempre avuto bisogno, ma ora non sono contento, ora non sono contenta, ora vedo tutto quello che fa come finto, come fasullo, e quindi questo non fa altro che innervosirmi, allontanarmi. Mi mette un po' tra l'incudine e il martello. Finalmente ho ottenuto ciò che ho sempre desiderato, ma lo ottengo in una maniera che non mi piace, lo ottengo in una maniera che di fatto non mi permette di sviluppare fiducia e quindi di godere di questa nuova realtà". Conclusione Questi sono due aspetti che hanno a che fare molto con il comportamento del partner traditore post tradimento, una volta che la crisi di coppia si prova ad affrontare. Ma che, se su un breve periodo diventano rassicuranti anche potenzialmente protettivi nella relazione di coppia, sul lungo periodo erodono la fiducia, diventano logoranti, perché il partner traditore di fatto non viene più riconosciuto. La trasformazione artificiale e il continuo rendere conto generano un circolo vizioso che danneggia il benessere emotivo di entrambi i partner. Questo allontana la possibilità di un vero processo di guarigione, rendendo l'esperienza di crescita impossibile e trasformando un'esperienza dolorosa in un problema cronico. In sintesi, le buone intenzioni del partner infedele possono avere effetti negativi sul lungo periodo, se non gestite correttamente. ### I 4 tipi di gelosia Parliamo di gelosia e delle diverse forme che la gelosia può assumere, proviamo ad approfondire come la gelosia può essere declinata in diverse tipologie. Le ricerche scientifiche infatti ne evidenziano 4: gelosia emotiva o reattiva  gelosia ansiosa o cognitiva  gelosia possessiva  gelosia proiettiva  Questi quattro tipi di gelosia sono essenziali per comprendere e declinare il problema nella situazione specifica. La gelosia emotiva o reattiva è legata a qualcosa di effettivamente accaduto, un fatto o una minaccia concreta, reale rispetto la quale sentiamo possa suscitare una reazione all'interno della nostra relazione o possa alterare la fiducia che noi abbiamo nei confronti del partner. La gelosia emotiva viene spiegata come una reazione ad un fatto realmente accaduto.  La gelosia ansiosa o cognitiva è una tipologia agita non solo a livello emotivo ma anche e soprattutto mentale, connessa ad una sensazione di insicurezza e di minaccia che vediamo ovunque soprattutto in termini ipotetici. Non c'è una reale causa, come nella gelosia emotiva, ma c'è una sensibilità e un continuo lavoro mentale di preoccupazione di ipotetici motivi di gelosia. La gelosia possessiva è legata all'idea che l'altro mi appartiene, è qualcosa che non può essere condivido con l'altro e viene agita come una forma di controllo, talvolta anche violento. Il controllo è teso ad essere certi che l'altra persona appartenga. L'ultima forma di gelosia, la gelosia proiettiva, è diversa da tutte le precedenti poiché dipende dalla proiezione di nostre responsabilità sull'altro: per esempio uno dei due partner sviluppa un'amicizia con una particolare connessione con una persona e sentendosi in colpa proietta sul partner il senso di colpa attribuendo lui\lei delle responsabilità. Riuscire a capire quale tipologia di gelosia viene vissuta è fondamentale per comprendere dove andare a lavorare per non condizionare, alterare e rovinare la relazione.  ### Coppia: “mi promette, ma poi non mantiene. È una vita che aspetto” "Dottore sono in attesa di risposte, è una vita che attendo ma queste ancora non arrivano: è due anni che stiamo insieme e non sa ancora se mi ama".  La scelta è estremamente individuale e soggettiva sia della coppia che dell'individuo: ognuno di noi sa, dovrebbe sapere, cosa desidera da una coppia e da se stesso attraverso la coppia. E' altrettanto vero però che quando si va fuori tempo massimo come "due anni che stiamo insieme e non sa ancora se mi ama" le risposte che si cercano in realtà ci sono già. Il fatto stesso che il partner chieda così tanto tempo per rispondere a domande quali- convivenza, matrimonio, progettualità, figli- implica già una risposta. Qualora il partner neghi un tuo bisogno di risposte e non si ponga di fronte al dubbio del forse desideriamo, attualmente, due cose differenti: sta già offrendo una risposta. Attendere una presa di posizione è deleterio perché la risposta è già presente, è sicuramente una risposta implicita che non piace al partner progettuale. Quest'ultimo piuttosto che esplicitare a se stesso la presenza della risposta accetta, generalmente, la bugia. Cosa fare quindi piuttosto che stare nella menzogna dell'attendere una risposta già presente? E' possibile sicuramente attribuire al partner la responsabilità di non aver fatto circolare in coppia il tema del non desiderio di progettualità. Allo stesso tempo però è importantissimo assumersi la responsabilità della delega e dell'attribuzione all'altro della scelta e dell'esplicitazione della scelta, una scelta già piuttosto chiara. ### “Mi ha chiesto una pausa. Cosa devo fare?” "Dottore, mi ha chiesto un periodo di pausa perchè crede che dobbiamo passare un po' di tempo separati: cosa dobbiamo fare?" Non esiste una risposta necessariamente giusta, così come ogni percorso di terapia, ogni storia, è a se stante e deve essere necessariamente cucita addosso al soggetto o alla coppia. Aldilà delle dovute premesse, a mio avviso, è necessario innanzitutto concedere questo spazio, questo momento di riflessione, questo tempo. La richiesta di tempo e spazio è spesso una strategia utilizzata per non prendere la decisione di lasciarsi delegando questo al tempo che intercorre. A tal proposito è fondamentale capire di che tipo di spazio\tempo si tratta: è differente la richiesta di spazio in una relazione di una settimana, da una relazione di 2 anni. Vale la pena attendere e concedere spazio soprattutto per due motivi: se è una scusa per lasciarsi lo si comprende molto velocemente  se la pausa è usata per riflettere, il rispettare il tempo richiesto diventa un'opportunità  In merito a questo secondo punto l'opportunità la ritroviamo nel momento in cui possiamo darci lo spazio di gettare nuove basi, più solide, di una relazione vera e propria. Permettere di dare e concedere spazio è fondamentale per interrompere i rumori di sottofondo che spesso interferiscono con un positivo equilibrio della coppia. Quindi attenzione perchè nel concedere lo spazio richiesto si ottiene sempre un vantaggio! ### 2 cose da capire se vuoi superare la relazione con un narcisista Attraverso questo breve articolo approfondiamo due aspetti specifici in merito alla comprensione di cosa fare, come comportarsi, in funzione del nostro benessere: come cambiare il proprio punto di vista per proteggersi? Approfondiamo due aspetti, apparentemente banali, ma fondamentali: disincanto felicità Il disincanto riguarda la comprensione dell'idealizzazione del partner, comprendere quindi se esiste o meno la persona che riteniamo di amare: ciò che amiamo è reale oppure è frutto della nostra proiezione? Colui\colei che amiamo possiedono le caratteristiche che gli attribuiamo o siamo noi che desideriamo le possegga?. Il disincanto riguarda quindi la comprensione della possibilità che colui\colei che amiamo possieda caratteristiche che sono frutto di ciò che noi desideriamo lui\lei abbia; la versione disincantata del partner invece è reale e permette quindi di comprendere i comportamenti che prima sembravano incomprensibili. A questo primo tema si collega un altro argomento importante ovvero la sincerità intellettuale. E' sicuramente doloroso assistere alla rottura qualcosa, una relazione, in cui si è investito molto tuttavia la sincerità è più importante.  Essere sufficientemente sinceri con se stessi permette di pensare che noi stessi siamo al primo posto di ciò che deve essere necessariamente salvato. Senza sincerità, il rischio di ritenere tale relazione più importanti di noi e del nostro equilibrio, è molto alto. Il disincanto e la sincerità sono quindi legati essenzialmente al punto di vista che noi abbiano di noi stessi e delle relazioni e sono due passaggi fondamentali per poter ottenere stabilità, equilibrio e serenità.   ### Stili d'attaccamento e relazioni sentimentali Parliamo del rapporto tra stili di attaccamento e stili relazionali ovvero il modo in cui noi entriamo in relazione. Gli stili d'attaccamento provengono dalla ormai nota Teoria dell'attaccamento di J. Bowlby, racconta gli stili della relazione mamma-bambino: attaccamento sicuro  attaccamento insicuro evitante  attaccamento insicuro ambivalente  attaccamento disorganizzato  Aldilà delle critiche a questa teoria e dello sviluppo ulteriore della società questa teoria racconta quali possono essere gli stili delle relazioni con la figura d'attaccamento principale. Qui tenteremo di comprendere come questi ultimi possono essere connessi alla modalità con la quale entriamo in relazione da adulti. L'attaccamento sicuro è quel bambino che è sicuro dell'affetto della madre, nel momento in cui la madre il bambino si lamenta, quando la madre ritorna si fa consolare ed è sereno. Nell'attaccamento sicuro il bambino sa di essere amato. Una persona che ha sviluppato un'attaccamento sicuro è una persona adulta conscia delle sue emozioni, stabile, confida nell'altro rispetto la soddisfazione dei propri bisogni e viceversa. L'attaccamento insicuro evitante è di quel bambino che non si cura molto nè dell'allontanamento della madre ne del suo ritorno poiché non è sicuro del suo amore pertanto bada a se stesso autonomamente riguardo il tema emotivo. L'adulto che ha avuto da bambino un attaccamento insicuro evitante è tendenzialmente molto autonomo, fatica a manifestare i propri sentimenti con particolare enfasi, bada a se stesso. Il bambino insicuro ambivalente talvolta si lamenta, talvolta non lo fa, tuttavia quando la mamma "torna" il bambino da un lato è felice dall'altro in qualche modo "la fa pagare". L'adulto in questione come partner tenderà ad essere insicuro, dubita che i propri bisogni vengano soddisfatti, chiede molte rassicurazioni, mette in dubbio l'amore dell'altro e chiede conferme. E' conscio di avere bisogno dell'altro affinché i propri bisogni vengano soddisfatti ma di quest'ultimo non si fiderà mai del tutto. L'ultimo stile d'attaccamento è il più contraddittorio: talvolta si lamenta, talvolta no, talvolta è respingente, talvolta no. Il bambino assume comportamenti diversi in diverse situazioni. L'adulto che era un bambino disorganizzato sarà un adulto che può delegare totalmente all'altro la stabilità emotiva della coppia poiché sarà possibilmente disorganizzato emotivamente quindi possibilmente aggressivo, contraddittorio quindi fatto di alti e bassi e forti sbalzi d'umore.     ### La transilienza dello psicologo. Quanto conta? La transilienza dello psicologo ci parla della capacità, dell'arte, di sviluppare delle competenze trasferibili e trasportabili in diversi contesti. Le competenze trasferibili e trasportabili per quanto riguarda uno psicologo non sono le skills come la capacità empatica ma sono esperienze legate a esperienze di vita della persona. C'è una parte di competenze, non cliniche, determinate e regalate dalle esperienze di vita che permettono al terapeuta di essere più efficace. Quando infatti un equipe definisce il lavoro da svolgere con un paziente tiene conto anche, soprattutto, di questo aspetto. Si approfondiscono in questo contesto: competenze tecniche  competenze umane, di vita, ovvero la transilienza  Queste ultimi riguardano il ciclo di vita e la storia vissuta dal terapeuta, aspetti che diventano risorse spendibili durante il percorso. Il fatto che il terapeuta abbia un punto di vista utile, nato dalla propria esperienza di vita, è un fattore molto positivo per la terapia stessa. Proviamo a ragionare sull'utilità che ha, nei confronti del percorso di terapia, quando il terapeuta ha vissuto esperienze simili a quelle che il paziente racconta: a parità di competenza tecnica avere la possibilità di trasportare le proprie esperienze diventa un fattore fondamentale per la buona riuscita della terapia. ### Vuole una relazione senza impegno ### Come capire se è vera amicizia I contributi proposti sono sempre rivolti alla coppia, alla famiglia, scriviamo poco riguardo l'amicizia che è un tema comunque importante all'interno del tema relazioni importanti. Come capiamo se una persona che noi riteniamo amica lo pensa altrettanto? Approfondiamo una serie di caratteristiche attraverso le quali poter fare chiarezza a noi stessi. Innanzitutto è fondamentale notare se la persona, amica, è totalmente autocentrata quindi parla esclusivamente dei suoi pensieri, necessità, bisogni e non chiede a te ciò che senti e provi. La comunicazione è riempita da ciò che la persona descrive di se. Un secondo meccanismo, innescato dal precedente, è che tale persona spesso si aspetta di essere ascoltata e supportata, si aspetta in maniera totalmente acritica di essere accolta, senza fare altrettanto. Un terzo importante aspetto lo notiamo quando la persona amica ti "usa" per brillare, ti usa come palcoscenico: l'amico\a ti usa come paragone, come strumento per mettersi in mostra ritenendosi superiore. L'amico\a potrebbe usarti per sminuirti davanti agli altri affinché possa elevarsi e mostrarsi. L'amico inoltre sparisce, l'agenda importante è la sua, non la tua, pertanto nn da la disponibilità, non ti cerca, non chiede come stai.  Inoltre quando ti ascolta mette in atto un comportamento subdolo poiché spesso spettegola tue informazioni, non necessariamente in malafede, tuttavia non rispetta la tua privacy.  Infine, quando gli fai notare che forse è utile mettere mano alla relazione anziché fare un passo indietro la reazione principale è la rabbia. Attenzione a questi elementi, drizza bene le antenne se ne noti alcuni e facci sapere quali altri elementi aggiungeresti a questa lista! ### Come (NON) superare la fine di una relazione "Come non superare una rottura? Come  non superare la fine di una relazione?" "Come si fa ad andare oltre la fine di una relazione?" Non c'è nessun tipo d'intervento, scientifico o meno, che permette di dimenticare una persona con la quale si è chiusa una relazione, è impossibile dimenticare una persona è possibile ricollocarla. Innanzitutto è bene non tenere viva l'emozione negativa: è poco utile continuare a rievocare l'emozione negativa connessa alla relazione e all'altra persona ovvero ciò che c'è stato di sbagliato. Tramite le emozioni negative è possibile distaccarsi inizialmente dall'altro creando tuttavia una gabbia d'impotenza e di incapacità di cambiare. E' questa gabbia che tiene legati ad una relazione letta attraverso emozioni negative: odiare tiene legati.  Odiare diventa una trappola: trasformare l'amore in odio mantiene legati attraverso emozioni che ingabbiano. Il lassismo, allo stesso smodo, svaluta nel tentativo che prima o poi l'emozione venga sostituita e rimpiazzata da altro. L'andare oltre diviene una buona strategia quando scegliamo di concentrarci su di noi attraverso la rielaborazione del dolore. Cosa non fare per non superare una relazione? Connotare negativamente e tenersi ancorati attraverso l'odio e all'opposto fare finta di nulla. Cosa fare per rielaborare? Dedicare lo stesso impegno per la costruzione della relazione per uscirne imparando, traendo dalla relazione stessa degli insegnamenti su di noi, su ciò che desideriamo e non desideriamo. ### Cosa succede dopo la dipendenza affettiva? "Dottore ma cosa succedere dopo che supero la dipendenza affettiva?"  Il titolo a questa domanda presuppone il pensiero: "dottore ma davvero si può uscire della dipendenza affettiva?". La risposta a questa domanda è: ovviamente sì, ci sono tuttavia degli strascichi da tener presente. La dipendenza affettiva è una nuova dipendenza, una dipendenza come quella da shopping o da sesso. Viene chiamata "nuova" dipendenza o dipendenza "comportamentale" perché non prevede una sostanza, alcool o droghe, come nelle più "classiche" dipendenze, definite appunto dipendenze da sostanza. La dipendenza affettiva ha tutte le caratteristiche delle più classiche dipendenze: ha piacere, ha tolleranza, ha astinenza ma non ha una sostanza specifica. Ciò che succede dopo il suo superamento la differenzia molto dalle altre dipendenze perché per esempio, chi ne è uscito, diventa estremamente critico, attento, ha le antenne dritte che captano potenziali rischi. Per esempio una donna che è stata per tanto tempo in una relazione di dipendenza affettiva e ne è uscita è molto sensibile nell'evidenziare criticità nelle nuove. Dopo essere usciti dalla dipendenza affettiva spesso non c'è più il desiderio di avere una relazione concentrandosi totalmente sulle amicizie. La persona che si appropria della propri autonomia ne diventa gelosa: il rischio è che ciò impedisca di riaprirsi ad una nuova relazione. In tal caso si passa da un estremo all'altro passando in maniera totalmente acritica alla propria autonomia leggendo, nelle nuove relazioni, solo criticità. Qualora non si riesca a concedersi nuove relazione è bene prestare attenzione poiché potrebbe significare essere passati al polo opposto della dipendenza stessa, senza essere effettivamente usciti totalmente dal suo meccanismo.   ### Posso cambiare psicologo? "Dottore, ma posso cambiare terapeuta?" Questa è una domanda che spesso mi arriva dai social, in forme anche diverse: sono in terapia da tempo ma non ne comprendo l'utilità, sono bloccato\a su temi non affrontati, non ho feeling con il terapeuta ecc.. Indipendentemente da quale di queste premesse viene fatta il messaggio termina con: "posso cambiare terapeuta?". La risposta breve alla domanda è "ovviamente sì", il terapeuta è come un consulente che ti aiuta a risolvere un periodo, un momento, particolarmente opprimente o nel risolvere un sintomo che diventa invalidante. Lo psicologo è utile anche a fare ordine su tematiche esistenziali che non richiedono un tema specifico, per esempio comprendere come riorganizzare la propria vita. Se la risposta breve è sì, puoi cambiare terapeuta, la risposta più completa comprende alcune considerazioni: 1. Con il terapeuta si deve parlare Non è mai utile, né lato paziente, né lato terapeuta non affrontare il problema essendo il contesto terapico il luogo per eccellenza dove si affrontano i problemi. E' fondamentale chiedere i propri perchè al terapeuta che potrebbe avere le risposte alle domande, risposte taciute per errore del terapeuta stesso. 2. Vedere la reazione del terapeuta Il dubbio del paziente potrebbe essere lo stesso del terapeuta che accoglie le necessità del paziente. Il terapeuta stesso potrebbe avere spiegazioni efficaci e plausibili al perché, per esempio, non sono stati affrontati certi temi spiegando anche quando e come verrà fatto. 3. Il terapeuta può dare spiegazione del momento terapeutico che si sta vivendo 4. Se ottieni risposte che non ti piacciono, non ti convincono, non ti soddisfano a pieno puoi davvero prendere una decisione a seguito di ciò. E' diritto del paziente cambiare terapeuta, ci si deve però dare la possibilità di capire e di far funzionare bene il percorso. Dire esclusivamente, per esempio, "non è nato un feeling" dopo poco tempo è poco utile, diamoci tempo e la possibilità.  ### Come capire se tiene a te (e se può essere quelloa giustoa) Approfondiamo in questo articolo come capire se lui\lei ci tiene a te e potenzialmente se è quello\a giusto\a. Ci sono una serie di indicatori, feedback, non esaustivi ma importanti da osservare per comprendere se la persona che si ha accanto è quella giusta. Tale elenco è importante anche come strumento di monitoraggio e dell'evoluzione della relazione. Il primo punto è osservare se è più interessato a osservare, ascoltare, la tua vita piuttosto che mostrarsi. Nelle relazioni in cui c'è interesse sincero il partner sarà sempre interessato ad ascoltare piuttosto che riempire lo spazio con i propri racconti. Il secondo punto è legato a quanto lui\lei fa per trovare uno spazio e dedicare attenzione. La coppia magari ha una vita frenetica e la coppia deve impegnarsi per trovare uno spazio per stare insieme. Se l'altro\a si ritaglia volontariamente dei momenti per esplicitare di stare pensando a te, l'interesse è sincero. Il terzo punto è dedicato a quanto il partner fa per stare con te in contesti sociali, in compagnia ti presta attenzione nonostante i momenti che si ritaglia con altri. Ti fa capire bene che è conscio\a di essere lì con te: non ti parcheggia nell'angolo della stanza.  Il partner veramente interessato ti parla chiaramente di ciò che non va e non ti obbliga a cambiare: non c'è manipolazione ma c'è comunicazione sul disaccordo e volontà di discussione.  Aggiungi tu altri indicatori! ### Le false credenze sessuali degli uomini Parliamo di sesso e di convinzioni errate, false credenze, soprattutto dal punto di vista maschile. Ragioniamo in questo articolo su tutte quelle false credenze che, soprattutto gli uomini, hanno sul sesso, sul rapporto sessuale e sulla sessualità.  Ognuno ha una propria idea sia di sesso, sessualità e rapporto sessuale in funzione della quale ci esponiamo a delle esperienze che costruiscono le nostre convinzioni.  Ci sono alcune credenze, false credenze, che non sono efficaci e vanno ad alterare o aumentare il rischio che l'uomo non riesca a vivere in maniera appagante la propria sessualità, false credenze che influiscono negativamente sulla sessualità. La prima falsa credenza è: devo essere sempre immediatamente pronto, reattivo, ad un rapporto sessuale, appena c'è l'occasione devo dimostrare di essere sessualmente prestante e Alpha. Questa idea disfunzionale non fa altro che generare l'esatto opposto ovvero il rischio di non vivere il rapporto sessuale in maniera appagante. La seconda falsa credenza prevede che la cosa più importante del rapporto sessuale è che lei raggiunga l'orgasmo: questa idea disfunzionale è una credenza strettamente maschile che tendenzialmente si concentra maggiormente sull'orgasmo. Uomo e donna hanno indubbiamente due modalità differenti di vivere la sessualità: l'orgasmo è vissuto diversamente. L'uomo definisce la propria prestazione in modo efficace in funzione di come la partner raggiunge l'orgasmo senza prendersi tempo di vivere tutto il momento. Il non raggiungimento dell'orgasmo da parte della partner è spesso vissuto in questo contesto come una colpa. Il sesso deve seguire uno script, deve essere in un qualche modo legato ad una sequenza di azioni, gesti, comportamenti, posizioni. Il rischio è che tale script sia appreso quindi non istintivo, non proprio. Il quarto punto, uno dei più importanti, è che il rapporto sessuale viene visto come un atto che necessariamente deve andare bene altrimenti il\la partner ricontratta l'idea che ha di me oppure mi umilia. Se hai altre false credenze oppure credi ce ne siano altre scrivimi! ### Come capire se sei vittima di love bombing Parliamo di love bombing e di come si può capire se ne sei vittima Cosa significa Love Bombing? E’ il bombardamento d’amore tipica di relazioni tossiche, soprattutto presente all’inizio di queste relazioni come se fosse una specie di uncino utilizzato per attirare a se la vittima designata. Attraverso il love bombing il manipolatore di turno arpiona la vittima e la rende progressivamente più presente per assicurarsi la possibilità di manipolarla con maggiore efficacia e sicurezza in futuro. Ci sono diverse caratteristiche che il love bombing porta con se; proviamo a considerare quali sono le principali azioni che vengono agite durante il love bombing. Per comprendere le principali caratteristiche proviamo a pensare a quattro grandi I, ovvero quattro comportamenti Iper, eccessivi: Iper-presenza Iper-focus Iper-velocità Iper-apprezzament Queste quattro I possono essere a loro volta essere suddivise in altre categorie, tuttavia già comprese loro stesse rappresentano bene il love bombing. L’iper presenza è caratterizzata dalla costante presenza della persona che agisce love bombing, sia presenza fisica ma anche attraverso chiamate, messaggi: ci cerca anche quando non ha bisogno di dirci nulla. E’ sempre prensente, è sempre disponibile, occupa qualunque nostro spazio. Il concetto di iper-apprezzamento rappresenta la modalità pr cui fa di tutto per farci sentire importanti: ci sono tanti regali, tanti elogi, è come se esaltasse in qualche modo ogni cosa che facciamo e si stupisse o provasse a mostrarsi stupito delle grandi capacità che abbiamo . E’ come se improvvisamente iniziasse a venerarci. La terza I è legata all’iper focus ossia tutte le attenzioni che lui\lei ha sono destinate, la totalità viene dedicata a noi e pretende che noi facciamo lo stesso con lui\lei o meglio, pretende la stessa dedizione. E’ qui che tendenzialmente si presenta il primo inceppamento: la vittima di love bombing non è sempre disposta a dedicarsi allo stesso modo generando risentimento nel partner che non si sente sufficientemente ringraziato.  Nel momento in cui il love bomber non viene venerato, ringraziato, inizia a risentirsi. La quarta I è l’iper velocità ed ha a che fare con la volontà di velocizzare il processo: chi applica il love bombing è frettoloso si aspetta tutto subito, pretende che tutto sia intenso, estremo, eccessivo e sia tutto iper veloce perché attraverso di essa aumenta lo stordimento che genera la manipolazione. Ci sono grandi promesse grandi progetti grandi impegni che spesso non vengono mantenuti. Attenzione quindi a queste grandi I per comprendere se sei finito\a all’interno di una manipolazione. ### Le somatizzazioni dell'ansia Parliamo in questo articolo delle principali somatizzazioni dell’ansia. I disturbi ansiosi sono diversi: attacco di panico, ansia generalizzata, fobie ansia sociale ecc. Le somatizzazioni sono una delle manifestazioni fisiche legate ad uno stato di tensione emotiva cioè il modo che il corpo ha di reagire ad un disagio legato ad uno stato ansioso a livello psicologico. E’ vero che i sintomi e i diversi disturbi ansiosi condividono delle caratteristiche comuni: la tachicardia è tipica dell’attacco di panico ma è presente anche nell’ansia generalizzata. Ci sono altre caratteristiche che sono veri e propri disagi fisici, tendenzialmente cronici, perché si presentano in un tempo abbastanza lungo che presentano sintomi di attivazione ovvero legati ad una situazione di ansia costante. Questo apre il ragionamento su due livelli diversi: non tutti i disturbi ansiosi, non tutte le diverte tipologie d’ansia, portano alle somatizzazioni. Dall’altro lato le somatizzazioni che possono essere presenti nel nostro corpo non hanno semplicemente causa ansiosa, sono condizioni cliniche che sono causa o con-causa di queste patologie. L’ansia non fa che andare ad aumentare, alimentare, aspetti pregressi. L’ansia ha la grande capacità di colpire la principale zona sensibile della persona. Per es. se la persona ha problemi gastro intestinali e ci sono evidenze cliniche di una difficoltà di quell’apparato, l’ansia andrà ad acuire questo tipo di difficoltà. Non si deve dare tutta la colpa all’ansia: ci possono essere situazioni cliniche pregresse quindi considerare l’ansia come la benzina sul fuoco ovvero un accelerante: aumenta, alimenta, una difficoltà pregressa. E’ bene tenere a mente che non necessariamente un disturbo ansioso manifesta delle somatizzazioni, poiché la somatizzazione è tendenzialmente più tipica di un’ansia generalizzata dove lo stato di attivazione ansioso caratterizza una buona parte della vita della persona. A differenza, per esempio, dell’attacco di panico che raggiunge il suo picco in pochissimi minuti lasciando però strascichi importanti. ### Come migliorare la comunicazione e la relazione di coppia: finestra di Johari La Finestra di Johari: Come Migliorare Consapevolezza e Comunicazione nelle Relazioni Cos’è la Finestra di Johari e a cosa serve La Finestra di Johari (in inglese Johari Window) è un modello psicologico elaborato nel 1955 dagli psicologi americani Joseph Luft e Harry Ingham (noti anche come Joe Luft e Harry Ingham). Questo schema nasce per facilitare la comprensione di sé e delle dinamiche interpersonali, migliorando la comunicazione, la fiducia e la conoscenza reciproca tra le persone. Nata per il lavoro di gruppo, oggi la Finestra di Johari è applicata anche alla crescita personale, alla terapia di coppia e alla formazione professionale.Il modello si basa su un semplice schema quadrato diviso in quattro quadranti, ciascuno rappresentante un livello diverso di consapevolezza di sé e degli altri. Le Quattro Aree della Finestra di Johari 1. Io Aperto (o Arena) Include ciò che io e gli altri conosciamo di me: pensieri, emozioni, comportamenti e informazioni condivise apertamente.Nelle relazioni di coppia e nei gruppi, ampliare l’Io Aperto significa comunicare in modo sincero e trasparente — condividere paure, desideri e bisogni emotivi. Questo rafforza la fiducia reciproca e riduce le incomprensioni. In sintesi: più ci mostriamo in modo autentico, più costruiamo relazioni stabili e sicure. 2. Io Cieco (o Punto Cieco) Contiene ciò che gli altri vedono di noi, ma noi non vediamo.Può riguardare gesti, toni o atteggiamenti di cui non siamo consapevoli.Chiedere feedback sinceri e rispettosi aiuta a ridurre l’Io Cieco, migliorando l’autoconsapevolezza e la comunicazione. Esempio clinico: molti partner scoprono solo grazie al feedback che il loro modo di “proteggere” l’altro può essere percepito come controllo. In sintesi: accogliere il punto di vista dell’altro ci aiuta a crescere e a migliorare la relazione. 3. Area Nascosta (o Facciata) Qui troviamo tutto ciò che sappiamo di noi ma scegliamo di non rivelare: emozioni, esperienze, paure o desideri che teniamo per noi.Ridurre questa area, svelando gradualmente parti di sé, favorisce una maggiore intimità emotiva e un dialogo più autentico. Esercizi utili: Tenere un diario condiviso; Fare domande aperte (es. “C’è qualcosa che vorresti dirmi ma non sai come?”); Usare giochi di auto-rivelazione come il “gioco delle 20 domande”. In sintesi: aprirsi all’altro è un atto di fiducia che rafforza la connessione affettiva. 4. Area Inconscia (o Ignoto) Racchiude aspetti non conosciuti né da noi né dagli altri: potenzialità inespresse, emozioni latenti o risorse che emergono solo in certe situazioni.Nella relazione o nel gruppo, può essere esplorata attraverso esperienze nuove condivise — un viaggio, un progetto comune o una sfida personale. In sintesi: esplorare l’ignoto insieme permette di scoprire parti nuove di sé e degli altri. Come Usare la Finestra di Johari nella Relazione di Coppia La Finestra di Johari può diventare uno strumento pratico di crescita relazionale e un percorso di consapevolezza condivisa. Ecco come: 1. Sessioni di Feedback Reciproco Creare momenti dedicati in cui entrambi i partner condividono, in modo costruttivo, come si sentono e cosa percepiscono nell’altro.➡️ Aiuta a ridurre l’Io Cieco e a comunicare in modo più empatico. 2. Auto-Rivelazione Progressiva Condividere gradualmente pensieri, paure e bisogni nascosti.➡️ Permette di ridurre la Facciata e aumentare la fiducia. 3. Esplorazione dell’Area Ignota Sperimentare insieme nuove esperienze o percorsi di crescita personale.➡️ Stimola la scoperta reciproca e rafforza la complicità. In sintesi: applicare la Finestra di Johari in coppia significa migliorare ascolto, empatia e intimità. Benefici del Modello nelle Relazioni Comunicazione più chiara e autentica Aumento della consapevolezza reciproca Riduzione dei conflitti e delle incomprensioni Sviluppo della fiducia e della crescita condivisa In sintesi: una relazione cresce davvero quando ciascun partner conosce e condivide sempre di più sé stesso. La Finestra di Johari nei Contesti Professionali Questo modello psicologico è anche molto efficace nel lavoro di gruppo e nella formazione aziendale.Permette di migliorare la comunicazione interna, costruire fiducia nei team e sviluppare leadership empatica. Applicazioni pratiche: Espandere l’Io Aperto: condividere competenze, aspettative e limiti nel gruppo. Ridurre il Punto Cieco: incoraggiare feedback costruttivi e regolari. Diminuzione dell’Area Nascosta: creare ambienti dove si può esprimere vulnerabilità senza timore. Esplorazione dell’Area Ignota: attività di team building o test psicologici per scoprire talenti nascosti. In sintesi: la Finestra di Johari aiuta i gruppi a diventare più coesi, trasparenti e produttivi. Conclusioni La Finestra di Johari è uno strumento chiave della psicologia della comunicazione, utile per comprendere sé stessi e migliorare la qualità delle relazioni — sia personali che professionali.Applicarla significa imparare a comunicare in modo aperto, accogliere il punto di vista dell’altro e costruire legami più autentici. Se ti riconosci in questa descrizione e desideri migliorare la comunicazione nella tua relazione o nel lavoro, puoi contattarmi per parlarne insieme: un percorso di consapevolezza condivisa può aprire nuove finestre anche dentro di te. FAQ sulla Finestra di Johari 1. A cosa serve la Finestra di Johari? Serve a migliorare la comunicazione, la consapevolezza personale e la comprensione reciproca nelle relazioni e nei gruppi. 2. Quante e quali sono le aree della Finestra di Johari? Il modello è formato da quattro quadranti: l’Io Aperto, l’Io Cieco (o punto cieco), la Facciata e l’Area Inconscia. 3. Come funziona la Finestra di Johari? Funziona attraverso la condivisione e il feedback: aumentando ciò che viene comunicato e riducendo ciò che resta nascosto o ignoto, cresce la consapevolezza. 4. Come si compila la Finestra di Johari? Si parte da un elenco di aggettivi o descrizioni personali: ciascuna persona seleziona quelli che la rappresentano e confronta i risultati con il feedback ricevuto dagli altri. 5. Cosa indica il quadrante cieco della Finestra di Johari? Rappresenta ciò che gli altri vedono di noi ma di cui non siamo consapevoli: ridurlo permette di migliorare autoconsapevolezza e comportamento relazionale. 6. Chi ha inventato la Finestra di Johari? La finestra è stata ideata dagli psicologi americani Joseph Luft e Harry Ingham, i cui nomi combinati hanno dato origine al termine “Johari”. ### Perché ti innamori sempre della persona sbagliata?! "Perchè mi innamoro sempre della persona sbagliata?" Ci sono sicuramente motivazioni soggettive e personali, dettate anche alla storia della persona in questione. Pertanto l'elenco non ha assolutamente la pretesa di essere esaustivo ma ha come obiettivo riassumere genericamente l'esperienza maturata in studio. Il primo principio è salvifico, sei convinto\a che la tua presenza nella vita dell'altro possa essere pr lui\lei un vantaggio quindi ti concentri sul provare ad apportare questo cambiamento nella sua vita. Come se ci fosse un'ostinazione nel migliorarlo: sei convinto\a che la tua presenza generi un valore e un cambiamento positivo. Il secondo principio è la considerazione di non darsi abbastanza credito, sei convinto\a di non essere abbastanza quindi cerchi un partner che ti definisca, perentorio. Il partner inizialmente da sicurezza successivamente, trovando terreno fertile, inizia a fare ciò che desidera schiacciando l'altro come un despota. Sei convinto\a che l'amore sia come una montagna russa e debba avere una certa dose di sofferenza. Partire svantaggiati attraverso il dolore è un valore poiché diventa poi un fattore di risonanza esponenziale dell'eventuale benessere qualora la relazione si trasformi in ciò che si desidera. Attenzione quindi a questi principi che, non potendo essere esaustivi di ogni relazione, sono presupposti di caratteristiche personali che diventano ostativi alla felicità di coppia. ### Top 5 fantasie sessuali e i loro significati Quali sono le più frequenti fantasie sessuali e quali significati possono avere? Naturalmente la lista proposta non ha la pretesa di essere esaustiva poiché le fantasie sono infinite. A mio avviso è inoltre importante inoltrarsi in questo ragionamento partendo dal presupposto che non c'è un concetto giusto o sbagliato a priori: è fondamentale comprendere il significato che ogni coppia da alla situazione vissuta.  Una delle più comuni è la possibilità di fare "sesso occasionale" o meglio "l'avventura di una notte" fantasia piuttosto sdoganata e che rappresenta una breve fuga dalla quotidianità e dalle realtà. Troviamo anche il "sesso a tre o più persone" indipendentemente dalla composizione del gruppo. E' una fantasia legata generalmente a due tematiche: far parte di uno spettacolo, in particolare quando il sesso è svolto con più persone, oltre le tre persone. avere una sensazione di potere, potenza ed essere forti A questi due aspetti troviamo la fantasia del sesso violento, carnale, come dover esprimere un bisogno carnale pulsionale e fisico dove si fa emergere l'aspetto più intenso della sessualità. Alcune fantasie vengono legate ai luoghi come il sesso in ascensore oppure in aereo poiché l'idea di fare sesso in un posto improbabile e di essere visti diventa eccitante. Altra fantasia sessuale è il gioco di ruolo in cui l'impersonare personaggi diventa evasivo, interrompe la routine e diventa simile al sesso con lo sconosciuto. Possiamo citare anche tutte le fantasie che prevedono il guardare il piacere dell'altro come il voyeurismo.   ### Perchè fa ghoasting? "Dottore, perchè fa ghoasting?"  Abbiamo già approfondito il concetto di ghoasting sia nelle relazioni, sia nella relazione specifica terapeuta paziente. Non abbiamo ancora approfondito le modalità, le caratteristiche, che portano ad agire il ghoasting. Innanzitutto le motivazioni sono sia di natura personale quindi rivolte alla tutela di se, sia rivolte alla tutela dell'altro.  La prima motivazione è dettata dal fatto che la persona ha preso una decisione, non vuole più stare in quella relazione ma non riesce a comunicarlo: spera che sparendo non debba dare spiegazioni a riguardo. La seconda motivazione è il bisogno di evitare il conflitto perché ci si sente incapaci di affrontarlo e perché il conflitto non vale il costo emotivo che lo stesso chiede. E' più "economico" sparire. La persona che fa ghoasting può sentirsi "invasa", può avere il timore che manifestando disaccordo, qualcosa rispetto il quale l'interlocutore non è d'accordo teme di essere incalzato da quest'ltimo. A fronte del timore di essere incalzato viene agita la sparizione. La persona che fa ghoasting spesso si accorge di non essere abbastanza capace di soddisfare i bisogni dell'altro, non si sente all'altezza quindi sparisce per non rischiare di esporsi alla critica esplicita del fallimento. Il disagio con se stessi del non riuscire a soddisfare l'altro che si sottrae dallo stesso. Colui\lei  che fa ghoasting può anche ritenere che potrebbe essere la modalità meno dolorosa per il partner, si crede sia meno difficile superare  une sparizione piuttosto che ammettere e sentirsi dire "non ti amo più". Se senti potrebbero esserci altre modalità che spiegano l'origine del ghoasting, il perchè viene agito, scrivici! ### Ghosting: come la pandemia ha trasformato le relazioni (dottore/paziente) In rete ci sono molti contenuti in merito a come la pandemia ha impattato sulle nostre vite, in questo specifico contenuto vorrei soffermarmi su come la pandemia abbia alterato, modificato, le relazioni in particolare terapeutiche. Come sono cambiate le relazioni con i pazienti dopo la pandemia?  Nell'ultimo anno è stato riscontrato un aumento di Ghosting all'interno delle relazioni terapeutiche, modalità che generalmente viene utilizzata nelle relazioni amorose. E' un aspetto trasversale poichè è aumentato esponenzialmente il numero di persone che dopo il primo contatto si danno "alla macchia". Per esempio: dopo il primissimo contatto telefonico si decide la data del primo colloquio, quando arriva il giorno del primo incontro il paziente non si presenta e alla telefonata non risponde. Oppure capita che il paziente prenda il 2° o il 3° appuntamento ma al successivo non si presenti e nemmeno avvisi. E' una modalità presente da sempre, l'aspetto che è cambiato è la capacità di assumersi la responsabilità della decisione e informare il professionista. C'è un totale raffreddamento relazionale che è diventato un costrutto sociale: le persone mettono infatti barriere maggiori. Il numero di richieste che riceviamo tramite WhatsApp è maggiore, così come le stesse disdette non vengono comunicate tramite telefonata ma sms. Non è necessariamente un male, non esiste un giusto o sbagliato, è tuttavia un elemento di trasformazione: così come la pandemia ha sdoganato l'utilizzo delle tecnologie, ha anche modificato alcune dinamiche relazionali. C'è meno dovere morale di informare l'altro delle proprie scelte a fronte di una maggiore libertà. ### Guilt tripping Il Guilt Tripping è traducibile con "sgambetto della colpa", "inciampo nella colpa" e consiste nella modalità arcigna e tirannica che il partner mette in atto nel momento in cui lavora sul senso di colpa della persona amata nel tentativo di manipolare i sentimenti per un vantaggio personale. Sono parole come: "mi hai deluso", "devi farti perdonare", "non riesci a capire che..". IL Guilt tripping è un costante ricatto attraverso la colpa, esternalizzato con: "se tu non fai così" allora sei colpevole della mia infelicità. A differenza di altre pratiche manipolative il soggetto che lo agisce lo fa in una modalità razionale, coscia, fredda, consapevole ed ha presa su persone innamorate ma anche coscienziose e che si impegnano nel rendere il partner felice. Questo, attraverso la manipolazione, viene trasformato in vincolo, in una croce: il manipolatore fa leva sul senso di coscienziosità e di dovere.  E' uno sgambetto fatto dal partner che manipola attraverso il senso di colpa il compagno\a per ottenere soddisfacimento personale. E' un meccanismo che spesso, una volta smascherato, crea disillusione di coppia: è una doccia fredda, cadono i presupposti per cui la coppia si costruisce. ### Coppia in crisi: come prendere una decisione ### Relazione tra due dipendenti affettivi: può funzionare? "Dottore ma è possibile una relazione tra due dipendenti affettivi?" Rispondiamo a questa domanda molto frequente riportando innanzitutto le caratteristiche più importanti della dipendenza affettiva. Innanzitutto si riconosce l'impossibilità, incapacità, di vedere ed esprimere i propri bisogni poiché ci si focalizza esclusivamente sui bisogni e gli obiettivi dell'altro. Il dipendente affettivo diventa tale poichè considera i suoi bisogni di second'ordine, non li mette a fuoco, si concentra esclusivamente su quelli dell'altro. Il dipendente affettivo vive una costante apprensione, preoccupazione e timore di potere perdere la relazione, perdere la persona amata e che questa si risenta, che interrompa il legame. Inoltre il dipendente affettivo diventa progressivamente sempre più incalzante nel chiedere rassicurazioni, conferme, attenzioni proprio perchè vive attraverso i due punti precedenti ovvero l'incapacità di vedere i propri bisogni, quindi focalizzarsi sull'altro. Se pensiamo quindi a queste tre caratteristiche è facile capire come sia estremamente complessa la relazione tra due dipendenti affettivi perchè non troverebbero attraente il partner. Il dipendente affettivo, per semplificare, ha bisogno di due tipologie di partner: una persona tendenzialmente sicura, con valori chiari, bisogni espliciti che rimanga quindi in una posizione di dominus all'interno della relazione. In questo caso è naturalmente previsto il rischio che il dipendente affettivo trovi come partner un narcisista.  una persona estremamente bisognosa tant'è che si parla spesso di co-dipendenza affettiva. In quest'ultimo caso c'è la possibilità che che la persona amata dal dipendente affettivo sia già una persona che ha una dipendenza oppure è bisognosa d'aiuto. A fronte del bisogno d'aiuto il dipendente affettivo potrebbe sentirsi utile nel prostrarsi, sacrificarsi. ### Ansia alla guida Parliamo di ansia, agitazione, paura quando si è su qualche mezzo di trasporto come l'auto. Capita soprattutto durante i periodi estivi di ricevere telefonate come: "ho sempre avuto difficoltà alla guida ma ultimamente stare su autostrada, colonna o galleria, mi scatena panico e confusione quindi evito di espormi a queste situazioni" oppure "sono sempre stata una persona a cui piaceva viaggiare ma a causa di un episodio in particolare ho sviluppato ansia, poiché è previsto io debba fare un tragitto per lavoro devo affrontare il problema". In entrambi i casi si tratta di ansia ma sul versante Claustrofobico o sul versante Agorafobico? La risposta potrebbe essere complessa, non è il sintomo che può essere utilizzato per comprendere la patologia ma il significato che il sintomo stesso assume. Per questo motivo è fondamentale comprendere il significato che sta dietro il disagio vissuto. Ragionando sul versante claustrofobico quindi rispetto la paura di rimanere costretti in un luogo, la colonna, la galleria, l'autostrada potrebbero essere indicatori che la persona ha un disagio all'interno di situazioni in cui non può evadere, allontanarsi immediatamente alla prima sensazione di disagio. Se gli stessi sintomi li osserviamo dal punto di vista agorafobico quindi attraverso la paura dello spazio aperto comprendiamo che il sintomo vissuto può assumere un significato diverso: il disagio della velocità o del posto chiuso come la galleria potrebbe significare distanza, allontanamento, dalla propria base sicura. In questo caso non è il rimanere fermi che fa paura ma il timore che, qualora si stia male, ci si trova soli. Cosa fare? Innanzitutto valutare un percorso di psicoterapia che permetta di disambiguare questi significati quindi capire il retroscena: qual è il significato del sintomo?  ### Dire "no" agli altri per dire "sì" a se stessi Imparare a dire no agli altri per dire sì a se stessi è una frase che spesso nella stanza di terapia si sente dire poiché è fondamentale per strutturare la propria felicità. Non è una frase facile da applicare e suscita molti interrogativi.  Quando viene detto che dire no agli altri significa dire si a se stessi significa innanzitutto che in un mondo in iper-connessione e iper-sollecitato il tempo è limitato, quindi lo spazio che dovremmo dedicare a noi stessi non può essere aumentato così come aumentano gli stimoli. Dobbiamo diventare capaci di selezionare ciò a cui prestare attenzione e ciò a cui non prestare attenzione. Se rimaniamo sempre disponibili alla richiesta altrui rischiamo di non avere più tempo per noi stessi. E' in questo senso che rifiutare una richiesta, un invito, un compito, un lavoro in alcuni casi è una forma di rispetto nei nostri confronti soprattutto quando il "sì" è una risposta data di default, facendoci in mille per soddisfare le richieste altrui, stando quindi male con noi stessi. Da un lato ci può essere un bisogno di riconoscimento, gratitudine ma non è attraverso il sì incondizionato che lo si ottiene. La gratitudine la si ottiene attraverso la capacità di selezionare cosa a cui dedicare le nostre energie. Siamo più portati a dire sì quindi meno portati a tutelarci con le persone con le quali abbiano meno relazioni, siamo paradossalmente più portati a dire no alle persone verso le quali proviamo un legame maggiore, convinti che queste ultime ci possano capire. Il paradosso sta nel fatto che le relazioni importanti vengono messe in attesa chiedendo loro comprensione. E' fondamentale comprendere noi stessi, le nostre priorità e cosa è per noi importante mettendo questo al primo posto. ### Stonewalling In questo articolo parliamo di modalità relazionali e strategie comunicative in particolar modo di "stonewalling". Questo è un termine, inglesismo, che piace molto e significa "muro di pietra" consiste nella modalità relazionale in cui uno dei due, o almeno uno dei due partner, è stitico in termini di risposte e dialogo anche se incalzato e sollecitato.  Le risposte del partner sono tendenzialmente monosillabiche e anche a domanda diretta non c'è solo evasione ma anche non risposta. E' una strategia relazionale che trova origine nelle pratiche negoziali e legali in cui si agisce un braccio di ferro con la controparte volto a ottenere qualcosa. Quando questa modalità viene utilizzata in una relazione genera disagi: è come se ci fosse una battaglia ma non condivisa, non negoziata, cosa che nel conflitto legale è più esplicita. Lo stonewalling viene spesso utilizzato per prendere tempo, dilatare la conversazione, ragionare nell'elaborazione della risposta. Diventa una strategia tirannica quando la conversazione entra in dinamiche manipolatorie e conflittuali agendo una manipolazione in cui l'idea è di modificare l'altro ad una modalità comunicativa più flessibile e ossequiosa. Chi agisce lo stanewalling cerca di generare un ricatto emotivo così sgradevole che l'altro, il partner parlante, pur di non cadere nel silenzio e disagio smette di incalzare per non ottenere ulteriormente quelle sensazioni. E' piuttosto evidente come questa modalità comunicativa imponendo una realtà, non permettendo di co-costruire la relazione, è estremamente predittiva della fine della relazione stessa.  ### Gelosia tra fratelli Come poter trasformare il potenziale vincolo della gelosia tra fratelli in una risorsa?  La gelosia, soprattutto tra fratelli, è qualcosa che non deve assolutamente essere negata, repressa, ostacolata, respinta poichè è naturale e fa parte del processo evolutivo. Deve sicuramente essere gestito, affrontato e necessariamente attraversato. Si può manifestare in diversi modi:  Il primogenito può regredire: per definizione il primogenito ha sperimentato un amore totalizzante. Quando si accorge che sta per arrivare un fratellino\sorellina può mettere in atto delle regressioni che tendono ad aumentare le cure a lui\lei rivolte. Competizione tra fratelli: spesso questa tende ad affermare la propria supremazia, il proprio diritto alle cure, a discapito dell'altro. Conflitto: quando la competizione arriva al conflitto nel tentativo di prevaricare l'altro per ottenere le cure. Quale atteggiamento dovrebbe mantenere il genitore? Sicuramente non è utile ostacolare la gelosia o ancor peggio far sentire sbagliati i figli che provano gelosia. Il genitore dovrebbe facilitare l'espressione delle emozioni, dovrebbero permettere al bambino di raccontarsi affinché facilitino la rielaborazione della fisiologica gelosia. Evitiamo frasi come: "sei più grande quindi devi capire".  La gelosia va accolta ed elaborata anche e soprattutto attraverso il genitore. La gelosia e la sua gestione può diventare un'importante palestra relazionale rispetto tutta la vita che il bambino dovrà affrontare. ### Relazione o libertà? “Ti voglio, ma mi soffochi” Alcuni disturbi, soprattutto quelli ansiosi, sono schizzati alle stelle nel periodo post Covid-19. Durante la pandemia sono tante le coppie che sono nate e unite soprattutto grazie alle restrizioni che hanno concesso di vivere in una bolla. Queste coppie hanno spesso vissuto la nuova relazione con "il cuore in pace" a fronte del fatto che la pandemia non offriva altre opportunità. La pandemia ora sta finendo e la vita, il mondo, offre di nuovo opportunità prima negate cosa che porta alcune difficoltà nelle coppie in cui uno dei due partner ha qualche tratto ansioso rispetto i legami di coppia. Il partner sente il desiderio di esplorare, affermare se stesso individualmente, riaprirsi al mondo facendo cose da solo\a e allo stesso tempo passare del tempo con chi si ama. Da un lato desidera mordere la vita e dall'altro proseguire con "due cuori e una capanna": il rischio è che la relazione diventi una catena alla libertà. Dove sta l'equilibrio tra l'affermazione di se stessi e la relazione d'amore?   Rispondere a questa domanda e trovare il proprio equilibrio è il goal di molte relazioni nate durante questo difficile periodo in cui il tema della libertà è significato importantissimo. ### coppia: perchè le vacanze vanno bene nonostante la crisi   Molte coppie durante il periodo estivo chiedono d'interrompere i colloqui per le vacanze estive, giustificando l'interruzione attraverso l'ipotesi che forse con le vacanze tutto potrebbe andare meglio. In tal modo si rimanda a settembre la decisione se continuare e come continuare. Alcune coppie rimangono poi effettivamente stupite del positivo andamento delle ferie a fronte delle difficoltà precedenti: come mai?  In vacanza spesso si cambiano i registri: nuova opportunità nuovo modo riorganizzazione delle dinamiche riorganizzazione della routine Questi spesso diventano obiettivi del percorso di terapia e delle condanne per la coppia che incancreniscono il rapporto, in vacanza vengono rimescolati, resi più fluidi: si esce dalla routine si esce dalla quotidianità si esce dall'organizzazione di chi fa cosa e perchè Si vede il partner sotto un punto di vista diverso, si sta più tempo insieme e con i figli, si osserva il tutto attraverso delle lenti diverse. Si parte in vacanza attraverso uno spirito diverso cosa che genera la serenità del periodo estivo. Questo testimonia che nella coppia c'è speranza, significa che la coppia ha ancora elementi attraverso i quali potersi ritrovare. E' fondamentale riportare la propositività della vacanza nella vita reale.  ### Come affrontare le crisi esistenziali Crisi Esistenziale: Cos'è e Come Affrontarla Ti è mai capitato di attraversare una crisi esistenziale? Di perdere la motivazione, di chiederti se ciò che stai facendo ha davvero un senso? Di riflettere su come sarebbe potuta essere la tua vita se avessi scelto un'altra strada? In questi momenti, si inizia a fantasticare sull'idea di ricominciare da zero, mettendo in discussione tutto ciò che prima sembrava essere un punto fermo. La buona notizia è che le crisi esistenziali sono un'esperienza comune. Non è una questione di "se" le vivremo, ma piuttosto di "quando". Ognuno di noi, nel momento in cui prende decisioni importanti e progetta la propria vita, si espone inevitabilmente a possibili crisi. Questo accade perché ogni scelta porta con sé l'obbligo di tirare le somme e fare il punto sugli obiettivi raggiunti. Le Due Tipologie di Crisi Esistenziale Le crisi esistenziali possono essere classificate in due principali tipologie: Valutazione del percorso: Man mano che si investe tempo e impegno nel lavoro e nel raggiungimento di obiettivi, ci si può rendere conto che quegli stessi obiettivi, che un tempo sembravano così importanti, ora hanno perso valore. Ciò che prima rappresentava il fulcro della nostra vita inizia a non avere più lo stesso fascino. Sconvolgimento dopo il raggiungimento degli obiettivi: Quando si raggiungono la maggior parte degli obiettivi che ci si era prefissati, si può provare un senso di spaesamento. È la classica crisi di mezza età, in cui nonostante si abbiano un lavoro, una famiglia, dei figli, e una vita apparentemente perfetta, si scopre di non essere felici. Questa situazione è comune: gli obiettivi sono stati raggiunti, ma la persona si trova comunque in crisi. Perché la Crisi Esistenziale Avviene? Una crisi esistenziale avviene perché, durante il percorso di vita, gli obiettivi che ci siamo posti possono cambiare. Le priorità si modificano e ciò che un tempo era centrale per noi può perdere significato. Che si tratti della realizzazione che un obiettivo non è più importante, o dello spaesamento successivo al suo raggiungimento, entrambi i casi richiedono una riorganizzazione interiore. Indipendentemente dal tipo di crisi che si sta vivendo, l'errore più grande è cercare di scappare da essa. Le crisi non devono essere viste come qualcosa da cui fuggire o da eliminare. Più si cerca di allontanare la crisi, più essa prende il controllo e diventa ingombrante. Come Affrontare la Crisi Esistenziale Il modo più efficace per affrontare una crisi esistenziale è guardarla negli occhi. È fondamentale capire cosa la crisi sta cercando di comunicare e qual è il significato del malessere che stai provando. È necessario interrogarsi sul perché si prova insoddisfazione, sulla perdita di motivazione e su cosa realmente ci spinga a voler cambiare. A partire da questa consapevolezza, è possibile ristrutturare la propria vita. Potresti decidere di continuare sulla strada intrapresa, ma con una nuova consapevolezza delle tue scelte, oppure potresti realizzare che le decisioni prese in passato non sono più adatte a te. In ogni caso, questo processo di ristrutturazione è essenziale perché, con il tempo, tutti noi cambiamo e, quindi, dobbiamo adattarci a queste trasformazioni. La Crisi Come Opportunità di Crescita Una crisi esistenziale, se affrontata correttamente, può diventare una vera e propria alleata. La crisi è tua amica solo quando ti fermi, la riconosci e la accetti come un momento di passaggio. Ricorda che ogni crisi è per definizione transitoria, e dentro ogni crisi c'è il potenziale per trasformare un vincolo in una risorsa. Affrontare la crisi significa trovare il modo di trasformare un momento di difficoltà in una grande opportunità. Questo processo è il cuore di molte terapie psicologiche. In psicoterapia, l’obiettivo è proprio quello di aiutare la persona a comprendere il significato della crisi, affrontarla e riorganizzare la propria vita. Guardare la crisi negli occhi, attraversarla e capirne il significato è ciò che ti permetterà di superarla davvero. La Ristrutturazione delle Scelte Una volta compreso il significato della crisi, potrai decidere di rivedere le tue scelte. Magari continuerai a percorrere la strada iniziale, ma lo farai con una consapevolezza nuova, oppure scoprirai che hai bisogno di cambiare direzione perché le scelte passate non riflettono più chi sei oggi. In ogni caso, la crisi diventerà uno strumento per ridefinire gli obiettivi della tua vita, migliorando anche il tuo stato emotivo e psicologico. Conclusione: Abbracciare la Crisi per Crescere Affrontare una crisi esistenziale non significa solo superarla, ma anche abbracciarla e sfruttarla come opportunità di crescita. Solo così potrai riorganizzare la tua vita, rivedere i tuoi obiettivi e migliorare il tuo benessere emotivo. Le crisi, sebbene difficili da attraversare, portano con sé il potenziale per una trasformazione profonda e duratura. ### Come essere felici in coppia   Com'è possibile costruire e mantenere la felicità in coppia?  Gli ingredienti che determinano la felicità di una coppia sono diversi e cambiano da una coppia all'altra, è impossibile dare una risposta completa. Ci sono aspetti che se mantenuti ben presenti possono comunque contribuire al raggiungimento e al mantenimento della felicità. Coltivare la coppia La coppia deve necessariamente essere "seminata", ovvero approfondita, vissuta, ci si deve investire quindi seminare pertanto fare qualcosa per l'altro e per la coppia. La semina tuttavia è, a mio avviso, meno importante della coltivazione della coppia: la semina è la parte dell'innamoramento quindi  è solo l'inizio in cui è tutto semplice e bello. Ciò che poi determina la crescita della coppia è l'attenzione che viene data a ciò che viene seminato.  Progettare e ricontrattare La pianificazione e ricontrattazione è altrettanto importante perché per rimanere coesa è  necessario che la coppia abbia progetti coesi per i quali è necessario discutere e ricontrattare il futuro. E' importante discutere di cosa si desidera per se stessi e come ottenerlo anche attraverso la coppia. Non ci si può allontanare dalla pianificazione, le crisi spesso nascono infatti a causa di una mancanza di quest'ultima. Riscegliersi Essere capaci di non dare per scontato l'altro, non avere la presunzione di cosa l'altro desidera o come reagirà ma riuscire a osservare cosa l'altro fa e diventarne protagonisti. Non dare per scontata la presenza dell'altro ma scegliersi ogni giorno. ### Crisi di coppia: "non sono la priorità"   "Dottore siamo in crisi perché io non sono la priorità"  Questa è un'affermazione che sento spesso dire ed è una sfida che molte coppie devono affrontare ovvero il tema della priorità. Molte coppie che chiedono la consulenza si trovano a contrattare gli aspetti di priorità rispetto i quali uno dei due non lo si sente per l'altro che pare avere sempre in mente altro. Il partner non si sente abbastanza attenzioni e abbastanza credito al punto in cui si nutre il dubbio di essere importante per come invece l'altro partner afferma. Questo è sicuramente un discorso delicato e generalmente la risposta alla critica è: "non è vero, sei prioritario\a, ma ci sono anche altri aspetti nella vita". Il ragionamento e la discussione quindi vertono su due versanti: E' la persona che non si sente prioritaria a fronte di un'insicurezza personale? E' colui\lei che viene accusato che effettivamente non rende prioritario il partner e sta pianificando un allontanamento? Nel primo caso ci può essere sicuramente la ragione di chi non si sente prioritario che non sente soddisfare dei suoi bisogni, dall'altro lato è legittimo desiderare altro oltre la relazione. Qual è il confine tra bisogno di autonomia e indipendenza, l'insicurezza di chi non si sente prioritario ed un legittimo desiderio di essere al primo posto? La coppia dovrebbe prendersi tempo per trovare una risposta a questa fondamentale domanda, quindi trovare un equilibrio tra: fare sentire l'altro prioritario e comprendere cosa serve per ottenere questo obiettivo comprendere cosa potrebbe fare colui che non si sente prioritario nel garantire dei momenti di libertà al partner. ### Coppia: gelosia verso i figli del partner Capita sempre più spesso che uno dei due partner abbia avuto relazioni\matrimoni precedenti dai quali sono anche nati dei figli. Questi ultimi diventano quindi un fattore fondamentale di gestione e tutela, per entrambi i genitori, nei confronti delle nuove relazioni. Può capitare talvolta che ci sia gelosia da parte del partner nuovo nei confronti dei figli del partner, i motivi che spiegano questa gelosia sono principalmente due e sono legati alle caratteristiche proprie della coppia. Innanzitutto la gelosia potrebbe essere determinata dal momento di vita che il partner geloso sta vivendo. Per esempio ci possono essere coppie in cui il "lui" della coppia ha figli (da precedenti relazioni) mentre lei non ne ha, quest'ultima desidera un figlio, quindi essere genitore, cosa che vede preclusa a fronte delle caratteristiche della coppia e del partner. Il partner infatti, avendo già avuto l'esperienza genitoriale, potrebbe non desiderare altri figli cosa che genera tensione, quindi anche gelosia, nella partner. Un secondo aspetto che possiamo collegare al tema gelosia dei figli del partner è legato soprattutto a come si vede, interpreta, percepisce il partner in relazione ai propri figli. Talvolta il partner mostra, nei confronti dei figli, un atteggiamento diverso, comportamenti diversi, rispetto quelli che mostra nella coppia. Questo accade a fronte del retaggio che il partner si porta dietro dalla coppia precedente. Il comportamento messo in atto nei confronti dei figli è lo stesso che il partner geloso desidererebbe nei propri confronti, sentendosi infatti messo in secondo piano. La via d'accesso alla soluzione è sempre il dialogo e la comunicazione, quindi trovare una strategia di mediazione  partendo dal presupposto che la genitorialità di uno dei due partner sarà un fattore imprescindibile. ### Autostima (bassa) e relazione sentimentale Il tema citato nel titolo ovvero, come si influenzano l'autostima e le relazioni, potrebbe avere un ampissimo raggio d'approfondimento. In questa sede infatti capiamo insieme che correlazione può esserci tra bassa autostima e: quando la relazione inizia quando la relazione cresce e si sviluppa quando la relazione termina Innanzitutto, come definire al meglio la bassa autostima? Parliamo di autostima bassa quando ci riferiamo a quelle situazioni in cui si è particolarmente attenti al giudizio altrui, alla valutazione altrui poiché il proprio giudizio ha meno valore di quello esterno. La bassa autostima, generalmente, è caratterizzata da etero-attribuzione e etero-determinazione quindi quel principio per cui se faccio qualcosa di corretto è fortuna, se sbaglio è colpa mia pertanto devo  aspettare che la definizione di quello che provo venga sempre dall'esterno. All'inizio della relazione la bassa autostima può essere un ostacolo, un rischio legato all'impossibilità e incapacità della persona di mostrarsi e aprirsi al mondo. E' difficile lasciarsi trasportare dal flusso delle emozioni quindi avere quella sufficiente sicurezza in stessi nell'assumere il rischio di esporsi. La bassa autostima può essere quindi un ostacolo nell'abbassare le difese prendendosi quindi i il rischio di un ipotetico giudizio. Qualora l'autostima non avesse un incremento durante la relazione, qualora non si riuscisse nemmeno a sfruttare la relazione per avere maggiore sicurezza di se stessi, potremmo correre il rischio di essere in una relazione manipolatoria. Il partner in questo caso  potrebbe fare leva sulla bassa autostima quindi agire dinamiche di controllo a fronte del ricatto emotivo. Oppure, ancora peggio, l'autostima potrebbe rimanere bassa a causa nostra, i manipolatori in tal caso siamo noi: usiamo il bisogno di conferme per governare il comportamento dell'altra persona. Quest'ultima è una manipolazione passivo aggressiva poiché l'altro deve sempre stare attento, prima di tutto, ai nostri bisogni.  Infine, per ultimo, non è detto che l'autostima possa necessariamente abbassarsi alla fine della relazione: non si giudica un percorso solamente dalla sua conclusione.  Quindi, attenzione, l'autostima dovrebbe mutare all'interno e durante una relazione! ### Come dimenticare un amore non corrisposto Introduzione: la complessità del sentimento Affrontare un amore non corrisposto rappresenta una delle esperienze emotive più intense e dolorose nella vita di una persona. Durante l'estate, periodo in cui le emozioni si amplificano, il desiderio di capire come dimenticare un amore diventa ancora più forte. Consigli come "dimentica e vai avanti" sembrano razionali, ma nella pratica si rivelano difficili da applicare. Ognuno, almeno una volta nella vita, ha vissuto il peso di un affetto non ricambiato. Prima di risollevarsi, è importante comprendere le dinamiche di questo sentimento irrisolto. Nel cuore del dolore, la consapevolezza è la prima medicina: riconoscere i segni di un amore non corrisposto è il punto di partenza per dimenticare una persona e iniziare a guarire. Fantasia e idealizzazione nell'amore non corrisposto L'amore non corrisposto è un sentimento a senso unico, dove l'affetto, l'attenzione e l'investimento emotivo partono solo da una parte. In molti casi, la persona innamorata si rifugia in un mondo di fantasia, immaginando una relazione perfetta e priva di problemi. Questa idealizzazione cresce soprattutto quando l'oggetto del nostro affetto appare irraggiungibile. La mancanza di reciprocità alimenta un senso di vuoto e frustrazione, minando l'autostima e portando spesso a un sentimento di inferiorità. Si tende a vedere solo le qualità della persona amata, ignorandone i limiti o i comportamenti di disinteresse. Questo processo di idealizzazione è uno dei principali motivi per cui diventa difficile dimenticare un amore. In sintesi: l'amore non corrisposto non è solo mancanza di reciprocità, ma anche un processo di idealizzazione che distorce la realtà e mantiene vivo il dolore. La ricerca di conferme e l'illusione del cambiamento Chi soffre per un amore non ricambiato tende a ignorare i segnali evidenti di disinteresse. Ogni gesto, parola o attenzione viene interpretato come possibile segnale di speranza. Questo autoinganno alimenta il circolo vizioso dell'attesa e della delusione. È fondamentale comprendere che l'idealizzazione della persona amata non riflette la realtà. Il mancato ricambio dei sentimenti non è un giudizio sul proprio valore personale. L'altra persona può avere motivazioni proprie: una diversa fase di vita, una storia affettiva passata, o semplicemente un'incompatibilità emotiva. Nella mia esperienza clinica di psicoterapeuta, ho osservato come riconoscere questi meccanismi sia il primo passo per liberarsi dal bisogno di conferme e ritrovare il contatto con la realtà. In sintesi: accettare che l'altro non ricambia non è una sconfitta, ma un atto di lucidità e rispetto verso se stessi. È anche il punto di partenza per dimenticare una persona e ritrovare il proprio benessere emotivo. Come dimenticare un amore e guarire da un sentimento non corrisposto Superare un amore non corrisposto richiede tempo, ma è possibile farlo attraverso alcuni passi fondamentali che aiutano a ritrovare equilibrio e serenità nella propria vita: 1. Accettare la realtà Riconoscere che il sentimento non è condiviso è doloroso, ma necessario. Solo accettando il rifiuto si può interrompere il legame con l'illusione e iniziare il processo di guarigione. 2. Coltivare la compassione verso se stessi La tristezza, la delusione e la rabbia sono emozioni naturali. Non bisogna colpevolizzarsi per ciò che si prova, ma imparare a trattarsi con gentilezza e rispetto. 3. Lavorare sull'autostima Investire in attività che fanno stare bene, scoprire nuove passioni o dedicarsi alla crescita personale può aiutare a ritrovare fiducia e autonomia emotiva. In questo modo, dimenticare un amore diventa parte di un percorso di crescita. 4. Cercare supporto emotivo Parlare con amici, familiari o un psicoterapeuta può facilitare l'elaborazione del dolore. Scrivere un diario personale è un altro modo efficace per dare voce alle proprie emozioni e osservarle da una nuova prospettiva. 5. Focalizzarsi sul proprio futuro Dopo aver accettato la realtà, è importante reindirizzare l'energia verso ciò che ci fa stare bene. Questo permette di aprirsi a nuove relazioni, a progetti e a un futuro più sereno. In questo modo, si impara che dimenticare un amore non significa perdere qualcosa, ma recuperare se stessi. In sintesi: la guarigione nasce dall'accettazione, dall'autocompassione e dalla scelta di investire su se stessi e sul proprio benessere. Conclusione: dall'illusione alla consapevolezza Capire e accettare la natura di un amore non corrisposto è il primo passo per ritrovare equilibrio e serenità. Lasciare andare l'illusione significa aprirsi a relazioni più autentiche, basate sulla reciprocità e sul rispetto. Se ti riconosci in questa situazione e desideri affrontarla con un supporto professionale, puoi contattarmi per parlarne insieme. Insieme possiamo lavorare per trasformare il dolore in consapevolezza e crescita personale. FAQ: come dimenticare un amore e superare la sofferenza Come si fa a dimenticare una persona che si ama? Per dimenticare una persona, è importante accettare che l’amore non può essere forzato. Concentrarsi su sé stessi e sul proprio benessere aiuta a costruire nuove abitudini emotive e a ridurre il legame con il passato. Quanto tempo ci vuole per dimenticare un amore? Non esiste un tempo uguale per tutti. Il processo può richiedere settimane o mesi, a seconda della storia vissuta, dei sentimenti e del grado di coinvolgimento emotivo. Come si fa a smettere di amare una persona? Smettere di amare non significa cancellare il passato, ma imparare a dare un nuovo significato alla propria esperienza. Accettare la fine della relazione e aprirsi a nuove emozioni è un atto di coraggio e libertà. Quali sono i segnali di un amore non corrisposto? Alcuni segnali chiari includono la mancanza di interesse, la comunicazione unilaterale e l’assenza di coinvolgimento emotivo. Riconoscerli aiuta a capire quando l'amore non è corrisposto e a proteggere la propria autostima. Cosa fare in caso di amore non corrisposto? Accetta i tuoi sentimenti senza giudizio, prenditi cura di te e chiedi aiuto se necessario. Inizia a concentrarti sulla tua vita e sulle persone che ti fanno stare bene. Come smettere di soffrire per un amore non corrisposto? Per smettere di soffrire, è importante non alimentare speranze irrealistiche e interrompere il contatto se necessario. Dedicarsi a nuove esperienze e progetti personali aiuta a ridurre la sofferenza e a guardare avanti. Quanto fa male un amore non corrisposto? L’intensità del dolore varia da persona a persona, ma è sempre reale e merita ascolto. Il benessere si ritrova quando si accettano le emozioni e si dà loro il giusto spazio. Come uscire da un amore non corrisposto? Uscire da un amore non corrisposto significa spezzare il legame emotivo e rimettere se stessi al centro della propria vita. Con il tempo e con il giusto supporto, si può ritrovare equilibrio e serenità. Come superare il dolore di un amore non corrisposto? Accettando la realtà dei propri sentimenti, concedendosi tempo e lavorando su sé stessi. È un processo che porta alla crescita e alla scoperta di nuove parti di sé. ### Blocco universitario: come superarlo "Dottore come posso superare il blocco universitario?"  Il blocco universitario è un tema che spesso mi viene chiesto, tendenzialmente è un tema ciclico a ridosso delle sessioni d'esame. Per spiegare meglio cosa succede e come affrontarlo possiamo prendere in considerazione due macro temi: Il blocco universitario legato alla motivazione Quando parliamo di motivazione, generalmente, ci riferiamo a quelle situazioni in cui si dice: "Non trovo più stimoli" "Ero convinto\a mi piacesse ma ora mai rendo conto non sia così" "Chissà se è la strada giusta per me" "ci sono sbocchi lavorativi oppure ho scelto per un facile entusiasmo?" Queste sono solo alcune domande che insorgono a fronte di un blocco motivazionale in cui si mette in discussione la scelta.  Il blocco universitario legato alla prestazione e all'ansia Questo genere di blocco universitario si differenzia dal precedente perché non viene messa in discussione la strada intrapresa poiché l'ansia è legata alla prestazione singola. La persona che vive questo blocco si chiede spesso se è oppure non è pronto per il singolo esame, preoccupandosi al punto da bloccarsi mettendo a rischio l'esecuzione dell'esame stesso. E' fondamentale comprendere in che versante di blocco universitario ci troviamo ed è altrettanto importante trovare dentro di se le risposte ai dubbi. ### Pornodipendenza: cosa non è e conseguenze La pornodipendenza è una "new addiction" quindi una forma di dipendenza comportamentale.  Cosa non è la pornodipendenza? Non è la dipendenza da sesso Non è una forma di compensazione di una carenza di attività sessuale La pornodipendenza è una vera e propria dipendenza, non è una forma di compensazione poiché porta con se temi differenti. La dipendenza da attività sessuale è una dipendenza legata al fare sesso, all'avere un rapporto e un contatto fisico quindi potenzialmente nel mettersi in situazioni promiscue e rischiose. La pornodipendenza non è un tentativo di colmare la mancanza di attività sessuale, la pornografia rende infatti passivo il fruitore. Coluilei che è pornodipendente non ha intenzione di praticare ciò che vede con il partner in carne ed ossa ma si eccita nell'osservare passivamente. Quale impatto sulla persona? Tendenzialmente l'impatto che questa ha sulla persona è devastante poiché il tempo che viene dedicato alla masturbazione, spesso compulsiva,  e all'osservazione di materiale va dalle 5 alle 8 ore giornaliere. L'utilizzo e la fruizione di materiale pornografico, per coluilei che sviluppa pornodipendenza, prende gran parte della giornata e può causare:  isolamento sociale  compromissione  delle relazioni sociali eo con il partner  compromissione dell'attività lavorativa forte senso di colpa forte senso di vergogna compromissione dell'attività sessuale (calo del desiderio, incapacità di variare la fantasia, appiattimento dell'eccitazione)       ### Autodiagnosi: i rischi del Dr Google Parliamo in questo articolo dei rischi che si corrono qualora ci si rivolga a Dr. Google e soprattutto quando la mera ricerca di info tende all'auto diagnosi. Tutti cerchiamo informazioni su Google, soprattutto quando abbiamo sintomi, soprattutto per comprendere cosa sta accadendo. Tuttavia, rivolgendosi a Google per dare un'etichetta a dei sintomi, è estremamente rischioso. Non è detto che le informazioni recuperate in rete siano corrette rispetto ai sintomi che si provano. La rete è una risorsa fondamentale tuttavia comporta dei rischi, soprattutto quando non si hanno le risorse per comprendere quali sono le informazioni importanti e quali no. C'è inoltre il rischio che trovare una patologia, una diagnosi, che racconta esattamente ciò che viviamo ci fa collassare in quella categoria. Da un lato siamo rassicurati dall'aver trovato un nome, dall'altro lato il rischio è che si collassi sui sintomi descritti da dott.re google. Spesso quindi in linea a questo ragionamento proviamo sintomi, che prima non provavamo, ma che fanno parte di quella diagnosi. Riferendoci a dott.re google inoltre c'è la possibilità che non si continui ad investigare poiché ci si ferma alla prima ricerca in cui ci si riconosce. Il rischio, in questo caso, è che l'ipotetica diagnosi non sia corretta perché incompleta. Il quarto aspetto che troviamo spesso quando c'è una ricerca in Dott.re Google è credere di avere la soluzione al problema. Il rischio in questo caso è rifiutare tutti i tentativi di aiuto dei professionisti ai quali ci si rivolge qualora questi non mettano in pratica ciò che si ritiene risolutivo poiché trovato sul web. Attenzione, quindi, a non sottovalutare la differenza tra reperire informazioni e farsi auto diagnosi! ### Separazione: è sempre un rischio per i figli? "Dottore noi abbiamo deciso di rimanere insieme per i figli"  Spesso sento dire, durante le terapia di coppia, che si sceglie di restare insieme per i figli nella convinzione che la separazione della coppia distrugga anche la famiglia. Non esiste una ricetta corretta a prescindere, sia la separazione, che la scelta di rimanere insieme senza sentimento è sono legittime soprattutto se prese a fronte di caratteristiche soggettive della famiglia stessa. La separazione non sempre è un rischio, è un'opportunità, soprattutto quando viene fatta nel tentativo di ripristinare un equilibrio, una calma, che il conflitto tra i genitoripartner ha negato.  Spesso la separazione ripristina un equilibrio, di benessere, eliminando ciò che diventa per la famiglia stessa tossico. Nel momento in cui nonostante la separazione la conflittualità permane allora la separazione quasi perde di significato, il vantaggio che l'allontanamento porta si riduce. E' utile chiedersi quindi se stare insieme al proprio partner è utile o dannoso per i figli a fronte del nuovo equilibrio, più positivo, che una separazione può portare. ### Come chiudere una relazione Come chiudere efficacemente una relazione? Questo è un tema ricorrente nella terapia di coppia poiché la possibilità di chiudere viene spesso preso in considerazione durante un percorso di coppia. Un consiglio importante per chiudere bene una relazione lo riconosciamo nell'attribuzione di colpa: è utile evitare un'attribuzione di colpa univoca quindi completamente a se stessi o all'altro. Ciò che funziona poco, durante la fine di una relazione, è attribuire totalmente la causa della fine della relazione all'altro oppure a se stessi a causa del senso di colpa. Ciò che dovrebbe essere fatto è riuscire a definire ciò che nella coppia non ha funzionato, attribuire responsabilità reciproche rispetto a come i modi d'essere non ha reso possibile l'evoluzione della coppia, senza risentimento. Non attribuire la colpa è fattibile attraverso la comunicazione delle proprie emozioni:" come ti senti?; cosa provi?". Quali emozioni si sono vissute nell'arco della relazione che hanno poi condotto i due ex partner a determinati atteggiamenti? Rispondere a questa domanda è utile nel non dare la colpa, trovare una motivazione e parlare della verità: le emozioni. ### Pornodipendenza: cos'è? In questo articolo parliamo di una nuova dipendenza, una "new addicition", o meglio una dipendenza comportamentale senza sostanze. La dipendenza da pornografia colpisce prevalentemente uomini nella giovane età adulta questo soprattutto per la grande disponibilità di materiale e il facile accesso a internet. La pornodipendenza innanzitutto deve essere distinta dalla dipendenza dall'attività sessuale. Quest'ultima implica la volontà e il bisogno di avere un rapporto sessuale, aspetto che nella pornodipendenza non è presente. In quest'ultimo infatti l'aspetto principale è la passività: il pornodipendente è solo davanti al monitor ed è libero potenzialmente di lavorare con la sua immaginazione. Immaginazione che spesso preferisce sostituire con immagini e video. Il porno dipendente spesso manifesta tutti quei tratti caratteristici e tipici di qualunque tipo di dipendenza: Il comportamento legato al vedere filmati porno e masturbarsi occupa sempre maggior tempo nell'arco della giornata La persona quando non agisce questa dipendenza inizia a sentirsi male, averte un senso di eccitazione Aumenta il tempo della masturbazione che può diventare compulsiva Aumenta il senso di colpa e di vergogna a seguito della masturbazione e dell'eccitazione Calo di desiderio sessuale nelle relazioni vis a vis quindi una compromissione delle relazioni sentimentali Spesso quindi la pornodipendenza dilaga, capita che pornodipendenti osservino materiali anche dalle 5 alle 7 ore al giorno. L'intervento di psicoterapia è molto importante, così come il lavoro in equipe con altre figure professionali come lo psichiatra.   ### Mutismo selettivo: cos'è e come si affronta In questo articolo parliamo di mutismo selettivo, patologia che in passato era anche spesso chiamata mutismo "elettivo". E' un disturbo di natura prettamente psicologica ed è un disturbo ansioso quindi è legato a delle difficoltà emotive. Colpisce prevalentemente i bambini tuttavia non in maniera esclusiva, i bambini sono sicuramente una grande fetta di coloro che ne sono colpiti. Il mutismo selettivo non ha alcuna origine neurobiologica ed ha esclusivamente caratteristiche di natura psicologica. Il mutismo selettivo è piuttosto comune le stime informano che si va dallo 0,03 % all' 1% della popolazione infantile mondiale, ovviamente in aree diverse del mondo troviamo percentuali diverse. Le caratteristiche principali emergono attorno ai 2\3 anni d'età l'esordio effettivo lo riconosciamo spesso attorno ai 4\5 anni. Il mutismo selettivo è un mutismo non presente in tutti i contesti della vita ma solo in alcuni, nei quali, il bambino fa fatica, è impossibilitato, ad esprimersi verbalmente. I contesti generalmente sono quelli che comportano ansia e agitazione: scuola gruppi esteti di coetanei estranei Il bambino non ha compromissione di linguaggio, comprende ciò che viene detto e sa parlare, tuttavia si esprime solo in contesti che lui percepisce sicuri e di protezione, contesti in cui si sente accolto. Il mutismo selettivo comporta una grave compromissione delle attività di vita di questa fascia d'età, sia a livello relazionale che scolastico. Il mutismo selettivo limita sempre di più i gradi di libertà che può sperimentare, con lui spesso anche la sua famiglia. Come si può intervenire? E' importante prendere in carico l'intera famiglia, prendere in consegna l'intero contesto per comprendere cosa il bambino tenta di comunicare e quali sono le motivazioni sottostanti al disagio. Spesso vengono somministrati alcuni test che prevedono l'osservazione dell'interazione tra i componenti della famiglia. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### La psicoterapia non deve essere infinita e indefinita Si sente spesso dire "so quando ho iniziato\inizierò la terapia non so quando la finirò" ed è uno stereotipo comune sulla nostra professione nonostante gli interventi in psicoterapia non sono più così nebulosi da comprendere da parte del paziente. E' importante che il paziente sia consapevole, sia dei tempi, che dei modi della terapia: è bene definire con il paziente quali sono gli obiettivi che la terapia si pone, quali sono gli obiettivi realistici che si possono ottenere ed in quali tempi. Per fare questo è fondamentale un clima di fiducia e poterne parlare apertamente in modo che il paziente sappia esattamente in che direzione sta andando, perché, e cosa aspettarsi. Per questo motivo nella psicoterapia trova sempre più spazio la modularità ovvero il passaggio attraverso dei blocchi d'intervento in modo che si sappia sempre cosa si sta affrontando e attraverso che mezzi. Attraverso questa struttura è possibile anche decidere a che step fermarsi, decidere quindi che profondità dare al percorso. Capita che il paziente si senta forzato dal terapeuta ad andare in una direzione o affrontare un determinato tema, un percorso modulare permette di scegliere dove arrivare, come farlo quindi decidere che profondità dare al percorso.    ### Fobia: cause, strategie di gestione e cura Quali sono le cause più comuni all'insorgenza di una fobia? Quali sono inoltre le strategie proposte per affrontarle? La fobia è un disturbo d'ansia e porta con se diverse caratteristiche comuni a tali disturbi quindi anche tante strategie che vengono adottate per affrontarle autonomamente. Il termine fobia spesso è legato al concetto di trauma: la fobia sviluppata è legata ad una situazione traumatica vissuta. Questo è vero tuttavia non è completamente esaustivo rispetto l'origine delle fobie poiché, oltre al concetto di trauma, è bene considerare anche l'osservazione e l'apprendimento. Un altro aspetto determinante allo sviluppo della fobia è l'esposizione al tema, all'argomento, non solo perché si è vissuto un trauma ma anche perché persone a noi care hanno trasmesso questa paura quindi da loro abbiamo appreso. La strategia che generalmente la persona mette in atto è l'evitamento, cosa che non è sicuramente una strategia utile se parliamo dei disturbi d'ansia in generale. L'evitamento potrebbe essere una strategia utile quando la fobia non compromette la gestione e il normale svolgimento della vita quotidiana, per esempio:  è positivo evitare l'esposizione ai rettili, è meno utile evitare l'esposizione alla macchina o al guidare. Quali sono le vie d'intervento? Ci sono due filoni: il primo è legato alla teoria dell'esposizione. Alcune categorie psicologiche infatti espongono il concetto dell'esposizione graduale all'elemento che genera la fobia cosa che porta, nel tempo, all'eliminazione della fobia stessa. Un secondo filone punta maggiormente alla comprensione delle cause che hanno generato la fobia quindi le emozioni sottostanti. Approfondiamo infine quali sono le principali fobie che riscontriamo facendo un'analisi della letteratura in merito. Di seguito propongo un elenco delle maggiori fobie, dalla meno frequente alla più frequente del punto 5. paura dell'altezza paura dei serpenti e dei rettili in generale paura di parlare in pubblico (fobia situazionale) aracnofobia paura degli spazi chiusi ### Disturbo bipolare: tipo I, tipo II e ciclotimia In questo articolo parliamo di disturbo bipolare, cos'è, quali sono le caratteristiche principali e come affrontarlo. Il disturbo bipolare è un disturbo psichiatrico, è il disturbo con la più alta ereditarietà e più alta probabilità di essere trasmesso di generazione in generazione. E' caratterizzato da due macro elementi: la depressione e i sintomi depressivi dall'altro da episodi maniacali o ipo maniacali. La maniacalità consiste in umore troppo up, elevato, eccentrico, eccessivo, comportamenti rischiosi, perdita di controllo, la persona diventa eccessiva in tutto. I comportamenti maniacali sono sia classici che ipo-maniacali: questi ultimi hanno una durata e una intensità minore. L'episodio maniacale va da una settimana ad un mese, l'episodio ipo-maniacale dura qualche giorno. La depressione è caratterizzata da catatonia, mancanza di energie, rabbia, aggressività e visione pessimistica della vita. Il disturbo dipolare si distingue in due grandi categorie: Disturbo bipolare di tipo I: ha chiari episodi maniacali, è suffuciente, per diagnosticarlo, un episodio maniacale poichè è scontato che successivamente alla fase up segue una down depressiva. Disturbo bipolare di tipo II: C'è oscillazione e ciclicità tra episodi ipo-maniacali e depressivi. La differenza concreta è che il tipo II ha una connotazione maggiormente depressiva.  Un disturbo importante da conoscere e che somiglia ai due citati è il disturbo ciclotimico: presenta sia episodi ipo-maniacali che depressivi, è ciclico quindi generalmente prende almeno due anni di tempo prima di poter essere diagnosticato, tuttavia è meno intenso del disturbo bipolare. ### Sintomi comuni a tutte le depressioni Approfondiamo in questo articolo il tema della depressione: quali sono i sintomi caratteristici? I sintomi caratteristici sono legati sia a caratteristiche comportamentali che di pensiero e sono cinque. I pensieri negativi e intrusivi sono sintomi comuni a tutti i disturbi dell'umore, sono pensieri ricorsivi e ridondanti pertanto la persona pensa che dovrà combattere per sempre con queste sensazioni e non ne uscirà mai. L'alterazione dell'appetito spesso è una strategia con la quale ci si adatta alla depressione infatti questo può sparire del tutto o aumentare esponenzialmente. Il cibo può essere utilizzato per affrontare, mitigare, queste sensazioni negative e distruttive. L'alterazione del sonno è un altro sintomo caratteristico comune ai disturbi dell'umore, si può pensare erroneamente che la depressione aumenta il bisogno di sonno, spesso tuttavia è l'opposto. L'auto-colpevolizzazione, i sentimenti di auto svalutazione rispetto il non essere sufficientemente capaci per essere felici sono sentimenti comuni e molto presenti. Il quindi punto sono i pensieri suicidari, la morte, in alcuni casi gravi, è l'unica via considerata percorribile dalla persona depressa.     ### Tipi di depressione Parliamo di depressione e delle diverse tipologie che possiamo riconoscere esistenti. La depressione è il disturbo dell'umore per eccellenza, è caratterizzata da due macro categorie di sintomi, da un lato umore a terra, catatonia, perdita di senso delle cose. Dall'altro sentimenti di rabbia, aggressività, irritabilità e una visione pessimistica del presente e del futuro. Suscita particolare paura, apprensione, nelle persone, è stato rilevato che questo "male oscuro" suscita allerta tanto quanto i tumori e le patologie oncologiche. Ci sono 8 tipologie di depressione: Disturbo della disregolazione dell'umore dirompente Una tipologia presente dall'infanzia alla giovane età adulta, può arrivare fino ai 21 anni circa ed è caratterizzata da atteggiamenti di rabbia, impulsivi, a volte violenti. Disturbo depressivo maggiore E' il disturbo classico che può essere osservato in tre modalità: lieve, moderato o grave. I sintomi caratteristici sono quelli elencati per la depressione classica quindi accennati all'inizio di questo breve articolo. Disturbo depressivo persistente (distimia) In questo disturbo l'aspetto di appiattimento delle energie è più lieve ed è associato spesso ad altri disturbi psichiatrici come il disturbo borderline di personalità. Disturbo disforico pre mestruale Come dice il termine è un disturbo che caratterizza uno specifico periodo del mese, è connesso ad una flessione dell'umore nel periodo pre-mestruale. Disturbo depressivo senza altra specificazione Sono episodi depressivi che sono limitati nel tempo e si ripetono in maniera ciclica, gli episodi sono brevi, ridotti ma ciclici. Altre tipologie di disturbo depressivo sono: Disturbo depressivo indotto da farmaci o sostanze o disturbi depressivi dettati da altre circostanze come malattie tipo Alzheimer o Parkinson. Quando si parla di depressione si tende a generalizzare pensando che tutte le depressioni abbiano le stesse caratteristiche, così non è, è bene sempre tenere presente che fare di tutta l'erba un fascio non è mai utile. ### Autosabotaggio in psicoterapia In questo articolo parliamo di auto-sabotaggio in terapia ovvero di tutte quelle circostanze in cui spesso i pazienti si pongono in una posizione per cui non fanno mai terapia e se ne vanno, abbandonano. I motivi tendenzialmente sono sempre ascritti al terapeuta o alle caratteristiche della terapia, elenchiamo qui qualche esempio di affermazione durante i primi colloqui di un percorso: "La terapia costa troppo" Può essere, la percezione di costo è sempre estremamente soggettiva, tuttavia è vero che il costo che ci si troverebbe a pagare non vale la risoluzione del problema? E' meglio tenersi il disagio provato? "Il terapeuta non è disponibile con gli orari, gli orari sono scomodi" Queste affermazioni diventano problematiche quando non vengono rese discutibili quindi quando non vengono portare nella stanza di terapia. Può essere infatti che il terapeuta abbia poca disponibilità oraria, tuttavia è fondamentale far diventare ciò tema di discussione. Talvolta infatti è possibile che il paziente chieda appuntamento in orari molto scomodi e con poca flessibilità. Come interpretare la poca flessibilità? Quale motivazione alla terapia? "Lo studio è piccolo, brutto, non c'è parcheggio" "Il terapeuta è troppo giovane\vecchio e non applica quella specifica tecnica" Il terapeuta può scegliere se essere o non essere terapeutico quindi accettare il fallimento del percorso rendendo esplicito, spesso, il motivo che porta il paziente ad agire con queste affermazioni per interrompere il percorso stesso. Molte persone spesso iniziano un percorso e lo terminano ascrivendo a motivazioni esterne la causa stessa dell'interruzione, il terapeuta deve essere necessariamente pronto ad accogliere questi momenti e continuare ad essere terapeutico. ### Come far fallire una psicoterapia Come partire con un presupposto sbalgiato alla terapia? Quali sono le modalità che fanno fallire una terapia? In alcune circostanze l'alleanza terapeutica e la fiducia del paziente nei confronti del terapeuta si innesca automaticamente, in altre circostanze meno. Da un lato ci sono eprsone che di default si affidano, altre che hanno bisogno di fare domande e approfondimenti quindi iniziano il percorso con delle difese. In particolare mi riferisco ad alcune domande, tra cui: "dottore, lei ha già affrontato questa tipologia di problema?" "dottore, secondo me dovrebbe usare questa strategia.." "dottore, ma lei è specializzato in...?" Queste domande rendono complesso il lavoro del terapeuta perchè innanzitutto deve chiedersi come mai il paziente propone queste domande. Il rischio inoltre che il paziente corre è che il problema non venga risolto! Qualora il terapeuta infatti, trovandosi con le spalle al muro a fronte di queste domande, si adatta e aderisce alle richieste esposte dal paziente propone in terapia strategie che nella maggioranza dei casi il paziente ha già messo in pratica. Il paziente sicuramente si sentirà accolto ma rischia di innescare in un procedimento già visto quindi al fallimento.  E' utile che paziente e terapeuta collaborino per definire il problema quindi insieme trovino le strategie più utili a raggiungere gli obiettivi preposti. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Quando e perchè i problemi di coppia non vengono risolti   Come affrontare una crisi di coppia? Cosa fare? Quando una coppia si presenta alla nostra equipe spesso notiamo che uno dei due partner ha poca consapevolezza della realtà difficoltà. Nella prima telefonata si arriva a definire le caratteristiche della coppia e il problema che spesso è chiaro ed esplicito ad uno dei due. Spesso non è sufficiente che uno dei due partner abbia chiaro quali sono i problemi perchè: l'altro non è d'accordo non viene compreso dall'altro non viene valutato dall'altro come altrettanto grave non si sa come intervenire per risolvere Spesso chi porta il problema e lo porta in maniera costruttiva pensa di aver fatto abbastanza e si posiziona, sia in terapia che non, in attesa dell'altro e in una posizione di giudizio. Chi esplicita la difficoltà spesso si sente in credito e attende che l'altro si muova. Spesso inoltre il partner che porta la difficoltà esplicitandola propone delle soluzioni, anche pratiche, al problema. Quando il partner risponde alle due opzioni  può accadere che sia in accordo con la soluzione proposta, oppure ne propone altre. Spesso i partner si propongono alla terapia proprio nel tentativo di trovare un accordo sulle soluzioni da adottare. Quando si innesca l'incastro che genera una difficoltà nel risolvere i problemi? Quando un partner di facciata si dichiara d'accordo con le soluzioni proposte dal partner ma, di fatto, non lo è. In tal caso la persona che propone la soluzione si aspetta un cambiamento, mentre coluilei che si dichiara di facciata d'accordo mette la sabbia sotto il tappeto. ### Tradimento: l’unico modo certo di affrontarlo per essere infelici   Quando si parla di tradimento si parla altrettanto spesso delle modalità, strategie, per affrontarlo affinché la coppia lo comprenda e lo superi. Qual è però la modalità più sbagliata per affrontarlo? Qual è il modo certo che porta all'infelicità? Qual è il vincolo che genera l'infelicità? Quando viene svelato un tradimento spesso la coppia non supera il tradimento che diventa una costante d'infelicità. Ciò accade quando i due individui scelgono di stare insieme ma non lavorano per radere al suolo ciò che è stato doloroso e ricostruire le fondamenta. I vincoli che la coppia si trova di fronte se decide di non affrontare il dolore conseguente ad un tradimento, spesso, diventano insormontabili. Quando il traditore confessa e si mette nelle mani del tradito si genera spesso un vincolo perchè il tradito può scegliere di continuare la relazione, l'obiettivo di coppia in quel caso spesso diventa il continuare la relazione ma dovrebbe essere distruggere le premesse che hanno generato il tradimento stesso. Il tradito infatti assumerà, nel tempo, un atteggiamento di rivendicazione, il traditore afflitto dal senso di colpa per la ferita generata nella coppia diventerà un pochino più accondiscendente ed ossequioso. Cosa genera questa situazione? Esclusivamente una mortificazione per la coppia, un cancro della relazione che finirà per essere soffocata dalla lontananza che si genera nei partener. ### Come affrontare le sfide di coppia "Decisioni, stress, fatiche, coppia" questo è l'insieme d'ingredienti che mi portano a scrivere questo articolo. La domanda che spesso accomuna articoli e video è il tema della progettualità, ciò di cui non ho mai parlato è quello che succede dopo la progettualità ovvero: quando la progettualità diventa potenziale argomento di scontro invece che unione, cosa succede? Cosa succede quando i due partner si trovano davanti ad una sfida che potrebbe spezzarli? Come potrebbero tutelarsi i partner? Cosa succede e come affrontare ipotetiche sfide sulle quali si potrebbe non essere d'accordo? L'oggettività della quotidianità riserva sempre delle sorprese e la coppia spesso deve affrontare uno scenario che non è più roseo o potrebbe non esserlo più. Dopo la progettualità è utile prendere una decisione, fare un bilancio e una valutazione dei pro e dei contro del cambiare sentiero o modificare il percorso nel tentativo di raggiungere il medesimo obiettivo. Un esempio importante è quando una coppia decide di avere figli che, purtroppo, faticano ad arrivare. Quando la via tentata non porta all'obiettivo desiderato è fondamentale spostarsi dalla via sulla quale si era d'accordo e ricontrattare i nuovi rischi a cui esporsi e le nuove strategie per raggiungere l'obiettivo. E' importante fissare un punto che determina quanto la coppia è disposta a rischiare. ### Paura del giudizio: come superarla ### Poliamore e altre poligamie etiche ### Relazioni tossiche: orbiting Introduzione all'Orbiting Parliamo di orbiting: si sentono spesso tanti termini diversi quando si ha a che fare con le relazioni. Ormai sembra che ogni tipo di strategia comportamentale abbia un nome, un'etichetta o una diagnosi. Spesso si parla di relazioni tossiche, di narcisismo, di dipendenza affettiva, di ghosting, di no contact, di love bombing, e adesso di gaslighting. Adesso, parliamo di orbiting: che cos'è, quali caratteristiche ha e quali potrebbero essere le conseguenze? Definizione di Orbiting Il termine "orbiting" evoca già un'idea del suo significato, simile a come termini come "love bombing" o "ghosting" suggeriscono immediatamente certi comportamenti. L'orbiting si riferisce all'azione di rimanere vicini, metaforicamente "orbitare", attorno a una persona. Questo comportamento può essere adottato sia da chi ha concluso una relazione sia da chi non ha mai formalizzato una relazione significativa. Indipendentemente dal genere, l'orbiting si verifica spesso dopo la fine di una relazione, importante o meno, o quando una relazione sembrava poter evolvere in qualcosa di più serio ma viene interrotta. Praticare l'orbiting significa quindi continuare a gravitare nel mondo sociale, o digitale, dell'altra persona, mantenendo una presenza anche se non diretta, proprio come suggerisce il termine. Pratiche Comuni nell'Orbiting L'orbiting viene comunemente attuato attraverso le nuove tecnologie, soprattutto sui social media. Spesso, chi pratica l'orbiting non risponde ai messaggi diretti dell'altra persona, ma rimane attivo visualizzando le storie su Instagram, mettendo "like" ai post, commentando o seguendo gli stati su WhatsApp, e simili. In questo modo, sembra quasi dire: "Ehilà, sono ancora qui. Non sono completamente scomparso o scomparsa, ma al contempo non sono realmente presente nella tua vita." Da una parte, la persona sembra negarsi, dichiarando talvolta apertamente di voler uscire dalla vita dell'altro, ma dall'altra non lo fa definitivamente. Questa ambiguità non è mai del tutto chiara, poiché l'individuo continua a mantenere una presenza, seppur minima, lasciando il "lumicino della candela" acceso attraverso le azioni tipiche dell'orbiting come commentare, mettere "like", e farsi notare in altri modi sui contenuti social dell'altra persona. Motivazioni dietro l'Orbiting Perché viene praticato l'orbiting? La motivazione non è tanto un bisogno relazionale di valutare se la relazione interrotta o mai nata possa essere sentimentale o degna di questo nome. Piuttosto, praticare l'orbiting serve a soddisfare il desiderio di lasciare aperta una porta, di mantenere una via di ritorno potenzialmente utilizzabile. Questo comportamento è simile a quello di un narcisista che, dopo aver interrotto una relazione, ricompare periodicamente: non chiude definitivamente i rapporti. L'orbiting serve a mantenere viva la presenza nella mente dell'altro, mantenendo aperta l'opzione di rientrare nella relazione se si dovesse sentire il bisogno. Effetti dell'Orbiting e Consigli Cosa accade a chi si ritrova con un ex partner o un potenziale partner che continua a orbitare attorno? Da una parte, per chi subisce l'orbiting sorge il rischio di rimanere illusi, di attendere speranzosamente il suo ritorno. Questa situazione può diventare ancor più problematica se l'orbiting si protrae nel tempo, lasciando chi è stato lasciato, abbandonato o rifiutato a riconoscere che le probabilità di un ritorno sono estremamente basse. Il vero pericolo è che la persona non riesca a distaccarsi completamente dalla relazione, tenendo occupato mentalmente quel "slot relazionale" con l'idea persistente del rapporto. Questo può gravemente compromettere le future opportunità di aprirsi al mondo, di esplorare nuove frequentazioni o di immergersi in nuove storie. L'orbiting è quindi una pratica distorta e egoista di mantenere una relazione: da un lato, chi orbita soddisfa i propri bisogni narcisistici di tenere aperte le porte per un possibile ritorno. Dall'altro, per chi subisce l'orbiting, diventa complesso liberarsi dall'illusione, specialmente all'inizio. Anche quando si realizza che l'altra persona non tornerà mai, trovarsi incapace di liberare mentalmente lo spazio dedicato alla relazione impedisce di aprirsi a nuove possibilità. Di conseguenza, rimane vincolato a un mondo ipotetico, pieno di incertezze, sofferenze e attese. ### Coppia in crisi: come prendere una decisione   In questo articolo approfondiamo il tema delle decisioni in coppia: "dottore devo continuare la relazione? Ma cosa devo fare?". Su cosa ci si dovrebbe concentrare quando si vive il dilemma del "devo continuare, o non continuare la relazione?". Per comprendere quali elementi osservare per prendere una decisione ci viene in aiuto la teoria sistemica in particolare la differenza tra storia raccontata e storia vissuta. Spesso la storia raccontata e la storia vissuta non coincidono ovvero ciò che la persona si racconta e ciò che accade veramente spesso non si eguagliano.  Lo stesso sintomo è spesso testimonianza dello scollamento tra ciò che vivo e ciò che mi racconto di ciò che ho vissuto. L'obiettivo della terapia infatti è quello di creare una nuova aderenza tra storia vissuta e raccontata. Quando lo scollamento tra storia raccontata e storia vissuta lo si vive in prima persona è molto complesso da affrontare autonomamente, è molto più facile notarlo invece quando è il proprio partner a viverlo.  Lo scollamento di cui stiamo parlando è piuttosto evidente, nel partner, quando per esempio si notano, da parte di esso, delle mancanze nella coppia per le quali esso trova sempre una motivazione e una giustificazione. Il partner che subisce questa situazione può trovare delle risposte, alle proprie domande, nello scollamento, piuttosto evidente, tra ciò che il partner racconta, ovvero le giustificazioni, e ciò che il partner fa. ### Ansia da prestazione ### Disturbi psicosomatici In questo articolo parliamo di disturbi psicosomatici, che cosa sono, quali parti del nostro corpo colpiscono e facciamo degli esempi. Il disturbo psicosomatico è quell'insieme di disturbi caratterizzati da una manifestazione somatica, corporea, di un disagio emotivo. Si parla di componente psicosomatica in tutte quelle patologie che si manifestano a causa di un problema emotivo o sono aggravate da un eventuale problema emotivo. Freud diceva che le emozioni inespresse non muovono mai e troveranno sempre un modo, anche terribile, per tornare. Spesso si tratta di stati di allerta, tensione, agitazione o legati ad umore depresso abbattuto, catatonico, rabbioso. Ci sono diversi sistemi, apparati, che possono essere colpiti da patologie psicosomatiche: apparato gasto-intestinale attraverso diverse forme di coliti, sindromi del colon irritabile apparato cardio circolatorio con aritmie cardiache apparato respiratorio con alcuni tipi di iperventilazione apparato uro genitale come impotenza, disfunzioni erettile sistema cutaneo con dermatiti sistema muscolo scheletrico con tutte quelle condizioni di tensione che si esprimono attraverso il corpo per esempio la cefalea tensiva Quando si parla di psicosomatica quindi si fa quindi riferimento a patologie generate da turbe emotive oppure amplificate da emozioni non espresse. Cosa si deve fare? se le patologie sono clinicamente riscontrate è utile associare un percorso clinico medico ed uno psicoterapeutico, qualora l'evidenza clinica sia stata esclusa è comunque fondamentale approfondire il sottosuolo emotivo che genera i sintomi. ### La teoria del trauma: attenzione! La teoria del trauma è spesso un abbaglio che viene preso sia dai terapeuti che dai pazienti. Lo stereotipo comune è che tutto debba essere ricondotto a: traumi o al rapporto con la madre. I traumi esistono, ci sono esperienze, definite traumatiche che rientrano in quegli episodi che scuotono la persona. Naturalmente in questo rientra un importante livello di soggettività: ci sono traumi evidenti, come subire un furto, ed altri che assumono un significato personale. Non tutti i traumi determinano una patologia, il trauma è un fattore di rischio. Se si pensa, si lega, il proprio pensiero troppo all'idea di trauma si rischia di mettere degli errori: diverse persone in terapia dicono "soffro di .. ma non ho mai vissuto traumi" tuttavia non sempre è presente un trauma manifesto. Un ulteriore rischio, qualora un trauma sia realmente presente, è legare ogni osservazione al trauma stesso, legare ogni evento di vita, emozione e sensazione al trauma passato. La teoria del trauma ha naturalmente senso di esistere nella misura in cui si rispettino delle caratteristiche precise e definite, criteri diagnostici. E' facile comprendere il nesso di causalità tra trauma ed emozione vissuta, non è altrettanto semplice risolvere tale collegamento. Il rischio maggiore si riscontra quando ogni sintomo, problema esistenziale, viene connesso ad un ipotetico trauma. Ciò che si può utilizzare, invece, per interpretare le cause che determinano i problemi attuali sono i significati. Quali valori la persona attribuisce? Quali significati utilizza per leggere il mondo? Come, il sistema valoriale costruito nella famiglia d'origine, permette di costruire le relazioni?   E' attraverso questa chiave di lettura che il trauma assume significato, la teoria del trauma è fondamentale da tenere presente, conoscere e approfondire ma è altrettanto rischiosa se generalizzata poiché catalizza ogni valore e significato. ### Bassa autostima e relazioni sentimentali: alcuni aspetti Parliamo di bassa autostima e relazioni sentimentali: sono diverse le caratteristiche e gli elementi che si ripetono in relazioni in cui uno dei due partener presenta poco valore di se. Questi elementi sono abbastanza trasversali, da un lato sono presenti all'inizio della relazione e sono portati da uno dei due partner e dall'altro lato, durante la relazione, spesso la modificano. Una persona con bassa autostima tendenzialmente è molto contenta di trovare un partner ma allo stesso tempo non si sene all'altezza della relazione, non si sente degna, bella, intelligente, brillante, di valore, per meritare questa relazione. E' come se partisse sempre con un handicap: da un lato desidera vivere la relazione dall'altro ci sta scomoda perché si chiede "perché sta con me?". Si assume quindi un atteggiamento ossequioso, si evita  conflitto, non si esprime la propria opinione, si diviene progressivamente accondiscendenti e disponibili. All'inizio della relazione questo viene visto come una risorsa perché rende facile la relazione stessa, mano a mano la relazione prosegue la persona con bassa autostima inizia ad avere un sistema di attribuzione di significati etero determinato quindi da un lato continuerà ad essere ossequiosa e dall'altro assumerà per se le caratteristiche attribuite dall'altro.    Le caratteristiche principali di questo scenario sono: Non essere degno Essere ossequioso Rifuggire i conflitti Confusione tra idea di se stessi e idea che il partner esprime   Se queste caratteristiche sul breve periodo aiutano sul lungo periodo diventano mortifere perchè nonostante il partner tenta di fare emergere le caratteristiche positive tuttavia, spesso colui\lei che ha bassa autostima, non si mostra fino in fondo. Inoltre il partner si trova di fianco qualcuno che, forse, non è totalmente certo della relazione a fronte del non mostrare mai un disaccordo, il partner avverte a lungo andare disinteresse. ### Relazione tossica: elementi ideologici Attraverso questo articolo continuiamo il discorso sulla tossicità delle relazioni, abbiamo evidenziato, in precedenti articoli, tre categorie: Strutturale Personologica Ideologica Oggi approfondiamo la categoria dei fattori di tossicità ideologici, ovvero tossicità portata dalle congetture di cui almeno uno dei due coniugi è convinto e che vanno ad alterare, impattare negativamente, la relazione rendendola potenzialmente tossica. Fondamentale specificare gli elementi di tossicità non sono una certezza poiché come tutti gli elementi della nostra vita sono fattori di rischio e non dati certi. Gli elementi ideologici sono prettamente legati ad idee distorte dell'amore come: l'amore è sofferenza l'amore è necessariamente dannato l'amore è un giro sulle montagne russe quindi fatto di picchi positivi e altrettanti negativi Tra gli elementi ideologici riconosciamo anche la replica di alcuni pattern di comportamento come lo scegliere sempre la stessa tipologia di partner che fa stare bene inizialmente ma successivamente, puntualmente, porta a vivere nella relazione le stesse dinamiche tossiche. Alcuni elementi ideologici sono inerenti alla paura e al ricatto, ovvero minacce attraverso le quali il partner tiene ancorati a fronte di paure sottese. Possiamo oltretutto indentificare elementi di tossicità nel restare ancorati al passato ovvero concentrarsi su ciò che è stato e non su ciò che la relazione stessa potrà essere. Un punto fondamentale di excursus è il concetto di idealizzazione stesso ovvero attribuire al partner delle caratteristiche che noi speriamo lui abbia ma che in realtà non possiede. Proiettiamo sull'altro motivazioni, aspetti, valori che possediamo e desideriamo possieda anche il partner, nonostante lui\lei non ne sia detentore.   ### Relazione tossica: elementi personologici In questo articolo approfondiamo gli elementi di tossicità personologica, quindi le caratteristiche di personalità dei partner nella relazione.  E' bene sottolineare nuovamente che non vi è alcun tipo di relazione, contesto, nella nostra vita che prevede l'assenza di fattori di rischio. Gli elementi personologici, come fattori di tossicità, possono essere riassunti in quattro categorie: narcisismo Il primo aspetto di tossicità in merito i fattori personologici è il narcisismo, termine che viene spesso utilizzato in maniera impropria. Il narcisismo, innanzitutto, è un disturbo di personalità che colpisce circa l'1% della popolazione mondiale. Non tutte le relazioni alle quali viene attribuito il termine "narcisistico"  combaciano con i fattori diagnostici stessi della categoria, tuttavia hanno alcune caratteristiche che possono essere ricondotte ad esso. Per esempio il narcisista non entra mai in relazione con l'altro, la relazione è sempre asimmetrica e spesso strumentale. Il narcisista il più delle volte sfrutta la relazione per trarre energia. dipendenza affettiva Il secondo aspetto personologico che può generare un elemento di tossicità è la dipendenza affettiva la cui combinazione "perfetta" è il legame con un narcisista. La dipendenza affettiva è quella condizione per cui la persona ha bisogno di esistere e soddisfare l'attenzione dell'altro, attraverso l'ottenimento di rassicurazioni, l'ottenimento di conferme, anche attraverso sacrifici enormi. Tali conferme tuttavia nella relazione non arrivano mai pertanto s'innesca quel meccanismo per cui "testa" e "pancia" non sono allineate. co-dipendenza Ulteriore elemento personologico di tossicità lo rileviamo nella co-dipendenza ovvero quando si trova una persona con una dipendenza molto importante nella propria vita a causa della quale non riesce ad essere totalmente autonomi. Per esempio si può creare co dipendenza con una persona dipendete da sostanze, problemi economici, aspetti fisici, ovvero qualcosa che rende il partner che si sceglie non totalmente autonomo. Il co-dipendente fa, della relazione, lo strumento di cura della dipendenza del compagno\a trasformando, di fatto, la cura stessa nella malattia. complementarietà Un ultimo aspetto personologico è il tema spinoso della complementarietà, tema complesso ma importante. L'aspetto della complementarietà che può diventare tossico si riferisce alla complementarietà delegata ovvero sviluppare le caratteristiche personali, di personalità, non individualmente ma attraverso la relazione delegando l'altro al loro raggiungimento. Si delega all'altro il benessere del compagno\a. Di fatto, attraverso la delega della complementarietà, ci si completa attraverso l'altro e questo porta all'importante rischio di andare in pezzi quando l'altro non è più disponibile.   ### Relazione tossica: elementi strutturali In questo articolo approfondiamo alcuni degli elementi che determinano un fattore di rischio rispetto le relazioni tossiche, in particolare gli elementi strutturali. In ogni relazione, naturalmente, ci sono fattori di rischio ovvero elementi che aumentano la possibilità di una problematicità. Non esiste relazione senza potenziali fattori tossici, la relazione sana è quella che non è vittima da questi fattori di rischio. Gli elementi strutturali sono quegli aspetti che dovrebbero costruire un presupposto, un caposaldo, su cui sviluppare la relazione, vediamo ora qualche elemento strutturale che può determinare problematicità.  Asimmetria progettuale Ovvero quelle coppie che non hanno accordo rispetto le progettualità della coppia stessa. Possono esserci partner non d'accordo sulla convivenza, il cambio di lavoro o di casa. L'asimmetria progettuale si crea quando entrambi i partner sanno che può esserci questo limite, ma non viene mai affrontato generando quindi una problematicità. Tetto di vetro Questa caratteristica è determinata nel momento in cui, per esempio, c'è distanza fisica tra i componenti la coppia, per esempio per il lavoro dei due. La distanza può interrompere la quotidianità, i tempi della relazione sono pochi e concentrati in determinati periodi di tempo.  Le relazioni di tetto di vetro hanno quindi limiti oggettivi, come per esempio la distanza. Relazione secondaria Un elemento strutturale di tossicità lo riscontriamo quando una relazione è secondaria ad una che risulta primaria, ad esempio uno dei due partner ha una relazione che non può interrompere o in cui viene risucchiato. Ciò non significa avere necessariamente un amante,  anche, per esempio, un legame particolare con la famiglia d'origine. Relazioni dogmatiche Gli elementi strutturali dogmatici si riferiscono, per esempio, a relazioni vittime del contesto sociale, del giudizio e della cultura, elementi che ostacolano la relazione. Gerarchia rigida Alcuni elementi strutturali possono essere relativi ai ruoli predefiniti, decisi, nell'ideologia della relazione stessa. Se i due partner non si conformano ai ruoli che la società prevede non è possibile organizzare la propria vita. Menzogna Ci sono infine alcuni elementi strutturali legati ai segreti, spesso infatti non si conoscono tutti gli elementi, caratteristiche, vissuti di chi si ha accanto cosa che sicuramente non permette una completa conoscenza aspetto che genera un rischio. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Relazioni tossiche: le componenti Si sente spesso parlare di "relazioni tossiche" tuttavia altrettanto spesso non è chiaro cosa significa "tossico". Raramente si affronta il tema considerando quali sono gli elementi di tossicità in una relazione, tendenzialmente si fa riferimento agli aspetti che rendono la relazione tossica di uno o dell'altro. Non sono solo le caratteristiche personologiche che determinano la tossicità, ci sono anche altri elementi che la rendono tale: Aspetti di tossicità strutturale Aspetti di tossicità personologici Aspetti di tossicità ideologici   La tossicità strutturale è legata a tutti quei limiti, problemi, che una relazione piò vivere in funzione delle sue caratteristiche, dell'organizzazione, della disponibilità che i partner hanno cosa che spesso ostacola il naturale svolgimento della relazione. Ci posso essere, per esempio, relazioni molto asimmetriche, relazioni con una gerarchia rigida in se stessa. Gli aspetti personologici sono inerenti alla personalità dei soggetti: ci possono essere tratti dipendenti o co-dipendenti, aspetti di complementarietà o aspetti narcisistici. La categoria ideologica è legata invece ai limiti che uno dei due partner porta nella relazione, per esempio un'idea distorta dell'amore o rimanere ancorati al passato o ancora pattern ripetitivi per i quali si cercano partner simili con cui riproporre gli stessi errori. Queste tre categorie non hanno la presunzione di essere esaustive, infatti approfondiremo in futuro nel dettaglio ogni categoria attraverso articoli dedicati.  Il concetto principale che desidero emerga da questo riassunto è che non sono solamente le caratteristiche personologiche a determinare la tossicità di una relazione!  ### "Mio figlio non vuole fare terapia" cosa fare? "Dottore, mio figlio ha bisogno di aiuto ma non vuole intraprendere un percorso di terapia".   E' una domanda che ricevo spesso e porta a molte riflessioni. Innanzitutto se il ragazzo\a è maggiorenne non lo si può obbligare, tanto meno è il professionista che può andare a recuperarlo\a a casa. E' importante rispettare la volontà stessa della persona che probabilmente è conscia del disagio ma non è ancora pronta ad accettarlo. cosa si può fare? come si può aiutare chi non è pronto ad essere aiutato?   E' bene innanzitutto non cadere nel tranello dell'ambivalenza per cui il ragazzo è adulto per la legge ma non nella vita: questa è una terra di mezzo che determina dei rischi. Innanzitutto quello di delegare, adultizzare, il figlio e non riuscire ad aiutarlo per come un ragazzo ha bisogno. All'opposto c'è il rischio di considerarlo ancora bambino e non considerare nemmeno la differenziazione e autonomizzazione che la fascia d'età 18\19 anni prevede. Quando ci si accorge del confine labile tra autonomia e dipendenza ed il ragazzo non riesce a farsi aiutare il primo step da considerare è farsi aiutare come genitori o come famiglia.  Ci sono molti approcci e strategie che possono essere utilizzate quando è la coppia genitoriale, o un genitore, a prendersi carico di questa responsabilità. Si chiama terapia in contumacia: colui che porta il disagio non presenzia nella stanza, oltretutto, attraverso la terapia stessa si modifica il mondo attorno a colui che porta la difficoltà e non è presente. Quando un ragazzo non è disposto a chiedere aiuto avere nella stanza di terapia i genitori diventa uno strumento potete: i genitori si assumono la responsabilità genitoriale; lascia il ragazzo libero; La terapia in contumacia prevede che il sistema famiglia si muova e permetta di innescare il cambiamento, non delegando o attribuendo la responsabilità ad un bambino e\o ragazzo.    ### Come capire se serve fare psicoterapia? "Dottore non sono sicuro di aver bisogno di una terapia e non sono sicuro che il mio problema sia sufficientemente grave e non sono neanche sicuro che il mio problema possa essere risolto attraverso un percorso di terapia". Questa è una domanda che molti si pongono la cui risposta non è mai univoca e generale: cosa fare? La prima risposta che tendenzialmente io do a questa domanda è "non lo so nemmeno io se questo è il momento più utile per te per effettuare una terapia". Ci sono situazioni, come durante un periodo di attacchi di panico importanti, in cui iniziare un percorso di terapia è sicuramente una buona scelta. Ci sono poi altre situazioni, per esempio per problemi esistenziali, in cui non si ha la certezza che sia il momento giusto per iniziare e nemmeno il terapeuta, prima d'effettuare qualche colloquio, ne è a conoscenza. E' per quest'ultimo motivo che s'inizia sempre attraverso un percorso di consultazione che consiste in 34 incontri fondamentali per definire il problema e quale tipo di lavoro verrà effettuato. Durante la consultazione terapeuta e paziente collaboreranno per comprendere in maniera focalizzata il problema stesso e capire come questo s'incastra nel contesto di vita e in altri ambiti. L'obiettivo della fase di consultazione generalmente è: Definire il problema  Comprendere gli incastri nelle aree di vita  Unire i puntini che collegano il problema alle aree di vita  Approfondire le vie percorribili per affrontarlo  Definire una fase di restituzione E' solo attraverso questo processo, che si conclude con una fase, un colloquio, di restituzione che si comprendere se è utile o meno un percorso di terapia, spesso infatti il lavoro si conclude alla fase di consultazione stessa oppure si comprende la necessità di un'inizio di una terapia. ### Cosa fare se l'ex torna a bussare alla nostra porta? Cosa fare se l'ex torna a bussare alla nostra porta?  Gli scenari che si presentano a seguito di questa situazione sono 2 o 3: Si tiene chiusa la porta: per quanto la relazione in passato fosse stata importante non c'è più interesse, si è già andati oltre. Non si sa se aprire o chiudere, si vuole capire se stessi, e per farlo è necessario approfondire alcuni aspetti in merito a "cosa è stata" la storia in passato. La terza strada la troviamo quando c'è desiderio di riprendere la relazione ma si teme sia una scelta di comodo e si ricreino le vecchie dinamiche. La prima opzione non ritengo abbia la necessità d'essere approfondita e ci porta direttamente all'approfondimento della seconda possibilità che riguarda il comprendere degli aspetti di se, nella relazione. Nella seconda opzione tendenzialmente si guarda dallo spioncino, si cercano di capire le motivazioni per cui l'ex ha tutta questa presa su di noi. E' utile chiedersi: cosa "luilei" tocca in noi? Cosa genera in noi questa scossa emotiva? Non è assolutamente detto che la relazione riparta ma chiarirsi questo dubbio è fondamentale: quali sono gli elementi di risonanza? Quali sono le aree in cui noi non siamo così padroni e siamo suscettibili all'ex?. Qualora questo dubbio sia risolto è possibile chiudere la relazione cosa che ci porta all'approfondimento della terza opzione. Nella terza opzione c'è desiderio di rimettersi insieme, di riprovarci, con il grosso timore che nulla poi sia effettivamente cambiato e che si portino avanti gli stessi meccanismi che hanno portato alla rottura. In questo caso la porta la si può aprire, si valuta seriamente l'inizio nuovo della storia, ma è fondamentale tenere gli occhi aperti affinché non sia una "minestra riscaldata". Come farlo? Innanzitutto capendo se sono cambiati i meccanismi che hanno portato alla rottura in origine Capire se ci sono stati cambiamenti strutturali, di significato e di valore Capire se le dinamiche precedenti tendono a ripresentarsi Qualora si desideri davvero riprovarci è fondamentale chiedersi: "sono cambiati i suoi presupposti? Perché sono cambiati?" e successivamente "io sono disposto a cambiare i miei in funzione di un nuovo inizio?". ### Tradimenti e perdono: il solo perdono non basta   Perdono e Tradimento: Perchè il Solo Perdono Non Basta Il tradimento è un labirinto emotivo da cui pochi escono indenni. Affrontare una crisi di coppia richiede molto più del semplice perdono. Perdonare un tradimento senza una vera comprensione delle cause e delle conseguenze può risultare inefficace. Un perdono autentico richiede un confronto diretto con il dolore e la ricostruzione della fiducia, attraverso la comunicazione aperta e, talvolta, la terapia di coppia. Tuttavia, il perdono, se dato in maniera affrettata e superficiale, rischia di aumentare le probabilità che il tradimento si ripeta. Molte persone raccontano di aver perdonato il partner quasi immediatamente, solo per rendersi conto che questo non ha risolto il problema. Spesso, questo tipo di perdono è un “perdono di testa”, un atto razionale calcolato in base ai pro e ai contro della situazione: le implicazioni familiari, la stabilità della casa, i figli e i progetti comuni possono spingere a una decisione affrettata di perdonare. Ma un perdono non accompagnato da un’adeguata elaborazione emotiva è destinato a rimanere incompleto. È Possibile Perdonare un Tradimento e Ritrovare la Fiducia? Il tradimento può scuotere le fondamenta di una relazione, mettendo a dura prova la fiducia e l'amore. Un perdono autentico non significa semplicemente accettare e andare avanti, facendo finta che nulla sia accaduto. Significa piuttosto attraversare e vivere pienamente il dolore causato dalla ferita. Perdonare senza aver affrontato il dolore profondo e l’inevitabile rischio che comporta può sembrare una soluzione intelligente nel breve termine, ma non permette alla coppia di ricostruire un legame vero e duraturo. Un perdono di questo tipo è “di testa”, razionale, e non coinvolge la “pancia”, cioè la parte emotiva. Questo porta spesso a un comportamento del tipo “va bene, mettiamo una pietra sopra”, che non lascia spazio al vero attraversamento delle emozioni. Il tradimento va scomposto e compreso; deve essere vissuto nella sua interezza, compresa la rabbia, il rischio e il dolore che porta con sé. Solo dopo aver attraversato queste fasi, il perdono può essere reale e completo. L'Elaborazione delle Emozioni e il Rischio di un Perdono Superficiale Quando un partner tradito si affretta a perdonare, magari per paura di perdere l’altro o per mantenere una parvenza di stabilità, il perdono può trasformarsi in un'arma a doppio taglio. Questo tipo di perdono rischia di comunicare al partner infedele che l’atto non ha avuto un impatto sufficientemente destabilizzante da mettere in discussione la relazione. Di conseguenza, il traditore potrebbe percepire un valore minore attribuito alla relazione stessa, spingendolo inconsciamente a giustificare futuri comportamenti simili. Un perdono affrettato rischia quindi di rinforzare la convinzione che il legame non sia abbastanza importante per meritare un profondo processo di ricostruzione. Un perdono autentico, invece, deve essere allineato tra testa e pancia. Se il perdono è solo razionale, può sembrare una scelta pragmatica, ma spesso porta a mantenere una distanza emotiva che si manifesta come un muro invisibile tra i partner. Questi possono sembrare più vicini nel breve periodo, ma a lungo termine, la relazione potrebbe non riscoprire mai una vera intimità. L'Importanza della Terapia di Coppia La terapia di coppia è cruciale per rafforzare o recuperare una relazione compromessa dal tradimento. Offre uno spazio protetto per esaminare apertamente le problematiche e il dolore causato dall'infedeltà. Un terapeuta esperto può aiutare i partner a esplorare le radici del tradimento e a elaborare il dolore in modo sano, permettendo alla coppia di affrontare i sentimenti e le emozioni che spesso vengono evitati. Durante la terapia, l'ammissione di colpa da parte del partner infedele è essenziale, così come l'espressione autentica delle emozioni da parte del partner tradito. La coppia deve dare spazio a queste emozioni senza temere il confronto, perché solo vivendo a fondo il dolore e comprendendo le dinamiche sottostanti, il perdono può diventare un atto consapevole e trasformativo. Superare un Tradimento: Passaggi Fondamentali Superare un tradimento è un processo che va oltre la semplice volontà di restare insieme. La coppia deve affrontare insieme il dolore, permettendo a entrambe le parti di vivere e comprendere appieno le emozioni coinvolte. Solo così si può costruire una nuova base relazionale. Stabilire nuove regole e confini, e impegnarsi con azioni concrete, è fondamentale per garantire che la relazione abbia una possibilità di rinascita. In molti casi, è utile affrontare la questione con un approccio che coinvolga anche consigli pratici per migliorare la qualità della vita di coppia dopo un tradimento. Questi consigli possono includere il dedicarsi a nuove attività insieme, ridefinire gli obiettivi comuni, e dedicare del tempo alla riflessione personale. La terapia può offrire un quadro strutturato per sviluppare una nuova comprensione e una rinnovata fiducia. Il percorso per superare un tradimento può essere lungo e difficile, ma con il giusto supporto e la volontà di entrambi, è possibile ricostruire una relazione più forte e consapevole. Non esiste una soluzione semplice o immediata: il superamento richiede tempo, impegno e la capacità di affrontare i propri dubbi e le proprie paure. Quando È Giusto Perdonare un Tradimento? Perdonare un tradimento non è sempre la scelta giusta e non esiste una risposta valida per tutti. Ogni coppia è diversa, e la decisione dipende dal contesto e dalle dinamiche della relazione. È giusto perdonare un tradimento quando entrambi i partner sono disposti a lavorare insieme per superare il dolore e ricostruire la fiducia. Il partner infedele deve dimostrare un sincero pentimento e il desiderio di cambiare, mentre il partner tradito deve sentirsi pronto a concedere una seconda possibilità senza essere costretto dalla paura della solitudine o dalle aspettative sociali. Il perdono non deve mai essere dettato dalla pressione esterna o dalla convinzione che “tutti meritano una seconda possibilità”. È importante prendere la decisione in modo consapevole e con piena conoscenza delle proprie emozioni e dei propri limiti. Solo quando si sente che il perdono può portare a una crescita autentica e a una nuova prospettiva, è giusto scegliere di perdonare. Conclusioni: Un Nuovo Inizio Possibile Perdonare un tradimento è un atto complesso, che richiede non solo volontà ma anche un lavoro attivo e profondo. Il perdono affrettato, dettato dalla paura o dal desiderio di evitare il conflitto, rischia di compromettere le possibilità di vera riconciliazione. Solo un percorso condiviso, che coinvolga sia la testa che il cuore, può portare alla ricostruzione di una relazione autentica e consapevole. La terapia di coppia può rappresentare un valido supporto per affrontare e trasformare la crisi in un’opportunità di crescita. In definitiva, il solo perdono non basta: è necessario che entrambi i partner si impegnino nella costruzione di una nuova fiducia, affrontando insieme il dolore e lavorando verso una rinnovata intimità. In questo percorso, è essenziale che entrambi i partner trovino il modo di riconnettersi, non solo con il partner, ma anche con se stessi, ritrovando il senso del proprio valore personale. La capacità di perdonare e di andare avanti deve essere accompagnata da un lavoro interiore profondo, che coinvolge la mente e il cuore. Questo è l'unico modo per superare le conseguenze di un tradimento e per costruire una vita insieme che sia più forte e resiliente rispetto a prima.   ### Differenza d'età nella coppia In questo articolo approfondiamo quali sono i rischi, le criticità o in vantaggi, quando una coppia ha una differenza d’età importante. In particolare modo ci concentriamo sulla differenza d’età quando è la donna ad essere maggiore dell’uomo e rispondiamo alla domanda: si può stare insieme comunque?  Naturalmente ogni coppia ha in se delle difficoltà, le coppie che vivono distanti hanno le proprie difficoltà, così come le coppie omosessuali o le coppie che apparentemente non dovrebbero avere importanti vincoli. La differenza viene innanzitutto svolta dalla capacità stessa della coppia di trasformare determinate difficoltà, vincoli, in risorse per la coppia stessa. Aspetti fondamentali della coppia con una grande differenza d’età Step 1: tema della progettualità di coppia Avere una differenza d’età importante significa appartenere a due cicli di vita differenti, pertanto avvertire bisogni e desideri altrettanto differenti. Il primo tema da affrontare quindi è inerente agli obiettivi, è utile chiedersi se questi sono allineati o sono differenti. La progettualità di coppia è fondamentale in qualunque coppia, lo diventa ancor di più in una coppia con un’importante differenza d’età.  Step 2: componente sociale Il tema di questo step è inerente alla possibilità della coppia di essere riconosciuta socialmente. Questo significa avere la possibilità di vivere la socialità, con amici e parenti, oppure vivere distaccati da essa a fronte di una disapprovazione sociale della coppia stessa. Inerente alla componente sociale è bene tenere presente il rischio dell’isolamento della coppia a fronte della possibilità che il partner maturo fatichi ad essere incluso nel gruppo d’amicizie del partner più giovane. Oppure all'opposto che l'uomo molto più giovane fatichi a sentirsi incluso nel gruppo d'amicizie della donna matura.  Coppie formate da donna matura e uomo più giovane Quando la donna è maggiore dell’uomo possiamo notare innanzitutto un maggiore rischio nello step 2, piuttosto che lo step 1. Quando la donna è maggiore dell’uomo si nota infatti un incremento di giudizio sociale nei confronti della coppia, cosa che può essere anche alimentata dal fatto che si nota maggiormente l’invecchiamento della stessa rispetto l’uomo, più giovane, della coppia. Questo aspetto può inevitabilmente compromettere l’equilibrio della coppia. Un secondo aspetto importante più inerente alle coppie in cui la donna è maggiore dell’uomo lo notiamo nel tema della sessualità, ciò inerente al cambiamento del corpo di una donna ed al cambiamento ormonale della stessa. Questi sono tendenzialmente momenti d’intimità molto delicati per una donna che può trovarsi di fianco un compagno che vive, dal punto di vista sessuale, sensazioni opposte. A mio avviso non ci sono altre differenze importanti in merito alla maggiore età di un uomo o di una donna, naturalmente questi accennati sono aspetti importanti, su cui prestare attenzione indipendentemente dalla coppia che si sta vivendo. Dopo aver risposto a questi primi aspetti viene quindi spontaneo sottolineare: sì, è possibile stare insieme nonostante la differenza d’età. Tuttavia è importante considerare alcuni aspetti che possono diventare l’ago della bilancia rispetto al poterlo fare oppure no. Pensiamo per esempio a una coppia che ha circa 5 anni di differenza, gli stessi anni pensati su due ragazzi di 15 e 20 anni possono sembrare molti, rispetto a una coppia di 60 e 65 anni. Cosa fa la differenza? Proviamo a ripercorrere gli step accennati in precedenza.  Differenza d'età nella coppia: una questione di obiettivi ed esperienze Indipendentemente dagli anni di differenza è importante essere bene attenti agli obiettivi di vita delle persone che compongono la coppia, così come il periodo di vita che stanno vivendo. Si può pensare, per esempio, a una ragazza di 25 anni che ha appena iniziato l’università e un ragazzo di 30 che già pensa alla pensione o al contratto a tempo indeterminato. La coppia potrebbe avere difficoltà nel costruire un benessere emotivo a fronte della differenza di obiettivi a 25 e 30 anni, mentre un’altra coppia di 40 e 45 anni potrebbe invece essere sulla stessa lunghezza d’onda. Valutare anche il giudizio sociale che spesso si scatena a fronte di una differenza d’età più importante di 5 anni è altrettanto fondamentale per il benessere della coppia, tale giudizio potrebbe influire negativamente sul suo benessere. Molte coppie vivono bene nelle loro mura, ma possono vivere i loro sentimenti in maniera negativa in un differente contesto sociale. Pensiamo ai commenti classici: “ma è il papà o il marito?”. A ciò si può aggiungere anche il pensiero negativo della famiglia o la difficoltà nell’avere degli amici. Stare insieme con una grande differenza d’età è possibile, è tuttavia bene valutare questi importanti aspetti! ### Caratteristiche della relazione tossica In questo articolo vorrei proporre un riassunto in merito ad una serie di spunti, video, articoli riguardo le caratteristiche di una relazione tossica. Innanzitutto è bene sottolineare che il termine "tossico" si riferisce a tutte quelle relazioni (sia sentimentali che non) che sono infelici ed hanno una prevalenza di emozioni negative e momenti molto sporadici di gioia. La relazione tossica è tendenzialmente un legame in cui ci sono prevalentemente elementi e vissuti di sofferenza, infelicità, alternati a piccoli momenti (sporadici) di gioia molto intensa. Questo ultimo aspetto, ovvero i piccoli momenti d'intensa gioia, confonde perché fanno credere che sia possibile strutturare la relazione stessa su questi momenti, tuttavia nel momento in cui si comprende (ci si scontra) con il fatto che è impossibile si diventa consapevoli della possibile tossicità della relazione. Una prima caratteristica quindi delle relazioni tossiche è innanzitutto determinata da questa altalena emotiva in cui ci sono tantissimi elementi d'infelicità e pochi d'intensa gioia. La difficoltà che spesso ne consegue è che la parte razionale è portata a concentrarsi sugli aspetti negativi, la pancia, il cuore difficilmente riescono a concentrarsi su di essi perché attratti dai momenti di serenità. Il rischio è quindi una scissione tra cuore (pancia) e razionalità. Una caratteristica importante delle relazioni tossiche è che si ha spesso la percezione di dare molto (tutto) e ricevere poco (niente), la sensazione comune e raccontata è di dare e soprattutto dover dare e ricevere, in cambio, molto poco. A questa sensazione di non ricevere in cambio nulla spesso si accompagna una sensazione di giudizio per cui si è valutati negativamente, non ci si sente degni della relazione. Si ha spesso la sensazione che l'altro non sia certo della relazione, che stia ancora valutando la possibilità della relazione stessa quindi si rimane in trepida attesa di una conferma. In una relazione tossica c'è sempre la sensazione di non avere chiarezza di ciò che l'altro sta facendo o pensando, o meglio, di come l'altro si sta comportando: spesso in queste relazioni si collassa sul racconto del partner, al quale si crede nonostante i dubbi che si nutrono. Generalmente manca la comunicazione, essa è unidirezionale, non ci si sente compresi e c'è spesso una sensazione d'indefinitezza e prevaricazione. Nelle relazioni tossiche è comune ci siano tradimenti a fronte di out out dettati dal partener: "io sono fatto\a così". Un concetto centrale delle relazioni tossiche è la centralità del partner: in una relazione tossica i componenti non hanno parità di posizioni, il partner che subisce la tossicità della relazione ruota come un satellite attorno al perno centrale della relazione, l'altro partner. A fronte di ciò si innesca ciò di cui accennato sopra, in particolar modo la costante e inconfondibile sensazione di continuare a dare e non ricevere. ### Terapia di coppia online: pro e contro La terapia di coppia online è un tema che negli ultimi due anni è diventato estremamente importante, utile e discusso. Abbiamo affrontato l'argomento anche in altri articoli e video, qui proponiamo un riassunto dei pro e dei contro rispetto l'effettuare una terapia di coppia online. La terapia online, in generale, è bene specificare non è  il "feticcio" della terapia in presenza, funziona infatti con delle regole proprie e non è la mera replica della terapia in presenza mediata esclusivamente da un monitor.  La terapia online, in generale, sia individuale che di coppia si basa su dinamiche differenti, regole diverse, così come setting diversi. Ciò che cambia è anche l'aspetto non verbale, rispetto la terapia in presenza, poiché attraverso un monitor alcune informazioni vengono perse a guadagno invece di altri aspetti. E' quindi bene innanzitutto sottolineare che la terapia online non è una terapia di serie b, è altrettanto efficace purché si sia consapevoli che funziona attraverso regole differenti.  Un aspetto che si guadagna attraverso la terapia online è, per esempio, il cambiare spesso d'ambientazione in cui il paziente svolge i colloqui: per il terapeuta l'ambiente in cui il paziente svolge il colloquio è spesso molto informativo. I pazienti infatti svolgono un colloquio in camera da letto, un colloquio al parco, un colloquio dalla macchina; questi cambiamenti offrono al terapeuta numerosi spunti di riflessione. Quali sono gli aspetti importanti su cui prestare attenzione per effettuare una terapia di coppia? Innanzitutto è bene che la coppia sia nella stessa stanza davanti alla stessa webcam, perché se si sta effettuando una terapia di coppia è come se si fosse nello stesso studio. Qualora i componenti della coppia effettuino i colloquio da due parti del mondo differenti si inserisce una variabile di rischio poiché il terapeuta perde le informazioni derivanti dalle dinamiche di coppia che inevitabilmente emergono quando la stessa è nella medesima stanza.   Ovviamente in merito a questo tema si possono effettuare molti ragionamenti, per esempio, se la coppia non convive, è bene effettuare la terapia dalla stessa stanza oppure è utile utilizzare due luoghi differenti? Un possibile contro che traiamo dal ragionamento appena esposto è il rischio che si corre qualora la coppia e il terapeuta non padroneggi bene il mezzo tecnologico e i meccanismi della terapia di coppia, si rischia infatti di perdersi nei meandri del sistema e delle variabili da considerare. Variabili che, se ben valutate e trattate, possono diventare elementi fondamentali del percorso terapeutico. Un altro aspetto da tenere ben presente in merito alla terapia di coppia online è la richiesta, in termini di spesa cognitiva, che la terapia di coppia online richiede. La terapia di coppia, più della terapia individuale, richiede più presenza, concentrazione, ragionamento, sia per la coppia che per il terapeuta. In tal senso, effettuarla online, richiede un'ulteriore sforzo, in particolare modo rispetto l'interazione a tre che la terapia di coppia richiede. Rispetto questi elementi di svantaggio possiamo naturalmente sottolineare come la terapia di coppia può mettere in contatto persone separate da molti kilometri, quindi permette al paziente di entrare in contatto con il professionista scelto, indipendentemente dalla sua ubicazione. Un ulteriore vantaggio sottolineabile rispetto la terapia online, in generale, non solo quella di coppia, è il vantaggio temporale che essa permette di avere: si evitano infatti i tempi di trasferimento, variabile che spesso influisce negativamente sulla prosecuzione a lungo termine del percorso.   ### Come recuperare l'autostima dopo la fine di una storia In questo articolo approfondiamo il ruolo dell'autostima dopo la fine di una storia. Il concetto di autostima l'abbiamo già ampiamente affrontato, ed è un concetto che contiene in se numerosi aspetti. L'autostima innanzitutto non è esclusivamente determinata dall'altro, o dai feedback che l'altro ci da, questo è solo un aspetto di ciò di cui l'autostima è composta. Questa infatti è la valutazione che noi diamo di noi stessi è il senso di efficacia che abbiamo nei confronti del mondo, della vita e delle sue fatiche. L'autostima è ovviamente altresì composta dai feedback che le persone attorno a noi ci inviano, per esempio quando una relazione sentimentale finisce per un tradimento fa parte della normalità rimanerci male, tuttavia è poco utile delegare all'altro la responsabilità del nostro livello di autostima. L'autostima è la stima di noi stessi, pertanto è estremamente rischioso dare in mano all'altro (o altri) il locus of control, quindi il potere, della stima che abbiamo di noi. In tal senso è come se ci facessimo definire dall'altro, permettessimo all'altro di dire, definire, chi siamo. Quali i rischi? L'altro può dare una definizione di noi che non ci piace Potremmo essere manipolati quindi mettere in atto dei comportamenti in funzione del feedback ricevuto e non in totale libertà. Agiamo in funzione del feedback e non di una nostra volontà, come fossimo sotto ricatto. E' fondamentale tenere ben presente che siamo noi in primis a metterci in questa posizione, non è affatto detto che sia l'altro che agisce volontariamente il ricatto. E' attraverso il posizionamento del locus of control, quindi il centro di controllo del potere, all'esterno che gettiamo in mano all'altro la nostra auto definizione. La differenza quindi viene svolta dal locus of control che non dovrebbe essere teso verso l'esterno ma interno, pertanto dovremmo essere abili nell'assumerci la responsabilità di come definiamo noi stessi. Nel momento in cui una relazione finisce è fondamentale smettere di aspettarsi di essere definiti dall'altro e dalla relazione (locus of control esterno) e assumersi la responsabilità (locus of control interno) della nostra felicità, della definizione di noi stessi dandoci quindi la possibilità d'aprirci a nuove relazioni.     ### Storia a distanza e progettualità In questo articolo vorrei approfondire un tema del quale spesso mi arrivano domande ovvero le storie a distanza e la loro progettualità. Innanzitutto è bene sottolineare che la progettualità, per ogni coppia, ma soprattutto per le coppie a distanza è fondamentale perché rappresenta l'idea di ciò che la coppia potrebbe essere e diventare. La progettualità è qualcosa al quale non si può rinunciare ed è qualcosa che in coppia esiste soprattutto nel momento in cui si lavora per una coppia felice. Talvolta in tema progettualità ci possono essere dei problemi soprattutto quando: non è esplicitata è esplicitata ma non vi è accordo viene lasciata in sospeso e si rimanda Quando la progettualità invece è condivisa e costruita  diventa un collante importante per la coppia stessa ed è fondamentale che venga ogni tanto rimodulata, ridiscussa, ri-condivisa. Nella coppia a distanza si perde molto della quotidianità che una coppia vive, perde i piccoli momenti vissuti, il come viene schiacciato il dentifricio, il caffè dopo pranzo, lo stare insieme sul divano, tutte quelle occasioni che in una coppia diventano strumento di meta comunicazione sulla coppia stessa, nella relazione a distanza si perdono. In questo senso diventa fondamentale tenere bene a mente che la progettualità è un elemento da valorizzare, in tutte le coppia, ma soprattutto in quelle a distanza perché è attraverso di essa che un progetto condiviso può essere il collante. Grazie alla progettualità le coppie a distanza spesso riescono a sostenere situazioni estremamente complesse e difficili poiché grazie alla condivisione della progettualità gli aspetti importanti della relazione vengono riaffrontati, rivalutati, e questi portano, relazioni difficili, a diventare relazioni in presenza.   ### Quattro aspetti fondamentali della psicoterapia In questo articolo vorrei proporre un vademecum, una sintesi, di alcuni capisaldi della terapia che tendenzialmente sia terapeuta, che paziente, dovrebbero ben tenere a mente. Naturalmente questa non ha la pretesa di essere una sintesi esaustiva, ha lo scopo di tenere insieme una serie di ragionamenti e riflessioni proposti in altri video e articoli, affinché possa essere utile a chiunque cerchi un approfondimento su come funziona la psicoterapia. Innanzitutto La terapia non è la mera ripetizione del passato La terapia infatti non è il ricondurre tutto alla propria infanzia, alla relazione tra mamma e papà o le relazioni in famiglia. Non significa ricondurre tutto ad esperienze traumatiche passate. La psicoterapia naturalmente va a pescare nel passato, va a leggere ciò che il passato ci racconta per capire, attraverso di esso, il presente del paziente. La psicoterapia non è una cronistoria, una biografia, del paziente, in terapia si utilizza il passato per comprendere il presente e per rendere il futuro come lo desideriamo. La psicoterapia è una scienza basata sulla parola Molti pazienti, dopo i primi incontri, ci dicono: "ma dottore, noi parliamo e basta", di fatto sì, in terapia si parla "e basta", o meglio si fanno domande. E' attraverso queste ultime, e non affermazioni, che si prova a modificare il pensiero del soggetto. Le domande aperte portano a riflessioni e connessioni (anche tra passato e presente) che quindi aprono il percorso a nuovi punti di vista. Le affermazioni, o le definizioni, tendenzialmente vengono evitate a favore di ragionamenti che propongono spunti di riflessione verso nuove lenti, con cui osservare la propria storia, il proprio presente quindi il futuro.   Il terapeuta non accetta la delega del paziente Il punto precedente è necessariamente connesso a questo concetto, ovvero: è il paziente il responsabile del percorso che svolge nella stanza di terapia, il terapeuta aiuta, guida, sorregge, fa riflettere. Il terapeuta aiuta nel percorrere un tragitto nuovo ma è il paziente che, vivendo la difficoltà, ha la responsabilità del tragitto. Il terapeuta pertanto non accetterà mai la delega alla soluzione del sintomo ("dottore, ho questo problema, me lo risolva!) perché non ancora dotato di poteri magici. Durante il percorso di terapia è fondamentale la responsabilità, la volontà, e la motivazione. Il paziente che delega è destinato al fallimento del percorso terapeutico.   Non è l'orientamento teorico, ma la relazione! Ciò che determina l'efficacia della terapia non è l'orientamento teorico del terapeuta, quindi non c'è una correlazione tra problema presentato e orientamento teorico ad hoc. Ciò che fa la differenza durante un percorso di terapia è la capacità del terapeuta di instaurare una relazione terapeutica con il paziente e viceversa, la capacità del paziente di entrare in una relazione d'efficacia con il terapeuta. L'orientamento teorico è la veste, lo strumento, attraverso cui essere efficace, esattamente come un calciatore sceglie un determinato tipo di scarpe perchè gli permettono d'essere più veloce. Questi sono solo alcuni degli spunti di riflessione che si possono proporre riguardo un percorso di terapia, questi tuttavia sono molto rappresentativi di cosa è giusto aspettarsi da parte del terapeuta e di contro di cosa è giusto aspettarsi dal lato paziente.   ### Uomo Vs Donna nelle storie d'amore In questo articolo vorrei approfondire un pensiero che mi è nato guardando le varie pubblicità proposte durante un periodo dell'anno specifico: San Valentino. In questo periodo dell'anno spopolano pubblicità come: "stupiscilo\a a San Valentino", "ecco come renderla\o finalmente felice".  Il messaggio quindi che, queste pubblicità, fanno passare consiste nel fatto che, attraverso questo evento, ci si gioca il tutto e per tutto. Qualora la relazione vada bene, sanciamo il legame, qualora la relazione avesse delle difficoltà, si può correre ai ripari. Aldilà di questo ragionamento iniziale, questo periodo dell'anno mi ha fatto sorgere un pensiero riguardo la differenza tra uomo e donna nella modalità di guardare, pensare, la coppia.  Il tutto può, a mio avviso, essere rappresentato con: "l'uomo semina, la donna coltiva" L'uomo, per esempio, è portato a picchi d'amore intenso, come il regalo a San Valentino, è portato a fare grandi gesti quindi picchi d'amore improvviso in momenti specifici. La donna, a differenza, non necessariamente propone picchi d'amore intenso, non semina, ma coltiva: lavora sulla costanza.  La donna, generalmente, lavora sulla presenza costante, propone attenzione e dedizione verso la coppia nella quotidianità, giorno dopo giorno.  L'uomo quindi è più portato al gesto palese, la donna a piccoli gesti che sono costitutivi della coppia stessa. L'uomo, che tendenzialmente, è più portato al grande gesto ha anche, rispetto la donna, più tempi d'attesa e di latenza; la donna invece, a differenza, costruendo pezzettino per pezzettino prosegue piano piano con costanza e affidabilità. Ovviamente non c'è, tra questi, un atteggiamento corretto e uno scorretto ma differenze importanti rispetto al mondo degli uomini e quello delle donne.   ### I 5 linguaggi dell’amore In questo articolo vorrei approfondire una tematica spesso richiesta ovvero dove vengono presi gli spunti per creare video e articoli, nonché tematiche interessanti da approfondire. Naturalmente il mondo delle letture in campo psicologico, come in altri campi, si divide in testi più clinici, profondi e complessi e testi di facile comprensione. Tra questi ultimi, i più famosi sono: "Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere" di Jhon Gray "L'intelligenza emotiva" di Goleman "Alla ricerca delle coccole perdute" di Giulio Cesare Giacobbe "I 5 linguaggi dell'amore" di Gary Champan In questo spazio vorrei approfondire quest'ultimo testo "I 5 linguaggi dell'amore" di Gary Champan, un libro famosissimo, su cui sono stati scritti e registrati numerosi contenuti. Il libro in questione è allo stesso tempo profondo ma molto chiaro, affronta il tema attraverso un'iniziale suddivisione in due versanti: I 5 linguaggi dell'amore rivolti alla coppia  e alla vita amorosa  I 5 linguaggi dell'amore rivolti alla relazione mamma-bambino quindi al mondo dell'infanzia. In merito ai 5 linguaggi dell'amore rivolti alla coppia l'autore scrive che le modalità con cui le persone manifestano, desiderano, ricevere il proprio amore sono cinque canali. Il primo di questi è è legato all'uso delle parole e dei complimenti quindi gli aspetti di supporto, supporto emotivo e di riconoscimento nella coppia. Il secondo aspetto è  legato al tempo, soprattutto al tempo di qualità, l'essere presente per l'altro, mostrare di essere presenti e cercare di costruire, ritagliarsi, tempo per la coppia. Il terzo canale è legato all'oggetto, al pensiero affettuoso, al gesto, semplice ma pensato, che manifesta l'amore. Il quarto linguaggio è connesso al gesto concreto che dimostra, nei fatti, la presenza attraverso l'aiuto e il supporto nella quotidianità. Il quinto e ultimo canale, quello più noto e più atteso, è l'aspetto di condivisione sessuale. Ognuno di noi è naturalmente capace di muoversi attraverso questi cinque canali e linguaggi alcuni dei quali sono spontanei altri richiedono un approfondimento e apprendimento. L'aspetto importante, che l'autore mette in luce, si riferisce al fatto che è importante, fondamentale, pensare di amare per come la persona che ho accanto vorrebbe essere amata, non come noi vorremmo essere amati. E' importante quindi imparare a comunicare come vorremmo essere amati, di contro apprendere a percepire, interpretare, ascoltare, cosa serve al partner per sentirsi amato.  ### Narcisismo e dipendenza affettiva: quali possibilità di stare bene? Si dice che la tempesta perfetta sia fatta da quella relazione composta dal dipendente affettivo e dal narcisista. Nel momento in cui il narcisista e il dipendente affettivo si incontrano scoppia la tempesta perché c'è l'esaltazione delle patologie di entrambi, come se l'uno concorresse alla patologia dell'altro. Il narcisista vessa e maltratta il dipendente affettivo dopo averlo bombardato d'amore, il dipendente affettivo ammira il Dio narcisista, che trova il suo pubblico preferito, rendendo il dipendente affettivo schiavo. Le due patologie si potenziano vicendevolmente. E' pieno di stanze di terapia in cui almeno uno di questi due protagonisti vuole cambiare, nell'idea di smettere alcuni comportamenti che, sul lungo periodo, ritiene e avverte deleteri. Di questo aspetto se ne rendono conto molto più facilmente i dipendenti affettivi, meno i narcisisti. Quali però le probabilità che i vincoli vengano trasformati in risorse?  Il narcisista non sempre si accorge di esserlo e quando si accorge della patologia spesso è tardi, il narcisista inoltre è poco orientato alla sfera emotiva che non sia la propria. Il dipendente affettivo e la sua patologia invece concorrono all'evoluzione potenzialmente positiva del dipendente affettivo stesso perché velocemente conscio delle sue difficoltà, delle quali se ne attribuisce le responsabilità. Quest'ultima, la consapevolezza del problema e la volontà di cambiare, è uno degli aspetti principali del cambiamento in psicoterapia, in questa direzione il dipendente affettivo ha molte più risorse e sono molto più disponibili del narcisista. ### Amore e tradimenti: è possibile?   Introduzione al Concetto di Tradimento e Amore Dottore, ma si può tradire anche se innamorati del partner? Allora, sì, però c'è da distinguere un attimino il concetto di amore e il concetto di innamoramento. Perché solitamente, quando mi viene posta questa domanda, la persona non è innamorata del partner, la persona ama il partner. Sono due cose diverse. Ho già fatto diversi video riguardo e l'innamoramento è tutta quella fase di tumulto dove si è travolti da questa ondata emotiva e tutto va. L'amore è una cosa un po' diversa, cioè dove c'è una parte anche un po' più razionale di costruzione, di impegno, di fatica con una progettualità a lungo termine. Insomma, sono cose diverse. Tuttavia, quando viene posta questa domanda, spesso si riferisce al dubbio se, amando il proprio partner, sia possibile comunque tradirlo. Cioè, non se sono innamorata, ma se, amando il mio partner, è possibile tradirlo? La risposta è sì. Varietà dei Tradimenti e delle Dinamiche Relazionali Ovviamente non tutti i tradimenti sono uguali, non tutti i tradimenti ripercorrono le stesse dinamiche e quindi non sono originati dalle stesse cause né generano le stesse conseguenze. Ogni tradimento ha una storia a sé. Come sai, sul tradimento ci ho messo parecchio la testa, soprattutto negli ultimi anni. Ci sono due situazioni particolari di tradimento, diciamo così, in cui la persona che tradisce si può considerare innamorata del partner, comunque ama il partner. Ora, non vuol dire che tutti i tradimenti che appartengono a queste due macro categorie prevedano che il traditore ami il partner ufficiale, no, però è possibile. Tradimento per Libertà Quindi, ci sono due situazioni in particolare in cui chi tradisce non mette in discussione il sentimento che prova per il proprio partner ufficiale. Queste sono: Il tradimento per libertà: quel tradimento che io nel libro "Amori infedeli" ho chiamato "Amore, faccio un giro ma poi torno", che viene messo in atto solitamente tutte quelle volte che la relazione di coppia diventa una gabbia, un limite, un guinzaglio, un recinto, in qualche modo soffocante.Ma non è un soffocante della serie "mi toglie l'aria, devo scappare perché io qui non ci voglio più stare". Diventa un soffocante in termini relazionali e soprattutto per prese di impegno. Ci sono molti tradimenti in cui il traditore sostiene di amare il proprio partner, che vengono agiti soprattutto in momenti di svincolo, in momenti delicati della coppia in cui la coppia evolve e sancisce ulteriormente il proprio legame. In maniera un po' anacronistica e forse controintuitiva, viene agito il tradimento. Ad esempio, tutti quei momenti in cui la coppia si unisce ulteriormente: compriamo casa, andiamo a convivere, ci sposiamo, abbiamo un figlio. Nei tradimenti di libertà, dove spesso poi il partner traditore si ritiene innamorato del partner tradito, si giocano vicino a questi momenti importanti, in questi momenti topici della coppia. Il tradimento in questo senso è fatto più in funzione di affermare la propria autonomia, in funzione di affermare la propria libertà, avere delle conferme al di fuori, avere l'idea che comunque in un potenziale futuro catastrofico in cui la relazione dovesse finire, il traditore avrà ancora delle carte potenziali da poter giocare, oltre ovviamente a prendere una boccata d'ossigeno, una pausa, una distanza. La cosa interessante è che non c'è alcun tipo di pensiero o idea di andare a interrompere la relazione ufficiale. Anzi, spesso quando si agisce un tradimento di questo tipo, poi si torna indietro il traditore ancora più innamorato del partner che ha tradito e ancora più pronto a sancire anche esplicitamente, con ad esempio queste tappe di vita importanti che ho raccontato, il proprio amore. Questo è un caso. Ovviamente potremo approfondirlo molto di più, però per questo esiste il libro, altri video, il percorso terapeutico che ho creato sempre in video che trovate sul sito, eccetera. Tradimento per Compensazione e Lato Oscuro L'altro tema, l'altra possibilità, l'altra macro categoria è quella legata invece ai tradimenti per compensazione, soprattutto basati sul concetto di "lato oscuro". I tradimenti per compensazione sono tutti quei tradimenti in cui si cerca al di fuori della coppia ciò che all'interno della coppia manca.Può essere il supporto emotivo come il sesso, come tante altre cose. Quindi, il mio partner è perfetto, il mio partner sostanzialmente è il partner che voglio, è quello che mi fa star bene, il compagno di vita, eccetera, eccetera. Però manca nella soddisfazione di quel bisogno che per me è molto importante e quindi cosa faccio? Solo quella parte lì la vado a cercare al di fuori. Il tradimento per compensazione si suddivide in due: c'è il tradimento per gerarchia e anche qui ti lascio approfondirlo negli altri contenuti che ho già fatto, e il tradimento per lato oscuro. Nel tradimento per lato oscuro il traditore, verosimilmente non sempre, però può assolutamente essere innamorato del proprio partner ufficiale. Questo perché il tradimento per lato oscuro viene agito nella volontà di andare a soddisfare delle fantasie che spesso vengono considerate delle perversioni, personali, intime, non degne di essere conosciute dal partner. Che spesso, anzi, nonostante venga tradito, viene portato un po' in palmo di mano. Vengono vissute e, come dire, esplorate al di fuori della coppia, ma comunque sempre solo al di fuori della coppia. Nel senso che chi tradisce per lato oscuro è come se avesse di fatto una parte di sé che appartiene a un mondo parallelo, a un universo estraneo a quello che invece le persone ritengono essere il traditore, cioè una parte completamente diversa, staccata, celata, nascosta che conosce solo lui o solo lei e che sceglie di vivere e sperimentare in autonomia, all'insaputa di tutto e di tutti. Qualcosa che spesso il traditore neanche vuole. Spesso si disprezza, non si piace, si fa schifo, si condanna, ma sente questa pulsione, sente questo bisogno che solitamente è sessuale, ma non sempre, e allora lo vive al di fuori. Cioè lo vive in un universo segreto, parallelo e, una volta che ha soddisfatto questi bisogni, torna alla sua vita. Il tornare alla sua vita di fatto fa sì che non mette anche in questo caso in alcun modo in dubbio la relazione con il partner. Lo ama, lo adora, spesso come dicevo lo porta in palmo di mano, non ha nessuna intenzione di lasciarlo. Semplicemente va a soddisfare questi bisogni che sono spesse volte per lui stesso inaccettabili, al di fuori della coppia. La Complessità delle Relazioni Umane e i Tradimenti Tradimento per compensazione, lato oscuro: questi sono due tradimenti che vengono spesso agiti e nonostante ci sia un sentimento anche sincero, ci sia un amore nei confronti del partner tradito. Quindi, non tutti i tradimenti sono uguali. Ognuno ha la sua storia, ognuno ha le sue dinamiche, ognuno ovviamente assume i suoi significati. In molti casi, un tradimento può essere un campanello d'allarme per problemi sottostanti nella relazione di coppia, che potrebbero necessitare di un percorso terapeutico o di una terapia di coppia per essere risolti. La fiducia reciproca è fondamentale in un rapporto di coppia, e la scoperta di un tradimento può minare questa fiducia, richiedendo un lungo processo di ricostruzione. In alcune relazioni umane, soprattutto in una relazione solida o in un rapporto intimo ben strutturato, il tradimento può essere visto come un evento traumatico che necessita di una riflessione profonda e di un confronto aperto. Altri individui potrebbero invece considerare la possibilità di una coppia aperta come una soluzione per gestire l'attrazione fisica e il coinvolgimento emotivo verso altre persone, senza compromettere la relazione affettiva principale. Conclusione: Diversità e Significati dei Tradimenti In sintesi, i tradimenti possono essere vari e complessi, con cause e conseguenze differenti. Non tutti i tradimenti sono uguali e ognuno ha la sua storia, le sue dinamiche e i suoi significati. Comprendere queste dinamiche può aiutare a gestire meglio le relazioni umane e a trovare soluzioni adeguate per mantenere un rapporto di coppia sano e duraturo, sia attraverso un percorso terapeutico che con una comunicazione aperta e sincera. ### "Se mi tradisce, è finita" è davvero così?   "Se mi tradisce, lo lascio, è finita" è una frase che sento spesso dire da persone che non hanno vissuto un tradimento e credono sapere cosa sia giusto fare in situazioni di questo tipo. Tutti noi abbiamo delle idee, giudizi, convinzioni rispetto situazioni che non conosciamo a pieno tuttavia quando ci si trova dentro, tendenzialmente, le cose cambiamo: chi prima diceva che avrebbe interrotto, generalmente non lo fa. Meno della metà delle coppie che si trovano ad affrontare un tradimento si lasciano in una maniera insindacabile, per come la sentenza afferma. Perché accade? Perché tante volte, prima di poter potenzialmente interrompere ci si deve riprendere, rimettere in senso, ci si pone delle domande, si cercano risposte, si cerca di tornare in se in base all'onda emotiva, distruttiva, che travolge la coppia e di cui uno dei due è responsabile. Da un lato le nostre idee, prima di trovarci in una situazione sono categoriche, ferme, in una direzione, quando ci si trova in questa situazione, come altre, vediamo poi le sfumature perché sono i nostri bisogni che parlano. Le sfumature le cerchiamo perché abbiamo bisogno di risposte, di valutazioni riguardo se stessi e la coppia, si diventa improvvisamente possibilisti. E' poco utile giudicare il pensiero dell'altro o consigliare ad un altro\a cosa fare, è utile tentare di mettersi nei panni dell'altro, cercare empatia e comprendere che ciò che da fuori non ha senso, potrebbe averlo dal dentro della coppia. ### Paura del rifiuto Parliamo della paura del rifiuto e facciamo qualche riflessione sia rispetto le cause che la determinano sia rispetto le possibili conseguenze, ci chiediamo come questa impatta potenzialmente sulle nostre vite. La paura del rifiuto è quella sensazione di apprensione, tensione, allerta appunto paura che nei casi più gravi è anche legata alla sensazione di essere respinto, rifiutato, rigettato, talvolta anche giudicato negativamente da qualcuno. La paura del rifiuto tendenzialmente la si vive in tutti i contesti in cui si appartiene, capita ovviamente che possa essere avvertita in un contesto specifico, per esempio quello lavorativo, tuttavia più comunemente è trasversale a molti contesti. La paura del rifiuto generalmente ha origine dalle nostre relazioni antiche, passate, è nella relazione con le figure di attaccamento che spesso si sperimenta questa paura soprattutto quando queste si basavano su una qualche forma di ricatto più o meno esplicito. Naturalmente non tutti i genitori crescono i figli sulla base del ricatto, anzi, se succede spesso accade sotto traccia, senza consapevolezza in marito. Generalmente questo si crea quando si confonde l'oggetto con il soggetto: si giudicano i comportamenti e questi diventano dei termini di valutazione del soggetto, i comportamenti non sono tali ma vengono traslati sulla persona. Il soggetto in questione vive quindi il ricatto morale per cui si sente o degno di amore o indegno di amore e attenzione. Le motivazioni per cui si giunge ad un ricatto di questo tipo possono essere varie tra cui le contingenze della vita dei genitori o patologie pregresse degli stessi. La paura del rifiuto generalmente si crea proprio quando l'oggetto viene confuso con il soggetto: l'eventuale azione, sbaglio, errore, non vengono commentati come fine a se stessi ma diventano rappresentativi della qualità e bontà, quindi della dignità della persona che l'ha agito.  Tendenzialmente al bambino in questione viene detto, comunicato, come deve comportarsi, quali sono le aspettative in merito dalle quali dipende l'amore provato per lui\lei. ### Tradimento e Traditore Seriale   Definizione di Tradimento Seriale Parliamo di tradimento seriale, che potremmo definire come un insieme di tradimenti presenti, continui e costanti, agiti da una persona indipendentemente dalla relazione che sta vivendo. Possiamo definire il tradimento seriale come quell'azione di tradimento portata avanti in continuazione, anche con partner diversi. Molto spesso i traditori seriali cambiano il partner, cioè l'amante, indipendentemente dalla presenza della relazione o della tipologia di relazione in cui sono inseriti. Motivazioni del Tradimento Seriale Questa cosa viene fatta dal traditore seriale non in funzione necessariamente del partner o di quella particolare storia d'amore che sta vivendo, ma con tutte le relazioni e storie sentimentali ufficiali che ha vissuto e che sta vivendo. Alcune caratteristiche, come ho anticipato prima, sono proprio legate alla tipologia di traditore: i traditori seriali difficilmente mettono in atto delle relazioni parallele vere e proprie, cioè che hanno a che fare sia con un coinvolgimento emotivo che con un coinvolgimento sessuale intimo. Tipologie di Tradimento: Monade e Libertà Più frequentemente, anche se non è una regola assoluta, il tradimento avviene solo sul versante sessuale. Quindi, il traditore seriale è colui che cerca un rapporto sessuale al di fuori della relazione ufficiale. Talvolta questo tradimento è condito con un flirt o una breve relazione, ma non si tratta di una vera e propria relazione parallela. Ci possono essere casi in cui una relazione parallela viene messa in atto, ma per la mia esperienza clinica non è ciò che avviene comunemente tra i traditori seriali. Le Domande Fondamentali Rispetto al tradimento seriale, le grosse domande sono legate ai motivi per cui questa cosa viene agita: come mai una persona, nonostante si dichiari contenta e felice della sua relazione, continua a perpetrare il tradimento? Le spiegazioni possono essere diverse e potremmo parlarne per ore, se non giorni. Tuttavia, rispetto alla teorizzazione sul tradimento, i contesti e le categorie di questa tipologia di tradimenti sono principalmente due: quella che ho definito la monade, che è la più semplice da capire, e i tradimenti legati alla libertà, cioè all'amore "faccio un giro ma poi torno". La Monade Per entrare meglio nel dettaglio, le differenze sono sostanziali tra queste due categorie. La monade è colui o colei che tradisce indipendentemente dal partner, perché non è mai entrato in una relazione vera e propria. Non ha mai lavorato per costruire una relazione di coppia. Magari sta in coppia, ma in funzione dell'ottenimento del soddisfacimento dei propri bisogni tramite l'altro. Non è una comunanza, non è un dare e avere, ma è semplicemente un prendere. Quindi, il tradimento in questo caso, se diventa seriale, è legato a un egoismo e a un bisogno proprio assolutamente individuale, al quale non si è disposti a rinunciare nonostante la presenza di un partner ufficiale. Il traditore tradisce indipendentemente dalla persona con cui sta, perché è un suo bisogno. Non desidera rimodulare questo bisogno in funzione della relazione, tanto che la stessa relazione fa fatica a essere definita tale. Chi sta insieme a una monade lavora per due, porta avanti la coppia da solo o da sola, mentre la monade prende ciò che c'è da prendere. Quando il tradimento viene scoperto, non ne fa un dramma: dice "prendere o lasciare, questa è la situazione, questo è quello che io sono". Diventa addirittura molto crudo e secco nella restituzione dell'eventuale smascheramento. Tradimento di Libertà L'altra possibilità è il tradimento definito di libertà, cioè il tradimento legato a quello che nel libro ho chiamato "amore faccio un giro ma poi torno". Sono situazioni in cui una persona, sentendosi costretta, chiusa, incarcerata, soffocata all'interno di una relazione ufficiale, scappa, si prende delle boccate d'ossigeno, soddisfa i propri bisogni in maniera individuale. Non è un bisogno legato necessariamente al fatto che la coppia non funzioni, anche perché in questo caso la coppia comunque c'è. La coppia esiste, ma il tradimento è legato alla sua incapacità di stare in coppia come il partner si aspetta o richiede. Quindi, tende a scappare e a cercare all'esterno affermazioni della propria autonomia, indipendenza e efficacia. La differenza è che un tradimento di questo tipo non fa altro che aumentare ulteriormente l'amore provato per il partner ufficiale. Non è insolito che un traditore seriale, che tradisce per queste motivazioni, torni dal rispettivo partner ancora più innamorato di prima. Questi sono solo due spunti di riflessione e il discorso potrebbe essere ben più ampio e lungo. Caratteristiche Comuni La cosa che accomuna entrambe queste categorie di tradimenti è il bisogno di affermazione individuale. Nel caso della monade, c'è un soddisfacimento dei propri bisogni che viene sempre e solo prima rispetto alla possibile coppia. La coppia è strutturata in funzione del soddisfacimento dei bisogni di uno dei due, la monade appunto. Nel tradimento per libertà, c'è comunque un bisogno di affermazione individuale nonostante si stia bene all'interno della coppia. Differenziazione delle Categorie Un buon modo per individuare a quale delle due categorie appartenga un tradimento seriale è legato proprio al tipo di relazione ufficiale. Se la coppia è coesa, affiatata, innamorata, e si vede che stanno bene insieme, verosimilmente il tradimento è legato a un bisogno di libertà e affermazione della propria autonomia, di rompere quella gabbia che in qualche modo si sente costruita attorno dalla relazione. Se invece manca tutta la parte emotiva, affettiva, di soddisfacimento di bisogni reciproci, non solo fisici ma anche emotivi e cerebrali, e la coppia è sorretta solamente da uno dei due, allora più verosimilmente il tradimento seriale appartiene alla categoria della monade. ### Attacchi di panico notturni Gli attacchi di panico sono in assoluto i sintomi psicologici più comuni, si pensi che gli attacchi di panico colpiscono il 30% della popolazione mondiale nell'arco di vita. Tra gli attacchi di panico troviamo una sottocategoria degli attacchi di panico notturni, molto comuni esattamente come gli attacchi di panico diurni, ma molto meno citati. I sintomi che caratterizzano l'attacco di panico notturno sono molto simili ai diurni: fiato corto, tachicardia, tremore, nausea, secchezza delle fauci, sensazione di vivere un'infarto, di morire, di avere vertigini, confusione. La differenza importante tra diurno e notturno è che appunto il notturno arriva improvvisamente mentre si dorme, sopraggiunge improvvisamente ed affligge chi ne soffre gettandolo nel panico totale. Questo non solo per i sintomi vissuto ma soprattutto perché è totalmente inspiegabile. Spesso nell'attacco di panico diurno ci sono situazioni, sintomi, temi, luoghi che possono anticipare il sopraggiungere dell'attacco di panico, cosa che assolutamente non avviene nell'attacco di panico notturno. Questo rende terrificante l'evento perché avviene esattamente quando il soggetto abbassa le difese: è terribile. Altera il sonno e ha anche fare con un aspetto anticipatorio importante: è facile infatti sviluppare la paura della paura, la paura di stare male, poiché tutte le volte in cui si andrà a dormire si avrà la paura di stare male. Nella maggioranza di casi c'è una presenza di entrambe le tipologie di attacco di panico, sia diurno che notturno. Perchè questi attacchi di panico emergono proprio di notte? Tendenzialmente perché la persona che li vive è spesso molto rigorosa, rigida, anche controllante rispetto a se e alle proprie emozioni, queste difese vengono naturalmente meno la notte momento in cui sopraggiunge l'attacco di panico. ### Gelosia retroattiva   Come gestire la gelosia per l'ex del partner: una guida psicologica La gelosia per un ex del partner è un'emozione più comune di quanto si pensi, e spesso tende a manifestarsi più negli uomini che nelle donne. Non si tratta solo di un sentimento passeggero, ma di una dinamica che può incidere profondamente sull'equilibrio di coppia. Cosa significa essere gelosi dell'ex Quando si parla di gelosia per l'ex, non ci si riferisce a un fastidio generico verso tutte le relazioni passate del partner. Più spesso, questa gelosia si concentra su una persona specifica, percepita come una minaccia simbolica. Curiosamente, non è quasi mai l'ex più importante a suscitare queste emozioni, ma quella figura che viene idealizzata o ritenuta capace di aver "intaccato" la purezza o il valore del proprio partner. In molti casi, questa forma di gelosia retroattiva è più frequente negli uomini, soprattutto quando si lega a una visione maschilista della sessualità femminile. L'idea che la propria compagna abbia vissuto esperienze affettive o sessuali precedenti può attivare sentimenti di competizione o inadeguatezza. Le radici psicologiche della gelosia retroattiva Alla base di questa emozione c'è spesso l'insicurezza personale. Il confronto con l'ex può evocare pensieri e dubbi come: "Sarò all'altezza delle sue esperienze passate?" "E se provasse ancora qualcosa per lui/lei?" "Cosa aveva quell'altro/a che io non ho?" In realtà, la gelosia retroattiva è raramente collegata a fatti concreti. Si fonda piuttosto su fantasie e timori interiori, che possono trasformarsi in comportamenti di controllo o in una costante ricerca di rassicurazioni. Quando la gelosia per l'ex diventa un problema di coppia Quando questa gelosia non è gestita, rischia di degenerare in atteggiamenti manipolatori o accusatori. Il partner geloso può: Rimproverare il partner per esperienze passate; Farlo sentire in colpa o in debito; Rivendicare un controllo sulla sua libertà emotiva o sessuale. In questi casi, la relazione entra in crisi perché si crea un clima di sospetto e squilibrio. La gelosia per il passato del partner diventa così una forma di potere e non più un'emozione da comprendere e superare. Come superare la gelosia per l'ex Affrontare questa forma di gelosia richiede consapevolezza e lavoro su di sé. Alcuni passi utili possono essere: Riconoscere l'emozione senza giudicarla, ma cercando di capirne l'origine. Distinguere il passato dal presente: la relazione attuale è una nuova storia, con nuove basi. Comunicare con il partner in modo aperto e non accusatorio. Lavorare sull'autostima e sul proprio senso di valore personale. Nella mia esperienza clinica, è frequente che la gelosia retroattiva si attenui quando la persona impara a fidarsi di sé stessa e del legame che sta costruendo nel presente. In sintesi La gelosia per l'ex non parla tanto del passato del partner, quanto delle proprie insicurezze. Imparare a riconoscerla e gestirla significa rafforzare la fiducia nella coppia e nella propria identità affettiva. FAQ sulla gelosia retroattiva 1. Cosa significa gelosia retroattiva? La gelosia retroattiva è un tipo di gelosia legata al passato del partner: si prova disagio o sofferenza pensando alle sue precedenti relazioni, anche se non rappresentano più una minaccia reale nel presente. 2. Perché si soffre di gelosia retroattiva? Le cause principali risiedono nell’insicurezza personale e nel bisogno di sentirsi unici e speciali. Spesso nasce dal confronto con gli ex partner e dal timore di non essere “abbastanza”. 3. Come si guarisce dalla gelosia retroattiva? Si può guarire lavorando su autostima, fiducia e consapevolezza emotiva. Un percorso di psicoterapia aiuta a comprendere le radici del problema e a trasformare la gelosia in un’occasione di crescita personale. 4. Come aiutare chi soffre di gelosia retroattiva? Il primo passo è non giudicare, ma incoraggiare la comunicazione e la comprensione reciproca. In coppia, può essere utile il supporto di un professionista per gestire le tensioni e ritrovare serenità. 5. Come superare la gelosia retroattiva? Superarla significa accettare il passato del partner e concentrarsi sul presente. Non serve competere con gli ex: ciò che conta è la relazione attuale e la qualità del legame costruito oggi. 6. La gelosia retroattiva è la sindrome di Rebecca? Sì, la sindrome di Rebecca, ispirata al romanzo Rebecca, la prima moglie di Daphne Du Maurier, rappresenta proprio la gelosia ossessiva verso il passato del partner, un tema che Alfred Hitchcock ha reso celebre nel film omonimo. Se ti riconosci in questa situazione e desideri affrontarla con serenità, puoi contattarmi per parlarne insieme. ### "Era solo sesso"   "Era solo sesso"  è una frase che mi trovo spesso a sentire quando si tratta di tradimento. E' una frase che generalmente tenta di giustificare l'atto trascurando l'aspetto emotivo, buttando il focus dell'attenzione sull'aspetto fisico carnale. Questo è come teso a liberare l'atto della componente emotiva e punta a farlo sia nei confronti della persona amante che della persona tradita. Questi tradimenti possono avvenire con professionisti (sia uomini che donne) oppure amanti con i quali c'è l'accordo nell'avere incontri sessuali senza implicazioni emotive. Nella coppia tuttavia l'implicazione emotiva è presente infatti questo tipo di tradimento è generalmente classificato come "compensazione o lato oscuro": prendo fuori dalla coppia ciò che in essa manca (compensazione) oppure nel tradimento si vive una parte di se totalmente inaccettabile (lato oscuro). L'impatto emotivo è inevitabile nonostante ci siano sia persone che comprendono l'aspetto solo sessuale sia persone che non comprendono questa dinamica manifestando il dubbio in merito alla presenza anche della componente emotiva. Il consiglio è quello di stare attenti sempre, il peso che il tradimento assume nella coppia dipende dalla coppia stessa e dai significati che la coppia attribuisce. Non esiste quindi un tradimento più o meno grave in termini assoluti, la gravità del tradimento viene decisa dai valori e dalle implicazioni che il gesto ha nella coppia, cosa il gesto comunica nella coppia. ### I temi e i modi delle discussioni In questo articolo approfondiamo due aspetti fondamentali dei litigi che guidano il percorso sia nella stanza di terapia che nella coppia stessa. I temi di cui parlo sono innanzitutto il contenuto delle discussioni e la modalità con cui la coppia litiga. Ci sono coppie che rimangono incastrate rispetto a temi specifici, gli stessi diventano dei tabù nella coppia, non possono essere toccati sennò la coppia esplode. Qualora la coppia non abbia strategie comunicative per affrontare il tema scottante il tema stesso rischia di diventare una spaccatura nella coppia stessa. Il tema sarà evitato perché affrontarlo porta alla rottura. Qualora il tema sia scottante il rischio è trovarsi un elefante rosa nella stanza che tutto vedono, nessuno affronta, avendo possibili esiti anche gravi. L'altro aspetto del litigio è il modo in cui viene effettuato non tanto il tema, infatti ogni discussione, anche frivola, può portare ad un escalation. Il problema in questo caso è il come viene effettuata la discussione stessa, infatti la modalità di effettuare la discussione spesso comunica come si viene visti in coppia. Il modo di litigare non parla del tema stesso ma della coppia. Quando ti trovi in difficoltà in una discussione con un partner prova a chiederti: la difficoltà sta nel tema o nella modalità del litigio?  ### Come cambia la relazione? "Dottore la nostra relazione è cambiata, prima eravamo molto affettuosi ora meno, vivo un po' nel timore che va tutto bene", la domanda che sta sotto questa osservazione ricevuta da un paziente sottolinea se sia giusto che la relazione subisca dei cambiamenti. In una relazione, generalmente, tramite l'altro riusciamo a ottenere degli obiettivi, ci sentiamo meglio, riusciamo a raggiungere una versione di noi che ci appaga maggiormente. Mano a mano che la relazione prosegue cambiano tuttavia i bisogni individuali e quelli di coppia, pertanto è "normale" che la relazione stessa si trasformi. Per esempio la relazione potrebbe passare dalla fase di innamoramento alla fase d'amore, successiva all'innamoramento, ciò implica una nuova organizzazione delle dinamiche della relazione. Questo non è un problema purché i due partner siano entrambi d'accordo ed anche appagati dalla tipologia di contatto, effusione, che si stanno costruendo. Tendenzialmente, con l'evoluzione della relazione, si nota una diminuzione delle effusioni per un rafforzarsi dell'affermazione dell'autonomia e individualità. Il tempo trascorso in coppia inizialmente era quasi totalizzante, successivamente invece c'è una maggiore espressione dei bisogni individuali.  Questo aspetto di maggiore individualità non deve essere letto come un limite ma come risorsa, infatti comunica che il partner si avverte sufficientemente completo in coppia motivo per cui si permette di vivere momenti individuali. Questi ultimi infatti vanno a nutrire i momenti di coppia. Il limite tendenzialmente si genera quando l'altro non è lasciato libero di avere una propria autonomia e vive in una situazione di controllo. ### Terapia di coppia o individuale?   "Dottore siamo in crisi ma lui non vuole fare la terapia. La faccio da sola? Cosa facciamo?" E' una domanda molto comune soprattutto quando uno dei due partner vede la crisi ma non è interessato, perché non ci crede o per altre motivazioni personali. L'altro, che vede nella terapia di coppia una risorsa, si chiede se accettare il rifiuto, trovare una soluzione oppure effettuare un percorso individuale.   Dal mio punto di vista, di fronte ad una crisi di coppia, ritengo che l'intervento sulla coppia stessa sia la soluzione migliore, nel momento in cui questo non è possibile dobbiamo fare i conti con la realtà. Si può iniziare un percorso individuale, sulle dinamiche di coppia si può infatti lavorare anche attraverso un componente solo, come se venisse usato uno dei due partner come punto di accesso alle dinamiche relazionali. Una terapia individuale fatta per delle problematiche di coppia assume caratteristiche differenti rispetto ad una terapia di coppia. La terapia di coppia infatti si differenzia dalla terapia individuale per durata degli appuntamenti e  distanza tra un appuntamento e il successivo. In base alla realtà che ci mette davanti si sceglie come strutturare l'intervento e nel momento in cui uno dei due partner non è interessato alla terapia di coppia si effettuano le dovute valutazioni. Non è assolutamente detto che l'intervento individuale sia meno efficace della coppia, la presenza di entrambi i partner non è un "sine qua non", infatti è molto più efficace avere un solo partner motivato piuttosto che due di cui uno sotto ricatto.  Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Perché non supero la rottura? Quali sono i motivi per i quali non si riesce ad andare oltre una rottura? Questi sono principalmente due e li approfondiamo in questo articolo. Innanzitutto è possibile rimanere incastrati nella fase di  elaborazione del lutto: non ci si capacita del fatto che la relazione sia terminata, non si è d'accordo sull'interruzione della relazione e si pensa che l'altro stia mentendo rispetto la volontà d'interrompere. Non è solo in termini di speranza ma anche di convinzione, rimane la volontà di riprovare, dare un'altra possibilità. Il lutto viene rifiutato e si allontana la fine stessa della relazione quindi si rimane in attesa di riattivarla attraverso tentativi più o meno espliciti. Il secondo motivo è legato all'idea di aver lasciato nella relazione una parte di se che non si sarà mai capaci di andare a trovare al di fuori o da soli o all'interno di una nuova relazione. Non solo non si è capaci di mettere a fuoco i propri bisogni, ma quella parte di se che veniva soddisfatta dalla relazione non la si attribuisce a se stessi ma all'altro, non la si vede come una parte di se stessi ma come una cosa portata dall'altro nella relazione stessa. Si rimane convinti che senza l'altro non si otterrà mai più quella sensazione. I due motivi per cui tendenzialmente non si riesce ad andare oltre sono questi: o non si riesce a uscire dalla fase di lutto quindi non si accetta la sentenza rispetto la chiusura, oppure si è convinti di lasciare nella relazione una parte di se che non si pensa possa essere nuovamente soddisfatta. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Come si supera una rottura? "Dottore come si fa a superare una rottura?" Indipendentemente da come sia avvenuta la rottura, sia che la decisione sia stata presa da uno dei due partner oppure sia stata una decisione comune, comporta una fatica, una fase di analisi, discussione e messa in discussione di se stessi. Quali sono le fasi di superamento?  Innanzitutto c'è una fase di lutto, momento in cui si prende atto che la relazione è stata conclusa oppure deve finire. Entrambe le parti, sia chi lascia, sia chi viene lasciato devono necessariamente entrare in contatto, chi prima, chi dopo, con il lutto per la relazione. C'è successivamente una fase di bilancio quindi quando si prende coscienza, idea, dell'interruzione della relazione viene fatto un bilancio, si approfondiscono le cose andate bene, quali andati male, quali bisogni questa relazione ha soddisfatto, quali non ha mai soddisfatto e quali ancora inizialmente venivano soddisfatti e poi progressivamente hanno smesso di soddisfare. E' attraverso questa comprensione che ognuno trova nuovi equilibri, una nuova organizzazione, nuovi significati e nuovi potenziali bisogni nell'idea di aprirsi progressivamente al mondo. E' solo attraverso la possibilità di prendere atto della fine della relazione, fare un bilancio, che ognuno di noi è in grado di andare oltre la rottura. Si diventa infatti capaci di comprendere quali sono i bisogni che si desidera soddisfare, la persona sa infatti cosa vuole dal mondo, dalla relazione e da se stesso. Andare oltre la fine della relazione comporta proprio questo: attraversare la fase di lutto, fare un'analisi rispetto i propri bisogni quindi ri-aprirsi al mondo. Naturalmente non è detto che la fine di tutte le relazioni comportino la capacità del soggetto di seguire tutte queste fasi, tuttavia questo tema richiede necessariamente un approfondimento a parte. ### Superare un fallimento Legati al fallimento ci sono una serie di preconcetti, pensieri, inerenti al giudizio, alla sentenza ovvero l'idea che il fallimento sia immutabile e non trasformabile, non rielaborabile. Quando le persone si trovano davanti ad un fallimento spesso lo interpretano come un dato di fatto, qualcosa di immutabile, "ho fallito, questo è quello che sono". Spesso inoltre c'è una migrazione del concetto da "ho fallito" a "sono un fallito".  Il fallimento può essere visto in molti modi, come una tappa di un percorso che può essere superata attraverso delle strategie. Il fallimento stesso può essere trasformato in apprendimento, c'è chi dice "io non fallisco mai o vinco o imparo", il fallimento non è considerabile tale nel momento in cui lo trasformo in apprendimento che modifica il comportamento futuro. L'impatto che noi diamo al fallimento determina l'importanza stessa che l'evento ha nelle nostre vite. Non vediamolo come una cosa immutabile, tantomeno come una sentenza, ma come una parte di un percorso e una grande possibilità per il futuro: è grazie al fallimento che trasformiamo ciò che siamo. Possiamo essere vittime del fallimento o farlo diventare un nostro grande alleato.  ### Il sesso influenza i sentimenti oppure è il contrario?   Il sesso credo stia sempre a valle della relazione, non a monte, in particolare in riferimento a relazioni stabili e non prettamente sessuali infatti il sesso spesso diventa, nella relazione di coppia, una cartina di tornasole. Molti ne fanno un uso strumentale, si rendono conto che il sesso può diventare una metrica per misurare la bontà della relazione, richiedono lo stesso per avere la conferma che va tutto bene. E' inevitabile pensare che il sesso in una relazione sia importante, il sesso infatti ha impatto soprattutto se su di esso c'è un disaccordo. La coppia deve trovare un accordo su questo tema e in tal senso non conta il giudizio sociale: alcune coppie ricercano la sessualità molto più che altre. Non conta quanto sesso venga svolto purché la coppia sia d'accordo con qualità e quantità. Quando non c'è accordo nella coppia riguardo la propria sessualità tendenzialmente c'è un problema, ovvero quando uno dei due partner non è soddisfatto della quantità oppure della qualità del rapporto. Quando può verificarsi questa difficoltà? Innanzitutto quando c'è uno squilibrio sentimentale, o verso il basso o verso l'alto, ovvero quando c'è distanza emotiva oppure emozioni così forti che non possono essere controllate. Tendenzialmente infatti è proprio quando c'è uno sbilanciamento emotivo nella coppia che c'è anche una crisi della sessualità: ovvero quando c'è una crisi in negativo oppure quando ci sono eccessivi sentimenti in positivo, quindi c'è il timore di potersi concedere il sentimento che si prova senza sentirsi sopraffatti. Il sesso in quest'ultima situazione è considerato come freno: "aspetta, non sono pronto\a". Il sesso quindi è a valle di una relazione sentimentale e può essere cartina tornasole rispetto le fatiche di una coppia e freno nel momento in cui i tempi corrono troppo velocemente. ### Dare del tempo ad una relazione che non decolla Ognuno ha la sua idea di amore e di relazione cosa che si tende sempre a paragonare con l'idea che la società ritiene essere la formula giusta. La formula giusta tuttavia non esiste, non esistono standard da replicare, la stessa relazione che la società vede come "normale" non lo è. Ciò che ci viene insegnato è che la relazione deve essere travolgente, deve trasportare, deve far venire le farfalle nello stomaco, deve essere un'onda di emozioni sulle quali tutto scorre con una certa facilità. Ci aspettiamo di trovare la persona giusta con la quale sentire questi turbinii di sentimenti. Questo non è amore, è l'innamoramento.  Nessuno spiega ciò che accade e dovrebbe essere fatto dopo la fase di innamoramento e pochi si concentrano sull'amore. Innanzitutto non avvertire la fase di innamoramento, come probabilmente la persona che ha porto la domanda da cui è nato questo articolo, non significa necessariamente che la relazione non possa nascere e strutturarsi. Molte relazioni non hanno avuto un decollo importante ma si sono evolute in maniera lenta e graduale. Chiedersi se è possibile avere una relazione, nonostante l'assenza di innamoramento, già fa presumente che si avverta la possibilità della stessa. Infatti la risposta alla domanda opposta è chiara:" saresti dispostoa a lasciare questa persona?". Non focalizziamoci su ciò che viene raccontato, ma su ciò che ci serve.  ### Ansia senza motivo "Dottore perchè talvolta avverto una sensazione di ansia senza motivo apparente?" Non tutti i disturbi ansiosi si presentano nello stesso modo e per lo stesso motivo. Gli attacchi di panico e gli attacchi di ansia generalizzata sono due dei vari disturbi della categoria ansiosa, e si presume siano connessi ad un evento scatenante, un innesco, un momento di vita che determina il loro insorgere. Talvolta è facile evidenziare l'innesco: per esempio, la paura di guidare determina l'attacco di panico quando si è fermi in galleria, oppure l'esposizione all'altezza qualora ci sia questa tipologia di fobia. L'innesco è importante, fa presumere alla persona, di poter comprendere e controllare l'ansia. E' importante perché da un certo senso di controllo: quando evito l'innesco dell'ansia posso essere sicuro di stare bene. Questo tuttavia può portare con se una serie di conseguenze, tra le quali le strategie di evitamento che possono diventare esse stesse il problema. Ansia immotivata: ci turba non sapere cosa ci turba Il non avere l'innesco può altresì andare a destabilizzare la persona che si sente in balia di eventi incontrollabili che la tengono in uno stato costante di allerta e di paura. Tuttavia dell'innesco, di fatto, cosa ce ne facciamo? In terapia è utile per il processo d'ingegneria inversa poiché partiamo dall'attacco di panico, dal sintomo, per andare indietro e comprenderne il perchè. In ogni caso, in terapia, si può tranquillamente lavorare anche senza innesco perchè essa lavora sempre per comprendere il perché dell'evento e del sintomo. E' comprensibile che, avere chiaro l'innesco, dia un maggiore senso di controllo ma, ai fini dell'esito della terapia, non è necessario sia presente. La soluzione della difficoltà, infatti, non sta mai nell'innesco stesso perchè l'obiettivo della terapia è comprendere, in ogni caso, il sottosuolo di significati che hanno generato il sintomo. ### Tipologie di tradimento   Ci sono diverse tipologie di tradimento, tendenzialmente tre, ed assumono significato all'interno della tipologia della coppia che si trova a vivere il tradimento stesso. Se dovessimo organizzare uno schema piramidale, ci sono prima le tipologie di tradimento e subito sotto le tipologie di coppia che attribuiscono significato al tradimento stesso. Troviamo un tradimento prettamente emotivo, uno sessuale e infine relazionale. Il primo è quel tradimento che comporta un grande coinvolgimento emotivo, mentale, ma che non sfocia mai in un tradimento fisico. Sono esperienze estremamente presenti e comuni, lo si racconta attraverso l'aver incontrato "l'anima gemella", è fatto di grande connessione mentale. Le motivazioni per cui non sfocia mai nel tradimento sessuale sono motivazioni morali, oppure, il tradimento è una scelta compensatoria rispetto la connessione mentale che manca nella coppia stessa, in alcuni casi c'è anche il timore che, attraverso un rapporto fisico, si possa rovinare la connessione trovata. Il tradimento sessuale si spiega da se, non implica un coinvolgimento emotivo ma "semplicemente" c'è il soddisfacimento di alcune pulsioni. Ci può essere, anche in questo caso, una componente compensatoria, individuale, egoistica. Il tradimento sessuale ha la caratteristica di essere agito attraverso più amanti in un arco di tempo stretto. Il tradimento relazionale è una relazione parallela a tutti gli effetti: ha una parte emotiva e una parte fisica sessuale. Queste tipologie di tradimento assumono significato in base alla coppia che si trova a viverli: per alcune il tradimento emotivo è meno grave del sessuale e viceversa. Ogni coppia attribuisce un significato diverso in virtù dei valori importanti per la coppia stessa.  Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### "Lo faccio per lui/lei", giusto o sbagliato? "Dottore, non interrompo la relazione perché il mio partner sta vivendo un periodo complicato, faccio bene o faccio male?". E' una domanda che apre diversi interrogativi, innanzitutto è bene considerare che non esiste mai un giusto e uno sbagliato in una relazione di coppia, tranne casi di violenza o azioni rischiose. Non c'è un giusto e uno sbagliato ma tante implicazioni da considerare. Innanzitutto si potrebbe decidere di stare con una persona come forma di riconoscenza. Ci si accorge di volere molto bene alla persona ma di non esserne più innamorati, quindi di volerloa lasciare. Tuttavia, a fronte del periodo di difficoltà che vive il partner, si potrebbe decidere di evitare di sommare altro dolore e fatica al dolore stesso. Il partner quindi potrebbe decidere di aiutare il compagnoa, già dolorante, ad uscire dal periodo faticoso affinché poi si possa prendere una decisione in merito alla relazione. Questa decisione porta con se una serie di controindicazioni, altre facce della moneta, come: cosa ci rimetti? Quanto ti costa e ti pesa? Lo fai solo per lui o lo fai anche per te? sei davvero disposto a sorreggere questa fatica?. E' utile chiedersi quindi "a chi faccio bene o male?": non è detto che stare vicino alla persona che sta male significhi necessariamente fargli del bene.  Farlo in un ottica sacrificale o per correttezza nei confronti dell'altro, non sempre porta ad esiti positivi. Teniamo ben presente che è fondamentale chiedersi: "per chi lo fai"? Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Si può superare un problema di tipo ansioso da soli? La psicoterapia è fondamentale ma non è l'unica via: ognuno fa ciò che sente per se stesso, pertanto anche un disturbo d'ansia può guarire senza psicoterapia, perché non è l'unica via. La psicoterapia è utile quando serve lavorare in termini di consapevolezza e autoefficacia. Una persona può superare i propri attacchi di panico: resistendo, prendendo un farmaco o lasciando passare del tempo. Può essere che attraverso una di queste tre strategie l'attacco di panico effettivamente passi, tuttavia, il soggetto, non ha ottenuto né consapevolezza, né autoefficacia. La persona in questione non saprà mai quali sono gli incastri che hanno generato gli attacchi di panico tanto mento avrà  la sensazione di sicurezza di esserne completamente uscito.  L'obiettivo della psicoterapia è infatti la consapevolezza e l'autoefficacia: tramite una psicoterapia si riesce a comprendere quali sono le cause di un problema, sentirsi auto efficaci al punto di essere consapevoli di ciò che si è messo in campo per uscire dal problema stesso, si riesce a sentirsi più forti. La psicoterapia lavora per aiutare una persona ad uscire da un problema ma lavora anche e soprattutto, sulla consapevolezza rispetto il problema, sul senso di autoefficacia e sulla forza che il soggetto può mettere in campo in  futuro. Non tutti sono interessati a questi tre obiettivi della psicoterapia quindi scelgono altre strade per affrontare la difficoltà, la terapia, infatti, deve essere intrapresa solo se è una via che la persona sente e ritiene utile.  ### Quanto conta il sesso nella coppia? "Dottore, quanto conta il sesso in una coppia?". Tantissimo, se non siete d'accordo! Mi spiego: non c'è un valore oggettivo che il sesso deve avere per essere giusto e tantomeno per essere sbagliato. Non c'è una quantità, una qualità, una tipologia di rapporto che determina che quella è la sessualità giusta che una coppia deve vivere! La coppia deve costruire la sua sessualità e quindi inevitabilmente il sesso diventa una componente importante in termini di accordo ossia deve essere un tema che genera e trova l'accordo dei due partner di una coppia; se così non è allora sicuramente sarà un problema. Quando mi viene chiesto quanto conta il sesso in una coppia c'è sempre il retro pensiero del "quanto sesso si deve fare": dipende, nel senso che ci sono coppie che sono felici se hanno un rapporto alla settimana, chi uno al mese, chi magari anche meno eppure è felice così perché la coppia ha trovato il proprio equilibrio, ha creato la propria sessualità, è stata capace di trovare un accordo sulla propria sessualità. Il sesso in sé diventa un problema quando non c'è accordo in termini di quantità, qualità o tipologia oppure può diventare un problema quando viene utilizzato in maniera valutativa, cioè come cartina tornasole della bontà della relazione. Ricordate questo: il sesso è sempre conseguenza e mai causa all'interno di una relazione nel senso che soprattutto nelle relazioni stabili il sesso diventa sì potenzialmente una cartina tornasole del disaccordo della coppia ma non in termini di quanto ne facciamo bensì in termini di quanto siamo d'accordo sul tipo di sesso. Se usiamo il sesso come criterio metrico per andare a valutare la bontà della relazione ci esponiamo ad un rischio perché non vivremo mai il sesso come qualcosa di piacevole, appagante, che sostanzialmente sancisce la sintonia all'interno della coppia ma lo vedremo sempre come un qualcosa che deve essere fatto nel tentativo di ottenere una conferma.   ### DOC da relazione Parliamo del disturbo ossessivo compulsivo da relazione ma prima vi rimando a questo articolo sul DOC "generico" per capire, nello specifico, cosa si intende con ossessioni e compulsioni. A differenza di quanto si potrebbe pensare, il DOC da relazione non è tanto legato al bisogno di rassicurazioni da parte del partner, non è un continuo "dimmi che mi ami" o "non mi dimostri abbastanza", semmai il contrario. La persona che soffre di disturbo ossessivo compulsivo da relazione, infatti, si interroga sì continuamente sulla bontà della sua relazione ma in particolare sul sentimento che prova rispetto alla persona con la quale è in quella relazione. Ci sono diverse sfumature, come sempre, però sostanzialmente la domanda che ci si pone in continuazione è "lo amo? Sono interessato? Sono certo sia la persona giusta per me?". Si mette in discussione la relazione e lo si fa principalmente in due modi: mettendo in discussione il sentimento mettendo in discussione alcune caratteristiche del/della partner Nel primo caso la domanda è quella di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente e si riferisce quindi al sentimento che la persona affetta da DOC da relazione prova; nel senso caso, invece, ci si interroga sulle caratteristiche fisiche, morali o valoriali dell'altro, chiedendosi se siano quelle che davvero vogliamo in un partner, soppesandone pregi e difetti, andando a scandagliare ogni comportamento non tanto, come dicevo, per capire se l'altro mi ama ma per capire se io posso amarlo. Tutto questo, chiaramente, porta ad un'ossessione e talvolta anche a mettere in atto delle compulsioni. Ad esempio si manifestano atteggiamenti o comportamenti compulsivi, facendo più volte al giorno l'elenco dei pro e dei contro del partner o soppesando alcuni elementi di riferimento totalmente arbitrari come il numero di rapporti sessuali, il numero di abbracci, il tempo passato insieme... C'è quindi, com'è evidente, un controllo continuo che talvolta può anche sfociare nella ricerca di rassicurazioni da parte dell'altro. Non è un chiedere conferma del sentimento altrui quanto un chiedere conferma della bontà della relazione, del fatto che stia funzionando bene. Da qui il passo verso la paranoia è brevissimo: la persona passa le giornate ad interrogarsi, rispondendosi che se ha tutti questi dubbi allora il motivo è proprio il disamore verso l'altro, convincendosi di essere condannata ad una vita di infelicità da passare accanto ad una persona che non ama. In questi casi spesso si arriva ad una rottura che, inevitabilmente, porta con sè nuovi dubbi e nuove ansie sul filone del "avrò fatto la cosa giusta?". Come sempre, in questi casi il percorso di psicoterapia è il più consigliato. ### Ipocondria Parliamo di ipocondria: che cos'è, che caratteristiche ha, quanto impatta sulla vita delle persone. L'ipocondria è la paura delle malattie e talvolta viene definita anche "l'ansia da malattia"; in sostante è un'ansia, una paura legata a tutti quei pensieri, preoccupazioni, timori di avere una malattia potenzialmente mortale o comunque estremamente dolorosa ed ecco che improvvisamente tutti i piccoli "rumorini" del corpo, anziché essere visti e letti come tali, si trasformano in indicatori, in sintomi di patologie gravissime. Ci sono diverse paure legate all'ipocondria, che può concentrarsi sia sulle funzioni fisiologiche classiche, con pensieri legati per esempio al battito cardiaco o alla respirazione che non viene percepita come "normale", sia su manifestazioni sporadiche come allergie o malanni stagionali, sia su sintomi vaghi, non definiti, come un generico "peso sul cuore", un dolore sospetto alle vene, insomma una serie di sintomi di difficile interpretazione. La persona ipocondriaca entra quindi in un loop sempre più stretto: tutte le sue attenzioni si concentrano sull'ascoltare e osservare questi sintomi, vengono fatti approfondimenti clinici che non danno alcun esito e l'ipocondriaco, proprio perchè tale, non si dà pace e continua a chiedere pareri e a fare ulteriori visite incredulo dell'assenza di malattie mortali. Nella grandissima maggioranza dei casi, in realtà, una prima diagnosi negativa aiuta la persona a sentirsi al sicuro ma ciò avviene per un brevissimo periodo dopodiché si riparte con sintomi e controlli; si può ripartire con la stessa patologia, quindi ci può essere una preoccupazione sempre per i medesimi sintomi oppure, come più frequentemente accade, c'è un insieme di patologie che preoccupano la persona che, una volta ottenuta rassicurazione per una di queste, inizia a preoccuparsi per un'altra. Non esistono statistiche in grado di dirci esattamente quale sia la percentuale di ipocondriaci nel mondo ma esistono statistiche mediche secondo cui circa il 9% delle visite specialistiche siano effettuate per sintomi inesistenti, legati cioè all'ipocondria. Per risolvere questo problema, per guarire dall'ipocondria, ovviamente un percorso di psicoterapia è la via maestra: è necessario capire da dove nasce questa paura, dove sono le cause che determinano questa patologia, e di conseguenza che cosa può essere fatto per affrontarla e risolverla. ### Innamorarsi di un amico Innamorarsi di un Amico: Cosa Fare? Innamorarsi di un amico o un'amica è una situazione che molti di noi possono trovarsi a vivere, e che spesso porta con sé una serie di domande difficili: dovrei confidarmi? Devo dichiararmi o dovrei aspettare che sia l'altro a farlo? Oppure dovrei accontentarmi dell'amicizia? Queste sono domande da un milione di dollari e accompagnano l'umanità dalle sue origini. Non esiste una risposta giusta o sbagliata, ma tutto dipende da ciò che desideriamo e da cosa ci fa sentire appagati. La Paura di Perdere un Amico Comprendo bene come una relazione nata come amicizia, che si trasforma per uno dei due in qualcosa di più, possa suscitare dubbi. Uno dei principali timori è il rischio di perdere la persona che finora è stata un pilastro nella nostra vita. Dichiararsi significa esporsi alla possibilità di un rifiuto, il che potrebbe portare alla perdita dell'amico o dell'amica, trasformando una relazione significativa in un lutto da elaborare. La Realtà dei Sentimenti D'altro canto, se siamo certi dei nostri sentimenti, è probabile che l'amicizia già non sia più tale. Una relazione in cui uno dei due è innamorato si trova in una condizione di costante sofferenza. Da un lato, c'è il desiderio e l'appagamento derivante dalla vicinanza all'amato, dall'altro, c'è la tristezza e il dolore per una relazione che non può essere ciò che realmente desideriamo. Dichiararsi: Un Atto di Coraggio Personalmente, sono incline a dichiararmi. Credo che, una volta certi dei propri sentimenti, sia importante essere onesti sia con se stessi che con l'altra persona. Dichiararsi offre l'opportunità di vivere pienamente il proprio sogno e di cercare la felicità completa. L'innamoramento non è un evento scontato; alcune persone non hanno mai sperimentato il vero amore. Quando si presenta un'occasione simile, dobbiamo a noi stessi la possibilità di essere felici. Gestire le Conseguenze È importante essere consapevoli che dichiararsi potrebbe alterare l'amicizia. Dopo una confessione d'amore, è difficile che il rapporto rimanga invariato. Tuttavia, ritengo che valga la pena correre questo rischio. Se i sentimenti sono veri e profondi, nasconderli significa vivere in una costante sofferenza e in una relazione che non rispecchia la realtà dei propri desideri. In conclusione, innamorarsi di un amico è una situazione complessa e delicata. Non esiste una risposta universale, ma credo fermamente che, quando si è sicuri dei propri sentimenti, sia fondamentale esprimerli apertamente. La sincerità verso se stessi e verso l'altro è la chiave per cercare la vera felicità e vivere pienamente la propria vita. ### Vampiri energetici o emotivi: chi sono, riconoscerli, evitarli. Vampiri Energetici o Emotivi: Cosa Sono e Come Proteggersi I vampiri energetici, noti anche come vampiri emotivi, sono individui che, consapevolmente o meno, risucchiano l'energia vitale e l'energia psichica delle persone intorno a loro, generando stanchezza emotiva e disagio interiore. Queste figure possono manifestarsi in varie forme e possono avere un impatto significativo sulla salute mentale e fisica delle loro vittime. Riconoscerli e affrontare i loro comportamenti è essenziale per mantenere un equilibrio energetico positivo e relazioni sane. In questo articolo, esploreremo come identificare questi vampiri, i diversi tipi esistenti e le strategie per difendersi efficacemente. Segnali di Allarme per Riconoscere un Vampiro Energetico Riconoscere un vampiro energetico può essere complesso, ma ci sono segnali distintivi da tenere d'occhio. Questi individui spesso esauriscono le energie altrui attraverso comportamenti manipolatori e ricatti emotivi. La sensazione di stanchezza, di cattivo umore e il senso di colpa dopo un'interazione sono chiari indicatori che la tua energia emotiva è stata risucchiata. Potresti sentirti svuotato, ansioso o stressato senza una ragione apparente. I vampiri emotivi tendono a monopolizzare le conversazioni, ignorando i bisogni altrui e cercando costantemente l'attenzione. Albert Bernstein, autore e psicologo esperto nelle dinamiche relazionali, ha descritto come queste persone utilizzino le loro abilità manipolative per suscitare sensi di colpa nelle loro vittime, rendendole più facilmente controllabili. Riconoscere questi comportamenti è il primo passo per proteggere il proprio benessere e interrompere il contatto con loro. Tipologie di Vampiri Energetici Nel suo libro Emotional Vampires, Albert J Bernstein offre una categorizzazione esaustiva dei vampiri emotivi, basandosi su pattern di personalità simili a quelli dei disturbi della personalità. Ecco le principali tipologie: 1. Vampiri antisociali Questi vampiri sono affascinanti e carismatici, spesso associati a comportamenti di ricerca di emozioni forti. Amano il rischio, l'eccitazione e l'immediatezza. La loro immaturità li rende particolarmente attratti dall'immediata gratificazione dei loro desideri. Bernstein descrive gli antisociali come "Ferrari in un mondo di Toyota", capaci di regalare momenti di intensa euforia ma altrettanto capaci di deludere profondamente quando si cerca stabilità. Comportamenti tipici: Ricerca costante di nuove esperienze e sfide. Inosservanza delle regole sociali e dei limiti etici. Tendenza a manipolare per ottenere ciò che vogliono. Protezione: Riconoscere i segnali precoci di manipolazione e impostare confini chiari. Evitare coinvolgimenti profondi che possano portare a dipendenze emotive. 2. Vampiri narcisisti I vampiri narcisisti vivono in un mondo in cui tutto ruota intorno a loro. La loro autopercezione è gonfiata e il loro bisogno di ammirazione è insaziabile. Spesso, mancano di empatia e si concentrano solo su ciò che li fa apparire grandiosi. Tratti distintivi: Mancanza di empatia verso gli altri. Competitività estrema e bisogno di essere al centro dell'attenzione. Convinzione di essere superiori agli altri, ma sensibilità estrema alla critica. Come difendersi: Evitare di cercare approvazione o amore dai narcisisti, poiché non sono in grado di restituire affetto sincero. Mantenere una distanza emotiva e stabilire confini. 3. Vampiri istrionici Questi vampiri emotivi sono teatrali, drammatici e sempre in cerca di attenzioni. La loro vita è guidata dalle emozioni e spesso mancano di consapevolezza di sé. Possono trasformare un evento ordinario in un dramma epico. Caratteristiche: Spiccata emotività e bisogno di approvazione. Tendenza a esagerare e a mettere in scena veri e propri drammi. Incertezza e dipendenza dagli altri per il supporto emotivo. Difesa personale: Conoscere bene i loro schemi e mantenere la calma durante le loro manifestazioni drammatiche. Evitare di farsi coinvolgere nelle loro dinamiche di bisogno costante di attenzione. 4. Vampiri ossessivo-compulsivi Questi vampiri cercano di creare un mondo perfettamente ordinato, rifuggendo qualsiasi traccia di caos. Sono spinti da un'incessante paura di sbagliare e da un forte perfezionismo. Sebbene possano apparire affidabili, il loro controllo e la loro rigidità possono diventare opprimenti. Comportamenti: Fissazione sui dettagli e incapacità di vedere il quadro generale. Tendenza a rimandare le decisioni per paura di commettere errori. Controllo delle vite altrui per mantenere l'ordine. Strategie di protezione: Evitare di farsi coinvolgere nella loro ricerca di perfezione. Stabilire limiti chiari su quanto influenzino la propria vita. 5. Vampiri paranoidi Questi vampiri vedono il mondo come un luogo intriso di pericoli e tradimenti. Tendono a essere sospettosi e interpretano eventi ordinari come complotti contro di loro. La loro necessità di sicurezza li porta a controllare e a mettere alla prova chiunque. Segnali di riconoscimento: Mantenimento di un atteggiamento diffidente. Sfiducia cronica nelle intenzioni degli altri. Comportamento vendicativo e difficile da calmare. Come difendersi: Essere onesti e diretti, ma non cedere alla loro richiesta di prove costanti di lealtà. Evitare di cercare di convincerli della propria buona fede; questo li rafforza nei loro sospetti. L'Impatto del Vampirismo Energetico sulla Salute Interagire regolarmente con un vampiro energetico può influire significativamente sulla tua salute mentale e fisica. Le vittime di vampiri energetici possono sperimentare un esaurimento emotivo, difficoltà di concentrazione, ansia e bassa autostima. Questo fenomeno, noto come vampirismo energetico, può compromettere la qualità della vita e le relazioni interpersonali. A lungo termine, il costante drenaggio di energia emotiva può portare a una spirale di stress cronico e a un peggioramento delle condizioni di salute generale. Come Difendersi dai Vampiri Energetici Proteggersi dai vampiri energetici richiede una combinazione di consapevolezza e strategie pratiche. Ecco alcuni metodi efficaci per mantenere il controllo della tua energia e proteggerti: 1. Stabilire Confini Chiari Stabilire confini chiari è fondamentale per prevenire il drenaggio energetico. Comunicare assertivamente i propri limiti e mantenere una posizione ferma nei confronti delle persone tossiche può aiutare a evitare il coinvolgimento emotivo. Questo è particolarmente importante nei rapporti di coppia e nelle relazioni lavorative, dove i vampiri energetici possono avere un accesso prolungato e continuo alla tua energia. 2. Interrompere il Contatto Interrompere il contatto con un vampiro emotivo è una delle strategie più efficaci per proteggere la propria energia. Questo può significare limitare le interazioni, evitare situazioni in cui sei costretto a interagire con loro o, nei casi più estremi, tagliare completamente i legami. Essere assertivi e chiari nel comunicare la decisione di allontanarsi è essenziale per evitare ambiguità e manipolazioni future. Come Affrontare un Vampiro di Energia Affrontare un vampiro energetico richiede coraggio e determinazione. È importante riconoscere i segnali di esaurimento e intervenire tempestivamente. Questo può includere un confronto diretto, esprimendo come il comportamento della persona influisce su di te e richiedendo un cambiamento. In alcuni casi, il supporto di un professionista della salute mentale può essere utile per gestire l'impatto psicologico e sviluppare strategie personalizzate di difesa. Sei una Vittima di un Vampiro Energetico? Capire di essere vittima di un vampiro energetico è il primo passo per liberarsi dalla loro influenza. Se noti che un'interazione con una certa persona ti lascia costantemente stanco, ansioso o emotivamente svuotato, potresti essere vittima di vampirismo energetico. È essenziale riflettere sulle tue relazioni e riconoscere chi contribuisce al tuo stato di stress e malessere. Identificare la tipologia di persona che genera queste sensazioni aiuta a mettere in atto misure efficaci per difendersi e proteggere la propria salute. Conclusione: Costruire un Ambiente Positivo Costruire un ambiente relazionale sano e protetto richiede impegno e consapevolezza. Riconoscere e evitare le persone tossiche, stabilire confini chiari e coltivare relazioni positive sono passi fondamentali per mantenere un equilibrio energetico. Imparare a dire "no" e rispettare i propri bisogni senza sensi di colpa è cruciale per evitare di diventare continuamente vittima di dinamiche distruttive. Con un approccio consapevole e una serie di strategie mirate, è possibile proteggere la propria energia e vivere una vita più serena e appagante. ### Perché le relazioni tossiche sono così intense? "Dottore, perché le relazioni tossiche sono così intense? Perché sono capaci di toccare con questa forza le nostre corde e farci stare a tratti così bene e a tratti così male?". Una domanda interessante che mi è capitata nell'ultima diretta che ho fatto cui mi viene da rispondere così: perché le relazioni tossiche sono estremamente verticali. Con questo termine intendo che non sono mai complete ma hanno la capacità di essere estremamente incentrata su un tema che corrisponde al bisogno principale che la persona ha. Il "contorno", però, è vuoto tant'è che ciò che la rende tossica non è tanto l'incapacità di andare a soddisfare quel bisogno preciso in quel preciso istante ma il fatto che poi ci si rende conto essere solo quello. Facciamo un esempio. Si parte dal presupposto che una relazione sana preveda diversi livelli di complessità ma anche la capacità di muoversi e riempire la vita della persona e delle persone su diversi ambiti e contesti: di solito ci vuole una sintonia mentale, ci vuole un'intesa sessuale, ci vuole una progettualità, ci vogliono degli interessi comuni e ci vuole una visione del mondo con dei valori magari simili. Insomma una relazione per essere appagante deve riuscire a soddisfare tanti bisogni diversi quanti sono i contesti che le persone abitano nella propria testa. La relazione tossica invece non funziona così! La relazione tossica all'inizio si presenta come una relazione non solo sana ma addirittura idilliaca, come la relazione che di fatto si è sempre desiderato avere ma che si è sempre pensato appartenesse solamente alle favole e inizia con il soddisfacimento di alcuni bisogni importanti: c'è un appagamento totale rispetto a questi bisogni e la persona si apre pensando "caspita per essere così capace di soddisfare con questa intensità questi bisogni, chissà che cos'altro posso ottenere"; il problema è proprio che nel momento in cui si approfondisce, quando passa lo stordimento dell'innamoramento, ci si accorge che c'è un tetto di vetro, oltre a un tot non si va, la relazione inizia ad irrigidirsi ed è completamente arida in tutti gli altri contesti in cui la coppia potrebbe trovare a confrontarsi. A questo punto anche il soddisfacimento dei primi bisogni inizia ad essere visto sotto una luce diversa ma proprio perché continuiamo a credere alla nostra pancia nel dire "però QUEL bisogno era soddisfatto al 100%" rimaniamo ancorati in una situazione che ci si palesa in testa sempre più critica, sempre più tossica, fino a quando non troviamo la forza di poterci da essa sottrarre. Questo è il motivo per cui le relazioni tossiche sono così intense, perché diventano paradossali e la persona non si capacita di come sia così capace il partner tossico di soddisfare alcuni bisogni e così incapace di soddisfare tutti gli altri. ### Coppia di amanti entrambi sposati   “Dottore quando nella coppia di amanti entrambi hanno una relazione ufficiale come si fa?”. Questa è una domanda che mi viene spesso fatta ma ha tanti risvolti e tante evoluzioni possibili, perché c'è da riuscire a capire quali sono i presupposti della coppia: il luogo comune prevede che ci sia una persona all'interno di una relazione, che per comodità chiamiamo ufficiale, e che questa persona abbia anche una seconda relazione con un altro partner/un'altra partner e che si trovi ad un bivio, cioè sull'idea di poter separarsi dalla persona con la quale sta ufficialmente o che in alternativa stia manipolando l'amante per sfruttarla o sfruttarlo a suo piacimento. La realtà però spesso è più complicata, perché anche l'amante ha ovviamente una vita e non sempre è disponibile o in una posizione pedissequa nei confronti del/la partner. Può succedere che anche l'amante abbia altre relazioni e questa è una situazione che potenzialmente è anche molto complicata. Allo stesso tempo può essere estremamente chiara e semplice nella testa delle persone che la vivono, perché tutto dipende da quali sono le motivazioni che determinano l'insorgere di questa coppia e da quali sono le aspettative rispetto alla coppia stessa. Il problema si genera esclusivamente nel momento in cui queste due caratteristiche, cioè le motivazioni del perché insorge questa coppia e le prospettive che questa coppia si pone, non combaciano: partendo dal primo caso le motivazioni per cui la coppia si crea è che entrambi all'interno della loro relazione ufficiale trovano delle mancanze e quindi scelgono nel tradimento più classico di agire una compensazione, cioè cercano al di fuori della coppia ciò che all'interno della coppia manca (il sesso oppure la complicità emotiva e l'intimità mentale) e lo trovano nel partner amante. Queste persone non necessariamente desiderano andare ad interrompere la relazione, semplicemente vogliono completarla con la presenza anche di un'altra figura, che è in grado di andare a fornire ciò che all'interno della loro relazione ufficiale manca: in questo caso, nel caso ipotetico in cui entrambi si trovano in questa situazione, sono d'accordo, cioè si danno reciprocamente ciò che manca all'interno delle loro relazioni ma non hanno nessuna intenzione di andare ad interrompere la relazione ufficiale, perché magari si sentono anche innamorate e il partner ufficiale non lo cambierebbero per nulla al mondo. Di fatto il problema non si pone, anzi potenzialmente è un incastro perfetto (tra l'altro è molto più frequente di quanto si possa pensare) e quindi di fatto si sta bene, cioè si riesce ad ottenere ciò che manca e l'intero insieme delle necessità e bisogni è soddisfatto, nel 99% dei casi dal partner ufficiale nell'altro 1% dall’amante e allora lì funziona. In questo modo possono andare avanti tutta la vita e tra l'altro si dichiarano esplicitamente che non hanno nessuna intenzione di interrompere le reciproche relazioni: ovviamente il problema c'è all'interno della loro relazione ufficiale, perché se si è arrivati a tradire evidentemente qualcosa non funziona, però questo è un altro discorso. I problemi si generano quando il presupposto è diverso, ad esempio uno cerca una relazione extraconiugale da compensazione, come l’esempio appena fatto, ma l'altro no, ad esempio l'altro cerca un gancio per scappare dalla relazione ufficiale, cioè per allontanarsi ha bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, perché altrimenti da solo o da sola non riuscirebbe a compiere questo passo e allora qui i presupposti sono molto diversi e inevitabilmente anche le prospettive sono molto diverse, perché ad un certo punto uno inizierà ad incalzare sull'interrompere le reciproche relazioni ufficiali per poter iniziare a vivere alla luce del sole la propria, ma l'altro non sarà d'accordo. Quello che succede è che si genera quindi un conflitto tra i presupposti dei due, che non sono allineati, e le motivazioni, anche le prospettive dei due che di nuovo non sono allineate. Diverso di nuovo se anche di fronte a presupposti differenti, ad esempio uno cerca per compensazione e l'altro cerca per libertà, si genera invece una sintonia e allora a quel punto nuovamente gli amanti sono disposti ad interrompere la loro relazione quindi diciamo il presupposto all'inizio della relazione non è caratterizzato necessariamente da una sintonia totale e da un incastro perfetto, però poi la relazione fa sì che il bisogno di stare insieme poi faccia collimare i desideri e le prospettive. Le relazioni amorose sono complicate, talvolta ci possono essere situazioni o più relazioni contemporaneamente aperte, come nel caso appunto di un terzo all'interno della coppia, ma non è detto che se entrambi i partner hanno una relazione extraconiugale la relazione tra amanti non possa essere appagante o debba essere in qualche modo trasformata. Spesso gli amanti possono anche essere d'accordo nel promettersi, in un'altra vita, ma nel non vivere in questa, o meglio andare ad ottenere reciprocamente ciò che possono ottenere senza andare a  stravolgere eccessivamente la situazione ufficiale.  Questa di fatto è una situazione in cui c'è un equilibrio, che può sembrare paradossale ma non lo è: il problema si genera proprio quando, a fronte della complessità da gestire, perché ci sono due relazioni ufficiali, i presupposti, quindi le motivazioni che stanno alla base della relazione, e le prospettive della relazione stessa non coincidono tra i due amanti, allora lì ci può essere ovviamente un problema.   ### Trasformare la competizione in risorsa   “Dottore, come la competizione all'interno della coppia può essere trasformata in alleanza o in risorsa?”. Piccola premessa: ogni coppia è fatta da due individui che portano le proprie caratteristiche, costruendosi con l'altro e dando origine ad un nuovo ecosistema. Se vogliamo semplificare il discorso esistono delle macrocategorie per cui, in base a quali sono i valori attraverso e attorno ai quali la coppia si costruisce possiamo dire che è più orientata ad una direzione piuttosto che più orientata ad un'altra. Si individuano coppie che sono molto orientate al sociale, all'esterno, all'immagine, al potere, al successo mentre altre sono molto orientate alla libertà, alla leggerezza, all'esplorazione, all'affermazione autonoma. Altre ancora sono orientate alla purezza, all’essere corrette,  all'aspetto platonico dell'amore stesso, esistono quelle coppie che invece necessitano di essere fusionali, sempre insieme, di appartenere ad un club esclusivo (quello della coppia stessa) per cui tutto il mondo deve rimanere fuori, vengono definiti e difesi con gelosia i propri confini. Se prendiamo il primo tipo di coppia che ho raccontato, quello legato al successo, all'immagine, al potere, all'apparenza, all'idea di forza che può essere trasmesso agli altri, sono coppie tendenzialmente esposte, sono coppie a cui piace piacere, sono coppie che si nutrono anche di una dimensione sociale mentre molte coppie non hanno una vita sociale insieme. Nel primo tipo di coppia invece questa cosa spesso accade, perché i soggetti della coppia spesso ricoprono valori o ruoli importanti all'interno della società, non devono necessariamente essere il presidente del consiglio però possono essere coppie che magari hanno all'interno della comunità stessa qualche ruolo di responsabilità, di esposizione. Queste coppie fanno spesso delle loro caratteristiche le loro virtù principali, sono coppie che ovviamente sono disposte a faticare, sono coppie molto determinate, sono coppie anche competitive, anche per fare riferimento alla domanda iniziale, sono coppie che vogliono riuscire ad ottenere ciò che desiderano. Il problema nasce quando la competizione, la determinazione e la volontà di uno non è necessariamente in linea con quella dell'altro quindi è come se ci fosse sì un macro progetto di coppia più o meno esplicitato all'interno della coppia stessa ma dall'altro lato è come se i due sentissero che ognuno sta andando per la propria strada perdendo un po’ di vista l'altro e quindi si innesca la competizione, che è la loro più grande risorsa e la capacità di resistere di fronte alle difficoltà, di fare scudo in funzione degli obiettivi che si sono posti, inizia a vacillare; ognuno inizia ad andare nella propria direzione e spesso iniziano a guardarsi reciprocamente, iniziano a farsi degli sgambetti, iniziano a competere, si instaura della gelosia, si instaurano delle rivendicazioni e talvolta si genera della rabbia, possono arrivare persino al tradimento.  Come ritrasformare questa competizione, come riuscire nuovamente a far sì che questo vincolo di nuovo divenga una risorsa della coppia stessa? Si deve riunire la coppia cioè si deve riuscire a ridefinire quali possono essere gli obiettivi comuni, proponendo loro una nuova sfida, trovando un nuovo progetto in modo tale che la coppia nuovamente riesca a direzionare la competizione e anche tutte le emozioni inevitabilmente impegnative che ora sono proiettate all'interno della coppia al di fuori. È chiaro che il terapeuta deve in qualche modo essere capace di far fluire i vari pensieri, esplicitare i nuovi obiettivi: è un processo abbastanza complesso però è la via che di solito deve essere perseguita, nel senso che nel momento in cui poi questa coppia effettivamente ha degli obiettivi comuni si sente nuovamente invincibile. Voglio raccontarvi un bellissimo episodio, collegato a questo argomento: mentre stavo svolgendo la scuola di psicoterapia stavo seguendo un seminario e il docente faceva vedere degli spezzoni di terapia, ovviamente con consenso del paziente nell'essere videoregistrato, (questo si può fare, utilizzare questi strumenti per motivi di ricerca) e io ero tra i discenti, eravamo una decina di persone e stavamo seguendo questa terapia, ad un certo punto c'era proprio questo problema: una coppia di enorme successo, anche sociale, abbastanza famosa, affermata all'interno del loro mondo non riusciva più a trovare la coesione, anche le cose che prima venivano fatte schioccando le dita diventavano immediatamente complicate e il terapeuta raccontava come avesse provato tutte le strade, senza successo. Ad un certo punto, ci disse, mi sono reso conto che non dovevo andare a scavare così tanto, semplicemente dovevo dar loro un nuovo nemico. Non sapevo dove andare a pescare però un nemico, non sapevo come muovermi e allora semplicemente ho alzato la mano e mi sono reso disponibile, mi sono in qualche modo sacrificato, cioè ho iniziato io terapeuta a contrappormi alla coppia, ho iniziato io a rendermi il nemico stesso della coppia (senza esplicitarlo!) cioè ho iniziato ad evidenziare tutta una serie di cose che secondo me sarebbero potute degenerare in una maniera anche iperbolica, cioè esagerando il concetto proprio per riuscire a dare a loro qualcosa contro cui combattere e questa cosa ha funzionato.   A questa coppia, insomma, serviva uno scopo è lo scopo è diventato il terapeuta. La volontà di riuscire a dimostrargli che aveva torto è anche diventato il primo passettino fatto nella direzione di una nuova sfida comune, un nuovo obiettivo che ha permesso alla coppia di tornare coesa: qui la competizione, le capacità competitive dei due membri della coppia stessa sono diventate una risorsa enorme. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Trasformare la dipendenza affettiva “Dottore ma una relazione di dipendenza affettiva può essere trasformata in una relazione sana?”. È una domanda che mi arriva sempre, talvolta viene detto “una relazione tra un dipendente affettivo ed un narcisista potrà mai trasformarsi in una relazione sana? Una relazione con dipendenza affettiva potrà mai diventare sana? Una persona codipendente potrà mai trasformare la propria relazione in una relazione sana?”. Allora la risposta è sì, cioè in tutte queste versioni che ci sia dipendenza affettiva, dipendenza affettiva e narcisismo, codipendenza è possibile trasformare la propria relazione una relazione sana. Sana non significa normale, perché è un termine particolarmente “strano” normale, per cui possiamo dire in una relazione positiva, fatta principalmente di emozioni positive che la persona vive; nella dipendenza affettiva infatti, per quanto il legame possa essere stretto, spesso non è connotato da emozioni e da sentimenti positivi e anzi ansia, paura, apprensione, agitazione, allerta sono emozioni che diventano quasi pervasive. Una relazione sana è legata principalmente invece a vivere e sentire emozioni piacevoli, positive e non necessariamente grigie ma colorate, che vanno nella direzione del voler vivere ancor di più la relazione stessa e non difendersi dalla sua possibile fine, che è una cosa che invece avviene in quelle che sono definite relazioni tossiche. Stabilito che è possibile avvenga una trasformazione, dobbiamo sottolineare che è anche estremamente complicato perché ci sono sicuramente due diversi livelli che devono essere tenuti in considerazione. Il primo è un livello individuale, in cui la persona che soffre di dipendenza affettiva deve riuscire ad affrontare i propri mostri. Questa è una componente inevitabilmente individuale, cioè la persona deve capire che c'è una trasversalità di dipendenza affettiva all'interno delle sue relazioni. Dall'altro lato c'è anche una componente di coppia dove la dinamica della coppia stessa si va a instaurare proprio su fondamenta che sono caratterizzate dalla dipendenza affettiva e anche dal ruolo che ha il/la partner: chiaro che una coppia è sempre almeno una dinamica a due, per cui c'è una parte per cui anche il/la partner del dipendente effettivo ha in qualche modo una responsabilità o in negativo, perché viene etichettato come narcisista quindi diventa manipolatorio e talvolta crudele, o in "bona fede" perché nella sua ingenuità permette, tollera, accetta questo comportamento di dipendenza affettiva per poi trovarsi improvvisamente schiacciato. Entrambi, dunque, devono trasformarsi, cambiare, essere disposti a perdersi per poter ricominciare: solo nel momento in cui entrambi vogliono liberarsi da questa dipendenza affettiva e vogliono riuscire ad avere una nuova relazione più sana, più positiva allora questo può avvenire. Devono essere disposti a perdere effettivamente l'altro, perché sicuramente andranno a perdere le certezze attuali ma al tempo stesso devono darsi l'opportunità di riscoprirsi e per riscoprirsi devono poter non avere la certezza che l'altro sarà ancora lì, che l'altro ancora mi piacerà, che l'altro ancora sarà per me interessante, che l'altro ancora sarà la persona con la quale io desidero vivere la mia vita, perché di fronte a questa trasformazione quello che la coppia deve promettere è che si darà l'opportunità di riscoprirsi, di riconoscersi. È sicuramente possibile trasformare una relazione di dipendenza affettiva in una relazione sana ma è necessario intervenire sia a livello individuale sia a livello di coppia. L'unica certezza che la coppia può garantirsi è la possibilità all'interno di questa trasformazione di potersi riscoprire di potersi riconoscere, di concedersi il tempo per ritrovarsi ma senza avere la certezza effettivamente che la coppia non finirà. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Matrimonio e monotonia “Dottore ma matrimonio è davvero sinonimo di monotonia?”. Mi sono arrivate tante domande ultimamente sul tema matrimonio. Abbiamo parlato di amore, di innamoramento, di matrimonio come tomba dell'amore, abbiamo fatto già diverse riflessioni a riguardo. Rispetto a quello della monotonia ci sono una serie di concetti che forse è bene andare un po’ ad esplodere, nel senso che, quando mi sento dire che il matrimonio è sinonimo monotonia, mi viene anche da pensare che ci siano delle convinzioni sbagliate rispetto al matrimonio stesso, perché quando si paragona il matrimonio alla monotonia è perché il matrimonio rappresenta un punto di arrivo all'interno della relazione. È esattamente il contrario: il matrimonio dovrebbe essere non necessariamente un punto di partenza, perché prima magari c'è stata una convivenza, prima magari c'è stato una relazione o un fidanzamento anche lungo, ma dovrebbe essere una specie di check point, dovrebbe essere un consolidamento delle basi da cui ripartire, cioè continuare a viaggiare. Invece molte persone vedono il culmine della relazione nel matrimonio e poi si inizia un progressivo declino. Questo è legato a una serie di convinzioni, che non vanno più a coltivare la coppia: non vengono definiti degli obiettivi comuni, cioè quali sono i prossimi passi. Nel matrimonio, una volta che si raggiunge questo culmine è come se questi obiettivi comuni venissero abbandonati o ancora peggio non fossero definiti affatto, siamo sposati e abbiamo il certificato agli occhi del mondo, siamo marito e moglie, ora vediamo dove va questa barchetta, cioè vediamo dove ci porta la corrente e accade che molte coppie poi vadano alla deriva, finito l'entusiasmo iniziale dove sono lì a definire che cosa fare e cosa non fare, poi ad un certo punto si innesca quella maledetta routine che viene vista come causa della fine del matrimonio ma in realtà è la conseguenza di un qualcosa che non è stato definito prima, ovvero gli obiettivi comuni. L’altro tema è la trappola del tempo, nel senso che molti, una volta che poi si sposano iniziano con il “abbiamo tempo, c'è tempo, non c'è bisogno di definire tutto subito, possiamo aspettare, possiamo prendercela con calma, ormai abbiamo raggiunto già delle mete importanti all'interno della relazione, vediamo come va”. Peccato che questo tempo, che in qualche modo viene richiesto per affermare la propria libertà, proprio per non sentirsi pressati dalle incombenze del matrimonio, che molte volte rappresenta per alcuni una gabbia mentale, diventa controproducente, nel senso che il non definire l'obiettivo della coppia, proprio perché questo rappresenta in qualche modo una forma di autonomia e di libertà, di affermazione di sé, di non impegno e quindi di ossigeno, è in antitesi stessa col concetto di matrimonio e quindi io mi sposo, concretizzo un qualcosa, rappresento un qualcosa, lo ottengo anche agli occhi della società e del mondo però poi nel momento in cui devo andare a progettare dico aspettiamo, non definisco gli obiettivi comuni. Peccato che poi questo bisogno di affermare la propria autonomia fa sì che il matrimonio venga messo in pausa e quindi vada a perdere il significato stesso. Quando ci si sposa è come se prendessimo la mappa della vita, la stracciassimo e iniziassimo a vivere alla giornata, cioè iniziassimo a concentrarci esclusivamente sul territorio ed è chiaro che, quando uno guarda solo il territorio, cioè è concentrato sul sentiero che ha davanti, quando questo sentiero non è tutto rose e fiori non siamo in primavera e non ci sono gli uccellini che cantano e il profumo dell'erba fresca, ma magari stiamo attraversando la tempesta, c'è la neve, fa freddo, si scivola, si hanno i piedi ghiacciati allora non sono più disposti a percorrerlo, iniziano a dire “ma cos'è questa cosa, non mi piace, ma perché diavolo mi sono sposato, eravamo più felici durante la convivenza” e danno la colpa al matrimonio, quando in realtà la colpa è la loro, hanno preso la mappa e l'hanno stracciata, l'hanno buttata via e si sono concentrati solamente sul territorio. Il matrimonio non è monotonia ma la monotonia può essere la tomba del matrimonio, questo perché la monotonia deve essere vista come causa di un problema matrimoniale e non come conseguenza del matrimonio stesso, e l'incastro sta proprio lì, nel fatto che le persone non si fermano, non aprono la mappa della loro vita cercando di tracciare nuove rotte, nuove strade, nuove vie ma semplicemente la accartocciano e scelgono, pensando di essere arrivati non so bene dove, di vivere una vita day by day, cioè di vivere alla giornata e si concentrano esclusivamente sul sentiero, sul territorio che stanno percorrendo. ### Avere un genitore narcisista “Dottore quali sono le caratteristiche di un genitore narcisista, quali sono i comportamenti che assume e quali sono le potenziali conseguenze che può generare nei figli anche una volta che questi sono diventati adulti?”. Argomento complesso ma ci sono alcuni spunti per cercare di far capire come le caratteristiche del comportamento del narcisista, che sono abbastanza chiare all'interno delle relazioni sentimentali quindi quando si ha a che fare con un partner, non lo sono altrettanto quando si parla di relazioni genitoriali. Molto spesso si pensa che il narcisista possa essere anaffettivo, possa essere distante, possa essere disinteressato alla relazione con il figlio. Questo non è esattamente così nel senso che se lo è, cioè se è effettivamente distante e disinteressato, lo è solo su alcuni argomenti specifici della vita del figlio o dei figli ma non su altri quindi non è un disinteresse assoluto ma è un disinteresse che colpisce solo alcune aree nella vita ad esempio la scuola, lo sport, l'affetto, le relazioni che può avere il figlio con altri ma semplicemente perché queste aree per il narcisista, cioè per il suo tornaconto, non sono interessanti. Facciamo un passo indietro e capiamo meglio questo concetto: è narcisista colui/lei che all'interno delle relazioni manipola e cerca di sfruttare le relazioni per il proprio tornaconto personale, cioè per il proprio benessere, per il proprio piacere, per il soddisfacimento dei propri bisogni. Questo è vero all'interno delle relazioni sentimentali tanto quanto all'interno delle relazioni genitoriali. Il narcisista vede principalmente la relazione come una dinamica di possesso, ossia l'altro (il figlio) mi appartiene, motivo per cui quando il figlio muove qualche passo in autonomia al di fuori dell'ambito di controllo del genitore narcisista questo può provare rabbia, invidia, rancore proprio perché non vede i successi del figlio come vantaggiosi per se stesso ma esclusivamente per il figlio e quindi se il figlio acquisisce valore, potere, autonomia all'interno del mondo inevitabilmente il genitore/la genitrice narcisista non può avere un proprio tornaconto, per questo  l'atteggiamento spesso è quello della critica, di sminuire, talvolta può diventare vessatorio sempre però riconducendo tutto, sempre con la sua modalità manipolatoria all'interno del contesto del “lo faccio per il tuo bene, ti critico per il tuo bene, ti mortifico per il tuo bene, ti limito la libertà in alcuni contesti per il tuo bene” cioè fa passare questa manipolazione come la massima espressione dell'amore, del desiderio, dell'attenzione che dà al figlio, che quindi si costruisce nel tentativo di andare a soddisfare i bisogni del genitore narcisista. Quindi il narcisista non è assolutamente disinteressato alla relazione con il figlio come spesso si può credere, è interessato a se stesso e vede il figlio come un mezzo per andare a migliorare il proprio stato questo però avviene solo negli ambiti e nei contesti di interesse che il narcisista ha per sé. Questo implica che il figlio porti con sé tutta una serie di conseguenze legate al comportamento di un genitore narcisista, ad esempio si parla di falso sé in psicologia, ossia l'incapacità in termini macroscopici del figlio di andare a definire cos'è il proprio sé, quindi le proprie caratteristiche, i propri bisogni, le proprie emozioni e non è insolito che figli di genitori narcisisti siano completamente ignari dei propri desideri, dei propri bisogni, delle proprie emozioni, ci possono essere dei contrasti e delle competizioni tra fratelli, ci può essere l'incapacità di andare a valutare il proprio valore, le proprie competenze e le proprie capacità in maniera autonoma ma esclusivamente in funzione di una eterodeterminazione o meglio “io valgo tanto quanto i risultati che sono in grado di andare ad ottenere”. Ovviamente poi si innesca il circolo vizioso per cui ai figli di narcisisti difficilmente verranno riconosciuti i risultati ottenuti e quindi il valore sarà sempre eterodeterminato da ciò che compio, da ciò che ottengo, che però inevitabilmente sarà altrettanto basso, è come se di fatto il figlio si costruisse in funzione e del soddisfacimento dei bisogni dei genitori o del genitore, tant'è che capita spesso in terapia che il figlio del narcisista poi si racconti molto più come un partner dei genitori stessi, cioè un partner emotivo, partner servizievole che appunto lavora e vive in funzione del soddisfacimento dei bisogni del genitore/partner. Questo ovviamente ha delle conseguenze enormi nella vita adulta, nel senso che poi all'interno del processo di individualizzazione, di sviluppo nella personalità del bambino è necessario riuscire a ottenere e soddisfare la propria affermazione cosa che se si ha un genitore narcisista non è assolutamente scontato. L'altro rischio, una volta diventati adulti, è andare a replicare un modello con il proprio figlio (con il nipote del narcisista) e questo poi innesca ulteriormente un circolo vizioso che finché non viene spezzato è portato a vivere in eterno. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Il matrimonio cambia le cose? “Dottore perché molte relazioni dopo il matrimonio si trasformano?”. Questa è una domanda importante, perché legata soprattutto ad una forma mentis, cioè all'idea che si ha della coppia. È una cosa che si vede spesso e che spesso sento raccontare dalle persone che poi aiuto sia in terapia di coppia sia in terapia individuale. Questo perché è il concetto stesso di matrimonio che in un qualche modo viene travisato, è un po’ lo stesso concetto che si ha nella differenza o nel tentativo di andare a differenziare l'innamoramento con l'amore, cioè l'innamoramento sta al pre-matrimonio come l'amore sta al matrimonio nel senso che si dice spesso che l'innamoramento che dura massimo due anni è un insieme di tumulti, emozioni, sensazioni e desideri e sostanzialmente è un'onda che travolge e fa andare la persona verso l'altro e reciprocamente quindi i due innamorati si cercano, si trovano, si cercano. Tutto è molto semplice ma quando l'innamoramento passa e subentra l'amore allora le cose modo si complicano, perché l'amore è difficile e ci vuole impegno, improvvisamente le ciabatte lasciate in giro per casa o il dentifricio schiacciato in una maniera piuttosto che nell'altra iniziano ad innervosire e le cose da facili, durante l'innamoramento spontanee, diventano difficili, diventano più impegnative, richiedono comunque che ci sia uno sforzo, un impegno, un’attenzione, proprio perché si passa dall’innamoramento all'amore, che è molto più basato sulla costruzione, sulla progettualità sul riallineamento e condivisione di un futuro.  Pre-matrimonio e post matrimonio vivono dello stesso effetto e delle stesse fatiche, nel senso che durante la fase prematrimoniale c'è un certo senso di libertà, c'è un certo senso di leggerezza, c'è un certo senso di possibilità di scegliersi reciprocamente e di puntare verso una meta, che può essere il matrimonio o la costruzione dei vari progetti familiari come avere dei figli, comprare una casa e via dicendo. Il problema è che spesso il matrimonio viene visto come un punto d'arrivo, non tanto come un punto di partenza, cioè come l'ufficializzazione di una condivisione di intenti anche agli occhi della società, cioè questa coppia non solo è una coppia ma ora sono anche sposati. Molto spesso il matrimonio non è usato come il punto di inizio ufficiale della relazione dove entrambi, anche agli occhi della società o per chi crede agli occhi della chiesa, si prendono un impegno in questo senso ma anzi viene visto come un punto d'arrivo cioè tutto deve riuscire a collimare in quel in quel momento, quando si arriva al matrimonio si pensa che tutto prosegua da sé e quindi l'investimento che c'è è minore, cioè l'investimento post-matrimonio all'interno della coppia da parte di uno o entrambi i partner diventa minore rispetto all'investimento invece fatto durante la fase di pre-matrimonio. E questo è un errore, perché la sicurezza potenziale di avere l'altro in salute e in malattia, in buona e cattiva sorte che cosa determina che si smetta di investire sul progetto comune, cioè il nostro obiettivo è quello di arrivare il matrimonio e una volta che siamo sposati, una volta che abbiamo ottenuto lo status le cose vengono date per scontate, si smette di coltivare, si smette di investire per questo c'è una sorta di analogia, perché appena la relazione si trasforma in matrimonio, allora lì si dovrebbe investire ancora di più eppure quello che accade è proprio il contrario, cioè, una volta ottenuto lo status sociale del matrimonio, viene data la relazione per scontata. Quindi come l'innamoramento facile poi si trasforma in amore che diventa più complicato, più impegnativo allo stesso modo la fase pre-matrimoniale è molto spesso considerata più semplice, perché è più libera, non è data per scontata e quindi le persone sono portate inevitabilmente a promuoversi all'interno della relazione stessa, ad essere proattivi, a coltivarla quando poi si sposano e vengono riconosciuti anche dalla società allora vien dato molto spesso l'istituzione per scontata, come se l’istituzione di per sé fosse capace di sorreggere, nutrire e far evolvere la coppia: ma il matrimonio è proprio il contrario.   ### Si può parlare di un tradimento perdonato? Dottore, si può parlare di un tradimento perdonato all'interno della coppia? Ormai è un capitolo chiuso e è meglio non tornarci mai più sopra? Importanza del Tema del Perdono Allora, questo è un argomento importante e una domanda molto delicata. C'è da considerare questo: nel libro "Oltre il tradimento" affronto questo tema proprio perché quando si fa riferimento al perdono si pensa ad andare oltre, e andare oltre implica sicuramente riuscire a superare tutta una serie di difficoltà che sono prima di tutto emotive, personali e relazionali. Distinzione tra Perdonare e Dimenticare Però andare oltre non significa non poter più parlare appunto del tradimento o di quanto accaduto. Anzi, lo stesso perdono non significa dimenticare, significa appunto perdonare, cioè essere capaci di poter discutere e ragionare su quanto accaduto senza che questo vada a compromettere la potenziale relazione o il prosieguo della relazione stessa. Conseguenze del Rendere il Tradimento un Tabù Cosa significa? Che molte volte, quando ci si trova a vivere una difficoltà o una situazione particolarmente delicata come può essere il superamento di un tradimento, renderlo un argomento tabù all'interno della coppia non è mai una buona idea. Cercare di non parlarne più, nascondere sotto il tappeto, tacere, o evitare alcuni ulteriori bisogni di chiarimento o di confronto, non è mai una buona idea. Benefici del Riconfronto Perdonare e andare oltre permettono altresì di poter riflettere, tornare sull'argomento, scaricare quella componente emotiva negativa che si può accumulare nel momento in cui il pensiero torna ad essere catalizzato dal problema stesso. Differenza tra Perdonare e Dimenticare Quindi il perdono non ha nulla a che fare con il dimenticare. Perdonare e dimenticare non sono sinonimi, sono due cose completamente diverse. Anzi, all'interno di una relazione effettivamente caratterizzata da perdono, ci deve essere la possibilità di un riconfronto, di un nuovo dialogo, di tornare su quanto accaduto in funzione di evolvere ulteriormente. Conclusione: La Necessità del Dialogo Quindi la risposta è sicuramente sì. All'interno di una relazione caratterizzata da un tradimento e questo tradimento è stato perdonato, è possibile tornare sull'argomento. Deve essere così, perché altrimenti l'argomento rischia di diventare o di trasformarsi in un argomento tabù e di iniziare a lasciare scorie all'interno della relazione, andando a rovinare e sporcare lo sviluppo successivo della relazione stessa. ### La dipendenza affettiva si presenta più volte nel corso della vita? “Dottore la dipendenza affettiva può presentarsi più volte nel corso della vita? O meglio, si può presentare in relazioni differenti?”. Sì assolutamente: la dipendenza affettiva è sicuramente un tratto di sofferenza che si costruisce tra i due partner, però la persona dipendente di fatto lavora in maniera attiva nella costruzione della dipendenza stessa, quindi c'è una certa trasversalità indipendentemente dal partner con il/la quale la persona che soffre di dipendenza affettiva. Si può avere una prima esperienza di dipendenza affettiva a seguito anche di relazioni che non hanno avuto dipendenza affettiva e successivamente all’interruzione di questa relazione ne è iniziata una nuova, volta a sviluppare nuovamente questa difficoltà. Questo perché la dipendenza affettiva è sì co-costruita all'interno della relazione tra i due partner ma è altrettanto insita all'interno del dipendente affettivo. Un'altra cosa importante da sapere su questo argomento è che la dipendenza affettiva non è sempre e solo rivolta al partner sentimentale ma può essere rivolta anche ad altre figure importanti per noi significative: nei confronti di un genitore oppure una dipendenza affettiva nei confronti di un figlio, ci possono essere dipendenze affettive all'interno di relazioni amicali particolarmente strette, quindi sicuramente si possono avere più esperienze di dipendenza affettiva nel corso della propria vita ed anche all'interno di relazioni differenti quindi non solo sentimentali ma anche potenzialmente amicali, genitoriali nei confronti dei figli. La cosa importante da sapere è che la dipendenza affettiva viene sviluppata in una relazione per volta, cioè difficilmente un dipendente affettivo ha una dipendenza attiva nei confronti del partner e contemporaneamente anche di un'altra persona e viceversa quindi, per rispondere alla domanda iniziale sì, si possono sviluppare più esperienze di dipendenza affettiva nel corso della vita ma tendenzialmente una per volta. ### Avere rapporti con la famiglia del partner   “Dottore devo per forza avere delle relazioni e dei rapporti con la famiglia del mio partner?”. È una domanda impegnativa nel senso che il tema è impegnativo, le relazioni sono una delle cose più complicate ma anche più ricche che abbiamo all'interno delle nostre vite e la relazione col partner ovviamente è la relazione maestra soprattutto una volta che siamo diventati adulti. Molte coppie si trovano a vivere questo dilemma, cioè che posizione dare alla famiglia di origine dell'uno e dell'altra, che tipo di contatti avere, che tipo di rapporti avere, che tipo di comunicazioni veicolare e molto spesso si generano degli squilibri, perché l'argomento è inevitabilmente complesso. Diciamo che non c'è un giusto e uno sbagliato sull’avere o non avere rapporti con la famiglia di origine del proprio partner, purché ci sia un accordo tra i due partner. Il problema insorge quando non si è d’accordo, quando in qualche modo ci viene chiesto di fare qualcosa che è lontano dalle nostre corde. Il problema si genera quando noi non rispettiamo o non accettiamo, perché magari non condividiamo il rapporto che il nostro partner ha con la propria famiglia e che noi in un qualche modo dobbiamo andare a replicare, perché è questo che lui o lei si aspetta da noi. Per tornare alla domanda iniziale non è obbligatorio ovviamente avere contatti con la famiglia del partner. Ipotizziamo che un partner voglia avere rapporti con la sua famiglia e l'altro no, perchè magari si sente in difficoltà all'interno di una dinamica familiare troppo ingombrante (immaginiamo il classico e stereotipato triangolo marito-mamma-moglie): sentendosi in qualche modo estranea, non accettata, questa persona si allontana e inizia a prendere delle distanze che in origine possono essere anche accettate della serie “quando vai tu a trovare i tuoi genitori io vado a farmi un giro, dedico del tempo a me” ma che sul lungo periodo rischia di andare ad ingigantire le tensioni. Le difficoltà aumentano o vengono percepite come gravi quindi non affrontando il problema progressivamente si rischia di arrivare ad un aut aut della serie “dai tuoi non ci vengo, perché non riesco ad avere un rapporto con tua madre, perché che tua madre non mi accoglie” e tutta una serie di rivendicazioni, ovviamente reciproche, perché poi ci sarà anche la campana della suocera che dirà qualcosa ma dall'altro lato. Il rischio vero è che il partner percepisca una sorta di lotta di potere e percepisca di essere davanti ad un bivio, dove la scelta è impossibile: da un lato dovrebbe scegliere sua madre, rinunciando alla partner, nell’altro caso dovrebbe scegliere la partner ma rinunciando alla propria madre o alla propria famiglia, e questa è ovviamente una scelta impossibile quindi è qualcosa che dovrebbe essere organizzato diversamente. Tendenzialmente quando si costruisce una famiglia si costruisce una nuova coppia e quindi si mettono i paletti anche per andare a costruire una nuova famiglia: è chiaro che questa dovrebbe diventare prioritaria, anche rispetto alla famiglia di origine. È chiaro che la coppia dovrebbe essere sempre resa prioritaria rispetto alle famiglie di origine ma le famiglie di origine non possono essere escluse totalmente soprattutto nel momento in cui il partner non vuole. Qui si deve necessariamente trovare una soluzione e la via appunto non è quella di dare un aut aut ma è quella di mettere su una specie di scala delle priorità la relazione, dove una non potrà mai escludere l'altra ma dovrà essere sicuramente considerata prioritaria rispetto all'altra e quindi qui la coppia deve avere un qualche tipo di creatività nel riuscire a trovare una soluzione; se il partner dovesse accettare di interrompere i contatti con la propria famiglia di origine potrebbe andare bene però il costo che gli viene chiesto di pagare per far parte della coppia è enorme, potrebbe anzi di contro accettare che noi non abbiamo relazioni e frequentazioni con la sua famiglia di origine però anche qui il costo potenzialmente è alto a meno che lui stesso non sia in grado di comprendere la patologia e la difficoltà, la crisi che noi denunciamo ai suoi occhi quando siamo all'interno di quella famiglia e dalla quale quindi vogliamo sottrarci. Siccome spesso non è così la via risulta essere proprio questo, cioè quella di rendere una relazione prioritaria all'altra senza però renderla totalizzante. Quindi il consiglio è quello di provare a parlare, confrontarsi per riuscire a capire quali sono gli elementi di dissonanza, gli elementi di fastidio, di fatica cioè cosa dello stare all'interno di questa famiglia determina disagio e come questo può essere risolto: sono dei temi estremamente delicati ma anche estremamente ricchi all'interno di ciascun rapporto sentimentale, per questo è importante che la coppia ci metta su la testa e lo faccia con chiarezza, non lasciando queste potenziali criticità nella categoria dei non detti. Chiaro che un terapeuta in questo caso soprattutto che si occupa di relazioni, di coppia e di famiglia può dare il suo contributo anche se la terapia non è l'unica via per riuscire a risolvere i propri problemi. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### L'insicurezza personale impatta sulla coppia? “Dottore come le insicurezze personali impattano sulla coppia e quali possono essere i loro esiti e le loro derive?”. Partiamo da questo presupposto che la coppia è una nuova entità rispetto ai singoli ed è chiaro che tutto parte da lì cioè prima di tutto da due  individui che si combinano, si compongono, iniziano a vibrare insieme in funzione di un obiettivo comune, di un'ambizione, un desiderio, una prospettiva migliore; non ci sono più solo i due individui ma un qualcosa di più, qualcosa di co-costruito insieme che assume il nome di coppia. Finita la fase dell'innamoramento ci troviamo nella fase dell'amore, cioè quella in cui abbiamo scelto di stare insieme, abbiamo trasformato e fatto evolvere l'innamoramento stesso e iniziamo a ragionare su quali potrebbero essere le prospettive future e poniamo dei presupposti, poniamo le fondamenta della relazione. È qui che poi, calmatosi il turbinio dell'innamoramento, iniziano ad emergere potenziare i dubbi potenziali, criticità, potenziali caratteristiche individuali che magari non si sono perfettamente combinate insieme alle caratteristiche dell'altro e quindi in questo caso parliamo di insicurezze, in altri casi potremmo parlare ad esempio di altri tratti caratteriali e comportamentali o altre caratteristiche che ciascuno di noi ha è che non benissimo si combinano con l'altro. Per quanto riguarda il tema dell'insicurezza è chiaro che è un tema a due vie: può avere una origine individuale cioè un'origine propria, legata alla storia o al passato della persona stessa, oppure essersi generata all'interno della relazione stessa, perché uno dei due partner ha dato motivo all'altro ad esempio di non fidarsi o di sviluppare questo tipo di insicurezza. Parliamo di quando l'insicurezza è pregressa rispetto alla coppia, cioè di quando una persona si sente insicura già di suo per dei motivi suoi e porta questa insicurezza all'interno della coppia stessa: quali possono essere gli esiti? Diciamo che ci possono essere diverse possibilità: innanzitutto c'è da chiedersi se e come questo tratto nostro di insicurezza lo abbiamo mai manifestato all'altro e se l'altro effettivamente era conscio di questo nostro tratto già nel momento in cui è iniziata la relazione e come rispetto questo si è composto, si è combinato, cioè che senso ha per noi mostrare questa insicurezza, che comportamento suscita nell'altro/a, diventa protettivo, diventa accudente, anticipa talvolta alcuni nostri bisogni in modo tale da farci stare sereno? In questo caso allora possiamo dire che l'insicurezza diventa un canale di comunicazione, diventa un fattore all'interno della coppia tramite il quale la coppia è anche in grado di meta comunicare, cioè tramite la mia capacità di comprendere la tua insicurezza (e quindi anticipando anche il tuo bisogno di essere rassicurato/a) io dimostro il mio interesse nei tuoi confronti. Il problema è la possibile degenerazione che questa insicurezza assume, cioè generare una qualche repulsione da parte del partner, che si sente ad esempio investito di una responsabilità che non vuole avere, o nel momento in cui dopo una prima fase accudente il partner si scoccia, perché non vede un’evoluzione nel nostro livello di insicurezza che anziché mitigarsi, ridursi, restringersi si amplifica, proprio perché vogliamo sempre di più. Questa è la degenerazione principale, cioè nel momento in cui l'insicurezza viene gestita solo in maniera eterodeterminata, cioè la persona insicura non cerca di lavorare sulla propria insicurezza ma delega all'altro la responsabilità di accoglierla, la responsabilità di dire “bene io ho questo problema ora tu me lo deve risolvere, tu tramite il tuo comportamento, il tuo atteggiamento e il tuo fare in qualche modo devi andare ad anticipare questo bisogno”. Il partner magari è disposto effettivamente a farlo ma si risente nel momento in cui vede che questo lavoro è un lavoro che sta facendo in maniera individuale, è l'unico che, nonostante essendo in due sulla barchetta sta remando, perché non vede che la persona insicura sta lavorando a sua volta per sistemare questa insicurezza. La persona insicura tende a diventare ancora più insicura, tende a diventare ancora più incalzante, tende a diventare ancora più richiestiva, inquisitoria e quindi a quel punto si genera una potenziale deriva, per la quale da un lato chi aveva imparato a rispondere all’insicurezza smette di farlo, proprio perché è risentito di fare questo lavoro in autonomia, e dall'altro chi invece era insicuro si sente in qualche modo tradito. Ora ci sono tante vie per risolvere questo tipo di problema all'interno di una coppia. La prima è sicuramente il dialogo, dopodiché ci si può rivolgere ad un terapeuta che può cercare di capire quali sono le responsabilità reciproche ma il fatto, il segreto, il passaggio fondamentale, la condizione sine qua non per cui questa cosa può essere gestita è proprio far sì che non venga affrontata individualmente ma venga affrontata in coppia e che il problema non venga delegato all'esterno. Da un lato chi è insicuro deve lavorare sull'oggettività, cioè deve riuscire a comprendere progressivamente che al partner attuale non possono essere fatte pagare le colpe dei partner passati o del proprio passato, quindi deve fare prima di tutto un lavoro su se stesso/su se stessa per riuscire a comprendere questo; dall'altro ci si deve aspettare inevitabilmente che il partner invece sia in grado di comprendere questa insicurezza; tramite l'unione e la collaborazione l'insicurezza può essere trasformata in una risorsa proprio perché diventa un canale di meta comunicazione della coppia stessa in cui reciprocamente ci prendiamo cura dell'altro. ### Dove si trova la forza per una separazione? “Dottore dove trovo la forza per separarmi?”. Questa è una domanda che spesso mi viene fatta e ovviamente implica che la persona sia già all'interno di un certo percorso di rielaborazione legato alle insoddisfazioni che la propria relazione sta suscitando. Di solito è una domanda che viene posta quando la decisione sembra essere stata presa, cioè “io sono infelice/noi siamo infelici e dovremmo separarci ma qualcosa lo impedisce” e quindi molto spesso viene tirata in causa la forza: “dove trovo il coraggio, dove trovo la determinazione”. Le implicazioni che fanno presumere il bisogno di una forza possono essere diverse ad esempio le aspettative sociali, l'idea che noi abbiamo di ciò che gli altri si aspettano da noi, la presenza dei figli, la presenza di alcuni vincoli economici magari una coppia che lavora insieme o che ha una attività insieme, ecc. Le implicazioni sono tantissime e molto diverse tra loro. Il concetto di forza però è interessante da approfondire, perché ci sono due macrolivelli, cioè due livelli paralleli che dovrebbero essere considerati quando ci si pone questa domanda: uno ha a che fare con un principio di delega della responsabilità, l’altro invece è molto più legato ad un tema di scelta e di individualizzazione e di affermazione di sé. Per quanto riguarda quello di deleghe della responsabilità molte volte noi pensiamo di non poterci separare perché assumiamo una delega o diamo in delega la responsabilità della decisione a eventi esterni o a qualcosa che ci impedisce di essere liberi nella presa della decisione: ad esempio “la mia famiglia non me lo perdonerà mai, sarò povero/a, dovrò cambiare lavoro, sarò costretto/a lasciare la casa, non posso farlo per i figli” e queste sono solo alcune delle motivazioni, accomunate dall'essere tutte deleghe di responsabilità, scuse. Ora, il tema di figli è un tema estremamente delicato ma quante volte diciamo che non possiamo separarci perché dovremmo gestire il malumore della famiglia di origine oppure avere delle difficoltà economiche? Stiamo contrattando, se la motivazione che scegliamo è questa, il malumore della nostra famiglia di origine o potenziali difficoltà economiche con la nostra felicità. Non è né giusto né sbagliato, dobbiamo semplicemente scegliere che cosa vale di più. Dall'altro lato il rischio invece è legato a un processo di affermazione di se stessi cioè di assunzione di responsabilità e il riconoscimento di sé, nel senso che se siamo vittime di questo tipo di ragionamento dobbiamo essere anche consci del fatto che ogni volta che noi diciamo sì a qualcun altro o a qualcos'altro e, come avete capito non sto parlando solamente del partner o ad esempio della relazione infelice, ma anche di tutte le altre implicazioni che ho citato prima, stiamo dicendo no a noi stessi e quindi in qualche modo stiamo scegliendo e accettando di metterci in secondo piano, quando prima di tutto una relazione nasce in funzione di un soddisfacimento individuale. Quando questa cosa non avviene ovviamente l'insoddisfazione è prima di tutto individuale, poiché è il fallimento della coppia o la difficoltà all'interno della coppia a determinare l'insoddisfazione individuale. Quindi ci sono questi due livelli diversi: da un lato il delegare la responsabilità della propria infelicità ad altri e dall'altro essere non consapevoli proprio perché mascheriamo a noi stessi questa responsabilità  eterodeterminata dicendo sì ad altri ma dicendo no a noi stessi, questi sono i due livelli che hanno a che fare con la forza da cercare per riuscire a separarso. È qui che va cercata la forza: all'interno di ciò che noi ci costringiamo ad essere e a vivere se non cambiamo la situazione, ed è un interno tendenzialmente infelice. ### Tradire per superare un tradimento   Tradire per superare un tradimento: una strategia fallimentare Molte persone, dopo aver scoperto di essere state tradite, si chiedono: "Tradire a mia volta può aiutarmi a superare il dolore?" La risposta, purtroppo, è chiara: sì, è una strategia, ma una strategia fallimentare. Tradire per vendetta o per pareggiare i conti non ripristina l'equilibrio della coppia, ma aggiunge un ulteriore strato di sofferenza e confusione. Vediamo insieme perché. Perché tradire dopo un tradimento non funziona Quando si reagisce a un tradimento con un altro tradimento, si crea un secondo problema invece di risolvere il primo. La vita di coppia non è una partita di calcio dove si può dire "uno a uno, palla al centro". Tradire a propria volta può sembrare una reazione comprensibile – la rabbia, l'orgoglio ferito, il desiderio di rivalsa – ma non è mai una soluzione funzionale. Anzi, è un modo per spostare il dolore, non per elaborarlo. In sintesi: tradire per reazione significa aggiungere ferite nuove a ferite già aperte. Per approfondire: Come affrontare il tradimento di coppia Capire le proprie motivazioni prima di agire Dopo aver scoperto un tradimento, è importante chiedersi: "Cosa voglio davvero fare di questa relazione?" Voglio interromperla definitivamente? Allora posso scegliere di chiudere con chiarezza, senza bisogno di "pareggiare i conti". Voglio provare a ricostruirla o capire se c'è ancora qualcosa da salvare? In questo caso, tradire di nuovo non fa che allontanarmi dall'obiettivo. Tradire per ripicca significa spesso rinunciare a una riflessione più profonda: quella che riguarda le proprie emozioni, i propri bisogni e la reale volontà di proseguire o meno il rapporto di coppia. Approfondisci anche: Come ricostruire la fiducia dopo un tradimento Quando il partner incoraggia il "contro-tradimento" Può capitare che chi ha tradito suggerisca al partner di fare lo stesso, con frasi come: "Così siamo pari." Ma questa è solo una scorciatoia per alleggerirsi dal senso di colpa, spostando parte della responsabilità sull'altro. In questi casi, è utile chiedersi: "Perché sto delegando la mia scelta a qualcun altro?" Se per tradire ho bisogno di un "via libera", forse il problema non è l'infedeltà in sé, ma un malessere più profondo nella relazione di coppia. In sintesi: nessun tradimento può risolvere un tradimento precedente. Quando il contro-tradimento ha davvero senso (e quando no) L'unico contesto in cui un contro-tradimento può avere un senso è dopo aver deciso consapevolmente di chiudere la relazione. In quel caso, si tratta più di un gesto di rabbia o di liberazione che di una strategia relazionale. Ma se si desidera ricostruire la fiducia o comprendere ciò che è successo, allora è fondamentale scegliere vie diverse: la comunicazione, la terapia di coppia, o un percorso individuale o di coppia di elaborazione emotiva. Scopri di più su: Quando è utile la terapia di coppia Altre strade per superare un tradimento Superare un tradimento richiede tempo, introspezione e strumenti psicologici adeguati. Tra le strategie più efficaci per superare il dolore di un tradimento: Concedersi tempo per elaborare il dolore. Non forzare il perdono o la ripartenza. Cercare un confronto autentico con il partner, se si desidera capire cosa è accaduto. Intraprendere un percorso terapeutico, individuale o di coppia, per elaborare le emozioni e affrontare la situazione con maggiore consapevolezza. Riscoprire se stessi, i propri bisogni e limiti, prima di decidere se restare o andare avanti. In sintesi: la guarigione passa attraverso la comprensione, non attraverso la vendetta. Leggi anche: Come elaborare le emozioni dopo un tradimento Un aiuto per chi vuole superare il tradimento Nel mio libro Oltre il tradimento affronto proprio questi temi, offrendo strumenti pratici e riflessioni per elaborare il dolore e ritrovare un senso di equilibrio, sia che si scelga di restare insieme, sia che si decida di chiudere. Scopri di più: Oltre il tradimento – il libro In sintesi Tradire per superare un tradimento è una scelta comprensibile ma disfunzionale. Non aiuta a guarire, non ricostruisce la fiducia, e spesso allontana definitivamente le persone coinvolte. Esistono invece percorsi più sani e consapevoli per affrontare il tradimento e ricostruire la fiducia nella coppia. Domande frequenti su come superare un tradimento 1. Quanto tempo ci vuole per superare un tradimento? Non esiste un tempo uguale per tutti. Superare un tradimento può richiedere mesi o anni, a seconda della profondità del legame e del lavoro emotivo svolto. È importante concedersi tempo e non forzare i processi di guarigione. 2. Cosa fare se non si riesce a superare un tradimento? Quando il dolore sembra insormontabile, può essere utile rivolgersi a uno psicologo o iniziare una terapia di coppia o individuale. In molti casi, il lavoro terapeutico aiuta a elaborare le emozioni e a comprendere ciò che è accaduto. 3. Come superare il trauma di un tradimento? Per superare il trauma di un tradimento è importante accettare le proprie emozioni, riconoscere la rabbia e la tristezza, e imparare a dare nuovi significati alla propria esperienza. Anche se è difficile, si può ritrovare equilibrio e fiducia. 4. Come superare il dolore di un tradimento e andare avanti? Il dolore può essere intenso, ma anche questo è un passaggio che si può affrontare. Con il giusto supporto, una buona riflessione personale e un percorso psicologico mirato, è possibile elaborare la sofferenza e andare avanti. 5. Come superare un tradimento e restare insieme? Restare insieme dopo un tradimento è possibile solo se entrambi i partner si impegnano a ricostruire la fiducia e a comprendere le cause dell'infedeltà. Serve impegno, sincerità e disponibilità a cambiare ciò che non funzionava nella relazione. Approfondisci: Come perdonare un tradimento e ricominciare 6. Quante coppie riescono a superare un tradimento? Molte coppie riescono a superare un tradimento grazie alla comunicazione e alla volontà reciproca di lavorare sul rapporto. La terapia di coppia può essere un alleato prezioso per chi desidera ricominciare con basi più solide. Se ti riconosci in questa situazione, puoi contattarmi per parlarne insieme. Parlare con un professionista è un modo concreto per iniziare a superare il tradimento e ritrovare serenità nella vita di coppia. ### Disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione “Dottore cos'è il disturbo di depersonalizzazione?”. È una domanda che mi viene posta molto spesso, sia online sia offline. Mettiamo insieme un po’ di pezzi: il disturbo da depersonalizzazione e derealizzazione è un disturbo di tipo clinico. Si chiama di depersonalizzazione e di derealizzazione per due motivi distinti: il disturbo è l'aspetto di depersonalizzazione, è legato ad una sensazione di scollegamento da se stessi, dal proprio corpo, dalle proprie emozioni, dai propri vissuti come se la persona avesse la sensazione di vedere se stessa dal di fuori, come se fosse di fronte allo schermo della tv; il disturbo della derealizzazione invece è lo scollegamento dall'ambiente circostante, quindi come se non riuscisse ad essere protagonista e a collaborare e interagire con l'ambiente circostante, come se fosse un corpo estraneo all'interno di questo. Sono due cose distinte, che possono essere presenti o singolarmente o contemporaneamente quindi una persona può soffrire di personalizzazione, può soffrire di derealizzazione quindi questo collegamento della realtà o soffrire di depersonalizzazione e derealizzazione. Un'altra cosa importante da sapere è che può essere un disturbo persistente, quindi costante, oppure può essere intermittente, cioè attivarsi con una certa ciclicità, quindi ci sono dei momenti della vita che determinano l'attivazione del disturbo, degli altri invece dove la persona si sente assolutamente padrona di se stessa e dentro se stessa e partecipe e coinvolta nel mondo circostante nella sua realtà. È un disturbo che colpisce circa il 2% della popolazione mondiale, indistintamente uomini e donne, si sviluppa soprattutto nella tarda adolescenza o prima età adulta e raramente dopo i 40 anni. Le cause possono essere diverse: possono essere tante e hanno tutte a che fare comunque con un qualcosa di traumatico, di forte e improvviso, di violento, ad esempio si parla di situazioni traumatiche, in cui si è temuto per la propria vita, si parla di violenza, si parla di episodi di abuso, si parla di momenti estremamente stressanti, si parla di lutti improvvisi di persone care ma ci sono tante altre motivazioni diverse e ciò che le contraddistingue tutte è proprio l'idea di un qualcosa di traumatico che in qualche modo tramortisce la persona, la lascia stordita e confusa, appunto scollegata o da se stessa o dalla realtà che la circonda. Degli interventi proponibili ce n'è uno su tutti per superare questo tipo di problema è la psicoterapia, talvolta vengono prescritti anche dei farmaci, quindi in associazione alla psicoterapia anche la farmacoterapia, però l'intervento di tipo psicoterapeutico è quello elettivo in questo tipo di casi, quindi nel caso viviate questa condizione o conosciate qualcuno che sta vivendo questa situazione il consiglio è proprio quello di contattare un professionista e stilare insieme un percorso di cura. ### L'amante può essere una vittima?   “Dottore ma l'amante può essere anche una vittima?”. Domanda interessante e la risposta è sì ma ci sono almeno un paio di pensieri che vale la pena esplicitare. Facciamo una piccola premessa: l'amante solitamente viene visto come il carnefice, cioè come colui o colei che sfascia la famiglia, si insinua all'interno della coppia e la distrugge. Partiamo da questo presupposto: se la coppia fosse salda, se la coppia non avesse crepe, non fosse in crisi ovviamente non ci sarebbero pertugi all'interno dei quali l'amante o gli amanti potrebbero infilarsi, questo dal punto di vista di colui che poi sarà il tradito. Quindi il luogo comune e il pensiero comune dicono l'amante è il carnefice, quell’affabulatore che in un qualche modo distoglie il pio partner dalla relazione di coppia e lo tenta verso l'esterno, come se l’amante fosse qualcuno che in maniera fredda e un po’ machiavellica si mettesse lì a tavolino per cercare di capire come distruggere la felicità altrui, ma così non è nel senso che questo è un pensiero assolutamente semplicistico di ciò che accade. Parliamo del fatto che la colpa tendenzialmente sta almeno anche nel traditore e in parte anche verosimilmente nel tradito, quindi se dobbiamo cercare di comprendere quali possono essere le colpe all'interno di un tradimento non addossiamole all’amante ma addossiamole a colui che ha tradito, che evidentemente ha cercato un modo individuale per risolvere un problema di coppia, e a colui anche che è stato tradito, non per la colpa del tradimento ma per la colpa del non funzionamento della coppia, che ha fatto sì che l'altro commettesse un errore ovviamente più grosso, ovviamente più distruttivo, quindi la cui responsabilità ricade in chi ha agito il tradimento stesso. Al di là che l'amante venga rappresentato così, l'amante ha sicuramente almeno altri due risvolti o potenziali tali, perché può essere assolutamente vittima del tradimento stesso, vittima del traditore o vittima di se stesso. Può essere vittima del traditore nel momento in cui è condannato/condannata a vivere nell'attesa della disponibilità del traditore: adesso non puoi chiamarmi perché sono a casa con mia moglie o con i figli, adesso non posso perché sono al lavoro, il giovedì sera non posso mai, possiamo vederci in questi ritagli di tempo, insomma l'amante inizia ad essere vittima della relazione stessa nel momento in cui deve organizzare la sua vita in funzione e per l'essere a disposizione dell'altro cioè della persona che sta tradendo. In questo caso diventa tutto una pietosa attesa, diventa tutto il cercare di vivere i ritagli del tempo della vita altrui, perché poi la quotidianità viene persa, la possibilità di frequentarsi non solo alla luce del sole ma in termini espliciti ma intimi, che non siano solo i ritagli di tempo, diventa estremamente complicato e questa può essere una prima situazione in cui anche l'amante è vittima. Diverso è quando entrambi gli amanti, quindi il traditore e il partner, hanno a loro volta delle storie, quindi in questo caso entrambi vivono all'interno dei ritagli di tempo e hanno fatto presumibilmente i conti con loro stessi per sapere che non vogliono interrompere una relazione e si accontentano di ciò che possono ottenere rispetto alle briciole che la vita lascia indietro, allora in questo caso la situazione è diversa ma molto spesso non accade così, magari l’amante è pure single e si trova in una situazione in cui deve vivere nell'attesa che l'altro dica “ok adesso ci sono, ci possiamo vedere, possiamo incontrarci, possiamo  stare insieme, però non troppo”, perché comunque la priorità rimane di là.  La seconda situazione in cui l'amante può essere vittima e quando è vittima di se stesso o di se stessa, ossia addossa tutto questa situazione che ho appena raccontato quindi la possibilità di vittima numero uno alla responsabilità dell'altro anziché alle proprie di scelte alle proprie caratteristiche, perché poi salta fuori sia una specie di master per relazioni complicate relazioni in cui c'è sempre comunque il terzo incomodo, relazioni in cui in qualche  modo si vive nell'ombra e lì le motivazioni sono da cercarsi internamente a chi occupa questa posizione, perché evidentemente lo occupare questa posizione se da un lato fa schifo, se da un lato diventa complicato e anche estremamente doloroso, perché non auguro a nessuno di trovarsi per lungo tempo in una situazione di questo tipo a meno che non l'abbia scelto volontariamente, allora c'è da cercare dei perché, c'è da darsi delle risposte, c'è da domandarsi come mai tutto questo accada, perché ci sia la tendenza di finire con una certa ciclicità all'interno di relazioni come questa, all’interno di relazioni estremamente dolorose e faticose in cui non si è mai al primo posto. Di solito la risposta si trova proprio nei bisogni intrinsechi della persona, ossia legati al fatto di non volersi impegnare troppo, di volerci andare con i piedi di piombo, di trovare rassicurante il fatto che l'altro o l'altra abbia anche un'altra vita, quindi abbia delle priorità in modo tale da sentirsi sufficientemente liberi e padroni della propria senza essere invasi, ancora le priorità sono altre, ci si butta sul lavoro, ci si butta su un precedente figlio, ci si butta nella cura dei genitori malati, possono essere tante altre le priorità di vita che permettono di scegliere una relazione che apparentemente è senza impegno. L’altra faccia della medaglia è che invece poi quando ci si trova, quando scatta il sentimento l'impegno c'è eccome, peccato che di pari passo con l'impegno scatti anche tutto il dolore e qui l'amante deve essere capace di vederlo, deve essere sufficientemente sincero con se stesso/se stessa per riuscire a dirsi che c'è una responsabilità propria e ci sono delle motivazioni che lo portano/la portano a cercare relazioni di questo tipo. Una volta che queste sono messe a fuoco allora potenzialmente diventa tutto più facile, diventa anche possibile creare e costruire delle relazioni sane, cioè delle relazioni che poi di fatto siano sempre tout court appaganti e non solo per rimanere tra gli eventi, quindi al di là della visione diabolica dell’amante tentatore e carnefice c'è anche una parte di amante vittima, in quanto vittima del traditore perché è truffato, ingannato, raggirato, circuito oppure vittima di se stesso/a, poiché non riesce a avere chiarezza delle sue volontà e dei suoi bisogni e quindi inevitabilmente addossa la responsabilità della propria felicità all'altro. Ovviamente un percorso di terapia in questo senso può essere un'ottima via per riuscire a fare chiarezza su questi punti estremamente delicati. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### In amore vince chi fugge? O piuttosto, nell'innamoramento? Nel tortuoso gioco dell'amore, spesso vediamo le tattiche più inaspettate diventare strategie vincenti. Il detto "In amore vince chi fugge" si insinua tra i fili delle relazioni moderne, portando con sé una storia antica quanto l'amore stesso. Questo articolo si avventurerà attraverso i meandri del cuore umano, esplorando il significato di questo detto, il suo impatto sulle relazioni affettive e la ricerca di un equilibrio sano tra distanza ed intimità. Cos'è l'"In amore vince chi fugge" L'espressione "in amore vince chi fugge" riassume un concetto popolare nel campo delle relazioni affettive e delle tecniche di seduzione, suggerendo che mantenere un certo livello di mistero e distanza può rendere una persona più desiderabile. Si presume che chi non si rende immediatamente disponibile, dosando la propria presenza, possa incrementare l'interesse sentimentale dell'altra persona. Origine e Interpretazione del Detto La saggezza popolare e le referenze al concetto latino "Fugit in vincit amor" ci rivelano che la tecnica di seduzione di non mostrarsi completamente conquistati o conquistabili ha il potere di fortificare il desiderio dellʼaltra persona. Questa antica prospettiva suggerisce che nel concetto di coppia, nelle sue fasi iniziali, è vantaggioso apparire reticenti e non totalmente raggiungibili. Differenza tra Amore e Innamoramento "Dottore, è vero che in amore vince chi fugge?" "No, non sono d'accordo con questa affermazione," risponde il dottore. "Penso che possa essere corretta nell'innamoramento; vince chi fugge potenzialmente come una strategia." Questo distingue chiaramente l'amore dall'innamoramento, sottolineando come i due siano concetti completamente diversi. L'amore vero è basato sulla costruzione, sulla progettualità, sulla condivisione di un ideale. La Strategia dell'Innamoramento Nei primi momenti di un rapporto, dove le persone si conoscono e trovano i loro equilibri, la fuga può diventare una strategia. "Nel balletto dell'innamoramento, allora, la fuga può essere un meccanismo per far emergere il desiderio e l'impegno dell'altro," continua il dottore. "Il sottrarsi, fuggire, allontanarsi, farsi inseguire diventa un modo strategico per ottenere delle informazioni su quanto l'altro sta provando." Questo può legarsi sia a un'insicurezza propria, sia alla necessità di comprendere sentimenti talvolta ambivalenti o contraddittori dell'altro. Implicazioni Emotive della Fuga Nonostante la sua efficacia nelle prime fasi, adottare un atteggiamento di fuga come schema relazionale unico può portare a complicazioni. "Non è necessariamente una strategia che deve essere applicata," dice il dottore. "Applicare delle strategie non è mai una buona strategia, scusate il gioco di parole, ma questa è la realtà." In relazioni sentimentali, dove il sentimento dovrebbe governare, mostrarsi per quello che si è e vedere se l'altro può combinarsi è cruciale per una storia d'amore appagante. Conclusione Nel rapporto di coppia, ma anche più nell'ambito delle relazioni in generale, iconoscere e capire quando e come applicare la tecnica della fuga è essenziale per evitare di incorrere in relazioni malate e potenzialmente tossiche. L'autenticità, la sincerità e il rispetto reciproco sono fondamentali per costruire un rapporto consolidato e sano. La fuga, se usata correttamente, può essere una parte del complesso puzzle delle dinamiche relazionali, ma deve sempre essere bilanciata con un sincero impegno emotivo e una comunicazione aperta per nutrire un legame duraturo. ### Cos'è l'agorafobia Cos'è l'agorafobia? Definizione e Origine dell'Agorafobia L'agorafobia è un disturbo clinico di natura ansiosa che, come suggerisce il nome, trova la sua origine del termine agorà (piazza in greco) e consiste nella paura non tanto di luoghi aperti come può magari suggerire il termine quanto di trovarsi in luoghi da cui è impossibile allontanarsi immediatamente o in cui è difficile, secondo la persona, poter ottenere aiuto nel caso di un attacco di panico. Prevalenza dell'Agorafobia: Dati e Statistiche È un disturbo che impatta circa il 2% delle donne e l'1% degli uomini, ha un suo esordio prima dei 35 anni ed è un disturbo che spesso, quasi nel 43% dei casi, è considerato secondario, cioè è connesso ad un altro disturbo clinico di natura ansiosa, come gli attacchi di panico. L'Agorafobia come Disturbo Secondario È secondario perché molto spesso viene sviluppato a seguito della sperimentazione di alcuni attacchi di panico e quindi la persona vive a fronte della memoria che ha degli attacchi di panico, una paura costante che questa cosa possa ricapitare e quindi riduce progressivamente i suoi gradi di autonomia. L'Impatto dell'Agorafobia sulla Vita Quotidiana Questi possono presentarsi nello stare nei luoghi affollati, nell’allontanarsi troppo dalla propria base sicura quindi da contesti conosciuti, dal viaggiare, dall’essere distanti e potenzialmente soli tant'è che il disturbo molto spesso si mitiga nel momento in cui la persona è insieme a delle figure di riferimento, da sola non riesce ad affrontare alcuni luoghi mentre nel momento in cui è accompagnata da una persona cara riesce, nonostante la fatica non sia zero, a vivere anche questo tipo di esperienza. L'Importanza dell'Intervento Terapeutico nell'Agorafobia Quindi le caratteristiche sono proprio queste, cioè la difficoltà di stare in luoghi affollati piuttosto che ampi da cui è impossibile sottrarsi con una certa velocità o comunque poter ottenere aiuto nell'immediato nel caso si dovesse star male, la riduzione e la limitazione e l'evitamento di questi posti tant'è che come accennato prima nell'agorafobia c'è una riduzione progressiva dei gradi di libertà, che sia questa primaria o secondaria, quindi sviluppata in seguito ad altri tipi di disturbi di natura ansiosa. Le Conseguenze dell'Agorafobia sulla Vita Sociale e Professionale La persona inizia ad evitare, difatti l'evitamento è un sintomo molto importante dei disturbi d'ansia, perché va a cronicizzarla e va a ridurre progressivamente l'autonomia stessa della persona, sino ad arrivare alla compromissione degli aspetti sociali e potenzialmente anche lavorativi del soggetto e che quindi si trova letteralmente impossibilitato a svolgere compiti e funzioni ad esso richieste, ad esempio dal suo contesto sociale o dalla sua attività professionale. È un disturbo che richiede necessariamente un intervento il più rapido possibile, poiché se l'anticipazione e l'evitamento sono due bestie nere dei disturbi ansiosi, in quanto vanno a cronicizzare immediatamente, l'agorafobia ne è caratterizzata in pieno, proprio perché la persona anticipa quale potrebbe essere il problema e di conseguenza evita di vivere alcuni tipi di esperienze, costringendosi ad una vita privata di alcuni stimoli inevitabilmente importanti. ### La gelosia si supera? “Dottore ma come si fa a superare la gelosia?”. Una domanda complessa ma in sintesi, per rispondere in maniera diretta, c'è da considerare questo: la gelosia è inevitabilmente una forma di insicurezza che in qualche modo, in funzione di quanto il nostro tasto gelosia è sensibile, risuona all'interno della relazione. Questo vuol dire che quando la persona gelosa chiede continuamente conferma, rassicurazione e approvazione da parte dell'altro nel tentativo di quietare questa gelosia c'è sempre da chiedersi perché c'è gelosia. C'è gelosia perché ci sono dei fatti oggettivi e concreti, delle caratteristiche o dei comportamenti dell'altro che risuonano male con noi o che sono oggettivamente portatori di gelosia, perché sono contraddittori? Ci sono stati degli episodi in passato in cui effettivamente la fiducia è stata tradita o magari ha rischiato di venir meno, a fronte di cose che sono state celate, e quindi c'è comunque una serie di informazioni che porta la persona gelosa a risuonare con questo tipo di comportamenti? O la gelosia è una gelosia di default, quindi indipendente dal comportamento del partner? Esistono infatti persone che provano gelosia di default, per problemi loro, per caratteristiche loro e non tanto in funzione del comportamento dell'altro quanto proprio in base alle proprie caratteristiche personali magari legate alle storie pregresse o all'infanzia. Una prima distinzione è da fare all'interno di queste due categorie, cioè se la gelosia che nasce lo fa a seguito di esperienze legate alla relazione con il partner o è già intrinseca all'interno della persona, e quindi in qualche modo il partner viene inondato da questa gelosia, che però è prima di tutto legata all'individuo, non necessariamente generata all'interno della coppia. Una volta disambiguato questo c'è da capire come muoversi: è chiaro che nel momento in cui ci si rende conto che è una cosa legata alla relazione, è necessario poterla affrontare, è necessario riuscire ad esprimere al proprio partner quali sono le caratteristiche, i comportamenti che in qualche modo vanno ad innescare il nostro loop di gelosia e chiedere spiegazione di questi, chiedere anche la modificazione di questi comportamenti; se invece è legata agli aspetti nostri privati più intimi allora si può fare un lavoro per riuscire a comprendere quali sono le origini, per non andare a rigettare all'interno della coppia le nostre insicurezze, andando anche a rischiare di rovinare il rapporto stesso. È chiaro che la gelosia non dovrebbe mai diventare una limitazione dei gradi di libertà della persona all'interno della coppia, cioè la gelosia non si risolve chiedendo continuamente rassicurazioni, manipolando il comportamento dell'altro e riducendo la libertà dell'altro diventando estremamente controllanti o estremamente richiestivi, perché questo determina inevitabilmente un impoverimento della relazione, un impoverimento della fiducia che non viene mai effettivamente ricostruita ma viene sempre e continuamente controllata. Quello che si dovrebbe fare, nel caso ci siano stati dei comportamenti che hanno suscitato una gelosia perché sono stati ambivalenti, sarebbe comprenderne le motivazioni, ripartendo poi con una base di buon senso e di beneficio del dubbio che magari porta alla discussione, porta al confronto ma basato sull'ascolto delle motivazioni che l'altro porta. Quello che non deve essere fatto è permettere alla gelosia di diventare un elemento di controllo all'interno della relazione, perché altrimenti ci troviamo inevitabilmente a vivere con promesse che vengono puntualmente disattese, ossia la promessa che tramite questo controllo un giorno smetterò di essere geloso/a, perché più si va avanti all'interno della relazione più ciò che si può potenzialmente perdere aumenta e quindi la paura cresce progressivamente in maniera proporzionale al tempo trascorso all'interno della relazione, perché più io mi trovo ad investire all'interno della relazione più potenzialmente ho paura di perderla. Se non affronto questa gelosia più il mio controllo aumenta e più progressivamente la relazione prosegue più questa poi si impoverisce. È importante capire questo, cioè se la gelosia arriva dalla relazione con il partner o arriva legata ad un’insicurezza propria o magari una combinazione delle due. Riuscire a comprendere quali sono i fattori in gioco è il primo passo anche per riuscire a risolverla. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Amicizia tra ex, è possibile? Possibilità dell'Amicizia tra Ex Dottore, è possibile mantenere un'amicizia dopo la fine di una storia d'amore? Una questione che spesso mi viene posta... È frequente, specialmente al termine di una relazione, che una delle parti esprima il desiderio di continuare a essere amica. Questa richiesta di rimanere amici merita una riflessione approfondita. Secondo me, stabilire un'amicizia post-romantica non è fuori dall'ambito del possibile, sebbene spesso si presenti come un percorso intriso di rischi. Tale affermazione si fonda sull'importanza di considerare due fattori cruciali: l'importanza che la relazione ha avuto e il tempo trascorso dalla sua conclusione. Questi elementi giocano un ruolo decisivo nella transizione da un legame amoroso a uno amicale. Il Processo di Transizione dalla Relazione all'Amicizia Per sviluppare un'amicizia dopo aver concluso una relazione amorosa, è essenziale trasformare i sentimenti romantici in legami amichevoli. Entrambi gli ex partner devono essere d'accordo su questo cambiamento e avere avuto abbastanza tempo per adeguare mentalmente la loro percezione reciproca. La possibilità di riuscire in questo intento dipende notevolmente da due fattori critici: quanto era profonda la relazione e quanto tempo è passato dalla sua fine. Una relazione intensa e significativa rende più complicato vedere l'altro non più come un partner amoroso, ma come un possibile amico futuro. La transizione dalla romantica condivisione di vita ad un rapporto basato esclusivamente sull'amicizia richiede, quindi, un accordo bilaterale e un cambio di prospettiva che non sempre è semplice da attuare. Fattori Che Influenzano la Possibilità di Amicizia Una persona che è stata parte significativa della nostra vita, con la quale abbiamo condiviso insegnamenti profondi e momenti memorabili, rimarrà sempre nel nostro cuore. Proprio per questa ragione, riconvertire il significato della loro presenza da romantico ad amicale è una sfida notevole. È qui che emerge la regola: più profonda e significativa è stata la relazione, minore è la probabilità di sviluppare un'amicizia genuina dopo la sua conclusione. Questi sentimenti sono inversamente proporzionali, poiché la profondità emotiva con cui si è vissuta la relazione può complicare la capacità di vedere l'ex partner in una luce puramente platonica. In contrasto, il tempo può avere un effetto quasi opposto. Il passare del tempo permette di elaborare e risolvere i sentimenti residui, offrendo la possibilità di andare avanti con la propria vita e di vedere le vecchie relazioni da una prospettiva nuova e meno carica. Quindi, se da un lato l'importanza emotiva della relazione passata può ostacolare la nascita di una nuova amicizia, il tempo può facilitare questo processo, permettendo agli ex di riscoprirsi come amici, liberi da vecchi legami sentimentali. Il Tempo e l'Amicizia A volte, il tempo che trascorre dopo la fine di una relazione può essere il catalizzatore per una nuova amicizia. Dopo un certo periodo, entrambi i partner possono aver cambiato sufficientemente la loro prospettiva, permettendo una rinnovata connessione come amici piuttosto che come amanti. Questo è un fenomeno assolutamente plausibile e spesso osservato. Considerate, per esempio, le prime relazioni amorose; dopo anni, quando ci si ritrova a causa delle vicissitudini della vita, si scopre che queste persone, che un tempo occupavano un ruolo sentimentale, ora sono viste con affetto ma senza desiderio romantico, trasformandosi in buoni amici. In questo contesto, il tempo non agisce come un fattore inversamente proporzionale alla possibilità di sviluppare un'amicizia, ma piuttosto come un elemento che aumenta questa probabilità. Più tempo passa, più è probabile che ex partner riescano a superare i vecchi sentimenti romantici e a stabilire un legame amichevole, liberato da passate complicazioni emotive. Conclusione e Riflessioni sulla Difficoltà dell'Amicizia tra Ex Quindi, possiamo concludere che, mentre il tempo può effettivamente favorire la transizione verso un'amicizia, l'importanza passata della relazione tende a complicare questo processo. Il tempo aiuta a guarire le ferite e a distanziare i sentimenti che un tempo erano intensi, rendendo più accessibile l'amicizia. Tuttavia, ci sono delle eccezioni. È possibile che, in certi casi, l'amicizia emerga immediatamente dopo la conclusione della relazione. Questo può avvenire, per esempio, quando due adulti scoprono di essere più compatibili come amici che come amanti, anche durante la relazione. In questi casi, la transizione dall'amore all'amicizia può avvenire rapidamente, chiudendo la relazione con una certa celerità e dando vita a un'amicizia che si rivela la forma più adatta e naturale per il loro legame. Tuttavia, tentare di instaurare subito un'amicizia può anche rivelarsi rischioso se non esiste una vera comunione di intenti. Talvolta, chi prende l'iniziativa di chiudere la relazione può proporre l'amicizia sia per un sincero interesse verso tale tipo di legame sia per alleviare il senso di colpa nei confronti dell'ex partner. La parte che viene lasciata, invece, potrebbe aggrapparsi all'idea dell'amicizia, alimentata dalla speranza, talvolta segreta, di rinnovare il rapporto amoroso. Questo può generare un circolo vizioso di attese non corrisposte, dove chi è stato lasciato rimane ancorato a un passato irrecuperabile, mentre l'altro prosegue la sua vita. Una tale situazione può diventare estremamente dolorosa e devastante, in quanto la persona che ha terminato la relazione potrebbe a lungo sentirsi in colpa, realizzando solo in seguito i veri desideri dell'altro. Chi invece si ritrova in questa amicizia non ricambiata e forzata, si illude di mantenere un legame, pur vivendo una sorta di menzogna dolorosa verso sé stesso e verso l'altro, nella speranza che le cose possano cambiare. In conclusione, mentre la relazione sentimentale può effettivamente evolvere in un'amicizia, è essenziale considerare attentamente i fattori come l'importanza passata della relazione e il tempo trascorso, che influenzano direttamente la probabilità e la qualità di questa nuova dinamica. ### Tornare con l'ex “Dottore, dovrei tornare col mio ex?”. Questa è un'altra domanda che mi viene spesso fatta ed è un argomento spigoloso, perché ci sono rischi da ogni fronte. Ci si trova in una situazione potenzialmente esplosiva, anche perché ci sono tanti diversi fattori da dover considerare in una relazione di coppia. Tornare con l'Ex: Opinioni Contrapposte C'è il detto per cui “la minestra riscaldata non è buona”, e c'è chi invece sostiene che tornare con un ex può dare una seconda possibilità ad un rapporto. Queste idee, spesso, anche all'interno della stessa persona, possono variare quando si pensa, si teorizza o si ipotizza il potersi trovare in questa situazione. Le emozioni spiacevoli e le sensazioni forti possono influenzare le decisioni su cosa fare in un ritorno di fiamma. Il Principio del Tradimento È la stessa cosa che succede con il tradimento. Molte persone dicono “ah se io dovessi essere mai tradito/a interromperei la relazione e non avrei più nulla da spartire con questa persona”, ma poi, trovandosi in questa situazione, scelgono di non interrompere la relazione. Tornare con l'ex si basa sul medesimo principio. È chiaro che sono molto più comuni e conosciute le situazioni in cui il ritorno con l'ex è stato deleterio, conducendo a cicli di abusi e relazioni tossiche. Esempio di Frida Kahlo e Diego Rivera Ci sono degli esempi illustri, come quello di Frida Kahlo e Diego Rivera. Rivera tradisce Kahlo con sua sorella, e Kahlo chiede il divorzio, salvo poi tornare un anno dopo insieme e risposarsi. Questo ritorno di fiamma innesca nuovamente tutto il sistema precedente, che si è rivelato deleterio per entrambe le parti. Decidere se Tornare con l'Ex o No Quindi tornare o non tornare con un ex? Per capire se è realmente possibile o meno rimettersi in gioco e dare un'altra opportunità ad una relazione finita, non c'è ovviamente una regola assoluta, ma ci sono dei principi e delle considerazioni che devono essere ben tenute a mente. Motivazioni alla Base Ad esempio, bisogna cercare di comprendere il reale perché del desiderio di dare una seconda possibilità ad una vecchia relazione che già in passato è arrivata alla rottura. È perché mi sento solo/a e ho paura di non riuscire più a trovare nessuno? Faccio un compromesso con me stesso/a, perché mi manca la presenza ma non mi manca la persona in sé? È più importante per me avere accanto qualcuno, chiunque, anche quella persona con cui la relazione passata ha riservato brutte sorprese, piuttosto che cercare di creare un'altra relazione sana, sperando nell'incontro con una nuova persona. Se le motivazioni alla base della ipotetica nuova relazione sono queste, allora molto verosimilmente tornare con l'ex porterà ad un'altra rottura. Seconda Possibilità per un Cambiamento Diverso è se si vuole dare una seconda chance ad una persona nel momento in cui si ritiene che sue vecchie modalità che non funzionavano, quelle alla base della rottura, possano essere cambiate. Quante volte si prova a ricostruire una relazione con un ex partendo dal presupposto che abbia promesso di esser cambiato/a, salvo poi ritrovarsi ad affrontare le stesse vecchie questioni passate e degenerare. Di fatto, nel momento in cui si torna con un/una ex a fronte della condizione sine qua non come ad esempio “mi serve che tu trasformi queste cose, perché questa cosa non può funzionare all'interno della nostra relazione”, occorre del tempo. Sono poche le relazioni che sono in grado di trasformarsi in poco tempo e soprattutto su richiesta. Trasformazione Intrinseca La trasformazione è possibile quando è intrinseca, quindi quando inevitabilmente in funzione dell'evoluzione personale ci troviamo nuovamente trasformati e a quel punto magari siamo in grado anche di ricominciare una relazione su basi nuove. Non si può essere mai sicuri di una trasformazione da parte del partner, finché non si inizia nuovamente una relazione equilibrata. Altrettanto vero è che i cambiamenti lampo non esistono, quindi le promesse sul “ti giuro che sono cambiato/a” tendenzialmente lasciano il tempo che trovano e poi portano ad un secondo naufragio. Relazioni con Ex Storici Esistono anche altre possibilità, ad esempio quella di tornare con l'ex storico o con l'ex con cui si è stati tanti anni prima. In questo caso, la relazione è molto diversa, è una nuova relazione. Quindi, ho avuto questa frequentazione, magari neanche particolarmente importante, perché quando eravamo ragazzi ci siamo conosciuti e frequentati. Dopodiché, è passato del tempo e ognuno di noi ha costruito la propria vita e la propria storia e poi ci rincontriamo dopo tanti anni e riscopriamo un amore che non ha niente a che fare con quello che abbiamo vissuto in precedenza e ci scopriamo nuovamente innamorati. L'Importanza della Chiusura Reale Questa è una relazione con un ex che può funzionare, perché è passato molto tempo e c'è stato il tempo reciproco di trasformarsi, poi potenzialmente riscegliersi. Per tornare effettivamente con un ex, l'altro deve essere reso tale. Questo è un fattore importantissimo da considerare: quando si dice tornare con l'ex, esso/essa deve essere effettivamente un ex. Cioè, la relazione deve essere effettivamente chiusa, ci si deve essere detti reciprocamente che la relazione è finita e lo si deve reciprocamente credere. Tante volte quando si dice “sono tornata col mio ex/sono tornato con la mia ex” è perché in realtà si è innescata una guerra di logoramento in cui io faccio una cosa, tu ne fai un'altra, ci siamo effettivamente lasciati, frequentiamo altre persone ma ci sentiamo comunque connessi l'uno con l'altro e questo filo che ci unisce non è mai stato definitivamente reciso. Fino a quando poi i segnali più o meno diretti che reciprocamente ci inviamo ci portano nuovamente ad un'unione: questo non è tornare con l'ex, questo è essere in una battaglia di posizione, in una situazione in cui di fatto ci costruiamo attorno l'infelicità, da un lato per la tristezza e la fatica di una relazione che non è stata chiusa come si sarebbe dovuto fare e dall'altro per l'impossibilità di aprirci nuovamente ad una nuova relazione. Conclusione: Condizioni Necessarie Tornare con un ex prevede che l'ex sia effettivamente tale e che quindi ci siamo messi nella condizione totale di poterlo o poterla perdere. Di conseguenza, abbiamo costruito altri pezzi della nostra vita prima di rincontrarlo/a. Questo è il motivo per cui quando si torna con un ex col quale si è stati magari 5, 6, 7, 10 anni prima, di fatto, è una nuova relazione. Quando si ritorna insieme dopo poco tempo, pochi mesi, pochi giorni, poche settimane, allora lì non è una relazione interrotta, quella è stata semplicemente una relazione in crisi. Tornare con l'Ex: Possibilità e Rischi Quindi tornare con l'ex è sì possibile, a patto che sia effettivamente un ex. Tutto il resto fa parte delle difficoltà e dei turbamenti relazionali. Interrompere la reazione solitamente viene visto come una strategia, come un modo anche per dare un significato relazionale comunicativo all'altro. Ma se viene utilizzato in maniera strumentale e strategica anche per poter in qualche modo far sì che l'altro cambi per poi poterlo riprendere, l'esito diventa inevitabilmente fallimentare. Uguale se il ritorno con l'ex è legato alla nostra paura di rimanere da soli, paura di non trovare più un partner, paura di non essere all'altezza, paura di ricominciare d'accapo, paura del giudizio sociale, abitudine, compromesso. Anche in questo caso ci si condanna inevitabilmente ad una relazione triste e potenzialmente volta ad un secondo naufragio. Percorso di Terapia Infine, intraprendere un percorso di terapia può essere una scelta saggia per chi considera il ritorno con un ex. La terapia può aiutare a esplorare gli aspetti della relazione, rispondere a domande cruciali, e capire se il ritorno di fiamma può portare a una relazione duratura e sana. ### Gelosia per un ex “Dottore, perché provo gelosia per il mio ex o perché quando capita di rincontrarsi talvolta c'è quell'emozione strana?”. Questa è la domanda diretta che mi è stata posta: “Ho incontrato il mio ex di qualche anno fa con un'altra persona e ho provato qualche emozione, non era sicuramente voglia di riaverlo indietro, però era un qualcosa di simile alla gelosia”. La risposta non è semplice però la metafora della casa può essere funzionale: quando iniziamo una relazione e poi stiamo con una persona inevitabilmente ci trasformiamo, ci completiamo a vicenda, cresciamo a vicenda. Piano piano è come se iniziassimo ad acquisire delle competenze e delle esperienze, delle qualità e quando poi questa relazione si interrompe queste competenze, qualità ed esperienze devono essere in qualche modo ricollocate, un po’ come avviene quando si cambia casa durante il trasloco. Si sa è uno dei momenti più delicati nella vita di una persona, però succede la stessa identica cosa: noi abitiamo una casa, piano piano la arrediamo, la sentiamo nostra, ci mettiamo dentro i nostri ricordi, le nostre esperienze, i nostri soprammobili, i nostri oggetti. Quando vogliamo cambiare casa dobbiamo inevitabilmente liberarci di quella precedente e quindi decidiamo di portare alcune cose con noi, altre cose che invece ci interessano meno o che addirittura per noi sono importanti ma capiamo di non potere andare a ricollocare altrove le lasciamo lì e poi ci muoviamo anche felici, sappiamo che è la scelta giusta, sappiamo che cambiare casa fa parte del nostro processo di vita e anche della nostra evoluzione, però lasciamo parte di noi in questa casa e altre parti le ricollochiamo, cioè ridiamo loro un altro tipo di significato. È chiaro che lo stesso soprammobile in due case diverse assumerà un significato con delle sfumature diverse e la stessa cosa avviene con le relazioni. Non vuol dire che provare questa sensazione quando si incontra l'ex voglia dire necessariamente “voglio tornare con lui/lei” semplicemente ci rendiamo conto di come ora quella che è stata per tanto tempo la nostra casa è abitata da altri che hanno trovato i nostri oggetti dentro, hanno trovato i nostri segni sul muro, hanno trovato i detersivi sotto al lavandino, perché noi li abbiamo lasciati lì mentre stavamo traslocando. Quando ci spostiamo siamo felici, siamo entusiasti, siamo curiosi, abbiamo voglia di vivere questa nuova casa (o questa nuova relazione) è chiaro che però quando scopriamo che qualcosa è successo all'interno delle vite dei nostri ex partner allora inevitabilmente ci sentiamo tirati in causa. Definirla gelosia, piuttosto che la volontà di tornare insieme è incorretto, è semplicemente nostalgia, o meglio un mix tra le due cose, per cui uno è anche curioso di cercare di capire se le cose che un tempo sono state sue sono attualmente trattate bene, sono felici, sono in ordine e quindi inevitabilmente se l'ex di turno se la stia passando bene, è felice, che fine ha fatto, cosa è successo nella sua vita. Questo è il motivo per cui talvolta quando si scoprono delle notizie riguardanti i nostri ex in qualche modo ci sentiamo tirati in causa ma non vuol dire voler tornare insieme, vuol dire semplicemente capire di che colore sono diventate le pareti e se la nostra vecchia casa è di fatto in buone mani. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Seregno oltre che in provincia di MB, Lecco e Como. Dirigo uno studio di psicologia a Seregno oltre che in provincia di MB, Lecco e Como. ### Disturbo da ansia da separazione Parliamo del disturbo da ansia da separazione, che consiste in una forte agitazione e preoccupazione nel doversi allontanare da persone riconosciute come significative per sé o da contesti particolarmente significativi o considerati protettivi, come ad esempio l'ambiente domestico. È diverso dall’ansia da separazione, perché essa è una fase particolare che è prevista nello sviluppo della persona, quindi tutti i bambini, ad un certo del loro processo di sviluppo, provano ansia da separazione ad esempio nei confronti della madre o del padre o di qualunque altra figura di attaccamento. Il disturbo d'ansia da separazione non ha necessariamente a che fare solo con l'infanzia ma è sviluppato anche in giovane età adulta, quindi tarda adolescenza, e poi perdura fino a che poi non viene trattato con un percorso di psicoterapia per il resto della vita ma non è riconducibile alla tappa di sviluppo che prevede l'ansia da separazione, è proprio un disturbo che poi ha a che fare con l’ansia da separazione, cioè l’incapacità della persona di allontanarsi dalle figure di riferimento o da dei luoghi di riferimento, come ad esempio l'ambiente domestico. Questo porta con sé tutta una serie di disagi e di agitazione, può suscitare degli attacchi di panico, può suscitare dei problemi gastrointestinali, può suscitare cefalee, mal di stomaco e tutta una serie di somatizzazioni che vanno a testimoniare il malessere della persona nell’allontanarsi o da persone o da luoghi di riferimento. L'incidenza è abbastanza alta, infatti viene stimato che nel corso della vita adulta circa il 7% della popolazione soffre per un periodo di questo disturbo. Le cause possono essere molteplici, ambientali, traumatiche o aver a che fare proprio con l'aspetto relazionale del tessuto nel contesto sociale all'interno del quale si è cresciuti, quindi con i genitori particolarmente protettivi o genitori particolarmente ansiosi, come può anche essere legato ad alcuni traumi che possono essere stati vissuti nel corso della vita e che hanno lasciato questo come effetto. L'intervento che viene consigliato è una psicoterapia che serve e dovrebbe essere rivolta non solo a comprendere quali possono essere le cause del disturbo quindi quali sono gli effetti e gli eventi scatenanti di questo tipo di disturbo, ma orientata soprattutto all’autonomizzazione, all'indipendenza della persona. È chiaro che ci può essere anche un’oscillazione di questo disturbo nel corso della vita, legato non solo a momenti particolari della vita ma anche ad esempio all'agire o il vivere determinati tipi di contesti quindi ci può essere un’ansia da separazione in alcuni contesti mentre in altri questa può essere mitigata, sia quando ci si allontana da un luogo considerato sicuro e protetto, sia quando ci si allontana dalle proprie figure di riferimento e di attaccamento. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Come si ricomincia dopo la fine di una relazione “Dottore ma come si fa a superare una relazione, come si fa ad andare avanti, come posso ritrovarmi, come posso ricostruirmi, cioè come posso davvero mettermi alle spalle una relazione?”. È una domanda complessa a cui rispondere ma riassumendo ci sono tre fasi, che vanno dall’interruzione di una relazione alla riscoperta, alla rinascita e quindi alla capacità di stare nuovamente bene e rimettersi in gioco all'interno dell'universo relazionale sentimentale. Queste fasi sono: il lutto, la riscoperta e la rinascita. Il lutto è la fase di rielaborazione, di pensiero, di giustificazioni, di motivazioni, di accuse, di dolore che è presente sia nel momento in cui siamo stati noi ad interrompere la relazione sia nel momento in cui è stato l’ex partner, nonostante noi non fossimo d'accordo o avremmo dato ulteriore speranza o vita alla relazione. Questa fase è fatta di rifiuto, di negazione, di compromessi, di contraddizioni, di richieste di  spiegazioni e ci sono dei grandi tumulti interni, che portano ad una fase auspicabile di accettazione dello stesso, cioè della presa di atto di coscienza di ciò che è accaduto e quindi di cosa effettivamente non ha funzionato, indipendentemente che l'altro sia stato in grado o meno di darci delle motivazioni (queste per un vero superamento del lutto arrivano da noi stessi, quindi nella messa in discussione di noi stessi e da un'analisi conscia e lucida della relazione che è stata e quindi di cos'è che effettivamente per me e per l'altro non ha funzionato). Richiede un periodo di circa sei mesi ma dipende tantissimo da quanto è stata importante la relazione, che significato ha avuto, quanto è durata quindi quanto ci si sia trasformati con essa. Superato il lutto c’è la fase di riscoperta: la persona si sente cresciuta e cambiata e quindi da un lato c'è una parte di dispiacere e magari di ansia, di agitazione nell'idea di non riuscire più a trovare e provare queste sensazioni, trovare qualcuno che poi sia così capace effettivamente di valorizzare queste parti ma si inizia anche a considerare tutte quelle parti di sé che in quella relazione hanno effettivamente trovato spazio o che magari non sono state coltivate e quindi ci si apre al mondo, ci sono dei tentativi nuovi, si cambia e si inizia a provare un qualcosa di nuovo, si cambia registro comunicativo, si iniziano a fare delle cose che magari in passato non ci si era mai concessi, ci si trasforma, si conoscono nuovi tratti e nuove parti di sé e quindi si aumenta il ventaglio di possibilità, si aumenta il ventaglio di esperienze, si aumenta l'insieme di sfumature; soprattutto quando si esce da una relazione lunga ad un certo punto quando si innesca, è come se si tornasse a respirare, tutto diventa un po’ più colorato, perché le marce che possiamo utilizzare in campo relazionale, non necessariamente sentimentale, ci rendiamo essere molto più ampie e molto più numerose di quanto invece erano quelle che utilizzavamo all'interno  della relazione. La novità può manifestarsi in mille modi: esperienze, il registro comunicativo, quello relazionale, l'atteggiamento che viene utilizzato spesso questo consiste anche in una maggiore leggerezza, spontaneità o mettere al centro se stessi, che poi per quanto possa sembrare egoistico invece diventa spesso un catalizzatore per altri potenziali futuri partner. In ultimo la rinascita, ossia la possibilità, la volontà, il desiderio, che progressivamente nasce di riaprirsi ad una nuova relazione, perché questo nostro nuovo atteggiamento determinato e agito all'interno della riscoperta porta ad attrarre nuovi potenziali partner, nuove persone che vogliono conoscerci, che vogliono passare il loro tempo con noi e qui noi dobbiamo essere capaci non solo di portar noi stessi e quindi farci conoscere e conoscere l'altro ma soprattutto di non dimenticarci di parti di noi stessi e di quelle nuove parti di noi che abbiamo riscoperto successivamente alla fase del lutto e che abbiamo necessità di coltivare, quella parte o quelle parti di noi alle quali non siamo più disposti a rinunciare. Questi possono essere degli spunti per capire in che momento ci si trova a seguito dell'interruzione della relazione e quindi quanto manca anche per poter ritrovare, riscoprirci, ripartire anche con una relazione che inevitabilmente sarà più matura, poiché ricordiamoci che le relazioni passate non devono essere cancellate, devono essere utilizzate per rendere le relazioni future più significative, più piene, più sane. ### Perché odio ciò che mi ha fatto innamorare di te “Dottore, perché quando ci innamoriamo di qualcuno e lo vogliamo fare entrare nella nostra vita ci sono delle cose di lui o di lei che ci attraggono queste talvolta, quando poi la relazione giunge al termine, diventano anche le motivazioni dell'interruzione stessa della relazione? Perché ciò che mi fa scegliere una persona poi può anche diventare il motivo per cui io interrompo la relazione con lei/lui?”. Le persone si scelgono e inevitabilmente vengono attratte l'una all'altra in funzione dei bisogni specifici che hanno in quella situazione, in quel momento di vita, nel momento di vita in cui si incontrano e ciò che ognuno di noi  vede nell'altro in qualche modo risuona in se stesso e quindi genera attrazione: questa attrazione e la soddisfazione di questi bisogni stanno alla base del legame. Non è detto però che stando insieme, facendo un flash forward, le persone poi continuino a mantenere il medesimo bisogno; molto spesso, le persone, proprio in funzione del loro cambiamento, si trasformano reciprocamente e quindi poi la capacità di stare insieme, di mantenere un legame, è proprio legata alla capacità di modificarsi all'unisono, quindi costruendo e creando un progetto di coppia. Quando il progetto di coppia è impedito dai bisogni soddisfatti in origine, si ha il paradosso per il quale il motivo per cui o i motivi per cui ti ho scelto/ci siamo scelti diventano anche quelli che ci impediscono di proseguire la relazione. Prendiamo come esempio la storia di Elisa, nome di fantasia, giovane donna di 30 anni che esce dalla sua prima relazione importante con Marco, con il quale è stata per circa nove anni, quindi dai 21 ai 30 circa; ha recentemente interrotto questa relazione, al di là che fosse la prima e quindi in un qualche modo non sapeva bene cosa aspettarsi, perchè è cambiata tanto dai 21 ad oggi ma anche perché sentiva una certa costrizione, una noia latente, talvolta la relazione veniva percepita come una gabbia: lei vuole ancora molto bene a Marco e anche lui le vuole ancora molto bene. Marco era probabilmente la persona perfetta per crescere una famiglia, una persona responsabile, un ragazzo con la testa sulle spalle, di sani principi, che ha dei valori, però era anche diventato estremamente noioso, monotono, come se il loro progetto di coppia fosse già completamente scritto. Le famiglie sapevano che cosa aspettarsi, non c'era un minimo di possibilità di uscire dai binari e Marco, per quanto appunto fosse anche una persona amorevole e alla quale Elisa è ancora molto legata, era diventato statico e aveva già definito tutto, aveva perso la capacità di sorprenderla e spesso la dava per scontata, come se il loro futuro fosse già stato inciso nella pietra. Ma Elisa non voleva tutto questo, Elisa aveva bisogno di scegliere il proprio futuro, ricontrattando anche le scelte fatte in passato, aveva bisogno di libertà e di ossigeno, di fare delle nuove esperienze e aveva bisogno di conoscersi meglio attraverso queste nuove esperienze, quindi non solo all'interno delle relazione ma molte scelte che faceva o sentiva di dover fare per la sua vita venivano osteggiate (un cambio di lavoro, iscriversi ad un corso), perché queste potevano andare a compromettere, incrinare o generare una deviazione dal binario che Marco e tutto il circondario familiare avevano definito per lei e per loro e allora la relazione si interrompe, si scarica, si svuota. Non c'è un conflitto vero e proprio, però c'è questo bisogno di Elisa di cambiare e di conoscersi e scoprirsi meglio, quindi interrompe la relazione con Marco ma rimangono comunque in buoni rapporti e viene attratta in maniera fortissima da Giovanni, che invece è una persona completamente diversa. Anche Giovanni è suo coetaneo, però molto più libero, molto più fresco, molto più spontaneo, capace di vivere il qui e ora e non appesantire tutto con progetti eccessivi. Elisa ha sempre pensato di desiderare dei figli in futuro, però non si era mai posta davvero la domanda “li voglio o non li voglio?”, cioè li desiderava perché si immaginava che quella sarebbe stata la naturale evoluzione di un percorso di coppia, Marco era diventato progressivamente sempre più incalzante e lei in quel momento non si sentiva pronta. Giovanni era completamente diverso, Giovanni è più libero, più capace anche di assecondare questo bisogno di libertà personale che Elisa esprimeva e aveva bisogno di esprimere. Iniziano a frequentarsi e la relazione è estremamente leggera, non nel senso che non sa di niente, ma  nel senso che è libera, che permette queste espressività, permette delle esperienze, permette ad Elisa di uscire serenamente con le sue amiche, senza che questo possa diventare un problema, così come Giovanni fa con i suoi di amici. Diventa tutto molto più maturo, perché ognuno è in grado di affermare la propria indipendenza e la propria autonomia ma al tempo stesso di riscegliere continuamente l'altro senza darlo per scontato, cosa che invece nella relazione con Marco capitava. La relazione va avanti e dopo qualche anno decidono anche di andare a convivere, comprano casa e fanno progressivamente tutta una serie di passi avanti e scelgono di diventare genitori o comunque di iniziare a cercare un bambino. Qualcosa si incrina e il problema non è ovviamente la volontà di diventare genitori, quanto il fatto che non ci sia stato uno switch da parte di Giovanni, come invece è avvenuto in Elisa, cioè questo bisogno di libertà che nell'altra relazione non era coltivato, nella relazione con Giovanni lo è ma ad un certo punto la libertà o il desiderio di Giovanni di mantenere statico questo desiderio o bisogno di autonomia mal si combina con le responsabilità che una famiglia o la costruzione di una famiglia prevedono. Anche Giovanni desidera diventare genitore però non è disposto a ricontrattare i propri bisogni, nonostante che a parole dica ”sì è una cosa che voglio, si è una cosa che desidero e desidero fare con te” dall'altro non cambia, dall'altro è inaffidabile, dall'altro alcuni momenti che ad esempio dovrebbero essere passati in coppia lui preferisce passarli da solo, si aspetta che Elisa capisca questo suo bisogno. Di fatto Elisa lo capisce, ma Giovanni delega a lei delle responsabilità, che inevitabilmente sono reciproche, sono della coppia e quindi Elisa da un certo punto si sente nuovamente sola: se nella relazione con Marco si sentiva sola, perché schiacciata, con Giovanni si sente sola, perché si sente incompresa; è si libera, può fare qualunque cosa senza dovere rendere troppo conto senza che questo poi diventi argomento di tensione, lo stesso Giovanni le dice “io non voglio che tu per questi nostri progetti rinunci alle tue libertà”, però poi di fatto la realtà e i bisogni mal si incastrano e quindi in questo momento ciò che ha più attratto Elisa a Giovanni, questa libertà, questa capacità di esprimere la propria autonomia, la propria indipendenza diventa anche la croce della relazione, perché si trasforma in inaffidabilità, in incapacità di progettare e nell’incapacità di poter percorrere appunto all'unisono il percorso che entrambi dicono di aver scelto per la propria coppia. Qui Elisa si trova a vivere una seconda crisi relazionale, non più con Marco ma con Giovanni, e non riesce più a capire perché di Giovanni ciò che l’ha catturata è sempre stato questo tratto, ora questo aspetto diventa intransitivo riguardo ai progetti che la coppia dice di avere e quindi si trova nuovamente di fronte ad una scelta. Questo è un esempio sufficientemente rappresentativo ed esplicativo di come le caratteristiche che ci attraggono di un partner talvolta, nel momento in cui la relazione finisce, o potenzialmente viene messa in crisi, diventano anche le motivazioni che determinano proprio questa crisi poiché diventano intransitive con la progettualità e i progetti che la coppia pone a se stessa. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Il no contact È la cura per un cuore spezzato o un semplice silenzio carico di parole non dette? Il "no contact" è un termine che riecheggia nei corridoi delle rotture moderne. Originariamente pensato come una strategia per guarire dopo una relazione finita, il suo significato si è espanso per comprendere una vasta gamma di situazioni interpersonali. In questo articolo, ci addentreremo nell'essenza del no contact, analizzandone gli scopi e le situazioni in cui si rivela una tattica efficace. Certi legami, invece di elevare lo spirito, lo imprigionano in dinamiche dannose. Il no contact si propone come barriera contro le tossicità relazionali, la dipendenza affettiva e l'abuso emotivo. Esploreremo come questa pratica possa non solo aiutare a sanare vecchie ferite ma anche a ritrovare la propria autonomia emotiva. Tuttavia, non è una soluzione universale e talvolta può complicare le cose, come quando gli amici in comune diventano un campo minato di potenziali incontri. Discuteremo quando il no contact non riesca nel suo intento e quali strategie possiamo adottare per superare gli ostacoli più comuni. Intraprendiamo insieme questo viaggio nelle dinamiche del silenzio scelto e scopriamo se il no contact è la chiave per riappropriarsi della propria vita emotiva. Cos'è il no contact Il "no contact" è una tattica di distacco emotivo spesso impiegata per concludere definitivamente una relazione ritenuta dannosa o tossica. La sua applicazione comporta il taglio di ogni tipologia di contatto con l'ex partner, che può comprendere messaggi di testo, chiamate telefoniche, interazioni sui social media e incontri fisici. L'adozione di questo metodo può essere indispensabile in situazioni dove dialogare non si è rivelato efficace e la propria serenità risulta compromessa da dinamiche relazionali negative. Il proposito principale del no contact è porre un confine inequivocabile, bloccando ogni tentativo di comunicazione da parte dell'individuo da cui ci si vuole distanziare. Spesso ciò si traduce nel bloccare il numero telefonico dell'ex partner, rimuoverlo dagli amici o seguaci sui social e, in alcuni casi, evitare luoghi in cui si potrebbe incrociare. Mentre il no contact può emergere come una strategia manipolativa per indurre una reazione nell'altra persona, è cruciale che sia praticato con l'intento di proteggere la propria salute mentale e emozionale, anziché come mezzo per esercitare controllo o influenzare l'altro. Definizione del concetto Il no contact si può definire come una deliberata scelta di non intrattenere alcuna forma di comunicazione con una persona precedentemente vicina, in particolare un ex partner. È una misura spesso adottata al fine di preservare il benessere emotivo individuale, specialmente in presenza di una relazione caratterizzata da elementi di narcisismo, invadenza o manipolazione. L'aspetto chiave di questa strategia risiede nel riconoscere e stabilire un confine personale, con l'intento di favorire un processo di disintossicazione emotiva e mentale. Il no contact è considerato un periodo di riflessione e crescita personale, nel quale ci si allontana consapevolmente da un passato relazionale dannoso per ricostruire la propria autostima e identità al di fuori di esso. Scopo del no contact L'obiettivo primario del no contact è fungere da pietra angolare nel cammino di recupero e disintossicazione emotiva da una relazione passata. Implementare il no contact significa scegliere attivamente di dedicarsi alla propria guarigione, interrompendo qualsiasi forma di dipendenza affettiva o emozionale dalla persona in questione. È una fase che permette di riacquistare chiarezza mentale e diminuire la confusione emotiva che spesso accompagna le dinamiche di una relazione tossica. Coloro che adottano questa strategia si prefiggono di rigenerare le loro energie emotive, focalizzandosi sul proprio sviluppo personale anziché rimanere attaccati a una realtà relazionale che non offre più benessere. Il no contact diviene così una scelta strategica per rafforzare la propria indipendenza emozionale e soccorrere se stessi dall'agonia pura che può derivare da relazioni insalubri. L'assenza di contatto libera spazio per riflessioni personali, apre la porta a nuove relazioni basate su un maggior equilibrio affettivo, e allo stesso tempo, può trasmettere un messaggio definitivo all'ex partner sul desiderio di non perseverare in legami dolorosi. Affiancare questa scelta con un supporto emotivo, come quello offerto dagli amici o da professionisti, può contribuire ad affrontare più efficacemente il percorso di riconquista della propria serenità e felicità. Il no contact funziona? Il no contact si rivela un'approccio vincente quando si percepisce la necessità di proteggere se stessi da una relazione in cui predominano manipolazioni e interferenze dannose. È particolarmente efficace nel momento in cui si prende consapevolezza di trovarsi all'interno di una relazione tossica che incide negativamente sulla propria stabilità emotiva e cognitiva. Attuando questa strategia, si interrompe definitivamente ogni forma di contatto con un partner che si rivela nocivo, sia per preservare il benessere personale che per cessare il ciclo di speranze illusorie. Il no contact può segnare l'inizio di un percorso di crescita personale, spegnendo aspettative vane e guidando verso una efficace guarigione emotiva. Relazioni tossiche: come il no contact può aiutare In relazioni caratterizzate dalla presenza di un partner narcisista o manipolatore, il no contact si dimostra una strategia cruciale per porre fine a dinamiche relazionali disfunzionali. L'interruzione completa di ogni tipo di comunicazione include bloccare l'ex su ogni piattaforma di social media, non rispondere a telefonate e messaggi testuali. Implementando fermamente il no contact, si ristabilisce il controllo personale sulla propria vita, si agevola il processo di guarigione emotiva e si riducono stress e ansia che spesso accompagnano la relazione tossica. Rispettare rigorosamente il no contact richiede una forte disciplina personale, ma è essenziale per garantire benefici profondi e a lungo termine per la salute mentale e il benessere emotivo. Dipendenza affettiva: come il no contact può favorire la guarigione Il no contact è una tattica di difesa dall'abuso affettivo, la quale fornisce il tempo e lo spazio necessari per guarire dopo una relazione dannosa. Durante questo periodo, si può intraprendere un viaggio interiore e di autoscoperta, essenziale per ricostruire basi più solide per il futuro. È un'opportunità per chi ha vissuto una dinamica di abuso emotivo di interrompere la catena di manipolazione e comportamenti abusivi, tutelando la propria salute mentale. Questo tipo di distacco non mira a punire l’altra parte, bensì a fornire una protezione necessaria e a riaffermare il controllo sulla propria esistenza lontano da relazioni e contesti tossici. Abuso emotivo: come il no contact può proteggere la vittima Quando una persona subisce un abuso emotivo, il no contact diventa uno strumento essenziale per interrompere il contatto con chi ha esercitato abusi psicologici. Eliminando qualsiasi forma di comunicazione con l'abusante, si impedisce che questi possa continuare a esercitare il proprio potere distruttivo e manipolativo. Il no contact può abbracciare diversi canali di contatto, come email, messaggi di testo e interazioni sui molteplici social network. Inoltre, se l'abusante è un membro della famiglia o un ex con cui condividere figli, questa pratica può essere modulata per includere solamente le comunicazioni indispensabili. Il fine ultimo del no contact non è vendicativo, ma protettivo, con l'obiettivo primario di preservare la vittima da ulteriori danni emotivi e contribuire alla sua ripresa psicologica. Quando non funziona Il no contact non è una soluzione universale e può non essere l'approccio giusto per tutti. Le persone che vivono una condizione di fragilità emotiva o che sono già in una situazione di vulnerabilità possono trovarsi ad affrontare difficoltà maggiori se applicano il no contact. La paura dell'abbandono può intensificarsi, generando ulteriori problemi psicologici. Inoltre, se chi è soggetto al no contact è un narcisista, il non rispetto di questa regola può innescare reazioni aggressive o vendicative. Infatti, l'ex partner potrebbe interpretare ogni tentativo di riavvicinamento come un'occasione per esercitare ulteriore controllo e manipolazione. Mantenere un isolamento completo, compresa la resistenza a visualizzare i profili social dell'ex, è cruciale per l'efficacia del no contact e per valutare con lucidità le prospettive future della relazione. D'altra parte, la fermezza e la coerenza nell'applicazione del no contact sono fondamentali per evitare la ricaduta nei vecchi schemi emotivi e comportamentali. Amici in comune: complicazioni nel mantenere il no contact La presenza di amici in comune può costituire un ostacolo nel mantenere il no contact. Questi amici possono diventare, involontariamente, canali attraverso cui filtrano notizie o aggiornamenti riguardanti l'ex, risvegliando la curiosità e la tentazione di riprendere contatto. Situazioni impreviste o incontri casuali, dovuti alla condivisione del medesimo circolo di conoscenze, possono provocare emozioni contrastanti e minare la risolutezza nel mantenere il distacco. Per un no contact efficace, è essenziale gestire con cautela gli amici condivisi, comunicando chiaramente le proprie intenzioni e riducendo al minimo le possibilità di interazione indiretta con l'ex. Ciò aiuta a preservare la propria salute emotiva e a evitare potenziali ricadute nei rapporti tossici del passato. Dipendenza emotiva: sfide nel resistere alla tentazione di contattare la persona La dipendenza emotiva è spesso una sfida nel rispettare il no contact. Seguire questa regola rappresenta una strategia fondamentale per interrompere il legame disfunzionale con un ex partner e recuperare il proprio equilibrio emotivo. In base a studi accademici, i comportamenti impulsivi e l'attaccamento insalubre sono i principali ostacoli per coloro che si trovano in una relazione dipendente. Per questo motivo, bloccare tutte le possibili vie di comunicazione è una tattica importante per resistere alla tentazione di ricontattare l'ex. È altresì vitale investire nello sviluppo di una rete di sostegno emotivo e concentrarsi sulla propria guarigione e crescita personale. Questi passaggi sono cruciali per riacquistare la propria indipendenza emotiva e procedere verso una vita più serena e soddisfacente. Strategie per applicare il no contact Il concetto di "no contact" può rappresentare una svolta decisiva per chi cerca di liberarsi da una relazione tossica. Ecco alcuni passaggi efficaci per mettere in pratica questa potente strategia: Bloccare tutte le comunicazioni: Impedisci all'ex partner di contattarti bloccando i suoi numeri di telefono, email e profili sui social media. Questo è un passo cruciale per evitare tentazioni e per impedire a qualsiasi forma di contatto da parte loro. Evitare i luoghi abituali: Modifica le tue routine quotidiane per non incrociare la persona in questione. Varia i percorsi verso il lavoro o la scuola e scegli diversi luoghi per il tuo tempo libero. Crea una rete di supporto: Confida in amici fidati o in un terapeuta riguardo la tua intenzione di mantenere il no contact. Questa rete può offrirti il supporto morale necessario nei momenti di debolezza. Scrivi un diario: Registra i tuoi progressi e i momenti in cui senti la tentazione di contattare l'ex. Scrivere le tue emozioni può funzionare come valvola di sfogo e ti aiuta a riflettere sui motivi che ti hanno spinto a scegliere il no contact. Mantieni attivo il tuo sviluppo personale: Dedicati a nuove attività, hobby o progetti che ti possano aiutare a concentrarti sulla tua crescita personale. Questo allontanamento ti permetterà di ricostruire la tua vita senza l'influenza dell'ex partner. Implementare con successo la strategia del no contact non è semplice, ma seguendo questi passi potrai aumentare significativamente le probabilità di preservare la tua salute mentale ed emotiva. Limitare i contatti: come ridurre gradualmente il contatto con la persona Per alcune persone, adottare immediatamente una politica di no contact totale può risultare troppo drastico. In questi casi, una riduzione graduale dei contatti potrebbe essere un approccio più gestibile: Riduci le interazioni: Limita le conversazioni al solo necessario, evitando argomenti personali o emotionali. Imposta dei limiti: Comunica chiaramente all'ex partner che desideri avere meno interazioni e spiega che questo è importante per il tuo benessere. Riorganizza le connessioni sociali: In caso di amici in comune, cerca di evitare eventi sociali dove il tuo ex sarà presente, o stabili accordi con gli amici per avere incontri in assenza della persona in questione. Posticipa le risposte: Se l'ex partner ti contatta, non rispondere immediatamente. Prenditi il tempo necessario per considerare se e come rispondere in modo che sia in linea con il tuo percorso di allontanamento. Ricorda: l'obiettivo finale del limitare i contatti è di raggiungere un stato di non dipendenza affettiva e di indipendenza emotiva. Prenditi cura di te stesso e procedi a passi che ti senti in grado di affrontare. Benefici del no contact Benefici del No Contact Attuare la strategia No Contact è un percorso coraggioso che porta innegabili benefici. Essa consiste nel cessare ogni tipo di comunicazione con un individuo, in particolar modo in situazioni dove persistono relazioni tossiche o manipolative. Ecco alcuni dei vantaggi principali: Controllo sulla Propria Vita: Implementare il No Contact permette di ristabilire l'autorità sui propri spazi e decisioni, uscendo da dinamiche negative. Guarigione Emotiva: Senza interazioni nocive, ci si può concentrare sulla propria guarigione interiore e sulla ricostruzione della propria felicità. Riduzione di Stress e Ansia: L'assenza di contatto solleva da un peso emotivo, riducendo significativamente i livelli di stress e ansia legati alla relazione passata. Crescita personale: Questo periodo di isolamento dalla fonte di abuso emotivo spesso conduce a un'importante crescita personale e aumento della consapevolezza di sé. Priorità al Benessere: La salute mentale e il benessere diventano la priorità, ponendo le basi per una vita più serena e appagante. La resilienza e il supporto sono fondamentali per mantenere fermo il proposito del No Contact, ma i risultati ottenuti ripagheranno di qualsiasi iniziale difficoltà. Conclusioni Il "no contact" rappresenta una strategia di riconquista della propria indipendenza emotiva cruciale per chi è stato vittima di una relazione tossica. L'essenza della tecnica risiede nel tagliare ogni genere di comunicazione con l'ex partner, che può manifestarsi sotto forma di chiamate, messaggi o interazioni sui social media. In molti casi, questo comporta il blocco dell'altra persona su ogni piattaforma possibile. L'efficacia del "no contact" sta nella creazione di uno spazio sicuro che favorisce la guarigione dal trauma emotivo inflitto da partner narcisisti o abusanti. Per questo motivo, è fondamentale arrivare alla consapevolezza che proseguire i tentativi di contatto con la persona in questione non farebbe altro che alimentare la propria dipendenza affettiva, incrementando così la confusione emotiva e il dolore. In conclusione, il "no contact" non è soltanto una buona strategia per superare una relazione passata, ma è spesso essenziale per riaffermare il proprio valore e iniziare il cammino verso una nuova relazione, questa volta con la persona giusta. Mentre la strada all'assenza di contatto può essere impervia, i benefici a lungo termine parlano inequivocabilmente a favore della sua adozione. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.itPsicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Innamoramento e amore Amore e Innamoramento: Comprendere l’Esperienza Affettiva e i Suoi Sviluppi Nell’universo complesso delle relazioni amorose, distinguere tra amore e innamoramento è essenziale per comprendere non solo la natura dei nostri legami ma anche i meccanismi psicologici ed emotivi che influenzano il comportamento umano. Mentre l’innamoramento rappresenta una fase iniziale caratterizzata da emozioni intense e dalla forte idealizzazione della persona amata, l’amore è un sentimento che si consolida nel tempo, basato su una comprensione profonda e una connessione emotiva duratura. Comprendere questi due aspetti del sentimento amoroso permette di vivere con maggiore consapevolezza le diverse fasi della relazione di coppia, evitando trappole come la dipendenza affettiva. Innamoramento: La Fase di Ebbrezza Emotiva e i Circuiti Cerebrali Coinvolti La fase dell’innamoramento è una delle esperienze più travolgenti nella vita di una persona innamorata, caratterizzata da forti emozioni e cambiamenti neurochimici che coinvolgono vari circuiti cerebrali. Quando una nuova coppia si forma, i livelli di dopamina – il neurotrasmettitore legato al piacere e alla ricompensa – aumentano drasticamente, portando la coppia innamorata a sperimentare una sorta di ebbrezza fisica, una sensazione di euforia che rende ogni momento trascorso insieme fonte di gioia e appagamento. Inoltre, si riscontra un calo della serotonina, che può portare la persona innamorata a sviluppare pensieri ossessivi sulla persona amata. Questa intensa fase di attrazione e passione è accompagnata da un complesso di emozioni che possono variare dall’euforia all’ansia, dall’aspettativa alla paura della perdita. Tra i segnali fisici tipici dell’innamoramento troviamo l’aumento del battito cardiaco, il respiro accelerato e una sorta di “farfalle nello stomaco”. Queste sensazioni fisiche sono stimolate dal sistema nervoso simpatico, che si attiva in risposta all’intensità emotiva e alla novità della relazione amorosa. Il Ruolo dei Meccanismi Inconsci e della Memoria Implicita Nella fase di innamoramento, la nostra percezione della persona amata è spesso influenzata da meccanismi inconsci e dai nostri sistemi di memoria. La memoria implicita, in particolare, gioca un ruolo importante: esperienze passate, legami precedenti e aspettative inconsce guidano spesso la scelta del partner e la modalità di vivere l’innamoramento. A livello inconscio, quindi, proiettiamo nella nuova relazione aspetti e modelli di legame appresi nelle relazioni precedenti, che possono influenzare i nostri sentimenti e aspettative. Dal Desiderio alla Stabilità: Come si Trasforma l’Innamoramento in Amore? Uno degli aspetti più complessi dell’esperienza amorosa è il passaggio dall’innamoramento all’amore, una fase in cui la relazione si evolve e si stabilizza. Con il tempo, l’euforia iniziale lascia gradualmente spazio a una connessione emotiva più profonda e a un impegno reciproco più concreto. La coppia impara a conoscersi in modo più realistico e a costruire una relazione amorosa basata sulla fiducia, il rispetto e il supporto reciproco, andando oltre la semplice attrazione fisica e la passione delle fasi iniziali. Durante questa transizione, la percezione della persona amata si fa più concreta: si abbandona l’idealizzazione iniziale per accettare e amare l’altro nella sua complessità. Questo processo di destrutturazione dell’immagine idealizzata è essenziale per costruire una relazione duratura. Accettare l’altra persona nella sua autenticità permette di creare un legame sano e stabile, evitando la dipendenza affettiva e favorendo una crescita comune. Psicologia della Coppia e Interpretazioni Concettuali: Amore e Innamoramento a Confronto La psicologia della coppia distingue tra amore e innamoramento non solo per la diversa intensità emotiva ma anche per la durata e la stabilità del sentimento. Se l’innamoramento si basa su una proiezione di desideri e aspettative sull’altro, l’amore è una relazione fondata su un impegno più profondo e consapevole. Mentre l’innamoramento tende a essere breve e fugace, l’amore è duraturo e resiliente. Anche sul piano dei circuiti cerebrali, l’innamoramento attiva prevalentemente il sistema di ricompensa legato alla dopamina, mentre l’amore duraturo coinvolge l’ossitocina, che favorisce il legame e la stabilità. La Dipendenza Affettiva: Quando l’Innamoramento Diventa Ossessione L’innamoramento può portare a una dipendenza affettiva quando l’individuo si attacca in modo eccessivo alla relazione, diventando incapace di mantenere un equilibrio emotivo autonomo. Questa forma di dipendenza è caratterizzata da un bisogno costante dell’altro per sentirsi sicuri e amati, al punto da trascurare se stessi e le proprie necessità. In queste situazioni, il senso di colpa e la paura dell’abbandono possono rendere difficile uscire dalla relazione, anche quando questa non è più appagante. Per evitare la dipendenza affettiva, è fondamentale coltivare interessi e relazioni al di fuori della coppia, mantenendo una propria identità autonoma. Stabilire confini sani e rispettare le esigenze reciproche aiuta a vivere l’innamoramento in modo sano e a evitare che diventi ossessione. Segnali della Fine dell’Innamoramento e Nuove Possibilità di Crescita La fine dell’innamoramento è un momento delicato per molte coppie, spesso accompagnato da una diminuzione dell’intensità emotiva e della passione. Questo cambiamento non implica necessariamente la fine della relazione, ma può essere un’opportunità per riflettere sul legame e valutare se è possibile costruire un amore più stabile e duraturo. Riconoscere i segnali di questa transizione – come la riduzione dell’attrazione fisica o il ritorno a una visione più realistica dell’altro – può aiutare ad affrontare il cambiamento con maggiore serenità e consapevolezza. Conclusione: La Ricchezza di Amore e Innamoramento nell'Esperienza Umana Amore e innamoramento sono due facce dell’esperienza umana che, pur nella loro diversità, arricchiscono la nostra vita emotiva. L’innamoramento è una fase intensa e travolgente, caratterizzata da una forte idealizzazione e dal bisogno di fusione con l’altro. L’amore, invece, è un sentimento che si costruisce e si consolida nel tempo, basato su un apprezzamento realistico dell’altro e su una relazione stabile e duratura. Vivere queste emozioni con consapevolezza permette di sperimentare le diverse fasi del rapporto di coppia in modo autentico e soddisfacente. ### Il mutismo selettivo Il mutismo selettivo è un disturbo che ha a che fare principalmente con l'infanzia e con l'età evolutiva. Consiste nell'incapacità di parlare e di esprimersi a voce in particolari contesti e situazioni sociali, in cui il bambino parla esclusivamente con le figure di riferimento o importanti, che possono essere i genitori o altri familiari e in generale persone con le quali ha un legame emotivo. Fa parte a tutti gli effetti dei disturbi ansiosi, nonostante ci siano state diverse discussioni a riguardo tra cui la nomenclatura, variata da mutismo elettivo a mutismo selettivo, in quanto prima si pensava ci potesse essere una volontà, quindi un’azione determinata, in maniera strategica da parte del bambino nello scegliere di non parlare in questi contesti, tant'è che prima il mutismo elettivo era stato definito come un disturbo dello sviluppo, mentre oggi è visto come un disturbo ansioso e il suo nome è stato cambiato, al fine di sottolineare la non intenzionalità del bambino nel non riuscire a parlare in determinati contesti. Un esempio calzante in cui si riscontra frequentemente il mutismo selettivo nell’età evolutiva è l’ambiente scolastico. Ma cosa determina il mutismo selettivo, oltre ovviamente la compromissione delle relazioni sociali e dell'esecuzione di alcuni compiti in alcuni contesti come la scuola? C'è un forte disagio, da cui scaturisce una forte difficoltà da parte del bambino nell’esprimersi e che risulta essere rigido sia dal punto di vista facciale, cioè il volto si mostra rigido e inespressivo, sia dal punto di vista fisico. È un disturbo relativamente raro, considerando l'incidenza stimata tra lo 0,03% e l'1% della totalità dei bambini, quindi non particolarmente diffuso ma compromettente ed invalidante per una buona qualità di vita di chi ne soffre. Ci sono diverse ipotesi sugli agenti eziologici: alcuni suppongono ci siano cause di tipo biologico, altri  pensano che siano di tipo comportamentale e altri ancora vedono un collegamento tra cause relazionali e sociali. Queste ultime sono quelle che hanno il principale impatto sullo sviluppo di una patologia di questo tipo, che ovviamente può essere risolto attraverso un percorso di psicoterapia, e che sono da ricondursi principalmente al comportamento dei genitori. Essi possono essere ritirati da un punto di vista sociale o sono estremamente protettivi, quindi impediscono la libertà di espressione del bambino, che si trova in difficoltà quando non è a stretto contatto con loro quando si trova a relazionarsi in altri contesti come quello scolastico. Ricapitolando il mutismo selettivo è un disturbo ansioso, nonostante abbia a che fare con l'età dello sviluppo, e non è più classificato come disturbo dell'infanzia e non è una scelta volontaria da parte del bambino ma è un tratto caratteristico della patologia. ### Chi si somiglia si piglia? «Dottore, ma è vero che chi si somiglia si piglia? O lei è più legato alla teoria che gli opposti si attraggono?» Questa domanda, riguardo a come si crea una coppia, sembra banale, ma non lo è. Così come sono un convinto sostenitore della teoria che “chi si somiglia si piglia”, è altrettanto vero che, in coppia, anche gli opposti si attraggono in funzione di “mettere pepe” a fronte di una condivisione di valori. Come costruire una relazione efficace a prova di colpi? Per costruire una relazione efficace e felice, l’aspetto valoriale diventa l’elemento principe per un buon assortimento di coppia. Quando invece ci si riferisce al desiderio sessuale, alla carica erotica o agli incontri sessuali one shot o molto brevi a livello temporale, quindi strettamente legati all’attrazione fisica, si può soprassedere alla valutazione di questo aspetto valoriale. Nel momento in cui ci avviciniamo a qualcuno non lo facciamo solo in funzione di ciò che noi pensiamo potremmo diventare, o di come potremmo evolvere, o ancora di come potremmo stare all’interno di una relazione di coppia con questa persona. Piuttosto sigilliamo questo desiderio solo nel momento in cui siamo consci che ci sia un terreno di valori simili, affinità valoriale, o comunque coniugabili in un’ottica di evoluzione personale. È altrettanto vero che, talvolta, questi valori non sono immediatamente visibili. In questo caso si può dire che sì una coppia solida è costituita anche da opposti,  perché nel momento in cui ci sono caratteristiche antitetiche ma un'affinità valoriale di coppia viene spontaneo chiedersi “ma come fa una persona così diversa da me e anche così lontana a trasmettermi i medesimi valori?”. A questo punto, spesso, inizia un'attrazione forte fatta di scoperta e di esplorazione, approfondimento di affinità tra partner, di novità che magari, nel momento in cui invece c’è solo un allineamento di valore, viene perduta e quindi poi si perde anche la parte di pepe all’interno della relazione. Quante volte abbiamo sentito dire: «sono stato/stata con lui» «sono ancora con lui/lei» «è una persona fantastica» «potrebbe essere la madre dei miei figli/potrebbe essere il padre dei miei figli» «è l’uomo/la donna che tutti desiderano e che anch’io ho sempre desiderato» Eppure la relazione è in una fase in cui non ci sono più le scintille di prima. Nel momento in cui l'esito della relazione è esclusivamente legarsi a qualcuno per paura di restare soli, perché la relazione in sé è già finita, l’essere attratti da una persona apparentemente molto lontana, opposta, sarà frutto della percezione di valori sottostanti simili. In queste circostanze, spesso, ad un livello superficiale la relazione composta da opposti ma ad un livello di sottofondo la relazione condivide gli stessi valori.  Per questo dico da un lato “chi si somiglia si piglia” e allo stesso tempo pure i partner opposti si attraggono, pur se in un differente livello di profondità. La relazione composta da due partner opposti diventa estremamente affascinante da vivere, perché ci sono un desiderio e un bisogno di scoperta dell’altro, e anche di noi stessi attraverso l'opposizione.  Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza   ### Ansia da riapertura "Dottore, perché dopo la pandemia inizio ad avvertire ansia nel ritornare in contesti sociali?" Questo è uno degli effetti "post" pandemia: le gabbie sono state progressivamente riaperte e anche se comunque molte limitazioni e trasformazioni della realtà sono ancora presenti ed altre verosimilmente resteranno per sempre attuali, la vita sembra essere tornata quella di prima. Se dobbiamo prendere la lente di ingrandimento e andare a zoomare sempre più in profondità, già solo sul tema ansioso ci sono delle riflessioni che probabilmente vale la pena di fare: l'ansia e la pandemia sono inevitabilmente connesse tra loro nel senso che già nel momento in cui eravamo in pieno lockdown si viveva una condizione per cui tutta una serie di disturbi o potenziali disturbi ansiosi si sono manifestati e tanti altri invece si sono sopiti. Provate a pensare ad esempio a una persona che è estremamente socievole: stare in casa, costretta all'interno delle proprie 4 mura, potrebbe suscitare in questa persona tutta una serie di disturbi ansiosi che viaggiano sul binario della claustrofobia, quella patologia classica per cui l'esempio emblematico è l'ascensore. Questa persona, in uno spazio estremamente chiuso inizia ad avvertire tutta una sintomatologia ansiosa; durante il lockdown era sicuramente esposta ad un rischio di sviluppare dei sintomi di tipo claustrofobico. Prendiamo ora come esempio la sua antitesi e cioè una che preferisce stare nel suo luogo sicuro, nel nido, una persona che preferisce avere poche relazioni e che ama stare nella sua zona di comfort. ATTENZIONE: non c'è una persona giusta e una sbagliata, hanno semplicemente delle caratteristiche differenti. Una persona così, tendenzialmente, nel periodo del lockdown non ha sviluppato della sintomatologia ansiosa, anzi la potenziale sintomatologia ansiosa che magari si stava sviluppando per altri motivi si è ridotta perché il lockdown ha creato dei confini sicuri. Adesso la situazione si è esattamente invertita: c'erano i claustrofobici alle sbarre della gabbia che urlavano per uscire e c'erano invece gli agorafobici che, nel momento in cui si sono aperte le gabbie dicevano "sì, anche noi abbiamo voglia di uscire però iniziamo ad essere spaventati". Questo perchè per gli agorafobici il lockdown aveva portato con sè anche dei benefici e questa vecchia normalità ora li destabilizza. Purtroppo queste persone non hanno approfittato del lockdown lavorare su se stesse: sapevano di avere un problema ma semplicemente lo hanno messo sotto il tappeto e ora che di colpo, dopo un periodo di zero allenamento, trovano buttate letteralmente nel mondo, vedono attorno a sè persone che corrono in continuazione per cercare di andare a recuperare il tempo che sentono essere stato loro sottratto, trovandosi spiazzate.  In questo caso, al di là della ramanzina che ho già fatto dicendo che probabilmente si poteva approfittare del periodo per lavorarci sopra, ad oggi quello che si deve fare è andare avanti con i propri tempi, senza seguire necessariamente quello che viene detto da altri, esponendosi in maniera progressiva alla vita sociale anche approfittando delle restrizioni ancora in atto. ### Immaturità emotiva: esiste? Introduzione all'Immaturità Emotiva Dottore, esiste l'immaturità emotiva? Sì, esiste l'immaturità emotiva come esistono tanti altri ambiti di possibile immaturità, ad esempio quella relazionale, quella sentimentale, quella sociale, quella lavorativa e via discorrendo. Potenzialmente esiste una maturità emotiva e, di conseguenza, anche un'immaturità in qualunque ambito della vita che prevede uno sviluppo: uno sviluppo da una fase acerba, dove abbiamo magari delle competenze di base, ad una fase evoluta, quindi matura, in cui queste competenze e abilità sono state sviluppate nel tempo, nell'esperienza, nella crescita. L'importanza delle Emozioni Per quanto riguarda le emozioni, il tema è molto delicato ma altrettanto interessante, nel senso che le emozioni di fatto sono ciò che colorano la nostra vita, sono ciò che dà senso e significato alle nostre azioni. Ci permettono molte volte di interpretare le situazioni nelle quali ci troviamo e via discorrendo. Sono, ad esempio, il nucleo centrale di qualunque psicoterapia e, al tempo stesso, anche delle potenziali patologie psicologiche che possono essere presenti o sperimentate nel corso della vita di una persona. Le emozioni sono nevralgiche, sono centrali nella nostra vita. Qualunque persona che si presenta a uno studio di psicoterapia si trova a dover fare i conti con le proprie emozioni. Le emozioni sono trasversali non solo alla nostra vita, ma anche al nostro benessere o al nostro malessere. Qualunque tipo di patologia, conclamata o meno, ha a che fare con un certo tipo di alterazione delle emozioni: pensiamo all'ansia, ai disturbi narcisistici, a qualunque tipo di disturbo. Ci sono delle emozioni che sono coinvolte e queste emozioni poi diventeranno materiale di terapia. Immaturità Emotiva: Non una Patologia Diagnostica L'immaturità emotiva non è un'etichetta diagnostica. Non è che una persona può essere diagnosticata come immatura emotivamente; o meglio, ci si dovrebbero fare diverse distinzioni. Tuttavia, non esiste una patologia chiamata "immaturità emotiva". Ci sono però tante diverse caratteristiche, tanti diversi comportamenti che la persona mette in atto, che potrebbero far sì che gli altri la percepissero come immatura. Potenzialmente si potrebbe affermare che alcune persone sono emotivamente immature. Queste persone condividono delle caratteristiche. Quali sono queste caratteristiche? Cos'è che accomuna le persone che potrebbero essere definite immature dal punto di vista emotivo? Caratteristiche dell'Immaturità Emotiva Innanzi tutto, l'essere autocentrati. Autocentrati significa pensare solo a sé, parlare solo di sé, porsi in ogni condizione o in ogni posizione sociale al centro. "Io penso a me e tutti gli altri non contano", esattamente come fanno i bambini. Sono persone tendenzialmente egocentriche, dipendenti. Pretendono che gli altri si prendano cura di loro, che svolgano determinati compiti che dovrebbero essere rivolti a loro. Si aspettano dedizione, si aspettano attenzione. Sono persone difficilmente empatiche, cioè non riescono a comprendere l'emozione dell'altra persona, non riescono a mettersi nei panni dell'altro e quindi capire se, ad esempio, il loro comportamento sta ferendo qualcuno o cosa sta vivendo quel qualcuno in quella specifica situazione. Inoltre, sono persone che difficilmente regolano le emozioni. Molto spesso sono sopraffatte da queste e le devono esprimere, indipendentemente che siano congrue o meno al contesto sociale. Non riescono a regolarsi, non riescono a limitarsi e non riescono, ad esempio, a posticipare l'espressione delle emozioni quando in quel momento sarebbe controproducente. Lo fanno e basta, incuranti delle potenziali conseguenze. Assenza di Responsabilità e Conseguenze Infine, sono persone che tendono a non assumersi la responsabilità, soprattutto in termini negativi. Quando qualcosa non va, inevitabilmente è colpa di qualcun altro. Inevitabilmente è stato qualcun altro. Inevitabilmente quel qualcun altro da cui si aspettano dedizione, colui dal quale sono dipendenti, non ha agito secondo loro come avrebbe dovuto e quindi la colpa non è loro. Vedete che già dalla descrizione molte patologie saltano all'occhio e vengono in mente. Quando ho parlato di autocentratura, di bisogno di dedizione e di attenzione, quanti disturbi di personalità possono venire in mente? Disturbo narcisistico, disturbo istrionico. Quando ho parlato di dipendenza, anche qui ci sono disturbi dipendenti, disturbi agorafobici in termini relazionali, cioè persone che non possono prendere troppo distanza dalla relazione per loro significativa e via discorrendo. Conclusione: Identificazione dell'Immaturità Emotiva Permesso di dire che non esiste un'etichetta diagnostica che definisce chi è immaturo emotivamente e chi è maturo emotivamente. Esistono però tutta una serie di caratteristiche che permettono di identificare una potenziale immaturità emotiva: l'essere egocentrati, l'essere dipendenti, il rifiutare responsabilità, il non riuscire a regolare le emozioni e l'essere poco empatici. Questi sono cinque punti che possono essere presi a riferimento nel momento in cui ci troviamo di fronte a qualcuno che temiamo possa essere immaturo emotivamente. Influenza dell'Immaturità Emotiva nelle Relazioni Le persone emotivamente immature hanno una profonda immaturità che influenza negativamente la qualità delle relazioni interpersonali e sentimentali. Questa immaturità affettiva spesso porta a una dipendenza affettiva, dove la persona immatura esige costantemente attenzione e cura da parte dell'altra persona, senza riuscire a costruire una relazione equilibrata. La difficoltà emotiva si manifesta anche nella regolazione emotiva, dove le emozioni negative non vengono gestite adeguatamente, compromettendo le interazioni sociali e i rapporti interpersonali. Strategie di Adattamento e Capacità Relazionali Una persona matura, con una sana autostima e una capacità di comprensione delle emozioni proprie e altrui, sviluppa strategie di adattamento che favoriscono relazioni sane. La capacità di ascolto, l'empatia, e altre capacità relazionali sono fondamentali per costruire una relazione di coppia matura e soddisfacente. Al contrario, la persona immatura tende a mettere in atto comportamenti infantili, non assumendosi la responsabilità delle proprie azioni e attribuendo agli altri la colpa dei propri fallimenti. Conclusione: Sviluppo della Maturità Emotiva In sintesi, il raggiungimento della maturità emotiva richiede un lavoro continuo su di sé, volto a migliorare la regolazione emotiva e a sviluppare una maggiore capacità di empatia e comprensione. Questo sviluppo è essenziale per migliorare la qualità delle relazioni e per evitare dinamiche di dipendenza affettiva. Identificare e lavorare sulle proprie aree di immaturità emotiva può portare a relazioni più equilibrate e soddisfacenti, favorendo una crescita personale e interpersonale armoniosa. ### Rivedere l'ex, perchè suscita emozioni? Rivedere l'ex, perchè suscita emozioni? L'Incontro Inaspettato con un Ex Dottore, perché incontrare un ex, un ex che torna, che si rifà nuovamente vivo, che incontro casualmente per strada, mi suscita un certo scompiglio e crea un po' di caos? La risposta ovviamente non è semplice e non va bene per tutte le relazioni. Ci sono, ad esempio, ex che non suscitano nulla. Riattivazione delle Emozioni Passate Diciamo però che, quando questa cosa succede, si riattiva certamente una serie di emozioni. Attenzione, non ho nessuna intenzione di dire che questa emozione equivale a un rinnovato desiderio di tornare insieme con l'ex, o a un innamoramento ancora vivo. Magari sono passati degli anni, sono passati tanti amori anche nel mentre, eppure si rivede questa persona anche casualmente e si prova un mare di emozioni. Il Legame con il Passato Quell'emozione, a mio avviso, è legata a quella parte di noi, o al ricordo di quella parte di noi, che abbiamo lasciato all'interno di quella relazione. Ed è proprio questa la differenza tra l'ex che suscita una qualche emozione e l'ex che non suscita alcun tipo di emozione. In ogni relazione, noi ci costruiamo, ci evolviamo, ci trasformiamo e ci conosciamo. Quando la relazione si interrompe, inevitabilmente lasciamo all'interno di quella relazione finita, che siamo stati noi ad interrompere oppure no, una parte di noi. Significato della Parte di Noi Lasciata nella Relazione Quando questa parte di noi è significativa, perché per noi è importante, magari è una parte molto delicata, alla quale teniamo, o magari è una parte che non siamo poi successivamente stati capaci di evolvere con la stessa forza con cui stava evolvendo all'interno della relazione. Provare queste emozioni nei confronti di quella persona è normale. Questa emozione è legata a quella parte di noi che abbiamo lasciato lì o che non siamo stati capaci di sviluppare come avremmo voluto in altre relazioni. L'Emozione dell'Incontro con un Ex Quindi, quella persona ci suscita un'emozione. Ripeto, non necessariamente desideri di tornare insieme, innamoramento ancora vivo, eccetera, ma ci suscita un'emozione. Le persone di ex che invece non ci suscitano niente... Quante volte è capitato magari di incontrare un ex e chiedersi perché stavo con lui o perché stavo con lei? Non provare assolutamente niente vuol dire che non abbiamo lasciato niente di noi stessi dentro. Rivedere il Primo Amore e l'Importanza delle Emozioni Un altro esempio potrebbe essere quello del primo amore. Il primo amore, per definizione, se ne può avere uno solo. Bene, il primo amore suscita tendenzialmente una qualche emozione, non perché si è nuovamente innamorati, ma perché è stato importante, è stata una parte di noi. Anche se non possiamo recuperarlo, perché è stato il primo, per questo ci susciterà sempre un qualche tipo di emozione che magari varierà negli anni. Ma quella è una parte di noi che inevitabilmente abbiamo lasciato all'interno della nostra prima relazione, del nostro primo amore. Riflessioni sulle Emozioni Suscitate Quindi, le emozioni che l'ex suscita non sono necessariamente da rifuggire. Anzi, può essere un bello stimolo e una bella domanda su cui interrogarsi e chiedersi: "Ok, perché mi ha suscitato questa emozione? Qual è la parte di me che io ho lasciato all'interno di quella relazione e perché per me evidentemente è una cosa importante? Come faccio a coltivarla, come faccio a svilupparla ulteriormente?" Questo è un aiuto che incontrare un ex per strada potrebbe sicuramente darci. Questioni Irrisolte e Relazioni Tossiche Le questioni irrisolte all'interno di una relazione, come un tradimento nella coppia, possono rendere l'incontro con un ex particolarmente destabilizzante. Se una persona ha vissuto una relazione tossica o una relazione duratura che ha lasciato cicatrici, incontrare l'ex partner potrebbe riaprire vecchie ferite. Anche se abbiamo iniziato una nuova storia o siamo in una coppia fissa con un'altra persona, l'incontro con un ex può suscitare emozioni contrastanti e complesse. Conclusione: Nuove Relazioni e Controllo sulla Situazione Incontrare un ex può farci riflettere su come abbiamo condiviso emozioni e su come siamo cresciuti attraverso le nostre esperienze passate. È importante riconoscere e accettare queste emozioni per poterle gestire al meglio e non lasciare che influenzino negativamente le nostre nuove storie. Mantenere il controllo sulla situazione emotiva ci aiuta a costruire relazioni sane e a vivere pienamente il presente, senza essere ancorati ai tempi andati. Così, possiamo evitare di vivere in una minestra riscaldata e abbracciare con serenità e consapevolezza ogni nuova situazione che la vita ci presenta. ### Disturbi di personalità | Si può avere una relazione felice con chi ne soffre? “Dottore è possibile avere una relazione soddisfacente, appagante, felice con una persona che ha un disturbo di personalità?” Facciamo un piccolo excursus sui disturbi di personalità: sono suddivisi in tre macro categorie (o cluster): A, B e C.  I disturbi di cluster A (schizoide, disturbo paranoide,…) sono caratterizzati da una certa bizzarria dei comportamenti. I disturbi di cluster B (disturbo narcisista, disturbo borderline, disturbo antisociale, istrionico,…) che sono invece tutti caratterizzati da una certa una certa eccentricità del comportamento e anche un ruolo dell'emotività fondamentale all'interno del comportamento stesso. Il cluster C è legato a disturbi ansiosi o inibiti (disturbo dipendente di personalità, evitante,…). Partiamo da questo presupposto: esistono diverse categorie di disturbi di personalità, con caratteristiche specifiche che le accomunano, dall'altro ci sono aspetti trasversali a qualunque tipo di disturbi di personalità che possono andare a complicare la situazione quando si ha a che fare con le relazioni. Uno su tutti il fatto che molto spesso le persone che soffrono di disturbi di personalità non hanno una percezione chiara e propria del disturbo di personalità, riescono ad identificarlo solamente attraverso i feedback che ricevono dagli altri ovvero una persona con disturbo di personalità molto spesso non riesce ad essere conscia o autodiagnosticarsi il disturbo di personalità. Da quando questo disturbo altera il suo comportamento sociale, relazionale, lavorativo non riesce a dirsi o mettersi nella condizione critica del domandarsi “Sono io che ho qualcosa che non va, c'è qualcosa che non funziona? Il mio comportamento potrebbe alterare in alcune condizioni questa situazione piuttosto che quest'altra?” bensì riesce ad avere questa percezione solo basandosi sui feedback altrui, cioè quando gli altri iniziano a dire “Guarda che però se fai così c'è qualcosa che non va, perché ti comporti in questa maniera?”. La discrepanza tra ciò che la persona fa e pensa essere giusto fare e ciò che la società si aspetta è qualcosa che viene evidenziato solo da chi sta vicino a questa persona ma difficilmente la persona che soffre disturbi di personalità riesce a comprenderla. Quindi il primo punto da considerare è proprio questo: la persona non lo sa o comunque non riesce a rendersene conto e pertanto non è mai sicura, tanti non accedono ai trattamenti di psicoterapia proprio perché non sono effettivamente convinti e non lo saranno mai dei feedback che ricevono dagli altri e quindi del proprio disturbo. Quindi se la persona non lo sa di fatto non è ingannevole, però è inevitabile che si alterino anche le aspettative dell'altro; chi si innamora di una persona con un disturbo di personalità ovviamente si trova sballottato talvolta in comportamenti che possono destabilizzare. Inoltre la relazione con una persona che soffre di disturbo di personalità varia in funzione del disturbo di personalità stesso. Ci sono disturbi di personalità che non hanno alcun interesse ad entrare in relazione con l'altro e quindi difficilmente avranno una relazione. Tutte le persone che soffrono di un disturbo del cluster A vivono ai confini, spesso sono invisibili, sono estremamente diffidenti, sono ritirati socialmente, quindi non desiderano entrare in contatto con qualcun altro. Ciò accade perché è proprio parte del sistema, è parte della difficoltà e quindi non hanno interesse né piacere a relazionarsi con qualcuno o con questo qualcuno iniziare una relazione venisse ne tengono anzi ben alla larga perché questa è una caratteristica specifica del  disturbo di personalità stesso. Un quadro affine si mostra nelle persone affette da disturbi del cluster C, ad esempio la persona che soffre di disturbo evitante non avrà alcun interesse ad entrare in relazione con voi o l’individuo con disturbo dipendente sarà estremamente smaccato nel tentativo di entrare relazione, inizierà a manipolare la relazione sin da subito e questo aspetto apparirà talmente evidente che i campanelli di allarme dovrebbero attivarsi in un periodo brevissimo già dai primi momenti dei primi contatti. Diverso è per quanto riguarda i disturbi del cluster B, che invece hanno a che fare proprio con l'emotività. Spesso si sente parlare del disturbo narcisistico ma anche disturbo borderline; quando si sostiene che sono disturbi subdoli ci si riferisce al fatto che difficilmente vengono identificati da subito, talvolta ingannano, perché quando si parla di love bombing piuttosto che di valanghe di amore, il principe azzurro che improvvisamente si palesa davanti ai nostri occhi, fanno parte di questo tipo di disturbi, c'è un aspetto appunto manipolatorio nel mettere in atto una relazione proprio perché chi soffre di questo disturbo o di questi disturbi tende ad accaparrarsi o a desiderare le attenzioni dell'altro e quindi poi spesso diventa e risulta essere manipolatorio. Facendo i conti con la poca consapevolezza di chi soffre di questo disturbo e le caratteristiche dei disturbi stessi già capiamo che non è poi così facile riuscire ad anche solo iniziare una relazione, perché molte persone se ne tengono alla larga e perché non sempre sono consapevoli della difficoltà; è però possibile in alcuni casi, ad esempio di disturbo narcisistico di personalità o quello border, che invece la relazione venga agita, perché la relazione viene ricercata. E a quel punto che cosa si fa?  È effettivamente possibile avere una relazione felice con una persona che soffre di disturbo di personalità? Sì e no, in quanto si deve mettere in conto tutta una serie di alti e bassi, ma questa altalena deve riuscire ad essere ponderata in funzione della capacità di comprendere quanto questo comportamento è legato alla persona, alle sue caratteristiche e quanto invece al disturbo che la persona porta con sé. Nel momento in cui chi si innamora di una persona che soffre di disturbo di personalità ci si mette nella condizione di essere soli a portare avanti la relazione diventando estremamente condiscendenti, tolleranti, giustificando l'altro: siamo di fronte ad un problema e difficilmente si potrà essere realmente felici. Il momento in cui invece c'è una richiesta anche di impegno nei confronti di chi soffre di questo disturbo nel prendersene cura, nell’utilizzare anche la relazione come strumento d'aiuto allora gli spiragli per poter essere felici ci sono ma si deve al tempo stesso essere estremamente coscienti e consapevoli che sarà una relazione demanding, ovvero una relazione impegnativa, una relazione che metterà alla prova da un punto di vista emotivo ed affettivo. Ciò non vuol dire che non si possa essere felici, ci sono mille altre relazioni che sono estremamente complicate per altri motivi a volte la distanza, a volte la condizione sociale, a volte le famiglie di origine, a volte delle difficoltà contingenti che la coppia si trova a vivere che sono richiestive. Ciò vuol dire che sicuramente si parte con questa consapevolezza e se si parte con questa consapevolezza allora c'è anche la possibilità di poter essere felici all'interno di questa relazione. Chiaramente l'impegno deve essere reciproco e gli scivoloni e le difficoltà dovranno inevitabilmente essere messi in conto proprio perché un disturbo di personalità, come suggerisce il termine stesso, ha a che fare con la personalità dell'individuo e quindi questa deve essere sicuramente oggetto di attenzione e di cura sia all'interno della coppia sia attivando una rete curante esterna che possa essere di sostegno. ### La comunicazione nella coppia   Alcune domande che spesso mi vengono poste durante le sedute di terapia di coppia sono: “Dottore come si fa ad avere una comunicazione efficace all'interno della coppia? Come faccio ad esprimere certi concetti? Come faccio a farmi capire? Come faccio a prestare attenzione all'altro?”  Gli elementi, le variabili e gli aspetti da tenere in considerazione in una comunicazione efficace, quindi nel mediare e regolare la comunicazione di coppia, sono tantissimi. Partiamo da una componente fondamentale: quando si parla di comunicazione efficace non si fa mai riferimento, o non si dovrebbe mai, a come esprimere le cose, a come organizzare i concetti, quanto al come ascoltarli, ovvero come far sì che questi si possano fluire liberamente all'interno della comunicazione. Sul dialogo nella coppia c'è un bel detto di Zenone che dice: “Abbiamo due orecchie ed una sola bocca, vuol dire che dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo” una sorta di regola aurea, perché il primo aspetto cruciale della comunicazione efficace all'interno della coppia (ma anche nelle relazioni in generale) passa inevitabilmente dall'ascolto. Questo porta con sé un ascolto di diversi significati, diversi comportamenti. Ad esempio: Non dare per scontato l'altro (so già che cosa mi vuoi dire) quindi in un qualche modo non ascolto, non presto attenzione, prevarico ed interrompo, per ultimo non pensare già di sapere. Ascoltare per davvero: quante volte capita di parlare con qualcuno e non ascoltare effettivamente ciò che l'altro sta dicendo, ma nel momento in cui l'altro parla si pensa a cosa dover rispondere, quindi l’eloquio dell'altro diventa semplicemente una pausa che serve a noi per andare a riorganizzare le nostre idee, il nostro discorso ma che non viene realmente ascoltato. Prestare un'attenzione sincera all'altro e non semplicemente usare il momento in cui lui parla per riorganizzare i nostri, di pensieri, è fondamentale. Non passare sempre solo dalla cruna dell’ago del sé, tantissime discussioni che coinvolgono il punto di vista dell'altro, sono sempre precedute o seguite da un “io sì…, però secondo me…, dal mio punto di vista…, io penso che…,” che non è sbagliato portare il proprio punto di vista, anzi è un aspetto desiderabile all'interno della coppia. Il fatto di riportare sempre il discorso su di sé non permette mai effettivamente di dare spazio all'altro, soprattutto nel momento in cui è l'altro ad iniziare un discorso o comunque l'argomento riguarda principalmente l'altro all'interno della conversazione è su di lui/lei che dovremmo concentrarci dovremmo lasciare spazio. Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è rispondere in modo sincero quando ci viene chiesta un’opinione, cercando di essere meno prevaricanti ed evitando di imporre la nostra opinione sull'altro, senza diventare ossequiosi. Invertendo la rotta per cui il dialogo è il rischio verso cui dirigersi per attivare uno scontro, soprattutto quando la comunicazione della coppia arriva ai minimi termini, in un'occasione di trasformazione si possono ottenere risultati meravigliosi. Ricapitolando l'aspetto principale non è il cosa dire e come dirlo ma è il come ascoltare, facendo attenzione proprio a non dare l'altro per scontato, prestargli un'attenzione sincera, non passare sempre dal sé, dare spazio all'altro e offrire appunto un  punto di vista sincero che non deve essere necessariamente ossequioso o prevaricante. Se già si riuscisse effettivamente, come dice Zenone ad ascoltare il doppio rispetto a quanto si parla, probabilmente le crisi di coppia si dimezzerebbero. ### Esiste un momento giusto per il sesso? "Dottore, quando si inizia a frequentare una persona c'è un momento giusto per far sesso? Meglio farlo subito e togliersi il pensiero o evitare di incasinare tutto confondendo le acque sui propri intenti?" Non esiste una ricetta, non esistono mai formule in psicologia come non esistono formule nelle relazioni; diciamo che secondo me non c'è un tempo in cui far sesso ma ci deve essere un allineamento di intenti. Provo a spiegarmi meglio: se due persone si incontrano ed entrambe hanno il solo e semplice desiderio di fare sesso senza instaurare una relazione benissimo, allora il sesso può essere immediato, non c'è bisogno di aspettare perché gli intenti sono chiari e sono condivisi. Se invece gli intenti non sono chiari allora sì, è meglio aspettare ed evitare di "incasinare tutto", soprattutto se da una parte c'è interesse a costruire una storia più duratura mentre dall'altra c'è dell'indecisione. In questo caso l'attesa potrebbe essere quasi propiziatoria, potrebbe aiutare a fare chiarezza e a raggiungere o una condivisione d'intenti o la consapevolezza che la frequentazione non andrà mai da nessuna parte. Il problema non è il sesso, non è l'intimità a "rovinare" o "incasinare" una storia: se gli intenti sono gli stessi, fare sesso al primo appuntamento non pregiudica in alcun modo l'evolversi (o meno) della relazione che si evolverà (o meno) secondo gli intenti comuni ai due partner.   ### Terapia | Affrontare la pausa estiva "Dottore, come faccio a superare l'estate senza fare psicoterapia?". Questa è una domanda che molto spesso viene fatta quando ci si avvicina alla pausa estiva o a qualunque altro momento di ferie "programmato" e che prevede un'interruzione degli incontri. Molte persone sono spaventate da questo e si chiedono se abbia senso sospendere o addirittura iniziare una terapia che poi andrà inevitabilmente sospesa. Partiamo da questo presupposto: è molto diverso interrompere una terapia che già prosegue da 7/8 mesi rispetto ad una iniziata da soli due incontri quindi se le ferie si possono programmare ha senso valutare con il terapeuta a che punto della terapia si è e prendere una decisione di conseguenza. Aggiungiamo anche che se la pausa è programmata non è affatto un limite anzi, come ci insegna la psicoterapia, il vincolo deve essere trasformato in una risorsa; la pausa può diventare essa stessa un momento di lavoro all'interno del percorso terapeutico anche se non ci sono necessariamente dei contatti diretti con il terapeuta. Sapendo che la pausa arriva si possono osservare alcune dinamiche, possono essere dati dei compiti o degli esercizi, si possono provare ad agire determinati cambiamenti, fare delle prove, dei tentativi e degli errori e tornare quindi inevitabilmente con un bagaglio che magari non saremmo riusciti a costruire nel tempo se ogni settimana ci fossimo visti con regolarità con il terapeuta. Un altro aspetto da considerare è che durante l'estate, così come durante le ferie natalizie ad esempio, non viene messa in pausa solo la terapia ma tutta la routine abituale: coppie in crisi spesso vivono l'estate serenamente, chi ha problemi sul lavoro riesce a godersi il periodo estivo e in generale quasi tutti riusciamo a prenderci una pausa dalle difficoltà che ci portiamo dietro. In ultimo c'è da considerare che spesso i terapeuti sono disponibili ad essere presenti per particolari urgenze, soprattutto quando le ferie del terapeuta e quelle del paziente si incastrano male generando pause troppo lunghe: in questi casi può essere benissimo che il terapeuta in accordo con il paziente definisca alcuni momenti in cui è disponibile a rispondere al telefono, magari in una data specifica in cui sa che il paziente dovrà ricevere una notizia importante che lo preoccupa. Per riassumere, non guardiamo alla pausa dalla terapia come ad un problema ma come ad un'opportunità! ### Disturbo di personalità: chi ne soffre lo sa? Chi soffre di un disturbo di personalità, ne è consapevole? No in una prima fase, sì successivamente. I disturbi di personalità, pur essendo molto diversi tra loro, hanno una cosa in comune: una rigidità di base. Ognuno di noi ha dei tratti caratteriali che solitamente si modificano, si modulano in base al contesto in cui siamo ma nei disturbi della personalità questi tratti sono rigidi ed immutabili e non si modificano nemmeno quando diventano tossici, nocivi all’interno del contesto in cui la persona sta vivendo. Perchè accade? Perchè la persona che soffre di un disturbo della personalità NON CAPISCE che quei tratti stanno diventando disfunzionali ed ecco che possiamo rispondere che no, almeno in un primo momento chi soffre di un disturbo di personalità non ne è consapevole. Non si rende conto dell’incongruenza tra il proprio comportamento e il contesto.  La svolta avviene quando arrivano i feedback da parte delle persone che la circondano: gli altri fanno notare che alcuni comportamenti sono fuori luogo, che c’è qualcosa che non va. A questo punto la persona SA di avere un problema ma non lo comprende, continua a non capire quale sia. Questo passaggio è ciò che poi rende difficile anche la terapia poichè l’aderenza al trattamento è una componente necessaria per il successo della terapia. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### La gelosia La gelosia: intervista ad Angelo Collevecchio Recentemente ho avuto il piacere di intervistare il mio caro amico e collega, Angelo Collevecchio, terapeuta di grande esperienza, con cui ho discusso di un tema affascinante e complesso: la gelosia. Nonostante la distanza geografica che ci separa (lui vive e lavora a Pescara, mentre io risiedo altrove), le tecnologie moderne ci hanno permesso di avvicinarci e affrontare insieme questa tematica con grande passione. Angelo tratta argomenti molto simili a quelli che discuto quotidianamente nei miei contenuti su YouTube, Instagram e altri portali. Abbiamo deciso di concentrarci sulla gelosia, una delle emozioni più comuni e al tempo stesso mal comprese nelle relazioni umane. Le radici della gelosia Una delle prime domande che ho rivolto ad Angelo riguardava proprio le radici della gelosia. A dispetto di quanto si possa pensare, la gelosia è un’emozione molto complessa, costituita da un intreccio di più sentimenti, come ansia, rabbia e paura. Come ha spiegato Angelo, "la gelosia si attiva quando percepiamo che una relazione significativa è in pericolo". Questo insieme di emozioni è ciò che rende la gelosia così sfaccettata: l'ansia riguarda la percezione di una minaccia, la rabbia nasce dal desiderio di affermare il proprio ruolo nella relazione, e la paura affonda le sue radici nel timore dell'abbandono. Angelo ha sottolineato che non sempre la minaccia è reale; spesso, la minaccia può esistere solo nella mente di uno dei partner, alimentata da insicurezze personali. “La gelosia,” ha chiarito, “non dipende sempre da un pericolo concreto. A volte può essere solo una percezione interna che non corrisponde alla realtà." La gelosia sana e quella patologica Un'altra domanda cruciale che ho posto ad Angelo è stata: esiste una gelosia sana? La sua risposta è stata illuminante. "La gelosia sana esiste," ha affermato, "e rappresenta un'emozione universale. Si manifesta quando la preoccupazione per la relazione ci spinge ad essere più attenti e presenti." In questo senso, la gelosia può essere un segnale che teniamo molto alla relazione e ci preoccupiamo di perderla, il che non è necessariamente negativo. Angelo ha fatto notare, però, che la gelosia patologica emerge quando l'emozione diventa disfunzionale e interferisce con la relazione stessa. “Quando una persona è spinta a mettere in atto comportamenti controllanti, come spiare il telefono del partner, limitare le sue frequentazioni o fare continue accuse, la gelosia ha ormai superato i confini di ciò che è sano,” ha spiegato. In questi casi, la gelosia patologica rischia di distruggere l'armonia e la fiducia all'interno della coppia. Il legame tra gelosia, evoluzione e attaccamento Durante la nostra conversazione, Angelo ha approfondito anche il legame tra gelosia e attaccamento. "Le nostre prime relazioni non sono quelle romantiche, ma quelle affettive, come quelle con i genitori o le figure di riferimento," ha spiegato. L'attaccamento che sviluppiamo durante l'infanzia, soprattutto se caratterizzato da instabilità, influenza profondamente il nostro rapporto con la gelosia in età adulta. Un bambino che ha vissuto un attaccamento instabile, magari a causa di un genitore spesso assente o che è venuto a mancare, potrebbe sviluppare l'idea che le relazioni sono fragili e facilmente soggette a rottura. Questo si traduce in una maggiore vulnerabilità alla gelosia nelle relazioni future. Al contrario, chi ha avuto un attaccamento sicuro tende a sviluppare meno gelosia, poiché ha imparato a fidarsi della stabilità dei legami, anche in assenza temporanea del partner. Gelosia e fiducia Un altro tema cruciale che abbiamo toccato è il rapporto tra gelosia e fiducia. Spesso si pensa che non provare gelosia significhi avere una fiducia cieca nel partner. Tuttavia, Angelo ha chiarito che la fiducia non riguarda solo l'altro, ma anche se stessi. "Chi soffre di gelosia patologica," ha spiegato, "spesso crede di non essere abbastanza, di non meritare l’amore del partner. Per questo, teme costantemente di perdere la relazione." La mancanza di fiducia in se stessi può essere alla radice della gelosia patologica, portando a una costante paura che il partner scelga qualcun altro. Questo pensiero, legato alla scarsa autostima, può portare a comportamenti distruttivi che compromettono il benessere della coppia. La gelosia retroattiva A questo punto dell’intervista, abbiamo toccato un tema particolarmente interessante: la gelosia retroattiva. Questa forma di gelosia, meno discussa ma molto più comune di quanto si pensi, riguarda il passato del partner. Angelo ha spiegato che la gelosia retroattiva si manifesta quando una persona si ossessiona con le precedenti relazioni sentimentali o sessuali del proprio compagno. "Chi soffre di gelosia retroattiva," ha detto, "rimugina su quanto le relazioni precedenti del partner fossero migliori o più soddisfacenti. Si entra così in un circolo vizioso di pensieri negativi e paragoni costanti." Questa forma di gelosia è spesso alimentata da un desiderio di perfezionismo, dalla convinzione che la relazione attuale debba essere la migliore in assoluto sotto ogni punto di vista. Superare la gelosia retroattiva richiede uno sforzo consapevole. Come ha spiegato Angelo, è importante riconoscere che se la relazione attuale esiste, è perché quelle passate sono finite. "Idealizzare il passato è un errore," ha sottolineato. "La relazione di oggi è ciò che conta, e idealizzare il passato mina la fiducia e il legame attuale." Oltre le relazioni amorose: dove si manifesta la gelosia? Infine, abbiamo parlato delle relazioni oltre a quelle amorose che possono essere caratterizzate da gelosia. Angelo ha sottolineato che la gelosia non è esclusiva delle relazioni romantiche. “Può manifestarsi anche nelle relazioni amicali o familiari,” ha spiegato. “La gelosia emerge in qualsiasi relazione che una persona percepisce come significativa e che potrebbe essere minacciata. Ad esempio, non è raro vedere situazioni di gelosia tra fratelli, amici intimi o addirittura nei confronti dei genitori." Conclusioni L’intervista con Angelo Collevecchio mi ha fornito spunti molto interessanti su un tema tanto complesso quanto comune. La gelosia è un'emozione che abbiamo tutti sperimentato, ma capirla veramente è un'altra cosa. Non sempre la gelosia è negativa: può essere un segnale che ci invita a prenderci cura della nostra relazione. Tuttavia, quando diventa patologica, essa può minare profondamente il benessere della coppia. Riconoscere le sfumature della gelosia, capirne le radici e affrontarla con consapevolezza è essenziale per preservare la salute delle nostre relazioni, non solo amorose, ma anche familiari e amicali. Sono certo che continueremo a esplorare questo argomento e altri aspetti legati alle dinamiche relazionali. Nel frattempo, ringrazio Angelo per la sua disponibilità e per i preziosi contributi che ha condiviso con noi. Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Educazione alla sessualità Come si fa a parlare di sessualità ai propri figli? Quali possono essere le conseguenze dell'assenza di un'educazione alla sessualità durante la vita adulta? C'è un'età giusta per iniziare a parlare di sessualità? Partiamo col dire che l'educazione alla sessualità ha inizio da subito: il genitore dovrebbe saper rispondere da subito alle domande e alle curiosità dei figli, che iniziano molto presto (già intorno ai due anni). I contesti in cui è necessario fornire un'educazione alla sessualità sono due, casa e scuola. In casa non si deve trovare un momento formale in cui iniziare a rispondere alle domande ma assecondare fin da subito le richieste e le curiosità del bambino modulando, chiaramente, le risposte in base all'età. Attenzione, non vanno inventate storielle nemmeno con i più piccini nè andrebbero utilizzati termini inappropriati come "patatina" e "pisellino"; questi termini, infatti, sono utili a mascherare l'imbarazzo dell'adulto, non a soddisfare la naturale e sana curiosità del bambino! Chiaro è che non si può parlare di rapporti sessuali ad un bambino di due anni ma non perchè questo sia un tabù, semplicemente perchè il bambino non riuscirebbe a capire. Man mano che i bambini crescono si possono aggiungere dettagli sempre in funzione della comprensione e dell'età del bambino. Se ci si rende conto che una domanda posta dal proprio figlio in merito alla sessualità mette a disagio non si è obbligati a rispondere immediatamente inventando storielle, è molto meglio prendersi del tempo dicendo al bambino che in quel momento non si conosce la risposta e che si ha bisogno di un paio di giorni per documentarsi. La risposta poi va data davvero e deve essere chiara e soddisfacente per il bambino. Per quanto riguarda la scuola invece sì, bisognerebbe parlare di un vero e proprio iter formativo, di un'educazione più nozionistica. Ma quali sono le conseguenze di un'educazione sessuale fatta male o non fatta? Sicuramente la prima è che nostro figlio, una volta adulto, potrebbe sentirsi in imbarazzo a rispondere, a sua volta, alle domande dei suoi figli ma ancor peggio potrebbe accadere che si ritrovi bloccato, a disagio nel vivere una sessualità di cui non ha ben chiari i contorni. Molti dei disturbi sessuali, come ho già avuto modo di spiegare, sono proprio figli di una rigidità a livello mentale, di tutta una serie di tabù e paure che sono legate ad una rigida o assente educazione alla sessualità e all'affettività. L'educazione sessuale non è come la favola di Babbo Natale: se in questo caso quando ne scopriamo "l'inganno" siamo comunque grati ai nostri genitori di averci fatto vivere la magia, nel caso dell'educazione sessuale rendersi conto di non averne ricevuta alcuna può farci sentire giustamente arrabbiati. L'educazione sessuale è una cosa molto seria e va fatta con coscienza, in un lavoro di squadra tra casa e famiglia: se l'educazione in famiglia sarà più destrutturata e seguirà esclusivamente le curiosità e le inclinazioni dei figli a scuola dovrà essere più nozionistica e andrà a colmare le lacune scientifiche dell'educazione casalinga. La regola numero 1, lo ripeto, è utilizzare sempre una terminologia corretta e non inventare favole ma spiegare la realtà in maniera adeguata all'età dei figli. ### Disturbo dipendente di personalità Il disturbo dipendente di personalità appartiene al cluster C dei disturbi della personalità e, come si può intuire dal nome, denota un bisogno non tanto di approvazione quanto di sostegno da parte di altre persone e da una ricerca attiva di un maggior numero possibile di persone da cui ottenere questo supporto, questo accudimento. Chi ne soffre ha, appunto, la tendenza ad essere dipendente, ad essere richiestivo (di cure, supporto, attenzioni), ad essere ossequioso, appiccicoso, difficile da decifrare. Sono persone che non riescono a prendere in autonomia una decisione, hanno grande paura dello scontro, di perdere l'approvazione altrui: per questo motivo sono tendenzialmente persone che danno sempre ragione agli altri. La richiesta di attenzioni è totalmente diversa da quella, altrettanto forte, del narcisista poichè in questo caso la persona tende ad annullarsi pur di compiacere l'altro, per paura di perderlo. Chi soffre di disturbo dipendente di personalità vive in un continuo stato di allerta, di apprensione perchè teme di essere all'improvviso abbandonato: per questo motivo tenderà a creare più di un legame importante, evitando di correre il rischio di rimanere solo. Spesso questo disturbo viene scambiato con una "normale" depressione ma ci sono caratteristiche tipiche dei disturbi di personalità che tornano anche in questo disturbo ed è dunque importante trattarlo per quello che è. ### Lavoro VS vita privata Come si fa a non farsi influenzare dalla propria vita privata durante la pratica professionale? Ho già parlato in un precedente articolo di quali siano le mie tecniche per non portarmi il lavoro a casa ma esiste un metodo per non portarsi "la casa al lavoro"? Ognuno di noi ha una vita privata ed è inevitabile che eventuali "scossoni" nel privato si ripercuotano anche in ambito lavorativo, siano essi positivi o negativi. Partiamo col dire che non è possibile essere del tutto asettici, la natura umana non funziona a compartimenti stagni, siamo fatti di emozioni e queste ci influenzano sempre. La prima strategia che possiamo mettere in atto è il diventare consapevoli di quanto e in che modo la nostra vita privata vada ad impattare sul nostro lavoro, sull'esecuzione del lavoro. Possiamo pensare di guidare un'auto vecchia, con il volante che tende sempre ad andare un po' verso sinistra: la nostra strategia sarà quella di forzare il volante verso destra per compensare e consentire all'auto di proseguire dritta. La seconda strategia è quella di vedere il lavoro come una distrazione, un'isola felice che tiene lontano dalle preoccupazioni. Concentrandosi sul lavoro si eviterà di rimanere focalizzati sulla vita privata e anzi andare al lavoro diventerà un piacere. Questo è tanto più facile quanto più il lavoro è immersivo come può esserlo il mio. Avere a che fare con le persone, ascoltare le loro storie, vuol dire rimanere super concentrati, ascoltando con entrambe le orecchie. Nel mio caso esistono poi le intervisioni e le supervisioni con i colleghi che aiutano a capire se si è persa la bussola a causa, appunto, di problematiche private che influiscono sulla pratica professionale. ### Disturbo evitante di personalità Il disturbo evitante di personalità, appartenente al cluster C, colpisce circa l'1% della popolazione mondiale e, come spiega bene il termine, determina un ritiro sociale, un isolamento, un comportamento attivo volto ad evitare i contatti con le altre persone. Tre caratteristiche che possiamo individuare nel disturbo evitante di personalità sono ritiro sociale, inibizione delle interazioni senso di inadeguatezza, il sentirsi sbagliati nel posto sbagliato ipersensibilità legata al giudizio e alle opinioni altrui Chi ne soffre vive, di fatto, ai margini della società e spesso non ha alcuna relazione significativa ed evita in maniera attiva qualunque contesto sociale a meno che non abbia la certezza assoluta di essere accettato. Questo disturbo può addirittura portare al rifiuto di occasioni importanti come una promozione sul lavoro. Il disturbo evitante viene talvolta confuso con il disturbo schizoide o con la fobia sociale: sicuramente ci sono degli aspetti comuni ma la deprivazione relazionale in questo caso è trasversale ad ogni contesto della vita della persona. ### Il terapeuta non esprime giudizi Lo psicoterapeuta, durante la terapia di coppia, dichiara se la coppia non ha speranze? Questa domanda mi viene spesso rivolta direttamente dalle coppie che si rivolgono a me per la terapia e il sottotesto, la vera domanda che la coppia vorrebbe porre è "dottore ma dobbiamo stare insieme o no?". Partiamo da un presupposto: la terapia si basa sulla sospensione del giudizio, sull'ascolto attivo. Il terapeuta non giudica personalmente ciò che il paziente coppia porta in terapia ma cerca di individuare le problematiche, comprenderne le cause e capire quale o quali siano le strade per risolvere queste problematiche. Non è quindi corretto aspettarsi che ad un certo punto il terapeuta dica "dovete stare insieme" o "dovete lasciarvi" perchè questo implicherebbe l'espressione di un giudizio. Oltretutto ciò che il terapeuta reputa giusto in ambito di relazioni potrebbe essere diverso da ciò che vale per la coppia e non ha senso che il terapeuta le espliciti. Ciò che si fa solitamente in terapia è partire dai fatti e dire "per quello che posso vedere, per quanto ci siamo detti finora, questo è il cammino che consiglio di intraprendere". Ciò che il terapeuta si chiede è piuttosto se lui (o lei) sia in grado di far emergere durante la terapia gli elementi necessari al percorso che ha in mente per il paziente (e questo vale per il paziente singolo come per la coppia). L'unico momento in cui il terapeuta può intervenire in maniera netta è quando uno dei due membri della coppia può essere pericoloso per l'altro (o magari per i figli): in questi casi il terapeuta esce dal suo ruolo non giudicante perchè la priorità diventa l'incolumità del singolo. ### Intervista sul tradimento | Terza parte   Qui trovate la prima parte dell'intervista sul tradimento e qui la seconda. Continuo a rispondere alle domande! Quanto è facile perdonare? E quanto è giusto? Parto col dire che io parlo sempre di superare un tradimento poichè perdonare ha significati e sfumature diversi per ognuno di noi. Per me il tradimento va sempre superato, è la regola base, e con superare io intendo proprio "andare oltre", sia che si decida di continuare a stare insieme sia che si scelga la strada della separazione. Le vie per superare il tradimento a mio avviso sono due ripartire dalla coppia, avendo ben chiaro che le cose non saranno mai come prima (e meno male, perchè il "prima" è ciò che ha portato al tradimento) uscire dalla relazione ma essere pronti, nel futuro, ad avere nuove relazioni, perdonando se stessi. La capacità di fidarsi nuovamente dell'altro (sia il partner traditore o un nuovo partner) è un passaggio fondamentale.   Di chi è la colpa di un tradimento? Del traditore, sempre. Perchè se è vero che ciò che porta al tradimento è un disagio che nasce all'interno della coppia (che quindi può essere "colpa" anche dell'altra persona) è il traditore che sceglie di manifestare il suo disagio in questo modo disfunzionale e la responsabilità è solo sua. Il traditore ha il "merito" di aver manifestato, esplicitato il disagio ma ha la colpa di averlo fatto trovando una soluzione individuale ad un problema della coppia.   ### Intervista sul tradimento | Seconda parte   Nella prima parte dell'intervista sul tradimento ho iniziato a rispondere alla domanda delle domande, perchè si tradisce? Come anticipavo ho racchiuso le tipologie di tradimento in dei grandi "contenitori" dai nomi fantasiosi: tutti quei tradimenti che hanno a che fare con dei vincoli rientrano a pieno titolo nel contenitore "Amore esco! Ma poi torno". La cosa interessante è che avvengono tutti in momenti molto importanti che la coppia si trova a vivere come ad esempio il matrimonio imminente, l'inizio della convivenza, l'arrivo di un figlio. Si tratta sempre di tradimenti "mordi e fuggi", vengono intesi quasi come una boccata d'aria da parte di chi tradisce, come una pausa dalla coppia che sta diventando sempre più legante. Queste persone sono quelle che poi solitamente si dicono ancora più innamorate di prima del loro partner, non provano coinvolgimento nella relazione con l'amante e non confesseranno mai il tradimento perchè non è loro interesse interrompere la relazione "primaria". Ci sono poi coppie che si dicono molto innamorate, che non sostituirebbero il partner con nessuno al mondo ma che sentono una mancanza all'interno della relazione e quella è l'unica cosa che vanno a cercare all'esterno, per compensazione. Chiaramente l'esempio più semplice da comprendere è quello in cui in una coppia che funziona alla perfezione manca compatibilità dal punto di vista sessuale e il sesso è dunque ciò che uno o entrambi i membri ricercano all'esterno. La degenerazione di questa dinamica è quella che chiamo "trasgressione o lato oscuro" e che vede uno dei due partner tradire per poter manifestare un lato di sè che ha sempre celato a chiunque, anche alla sua metà e che riesce ad esternare solo con l'amante. C'è poi un ultimo contenitore, quello che ho chiamato "la monade", che racchiude tutte quelle persone che tradiscono a prescindere da qualsiasi dinamica: sono quelle persone che non sono mai riuscite ad instaurare un vero e proprio rapporto a due e che sanno già in anticipo che andranno a tradire. La dinamica è del tipo "se vuoi stare con me ci stai alle mie regole, io non ti riconoscerò mai nulla".   Si può affermare che il tradimento sia un modo per rompere un equilibrio? Sì, assolutamente. Il tradimento, infatti, non è mai la causa del dolore della coppia ma una conseguenza del dolore della coppia. Certo, è un gesto molto distruttivo e anche egoista perchè il traditore ha preferito tradire piuttosto che comunicare il suo malessere nella coppia. Ma è anche un gesto molto comunicativo e potenzialmente mortale per la coppia. Non se ne parla spesso ma accade neanche troppo raramente che il tradimento dia una scossa in positivo alla coppia proprio perchè va a rompere degli equilibri che evidentemente non erano funzionali (anche se lo fa, come detto, in maniera dirompente e pericolosa).   A breve pubblicherò anche il resto dell’intervista!   ### Intervista sul tradimento | Prima parte   Nell'articolo di oggi condivido con voi la trascrizione della mia intervista sul tradimento con il collega Dr. Angelo Collevecchio, tralasciando la parte di presentazione. Abbiamo parlato del mio libro in uscita a breve e delle motivazioni del tradimento.   Come mai la scelta del "tradimento" come argomento del libro?  Ho scelto di parlare di questo argomento principalmente per due motivi è un tema a me caro perchè moltissime persone si trovano ad affrontare un tradimento durante la loro vita, non necessariamente da parte del partner ma magari da parte di un amico o di un familiare e mi trovo dunque a confrontarmici spesso in terapia c'è molto poco a livello di letteratura su come comprendere e affrontare un tradimento dal punto di vista psicologico e volevo fornire a chi si trova in questa situazione (come traditore, tradito o amante) qualche strumento Perchè si tradisce? Premesso che esistono moltissime ragioni diverse, tra cui alcune anche molto superficiali che vengono utilizzate come giustificazioni (occhio per occhio, tu non mi consideravi, ecc), possiamo individuare quattro macro motivazioni che portano a tradire ed esitano in cinque diversi comportamenti. Queste motivazioni si possono ricercare all'interno delle dinamiche della coppia che talvolta possono degenerare. Per comodità utilizzo i titoli dei capitoli del mio libro, un po' lunghi ma esplicativi, e partirei con quella dinamica che ho chiamato "Ti amo ma solo se comando io". Nelle coppie in cui si verifica questa dinamica, quella in cui il potere è sbilanciato, in cui uno dei due partner vuole emergere e sovrastare l'altro, può accadere che chi si trova in posizione di "svantaggio" metta in atto un tradimento come per bilanciare il rapporto. Non parliamo solo di rapporti evidentemente sbilanciati a livello, ad esempio, economico (come può accadere quando uno dei due partner fa un lavoro di grande rilievo mentre l'altro rimane a casa o svolge un lavoro più umile) ma anche di rapporti in cui uno dei partner spicca sull'altro anche in società, raggiungendo piccoli successi personali e facendosi notare dagli amici.     A breve pubblicherò anche il resto dell'intervista! Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Relazioni tossiche: non solo in amore Le relazioni tossiche possono riguardare anche rapporti "extra sentimentali" come amicizie e parentele? Assolutamente sì anche se ci sono ben tre motivi per cui si sente parlare di relazioni tossiche quasi esclusivamente nell'ambito sentimentale. La prima ragione, sembrerà banale, è che è molto più facile riconoscerle, definirle e raccontarle e la seconda, strettamente correlata, è che questo le rende anche più facili da denunciare se non all'esterno (alla polizia o ai parenti) quantomeno all'interno, a se stessi; la terza ragione è che quando si parla di relazioni sentimentali si parla di partner che vengono scelti mentre i genitori, persone con cui è assolutamente possibile instaurare una relazione tossica, ti capitano: apparentemente il fatto di scegliersi un partner disfunzionale fa sembrare la relazione sentimentale più tossica di quella non sentimentale. Ciò detto sì, le relazioni tossiche possono esistere come dicevamo anche fuori dalla sfera amorosa. Pensiamo ad esempio ad un genitore narcisista o dipendente, ad un genitore che presenta una patologia psichiatrica o ad un genitore manipolatorio (nei confronti dei figli o del proprio partner): tutte queste dinamiche hanno sicuramente un impatto e risultano essere tossiche per i figli che, però, non riusciranno da subito a riconoscerle come tali soprattutto per quanto detto sopra e cioè che un genitore non si sceglie e rimane genitore nonostante tutto. Pensiamo anche alle amicizie: quante possono essere tossiche? In quante amicizie si subisce una qualche forma di tradimento? Il motivo per cui, probabilmente, se ne sente parlare meno è che le relazioni amicali sono solitamente meno intense rispetto a quelle sentimentali ed è più facile dunque abbandonarle, staccarsi dalla persona tossica. Mobbing, vessazioni sul lavoro sono a loro volta forme di relazioni tossiche e come le precedenti non è detto che causino danni inferiori o minor sofferenza rispetto a quelle sentimentali. Una relazione tossica lo è in qualunque contesto si verifichi e la soluzione è sempre allontanarsi il più possibile. ### Le malattie mentali sono ereditarie? Dottore, la malattia mentale, cioè le patologie psicologiche e psichiatriche, sono ereditarie? Questa è una domanda che mi viene spesso fatta non solo da chi sente di vivere un disturbo o ha un genitore che vive un disturbo psichico e, siccome vede una certa assonanza con le sue difficoltà, teme di poter avere sviluppato la stessa patologia del genitore, ma anche dai genitori che, soffrendo o vivendo un disagio psicologico o mentale, si preoccupano di poterlo trasmettere ai figli. La risposta non è diretta, non è così semplice. Complessità della Risposta È difficile dare una risposta categorica, cioè dire "sì, è esattamente così" oppure "no, tranquillo, non c'è alcuna ereditarietà" perché la risposta, come spesso accade, sta nel mezzo. Partiamo dalle basi: la malattia mentale, chiamiamola così senza fare distinzioni tra disturbi psichici e disturbi psichiatrici, è determinata da quattro diversi fattori, cioè quattro diversi elementi che, correlati e combinati tra loro, determinano l'insorgenza della malattia mentale. Questi sono: I Quattro Fattori Determinanti Fattori genetici, cioè quelli scritti all'interno del nostro codice genetico. Le basi genetiche dei disturbi mentali sono state oggetto di numerosi studi di genetica. Fattori biologici, quindi legati al fisico e agli organi. Questo include anche la patologia fisica che può interagire con le condizioni di malattia mentale. Fattori psicologici, rispetto allo stato mentale, come ad esempio i disturbi d'ansia e i cambiamenti della personalità. Fattori ambientali, legati al contesto di vita o alle esperienze vissute. I pazienti con disturbi spesso riportano la presenza di fattori ambientali stressanti nella loro vita. Interazione tra i Fattori L'aspetto importante per rispondere alla domanda iniziale è che nessuno di questi elementi, preso singolarmente, è capace di determinare l'insorgenza di disturbi mentali. Ci vuole una correlazione tra questi quattro diversi elementi per dire che è insorta una patologia psichiatrica. Questo è stato dimostrato tramite numerosi esperimenti e studi genetici, alcuni molto interessanti sui gemelli. Ad esempio, gemelli con lo stesso patrimonio genetico, ma cresciuti in ambienti completamente diversi, possono sviluppare o meno una patologia. Impatto dei Fattori Genetici e Ambientali Questo già differenzia l'impatto e il ruolo che hanno questi diversi fattori genetici, ambientali, biologici e psicologici. In questo esempio, si capisce come fattori genetici e ambientali abbiano un impatto. Per questo motivo, molte ricerche indicano che singolarmente un fattore, che sia genetico, biologico, ambientale o psicologico, non è in grado di determinare autonomamente la malattia mentale. Le malattie multifattoriali, infatti, richiedono un'interazione complessa di vari elementi. Ereditarietà e Predisposizione La notizia meno positiva è che effettivamente ci sono delle malattie, soprattutto sul versante psichiatrico, che mostrano una certa ereditarietà o familiarità, ad esempio schizofrenia, disturbo bipolare o depressione. Questa familiarità cosa vuol dire? Non significa che se un genitore o un parente stretto soffre di questa patologia, allora inevitabilmente anche i suoi discendenti ne soffriranno. Significa che avranno una maggiore predisposizione, un maggiore fattore di rischio, che non consiste nella garanzia della certezza che venga sviluppata la malattia mentale in questione, ma in una predisposizione allo sviluppo. Conclusioni: Una Risposta Complessa Come dicevo prima, ci sono diversi fattori, quattro diversi elementi che devono concorrere insieme all'insorgenza della malattia, ed è anche impossibile definire a priori quale possa essere l'impatto o la probabilità che questi fattori di rischio effettivamente si concretizzino nello sviluppo della malattia mentale. Quindi, per rispondere alla domanda iniziale, sì e no. C'è una componente, un fattore di rischio legato ad aspetti genetici e biologici, ma non sono gli unici a determinare l'insorgenza della malattia poiché ci vogliono anche altri fattori biologici, psicologici e ambientali. Le malattie neuropsichiatriche, come la Depressione Maggiore e il disturbo ossessivo-compulsivo, spesso richiedono un trattamento farmacologico con farmaci antidepressivi e sono descritte in dettaglio nel manuale diagnostico dei disturbi mentali. Studi di Genetica e Varianti Genetiche Numerosi studi di genetica hanno identificato varianti genetiche che contribuiscono al rischio di sviluppare disturbi mentali. Questi studi suggeriscono che esistono basi genetiche per molti disturbi psichiatrici e psichici, ma che la trasmissione ereditaria è solo una parte del quadro complesso. La presenza di malattie ereditarie non garantisce lo sviluppo della malattia, ma aumenta la predisposizione genetica. Fattori Individuali e Predisponenti È essenziale considerare anche i fattori individuali e predisponenti, come i fattori di trascrizione e i fattori protettivi che possono influenzare lo sviluppo delle malattie. Ad esempio, i disturbi dello spettro autistico e il disturbo dissociativo possono avere un contributo genetico significativo, ma anche la presenza di fattori ambientali è cruciale per la loro manifestazione. Conclusione: L'Importanza della Multidimensionalità Per comprendere appieno il rischio di malattia e la diagnosi di disturbo psichiatrico, è necessario considerare la multidimensionalità delle malattie complesse. Le malattie psichiatriche non sono determinate da un singolo fattore, ma da un'interazione complessa di fattori genetici, biologici, psicologici e ambientali. Solo attraverso un'analisi approfondita di tutti questi elementi possiamo comprendere meglio la trasmissione ereditaria e lo sviluppo delle malattie mentali. ### Le emozioni in terapia Affrontiamo in questo articolo la tematica delle emozioni ponendoci una nuova domanda: che ruolo giocano le emozioni in terapia? Perchè sono così importanti? Le emozioni giocano un ruolo fondamentale per due motivi: il perchè una persona sta male risiede nelle emozioni, quindi le emozioni sono ciò che ci porta ad andare in terapia la soluzione, la cura del problema, il lavoro che si fa all'interno della stanza di terapia ha a che fare con le emozioni Ora, in maniera semplicistica, potremmo dire che una persona sceglie di andare in terapia per due ragioni ed entrambe sono legate alle emozioni. In un primo caso possiamo pensare ad una persona che sta vivendo un'emozione molto forte senza riuscire a riconoscerla, emozione che, quindi, troverà un'altra via per manifestarsi, probabilmente con una somatizzazione; in un secondo caso, al contrario, possiamo immaginare una persona che riconosce molto bene le emozioni che sta provando ma si rende conto di non riuscire a controllarle e per questo chiede aiuto. Se quindi questi sono i ruoli che possono avere le emozioni nel momento in cui una persona decide di andare in terapia, qual è il loro ruolo nel processo di cura? Uno dei compiti dello psicoterapeuta è quello di rinarrare la storia del paziente e se è vero che il mezzo per farlo sono le parole, i significati sono emotivi. Il lavoro che si fa nella stanza di terapia è tutto a livello emotivo tant'è che non è necessario, come spesso chiede il paziente, registrare le sedute o prendere appunti: non sono importanti le parole che vengono dette ma le emozioni che suscitano.     ### Emozioni primarie: cosa sono e perché contano nella vita di tutti i giorni Parlare di emozioni primarie significa andare al cuore di ciò che siamo. Sono una bussola interna che ci guida nelle scelte, nelle relazioni e nel modo in cui interpretiamo il mondo. Eppure, nonostante la loro importanza, spesso facciamo fatica a riconoscerle o a comprenderle davvero. In questo articolo ti accompagno in un viaggio semplice e discorsivo dentro le emozioni, per capire meglio quali sono le emozioni primarie, come funzionano e perché possono aiutarci a vivere con maggiore consapevolezza. Cosa sono le emozioni primarie? Le emozioni primarie sono reazioni innate e universali: tutti gli esseri umani – in tutte le culture, dalla Nuova Guinea alle città occidentali – mostravano le stesse espressioni facciali sin dalla nascita. Studi come quelli di Paul Ekman hanno confermato questa universalità grazie alla mimica facciale delle emozioni. Ma quali sono le 7 emozioni primarie? Sono queste: la gioia la sorpresa la tristezza la paura la rabbia il disgusto il disprezzo Queste emozioni di base formano una sorta di ruota naturale delle emozioni: un set comune, programmato nel sistema limbico del cervello umano. Le emozioni primarie sono il nostro linguaggio emotivo originario, presente fin dal primo respiro. Come funzionano le emozioni primarie nel corpo Quando proviamo un’emozione, accade una serie di cambiamenti che coinvolgono corpo, pensieri e comportamento. Da un lato c’è ciò che sentiamo dentro; dall’altro ci sono segnali fisici ed emozioni primarie facilmente riconoscibili da chi ci osserva. Livello cognitivo È il filtro mentale con cui leggiamo il mondo: “sono in pericolo”, “questa persona mi fa stare bene”, “non me lo aspettavo”. Tutte frasi che possono attivare emozioni primarie. Livello fisiologico Il corpo reagisce subito: battito che accelera, muscoli che si tendono, respiro che cambia, sensazioni interne come calore o stretta allo stomaco. Livello comportamentale Le emozioni ci dicono come agire: la paura = fuga, la rabbia = difesa, la sorpresa = stop. Ogni emozione ci mette in moto: attiva una reazione, ci spinge a fare qualcosa. Non è un caso: sono emozioni di base nate per la sopravvivenza. Emozioni primarie ed emozioni secondarie Spesso una persona mi chiede: "Ma quindi emozioni primarie e secondarie sono la stessa cosa?" No: c’è una distinzione importante. Le emozioni primarie sono innate e universali, sono le stesse in tutte le culture, compaiono già alla nascita. E le secondarie? Sono più complesse: nascono dall’incontro tra emozioni primarie e storia personale. Vengono influenzate da educazione, cultura, relazioni e dalle nostre esperienze di vita. Esempi di emozioni secondarie: la vergogna la gelosia l’invidia l’ansia il senso di colpa Tutte queste emozioni derivano da una miscela più complessa di emozioni interiori: ad esempio la gelosia può contenere paura, rabbia e tristezza insieme. Le emozioni primarie sono la radice; le emozioni secondarie sono i rami che crescono nel tempo. Perché le emozioni primarie sono importanti nella vita quotidiana Nella mia esperienza clinica vedo ogni giorno quanto le nostre emozioni guidino i comportamenti, anche quando crediamo che sia tutto una questione di ragione. La verità è che le emozioni sono spesso il motore nascosto che influenza: le nostre scelte, le nostre relazioni, le nostre reazioni allo stress, la qualità della nostra vita. Per molto tempo, però, la nostra cultura ci ha insegnato che alcune emozioni "si possono esprimere" mentre altre vanno tenute sotto controllo. Al contrario, tutte le emozioni raccontano qualcosa di importante. Ad esempio: la paura può segnalarci un limite superato, la rabbia può indicarci che qualcuno sta invadendo il nostro spazio, la tristezza può aiutarci a elaborare una perdita. Non esistono emozioni giuste o sbagliate: le emozioni primarie sono messaggi, non ostacoli. Dare spazio alle emozioni primarie migliora la nostra capacità di capirci e di stare nel mondo. Le emozioni primarie in terapia Un percorso psicologico aiuta a riconoscere e comprendere meglio le emozioni primarie e secondarie. È spesso proprio qui che avviene un cambiamento profondo. Ad esempio la: rabbia può nascondere paura o tristezza, ansia persistente può derivare da una paura primaria non ascoltata, vergogna e senso di colpa spesso si legano a vecchi giudizi che ancora ci abitano. Nella stanza di terapia ci si può concedere di esplorare tutte le emozioni senza paura, perché ogni emozione ha un messaggio che possiamo ascoltare e trasformare. Riconoscere le emozioni primarie permette di leggere meglio la propria storia emotiva e di costruire un nuovo equilibrio. FAQ: le domande più comuni sulle emozioni primarie Quali sono le 7 emozioni primarie? Gioia, sorpresa, tristezza, paura, rabbia, disgusto, disprezzo. Quali sono le 5 emozioni primarie? Molti modelli ridotti includono gioia, rabbia, tristezza, paura, disgusto. A cosa servono le emozioni? Sono la nostra bussola interna: ci informano su ciò che stiamo vivendo e su come proteggerci o avvicinarci a ciò che ci fa bene. Le emozioni primarie possono cambiare? Le emozioni primarie restano le stesse, ma cambia il modo in cui le viviamo grazie all’esperienza. Conclusione Le emozioni primarie sono il fondamento della nostra esperienza umana: ci aiutano a capire chi siamo, cosa vogliamo e di cosa abbiamo bisogno. Imparare ad ascoltarle non è un esercizio di debolezza, ma un atto di cura verso di noi. Se vuoi iniziare a fare spazio a ciò che provi, io ci sono. ### Etica e deontologia Che differenza c'è tra etica e deontologia? Partiamo col dire che sono sicuramente due elementi cruciali in tutte le professioni sanitarie e non solo, diciamo in tutte quelle professioni che fanno riferimento ad un albo. Io in particolare, e tutti i miei colleghi psicoterapeuti, faccio i conti con questi due elementi quotidianamente nella mia pratica clinica. Etica e deontologia sono due cose diverse che si riferiscono ad aspetti simili. Le stesse etimologie ci fanno comprendere la diversità tra i due significati la deontologia, dal greco deon (dovere), parla di ciò che DEVE essere fatto all'interno di una professione, del comportamento e delle norme comportamentali e procedurali che devono essere rispettate nello svolgimento di quella professione. La deontologia quindi, in qualche modo, viene "calata" dall'alto, solitamente dall'ordine della professione. l'etica, dal greco ethos (abitudine), parla del comportamento, del modo di fare del professionista. L'etica, quindi, si riferisce al comportamento che viene agito nel tentativo del professionista di seguire il codice deontologico. Se la deontologia è qualcosa di condiviso, di uguale per tutti, l'etica è più personale, è il tentativo di ciascuno di far fronte alla deontologia partendo da propri valori e dalla propria formazione. ### Come stare vicino a chi soffre? Come Stare Vicino a Chi Soffre: Guida Empatica ed Efficace? Molte persone si chiedono come sia possibile stare vicino a chi soffre, soprattutto quando ci si trova di fronte a cari affetti da depressione, attacchi di panico, o altri disturbi psicologici. Questa domanda, intrisa di genuinità e interesse sincero, riflette il desiderio di offrire sostegno reale, pur rivelando le incertezze e la paura di non essere adeguati. Evitare l'Impotenza e Promuovere il Supporto La sensazione di impotenza nel tentativo di stare vicino a chi soffre è comune, ma è essenziale evitare errori comuni come sminuire il disagio psicologico o dare consigli non richiesti. Questi atteggiamenti possono, involontariamente, far sentire la persona ancora più isolata. Connettersi con Empatia e Senza Giudizio Per stare vicino a chi soffre, è cruciale partire dall'ascolto attivo. La psicoterapia insegna che la base della guarigione risiede nella relazione di ascolto: non è necessario offrire soluzioni immediate, ma piuttosto far sentire l'altro ascoltato, capito e, soprattutto, non solo. Chiedere Come Essere D'aiuto Un passo significativo per stare vicino a chi soffre è chiedere direttamente come si può essere utili. Questo approccio rispettoso può fare una grande differenza, dimostrando la volontà di supporto senza assumere di sapere già cosa sia meglio per l'altro. Favorire l'Azione senza Pressione Invece di impartire direttive, chi vuole stare vicino a chi soffre dovrebbe incoraggiare delicatamente la persona a cercare aiuto professionale quando necessario, offrendosi di accompagnare o supportare nel processo di ricerca di assistenza qualificata. Conclusioni: Essere Presenti con Cura e Rispetto In definitiva, stare vicino a chi soffre richiede sensibilità, pazienza e la capacità di offrire uno spazio sicuro in cui l'altro possa sentirsi ascoltato e compreso. Ricordiamo che la presenza, più che le parole, è spesso la forma di supporto più potente. ### Esaurimento nervoso: esiste? Dal punto di vista clinico, in cosa consiste l'esaurimento nervoso? Questo termine che viene spesso utilizzato in maniera colloquiale ha una base, un fondamento scientifico? Questa è una domanda che mi è stata fatta di recente e la trovo molto interessante. Il linguaggio che usiamo per raccontare il mondo non sempre ha un riscontro dal punto di vista clinico ma ha su di esso un'influenza e porta con sè dei significati. "Esaurimento nervoso" è un termine che viene utilizzato spesso nel linguaggio comune e che, possiamo dire, AVEVA un riscontro clinico. Tecnicamente sarebbe improprio parlare di esaurimento "nervoso" poichè il sistema nervoso non può esaurirsi. In nessun manuale diagnostico moderno è presente il termine "esaurimento nervoso" poichè gli studi, progredendo, hanno riscontrato tutta una serie di patologie che un tempo venivano fatte confluire sotto l'unico termine ombrello "nevrastenia". Se quindi il termine a livello clinico non esiste non è altrettanto vero per quanto riguarda un livello più emotivo. Quello che viene comunemente chiamato esaurimento può far riferimento all'ansia, alla depressione, anche al disturbo ossessivo compulsivo. Ma cosa si intende per esaurimento nervoso? Solitamente quando se ne parla si hanno in mente due situazioni opposte uno stato di costante allerta, angoscia, ansia, tensione (riconducibile all'ansia) una mancanza di energie, una catatonia, l'incapacità di svolgere i compiti della giornata (riconducibile alla depressione). Ecco perchè è molto difficile ricondurre l'esaurimento nervoso ad un'unica patologia. Anche in alcune patologie di recente studio, come per esempio il burn out, si possono ritrovare alcune caratteristiche dell'esaurimento: il burn out è una progressiva perdita di energie, di vitalità, di forza nell'affrontare la giornata, tipica di chi svolge professioni in cui si è costantemente esposti al dolore, alla sofferenza, alla fatica altrui. Il burn out è quindi una patologia particolarmente legata alle professioni sanitarie ed è sicuramente una di quelle patologie che, in termini colloquiali, ben si riassume con il concetto di "esaurimento nervoso".       ### Diagnosi ed etichette diagnostiche Il linguaggio è uno strumento di costruzione della realtà, alterazione della realtà e talvolta semplificazione della realtà. Quando scegliamo i termini per rappresentare la nostra realtà, posto che uno stesso termine può avere sfumature di significato differenti per ognuno di noi, sto andando ad influenzare quella realtà e, in alcuni casi, anche a semplificarla. Perchè parlo di semplificare? Perchè le etichette sono proprio questo, una semplificazione - talvolta negativa, talvolta si riduce addirittura ad uno stereotipo. Questo concetto emerge prepotentemente se si parla di etichette in ambito psicologico e psicoterapeutico. Le etichette, lungi da me l'essere polemico, non hanno alcun valore dal punto di vista della cura: sono molto utili, però, per comunicare con altri professionisti, semplificando appunto la conversazione, o per far meglio comprendere al paziente di cosa stiamo parlando. Ciò che è importante ricordare è che il paziente, la persona che abbiamo di fronte nella stanza di terapia, NON è la sua etichetta, non è la sua diagnosi: è una persona, appunto! Una persona fatta di dubbi, fatiche, sintomi che hanno alcune caratteristiche riconducibili ad un "contenitore" comune. L'etichetta può essere utile per creare un codice condiviso, una lingua comprensibile a paziente e terapeuta. La verità è che poi ogni paziente è come un dialetto e il terapeuta deve imparare a comprendere cosa, per lui o per lei, l'etichetta significa. Se quindi le etichette possono risultare utili per inquadrare un contesto, è anche vero che possono diventare pericolose se date in mano a persone che non sanno bene cosa farsene. Proseguendo con la metafora della lingua ogni persona schizofrenica, per quanto inquadrata all'interno della lingua "schizofrenia", parla un dialetto estremamente diverso dall'altra perchè esiste una variabilità enorme di sintomi e caratteristiche all'interno di questo stesso disturbo. Con altri disturbi la questione è un po' più semplice ma è inevitabile, per il terapeuta, fare un lavoro sartoriale su ogni paziente, ogni persona che si trova davanti. C'è un altro rischio che si corre nell'utilizzare etichette diagnostiche ed è il seguente: il paziente, conosciuta la sua etichetta, tenderà ad aderirvi. In che modo? Il paziente sarà condizionato a vedere e sviluppare sintomi specifici che prima non vedeva o non percepiva come sintomi. Questo lo facciamo tutti: se ci viene diagnosticato il tunnel carpale andremo a cercarne i sintomi online e improvvisamente riconosceremo di averli tutti. Lo stesso accade a pazienti cui viene appiccicata addosso un'etichetta (potremmo citare come esempio quella di DOC - disturbo ossessivo compulsivo) con troppa leggerezza: d'un tratto le compulsioni e le ossessioni andranno ad aumentare.   ### Il TRADIMENTO: ne ho parlato in diretta con Guida Psicologi Come probabilmente sapete ho scritto diversi articoli e girato molti video a tema tradimento, un argomento sempre molto caldo. A brevissimo, tra l'altro, uscirà il mio primo libro proprio a tema tradimento! Oggi condivido con voi la registrazione di una diretta fatta con gli amici di Guida Psicologi in cui abbiamo sviscerato questa tematica. Ho prima risposto a domande generiche sulle relazioni, di cui vi lascio il minutaggio, e poi ad alcune domande degli utenti. 01'52" Perchè il tradimento irrompe nella vita di coppia? Quali sono le cause più comuni? 11'10" Il tradimento è sempre e solo fisico/sessuale? 15'28" Si può superare un tradimento? Come? 24'19" Il tradimento può essere una via per arrivare a capire i veri problemi della coppia e a risolverli? 26'39" Il detto "il lupo perde il pelo ma non il vizio" ha un fondamento di verità? E qui di seguito trovate il testo dell'intervista: Tradimento perché irrompe nella vita di coppia Quali sono diciamo le cause più comuni per così dire. Perché il tradimento irrompe? Francamente, perché c'è qualcosa che non va. C'è qualcosa che non funziona nella coppia, o forse è legato esclusivamente ad uno dei due. Sicuramente, è la manifestazione di un disagio. Ci sono tanti modi di tradire e tante motivazioni diverse che stanno alla base del tradimento. Quindi, perché irrompe? Perché arriva nella coppia? Sicuramente perché la coppia affronta o vive un momento di disagio. Almeno uno dei due sta mettendo in discussione la coppia. Esistono principalmente quattro macrocategorie di motivazioni che possono portare al tradimento: la rabbia, la vendetta, la fuga, l'indipendenza, la libertà, la compensazione o l'essere un tutto, e infine una condizione individuale. La rabbia e la vendetta sono abbastanza semplici da spiegare. Sono tutti quei tradimenti che vengono agiti nel tentativo di aggredire, ledere, danneggiare l'altro. Ci si sente feriti e quindi si reagisce. Non si riferisce solo a quei tradimenti legati a rabbia e vendetta perché si è subito un tradimento. Potrei essere arrabbiato per mille altri motivi, potrei essere arrabbiato perché mi sento comandato. La fuga, l'indipendenza e la libertà sono legate a tutti quei tradimenti che avvengono nel tentativo di prendere ossigeno, di respirare dalla coppia. Questo è legato soprattutto alla propria autonomia e indipendenza. Sono tipologie di tradimenti che vengono agiti quando uno si sente stretto in gabbia all'interno della relazione. I tradimenti compensatori o per compensazione sono tutti quei tradimenti che vengono agiti nell'andare a cercare in maniera specifica e mirata ciò che manca all'interno della coppia. Nella coppia manca il sesso o uno dei due non è appagato e quindi cerca questo al di fuori della coppia, ma cerca solo quella parte lì. Infine, c'è la motivazione legata ad un aspetto prettamente individuale, più egoistico. Ci sono persone che tradiscono perché non sono mai entrate in relazione e vedono la relazione come una merce. Non dividono completamente i diversi piani della relazione. Ovviamente il sesso è uno di questi, ma anche la relazione stessa. Quindi il traditore di fatto non ha un rapporto con il proprio partner, ma mette in atto anche tutta un'altra serie di comportamenti che portano anche al tradimento, ma per un bisogno individuale, non per un problema interno della coppia. Di fatto, la coppia in questo caso non esiste. La seconda domanda che vorrei rivolgerti è questa il tradimento è solo fisico sessuale? Perché te lo chiedo? Perché nell'immaginario comune si parla sempre di tradimento, appunto In senso puramente fisico, no? Ma può esserci anche un qualche altro tipo di tradimento, per esempio emotivo. Diciamo che il tradimento fisico sessuale è principalmente fisico, per essere più specifici, quello che è considerato il tradimento 'master' è il tradimento penetrativo, cioè quello in cui c'è stata penetrazione. Ok, perché in tutti gli altri casi vengono utilizzate sfumature linguistiche, viene visto come meno grave. Diciamo che quando c'è un rapporto penetrativo, allora lì c'è, o meglio, è lo stereotipo considerato tradimento. Poi ovviamente le sfumature, il significato del tradimento possono essere moltissime. Un tradimento fisico c'è quando facciamo del petting, come quando magari diamo un bacio alla francese all'amante di turno. Però viene considerato potenzialmente meno grave il tradimento emblematico. E poi sì, esistono tantissimi tipi diversi, oltre a quello fisico sessuale, c'è sicuramente quello emotivo che hai citato tu, cioè quello che viene definito 'bianco' in un certo senso, cioè quel tradimento per cui si arriva a una relazione sostanzialmente platonica. Peccato che si è già in una relazione. Non siamo cresciuti leggendo o studiando Dante, piuttosto che cogliere poemi scritti, non sono sostanzialmente relazioni platoniche, cioè la famosa Beatrice e insomma quella cosa lì del tradimento dell'amore platonico. Nel momento in cui questo amore platonico è rivolto a qualcuno che non sia il partner, allora può essere definito come un tradimento bianco. Il tradimento bianco è tornato decisamente in auge, è estremamente moderno e molto presente nella società odierna. Basti pensare a tutti quei casi in cui si scopre una chat, un messaggio, una videochiamata, o situazioni in cui si dice 'non ho fatto niente' perché 'non ho fatto niente' ha un significato diverso. Dobbiamo capire perché non hai fatto niente, perché se magari l'altro vive in Nicaragua, allora dobbiamo capire se non sei andato in Nicaragua perché non hai avuto la possibilità di andarci o perché ti sei fermato prima, perché sei stato scoperto, o perché in realtà stavi cercando di fare altro, stavi cercando di darmi un qualche tipo di comunicazione. È chiaro che esiste una certa scala di gravità in tutto questo. Il tradimento più grave è solitamente quello penetrativo, poi ci sono tutta una serie di sfumature: il petting, i baci, i contatti fisici, fino ad arrivare ai problemi della lettera scritta a mano ecco, quella ancora con la ceralacca, non con il messaggino con i video erotici sulle chat... Questo prevede che ci siano diverse sfumature di tradimento e molte tipologie di tradimento. Ci sono i tradimenti familiari, i tradimenti emotivi, quelli amicali, ma se dobbiamo parlare di tradimento all'interno della coppia, un altro aspetto importante è che, in base al significato e alla scala di valori che la coppia attribuisce a questo tradimento, il tradimento assume un significato diverso e, di conseguenza, un diverso futuro prognostico. Cioè, qual è la probabilità che la coppia scelga, ad esempio, o riesca, perché ciò che viene scelto non è detto che corrisponda a ciò che poi riesce, di rimanere insieme o forse di separarsi. C'è chi tradisce anche per semplicemente comunicare con gesti ciò che non riesce a comunicare a parole. È un'altra possibilità, come una quarta categoria, rispetto alle categorie precedenti. Esistono molti tipi diversi di tradimento, con significati, pesi e gradi di gravità diversi. Ma secondo te è possibile superare un tradimento per una coppia? E se sì, come? Questo lo faccio di mestiere... Allora sì, assolutamente, superare un tradimento (se viene inteso nel risolverlo e nell'andare anche oltre, Individualmente e in coppia) lo è assolutamente. Poi dipende come. Alcune coppie possono arrivare al punto di considerare che la soluzione possa essere la separazione. Quindi, la rielaborazione del tradimento è necessaria, indipendentemente dal futuro che la coppia sceglie di percorrere. Se la domanda è: "È possibile continuare a stare insieme felici dopo aver scoperto che l'altro ti tradisce?" la risposta è sì, ma ci sono delle precisazioni da fare. Ci sono degli aspetti da considerare e degli errori da evitare di ripetere. Quando emerge un tradimento, la reazione spontanea è di tentare di far sparire tutto il più velocemente possibile, come se nulla fosse successo. Questo è lo stesso motivo per cui, quando ci facciamo male, copriamo immediatamente la ferita o facciamo finta di non guardarla. Perché, in fin dei conti, una cosa è saperlo, un'altra è vederlo, un'altra ancora è avere la conferma di ciò che sappiamo tramite la vista. Il tradimento funziona un po' alla stessa maniera: viene scoperto e l'azione spontanea delle persone è cercare di far tornare tutto come prima il più velocemente possibile. E ci si promette che sarà così. Ma questa è una condanna a morte, è il modo migliore per lasciarsi procrastinando il dolore. Quando uno dice "tutto tornerà come prima", non sta mentendo all'altro, e quando uno dice "vorrei che tu tornassi come prima", non sta mentendo. Assolutamente no, lo desiderano davvero, ma è la via sbagliata. La via sbagliata nel senso che impedisce la rielaborazione, che confina la coppia in una versione sfuocata della precedente relazione. Propone che la relazione precedente, che era un tutt'uno, prosegua nonostante sia stata danneggiata da un tradimento. Per superare un tradimento, il passo da fare è invece accettare molto chiaramente che nulla sarà più come prima, il che non significa necessariamente che debba essere peggio di prima. Potrebbe anche andare decisamente meglio. Quello che probabilmente le persone che adesso stanno seguendo staranno pensando è: "Se dovessi essere tradito/a, interromperei la relazione". Comprensibile, tutti lo affermano. Ma fidatevi, non è ciò che accade di solito. Nella grandissima maggioranza delle volte, un tradimento non è sufficiente a generare un'interruzione della relazione, soprattutto quando ci sono molte implicazioni. Di solito, anche le persone più rigide, quelle che dicono "no, questa cosa per me è inaccettabile", poi quando si ritrovano in una tale situazione diventano un po' meno categoriche e più flessibili. Almeno solo per la volontà di capire cosa sia successo e perché. Dunque, un tradimento può essere superato a condizione di non farsi l'ingenua promessa che "tutto tornerà come prima". Nulla può tornare come prima, anzi, tutto deve essere necessariamente diverso. E diverso non significa necessariamente peggiore. Cosa ci vuole, allora? Serve chiarezza, lucidità, capacità e sincerità reciproca nel parlare del proprio egoismo. Perché? Perché, se il tradimento rientra in una delle prime tre categorie (quelli per rabbia, vendetta, indipendenza, libertà, ecc., o per compensazione), la colpa non è solo di una parte. Si dice spesso che "la colpa è sempre al 50%" o "la colpa è sempre nel mezzo", ma la responsabilità è sempre reciproca. Forse è 80 a 20, ma c'è sempre una parte di responsabilità che contribuisce a generare o a condurre a un tradimento. Anche se il gesto di tradimento può essere disfunzionale, distruttivo e potenzialmente irrisolvibile, è sicuramente condannabile chi tradisce. Tuttavia, ci potevano essere altre strade, specialmente se alla fine si desidera rimanere con la persona che è stata tradita. È necessario passare attraverso la comprensione dei propri problemi, errori e limiti. Bisogna parlare del proprio egoismo, riconoscendo la bassezza dei comportamenti che noi, in quanto esseri umani, siamo in grado di mostrare. L'accettazione e la comprensione partono da qui, così come la ricostruzione. Molti tradimenti avvengono perché le persone non riescono a comunicare veramente chi sono. Hanno paura di mostrarsi, di comprendersi, di essere giudicate. Spesso è più facile e comodo restare in una relazione in cui ci si racconta che tutto va bene, quando in realtà non è così. Il tradimento offre questa opportunità, sebbene non sia piacevole. È difficile vedere un tradimento come un regalo in un brutto involucro. Tuttavia, se una persona riesce ad andare oltre al dolore e comprende le motivazioni, tale comprensione può aprire la strada al perdono del tradimento. Un altro errore comune è quello di dire "ti perdono, ma non dimentico". In terapia, sento spesso frasi come questa, che suonano più come una minaccia. "Ti perdono, ma non dimentico" è una condanna a morte. Non significa nulla. Indica che c'è un problema: tu hai un problema nel tuo comportamento e io ho un problema nel senso che ti ho tradito. Ma se continui a comportarti in un certo modo nei miei confronti, siamo in un circolo vizioso. "Ti perdono, ma non dimentico". È sensato solo dopo un periodo di rielaborazione, dolore e distanza. Elaborare e superare un tradimento non significa che il processo sia semplice. Potrebbero essere necessari mesi, se non addirittura un anno. In tutte quelle coppie in cui, dopo un tradimento, si decide di tornare "amici come prima" in pochi giorni, una volta placata l'ira, ci si deve interrogare. Il tradito dovrebbe chiedersi perché ha perdonato così velocemente, e il traditore dovrebbe riflettere sul perché il suo gesto non ha avuto l'effetto desiderato, quasi come se la "bomba" fosse esplosa nelle sue mani. Se il tradimento è stato aperto e non rientra in un gioco erotico di coppia, che è un altro tipo di fantasia, e viene perdonato immediatamente senza causare alcun effetto, forse vale la pena riflettere sui sentimenti del tradito. Certo, mi ricollego un attimo a quello che hai detto prima perché hai detto una cosa interessante, ovvero che dal tradimento in poi bisogna rassegnarsi, diciamo accettare il fatto che le cose nella coppia cambieranno quindi possono cambiare anche in meglio cioè può essere un modo per arrivare a capire quelli che sono effettivamente i problemi interni e risolverli. Questa situazione non è affatto facile da comprendere, soprattutto per chi non ha mai vissuto un tradimento e, ovviamente, spera di non doverlo mai fare. In molte terapie di coppia, vedo spesso che si inizia con il desiderio di lasciare il partner, ma alla fine si arriva alla terapia insieme, indicando che l'obiettivo è evidentemente un altro. Non è raro che, a seguito della terapia, durante il follow-up dopo sei mesi o un anno, ricevo messaggi del tipo "non siamo mai stati così felici". Forse è stato un risveglio traumatico e doloroso, ma ciò che abbiamo affrontato ci ha permesso di vedere noi stessi, la nostra famiglia e la nostra coppia in modo diverso. Questo è un argomento difficile da spiegare in poche parole, soprattutto senza un interlocutore specifico, come una moglie, per esempio. Tuttavia, non è affatto impossibile. Quando la coppia riesce a capire il significato del tradimento, si tratta solo di andare oltre l'atto fisico del tradimento. Si rendono conto che la coppia era già infelice prima. Quindi, quando si sente dire "hai rovinato tutto, voglio indietro quello che avevamo", si deve capire che quello che si aveva prima era una menzogna. Perdonate la mia franchezza, non voglio sembrare insensibile o banalizzare il dolore. Ma è così. La coppia che consideravi felice in realtà non lo era, altrimenti non avrebbe dovuto affrontare un tradimento. È una realtà scomoda, una verità molto difficile da accettare. Quando si parla di tradimento si dice o si sente spesso dire il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ovvero è piuttosto diffusa l'idea per cui chi ha tradito una volta lo faccia più volte. Quindi la mia domanda è è possibile che sia una tendenza, diciamo dell'individuo a prescindere da eventuali problemi interni alla coppia? Se partiamo dal presupposto che esista la quarta categoria, quella del traditore seriale o impenitente, allora stiamo parlando di qualcuno che di fatto non entra in una vera relazione di coppia. Non crea un legame emotivo o sentimentale con l'altro, se non un legame di tipo utilitaristico. Ovvero, riceve ciò che l'altro può offrirgli. Questo è il principio su cui tutte le relazioni iniziano, no? Mi metto con una persona perché mi fa star bene. C'è quindi sempre un aspetto di soddisfazione personale ed egoista. Questo avviene sempre all'inizio e poi diventa reciproco. Io do a te e tu dai a me, e insieme costruiamo un "noi" che va oltre la mia singola individualità e la tua. Quando non si entra in una vera relazione, possono sorgere comportamenti come quello del traditore seriale. L'accessibilità alla sessualità attraverso le applicazioni e l'idea di una sessualità più libera e aperta permettono a chi non vuole entrare in una relazione di perpetuare comportamenti di questo tipo. D'altra parte, c'è il caso in cui una persona, pur appartenendo alle prime tre categorie, non comprende perché arriva a tradire. Non è insolito incontrare in terapia persone che mi dicono: "In tutte le mie relazioni, a un certo punto, tradisco. Dottore, non so perché. Può spiegarmelo?" Se non capiamo perché, allora potremmo ripetere lo stesso comportamento. Queste persone non sono necessariamente traditori seriali. Anche se, come hai detto tu, c'è un pattern che si ripete: a un certo punto arriva il momento in cui tradiscono. Certo, uno schema diciamo più che altro che che si ripete ecco che fare a questo punto la domanda di un utente che mi sembra molto interessante ed è normale non sentire alcun senso di colpa e anzi sentirsi giustificati nel tradire? "Normale" è un termine che come categoria mi suscita qualche prurito. È umano? Sì, è umano. Dipende però dal motivo. Pensiamo al tradimento di tipo vendicativo o di rabbia. Quando sei furioso, e magari continui ad esserlo, il tradimento non paga. Non è mai la soluzione, sia chiaro. Se scegli di rimanere all'interno della coppia, potresti continuare a tradire perché di fatto sei ancora arrabbiato. In questo caso, non solo non ti senti in colpa, ma pensi addirittura che l'altro se lo meriti. Allo stesso modo, se riesci a focalizzare un tuo bisogno e pensi supponentemente che l'altro non sia in grado di capirlo, potresti convincerti a tradire per non fargli del male, ma solo per soddisfare il tuo bisogno. Ad esempio, potresti pensare: "Mia moglie, mio marito, è fantastica, è fantastico. L'unica pecca che ha è che non può soddisfare questa mia fantasia sessuale. Non posso chiederglielo, non posso farlo/la soffrire. Quindi ho bisogno di una boccata di ossigeno". Non significa che vuoi abbandonare la coppia, vuoi semplicemente risolvere un tuo problema personale. Il modo per giustificare a se stessi il tradimento, senza viverlo con troppa colpa, è proprio quello di ricondurlo a un bisogno individuale. Prima di chiudere ti farei l'ultima domanda che è di Sara, ovvero come ricostruire la propria autostima dopo un tradimento? Parte del lavoro che svolgo in terapia riguarda l'autostima, che deve essere ricostruita sia in coppia, se si decide di rimanere insieme, sia individualmente, se si decide di lasciarsi. È un errore pensare che per proteggere la propria autostima sia necessario interrompere la relazione. Quando si dice "se mi tradisci ti lascio", c'è un tentativo goffo di proteggere la propria autostima. Ma il fatto di allontanare il "coltello" non significa che la ferita smetterà di sanguinare. Non è scritto da nessuna parte. Quindi, se decidi di lasciare qualcuno perché ti ha tradito, ciò non significa che tu non debba comunque lavorare su te stesso e sulle conseguenze che ne sono derivate. Questo perché non solo è stata interrotta una relazione a cui tenevi, ma perché hai effettivamente subito un danno. Per ricostruire l'autostima, è necessario partire dal presupposto di distinguere l'essere dal fare. C'è una grande differenza tra dire "sono un fallito" e "ho fallito". Lo stesso principio si può applicare al tradimento: non sono capace di avere una relazione sana o non sono meritevole di rispetto. "Essere" e "fare" sono due cose completamente diverse. Noi tendiamo a concentrarci troppo sull'essere e poco sul fare. Per esempio, quando qualcuno chiede "che lavoro fai?" e rispondo "sono psicologo", in realtà dovrei dire "faccio lo psicologo". Se tendiamo a generalizzare le caratteristiche che ci rappresentano, il fatto di essere stati traditi è una caratteristica che difficilmente vorremmo attribuire a noi stessi. Tuttavia, se la raccontiamo a noi stessi e la incorporiamo nella nostra identità, rischiamo di mettere in atto una pericolosa generalizzazione, che può avere molte ripercussioni. Ad esempio, in un video precedente ho parlato della fobia del rifiuto e del rischio di trovarsi poi in una rappresentazione di noi stessi che non ci piace. Questo è uno dei rischi che corriamo quando generalizziamo in questo modo. ### Come stare vicino a chi ha una dipendenza Come si fa a stare vicino a qualcuno che ha una dipendenza? Quali sono le responsabilità della famiglia? Intanto una piccola precisazione: quando parlo di famiglia non intendo necessariamente chi ha un legame di sangue con la persona dipendente ma tutti coloro che hanno un legame stretto, che giocano un ruolo significativo nella sua vita. Ci sono tre momenti diversi in cui una persona vicina gioca un ruolo fondamentale per la vita del dipendente: nel momento dell'insorgenza della dipendenza: non perchè chi è vicino abbia qualche responsabilità, quelle sono tutte e solo della persona che incappa nella dipendenza, ma perchè i membri della famiglia (intesa come sopra) e le relazioni intrecciate con loro possono essere dei fattori di rischio sia in positivo che in negativo; nel momento in cui aiutano la persona a rendersi conto di aver sviluppato una dipendenza: i dipendenti infatti tendono spesso a sminuire o a negare per vergogna, sottostima dei rischi e sovrastima delle proprie capacità; nell'aiutare la persona ad uscire dalla dipendenza. Per quanto riguarda l'ultimo punto, nello specifico, il sostegno da parte della famiglia può essere di diverso tipo. Quando si parla di tossicodipendenza, alcolismo e gioco d'azzardo, ad esempio, la famiglia viene spesso coinvolta nel processo di guarigione: i vari membri partecipano a terapie e gruppi di supporto e studiano con i curanti delle strategie per aiutare il dipendente a cambiare determinate abitudini, modificandone altre a loro volta. La famiglia ha quindi un ruolo davvero cruciale sia nell'essere potenzialmente un fattore di rischio ma anche e soprattutto nell'assumersi la responsabilità di controllare il comportamento dipendente e di aiutare la persona ad uscire dalla dipendenza. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Dipendenze vecchie e nuove Nell'articolo di oggi vorrei fare una panoramica sui cambiamenti che ci sono stati, negli anni, in relazione all'identificazione e alla cura delle dipendenze. In passato la dipendenza era considerata tale solo quando prevedeva l'utilizzo di "qualcosa" o l'abitudine a fare qualcosa: si parlava quindi quasi esclusivamente di alcoolismo, tossicodipendenza, dipendenza dal gioco d'azzardo (ludopatia). In origine infatti la classificazione delle dipendenze era suddivisa tra dipendenze fisiche e dipendenze psichiche, a seconda degli effetti che la sostanza consumata poteva dare; l'eroina, ad esempio, porta ad una fortissima dipendenza sia fisica che psicologica mentre la cannabis, per citare un'altra sostanza, porta ad un bassa dipendenza fisica ma ad un'alta dipendenza psicologica. Negli anni si sono poi aggiunte le dipendenze comportamentali, come appunto il gioco d'azzardo e le cosiddette "new addiction", le nuove dipendenze. Le dipendenze dai videogiochi, quella dal sesso, dal lavoro, dallo shopping, da internet sono tutte considerate "new addiction" e hanno tutte in comune qualcosa di molto importante: tutti gli elementi citati, dai videogiochi allo shopping, non sono di per sè deleteri o pericolosi ma lo sono nel momento in cui trascendono, diventando l'unico interesse o occupazione della giornata. Il problema non è quindi l'oggetto della dipendenza ma l'utilizzo che la persona ne fa. Ciò che determina la dipendenza è il comportamento, non l'oggetto della dipendenza. Ma come si diagnostica, si riconosce, una dipendenza? Quando parliamo di dipendenze da sostanze è abbastanza semplice poichè ci si basa sempre su due fattori, l'astinenza e la tolleranza. La tolleranza è quel meccanismo per cui per raggiungere gli effetti desiderati bisogna assumere dosi sempre più massicce di una sostanza mentre l'astinenza è l'insieme di tutti quei sintomi fisici e psicologici estremamente spiacevoli che colpiscono il dipendente quando la sostanza non viene assunta per un dato periodo di tempo (che si riduce sempre di più). Oltre a questo ci sono altri segnali di una dipendenza ormai conclamata: l'assunzione per tempi sempre più prolungati e in dosi sempre maggiori, l'enorme quantità di tempo speso per cercare, assumere e smaltire la sostanza, il degrado sul lavoro e nelle relazioni. Quando si parla invece delle nuove dipendenze si fa riferimento ad altri criteri diagnostici e cioè l'ossessività, un pensiero intrusivo ricorrente che riguarda l'assunzione della sostanza o la reiterazione del comportamento, l'impulsività, cioè l'incapacità di resistere alla tentazione, la bramosia e la compulsività, l'idea di assumere la sostanza o agire il comportamento nell'ottica di evitare l'astinenza, in termini quasi propiziatori. Cambiano i tempi, cambiano le dipendenze e i criteri diagnostici si evolvono, si modificano per stare al passo con queste new addiction che sono sempre meno fisiche e sempre più psichiche e comportamentali. ### Supervisione e intervisione per chi lavora da solo In alcuni post precedenti a questo ho parlato di equipe, di come funziona il lavoro all'interno della mia equipe, di come strutturate gli interventi. Ma anche un dottore che lavora da solo può essere altrettanto valido? Anche un dottore che lavora da solo può coinvolgere, e discutere i propri casi e le proprie difficoltà con altri colleghi? Quella che viene chiamata in gergo intervisione o supervisione, la svolge anche chi lavora in autonomia all'interno del proprio studio? Dunque: un dottore che si muove in autonomia nel proprio studio perché ha scelto questa dimensione per la propria professione può essere altrettanto valido, poichè la competenza e la professionalità sono prima di tutto dei meccanismi di tipo individuale. Conosco diversi colleghi che lavorano autonomamente all'interno del proprio studio, in una dimensione più artigianale, e che sono eccellenti in quello che fanno. Questa modalità è quella che a loro serve per potersi esprimere al meglio e fare con qualità il loro mestiere. Io mi trovo meglio in un'altra maniera: ho già spiegato quali sono le mie motivazioni, ma non è sicuramente l'unico modo. La maniera giusta è quella che permette la massima espressione del terapeuta. Il terapeuta che lavora da solo deve o può confrontarsi anche con altri colleghi nella preparazione o nella discussione dei casi? Si. Penso che da questo non ci si debba esimere, anche chi lavora da solo se non chiede un confronto con i colleghi, o dei momenti di supervisione o di intervisione ad un collega molto più esperto commette un errore. Sia che si lavori in equipe, sia che si lavori individualmente, il confronto con i colleghi è la risorsa primaria per riuscire ad essere efficaci. Il terapeuta che lavora in autonomia può svolgere un lavoro di qualità, ma non può esimersi dal confrontarsi con i colleghi. Se quindi penso che il terapeuta che lavora in autonomia nel suo studio possa svolgere un lavoro eccellente, penso anche che terapeuti che non si confrontano con altri colleghi non possano svolgere un lavoro altrettanto eccellente. Il tipo di lavoro che io ho scelto sia di condurre, sia poi di costruire negli anni, è quello che io sento essere più calzante su di me. Questo non vuol dire che altri terapeuti non possono essere a loro agio nello svolgere un lavoro diverso. Il lavoro diventa però di qualità inferiore quando non viene svolta una formazione, un aggiornamento costante soprattutto nella pratica clinica che c'è nella conduzione della psicoterapia, quando si rinuncia a elementi fondamentali come l'intervisione e supervisione o in termini più ampi di formazione e confronto costante con i colleghi. ### Domande sulla coppia pt. 2 Ecco la seconda tranche di domande sulla coppia a cui ho risposto in live su facebook. Le trovate qui elencate con il relativo minutaggio! 04'21" Perchè, nonostante abbia chiuso da tempo una relazione tossica, non riesco a stabilire un nuovo legame? 21'33" Una relazione stabile da molti anni potrebbe finire perchè uno dei due non vuole dei figli? 34'55" Si può stare insieme nonostante una grande differenza di età e obiettivi diversi? Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Domande sulla coppia pt. 1 Nel video allegato a questo articolo ho risposto a cinque domande sulla coppia che ritengo molto interessanti e utili per un confronto. Qui sotto trovate le domande e il relativo minutaggio, spero possa essere interessante! 03'26" Perchè scelgo sempre lo stesso tipo di partner? 13'37" Perchè le relazioni extraconiugali in qualche modo aiutano? 29'28" Come mantenere vivo l'interesse nella coppia? 35'33" Normale provare gelosia per una storia importante nel passato del partner? 44'32" Si può recuperare una storia in cui non c'è più fiducia? ### Terapia con minori VS terapia con adulti La terapia svolta con pazienti adulti e la terapia svolta con bambini sono estremamente diverse e poichè le differenze tra le terapie sono un argomento che incuriosisce molto ho deciso di parlarvene in questo post. Partiamo col dire che ci sono grandi differenze persino tra una terapia svolta con un dodicenne e una svolta con un diciassettenne e allo stesso modo sono diverse le terapie con giovani adulti rispetto a quelle con persone appartenenti alla cosiddetta "terza età": concentriamoci però per il momento "solo" sulla distinzione tra minori e adulti. La terapia svolta con adulti è basata quasi esclusivamente sulla parola, sul dialogo, che si allontana molto dallo stereotipo del lettino e del terapeuta posizionato alle spalle del paziente che tutti avrete in mente. La terapia è dialogica anche se esistono degli strumenti (scheda temporale o familiare, tavola sinottica, ecc) che si possono utilizzare come affiancamento. La terapia svolta con minori è completamente diversa poichè è inverosimile chiedere anche solo ad un dodicenne di sedersi e di parlare per un'ora e mezza delle proprie emozioni. La terapia, in questi casi, si basa sulle loro modalità più caratteristiche, come il gioco e la relazione.  Con i minori gli strumenti che vengono utilizzati sono molti di più: per i piccolissimi si utilizzano dei giochi, viene chiesto ai genitori di giocare con i figli e li si osserva; con bimbi più grandi si possono proporre disegni, interpretazioni di disegni o altre attività un po' più cognitive, aumentando la difficoltà via via che il paziente cresce. Non chiederemo mai ad un adolescente di giocare con i genitori ma certamente gli offriremo strumenti diversi e integreremo progressivamente sempre di più il dialogo e la parola. Per tutti questi motivi appare anche chiaro che uno stesso terapeuta potrebbe non essere in grado di lavorare con bambini di 8-9 anni e anche con adulti con la stessa efficacia: le specializzazioni esistono anche in base all'età, non solo in base alla tipologia. ### Il love bombing Avete mai sentito parlare di love bombing? Si tratta di una tecnica di manipolazione estremamente subdola e bieca che spesso viene associata a relazioni in cui si sviluppa la dipendenza affettiva. Non è però all'interno delle relazioni sentimentali che si è sentito parlare per la prima volta del "bombardamento d'amore" bensì in tutte quelle cricche, cerchie ristrette, sette, in tutti quei gruppi di appartenenza politica, filosofica, religiosa nelle quali il love bombing viene messo in atto non solo per adescare ma per far sentire apprezzati tutti i nuovi adepti. Il concetto è stato in seguito riportato anche sulle relazioni, in particolare è stato inserito tra i tratti tipici del narcisismo patologico. Ma in cosa consiste? È un insieme di comportamenti, gesti, attenzioni, premure che manifestano amore e profondo interesse e che portano l'amato (o meglio, il manipolato) a sentirsi sopraffatto da questi gesti plateali e gratuiti che spesso destabilizzano. L'impressione è quella di vivere in un sogno, tant'è che il love bombing viene solitamente agito all'inizio della relazione: chi lo subisce ha chiaramente una percezione alterata della relazione, che sarà completamente diversa da come appare e non porterà a nulla di buono. Ma per quale motivo il manipolatore agisce questa manipolazione? Per due motivi: vuole essere visto, riconosciuto, apprezzato, come è tipico dei narcisisti; vuole generare dipendenza da parte dell'altro. Ad un certo punto il manipolatore interromperà il love bombing, "chiuderà i rubinetti"; allora il manipolato si sentirà spiazzato, si chiederà cos'è cambiato, cercherà di ritrovare quelle attenzioni predisponendosi a fare qualunque cosa gli venga chiesta e, inevitabilmente, rimarrà delusa poichè quelle attenzioni non torneranno. Si entra in un vicolo cieco che diventa sempre più buio, sempre più penoso e che conduce quasi sempre alla vera e propria dipendenza affettiva. Quali sono i campanelli d'allarme, gli indicatori? Sicuramente potremmo riassumere dicendo che è tutto TROPPO, ma che in che modo? È tutto troppo veloce, si passa dall'innamoramento alle promesse nel giro di pochissimo, con l'utilizzo anche di termini molto forti; è tutto troppo forte, troppo giusto, troppo intenso; è tutto troppo estremo e si passa costantemente dalle stelle alle stalle senza apparente motivo. Come avete capito "troppo" è il termine chiave, il campanello d'allarme che deve far scattare una protezione: è importante tutelarsi in tempo.   ### La sindrome della capanna La sindrome della capanna è diventata tristemente nota con le vicissitudini dell'attuale pandemia. Si tratta infatti di una sindrome già presente in passato, conosciuta come sindrome del prigioniero: si riferiva a persone costrette in realtà claustrofobiche, come prigioni o letti d'ospedale. Con la situazione pandemica questa sindrome si è incistata nella nostra società e consiste in quell'adattamento quasi pauroso alle quattro mura domestiche che impediscono alla persona di uscire. Perchè? Nella persona si insinua l'idea che il mondo di fuori sia pericoloso o molto diverso da quello di cui si ha memoria; inoltre, sempre in riferimento a questo preciso momento storico, la persona ha paura di essere contagiata o di contagiare. Le quattro mura, per quanto soffocanti, diventano rassicuranti. Non è una rassicurazione libera e sana ma porta con sè una serie di fattori psicologici potenzialmente gravi: disturbi del sonno, alterazione dell'alimentazione, irritabilità, sintomi depressivi. L'idea di poter stare bene solo tra le mura di casa è una rappresentazione distorta della realtà! Le quattro mura, infatti, sono prima di tutto una trappola proprio perchè portano al potenziale sviluppo di sintomi gravi. Come sempre, quando si parla di disagi psicologici, prima si interviene meglio è: non si deve aspettare che la sindrome della capanna si cronicizzi, bisogna giocare d'anticipo così che la terapia dia risultati più efficaci e più rapidi. ### La co-dipendenza affettiva Dipendenza e codipendenzaSi sente spesso parlare di dipendenza affettiva, ma molto poco di co-dipendenza, due cose completamente diverse. Cos’è la co-dipendenza affettiva? Hanno qualcosa in comune, in particolare gli aspetti relazionali, ma anche delle differenze. La codipendenza non è una relazione tra due partner reciprocamente dipendenti affettivi, ma una relazione tra due partner che hanno a loro volta una dipendenza. Spesso si parla di un partner caratterizzato dalla Sindrome di Wendy (più conosciuta come Sindrome della crocerossina) - e portato quindi a sacrificarsi per l’altro - e di uno che soffre di una dipendenza diversa, come ludopatia (la dipendenza dal gioco d'azzardo) o quella da sostanze, o da altre persone (nel senso di aver bisogno del supporto costante di qualcuno, per disabilità, fatiche economiche). Di seguito racconterò i casi in cui una relazione diventa tossica. Il meccanismo della co-dipendenza ha così modo di mettersi in atto: io ho bisogno di te per promuovere tutto il mio aiuto, tutto il mio sacrificio e tu hai bisogno di me perché senza il mio aiuto non potresti farcela da solo - o almeno questo possono pensare le persone. Ma dottore, se due si amano dove è il problema? Apparentemente sembra l’incastro perfetto. In realtà la relazione, invece di essere evolutiva per le due persone, diventa iatrogena: la cura diventa la malattia stessa, poiché cristallizza dei problemi prima di tutto individuali che, anzichè essere risolti attraverso la relazione con l’altro, vengono ulteriormente incancreniti. Il partner crocerossino sarà sempre più portato a sacrificarsi, annullandosi, e il partner dipendente non riuscirà mai a diventare indipendente. Emerge chiaramente come la co-dipendenza patologizza le difficoltà, prima di tutto quelle individuali. Si genera così un circolo vizioso, tipico delle relazioni tossiche, che si contrappone al circolo virtuoso volto all’evoluzione personale. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Gaslighting: una forma di subdola manipolazione Gaslighting: una forma di manipolazione tanto violenta quanto subdola Il gaslighting è una forma di violenza non fisica ma mentale, che solitamente viene agita tra persone estremamente intime tra loro: difficilmente il gaslighting viene praticato da un conoscente o da un partner con il quale si è iniziata recentemente una relazione, è molto più probabile che venga agita da un partner di lungo corso come per esempio il proprio marito o la propria moglie. Perché si chiama gaslighting? Il nome di per sé è abbastanza curioso e trae origine da un’opera teatrale del ’38, la prima in cui si parla di questo tipo di manipolazione, nella quale il marito andava ad alterare l’intensità delle lampade a gas per poi dare della matta o della folle alla moglie che, accortasi dell’alterazione, chiedendo una spiegazione al marito riceveva una risposta che tutto accade solo nella sua testa. Ecco che le caratteristiche di questa subdola manipolazione iniziano a venire a galla. Dinamiche del gaslighting Si tratta di alterare e far dubitare la persona della propria percezione, del proprio buon senso, della propria lucidità e della propria sicurezza attuando meccanismi di negazione della realtà che fanno leva sull’insicurezza della persona stessa, mettendo in discussione la ­salute mentale del partner vittima. Il gaslighting è una manipolazione lenta e subdola proprio perchè non è esplicita, ma fa un po’ come la tortura cinese della goccia che scava la roccia, lasciando un solco che non può essere rimarginato. La persona vittima di gaslighting arriva a provare una confusione totale, non riesce a mettere a fuoco che cos’è che non funziona, non riesce a darsi delle spiegazioni del perché questa cosa stia succedendo proprio a lei e può arrivare, nei casi più gravi, alla pazzia vera e propria. Cosa dobbiamo sapere su chi prova a manipolare la nostra mente? Solitamente questa manipolazione viene messa in pratica da persone estremamente vicine, in cui il rapporto di fiducia è già instaurato. Un motivo può essere la volontà di impossessarsi letteralmente dell’altra persona, ossia di poterla manipolare e controllare al fine di renderla una persona estremamente dipendente in un tentativo di vendetta a seguito di tensioni o delusioni. Infine, il gaslighter dapprima inizia ad alterare le percezioni cambiando piccole cose all’interno dell’ambiente domestico e negando di averlo fatto o, attraverso le parole, andando a cambiare la percezione di sé dell'altro e, in un secondo momento, quando questo primo passaggio è compiuto, umilia, vessa il partner accusandolo di essere pazzo. ### La sindrome di Stoccolma Avete mai sentito parlare della sindrome di Stoccolma? Questa - impropriamente chiamata - sindrome prende il nome da un fatto avvenuto nel 1973 a Stoccolma: due rapinatori presero in ostaggio cinque persone all'interno di una banca per cinque giorni. La cosa curiosa è che tutte le persone presenti all'interno della banca hanno svilupparono questa sindrome, diventando simpatizzanti dei loro carcerieri. Qualcuno rifiutò di sporgere denuncia, qualcuno divenne ostile nei confronti delle forze dell'ordine e una donna, addirittura, divorziò dal marito per poi sposarsi in carcere con uno dei sequestratori. L'esempio è talmente folcloristico che ha appunto dato il nome alla sindrome, termine incorretto per indicare una serie di dinamiche comuni in casi di sequestro. Infatti nei manuali diagnostici la sindrome di Stoccolma non compare perchè non è riconosciuta. La sindrome di Stoccolma colpisce circa l'8% delle persone che hanno vissuto un sequestro o un rapimento e consiste nello sviluppo di sentimenti positivi nei confronti del rapitore. Sono quattro le caratteristiche comuni a tutti coloro che manifestano questa sindrome a seguito di un'esperienza traumatica come quella di un rapimento: lo sviluppo, appunto, di sentimenti positivi (simpatia, fiducia, innamoramento..) una forte (e non molto giustificata) fiducia nell'umanità una sorta di avversione, a diversi livelli, per le forze dell'ordine (per cui ad esempio l'ostaggio si schiera con il sequestratore o si rifiuta di denunciarlo) una non conoscenza pregressa del carceriere Le cause sono difficili da riuscire a comprendere e il trattamento viene spesso rifiutato perchè la vittima è convinta di aver ragione e di non aver bisogno di un intervento psicoterapeutico o psichiatrico. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### La mentalità imprenditoriale Parliamo di stile di pensiero, atteggiamenti, forma mentis, imprenditoria. Mi molto spesso chiesto, data la natura della mia professione e il sistema lavorativo che negli anni ho sviluppato, "imprenditori si nasce o si diventa?". Nonostante io non sia un amante delle frasi motivazionali che ben si prestano a rispondere a questa domanda, voglio provare a rispondere facendo qualche riflessione esclusivamente legata alla mia personalissima esperienza. Sicuramente ci sono delle componenti che determinano la volontà di diventare imprenditori, di sviluppare qualcosa di proprio e ci sono aspetti culturali, aspetti sociali e aspetti formativi che possono influenzare questa volontà. Mi trovo abbastanza d'accordo nel dire che sicuramente il contesto all'interno del quale una persona nasce e poi cresce influenza ovviamente il suo modo di pensare, il suo modo di leggere la vita, di approcciarsi al mondo e quindi anche il suo modo di essere, nel futuro, un lavoratore, un professionista, un imprenditore e mi trovo altresì d'accordo con chi sostiene che il nostro sistema formativo non è particolarmente predisposto, non orienta così tanto all'idea di diventare imprenditori perché l'approccio è prevalentemente nozionistico e poco orientato alla pratica. Per quanto riguarda la mia esperienza, la decisione di non svolgere la mia attività come singolo professionista ma sviluppare un approccio più imprenditoriale è legata principalmente a tre aspetti: benessere: provo piacere, soddisfazione, orgoglio all'idea di poter impattare sulla vita delle persone e di portare un mio contributo di valore nel territorio in cui opero, in cui lavoro libertà: l'idea di non avere un capo o comunque di non essere inserito in un sistema estremamente strutturato mi da l'idea di poter muovermi più liberamente nelle mie scelte, di poter avere pieno controllo di quello che faccio. In questi termini ci si deve assumere inevitabilmente una responsabilità e questa responsabilità comporta a sua volta dei rischi ma penso che le soddisfazioni siano nettamente maggiori misurabilità: penso che nello svolgere un lavoro imprenditoriale piuttosto che un lavoro alle dipendenze di qualcuno ci sia un vantaggio ed una facilità nei termini di misurabilità del proprio operato, si riesce a valutare se ci si è mossi bene, si riesce ad avere un feedback più diretto sia ovviamente in termini di riconoscimento sociale, sia in termini di riconoscimento professionale, sia in termini anche prettamente economici  Se devo quindi pensare a quali possono essere diversi fattori in gioco e non avendo ovviamente una risposta che può essere valida per tutti, penso che ci siano degli aspetti culturali, sociali e di formazione e di istruzione che impattano nella costruzione della personalità e della forma mentis della persona prima e del professionista poi e poi ci sono fattori molto personali e diversi per ciascuno, così come i tre che ho individuato per me stesso. La somma di tutto questo ha come risultato la propensione di ognuno di noi a diventare lavoratore dipendente o imprenditore.  ### La comunicazione in terapia Cosa osservo in terapia quando mi trovo davanti ad un paziente? Iniziamo col dire che la comunicazione è sempre fatta da diversi livelli che si sovrappongono e che si intrecciano tra loro man mano che il paziente racconta la sua storia. Qualunque nostro gesto di fatto è una comunicazione ed è per questo che durante il lavoro di terapia ne vengono osservati diversi livelli, oltre a quello verbale che è quello che, contro intuitivamente, è quello che porta la minor quantità di significati. Quindi cosa osservo? Comunicazione non verbale: tutto l'insieme di gesti, posizioni e posture del corpo. Ci sono tantissime informazioni che si possono raccogliere osservando la comunicazione non verbale e soprattutto se questa non coincide, non è congruente con quanto dice quella verbale sappiamo che ciò su cui fare affidamento sono proprio i gesti, la postura, tutto quello che ci dice il corpo. Comunicazione para-verbale: pause, punteggiatura, accenti, intonazione, inflessioni. Tutto ciò che colora la comunicazione e ne cambia il senso. Diversi studi hanno evidenziato che il significato della comunicazione passa per il 55% da quella non verbale, per il 38% da quella para-verbale e solo per il 7% da quella verbale. Oltre a questi due livelli di comunicazione troviamo quella semantica e cioè l'insieme di significati che la persona utilizza e sceglie nel momento in cui presenta se stessa: che parole utilizza la persona? Che significati portano con sè quelle parole? Rispetto all'orientamento teorico che seguo nella pratica clinica io organizzo le semantiche dividendole in quattro grandi macro categorie semantica del potere: la persona parla di successi, insuccessi, sfide, fallimenti... semantica della bontà: la persona parla di buono, cattivo, giusto, sbagliato, bianco, nero... semantica della libertà: la persona parla di paura, coraggio, libertà, indipendenza... semantica dell'appartenenza: la persona parla di degno, indegno, dentro, fuori, rifiuto... Tutto questo è importante da tenere a mente perchè tutto il contesto culturale, relazionale, sociale e di significati in cui il paziente è inserito, e che emerge proprio dal tipo di comunicazione che utilizza, è la fonte non solo del disagio che il paziente porta in terapia ma anche della stessa cura.   ### Il disturbo schizotipico di personalità Il disturbo schizotipico di personalità è l'ultimo dei disturbi di personalità del cluster A che andiamo ad analizzare, dopo il disturbo paranoide e quello schizoide. Chi soffre di disturbo schizotipico di personalità è caratterizzato da un'incapacità di mantenere relazioni strette e da alterazioni del pensiero e del comportamento associate ad eccentricità o bizzarria. Il disturbo schizotipico si presenta spesso in comorbidità con disturbi dell'umore (come la depressione maggiore) o una tendenza all'utilizzo di sostanze e alcool e colpisce circa il 3,9% della popolazione (secondo studi effettuati negli Stati Uniti); le persone schizotipiche, inoltre, ritengono di avere un qualche tipo di capacità bizzarra, pensano di essere telepatiche o chiaroveggenti e vivono esperienze sensoriali e percettive particolari come il sentire le voci. Il linguaggio che utilizzano è a sua volta bizzarro, l'affettività è incongrua, possono essere persone sospettose o paranoiche e hanno difficoltà a mantenere legami sociali. Questo disturbo può essere confuso con la schizofrenia (che è un disturbo psicotico) poichè in molti casi è prodromico e cioè va ad anticipare una diagnosi di schizofrenia. Anche in questo caso la modalità di cura elettiva prevede un percorso di psicoterapia abbinato ad un intervento psichiatrico. ### Psicologo, psicoterapeuta, psicanalista... chi sono? Sono tanti i termini che si sentono per identificare colui che viene volgarmente chiamato "psicologo" e la verità è che non sono sinonimi tra loro! Ma allora che differenza c'è tra psicologo e psicoterapeuta, ad esempio? Proviamo a chiarirlo in questo post! Lo psicologo è colui che consegue una laurea magistrale in psicologia, segue un tirocinio, sostiene l'esame di stato e successivamente si iscrive all'albo della professione, dedicando circa 6/7 anni alla formazione. Lo psicologo non fa terapia ma lavora attivamente sul benessere psicofisico della persona facendo colloqui di sostegno/consulenza, dando supporto, somministrando test psicologici oppure può fare consulenza tecnica d'ufficio in tribunale, lavorare su progetti accademici... tutte cose che hanno a che fare con il benessere e la salute della persona senza però svolgere psicoterapia. La psicoterapia è svolta, come si può immaginare, dallo psicoterapeuta che è uno psicologo che ha poi scelto di frequentare una scuola di specializzazione in psicoterapia (della durata di 4 anni) per fare terapia clinica. Lo psicoterapeuta non si occupa, quindi, solo del benessere della persona ma anche di patologie, di cura. Lo psicanalista altro non è che uno psicoterapeuta che applica la psicanalisi, cioè che si è formato con un orientamento volto alla psicanalisi (il cui padre è notoriamente Freud). Spesso viene chiamato semplicemente "analista". Lo psichiatra, invece, è un medico (cioè ha una vera e propria laurea in medicina) con una specializzazione in psichiatria che ha successivamente sostenuto un esame di stato. Lavora spesso in coordinamento con psicoterapeuta ma, al contrario di esso, può prescrivere farmaci. Tutti questi professionisti possono lavorare insieme e spesso è proprio quello che accade. Non sono figure che si pestano i piedi tra loro ma che collaborano e generano valore. ### Il disturbo schizoide di personalità Il disturbo schizoide è un disturbo della personalità del cluster A. Coloro che soffrono di questo disturbo sono caratterizzati da un modello pervasivo di distanza e disinteresse per le relazioni sociali e dall'assenza o ristrettezza della gamma emotiva. Ne soffre, secondo alcune stime stilate negli Stati Uniti dal 3,1 al 4,9% della popolazione ed è un disturbo che si presenta spesso in comorbidità con altri disturbi (in particolare dell'umore), specialmente depressione maggiore. La ristrettezza della gamma emotiva e il distacco dalle relazioni interpersonali non sono le uniche caratteristiche del disturbo schizoide; a queste si aggiungo infatti: disinteresse totale per attività divertenti, disinteresse per il sesso, per le relazioni affettive e/o amicali interesse solo per attività solitarie difficoltà a trovare piacere/gioia persino nelle attività che scelgono disinteresse per lodi e apprezzamenti altrui Le persone che soffrono del disturbo schizoide di personalità risultano essere quasi invisibili all'interno della società, per vivere nella quale fanno una grandissima fatica. In caso di disturbo schizoide di personalità è consigliata la psicoterapia, talvolta abbinata ad un intervento psichiatrico. ### La rabbia: sintomo psicologico? Qualche giorno fa ho ricevuto una domanda sulla quale mi sembra interessante soffermarmi e fare un ragionamento: la rabbia è un sintomo psicologico? Qualcosa di cui devo preoccuparmi? La risposta è no, la rabbia è semplicemente un'emozione, una di quelle di base, primarie. Questa emozione, come tutte le emozioni in realtà, può diventare un problema (o diventare patologica) nel momento in cui non si è più in grado di controllarla, quando non è la persona a controllare l'emozione ma è l'emozione a controllare la persona. Pensiamo all'ansia: di per sè non ha nulla di disfunzionale, può anzi essere estremamente utile e adattativa ma diventa disfunzionale quando si impadronisce della persona, bloccandola. La rabbia funziona nello stesso modo! Come emozione è molto utile: serve a difendersi, ad affermarsi. Se tracima e si impossessa della persona allora diventa disfunzionale, patologica. Come tutte le emozioni ha sicuramente una componente cognitiva, una fisiologica, una comportamentale e ovviamente una componente emotiva. Cosa significa? Che ci sono diversi ambiti, diverse aree di funzionamento della persona su cui la rabbia può avere un'influenza. Dal punto di vista cognitivo, quando tracima, può annebbiare i pensieri, giustificando alcune azioni che non avremmo mai compiuto lucidamente; a livello comportamentale può rendere aggressivi verso persone o oggetti; dal punto di vista fisiologico può generare, ad esempio, scompensi cardiaci. La rabbia è dunque uno strumento e assorbe una funzione adattiva per la persona: se tracima può essere connessa a patologie psicologiche come, solo per citarne due, ansia e depressione. In caso di ansia la rabbia è esplosiva, eterodeterminata, rivolta sempre verso l'esterno; in caso di depressione, al contrario, la rabbia è implosiva, autodiretta o autodeterminata: è un tumulto che anzichè esplodere fa implodere la persona. Queste sono le degenerazioni di cui parlo e a ben vedere anche emozioni ritenute "buone" (ricordo che non esistono emozioni buone e cattive ma solo emozioni!) come la felicità possono diventare patologiche. Un esempio? Nella fase maniacale del disturbo bipolare il soggetto  si mette in condizioni esagerate ed eccentriche guidato dalla felicità, senza pensare che queste situazioni possono ledere la sua persona. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Io, psicoterapeuta, non lavoro da solo Come raccontavo in un recente post, non sempre lo psicoterapeuta lavora da solo. Il tessuto italiano è fatto di molti colleghi che lavorano in autonomia, svolgendo in maniera efficace le terapie nei loro studi e senza farsi affiancare da altri professionisti. La mia scelta, come ho già spiegato, è andata in senso contrario a questa e mi sono orientato verso il lavoro in equipe, circondandomi di un team di colleghi con i quali collaboro gomito a gomito (covid permettendo!). I vantaggi del lavoro in equipe visti dal lato del terapeuta, a mio parere, sono almeno tre: la possibilità concreta di andare a migliorare la qualità della terapia poichè lavorando in equipe c'è un confronto costante tra psicoterapeuta e colleghi (in Minds ogni terapia è seguita nella sua interezza da almeno due terapeuti, uno in stanza e un intervisore che prepara ogni singolo colloquio insieme al "frontman"). Oltre al confronto con l'intervisore c'è poi un confronto più esteso una volta al mese con tutti i membri dell'equipe, in cui ognuno porta a rotazione un caso che lo mette particolarmente alla prova avendo a disposizione altre 24 teste che daranno il proprio punto di vista; un aumento e miglioramento dell'efficienza che il terapeuta mette all'interno della terapia. Sapere che c'è un intervisore che prepara ogni singolo caso insieme a te genera un controllo reciproco, permette di non finire all'interno di circoli viziosi o vicoli ciechi. L'altra persona, infatti, ti fa notare cose che tu non noti perchè osservi il caso dall'interno, rimanendone inevitabilmente coinvolto. Tutto questo porta quindi ad una riduzione dell'errore; un aumento rapido ed esponenziale dell'esperienza. Il lavoro in equipe prevede che la competenza clinica del terapeuta non si sviluppi solo sul campo, nelle terapie svolte in prima persona, ma anche dall'apprendimento dalle terapie svolte dagli altri colleghi, un apprendimento dunque connesso alle esperienze altrui. Questo permette di velocizzare la formazione personale e professionale del terapeuta che diventa sempre più capace. Lavorare da soli e farlo bene è assolutamente possibile ma nel mio caso, per tutti i motivi sopra elencati, non potrei pensare di lavorare senza un'equipe di sostegno.     ### Il lavoro in equipe dello psicologo Lo psicoterapeuta cura qualsiasi tipo di patologia o problema esistenziale che ha natura psicologica? In linea teorica potremmo dire di sì ma nella pratica non è così. Qualunque professionista per eccellere e fare bene il suo mestiere deve necessariamente specializzarsi, lo psicologo in particolare lo fa concentrandosi su alcune tipologie di terapia, su alcune patologie. Io stesso, ormai tempo fa, mi sono reso conto che per fare bene il mio mestiere avrei dovuto scegliere degli ambiti di intervento accettando di non essere specializzato in altri. Una volta aperti i miei centri mi sono trovato davanti al desiderio e alla necessità di aiutare i miei pazienti anche su patologie o tematiche per le quali non ero specializzato in prima persona e ho così deciso di cominciare a lavorare in equipe. Il team di professionisti di cui mi circondo è ormai formato da 25 membri e ognuno di loro è specializzato in patologie differenti, in specifiche fasce d'età o in diversi tipi di terapia. Questa offerta a 360° ha molteplici vantaggi sia lato paziente che lato terapeuta. Il primo vantaggio per il paziente che si rivolge ad una equipe è la certezza di essere "abbinato" al terapeuta giusto, adatto al suo specifico caso. Il secondo è la consapevolezza di non essere nelle mani di una sola persona, con tutti i limiti che questo potrebbe comportare, ma di avere di fronte un team, un'equipe che studia e approfondisce il caso. Il fatto che il caso venga preparato e gestito in gruppo permette un miglioramento esponenziale della qualità della terapia che viene poi erogata dallo psicoterapeuta che svolge la funzione di "frontman". Un altro vantaggio è lo smantellamento dello stereotipo secondo cui le terapie sono sempre lunghe e fumose: il lavoro in team permette di rendere la terapia molto più snella e di dare al paziente informazioni chiare su tempi e modalità della terapia. Oltre a quanto detto ci sono anche dei vantaggi a livello gestionale: lavorare in equipe permette di offrire una maggiore capillarità sul territorio, orari più dilatati e la possibilità di fare terapia online, opzione che in tempo di pandemia molti pazienti hanno preferito senza trovare differenze rispetto alla terapia in presenza. ### Il disturbo paranoide di personalità Il disturbo paranoide di personalità appartiene ai disturbi della personalità del cluster A e come suggerisce il termine consiste in un modello pervasivo di pensiero legato a sospettosità e diffidenza. Le persone affette da questo disturbo sono convinte di essere circuite, raggirate da chi hanno accanto nonostante non ci siano evidenze o prove a sostegno di questa diffidenza che appare quindi ingiustificata. È un disturbo abbastanza frequente (secondo statistiche rilevate negli Stati Uniti) e si caratterizza spesso per la presenza in comorbidità con altri disturbi: fobie, attacchi di panico, ansia, abuso di alcool. Ma quali sono le caratteristiche specifiche di una persona affetta dal disturbo paranoide? dubbio, paura di poter essere raggirati sospettosità rispetto alla fiducia che può essere riposta in amici e colleghi tendenza alla ritrosia (la persona non racconta di sè per timore che qualcuno utilizzi le informazioni in maniera scorretta) tendenza al fraintendimento attaccamento morboso alla propria rappresentazione sociale (col timore che possa essere danneggiata) totale sfiducia nella fedeltà del partner/coniuge, cui rende la vita impossibile L'intervento elettivo in questi casi risulta essere la psicoterapia con, eventualmente, una cura parallela a base di farmaci. ### Come sono arrivato a fare lo psicoterapeuta? Con il post di oggi andiamo un po' indietro nel tempo, al giorno in cui sul treno diretto a scuola ho iniziato a leggere un libro che mi ha portato, dopo varie peripezie, a diventare psicoterapeuta. Ricordo che quando ho scelto di iscrivermi alle scuole superiori ho seguito la massa: tutti i miei amici andavano in quella scuola e ci sono andato anche io. Penso che non ci sia niente di male, può essere anche positivo che in quel momento della mia vita fosse per me più importante l'aspetto sociale che l'aspetto prettamente formativo anche se da adulto mi rendo conto di quanti sono stati poi i limiti di una scelta di questo tipo. Mi ricordo benissimo che dalla quarta superiore sul treno leggevo libri di Freud e Fromm, che sono le due persone che mi hanno affascinato e hanno catturato la mia attenzione. Leggendo questi libri ho iniziato ad essere attratto dalla psicologia e dall'idea che quegli studi fossero in qualche modo concreti e reali. All'epoca, data la mia età di 16/17 anni, sono rimasto estremamente affascinato anche dai molti studi di Freud sulla dipendenza ed in particolare sulla cocaina, che lui si era auto somministrato per poi scrivere un libro bellissimo che si intitola proprio "Sulla cocaina". Sono rimasto affascinato non tanto dall'idea della cocaina ma da quanto la psicologia, secondo me, aprisse un mondo di ricerche di pensiero che andasse oltre il tabù. Poi mi sono lanciato anche in altri tipi di letture, come "Totem e tabù", un altro libro che consiglio sempre di Freud. Pian piano mi sono reso conto che la psicologia permetteva di andare oltre, di accedere a dei mondi che erano lì ed erano molto più concreti del semplice racconto perché si erano denudati del perbenismo, delle norme, dei costrutti e delle forme sociali. Per me questo è stato il significato che un libro come quello che ho appena citato ha avuto sulla mia formazione. Da lì ho iniziato a leggere di tutto. Sono stato affascinato, soprattutto all'inizio (anche se adesso mi interessa poco) dall'aspetto criminale o violento della psicologia. Ho iniziato a studiare dei libri sui serial killer, ho iniziato a leggere degli esperimenti di Zimbardo nel carcere di Stanford, e l'aspetto sociale ha iniziato ad attirarmi. Ricordo che durante le lezioni di elettronica ed elettrotecnica, di cui ero completamente disinteressato, io leggevo questi libri. Una volta ottenuto il diploma ho fatto l'università, poi la scuola di specializzazione e progressivamente il mio interesse è mutato. Ho perso interesse nell'aspetto violento, criminale o eccessivo. Sono stato sempre più attratto dal tema della clinica, cioè della psicoterapia: non più l'aspetto sociale, quindi, ma l'aspetto clinico, l'aspetto della difficoltà o patologia mentale non in termini drammatici nè psichiatrici, ma in termini di benessere, ovvero di come aiutare le persone a risolvere problemi che possono essere esistenziali o sintomatologici, in funzione di una evoluzione. Questo è quello che faccio all'interno della stanza di terapia, al di là che la persona venga con un sintomo di tipo psicologico, l'ansia, attacco di panico, la depressione, ecc... o che venga con un problema esistenziale: "Cosa faccio in questa situazione?", "Non riesco a comprendere o gestire questi rapporti", "Come mi muovo nella sfera lavorativa?". La mia idea di psicoterapia, ciò che a me piace fare e ciò per cui mi sento portato perché vedo poi nella concretezza l'aiuto e il supporto che riesco a dare alle persone, consiste nel migliorare le alternative. Aumentare le alternative e rendere tutto progressivamente più nitido. Dico spesso all'interno delle sedute, dopo il primo incontro, che fare psicoterapia non significa delegare all'altro una decisione. Lo psicoterapeuta aiuta a rendere tutto più nitido, più comprensibile ed al tempo stesso più fruibile, facile, percorribile ma poi è la persona che una volta che sceglie il tragitto, lo percorre. Non può essere lo psicoterapeuta a farlo al suo posto. A me piace dannatamente fare questo mestiere. Riuscire ad aiutare la persona nel farla sentire potente, capace e protagonista non solo della difficoltà, ma soprattutto del suo benessere. Penso che questo sia ciò che mi ha permesso di diventare lo psicoterapeuta che sono e di fare psicoterapia nel modo che ho scelto. Questo è un piccolo pezzettino di me che mi fa piacere condividere. ### Le fobie più portate in terapia Quali sono le fobie più impattanti, quelle con le quali mi trovo maggiormente a lavorare? La risposta è, chiaramente, molto soggettiva in quanto legata alla mia personale esperienza nella pratica clinica dal 2011 ad oggi su un campione ridotto di popolazione. Sicuramente le fobie di tipo generale sono più frequenti rispetto a quelle di tipo specifico, soprattutto nella richiesta di aiuto. Le fobie generali sono ad esempio la fobia sociale e l'agorafobia: queste fobie sono più frequenti rispetto a fobie di tipo specifico e questo probabilmente è legato al fatto che questo tipo di fobie impatta maggiormente sulla qualità di vita delle persone rispetto a quanto può fare una fobia di tipo specifico. Ci sono sicuramente anche fobie specifiche per cui mi capita di ricevere richieste di aiuto: fobia di volare, fobia del sangue, claustrofobia, fobia degli aghi... tutte fobie che impattano sulla vita delle persone in maniera diversa. Quando c'è una richiesta di aiuto solitamente è perchè la fobia è arrivata ad un punto tale per cui alcune attività della vita della persona risultano impraticabili a causa di essa. Un esempio? Una nuova proposta di lavoro che prevede molti spostamenti può essere causa di forte stress per chi soffre di aerofobia, paura di volare. In questi casi la terapia può essere la svolta. ### Il mio percorso di studi Oggi un post un po' più personale, nel quale rispondo ad una serie di domande che mi vengono rivolte spesso: "Dottore che tipo di percorso di studi ha svolto? Cosa ha studiato?". Vi spiego il mio percorso di studi e quali sono state le scelte che ho compiuto, quelle che mi hanno portato a fare quello che faccio, ovvero lo psicoterapeuta. Come tutti ho fatto la scuola dell'obbligo, mi sono diplomato e ad un certo punto mi sono trovato a scegliere se andare a lavorare o continuare a studiare e, continuando a studiare, che tipo di università scegliere. Ho deciso di optare per la psicologia, perché lo sentivo in qualche modo come una vocazione. Sentivo quasi di non fare fatica e non mi sembrava neanche di studiare così come oggi, spesso, mi sembra quasi di non lavorare, vivo il mio lavoro come un piacere o un hobby. In principio la mia idea era quella di studiare criminologia ma il mio ripensamento è stato lampo e infatti al secondo anno ho scelto psicologia dello sviluppo dell'età evolutiva. Purtroppo però questa si è rivelata essere una scelta sbagliata ma per fortuna una volta conclusa la triennale ho potuto nuovamente cambiare il percorso di studi perché rispetto alla parte evolutiva, quindi dalla nascita sino alla fanciullezza, trovavo più interessante l'età adulta in primis, ma comunque dall'adolescenza in poi. Per questo, a seguito della laurea triennale, ho scelto psicologia clinica e neuropsicologia. Ho subito capito che questa strada era molto più affine ad i miei interessi, che piano piano si sono costruiti. Ero attirato da questo mondo, ma non riuscivo a mettere a fuoco che cosa mi interessasse fare. Volevo perciò diventare ancora più specifico e più verticale nella mia specializzazione, quindi ho iniziato a chiedermi che cosa mi interessasse tra tutto e ho scelto la psicoterapia: durante il quarto anno di università ho deciso che sarei diventato uno psicoterapeuta, ma quale tipo di psicoterapia? Una volta che mi sono laureato ho fatto un po' scegliere al fato: dovevo fare un tirocinio (obbligatorio per potersi iscrivere all'albo) così ho mandato diversi curriculum all'estero, ed ho avuto l'opportunità di continuare la mia formazione prima e la mia professione poi a Richmond, in Inghilterra, in un ospedale che si occupava di cure psichiatriche. Lì ho imparato tantissimo, soprattutto cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva fare. Quello che facevo lì era appagante, lavorare in quel contesto completamente diverso da quello italiano mi ha permesso di capire dove andarmi ad orientare ed ho iniziato ad interessarmi sempre di più alla terapia sistemico relazionale. La terapia sistemico relazionale è quella corrente della psicoterapia che prevede che il sintomo non sia esclusivamente concentrato nell'aspetto intrapsichico dell'individuo, cioè non è da ricercarsi solo all'interno della mente della persona, ma è da cercarsi anche in funzione delle relazioni significative ed importanti che questa vive. Quindi è come se partisse dalla teoria che il sintomo è sviluppato dalla persona, ma in risposta al contesto che questa persona vive. Quindi parte da quella idea, a mio avviso geniale, per cui il sintomo è prima di tutto un tentativo di risposta funzionale ad un sistema percepito come disfunzionale, che poi porta la persona a vivere il malessere, e successivamente a chiedere aiuto per cercare di pareggiare i due diversi livelli. Quello macro che viene risolto o si tenta di risolvere attraverso il sintomo, e quello micro dal punto di vista individuale. Una volta che ho definito quale era il mio percorso di studi e ho definito cosa mi interessava fare, ho fatto delle ricerche e ho scoperto che a Milano esiste una corrente, il Milan Approach, presentata da diverse scuole di psicoterapia e mi sono sentito estremamente affine a quella proposta dalla dottoressa Valiera Ugazio che è stata il mio mentore per tutta la durata del periodo della scuola di psicoterapia. Mi sono iscritto alla sua scuola, la EIST - European Institute of Systemic-relational Therapies e penso che sia stata una delle scelte più importanti e più azzeccate della mia vita. Dopo la specializzazione, la tesi e il tirocinio sono finalmente arrivato a svolgere la mia pratica clinica. ### Come gli stili di attaccamento influenzano le relazioni In un recente post abbiamo parlato di stili di attaccamento, teorizzati in primis da Bowlby e approfonditi da Ainsworth. Il passo successivo è stato quello di analizzare se, e in che modo, lo stile di attaccamento avuto durante l'infanzia andasse ad influenzare il tipo di relazioni nelle quali ci si trova da adulti. Per comprendere a pieno questo post vi consiglio caldamente di leggere prima il precedente. La persona che ha un attaccamento sicuro tenderà a riproporre questo tipo di stile: sarà infatti un adulto che crede nell'innamoramento, si fida dell'altro, mostra le proprie fragilità e si aspetta che il partner faccia lo stesso. Avrà una sicurezza tale per cui riuscirà ad aprirsi all'altro costruendo un legame solido ed una grande intesa, sia a livello mentale che fisico. Avrà quindi una relazione basata sulla fiducia, la sicurezza e la trasparenza. La persona caratterizzata da un attaccamento di tipo insicuro evitante potrebbe faticare ad entrare in una relazione intima. Non è detto che non possa avere relazioni anche durature ma farà sempre fatica a fidarsi: non parliamo di una sfiducia che porta a gelosia e bisogno di rassicurazioni continue ma piuttosto di una distanza che la persona mette tra sè e il partner. Non è insolito che queste persone scelgano relazioni, appunto, a distanza o che cerchino per sè partner già impegnati, posizionandosi nel ruolo dell'amante ma senza risentirne. Chi ha sviluppato un attaccamento di tipo insicuro ambivalente risulta essere estremamente insicuro e sfiduciato, può diventare molto richiestivo e geloso. Chi vive un attaccamento ambivalente chiede rassicurazioni con sempre maggiore forza senza mai esserne soddisfatto: sono questi i casi in cui si potrebbe sviluppare una dipendenza affettiva. Queste sono chiaramente delle semplificazioni ma sono utili per essere maggiormente comprensibili per chi non è addetto ai lavori. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Fobie: cosa sono e come si trattano Le fobie sono dei disturbi dell'ansia e hanno come caratteristica discriminante una paura irrazionale e irragionevole rispetto ad una situazione specifica o uno specifico elemento. La persona che ne soffre si rende conto di non essere sottoposta ad un pericolo concreto o reale ma emotivamente viene sopraffatta da paura, ansia, terrore che si manifestano attraverso tachicardia, fiato corto, confusione, problemi gastro intestinali (gli stessi sintoni che caratterizzano picchi di ansia e attacchi di panico). Lo svilupparsi delle fobie è dovuto a ciò che Pavlov ha individuato come il condizionamento classico: uno stimolo che la prima volta che ci è stato presentato ha suscitato in noi paura e si è ancorato nella nostra testa come terrificante. Oltre al condizionamento classico, che è il primo ancoraggio tra lo stimolo e l'emozione negativa che e scaturisce, c'è anche il principio dell'evitamento e cioè l'evitamento volontario di quelle situazioni che ci mettono in contatto con la nostra paura: questo da una parte ci protegge ma dall'altra aumenta la preoccupazione che abbiamo per quell'elemento specifico, innescando un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Le fobie si dividono in due macro categorie: fobie di tipo generale come agorafobia, paura degli spazi aperti, o fobia sociale, paura di entrare in relazione con qualcuno o di essere esposti alle relazioni e fobie specifiche connotate dall'individuazione di un elemento in particolare. Le fobie specifiche si dividono a loro volta in fobie di tipo situazionale (legate quindi ad una situazione specifica come trovarsi in ascensore), legate ad animali, ambientali (paura di altezze, temporali, buio), legate a sangue e aghi o di altro genere (paura delle malattie, dismorfofobia...). Cosa fare? Dipende soprattutto dall'impatto che la fobia ha sulla vita di tutti i giorni. Se l'impatto sulla qualità della vita, che può essere valutato solo dalla persona coinvolta, è alto si può valutare un percorso di psicoterapia che prima di tutto valuterà il perchè e poi valuterà strategie ad hoc per risolvere il problema. ### Sindrome della crocerossina (o sindrome di Wendy) Innanzitutto, perchè si chiama sindrome della crocerossina, anche chiamata sindrome di Wendy? Se avete visto Peter Pan vi ricorderete che Wendy è quella bambina leggermente più grande di Peter che si occupa un po' di tutti sull'isola che non c'è, anche di custodire gelosamente l'ombra di Peter. Che cos'è la sindrome da crocerossina Da qui nasce la teorizzazione della sindrome della crocerossina, che non è una sindrome vera e propria ma il termine rende l'idea. La sindrome della crocerossina consiste in tutta quella serie di comportamenti di accudimento, attenzione, protezione e annullamento in funzione del benessere dell'altro. Ci sono una serie di comportamenti che chi soffre della sindrome della crocerossina mette in atto e c'è una prevalenza enorme nella popolazione femminile rispetto a quella maschile. Sono sostanzialmente quattro le caratteristiche principali: dedizione totale nei confronti della persona con la quale si ha una relazione o verso la quale sono rivolte le nostre attenzioni; idea secondo cui una relazione significativa e importante deve costare cara, deve essere faticosa, richiedere impegno; convinzione che gli altri non capiscano; certezza che il proprio sacrificio faccia star bene l'altro. Ci sono due caratteristiche intrinseche alla relazione che devono essere sottolineate: da un lato c'è una crocerossina, cioè una persona che ha inevitabilmente una personalità dipendente, che trova tramite l'aiuto e le attenzioni che da all'altro la propria realizzazione personale, dall'altro lato ci vuole una persona che ha bisogno, che è in difficoltà ad un qualche livello (economicamente, psicologicamente, fisicamente). Questo emerge dal fatto che le crocerossine sono portate a scegliere dei partner (sempre nel caso di relazioni sentimentali) che non riescono ad essere completamente autonomi e indipendenti. Perché continuo a specificare "se si parla di relazioni sentimentali"? Posto che la sua massima espressione è all'interno della relazione sentimentale, è utile sapere che la sindrome della crocerossina non si agisce solo in quell'ambito ma può essere agita anche in altri tipi di relazioni: familiari quindi verso un parente generico, filiali o genitoriali, quindi rivolte verso un figlio, o rivolte verso una persona che viene riconosciuta come bisognosa d'aiuto. ### Gli stili di attaccamento Gli stili di attaccamento Per spiegare il significato del concetto di “Attaccamento” potremmo usare le parole del suo massimo esponente o, semplicemente, definirlo come ciò che si manifesta come in una spinta innata a cercare vicinanza con esseri della propria specie nel momento in cui sentiamo di vivere sentimenti di impotenza, paura, accudimento, necessità. Le prime ricerche sull’attaccamento, di John Bowlby Il suo massimo esponente, il più conosciuto, è lo psicologo John Bowlby, che ha sviluppato il concetto di teoria dell’attaccamento introducendo nella disciplina due concetti fondamentali: il concetto di base sicura, individuato con la persona di riferimento, solitamente la madre per il neonato o per il bambino: quella specie di zona franca, di area certa, tranquilla, capace di far sentire protetti da una qualunque potenziale minaccia; il concetto che attaccamento e dipendenza sono due cose completamente diverse: poiché l’attaccamento permette il successivo distacco, la dipendenza invece no. Non è un caso se esistono numerose ricerche che hanno cercato, con anni di studio, di andare a definire gli stili e le tipologie di attaccamento. Non solo per cercare di comprendere la relazione diadica madre-bambino, ma anche le tipologie di relazioni future che da adulti andremo a sviluppare proprio a partire dallo stile di attaccamento infantile. Mary Ainsworth, ricercatrice, è colei che, basandosi su una serie di esperimenti, ha per prima individuato tre diversi stili di attaccamento: un attaccamento sicuro, un attaccamento insicuro ambivalente ed un attaccamento insicuro evitante. All’interno del suo esperimento più famoso (Strange Situation) Ainsworth è andata a analizzare quali sono i comportamenti messi in atto al momento del distacco e nel successivo ricongiungimento tra la mamma ed il bambino. Si è accorta che i bambini definiti con un attaccamento sicuro si lamentano nel momento in cui c’è il distacco, cioè quando la mamma esce dalla stanza, ed erano, di conseguenza, consolabili solo nel momento in cui la mamma rientrava nello spazio interessato. Possiamo elencarne due in particolare: L’attaccamento di tipo insicuro ambivalente prevede una grande disperazione del bambino al momento in cui la mamma si allontana, causando un grande ostacolo per la serenità del bambino nel momento in cui la stessa mamma si avvicina in un secondo momento. L’attaccamento di tipo insicuro evitante è caratterizzato da un apparente disinteresse nel momento in cui la mamma si allontana e un altrettanto disinteresse nel momento in cui la mamma torna. Queste teorie sono state confermate nel tempo? Sebbene queste teorizzazioni siano iniziate negli anni ’60, già dagli anni 2000 sono state proposte nuove ipotesi che hanno connesso lo stile di attaccamento, sviluppato dalla persona nella propria infanzia nei confronti della propria figura accudente, al tipo di relazioni sentimentali, informali, che poi avrebbero sviluppato da adulto. Ci sono diversi tipi di connessione e ovviamente ora la ricerca scientifica si è evoluta. Per esempio, abbiamo introdotto alcuni termini che sono comunemente conosciuti, come la dipendenza affettiva, il narcisismo - e così via - ed esiste una certa corrente scientifica che si è concentrata proprio su questo. Nell’ambito della terapia sistemico relazionale ci sono diversi approcci che prevedono la spiegazione o la comprensione del legame in età adulta, sia rispetto al partner, sia rispetto agli amici, o anche rispetto al proprio figlio o figlia. Per farla breve, tutto in funzione del tipo di legame che si era sviluppato, o che si sta sviluppando, con la propria figura di riferimento. ### Bulimia: un DCA che non salta all'occhio In un precedente articolo abbiamo parlato di anoressia, ora vediamo in cosa consiste questo secondo disturbo del comportamento alimentare e quali sono le caratteristiche che lo differenziano dall'altro. Anoressia e bulimia molto spesso condividono dei sintomi che possono trarre in inganno, soprattutto per quanto riguarda la fase diagnostica. La bulimia è un disturbo del comportamento alimentare che è caratterizzato da frequenti abbuffate, durante le quali la persona introduce un numero eccessivo e sproporzionato di calorie rispetto al proprio fabbisogno, e sono successivamente seguite da condotte compensatorie ossia tutti quei comportamenti rivolti a cercare di smaltire le calorie assunte: vomito, induzione del vomito, iper allenamento, utilizzo di lassativi, utilizzo di diuretici, ecc... Le persone bulimiche hanno una grande angoscia rispetto al proprio peso e hanno una connessione diretta tra l'autostima e il peso o la propria forma corporea. Solitamente mettono in atto questi comportamenti subito prima o subito dopo momenti definiti disforici, momenti di stress o alterazioni nello stato emotivo. Anche la bulimia, come l'anoressia, è una patologia prevalentemente femminile, la sua incidenza va dallo 0,3 al 9,4% mentre negli uomini è presente tra lo 0,1 e l'1,4%. Ci sono delle caratteristiche importantissime che differenziano l'anoressia dalla bulimia e la prima, la più importante di tutte, è sicuramente il peso. Poiché se l'anoressico è esplicitamente sottopeso, cioè ha una magrezza preoccupante, non è affatto detto che lo sia il bulimico. Anzi solitamente il bulimico è normopeso, o leggermente sovrappeso, questo perché tutte le condotte compensatorie messe in atto non sono così efficaci perché sono spot mentre il comportamento dell'anoressico è restrittivo e costante. Un'altra differenza rispetto all'anoressia è l'età in cui il disturbo insorge: se l'anoressia colpisce soprattutto in adolescenza, la bulimia può presentarsi tra i 16 ed i 40 anni circa. Anch'essa è un disturbo del comportamento alimentare e come tale va trattata, e adesso il trattamento prevede degli interventi sia dal punto di vista clinico, medico, sanitario, sia dal punto di vista psicologico. Anche qui ci sono degli aspetti importanti legati a qual è il tessuto sociale interno nel quale siamo cresciuti, e all'interno del quale continuiamo a vivere. L'intervento migliore è quello combinato dal punto di vista medico e dal punto di vista psicoterapeutico. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### L'autolesionismo Parliamo di autolesionismo, un comportamento volontario atto a generare un danno a noi stessi sotto diverse forme, con diverse caratteristiche, con diversi criteri che andremo via via ad esplorare. Diamo qualche numero: partiamo dal presupposto che è una condotta prevalentemente adolescenziale. Le ricerche stimano che circa il 15% di adolescenti ricorra almeno una volta nella vita a comportamenti di autolesionismo, e questa percentuale si abbassa sino al 6% per quanto riguarda la popolazione adulta. Sono dei numeri molto ampi, vuol dire che 15 adolescenti su 100 agiscono, o hanno agito, autolesionismo. Possono sembrare delle statistiche drammatiche. Entrando nel merito e cercando di spiegare che cosa viene considerato clinicamente autolesionismo, riusciamo a dare un senso anche a questo dato apparentemente allarmante. L'autolesionismo è una condotta più frequente nella popolazione psichiatrica, quindi con diagnosi, ed è spesso associata ad alcune patologie o disturbi. Ad esempio non è infrequente trovare atti di autolesionismo in pazienti con disturbi di personalità borderline, piuttosto che con gravi disturbi ansiosi o dell'umore come ad esempio la depressione maggiore. Cosa determina l'autolesionismo? Come si fa a dire questo è autolesionismo? Ci sono dei criteri: innanzitutto ci deve essere un atto volontario a provocarsi del dolore, delle lacerazioni. Queste possono essere fatte con coltelli, con mozziconi di sigaretta, con fiamme, con qualunque cosa che vada a generare un danno. Questo danno è solitamente caratterizzato da degli scopi, degli obiettivi, ad esempio quello di andare a mitigare o ad alleviare una sensazione, o un pensiero spiacevole; sistemare degli aspetti interpersonali quindi di relazione, che in qualche modo si sente non hanno funzionato; andare a suscitare nella persona delle emozioni positive. Sono solitamente gesti messi in atto a seguito di difficoltà interpersonali, eventuali stress, o traumi vissuti. Sono caratterizzati da una forte intrusività nella testa della persona, nel senso che la persona che compie questo tipo di atto pensa con grande angoscia ed eccitazione all'atto, e pensa all'atto anche nel momento in cui non lo sta compiendo o non lo ha ancora compiuto. Ne esistono di diversi livelli e di diverse gravità: ad esempio si parla di un autolesionismo di tipo maggiore, nel momento in cui ci sono comportamenti frequenti, ricorrenti, o anche talvolta episodici, di danni inferti al proprio corpo che risultano essere permanenti, i cui segni sono poi portati per sempre. Esistono degli atti di autolesionismo chiamati stereotipati, cioè che apparentemente non sono gravi ma poiché vengono continuamente ripetuti, generano di fatto un danno al corpo: ad esempio c'è chi si gratta continuamente un determinato punto del corpo, si punge o si morsica ecc... Questi sono comportamenti frequenti in altri tipi di problemi, in altri tipi di sindromi, come ad esempio quella di Tourette. Ci sono poi i comportamenti autolesionistici di tipo moderato, ossia sono comportamenti anch'essi frequenti, o episodici che generano un danno superficiale, che col tempo non lascia segni o tracce di tipo permanente. Il discorso rispetto all'autolesionismo è ovviamente più ampio, per semplicità mi riferisco all'autolesionismo come un danno fisico, quindi autoinferto, ma ne esistono anche degli altri: auto avvelenamenti, mettersi nei guai, mettersi in condizioni di pericolo o precarie (gioco d'azzardo,utilizzo di droghe o altre condotte che vengono considerate potenzialmente lesive per la persona, non necessariamente per il suo fisico, ma per il suo benessere). Esistono diversi significati che l'autolesionismo assume, sono sostanzialmente tre i motivi per cui la persona agisce degli atti autolesivi su se stessa, che sono legati a tentativi o strategie di coping (cioè il tentativo di andare a gestire una emozione): io mi taglio o mi brucio in funzione di andare a regolare delle emozioni che sento essere per me tracimanti; punizioni o tentativi di espiazione di una colpa: la persona si auto punisce, si da una sentenza, una condanna; tentativi di comunicare all'interno del gruppo sociale del quale si fa parte o al rispetto alle figure di riferimento. Non sono da sottovalutare questi atti, perché è vero che non tutte le persone che compiono atti di autolesionismo poi sfociano in comportamenti suicidari però il passo è breve, nel senso che è altrettanto vero che coloro che poi effettivamente tentano il suicidio, sono prima passati da atti di autolesionismo; è una cosa che deve essere sicuramente valutata con attenzione, sicuramente trattata in un contesto di psicoterapia e devono essere comprese le motivazioni, così da comprendere anche quali possono essere le diverse strategie applicabili per far sì che poi l'atto, indipendentemente da quale significato assume, non debba essere più agito, ma possa essere sostituito da un comportamento costruttivo e funzionale. ### I disturbi della nutrizione Proseguiamo l'excursus sui disturbi del comportamento alimentare parlando dei disturbi della nutrizione e della alimentazione. Questi si differenziano dall'anoressia e dalla bulimia perché si concentrano su un utilizzo del cibo o comunque delle pratiche connesse al cibo che non sono necessariamente connesse al peso o a strategie compensatorie. Sono legati principalmente a delle devianze o delle alterazioni di quella che viene considerata la prassi alimentare. Ce ne sono principalmente tre: si parla di pica, di ruminazione, e di comportamento alimentare evitante o restrittivo. La pica consiste nell'ingestione di oggetti o materiali che non sono commestibili e non sono nutrienti. Si parla ad esempio di ingestione di carta, di gesso, di erba, di argilla, di cenere, di mozziconi di sigaretta. Il secondo disturbo che appartiene ai disturbi della nutrizione è la ruminazione. Come suggerisce il termine, consiste sostanzialmente nel masticare il cibo e successivamente nello sputarlo, o nel ributtarlo nel piatto e talvolta nel rimasticarlo. Ovviamente con tutte le compromissioni sociali e alimentari che questa cosa può avere. In ultimo c'è il disturbo dell'alimentazione e della nutrizione chiamato evitante o restrittivo che consiste nell'essere estremamente evitanti e/o selettivi e restrittivi rispetto all'alimentazione, o rispetto ad alcuni cibi nello specifico. Questo vuol dire che tendenzialmente non c'è un interesse rispetto all'alimentazione o al cibo e c'è solitamente una connessione sgradevole tra alcuni aspetti sensoriali: il tatto, il gusto, l'olfatto, la consistenza ecc... legati al cibo. Per anni si è pensato che questo disturbo fosse connesso esclusivamente ad alcune tappe dello sviluppo o comunque fosse una malattia principalmente presente nell'infanzia ma gli ultimi manuali diagnostici hanno esteso la sua possibile insorgenza anche a diverse fasce d'età. A livello psico-sociale i vincoli e i limiti che questa patologia impone sono importanti anche dal punto di vista relazionale. Come per tutti i disturbi del comportamento alimentare, la terapia sistemico relazionale ritengo possa essere una delle vie maestre per poterli trattare, anche se ne esistono altre. Come dico sempre, ognuno deve essere capace, anche tramite l'aiuto di professionisti, di trovare l'orientamento, l'approccio e poi anche eventualmente le cure che sente più affini e di conseguenza più efficaci. ### Anoressia: il DCA più conosciuto Parlando di disturbi del comportamento alimentare (DCA) iniziamo con il più conosciuto e più discusso ovvero l'anoressia: abbiamo tutti sentito parlare di anoressia. È una patologia che spaventa (anche a rigor di logica, nel senso che ha tutte le caratteristiche per poter essere preoccupante) ed ha delle caratteristiche, ha delle discriminanti molto precise. La più importante, la più impattante e anche la più visibile è sicuramente il peso ridotto. Un peso estremamente ridotto, con tutte le conseguenze fisiche e psicologiche che questo può comportare, in relazione all'altezza, all'età e alla fase, al momento, quindi alla tappa dello sviluppo personale ed individuale della persona. Ha delle caratteristiche soprattutto legate a convinzioni, credenze e aspetti psicologici che sono legate innanzitutto ad una restrittività rispetto al cibo, al proprio comportamento alimentare, all'assunzione di calorie; c'è una paura quasi ossessiva dell'aumentare di peso e c'è una forte correlazione tra il proprio peso, la propria forma corporea, e la propria autostima. Esistono principalmente due grandi tipologie di anoressia: un'anoressia legata alla restrittività, quindi con un controllo maniacale delle calorie che vengono introdotte, la tendenza ad assumerne sempre meno, cercando di dimagrire e perdere progressivamente peso e l'anoressia legata ad abbuffate. In questo secondo caso a momenti di restrittività si alternano momenti di abbuffate, che poi sono seguiti da condotte compensatorie come ad esempio il vomito, l'iper-allenamento, l'utilizzo di lassativi, l'utilizzo di diuretici, che sono volti a cercare di compensare l'introduzione eccessiva di calorie che è avvenuto durante l'abbuffata. Questo tipo di anoressia non deve essere confusa con la bulimia: una patologia diversa ma che presenta alcune affinità. Diciamo che in molti casi, soprattutto nel momento in cui si parla di anoressia con abbuffate, ci può essere il rischio di andare a confonderle. La discriminante fondamentale è sostanzialmente il peso della persona, tant'è che quando ci sono i criteri per l'anoressia, anche nel momento in cui ci possono essere dei sintomi simili, o condivisi, con la bulimia si propende sempre per la diagnosi di anoressia. Ci sono diversi aspetti, diverse caratteristiche, che devono essere valutate quando si parla di anoressia. Diciamo innanzitutto che è una patologia che colpisce soprattutto i giovani, i giovanissimi. L'esordio è solitamente compreso tra i 14 e i 17 anni (anche se poi la patologia può protrarsi sino alla età adulta) e colpisce prevalentemente le donne, ha un'incidenza sul sesso femminile che è stimata tra lo 0,9% e il 4,3%, mentre per quanto riguarda gli uomini è solitamente intorno allo 0,3%. Ci sono tutta una serie di conseguenze e complicazioni anche dal punto di vista fisico che non sono indifferenti. Oltre alla magrezza eccessiva, che in alcuni casi può portare addirittura alla morte, ci sono sintomi come disidratazione, faticabilità, insonnia, stanchezza cronica, c'è uno sfibrarsi dei capelli, dei tessuti, ci possono essere delle macchie cutanee, ci sono problemi ai denti, cresce una sorta di soffice peluria in alcune parti del corpo, per le donne c'è il rischio di sviluppare amenorrea (ossia l'interruzione del ciclo mestruale)... insomma ci sono davvero tantissimi aspetti ed effetti collaterali di questa malattia. Ad originare l'anoressia spesso ci sono motivi psicologici: di solito, infatti, un disturbo come questo viene sviluppato in contesti estremamente competitivi, giudicanti, attenti alla valutazione dell'altro, contesti in cui l'obiettivo è quello di riuscire ad esporsi e al tempo stesso però si è vittima del giudizio proprio ed altrui. Per trattare questo disturbo esistono diversi tipi di intervento, che non sono solo dal punto di vista medico-clinico, nel momento in cui la situazione fisica della persona risulta essere compromessa o potenzialmente mortale, ma esistono anche tutta una serie di interventi di tipo psicoterapeutico che vengono fatti in associazione a questi. L'intervento a mio avviso elettivo per questo tipo di disturbi è la terapia sistemico relazionale, poiché l'anoressia assume sempre un significato relazionale. Quindi sia le cause sia le risorse, quindi i vincoli e opportunità di poterla curare, sono sempre da ritrovarsi all'interno del tessuto sociale in cui la persona vive ed è cresciuta. ### I disturbi della personalità del cluster C In questo articolo parliamo dei disturbi di personalità appartenenti al cluster C, avendo già visto in precedenza i disturbi del cluster a e i disturbi del cluster b. I Disturbi della Personalità del Cluster C I disturbi della personalità sono un argomento complesso e variegato, suddivisi in diversi cluster in base alle caratteristiche predominanti. Oggi, voglio concentrarmi sui disturbi della personalità del Cluster C, noti per la loro sintomatologia ansiosa e/o inibita. Questo cluster include tre principali disturbi: il disturbo evitante di personalità, il disturbo dipendente di personalità e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità. Disturbo Evitante di Personalità Il disturbo evitante di personalità è caratterizzato da una significativa difficoltà nel riuscire a instaurare relazioni significative con gli altri, sia a livello sociale, interpersonale che intimo. A differenza dei disturbi del Cluster A, come il disturbo schizotipico o schizoide di personalità, le persone con disturbo evitante desiderano effettivamente entrare in intimità con gli altri. Tuttavia, vari fattori impediscono lo sviluppo di queste relazioni. Questa contraddizione tra il desiderio di connessione e la paura del rifiuto o della critica genera un profondo senso di ansia e inadeguatezza. Disturbo Dipendente di Personalità Il disturbo dipendente di personalità è più facilmente comprensibile, poiché il nome stesso è esplicativo. Questo disturbo è caratterizzato da una dipendenza totale nei confronti di una figura di riferimento. È importante distinguere il disturbo dipendente di personalità dalla semplice dipendenza emotiva che può verificarsi in alcune relazioni. In questo caso, parliamo di una patologia che presenta sintomi specifici, come l'insicurezza pervasiva e un attaccamento morboso all'altro. Le persone affette da questo disturbo sono convinte di non poter esistere senza l'altro e delegano costantemente la propria autostima e identità a questa figura. Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, spesso confuso con il disturbo ossessivo-compulsivo (OCD), ha caratteristiche distintive. Le persone con questo disturbo sono ossessionate da un "pensiero magico", con pensieri ricorrenti, intrusivi e ripetitivi che riguardano vari aspetti della loro vita. Questi pensieri possono essere legati all'igiene, alla numerazione degli oggetti e ad altri comportamenti rituali. Le compulsioni sono tentativi ripetitivi di mitigare l'ansia o di propiziare eventi futuri, basati su significati superstiziosi. Sebbene condividano alcune caratteristiche con l'OCD, nel disturbo di personalità ossessivo-compulsivo, queste abitudini sono profondamente radicate nella struttura stessa della personalità dell'individuo. Conclusione I disturbi della personalità del Cluster C sono caratterizzati da sintomi ansiosi e inibiti che influenzano profondamente la vita delle persone affette. Il disturbo evitante di personalità comporta un desiderio inappagato di connessione, il disturbo dipendente di personalità implica una dipendenza patologica da un'altra persona, e il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità è contrassegnato da pensieri e comportamenti rigidi e ripetitivi. Comprendere questi disturbi è essenziale per fornire il supporto adeguato e per sviluppare trattamenti efficaci. Approfondiremo ulteriormente ogni singolo disturbo nei prossimi video, per offrire una panoramica completa e strumenti pratici per affrontare queste complesse condizioni. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Avere figli influenza il rapporto con i propri genitori? Dottore una volta che divento, diventerò o sono diventato genitore come cambia o cambierà il mio rapporto con i miei genitori? Diventare genitori come influenza il rapporto con i propri genitori? Queste domande estremamente profonde e anche complicate permettono tante riflessioni diverse e come sempre non ho presunzione di esaustività. Partiamo da questo: si sente solitamente dire che si è dei nonni diversi rispetto ai genitori che si è stati. Questa cosa secondo me è verissima e ho potuto vedere negli anni, nel corso della terapia, nonni che sono stati completamente rivalutati sia in positivo sia in negativo rispetto ai genitori che sono stati proprio perché l'essere diventati nonni fa sì che ci si muova e ci si comporti seguendo altre dinamiche. Un classico è che un genitore che è stato particolarmente rigido, particolarmente severo, duro poi risulti essere accomodante, gentile e morbido nei confronti dei nipoti, il che lascia un po' basiti i genitori, i figli che sono diventati genitori. I nuovi genitori si chiedono: "Ma come, questa è la stessa persona che mi ha cresciuto?". Ovviamente è vero anche il contrario, ci sono casi dove genitori particolarmente amorevoli sono nonni assenti o estremamente deleganti. Come dico sempre: un figlio è trasformativo. Il solo pensiero del figlio è trasformativo. E come trasforma le dinamiche familiari, la routine, la quotidianità, i rapporti all'interno della coppia, i tempi, i momenti della coppia, l'immagine che si ha del partner nella coppia, trasforma anche il rapporto con i propri genitori. Quindi al di là di quello che loro vogliono essere la cosa fondamentale è che noi scegliamo che tipo di genitori vogliamo essere e successivamente riusciamo a comunicare in che modo loro, da nonni, possono essere di supporto al nostro stile educativo ed alla nostra immagine di genitori. Per tornare quindi alla domanda iniziale noi dovremmo avere innanzitutto chiaro che genitori vogliamo essere ed in secondo luogo capire che questi genitori hanno bisogno di questo tipo di nonni. Questo è un tema (cioè quello del rapporto con i nonni) dal quale nessuno di noi, nel momento in cui diventa genitore, può esimersi ed è bene riuscire ad uscire dalla dinamica di figlio: nei confronti di mio figlio non sono nuovamente tuo figlio, ma sono il suo genitore e sono io a  dover controllare che cosa deve essere fatto con mio figlio. Questa cosa deve essere assolutamente definita, ci si deve contrattare. Talvolta vedo anche situazioni di scontro che partono sempre da un principio di buona fede, ma non sempre la buona fede, non sempre fare il meglio, fa sì che ci si incastri e ci si componga in maniera coesa, in maniera definita. E come i due genitori devono contrattare il loro stile genitoriale, il loro stile educativo all'interno della coppia a fronte del bambino appena nato, allo stesso modo lo devono fare con l'esterno. Talvolta, ad esempio, è necessario che uno dei due diventi scudo: questo non è una cosa insolita nei primi momenti di vita del bambino e uno dei ruoli del padre è proprio di riuscire a fare scudo con l'esterno, add esempio mettendosi d'accordo con la propria moglie o comunque la madre del proprio figlio e decidere come andare a regolare le relazioni. Vogliamo che ci affollino casa e si spupazzino il bambino? Vogliamo invece calmierare, definire, calendarizzare le visite? Vogliamo che vengano una volta per uno senza che ci siano troppe persone in casa? Vogliamo che ci tocchino subito il bambino? Glielo diamo in braccio o meno? Queste sono domande che sorgono spontanee, immediate, nel momento in cui una coppia si trova un neonato di tra le mani (ovviamente facciamo questo discorso collocandolo in un'epoca covid-free!). Non farsi queste domande, e molte altre anche successivamente, è un errore perché poi i nonni, anziché essere risorse, anziché essere un valore aggiunto alla nostra relazione, diventano degli ostacoli: diventano motivo di conflitto, diventano motivo di tensione, magari all'interno della coppia o magari appunto la tensione si esplicita direttamente nel rapporto con loro e si innesca poi un substrato, un sottosuolo di malumori, di diffidenza, di giudizio che altro non fa che andare a compromettere la relazione. Quindi è chiaro che è un tema, quello dello stile educativo genitoriale e poi anche dei nonni, da cui non ci si può esimere ed è altrettanto chiaro che è una cosa che la coppia deve riuscire a definire al suo interno e poi comunicare all'esterno. Perché questo è il modo di far evolvere, di trasformare, di valorizzare anche il ruolo dei nonni in funzione di quali sono le loro esigenze, le loro necessità in quanto nonni. Partendo dal fatto che ovviamente si è dei nonni diversi, e su questo sono convintissimo, rispetto ai genitori che sia stati. ### Saperne di psicologia influenza le relazioni? "Quanto e come saperne di psicologia influenza le relazioni con gli altri o le sue relazioni con gli altri?" Oggi provo a rispondere a questa domanda che io e chiunque faccia il mio lavoro riceviamo spesso. Di solito a questa domanda si accompagnano battute molto scontate del tipo "allora mi psicanalizzi?" o "allora mi leggi nella testa?" e ancora "allora riesci a capire quali sono i miei bisogni più profondi?". Io rispondo con un sorriso di circostanza ma quello che vorrei dire davvero non può essere riportato in questa sede! Al di là di questo stereotipo abbastanza bieco, è vero che avere delle conoscenze di psicologia inevitabilmente incide non tanto sulle relazioni, nel senso che un terapeuta non si mette a lavorare quando si trova con amici o famiglia, quanto sul porre l'attenzione ad alcuni aspetti che, magari, chi non ha questo tipo di competenze non osserva. Ma come è normale che sia! Faccio un esempio semplice: l'ingegnere che da stereotipo è una persona organizzata, metodica, precisa, pulita tendenzialmente questa forma mentis la riporta anche all'interno della sua vita privata e ci si aspetta quindi che un ingegnere non lo sia solo nel momento in cui indossa la camicia e la cravatta ma anche nella sua vita privata. Allo stesso modo lo psicoterapeuta non è solamente il dottore all'interno della stanza di terapia ma alcune dinamiche, alcune caratteristiche e circostanze poi tende a replicarle all'interno della sua vita privata. Io ad esempio prima di fare lo psicologo e poi a maggior ragione anche dopo, ero e sono una persona tendenzialmente analitica nei miei confronti: mi sono sempre fatto molte domande e sono sempre stato curioso e attratto dalle dinamiche delle relazioni sociali. È chiaro quindi che ci sia una commistione tra i due mondi. Diverso è se una persona utilizza le competenze che ha in una maniera un po' gratuita, un po' ingiusta, un po' anche forzata e alterata, cioè fuori dal contesto. Sarebbe sicuramente sbagliato sia per le persone con le quali ho a che fare sia per me mettermi ad utilizzare in maniera precisa e volontaria delle competenze che ho dal punto di vista professionale perché altererei sicuramente la relazione: giustamente le persone non mi permettono di usarle, non me lo permettono perché non è giusto, perché ci sono altri tipi di regole che governano quel tipo di relazione e quindi tendenzialmente non vengono mai applicate queste competenze al di fuori della stanza di terapia. Può accadere però che si esca dal campo della volontà e si entri nel campo dell'automazione o dell'inconscio, dell'istinto: in questo caso certe osservazioni nascono non perché io metto volutamente l'attenzione su qualcosa ma perché inevitabilmente, proprio per la forma mentis che ho, sono portato a vederle. In questo caso inevitabilmente molte cose vengono osservate, molte cose vengono percepite: dico spesso che fare una scuola di psicoterapia è una grandissima risorsa, perché permette di aumentare per cento la capacità penetrativa appunto del proprio pensiero, della propria capacità di osservazione, ma al tempo stesso è anche una condanna poiché fa indossare determinate lenti per interpretare il mondo che poi, però, non ci si può mai più togliere. Quando questa cosa inevitabilmente accade, quello che faccio è semplicemente ignorare le conclusioni che potrei trarne e sospendere il giudizio. Come noto che una persona è bionda, posso notare che ha un conflitto con uno dei suoi genitori ma non sono affari miei e non ho nessuna intenzione di entrarci: motivo per cui in realtà c'è un certo scollegamento tra la vita privata e la vita professionale, poiché la vita professionale è fatta da un intento esplicito, diretto e anche richiesto da parte del paziente di andare ad analizzare alcuni aspetti, di mettere in campo le proprie competenze. Viceversa la vita privata non richiede nulla di tutto questo.  ### Da figli a genitori Con l'articolo di oggi provo a rispondere ad una domanda da un milione di dollari: i l nostro passato, le nostre esperienze, influenzano il nostro stile genitoriale? Assolutamente sì. I nostri genitori, ad esempio, hanno una responsabilità e un impatto sulle scelte che andremo a compiere come genitori e sui genitori che diventeremo. Questo accade non tanto perchè sono i nostri genitori ma perchè i valori e l'educazione che abbiamo ricevuto arrivano da loro; questo discorso, infatti, si può estendere a tutte le persone che hanno svolto un ruolo chiave nella nostra crescita. Noi siamo non solo ciò che ci è successo ma anche le scelte che abbiamo compiuto e il significato che abbiamo attribuito a ciò che ci è successo. In questo senso le relazioni con le figure di accudimento sono per noi impattanti per il ruolo che andremo ad assumere quando saremo a nostra volta genitori. Ognuno di noi, scegliendo di diventare genitore, si domanda che genitore vorrà essere e che stile vorrà assumere, sono questioni che vengono discusse con il partner per creare uno stile genitoriale condiviso che verrà usato nella crescita della prole. Poichè non possiamo fingere che il passato non conti (e questo emerge chiaramente in terapia, quando il passato del paziente viene analizzato a fondo) possiamo affermare con certezza che le nostre relazioni hanno sulle nostre scelte un tale impatto da influenzarci nel tracciare il nostro stile genitoriale. Quando i neo o futuri genitori si trovano a ragionare su queste questioni hanno sempre due possibilità: proseguire sulla via della conformità o dell'opposizione rispetto ai metodi dei propri genitori. Che genitore voglio essere? Come sono stati i miei per me o differente? Completamente opposto? Da queste domande si parte per sviluppare le strategie e gli stili educativi che andranno a caratterizzare il nostro essere genitori. Ognuno di noi si deve muovere all'interno di questo spettro, tra la conformità e l'opposizione completa. Per chiudere concedetemi un'importante osservazione: è importante non banalizzare questo discorso. Non tutti i figli che hanno ricevuto poco affetto sono incapaci di donarne quando diventano genitori! Come sempre si parla di fattori di rischio, non sta scritto da nessuna parte che chi ha vissuto, ad esempio, un'infanzia di deprivazione sia un genitore poco amorevole anche se sicuramente può succedere. Le nostre esperienze ci influenzano e ci guidano ma non ci definiscono, non ci ingabbiano.   ### I disturbi della personalità del cluster B Introduzione ai Disturbi di Personalità del Cluster B Parliamo di disturbi della personalità. Qualche tempo fa ho iniziato a suddividere i famosissimi tre cluster, dato che mi era stato chiesto di parlare dei disturbi di personalità: che cosa sono, come funzionano e che caratteristiche hanno. Analizziamo il secondo cluster, il cluster B. Come già sapete, ne esistono tre. In precedenti video abbiamo analizzato i disturbi di personalità del cluster A; oggi analizziamo il cluster B, che racchiude tutti quei disturbi di personalità connessi a una difficoltà nella gestione della regolazione delle emozioni, a una certa impulsività e all'incapacità di sviluppare relazioni sociali e/o interpersonali stabili e significative. Disturbo Borderline di Personalità All'interno di questo cluster sono presenti quattro diversi disturbi: il disturbo antisociale, il disturbo istrionico, il disturbo narcisistico e il disturbo borderline di personalità. Partiamo da quest'ultimo e diamo qualche cenno su ciascuno così da rendere un po' più chiaro il quadro. Il disturbo borderline di personalità è un disturbo che, come suggerisce il termine, è al confine (borderline), ovvero la persona ha sicuramente una difficoltà importante nella gestione del proprio stato emotivo e delle emozioni, quindi anche degli avvenimenti e degli accadimenti. Tendenzialmente è associato a una scarsa sensazione di autoefficacia e di autostima, nel senso che tende a sottovalutare la propria capacità di riuscire a superare i problemi. Tendenzialmente, non sempre, la persona è portata a mettere in atto comportamenti impulsivi e dipendenti, come ad esempio l'uso di sostanze e l'abuso di alcol. Soggetti con disturbo borderline possono presentare una marcata dipendenza affettiva e un'emotività eccessiva, con sintomi somatici che riflettono il loro stato interno. Disturbo Narcisistico di Personalità Il disturbo narcisistico di personalità è molto discusso e se ne trova di tutto in rete, soprattutto rispetto alle relazioni. In questo caso è un disturbo di personalità del cluster B, connesso a sentimenti di grandiosità, onnipotenza e richiesta di ammirazione. Tendenzialmente si è abbastanza incapaci di comprendere le emozioni degli altri e si pensa che l'altro sia al proprio servizio. Di conseguenza, si mettono in atto tutta una serie di manipolazioni emotive dove l'ammirazione è sostanzialmente pretesa. I narcisisti esibizionisti cercano delle attenzioni più dedicate, più di qualità, più esclusive e spesso manifestano un senso di superiorità. Disturbo Istrionico di Personalità Esiste poi il disturbo istrionico, simile al narcisistico nel senso che ha delle caratteristiche in comune, come il bisogno di ammirazione e di attenzione. Tuttavia, non c'è una suddivisione così netta tra positivo e negativo come avviene nel narcisistico. L'istrionico ha bisogno di essere al centro dell'attenzione, indipendentemente che queste attenzioni siano positive o negative, risultando spesso eccessivi e plateali. Spesso sono molto erotizzati o sessualizzati; l'importante è riuscire ad essere al centro dell'attenzione nella testa e sulla bocca delle persone. La personalità istrionica si caratterizza per comportamenti teatrali, una marcata dipendenza emotiva e un'espressione esagerata delle emozioni. I comportamenti istrionici riflettono una continua focalizzazione sulle emozioni e sui bisogni affettivi, con un senso di identità spesso labile. Disturbo Antisociale di Personalità L'ultimo disturbo è il disturbo antisociale di personalità. In questo caso si ha spesso a che fare con persone violente, impulsive, insensibili e incuranti dei diritti altrui ma anche dei propri. Sono molto spesso portati ad azioni di tipo criminale o comunque non orientate alla tutela della comunità e dell'incolumità propria ed altrui. Questi comportamenti antisociali includono azioni rischiose e aggressioni, evidenziando una regolazione emotiva deficitaria e una disregolazione dei bisogni emotivi. Conclusione sui Disturbi del Cluster B Questi sono i disturbi di personalità caratterizzanti il cluster B, cioè tutti quei disturbi che hanno a che fare con un'incapacità nella regolazione e gestione delle emozioni, nell'impulsività e nell'incapacità di sviluppare e mantenere relazioni sociali e interpersonali significative. La diagnosi di disturbo di personalità del cluster B coinvolge una valutazione attenta dei tratti di personalità e dei sintomi somatici. Pazienti con disturbi del cluster B possono presentare comportamenti rischiosi e manipolazioni emotive, focalizzandosi sui bisogni affettivi e sulle loro figure primarie e di autorità. Questi disturbi includono comportamenti che variano dall'abuso di sostanze alla ricerca continua di attenzione e ammirazione. ### Psicoterapeuta in terapia Con questo articolo vorrei rispondere ad una domanda che mi viene rivolta spesso: anche lo psicoterapeuta va in terapia? Assolutamente sì, può capitare che uno psicoterapeuta vada dallo psicoterapeuta! A partire dal percorso di studi, infatti, non è inusuale che la scuola di psicoterapia stessa caldeggi un percorso di terapia prima di iniziare la professione. Terminati gli studi, invece, ci sono due ragioni per cui un terapeuta può rivolgersi ad un collega: per motivi personali (sedendosi quindi sulla sedia del paziente) o per motivi lavorativi. Quando lo psicoterapeuta decide di occupare la sedia del paziente lo fa per risolvere problematiche o dubbi legati alla sua sfera privata, non dimentichiamoci infatti che anche gli psicologi sono prima di tutto persone con un bagaglio di esperienze e di vita alle spalle e non è detto che tutto sia, in loro, risolto. Spesso dico scherzando che chi si iscrive a psicologia lo fa prima di tutto per un primo tentativo di autodiagnosi! Può poi capitare che il terapeuta si rivolga ad un collega per chiedere un consulto in merito a questioni lavorative e in questo parliamo di intervisioni e supervisioni. Solitamente il collega è più esperto, non tanto in termini di anni ma proprio in termini di conoscenza della materia trattata all'interno della terapia per la quale si chiede un supporto. Le intervisioni (così come le terapie) possono essere di gruppo o individuali e sono fatte sia per crescere professionalmente sia per migliorare la qualità che viene offerta al paziente. Dal canto mio ho svolto due percorsi di psicoterapia lato paziente in due momenti diversi della mia vita mentre ho a che fare con le intervisione e le supervisioni quotidianamente, sia lato intervisionato sia lato intervisore. Questo perchè ho scelto di lavorare in equipe in tutti i miei centri, al fine di evitare di ritrovarmi in una impasse col paziente all'interno di un ciclo di terapia specifico o, più generalmente, durante il percorso professionale. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### I disturbi del CLUSTER A Come abbiamo già avuto modo di approfondire, i disturbi della personalità sono categorizzati in dei "cluster", raccolti in contenitori che li organizzano seguendo alcune caratteristiche comuni. I disturbi della personalità che vengono racchiusi nel cluster A sono quelli legati a comportamenti bizzarri o eccentrici e sono tre: disturbo schizoide - prevede un atteggiamento evitante, rimesso, in cui le relazioni vengono vissute con grande disagio. Chi ne soffre vive assorto nei propri pensieri, preferisce ipotizzare piuttosto che agire. Sono persone che appaiono come invisibili alla società perchè evitano accuratamente tutte le relazioni e gli scambi sociali; disturbo paranoide - caratterizzato da pensieri paranoici e persecutori, chi ne soffre è molto attento ai propri bisogni, è diffidente, può avere fantasie di vendetta o di rivalsa. I paranoici stanno molto attenti a non essere raggirati nè circuiti, rimangono spesso chiusi in sè stessi mal interpretando ogni comportamento dell'altro; disturbo schizotipico - molto simile al disturbo schizoide ma caratterizzato da un pensiero ancor più bizzarro. L'aspetto sociale è vissuto come una minaccia ma allo stesso tempo lo schizotipico pensa che alcuni suoi pensieri possano influenzare o propiziare comportamenti, azioni o eventi dove chiaramente non esiste alcun nesso logico tra le due cose. Il disturbo schizotipico ha alcune caratteristiche in comune anche con la schizofrenia (che è un altro tipo di disturbo psichiatrico) ma le due patologie non sono collegate. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Rinunciare alla presa in carico di un paziente Uno psicoterapeuta può rifiutare la presa in carico di un paziente? La risposta è sì e questo può accadere per motivi molto diversi. Vediamoli insieme. Il terapeuta può avere motivi etici e deontologici conoscenza diretta del paziente, di cui il terapeuta ha già un'immagine precostituita in testa che gli impedirebbe di essere neutrale persona inviata da un paziente già in carico al terapeuta, come il marito o la moglie (a meno che non si tratti di terapia di coppia), i fratelli e sorelle o amici particolarmente intimi. In questo caso c'è una conoscenza indiretta, sviluppata attraverso la voce del paziente, ma che comunque forma nella mente del terapeuta un'idea che potrebbe fare da filtro oppure motivi personali paziente che porta domande che toccano argomenti tabù per il terapeuta, poichè risuonano con sue esperienze passate che preferisce tenere lontane dal lavoro paziente che porta domande su tematiche per le quali il terapeuta non è preparato o che generalmente non tratta, solitamente perchè richiedono una specializzazione che non ha conseguito o perchè non ha mai maturato esperienza in quell'ambito Quando un terapeuta rifiuta la terapia è buona norma offrire un'alternativa, accogliendo la domanda che il paziente porta provando a dare una risposta affidandolo ad un collega: il lavoro di equipe, che promuovo e sostengo, serve proprio a questo. A questo punto è libertà assoluta del paziente accogliere questa proposta o muoversi verso altre soluzioni. ### Depressione post parto e babyblues Abbiamo già approfondito come la nascita di un bambino porti a cambiamenti enormi nella vita della coppia e soprattutto della madre, la prima a sperimentare le trasformazioni legate al corpo e all'umore. Insonnia, nausee, umore ballerino, i primi calcetti, l'incapacità di trattenere la pipì sono tutte esperienze che fa la donna in prima persona e che il partner vive solo di riflesso: il parto e i primi giorni di vita portano poi con sè grandi sfide che, ancora una volta, mettono a dura prova prima di tutto la neomamma. Per questo motivo la depressione post parto è uno dei rischi cui potenzialmente ogni donna può essere esposta. Spesso questa patologia viene confusa con il babyblues. Il babyblues è un insieme di emozioni come irritabilità, tristezza, scoppi di pianto, alterazione dell'appetito e del sonno, che di solito accompagnano il primo mese dopo la nascita e consistono in un pacchetto di sintomi che sono filo depressivi ma che sono presenti per un brevissimo periodo di tempo e si risolvono autonomamente. La depressione post parto è invece una depressione che condivide in tutto e per tutto i sintomi della depressione maggiore classica con unica differenza: si sviluppa a seguito della nascita di un figlio. I sintomi somigliano molto a quelli del babyblues ma sono amplificati e possono degenerare in pensieri di morte, sensazione di vuoto, isolamento, insonnia con una durata e intensità molto diversa da quelli del babyblues. La depressione post parto, per essere definita tale, deve comparire nel primo anno di vita del bambino e trascinarsi molto più a lungo di quanto accade con i sintomi da babyblues. Come dicevo tutte le donne sono potenzialmente esposte a questa patologia anche se esistono fattori di rischio personali che possono contribuire. Una familiarità con la depressione o l'accadere di eventi traumatici legati alla gravidanza e al parto possono aumentare la probabilità di sviluppare la depressione post parto ma ci sono talmente tante variabili che è impossibile prevedere con anticipo e certezza l'insorgere della patologia. La depressione post parto va riconosciuta soprattutto da chi sta vicino alla neo-mamma (partner, genitori, amici) e va presa in carico quanto prima. Ci si può rivolgere a centri specializzati, ad uno psicoterapeuta, alle unità operative ative negli ospedali e nei consultori; spesso già durante il corso preparto i futuri genitori vengono informati riguardo questa patologia e indirizzati verso centri o persone che possono essere d'aiuto all'insorgere dei primi segnali. Una presa in carico repentina e tempestiva determina una più veloce ed efficace risoluzione mentre, come abbiamo visto parlando anche di altre patologie, la cronicizzazione di un problema determina una remissione molto più lunga. ### Coppia e figli under 2: cosa cambia. Come cambia la coppia quando arriva un figlio o c'è un bambino piccolo per casa? Sono almeno tre le categorie sulle quali possiamo fare un breve approfondimento, tre aspetti della vita di coppia che cambiano radicalmente. Vediamoli insieme. Gli aspetti routinari sono sicuramente quelli che subiscono i cambiamenti maggiori, più evidenti. Iniziano a modificarsi già dalla gravidanza ma con l'arrivo del bambino il cambiamento è lampante: innanzitutto cambiano i tempi, che si adattano ai micro-tempi del neonato, e cambiano sia quelli della coppia sia quelli personali. Il tempo per sè è quasi un tempo "rubato", fatto di tutte quelle pause tra un bisogno del bambino e l'altro. A scombinare i piani intervengono anche i risvegli notturni, che stravolgono la routine su molti piani, anche sul piano sessuale. Si diventa giocolieri, si impara a far funzionare tutto stando sempre in equilibrio, in attesa che un nuovo bisogno arrivi a rimescolare le carte. Cambiano anche gli aspetti identitari/di ruolo: in alcune coppie per i primi tempi c'è uno splittamento netto dei ruoli, in altre i due partner cercano fin da subito di condividere l'accudimento del neonato anche se in caso di allattamento al seno c'è un chiaro sbilanciamento verso la madre. Questo crea inevitabilmente discussioni e piccole faide perchè è molto difficile accettare di dover abbandonare una parte di sè, di ciò che si era, in favore del nuovo ruolo di genitori. Diventare genitori porta ad una sfida sociale e di ruolo, di tipo identitario. E a proposito di ambito sociale, cambiano anche gli aspetti relazionali: sia le amicizie che i rapporti con le famiglie di origine vanno rinegoziati e inevitabilmente ci si troverà a dover perdere qualcuno lungo la strada. Far aderire la nuova realtà alla propria vecchia realtà è impossibile oltre che pericoloso: attraversare delle crisi, personali o di coppia, invece, non solo è normale ma addirittura consigliato. L'arrivo di un figlio richiede una riorganizzazione dell'intero sistema e bisogna essere pronti a lasciar andare qualcosa, a modificare abitudini e parti di sè. ### Vivere una relazione con un narcisista Il disturbo narcisistico assume caratteristiche simili in tutte le relazioni. Nella fase dell'innamoramento il narcisista è molto attento, presente, premuroso, sembra essere il principe azzurro (parliamo al maschile perchè l'incidenza di questo disturbo è prevalentemente maschile), un amante favoloso, sembra troppo bello per essere vero e di fatto è così. Man mano che tesse la sua tela e cattura la sua preda, il narcisista inizia a diventare arcigno, rivendicatorio, tiranno, pretenzioso. Fa richieste che sono assurde, lavora sul senso di colpa, perde qualunque tipo di empatia nei confronti del partner e lascia trasparire il suo intento manipolatorio. Ha un bisogno di ammirazione per soddisfare il quale sarebbe disposto a tutto, anche sacrificare il proprio partner. Le richieste, le pretese aumentano e il partner del narcisista non capisce più con chi è finito, spesso non riconosce più neanche sè stesso perchè si trova a fare cose che mai avrebbe pensato di fare. La relazione degenera, il narcisista chiede sempre più insistentemente al partner di piegarsi alle sue esigenze e ai suoi bisogni, dimenticando quelli dell'altro. È chiaro che la relazione con un narcisista genera dolore e sofferenza e non deve essere banalizzato: è per questo motivo che è così importante fare attenzione all'utilizzo del termine "narcisista". Il disturbo narcisistico di personalità, infatti, non è così frequente come si crede ultimamente: circa 1% della popolazione ne soffre, una percentuale molto bassa. Questo vuol dire che non tutte le persone che hanno caratteristiche egoiste e presuntuose possono essere ascritte al narcisismo e che non tutte le relazioni problematiche o insoddisfacenti lo sono perchè un componente della coppia è narcisista. Etichettare tutte le relazioni che non ci sono piaciute o che hanno manifestato tratti di narcisismo come relazioni narcisistiche è un problema per due motivi: c'è un'ingiusta ed inutile semplificazione sia su chi ha sofferto sia su chi ha agito (si giustifica quindi la persona etichettandola come narcisista senza dargli la possibilità di cambiare) si rende statica ed inerme la vittima Facciamo sempre attenzione quando utilizziamo termini clinici per descrivere le persone che ci circondano: i disturbi della personalità non sono etichette da appiccicare su chiunque! Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Il disturbo narcisistico di personalità Narcisismo, un termine sempre più inflazionato e travisato su cui mi sento in dovere di fare chiarezza. Il disturbo narcisistico è un disturbo della personalità appartenente al cosiddetto cluster B, di cui fanno parte anche il disturbo istrionico, il disturbo borderline e il disturbo antisociale. Le caratteristiche che lo contraddistinguono sono le seguenti sentimento grandioso di percezione di sè che porta ad ingigantire i propri risultati eccessiva quantità di tempo spesa per contemplare il proprio successo richiesta di trattamenti di tipo elitario ego smisurato pretesa di ammirazione da chi sta accanto sfruttamento delle relazioni assenza totale di empatia invidia atteggiamento presuntuoso e arrogante Il disturbo narcisistico si suddivide, poi, in due macro aree per cui possiamo distinguere un narcisismo sano, tipico di persone che riescono a comunque a funzionare pur essendo assertive ed ambiziose (senza gravare sull'altro) e un narcisismo maligno, cioè quello più conosciuto e che ha tratti psicopatici. Il narcisismo maligno si suddivide a sua volta in due sotto categorie: narcisismo COVERT e OVERT. Il COVERT ha tratti di personalità fuorvianti per cui in apparenza è ipersensibile, delicato, fragile ma in realtà si tratta di un leone addormentato; l'OVERT è, invece, il disturbo narcisistico manifesto. Come abbiamo detto il disturbo narcisistico è prima di tutto un disturbo di personalità e differisce quindi di gran lunga da tutto ciò che si sente dire in rete ultimamente: la descrizione che certi professionisti (o presunti tali) fanno del narcisismo corrisponde più che altro alla descrizione di una persona cattiva ed egoista. Si stima infatti che solo l'1% della popolazione, con una forte prevalenza nel sesso maschile, sia realmente affetta da disturbo narcisistico di personalità le cui cause sono una commistione tra aspetti ereditari e situazionali.     ### Chiudere una terapia Come si chiude una psicoterapia? Chi decide di chiuderla, il paziente o il terapeuta? Partiamo da un presupposto: la terapia può essere interrotta in qualsiasi momento da entrambi poichè non ci sono vincoli; è un diritto del paziente interrompere la terapia ed è dovere del terapeuta farlo se si verificano determinate circostanze. Sono tre le situazioni in cui ci si può trovare a chiudere una terapia: la più auspicabile è quella per cui il paziente porta un problema/una domanda/un sintomo in terapia, questo viene approfondito, vengono scandagliati anche altri aspetti della vita del paziente finchè si arriva ad una conclusione di cui paziente e terapeuta sono soddisfatti e si decide dunque di concludere il percorso, diradando gradualmente gli appuntamenti fino a salutarsi. Dopo 6-7 mesi si può fissare un incontro di follow up per osservare in che modo il paziente è andato avanti nel suo percorso; può poi accadere che il paziente si senta soddisfatto dei risultati raggiunti su un fronte e che non voglia proseguire con l'approfondimento di altri aspetti nonostante il terapeuta lo ritenga utile. Anche in questo caso si può fissare un incontro di follow up dopo 3-4 mesi; nell'ultimo caso può succedere che il paziente non sia soddisfatto del percorso proposto dal terapeuta (per modalità o tempistiche o perchè gli pare di non arrivare ad una risoluzione del problema) oppure che il terapeuta si renda conto, fatto un certo tipo di percorso, di non poter fare di più, di non poter andare oltre. Questo è sempre il caso meno auspicabile anche perchè obbliga il terapeuta ad accettare una sorta di fallimento.   ### Disturbi del comportamento alimentare o DCA I disturbi del comportamento alimentare, in gergo chiamati spesso DCA, sono caratterizzati da una alterazione dell'alimentazione e della nutrizione. Sviluppati prevalentemente in adolescenza, i DCA hanno un'incidenza maggiore sul genere femminile e si stima che anoressia e bulimia nervose interessino l'1-1,5% delle donne contro lo 0,3-0,5% degli uomini. Sebbene esistano diverse tipologie di DCA, possiamo individuare alcune caratteristiche, alcuni atteggiamenti comuni a tutti: disregolazione alimentare, ossessione per il peso, abbuffate, attività fisica eccessiva, vomito, controllo ossessivo delle calorie, utilizzo della bilancia in maniera compulsiva; tutti questi comportamenti sono presenti in diversa misura nei disturbi alimentari che, spesso, condividono alcuni sintomi. Vediamo quali sono le diverse tipologie di DCA. Anoressia nervosa: una patologia che porta la persona a non mangiare, facendola concentrare sul numero di calorie assunte che sono sempre gravemente inferiori al fabbisogno giornaliero. Oltre ad un drammatico calo del peso e ad una magrezza patologica, le conseguenze di questo disturbo possono essere amenorrea, problemi a denti, unghie e capelli, deterioramento di alcuni degli organi principali. La persona affetta da anoressia mette in atto anche altri comportamenti tipici dei DCA :eccessiva attività fisica, vomito, assunzione di diuretici e lassativi. Bulimia nervosa: nonostante anche in questo caso la persona sia ossessionata da ciò che mangia, la bulimia differisce dall'anoressia perchè ai momenti di controllo di alternano momenti di abbuffata in cui vengono ingerite quantità di cibo di molto superiori a quelle di un normale pasto. A questi momenti ne seguono sempre altri in cui la persona mette in atto strategie compensatorie come vomito e assunzione di lassativi. Dall'esterno la persona bulimica è meno riconoscibile poichè non è necessariamente sottopeso. Binge eating: un disturbo simile a bulimia dalla quale si differenzia perchè non vengono agite strategie compensatorie; il binge eating, infatti, è spesso associato a obesità o sovrappeso. Disturbi della nutrizione: sono altri disturbi meno conosciuti ma che hanno sempre a che fare con un'alterazione della nutrizione. Nella PICA, ad esempio, la persona è portata ad ingerire oggetti o sostanze non commestibili mentre la ruminazione prevede una masticazione lenta e continua di ogni alimento. DCA sottosoglia: in questo caso gli effetti del disturbo alimentare non sono così evidenti, i sintomi sono più attenuati e non si può, dunque, inserire il disturbo in una delle categorie precedenti rendendo più difficile la diagnosi e la cura. Perchè parliamo di DCA in uno spazio che si occupa di psicologia? Perchè le cause di questi disturbi sono nella quasi totalità dei casi di tipo psicologico e chi ne soffre deve dunque essere preso in carico da un terapeuta esperto nel settore. ### Lutto: evitarlo o affrontarlo? Come sono solito dire citando una frase non mia: "le emozioni che non trovano sfogo attraverso la parola poi troveranno un altro modo per manifestarsi" e solitamente questo modo è attraverso il corpo. Utilizzo questa citazione per rispondere in questa sede ad una domanda che mi viene posta spesso: "dottore, il lutto va affrontato sempre o si può evitare?". Io ritengo che evitare il dolore causato da un lutto sia sbagliatissimo, proprio per ciò che abbiamo appena detto.  Quella di "saper evitare un lutto" è una grande bugia, una favola che ci raccontiamo e alla quale, probabilmente ed auspicabilmente, non crediamo davvero nemmeno noi. Evitare un lutto è, infatti, impossibile: o lo si affronta, lo si elabora, ci si mette mano e si attraversa il dolore oppure lo si tiene lì in sospeso, portandoselo dietro con uno zaino pieno di sassi. Possiamo quindi raccontare agli altri e a noi stessi di averlo evitato ma la verità è che invece di evitarlo ce lo stiamo portando dietro facendolo diventare una zavorra che ci ancora al passato impedendoci di progredire. Evitando il lutto non stiamo cercando di scioglierlo e di superarlo ricollocando la persona cara nel futuro; stiamo voltando le spalle al futuro per rimanere nel passato. Non c'è alternativa, il lutto va affrontato (certamente con tempi e modi diversi per ciascuno di noi). Esistono tanti tipi di lutto come ho già detto in questo articolo ma il lutto evitato è un lutto estremamente pericoloso. Chiaro, evitare il lutto ci può in un primo momento apparire la via più semplice, quella che ci può dare un minimo di conforto perché non veniamo travolti dall'emozione e dal dolore ma se di fatto poi non lo affrontiamo (con i nostri tempi) questo diventerà un lutto cronico, una fatica che ci porteremo sempre dietro. Attenzione: quando dico questo non voglio dire che superare il lutto significhi dimenticare il dolore per la perdita della persona ma, anzi, elaborare il lutto significa proprio riuscire a ricollocare quella persona nel proprio futuro in funzione del significato che ha avuto nel proprio passato. ### Eiaculazione ritardata L'eiaculazione ritardata o assente è uno dei 4 disturbi sessuali che riguardano la sfera maschile insieme a disfunzione erettile, eiaculazione precoce e disturbo da desiderio sessuale ipoattivo, volgarmente detto "calo del desiderio". Nello specifico l'eiaculazione ritardata o assente consiste in quel disturbo in cui l'eiaculazione non sopraggiunge o non viene raggiunta in tempi congrui; l'uomo non solo non è in grado di controllare l'orgasmo ma per la raggiungerlo impiega un tempo eccessivo che va a compromettere l'atto di piacere stesso. Per valutare la presenza e la gravità di questo disturbo si analizzano diversi fattori: il momento della vita in cui si presenza, il contesto in cui il disturbo si manifesta, le cause che lo generano e l'intensità di esso. Iniziamo col parlare del momento di vita in cui Il momento di vita in cui l'eiaculazione ritardata si presenta e distinguiamo in disturbo primario se si presenta fin dai primi rapporti sessuali e secondario se viene sviluppato, appunto, in un secondo momento, anche svariati anni dopo l'inizio dell'attività sessuale. Un'ulteriore discriminante è il contesto in cui il disturbo di manifesta: se l'eiaculazione è sempre ritardata/assente parliamo di disturbo assoluto, se in alcune circostanze o con alcuni partner specifici l'orgasmo riesce ad essere raggiunto senza grandi fatiche parliamo di disturbo situazionale. Simile è la distinzione che viene fatta in base all'intensità del disturbo che viene etichettato come lieve se l'orgasmo si raggiunge attraverso pratiche specifiche (tipicamente non con la penetrazione ma con rapporti orali e/o masturbazione) e severo se l'orgasmo è sempre compromesso. Quali possono essere le cause dell'eiaculazione ritardata o assente? Possiamo evidenziare cause di tipo organico (come diabete o problemi neurologici) e cause di tipo psicologico, in particolare stati di rigidità, controllo e ansia nei rapporti sessuali. Questo disturbo poco conosciuto è anche il meno frequente, se paragonato ai suoi "fratelli": valutarne l'incidenza è molto difficile perchè varia moltissimo in base all'età. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Il lutto e il valore del supporto sociale Come non mi stanco mai di ripetere, il lutto è una cosa intima e ognuno di noi ha un proprio modo di viverlo, di rielaborarlo e auspicabilmente di superarlo. Questo vuol dire che non esiste una ricetta, non esiste un modo giusto per affrontare un lutto ma possiamo certamente dire che l'aspetto di condivisione sociale e soprattutto di supporto sociale che ne può conseguire è una grande risorsa. Non solo con la propria famiglia che magari, ahimè, si è trovata a vivere il medesimo lutto e quindi condivide parte dei significati della persona e parte del dolore che la persona sta vivendo, ma anche con le persone care, che magari non sono state in primis coloro che hanno vissuto il lutto, ma assumono e giocano un ruolo importante di sostegno e di confronto all'interno della nostra vita e possono essere in questo caso interlocutori speciali; possono essere coloro che ascoltano, coloro che si fanno depositari della memoria, dei pensieri, delle emozioni e che quindi permettono di far fruire il lento scorrere di tutte le emozioni che in qualche modo si combinano, si compongono e bloccano la persona nel momento in cui vive un lutto, aiutandola a fare ordine. È in qualche modo un lavoro terapeutico per cui avere un interlocutore, un ascoltatore davanti che è amico e che è capace di ascoltare ed essere depositario della memoria e delle emozioni, permette alla persona di raccontarsi, di rinarrare la storia che ha avuto, la storia del lutto e la storia con la persona persa. E questo permette di andare a fare ordine, permette di riorganizzare il pensiero, permette di ripunteggiarlo, di rinarrare la propria storia soprattutto per quanto riguarda tutte quelle pagine che non appartengono e non apparterranno più al passato poichè la cosa difficile del lutto molte volte è proprio sopravvivere, riuscire a collocare il significato nel futuro senza necessariamente rimuoverlo di chi si è perso. Se si pensa di non poter riuscire a fare questo passaggio con un amico, un parente, il partner allora probabilmente può essere una buona idea chiedere aiuto ad un terapeuta nel momento in cui ci si rende conto di essere bloccati, come abbiamo detto in questo articolo.  ### Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo maschile Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo maschile è uno dei quattro disturbi sessuali previsti dai manuali diagnostici per il genere maschile e si aggiunge a eiaculazione precoce, eiaculazione ritardata e disfunzione erettile. Ma di cosa si tratta? Come abbiamo visto parlando dello stesso disturbo al femminile, parliamo della riduzione o della totale scomparsa della componente libidica e cioè dell'impulso e della volontà di avere dei rapporti sessuali. Come per tutti i disturbi (sessuali o meno) anche in questo caso le cause e l'incidenza sulla popolazione sono diverse, anche e forse soprattutto a seconda dell'età. Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo può colpire diverse persone, potenzialmente tutti gli uomini ma lo fa con un'incidenza diversa: solo il 6% degli uomini tra i 18 e i 24 anni lamenta questo disturbo ma la percentuale schizza fino al 41% se prendiamo in esame la fascia che va dai 66 ai 74 anni. Ad un aumento dell'età, dunque, corrisponde un aumento percentuale che diventa netto superati i 50 anni. Le cause che determinano l'insorgenza del disturbo sono diverse e si possono ascrivere ad aspetti clinici come l'insorgenza di malattie quali diabete o cancro; ormonali quali un abbassamento del testosterone o un aumento della prolattina; comportamentali e legati al sovrappeso o ad una vita sedentaria o ancora all'utilizzo di alcool e sostanze; psicologici, in presenza di una sintomatologia ansiosa o depressiva; relazionali quando il disturbo viene sviluppato in funzione della relazione o del partner sia in termini attivi che reattivi (per cui si ha una reazione ad eventuali problemi di sessualità nella coppia e viene a mancare il desiderio sessuale). Esistono quattro tipologie di disturbo da desiderio sessuale ipoattivo maschile che può essere: di tipo acquisito se ricondotto a credenze, esperienze, cultura e insegnamenti ascritti alla sessualità, per esempio nei casi in cui l'educazione ricevuta identifichi la sessualità come un tabù; di tipo situazionale se il soggetto non riesce ad avere rapporti con determinati partner o in determinate situazioni ma in altre sì; di tipo generalizzato se la perdita totale del desiderio è indipendente dalle circostanze; di tipo permanente se il soggetto non ha mai sviluppato desiderio sessuale attivo. A seconda della tipologia e del grado di complessità del disturbo, e una volta certi che non ci siano cause cliniche alla base, rivolgersi ad uno psicoterapeuta può essere utile per indagare e risolvere il problema.     ### Ansia VS attacchi di panico "Dottore che differenza c'è tra ansia e attacco di panico?", “L'attacco di panico è un disturbo ansioso?”, “Ansia e attacco di panico sono la stessa cosa?”: oggi cerchiamo di rispondere a queste domande. Partiamo da questo, l'ansia è un'emozione. L'ansia è una sensazione, un'esperienza che ognuno di noi nella vita ha sicuramente vissuto ed è un sentimento che ha una sua funzione. L'ansia è fisiologica e al tempo stesso utile per la persona. Ci sono tantissimi contesti, tantissimi aspetti ad esempio prestazionali in cui un certo livello d'ansia va a generare anche un miglioramento dell'esito, un miglioramento della prestazione. Quindi un certo livello d'ansia è un qualcosa che non solo non deve essere evitato, ma anzi deve essere amico: dobbiamo essere capaci appunto di renderla funzionale. È chiaro che poi l'ansia porta con sé tutta una serie di alterazioni sia dal punto di vista mentale che dal punto di vista fisico che poi possono sfociare in qualcosa che noi facciamo fatica a controllare: secchezza delle fauci, rossori, tremolio, sensazione di confusione. Quando ciò accade parliamo di un aspetto dell'ansia che tracima, che diventa patologico. È chiaro quindi che l'ansia di per sé non è necessariamente nemica ma nel momento in cui tracima e si impadronisce della persona diventa patologica ed è a questo punto che si manifestano i disturbi ansiosi. Ne esistono di moltissimi: c'è l'ansia sociale o fobia sociale, ci sono le fobie specifiche, c'è l’ansia generalizzata, c'è l'ipocondria, c'è il mutismo selettivo, c'è l'ansia da separazione, ci sono gli attacchi di panico. Gli attacchi di panico, quindi, hanno inevitabilmente delle caratteristiche condivise con l'ansia ma sono una sottocategoria specifica di disturbo ansioso. Vuol dire che in un determinato momento, in un periodo estremamente limitato della propria vita che di solito dura circa una decina di minuti, si presentano i peggiori sintomi che possono essere associati all'ansia e che sono circa una dozzina: si va dalla tachicardia la secchezza delle fauci, a problemi respiratori, a sensazioni di confusione, paura di impazzire, paura di morire, tremori, problemi gastrointestinali, nausea e chi più ne ha più ne metta. È evidente che ansia e attacchi di panico non sono assolutamente la stessa cosa: nel primo caso non serve fare nulla se non riuscire a padroneggiarla, diventare progressivamente più confidenti e capaci di gestire alcuni livelli ansiosi che però sono funzionali alla nostra vita, nel secondo caso invece è bene intraprendere una psicoterapia poichè gli attacchi di panico risultano essere spesso invalidanti e sono, per definizione, non controllabili. Un altro motivo per cui vale la pena di valutare una psicoterapia a seguito di attacchi di panico è che questo disturbo ansioso si cronicizza alla svelta, portando chi ne soffre a mettere in atto una serie di strategie con cui rimodulare la propria vita rendendola, di fatto, più complicata e difficilmente piacevole.  Per riassumere, l'ansia e gli attacchi di panico NON sono la stessa cosa: una è sana gli altri inevitabilmente patologici.  Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Lutto: quando chiedere aiuto Quando, e in che modalità, è utile chiedere aiuto nel processo di superamento di un lutto? Questa è una domanda che mi è stata fatta diverse volte in questo periodo di pandemia ma come ho già avuto modo di specificare il lutto è una dinamica e un'esperienza estremamente intima e personale che non può trovare significato, spiegazione e rappresentazione comune; ognuno vive il lutto alla propria maniera con i propri significati, con le proprie esperienze e con le proprie motivazioni e, inevitabilmente, con le proprie conseguenze. Diciamo che partendo da questo presupposto e tenendolo ben saldo in testa, dal mio punto di vista le situazioni e le motivazioni per cui una persona potrebbe arrivare a chiedere aiuto di fronte ad un lutto sono diverse e non sto dicendo che questa sia l'unica via percorribile. Una persona può scegliere a torto o a ragione di elaborare e vivere in autonomia l'esperienza del lutto, senza necessariamente rivolgersi ad uno psicologo, ma se tutte le premesse che ho appena fatto le teniamo a mente posso dire che una persona può arrivare a chiedere l'aiuto di un professionista nell'elaborazione di un lutto sostanzialmente per due motivazioni. Quando si trova bloccata, quando si rende conto di non progredire, quando (per parlare un minimo di psicologhese) si accorge di essere in una delle 5 fasi di elaborazione del lutto - negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione - facendo un po' il gioco dell'oca: si va avanti, si è pensato di aver elaborato un pezzo ma in realtà ci si trova ricatapultati all'indietro, quindi si ha bisogno di mettere ordine, di risignificare, di rinarrare, di ripunteggiare la storia e quindi di facilitare il proprio processo naturale di elaborazione del lutto Nel momento in cui ha sviluppato qualche sintomo, cioè non si è resa conto di essere ancorata all'interno di una delle fasi di elaborazione del lutto. Ovviamente non esiste un "tempo giusto" ma indicativamente possiamo stimare un periodo di 6 mesi dopo i quali può essere sensato chiedere aiuto. Questo ovviamente deve essere valutato in funzione del tipo di lutto e del significato di esso. Ma cosa significa sviluppare un sintomo? Sviluppa una sintomatologia ad esempio ansiosa, depressiva, un disturbo post traumatico. Possono essere i più disparati, dipende ovviamente da qual è il significato, da qual è l'esperienza di lutto vissuta. Premesso il fato che l'esperienza di lutto è estremamente individuale, soggettiva ed intima, o una persona la vive da sola oppure, se si rende conto di aver bisogno di un aiuto nella rielaborazione, può chiedere aiuto in modo tale che questo lutto non diventi in qualche modo cronico all'interno della vita e quindi non ci ancori li all'interno della perdita, della tristezza, della depressione che ovviamente ogni lutto porta con sè.  ### Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo Abbiamo già affrontato in due recenti post sul blog la tematica dei disturbi sessuali femminili, analizzandone due: il dolore genito pelvico e l'anorgasmia che insieme al disturbo da desiderio ipoattivo caratterizzano la totalità dei disturbi sessuali di tipo femminile. A differenza degli altri due, però, si presenta in termini e in modalità oscillatorie all'interno della vita. Il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo colpisce in maniera differente la donna anche in momenti diversi della sua vita. Le cause che possono caratterizzarlo, connotarlo e determinarlo sono sostanzialmente di quattro tipi: alterazioni di tipo ormonale, quindi legate a delle patologie cliniche come problemi alla tiroide, problemi all'ipofisi, menopausa, ecc.; alterazioni farmacologiche, quindi legate all'utilizzo di sostanze o di alcuni farmaci; alterazioni di tipo psicologico, (non è insolito, infatti, che alcune psicopatologie che vanno dallo stress, all'ansia, alla depressione abbiano come effetti collaterali la riduzione del desiderio); alterazioni di tipo relazionale per cui in una coppia che manifesta un qualche tipo di problema relazionale si può andare a sviluppare anche questo tipo di disturbo. Nonostante il termine risulti essere abbastanza esplicativo, specifico che il disturbo del desiderio sessuale ipoattivo è quel disturbo per cui c'è una riduzione della libido, del desiderio, della carica erotica e sessuale che una donna percepisce nella propria vita e può riguardare sia il lato più mentale e psicologico del desiderio sia la reattività effettiva del corpo ad un dato stimolo da parte del (o della) partner. Risulta difficile riuscire ad indicare una percentuale di donne che sviluppa o soffre di questo disturbo perché, come spesso accade in psicologia, esistono diverse categorie di disturbo da desiderio sessuale ipoattivo. Questo disturbo può essere situazionale, e riguardare, dunque, solo contesti o partner specifici o generalizzato, presentandosi indipendentemente dal partner o dalla situazione; può essere un disturbo occasionale o permanente e persistente, cioè un disturbo che di fatto ha caratterizzato l'intera vita della persona che non ha mai percepito un desiderio sessuale acceso attivo presente. Ovviamente per riuscire ad affrontare, a capire, prima di tutto di che tipo di disturbo stiamo parlando e se di fatto stiamo parlando di disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è bene rivolgersi ad con uno psicoterapeuta, possibilmente con una specializzazione, un'esperienza in sessuologia in modo tale da comprendere sicuramente la definizione, la diagnosi e anche le cause. ### I figli trasformano la coppia I figli trasformano la coppia, su questo non c'è dubbio. In realtà la coppia viene trasformata già prima, già solo a partire dal pensiero di avere (o meno) dei figli: è in quel momento infatti che l'implicazione, le trasformazioni in termini di valori e immagine reciproca che la coppia ha, vengono messi in discussione. Sono tante e molto diverse le situazioni in cui la coppia si trova a confrontarsi con l'argomento "figli". Ci sono, ad esempio, le coppie che non volevano figli ed erano in accordo su questo finchè uno dei due non sviluppa il desiderio di averne; coppie che vogliono figli ma non riescono ad averne e iniziano procedure mediche trasformative sia per il corpo, in certi casi, che per la mente o iniziano pratiche per l'adozione confrontandosi con la proprio opinione in merito; coppie che cercano figli, diventano genitori ma si trovano a fare i conti con la realtà, con la riorganizzazione della quotidianità, con l'immagine dell'altro in veste di genitore; coppie che non vogliono figli ma si trovano ad averne e devono quindi fare i conti con la nuova realtà. Tutte le situazioni precedentemente descritte portano la coppia ad un confronto e, inevitabilmente, ad una trasformazione. Dunque sì, i figli trasformano la coppia anche solo quando vengono pensati e mentalizzati. Fare figli è una sfida che in molti accettano o desiderano, alcuni non la vivono come vorrebbero e altri preferiscono tenersene alla larga. Quel che è certo, però, è che i figli come tante altre azioni ed esperienze di vita sono trasformativi per la coppia e, forse, lo sono più di tanti altri elementi con cui la coppia deve confrontarsi. ### Anorgasmia femminile L’anorgasmia femminile è uno dei tre disturbi sessuali femminili. Esistono sette disturbi sessuali tra uomini e donne di cui tre hanno a che fare con la dimensione e il piacere della donna: Dolore genito pelvico Assenza di libido o calo del desiderio Anorgasmia Cos'è l'Anorgasmia L'anorgasmia della donna è definita dalla Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-10) come "l'incapacità di raggiungere l'orgasmo durante l'attività sessuale". Il termine deriva dal greco e significa senza desiderio o godimento quindi mancato piacere. Esistono diversi tipologie di assenza di orgasmo nella donna: Anorgasmia Primaria quando la donna non hai mai sperimentato un orgasmo Anorgasmia Secondaria che si presenta a seguito di un momento di vita, anche relativamente lungo, in cui la donna invece è stata capace di provarlo Inoltre possiamo distinguere: Anorgasmia Assoluta, per cui non si riesce a raggiungere nè l’orgasmo vaginale (interno) né l'orgasmo clitorideo Anorgasmia Situazionale, che lascia spazio al raggiungimento dell’orgasmo solo in alcune circostanze. Cause dell'anorgasmia Cause dell'anorgasmia L'anorgasmia primaria  è una patologia relativamente diffusa poichè colpisce circa il 12% delle donne che hanno un’attività sessuale, la percentuale sale al 34% se parliamo invece di Anorgasmia Secondaria o Situazionale. Tolte le cause motivazioni fisiche, tolti quindi aspetti di tipo meccanico- ginecologico e tolto l’effetto di alcune sostanze (droghe e psicofarmaci vanno ad incidere in termini di effetti collaterali proprio su questo tipo di emozioni), le motivazioni sono prevalentemente di natura psicologica. L'anorgasmia, quindi l'assenza d'orgasmo, colpisce soprattutto persone che vivono con eccessivo controllo, apprensione e preoccupazione l’atto sessuale e devono riuscire a gestire e governare il tutto, oltre coloro che vedono l’atto come sporco, sbagliato o peccaminoso. L’origine psicologica dell’Anorgasmia Secondaria può essere la conseguenza di un problema più ampio o altrui all’interno della propria vita sessuale e vita di coppia: ad esempio lo sviluppo di un’anorgasmia in funzione o in conseguenza a disturbi sessuali del partner. Diagnosi e cura dell'anorgasmia femminile Questi possono essere solo alcuni degli aspetti sostanzialmente caratterizzanti la personalità o la situazione di vita della donna che si trova a vivere l’anorgasmia. Ovviamente quando c’è questo tipo di disturbo e difficoltà è bene rivolgersi ad un sessuologo, ad una persona, un terapeuta che lavora su questi temi. La specializzazione in sessuologia non è una specializzazione attualmente riconosciuta quindi è bene affidarsi a persone che abbiano esperienza in merito, che abbiano un certo numero di casi trattati alle spalle e che lavorino quotidianamente con questo tipo di difficoltà. ### In che modo il lutto impatta sulle nostre vite Il lutto è una perdita, una perdita fisica ma anche emotiva e simbolica. Ci possono essere lutti legati alla scomparsa (la morte) di una persona cara o alla sua perdita (il termine di una relazione). Il lutto obbliga a guardarsi dentro, a fare i conti con sè stessi, ad andare oltre il presente per ricollocare la persona cara all'interno del proprio futuro: molte volte c'è un lavoro che chi sopravvive deve fare su sè stesso per dare nuova immagine al ricordo della persona scomparsa. Esistono diversi tipi di lutto e diversi significati che il lutto può assumere, vediamone qualcuno. I lutti anticipati sono quelli "che ci si aspetta", quelli che avvengono, ad esempio, a seguito di una lunga malattia e per i quali si ha avuto modo di "prepararsi" - ma che non per questo sono meno validi; i lutti assenti sono caratterizzati da un blocco totale delle emozioni, da un far finta che nulla sia accaduto; dei lutti cronici sono protagoniste le persone che non riescono ad elaborare la fase di perdita rimanendo bloccate e non riuscendo a procedere con la propria vita; nei lutti ritardati la persona sembra aver elaborato le sue emozioni che però ad un certo punto ritornano in modo violento; i lutti inibiti somigliano a quelli assenti anche se in questo caso le emozioni vengono espresse ma in maniera decisamente mitigata; i lutti screditati sono quelli che vengono banalizzati o ridicolizzati da persone esterne (come lutti per parenti lontani o animali domestici). Ognuno di noi vive il lutto secondo le sue caratteristiche, in funzione delle proprie capacità e modalità emotive: è chiaro però che all'interno del lutto bisogna superare delle fasi per poter dire di averlo superato (negazione - rabbia - contrattazione - depressione - accettazione). Questa fasi sono chiaramente teoriche e si possono dilatare nel tempo e ripetere più volte: il superamento del lutto è qualcosa di estremamente intimo ma anche qualcosa di estremamente necessario per poter procedere con la propria vita senza dimenticare la persona cara ma, come abbiamo detto, ricollocandola nel proprio futuro.     ### Insonnia, il disturbo del sonno più diffuso L'insonnia è uno dei disturbi del sonno più frequenti e anche uno dei più invalidanti. Ci sono diverse tipologie di insonnia, se dovessimo semplificare individueremmo due macro categorie: la difficoltà nell'addormentamento e i frequenti risvegli notturni (che poi possono essere declinate ovviamente in altre sotto-categorie). A queste si aggiungono l'insonnia legata ai risvegli anticipati, per cui ci si addormenta con una certa facilità e poi verso le 3, le 4 del mattino ci si sveglia e non si riesce più a chiudere occhio e un quarto fattore, una quarta categoria che è legata ad una commistione tra le tre precedenti. Per diagnosticare l'insonnia ci sono dei criteri diagnostici. Una compromissione tra le 3 e le 4 notti a settimana, una durata del disturbo di almeno 6 mesi e un lungo tempo di latenza necessario per riuscire ad addormentarsi (che supera i 30/45 minuti) sono tutti campanelli d'allarme. L'incidenza dell'insonnia sulla popolazione è abbastanza alta, poichè si stima che nel corso della vita circa il 30/50% delle persone sviluppa dei problemi legati al sonno e di insonnia, appunto, anche se non significa che poi questi durino per tutta la vita. Le cause possono essere molto diverse: ci sono cause di tipo medico, ci sono cause di tipo comportamentale e ci sono cause di tipo psicologico. Le cause comportamentali hanno a che fare con condotte potenzialmente a rischio o che alterano l'igiene del sonno, ad esempio si può parlare di attività fisica intensa prima di andare a coricarsi o comunque nelle 3/4 ore precedenti che altera sicuramente la qualità del sonno, l'utilizzo di sostanze, alcol, caffeina, tabacco sono sicuramente tra i principali artefici nell'alterazione del sonno. Non è altresì insolito che si sviluppi insonnia nel momento in cui si soffre di ansia, si soffre di depressione, si soffre di disturbo post-traumatico da stress, ed ecco le cause di tipo psicologico. Nel momento in cui ci si rende conto che la causa è di tipo comportamentale o di tipo psicologico molto spesso l'insonnia viene sviluppata in comorbidità. Cosa significa? Che non è un disturbo primario, cioè non è l'unico disturbo di cui la persona soffre, ma è uno dei sintomi, uno dei problemi che fanno parte di un quadro clinico e/o psicopatologico più ampio. In quel caso è quindi necessario riuscire ad intervenire attraverso una psicoterapia per andare ad eliminare le cause che stanno a monte del disagio della persona. È quindi necessario riuscire prima a comprendere le cause e poi rivolgersi allo specialista più corretto per poter affrontare questo tipo di disturbo che impatta in maniera ampia sulla vita della persona. Le conseguenze sulla qualità della vita sono numerose e consistono in sonnolenza diurna, alterazione della concentrazione, irritabilità, confusione: questi sono tutti fattori che sostanzialmente indicano un'alterazione nella qualità e nell'igiene del sonno. ### Attacchi di panico notturno Attacchi di Panico Notturno: Cause, Sintomi e Soluzioni Gli attacchi di panico notturno sono una delle esperienze più sconvolgenti che una persona possa vivere. Si manifestano improvvisamente, nel cuore della notte, interrompendo il sonno con una forte sensazione di paura, tachicardia e mancanza d’aria. Chi ne soffre spesso descrive il momento come un risveglio improvviso “senza fiato”, con la mente confusa e il corpo in allarme. È un episodio che lascia un segno profondo e che, col tempo, può far nascere la paura stessa di addormentarsi. Nella maggior parte dei casi, questi attacchi sono collegati a un disturbo di panico o a periodi di forte stress e ansia. Ma la buona notizia è che si possono affrontare e ridurre con i giusti strumenti terapeutici e qualche accorgimento nella vita quotidiana. Cosa sono gli attacchi di panico notturno Un attacco di panico notturno è un episodio di intensa paura che insorge durante il sonno, spesso senza un motivo evidente. Il soggetto si sveglia di colpo con il cuore che batte forte, il respiro corto e la sensazione di essere in pericolo. Nonostante non ci sia una minaccia reale, il corpo reagisce come se dovesse difendersi da un pericolo imminente. Dal punto di vista clinico, gli attacchi notturni rientrano nel disturbo di panico, caratterizzato da crisi improvvise e ricorrenti di ansia acuta. Ma ciò che li rende così angoscianti è il fatto che avvengano durante il sonno profondo, quando la vigilanza è minima e la mente è più vulnerabile. È importante distinguere questi episodi dal pavor nocturnus (tipico dell’infanzia) o da problemi fisiologici come l’apnea notturna: mentre in questi casi la causa è fisica o neurologica, nel panico notturno l’origine è prevalentemente psicologica e legata a stati d’ansia. Sintomi degli attacchi di panico notturno I sintomi possono essere intensi e spaventosi, tanto da far credere di stare avendo un infarto. Tra i più comuni troviamo: Tachicardia e palpitazioni improvvise Sensazione di soffocamento o difficoltà a respirare Dolore o oppressione al petto Sudorazione, brividi o vampate di calore Vertigini, tremori, sensazione di svenimento Paura intensa di morire o di perdere il controllo Sensazione di irrealtà, come se tutto fosse lontano o confuso Dopo la crisi, molte persone restano in uno stato di allerta, con la mente agitata e il corpo stremato. Tornare a dormire può risultare difficile, e nel tempo può comparire insonnia o ansia anticipatoria, ovvero la paura che l’attacco possa tornare. In sintesi: un attacco di panico notturno dura pochi minuti, ma può sembrare interminabile e lascia un senso di vulnerabilità che si prolunga anche nei giorni successivi. Perché arrivano gli attacchi di panico di notte Non esiste una sola causa, ma un insieme di fattori che contribuiscono a creare terreno fertile per questi episodi. Possiamo distinguerli in tre categorie principali: Fattori psicologici Spesso gli attacchi di panico notturni sono collegati a stress accumulato, preoccupazioni costanti o emozioni represse che emergono durante il sonno. In molti casi, la notte rappresenta il momento in cui la mente, priva delle distrazioni della giornata, lascia spazio a ciò che durante il giorno viene tenuto sotto controllo. Fattori biologici Alcune alterazioni del ritmo circadiano, la mancanza di sonno o disturbi come l’apnea notturna possono innescare una risposta di panico. Anche una predisposizione genetica o un squilibrio nei neurotrasmettitori può aumentare la probabilità di crisi di panico durante la notte. Fattori legati allo stile di vita Il consumo eccessivo di caffeina, alcol o nicotina, insieme a un ritmo di vita frenetico e a poche ore di riposo, può rendere più probabile la comparsa di questi episodi. Anche l’evitamento di situazioni stressanti può contribuire: quando il corpo finalmente si rilassa, l’ansia accumulata trova uno spazio per manifestarsi. In breve: il panico notturno è il risultato di un equilibrio che si spezza, tra tensione psicologica e bisogno di riposo. Come affrontare gli attacchi di panico notturno La terapia psicologica La terapia cognitivo-comportamentale (TCC) è uno dei trattamenti più efficaci per gestire e superare gli attacchi di panico. Aiuta la persona a: riconoscere i pensieri catastrofici che alimentano l’ansia, imparare tecniche di respirazione e rilassamento, affrontare gradualmente le paure, fino a ridurre la frequenza e l’intensità delle crisi. Nella mia esperienza clinica, il percorso terapeutico consente di recuperare il controllo e la fiducia nel proprio corpo, trasformando il momento del sonno da fonte di paura a occasione di riposo e rigenerazione. Tecniche di rilassamento Strumenti come il training autogeno, la mindfulness o semplici esercizi di respirazione profonda aiutano a calmare la mente e il corpo. Praticarli prima di dormire può prevenire la comparsa delle crisi. Farmaci: quando servono In alcuni casi, lo psichiatra può consigliare un supporto farmacologico temporaneo con ansiolitici o antidepressivi, ma sempre all’interno di un percorso psicoterapeutico e con la dovuta cautela. Come prevenire il panico notturno Piccole attenzioni quotidiane possono fare una grande differenza: Mantieni una routine del sonno regolare, andando a letto e svegliandoti a orari simili. Riduci caffeina, alcol e nicotina nelle ore serali. Evita schermi luminosi e notizie stressanti prima di dormire. Pratica attività fisica moderata e regolare. Crea un ambiente tranquillo, con luce soffusa e temperatura confortevole. In sintesi: la cura dell’equilibrio quotidiano è la prima forma di prevenzione contro gli attacchi di panico notturni. Conclusione Gli attacchi di panico notturno possono essere spaventosi, ma non sono un destino inevitabile. Con il giusto sostegno psicologico e qualche cambiamento nello stile di vita, è possibile tornare a dormire serenamente. Affrontare la paura è il primo passo per riprendere in mano la propria vita. Se ti riconosci in questa situazione, puoi contattarmi per parlarne insieme. Comprendere cosa accade durante la notte è il punto di partenza per ritrovare calma, sicurezza e fiducia nel sonno. Domande frequenti sugli attacchi di panico notturno Come riconoscere un attacco di panico notturno? Si manifesta con un risveglio improvviso accompagnato da tachicardia, difficoltà a respirare, sudorazione e una forte sensazione di paura. A differenza di un incubo, la persona è pienamente sveglia e percepisce il corpo in uno stato di allerta. Quanto dura un attacco di panico notturno? Generalmente tra i 5 e i 20 minuti, anche se la sensazione di paura può prolungarsi più a lungo. Dopo la crisi, può rimanere una forte agitazione e difficoltà a riaddormentarsi. Come calmarsi durante un attacco di panico notturno? È utile concentrarsi sul respiro, facendo inspirazioni lente e profonde, e ricordarsi che l’episodio non è pericoloso, anche se spaventoso. Tecniche come la respirazione diaframmatica o esercizi di grounding (riconnettersi al momento presente) possono aiutare a ridurre la paura. Cosa fare in caso di attacco di panico notturno? Se succede spesso, è importante consultare uno psicologo o psicoterapeuta per comprendere le cause. Nel momento della crisi, si può accendere una luce soffusa, alzarsi lentamente dal letto e dedicarsi a qualcosa di calmante (bere un sorso d’acqua, fare respiri profondi, ascoltare musica rilassante). Come superare gli attacchi di panico notturni? Attraverso un percorso di terapia cognitivo-comportamentale, tecniche di rilassamento e una migliore gestione dello stress quotidiano. Con il tempo, è possibile ridurre la frequenza delle crisi e ritrovare la serenità del sonno. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.itPsicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### SAD: il disturbo affettivo stagionale La SAD è una depressione maggiore che è connessa a cambi climatici e/o stagionali che ha, ovviamente, dei criteri diagnostici per poter essere individuata. Nello specifico la SAD è caratterizzata da almeno due episodi di depressione maggiore nel corso dell'anno per un tempo di almeno due anni consecutivi, le cui cause non devono e non possono essere ricondotte ad altri fattori ma devono essere specificamente legate al cambio di clima e al cambio di stagione. Questo disturbo ha un'incidenza relativamente ampia, si stima che circa il 9% della popolazione ne soffra e questa percentuale sale sino al 24% nel momento in cui si parla di sub-SAD, cioè una condizione sub sindromale nella quale i sintomi sono sì presenti, ma in forma attenuata. Esistono diverse tipologie di SAD: esiste quella principalmente invernale, ossia la SAD in cui i disturbi di depressione maggiore si presentano solitamente nelle stagioni invernali e la SAD estiva, ossia la SAD che si manifesta principalmente nel cambio di stagione tra la primavera e l'estate. Anche i fattori sono diversi che Rosenthal, il principale esponente e ricercatore legato alla SAD, individua soprattutto in fattori di tipo ambientale. Questi hanno a che fare con l'alterazione (quindi la riduzione o l'aumento) delle ore di luce e di sole e alla longitudine vera e propria. In questo caso i fattori che poi determinano un'insorgenza della SAD secondo Rosenthal sono principalmente legati a un'alterazione biochimica all'interno del cervello in cui si trovano tutta una serie di neurotrasmettitori la cui produzione e ricezione risultano essere alterate. La SAD è una condizione molto particolare di depressione, di disturbo dell'umore e richiede delle indagini sia dal punto di vista medico che dal punto di vista psicologico particolarmente approfondite. Per quanto riguarda il trattamento è quello che viene utilizzato, affrontato e applicato solitamente per quanto riguarda gli altri tipi di depressione perchè di depressione maggiore striamo parlando. Dal mio punto di vista la via elettiva è sicuramente l'intervento di tipo psicologico e psicoterapeutico, in eventuale associazione anche con un trattamento di tipo farmacologico. È importante riuscire a diagnosticarla con chiarezza, riuscire a definire effettivamente che non ci siano altri tipi di cause che possono aver determinato l'insorgenza dell'episodio depressivo maggiore e poi evidentemente andare a strutturare l'intervento efficace più mirato una volta che si è sicuri di parlare di SAD. ### Dipendenza affettiva VS amore sano La dipendenza affettiva si nutre dell'altro, non nutre l'altro. Cosa significa? L'amore o la relazione sentimentale, pur ammettendo che ci sono tante forme di amore ovviamente, parte dal presupposto che io ho degli obiettivi più o meno espliciti in me e perdo la testa per qualcuno che tocca delle corde implicite di cui non sono consapevole: questa è una co-costruzione. Sono io insieme all'altro che grazie anche all'altro riesco ad ottenere ciò di cui ho bisogno. Entrambi otteniamo valore, otteniamo soddisfacimento ed evolviamo insieme. La dipendenza affettiva è esattamente il contrario, cioè io prendo dall'altro. Vi faccio un esempio. La dipendenza affettiva è come la remora, quel pesciolino che si attacca allo squalo. Immagino l'abbiate vista in molti documentari. La remora si attacca allo squalo perchè ha una ventosa sulla testa e non contribuisce in alcun modo alla sua vita: mentre lo squalo si nutre la remora apre la bocca, cibandosi degli avanzi del suo ospite e rimanendo attaccata con la sua ventosa. Tutto quello che ha dovuto fare la remora nel corso dell'evoluzione è stato sviluppare una ventosa da attaccare sulla testa poi rimane attaccata allo squalo e nutrirsi dei suoi scarti. La dipendenza affettiva è la stessa cosa con l'aggravante di essere anche dannosa per l'ospite nella misura in cui il dipendente affettivo all'interno della relazione prende, esaspera, logora e devasta. A differenza dell'amore, quindi, non c'è alcun aspetto di tipo costruttivo, ma distruttivo. ### Disturbi psicosomatici: a chi rivolgersi Le somatizzazioni (o disturbi psicosomatici) sono tutte quelle manifestazioni che il corpo agisce per dare voce e parola alla mente che non viene ascoltata: emozioni represse e/o inascoltate trovano altre vie di manifestarsi. Questa manifestazione avviene appunto con i disturbi psicosomatici che possono essere problemi gastrointestinali, respiratori, cardiocircolatori, cutanei, sessuali, ecc... sono ovviamente tanti, sono numerosi e sono diversi. Però tutti i disturbi psicosomatici hanno questa caratteristica in comune: sono la manifestazione corporea di un disagio mentale cui non viene prestata sufficiente attenzione. E la domanda qui sorge spontanea: per il mio disturbo vado da uno psicologo o psicoterapeuta o mi rivolgo ad un medico che affronta la parte organica? Tendenzialmente la risposta è: devi andare da tutti e due. Io personalmente ritengo sempre che sia fondamentale poter fare delle visite dal punto di vista medico organico di fronte a delle somatizzazioni in modo tale da escludere altri tipi di patologie. Il problema sorge perchè spesso, a fronte di una diagnosi medico-organica che riporta lo stress come la causa di tutto, la persona dice "ok è solo stress" e smette di prendersi cura di se stessa, smette di lavorare. È proprio quello il momento in cui ci si deve rivolgere allo psicologo o psicoterapeuta. Solitamente gli specialisti e i medici che poi trattano il disturbo di tipo somatico consigliano di intraprendere un percorso psicologico ma molte volte questo viene dimenticato. Le persone nel momento in cui scoprono di non avere un problema di tipo organico si sentono sollevate, il che è privo di senso: lo stress ti ha portato a fare una visita medica, ti ha portato ad avere un disagio, ti ha portato a un certo tipo di preoccupazione e poi una volta che hai la convinzione, hai la conferma nero su bianco che è solo stress smetti di aiutarti, smetti di provare a prenderti cura di te. Come può essere che allora poi questo venga risolto? Indicativamente, in presenza di un disturbo psicosomatico, una buona prassi può essere: mi rivolgo al medico, faccio le analisi cliniche mediche del caso e poi di conseguenza mi rivolgo a uno psicologo o psicoterapeuta nel momento in cui le cause organiche non sono state individuate. Oppure viceversa mi rivolgo ad uno psicologo o psicoterapeuta nel momento in cui sono praticamente certo di avere un disturbo che ha origine psicologica e poi di conseguenza, anche tramite consiglio dello psicologo o psicoterapeuta, mi rivolgo ad un medico. Due esempi che chiariscano quale percorso seguire. In presenza di dermatiti o psoriasi è molto più importante rivolgersi subito ad un medico, preferibilmente ad un dermatologo, che poi sarà in grado di andare a stimare quali sono le cause perchè non tutte le dermatiti hanno origini necessariamente psicologiche. Al contrario, in presenza di disturbi sessuali ci si rivolge principalmente e dapprima allo psicologo o psicoterapeuta: se il disturbo sessuale è presente solo, ad esempio, in coppia (e quindi si hanno erezioni piene, tranquille e assolutamente non dolorose o patologiche durante la notte) è chiaro che dal punto di vista clinico non ci sia probabilmente nulla che non va, ma il blocco risulta essere da un punto di vista di tipo psicologico. Le vie quindi sono diverse. Tendenzialmente dipende dal problema, anche se fare una visita di tipo medico e poi una psicoterapia non è mai una cattiva idea, soprattutto quando si ha a che fare con disturbi psicosomatici. ### Come la mente comunica con il corpo Il corpo e la mente sono inevitabilmente connessi in quanto due parti indissolubili dello stesso essere. Ognuno di noi, infatti, vive esperienze corporee a fronte di emozioni (pensiamo a quando qualcosa che vediamo, che elaboriamo tramite la nostra mente - come una persona cara o uno spavento - va a modificare il nostro corpo) e allo stesso modo il nostro copro manda segnali alla mente (quando mi faccio male provo prima un'esperienza corporea e poi mentale - il dolore). Il problema si verifica nel momento in cui i due non riescono a comunicare o quando le vie di comunicazione non sono bidirezionali e mente e corpo non seguono lo stesso cammino. La mente e il corpo smettono di collaborare quando si verifica un'incapacità di percepire, spiegarsi e rielaborare le emozioni che, non trovando significato all'interno della mente si manifestano attraverso il corpo con quelli che si chiamano sintomi di tipo psicosomatico. Diceva Freud: "le emozioni inespresse troveranno un altro modo per manifestarsi". Quindi possiamo affermare con certezza che mente e corpo comunicano in continuazione ed inevitabilmente e che quando la mente è inascoltata chiede al corpo di venire ascoltata attraverso i sintomi psicosomatici. Le malattie psicosomatiche sono un grande problema del nostro tempo poichè l'iper-regolazione delle emozioni che tutti mettiamo in atto impedisce a mente e corpo di coesistere e di coordinarsi. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Vaginismo: cos'è e come affrontarlo Parliamo di vaginismo e dispareunia, due disturbi sessuali femminili comunemente racchiusi nella dicitura ombrello "dolore genito-pelvico". In generale possiamo dunque parlare di in una serie di dolori a livello genitale che vengono provati durante il rapporto sessuale; in particolare il vaginismo è una contrazione involontaria dei muscoli vaginali che nei casi più gravi impedisce il rapporto e la penetrazione mentre in casi meno gravi genera "semplicemente" dolore eliminando la componente di piacere presente nel rapporto. Si può soffrire di vaginismo per motivi diversi e sebbene esistano aspetti biologici che ne sono causa (come casi gravi di endometriosi) è molto più comune che il vaginismo derivi da cause psicologiche. La propria cultura di origine e l'educazione ricevuta durante l'infanzia (specie se religiosa, che legge la libertà sessuale come un peccato) sono fattori psicologici che possono causare vaginismo così come possono esserlo violenze subite e anche problemi di coppia (non è raro che una donna sviluppi vaginismo a seguito di problemi sessuali del partner, come disfunzione erettile o eiaculazione precoce). Considerando che soffre di vaginismo una percentuale della popolazione femminile in età fertile che va dal 14 al 34% diventa evidente che questo problema (uno dei tre disturbi sessuali femminili), spesso sconosciuto, non è da sottovalutare. Il vaginismo, infatti, porta con sè diverse implicazioni: in primis un'alterazione della libido, un profondo senso di insoddisfazione nei rapporti e anche una paura associata al rapporto sessuale (in certi casi una vera e propria fobia della penetrazione) con conseguente crisi di coppia o crisi identitaria. Il vaginismo, se legato a cause mediche, richiede uno specifico trattamento meccanico o fisico cui si può abbinare (o sostituire, nel caso di cause psicologiche) un trattamento piscologico. L'obiettivo primario è quello di superare la componente di ansia e stress collegata alla penetrazione dolorosa per permettere alla donna di vivere in maniera soddisfacente la propria attività sessuale. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Disturbi psicosomatici, cosa sono? Somatizzare significa manifestare attraverso un sintomo corporeo (appunto somatico) un disagio psicologico. Questo può essere dovuto a più fattori e ci possono essere dei disagi psicologici di cui si è consapevoli e che si sceglie volutamente di non affrontare oppure dei disagi psicologici che si percepiscono, si sentono, ma non sono messi effettivamente a fuoco. Accade quindi che questi disagi, nel momento in cui non vengono affrontati, trovano un'altra via per manifestarsi, un altro modo di palesarsi: nel caso dei disturbi psicosomatici la via è il corpo. Ovviamente non tutte le persone che o vivono un disturbo psicologico di cui non sono pienamente consapevoli o vivono un disturbo psicologico di cui sono consapevoli e scelgono di non affrontarlo sviluppano un disturbo psicosomatico. I disturbi psicosomatici sono una delle possibilità, poi che cosa una persona sviluppa e quindi qual è la sua reazione al disagio dipende da tantissimi fattori, dalla sua personalità, da fattori ambientali, dalle sue esperienze, dalla sua lettura del mondo... insomma, ci possono essere davvero tantissime cause e correlazioni tra esse che poi determinano la manifestazione di disagio in un modo o nell'altro. I disturbi psicosomatici sono le vie che i disagi psicologici scelgono in alcune persone per manifestarsi. Ovviamente ne esistono tantissimi: vanno da problemi gastrointestinali, alla cefalea, l'emicrania, ecc... Per semplicità li sintetizziamo in qualche categoria, in modo tale da mettere a fuoco la tipologia principale di disturbi psicosomatici. Abbiamo quindi: disturbi di tipo gastrointestinale (colite spastica, gastriti ricorrenti); disturbi cardiocircolatori (aritmie, cardiopatie); disturbi respiratori (asma bronchiale, sindrome da iperventilazione); disturbi all'apparato urogenitale (problemi dal punto di vista sessuale, la perdita di erezione, l'eiaculazione precoce); disturbi all'apparato muscolo scheletrico (stanchezza cronica, cefalea, emicrania); disturbi che hanno a che fare con tutto l'aspetto cutaneo (dermatiti, psoriasi). Come detto, è chiaro che ci possono essere tantissime diverse possibilità di manifestazione di un disturbo psicosomatico. Le categorie che solitamente sono le più frequenti hanno a che fare con questi aspetti, quindi quello gastrointestinale, quello cardiocircolatorio, quello respiratorio, quello cutaneo, quello muscoloscheletrico. Sono ovviamente dei disturbi che è facile riuscire a ricondurre anche con una certa chiarezza ad un fattore di tipo psicologico poichè dopo diverse analisi tendenzialmente non riescono ad essere comprese ed evidenziate quali possono essere le cause mediche organiche che appunto lo suscitano. Allo stesso modo è facilissimo riuscire a comprendere come a volte un'arrabbiatura, una sensazione di nervoso o un'emozione inespressa ci possa causare mal di stomaco, mal di testa, sensazione di pesantezza. Il problema delle malattie psicosomatiche, allora, qual è? È che sono state ignorate per troppo tempo, cronicizzandosi: il corpo e la mente si sono abituati a portare con sè questo disagio che, alla fine, diventa una vera e propria malattia. ### Come superare la dipendenza affettiva? Questo è un argomento molto delicato che certo non può esaurirsi in poche righe ma, volendo essere sintetici, possiamo identificare tre passaggi, tre fasi da attraversare per superare la dipendenza affettiva. Innanzitutto la dipendenza affettiva deve essere riconosciuta: per la prima volta si dovrebbe dire no all'altro e sì a se stessi, capire quali sono i propri bisogni, esplicitarli a se stessi e chiedersi che significato ha la dipendenza affettiva all'interno della propria vita. Il secondo passo è quello di riuscire, almeno in parte e anche partendo da situazioni semplici e prove ridotte, a mettere davanti se stessi. Non solo, quindi, riconoscere ma di conseguenza agire, tentare di soddisfare i propri bisogni in maniera autonoma. Il terzo è il concetto per cui c'è da resistere, si deve faticare, si deve attraversare il dolore, stare dentro a quella fatica e muoversi. Muoversi attraversandola in modo tale che, come tutte le cose, essendo noi animali abitudinari, questa fatica iniziale si trasformi in una nuova realtà, una nuova organizzazione. È fondamentale imparare ad accettare e ad adattare al nostro stile di vita anche cose che riteniamo scomode ma che sappiamo essere molto più sane nel nostro funzionamento. ### I disturbi del sonno I disturbi del sonno sono tutte quelle difficoltà e fatiche che alterano il ritmo sonno veglia. Ne esistono diverse: insonnia, russamento, bruxismo, epilessia notturna, sindrome delle gambe senza riposo, narcolessia, sonnambulismo. Se è vero che le ricerche dicono che un giusto quantitativo di riposo si aggira tra le 6 e 8 ore per notte è anche vero che ognuno di noi ha il proprio ritmo sonno veglia e che esistono dormitori lunghi (cui servono circa 10 ore per sentirsi riposati) e dormitori corti (cui bastano 5-6 ore). I disturbi del sonno si presentano nella nostra vita nel momento in cui ci sono dei fattori che alterano la qualità del sonno e che possono essere fattori psicologici, sistemici e comportamentali. Una qualunque fatica dal punto di vista psichico (disturbi dell'umore, ansia, depressione) può portare ad un'alterazione del sonno e quindi ad un disturbo (solitamente insonnia). Esistono anche disturbi sistemici che sono causa di disturbi del sonno come ad esempio ipertensione, scompensi cardiaci, problemi tiroidei o motivi comportamentali come assunzione di caffeina, nicotina o alcool e il praticare attività fisica fatta prima di dormire. Tutti questi sono fattori di rischio, non cause certe: in psicologia si parla sempre di fattori rischio e cioè di fattori che aumentano la probabilità di soffrire di un disturbo ma che non ne determinano necessariamente l'insorgenza. Cosa fare, quindi, se si sospetta di soffrire di un disturbo del sonno? Esistono centri di igiene del sonno (presenti in tutti i maggiori ospedali sparsi sul territorio nazionale) in cui si indaga per capire le cause del disturbo, scoperte le quali ci si muove di conseguenza. Affidarsi ad uno specialista è fondamentale poichè il rischio che si può andare a sviluppare con un'eccessiva alterazione del sonno è di essere sottoposti a irritabilità, confusione e ansia che aumentano il circolo vizioso. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Terapia di coppia: risorsa o ultima spiaggia? Spesso ci si chiede se la terapia di coppia debba essere considerata un'ultima spiaggia o, piuttosto, un punto di partenza. Iniziamo col dire che no, non deve mai essere l'ultima spiaggia ma certamente neanche la prima: quando una coppia inizia a vivere la relazione non deve rivolgersi ad un terapeuta ed è anche possibile che non debba farlo mai per tutta la durata della stessa. Ovviamente però il rischio di considerare la terapia di coppia come ultima spiaggia porta con sè un fallimento. Cosa si può fare in terapia di coppia? Si possono migliorare moltissimi aspetti: la comunicazione, la sfera sessuale, i rapporti con le famiglie di origine, la qualità genitoriale nei confronti dei figli ma si possono anche ridurre la conflittualità e si può addirittura pianificare una separazione, senza che si verifichino i conflitti che solitamente si generano quando la coppia è lasciata in balia di se stessa ad affrontare uno scoglio così grande. Inoltre si possono superare momenti molto duri come lutti e tradimenti. Posto questo, se la terapia di coppia viene utilizzata come ultima spiaggia si verificano due problemi: il primo è che i due partner hanno già tentato una serie di soluzioni e tendenzialmente queste hanno fallito e hanno, anzi, cronicizzato il problema su cui quindi la terapia non riesce ad agire in modo sufficientemente efficace; il secondo è che la coppia tende a delegare la propria felicità al terapeuta, mossa insensata. Infatti il grande lavoro è della coppia, non del terapeuta! Per suo tramite i due riscoprono strategie e risorse che in un primo momento li hanno uniti per poi scomparire. La terapia deve essere iniziata quando la coppia, dopo aver provato alcune strategie, si rende conto di non farcela da sola. Se il problema viene cronicizzato allora la terapia potrebbe essere efficace ma la sua efficacia è già ridotta in partenza. E in questo caso chi ha fallito? La coppia o la terapia? Chiedere aiuto è una risorsa, farlo al momento giusto è fondamentale. ### Le tipologie di dipendenza affettiva Di cosa ha paura un dipendente affettivo? Sicuramente, considerando che la dipendenza affettiva porta ad essere felici e soddisfatti solo in presenza ed in funzione dell'altro, dell'abbandono (e del rifiuto). Per evitare di cadere nella banalità dello stereotipo vale la pena scendere un po' più in profondità e specificare che esistono diverse tipologie di dipendenza affettiva e che queste differenze sono però tutte accomunate dalla paura che il dipendente affettivo prova. Esistono ad esempio dipendenti affettivi ossessivi che si fissano sul voler mantenere una relazione anche quando il partner non è più disponibile nè emotivamente nè sessualmente; dipendenti affettivi codipendenti che appiattiscono totalmente la propria autostima ottenendo definizione attraverso l'altro; dipendenti affettivi da relazione che hanno bisogno della presenza (più che della persona) e quindi rimangono all'interno di una relazione anche se non sono più innamorati; dipendenti affettivi narcisisti che utilizzano il potere e il controllo per mortificare l'altro; dipendenti affettivi ambivalenti che bramano una persona e quando finalmente entrano in intimità con essa fuggono spaventati; dipendenti affettivi rifiutanti che respingono l'oggetto del loro amore; dipendenti affettivi romantici, che intrattengono più relazioni contemporaneamente così da sentirsi validi, riconosciuti. Cosa accomuna tutte queste tipologie di dipendenza affettiva? Come abbiamo detto è la paura dell'abbandono. Il DA narcisista mortifica la vittima per tenerla vicina, il DA romantico intrattiene più relazioni per avere sempre una "riserva" in caso di abbandono, il DA rifiutante abbandona per non essere abbandonato. ### I sintomi della dipendenza affettiva Si parla spesso di dipendenza affettiva ma poichè, come abbiamo spiegato in un precedente articolo, si tratta di una vera patologia è bene non utilizzare questa definizione a caso, prendendola alla leggera. Come si può capire, quindi, se ci si trova davvero in una condizione di dipendenza affettiva? Il primo e più importante sintomo è un grande malessere: chi è dipendente affettivo tendenzialmente sa di esserlo o, se non se ne accorge, se ne accorge sicuramente "l'oggetto" della dipendenza. Ci sono poi tutta una serie di sintomi correlati che ci danno la misura della gravità del problema: intanto una prevalente attenzione alle emozioni dell'altro piuttosto che alle proprie poi la delega della propria autostima all'accettazione altrui, l'incapacità di manifestare le proprie opinioni per paura di essere rifiutati, una forte tendenza al controllo, la paura ingiustificata di essere abbandonati. C'è poi anche un disinteresse generale nei confronti del mondo circostante: il dipendente affettivo non ha infatti paura di perdere tutte le altre relazioni e legami in funzione di tutte le energie che concentra nella relazione attuale. Questo diventa inevitabilmente un meccanismo vizioso: io mi concentro solo sul partner quindi perdo attenzione per le altre relazioni importanti (a partire da quelle legate al contesto familiare per arrivare a quelle amicali) e quando la relazione finisce (ed in quanto disfunzionale, a un certo punto, finisce) poi ho ancora più bisogno di prima di aggrapparmi a qualcuno.   ### Perchè l'amore si trasforma in dipendenza affettiva? Perchè e in quali casi l'amore si trasforma in ossessione? L'ossessione nelle relazioni e la dipendenza affettiva molto hanno a che fare col nostro vissuto, con ciò che crediamo di desiderare e di avere bisogno e con la relazione in cui ci troviamo a vivere. Come quasi tutte le patologie, infatti, anche la dipendenza affettiva trova le sue radici all'interno delle nostre relazioni significative sia passate (cioè quelle costruite all'interno del contesto familiare anche allargato) che presenti (nello specifico la relazione attuale). La dipendenza affettiva e l'ossessione amorosa hanno a che fare anche con il partner che abbiamo: non tutti i dipendenti affettivi vivono la stessa dipendenza affettiva indipendentemente dal partner perchè questo lo renderebbe inutile (mentre in questa patologia il partner diventa una ragione di vita). Il funzionamento del dipendente affettivo, dunque, cambia a seconda dell'atteggiamento che i partner assume nei suoi confronti.   L'ossessione si sviluppa quini a seguito della combinazione tra la mia storia passata (solitamente fatta di abbandono, rifiuto, distacco, freddezza dal punto di vista emotivo) e la risonanza di questo mio bisogno di affetto all'interno della coppia che creo con il mio partner, che a sua volta avrà delle caratteristiche che con me risuonano in un determinato modo. ### Cosa significa DIPENDENZA AFFETTIVA? La dipendenza affettiva è una vera e propria patologia che impedisce a chi ne soffre di riconoscere la felicità e la soddisfazione se slegate dall'altro, solitamente il partner. Oggi si utilizza questo termine piuttosto superficialmente, attribuendo il titolo di "dipendente affettivo" a chiunque tragga felicità dalla felicità o soddisfazione del compagno: questo è sbagliato perchè è normale, quando si vive una relazione, gioire per i successi della propria metà. Allo stesso modo è sbagliato riferirsi con il termine "narcisista" a chiunque si comporti in modo discutibile all'interno di una relazione: il narcisismo, proprio come la dipendenza affettiva, è una patologia e dunque un termine di cui non abusare. Un'altra cosa importante da sottolineare è che non tutti coloro che soffrono di dipendenza affettiva finiscono in una relazione con un narcisista. La dipendenza affettiva rende difficilissima la vita della persona che ne soffre ma anche di chi è in una relazione con essa. Certo è che quando le due patologie si incontrano e un dipendente affettivo si trova a vivere una relazione con un narcisista allora la situazione può diventare esplosiva. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Può il tradimento generare più desiderio nella coppia?   Tradire può avere come esito un desiderio maggiore nei confronti del partner? La risposta è sì, anche se sicuramente dipende molto dal significato che viene ascritto al tradimento e dalla motivazione che il traditore da per giustificare il tradimento nella sua testa. Le motivazioni che portano al tradimento possono essere di varie tipologie: quando la propria relazione viene vista come soffocante si cercano al di fuori rassicurazioni portando a quello che viene chiamato "tradimento per libertà". Non è insolito sentirsi dire "da quando ho tradito, anche se so che non è giusto, sento di amare ancora di più". In questi casi la relazione adultera può generare maggiore eccitazione nella testa del traditore nei successivi rapporti con il partner.  Di fatto il traditore si sente più partecipe, come se l'aver soddisfatto fuori casa il bisogno di rassicurazioni lo portasse ad essere più coinvolto anche dentro casa. Spesso la sensazione di avere le pile ricaricate fa scaturire eccitazione ed è una conseguenza sicuramente possibile (anche se non estremamente frequente) di un tradimento per libertà. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Tradimento per frustrazione   Si tradisce per frustrazione quando questa è legata a due possibili dinamiche che hanno a che fare con il tradimento e cioè il potere e ancora di più la libertà. Il tradimento di libertà è quello messo in atto per andare a regolare le distanze all'interno di una relazione considerata soffocante ed è basato principalmente sull'idea che si possa trovare altrove quello che non si trova nella relazione. Una relazione che è vissuta come un vincolo soffocante: esaurimento, noia e fatica portano all'incapacità e alla non volontà di rimanere in una situazione considerata insoddisfacente. Tipicamente si cerca fuori dalla coppia la possibilità di ottenere delle rassicurazioni e delle conferme, come ad esempio il sentirsi ancora apprezzati e desiderati. In questo caso il tradimento ha a che fare con la frustrazione di non trovare all'interno della relazione quello di cui si ha bisogno. In altri casi il tradimento per frustrazione può nascere all'interno di una dinamica di potere, soprattutto quando questa porta con sè tanta rabbia. Allora il tradimento viene agito quando si sono già provate delle strategie di risoluzione del problema nella relazione, senza che ne sia però derivato alcun beneficio. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Tradimento per compensazione   Sebbene il sesso, scarso o poco soddisfacente, sia spesso il motore del tradimento, non tutti i tradimenti hanno a che fare con il sesso. I tradimenti per compensazione sono frequenti e possono essere anche solo affettivi, ovvero puntano ad ottenere con il potenziale amante quello che non si ottiene con il partner. Sono tanti gli aspetti della relazione che chi agisce il tradimento può percepire come mancanti: l'ascolto, la complicità, la possibilità di aprirsi, la comprensione. Questi tradimenti vengono definiti "bianchi" perchè si consumano virtualmente, avvengono via chat, via email, su whatsapp, al telefono. Ciò non rende l'amante meno presente nella vita del partner che tradisce, ma sostituisce la sua presenza fisica con una virtuale, probabilmente anche più assidua e costante di quella comune ai tradimenti "standard". L'amante è quindi la persona con la quale si fa la chiacchierata in pausa pranzo, ci si scambia continuamente messaggi, ma con la quale non si agisce un tradimento fisico vero e proprio. Magari anche l'amante si trova nella stessa situazione con la sua storia sentimentale ed entrambi si aiutano compensando una carenza e una mancanza affettiva tramite il tradimento bianco. Non bisogna, quindi, dare per scontato che il tradimento abbia sempre a che fare con il sesso. Più spesso ha a che fare con le emozioni, la morale e i valori della persona. La motivazione può essere il sesso, ma non sempre. ### Tradimento per delusione   "Dottore è possibile tradire perché si è stati delusi?" Assolutamente si, questo tradimento ha a che fare generalmente con due motivazioni che portano ad agire. Una modalità è inserita in una modalità di potere, una persona delusa, messa nell'angolo, messa in fondo alla piramide della priorità può tradire. Questa persona estremamente delusa può mettere in atto un tradimento innanzitutto per tentare di riequilibrare potere nella coppia quindi tornare importante e scaricare la rabbia. Secondariamente un tradimento per delusione può essere inserito come modalità compensativa, cerco di ottenere qualcosa all'esterno che non ho all'interno. In questo caso la delusione è meno rabbiosa, meno fatta di risentimento e di attacco verso l'altro. Generalmente è più elaborata ma non risolta, non si vede altra soluzione se non trovare ciò che manca in un tradimento. ### Come capire se un tradimento sarà utile per la coppia?   "Dottore come posso capire se un tradimento sarà benefico?" Il tradimento può portare dei vantaggi nella coppia nonostante questo possa sembrare un punto di vista impopolare o controintuitivo. Capita spesso infatti che nella stanza di terapia si senta dire:" peccato che mi hai tradito, mi fa male, ma mi sono resoa conto che lola amo ancora di più".  Capita che un tradimento "apra gli occhi", quindi per quanto possa essere devastante, destabilizzante, sia in grado di riattivare risorse, modificare equilibri e riorganizzare il sistema. Questo è uno dei potenziali effetti benefici del tradimento che tuttavia non si può sapere a priori. Non è assolutamente possibile prevedere questo effetto benefico a priori a causa delle immense strade che lo stesso evento può prendere e le stesse che la rielaborazione dell'evento può assumere. Il processo di rielaborazione del tradimento può coinvolgere e avere come esito una riorganizzazione positiva della coppia, processo per cui è quasi sempre necessario un supporto esterno di un professionista. Attraverso quest'ultimo la coppia può infatti puntare sulle risorse positive che il tradimento ha fatto emergere e riattivarle. ### Il tradimento ha a che fare solo con il sesso?   "Dottore, ma il tradimento ha a che fare solo con il sesso?"  Assolutamente no! Ci sono vari tipi di tradimento come il tradimento per potere, per libertà per compensazione, per aspetti identitari e personali. Il tradimento ha a che fare con il sesso solo in alcuni di questi casi, come il tradimento per compensazione. In quest'ultimo il tradimento ha il fine di compensare qualcosa che nella coppia manca, come il sesso, quindi il traditore va a cercare il sesso per compensare una mancanza della coppia. Il sesso in questo caso è un tema di conflitto. Nelle altre tipologie di tradimento la sessualità non ha nulla a che vedere con le motivazioni stesse che hanno condotto a tradire poiché queste vertono sulla riorganizzazione, ristrutturazione, della coppia stessa. Nel tradimento per potere per esempio la coppia è sbilanciata nei termini di colui che ha più potere e chi ne ha meno. Tendenzialmente ad agire il tradimento è colui che ha meno potere rispetto il partner ed il tradimento tende ad riequilibrare questa differenza. Come si evince in questo tipo di tradimento il sesso è esclusivamente uno strumento per andare ad intervenire sulle dinamiche di coppia.  Allo stesso modo il tradimento può essere agito poiché il traditore avverte soffocamento nella coppia, attraverso l'atto sessuale del tradimento si ripunteggia la coppia stessa e le sue dinamiche. ### Come stare vicino ad un partner in difficoltà? Per stare vicino ad un partner in difficoltà, è necessario dimostrargli di aver capito cosa gli serve. Molti durante i colloqui dicono: "Ha provato a starmi vicino a suo modo". Il "suo modo" non è quello giusto. L'intento è sicuramente buono, ma bisogna essere capaci di ascoltare il bisogno dell'altro. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### E' sempre corretto gratificare il partner? La risposta è: dipende. La gratificazione deve tenere conto di quali sono i costi per la persona. Nel momento in cui compromette il benessere personale, fa sentire la persona schiacciata oppure ancora viene data per scontata, allora diventa controproducente. In una condizione di equilibrio, ci si può alternare nel voler gratificare l'altro. La gratificazione deve essere un regalo, non deve essere scontata, non deve ledere la persona e non deve andare oltre il vantaggio personale di poterne poi a sua volta godere. ### Come rendere felice il partner? Di base si parte da ascolto e comprensione, quindi cercando si capire quali sono i bisogni dell'altro, poi di avere una progettualità condivisa e infine uno sbilanciamento quotidiano alternato, cercando di appoggiarsi l'uno all'altro e sostenersi reciprocamente. Dati questi principi, è fondamentale trovare un partner che fa lo stesso e capisce il vantaggio di essere in coppia, innanzi tutto per se stesso. Si dice che bisogna essere capaci di stare beni con se stessi. Anche se è un luogo comune, è vero: sto bene con l'altro nel momento in cui già ho trovato un mio equilibrio. In questa condizione, la coppia diventa un circolo virtuoso dove le sensazioni e le emozioni positive vengono moltiplicate, piuttosto che, nel momento in cui uno dei due inciampa, trova l'altro a sostenerlo. Il punto di partenza è comunque che entrambi stiano bene. Io sostengo che per star bene nella coppia devi imparare a bastarti. ### Quali sono gli elementi fondanti di una coppia felice? Oltre alla complementarietà di cui abbiamo già parlato, gli altri elementi sono: ascolto/comprensione: ascoltare per comprendere non è affatto scontato. Ascoltare significa avere davvero l'interesse a comprendere cosa desidera l'altro per trattarlo come vorrebbe essere trattato. Molto spesso invece non si ascolta, di conseguenza, non si riesce a capire cosa l'altro desidera e lo si tratta come si vorrebbe essere trattati; il che non significa che coincida con quello che vuole. progettualità: significa avere un intento condiviso comune. Le coppie funzionano non tanto per quello che c'è stato in passato, ma per quello che sperano ci sarà in futuro. Ciò che arricchisce la coppia è il percorso compiuto insieme. Se il progetto è troppo a lungo termine, si tende a concentrarsi sull'obiettivo e si perde di vista il percorso. Se invece la progettualità ha degli step chiari e la coppia sente che li sta percorrendo insieme, allora rimane unita perchè vede il vantaggio reciproco. equilibrio (squilibrato): è legato alla capacità di fare un passo avanti rispetto all'altro ma non contemporaneamente. Come quando si cammina, una gamba si alterna all'altra mantenendoci in equilibrio. L'equilibrio è dato da uno sbilanciamento continuo in cui i due partners non devono muoversi insieme ma in un'alternanza costante volta all'evoluzione reciproca che dia l'opportunità ad entrambi di sentirsi sostenuti nel momento in cui si compie il passo. ### Quanto è importante essere complementari nella relazione di coppia? Qualsiasi relazione può essere considerata piena nel momento in cui prevede la complementarietà. La complementarietà può però diventare un rischio quando risulta essere o troppo rigida e/o statica. Tutti noi all'interno della relazione, giochiamo dei ruoli e questo prevede che si debba fare qualcosa per soddisfare l'aspettativa dell'altro e viceversa. Queste aspettative possono essere costruite all'interno del rapporto oppure possono essere socialmente determinate. Ad esempio, è verosimile credere che in una famiglia, il marito è deputato a portare giù la spazzatura, pagare l'assicurazione etc. mentre la moglie a fare la spesa, etc. Questi sono i ruoli socialmente determinati e prevedono una complementarietà. Si tratta di una suddivisione che rende tutto abbastanza semplice, dove i compiti sono poco rilevanti e non hanno a che fare con l'equilibrio della coppia. Quando però questa complementarietà è riferita ad alcuni ambiti della vita, come ad es. la suddivisione fra chi lavora e chi sta a casa, allora può diventare pericolosa. In questo caso la complementarietà determina una non autonomia dove l'altra persona non è una spalla, ma una gamba e, se viene meno, non si è più capaci di stare in piedi da soli. La complementarietà è positiva fintanto che una funzione non è completamente delegata, altrimenti una netta suddivisione può evolvere in un vincolo stagnante e determinare una insoddisfazione e non realizzazione personale. Pertanto la divisione dei ruoli e la complementarietà è importante a patto che non sia totalizzante ma qualcosa che possa potenziare una persona attraverso l'altra. ### Tratta l'altro come vorresti essere trattato. E" sempre vero nella relazione di coppia? "Tratta l'altro come vorresti essere trattato": si tratta di un consiglio di buon senso che significa semplicemente che se una persona vuole riuscire ad essere trattata bene dagli altri, deve fare altrettanto. Se pensiamo ad una situazione più intima, dove l'interesse verso l'altra persona non è solo quello di non farla star male, ma è quello è quello di farla stare bene, allora questo consiglio non vale niente. Di sicuro infatti la persona che abbiamo scelto non è come noi, anzi di solito si sceglie qualcuno diverso da noi, capace di colmare le nostre parti, o quelle che vorremmo valorizzare. Nella relazione sentimentale dunque l'altro va trattato per come vuole essere trattato e non per come vorrei essere trattato io stesso. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Come stare accanto a chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) Stare accanto a chi soffre di Disturbo Ossessivo Compulsivo è molto faticoso: si rischia di essere mortificati, aggrediti e talvolta può essere anche controproducente. Il paziente è estremamente lucido e sa che sta che sta agendo la compulsione, si condanna a sua volta e può anche ritirarsi socialmente per evitare la compulsione, ma si sente ugualmente criticato da chi gli sta vicino. Questo non vuol dire che bisogna far finta di niente e nascondere il problema, ma vuol dire che dobbiamo riuscire a supportarlo, magari convincendolo della necessità di rivolgersi ad un professionista e partecipare a questo percorso, ad esempio attraverso una terapia familiare. ### Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) può essere legato ad altri disturbi? Nel momento in cui due disturbi si presentano insieme si parla di comorbilità. La comorbilità del disturbo ossessivo compulsivo è presente nei disturbi ansiosi e depressivi e tende a seguire il decorso dell'ansia o della depressione. Mano a mano che passa la depressione si attenua anche il disturbo ossessivo compulsivo. Molte volte l'ossessione può essere presente all'interno di altri disturbi. Ciò non vuol dire che è il disturbo è tale da determinare una diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo. Ad esempio, in disturbi alimentari come l'anoressia è presente un'ossessione, ma non si tratta di un disturbo ossessivo compulsivo. E' un disturbo alimentare che porta con sè dei sintomi ossessivi. Quindi non è una comorbilità ma è la presenza di alcuni sintomi all'interno di una diagnosi altra. ### Ho l'ossessione di essere omosessuale. Cosa devo fare? L'ossessione di essere omosessuale è un disturbo del pensiero legato al proprio orientamento sessuale. E' un disturbo che si può curare, ma l'efficacia del trattamento dipende da molti fattori e varia da persona a persona. Spetta al terapeuta valutare questi fattori. Di solito, ho bisogno di tre o quattro colloqui per mettere a fuoco il problema, spiegarlo al paziente e dargli un'idea del tipo di lavoro che andremo a fare, del tempo necessario e quali risultati aspettarsi. Esistono trattamenti e terapie legate al disturbo ossessivo compulsivo come anche per altri disturbi, che non necessariamente funzionano su tutti, ma su alcuni sì. E' il terapeuta che deve dare questo feedback al paziente, valutando caso per caso. ### Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC): quale terapia scegliere Dal Disturbo Ossessivo Compulsivo si può guarire sia con la psicoterapia, sia con una terapia farmacologica, che però deve essere attentamente valutata dal medico di riferimento. Riguardo al tipo di terapia da scegliere, non c'è nessuna evidenza scientifica del fatto che esista un trattamento migliore di un altro; ciò che fa la differenza, come anche affermato dalla comunità scientifica, è la capacità del terapeuta di instaurare una relazione efficace con il paziente nel trattare il disturbo. Certamente è importante che il dottore sia competente e abbia esperienza nel trattare il caso specifico ma non è l'orientamento o l'approccio a rendere efficace il trattamento. Questo conta in minima parte rispetto all'efficacia della relazione terapeutica. ### Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) VS Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità: quali sono le differenze? Il disturbo di personalità riguarda delle caratteristiche dell'individuo che si riflettono in diversi ambiti e contesti della sua vita. Mentre una persona che ha un disturbo ossessivo-compulsivo sull'igiene, non per forza deve averlo sull'accumulo a sulla simmetria, il disturbo di personalità è trasversale ai diversi contesti della vita, che sia il lavoro o la vita privata. Per questo si parla di tratti di personalità o caratteristiche di funzionamento. Questi tratti o caratteristiche possono definirsi disturbi di personalità quando diventano patologici e disfunzionali. I disturbi di personalità sono tanti e divisi in categorie o cluster. Cluster A: comprende disturbi come l'essere eccentrici e bizzarri Cluster B: comprende disturbi di tipo disfunzionale dal punto di vista sociale, ad es. il narcisista o l'antisociale Cluster C: comprende i disturbi di personalità ossessivo-compulsivi che hanno a che fare con tratti ansiosi o inibiti, ad es. la personalità dipendente, la personalità evitante o quella ossessivo compulsiva. In questi casi il disturbo ossessivo di personalità si manifesta con una eccessiva attenzione ai dettagli, con l'essere perfezionisti, il voler riuscire a fare tutto, o il concentrarsi in maniera estremamente verticale su qualcosa come ad es. il denaro, il lavoro la religione. Può manifestarsi anche come l'incapacità di cambiare idea e avere un pensiero flessibile. Questi tratti sono presenti in maniera trasversale su tutti i contesti di vita della persona, con tutte le conseguenze che questo comporta, dall'essere isolati, al litigare con tutti o al non riuscire a portare a termine i propri compiti perchè ci si perde nei dettagli. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC): quali sono le tipologie Il pensiero ossessivo ossessivo compulsivo si divide in sei tipologie: 1. Ossessione da pulizia e igiene: la persona ha paura di essere contaminata, quindi mette in atto la compulsione lavandosi e disinfettando tutte le superfici in continuazione 2. Ossessione da controllo: la persona continua a domandarsi se ha chiuso il gas, oppure la porta di casa. Solitamente viene compensata da comportamenti compulsivi di verifica. 3. Ossessione da ripetizione e conteggio: fare più volte la stessa cosa, come ad es. contare 4. Ossessione da ordine e simmetria: tutto deve essere sistemato in un ordine rigoroso e prestabilito, meglio se simmetrico 5. Ossessione da accumulo e accaparramento: la volontà di accaparrarsi qualsiasi cosa che si possa ottenere gratuitamente, anche se inutile, oppure accumulare oggetti fino ad essere sommersi in casa, senza riuscire a buttare via nulla 6. disturbo ossessivo compulsivo puro: si verifica quando c'è il disturbo ossessivo ma non la compulsione. E' un caso più particolare e anche meno frequente. Perchè si possa parlare di disturbo, tutti questi comportamenti devono essere traslati in più contesti e tali da compromettere la qualità della vita della persona. ### Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC): i sintomi I sintomi principali del disturbo ossessivo compulsivo sono la ricorsività e l'intrusività del pensiero che la persona non riesce a controllare. Esistono diversi tipi di ossessioni e diversi tipi di compulsioni. Gli aspetti legati alle ossessioni sono principalmente tre: 1. Pensieri: la persona è ossessionata da pensieri ricorrenti, ad esempio, la paura di essere contaminati da germi, oppure la paura di aver dimenticato il gas aperto; 2. Immagini: solitamente di natura religiosa, blasfema o sessuale 3. Impulsi: la paura o il desiderio di far male a qualcuno, oppure mettere in atto dei comportamenti sconvenienti, solitamente di tipo umiliante, in pubblico. Le compulsioni invece sono tutte quelle strategie che la persona mette in atto nel tentativo di controllare le ossessioni, di ridurle o di propriziarne la fine. Le compulsioni hanno una funzione rassicurante per la persona e sono principalmente di due tipi: 1. Compulsioni comportamentali: lavarsi continuamente le mani, controllare continuamente se il gas è chiuso, etc. 2. Compulsioni di pensiero: non viene compiuta un'azione, ma viene ripetuto un pensiero con funzione propiziatoria, come contare, ripetere un mantra, pensare ad alcune frasi, nella speranza di allontanare il pensiero compulsivo. ### Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC): cos'è Si tratta di un disturbo clinico fatto di due componenti: le ossessioni e le compulsioni che rappresentano due aspetti distinti ma si presentano, nella maggior parte dei casi, insieme. La componente determinante sono le ossessioni, ovvero dei pensieri intrusivi ricorrenti che la persona cerca di allontanare, ma dai quali non riesce a prendere le distanze e dai quali viene condizionata. Uno dei condizionamenti sono appunto le compulsioni, ovvero delle strategie che la persona mette in atto nel tentativo di sedare le ossessioni in corso o di controllarle in un eventuale futuro, propiziando la scomparsa di queste. Il pensiero ossessivo è intrusivo e involontario: la persona tenta di allontanarlo ma non riesce. Ha un esordio prevalentemente in giovane età adulta. Si stima che i 3/4 dei disturbi ossessivi si sviluppi entro i 30 anni. Sembra che le persone che sviluppano il disturbo dopo i 30 anni, ne soffrano in modo più grave e spesso è legato ad eventi forti traumatici. ### Come relazionarsi con una persona ansiosa Per relazionarsi con una persona ansiosa, dobbiamo innanzi tutto capire che tipo di persona è e quale tipo di ansia ha. C'è l'ansioso che preferisce essere accolto e quello che preferisce essere lasciato stare. Poi dobbiamo capire che il momento di difficoltà che la persona sta vivendo in quel momento non ha niente a che fare con noi. Bisogna essere capaci di fare ciò che ha senso per chi sta vivendo lo stato di ansia e non ciò che ha senso per noi, anche se questo è lontano da ciò che si vorrebbe, se si fosse nei panni dell'altro. ### Ansia: come superarla distraendosi Ansia: Distrarsi è davvero la soluzione? Spesso mi viene chiesto se, quando ci si sente sopraffatti dall'ansia, distrarsi possa essere una strategia efficace per evitarne il peggioramento. Come psicologo e psicoterapeuta, ho avuto molte conversazioni su questo tema e voglio chiarire subito una cosa: distrarsi non è sempre la soluzione. È una domanda che emerge frequentemente nelle sessioni con i miei pazienti e, anche se la risposta potrebbe sembrare ovvia, la realtà è molto più complessa. La distrazione: funziona davvero? La prima cosa da capire è che distrarsi può funzionare in alcune circostanze, ma non è una soluzione universale. Se una persona riesce a distrarsi, probabilmente non si trova in uno stato di ansia particolarmente intenso. In altre parole, la distrazione può funzionare nei momenti di ansia leggera, dove il pensiero ansioso non ha ancora preso il controllo completo della mente e del corpo. In queste situazioni, spostare l'attenzione su qualcosa di diverso può essere utile per ridurre la sensazione di disagio. Ma quando parliamo di ansia patologica, come nel caso degli attacchi di panico, distrarsi diventa estremamente difficile, se non impossibile. In questi momenti, l'ansia è così forte e radicata che qualunque tentativo di "portare la testa altrove" rischia di fallire. Durante un attacco di panico, i sintomi fisici sono troppo intensi per essere ignorati: battito accelerato, difficoltà respiratorie, una sensazione opprimente di pericolo imminente, e spesso la paura di perdere il controllo o di morire. In queste condizioni, distrarsi è praticamente inutile. La metafora della martellata Mi piace spesso usare una metafora per spiegare questo concetto ai miei pazienti. Immaginate una persona che, per non pensare al dolore che prova, decide di darsi un colpo sul dito con un martello. Certo, in quel momento il dolore si sposta sul dito, ma non sparisce; il problema principale non viene risolto, solo temporaneamente coperto. Allo stesso modo, distrarsi durante un attacco d’ansia non affronta la radice del problema: l’ansia rimane, e può tornare ancora più forte una volta che l'effetto della distrazione svanisce. Ansia da prestazione: un esempio comune Un contesto particolarmente emblematico è l'ansia da prestazione, specialmente in ambito sessuale. Molti pazienti mi riferiscono che, durante il rapporto, sentono di non riuscire a lasciarsi andare completamente. Anche se vorrebbero concentrarsi sul piacere e sull’esperienza, una parte della loro mente è sempre impegnata a controllare ciò che accade, con pensieri come: "Mi raccomando, che tutto funzioni bene, sto facendo abbastanza?" In questi casi, la mente è divisa. Una parte è coinvolta nell’atto, ma l'altra parte è costantemente in allerta, preoccupata per la performance. Anche se l’ambiente circostante potrebbe essere perfetto per distrarsi e godere del momento, la testa è altrove, bloccata da una serie di pensieri ansiogeni che impediscono di vivere l’esperienza in modo autentico. Nonostante la situazione possa essere piacevole, l'ansia continua a fare da ostacolo. La difficoltà di distrarsi davvero Molti di noi vorrebbero che la soluzione fosse semplice, e lo capisco bene. Se bastasse distrarsi per far scomparire l’ansia, il problema sarebbe risolto. Ma la realtà è che, nelle forme più intense di ansia, la distrazione non è la risposta che speriamo. Quando l’ansia è radicata, distrarsi diventa quasi impossibile perché la mente è talmente impegnata a monitorare e controllare ogni sensazione interna che non riesce a staccarsi dal problema. La questione non è tanto la distrazione, ma piuttosto il bisogno di affrontare e comprendere le cause sottostanti dell'ansia. Solo lavorando su queste radici – attraverso la psicoterapia, l’esplorazione delle nostre emozioni negative, e tecniche di gestione dell’ansia – possiamo trovare un vero sollievo. Come affrontare l'ansia in modo efficace Quindi, cosa funziona realmente? In molte situazioni, può essere utile abbracciare l’ansia invece di cercare di evitarla. Tecniche come il training autogeno, il rilassamento muscolare progressivo e la mindfulness possono essere strumenti preziosi per ridurre i sintomi fisici dell’ansia e riportare la mente in uno stato più calmo. Invece di cercare di allontanare l'ansia con la distrazione, imparare a gestirla in modo diretto è spesso la strada più efficace. La scelta della terapia è fondamentale. Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutare a modificare i pensieri disfunzionali e ridurre l’impatto dell’ansia nelle nostre vite. La cosa più importante è riconoscere che l’ansia, soprattutto quando è intensa, non può essere semplicemente evitata o “distratta via”. Richiede un approccio consapevole, mirato, e a lungo termine. In conclusione, se vi trovate a soffrire di disturbi d'ansia o attacchi di panico, non fatevi ingannare dalla promessa di soluzioni rapide. Si può guarire dall'ansia e dall'attacco di panico ma, mentre li si prova, è quasi impossibile potersi distrarre. Distrarsi può aiutare in alcune situazioni, ma per affrontare davvero l'ansia, è necessario un lavoro profondo e mirato. E ricordate, con il giusto supporto, si può vivere una vita serena e soddisfacente, anche con l'ansia. ### E' vero che l'attività fisica riduce l'ansia? E' vero che esistono degli antagonisti all'ansia. Quando proviamo un attacco di panico oppure uno stato d'ansia meno intenso ma più prolungato vengono rilasciate nel corpo delle sostanze che sostengono e alimentano queste sensazioni ansiose. Esistono quindi delle attività, come lo sport, che permettono ad altre sostanze antagoniste di essere rilasciate nel corpo. ### Si può guarire dall'ansia per sempre? Cosa significa davvero guarire dall'ansia? La risposta breve è: sì, si può guarire dall'ansia. Ma per comprenderlo davvero, dobbiamo chiederci: cosa intendiamo con "guarire"? Guarire non significa eliminare del tutto l’ansia dalla propria vita. Significa smettere di esserne schiavi. L'ansia è una risposta naturale, utile, vitale. Ci protegge. Ci tiene svegli quando serve. Ci spinge ad agire. Non è un errore del sistema: è una risorsa del nostro corpo e della nostra mente. Il problema nasce quando questa risposta si amplifica e ci travolge, anche in assenza di un pericolo reale. Quando iniziamo a unire i puntini tra eventi e sensazioni anche se non hanno un vero legame. Come in un gioco enigmistico, costruiamo storie coerenti... che però non ci fanno bene. E ci sentiamo intrappolati. 'Dall'ansia si può guarire' significa quindi imparare a riconoscere i segnali, gestirli e ritrovare il cuore e l’equilibrio. Anche chi ha vissuto veri e propri attacchi di panico o periodi di forte instabilità emotiva può tornare a una vita piena. Quando l’ansia diventa un disturbo Immagina questa scena: una persona che ha vissuto anni di ansia intensa — magari attacchi di panico, insonnia, paura costante — affronta un percorso, migliora, sta bene per anni. Poi un giorno, senza preavviso, l’ansia torna. E lei pensa: "È tutta la vita che soffro d’ansia." Ma non è così. Se hai vissuto dieci anni di benessere, non stavi "soffrendo d’ansia". Stavi vivendo. Ciò che stai affrontando ora è un nuovo episodio. Magari simile, ma non identico. Non sei tornato al punto di partenza. Sei in un punto nuovo. E questo fa tutta la differenza. È importante distinguere tra un momento passeggero e un disturbo d’ansia vero e proprio. Solo quando l’ansia condiziona pesantemente la qualità della vita, limitando scelte, relazioni e libertà, parliamo di disturbi d’ansia clinicamente significativi. Uno dei più comuni è il disturbo d'ansia generalizzata (GAD), caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e continua per diversi aspetti della vita quotidiana. Le persone con GAD spesso riferiscono un costante senso di allarme, come se ci fosse sempre qualcosa che potrebbe andare storto. Comprendere questa forma specifica di disturbo d'ansia è fondamentale per affrontarla in modo efficace. Una metafora utile: l’influenza Parlo spesso dell’ansia come parlo dell’influenza. Nessuno dice: "Soffro d’influenza da sempre." L’hai avuta. Poi sei guarito. Magari ti tornerà, magari no. Ma questo non significa che sei malato per tutta la vita. Con l’ansia è lo stesso: può tornare, certo. Ma non ti definisce. Dagli attacchi di panico si può guarire. Dai disturbi d’ansia si può guarire. Anche chi si è sentito più fragile del normale per un lungo periodo può riprendersi. Guarire vuol dire vivere periodi lunghi di serenità, sentirsi liberi, presenti, capaci di fare scelte. Non significa che non avrai più giornate storte. Ma non sarà più la paura a guidare la tua vita. E soprattutto, si può guarire senza dover farcela da soli. La scelta della terapia, il trovare il professionista adeguato, chiedere aiuto anche quando si pensa di "dovercela fare da sé"... tutto questo è parte della guarigione. Strategie per calmare l’ansia e ritrovare equilibrio Quando si convive con un disturbo d'ansia, imparare a calmare il sistema nervoso è essenziale. Tecniche come la respirazione profonda, la mindfulness, la meditazione guidata o lo yoga si sono dimostrate molto efficaci per ridurre i sintomi dell’ansia senza farmaci. Modificare anche lo stile di vita può aiutare: dormire meglio, ridurre la caffeina, prendersi pause regolari. Sono tutti strumenti semplici, ma potenti. La terapia cognitivo-comportamentale rimane il trattamento di elezione per guarire dall’ansia. Aiuta a riconoscere i pensieri disfunzionali e a modificare i comportamenti che mantengono il disturbo d’ansia. Disturbo di panico e ansia: differenze e soluzioni Il disturbo di panico si manifesta con attacchi improvvisi e intensi, spesso accompagnati da sintomi fisici molto forti: tachicardia, senso di soffocamento, vertigini, tremori. Spesso chi soffre di ansia generalizzata teme che l’ansia possa degenerare in un attacco di panico. La buona notizia è che anche dagli attacchi di panico si può guarire. Le stesse tecniche valide per l’ansia — psicoterapia, tecniche di rilassamento, strategie comportamentali — sono efficaci anche qui. In alcuni casi, può essere utile l’esposizione graduale alle situazioni temute. E se l’ansia non se ne va mai del tutto? Ci sono situazioni in cui l’ansia non scompare completamente. Si attenua. Resta sullo sfondo. Come un’eco, una presenza lieve ma continua. In questi casi è comprensibile pensare: “Non sono mai guarito.” E forse è vero: se non hai mai vissuto nemmeno un periodo di autentica calma, è normale sentire l’ansia come qualcosa di sempre presente. Ma anche in questi casi, il fatto che tu sia qui a riflettere su questo, a leggere queste righe, significa che hai già iniziato a prenderne le misure. Guarire dall’ansia non è una linea netta, ma un percorso. Anche chi convive con un certo livello di ansia può imparare a tenerla a distanza di sicurezza. E con gli strumenti giusti, l’ansia rende più sensibili, ma non più deboli. E poi, una cosa fondamentale: Avere un episodio d’ansia non significa avere un disturbo d’ansia. A volte è solo un momento. Una fase. Non tutto ha un significato profondo. Non serve sempre "unire i puntini" e costruire una trama coerente. In sintesi: cosa vuol dire guarire dall'ansia? Sì, si può guarire dall’ansia. Ma non è una bacchetta magica. E non significa vivere senza ansia. Significa vivere bene anche quando l’ansia ogni tanto bussa alla porta. Significa sapere che puoi attraversarla. Che non ti annienta. Che non sei più al punto di partenza, anche se ogni tanto ti sembra così. Guarire non significa dire addio all’ansia. Significa smettere di vivere alla sua ombra. Sentire ansia non ti rende rotto. Ti rende umano. E soprattutto, dall’ansia si può guarire, anche quando sembra impossibile. Non è una vergogna chiedere aiuto. È un atto di forza. Domande frequenti (FAQ) Quanto tempo ci vuole per guarire dall’ansia? Dipende: da quanto è profondo il disagio, da quanto tempo va avanti, da quanto supporto ricevi. Ma una cosa è certa: con il percorso giusto, molte persone iniziano a sentirsi meglio già nei primi mesi. Come si può guarire dall’ansia? Serve consapevolezza. Strumenti giusti. E qualcuno che cammini con te. La psicoterapia — in particolare quella cognitivo-comportamentale — è tra gli approcci più efficaci. Ma il primo passo è sempre lo stesso: chiedere aiuto, anche quando da soli sembra di farcela. Cosa fa l’ansia al petto? Può provocare un senso di oppressione, fitte, tachicardia, pressione o bruciore. Sono segnali fisici reali, legati alla risposta di attivazione del sistema nervoso. Tuttavia, è sempre importante escludere prima eventuali cause mediche. Come eliminare definitivamente l’ansia? Non puoi. E non devi. L’obiettivo non è eliminarla, ma imparare a riconoscerla, gestirla e persino farci pace. L'ansia è un'emozione come le altre. Non va eliminata. Va compresa. Solo così si può guarire davvero. È possibile guarire dall’ansia senza farmaci? Sì. In molti casi si può guarire dall’ansia senza ricorrere alla terapia farmacologica. Tecniche di rilassamento, modifiche dello stile di vita e soprattutto psicoterapia cognitivo-comportamentale possono bastare. Ma ogni situazione è diversa: chiedere un parere professionale è sempre il passo più sicuro. Quali sono i migliori metodi per affrontare l’ansia? Un approccio integrato è spesso il più efficace: psicoterapia, tecniche di rilassamento (respirazione, mindfulness), attività fisica regolare, dieta equilibrata, buona igiene del sonno. Anche evitare caffeina o alcol può fare la differenza. Come riconoscere i segnali di un disturbo d’ansia? Quando l’ansia è persistente, sproporzionata rispetto agli eventi e ti impedisce di vivere con serenità, potrebbe trattarsi di un disturbo d’ansia. Sintomi comuni includono: Preoccupazione eccessiva e continua Irritabilità, tensione muscolare, insonnia Difficoltà a concentrarsi Evitamento di situazioni percepite come minacciose In questi casi, una valutazione professionale può aiutarti a capire cosa stai vivendo. Se ti riconosci in questa situazione Se senti che l’ansia è tornata — o che in fondo non se ne è mai davvero andata — non sei solo. Capire cosa stai vivendo è già un primo passo. Se vuoi parlarne, scrivimi. Possiamo capire insieme cosa ti sta succedendo — e come affrontarlo. La differenza non la fa l’ansia. La fa il modo in cui scegli di affrontarla. ### Ansia: quando rivolgersi allo psicologo Di fronte ad un problema di ansia, prima ci si rivolge allo psicologo e meglio è. L'ansia genera anticipazione ed evitamento. Ovvero la persona ansiosa inizia con l'essere esageratamente preoccupata per qualcosa e poi la evita, cerca di tenersi più larga il più alla larga possibile da una situazione che ritiene stressante. Così si convince di non avere problemi, mentre la sua vita diventa sempre più limitata. Questa situazione rende difficile capire che sta vivendo un problema d'ansia, perché la persona non ne ha consapevolezza. Ricordiamo l'esempio della rana che, messa nell'acqua fredda, non si accorge che la temperatura sale poco alla volta e ad un certo punto si ritrova bollita. L'ansia è un po' così: ci si ritrova "bolliti" senza accorgersene. Quindi, appena ci si rende conto che l'ansia è diventata disfunzionale, ovvero di ostacolo al proprio benessere, bisogna chiedere aiuto allo psicoterapeuta, piuttosto che allo psichiatra. Prima si chiede aiuto e più è facile trattare il problema, perchè non si sarà generato un evitamento radicato e il problema non si sarà cronicizzato; la persona non si sarà adattata al problema, modificando di conseguenza la sua vita in funzione di essa. ### Come "gestire" l'ansia Come mai andiamo dal medico per guarire dall'influenza mentre per l'ansia ne chiediamo la gestione e non la guarigione? L'ansia non si gestisce: l'ansia si cura. Esistono molte tecniche così come molti approcci, per alcuni può essere più efficace il lavoro terapeutico per altri un farmaco. Non è importante fissarsi sulla manifestazione del sintomo come l'attacco di panico notturno piuttosto che durante un esame, ma piuttosto comprenderne le cause e l'origine per poi strutturare un intervento funzionale efficace. Il lavoro terapeutico si struttura in diverse fasi, in un processo di ingegneria inversa. Innanzi tutto bisogna andare all'origine e capire le cause , poi quale percorso ha vissuto la persona per arrivare a questa tipologia di manifestazione ansiosa, successivamente si può sviluppare l'intervento terapeutico. Il tutto richiede all'incirca tre o quattro colloqui. ### L'ansia si esprime anche attraverso dolore fisico? L'ansia si può esprimere anche attraverso il dolore fisico. L'ansia stessa è un fastidio che dobbiamo "toglierci di dosso", quindi la manifestazione fisica dell'ansia c'è sempre, che sia la fatica a respirare o la tahicardia. Ci sono anche delle manifestazioni d'ansia che determinano delle somatizzazioni vere e proprie, il che non significa necessariamente che si debba arrivare all'attacco di panico. Quando c'è una condizione di allerta constante che fa sentire la persona stremata, possono manifestarsi delle somatizzazioni con dolori veri e propri come dolori gastrointestinali, nausea o mal di testa. Poi ci sono delle condizioni di contrazione muscolare vere e proprie, che possono generare, ad esempio, il mal di schiena o la cervicale. Quindi un periodo di ansia prolungato, può generare dei fastidi fisici. ### Quando l'ansia diventa patologica? L'ansia diventa disadattiva quindi potenzialmente patologica quando non è più una risorsa ma un ostacolo. Una persona che vive una condizione di ansia, quindi di attivazione, migliora o perdura un lavoro prettamente prestazionale che è favorito da questa attivazione. L'ansia diventa patologica quando diventa invece un ostacolo e la persona lo vive come un problema, questo ostacolo può essere un problema enorme per alcuni mentre estremamente superabile per altri. Per esempio una persona fa fatica a parlare in pubblico diventando paonazzo, a seguito di questo ad una persona da estremamente fastidio tanto da compromettere la performance peggiorandola, altri invece ne ridono soprassedendo. Dove si origina? "noi siamo l'insieme delle esperienze che abbiamo avuto" il tratto ansioso come tutti i tratti che abbiamo viene coltivato dalle esperienze precoci che abbiamo a cui si associano delle situazioni di rischio così come le letture che abbiamo dato a delle situazioni che abbiamo vissuto. Si può affermare tuttavia che è una patologia soprattutto femminile, tendenzialmente sono le donne che ne chiedono prevalentemente aiuto, naturalmente potrebbe essere interessante comprenderne il perché: le donne accedono maggiormente a contenuti emotivi? li verbalizzano di più? ### Ansia: cos'è e quali sono i sintomi L'ansia è una delle cose più soggettive possibili, anche in termini di sintomatologia: tutti abbiamo provato ansia a qualche livello ma nessuno allo stesso modo. Tendenzialmente si manifesta con uno stato di tensione, preoccupazione, il come questo viene vissuto cosa ce ne facciamo e come lo gestiamo è estremamente soggettivo. Qualora una persona che soffre d'ansia tenta di spiegare le proprie soggettive sensazioni difficilmente questa verrebbe compresa a pieno se non sminuita. L'ansia è una condizione di "stretta", deriva dal latino stringere, essere stretto, che rappresenta bene la sensazione d'ansia: "mi sento un groppo alla stomaco", mi sento il "fiato corto" come se non riuscissi a riempire i polmoni d'aria. Tendenzialmente è una condizione di allerta anticipatoria, cosa molto diversa dalla paura. La paura è oggettiva e legata a qualcosa di reale e presente. L'ansia è "la paura di avere paura" quindi anticipare la possibile paura, anticipare a se stessi la possibile sensazione qualora ci si trovi in una condizione di paura. Non c'è un oggettività che giustifica concretamente la sensazione di allerta da cui quindi la definizione di sintomo.  Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Coppia in crisi e crisi della coppia   Il paradigma, i tempi e il significato della coppia sono sicuramente cambiati nel tempo e con il tempo. Ci sono due aspetti che determinano la numerosità delle crisi di coppia e anche la crisi del concetto stesso di coppia. Innanzitutto il cambiamento dei tempi, degli aspetti sociali e di cosa è legittimo e non è legittimo aspettarsi. Fino a qualche anno fa separazione e divorzio erano termini terrificanti, spaventavano, ora invece sono termini sulla bocca di tutti. Ad oggi è facile imbattersi in configurazioni di famiglie variegate quindi lontane dalle famiglie tradizionali. Le persone possono lasciarsi e mettere in discussione quello che hanno costruito senza vivere la gogna pubblica (oppure ci si augura sia così). Oltre all'aspetto sociale è cambiato anche l'aspetto semantico che ne determina la crisi: ovvero l'individualità e l'individuo. Quando non era possibile separarsi "stare con qualcuno" era un modo d'essere, si diventava e si era quasi fusionali (almeno sulla carta). La costituzione di una famiglia era uno step necessario per potersi trasformare ed evolvere. Ad oggi invece la coppia non è più principale ma è secondaria all'affermazione individuale, personale. La coppia non è più lo strumento e il bene ultimo, ma è un "di cui" all'affermazione individuale. ### Storia d'amore: tre aspetti fondamentali In questo articolo approfondiamo tre aspetti che, durante la pratica clinica, spesso ho notato fossero fondamentali per il benessere di una relazione d'amore.  Innanzitutto approfondiamo l'aspetto sessuale, di desiderio di condivisione fisica e di attrazione. Non è il primo aspetto per importanza quanto più di comprensione e conoscenza a tutti. Il secondo aspetto è il riuscire a completarsi ed essere per l'altro veicolo di raggiungimenti personali, benessere e obiettivi. Ognuno infatti ha la propria idea di partner, di futuro e sa cosa vorrebbe ottenere quindi immagina anche il tipo di partner che desidererebbe avere accanto. Quando lo troviamo diventa aspetto complementare, veicolo del raggiungimento di obiettivi individuali. Naturalmente nulla a che vedere con l'aspetto più egoistico, la coppia infatti è reciprocità qualcuno a cui si da e da cui si riceve. Il terzo elemento è il tormento, il dilemma, la metamorfosi e la trasformazione. Ogni relazione porta con se un tormento e una metamorfosi dal passato, un cambiamento, uno sviluppo necessario per co-costruirsi insieme nella nuova relazione sentimentale. Per esempio pensiamo alle classiche storie d'amore dei film in cui la brava ragazza si innamora del delinquente: necessariamente uno dei due o entrambi devono modificare il proprio paradigma per potersi buttare, insieme, in qualcosa di nuovo. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Attacchi di panico: perché si manifestano anche senza preavviso Nella grande maggioranza dei casi l'attacco di panico si manifesta senza un trigger, quindi una causa e un motivo, specifici ed evidenti. Nella manifestazione degli attacchi di panico si crea un po' la "teoria del vaso" per cui si è suscettibili per una determinata situazione o insieme di situazioni quindi l'ennesima goccia fa traboccare il vaso. L'attacco di panico è un vero e proprio terribile attacco che si manifesta con determinati sintomi tra cui per esempio la tachicardia, il fiato corto, la sensazione di morire o avere un infarto, nausea e giramenti di testa ma senza una causa scatenante specifica davanti agli occhi. Diversa la situazione in cui agendo anticipazione ed evitamento si decide invece di esporsi al trigger che, attraverso queste due strategie, si tiene lontani: in tal caso è evidente la causa scatenante a cui ci si espone e qualora si abbia l'attacco di panico si è consapevoli della causa che lo ha scatenato. Diversamente invece dagli attacchi di panico notturni, molto comuni e molto invalidanti, che compaiono senza un apparente motivo. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Cosa fare se mi viene un'attacco di panico in presenza di altre persone? L'avere un attacco di panico in mezzo ad altre persone è una delle paure più frequenti e fa parte del processi di anticipazione o evitamento. I must have delle persone che soffrono di attacchi di panico sono, per esempio, piazze, luoghi affollati e supermercati, qualora infatti queste persone abbiano avuto il loro primo attacco di panico in luoghi simili metteranno in atto, tendenzialmente, l'anticipazione o l'evitamento oppure frequentano questi luoghi grazie alla "stampella" (persona o oggetto) di supporto. L'aspetto essenziale dell'avere un attacco di panico in pubblico è il potersi allontanare per poterlo vivere da soli in autonomia, in una condizione di auto ricovero in un ambiente protetto.  L'aspetto che fa spesso allontanare chi soffre di attacco di panico dal pubblico è la sensazione per cui "la gente non mi capisce", "la gente non sa soccorrermi per come io ho bisogno", " la gente mi deride", "mi prende per pazza\o" quindi la conseguente paura di perdere la faccia oltre alla salute.  ### Come comportarsi con qualcuno che sta avendo un attacco di panico? Quando si è vicini ad una persona che sta avendo un attacco di panico non è assolutamente facile comprendere cosa sia meglio fare o non fare. Innanzitutto è bene stare vicini a questa persona consapevoli del fatto che non è assolutamente detto che chi sta soffrendo voglia avere qualcuno vicino. Infatti è altrettanto probabile che chi sta avendo un attacco di panico voglia stare soloa quindi può mandarti via come è altrettanto possibile che si aggrappi a te.  Durante questi momenti non è assolutamente necessario stringere la persona, spesso è controproducente tuttavia è bene parlarle e tentare di respirare con lei provando a rallentare il battito cardiaco. Può essere utile ricordare che passerà a breve e che non avrà conseguenze fisiche. Tuttavia aldilà di questi banali consigli, la parte essenziale è ciò che gli si può consigliare di fare dopo. Coluilei che sta vicino ad una persona che soffre di attacchi di panico deve necessariamente ricordare che deve prendersi cura di se stessoa per come luilei lo ritengono opportuno. E' necessario ricordare che chi soffre di attacchi di panico deve cercare e prendere la propria via per stare bene che può essere sia la psicoterapia come assumere esclusivamente farmaci.   ### Attacchi di panico: quando rivolgersi allo psicologo? Quando rivolgersi ad uno psicologo? SUBITO! l'Essere umano è un essere pensante ed ha delle capacità enormi di adattamento alla realtà e alla nostra versione di realtà. Come per ogni altro tipo di disturbo e di disagio è importantissimo chiedere aiuto velocemente. Il principale motivo è l'adattamento del soggetto al sintomo e nel peggiore dei casi il suo cronicizzarsi. Per esempio se una persona ha un attacco di panico, si spaventa, magari va in ospedale in cui gli danno qualche goccia di tranquillante e consigliano, forse, di contattare uno psicologo. Quando la stessa persona a distanza di tempo avrà un secondo attacco di panico già sa cosa potrebbe succedere, sa che per esempio non morirà o non avrà un infarto, inizia a pensare che l'attacco di panico fa parte della sua vita quindi si adatta ad esso.  In questo senso si inizia a mettere in atto evitamento e anticipazione, per esempio se il primo attacco di panico è avvenuto in autostrada la persona eviterà l'autostrada: evitiamo il problema per fare in modo che l'attacco di panico non si manifesti. Allo stesso modo non ci si espone al rischio, si anticipa la sensazione di ansia e panico che una data situazione sviluppa e la si tiene sotto controllo attraverso stratagemmi come avere con se ciò che tranquillizza come una persona o un oggetto. Quindi, quando contattare uno psicologo al primo insorgere di un qualsiasi sintomo: subito! ### Come riconoscere e gestire gli attacchi di panico? Riconoscere un attacco di panico è facilissimo: se una persona ha vissuto un attacco di panico lo sa, è tremendo, improvviso e bruttissimo da vivere, sa benissimo cosa si prova in quei 10 minuti di terrore. Tuttavia parlare di gestione di attacchi di panico è semanticamente molto sbagliato e crea dei tranelli e trabocchetti gravissimi: parlare di gestione di attacchi di panico significa non parlare di cura degli stessi. Quando vai da un terapeuta che deve lavorare con te per un sintomo è molto diverso lavorare in funzione della gestione e lavorare in funzione della cura.  E' semanticamente sbagliato pensare di gestire il panico, così come non si chiede al medico di gestire l'influenza ma di curarla. Puntare alla gestione del panico alimenta la sensazione di essere malati e la rende ancora più ancorata nella definizione che diamo di noi stessi. Gestire significa pensarsi e credersi rotti per sempre, considerare la propria vita come segnata dal panico.   ### Gli attacchi di panico sono il sintomo o la malattia? L'attacco di panico ha origini antiche, deriva dalla mitologia e dal Dio Pan. Il Dio Pan era un essere metà uomo e metà capra che attaccava le ninfee nel bosco per possederle, quindi era abusante e cattivo. Le ninfee, conoscendo il dio Pan e le sue intenzioni, andavano nel panico, vivevano il "timor panico" da cui nasce il termine e la definizione attuale. Dal punto di vista diagnostico e terapeutico se è sintomo o se è malattia deve essere distinto. Nel manuale dei criteri diagnostici è malattia e patologia a se stante, quindi se si parla di criteri diagnostici è malattia. Dal punto di vista terapeutico distinguere tra sintomo e diagnosi non è utile: il soggetto non se ne fa nulla della pura diagnosi. Il panico è sempre un sintomo e parte di un problema, infatti configurare un sintomo o una diagnosi non è mai semplice poiché sintomi ansiosi si possono configurare in moltissimi quadri complessi e poco inquadrabili. Le diagnosi sono sempre delle medie, le persone non sono delle medie. Avere una diagnosi a tratti è anche peggio di non averla, qualora infatti una persona scopre il nome della patologia che ha vissuto spesso va a leggere su Dr. Google quali sintomi caratterizzano la diagnosi stessa scoprendo che ce ne sono altri che non ha vissuto, l'esito? La persona si aspetterà di vivere anche i sintomi che finora non ha vissuto ma che ha letto in internet peggiorando drasticamente il quadro della situazione. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Quali sono le differenze tra attacco di panico e forte ansia? I sintomi spesso sono i medesimi, il disturbo da attacchi di panico è un disturbo della categoria ansiosa quindi la matrice di base è la stessa. E' assolutamente comprensibile come, disturbo d'ansia e attacco di panico, possano essere confusi. Per usare un gioco di parole, a livello diagnostico, la differenza non fa differenza: non perché la diagnosi conti poco ma perché ciò che vive la persona è comunque un forte malessere indipendentemente dai criteri che soddisfa quindi indipendentemente se si effettua diagnosi di ansia o attacco di panico con più sintomi. La differenza importante sta nel fatto che l'ansia porta meno con se la paura di impazzire e di morire da un momento all'altro, in una condizione di forte ansia si può riuscire ad identificare le cause scatenanti la situazione e non si perde completamente la ragione. Il soggetto si accorge di vivere un momento ansioso ma non va in totale panico. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Come affronto la vita? Non c'è una strategia predefinita, è necessario che ognuno sviluppi la propria tuttavia ciò che più mi fa stare bene è riuscire a mettere bene a fuoco cosa sto facendo in quel periodo specifico della mia giornata rispetto al quadro più ampio della mia vita. Quindi dare un'occhio sia alla mappa che al territorio. Ciò che mi aiuta è comprendere che ciò che io svolgo durante l'arco della mia giornata assume un significato più ampio rispetto al significato generale della mia vita. Questo mi permette di concretizzare le azioni quotidiane e raggiungere un certo livello di serenità. Questo accade perché nella mia testa è chiaro che l'azione quotidiana, pur faticosa o noiosa che sia, è inserita in un quadro più complesso e ampio quindi sono fatiche circoscritte e limitate. Non è insolito infatti nella pratica clinica sentire dai pazienti che la propria vita è fagocitata dal sintomo o dal problema esistenziale, non riuscendo a relativizzarlo ad una parte della loro esistenza rispetto al quadro più ampio della vita. Qualora non si riesca a gettare un'occhio alla mappa e uno al territorio, un evento, pur doloroso e difficile che sia rischia di fagocitare tutta la vita nonostante sia sono una minima parte di essa. ### Attacchi di panico: cosa sono e quali sono i sintomi Gli attacchi di panico sono un disturbo di carattere ansioso, sono un disturbo a se stante ed è caratterizzato da una serie di sintomi filo ansiosi. Ci sono dei criteri diagnostici per evidenziare l'attacco di panico. Per comprendere cosa è si può pensare ad un vero e proprio attacco che raggiunge il suo picco in una decina di minuti. La caratteristica principale è la sua insorgenza immediata e improvvisa senza una causa evidente, è una vera e propria valanga che in dieci minuti raggiunge il picco e piano piano rallenta lasciando a valle i detriti quindi molta stanchezza e spossatezza. I sintomi sono circa dodici ed è sufficiente averne quattrocinque per avere una diagnosi di attacco di panico. I sintomi più conosciuti sono la fame d'aria, formicolii negli arti, sensazione di fiacchezza e disorientamento, tachicardia, nausea, paura di morire o di impazzire ecc. ### Aspetti psicologici e dieta alimentare Gli aspetti psicologici sono importanti in ogni percorso che si affronta, anche durante una dieta alimentare. L'approccio giusto verso le azioni che compiamo sono il primo passo della loro riuscita. Esistono diversi tipi di dieta, alcune rivolte al dimagrimento, alcune invece contrarie al dimagrimento oppure volte ad un obiettivo più specifico. In questo articolo ci riferiamo al ruolo dell'approccio mentale al suo successo.  Ci sono diversi significati che l'approccio mentale assume sia nella sua riuscita che nel suo fallimento, possono infatti essere rintracciati tre diversi significati che la dieta può assumere. Il primo livello di significato è legato al dovere, io intraprendo una dieta per un dovere, per esempio legato alla salute fisica, ad un obiettivo che mi pongo, un dovere etero-determinato per esempio dal medico per motivazioni cliniche. Questo tipo di dieta è basato sulla comprensione del motivo e della necessità della dieta stessa, qualora sia basata esclusivamente sul dovere difficilmente avrà successo. Il secondo livello di significato è legato al giudizio, sia personale che esterno e sociale, per esempio si decide di intraprendere una dieta perché la società richiede un certo tipo di bellezza oppure perché il gruppo segue un regime alimentare particolare. Anche in questo caso il rischio che la dieta naufraghi è molto alto. Il terzo livello di significato è il valore e la volontà, è il valore che io attribuisco a me stesso e il vantaggio che so deriverà dall'intraprendere una dieta che mi spinge a svolgerla. In questo caso il dovere fare la dieta non proviene dall'esterno come nei primi due casi ma è una volontà che scaturisce da me in funzione del beneficio che so ne deriverà. In questo caso le probabilità di successo sono invece molto alte.  L'approccio mentale con cui affrontiamo qualcosa, un percorso, una dieta è una parte fondamentale della sua riuscita! ### Come ricostruire la propria autostima dopo un tradimento?   L'autostima deve essere ricostruita in coppia, se si rimane in coppia, e individualmente se ci si lascia, è comunque sbagliato pensare che per salvaguardare l'autostima ci si debba lasciare cosa che viene detta semplicisticamente quando si afferma "se mi tradisci ti lascio". Questa espressione viene detta spesso per salvaguardare la propria autostima tuttavia da nessuna parte sta scritto che allontanando il coltello la ferita smetta di sanguinare. Lasciare perché si è stati traditi non significa non continuare a lavorare su se stessi. Per ricostruire la propria autostima è fondamentale separare "l'essere" dal "fare": c'è una sostanziale differenza tra il dire "sono un fallito" e "ho fallito", meccanismo che si replica nel tradimento quando si dice "non sono meritevole di avere affettonon sono capace di avere una relazione" e "non sono capace di meritarmi il rispetto e la relazione". Nel racconto che diamo di noi stessi riponiamo tutto nell'essere e non nel fare, cosa che nel giudizio di noi stessi porta ad una generazione pericolosa. Il pericolo lo troviamo infatti soprattutto quando generalizziamo caratteristiche che non narriamo noi di noi stessi, ma categorie attribuite dall'esterno come quella del tradito. ### Tradire e non sentirsi in colpa: è noermale? Tradimento: È Normale Non Sentirsi in Colpa? Il tradimento è un tema complesso e delicato che tocca profondamente la sfera emotiva di chi lo vive, sia come traditore sia come tradito. Recentemente, una discussione sollevata da un utente di nome Speranza ha portato a riflettere su una domanda cruciale: "È normale non sentire alcun senso di colpa e anzi sentirsi giustificati nel tradire?" Questo interrogativo è stato affrontato in un’intervista che ho condotto e che desidero approfondire ulteriormente. Il Tradimento e il Senso di Colpa Durante l'intervista, è emerso come il termine "normale" sia problematico e carico di giudizio. Preferisco parlare di ciò che è "umano". Sentirsi giustificati nel tradire può essere umano, ma le ragioni alla base di questo sentimento variano. In molti casi, come nel tradimento per vendetta, l'assenza di senso di colpa può derivare dalla percezione che il partner meriti questa punizione. In altre situazioni, il tradimento può essere visto come una risposta a bisogni individuali non soddisfatti, con la giustificazione che il partner non sarebbe in grado di capire tali necessità. Un'Analisi Approfondita La società contemporanea tende a mettere in discussione le tradizionali aspettative di monogamia, con un crescente numero di persone che cerca al di fuori del matrimonio ciò che non trova al suo interno. Questa ricerca può essere motivata da vari fattori, tra cui insoddisfazione sessuale, mancanza di comunicazione o bisogni emotivi inappagati. Spesso, il tradimento non è una soluzione alle difficoltà relazionali, ma una fuga temporanea dai problemi. La mancanza di senso di colpa può essere legata alla narrazione che il traditore costruisce per giustificare le proprie azioni, percependole come necessarie per il proprio benessere. Motivazioni del Tradimento Il tradimento può essere classificato in diverse tipologie: Rabbia e Vendetta: In questi casi, il tradimento è visto come una punizione per il partner, una risposta a un torto subito. Qui, il senso di colpa è minimo, poiché il traditore si sente giustificato dalla necessità di riequilibrare una situazione percepita come ingiusta. Curiosità e Bisogno di Novità: Alcuni tradimenti nascono dal desiderio di nuove esperienze. Il traditore potrebbe non sentirsi in colpa se percepisce il partner come incapace di comprendere o soddisfare queste curiosità. Bisogni Emotivi e Sessuali: In molti casi, il tradimento è una risposta a bisogni insoddisfatti all'interno della relazione. Il traditore può giustificare le proprie azioni come un mezzo per trovare una "boccata di ossigeno" senza l'intenzione di terminare la relazione primaria. Conclusione Il senso di colpa nel tradimento è un sentimento complesso e soggettivo. Non esiste una risposta univoca alla domanda se sia normale non provarlo, poiché dipende dalle motivazioni individuali e dalle dinamiche relazionali. Comprendere le ragioni profonde che portano al tradimento può aiutare a gestire meglio le crisi relazionali e, possibilmente, a prevenirle. Alla base, è essenziale una comunicazione aperta e sincera all'interno della coppia. Affrontare i problemi anziché fuggire da essi può rappresentare un passo importante verso una relazione più sana e soddisfacente. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.itPsicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Traditore: perde il pelo ma non il vizio?   "Dottore ma è corretta l'idea per cui nel tradimento il lupo perde il pelo ma non il vizio?" Ovvero è possibile che una persona tradisca per un'inclinazione personale indipendentemente dai problemi interni alla coppia e per una volontàdesiderio individuale? Se partiamo dal presupposto per cui esista il traditore seriale e impenitente sì, può accadere. Questa persona non entra in coppia, non entra in relazione, non crea un legame sentimentale se non un legame utilitaristico e l'accesso facile ad App e siti internet facilita ed alimenta la possibilità di tradimento. Non è inoltre insolito che una persona che ha tradito non riesca a comprendere le motivazioni che hanno condotto all'atto, non comprenda quali sono stati gli incastri di coppia che hanno condotto la coppia a quel punto e perpetri quindi il tradimento stesso, ciò non significa tuttavia essere traditori seriali. Altra casistica possibile è colui o colei che in terapia afferma:" dottore, in tutte le mie relazioni ad un certo punto tradisco e non so perché", questo non è il lupo che non perde il vizio ma è un pattern che si ripete che va approfondito e affrontato. ### Il tradimento e i suoi risvolti positivi   Il tradimento può avere, per la coppia, dei risvolti positivi assolutamente incomprensibili da chi non ha mai passato questa situazione. Molte terapie di coppie iniziano con "mio marito\moglie mi ha tradito, voglio lasciarlo\a", tuttavia la coppia viene in terapia insieme quindi l'intento sotterraneo è spesso un'altro. Infatti durante il follow up, ovvero il colloquio a distanza di 6 mesi circa dalla conclusione della terapia, spesso gli stessi affermano di non essere mai stati così felici e sereni.  Il tradimento, qualora affrontato e rielaborato in coppia permette di comprendere quali sono stati gli incastri che hanno condotto a quella situazione, all'atto del tradimento, quindi vedere la coppia sotto una luce diversa, nuova e più confortevole. Il risvolto positivo del tradimento è un tema molto complesso da spiegare e comprendere, è fondamentale approfondire il significato del tradimento, cosa questo comunica e andare aldilà dell'atto fisico. Il concetto fondamentale, alla base della comprensione degli aspetti positivi del tradimento e di come rielaborarlo sta nel fatto che ciò che c'era prima del tradimento è ciò che ha condotto all'atto pertanto la coppia del "vorrei tornasse tutto come prima" non era una realtà così serena e felice come spesso, post tradimento, si ricorda. Dire "vorrei che tornasse tutto com'era prima" è ciò che rallenta la rielaborazione del tradimento. ### Si può superare un tradimento? Come? Matteo, è possibile superare un fallimento in una coppia e, se sì, come? Questo lo faccio di mestiere, quindi sì, assolutamente, è possibile superare un tradimento se viene inteso come una situazione da risolvere e non da superare individualmente. Dipende. Alcune coppie possono arrivare alla conclusione che la risoluzione consiste nel lasciarsi. Quindi, la rielaborazione del tradimento è necessaria qualunque sia il futuro che la coppia sceglie di percorrere. Continuità della Relazione dopo il Tradimento Se la domanda è legata al fatto di poter continuare a stare insieme felicemente, sì, anche qui ci sono delle precisazioni da fare, cioè degli aspetti che devono essere considerati e degli errori da evitare. Quando salta fuori un tradimento, la reazione spontanea è quella di cercare di far sparire tutto il più velocemente possibile, cercare di far sembrare che nulla sia successo. Reazione Spontanea al Tradimento È come quando ci facciamo male: copriamo subito la ferita o facciamo finta di non guardarla. Un conto è sapere, un conto è vedere, un conto è avere la conferma di ciò che sappiamo tramite la vista. Il tradimento funziona in modo simile. Quando viene scoperto, la reazione naturale è quella di far sì che tutto torni il più velocemente possibile come prima. Ce lo si promette anche. Ma questa è una condanna a morte, il modo migliore per lasciarsi procrastinando il dolore. La Falsa Promessa di Tornare Come Prima Entrambi ci credono. Non è che quando uno dice "tornerà tutto come prima" stia mentendo all'altro. Lo desiderano, ma è la via sbagliata, perché impedisce la rielaborazione e mantiene la relazione in una versione sfocata di quella precedente, nonostante il tradimento. Necessità di un Nuovo Inizio Per superare un tradimento, il passaggio necessario è dirsi chiaramente che nulla sarà più come prima. Questo non vuol dire necessariamente che debba essere peggio di prima. Può essere anche meglio. Molti pensano che se dovessero essere traditi, interromperebbero la relazione. Comprensibile, ma nella maggior parte dei casi, un tradimento non è sufficiente a generare un'interruzione della relazione, soprattutto quando ci sono tante implicazioni. L'Attenuazione della Rigidità Anche le persone più rigide, che considerano inaccettabile un tradimento, spesso diventano meno categoriche quando si trovano a viverlo. Anche solo per la volontà di capire cosa sia successo, non chiedono subito il perché. La Promessa Ingenua Il tradimento può essere superato a patto che non ci si faccia l'ingenua promessa che tutto tornerà come prima. Nulla può tornare come prima, anzi, tutto deve necessariamente essere diverso. E diverso non significa necessariamente peggiore. La chiave è la visione, la lucidità, la capacità e sincerità reciproca nel parlare del proprio egoismo. Le Categorie del Tradimento Quando il tradimento è motivato da rabbia, vendetta, desiderio di indipendenza, libertà, o compensazione, la responsabilità è reciproca. Magari è un 80-20, ma c'è una parte di responsabilità e concause che portano al tradimento. Il gesto è disfunzionale e distruttivo, e chi tradisce è sicuramente condannabile, ma ci sono altre vie, soprattutto quando si rende conto di voler stare con la persona che ha tradito. Comprendere e Affrontare i Problemi Si deve riuscire a comprendere i propri problemi, errori e limiti. Bisogna parlare dell'egoismo, mostrando anche la bassezza dei comportamenti che, come esseri umani, siamo in grado di agire. L'accettazione e la comprensione passano da lì, così come la ricostruzione. Problemi di Comunicazione Molti tradimenti avvengono perché le persone non sono in grado di comunicare davvero ciò che sono, hanno paura di mostrarsi, di comprendersi, di essere giudicati dall'altro. Molte volte è più facile rimanere in una relazione raccontandosi che va tutto bene, quando in realtà non è così. Opportunità di Crescita Il tradimento dà questa opportunità, anche se è difficile pensarlo come un regalo in una brutta carta. È un'opportunità perché, se si riesce ad andare oltre il dolore e comprendere le motivazioni, la comprensione talvolta apre al perdono. Perdono e Rielaborazione Un errore molto comune è perdonare immediatamente il tradimento. In terapia sento spesso dire "ti perdono ma non dimentico", che è una minaccia. "Ti perdono ma non dimentico" non significa nulla senza una rielaborazione del dolore e un distanziamento. Superare un tradimento richiede tempo, magari mesi, anche un anno. Le coppie in cui "mi hai tradito, ok, amici come prima" senza un'elaborazione reale stanno solo rimandando il dolore. Riflettere sui Sentimenti Quando si tradisce apertamente e non è un gioco erotico della coppia, non viene perdonato immediatamente, e questo merita una riflessione sul sentimento che anche il tradito prova. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.itPsicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Quali tipi di tradimento esistono?   Il tradimento fisico sessuale, ovvero il tradimento in cui c'è stata penetrazione è sicuramente il più conosciuto e dibattuto. Naturalmente oltre al classico si possono riscontrare altre tipologie di tradimento come quello bianco. Quest'ultimo è quel tradimento per cui si ha una relazione platonica, tuttavia è una relazione. Ricordiamo tutti le relazioni platoniche di Dante, tuttora estremamente moderne. Basti infatti pensare alle video chiamate, ai messaggi scoperti ai quali la pronta risposta è:" ma non ho fatto niente". Nel tradimento c'è una scala di gravità, dalla penetrazione alla lettera scritta a mano con la cera lacca, ci sono tante sfumature di tradimento e tante altre motivazioni. In base al significato e alla scala di valori che la coppia da a questo tradimento, lo stesso assume un significato diverso rispetto il futuro prognostico della coppia stessa. ### Perchè si tradisce?   Banalmente, si tradisce, perché nella coppia c'è qualcosa che non va! Si possono tuttavia riassumere delle macro categorierispetto le varie tipologie di tradimento. La prima è il tradimento per rabbia o vendetta quindi riassume tutti quei tradimenti agiti nel tentativo di danneggiare il partner a seguito di una sofferenza subita o avvertita. Non tutti i tradimenti per rabbia vengono agiti a seguito di un tradimento, possono essere legati alla volontà di riequilibrare e stravolgere il potere nella coppia. Sono tendenzialmente tradimenti che non vengono confessati. Il secondo gruppo di tradimenti sono quelli che avvengono nel tentativo di dare aria e ossigeno alla coppia, vengono agiti quando uno si sente stretto, in gabbia, nella relazione. Vengono agiti anche quando la coppia sancisce un legame, da un giro di vite alla relazione con un figlio, un matrimonio, una convivenza o l'acquisto di una casa. La terza tipologia di tradimenti vengono agiti per andare a compensare ciò che manca nella coppia, si attinge dall'esterno ciò che per lui o lei è assente. Questa è una delle situazioni in cui spesso uno dei componenti la coppia trova un amante come compagno di letto e non di vita, infatti in questa tipologia non si ha assolutamente intenzione di interrompere la relazione. L'ultima tipologia di tradimenti riguarda coloro che tradiscono perché, di fatto, non sono mai entrati in relazione e la relazione non esiste.   Di seguito il testo completo dell'intervista. Perché si tradisce nella vita di coppia? Quali sono le cause più comuni del tradimento? Perchè il tradimento irrompa nella vita di una coppia è una domande da un milione di dollari, ed andrebbe fatta al termine di una sessione molto lunga, per spiegarlo esaurientemente. Molto francamente, il tradimento si verifica perché nella coppia c'è qualcosa che non va, c'è qualcosa che non sta funzionando. Può essere anche legato esclusivamente ad una persona delle due che la compongono, poi approfondisco e spiego il perché, però sicuramente è la manifestazione di un disagio. Ci sono tanti modi di tradire, ci sono tante motivazioni diverse che poi stanno alla base del tradimento, quindi perché arriva nelle coppie... Sicuramente perché la coppia affronta, o vive, un momento di disagio (poi non è detto che con quel tradimento riesca ad affrontarlo...): almeno uno dei due sta mettendo in discussione la coppia. Quali sono i motivi del tradimento? Qui potremmo scrivere un'enciclopedia, sulle motivazioni, perché poi ogni storia deve essere ovviamente affrontata, compresa, discussa e esaminata... Ma proprio per provare a sintetizzare un po' potremmo dire che esistono, per quella che è la mia esperienza, principalmente quattro macro categorie di motivazioni che possono portare al tradimento, che sono nell'ordine non di importanza né di frequenza, un po' così, sparso, sicuramente rabbia e la vendetta sono una la seconda è legata alla fuga, all'indipendenza e alla libertà la terza è legata alla compensazione o all'essere un tutto la quarta è legata prettamente a una condizione individuale, e quindi ad una motivazione legata più ad un aspetto personologico, di significati individuali, piuttosto che di di ruolo all'interno della coppia Rabbia e vendetta come cause del tradimento Qui è abbastanza semplice, è già spiegato dal termine nel senso che quelli per rabbia e vendetta sono tutti quei tradimenti che in qualche modo vengono agiti nel tentativo di aggredire, ledere, danneggiare l'altro proprio perché ci si sente feriti Ci si sente feriti e quindi, 'bite back' si dice in inglese, il gesto è quello di mordere a propria volta: ti aggredisco, ti danneggio, ti causo un dolore a mia volta. Attenzione che in tutto questo non ci si riferisce solo a quei tradimenti legati a rabbia e vendetta per aver subito un tradimento, questo non sta scritto da nessuna parte, cioè non è che i tradimenti di rabbia e vendetta vengono agiti perché a mia volta sono stato tradito. Potrei essere arrabbiato per mille altri motivi: potrei essere arrabbiato perché mi sento comandato a bacchetta, potrei essere arrabbiato perché penso che non ho sufficientemente potere decisionale nella coppia, perché voglio farti un torto... Diciamo che, nella psicologia del tradimento, i tradimenti dovuti ad emozioni di tipo rabbia e vendetta sono legati alla volontà di riequilibrare, o comunque stravolgere, i rapporti di potere all'interno della coppia. Io sento che tu domini, mi governi, e quindi metto in atto un tradimento di rabbia e vendetta nel tentativo appunto di rimescolare questo potere. I fatti poi non sempre vengono confessati: questo tipo di tradimento paga sufficientemente il traditore nel dirsi 'va bene, tu mi comandi ma non sai cosa ho combinato io'... Quindi questo è il primo insieme di tipologie, di cause di tradimento. Il bisogno di fuga, indipendenza e libertà Poi ci sono i desideri della persona di fuga, libertà e indipendenza, cioè quel tradimento che in qualche modo avviene nel tentativo di prendere ossigeno, aria, di respirare perchè 'oppressi' dalla coppia. Questo è legato soprattutto alla propria autonomia e indipendenza. Sono tipologie di tradimenti che vengono agiti quando uno si sente stretto in gabbia all'interno della relazione, quindi in un momento in cui sente che la relazione non sta andando nella direzione in cui vuole o, un'altra alternativa, quando la coppia sancisce un legame, cioè da un giro di vite alla relazione per esempio con un matrimonio, un figlio, un trasferimento, l'acquisto di una casa, una convivenza... Tutti questi 'giri di vite' sono le situazioni in cui ora ci sentiamo ancora più legati ('ora staremo insieme per sempre', 'ora avremo un vincolo'): che sia il mutuo, che sia un figlio, che sia un anello al dito...in un modo o nell'altro, insomma, ci si è vincolati...ci si trasferisce insieme all'estero o magari si cambia città. Queste sono tutte le condizioni che appunto stringono il legame, e quindi viene messo in atto un tradimento con la volontà di ossigeno. Ragioni compensatorie Poi c'è il tradimento per motivi compensatori, o per compensazione, cioè quel tradimento che viene agito per andare a cercare in maniera specifica e mirata ciò che manca all'interno della coppia. Per esempio nella coppia manca il sesso, o uno dei due non è appagato, e quindi cerca questo al di fuori della coppia; ma cerca solo quella cosa lì, cioè, non cerca tutto il resto, e cerca di andare a compensare, cioè rendere la sua coppia completa, semplicemente attingendo all'esterno ciò che secondo lui o lei manca. Che sono tutte quelle ragioni che in qualche modo portano poi uno dei due partner, il sesso ad esempio è il principale, a cercare un compagno di letto ma non un compagno di vita. Questa è una condizione classica, per gli amanti. In questo caso è interessante notare che colui che tradisce non ha nessuna intenzione di lasciare il partner che sta tradendo, cosa che nelle due tipologie di tradimento precedenti invece viene messo in discussione. Qui non c'è la possibilità, o comunque il tentativo, di interrompere la relazione: non si è così certi, non si è così sicuri. Motivi legati alla personalità La quarta tipologia di tradimento è quella legata invece ad un aspetto prettamente individuale e personologico, più egoistico, nel senso che la persona tradisce perché di fatto non è mai entrata in relazione. Ci sono persone che vedono una relazione come una merce e splittano, dividono completamente i diversi piani / assi della relazione (ovviamente il sesso è uno di questi) ma anche la relazione stessa. Pensiamo ad esempio alle famiglie multiple, dove non si entra mai davvero in una relazione sentimentale: questa relazione sentimentale non può essere chiamata tale, quindi il traditore di fatto non ha un rapporto con il proprio partner, ovviamente all'insaputa del partner, ma mette in atto anche tutta un'altra serie di comportamenti che portano anche al tradimento per un bisogno individuale, non per un problema all'interno della coppia - di fatto la coppia in questo caso non esiste. ### Si può stare insieme nonostante la differenza d’età nella coppia? Differenza di età nella coppia: si può stare insieme lo stesso? Sì, è possibile stare insieme nonostante la differenza d’età. Tuttavia è importante considerare alcuni aspetti che possono diventare l’ago della bilancia rispetto al poterlo fare oppure no. Pensiamo per esempio a una coppia che ha circa 5 anni di differenza, gli stessi anni pensati su due ragazzi di 15 e 20 anni possono sembrare molti, rispetto a una coppia di 60 e 65 anni. Cosa fa la differenza? Una questione di obiettivi ed esperienze Indipendentemente dagli anni di differenza è importante essere bene attenti agli obiettivi di vita e ai valori delle persone che compongono la coppia, così come il periodo di vita che stanno vivendo. Si può pensare, per esempio, a una ragazza di 25 anni che ha appena iniziato l’università e un ragazzo di 30 che già pensa alla pensione o al contratto a tempo indeterminato. La coppia potrebbe avere difficoltà nel costruire un benessere emotivo a fronte della differenza di obiettivi a 25 e 30 anni, mentre un’altra di 40 e 45 anni potrebbe invece essere sulla stessa lunghezza d’onda. Valutare anche il giudizio sociale che spesso si scatena a fronte di una differenza d’età più importante di 5 anni è altrettanto fondamentale per il benessere della coppia, tale giudizio potrebbe influire negativamente sul suo benessere. Molte coppie vivono bene nelle loro mura, ma possono vivere i loro sentimenti in maniera negativa in un differente contesto sociale. Pensiamo ai commenti classici: “ma è il papà o il marito?”. A ciò si può aggiungere anche il pensiero negativo della famiglia o la difficoltà nell’avere degli amici. Stare insieme con una grande differenza d’età è possibile, è tuttavia bene valutare questi importanti aspetti! ### "Una relazione può finire perché uno dei due partner non vuole figli?" Assolutamente sì, una relazione può finire perché non si vogliono figli ed è uno dei motivi per cui relazioni più durature possono terminare. Le relazioni non sono mai stabili, quando lo sono diventano rischiose perchè implicano la staticità. La coppia è composta da due persone sempre in lento movimento quindi anche la coppia dovrebbe vibrare all'unisono, sviluppandosi. Quando la coppia diventa effettivamente statica e non cresce si instaura un cambiamento non omogeneo. Il cambiamento viene vissuto dall'uno o dall'altro, in questi casi, come un sacrificio, un peso. E' fondamentale chiedersi: quanto peso avverto rispetto il sacrificio fatto? Quando arriva il momento di vita in cui uno, o la coppia, chiede un figlio e dall'altra parte arriva "no" molti aspetti della coppia devono quindi essere ridiscussi. Più l'argomento è importante, come un figlio, più il cambiamento di velocità  delle due parti nello sviluppo della coppia sarà avvertito e sarà causa di vibrazioni dolorose e pericolose per il cammino all'unisono della coppia.   ### Cos'è una relazione sana? Una relazione sana è una relazione per cui  si vive  la parte appagante e travolgente ma, una volta che questa onda emotiva passa, diventa la base su cui instaurare un rapporto saldo con cui affrontare il mondo. Quando conosciamo qualcuno iniziamo a muoverci, danzare, per combinarci con l'altro. Ciò che consolida la relazione non è l'impatto iniziale ma come si sceglie di vivere insieme il mondo. Una relazione è sana nella misura in cui i vantaggi superano gli svantaggi e sono in grado di andare a bilanciarli. E' necessario comprendere se quando l'onda emotiva, erotica e di passione si abbassa lascia sul bagno asciuga scorie negative che diventano l'elemento tossico per la coppia. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### La terapia non è "ripetere il passato" Spesso, quando una persona chiama per prendere un appuntamento, mi dice che non è completamente convinta di voler intraprendere questo percorso perché non ha voglia di ripetere tutta la storia da capo, riprendere argomenti spesso dolorosi e ricordare nuovamente tutto. E' assolutamente legittimo decidere di posticipare il momento in cui iniziare un percorso psicoterapeutico è tuttavia necessario sottolineare che il percorso psicoterapeutico non è assolutamente la mera ripetizione del proprio passato. La psicoterapia non è scrivere una biografia ma iniziare dalla situazione attuale, dall'oggi della persona, andare indietro nel passato per quello che serve in modo tale da intervenire e scegliere il proprio futuro. Si costruisce il futuro nel modo che sentiamo di appartenerci. La terapia non è la scrittura della propria biografia ma è il concentrarsi su ciò che si sta vivendo, andare a pescare nel passato le info che servono per rileggere e riorganizzare da protagonisti il proprio futuro. Passato, presente e futuro sono inevitabilmente interconnessi ma sono in evoluzione e dinamici e l'occhio del terapeuta è necessariamente puntato verso il presente e soprattutto il futuro.   ### Sintomi: le ricadute sono parte del percorso Spesso, durante la terapia, soprattutto quando si ha a che fare con un sintomo come ansia, attacco di panico, depressione o disturbi alimentari, può capitare che ci sia una ricaduta. A questo, comunemente, segue la frase:" ecco, ho buttato via tutto, questo mi farà tornare indietro anni luce ed ora dovrò riaffrontare tutto da capo". Non è così, il sintomo non ha un funzionamento binario 0\1 per cui o c'è o non c'è. Talvolta alcuni sintomi, soprattutto quando sono lievi, possono funzionare in questo modo ma non è assolutamente la maggioranza dei casi. Generalmente il sintomo, dopo un intervento terapeutico efficace, presenta una remissione e talvolta, spesso, può ripresentarsi in qualche episodio sporadico. Ciò non significa che il sintomo si presenterà per sempre con episodi sporadici, vuol dire che stiamo vivendo quelle che si chiamano scosse di assestamento.  Molti sintomi funzionano in questo modo c'è una fase acuta, un successivo intervento terapeutico efficace quindi un'iniziale remissione dei sintomi ed un successivo ripresentarsi dei sintomi. Questa ricaduta non è necessariamente sinonimo di un ricominciare tutto dall'inizio come nel gioco dell'oca ma sono scosse di assestamento, spesso necessarie per la sua totale remissione. ### Tradimento: quando è più probabile e perchè   Ci sono varie tipologie di tradimento così come vari momenti in cui questo è più possibile. I tradimenti non sono tutti uguali così come i modi in cui vengono agiti. In questo articolo approfondiamo in particolar modo il tradimento per regolare la distanza, ovvero quel gesto messo in atto dal traditore per regolare le distanze:" avevo bisogno di respirare, mi sentivo in gabbia"; "ho sbagliato ma mi sentivo troppo stretto". Molto spesso traditori per distanza non sono consapevoli del perché agiscono il tradimento, ci si trovano dentro e si accorgono che da un lato il tradimento li fa stare bene e dall'altro comprendono sia distruttivo per la relazione. Come suggerisce la definizione della tipologia di tradimento queste persone tradiscono quando la relazione si stringe, quando la relazione con il partner si fa sempre più vincolante. Per esempio quando la famiglia si costituisce, quando si progetta il futuro, quando ci sono elementi che determinano il riconoscimento sociale della coppia come un matrimonio, l'acquisto di una casa o la nascita di un figlio. In questi casi la persona che agisce la fuga nelle dinamiche di vita quotidiane potrebbe tradire. Se un tradimento è agito per regolare le distanze nella relazione allora i momenti in cui il vincolo è sancito sono anche i momenti più caratterizzanti un tradimento. ### Come un dolore del passato può influenzare la relazione attuale Un dolore del passato può assolutamente influenzare la relazione attuale perché la memoria di un dolore è una memoria presente. Spesso si pensa, erroneamente, che la memoria abbia esclusivamente a che fare con il passato ma non c'è cosa più sbagliata. L'evento che ha causato la memoria di dolore è avvenuto nel passato ma il ricordo che ne abbiamo è presente e influenza la nostra vita presente e le nostre scelte. Le scelte che si compiono, a fronte del dolore della memoria, generano difficoltà nella relazione perchè, per esempio, ci si sottrae da una relazione che potrebbe farsi intima.  Spesso si fa "tira e molla" perché si hanno due relazione in contemporanea: una quella passata che non si riesce a chiudere e che è il generatore della memoria di sofferenza e l'altra  è quella presente che non sboccia a causa del dolore che si ricorda. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Perchè in amore è così difficile andare alla stessa velocità? Quando due persone si incontrano e scelgono di vivere una relazione devono compiere un balletto che inizia a renderli omogenei e sincroni. All'inizio di una coppia uno può accettare di portare avanti la coppia da solo oppure convince l'altro ad allinearsi e rendere quindi anche la coppia più felice. C'è un ruolo fondamentale: se io non sono sufficientemente sincero e non sono disposto a sbucciare le varie maschere difficilmente l'altro mi osserverà per come sono veramente.   E' necessario fare un passo per volta, con progressione, ma andare fino in fondo. Spesso ci si accontenta e nonostante si sappia che le maschere non sono state eliminate tutte non si scava ulteriormente. Questo, unito alle vicissitudini della vita e alle storie individuali, non porterà che ad un progressivo allontanamento.  Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Perchè mi stufo facilmente delle persone che ho accanto? Perché Mi Stufo Facilmente delle Persone che Ho Accanto? Uno dei temi più comuni che emerge nelle conversazioni psicologiche è il sentirsi annoiati o stufi delle persone che ci stanno accanto. Molti pazienti mi chiedono: "Perché mi stufo facilmente delle persone che ho accanto? Per me è un problema, hai dei consigli?" Questo fenomeno è strettamente legato alla nostra autenticità nelle relazioni e all'uso delle cosiddette "maschere". La Questione delle Maschere Innanzitutto, è importante comprendere che non dobbiamo necessariamente andare d'accordo con tutti, e non tutte le persone devono piacerci. Le relazioni più significative sono spesso poche e profonde, piuttosto che molte e superficiali. Tuttavia, il sentirsi stufi delle relazioni può indicare che non siamo realmente in contatto con le persone a un livello profondo. Quando parliamo di "maschere", ci riferiamo ai comportamenti e alle personalità che adottiamo per conformarci alle aspettative degli altri. Indossare una maschera significa non presentare veramente noi stessi agli altri. Di conseguenza, anche se otteniamo conferme e riconoscimento, non ci sentiamo realmente appagati perché sappiamo che non stiamo mostrando il nostro vero io. Un Esempio dal Cinema Consideriamo un classico esempio dei film comici romantici. Un ragazzo impacciato segue tutti i consigli del suo amico esperto di conquiste per riuscire a far colpo sulla ragazza dei suoi sogni. Cambia il suo aspetto, i suoi interessi e persino il modo di parlare per adattarsi alle preferenze della ragazza. Tuttavia, quando la relazione diventa seria, la ragazza scopre che lui non è veramente quello che ha mostrato di essere. Questo porta inevitabilmente a una crisi. Nel mondo reale, questo esempio cinematografico riflette una verità importante: ci stufiamo delle relazioni quando non ci riconosciamo in esse. Se continuiamo a indossare maschere, le relazioni risultano superficiali e insoddisfacenti, portandoci a cercare continuamente nuove persone. La Paura dell'Intimità Un altro motivo per cui ci stufiamo facilmente delle persone è la paura di entrare in una relazione autentica e intima. Mostrare il nostro vero io può essere spaventoso perché ci rende vulnerabili al rifiuto. Questo timore può portarci a mantenere le relazioni a un livello superficiale, evitando di varcare la soglia dell'intimità. Per superare questa paura, è necessario avere il coraggio di mostrarsi per quello che siamo realmente. Solo così possiamo costruire relazioni autentiche e durature. Anche se questo significa rischiare il rifiuto, è l'unico modo per trovare persone con cui possiamo avere una vera connessione. Il Coraggio di Mostrarsi Il punto cruciale è avere il coraggio di mostrarsi davvero. Questo implica accettare l'eventuale rifiuto dell'altro e riconoscere che non tutte le relazioni saranno profonde e significative. Tuttavia, quando ci mostriamo per quello che siamo, le relazioni che funzionano sono molto più appaganti e durature. Se ti ritrovi a stufarti facilmente delle persone, prova a riflettere su quanto sei autentico nelle tue relazioni. Indossi delle maschere per compiacere gli altri? Eviti di mostrare il tuo vero io per paura del rifiuto? Ricorda, il coraggio di essere se stessi è la chiave per costruire relazioni significative e soddisfacenti. In conclusione, il sentirsi stufi delle persone che abbiamo accanto è spesso un segnale che non stiamo vivendo relazioni autentiche. È importante lavorare sulla nostra autenticità e avere il coraggio di mostrarci per quello che siamo realmente. Solo così possiamo superare la noia e costruire relazioni profonde e appaganti. ### Filofobia: come si supera la paura di amare? Dottore, come si supera la paura di amare? La filofobia può nascere per tantissimi motivi diversi come situazioni traumatiche passate, auto profezie che si auto avverano che diamo di noi stessi.  Si smette di aver paura smettendo di nascondersi, smettendo di mascherare le debolezze ma mostrandole all'altro in modo che questo le accetti. Un'autore disse che "l'amore non è amarmi per ciò che sono ma ciò per cui nonostante sono", cosa molto diversa dall'aver paura di mostrare ciò che si è veramente. La paura di amare nasce dalla paura di soffrire, dell'essere rifiutato e denigrato quindi ci si sottrae da una situazione che nel breve periodo potrebbe fare stare bene ma sicuramente nel lungo periodo farà stare male. Superare la paura di amare significa accettare il rischio di soffrire ma darsi anche la possibilità che qualcosa si possa vivere: se io mi sottraggo dal rischio di amare mi sottraggo dal rischio stesso di stare bene, tuttavia sto comunque male. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Come può lo psicologo aiutare a risolvere un problema relazionale? Come può un esperto ad aiutare una persona, una coppia, in un problema relazionale? Un paziente mi disse: “dottore, ma lei parla e basta?”, si il terapeuta parla e basta aiutando il paziente a ri-narrare la propria storia. Infatti il paziente entra in terapia perché spesso non gli piace più la propria storia, trova delle incongruenze tra le storie nei vari ambiti della sua vita oppure non è sereno rispetto ciò, che della sua storia, rimandano gli altri. Il terapeuta si assume il ruolo di aiutare il paziente nel rinarrare la propria storia, aiuta il paziente, un po' come un sarto, nel trovare la trama della propria storia in modo da riallacciarla, ri-narrarla affinché il paziente la senta nuovamente propria. Quindi, sì, il terapeuta aiuta il paziente, una coppia per un problema relazionale “parlando e basta” offrendo nuove lenti attraverso le quali osservarsi. ### Perchè faccio sempre così tanta fatica a relazionarmi con gli altri? Dottore, perché faccio sempre così tanta fatica a relazionarmi con gli altri? Ad un primo livello possiamo rispondere alla domanda di questo paziente citando la classica mancanza di autostima, paura del giudizio, o ancora la paura di essere rifiutati. Questi sono tutti aspetti che, ognuno di noi se si è messo in gioco nella vita, ha vissuto. Siamo tutti stati rifiutati, siamo stati giudicati, abbiamo incontrato delle difficoltà e abbiamo messo in dubbio le nostre competenze. La risposta ad un secondo livello deve invece necessariamente approfondire quanto noi ci conosciamo, quanto abbiamo approfondito di noi stessi, quando siamo trasparenti riguardo chi siamo al punto da presentarlo all'altro. Spesso infatti la fatica a presentarsi agli altri è derivata dalla maschera di noi stessi che presentiamo agli altri: presentiamo ciò che noi crediamo l’altro voglia da noi, nonostante noi sappiamo sia una maschera, qualcosa di finto e costruito ad hoc. Questo determina la classica sindrome dell’impostore poiché presentando la versione alterata di noi stessi non ci sentiamo mai sufficientemente a nostro agio con  l’altro quindi crediamo di non poter mai ottenere il massimo dalle relazioni. ### Come gestire i problemi relazionali sul lavoro? Come gestire i problemi relazionali sul lavoro? Il ragionamento in questo argomento è molto diverso, innanzitutto non è assolutamente detto che l’altro sia interessato a noi a livello relazione come lo è per esempio con amici oppure in famiglia. Nel lavoro entrano spesso in giorno dinamiche gruppali e competitive, se nella relazione con l’altro nostro amico presumiamo che l’altro sia interessato al nostro benessere, sul lavoro non è scontato. La situazione quindi è dover spesso vivere un conflitto sul lavoro considerando anche che l’altro potrebbe avere un vantaggio personale su di noi nel farci sentire scomodi a fronte delle dinamiche competitive. Aziende in cui il mansionario e i ruoli sono ben definiti hanno infatti un successo diverso e più evidente rispetto ad aziende in cui ognuno calpesta i piedi all’altro. È assolutamente normale che, nel momento in cui c’è mobbing, denigrazione, tutte queste dinamiche siano evidenti e messe in luce per cui l’essere criticati è direttamente collegato al vantaggio da parte di chi critica. ### Cosa fare quando nella coppia manca comprensione? Cosa succede quando manca la comprensione?  Il termine comprensione è un termine complicato perché è importante capire cosa intende il soggetto con questo termine. Tendenzialmente, quando si parla di comprensione, ci si riferisce quasi sempre ad un conflitto nella coppia e due persone che non riescono a trovare un punto d’incontro. Il conflitto è sempre una risorsa, è estremamente concreto e ha il grande pregio di essere sincero. Se ognuno di noi presenta sé stesso all’altro questo aspetto nel conflitto crolla perché, ognuno nel conflitto stesso afferma la propria verità, sé stesso al 100%. Per quanto il conflitto “faccia schifo” dimostra sempre l’interesse della persona, denota passione e l’interesse che accende. Il conflitto ha il grande pregio di portare a galla la verità della coppia ed è questo il punto da cui partire: nel conflitto c’è il contenuto da cui ripartire. Nel momento in cui la coppia va oltre le parole dette nel momento più caldo, può trovare nel conflitto stesso il punto per ricominciare, ricominciare dalla verità emersa dalle parole dell’altro. ### Come gestire le crisi in famiglia? Come gestire una crisi in famiglia e quali le potenziali cause? La famiglia assume un ruolo fondamentale, è il luogo in cui ci componiamo che da conferma a noi stessi. La famiglia è anche il luogo in cui ci costruiamo e in cui abbiamo le relazioni primarie di attaccamento che colorano ciò che saremo. In famiglia la posta in gioco aumenta poiché o impariamo ad arginare l’idea che l’altro restituisce di noi oppure saremo sempre in balia del giudizio, della conferma o della disconferma che gli hanno di me ed io di me stesso. Per esempio penso ad un direttore d’azienda che in famiglia diventa, ritorna, il bambino di casa. Come risolvere? È fondamentale avere un’idea di sé integra e coesa, cosa sicuramente non facile. Infatti in tutti i contesti noi cambiamo tuttavia ognuno di noi deve dare un certo livello di coerenza. Quando esplodono i conflitti tendenzialmente abbiamo sentito che l’altro ci sta ponendo in una condizione lontana da ciò che noi siamo o crediamo di essere oppure perché ci facciamo trascinare da questa idea. Calando tutto ciò in termini pratici possiamo fare l’esempio della madre che dice al figlio, amministratore delegato, di stare attento in strada perché ci sono i pedoni oppure la madre che ricorda al figlio che è solo esclusivamente attraverso di loro, genitori, se lui è arrivato dov’è ora. È quando non veniamo riconosciuti che inizia il conflitto. ### Perché le relazioni sono così complicate e difficili da gestire? Quali sono i fatti, le cause, che fanno in modo che anche relazioni significative risultano difficili da gestire? Innanzitutto la premessa necessaria da fare a questa domanda è che ognuno di noi ha una rappresentazione di sé, un’idea che è data dalle esperienze, convinzioni, dalla nostra storia. Noi raccontiamo a noi stessi questa storia. Quando entriamo in relazione con qualcuno questa storia cerchiamo di confermarla, sia nel bene che nel male, esaltandola, facendo a noi percepire aspetti nuovi di noi stessi oppure aspetti negativi di noi. Più la relazione è importante e significativa, più la posta in gioco aumenta, più diamo peso all'altro e più la relazione si complica quando l’immagine che l’altro da di noi è diversa da quella che noi abbiamo di noi stessi. Capita che a seguito di questo il soggetto si ritira oppure si sviluppa il conflitto non accettando l’immagine rimandata dall'altro. La coppia può anche tuttavia rielaborare questa differenza di immagini e progredire, sviluppandosi crescendo. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Si può recuperare un amore dove non c'è più fiducia?   Si può recuperare un amore dove non c’è più fiducia? In linea di massima si, è possibile, tuttavia è molto difficile e molte persone nel tentativo di recuperare la fiducia in realtà causano danni ben peggiori. Spesso si costringono ad una vita infelice non volendo abbandonare ciò che tuttavia se ne è già andato. La fiducia è un po' come un vaso di ceramica, è sufficientemente resistente ma è anche molto fragile e quando cade va in pezzi quindi si distrugge, si frantuma. Può essere ricostruita, proprio come un vaso di ceramica, e c'è chi nell'atto della sua ricostruzione rende il risultato ancora più bello del vaso iniziale inserendo tra le crepe dell’oro. Attraverso questa forma d’arte la frattura diventa un aspetto da esaltare e non da nascondere poiché elemento impreziosito. Allo stesso modo ricostruendo la fiducia, la ricomposizione dei cocci può diventare argomento di verità e di vanto. È tuttavia da evitare una successiva rottura poiché, come il vaso di ceramica, qualora venisse nuovamente rotto allora i cocci saranno sottili al punto da non essere ricomponibili. La fiducia funziona esattamente nello stesso modo. Per ricostruire la fiducia dopo una prima rottura è fondamentale capire qual è il nostro oro da inserire nelle crepe, quali sono le motivazioni di coppia e le motivazioni individuali. È altrettanto fondamentale diventare consapevoli che non si può puntare a far tornare tutto come prima, poiché il “prima” è anche ciò che ha condotto la coppia alla rottura stessa. La ricostruzione è innanzitutto capire le motivazioni dell’altro, mettersi in una condizione di ascolto, di comprensione dell’altro, aspettarsi che l’altro faccia lo stesso con noi. La ricostruzione passa necessariamente dall'essere sufficientemente trasparenti.   ### E' normale essere gelosi della storia importante passata del partner? Dottore, ma è normale provare gelosia per la storia importante passata del partner? Questa è una domanda che mi viene fatta spesso e generalmente la risposta è:” sì, lo è”. È normale provare gelosia soprattutto in alcuni momenti della relazione poiché più probabile che si provi una sensazione di insicurezza, spesso legata alla relazione precedente del partner. Nel momento in cui si inizia una relazione, dopo i primi mesi o il primo anno, quindi dopo l’eccitazione e il travolgimento iniziale si inizia a pensare al futuro e non solamente al qui e ora da cui spesso il voler premere il freno e rallentare e un affievolimento della passione che invece caratterizza i primi tempi. In questo periodo è verosimile che emerga questa gelosia nei confronti dell’ex partner. Nel momento in cui ci con-poniamo con l’altro iniziamo il balletto relazionale con l’altro che ci permette di muoverci in maniera coesa verso un obiettivo possiamo anche avvertire l’ex come qualcosa di eccessivamente ingombrante. L’ex infatti può essere ancora nella testa del partner per motivi pratici come dei figli in comune, oppure perché il partner è ancora attratto dall’ex e ha tenuto un posto riservato nella sua testa. Oppure siamo noi estremamente suscettibili in termini di autostima, di considerazione di noi stessi e bisognosi di rassicurazione e conferma al punto che vediamo tutto come una minaccia. È fondamentale comprendere che questa gelosia è possibile ed è anche molto comune, è altrettanto fondamentale comprenderne le origini e le caratteristiche per conoscerla meglio quindi affrontarla in maniera positiva e costruttiva e non distruttiva per la coppia. ### Come mantenere vivo l'interesse di coppia? “Come mantenere vivo l’interesse di coppia?” Questa è una domanda un po' diversa da quelle che mi pongono solitamente. Una coppia a cui piace stare insieme verosimilmente può aver perso smalto, parte del brio a causa della monotonia. Questo può innescare un meccanismo di routine che porta a pensare che molti matrimoni finiscano per questo motivo: può essere finito l’amore ma a causa delle strade individuali che i partner prendono, cosa che genera la deriva della coppia. Come poter quindi mantenere vivo l’interesse di coppia? Innanzitutto è fondamentale darsi degli obiettivi condivisi. Una coppia riesce a rimanere tale nel momento in cui entrambe le persone sentono di avere un obiettivo in comune. La coppia soprattutto sente la necessità dell’altro partner per raggiungere l’obiettivo stesso, cosa quindi irraggiungibile nella propria individualità. Questo primo aspetto necessario per mantenere vivo l’interesse è collegato al secondo aspetto ovvero essere consapevoli che “tutto cambia”, che i presupposti, i valori, gli obiettivi, il partner e noi stessi cambieremo. È fondamentale e necessario prendere atto dell’aspetto del cambiamento per poterci muovere verso la sua accettazione. La persona con cui stiamo non è la stessa che abbiamo conosciuto e non sarà la stessa tra due o dieci anni.  È importantissimo essere consapevoli del cambiamento per governarlo e non esserne dominati in modo tale da sfruttarlo come risorsa per la coppia e non come strumento di allontanamento.     ### Perchè scelgo sempre lo stesso tipo di partner? Perché scelgo sempre lo stesso tipo di partner? Oggi in questo articolo risponderemo a questa domanda che apre a vari argomenti e approfondimenti. Innanzitutto noi scegliamo sempre lo stesso tipo di partner in funzione delle credenze che noi abbiano su noi stessi e sulla persona che poi andiamo a scegliere. Ognuno di noi racconta la propria storia di vita, ognuno di noi costruisce la rappresentazione che ha di sé e la rappresentazione che ha del mondo sulla base delle proprie esperienze passate, degli accadimenti e delle idee.  Attraverso la coppia non facciamo altro che andare a cercare ciò che ben si incastra e rimane coeso al copione che ognuno si è creato. Non sempre ovviamente ciò che riteniamo adatto a noi allo stesso tempo è anche ciò che ci fa stare bene come avremmo immaginato pertanto dopo aver “sbattuto la testa” 4\5 volte iniziamo a modificare il copione, rimescoliamo tutto il calderone. Di conseguenza può essere che il soggetto cambi, può essere che si cerchi un partner diverso può essere che modifichiamo le nostre aspettative tuttavia finché continuiamo a pensare che una persona rappresenti la tipologia di partner che meglio si combina con noi cercheremo sempre questa tipologia di persona. In tal senso sorgono due possibilità: potremmo aver ragione, quindi avere una certa consapevolezza di noi stessi tuttavia siamo sfortunati perché non siamo abbastanza attenti e acuti nel trovare e verificare nell'altro queste caratteristiche. Oppure, il secondo problema, il copione che ci raccontiamo quindi la persona che ci aspettiamo possa completarlo è sbagliato. Quando troviamo il partner che secondo noi rappresenta le caratteristiche giuste, che ha tutto ciò che pensiamo possa andare bene per noi tuttavia non ci fa stare come avremmo preventivato, ciò significa che il problema non è del partner ma è del copione che noi ci siamo raccontati di noi stessi. Questo, in breve, è il motivo e le varie sfumature del perché tendenzialmente scegliamo lo stesso partner tutto parte dal racconto che ognuno ha di se stesso, da quanto ognuno si conosce e da quanto è attento, a fronte del copione di se stessi, di cercare le caratteristiche che meglio si adattano a noi, nell'altro. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Separazione: quando e come dirlo ai figli Separazione: quando e come comunicare ai figli la separazione? Questa è una domanda da un milione di dollari che mi trovo spesso ad affrontare in stanza di terapia quando aiuto le coppie in questo momento delicato. Le variabili e le dinamiche da considerare sono diverse, non ci sono solamente delle motivazioni che portano alla separazione ma anche una serie di variabili legate al tipo di famiglia, al tipo di conflitto in essere che devono necessariamente essere valutate. Le alternative tendenzialmente si muovono tra i due poli: comunicare immediatamente ai figli la verità sulla volontà di separarsi anche se questo processo non è ancora iniziato ed è ai suoi albori oppure comunicare il tutto ai figli solamente nel momento in cui tutto è già stato definito. Le variabili da considerare, oltre la motivazione in sé della separazione, oltre alla possibilità che ci siano motivazioni molto gravi che mettono per esempio a rischio la salute dei membri della famiglia, sono molto varie. Innanzitutto è importante considerare l’età dei figli e in secondo luogo anche quanto i figli sono a conoscenza del conflitto dei genitori. In linea di massima una buona prassi, evitando inutili generalizzazioni, è che più il figlio è piccolo più la comunicazione dovrebbe essere fatta nel momento in cui la decisione è già stata presa e la separazione è organizzata. Ciò non significa comunicare al figlio la separazione il giorno precedente a quello in cui il genitore se ne andrà di casa. È importante che ci sia un preavviso relativamente breve che spieghi al figlio cosa sta accadendo ovvero che i genitori si separeranno nel giro di poco tempo come coppia ma che resteranno per sempre genitori. In secondo luogo è importante valutare quanto il figlio sa del conflitto, quando è conscio, quando ha compreso ed avvertito?  I figli vedono spesso i genitori litigare, avvertono le minacce di separazione che i genitori spesso si lanciano e comprendono il clima casalingo. Quanto pensi tuo figlio sappia?  A ciò è fondamentale adattare la comunicazione allo stile comunicativo stesso del bambino, comunicare la separazione ad un figlio adolescente deve necessariamente essere diversa dalla comunicazione effettuata ad un bambino di 5 anni. Qualora un bambino, pur piccolo che sia, sia consapevole della situazione di coppia dei genitori è importante valutare se renderlo consapevole del processo di separazione in atto attraverso un linguaggio ed una comunicazione a lui adatta. Ciò, naturalmente, non significa che bisogna renderlo responsabile della scelta compiuta dai genitori, anzi, il genitore deve essere all’altezza di togliere qualsiasi responsabilità dal figlio. Se ti trovi in questa situazione valuta anche tu queste variabili in gioco: quali le motivazioni? Quanti anni ha tuo figlio? Quanto credi sappia? Quando credi sia utile renderlo consapevole?   ### Separazione: è inutile provare a cambiare per l'ultima volta il partner Separazione, quando si sceglie di separarsi è inutile provare a cambiare per l’ultima volta il partner, non ha senso provare a cambiarlo\a durante il processo della separazione.  Non si deve scegliere di utilizzare la separazione come pretesto per dare un’ultima lezione o un ultimo tentativo al partner. Nel momento in cui una coppia decide di separarsi sia che entrambi siano d’accordo, sia che la decisione provenga solamente da uno dei due partner, la coppia o il partner tenta di far valere per l’ultima volta la sua posizione, il suo punto di vista, ripetendo quindi la dinamica sulla quale la coppia si scontra. Se una coppia arriva a separarsi è perché reciprocamente non si è contenti, perché ci sono delle cose dell’altro che danno fastidio, per esempio un paziente ci riferisce che lui nella coppia è quello che ha sempre preso tutte le decisioni più o meno importanti e questa cosa non gli stava bene. Il paziente ha quindi provato in tutti i modi a cambiare la coppia e la moglie, ha provato a spronarla, non essendoci riuscito è giunto alla decisione di separarsi. Giunto alla scelta della separazione, afferma:” questa volta però deve decidere lei, deve essere lei che compie il passo e non devo essere io a organizzare tutto, io non sono più disposto a farlo”. Questa è la dinamica disfunzionale con la quale si tenta di cambiare il partner per l’ultima volta. Perché è disfunzionale? Se si è deciso di separarsi non serve provare a cambiare per un’ultima volta il partner, se si è deciso di iniziare l’allontanamento non ha senso ripetere le dinamiche che hanno portato alla separazione stessa. Oltre a confondere le acque, questo atteggiamento, non fa altro che incistare ulteriormente il problema.       ### Sesso: come cambia la storia di coppia Oggi proponiamo una breve riflessione sul sesso e di come il suo cambiamento di significato impatta sulle relazioni sentimentali. Il sesso, come tutto, ha seguito una sua personalissima evoluzione. Negli anni è passato da essere tabù e peccato e dover essere necessariamente riservato e taciuto ad oggi quindi essere comunicato, esplicitato, contrattato. Oggi è presente ovunque, lo troviamo nelle serie tv, nei film, suo social network. Il sesso e la sessualità si sono progressivamente esplicitati, ciò che avviene però è che non è che si parla di sesso in termini prettamente astratti o teorici ma anche e soprattutto in termini personali quindi del proprio modo di farlo. Non c’è stata solamente un’evoluzione generalista del sesso ma una evoluzione ed esplicitazione anche in termini personali, privati, ci si lamenta del poco sesso che si fa, della sua scarsa qualità, della sua monotonia. Di contro ci si esalta per il nuovo partner sessuale, della prestazione avuta o delle proprie fantasie. Tutto è in qualche modo normalizzato ma al tempo stesso esplicitato. L’esplicitazione viaggia di pari passo con la normalizzazione, non c’è nulla di sbagliato di per sé e non c’è nulla di male nel scegliere di condividere o di parlare anche di aspetti privati. Questo tuttavia porta ovviamente delle conseguenze non perché sia qualcosa di sbagliato, ma perché porta ad una nuova idea e questa ha un impatto su di noi. Finché il sesso è stato considerato come una componente privata, della coppia, aveva una funzione di esclusività, di collante nella coppia, sia nel caso in cui nella coppia andasse tutto bene ma soprattutto qualora la coppia avesse dei problemi. In quest’ultimo caso, il sesso, diventava qualcosa da proteggere, di privato e di intimo che assumeva un ruolo fondamentale nel tenere unita la coppia poiché aveva una storia privata, personale. Il sesso, con la sua esplicitazione, ha perso questo ruolo nel tenere unita la coppia poiché la coppia stessa non ha più qualcosa di segreto, di riservato, attorno al quale costruirsi.       ### Sesso nella coppia: 3 indicatori di crisi   Parliamo di sessualità di coppia e di alcuni elementi, nella fattispecie 3 che la mettono in crisi e che inevitabilmente risultano essere dei fattori di rischio sul proseguo della relazione o comunque sulla bontà della stessa. Il primo aspetto è sicuramente la monotonia, questo è un rischio enorme che inevitabilmente tutte le coppie, che sono insieme da qualche tempo, si sono trovate a sperimentare e che hanno dovuto affrontare e superare, se effettivamente adesso si trovano in una vita sessuale appagante. La monotonia la riconosciamo quando esiste tutta una serie di regole di sistema che governa il rapporto sessuale, come una specie di script e di copione che viene ripetuto in tempi e modalità. Questo, tendenzialmente, toglie qualsiasi tipo di entusiasmo, di novità, di sfida e interesse che sicuramente permette un certo livello di piacevolezza nel rapporto ma al tempo stesso lo priva di quel brio e novità che il sesso richiede. Il secondo aspetto è quello di vedere il sesso come una prestazione quindi come una prova da eseguire, qualcosa per cui sentirsi sotto esame. Questo determina il non riuscire a lasciarsi andare nell'atto e, anche in questo caso, ripetere un copione prestazionale che magari non dipende tanto dall'altro quanto dalle idee che noi abbiamo sul sesso. Il terzo aspetto infine è quello di poter diventare funzionali o meglio evitare di rimanere autonomi, indipendenti ed ermetici nella relazione quindi non chiedere all'altro che cosa piace, quali sono le sue fantasie e tenerlo a distanza. Questi sono solo alcuni degli elementi che possono essere presenti all'interno della sessualità di coppia e che possono andare a comprometterla, intervenendo quindi di conseguenza anche sulla qualità di vita della coppia stessa. ### Tradimento: come riconquistare la fiducia   Il Problema della Fiducia Tradita Come riconquistare la fiducia dopo un tradimento? Questa è una delle domande che mi arriva più spesso, sia tramite social che da persone che leggono quello che faccio o guardano i video che condivido. Quindi, ho deciso di scrivermi per offrire un aiuto su questo tema estremamente attuale e frequente, sia all'interno della stanza di terapia sia nella vita di tutti i giorni. La fiducia è una delle principali cose che viene compromessa nel momento in cui si scopre un tradimento. Quando la coppia decide di provare a rimanere insieme dopo un tradimento, la fiducia diventa essenziale per il rapporto e inevitabilmente per il futuro della coppia. La Metafora del Vaso di Ceramica La fiducia, per utilizzare una metafora, può essere vista come un vaso di ceramica. Quando si rompe la prima volta, è relativamente semplice ricomporlo: si prende la colla e si cerca di riunire i cocci, che solitamente sono pezzi sufficientemente grandi da poter essere riuniti e ricomposti. A volte, il risultato finale è addirittura più bello, più gradito e piacevole rispetto al vaso originario. Esiste addirittura una tecnica giapponese chiamata kintsugi, che consiste nel ricomporre i vasi inserendo oro nelle venature delle crepe, rendendo il vaso ancora più prezioso. Non si nasconde il problema, ma lo si esalta. Le Difficoltà di una Seconda Rottura Il problema è che, nel momento in cui il vaso si rompe una seconda volta, i pezzi rischiano di essere troppo piccoli per poter essere incollati nuovamente. La fiducia persa potrebbe essere difficile da recuperare. Quindi, il valore inevitabilmente viene perso. Inoltre, nel momento in cui qualcosa si è appena rotto, è anche la fase più delicata, in cui una possibile frattura è più probabile, poiché c'è una sensibilità diversa. La fiducia funziona esattamente allo stesso modo. Una volta tradita, è possibile ricostruirla, ma come nel kintsugi, l'opera di ricostruzione è estremamente delicata. La persona tradita deve affrontare i propri sensi di colpa e i comportamenti sbagliati del partner per riuscire a rimettere insieme i pezzi della fiducia. L'Importanza della Sincerità e della Trasparenza Per fare questo, si deve mettere in atto una prova di grande fiducia, magari anche attraverso il conflitto. Cosa vuol dire? Per ricostruire una relazione di coppia e la fiducia quando questa viene compromessa, è necessario essere estremamente aperti, sinceri e trasparenti con se stessi e con l'altra persona. Bisogna capire la dimensione dei cocci, quali sono le facce che combaciano e se effettivamente c'è la possibilità di ricostruire il vaso della nostra fiducia. Affrontare le Vere Motivazioni del Tradimento Nel momento in cui ci si trova ad affrontare il perché del tradimento, non ci si può nascondere dietro scuse come "è capitato", "mi dispiace", "non so cosa mi sia successo", "ero ubriaco", o "la carne è debole". Queste scuse non affrontano le grandi motivazioni alla base del tradimento. Ha molto più senso dirsi: "Ho dei dubbi sulla nostra relazione", "sono stato un egoista", "ho preferito il mio benessere personale a quello della coppia", "sono venuto meno ai patti di esclusività della nostra relazione", o "sono stato stupido e ho manifestato il mio disagio con un comportamento inappropriato". Questo tipo di sincerità può essere difficile, ma è essenziale per valutare se effettivamente il rapporto può essere riparato. La fiducia reciproca richiede un atteggiamento emotivo aperto e onesto, indispensabile per superare i problemi di coppia. Il Kintsugi della Fiducia L'opera di kintsugi, l'arte di porre l'oro nelle crepe per ricostruire il vaso, è possibile. È possibile ricostruire la fiducia dopo un tradimento, ma probabilmente solo una volta. Dopo di che, i pezzi potrebbero essere troppo piccoli per essere incollati nuovamente. La tecnica della sincerità e della trasparenza, che a volte può essere confusa con durezza, è fondamentale. Bisogna comprendere i valori personali e di coppia che hanno generato il tradimento e la situazione di difficoltà. Le promesse fatte devono essere rispettate, e le azioni concrete devono dimostrare un impegno reale nel ricostruire il rapporto di fiducia. Conclusione: La Fiducia come Fondamento della Coppia La fiducia è preziosa, un elemento fondamentale e fondante della coppia. Nel momento in cui viene meno, è rotta per sempre, soprattutto se non si sceglie di lavorare per ripararla immediatamente. Accampare scuse come "mettiamo tutto sotto il tappeto" o "tutto tornerà come prima" non fa altro che indebolire ulteriormente le crepe già presenti nel vaso. Dobbiamo passare attraverso la trasparenza dei valori, spiegare perché questa cosa è capitata, capirlo e valutare se c'è la possibilità di proseguire la relazione. Solo così è possibile mettere il primo mattoncino, il primo filone d'oro, per ricomporre il nostro vaso della fiducia. La fiducia nella coppia, una volta ricostruita, deve essere protetta e valorizzata, evitando atteggiamenti e azioni deludenti che potrebbero compromettere nuovamente il rapporto. Solo con un impegno costante è possibile dare un'altra possibilità alla relazione, trasformando la fiducia perduta in una fiducia condizionata e rafforzata dalle esperienze condivise.       ### Psicoterapia: il copione del paziente ed il ruolo del terapeuta   Il terapeuta non può permettersi di replicare il copione del paziente! Ho già fatto numerosi video sulla psicoterapia, sul suo funzionamento e sulla sua efficacia e su quando non solo non risulta utile ma potrebbe arrecare danno. Uno dei momenti in cui la terapia può arrecare danno al paziente lo riconosciamo quando il terapeuta replica il copione del paziente e collassa, colludendo con ciò che il paziente porta dando pedissequamente ragione. Questo può accadere nel momento in cui il terapeuta non comprende la situazione o non comprende come poter andare a modificarla. Ognuno di noi porta una storia, racconta se stesso e cerca di rendere la storia comprensibile a chi ha di fronte. Questa storia sarà inevitabilmente piena di giustificazioni, di rassicurazioni e motivazioni che tendono a spiegare il perché ci siamo comportati. Il terapeuta deve riuscire a comprendere la narrazione ed anche cosa di essa non funziona e che non permette, al paziente,  di stare bene. E’ come andare ad aiutare il paziente a modificare la propria narrazione per riuscire a ritrovare un senso coeso. Non mi addentro su quali sono le tecniche e i meccanismi che permettono ad un terapeuta di fare questo ma mi concentro su quanto il terapeuta, non riuscendoci, collassa su ciò che il paziente racconta confermandolo, dandogli ragione. Questo è uno degli effetti più rischiosi e iatrogeni dell’inefficacia della terapia. Innanzitutto collassando sulla storia raccontata dal paziente non gli si permette di ritessere la trama della propria storia, non si permette di cambiare la propria storia in un’accezione positiva. Non si sta inoltre permettendo al paziente di utilizzare la stanza di terapia come ambiente protetto per sperimentarsi, e riorganizzare la propria cassetta degli attrezzi che andrà poi ad utilizzare fuori dalla stanza di terapia. Infine un ultimo aspetto importante sta nel fatto che se un terapeuta collassa sulla storia raccontata dal paziente di fatto non sta facendo psicoterapia ma sostegno psicologico, consulenza psicologica. La psicoterapia ha infatti come obiettivo di innescare un cambiamento sufficientemente perturbativo affinché permetta una nuova riorganizzazione della sua visione del mondo.           ### Tradimento: l'elemento più importante per superarlo   Oggi parliamo di tradimento e nella fattispecie del suo superamento, di qual è il principale limite ed errore che si fa nell'affrontarlo e quindi potenzialmente nel risolverlo. I fattori che determinano un tradimento e quelli che determinano la sua risoluzione sono parecchi e sono principalmente dovuti alla volontà dei due partner. Ciò che spesso mi trovo ad identificare come situazione sine qua non per la risoluzione del tradimento è compiere una scelta. Molte volte nell'affrontare un tradimento le persone dicono “va bene mettiamoci una pietra sopra, facciamo finta che nulla sia successo” come primaria reazione ingenua e istintiva. Tuttavia è necessario che successivamente la coppia si metta a tavolino e faccia i conti con se stessa esplicitando la scelta di proseguire quindi predisporre le risorse necessarie per poterlo fare oppure di interrompere la relazione. Naturalmente non è una scelta facile tuttavia la scelta è condizione necessaria. Ciò che infatti mi trovo spesso ad osservare è che le persone in realtà non scelgono, non prendono una decisione su ciò che vorrebbero per la coppia. Il rischio maggiore, per queste coppie, è che difficilmente torneranno ad essere felici poiché la paura in termini di mancanza e di possibilità di perdita sarà tale da impedirne la ricostruzione serena e felice.   ### Coronavirus e quarantena: come sono cambiati i sintomi psicologici Oggi propongo una breve riflessione sull’impatto che il coronavirus e la quarantena hanno avuto sul disagio psicologico. Non mi riferisco a tutte quelle situazioni che potrebbero essere generate come conseguenza da coronavirus e quarantena ma a tutte le situazioni di disagio psicologico pregresse, preesistenti, precedenti alla pandemia. Per affrontare questo discorso a mio avviso ci sono due fattori da considerare. Innanzitutto la risonanza diretta che la pandemia e la quarantena hanno avuto sulla sintomatologia quindi i sintomi pregressi alla pandemia. È importante approfondire se la condizione attuale dei sintomi, magari peggiorati, abbia una connessione diretta con la quarantena. Per esempio una persona soggetta a sintomi agorafobici quindi che ha paura ad allontanarsi da casa, ha paura degli spazi aperti, vede ridursi i sintomi come conseguenza dell’essere costretti a stare in casa. Di contro invece una persona soggetta a sintomi claustrofobici, ovvero desiderosa di libertà e spazi aperti, potrebbe aver notato un peggioramento degli stessi. Come emerso dagli esempi la situazione vissuta può aver fatto da cassa di risonanza, da eco, alla patologia con l’aggravarsi dei sintomi. Il secondo fattore che deve essere considerato è inerente alla condizione di stallo in cui la pandemia e la quarantena ci hanno posto. Questo stallo ha inevitabilmente un effetto sul disagio psicologico, aumentandolo o riducendolo tuttavia con degli effetti diversi. La risonanza spesso non è direttamente e immediatamente visibile, per esempio nel momento in cui una persona vive una sintomatologia depressiva, ci possono essere stati degli effetti peggiorativi legati alla situazioni vissuta come il cambio di abitudini oppure alla solitudine. Spesso quindi sono state vissute situazioni che hanno incrementato il sintomo i cui effetti tuttavia non sono direttamente visibili. L’obiettivo di oggi non è creare sterili generalizzazioni ma gettare lo sguardo sul fatto che sarebbe sbagliato illudersi ingenuamente che a seguito della quarantena non ci sia la necessità di lavorare su se stessi. Illudendosi si correrebbe il grossissimo rischio di sottovalutare l’effetto della pandemia quindi vivere la fase 2 come “se fosse tutto passato” peggiorando notevolmente le conseguenze di ciò che abbiamo vissuto.   ### Stanco dopo il colloquio? “Sa dottore che una volta terminato il colloquio mi sento stanco e affaticato? Avverto la testa pesante, piena di pensieri come se avessi lavorato per 8 ore.” Ti sei mai chiesto cosa rende il colloquio psicologico e psicoterapeutico così denso e impegnativo sia dal punto di vista emotivo che dal punto di vista energetico? Dal mio punto di vista gli aspetti che concorrono appunto a questo sono tre. Innanzitutto il lessico che viene utilizzato, ovvero parole e termini tecnici, rende più complessa la comprensione diretta della conversazione. Lo psicologo naturalmente deve riuscire a parlare la lingua del paziente, è altrettanto vero però che il linguaggio all'interno della terapia viene continuamente costruito e aggiustato dal paziente e dal terapeuta che devono riuscire a sviluppare un loro linguaggio comune.  Durante i primi colloqui si può quindi avere la sensazione come se si stesse parlando una lingua straniera che si padroneggia e si comprende, tuttavia lo sforzo mentale che viene richiesto per riuscire a comprendere ed essere comprensibile è sicuramente maggiore. Il secondo aspetto è che nel colloquio terapeutico non si parla solo di sé, il terapeuta infatti indaga, fa delle domande, approfondisce e prende informazioni che cerca successivamente di far vedere al paziente sotto un altro punto di vista.  La ri-narrazione della propria storia comprende la necessità di conoscersi e sapersi narrare cosa che richiede naturalmente fatica. Questo è collegato al terzo aspetto, la narrazione inconscia che in qualche modo viene messa in atto a seguito del colloquio e durante alcune fasi del colloquio stesso diventa come un dialogo interno, inconscio, che continua a lavorare sulla ri-narrazione della propria storia. Il dialogo inconscio che inizia durante il colloquio rimane latente in noi anche successivamente e continua a lavorare anche senza il nostro diretto controllo cosciente. Queste tre aspetti concorrono e collaborano durante e successivamente un colloquio nel generare la tipica stanchezza avvertita dopo un colloquio psicoterapeutico.   ### Preferirei avere un problema fisico piuttosto che psicologico “Sa dottore, tante volte preferirei avere un problema fisico, una patologia, piuttosto che l’ansia o la depressione” Questa è una frase che talvolta mi sento dire dalle persone al momento in cui affrontano un lavoro terapeutico. È estremamente comprensibile perché lo dicano, tendenzialmente sono scoraggiate, si trovano in difficoltà e non riescono bene a capire in che direzione devono muoversi per affrontare il loro problema. Magari ci hanno provato più volte in autonomia, con l’aiuto degli amici e in estrema ratio scelgono di rivolgersi ad un terapeuta. Ciò che secondo me sottende davvero questa frase è proprio l'ignoto, la paura che l’ignoto e l’incomprensibile suscita in noi e in queste persone che si trovano a vivere un disagio psicologico. Le sofferenze psicologiche spesso sono avvolte e contrassegnate dall'ignoto tant'è che una persona arriva a dire “preferirei avere un problema fisico” poiché quest’ultimo è “lì davanti” è visibile attraverso evidenze scientifiche, ha un nome e delle terapie che risultano essere strutturare. Non che questo non sia vero per la malattia mentale, tuttavia per questa i confini risultano essere più diffusi e indefiniti, quindi c’è un certo grado di comprensibilità che viene meno al paziente. Il paziente fatica a capire i confini del suo disturbo, non comprende qual è il mostro e non ha un’idea chiara di esso, delle cause e delle conseguenze quindi di cosa fare per sconfiggerlo. Questo getta il soggetto nello sconforto, nell'insicurezza, nell'ansia e nel panico.     ### Paura di amare e paura di innamorarsi: la filofobia La filofobia è la paura di innamorarsi e di amare. Il termine deriva dal greco philos (amore) e phobos (paura), e descrive una condizione di psicologia clinica in cui la persona prova un forte timore verso il coinvolgimento affettivo. Chi soffre di questa fobia teme di lasciarsi andare emotivamente, di entrare in una relazione sentimentale e di mostrarsi nella propria vulnerabilità. Questa paura può manifestarsi come diffidenza, distacco o, nei casi più intensi, come una vera e propria fobia relazionale.Cosa significa avere paura di amareLa filofobia, la paura dell’amore, non riguarda solo il timore dell’amore in sé, ma soprattutto la paura di soffrire, di essere derisi, traditi o abbandonati. Alla base possono esserci esperienze passate dolorose — come relazioni finite male, tradimenti o delusioni — ma anche legami primari difficili, come un accudimento instabile o un attaccamento insicuro durante lo sviluppo.Chi ha vissuto queste esperienze può interiorizzare il senso che amare significhi esporsi, perdere il controllo e correre rischi. Per questo motivo, l’amore diventa qualcosa da cui difendersi e la vita affettiva viene vissuta come un disturbo da contenere piuttosto che come una risorsa.Le cause della filofobiaLe cause della filofobia possono essere molteplici e spesso intrecciate tra loro. Tra le più comuni troviamo:Esperienze sentimentali negative, come tradimenti o abbandoni;Relazioni familiari disfunzionali, in cui l’affetto è stato associato a dolore o mancanza di fiducia;Traumi emotivi non elaborati, che generano paura del contatto e del coinvolgimento;Bassa autostima e timore di non essere all’altezza del partner;Disturbi d’ansia o esperienze di attaccamento insicuro;Una storia personale segnata da riferimento costante alla regola “meglio non sentire” per evitare di soffrire.Capire le cause personali di questa fobia è fondamentale per iniziare un percorso di consapevolezza e cura.Le diverse forme della filofobiaLa filofobia può manifestarsi in diversi modi e intensità, ma spesso si riconoscono due principali atteggiamenti:1. L’anoressia sentimentale ed emotivaIn questa forma, la persona filofobica appare fredda, distaccata e razionale. Evita le relazioni e reprime le proprie emozioni per non soffrire. È come se costruisse un muro attorno a sé, rinunciando anche a quelle sensazioni che potrebbero portarle piacere e gratificazione.2. La paura di lasciarsi andareIn altre situazioni, chi soffre di filofobia desidera una relazione e riconosce il bisogno di condivisione e intimità. Tuttavia, la paura di amare e la paura di innamorarsi sono così forti da portare a sabotare le relazioni. Si evitano legami troppo profondi, si mantengono le distanze e spesso si trova un pretesto per interrompere rapporti che stavano nascendo.Questo comportamento alimenta un circolo vizioso: la persona si sente sola, ma allo stesso tempo giustifica la propria chiusura come forma di protezione. Così, nel tentativo di evitare la sofferenza, finisce per autoisolarsi e sperimentare proprio quella sofferenza che voleva evitare.Sintomi e comportamenti della filofobiaTra i principali sintomi della filofobia troviamo:Ansia o disagio di fronte alla possibilità di una relazione o di un nuovo rapporto;Difficoltà a fidarsi o lasciarsi andare emotivamente;Tendenza ad allontanarsi quando il legame diventa più intimo;Sensazione di perdita di controllo e vulnerabilità;Bisogno di mantenere il distacco per paura dell’amore e del rifiuto;Dubbi continui sulle proprie capacità di stare in coppia e di reggere il coinvolgimento.Questi comportamenti non derivano da mancanza di affetto, ma da una paura dell’amore profonda e spesso inconscia, che può assumere le dimensioni di altre fobie specifiche.Filofobia in psicologia: diagnosi e riferimentiDal punto di vista della psicologia, la filofobia non è una diagnosi ufficiale nel DSM‑5: non esiste una voce “filofobia” come disturbo a sé stante. Piuttosto, si può parlare di paura specifica legata al coinvolgimento affettivo che, in alcuni casi, si associa a disturbi d’ansia, evitamento dell’intimità o altre fobie. La diagnosi spetta sempre a un professionista; il presente contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione clinica.Riferimento: nella pratica clinica, il fenomeno è osservato in numerosi individui e persone, spesso in situazioni in cui precedenti ferite relazionali hanno reso l’oggetto “amore” potenzialmente pericoloso.Un breve test di auto‑valutazione (non diagnostico)Questo test serve solo come spunto di riflessione: rispondi Vero/Falso.Evito legami profondi per paura di essere ferito.Quando sento innamoramento, provo ansia e voglia di fare un passo indietro.Inizio relazioni ma le interrompo quando cresce l’intimità.Mi sento spesso senza controllo quando vivo emozioni intense.Penso che, per stare al sicuro, sia meglio non provare sentimento.Se hai risposto “Vero” a molte affermazioni, potresti riconoscerti in alcune parti della filofobia. Solo un professionista può fare una diagnosi.Trattamento e cura: come superare la paura dell’amoreSul fronte del trattamento, la cura della filofobia passa attraverso percorsi evidence‑based. In modalità individuale o di coppia, possono essere utili:Psicoterapia (ad es. cognitivo‑comportamentale, schema therapy, approcci focalizzati sulle emozioni);Interventi sul controllo dell’ansia e tecniche di regolazione emotiva;Lavoro su barriere e credenze disfunzionali sul legame e sull’affetto;Addestramento alle modalità di comunicazione e al contatto;In alcuni casi, invio al medico per valutazioni sulla salute generale.Nella mia esperienza clinica, molte persone filofobiche scoprono che imparare a fidarsi, poco alla volta, è possibile. L’amore può tornare a essere una fonte di crescita e non di paura.Se desideri un servizio di consulenza o un percorso personalizzato, puoi contattarmi: valuteremo insieme modo e tempi più adatti alla tua vita e alla tua storia.Relazioni di coppia e barriere al coinvolgimentoNella coppia, la filofobia può generare fraintendimenti: il partner può interpretare il distacco come mancanza di affetto. In realtà, la persona cerca di proteggersi. Alcuni suggerimenti pratici:Esplicitare bisogni e limiti del coinvolgimento fin dall’inizio della relazione;Concordare modalità graduali di contatto e vicinanza;Riconoscere i segnali di ansia e attivare strategie di regolazione;Cercare un punto di vista condiviso, magari con l’aiuto di un professionista;Ricordare che la qualità del legame si costruisce nel tempo.In sintesiLa filofobia è la paura di amare e di essere amati.Spesso nasce da esperienze di sofferenza o rifiuto.Può portare a chiusura emotiva, ansia e sabotaggio delle relazioni.Con consapevolezza, cura e supporto terapeutico, si può superare e ritrovare fiducia nei legami. Domande frequenti sulla filofobia Che cos’è la filofobia? È una fobia relazionale che indica la paura intensa di innamorarsi o di entrare in una relazione affettiva. Quali sono i sintomi della filofobia? Tra i sintomi più comuni ci sono ansia, evitamento, difficoltà nel lasciarsi andare, paura del rifiuto e sabotaggio delle relazioni. Quali sono le cause della filofobia? Possono includere traumi emotivi, esperienze sentimentali negative, relazioni familiari difficili o paura dell’abbandono. Come capire se si soffre di filofobia? Se eviti relazioni affettive, provi ansia quando qualcuno si avvicina troppo o temi di essere ferito, potresti riconoscerti in alcuni aspetti della filofobia. Come si cura la filofobia? Attraverso un percorso terapeutico è possibile elaborare le paure legate all’amore, migliorare l’autostima e costruire relazioni più serene e autentiche. Come superare la filofobia? Lavorando su barriere e credenze, imparando tecniche di regolazione dell’ansia e, se utile, intraprendendo una psicoterapia mirata. Perché si soffre di filofobia? Spesso per la combinazione di esperienze dolorose, fobie apprese e timore di perdere il controllo nelle relazioni. Come comportarsi con chi soffre di filofobia? Essere empatici, non forzare il coinvolgimento, rispettare i tempi dell’altro e, se serve, proporre un aiuto professionale. Che cos’è la filofobia in psicologia? Un quadro di paura dell’amore che, pur non essendo una diagnosi autonoma nel DSM 5, può rientrare tra i disturbi d’ansia o nelle fobie specifiche. philofobia e filofobia sono la stessa cosa? Sì: philofobia è una variante ortografica usata talvolta come termine di riferimento, ma in italiano si usa filofobia. Se ti riconosci in queste parole e senti che la paura di amare ti impedisce di vivere relazioni autentiche, puoi contattarmi per parlarne insieme. Un percorso psicologico può aiutarti a comprendere e trasformare questa fobia dell’amore in una nuova possibilità di incontro. ### Fasi della risposta sessuale e disturbi collegati (uomo e donna) Oggi approfondiamo le fasi di risposta sessuale nell’uomo e nella donna e la loro relazione con le disfunzioni sessuali. Quando e dove, le disfunzioni sessuali maschili e femminili, si presentano nelle fasi di risposta sessuale? Le fasi di risposta sessuale sono quelle che occorrono, dal punto di vista cognitivo e fisico nel momento in cui ci approcciamo ad avere un rapporto sessuale. La prima fase è “l’eccitamento”, ovvero il momento in cui si innescano fantasie e si susseguono stimoli. Dal punto di vista tattile per esempio si prepara il corpo ad avere un rapporto sessuale. La fase successiva è chiamata “plateaux” nella quale c’è un consolidamento dell’eccitazione ed è preparatoria all’orgasmo. Anche in questa fase ci sono cambiamenti neurologici, vascolari e muscolari sia nell'uomo che nella donna. La terza fase è quella in cui avviene l’orgasmo che è seguita dalla risoluzione del rapporto in cui l’uomo entra nella fase refrattaria e nell’impossibilità di avere un successivo rapporto sessuale. Le disfunzioni sessuali sono sette, quattro sono prettamente maschili e tre femminili. Delle quattro riguardarti l’uomo due di queste hanno a che fare con l’eiaculazione precoce o ritardata ed una con il desiderio ipoattivo quindi la mancanza di desiderio. Le altre due disfunzioni sono la disfunzione erettile o perdita di erezione. Le disfunzioni sessuali tipicamente femminili invece sono anch'esse legate ad un possibile desiderio ipoattivo, alla sensazione di provare dolore durante un rapporto sessuale o l’anorgasmia. Ogni disfunzione è diversa, ha caratteristiche diverse e si presenta in momenti diversi di risposta sessuale. Il calo del desiderio, o desiderio ipoattivo, si presentano sia nell'uomo che nella donna prima di un rapporto sessuale e sono a monte di tutto poiché generalmente c’è un problema nell'eccitamento. Gli altri disturbi invece sono presenti in momenti diversi: la disfunzione erettile o la perdita di erezione coinvolgono la face di eccitamento e il plateaux, mentre l’eiaculazione precoce o ritardata coinvolgono la fase dell’orgasmo. Questo diversamente dalla donna nella quale l’anorgasmia ha a che fase con la fase orgasmica e il vaginismo (dolore durante un rapporto) coinvolge la face di eccitamento e il suo consolidamento. Ogni disturbo sessuale è collocato in uno specifico momento delle fasi di risposta sessuale ed è fondamentale collocarlo per poter definire al meglio qual è il problema, dove si presenta e poterlo padroneggiale meglio.   ### Alcolismo: l'impatto sulla famiglia Parliamo di alcolismo e di come questo impatta la dinamica familiare quindi qual è il ruolo che in qualche modo gioca all’interno della dinamica familiare? Qual è il ruolo che gioca all’interno della famiglia? Come tutte le patologie psicologiche anche le dipendenze e l’alcolismo impattano sui meccanismi famigliari, tuttavia l’alcolismo ha un impatto completamente diverso e molto maggiore. L’alcolismo, così come le altre forme di dipendenza, generano un’alterazione delle dinamiche familiari e gli effetti della dipendenza da alcol si evidenziano soprattutto all’interno del nucleo famigliare. A mano a mano che la persona diventa dipendente tutte le dinamiche, modalità relazionali, abitudini si modificano. I soggetti dipendenti vengono infatti controllati dai famigliari, vengono controllati i soldi, i parenti passano notti insonni o grandi momenti di apprensione nel momento in cui l’alcolista è fuori casa e potrebbe diventare violento. A tutto questo si associa spesso anche la paura che l’alcolista possa essere scoperto, quindi l’impatto sociale che può avere lo stigma appiccicato sulla schiena anche alla famiglia della persona dipendente, come se anche la famiglia avesse una responsabilità in questa dinamica acquisita.  La dipendenza e l’alcolismo pertanto non sono patologie che rimangono intrapsichiche o intra famigliari bensì diventano patologie sociali e questo ha molti risvolti negativi soprattutto all’interno delle mura domestiche. A queste conseguenze se ne possono associare anche altre come il rischio della perdita del lavoro piuttosto che alcuni reati alla guida in stato d’ebrezza o piccoli furti per riuscire a comprare l’alcool. Da come si è compreso la famiglia è particolarmente coinvolta in questo tipologia di sofferenza, innanzitutto rispetto il ruolo di cura richiesto perché la famiglia stessa è investita da una responsabilità molto grande nonché l’impatto sociale e il coinvolgimento sociale stesso della famiglia. ### Covid-19: l'impatto sulle relazioni Quali sono gli aspetti relazionali implicati nella situazione che stiamo vivendo? Siamo in balia di una forza microscopica che ha l’arroganza di decidere delle nostre vite e che ci costringe a cambiare il modo di stare insieme e il modo di relazionarci, di esprimere vicinanza, di prenderci cura di noi stessi.  Voglio oggi raccontarvi una breve storia che secondo me è molto rappresentativa di ciò che stiamo vivendo oggi e di ciò che è necessario fare. C’erano una volta due porco spini che non riuscivano a trovare rifugio per l’inverno quindi decisero di scaldarsi reciprocamente con i propri corpi avvicinandosi e coccolandosi. Tuttavia iniziarono reciprocamente a pungersi con gli aculei quindi dovettero lavorare per trovare una nuova organizzazione, dovettero fare delle prove, dei tentativi e degli errori sino ad arrivare a trovare l’incastro perfetto. Dovettero lavorare per trovare l’incastro perfetto quindi essere sufficientemente vicini da godere del calore dell’altro e sufficientemente lontani da non pungersi con gli aculei. Di fatto il Coronavirus ci sta facendo nascere degli aculei nuovi fatti di paura per la propria vita e quella dei nostri cari, paura per la condizione sociale ed economica, paura per l’incertezza rispetto cosa accadrà in futuro e come ne usciremo. Come i porcospini anche noi dobbiamo trovare nuove forme di vicinanza, nuovi modi per prenderci cura di noi stessi, nuovi modi di entrare in relazione e comunicare con gli altri. Dobbiamo trovare nuovi equilibri, nuove forme di essere umani.   ### Tradimento bianco: i vantaggi   Quali sono i vantaggi che il tradimento bianco ha sulla coppia? Il tradimento bianco è un tradimento che non esita in un rapporto fisico, è un tradimento che avviene per chat, per telefono, per video e rimane ad un livello più platonico più etereo poiché non si concretizza in un atto carnale, fisico. Questo porta a dei vantaggi nella coppia rispetto ad altri tipi di tradimento, se la coppia infatti desidera ricostruire, ritrovarsi, riscoprirsi di fronte ad un tradimento, qualora il tradimento sia bianco, potrebbe aiutare e facilitare la coppia nella sua volontà. La coppia che non è intenzionata a lasciarsi ma che ha intenzione di ritrovarsi e stare nuovamente bene trova dei vantaggi in questo tipo di tradimento perché, espone in maniera critica, cruda e drammatica ad una crisi e da tale crisi non si può più togliere l’attenzione. Qualora il tradimento sia bianco oltre a portare la crisi in prima linea viene comunicata a gran voce la volontà di dare uno scossone, un segnale, di voler ricostruire. Il tradimento bianco evidenzia la crisi ma anche la volontà di ricostruire la relazione a fronte dell’auto freno che, chi ha messo in atto il tradimento, si è dato. Il bisogno principale che comunica un tradimento bianco è quello di manifestare un'esigenza comunicativa, dire e mettere davanti agli occhi della coppia il problema e la volontà di affrontarlo. Ciò non significa che il tradimento bianco sia più o meno grave del tradimento che sfocia in un atto fisico, tuttavia ha in se delle caratteristiche che permettono alla coppia di intraprendere la strada verso  il problema che il tradimento ha messo bene in luce.         ### Perchè andare in terapia ed iniziare un percorso psicoterapeutico   Perché le persone decidono di intraprendere un percorso di psicoterapia? Quali sono le motivazioni intrinseche alla base? Quali sono le origini di questo bisogno? Per spiegare questo mi avvalgo della teoria di White ed Epston che sono i principali esponenti dell’approccio narrativo che dagli anni ’90 ha iniziato a sviluppare idee da un lato semplici e comprensibili ma al tempo stesso anche molto potenti. I due autori sostengono che ognuno di noi è inserito in delle esperienze fatte di percezioni ed ognuno di noi è intrinsecamente portato a costruire un significato lineare di queste esperienze ed eventi. Ognuno di noi infatti attribuisce un proprio significato alle percezioni in modo tale da avere una visione di sé coerente, coesa, sufficientemente forte da farlo sentire un tutt'uno con l’idea che ha di sé stesso. Il problema insorge quando le narrazioni che diamo di noi stessi, la nostra vita, non sono coerenti con le esperienze che viviamo quindi con le vicissitudini, gli esami, le prove che la vita ci mette davanti oppure nel momento in cui le narrazioni che noi diamo di noi stessi non sono coerenti con quelle che gli altri danno di noi, da questi due aspetti nasce il bisogno di terapia. Il percorso terapeutico in questo senso è un tentativo di andare a rimodulare e rinarrare la propria storia in modo tale da trovare un senso, renderla nuovamente coesa. Il terapeuta aiuta la persona a riappropriarsi delle proprie esperienze, delle proprie percezioni in modo tale da renderla nuovamente protagonista.     ### Coronavirus: perchè è caccia all'untore Coronavirus e il ruolo dell’untore: perché abbiamo bisogno di trovare il colpevole? Perché abbiamo bisogno di assegnare le responsabilità a qualcuno? Quali sono i meccanismi psicologici che stanno alla base di questa attribuzione di responsabilità? L’untore è una figura diventata famosa con i Promessi Sposi di Manzoni e stava a rappresentare quella figura che volontariamente spargeva il morbo della peste in luoghi pubblici così da contaminare le altre persone. Ovviamente il concetto ora si è evoluto, è difficile ora credere che qualcuno faccia volontariamente, che ci sia un’intenzionalità nell'andare a contaminare e contagiare altre persone. Il meccanismo però di attribuzione della responsabilità non si è evoluto dal cinquecento ad oggi nel senso che il meccanismo psicologico che sta alla base è lo stesso. La società ha progressivamente attribuito la responsabilità a diverse figure: si è partiti dal paziente zero e poi ci si è progressivamente mossi ai bambini, agli anziani, ai runners oppure alle persone che vanno a fare la spesa troppo spesso. Tuttavia non ci chiediamo perché la metropolitana di Milano sia ancora aperta, perché le carrozze diventeranno dei lazzaretti. Ci troviamo a fare delle attribuzioni di responsabilità che cognitivamente ci rendiamo conto non essere propriamente lucide e al tempo stesso non riusciamo ad evitare scatenando guerre mediatiche, decreti e accuse sui social network. Questo è un meccanismo psicologico, ognuno di noi ha infatti bisogno di vivificare e rendere concreto il male, riuscire a mettere a fuoco il nemico e attribuire la responsabilità a qualcuno. Questo ci restituisce una maggiore percezione di controllo, ci fa sentire più capaci di poter controllare la pandemia e ci rende ingenuamente più forti. È importante essere convinti di poter maneggiare la minaccia e averla sotto controllo, nonostante cognitivamente ci accorgiamo che la figura rintracciata come untore non ha tutte le colpe assegnate. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Coronavirus: come vivere la quarantena Coronavirus: come vivere la quarantena e approcciarsi mentalmente ad essa? Il sentimento diffuso è che la quarantena sia particolarmente complicata, metta a dura prova la mente ed il fisico poiché le nostre abitudini sono completamente stravolte, poiché c’è una sensazione di paura e ansia costante. La paura di impazzire è dietro l’angolo, la paura di non starci dentro e non sapere gestire la minaccia, quindi non saper mettere in atto le contromisure necessarie, ovvero lo stare a casa. Non è insolito sentire da parte dei pazienti e amici: “non so come resistere, non ce la faccio più, sono completamente esaurito, da un lato ho paura dall'altro sono agitato e preoccupato per la salute. Stare in queste quattro mura tutto il giorno mi sembra assurdo, mi sembra di perdere completamente la cognizione del tempo, i giorni e perdere la lucidità”. Cosa si può fare? Innanzitutto si può cercare di organizzare il proprio tempo ed entrare in una modalità mentale che ci aiuti a gestire questa fatica. Non sto parlando di organizzare il tempo per studiare, migliorarsi o fare sport ma di atteggiamento mentale che dovrebbe essere assunto.  Mi sto riferendo all'atteggiamento mentale del maratoneta! Questa quarantena è un po' come una maratona, sappiamo che il percorso sarà lungo, che metterà a dura prova tutti noi e abbiamo un’idea vaga della fine un po' come l’ha il maratoneta. Quest’ultimo infatti inizia la maratona sapendo di dover affrontare 42 km e l’ultimo di questi gli sembra lontanissimo, come fa ad affrontare questa fatica? Affronta l’ansia concentrandosi sugli obiettivi a breve termine, concentrandosi momento per momento, concentrandosi sul prossimo km che deve svolgere. Questo è esattamente quello che dobbiamo fare noi in questa quarantena, non dobbiamo segnare in rosso la data di fine poiché questa non è assolutamente certa. Dobbiamo riuscire a concentrarci giorno per giorno, entrare nella modalità maratoneta in cui il nostro obiettivo non è percorrere tutto il percorso immediatamente bensì concentrarci sugli obiettivi a breve termine, sulla quotidianità. Un chilometro alla volta riusciremo a correre tutti insieme questa maratona.       ### Coronavirus: i rischi psicologici Coronavirus, quali sono i rischi e le implicazioni psicologiche che questa vicenda porta con sé? A quali rischi ci espone? I fattori in gioco sono molteplici e le conseguenze di tutto questo non sono preventivabili, probabilmente in molti casi non ancora immaginabili. Ci saranno sicuramente delle implicazioni mediche cliniche, altre economiche e altre ancora dal punto di vista psicologico. Riguardo queste ultime il rischio psicologico più importante è il disturbo da stress post traumatico, disturbo che si sviluppa nei primi sei mesi dopo il termine dell’evento traumatico ed è connesso all'esperienza traumatica forte. Questo disturbo è legato al rischio della propria vita, o quella di un famigliare o persona cara, tramite esperienza diretta che mette a repentaglio la vita. Tale disturbo si manifesta poi in diversi modi: incubi, flashback, pensieri intrusivi e riattivazione del trauma. Di fatto, l’esperienza che stiamo vivendo in questi giorni, sta obbligando tutti noi ad una condizione di grande allerta, alla percezione di un pericolo imminente e  di pericolo di vita. Non c’è solo ciò che la persona avverte ma anche ciò che i media comunicano tra cui, a gran voce, la sensazione di paura. E’ questo il maggiore rischio a cui, a mio avviso, siamo esposti, a cui tutti siamo esposti e non solo operatori sanitari e medici, ma anche famigliari e amici. Tutti noi siamo probabilmente esposti al rischio di un disturbo post traumatico da stress, pertanto una volta passata questa pandemia, dobbiamo essere in grado prima di tutto di prenderci cura dei nostri cari e di noi stessi, non solo dal punto di vista clinico, economico ma anche da quello psicologico.     ### Coronavirus: perché è così difficile restare a casa Perché, in questi giorni complicati, è così difficile restare in casa? Perché, nonostante i decreti emessi, molte persone si muovono ancora liberamente sul territorio dando percezione di non aver compreso il problema? Non mi riferisco alla noia, al cambiamento delle abitudini, al fatto che l’essere umano è un animale sociale quindi si nutre di relazioni. Mi riferisco invece ad un meccanismo più ancestrale, insito in ciascuno di noi che ha a che fare con la reazione istintiva ad una minaccia. Questo è il meccanismo di attacco-fuga che ciascuno di noi, di fronte ad una situazione di pericolo, mette in atto. Attraverso questo meccanismo si può reagire al pericolo in due modi: attaccando o fuggendo. Questo si applica bene anche alla situazione che stiamo vivendo, i meccanismi sono i medesimi e le reazioni collegate sono ben distinguibili. La reazione di attacco consiste nel far finta che non sia successo niente, cercare quindi di condurre la propria vita quotidiana come se nulla fosse, nell'illusione di essere potenti e forti di fronte al problema. Questo ovviamente espone ad un rischio enorme: non solo la persona che compie e agisce questa quotidianità mette a rischio se stessa ma anche tutte le persone con cui è entrata in contatto. Il meccanismo di fuga, il più saggio in questo periodo, lucidamente ci porta a rimanere a casa, ci fa comprendere il bisogno della quarantena ma al tempo stesso non permette la risoluzione completa dello stimolo. La minaccia infatti non si esaurisce, la paura permane quindi siamo costretti a resistere e fare i conti con un livello costante di paura che si mitiga dallo stare a casa ma non cessa del tutto. Questa situazione che stiamo vivendo diventa difficile perché ci priva dei meccanismi ancestrali di cui siamo fatti: attaccare diventa distruttivo per se stessi e gli altri e fuggire non è pienamente risolutivo poiché la paura, nonostante sia mitigata, rimane.     ### Coronavirus: fare i conti con noi stessi Coronavirus: alcune riflessioni su cosa questa crisi ci sta imponendo, non tanto dal punto di vista clinico medico ed economico ma dal punto di vista psicologico. Come in tutte le situazioni di crisi siamo costretti a fare i conti con noi stessi, mette a dura prova le nostre convinzioni e permette anche di conoscersi un po' di più. Questo è vero soprattutto dal punto di vista sociale, basti vedere l’unità che è nata all'interno della nazione: persone che cercano di tenere alto il morale, persone che promuovono atti di solidarietà. Sono gesti di vero eroismo e che ci rimandano una percezione del nostro paese rispetto alla collocazione geopolitica dello stesso in confronto ad altri paesi europei. Questi sono tutti aspetti che diventano informativi sul nostro modo di fare ma soprattutto sul nostro modo di essere, ragionamento che, traslato nel privato, assume ulteriormente significato. Questa pandemia e questa crisi si appoggiano inevitabilmente sull'operato privato di ciascun individuo, necessario e fondamentale per il buon esito. L’individuo è quindi costretto a fare i conti con questa difficoltà in modo privato e autonomo, è costretto a stare con sé stesso, conoscersi e stare in situazioni di difficoltà come la quarantena. E’ costretto a cambiare le proprie abitudini, rinunciare agli aspetti fondamentali della propria vita, in alcuni casi come il lavoro, oppure è costretto a modificare le abitudini in famiglia e i ruoli. Alcuni genitori si sono trovati a fare i conti con questo ruolo h.24, i nonni non possono più vedere i nipoti e i cugini diventano degli estranei. In tutto questo l’individuo fa i conti con se stesso: vede alcuni ruoli e compiti, aspetti identitari, negati ed altri invece che diventano totalizzanti. La crisi ci sta portando a rafforzare le percezioni, le esperienze che vengono vissute ed è fondamentale approfondire la conoscenza con noi stessi per poterne uscire, sia individualmente, che come nazione. ### Perché in psicoterapia non si parla solo del sintomo   Come mai in terapia talvolta ci si trova a parlare di argomenti apparentemente lontani dal motivo della richiesta d’aiuto? Per esempio una persona si rivolge ad un terapeuta per una consulenza psicologica o psicoterapeutica per curare la depressione e può trovarsi a parlare di argomenti come la sua famiglia d’origine piuttosto che la sua relazione di coppia, temi apparentemente lontani da quello portato. Come già accennato la psicoterapia e i singoli colloqui che la compongono si muovono sempre su due livelli distinti. Da un lato c’è un primo livello, fatto di episodi, aneddoti, storie e informazioni e un secondo livello ovvero ciò che questi episodi, aneddoti, storie raccontano del paziente. Questi ci dicono come egli pensa, agisce, ragiona, quali sono i suoi valori e la sua personalità. Questo secondo livello risulta essere molto più importante perché è il target dell’intervento psicologico psicoterapeutico, ovvero ciò verso cui lo psicoterapeuta va a lavorare. Come collegare questi due livelli alla domanda iniziale? Il secondo livello, quello che racconta la personalità del paziente, non è direttamente narrabile ed esplicabile. Deve necessariamente essere raccontato attraverso elementi e informazioni pratiche e concrete, può essere elaborato solo attraverso la lente e le lenti che vengono fornite attraverso i racconti del primo livello. Per poter comprendere a pieno il livello due d’intervento quindi il funzionamento, i valori, le regole attraverso cui il paziente agisce è fondamentale avere un ampio spettro di informazioni derivate dall'approfondimento di vari ambiti della vita del paziente come le relazioni, la famiglia, la famiglia d'origine le relazioni sociali. È pertanto questo il motivo per cui spesso, oltre ad approfondire la motivazione principe che ha condotto un paziente a chiedere aiuto, si indagano aree di vita dello stesso che apparentemente sembrano distanti dal problema riportato ma che risultano essere fondamentali per la comprensione e l'aiuto.  ### FOMO: Fear Of Missing Out “Fear of missing out” ovvero paura di essere tagliati fuori. Pochi di noi sanno cosa significa questo termine ma in molti ne soffriamo. Stiamo parlando della paura di essere tagliati fuori, rimanere all'oscuro, cosa che si concretizza con la bulimia informativa a cui quotidianamente ci esponiamo. Questo è presente nel nostro comportamento, nella nostra società, nelle nostre relazioni sociali, lo riconosciamo quotidianamente quando al tavolo del ristorante si è tutti concentrati a guardare il proprio cellulare senza parlare con il proprio vicino.  E’ altrettanto visibile quando si è tutti di fronte al televisore o in metropolitana e il 90% dei presenti guarda un dispositivo con connessione internet. Non è ovviamente il cellulare “il male” infatti è un mezzo attraverso il quale noi otteniamo dei benefici e agiamo dei comportamenti ormai indispensabili.  Il problema è la patologia, la paura di essere esclusi dall'informazione continua e il bisogno, sempre più impellente, di rimanere connessi e rimanere informati. La continua apprensione alla ricerca di qualcosa di nuovo, il nuovo post di Facebook oppure la nuova Storia su Instagram. In funzione di questo il nostro cervello sta cambiando e con esso anche le nostre abitudini. Questa paura si sta impadronendo della quotidianità e sta modificando in maniera drastica i nostri comportamenti. Questo non vuole essere un tentativo di allarmismo ma, al contrario, permetterci di diventarne consapevoli, è infatti esclusivamente attraverso la maggiore consapevolezza che potremo ritornare padroni delle nostre azioni. ### La psicoterapia rende anti fragili Cosa significa che la psicoterapia rende anti-fragili? Questo è un concetto nuovo introdotto da Nassim Nicholas Taleb per spiegare l’opposto di “fragilità”, che non è esattamente la “robustezza” ma è la capacità di trarre beneficio dagli stress a cui si è sottoposti. Il concetto di fragilità è abbastanza semplice, è un sistema che sottoposto a diverse fonti di stress ne esce danneggiato. La robustezza invece non è altro che la capacità del sistema di resistere alle fonti di stress senza risultarne danneggiato. Il concetto di anti fragilità è molto diverso da questo, non solo non riporta delle conseguenze nel momento in cui è sottoposto a stress bensì ne ottiene dei benefici. Questo concetto, viene individuato dall'autore, come opposto al concetto di fragilità, non da confondersi con il concetto di robustezza.  Per esempio quando spediamo un pacco sopra possiamo scriverci “attenzione fragile” quindi maneggiare con cura, tuttavia mai scriveremmo “maneggiare con incuria perché è robusto”. Questo non accade perché non ci aspettiamo che il sistema robusto possa ottenere dei vantaggi dalle sollecitazioni. Un sistema anti fragile invece è l’esatto opposto: in condizioni di stress non preventivate vengono attivate delle risorse che rendono il sistema stesso appunto anti-fragile capace di resistere e ottenere guadagno, vantaggio e benefici dalle difficoltà. È quindi verso l’anti fragilità che dovrebbe tendere la psicoterapia, non lavorare sul concetto di robustezza ma riattivare le risorse insite in ogni paziente per poterle sfruttare per ottenere vantaggi e benefici dalle situazioni difficili. È fondamentale poter lavorare su questo concetto, stimolando le risorse di ognuno, la propria “casetta degli attrezzi” in modo tale che ogni situazione di difficoltà possa essere affrontata con i giusti mezzi in funzione di un miglioramento. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Psicoterapia: l'evoluzione del sintomo Come evolve il sintomo durante la terapia? Quando si contatta uno psicologo generalmente lo si fa nell'ottica di migliorare o guarire un sintomo. Il sintomo tuttavia non si muove mai nella modalità con cui il paziente si aspettava e talvolta neanche nella modalità in cui il terapeuta si aspetta. C’è chi si aspetta che il sintomo scompaia dopo breve tempo, chi si aspetta solo un leggero miglioramento e ancora chi pensa di avere un iniziale miglioramento che tenderà alla guarigione. Il sintomo tuttavia non si muove con linearità, non migliora in progressione graduale. Se in cinque sedute, per esempio, un sintomo ansioso può avere un miglioramento è sbagliato aspettarsi la sua totale guarigione nel doppio del tempo. Il sintomo può avere un iniziale e veloce miglioramento a seguito del primo approfondimento del problema e subire successivamente un arresto nel percorso di miglioramento e guarigione. Può accadere che il sintomo persista per tutto il percorso terapeutico per poi scomparire una volta terminato. Il terapeuta e la terapia pertanto non devono mai concentrarsi sulla risoluzione in sé del sintomo quanto sugli elementi che lo hanno determinato e alimentato.  Il sintomo segue regole proprie, spesso bizzarre, ed è necessario che il professionista si concentri sugli incastri che lo hanno generato e lo mantengono, per permettere un suo miglioramento ed una sua guarigione.     ### Psicoterapia: migliorare o guarire? Migliorare e guarire sono due concetti molto diversi nel linguaggio comune, tuttavia in terapia vengono spesso confusi. Ci sono pazienti che chiamano, per esempio per attacchi di panico, e dicono di aver sofferto in passato di forte ansia, palpitazioni, tachicardia. Affermano di aver svolto una terapia e di essere guariti ma di aver smesso per esempio di guidare, di frequentare luoghi affollati piuttosto che luoghi troppo chiusi come l’ascensore.  In questo caso mi risulta subito chiara la differenza tra guarigione e miglioramento: limitare infatti i propri spostamenti per fare in modo che l’ansia non torni non è una guarigione, bensì migliorare. La persona che riporta questo esempio ha reso più gestibile un determinato sintomo evitando le situazioni che lo generano e lo alimentano. Evitare le situazioni che generano e mantengono non significa però non soffrire più del determinato sintomo, si sta invece mettendo in atto un altro sintomo, ovvero l’evitamento, per tenersi lontano dall'ansia.  Questa è la differenza tra migliorare e guarire e, in terapia, spesso viene confusa per due motivi. Innanzi tutto il paziente e la sua forma-mentis prevedono che egli non possa guarire dal sintomo ma solamente migliorare. E’ infatti opinione diffusa tra tutti i pazienti che una volta che l’ansia, o qualsiasi altro sintomo, insorgono è solamente possibile migliorare, conviverci, ma non è possibile liberarsene. Questo è il primo grande errore cognitivo poiché guarire è assolutamente possibile. Per ottenere una guarigione è però necessario fare un lavoro specifico volto allo smantellamento del sintomo e non al suo miglioramento. Il secondo problema è legato infatti alla confusione che spesso il terapeuta fa nell'impostazione della terapia stessa. Spesso il terapeuta imposta la terapia in funzione del miglioramento, per semplicità e per esplicita richiesta del paziente; piuttosto che improntarla alla guarigione, spesso più complicato. È pertanto compito del terapeuta avere la lucidità di muovere la terapia verso la guarigione e non solamente verso il miglioramento.   ### Psicoterapia: cosa permette alla persona di aprirsi nei primi colloqui Quali sono gli elementi della psicoterapia che permettono alla persona di aprirsi e di farsi conoscere soprattutto nei primissimi colloqui? Dal mio punto di vista sono 3 e sono abbastanza semplici se presi singolarmente ma diventano estremamente potenti se combinati tra loro. Il primo è il più semplice in assoluto ed è legato al fatto che il professionista che si ha di fronte è un dottore che è specializzato nell'ascolto che di lavoro appunto ascolta persone e cerca di aiutarle a risolvere il proprio problema. In un qualche modo la targa posta fuori dello studio diventa una prima rassicurazione:” sì, sono nel posto giusto”. I successivi due motivi diventano ancora più importanti se combinati a questo appena spiegato. Quest’ultimo deve essere il collante ma non può essere la condizione unica che porta una persona ad aprirsi. Il secondo punto importante è infatti legato all'assenza completa di giudizio. La persona infatti, durante il colloquio comprende che il professionista è tale e il giudizio viene mantenuto fuori dalla stanza. Questo permette progressivamente di abbassare la naturali difese e creare la relazione di fiducia. Il terzo e ultimo aspetto riguarda il fatto che il luogo in cui viene svolta la psicoterapia non solo è estraneo ma è anche estemporaneo, protetto, è un luogo chiuso che cessa, spesso, di esistere nel momento in cui la persona esce. Diventa una stanza intrapsichica nella testa del paziente nella quale lo stesso inizia un dialogo con sé stesso e con il terapeuta.       ### Perchè lo psicoterapeuta non da consigli Come funziona il lavoro in psicoterapia e perché il terapeuta non si mette a dare dei consigli? Non lo fa perché sarebbe un grossissimo errore soprattutto nella misura in cui si assume una responsabilità che non è la propria. Il terapeuta infatti deve lasciare libera la persona, il paziente, di trovare il proprio equilibrio, la propria verità e realtà nonché la propria organizzazione. Ciò vuol dire che nel momento in cui le persone si siedono all'interno di questa stanza e iniziano a presentare le loro difficoltà, io ascolto cerco di capire e di entrare in merito. Cerco quindi di aiutare la persona a elaborare un nuovo punto di vista, nuove idee e ragionare sul concetto in un’ottica diversa. Tuttavia non sarò mai io, il terapeuta, a dire: “devi fare così” poiché la persona deve essere aiutata tramite il lavoro terapeutico ad assumere consapevolezza delle dinamiche che hanno generato il problema. La persona deve essere aiutata a sviluppare le strategie per risolvere il problema, strategie estremamente soggettive! Qualora il terapeuta dica esattamente al paziente cosa sarebbe meglio fare il rischio potrebbe essere il peggioramento del sintomo: inizialmente il paziente potrebbe assistere ad un momentaneo miglioramento ma successivamente, non essendo proprie tali strategie suggerite, il sintomo potrebbe peggiorare.  ### Confessare un tradimento: motivazioni alla base   Motivazioni alla base della confessione di un tradimento. Ho fatto numerosi video sul tradimento, sulle tipologie di tradimento e sulle motivazioni che possono indurre una persona a tradire. Non ho mai ragionato, però, su quali possono essere le motivazioni che portano una persona a confessare il tradimento. Diverse Correnti di Pensiero Su questo argomento ci sono diverse correnti di pensiero: c'è chi sostiene che l'unica possibilità sia quella di confessare il tradimento perché è l'unico modo per poter proseguire in qualche modo la relazione, rimetterla in gioco e affrontare i problemi della coppia. C'è chi invece dice che il tradimento non debba essere confessato mai perché ha una propria dignità e quindi deve essere negato fino alla morte, anche di fronte all'evidenza. C'è chi sostiene che il tradimento diventa vero nel momento in cui viene confessato, e quindi la confessione stessa del tradimento è il vero tradimento, diventando un atto aggressivo nei confronti del partner tradito. C'è chi sintetizza tutto questo dicendo: "lontano dagli occhi, lontano dal cuore". Motivazioni della Confessione Al di là dei detti e delle diverse correnti di pensiero che ho appena presentato, le motivazioni che secondo me stanno alla base della confessione di un tradimento sono principalmente due: la volontà di interrompere la relazione o la volontà di proseguirla. Mi spiego meglio. Nel primo caso, cioè nella volontà di interrompere la relazione, la persona tendenzialmente non ha la forza sufficiente di assumersi la propria responsabilità nell'interrompere la relazione e mette in atto un tradimento e la successiva confessione come se buttasse la palla della responsabilità nelle mani del partner tradito, in modo tale da far sì che sia lui o lei a interrompere la relazione. È sostanzialmente uno scarico di responsabilità, non tanto per il gesto del tradimento, poiché ovviamente questo porta con sé una certa responsabilità e eventualmente una certa colpa, ma nell'interruzione della relazione. Quindi suona più o meno così: "Io ho tradito, ho sbagliato, però sono disposto a rimanere. Sei tu che, a fronte di quello che ho fatto, mi stai lasciando." Molto spesso la confessione del tradimento punta proprio a questo: a indurre il partner tradito a interrompere la relazione assumendosene la responsabilità. Volontà di Proseguire la Relazione Il secondo caso è l'opzione opposta, letteralmente: si confessa il tradimento nel tentativo di rimanere all'interno della coppia tramite l'interruzione della relazione extraconiugale con l'altra persona, della relazione di tradimento. La persona che ha tradito confessa il tradimento in modo tale da trovare la forza attraverso il partner ed il suo successivo naturale controllo nell'interrompere la relazione extraconiugale. Chiaro che la confessione del tradimento di per sé è sempre un atto in qualche modo aggressivo, che magari può essere anche volto alla volontà di essere sinceri, alla volontà di recuperare. Le motivazioni possono essere, come ho detto, diverse sia nel compierlo sia nel confessarlo, ma molto spesso nel momento in cui viene confessato le opzioni sono queste due: da un lato la volontà di indurre l'altro a interrompere la relazione, dall'altra la volontà di farsi aiutare nell'interrompere la relazione extraconiugale, aumentando inevitabilmente il controllo che il partner esercita. Motivazioni e Sensi di Colpa Le motivazioni alla base della confessione del tradimento possono essere anche legate a un forte senso di colpa che la persona traditrice prova. Confessare può sembrare un modo per alleviare i propri sensi di colpa, ma può anche rappresentare un egoistico scaricamento di questo peso sulla persona tradita. Questa azione può provocare una crisi di coppia, mettendo ulteriormente in crisi il rapporto di coppia già fragile. Tuttavia, la confessione non è sempre la scelta giusta, in quanto può portare a un circolo vizioso di conflitti e incomprensioni nella coppia in crisi. Sintesi e Considerazioni Finali Chiaro che queste motivazioni, che ho presentato in maniera abbastanza semplice e inevitabilmente stereotipata e riassunta, sono spesso intricate. È difficile riuscire ad avere una lucidità tale, una consapevolezza tale da far rientrare il proprio gesto, soprattutto di confessione del tradimento, in una di queste due categorie propriamente dette. Però queste, come tutte le categorie, hanno semplicemente lo scopo di semplificare per potersi capire ed essere più facilmente compresi. Ogni situazione prevede invece un'elaborazione più specifica, un lavoro molto più sartoriale che si addentra all'interno delle pieghe della mente conscia e inconscia nel tentativo di comprendere non solo perché si agita un tradimento, ma anche perché poi si è portati a confessarlo e di conseguenza cosa si vuole fare con la propria relazione di coppia. Le motivazioni che stanno alla base della confessione del tradimento possono essere sintetizzate in due principali: la volontà di indurre l'altro a lasciare, dando al tradito la responsabilità dell'interruzione della relazione, o una sorta di richiesta d'aiuto controintuitiva, per cui nella confessione del tradimento al partner ci si aspetta che lui o lei diventi un supporto nell'interrompere la relazione extraconiugale, tramite tutte le dinamiche che poi si innescano a seguito di una confessione del tradimento. La Terapia di Coppia come Strumento di Risoluzione La terapia di coppia può essere uno strumento utile per affrontare i problemi della coppia che emergono a seguito di una confessione di tradimento. In questo contesto, la terapia può aiutare i partner a comprendere meglio le motivazioni che hanno portato al tradimento e alla sua confessione, lavorando insieme per ricostruire il senso di intimità e fiducia all'interno della relazione. La terapia offre uno spazio sicuro per esplorare i sentimenti di senso di colpa, rabbia, e delusione, cercando di trovare un modo per riparare i pezzi della relazione e, se possibile, raggiungere il perdono della persona tradita. ### Pregiudizi sulla psicoterapia: debolezza e delega Quali sono i principali pregiudizi sullo psicoterapeuta? Abbiamo già ampiamente parlato dei pregiudizi riguardo allo psicologo, tuttavia recentemente mi è stata fatta un’osservazione:” non avrei mai pensato di rivolgermi ad uno psicologo, l’ho sempre visto come un segnale di debolezza e un modo per delegare a qualcun altro la soluzione di un problema”. Non c’è nulla di più sbagliato! Partiamo dal presupposto che tutti abbiamo problemi e delle difficoltà, sfide quotidiane che chiedono di essere risolte e spesso necessitano di un aiuto esterno. Questo non è un segnale di debolezza ma è l’esatto opposto! Proprio perché i problemi li abbiamo tutti  scegliere di farsi aiutare è una mossa intelligente soprattutto quando si ha già ampiamente provato a risolvere il problema in autonomia. Il secondo aspetto che è importante chiarire è il concetto di delega. In psicoterapia non c’è nulla di delegante nei confronti dello psicologo psicoterapeuta, poiché esso ha il compito di aiutare il paziente a sistemare al meglio la sua “cassetta degli attrezzi” in modo che egli stesso sia poi autonomo nell'affrontare ogni problema che si presenta. La psicoterapia non è qualcosa per cui il paziente porta sulla scrivania un problema e lo psicoterapeuta lo restituisce risolto, è l’esatto opposto! Lo psicoterapeuta aiuta il paziente ad affrontare e risolvere il problema, rispettandone i tempi e i modi. Ogni percorso contrario a questo risulterà fallimentare! Delega e debolezza non sono quindi termini che si associano alla psicoterapia. Un terapeuta mai accetterà di risolvere un problema per conto di un paziente e nessun paziente contatta uno psicoterapeuta per debolezza.   ### Coronavirus: la ricetta del panico In questi ultimi giorni abbiamo assistito a scenari che fino a poco tempo fa avevamo apprezzato nei film: paesi isolati, quarantene,  supermercati vuoti.  Qual è la ricetta perfetta per alimentare il panico nelle folle? Il tema prettamente psicologico che riguarda questa situazione d’emergenza è legato al panico che si è scatenato in Italia e a tratti nel mondo. Gli elementi che possono alimentarlo e scatenarlo, a mio avviso, sono prettamente due e hanno a che fare con la contraddizione tra due livelli: il primo il livello di informazione trasmessa e il secondo livello ovvero il successivo comportamento richiesto e da adottare. Il problema in questione non è il termine assoluto della crisi quanto il gap e lo spazio che si crea, in termini di contraddittorietà, tra il livello d’informazione e quello di comportamento. Proponendo un esempio attuale riguardo il Covid-19 possiamo infatti notare che inizialmente l’informazione trasmessa era che il virus era poco più mortale e infettivo di una normale influenza. Tuttavia successivamente il comportamento richiesto da adottare prevede le scuole chiuse e paesi isolati in quarantena. Come si nota c’è una profonda discrasia tra livello 1 d’informazione e livello 2 di comportamento ed è da questo gap che si genera la paura e il panico. Le persone in generale infatti faticano a spiegarsi cosa stia effettivamente accadendo, si innescano ragionamento e pensieri, nonché dubbi riguardo l’effettiva realtà della situazione. Ci sono stati naturalmente dei tentativi successivi di ristabilire l’equilibrio tra informazione e comportamento attraverso l’esposizione del parere di medici qualificati. È stato comunicato che il comportamento richiesto era teso a evitare il contagio di quei soggetti che potrebbero essere a rischio ed evitare pertanto anche il sovraffollamento degli ospedali nonché evitare anche l’espansione stessa del virus. L’aspetto medico è sicuramente grave e importante quindi va affrontato con serietà, rischia tuttavia di diventare ancor più grave l’aspetto psicologico e tutte le conseguenze che questo si porta con sé in futuro e in tutte le future occasioni simili a questa che stiamo vivendo. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Relazione tossica: quattro indicatori Oggi parliamo di relazioni tossiche e di alcune caratteristiche che le contraddistingue. Queste sono caratteristiche semplici ma al tempo stesso molto chiare soprattutto da poter individuare sulla propria relazione. Queste caratteristiche principali sono quattro e le ho evidenziate a partire dalla mia esperienza clinica quotidiana. La prima caratteristica riguarda il fatto che le relazioni tossiche sono sempre caratterizzate da un ricatto emotivo o da un senso di colpa per cui c’è una minaccia costante da parte di uno dei due partner nella possibilità di ritirare immediatamente l’affetto e il sentimento d’amore nel momento in cui l’altro non asseconda i suoi bisogni. Il secondo elemento è legato ad una svalutazione delle opinioni e ad una mancanza di attenzione rispetto alle idee e ai sentimenti del partner, non tanto in termini pratici quanto proprio in termini emotivi morali ed ideologici per cui ciò che l’altro dice e pensa solitamente viene negato o svalutato. La terza caratteristica è la sensazione di essere costantemente in credito da parte di uno dei due partner al punto che propone solamente richieste ma non dà niente all’altro. Questo nel senso che si sente in una condizione di credito tale per cui pensa di poter continuamente chiedere qualcosa all’altro ma mai di ripagarla con la stessa moneta, cioè mai dare qualcosa effettivamente indietro che poi permetta di andare a riequilibrare la coppia. Il quarto, e ultimo, punto è il tema del controllo legato principalmente al fisico pratico cioè una richiesta continua di giustificare da parte dell’altro cosa sta facendo, con chi, perché e dove si trova. Quindi c’è la tendenza al controllo dove uno dei due partner si sente quasi braccato e si sente nella costante situazione di dover rendere conto del proprio comportamento. Si innescano quindi quei meccanismi come: mille messaggi sul cellulare piuttosto che spiare il cellulare oppure le email. Questo comportamento non fa altro che andare ad aumentare il circolo vizioso. Questi non sono tutti gli elementi rappresentativi di una relazione tossica però al tempo stesso sono semplici da individuare, soprattutto sulla propria relazione e al tempo stesso sono anche facili fa poter comprendere poiché spesso sotto gli occhi. ### Il rischio della diagnosi in psicoterapia Qual è il rischio della diagnosi? Qual è il rischio di appiccicare un’etichetta sulla schiena delle persone? Quando una persona si rivolge ad un terapeuta chiede:” mi aiuti a dare un nome al mio problema, a identificarlo e definirne i confini”. Questo processo passa necessariamente attraverso la diagnosi, un’etichetta, che porta con sé dei rischi. Il primo di questi a mio avviso è che la diagnosi è per definizione stereotipata, rigida e rischia, nel momento in cui viene applicata, di fare perdere il lavoro sartoriale che in qualche modo invece deve essere fatto all'interno della stanza di terapia. In secondo luogo il secondo rischio è che il paziente, una volta approfondita la diagnosi, segua inconsciamente i sintomi che questa prevede. Il paziente è infatti portato, in tal senso, inevitabilmente a confermare o ad aspettarsi di provare determinai sintomi riportati nella diagnosi anche se di per sé non si ha ancora sperimentati. È facile quindi capire l’importanza di una diagnosi, soprattutto in termini di comunicazione tra professionisti, è meno facile invece comprenderne i rischi sia che la diagnosi sia corretta ed ancor più se non lo è. Tuttavia, in conclusione, è bene ricordar che la funzione principale della diagnosi è permettere ai professionisti di comunicare efficacemente tra loro.     ### Terapia di coppia online Terapia di coppia online, quali sono le caratteristiche e gli accorgimenti che è bene tener a mente per svolgere una terapia di coppia online efficace. Ho già fatto diversi video sulla terapia online, su come funziona, su quali sono le sue caratteristiche e qual è la sua efficacia anche in paragone alla terapia in presenza. Non ho però mai parlato della terapia di coppia online, questo in particolare per due motivi. Innanzitutto è una pratica poco comune sia per quanto riguarda la pratica online che in presenza. Il numero di terapie individuali è infatti nettamente superiore alle terapie di coppia. Il secondo aspetto riguarda il fatto che la terapia di coppia segue delle dinamiche e delle logiche diverse, prevede degli accorgimenti diversi e questo è vero sia per la terapia in presenza che per quella online. La caratteristica fondamentale, dal mio punto di vista, per erogare una efficace terapia di coppia online è che la coppia sia presente nella stessa stanza, quindi deve svolgere il colloquio con entrambi presenti fisicamente nello stesso posto. Questo infatti permette al terapeuta di osservare delle dinamiche interpersonali e non verbali della coppia stessa. Questa è una verità importante per ogni tipo di colloquio di coppia, sia online che in presenza. La presenza del partner durante il colloquio crea un balletto e una dinamica relazionale estremamente informativa sullo stato di salute della coppia. Il non verbale porta infatti spesso con se delle informazioni preziosissime che non riescono a essere espresse a parole. La terapia di coppia online è quindi sicuramente una terapia efficace tanto quanto quella in presenza, a patto che venga svolta con i due coniugi presenti all'interno della stessa stanza. ### Il rischio dello psicoterapeuta Oggi facciamo qualche riflessione sullo svolgere la pratica di psicoterapeuta e uno degli aspetti che io personalmente avrei gradito che durante la formazione qualcuno mi esplicitasse. Questa è sicuramente una professione affascinante ma ciò di cui mi sono accorto, prima del completamento della mia formazione, ma di cui poi ho trovato conferma nella mia quotidianità, è che svolgere questo lavoro obbliga il terapeuta ad avere delle lenti particolarmente acute e precise che indossa per interpretare il mondo e la realtà. Il problema sta nel fatto che queste lenti, utilizzate per aiutare i pazienti, difficilmente poi vengono dismesse e tolte una volta conclusa la giornata lavorativa. Ciò non significa che lo psicoterapeuta è quindi portato ad analizzare e interpretare tutto, il comportamento di amici, parenti, partner e figli poiché per farlo è necessario un contesto, un tema, una situazione specifica con altrettanto specifiche modalità. Se la battuta “sei psicoterapeuta quindi mi analizzi” non fa ridere e lascia il tempo che trova è tuttavia vero che chi svolge questa professione ha sviluppato e sviluppa negli anni una interpretazione del mondo che è sempre basata sulle lenti che ha imparato ad indossare grazie alla formazione teorica, personale, il tirocinio e l’esperienza lavorativa, che portano lo psicoterapeuta ad avere delle interpretazioni sulla realtà, sul personale modo d’essere e di comportarsi e sulle situazioni di vita quotidiana. Ciò che è importante sottolineare è che tale problema a mio avviso è invece una grande risorsa perché permette di avere a disposizione degli strumenti, per se stessi, per vivere meglio. Naturalmente questo porta con sé il rischio che, per alcuni, sia eccessivo, invadente e venga visto come una da eliminare, cosa ahimè impossibile. Per tale motivo ritengo anche che sia importante che questa possibilità venga esplicitata il prima possibile, per rendere psicologi e futuri psicoterapeuti consapevoli delle lenti e delle interpretazioni che faranno parte di loro per tutta la vita. ### Il vantaggio nascosto della psicoterapia online Parliamo di psicoterapia online e dei grandi vantaggi che questo tipo di trattamento offre rispetto alla psicoterapia in presenza. Ho fatto numerosi video su come funziona la psicoterapia online, sulla sua efficacia in paragone alla psicoterapia in presenza e anche i vantaggi pratico organizzativi che l’online offre.  Attraverso la psicoterapia online è possibile infatti accedere ad un servizio professionale anche se impossibilitati a raggiungere fisicamente lo studio del professionista.   Uno dei grandi vantaggi che non viene considerato riguarda soprattutto gli aspetti qualitativi del trattamento, nel senso che l’online permette di accedere virtualmente a dottori che altrimenti non si potrebbe raggiungere fisicamente perché troppo distanti ma che trattano effettivamente quel tipo di disturbo nello specifico. Attraverso la terapia online il numero di professionisti contattabili aumenta vertiginosamente e rende possibile individuare colui che si ritiene più adatto e adeguato. In tal modo si può facilitare il percorso di cura della persona abbattendo barriere fisiche ma anche qualitative. La possibilità di raggiungere il terapeuta consigliato, più adatto, esperto fino a poco tempo fa non era concepibile cosa che ad oggi invece permette di raggiungere il meglio in termini pratici e qualitativi. ### Le principali difficoltà dello psicoterapeuta Quali sono le difficoltà principali nello svolgere il lavoro dello psicoterapeuta? Capita che alcuni pazienti incuriositi dalla professione e dalla disciplina facciano domande come: dottore come fa ad ascoltare i problemi delle persone tutto il giorno? Queste sono tutte domande alle quali ogni persona che svolge appunto la professione di psicoterapeuta deve saper rispondere, soprattutto nei riguardi di sé stesso ma che secondo me non costituiscono le principali difficoltà nello svolgere questa pratica professionale. A mio avviso infatti le due difficoltà principali sono: la solitudine e il mantenimento di standard qualitativi elevati. Questi due aspetti sono inevitabilmente interconnessi e hanno a che fare con la pratica privata. Il rischio di solitudine è elevatissimo per coloro che lavorano in uno studio privato, nel proprio studio . Rischiano infatti di chiudersi riducendo le possibilità di interscambio quindi di condivisione con altri colleghi. Spesso il contatto e lo scambio di idee con dei colleghi o supervisori si riduce a qualche ora a settimana portando quindi il terapeuta a vivere una sensazione di solitudine. Questo, in alcuni casi, genera anche la tendenza ad arroccarsi nel proprio eremo cerebrale e diventare autoreferenziali non solo nei confronti del paziente ma anche nei confronti dei propri pensieri e quindi a cascata si incontra la seconda difficoltà. Il secondo problema che spesso incontra uno psicoterapeuta è la difficoltà di mantenere degli standard qualitativi elevati poiché nel momento in cui psicoterapeuta si trova a svolgere il proprio lavoro nella solitudine del proprio studio il rischio è quello che si inneschi una specie di modalità di default per cui l’abitudine, la routine e le modalità replicate negli anni diventano più dei vincoli che delle risorse. Questo accade perché non si permette alla propria testa di continuare a viaggiare ed evolversi attraverso nuovi stimoli e riflessioni. Personalmente, per risolvere questi due possibili problemi, mi sono circondato di un’equipe di 15 dottori con i quali condividiamo ogni colloquio. Nel mio centro infatti ogni dottore ha l’obbligo dell’intervisione ovvero di avere un altro dottore dell’equipe con il quale ogni colloquio viene rivisto. Questo permette di tenere sempre il cervello attivo e pronto a ricevere nuovi stimoli e non innescare quella sensazione di routine che inevitabilmente porta all'abbassamento degli standard qualitativi.     ### Disturbo narcisistico Vs disturbo istrionico della personalità Parliamo delle differenze tra il disturbo istrionico di personalità e il disturbo narcisistico. Entrambi sono classificati come disturbi di personalità e sono inclusi nel cluster B, che comprende disturbi caratterizzati da drammatizzazione, emozionalità e comportamenti imprevedibili. Spesso si tende a confondere questi due disturbi perché entrambi manifestano una forte dipendenza dall'attenzione degli altri, ma ci sono delle distinzioni chiave che permettono di identificarli separatamente. Caratteristiche del Disturbo Istrionico di Personalità Il disturbo istrionico di personalità si caratterizza per una marcata emotività e una scarsa regolazione emotiva, accompagnate da un incessante bisogno di attenzioni, sia positive sia negative. Le persone con questo disturbo spesso si sentono a disagio quando non sono al centro dell'attenzione e impiegano varie strategie per attirare gli altri verso di loro. Queste strategie possono includere comportamenti eccentrici, un eloquio esagerato o un abbigliamento particolarmente vistoso. La seduttività e un'apparenza sensuale sono spesso utilizzate per captare l'interesse altrui. Questi individui possono mostrare notevoli sbalzi di umore, passando rapidamente da uno stato di grande euforia a uno di profonda depressione, influenzati fortemente dalle reazioni delle persone intorno a loro. Caratteristiche del Disturbo Narcisistico di Personalità Nel disturbo narcisistico di personalità, i tratti dominanti includono un senso di grandiosità, un bisogno eccessivo di ammirazione e una mancanza di empatia verso gli altri. Chi soffre di questo disturbo si aspetta di essere ammirato e adorato costantemente, e tale aspettativa si estende a tutte le sfere della vita. Questi individui spesso adottano comportamenti manipolatori e utilizzano gli altri per raggiungere i propri obiettivi senza considerazione per i sentimenti altrui. La loro ricerca di attenzione è meno evidente e più calcolata rispetto a quella delle persone con disturbo istrionico; essi preferiscono l'adulazione e l'ammirazione piuttosto che semplicemente essere notati. Confronto e Differenze tra i Disturbi Le principali differenze tra il disturbo istrionico e quello narcisistico risiedono nei metodi e nei desideri relativi all'attenzione ricevuta. Mentre la persona con disturbo istrionico è aperta e diretta nel cercare attenzione in qualsiasi forma, quella con disturbo narcisistico adotta un approccio più sottile e manipolativo, desiderando un'ammirazione che rafforzi la propria immagine di grandiosità. Inoltre, nel disturbo narcisistico, c'è una forte tendenza a utilizzare le relazioni per auto-affermarsi, spesso a scapito degli altri, mentre nel disturbo istrionico, l'attenzione può essere cercata attraverso comportamenti teatrali che non necessariamente mirano a un vantaggio personale così diretto. Le strategie manipolative nel disturbo narcisistico possono risultare in comportamenti che sono non solo egocentrici ma anche potenzialmente dannosi per le relazioni, dato il disprezzo per le esigenze altrui, mentre nel disturbo istrionico, l'intensità emotiva può risultare opprimente ma meno calcolata. ### Quando si chiude la psicoterapia: il fattore più importante Quando si chiude una terapia? Questo è un argomento ampiamente discusso in tutti i salotti della psicologia, ogni dottore ha il suo metodo e le sue variabili tramite le quali comprende qual è il migliore momento per chiudere. Alcuni ritengono che il percorso sia da chiudere nel momento in cui il paziente porta questo bisogno, altri affermano che il percorso deve essere chiuso solamente nel momento in cui il problema riportato risulta risolto infine altri ancora ritengono che il percorso sia da chiudere indipendentemente dal risultato finale, nel momento in cui le sedute diventano ridondanti quindi sono ripetitive e ci si accorge di vivere un momento di stallo e di blocco. Queste sono tutte considerazioni che hanno una loro legittimità, hanno il loro senso e devono essere considerate quando si valuta la chiusura di un percorso. Tuttavia la variabile che secondo me è più importante, ovvero l’elemento discriminante nel chiudere o meno un percorso, è la consapevolezza, da parte di entrambi terapeuta e paziente, che il paziente disponga di tutti gli strumenti necessari per continuare a far fronte alle proprie difficoltà o eventualmente a quelle future. Una volta che la cassetta degli attrezzi del paziente è completa allora quello è il momento per pensare ad una chiusura. Non è necessario che il problema specifico sia risolto poiché spesso questo esula dal controllo del paziente stesso, per esempio pensiamo alle dinamiche implicate in un cambio di lavoro, per il quale il paziente viene dal terapeuta per chiarirsi le idee sul da farsi. Il successivo lavoro può essere infatti svolto dal paziente in assenza del terapeuta a patto che lo stesso sia consapevole di possedere tutti gli strumenti necessari per farvi fronte.     ### Tecniche di seduzione: perchè non funzionano? Oggi parliamo di tecniche di seduzione e di manipolazione mentale volte a instaurare una relazione sentimentale con un’altra persona oppure una relazione sessuale. Come sai io lavoro su temi di coppia, temi sessuali e mi trovo spesso a lavorare con persone che sono in difficoltà per esempio nell’approccio che una persona ha con un partner o nel presentarsi a qualcuno. Questa difficoltà può avere a che fare con il rompere il ghiaccio con l’imbarazzo che questo prevede oppure la paura e il disagio, se non a tratti anche l’umiliazione, che può seguire ad un eventuale rifiuto. Queste persone spesso hanno letto libri, partecipato a dei corsi su come conquistare in dieci mosse, come far cadere una persona ai propri piedi. Ovviamente a tutte queste tecniche seguono grandi fallimenti e ci sono sostanzialmente due motivi alla base appunto di questi risultati fallimentari. C’è un cappello introduttivo da fare che è molto semplice, queste tecniche non funzionano! In secondo luogo bisogna approfondire la semantica ovvero il significato che la persona vive in termini di difficoltà nell’approcciare la persona e potenzialmente nel sedurla, in relazione al paradosso che queste tecniche di seduzione generano. Le tecniche di seduzione solitamente funzionano così:” fai questo, fai quello se lei è così, fai quello se lui è così” pertanto danno uno schemino e delle strategie da applicare. Il primo aspetto che motiva il perché queste tecniche sono fallimentari è sicuramente legato al fatto che se una persona ha “gli attributi” per poter applicare in modo lucido tutte queste strategie allora ne ha altrettanti per potersi presentare per ciò che davvero è, per presentare la sua persona all’altro. L’altra motivazione sta nel fatto che queste tecniche funzionano solo nella misura in cui sono in grado di offrire una specie di effetto placebo e di sicurezza che tuttavia è effimera. Chi trova davvero coraggio di applicare queste tecniche ha anche il coraggio di andare a braccio e presentare sé stesso in modo onesto e aperto. Il secondo aspetto sta nella possibilità che queste tecniche forniscono la sicurezza in termini di effetto placebo. Sicurezza necessaria a rompere il ghiaccio ma in maniera molto artificiale cosa che porta la persona a non presentare sé stessa per quella che è ma in una versione artificiale. In conclusione il mio consiglio è cerare di evitare l’applicazione di queste tecniche e provare invece ad approfondire e capire quali sono i blocchi, lavorare su questi con le proprie strategie e mezzi per poi riuscire a presentarsi agli altri in maniera autentica.     ### Malattia mentale Vs malattia fisica: stereotipi e pregiudizi Oggi propongo una piccola riflessione sull’idea che si ha della malattia mentale, dei suoi stereotipi nella cultura moderna. In paragone alla malattia fisica ci sono delle grosse differenze tra la visione che si ha a riguardo. La malattia fisica innanzitutto è vista come qualcosa che affligge la persona, come qualcosa di cui la persona non ha colpa. La malattia mentale invece ha una considerazione nella società completamente diversa: viene vista come qualcosa di estemporaneo, che esiste solamente nella testa della persona, qualcosa di cui la persona molto spesso ha la responsabilità perché “si fa troppi problemi, perché non capace di affrontare le sfide che la vita pone di fronte”. Ovviamente non c’è nulla di più sbagliato! Un paziente recentemente mi ha fatto questo esempio, molto rappresentativo di questo argomento. Durante una seduta il paziente mi dice che è stato dal parrucchiere, in negozio erano 4 persone e stavano parlando, molto dispiaciuti, di una persona che hanno in comune che, purtroppo, soffre di un tumore. Contemporaneamente davanti alla vetrina passa una ragazza ed uno dei quattro commenta:” invece quella va dallo psicologo” battuta da cui è nata una risata comune. In quel momento il paziente si è sentito molto a disagio perché, avendo sofferto di depressione, ha capito come la malattia mentale ha una sua dignità, che non gli viene riconosciuta.Spesso la malattia fisica è vista come una cosa da “estirpare” quindi esterna alla persona e dal suo corpo mentre quella mentale è vista come un problema, qualcosa da cui allontanarsi e da denigrare nonostante l’impatto che ha sulla vita di chi ne soffre è altrettanto devastante di quella fisica. A questo ragionamento si collegano anche tutti gli stereotipi riguardanti la figura dello psicologo e l’andare dallo psicologo:” andare dallo psicologo è da deboli” oppure “è fatto per chi non sa risolversi i problemi da solo”. Anche in questo caso, nulla di più sbagliato”!     ### Coppie aperte? Coppia aperta: dati, significato e riflessioni psicologiche sulle relazioni non monogame Le relazioni di coppia stanno evolvendo e, tra i temi più discussi oggi, spicca quello della coppia aperta. Questo fenomeno mette in discussione i modelli tradizionali di monogamia e tocca aspetti profondi come amore, sessualità, fiducia e limiti. In questo articolo, analizziamo dati statistici e riflessioni psicologiche per comprendere meglio cosa significhi vivere una relazione aperta nel contesto della società contemporanea. Cosa si intende per coppia aperta e cosa fanno le coppie aperte Una coppia aperta è una relazione in cui entrambi i partner concordano sulla possibilità di avere rapporti sessuali o affettivi con altre persone, mantenendo però un legame principale basato su fiducia, comunicazione e rispetto reciproco. Le regole, i limiti e le modalità di questa apertura variano da coppia a coppia: alcune prediligono libertà sessuale, altre includono anche connessioni emotive esterne. Dal punto di vista psicologico, la coppia aperta rappresenta una forma di relazione non monogama consensuale, che può offrire spazi di crescita e autenticità, ma richiede anche responsabilità, chiarezza e maturità emotiva. In sintesi: una relazione aperta funziona solo quando i partner sono pienamente d’accordo e capaci di gestire con trasparenza i propri bisogni e limiti. Cosa dicono le statistiche sulle coppie aperte Per comprendere meglio il fenomeno, partiamo da un dato rilevante: circa il 45% delle coppie italiane ha sperimentato il tradimento almeno una volta. Inoltre, l’80% delle coppie ha pensato al tradimento, anche se solo la metà lo ha effettivamente messo in pratica. Questi numeri evidenziano che la fedeltà, la libertà e i confini all’interno della relazione sono temi molto presenti nella vita delle persone. La crescente attenzione verso le relazioni aperte può essere letta come un tentativo di ridefinire le regole della monogamia tradizionale. In sintesi: otto coppie su dieci hanno pensato di uscire dai limiti della monogamia, segno di un bisogno di autenticità e connessione più profonda con sé stessi e con il partner. Coppie aperte e differenze tra uomini e donne Le statistiche mostrano una forte differenza tra coppie eterosessuali e omosessuali. Solo l’1% delle coppie eterosessuali si definisce apertamente come coppia aperta. Tra le coppie omosessuali maschili, la percentuale sale al 49%, mentre solo il 2% delle coppie omosessuali femminili dichiara di vivere una relazione aperta. Questi dati suggeriscono che l’apertura della coppia può dipendere dal modo in cui ciascuno vive la propria identità relazionale e la propria sessualità. Le esperienze di poliamore e di relazioni non esclusive stanno crescendo anche in Italia, pur restando un fenomeno minoritario. In sintesi: la relazione aperta non è una moda, ma un diverso modello di coppia che richiede consapevolezza, fiducia e un chiaro consenso reciproco. Riflessioni psicologiche: limiti, gelosia e comunicazione Dal punto di vista psicologico, la coppia aperta solleva temi complessi legati ai limiti, alla gelosia e alla comunicazione. Vivere una relazione aperta significa accettare la vulnerabilità, la possibilità del confronto e la necessità di stabilire regole condivise. Molti partner scoprono che la difficoltà principale non è tanto la presenza di altre persone, quanto la gestione emotiva del rapporto principale. In questi casi, la trasparenza e il dialogo diventano strumenti indispensabili per mantenere equilibrio e rispetto. In sintesi: la relazione aperta funziona quando entrambi accettano le proprie fragilità e sanno trasformarle in occasioni di crescita reciproca. Un tema attuale nella società contemporanea Il concetto di relazioni aperte tocca questioni centrali come la libertà individuale, il consenso e il diritto di ciascuno a costruire una forma di amore coerente con i propri valori. È un tema in ascesa, spesso discusso anche sui social media, ma che richiede un approccio serio e consapevole. Dal punto di vista della psicologia, le coppie che intraprendono una relazione aperta spesso cercano autenticità e allineamento tra desiderio e affetto, più che trasgressione. Parlare con un professionista può aiutare a chiarire i propri bisogni e a definire regole chiare, evitando conflitti o fraintendimenti. In sintesi: una relazione aperta può essere un percorso di crescita, ma solo se fondata su fiducia, chiarezza e rispetto dei limiti reciproci. Domande frequenti (FAQ) Che cos’è una coppia aperta? È una relazione non monogama basata su consenso e comunicazione, in cui entrambi i partner accettano la possibilità di legami affettivi o sessuali con altre persone, mantenendo un rapporto stabile tra loro. Come funzionano le coppie aperte? Funzionano attraverso regole e limiti condivisi. La trasparenza è fondamentale per evitare incomprensioni e gelosia. Ogni coppia definisce i propri confini, basandosi su dialogo e rispetto. Quante coppie aperte ci sono in Italia? Le ricerche indicano che circa l’1% delle coppie eterosessuali e quasi la metà delle coppie omosessuali maschili si definiscono tali. È un fenomeno ancora poco diffuso ma in aumento. Le coppie aperte sono più felici? Alcune persone riferiscono un maggiore senso di libertà e autenticità, altre incontrano difficoltà emotive o conflitti legati ai limiti e alla gelosia. Non esiste un unico modello di felicità relazionale. Cosa fanno le coppie aperte? Vivono una relazione in cui la monogamia non è obbligatoria. Possono esplorare rapporti esterni in modo consensuale e trasparente, mantenendo un forte legame affettivo con il proprio partner principale.   Se stai riflettendo su questo tema o senti il bisogno di comprendere meglio i tuoi limiti e desideri nella relazione, puoi contattarmi per parlarne insieme. Un percorso di consapevolezza psicologica può aiutarti a costruire relazioni più sane, autentiche e soddisfacenti. ### Dottore si può cambiare? Posso guarire? “Dottore, si può cambiare? Potrò davvero guarire?” Questa è una domanda che mi viene fatta spesso soprattutto durante la prima telefonata e il primo incontro. La risposta ovviamente dipende da caso a caso, dalla situazione specifica che è necessario approfondire e comprendere al massimo. Le persone sono spesso convinte che una volta sviluppato un disagio psicologico da esso non si possa più uscire e non si possa più tornare come prima della sua insorgenza. Spesso a questo si associa l’idea che l’unico movimento possibile sia il peggioramento del disagio. Questo non è affatto vero, si può cambiare, è possibile guarire dal disagio psicologico!  Ciò che è necessario, per ottenere un cambiamento in senso positivo, è inevitabilmente intraprendere un percorso psicologico e psicoterapeutico che lavori anche e soprattutto sulle cause che lo hanno originato. Quando una persona si trova a vivere un disagio psichico la situazione spesso la pone in una condizione di grande confusione e insicurezza. A partire da questo presupposto può aiutare iniziare un percorso che si concentri sulle cause del problema, piuttosto che sulla sua esclusiva gestione. Questo può ridare un nuovo equilibrio alla persona e offrirle una possibilità di miglioramento. Dal disagio psicologico è possibile uscirne e guarire, è possibile farlo in modo da generare un nuovo equilibrio attraverso il supporto psicoterapeutico.   ### Dipendenza affettiva: cosa la genera e cosa la mantiene Oggi parliamo di dipendenza affettiva, cosa la genera e cosa la fa peggiorare. La dipendenza affettiva è uno dei temi ad oggi più caldi, al pari della sessualità, fedeltà e tradimento. Qui mi vorrei concentrare su cosa la genera, la innesca e la mantiene e la fa perdurare durante la relazione. Quello a cui mi riferisco è “l’errata attribuzione di responsabilità”, il dipendente affettivo infatti è inconsciamente convinto di essere responsabile delle azioni dell’altro cioè della persona della quale dipende. Questo nel senso che il comportamento dell’altro, che solitamente viene visto come negativo e umiliante, è visto come reattivo ad una propria responsabilità, ad un proprio comportamento o modo di essere. Il dipendente affettivo quindi pensa “devo proprio aver fatto qualcosa di sbagliato, devo essere sicuramente responsabile di quello che è successo”. Questo è naturalmente un meccanismo distruttivo e perverso che il dipendente affettivo mette in atto e che non fa altro che innescare e alimentare sempre di più la dipendenza affettiva. Questo meccanismo infatti la fa perdurare perché finché non si riconosce che l’altro è un essere pensante e che esiste anche in una propria autonomia è impossibile riuscire a superare la dipendenza affettiva. Se ti trovi in questa situazione di dipendenza affettiva chiediti prima di tutto quanto attribuisci a tue responsabilità il comportamento dell’altro e chiediti se il comportamento dell’altro in realtà non sia un libero agito, un libero comportamento che l’altro agisce indipendentemente dal tuo comportamento. Questo è sicuramente il primo passo per comprendere il meccanismo perverso della dipendenza affettiva.      ### Come perdonare   Introduzione al Perdono Come si fa a perdonare? Se segui i miei video, avrai sicuramente sentito parlare spesso di terapie di coppia e, inevitabilmente, di tradimenti. In particolare, quando la coppia sceglie di rimanere insieme dopo un tradimento, il perdono diventa un tema centrale. Lavoro Interiore sul Perdono È ovvio che il perdono non avviene solo in caso di riconciliazione. La coppia può anche scegliere di lasciarsi, ma il lavoro sul perdono è qualcosa che ognuno deve affrontare interiormente, sia chi è stato tradito sia chi ha tradito. Il perdono non è esclusivamente legato al tradimento, ma può essere un buon punto di partenza per discutere il tema in generale. Condizioni Necessarie per Perdonare Per perdonare davvero, è fondamentale comprendere, specificare e mettere bene in chiaro nella propria mente le proprie colpe. Questo concetto può sembrare controintuitivo o provocatorio, ma è essenziale. Quando si subisce un torto, ci concentriamo spesso sulle colpe dell'altro, sul quanto siamo stati violati o umiliati. Tuttavia, se c'è un reale interesse a perdonare, dobbiamo riconoscere che il perdono è utile anche a noi stessi, indipendentemente dall'evoluzione della relazione. Riconoscere le Proprie Colpe Il perdono richiede il riconoscimento delle proprie colpe, che non sono paragonabili a quelle di chi ha compiuto l'atto che necessita il perdono. Questo non significa sollevare l'altro dalle proprie responsabilità, ma piuttosto prendere consapevolezza di come il proprio comportamento abbia influito sulla situazione. Elaborazione del Perdono Solo riconoscendo le proprie mancanze possiamo affrontare il rancore e la rabbia, rendendoli progressivamente digeribili ed elaborabili. Il perdono, quindi, non significa dimenticare o scusare l'altro, ma riconoscere le proprie responsabilità per poter realmente perdonare. Conclusione sul Perdono Il perdono deve essere qualcosa che facciamo prima di tutto per noi stessi, non solo per l'altro. Riconoscere le proprie colpe ci permette di liberare la mente e il cuore, facilitando un vero processo di guarigione e crescita personale.     ### Come gestire gli attacchi di panico Perché è Importante Conoscere la Verità sugli Attacchi di Panico Se hai sofferto o stai soffrendo di attacchi di panico, avrai sicuramente cercato su Internet informazioni su cosa siano e su come possano essere gestiti. Probabilmente ti sarai imbattuto in un mare di disinformazione, anche se a volte diffusa da professionisti del settore. Spesso vengono consigliate tecniche di rilassamento, esercizi di respirazione o strategie per distrarsi, con l’illusione che possano far passare l’attacco di panico nel momento in cui si manifesta. Ma ecco un grande segreto: non esiste nessuna tecnica o strategia che permetta di bloccare immediatamente un attacco di panico. La Natura dell'Attacco di Panico: Una Valanga Inarrestabile Come suggerisce il termine stesso, l'attacco di panico è una sorta di "attacco" improvviso che segue una dinamica ben precisa. Possiamo paragonarlo a una valanga: una volta che ha iniziato a scendere, non può essere fermata. Quello che si può fare, però, è lavorare a monte per prevenirlo oppure gestirne le conseguenze a valle. Questo significa che, nel momento in cui si manifesta, non resta altro che affrontarlo. Bisogna stringere i denti, resistere e gestire i sintomi, che possono essere estremamente intensi e debilitanti. Perché le Strategie di Distrazione Non Funzionano Molti suggeriscono di focalizzarsi sulla respirazione, distrarsi, pensare ad altro. Tuttavia, queste tecniche possono rivelarsi inefficaci o addirittura controproducenti. Un attacco di panico è una reazione automatica del sistema nervoso: cercare di "fermarlo" sul momento rischia di creare ancora più ansia, perché si genera l'aspettativa di un controllo immediato che, di fatto, non è possibile ottenere. Il lavoro vero non va fatto nel momento dell’attacco, ma prima, per comprendere e affrontare le cause profonde che lo generano. L’Errore Comune: Affidarsi Solo ai Farmaci I farmaci ansiolitici possono aiutare a ridurre i sintomi dell'ansia e attenuare la frequenza degli attacchi di panico. Tuttavia, è fondamentale comprendere che questi farmaci non agiscono sulle cause del problema. La loro azione è focalizzata sulla gestione del sintomo, ma non sulla risoluzione del disagio sottostante. Il vero interrogativo diventa allora: una volta sospeso il farmaco, il problema sarà davvero risolto? Se non si lavora sulle radici dell’ansia, è molto probabile che gli attacchi di panico si ripresentino. La Soluzione: Un Percorso di Psicoterapia L'unico modo efficace per affrontare gli attacchi di panico in modo duraturo è intraprendere un percorso di psicoterapia. Questo lavoro deve essere fatto a monte, concentrandosi sulle cause, sulle origini e sulle radici del problema. Attraverso un percorso terapeutico, si può: Comprendere il significato dell’ansia e il motivo per cui si manifesta sotto forma di attacco di panico. Lavorare sulle emozioni irrisolte, sui pensieri automatici e sulle esperienze passate che possono aver contribuito a creare un terreno fertile per il disturbo. Acquisire strumenti concreti per gestire meglio l’ansia e ridurre la probabilità che un attacco si verifichi in futuro. Conclusione Gli attacchi di panico non si possono fermare con un semplice trucco o una tecnica di rilassamento improvvisata. Il loro superamento richiede un lavoro più profondo, che va oltre la gestione immediata del sintomo e si concentra sulle cause reali. Solo così è possibile ottenere un miglioramento stabile e duraturo. ### Come superare un tradimento e ritrovare la felicità di coppia   Affrontare un Tradimento: Una Scelta Personale Superare un tradimento all’interno di una coppia è un processo complesso e profondamente personale. Chi lo subisce si trova di fronte a una scelta: chiudere la relazione o darle una seconda possibilità. È una decisione intima, che richiede una valutazione attenta di ciò che si desidera davvero. Se si decide di provare a ricostruire il rapporto, è fondamentale adottare alcuni atteggiamenti che possano favorire un reale riavvicinamento. Spesso l’attenzione si concentra su chi ha tradito, ma è altrettanto importante comprendere il ruolo e le azioni di chi ha subìto il tradimento. Solo attraverso un impegno consapevole da entrambe le parti si può tentare di ritrovare il benessere di coppia. Di seguito, quattro aspetti chiave da tenere a mente per affrontare questa fase nel modo più costruttivo possibile. 1. Non Assumere un Atteggiamento Creditorio Dopo un tradimento, è naturale provare rabbia, dolore e un senso di ingiustizia. Tuttavia, un errore comune è mettersi in una posizione di "creditore", aspettandosi che il partner debba continuamente dimostrare pentimento, farsi perdonare e riparare il danno subito. Se si sceglie di dare una nuova possibilità alla relazione, non si può impostare il rapporto sulla base di un debito da risarcire. La relazione deve proseguire su basi sane, senza trasformarsi in una dinamica punitiva in cui il traditore è costantemente messo alla gogna. Questo atteggiamento, infatti, rischia di minare ogni possibilità di ricostruzione, alimentando tensioni e sentimenti negativi. 2. Non Rivangare Continuamente il Passato Uno dei rischi più grandi è rimanere ancorati all’evento del tradimento, continuando a chiedere dettagli e spiegazioni su quanto accaduto. È comprensibile voler capire il perché del tradimento, ma interrogare ripetutamente il partner e rivivere l’episodio nei minimi particolari non aiuta a superarlo. Chiedere ossessivamente informazioni amplifica le immagini mentali dell’accaduto, rendendo difficile staccarsi dal dolore e guardare avanti. Questo meccanismo porta chi ha subìto il tradimento a rimanere bloccato nel passato, impedendogli di ricostruire un nuovo equilibrio emotivo. Se si sceglie di andare avanti, è importante accettare che alcune risposte potrebbero non arrivare mai o, se anche arrivassero, non cambierebbero ciò che è successo. La vera sfida è lavorare su sé stessi per elaborare il dolore senza alimentarlo. 3. La Ricostruzione è un Lavoro di Squadra Un altro errore comune è credere che la responsabilità della riparazione della coppia ricada esclusivamente su chi ha tradito. In realtà, la relazione è un gioco a due: entrambi devono impegnarsi per ricostruire un legame solido e sano. Il partner che ha tradito deve dimostrare con i fatti di voler recuperare la fiducia persa, ma chi ha subìto il tradimento deve a sua volta essere disposto ad aprirsi a un nuovo percorso insieme. Questo non significa giustificare o dimenticare ciò che è successo, ma lavorare attivamente per ritrovare un equilibrio. Se uno dei due resta in attesa che sia solo l’altro a "rimediare", la relazione difficilmente potrà rifiorire. La ricostruzione richiede collaborazione, comprensione reciproca e un impegno concreto da entrambe le parti. 4. La Gelosia Non Scompare, ma Va Gestita Dopo un tradimento, è normale avere dubbi e sentirsi più vulnerabili. Spesso si tende a chiedere continue conferme, a monitorare il partner e a voler avere il controllo su ogni sua azione. Tuttavia, vivere in uno stato di costante allerta non è una soluzione. La gelosia, seppur comprensibile, non deve trasformarsi in un’ossessione. Imporre restrizioni o controlli soffocanti può portare a nuove tensioni e insicurezze, ostacolando il processo di riconciliazione. È importante trovare un equilibrio tra il bisogno di rassicurazioni e la capacità di ricostruire la fiducia in modo sano. Il vero obiettivo non è eliminare la gelosia, ma imparare a gestirla senza permetterle di dominare la relazione. Conclusione Se hai subìto un tradimento e hai deciso di dare una nuova possibilità alla tua relazione, tieni bene a mente questi quattro aspetti. Il percorso di ricostruzione non è semplice, ma con un approccio consapevole e un impegno reciproco, è possibile ritrovare equilibrio e serenità di coppia. ### Pazienti 'bidone' quando non c'è motivazione alla psicoterapia Chi Sono i Pazienti "Bidone"? Parliamo dei pazienti "bidone". Il termine è ironico, ma rende bene l'idea: si tratta di persone che in realtà non vogliono davvero essere pazienti. Non sono disposte a intraprendere un percorso psicologico o psicoterapeutico orientato al benessere e, di conseguenza, finiscono per far perdere tempo e denaro sia a sé stesse che al professionista. Questo fenomeno può riguardare chiunque, anche inconsapevolmente. Alcune persone prenotano un colloquio ma poi fanno perdere le loro tracce, mentre altre partecipano a uno, massimo due incontri, per poi interrompere il percorso senza una reale motivazione. Perché È Importante Riconoscerli? Capire chi rientra in questa categoria è utile sia per i terapeuti che si trovano a gestire pazienti di questo tipo, sia per le persone che si riconoscono in questi comportamenti e si rendono conto di non essere realmente pronte a iniziare un percorso. Se sei un paziente e senti di rientrare in questa descrizione, questo video potrebbe aiutarti a riorganizzare le idee e a chiederti cosa vuoi davvero da un percorso psicoterapeutico. Se sei un terapeuta, riconoscere tempestivamente questi pazienti può aiutarti a gestire meglio il tuo tempo e le tue risorse. Le Tre Tipologie di Pazienti "Bidone" Dalla mia esperienza clinica, ho individuato tre grandi categorie di pazienti che mostrano una scarsa motivazione alla terapia. Non ho la pretesa di essere esaustivo, ma questi profili rappresentano una buona parte dei casi con cui mi sono confrontato. 1. Il Paziente con Disponibilità Oraria Impossibile Questo è il paziente che chiama con urgenza, dichiarando di avere un problema serio da risolvere subito. La richiesta è legittima, ma c'è un problema: "Ho un problema serio, magari anche urgente. Non voglio sminuire la difficoltà di nessuno, ma posso venire solo in orari rigidissimi, ad esempio il giovedì delle settimane pari dalle 19:45 alle 20:45." Questa rigidità è già un segnale chiaro di scarsa motivazione. Ovviamente, sia il terapeuta che il paziente devono trovare un incastro di orari che funzioni per entrambi, soprattutto in un contesto privato. Un minimo di flessibilità è fondamentale. Quando, invece, un paziente inizia a tergiversare troppo, dicendo di non avere mai tempo e di avere sempre qualcosa di più importante da fare, la motivazione inizia a vacillare. Un esempio classico? "Mi piacerebbe fare terapia, ma ho la lezione di Zumba." Senza nulla togliere allo Zumba, se la priorità rimane sempre altrove, è chiaro che il percorso terapeutico non è considerato essenziale. 2. Il Paziente "Non Ci Credo, Ma Vengo Lo Stesso" Un'altra categoria molto frequente è quella del paziente che non crede affatto nella terapia, ma si presenta comunque in studio. La telefonata tipica suona così: "Buongiorno, dottore. Ho un problema, ma in realtà non è nulla di che. A dirla tutta, non credo molto nel lavoro che fa. Anzi, se devo essere sincero, non ci credo affatto. Vengo solo perché mia moglie/marito/amico/collega mi ha detto di provare." Questo atteggiamento indica una bassa consapevolezza del problema, una scarsa percezione del proprio bisogno e, di conseguenza, una motivazione debole. Se una persona si rivolge a un terapeuta senza alcuna fiducia nel processo, difficilmente otterrà dei benefici. La terapia funziona quando c'è un coinvolgimento attivo: senza fiducia e partecipazione, diventa solo una perdita di tempo per entrambi. 3. Il Paziente che Vuole Solo Sapere il Prezzo Il terzo tipo di paziente chiama con un solo obiettivo in mente: sapere il costo delle sedute. La conversazione si svolge più o meno così: "Buongiorno, mi chiamo Tizio e vorrei sapere il costo delle sedute." A questo punto, il terapeuta cerca di spiegare il tipo di lavoro che svolge: "Dipende dal tipo di percorso. Se è una terapia individuale, il costo è X. Se si tratta di una terapia di coppia, è Y, perché il tempo e le risorse coinvolte sono diversi. Posso darle qualche informazione in più per aiutarla a capire meglio?" Ma il paziente insiste: "Sì, sì, ma quanto costa?" Qui emerge un problema: il prezzo non può essere l’unico criterio per scegliere un terapeuta. Ovviamente, il costo è un fattore importante, ma valutare un professionista esclusivamente in base alla tariffa è riduttivo. In alcuni casi, ci possono essere agevolazioni per chi ha difficoltà economiche, come tariffe calmierate basate sull'ISEE. Tuttavia, quando una persona vede solo il prezzo e non il valore del percorso, è probabile che non sia realmente pronta a impegnarsi nella terapia. Un altro segnale di scarsa motivazione è quando il paziente, dopo aver saputo il costo, cerca di ottenere una consulenza gratuita: "Va bene, allora già che ci siamo, mi darebbe qualche consiglio?" Qui si entra in un territorio delicato: un terapeuta non può fornire una consulenza strutturata in pochi minuti di telefonata. Chi pensa di poter risolvere tutto con una semplice chiacchierata gratuita sta sottovalutando il lavoro psicoterapeutico. Il Danno per il Terapeuta e per il Paziente Se sei un terapeuta, avrai già capito che questi pazienti sono "ladri di tempo". Non perché lo facciano con cattiveria, ma perché: Non ti permettono di lavorare seriamente, creando incastri impossibili e interrompendo il percorso prematuramente. Non si danno la possibilità di essere aiutati, sprecando un'opportunità preziosa per migliorare la loro vita. Se invece sei un paziente e ti riconosci in una di queste descrizioni, è importante fermarti un attimo e riflettere: Sei davvero motivato a iniziare un percorso? Sei disposto a impegnarti e a dare alla terapia il giusto spazio nella tua vita? Vuoi farlo per te stesso o solo per accontentare qualcun altro? Conclusione: Fare una Scelta Consapevole La psicoterapia non è un obbligo, ma una scelta. Se hai dubbi o incertezze, prenditi del tempo per chiarirti le idee prima di iniziare. Quando trovi le risposte giuste, sarai in grado di decidere se intraprendere un percorso terapeutico o meno. Sia per i pazienti che per i terapeuti, riconoscere queste dinamiche è fondamentale per non perdere tempo e per garantire che la terapia sia davvero uno strumento di crescita e cambiamento. ### Come capire se ti tradisce Come capire se il tuo partner ti tradisce? Quali segnali possono indicare un tradimento in corso? Questo video non elenca sei, sette o otto segnali certi di infedeltà, ma raccoglie elementi dalla mia esperienza clinica per individuare i fattori di rischio. L'obiettivo non è fornire una lista rigida di indizi che confermano con certezza un tradimento, ma offrire una riflessione su alcuni aspetti che potrebbero suggerire un'infedeltà in atto. La domanda chiave: ci sono motivi per cui potrebbe tradirti? Prima di analizzare i segnali di un possibile tradimento, è fondamentale porsi una domanda: ci sono delle ragioni per cui il tuo partner potrebbe tradirti? Ci sono delle mancanze da parte tua nella relazione? La coppia sta attraversando un periodo di crisi? Il tuo partner prova insoddisfazione all'interno della relazione? Se la risposta a queste domande è no, allora puoi stare tranquillo o tranquilla. Se invece la risposta è sì, potrebbe essere utile prestare attenzione ad alcuni segnali che approfondiremo. Segnali di un possibile tradimento 1. Il cellulare diventa un oggetto "proibito" Uno degli aspetti più rivelatori riguarda il rapporto del tuo partner con il proprio telefono. Questo non significa che devi controllare i suoi messaggi – un’azione che danneggerebbe la fiducia reciproca – ma semplicemente osservare alcuni dettagli: Ti permette di usare il suo telefono per cercare qualcosa su Google o è sempre restio a fartelo toccare? Conosci la sua password o è diventata improvvisamente un segreto? Il cellulare viene lasciato in vista oppure è costantemente nascosto o posizionato con lo schermo rivolto verso il basso? Riceve chiamate o messaggi in orari insoliti e si isola senza un motivo apparente? Se il tuo partner cambia improvvisamente il modo in cui gestisce il proprio telefono, potrebbe essere un segnale da non ignorare. 2. Il comportamento cambia in modo evidente Un altro segnale da osservare riguarda il comportamento generale: Ha iniziato a essere più distaccato/a o, al contrario, eccessivamente affettuoso/a rispetto al solito? Ci sono sbalzi repentini tra momenti di grande attenzione verso di te e momenti in cui sembra completamente assente? Ha cambiato drasticamente i suoi orari senza una spiegazione convincente? Ad esempio, prima rincasava sempre a una determinata ora e ora invece ha orari variabili senza un motivo apparente? Questi cambiamenti improvvisi potrebbero indicare che qualcosa è cambiato nella sua routine o nel suo coinvolgimento emotivo. 3. Parla spesso di una persona in particolare Quando una persona entra nella testa del proprio partner, che sia in accezione positiva o negativa, tende a catalizzare i suoi pensieri e i suoi discorsi. Presta attenzione a questi segnali: Il tuo partner nomina spesso una persona specifica, sia per elogiarla che per criticarla? Sembra che questa persona sia diventata un punto fisso nei suoi racconti quotidiani? Trovi che il suo interesse per questa persona sia sproporzionato rispetto al tipo di relazione che dovrebbe avere con lei? Spesso, chi tradisce non può fare a meno di menzionare l’altra persona, anche inconsapevolmente. Conclusioni: segnali, non certezze Questi segnali non sono prove di un tradimento, ma campanelli d’allarme. Se nella relazione ci sono insoddisfazioni o squilibri, potrebbe essere il momento di fermarsi a riflettere, confrontarsi con il proprio partner e lavorare insieme per ritrovare un equilibrio. In alcuni casi, il tradimento è solo un sintomo di un problema più profondo nella relazione: affrontarlo apertamente può essere la chiave per migliorare il rapporto o per prendere decisioni più consapevoli sul futuro della coppia. ### I due livelli del disagio psicologico L'Impatto del Disagio Psicologico sulla Vita di una Persona Qual è l'impatto e quali sono i risvolti che un disagio psicologico assume nella vita di una persona? Ho trattato questo argomento in diversi video, affrontando temi come il disagio psichico, le patologie, i sintomi e il funzionamento della psicoterapia. Uno che ti posso consigliare, propedeutico a quello che sto per dire, è un video intitolato I due significati del sintomo, I due livelli del sintomo. Questo perché, dal mio punto di vista, il disagio psichico agisce su diversi livelli della vita di una persona e influisce significativamente sulla sua qualità di vita. L'Errore di Concentrarsi Solo sul Sintomo Troppo spesso, sia il paziente che il terapeuta si concentrano esclusivamente su uno di questi livelli, ovvero quello più esplicito: l'aspetto sintomatologico. Faccio un esempio. Prendiamo il caso di una persona che soffre di ansia con attacchi di panico. Il terapeuta e il paziente tendono a focalizzarsi su questo aspetto, considerandolo un intruso, un elemento estraneo e invasivo che caratterizza negativamente la vita della persona. L'obiettivo diventa allora eliminarlo, estirparlo. Il lavoro terapeutico si concentra così su come controllare l'attacco di panico, su cosa lo scatena e su come evitarlo. Tutto questo è senza dubbio fondamentale, ed è importante sottolineare che non voglio minimizzarne l'importanza. Tuttavia, questo approccio tralascia un aspetto altrettanto rilevante: la riorganizzazione concreta della quotidianità del paziente. La Riorganizzazione della Vita in Funzione del Disagio Il disagio psicologico non si limita al sintomo manifesto. Spesso la persona tende a riorganizzare la propria vita non solo in funzione del sintomo stesso, ma anche del disagio psicologico sottostante. Tornando all'esempio dell'ansia, possiamo osservare fenomeni come l'evitamento e l'anticipazione. Chi soffre di attacchi di panico, per esempio, può iniziare a evitare determinate situazioni per paura che possano scatenare un episodio d'ansia. Non prendere più l’ascensore, evitare l’autostrada, rinunciare ai viaggi in aereo: sono tutti piccoli accorgimenti che, singolarmente, possono sembrare insignificanti. Tuttavia, nel loro insieme, contribuiscono a limitare progressivamente la qualità della vita della persona, riducendone sempre più i gradi di libertà. Questo non fa altro che consolidare, rafforzare e legittimare la presenza del sintomo. Il Circolo Vizioso del Sintomo e della Riorganizzazione Più il paziente e il terapeuta si concentrano esclusivamente sul sintomo, più tendono a trascurare altri aspetti cruciali della vita della persona. Convinzioni, credenze, comportamenti e pensieri finiscono per svilupparsi in funzione della presenza del sintomo, senza che ci si renda conto di come il resto della vita si stia trasformando per mantenerlo. Per questo motivo, la patologia non si riduce semplicemente al sintomo. È piuttosto un sistema complesso che coinvolge anche tutti quei comportamenti, pensieri e credenze che vengono influenzati dal sintomo stesso. Questi elementi, presi singolarmente, potrebbero non sembrare gravi, ma quando si sommano uno dopo l’altro, mezzo grado alla volta, portano progressivamente la persona lontano dalla propria rotta e dal proprio benessere. Un Approccio Terapeutico su Più Livelli Per affrontare il disagio psicologico in modo efficace, è fondamentale intervenire su più livelli contemporaneamente. Non basta lavorare solo sull’aspetto sintomatologico: bisogna anche considerare come la vita della persona si è riorganizzata attorno al sintomo e intervenire su questo processo. Solo così si può non solo estirpare il sintomo, ma anche permettere alla persona di riappropriarsi della propria vita e del proprio benessere. ### Il superpotere che si sviluppa con la psicoterapia Il Dialogo Interno e la Crescita Personale Qual è il superpotere che si sviluppa grazie alla psicoterapia? In un precedente video, intitolato "Perché lo psicologo non parla di sé", ho citato le neo-strutture terapeutiche. So che può sembrare un termine tecnico, ma in realtà è qualcosa di molto concreto. Si tratta di un dialogo interno che il paziente sviluppa con l'immagine del terapeuta nella propria mente. Questo dialogo viene utilizzato per riflettere su situazioni ed eventi della propria vita e orientare meglio le proprie scelte e le proprie azioni. È come se il paziente proiettasse mentalmente una seduta di terapia e, attraverso questa conversazione interiore, riuscisse a comprendere come comportarsi nelle diverse situazioni della vita quotidiana. Per capire come e perché questo sia legato al fatto che lo psicologo non debba parlare di sé, ti rimando al video. Ma torniamo al punto principale: qual è il vero superpotere che il paziente sviluppa nel corso della terapia? Il Superpotere Oltre la Neo-Struttura Terapeutica Non è tanto la neo-struttura terapeutica in sé, che è solo una piccola parte del processo. Il vero superpotere si manifesta solitamente dopo il ventesimo incontro, anche se non in tutti i pazienti, secondo la mia esperienza. Questo superpotere è la capacità di sviluppare un dialogo interno consapevole. Un dialogo interiore che da un lato permette di confrontarsi con se stessi o con la proiezione del terapeuta, e dall’altro consente di muoversi tra due punti di vista diversi. I Due Punti di Vista: Protagonista e Osservatore I due punti di vista sono: Il punto di vista in prima persona, quello che naturalmente adottiamo ogni mattina mentre affrontiamo la nostra giornata. È il modo in cui viviamo la nostra quotidianità, immersi nelle nostre esperienze e nelle nostre emozioni. Un punto di vista esterno, superiore e strategico, che si colloca al di sopra della situazione, osservandola con maggiore distacco e consapevolezza. Questo secondo punto di vista non si limita a valutare ciò che il paziente sta facendo, ma è in grado anche di influenzarne il comportamento mentre sta agendo. È come avere una doppia prospettiva: da un lato, la visione da protagonista, con tutto il coinvolgimento emotivo che ne deriva; dall’altro, una visione panoramica, più ampia, che consente di comprendere meglio il contesto e le dinamiche in cui ci si muove. Immagina di vedere la tua vita come se fosse un film: da un lato, sei l’attore principale, immerso nell’azione; dall’altro, sei anche il regista, che osserva la scena dall’alto e può decidere come modificarla per ottenere il miglior risultato possibile. La Mappa della Propria Vita Questo cambio di prospettiva permette di sviluppare una maggiore consapevolezza e, soprattutto, più serenità nell'affrontare le situazioni. Non si è più guidati dall’emotività del momento, ma si riesce a valutare le cose in prospettiva, considerando il lungo periodo anziché reagire impulsivamente. Non è insolito che, dopo circa venti incontri, un paziente dica al terapeuta: "Dottore, oggi mi sono trovato in una situazione che prima mi avrebbe fatto perdere le staffe. Mi sarei lasciato travolgere dalle emozioni, ma questa volta sono rimasto calmo. Non è stata una calma forzata, ma una calma consapevole, che mi ha permesso di riflettere. Ho pensato a cosa avrei potuto fare, come avrei potuto comportarmi, e ho scelto di agire in modo diverso dal solito. Guardando oltre l’immediato, ho capito cosa sarebbe stato più utile per me nel lungo periodo." Questa capacità porta a una sensazione di tranquillità, di controllo, di potere personale che prima era assente. Un Superpotere per Tutti Va sottolineato che questo non riguarda solo persone con problemi di gestione della rabbia o con un’emotività particolarmente accentuata. È un processo che può avvenire in chiunque intraprenda un percorso di psicoterapia. Ed è proprio questo il vero superpotere che la psicoterapia aiuta a sviluppare: la capacità di muoversi su più livelli contemporaneamente, alternando la visione soggettiva con quella più ampia. In questo modo, non si è più limitati esclusivamente alla prospettiva del protagonista, ma si acquisisce anche una visione d'insieme della propria vita. Governare la Propria Traiettoria Grazie a questa abilità, si può comprendere il proprio posto nel mondo e il percorso che si è scelto di seguire. Si diventa più consapevoli delle proprie azioni e delle loro conseguenze, e si acquisisce una maggiore capacità di governare la propria vita in modo intenzionale. Questo rende chiara l'importanza della responsabilità verso se stessi, ma al tempo stesso è profondamente rassicurante. Sapere che possiamo osservare la nostra vita da un’altra prospettiva e prendere decisioni più consapevoli ci offre una sensazione di equilibrio e controllo che prima sembrava irraggiungibile. ### I vantaggi, per la coppia, di avere un problema sessuale Una Prospettiva Inattesa Ti sei mai chiesto quali sono i vantaggi di affrontare un problema sessuale in coppia? Potrebbe sembrare una domanda provocatoria. Le difficoltà sessuali, infatti, sono tra le più temute e scomode da affrontare. Ma la sessualità ha un'importanza cruciale, sia quando se ne parla che quando viene evitata, soprattutto nelle coppie di lunga durata. In una relazione stabile, è naturale che la sessualità, come il rapporto stesso, si trasformi, si modifichi e si evolva. Un problema sessuale, ovviamente, può creare difficoltà e crisi, come abbiamo visto nei video precedenti. Ma può anche offrire due opportunità fondamentali per la coppia: riscoprirsi e riequilibrare la relazione. Il Primo Vantaggio: Riscoprirsi Un'Opportunità di Crescita Cosa significa riscoprirsi? Significa ritrovarsi più uniti di prima, affrontare il problema insieme e riscoprire una connessione più profonda. Questo accade soprattutto nelle coppie che scelgono di affrontare insieme la difficoltà, invece di viverla come un ostacolo individuale. A volte sembra che il problema riguardi solo uno dei due: lui con eiaculazione precoce o disfunzione erettile, lei con vaginismo o un calo del desiderio. Ma in realtà, il problema appartiene alla coppia. Quando un partner soffre di una difficoltà sessuale, l'altro non deve limitarsi a incolparlo o a pensare che il problema sia esclusivamente suo. Al contrario, la coppia può affrontarlo come una sfida condivisa. Molte coppie che intraprendono un percorso terapeutico arrivano dicendo: "Abbiamo un problema. La nostra intimità non funziona come vorremmo. Cosa possiamo fare?" Questo atteggiamento non solo aiuta a risolvere il problema, ma rafforza il legame. Affrontare insieme una difficoltà crea obiettivi concreti a breve termine e permette di riscoprire la vicinanza reciproca. Il risultato? La coppia si sente più unita e più innamorata, perché ha trovato un modo per superare insieme un ostacolo. Il Secondo Vantaggio: Riequilibrare la Relazione Rinegoziare i Bisogni e i Desideri Un problema sessuale porta inevitabilmente con sé delle crisi. Ma la crisi, per definizione, è anche un momento di trasformazione. Genera nuovi bisogni, nuove domande, nuove possibilità. Spesso, quando la sessualità non presenta difficoltà evidenti, si tende a darla per scontata. Col tempo, abitudini e routine prendono il sopravvento, e alcuni aspetti del desiderio o del piacere finiscono nel dimenticatoio. Ma quando emerge un problema sessuale, la coppia ha l’opportunità di ripensare e riequilibrare la propria intimità. Si può riparlare di ciò che funziona e di ciò che non funziona, di cosa piace e di cosa è cambiato nel tempo. Si possono esplorare nuove modalità di intimità, senza più dare nulla per scontato. Questo porta la coppia a una maggiore consapevolezza reciproca e a un'intesa più profonda. La Coppia Come Agente di Cambiamento Tutto dipende dalla capacità della coppia di trasformare la crisi in un'opportunità. Anche un momento difficile come una difficoltà sessuale può diventare un'occasione per rafforzare il legame e ritrovare una nuova armonia. Le coppie che riescono a vedere il problema non come una barriera, ma come un'occasione per crescere insieme, possono uscirne più forti, più consapevoli e più unite di prima. ### I quattro elementi del benessere personale Una Riflessione sul Benessere Il benessere personale è un concetto complesso che si articola in diverse dimensioni della vita. Dal mio punto di vista, si può suddividere in quattro macro aree fondamentali: famiglia, lavoro, relazione sentimentale o di coppia, e individualità. È normale, nel corso della vita, avere uno sbilanciamento su una o due di queste aree, spesso a discapito delle altre. Questo può dipendere dal momento che si sta attraversando o dalle scelte personali fatte fino a quel punto. Tuttavia, è importante che questo sbilanciamento sia consapevole e, allo stesso tempo, mai totale. Anche se si tende a privilegiare una o due aree, le altre non dovrebbero mai essere completamente trascurate. Mantenere un certo livello di equilibrio è essenziale per garantire una condizione di benessere duratura. Analizziamo nel dettaglio ciascuna di queste quattro aree per comprendere meglio il loro ruolo nella nostra vita. La Famiglia: Oltre il Modello Tradizionale L’aspetto familiare non si riferisce esclusivamente all'idea classica di famiglia, con figli e matrimonio, ma riguarda soprattutto la condivisione di un progetto di vita con altre persone. La famiglia è quel nucleo, biologico o scelto, all'interno del quale si costruisce un futuro comune, dove si condividono obiettivi e si lavora insieme per realizzarli. Avere una rete di supporto solida, con cui si possa pianificare e condividere la quotidianità, è fondamentale per il benessere. Non si tratta solo di legami di sangue, ma di quelle relazioni significative che ci offrono stabilità, confronto e supporto emotivo. Il Lavoro: Sostentamento o Autorealizzazione? Il lavoro è un'altra dimensione chiave del benessere personale e può essere visto in due modi: Come strumento di sostentamento, necessario per sviluppare le altre aree della vita. Come mezzo di autorealizzazione, capace di dare un senso di scopo e gratificazione personale. Indipendentemente dalla prospettiva, è fondamentale che il rapporto con il proprio lavoro sia ben definito. Capire cosa ci si può aspettare dal proprio impiego e quali sono le reali possibilità di soddisfazione è essenziale per non vivere il lavoro come un peso, ma come un elemento che contribuisce al benessere. Un lavoro appagante può essere un potente promotore della nostra felicità. Tuttavia, anche quando il lavoro non è ideale, può comunque fungere da strumento per mantenere e coltivare le altre aree della nostra vita, permettendoci di investire tempo ed energie in ciò che ci rende davvero soddisfatti. La Relazione Sentimentale: Connessione e Crescita Le relazioni di coppia rivestono un ruolo centrale nella vita di molte persone. Esse contribuiscono al benessere in diversi modi: Offrono un senso di riconoscimento e appartenenza. Favoriscono l'affermazione di sé attraverso il confronto con l’altro. Consentono di sperimentare un legame emotivo profondo, fondamentale per la crescita personale. Costruire una relazione sana significa investire tempo ed energie, senza però perdere di vista le altre aree della propria vita. Una relazione equilibrata non deve essere totalizzante, ma integrarsi armonicamente con il resto dell’esistenza. L’Individualità: Il Valore del Tempo per Sé L'individualità è forse l’area più sottovalutata, eppure è fondamentale per il benessere personale. Essere in grado di stare bene con se stessi è un elemento chiave della felicità. Questo significa: Ritagliarsi tempi e spazi autonomi. Coltivare interessi personali senza sentirsi in colpa. Imparare a godere della solitudine in modo costruttivo. Dedicare del tempo a sé stessi non è un lusso, ma una necessità. È proprio in questi momenti che possiamo ricaricare le energie, riflettere su ciò che desideriamo e lavorare sul nostro sviluppo personale. L’Equilibrio tra le Quattro Aree Non esiste una regola fissa che imponga di dedicare il 25% del proprio tempo a ciascuna area. Tuttavia, è fondamentale pianificare consapevolmente come distribuire le proprie risorse ed energie. Solo così è possibile ottenere ciò che si desidera ed evitare squilibri che, nel tempo, potrebbero rivelarsi dannosi. Gli equilibri tra queste aree cambiano nel corso della vita. Ci saranno periodi in cui il focus sarà sul lavoro, altri in cui la priorità sarà la famiglia o la crescita personale. L’importante è avere sempre una visione d’insieme, senza trascurare nessuna di queste dimensioni. Dimenticarne una per troppo tempo potrebbe portare, in futuro, a vuoti difficili da colmare. Pianifica il Tuo Benessere Prova a riflettere su queste domande: Quali sono i tuoi obiettivi nelle quattro aree del benessere? Cosa hai già ottenuto in ciascuna di esse? Su quale aspetto vorresti concentrarti di più nel futuro? Che cosa ti aspetti da te stesso per raggiungere una condizione di benessere più appagante? Solo coltivando tutte e quattro le aree in parallelo è possibile raggiungere un benessere autentico e duraturo. ### Quando chiamare lo psicologo Le due categorie di pazienti Quando ha senso intraprendere una psicoterapia? Esistono due categorie di pazienti che si rivolgono a uno psicologo psicoterapeuta. La prima categoria è composta da persone che si rendono conto di avere un problema e chiedono aiuto con consapevolezza. Si presentano dallo psicoterapeuta dicendo: "Ho questa difficoltà. Da solo faccio fatica. Ho bisogno di una consulenza o comunque di un lavoro con un professionista. Per questo mi sono rivolto a lei: mi dica cosa c’è da fare e lavoriamo insieme per risolvere il problema." Non è un approccio diverso da quello che avrebbero con un dentista per un mal di denti o con un ortopedico per un problema articolare. La seconda categoria, invece, è quella degli scettici. Sono coloro che affermano di non aver mai creduto nella psicologia. Dicono cose come: "Non è una questione di fede, ho sempre pensato di essere forte. Non è una questione di debolezza, ho sempre creduto che non avrei mai avuto bisogno di una figura come la sua. Però, siccome ho questa difficoltà e mi è stato consigliato di consultare uno specialista, e siccome magari può essere utile, mi dica lei se ho bisogno di intraprendere un percorso oppure no." Le risposte a questi due tipi di pazienti variano e, in particolare nel caso della seconda categoria, occorre affrontare alcune false credenze che spesso accompagnano la loro visione della psicoterapia. I due fattori discriminanti nella scelta di iniziare un percorso Ciò che è davvero decisivo nel valutare se iniziare o meno una psicoterapia dipende da due aspetti fondamentali: Quanto il problema è comprensibile Quanto il problema è invalidante Solo nel caso in cui il problema sia comprensibile e non invalidante si può considerare di affrontarlo da soli, almeno in una fase iniziale. In questi casi, si può provare a lavorare su se stessi in autonomia, senza necessariamente l’intervento di un professionista. In tutti gli altri scenari – quando il problema è comprensibile ma invalidante, quando non è comprensibile (a prescindere dal suo livello di invalidazione) – rivolgersi a uno psicoterapeuta diventa necessario. Differenti livelli di difficoltà e la necessità di aiuto Ci sono situazioni più complesse, in cui il problema non è comprensibile ed è altamente invalidante. In altri casi, invece, il problema potrebbe non essere comprensibile, ma allo stesso tempo non gravemente invalidante. Questo suggerisce che esistono livelli differenti di difficoltà psicologiche: alcune più lievi, altre più impattanti sulla vita quotidiana. Questa distinzione si applica sia ai sintomi psicologici veri e propri (come un attacco di panico o la depressione) sia alle difficoltà legate a momenti di vita complessi, che non si manifestano con sintomi clinici ma possono comunque generare grande conflitto interno e sofferenza. Pensiamo, ad esempio, alle decisioni difficili da prendere, ai dilemmi esistenziali o a scelte che mettono in discussione il proprio percorso di vita. Quando si può provare a gestire il problema da soli? In generale, puoi scegliere di non chiedere aiuto nel momento in cui il problema è comprensibile e non è invalidante. Questo significa provare a muoverti autonomamente, utilizzando le tue risorse personali, per un periodo di tempo limitato. Se però non trovi una soluzione, è opportuno rivolgersi successivamente a uno psicoterapeuta. Quando è necessario rivolgersi a uno specialista? In tutte le altre combinazioni, è essenziale chiedere aiuto: Il problema non è comprensibile ed è invalidante Il problema non è comprensibile ma comunque invalidante Il problema è comprensibile, ma nonostante ciò è invalidante In questi casi, solo il contributo di uno specialista può fornire gli strumenti per trovare una soluzione e intraprendere la giusta direzione per affrontare la difficoltà. ### Quali sono i rischi di farsi la diagnosi con Dr. Google?! Il pericolo di cercare diagnosi online Quali sono i rischi di affidarsi a Dr. Google per cercare informazioni sulla propria patologia o, nel peggiore dei casi, autodiagnosticarsi? I rischi principali sono tre. Il primo, il più semplice da comprendere, è legato all'abbondanza di informazioni disponibili online. Nell'era digitale, tutti possiamo accedere a una mole sterminata di contenuti su qualsiasi argomento, inclusa la salute. Tuttavia, l'accessibilità non garantisce la qualità: molte informazioni sono difficili da interpretare per chi non è un professionista del settore, sia per il linguaggio tecnico utilizzato sia per la complessità dei concetti esposti. Inoltre, un altro problema comune è la diffusione di informazioni scorrette o fuorvianti, che possono portare a convinzioni errate sulla propria condizione. Dove abbonda l'informazione, non tutte le fonti sono affidabili. Il rischio dell'effetto nocebo Il secondo rischio è più subdolo e meno immediato da riconoscere. Quando una persona si autodiagnostica cercando sintomi su internet, può sviluppare un effetto psicologico chiamato "effetto nocebo": inizia a credere di avere tutti i sintomi descritti nella diagnosi trovata, anche quelli che inizialmente non presentava. Ad esempio, se una patologia prevede dieci sintomi distinti e la persona ne manifesta solo cinque, potrebbe inconsciamente aspettarsi di sviluppare anche gli altri, aumentando l’ansia e condizionando il proprio stato mentale. È un po' come quando si impara a guidare: nel tentativo di evitare un ostacolo, fissarlo troppo può portarci involontariamente a colpirlo. Allo stesso modo, focalizzarsi su una diagnosi autoproclamata può portare a percepire sintomi che prima non esistevano. Oltre a questo, il dare un’etichetta al problema, incasellandolo in una categoria precisa, comporta un ulteriore rischio: quello di ingigantire la percezione della propria condizione. Se una diagnosi include anche sintomi che oggi non si sperimentano, la mente potrebbe aprirsi alla possibilità di svilupparli in futuro, alimentando un circolo vizioso di autosuggestione. Il rischio di compromettere il rapporto con il terapeuta Un altro problema, forse ancora più rilevante, è che l'autodiagnosi può ostacolare il percorso terapeutico. Spesso, chi arriva da un professionista dopo aver consultato internet fatica ad affidarsi e a seguire le indicazioni del terapeuta. La persona è convinta di conoscere a fondo il proprio problema e di sapere già quale sia il trattamento più adatto. Di conseguenza, fatica a collaborare, confrontando costantemente ciò che dice il medico con quanto ha trovato online. Continuerà a verificare, riverificare e confrontare ciò che dice Dr. Google con quanto affermato dal medico che lo ha in cura, rendendo più difficile un intervento efficace. L'illusione della conoscenza: un sovraccarico di informazioni Internet è una risorsa straordinaria, ma presenta anche un rischio evidente: il sovraccarico di informazioni. Spesso, chi cerca risposte online si imbatte in contenuti troppo tecnici e specifici, che senza una formazione adeguata risultano difficili da organizzare e comprendere. Inoltre, la conoscenza di argomenti legati alla propria salute, se non adeguatamente mediata da un professionista, può generare più confusione che chiarezza. Si rischia di incappare in informazioni scorrette o, come abbiamo visto, di sviluppare un’aspettativa errata sui propri sintomi. Conclusione: affidarsi ai professionisti Internet è uno strumento utile, purché venga utilizzato con le dovute precauzioni. Cercare informazioni può aiutare a comprendere meglio il proprio stato di salute, ma non deve mai sostituire un consulto con un professionista qualificato. Anche la psicoterapia online, quando condotta da un dottore in carne e ossa, è una valida alternativa, perché permette un’interazione reale e personalizzata. Affidarsi a un esperto, invece di cadere nella trappola dell'autodiagnosi, è sempre la scelta più sicura per il proprio benessere. ### Claustrofobia Definizione e origine del termine Qualche informazione sulla claustrofobia. Ho già fatto un video sull'agorafobia, in cui spiego le sue principali caratteristiche. La claustrofobia è considerata il suo opposto, o meglio, una condizione complementare. Il termine "claustrofobia" deriva dal latino claustrum, che significa "chiostro" o "luogo chiuso", e dal greco phobos, che significa "paura". Questa fobia consiste infatti nella paura intensa e irrazionale degli spazi chiusi o angusti. La claustrofobia come disturbo d'ansia Si tratta di un disturbo d'ansia, il che significa che porta con sé molti dei sintomi tipici dell'ansia e degli attacchi di panico. Chi ne soffre può sperimentare: Una forte sensazione di agitazione La perdita di controllo La paura di impazzire Il bisogno impellente di scappare, evadere o uscire dalla situazione in cui si trova La claustrofobia è meno frequente rispetto all'agorafobia, ma ha comunque un’incidenza significativa sulla popolazione. Spazi chiusi e relazioni vincolanti La claustrofobia non riguarda solo gli spazi chiusi in senso fisico, come ascensori o stanze senza finestre, ma può manifestarsi anche in contesti relazionali. Alcune persone claustrofobiche percepiscono come soffocanti le relazioni troppo vincolanti, eccessivamente strette o opprimenti. In questo senso, la paura dello spazio chiuso si estende anche a dinamiche interpersonali in cui si avverte una limitazione della propria libertà. Contesti che scatenano disagio Le persone claustrofobiche possono provare disagio in situazioni in cui si sentono intrappolate o incapaci di sottrarsi a una determinata condizione. Alcuni degli ambienti più problematici includono: Gallerie e tunnel: la mancanza di uscite visibili può generare ansia Ascensori: il timore di rimanere bloccati è comune Aerei: non per paura di volare, ma per l’impossibilità di lasciare l’ambiente in qualsiasi momento Mezzi pubblici affollati: autobus, treni e metropolitane possono essere percepiti come spazi costrittivi Strategie di evitamento Per evitare di trovarsi in situazioni ansiogene, chi soffre di claustrofobia spesso mette in atto comportamenti di evitamento. Questo può portare a: Rifiutare inviti o opportunità che implicano l’uso di determinati mezzi di trasporto Allontanarsi da luoghi chiusi o affollati Evitare relazioni che vengono percepite come troppo vincolanti A differenza dell'agorafobia, in cui la paura è legata al timore di sentirsi male in pubblico o di non ricevere aiuto in caso di bisogno, la claustrofobia è caratterizzata dall'ansia derivante dall’impossibilità di scappare o di esercitare il controllo sulla situazione. Differenze tra claustrofobia e agorafobia La distinzione tra claustrofobia e agorafobia è fondamentale per comprendere meglio queste due condizioni. L’agorafobia è la paura dello spazio aperto, ma in un senso più ampio: non si tratta solo di un luogo fisico, ma anche della paura di trovarsi in una situazione dalla quale potrebbe essere difficile allontanarsi, soprattutto in presenza di altre persone. La claustrofobia, al contrario, riguarda la paura di trovarsi in spazi chiusi o in situazioni percepite come limitanti, sia a livello fisico che relazionale. Un ascensore, un ufficio senza finestre o una relazione soffocante possono generare la stessa sensazione di oppressione e perdita di libertà. Regolare la distanza relazionale e fisica Le persone claustrofobiche tendono a cercare un equilibrio costante tra vicinanza e libertà, sia nei rapporti sociali che negli spazi fisici. Questo bisogno di controllo può influenzare scelte quotidiane, relazioni e comportamenti, rendendo necessario un approccio mirato per affrontare e gestire la fobia in modo efficace. ### Agorafobia Oggi diamo qualche informazione sull’agorafobia e sulle sue caratteristiche, quali sono i sintomi più frequenti poiché nonostante sia una delle patologie ansiose più diffuse le informazioni sono spesso confuse e talvolta anche non corrette. Partiamo dal principio: l’agorafobia è una patologia che consiste in una sensazione di ansia che può anche sfociare in degli attacchi di panico veri e propri soprattutto nel momento in cui la persona si trova sola, relazionalmente sola, in un contesto che le risulta particolarmente pericoloso. Il luogo comune insegna che l’agorafobia sia solamente la paura degli spazi aperti, tuttavia difficilmente una persona agorafobica sentirà un qualche tipo di disagio magari in vetta ad una montagna in solitudine quanto è molto più verosimile che invece stia male ad esempio in certi contesti come il supermercato affollato, un concerto, in coda in autostrada. Situazioni in cui la persona è sola relazionalmente ma non è detto lo sia socialmente, una delle principali preoccupazioni è quella di dover interagire con l’altro, dover stare all’interno di quel contesto in solitudine nonostante si sia circondati da altre persone e al tempo stesso aver paura di star male. Quindi aver bisogno di aiuto, di soccorso, e non poterlo ricevere o perché si può essere derisi dagli altri o ancora perché non saranno sufficientemente interessati appunto da prestare l’aiuto che una persona necessita. L’agorafobia si gioca qui e si gioca sulla distanza relazionale, infatti non è insolito che persone agorafobiche riescano magari a partecipare a questo tipo di esperienze, quelle che ho appena citato, quindi riuscire a rimanere in coda in autostrada piuttosto che ad esempio andare a fare la spesa se accompagnate da una persona che diventa una base sicura, una persona che per questi soggetti è relazionalmente importante e che fornisce quella sicurezza e garanzia di aiuto nel momento del bisogno. L’agorafobia non è quindi solamente la paura dello spazio aperto di per sé, ma essere relazionalmente soli in spazi aperti e questa solitudine diventa ancora più forte nel momento in cui si è soli in mezzo ad altre persone.      ### Le conseguenze di una infanzia invisibile sulla vita adulta L’impatto dell’invisibilità infantile sul comportamento adulto Quali sono le conseguenze di un’infanzia segnata dal rifiuto e dall’invisibilità nella vita adulta? In particolare, quali comportamenti può sviluppare un adulto con un vissuto simile? Come è facile intuire, non siamo solo ciò che pensiamo, ma anche ciò che viviamo: esperienze e pensieri si intrecciano, formando la nostra personalità e i nostri comportamenti. La nostra storia influenza profondamente il modo in cui interagiamo con gli altri e con noi stessi. Cosa significa crescere nell’invisibilità? Ci concentreremo su un’infanzia vissuta nell’invisibilità o segnata dal rifiuto, dove la persona ha avuto la sensazione di non essere vista, ascoltata, accolta o apprezzata. I contesti in cui questo può accadere sono molteplici: Un conflitto tra i genitori che relega il bambino in secondo piano Un fratello malato o con bisogni speciali che assorbe tutte le attenzioni della famiglia Situazioni di vero e proprio abbandono da parte di uno o entrambi i genitori Queste esperienze possono lasciare segni profondi, influenzando la costruzione dell’identità e il modo in cui la persona si relaziona con gli altri. I tre principali effetti nella vita adulta Le conseguenze di un’infanzia invisibile si manifestano in modi diversi, ma tendono a rientrare in tre schemi principali. 1. Una personalità accondiscendente e priva di affermazione Il primo effetto è lo sviluppo di una personalità accondiscendente: una persona che fatica ad affermarsi, a esprimere i propri bisogni e desideri, soprattutto nelle relazioni significative. Chi ha vissuto il rifiuto spesso interiorizza l’idea che i propri bisogni non abbiano valore e, per evitare il rischio di nuove ferite, preferisce assecondare gli altri. Questo può portare a: Difficoltà nel porre confini chiari nelle relazioni Tendenza a mettere sempre gli altri al primo posto, ignorando le proprie esigenze Difficoltà nell’esprimere opinioni o desideri per paura del rifiuto Questa dinamica si manifesta soprattutto nelle relazioni di coppia e nei rapporti con figure di riferimento, come capi, amici stretti o colleghi. 2. Un senso di credito nei confronti degli altri Un’altra possibile conseguenza è un forte senso di credito nei confronti del mondo esterno: la persona sente di meritare attenzioni e conferme dagli altri, fino ad arrivare a pretenderle. Si sviluppa un atteggiamento di richiesta costante, delegando agli altri la responsabilità di colmare il vuoto affettivo lasciato dall’infanzia. Chi si trova in questa condizione può: Sentirsi costantemente insoddisfatto delle risposte altrui Vivere con la convinzione che gli altri "debbano" dimostrare il loro affetto o sostegno Attribuire agli altri la responsabilità del proprio successo o fallimento Un esempio pratico: uno studente universitario che fatica a portare avanti la tesi può attribuire la colpa al tutor, ritenendo che non lo segua abbastanza o non lo motivi a sufficienza, invece di assumersi la responsabilità del proprio impegno. Questo meccanismo non si limita al contesto accademico, ma si estende anche alle relazioni sentimentali e lavorative. 3. La ricerca di attenzioni attraverso comportamenti a rischio Infine, alcune persone cercano di ottenere finalmente quelle attenzioni che sono mancate nell’infanzia attraverso comportamenti rischiosi o autodistruttivi. Non si tratta solo di comportamenti pericolosi come l’uso di sostanze o l’assunzione di rischi fisici, ma anche di dinamiche relazionali tossiche: Legarsi a partner che mettono in atto dinamiche dannose o abusanti Alimentare relazioni conflittuali come unico modo per sentirsi visti Mettersi in situazioni in cui il dolore diventa l’unico canale di comunicazione con gli altri Questo schema può diventare ciclico: più la persona cerca attenzioni attraverso comportamenti rischiosi, più si trova invischiata in relazioni e situazioni che alimentano il suo senso di vuoto. Il blocco tra passato e presente Queste tre dinamiche, pur essendo diverse tra loro, hanno un elemento in comune: la persona rimane ancorata al passato e non riesce a superarlo. Chi non si afferma resta bloccato nella paura del rifiuto Chi è costantemente oppositivo continua a cercare conferme esterne Chi cerca attenzioni attraverso comportamenti rischiosi ripete inconsciamente il copione dell’infanzia Il problema è che, in ogni caso, la persona resta incastrata tra passato e presente, incapace di costruire il futuro che desidera. Il ruolo della psicoterapia Il passaggio in psicoterapia rimane fondamentale per affrontare queste dinamiche. Non si tratta solo di riconoscerle (spesso la persona è già consapevole delle proprie difficoltà), ma di elaborarle in modo che non abbiano più un peso specifico sul presente. L’obiettivo è riuscire ad archiviare il passato e ristrutturarlo, liberandosi dai condizionamenti che impediscono di vivere una vita autentica e soddisfacente. ### Psicoterapia: il miglioramento è immediato o all'inizio si può anche peggiorare? La preoccupazione iniziale del paziente "Dottore, sto peggio di prima. Mi sono rivolto a lei per migliorare, ma la situazione è peggiorata. Non voglio più venire." Questa è una frase che molti terapeuti si sentono rivolgere. Un paziente che decide di intraprendere un percorso psicoterapeutico lo fa con l’aspettativa di migliorare rapidamente. Quando invece sperimenta un peggioramento iniziale, può sentirsi disorientato e perdere fiducia nel processo. Questa situazione, se non adeguatamente affrontata, può portare alla sospensione della terapia. Ma è sempre garantito un miglioramento immediato in psicoterapia? Oppure può essere necessario attraversare una fase di crisi prima di vedere dei benefici? Il peggioramento temporaneo: un ostacolo o un passaggio necessario? Il percorso terapeutico è spesso complesso e soggettivo. Non esiste una risposta univoca perché tutto dipende da molteplici fattori: La natura del problema che il paziente porta in terapia Il tipo di terapia scelta L’approccio del terapeuta Le risorse personali del paziente Non è raro che, prima di migliorare, si sperimenti una fase di crisi. Questo fenomeno si verifica perché la terapia porta alla luce dinamiche profonde, spesso dolorose, che devono essere elaborate prima di poter essere superate. Un confronto con la medicina e lo sport Per comprendere meglio questo meccanismo, possiamo paragonarlo ad altre esperienze della vita quotidiana. Pensiamo a un trattamento medico, come un intervento dal dentista. Se si deve estrarre un dente per risolvere un problema, nell’immediato si avvertirà dolore, gonfiore e fastidio. Eppure, questo disagio temporaneo è parte integrante del processo di guarigione. Lo stesso accade nell’attività sportiva. Un allenamento mirato a migliorare forza e resistenza implica sforzo, fatica e talvolta dolore muscolare. Tuttavia, questa fase di difficoltà è necessaria affinché il corpo si rafforzi e migliori le proprie capacità. Allo stesso modo, in psicoterapia può essere richiesto un passaggio attraverso una "fase di crisi". Questa flessione temporanea dello stato psicologico non è un segnale di fallimento, ma un elemento previsto nel processo di cambiamento. Quando la crisi è prevista e necessaria Non sempre il miglioramento psicologico passa attraverso un peggioramento iniziale. In alcuni casi, il paziente percepisce subito un beneficio. In altri, invece, è necessario destrutturare vecchi schemi mentali e comportamentali prima di poter costruire nuovi equilibri. Questo passaggio può essere vissuto come destabilizzante, ma è proprio attraverso il confronto con le proprie difficoltà che si pongono basi più solide per un cambiamento duraturo. Se il paziente e il terapeuta condividono questa consapevolezza, la crisi diventa un momento di crescita anziché un motivo di abbandono. L'importanza della comunicazione e dell'alleanza terapeutica Ciò che davvero conta non è tanto la possibilità che si verifichi una crisi, quanto il modo in cui questa viene gestita. Il paziente deve sapere che un peggioramento temporaneo può far parte del percorso e deve sentirsi accompagnato nel processo. Se questa consapevolezza non viene sviluppata, il paziente potrebbe sentirsi spaesato e reagire con paura e sfiducia. È compito del terapeuta informarlo, fin dall’inizio, che alcune fasi della terapia potrebbero essere difficili e che questo non significa che il trattamento non stia funzionando. Un’alleanza terapeutica solida si basa su: Chiarezza e trasparenza: Il terapeuta deve spiegare al paziente cosa potrebbe accadere durante il percorso. Condivisione: La crisi non deve essere un'esperienza solitaria, ma un momento affrontato insieme. Fiducia reciproca: Il paziente deve sentirsi sostenuto e avere la certezza di potersi affidare al terapeuta. Superare il momento di difficoltà per arrivare al miglioramento Un peggioramento temporaneo non è un fallimento della terapia, ma può essere parte integrante del processo di trasformazione. Se gestito con consapevolezza, può diventare un'opportunità per costruire un cambiamento profondo e duraturo. La psicoterapia non è sempre un percorso lineare, ma è proprio la capacità di attraversare e superare i momenti di difficoltà che porta a una vera crescita personale. ### Psicologia e Psicoterapia online: come funzionano Tipologie di Interventi a Distanza La psicologia e la psicoterapia online offrono tre diverse modalità di intervento a distanza: Consulenza psicologica – Un supporto mirato per fornire chiarimenti e orientamento su difficoltà specifiche. Sostegno psicologico – Un percorso più strutturato per accompagnare la persona nella gestione delle proprie difficoltà emotive. Psicoterapia – Un trattamento più approfondito, basato sull’applicazione di strumenti, tecniche e metodologie per affrontare sintomi o problematiche esistenziali. L’elemento distintivo degli interventi online è la distanza tra terapeuta e paziente, con la mediazione di strumenti tecnologici come il monitor di un PC, un tablet o uno smartphone. Tuttavia, al di là del mezzo utilizzato, l’efficacia di questi interventi è equiparabile a quella della terapia in presenza, come dimostrano le ricerche scientifiche. Il Processo della Psicoterapia Online L’intervento online segue le stesse fasi di quello in presenza: Prima telefonata – Il primo contatto avviene tramite chiamata telefonica o videochiamata (WhatsApp, Skype, Zoom), soprattutto per chi si trova all’estero. In questa fase si raccolgono le informazioni necessarie per preparare il primo colloquio. Analisi della situazione – Si esplorano le motivazioni che hanno portato la persona a richiedere un supporto, si descrive il metodo di lavoro e si chiarisce come l’intervento psicologico o psicoterapeutico possa essere utile. Invio della documentazione – Dopo la prima chiamata, il terapeuta invia via email il consenso informato e il consenso alla privacy. Questi documenti devono essere firmati prima di avviare il colloquio vero e proprio. Primo appuntamento – Una volta ricevuti i documenti firmati, si fissa il primo incontro, che avviene online. Differenze tra Terapia Online e in Presenza L’unica reale differenza tra la terapia online e quella in presenza è il mezzo tecnologico utilizzato per la comunicazione. L’efficacia del percorso dipende anche dalla familiarità di entrambe le parti – terapeuta e paziente – con la tecnologia. È particolarmente indicata per chi ha già una certa dimestichezza con le videochiamate, magari per lavoro o per mantenere i contatti con amici e familiari. Se una persona ha difficoltà nell’uso di questi strumenti, la terapia online potrebbe risultare meno efficace o addirittura controproducente, perché potrebbe ostacolare lo sviluppo dell’alleanza terapeutica, elemento fondamentale per il successo del percorso. La Fase di Consultazione Durante il primo colloquio si indaga il problema e si avvia la fase di consultazione, che prevede solitamente tre o quattro incontri. Questi incontri hanno tre obiettivi principali: Comprendere le cause del problema. Esplorare le possibili strategie di intervento. Fornire un primo riscontro al paziente, evidenziando ciò che sta funzionando e il tipo di lavoro da svolgere. Gli incontri durano circa un’ora e nella fase iniziale si svolgono con una cadenza di 7-15 giorni, in base alle necessità individuate nel primo colloquio. Terapia Online: È Davvero Efficace? In sintesi, la terapia online è efficace quanto quella in presenza, a condizione che sia terapeuta che paziente abbiano familiarità con l’uso degli strumenti tecnologici. Quando questa condizione è soddisfatta, il processo terapeutico può svolgersi senza limitazioni e con la stessa efficacia degli incontri dal vivo.     ### Ansia da prestazione sessuale: caratteristiche e conseguenze Facciamo qualche riflessione sparsa sull'ansia da prestazione. Già il nome di questa condizione contiene molte informazioni e indizi su cosa potrebbe essere. Da un lato, abbiamo il termine ansia, che implica preoccupazione, agitazione e apprensione, soprattutto a livello mentale, ma con possibili manifestazioni fisiche come tachicardia, sudorazione e secchezza delle fauci. Ho già trattato in diversi video il tema dell'ansia in generale. Dall'altro, il termine prestazione è altrettanto significativo. L’ansia da prestazione può manifestarsi in qualsiasi attività che richieda una performance: non solo in ambito sessuale, ma anche in quello sportivo, lavorativo e in molte altre situazioni in cui la persona si sente sotto pressione. L'Ansia da Prestazione Sessuale e le Sue Manifestazioni Per quanto riguarda l'aspetto prettamente sessuale, questa condizione si manifesta principalmente nella sfera maschile con due principali problematiche, che possono presentarsi singolarmente o insieme: Difficoltà nel raggiungere o mantenere un’erezione sufficiente a rendere il rapporto soddisfacente. Eiaculazione precoce, che porta a una durata del rapporto inferiore a quella desiderata. Queste due manifestazioni rappresentano la conseguenza fisiologica di uno stato d’ansia che si innesca nel momento in cui si teme di non essere all’altezza della situazione. Ho già trattato nel dettaglio le caratteristiche di questa problematica in altri video, ma oggi voglio approfondire un aspetto spesso sottovalutato: la degenerazione dell'ansia da prestazione e il suo impatto sulla vita sessuale e di coppia. Il Circolo Vizioso dell’Ansia da Prestazione Non è insolito che l’ansia da prestazione inneschi un circolo vizioso di pensieri negativi, frustrazioni e paure. Questa spirale ha conseguenze importanti sia sul singolo individuo che sulla coppia. Succede spesso che, oltre alla frustrazione del momento, si sviluppi un loop mentale in cui l'uomo teme il prossimo rapporto sessuale, fino ad arrivare ad evitarlo del tutto. Questo può avvenire attraverso strategie di fuga: ad esempio, invece di tornare a casa con la partner, può trovare delle scuse per posticipare l’intimità, come decidere di fermarsi a bere qualcosa fuori. Allo stesso tempo, anche la partner può iniziare a vivere la sessualità con apprensione. Da un lato, l’uomo, temendo un'altra figuraccia, cerca di evitare situazioni in cui si sente sotto esame. Dall’altro, la donna, percependo questa tensione, può iniziare a sentirsi insicura, temendo di fare qualcosa di sbagliato o di peggiorare la situazione. Questo può portarla a sua volta ad evitare i rapporti, creando una distanza sempre maggiore tra i due. Se il problema non viene affrontato, si rischia che il rapporto di coppia subisca un'escalation di tensioni, fino a far sentire entrambi intrappolati in una situazione senza via d’uscita. Strategie di Evitamento e le Loro Conseguenze L’ansia da prestazione può portare alla messa in atto di meccanismi di evitamento, che si manifestano in diverse forme: Evitare il contatto intimo, trovando scuse per non rimanere soli con la partner. Sostituire i rapporti sessuali con la masturbazione, poiché in questo contesto l’ansia è assente o significativamente ridotta. Ridurre progressivamente il numero di rapporti, nonostante il desiderio sessuale sia ancora presente. Questo processo, a cascata, porta a una riduzione della complicità di coppia, aumenta le tensioni e rende la persona sempre più nervosa. A livello psicologico, inoltre, si attivano una serie di paure tipicamente maschili, come il timore di essere lasciati, di essere giudicati inadeguati o di subire un'umiliazione. Tutto questo non fa altro che alimentare ulteriormente l’ansia. Il Controllo Eccessivo della Performance In alcuni casi, l’ansia da prestazione non si manifesta con un evitamento totale, ma con un atteggiamento iper-controllato e auto-valutativo. Durante il rapporto, l’uomo può trovarsi diviso tra due stati mentali: Una parte di sé immersa nell’esperienza sessuale. Un’altra parte che osserva, controlla e valuta la propria performance. Questo atteggiamento, se da un lato può servire a portare a termine il rapporto, dall’altro impedisce di viverlo pienamente e con naturalezza. La sessualità diventa così un compito da eseguire e non più un momento di piacere e connessione con la partner. Come Affrontare l'Ansia da Prestazione 1. Riconoscere il Problema È fondamentale capire che l’ansia da prestazione non è un problema occasionale, ma una condizione che si ripresenta con una certa costanza. Un episodio sporadico di difficoltà sessuale non è sufficiente per definirla tale. 2. Chiedere Aiuto il Prima Possibile Più si interviene tempestivamente, più è facile uscirne. Se il problema viene affrontato subito: Non si è ancora instaurato il circolo vizioso di ansia, evitamento e frustrazione. La persona ha ancora la motivazione per affrontarlo e sperimentare strategie per superarlo. Un supporto psicologico, in particolare una terapia sessuologica o cognitivo-comportamentale, può essere molto utile per interrompere questo schema negativo. 3. Parlare con il Partner Un altro aspetto cruciale è la comunicazione di coppia. Spesso l’uomo si sente l’unico responsabile del problema, ma in realtà la difficoltà viene vissuta da entrambi, sia sotto le coperte che nella relazione in generale. Parlare apertamente con il partner permette di: Ridurre il senso di isolamento e vergogna. Creare un'alleanza di coppia per affrontare il problema insieme. Evitare che il rapporto si deteriori a causa della mancanza di dialogo. 4. Cambiare la Percezione della Sessualità Infine, è importante lavorare su un cambiamento di prospettiva: la sessualità non deve essere vissuta come un test da superare, ma come un’esperienza condivisa. Ridurre la pressione sulla performance e concentrarsi sul piacere e sulla connessione emotiva può aiutare a spezzare il ciclo dell’ansia. Conclusione L’ansia da prestazione sessuale è un problema diffuso che può avere un impatto significativo sulla qualità della vita sessuale e di coppia. Tuttavia, non è una condanna definitiva: con il giusto approccio, si può superare. La chiave sta nel riconoscerlo per tempo, chiedere aiuto e trasformare la coppia in una risorsa, anziché in un vincolo che ostacola la soluzione del problema. ### Disfunzione erettile Vs Ansia da prestazione La Perdita dell’Erezione è Sempre Disfunzione Erettile? Se durante un rapporto sessuale si perde l’erezione o non si riesce a raggiungerla, si tratta sempre di disfunzione erettile? No, assolutamente no. La disfunzione erettile è una patologia vera e propria, caratterizzata da una compromissione fisica del riempimento dei corpi cavernosi, che impedisce di raggiungere o mantenere una piena erezione. Ne ho già parlato in un altro video, ma è importante sottolineare che si tratta di un problema organico e non solo psicologico. La Differenza tra Disfunzione Erettile e Ansia da Prestazione Molto spesso, la perdita dell’erezione non è legata a una disfunzione erettile ma a una componente ansiosa, ovvero l’ansia da prestazione. Nonostante il termine “disfunzione erettile” sia molto diffuso e conosciuto, il suo impatto sulla popolazione varia significativamente in base all’età. Circa l’1,7% degli uomini fino ai 50 anni soffre di disfunzione erettile. Questo dato, pur indicando una certa incidenza della patologia, mostra che il problema è relativamente raro in quella fascia d’età. Il tasso aumenta con l’età, raggiungendo il 13% nella popolazione generale. Tuttavia, la probabilità di sperimentare episodi di perdita dell’erezione legati all’ansia da prestazione è molto più elevata rispetto alla disfunzione erettile vera e propria. La differenza chiave tra le due condizioni è che, nella disfunzione erettile, l’erezione è sempre compromessa, indipendentemente dal contesto. Un uomo con disfunzione erettile non riesce ad avere o mantenere un’erezione nemmeno durante la masturbazione o in presenza di erezioni spontanee. L’ansia da prestazione, invece, influisce solo sulle situazioni sessuali, lasciando intatte la capacità di avere erezioni spontanee e la risposta durante la masturbazione. Come Riconoscere l’Ansia da Prestazione L’ansia da prestazione si manifesta attraverso pensieri ripetitivi e ossessivi come: "Deve andare bene questa volta." "Speriamo che tutto funzioni." "Mi sento abbastanza rigido?" Questi pensieri distraggono dal coinvolgimento nell’atto sessuale e aumentano la tensione emotiva, peggiorando il problema. Un altro segnale comune è la tendenza a monitorare eccessivamente la propria erezione: concentrarsi troppo sulle sensazioni fisiche anziché sull’esperienza può portare a una perdita improvvisa dell’erezione. I Momenti Critici in Cui l’Ansia si Manifesta L’ansia da prestazione si presenta spesso in momenti specifici durante l’atto sessuale. Due fasi particolarmente critiche sono: Il Momento del Preservativo Indossare il preservativo è un momento chiave per molti uomini con ansia da prestazione. Può portare alla perdita dell’erezione perché: Si interrompe il flusso di pensieri e il coinvolgimento emotivo. Si deve compiere un’azione tecnica che distoglie dall’intimità. La sensibilità cambia rispetto ai preliminari, generando nuove preoccupazioni. Molti uomini vivono questa fase con agitazione, e non è raro che l’erezione venga persa proprio in quel momento. La Penetrazione Un altro momento delicato è la penetrazione, specialmente immediatamente prima o subito dopo. Questa fase segna il passaggio da una situazione più rilassata (i preliminari) a una che viene percepita come una “vera prestazione”. Quando l’ansia prende il sopravvento, la mente si distacca dall’esperienza e inizia a generare dubbi, domande e pensieri auto-sabotanti. Ci si concentra su se stessi invece che sul partner, creando una sorta di blocco mentale che può portare alla perdita dell’erezione. Quando Rivolgersi a un Andrologo Se il problema persiste e le difficoltà erettili si manifestano in maniera costante, indipendentemente dal contesto (rapporti sessuali, masturbazione, erezioni spontanee), potrebbe essere utile una visita andrologica per escludere cause organiche. L’ansia da prestazione, invece, è una condizione più sottile e variabile. Ogni uomo può individuare i momenti in cui è più vulnerabile alla perdita dell’erezione. Se il problema si presenta in fasi specifiche dell’atto sessuale ma non in altri contesti, è più probabile che si tratti di ansia da prestazione e non di disfunzione erettile. ### Disfunzione erettile Cos'è la Disfunzione Erettile Oggi parliamo di disfunzione erettile e impariamo a riconoscerla. La disfunzione erettile è una patologia sessuale maschile caratterizzata dall'incapacità di ottenere o mantenere un'erezione sufficiente per un rapporto sessuale soddisfacente. Si tratta di un disturbo che può avere un impatto significativo sulla qualità della vita di chi ne soffre, oltre a influenzare le dinamiche di coppia e l'autostima. A livello epidemiologico, si stima che colpisca circa il 13% della popolazione maschile, con una prevalenza che varia sensibilmente in base all'età. Ad esempio, nei soggetti sotto i 50 anni l'incidenza è dell'1,7%, mentre negli uomini sopra i 70 anni arriva fino al 48,3%. Le Cause della Disfunzione Erettile Le cause della disfunzione erettile possono essere molteplici e non sempre facilmente individuabili, poiché spesso sono presenti più fattori concomitanti. Tra i principali possiamo individuare: Stile di vita scorretto, come sedentarietà, fumo e obesità. Problemi metabolici, tra cui il diabete. Assunzione di farmaci, come quelli per l’ipertensione, che possono avere un impatto sulla funzione erettile. Conseguenze di interventi chirurgici o di altre patologie fisiche. Cause neurologiche e ormonali, che possono compromettere la normale risposta erettile. Fattori psicologici, che in alcuni casi possono concorrere alla disfunzione. A Chi Rivolgersi per la Diagnosi e il Trattamento Il medico specializzato nella cura della disfunzione erettile è l'andrologo, e non lo psicoterapeuta o lo psichiatra. Questo perché la disfunzione erettile è principalmente un problema di natura medica e fisica, anche se può avere risvolti psicologici. Tuttavia, capita spesso che la disfunzione erettile venga confusa con altri problemi, come l'ansia da prestazione, a causa della somiglianza di alcuni sintomi. È quindi fondamentale una diagnosi accurata per impostare il trattamento più adeguato. Differenza tra Disfunzione Erettile e Ansia da Prestazione Molte volte si diagnostica erroneamente una disfunzione erettile quando, in realtà, si tratta di ansia da prestazione. L’ansia da prestazione può manifestarsi con sintomi simili, come la difficoltà a mantenere l'erezione durante un rapporto sessuale o l’incapacità di raggiungerla in situazioni di forte stress emotivo. Tuttavia, ci sono alcune discriminanti fondamentali: Disfunzione erettile: il problema è costante e si verifica in ogni situazione, indipendentemente dal contesto. Le erezioni spontanee del mattino e della notte risultano assenti o compromesse, così come l’atto masturbatorio. Ansia da prestazione: il problema si manifesta solo in alcune situazioni, come durante un rapporto sessuale, mentre le erezioni spontanee (mattutine o notturne) e l’atto masturbatorio rimangono normali. Il Percorso di Cura Il trattamento varia in base alla diagnosi: Disfunzione erettile: la cura è prevalentemente andrologica, con la possibilità di un supporto psicologico per affrontare eventuali difficoltà emotive secondarie. Ansia da prestazione: in questo caso, il trattamento principale è di tipo psicologico, con il supporto di uno specialista che aiuti a gestire l’ansia e a recuperare la sicurezza nelle proprie capacità sessuali. Conclusione È fondamentale distinguere tra disfunzione erettile e ansia da prestazione per poter intraprendere il giusto percorso terapeutico. Nei prossimi video approfondiremo ulteriormente questi temi e vedremo come disambiguare meglio queste due condizioni. ### Psicoterapia: trauma Vs problema esistenziale Il sintomo è solitamente il motivo per cui la persona sceglie di chiedere aiuto a uno psicologo poiché il sintomo solitamente viene identificato con il problema. Difficilmente invece la persona in autonomia riesce ad accorgersi di come il sintomo o il problema che si trova a vivere altro non è che il tentativo di soluzione di un problema che risulta disfunzionale. Il tentativo di soluzione assume poi la connotazione di un sintomo o comunque di un problema che la persona sente di dover affrontare. Cosa c’è alla base del sintomo? Cosa origina il sintomo in modo tale da renderlo parlante e quindi renderlo così forte da portare la persona a chiedere aiuto? Ci sono due grandi categorie di motivazioni realmente sottostanti alla terapia. Da un lato c’è il trauma, dall’altro ci sono invece i problemi esistenziali. Il trauma è facilmente comprensibile, è un evento, un episodio, particolarmente forte e perturbante, fa perdere l’equilibrio della persona che porta a peggiorare il benessere e la qualità della vita. Il problema esistenziale invece, o i problemi esistenziali, sono qualcosa di più subdolo, qualcosa che singolarmente non sarebbe sufficiente a sviluppare un disagio. Per cui la persona arriva a chiedere aiuto ma, data la multifattorialità del disagio, tocca più contesti, più episodi, più elementi, al punto che c’è una specie di trasversalità di un meccanismo disfunzionale che viene utilizzato quindi al punto che la persona inizia a percepire il disagio che poi la porta a chiedere aiuto. Il trauma ha delle caratteristiche definite, è un evento identificabile, il mostro è ben conosciuto. Al tempo stesso questo rassicura perché la persona è conscia di qual è la causa di ciò che scatena il sintomo, sa dove andare a lavorare e sa bene qual è la direzione da intraprendere. Il problema esistenziale è ben più difficilmente riconoscibile nel senso che emerge in maniera più subdola, solitamente non è immediatamente impattante ma evolve nel tempo, anche in tempi abbastanza lunghi, e non ha un impatto diretto per cui la persona riesce a capire quando il problema sta agendo come accade con il trauma. Con il problema esistenziale è come se la persona piano piano si componesse attorno al problema stesso. Il trauma è qualcosa di esterno, che si inserisce nella vita della persona quindi la persona stessa lo vede, lo trova e lo riconosce come un intrudo. Il problema esistenziale si appoggia alla persona stessa, sta accanto a lei e piano piano diventa sempre più ingombrante finché ne viene schiacciata.  ### Ciò che il paziente si aspetta e ciò che può essere davvero fatto Un concetto complesso ma fondamentale La ridefinizione della domanda è un concetto complesso, sia a livello teorico che pratico. Spesso è difficile da comprendere per il paziente, ma ha un impatto significativo sul suo comportamento e sulle scelte che farà. In termini semplici, si tratta di un allineamento tra ciò che il paziente si aspetta – ovvero il risultato che desidera ottenere – e ciò che il terapeuta ritiene sia possibile fare, strutturando il percorso terapeutico nel modo più efficace possibile. Le variabili che influenzano la ridefinizione della domanda All'interno della ridefinizione della domanda entrano in gioco molte variabili, sia dal lato del paziente che da quello del terapeuta. Dal punto di vista del paziente, le domande che emergono all'inizio del percorso terapeutico possono essere molteplici: Sarà davvero utile per me? Questo terapeuta saprà davvero aiutarmi? Di cosa ho bisogno in realtà? Quanto durerà la terapia? Quanto mi costerà? Sarà in grado di capirmi? E se mi manipolasse? E se mi portasse a fare scelte che non voglio? Dal lato del terapeuta, invece, sorgono altre questioni: Quali sono le origini del problema del paziente? Che tipo di terapia è più indicata? Come posso proporla in modo efficace? Il paziente sarà disposto a intraprendere un determinato percorso? L’obiettivo della ridefinizione della domanda è proprio quello di armonizzare questi elementi, creando un punto d’incontro tra ciò che il paziente desidera e ciò che il terapeuta può realisticamente offrire. Un passaggio chiave per l’alleanza terapeutica La ridefinizione della domanda non è solo un momento iniziale della terapia, ma una componente essenziale del percorso. Un allineamento chiaro tra le aspettative del paziente e le possibilità offerte dal terapeuta è fondamentale per sviluppare un'alleanza terapeutica solida. L’alleanza terapeutica consente di: Creare un obiettivo comune tra paziente e terapeuta. Favorire una collaborazione efficace. Evitare malintesi e frustrazioni. Rendere il percorso terapeutico più efficace e soddisfacente. Senza questo allineamento, il rischio è che le aspettative del paziente vengano deluse o che il terapeuta si trovi a proporre un intervento che non viene accettato. Le tre componenti chiave: richieste, risorse e realtà Tre elementi sono fondamentali nella ridefinizione della domanda: Le richieste – le aspettative del paziente. Le risorse – le capacità e le possibilità del paziente e del terapeuta. La realtà – ciò che può effettivamente essere fatto. Facciamo un esempio pratico. Un paziente si presenta in terapia dicendo:"Ho un disturbo d'ansia e voglio eliminarlo completamente. Sono sempre stato un po’ ansioso, ma ultimamente è diventato insopportabile: ho attacchi di panico, non sto bene. Voglio che sparisca." Il terapeuta, dopo una prima consultazione, comprende che il sintomo è solo la punta dell’iceberg e che è necessario un lavoro più profondo, che coinvolga diverse aree della vita del paziente, come quella familiare, relazionale, sociale e lavorativa. Tuttavia, il paziente potrebbe non voler intraprendere un percorso di introspezione così profondo. Magari non si sente pronto ad "aprire il vaso di Pandora" e affrontare un lavoro analitico. La sua aspettativa è più immediata: vuole ridurre i sintomi senza necessariamente trasformarsi completamente o rivedere ogni aspetto della sua vita. Ecco dove entra in gioco la ridefinizione della domanda: il terapeuta dovrà valutare come allineare la propria proposta alle aspettative del paziente, senza perdere di vista la reale efficacia dell'intervento. Il ruolo delle risorse: cognitive, emotive ed economiche Un altro aspetto fondamentale riguarda le risorse disponibili. Ad esempio, un terapeuta potrebbe ritenere che per trattare efficacemente un disturbo serva un percorso terapeutico di un anno, ma il paziente potrebbe avere disponibilità economiche per soli sei mesi. Le risorse possono essere di diversi tipi: Cognitive – La capacità del paziente di comprendere e integrare il lavoro terapeutico. Emotive – La sua disponibilità ad affrontare determinate tematiche. Economiche – Il numero di sedute che può permettersi. Se non si tiene conto di questi aspetti e non si raggiunge un compromesso tra richieste, risorse e realtà, sarà difficile strutturare un intervento terapeutico efficace. L’importanza di un equilibrio realistico Se terapeuta e paziente non si accordano su un percorso che tenga conto di questi tre elementi, il rischio è che le aspettative del paziente vengano deluse e che la terapia perda di efficacia. Non è il terapeuta a decidere da solo come curare un paziente, né il paziente può imporre un percorso che non sia realistico. La soluzione migliore nasce dal dialogo e dal compromesso tra ciò che il paziente desidera e ciò che il terapeuta ritiene fattibile. Meglio un intervento realistico ed efficace, anche se non perfetto, piuttosto che una soluzione teoricamente ideale ma irrealizzabile. ### La gabbia del farmaco: quando il farmaco ostacola il benessere L'uso degli psicofarmaci e il loro ruolo nella psicoterapia Ho già realizzato diversi video in cui ho parlato dell’utilità degli psicofarmaci, specialmente quando vengono affiancati alla psicoterapia. Ho descritto, a grandi linee, le tipologie più comuni di psicofarmaci utilizzati nei percorsi terapeutici e il ruolo che possono avere nel favorire il benessere della persona. Non sono né a favore né contrario ai farmaci. Ritengo che sia fondamentale valutare caso per caso, senza adottare una posizione rigidamente positiva o negativa. In alcuni contesti, i farmaci possono essere superflui; in altri, invece, risultano assolutamente necessari. In questo video voglio approfondire uno degli aspetti meno considerati dell’uso degli psicofarmaci: il rischio che possano diventare una sorta di “gabbia” per chi li assume. Da un lato, questi farmaci possono migliorare la qualità della vita e supportare un percorso psicoterapeutico. Dall’altro, possono portare la persona a una forma di dipendenza psicologica, ostacolando il recupero della piena autonomia emotiva. Quando il farmaco diventa una prigione Questo fenomeno si manifesta soprattutto in chi assume psicofarmaci prescritti dal medico di base o, più frequentemente, dallo psichiatra. Spesso si inizia una terapia farmacologica in seguito a un periodo particolarmente difficile e, nel tempo, si nota un miglioramento. Molti pazienti, dopo anni di assunzione del farmaco, arrivano alla convinzione di stare meglio e pensano di poter interrompere la terapia. Magari consultano lo psichiatra e provano a ridurre il farmaco, seguendo un piano di scalaggio. Ma, quando arriva il momento di interrompere definitivamente l’assunzione, si bloccano. Alcuni non si sentono sicuri e preferiscono rimandare, dicendosi: "Aspetto ancora un po’, vediamo come va." Altri si accorgono di prendere il farmaco automaticamente ogni mattina, non perché ne abbiano un reale bisogno fisico (questo dipende dal tipo di farmaco), ma perché sono convinti che, senza di esso, staranno male. La dipendenza psicologica dal farmaco In questi casi, più che una dipendenza fisica, si sviluppa una dipendenza psicologica. La persona è convinta che interrompere il farmaco significhi ricadere immediatamente nel malessere. Alcuni pazienti raccontano: "Mi sento un drogato, non riesco a stare bene senza la pastiglia." "Se non prendo il farmaco al mattino, non mi sento a posto." "Ho paura di stare male." A volte, provano effettivamente ansia quando saltano una dose, ma non riescono a distinguere se sia un effetto della sospensione del farmaco o il risultato della paura stessa di non averlo assunto. Si crea così un circolo vizioso: il farmaco viene percepito come necessario per stare bene, ma al tempo stesso la persona sente di non doverne più dipendere. Dalla farmacoterapia alla psicoterapia A questo punto, molte persone scelgono di intraprendere una psicoterapia. Alcuni non avevano mai preso in considerazione questa possibilità prima, affidandosi esclusivamente al farmaco. Mi capita spesso di incontrare pazienti che dicono: "Sto abbastanza bene, ma ho una paura terribile di sospendere il farmaco." In questi casi, il lavoro terapeutico si concentra sul rafforzare la stabilità emotiva e la consapevolezza delle proprie risorse interiori, affinché il paziente possa ridurre gradualmente il farmaco con il supporto dello psichiatra. Il rischio di delegare il proprio benessere al farmaco Nel breve periodo, l’uso del farmaco può essere una scelta sensata per affrontare un momento di grande difficoltà. Tuttavia, quando diventa un’abitudine consolidata per anni, anche quando non è più strettamente necessario, si corre il rischio di non distinguere più il proprio benessere personale dall’effetto della molecola chimica. Il problema sorge quando una persona non sa più se il proprio equilibrio emotivo sia il risultato del lavoro su se stessa o un effetto del farmaco. Si chiede: "Sono io che sto meglio o è solo il farmaco che mi tiene in piedi?" "Ho sviluppato risorse personali o mi sto solo appoggiando alla chimica?" Questa confusione è molto comune tra chi decide di rivolgersi a uno psicologo per iniziare un percorso di indipendenza dal farmaco. Il lavoro congiunto tra psicologo e psichiatra Lo psicologo deve lavorare in coordinamento con lo psichiatra, preferibilmente con lo stesso specialista che ha prescritto il farmaco in origine. L’obiettivo è aiutare la persona a riscoprire e valorizzare le proprie risorse interiori, spesso offuscate dall’uso prolungato del farmaco. Se per un certo periodo il farmaco ha avuto un ruolo fondamentale, ora è il momento di riprendere in mano il proprio benessere. La chiave è smettere di delegarlo interamente a una pillola e iniziare a costruire un equilibrio più solido e autonomo. ### La sindrome dell'impostore e le sue degenerazioni: disturbo ossessivo e depressivo Ho parlato in un recente video della sindrome dell'impostore, riferendomi soprattutto al contesto lavorativo. È una sindrome che, come suggerisce il nome, si sviluppa e viene riconosciuta principalmente in ambito business. Tuttavia, nel mio video precedente, ho sostenuto che possa manifestarsi anche nelle relazioni di coppia, sentimentali o amicali. Oggi voglio approfondire due possibili degenerazioni della sindrome dell’impostore, entrambe riconosciute nei manuali diagnostici ufficiali: il disturbo ossessivo e la depressione. Cos'è la Sindrome dell'Impostore? La sindrome dell'impostore è quella condizione in cui la persona non si sente degna della posizione che occupa o dei successi che ha raggiunto. Non si riconosce il merito per i propri risultati e, di conseguenza, prova un costante senso di inadeguatezza. Questa percezione errata può portare a stati emotivi intensi e, in alcuni casi, a disturbi psicologici più gravi. Quando la Sindrome dell’Impostore Degenera Mentre la sindrome dell'impostore di per sé non è considerata un disturbo clinico, in alcune persone può evolvere in forme patologiche riconosciute dalla psichiatria. Le due principali degenerazioni sono: Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) La depressione Questi disturbi si manifestano in base a diversi fattori individuali, come la personalità, i valori e i modelli di pensiero della persona che vive la sindrome. Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo come Degenerazione della Sindrome dell'Impostore Partiamo dalla prima degenerazione: il disturbo ossessivo. Cosa Sono le Ossessioni e le Compulsioni? Sappiamo tutti che le ossessioni sono pensieri ricorrenti e intrusivi, difficili da controllare. Questi pensieri possono generare ansia e, talvolta, portare a comportamenti ripetitivi chiamati compulsioni. Le compulsioni hanno lo scopo di ridurre l’ansia generata dalle ossessioni, anche se in realtà finiscono per rinforzare il circolo vizioso del disturbo. Come il Disturbo Ossessivo si Collega alla Sindrome dell'Impostore? Una persona con sindrome dell'impostore può sviluppare pensieri ossessivi legati all’idea di non meritare il proprio successo. Per esempio, può credere di aver ottenuto la sua posizione in modo illegittimo, di aver ingannato gli altri o di nascondere un segreto inconfessabile. Se questi pensieri diventano persistenti, possono trasformarsi in vere e proprie ossessioni, che portano la persona a mettere in atto comportamenti compulsivi nel tentativo di ridurre l’ansia. Alcuni esempi di compulsioni potrebbero essere: Controllare ripetutamente il proprio lavoro per cercare errori inesistenti. Cercare continue conferme dagli altri sul proprio valore. Evitare situazioni in cui si teme di essere "scoperti" come impostori. Questa condizione può influenzare non solo la vita professionale, ma anche le relazioni personali, generando un senso costante di inadeguatezza e paura di essere smascherati. La Depressione come Conseguenza della Sindrome dell'Impostore La seconda possibile degenerazione è la depressione. Come si Manifesta la Depressione in Questo Contesto? A differenza del disturbo ossessivo-compulsivo, la depressione porta a un progressivo appiattimento emotivo e a una perdita di motivazione. Chi sviluppa questa forma degenerativa della sindrome dell’impostore non si sente semplicemente inadeguato, ma entra in uno stato di rassegnazione e sconforto. Alcuni segnali tipici includono: Umore depresso persistente. Sentimenti di inutilità e bassa autostima. Apatia e mancanza di interesse per attività prima ritenute piacevoli. Isolamento sociale e difficoltà nelle relazioni. Il Circolo Vizioso della Depressione nella Relazione di Coppia Nel contesto di una relazione sentimentale, questa forma di degenerazione può portare a dinamiche autodistruttive. Chi soffre di depressione legata alla sindrome dell’impostore può: Non sentirsi degno dell'amore del partner. Mettere costantemente alla prova il partner, dubitando del suo affetto. Isolarsi e creare distanza emotiva. Col tempo, il partner può stancarsi di queste continue richieste di conferma, portando alla rottura della relazione. E paradossalmente, quando ciò accade, la persona depressa ottiene la "conferma" delle proprie convinzioni: "Vedi? Non ero degno di questa relazione". Conclusioni: Quando la Sindrome dell'Impostore Diventa Patologica La sindrome dell’impostore, sebbene non sia di per sé un disturbo clinico, può degenerare in patologie riconosciute dalla psichiatria, come il disturbo ossessivo-compulsivo e la depressione. Queste degenerazioni non si manifestano solo nel contesto lavorativo, ma possono avere un impatto significativo anche nelle relazioni di coppia e nella vita personale. Comprendere queste dinamiche è fondamentale per riconoscerle e affrontarle prima che diventino invalidanti. Se ti riconosci in questi schemi, cercare supporto psicologico può fare la differenza. ### Quanto dura la psicoterapia: i fattori da considerare La domanda iniziale: un quesito legittimo e complesso “Dottore, quanto durerà la mia terapia?” Questa è una domanda importantissima, del tutto legittima da parte del paziente. Spesso viene posta nei primissimi momenti della terapia: c’è chi la chiede già al telefono, durante la prima chiamata per fissare l’appuntamento, e chi preferisce farlo al primo incontro di persona. Si tratta di una domanda da un milione di dollari, ma anche di una questione complessa. La risposta, infatti, richiede un’indagine approfondita da parte dello psicologo e una comprensione chiara del caso. Quando un paziente formula questa domanda, può suonare più o meno così: “Dottore, ora che si è fatto un’idea, può dirmi quanto potrebbe durare il percorso?” Ed è a questo punto che lo psicologo si trova a dover dare una risposta il più possibile chiara e realistica. Perché non è possibile dare subito una risposta precisa? La mia risposta iniziale è spesso: “Non lo so… o meglio, non lo so ancora.” Non si tratta di un’incertezza generica, ma di un’informazione che necessita di dati concreti per essere formulata. Per poter rispondere con un minimo di precisione, è fondamentale raccogliere una serie di informazioni nei primi colloqui. Non è un semplice “non lo so”, ma un: “Te lo dirò alla fine della fase di consultazione, dopo tre o quattro incontri, quando avrò una visione più chiara della situazione.” Durante questi primi colloqui, infatti, lo psicologo raccoglie elementi chiave che gli permettono di formulare una previsione. Questa previsione è fondamentale non solo per orientare il paziente, ma anche per costruire un’alleanza terapeutica solida, elemento cruciale per il successo del percorso. I due fattori chiave che influenzano la durata della terapia La durata della terapia dipende essenzialmente da due macro-fattori: Il problema o sintomo che porta il paziente in terapia. Le caratteristiche personali del paziente. Questi due elementi devono essere analizzati in profondità per poter formulare una stima realistica della durata del percorso. 1. Il sintomo o problema presentato dal paziente La natura del problema per cui la persona arriva in terapia è il primo elemento da valutare. Alcuni sintomi possono essere trattati in tempi relativamente brevi, mentre altri richiedono un percorso più lungo e articolato. Ad esempio, in linea generale: Disturbi d’ansia → Tendono ad essere trattabili in tempi più brevi. Disturbi depressivi → Richiedono spesso un percorso più lungo e strutturato. Problematiche esistenziali o di identità → Possono avere durate molto variabili in base alla profondità del disagio. Oltre alla tipologia del sintomo, ci sono altri aspetti da considerare: Intensità del sintomo → Quanto è forte il disagio percepito? Durata del sintomo → Da quanto tempo il paziente convive con il problema? Cronicizzazione → Il sintomo è recente o persiste da anni? Oscillazioni del sintomo → Il problema è stabile nel tempo o ha variazioni significative? Tutti questi fattori incidono direttamente sulla durata della terapia e sulla possibilità di ottenere miglioramenti in tempi più o meno rapidi. 2. Le caratteristiche personali del paziente L’altro elemento chiave è il paziente stesso. Ogni persona porta con sé non solo il sintomo, ma anche un insieme di caratteristiche che influenzano il percorso terapeutico. Tra gli aspetti più rilevanti troviamo: Valori personali → Quali sono le convinzioni profonde che guidano il paziente? Modalità di ragionamento → È una persona riflessiva, impulsiva, analitica? Personalità → Quanto è predisposto al cambiamento e all’introspezione? Approccio al problema → Il paziente è aperto al confronto o ha resistenze al cambiamento? Significato attribuito al sintomo → Il problema è visto come un ostacolo insormontabile o come una sfida da affrontare? Risorse personali → Quali strumenti interni ed esterni ha a disposizione per affrontare il percorso? Leve motivazionali → Quali elementi possono essere utilizzati per stimolare il cambiamento? Ogni terapia è unica perché ogni paziente è unico. Due persone con lo stesso sintomo possono avere percorsi completamente diversi a seconda delle loro caratteristiche personali e delle risorse di cui dispongono. Perché è importante fornire una stima della durata della terapia? Molti pazienti hanno bisogno di sapere indicativamente quanto potrebbe durare il percorso, e questa esigenza è comprensibile. Quando ci si affida a un professionista, indipendentemente dalla specializzazione (che sia uno psicologo, un ortopedico o un altro medico), si desidera avere un’idea della durata del trattamento. Tuttavia, per fornire un’indicazione chiara e realistica, lo psicologo deve prima raccogliere e analizzare le informazioni necessarie. Solo dopo un’attenta valutazione può dare al paziente una stima attendibile, basata su dati concreti. Questa chiarezza è fondamentale per il successo della terapia: sapere cosa aspettarsi aiuta il paziente a sentirsi più sicuro e motivato ad affrontare il percorso. Conclusione: la durata della terapia è variabile, ma prevedibile Non esiste una durata fissa per la psicoterapia. Ogni percorso è influenzato da due fattori principali: Il tipo di problema o sintomo che il paziente porta in terapia. Le sue caratteristiche personali, risorse e modalità di funzionamento. Dopo una fase iniziale di consultazione, lo psicologo è in grado di fornire una stima realistica della durata del trattamento. Questa previsione è un elemento essenziale per il buon andamento della terapia e per la costruzione di un’alleanza terapeutica efficace. Sapere che la durata della terapia non è un’incognita assoluta, ma qualcosa che può essere valutato e previsto con metodo, aiuta i pazienti ad affrontare il percorso con maggiore consapevolezza e fiducia. ### La sindrome dell'impostore ...anche nella coppia. Cos'è la Sindrome dell'Impostore? Oggi parliamo della sindrome dell'impostore. No, non è una diagnosi riconosciuta nei manuali clinici classici, ma è un fenomeno psicologico che si manifesta spesso in ambito lavorativo. Tuttavia, può emergere anche in altri contesti, come nelle relazioni di coppia e nelle amicizie. Come suggerisce il nome stesso, chi sperimenta questa condizione si sente un impostore, un truffatore, un ladro. Crede di occupare un posto che non gli appartiene davvero, forse perché non lo ritiene legittimo o perché pensa di averlo sottratto a qualcun altro. I Sintomi e le Caratteristiche della Sindrome La sindrome dell'impostore si manifesta con un’incapacità profonda di godere e attribuire a sé stessi il merito dei propri successi. Chi ne soffre tende a minimizzare le proprie capacità e a temere costantemente di essere smascherato come un fraudolento. Questa percezione porta a giustificare i propri successi con fattori esterni, come la fortuna, il tempismo favorevole o la sopravvalutazione da parte degli altri. Alcuni arrivano persino a credere di aver raggiunto i propri obiettivi attraverso comportamenti non del tutto leciti, come se avessero "rubato" opportunità che non spettavano loro. La Sindrome dell'Impostore in Ambito Lavorativo Questa condizione si manifesta spesso in chi ha già raggiunto una certa responsabilità o successo professionale. Più una persona avanza nella carriera, più può sentire il peso delle aspettative e temere di non essere realmente all'altezza del ruolo che ricopre. Il pensiero ricorrente è: "Presto o tardi si accorgeranno che non sono davvero capace." Questo porta a stati di ansia, stress e, in alcuni casi, a un comportamento auto-sabotante che può compromettere le prestazioni professionali. Quando la Sindrome si Manifesta nelle Relazioni Sebbene sia più conosciuta nel contesto lavorativo, la sindrome dell'impostore può manifestarsi anche nelle relazioni sentimentali e amicali. C’è chi fatica ad attribuirsi il merito di aver costruito una relazione di coppia felice, di essere un buon genitore o di avere un legame solido con amici e familiari. Non riesce a riconoscere il proprio valore in questi contesti e vive con il costante timore di essere "smascherato" per quello che crede di essere davvero: una persona inadeguata o immeritevole. La Paura di Perdere Tutto Chi sperimenta questa sensazione teme che, da un momento all’altro, la sua relazione, la sua famiglia o la sua cerchia di affetti possa crollare. Pensa che il partner, i figli o gli amici possano improvvisamente accorgersi che non merita il loro amore e la loro fiducia. Questa paura lo porta a vivere in uno stato di tensione continua. Anche se ha costruito una relazione di coppia basata sulla fiducia o una famiglia serena, invece di poterne gioire, si trova intrappolato in un'ansia costante. Le Conseguenze: Una Vita in Sordina Questo senso di inadeguatezza può portare a comportamenti che minano la qualità della vita e delle relazioni. Ad esempio: Eccessiva compiacenza: si tende ad assecondare sempre il partner o i figli, mettendo da parte i propri bisogni. Paura di esporsi: si evita di prendere iniziative per timore di sbagliare e venire giudicati. Autolimitazione: si vive in sordina, con la costante paura che tutto possa crollare da un momento all’altro. Paradossalmente, questi comportamenti possono creare proprio le condizioni che si temevano. La paura di perdere tutto può portare a una profezia che si autoavvera: una relazione che era solida diventa meno soddisfacente, la fiducia si incrina, la famiglia si destabilizza. Riconoscere il Proprio Valore La sindrome dell'impostore, pur non essendo riconosciuta come un disturbo clinico, può avere un impatto significativo sulla qualità della vita. Se ti riconosci in queste dinamiche, prova a chiederti: Ciò che ho è davvero ciò che penso di meritare? Sto facendo qualcosa per riconoscere il mio valore e continuare a costruirlo? Lavorare su questi aspetti può fare la differenza nel modo in cui viviamo le nostre relazioni e il nostro successo, permettendoci di godere appieno di ciò che abbiamo costruito. ### Psicoterapia: come aiutare chi non vuole essere aiutato ### Coppia duratura: le difficoltà che deve saper affrontare Quali sono le difficoltà che le coppie di lunga data devono affrontare? Quali, quindi, i campanelli di allarme di una fatica all’interno della relazione di coppia? Ci sono degli indicatori che possono farci drizzare le antenne durante la nostra relazione di coppia, a mio avviso i più importanti sono 5. Questi sono i più rappresentativi poiché trovano particolare riscontro all’interno della stanza di terapia e nel momento in cui mi trovo a lavorare con delle coppie.Il primo indicatore è sicuramente il fatto che una coppia di lungo corso spesso si trova in una convivenza in cui il partner non viene più visto come partner ma come amico, fratello, coinquilino e sempre meno come amante. La noia quindi prende il sopravvento, la monotonia diventa una routine che appiattisce definitivamente qualsiasi tipo di passione. A causa di questo si va infatti a ridurre la passione e la vita sessuale, pertanto i rapporti diventano progressivamente diradati o addirittura scompaiono. Questo porta la coppia a vedere sempre più i vincoli della propria relazione, quindi tutto ciò che non funziona, e non vederne invece le risorse. La coppia quindi non vede vie d’uscita cosa che la porta ad una situazione di distanza tra i partner, fatta di silenzio, tensione, rabbia che non fa altro che polarizzare i due partner su poli opposti. I cinque indicatori principali quindi a mio avviso sono la visione del partner come amico e non più come amante, la noia e la routine che causano la riduzione o l’assenza di rapporti sessuali quindi la visione dei vincoli e non delle risorse. Per ultimo la rabbia, il risentimento, il rancore e la freddezza da questi generata. Questi sono i cinque indicatori che andrebbero tenuti sotto controllo.     ### Psicologia e psicoterapia: come lavorare con i bambini ### Fine di una relazione: chiudere di netto o continuare a vedersi? La fine di una relazione sentimentale è una parte potenzialmente complicata, faticosa da affrontare. La fine della relazione può essere classificata, ovviamente per dovere di semplificazione, in due tipologie, due possibilità, quella in cui si interrompe definitivamente con un taglio netto quindi interrompendo qualsiasi tipo di contatto e di frequentazione o quella più sfilacciata dove in qualche modo nonostante l’interruzione della relazione questa non è seguita da un comportamento altrettanto netto. Si hanno ancora rapporti, si esce per andare a cena, e ci si continua a frequentare nonostante la relazione è ormai agli sgoccioli ed è diventata tossica. Le due modalità differenti di terminare una relazione sono determinate dal tipo di relazione, dalle implicazioni della relazione e quelle che la fine di questa portano con sé. Due partner che hanno dei figli, una casa in comune, nel momento in cui interrompono una relazione inevitabilmente sapranno che ci saranno anche dei contatti in futuro. Ad esempio la gestione dei figli piuttosto che per la vendita della casa o la regolamentazione del suo utilizzo da parte di uno dei due. Ci sono però queste due modalità ci sono appunto il taglio netto e il taglio definitivo dove c’è per lo meno da parte di uno dei due la volontà totale di negare qualsiasi contatto con l’altro. C’è invece una diversa modalità più sfilacciata che porta con sé da un lato la volontà di interrompere la relazione e dall’altro il proseguo di alcuni contatti. Questo determina quali sono le motivazioni per cui ci si porta dietro magari una relazione finita e quali sono invece le motivazioni che portano ad una rottura ad un taglio netto. Per quanto riguarda questa seconda ci possono essere due diverse possibilità, due diverse motivazioni. Nel primo caso la relazione è completamente logora, la relazione è finita già da tempo e i due partner sono arrivati alla decisione comune e consapevole di interrompere la relazione. Hanno già elaborato il lutto della fine della relazione e sono pronti a lasciarsi andare. In questo caso non hanno più bisogno di sentirsi, di rivedersi o di avere rapporti poiché nonostante la fine della relazione si sono dati un tempo in cui nonostante fossero fidanzati sono riusciti ad elaborare individualmente e reciprocamente il lutto per la fine della relazione. La chiusura non risulta essere così dolorosa proprio perché è già stata elaborata, pensata e digerita. Le motivazioni della seconda modalità possono essere diverse, ci sono appunto delle implicazioni che possono riguardare la presenta di una casa di proprietà, dei figli, quindi dei dati oggettivi che richiedono attenzione. Ci può inoltre essere una fatica da parte di dell’uno o dell’altro a rompere definitivamente la relazione. Spesso infatti quando ci sono queste implicazioni serve del tempo, nonostante entrambi i partner comprendano che non stanno più bene insieme, che la relazione è diventata tossica, la pancia avverte emozioni diverse ed è più complicata da convincere. È fondamentale quindi potersi concedere del tempo per allineare pancia e testa.     ### Psicoterapia, privacy e riservatezza Una delle paure che la persona ha nel momento in cui si rivolge ad uno psicologo psicoterapeuta è la paura legata alla riservatezza del contenuto di ciò che viene detto all’interno della stanza, la privacy e l’eventuale divulgazione delle informazioni sensibili che la riguardano. La nostra disciplina è regolamentata in maniera ferrea non solo dalle leggi nazionali ma anche da quelle del codice etico e deontologico dell’ordine degli psicologi. Una cosa importantissima da sapere nel momento in cui si ha questo timore è che lo psicologo psicoterapeuta è coperto dal segreto professionale.  Il segreto professionale consiste in un documento che viene firmato già durante il primo contatto con il terapeuta e regolamenta il fatto che tutto ciò che viene detto all’interno della stanza di terapia è sottoposto al segreto professionale da parte dello psicologo. Lo psicologo viene investito della responsabilità di tenere il silenzio rispetto alle tematiche e i dati sensibili che il paziente porta e racconta. Sono presenti solo alcuni casi molto specifici e molto gravi in cui il segreto professionale può essere bypassato: sono casi che hanno a che fare con la vita della persona, crimini estremamente gravi per esempio crimini di pedofilia, abuso su minore ecc. Situazioni quindi estremamente gravi e limite che rientrano nel penale. Lo psicologo in questi casi è tenuto ad informare le autorità competenti rispetto le informazioni di cui è in possesso. Questo è tutto esplicitato nei consensi informati che i pazienti firmano a inizio colloquio, il paziente è quindi informato che, qualora esponga informazioni che hanno a che fare con il rischio di vita o con crimini gravi, lo psicologo è tenuto a informare le autorità. Per tutte le altre situazioni possibili, la maggioranza, il segreto professionale è totale, lo psicologo non può rivelare nessuna informazione a nessuno a patto che non sia il paziente stesso a dare tali informazioni oppure a fornire il consenso allo psicologo di divulgarle.Qualora per esempio telefoni un genitore, un amico, un fratello, un fidanzato lo psicologo negherà di conoscere il parente, negherà di aver intrapreso un percorso psicologico e non divulgherà alcun tipo di informazione.      ### Psicoterapia:"..e se poi cambio troppo?" Oggi parliamo delle paure che le persone possono avere nel rivolgersi ad uno psicologo nello specifico la paura di essere manipolati. La domanda implicita che viene portata ed esplicitata in terapia è la paura di essere cambiati troppo e diventare ciò che non si vuole essere.  Questa è una paura legittima nel senso che soprattutto per quanto riguarda persone che non hanno mi affrontato il percorso di terapia è giusto aver paura di ciò che la psicoterapia potrebbe portare a scoprire.  Una prima rassicurazione e precisazione riguarda il fatto che lo psicoterapeuta non manipola niente, lo psicoterapeuta non è uno stregone, tanto meno un mago. Non ha poteri magici e non trasforma personalità. Anzi trasformare e manipolare non sono nemmeno compiti del terapeuta, non è l’obiettivo del terapeuta portare il soggetto a fare cose che non vuole fare. Lo psicoterapeuta è colui che lavora con la persona al fine di riuscire a fargli vedere le cose da un punto di vista diverso, aiuta la persona a diventare padrona della propria situazione e la aiuta a risolvere il problema. Andare dallo psicologo è come aprire il ventaglio delle possibilità ed è proprio su questo che lo psicologo lavora. Non costringe la persona a fare una cosa che non vuole, questa è fantascienza, non è deontologico e nemmeno etico. Lo psicologo ha, diversamente, l’obiettivo di portare la persona a diventare padrona della propria situazione, analizzare e ragionare sulle direzioni possibili e percorribili e dare al paziente la possibilità di scegliere la via da seguire. Lo psicologo deve poter aiutare il paziente a capire quali sono le alternative per raggiungere un determinato obiettivo, renderlo consapevole delle possibilità ma non andrà mai a manipolare, modificare personalità.   ### Come usare la rivalutazione cognitiva per stare bene Oggi parliamo della rivalutazione cognitiva e dell’importanza che ha il suo utilizzo nella nostra percezione. Molte volte il linguaggio che noi andiamo a utilizzare è ciò che costruisce la nostra realtà. Spesso noi ci raccontiamo ed il racconto stesso che facciamo determina la costruzione della nostra realtà. Il linguaggio partecipa attivamente alla costruzione di quello che noi creiamo reale. Molte volte infatti ci troviamo a vivere emozioni, sensazioni, stati d’animo che noi nominiamo a cui diamo una nostra definizione; questo ci aiuta a definire ciò che stiamo vivendo ma al tempo stesso   ci aiuta anche a capire cosa dobbiamo aspettarci. Il problema è che spesso non diamo il nome giusto alle cose, molte volte i nomi, le etichette risultano semplicistiche, sbagliate, riduttive, inutili semplificazioni, scorciatoie che permettono di ottenere immediatamente un risultato. Quindi dare un nome a qualcosa spesso può essere sbagliato soprattutto se la situazione è delicata come la salute di una persona. Per esempio se dovessimo sentirci agitati, confusi, sudano le mani, abbiamo un formicolio e una sensazione strana allo stomaco, un po’ di secchezza delle fauci, questi sintomi potrebbero essere letti da alcuni come ansia, agitazione, e da altri invece come eccitazione per una sfida, caratteristiche quindi dell’adrenalina. Ciò che nella realtà accade quindi nel corpo ovvero i sintomi sono sempre gli stessi tuttavia questi cambiamo per la realtà soggettiva quindi nella percezione che la persona ha di ciò che gli sta accadendo. Il nome che diamo alle cose è come ci aspettiamo le cose siano, quindi il nome che diamo loro va ad influenzare la visione che noi abbiamo della situazione quindi la nostra percezione. La rivalutazione cognitiva è il processo che ci permette di andare a cambiare il nome alle cose, che ci fa dire “attenzione quello che tu finora hai definito come attacco di panico e paura in realtà non sono questo”. La rivalutazione è quindi una ridefinizione cognitiva, un processo che ci permette di andare a rivalutare la situazione, rivederla con un’accezione diversa. Ci permette di costruire una realtà diversa.   ### Come si parla in psicoterapia Il problema dello psicologo e della buona riuscita della psicoterapia è spesso lo “psicologhese”, termine forse non Italiano ma che indica il linguaggio tecnico dello psicologo che viene utilizzato, ahimè, troppo spesso all’interno della stanza di terapia. Questo, a mio avviso, è uno dei principali problemi della riuscita e dell’efficacia dei percorsi psicoterapeutici. La psicoterapia è già di per sé complessa, è difficile chiedere aiuto, presentare la propria situazione, il problema e parlare con una persona che non si conosce, tutto questo viene ulteriormente complicato se lo psicologo utilizza una lingua straniera, complicata e tecnica. Oltre a tutta la fatica che la persona pone nel mettersi in gioco si trova anche a dover imparare una nuova lingua e questo è una delle principali resistenze alla terapia.  L’utilizzo di termini tecnici, formule estremamente complesse che fanno parte del linguaggio tecnico che si richiede il paziente apprenda generano in quest’ultimo grande confusione, una sensazione di distanza e una sensazione di fraintendimento spesso perché è già difficile potersi comprendere utilizzando un linguaggio comune e terra terra, ancor peggio se si utilizzano termini complessi. Quindi cosa fare? Si deve riuscire a parlare il linguaggio del paziente e si deve riuscire a farlo nel linguaggio che il paziente propone. Non è quindi il paziente che deve adattarsi allo psicologo quindi oltre presentare il problema non deve anche imparare la lingua dello psicologo ma deve essere il terapeuta che deve imparare il linguaggio del paziente, deve essere il terapeuta a parlare la lingua e il lessico del paziente. Solo in questo modo la psicoterapia può essere resa accessibile e soprattutto efficace in tempi brevi.     ### Come avere una relazione di coppia felice e appagante Come si fa a costruire una relazione di coppia felice e appagante? Ovviamente gli ingredienti sono tanti, soprattutto non esiste una ricetta uguale per tutti e non esiste una formula magica che permette la felicità di coppia. Ci sono tuttavia degli elementi che, a mio avviso, devono essere considerati, uno su tutti sono i presupposti. Questi sono uno tra le componenti fondamentali per poter far si che la coppia sia felice e si costruisca come tale. Molte volte infatti non solo i presupposti non sono sufficienti per far si che una coppia viva felicemente ma al tempo stesso non vengono considerati e ritrattati. Le persone quindi hanno una loro idea di coppia, di rapporto, di famiglia, ma difficilmente riescono ad esplicitarli sia a loro stessi che al partner. Cosa ancora peggiore generalmente le persone non sono in grado di andare a ricontrattarli né con loro stesse e di conseguenza nemmeno con il partner. Per esempio una ragazza poco più che trentenne dice di aver sempre sognato un matrimonio in chiesa, con l’abito bianco e vivere il desiderio e l’attesa del primogenito invece si trova a vivere una vita che le fa schifo, con un uomo separato con dei figli, una vita quindi non sua e che non sente sua cosa che la rende infelice. Questa è una storia che si ripete spesso, la difficoltà principale sta nei presupposti che la coppia non è stata in grado di andare a ricontrattare. La coppia si è fatta trasportare dalle emozioni, dall’innamoramento iniziale e ha messo fra parentesi i propri desideri le proprie aspettative. La ragazza dell’esempio si trova con un sogno infranto, avrebbe voluto l’abito bianco e il desiderio della prima gravidanza, desideri che non potrà più vedersi avverare perché ormai è sposata con un uomo separato che ha già provato la gioia del diventare genitore con l’ex moglie. Questa specifica situazione non ha niente di male, ci sono tantissime famiglie ricomposte e ricostituite che vivono felicemente con la nuova e moderna organizzazione. Il problema sta nel fatto che la ragazza non prevedeva questa possibilità, anzi, il suo sogno, la sua volontà e i suoi desideri andavano in tutt’altra direzione ovvero verso una struttura di famiglia più a impronta classica. Il problema principale è stato il fatto che la coppia non si è fermata a riflettere se effettivamente i presupposti della coppia risultassero sufficientemente appaganti per far sì che la copia poi potesse evolvere e progredire in maniera felice per entrambi. La ragazza ha invece trovato un compromesso con sé stessa senza mai affrontarlo e dichiararlo esplicitamente prima a sé stessa poi al partner. È importante quindi chiederci quali sono i nostri presupposti, discuterne apertamente con il partner per esserne entrambi consapevoli ed eventualmente poterli ricontrattare insieme. Questo è un passo necessario per poter costruire una vita di coppia felice.  ### Relazione di coppia ed emozioni (distruttive) Qual è l’impatto che hanno le emozioni sulla coppia? Qual è il ruolo della consapevolezza emotiva in una relazione? L’intelligenza emotiva è quella consapevolezza basata sulle proprie emozioni sulla capacità di gestirle e sulla capacità di leggere quelle altrui. Questo nelle coppie ha un grosso impatto soprattutto sul loro benessere perché molte volte le emozioni all’interno della dinamica di coppia vengono completamente dimenticate o meglio lavorano latenti interagendo e alterando il nostro comportamento e inconsapevolmente l’equilibrio con il partner. Un’emozione particolare di cui voglio parlare oggi è l’emozione chiamata “lithos” un’emozione particolarmente distruttiva che porta con sé rabbia, rancore, risentimento aggressività. Proviene da un termine ceco e viene descritta da uno scrittore tramite una breve storiella. C’era un allievo violinista e il suo maestro. L’allievo provando a suonare il pezzo che il maestro gli aveva proposto ed ha iniziato a commettere degli errori e ha visto che il suo maestro si risentiva. Lo bacchettava, lo umiliava, lo aggrediva. L’allievo si sentiva da un lato umiliato e aggredito e dall’altro ha iniziato a sviluppare rabbia e risentimento, rancore nei confronti del maestro quindi ha iniziato a commettere errori volontariamente in modo tale da far aumentare la rabbia del maestro fino al punto che il maestro, accecato dalla rabbia, lancia l’allievo dalla finestra. Durante la caduta libera dell’allievo verso la morte sul volto dell’allievo si dipinge un sorriso al pensiero di quanto sia riuscito effettivamente a far arrabbiare il proprio maestro.  Questa naturalmente è una storia e mi auguro che non ci sia nessun maestro che defenestra il proprio allevo. Tuttavia è una storia particolarmente rappresentativa sull’emozione distruttiva, aggressiva e rabbiosa che viene agita anche al punto di farsi male individualmente, di arrecare danno anche a sé stessi affinché si possa danneggiare l’altro. Questa è una cosa che nelle coppie si vede spessissimo: quando c’è un tradimento di ripicca, c’è una vendetta, un tradimento per rancore oppure vengono fatti una serie di sgambetti o dispetti per andare a scaricare la propria rabbia nei confronti del partner. L’impatto che questa emozione può avere all’interno della relazione di coppia è molto grosso, è un’emozione subdola, fastidiosa e pericolosa perché le coppie si trovano in una competizione di rabbia e un’aggressione costante che di fatto va a lacerare progressivamente di volta in volta il rapporto e non permette loro di capire perché si è arrivato fino a quel punto. Non c’è infatti un picco vero e proprio ma una serie di comportamenti aggressivi che da un lato sono rivolti all’altro ma dall’altro risultano autolesivi per sé stessi e questo distrugge l’equilibrio della coppia.      ### Fare terapia di coppia o individuale? Per un problema relazionale, un problema coniugale, vale la pena intraprendere una terapia di coppia o può essere intrapresa anche una terapia individuale? Questa è una domanda che mi viene spesso posta. Ovviamente dipende dalla situazione tuttavia ci possono essere degli elementi teorici generali. Innanzi tutto bisogna capire quanto e come il problema sia effettivamente di coppia come possono essere per esempio un problema di comunicazione, un conflitto, un tradimento, oppure la depressione di uno dei due che sfocia e influisce sull'andamento della coppia. In secondo luogo è importante verificare la fattibilità della terapia di coppia, c’è quindi da considerare se ad esempio sono già in atto delle terapie individuali che solitamente precludono la possibilità di un percorso di coppia. Infine, aspetto molo importante, bisogna verificare la volontà dei pazienti, bisogna comprendere se effettivamente entrambi sono disposti a venire in coppia o se invece entrambi preferiscono magari intraprendere due terapie individuali. La terapia individuale può avere sicuramente benefici sulla coppia, nel momento in cui il problema incide sulle dinamiche di coppia è sempre comunque vantaggioso intraprendere un percorso insieme per lo meno nella fase iniziale di consultazione. I primi incontri di coppia permettono al terapeuta di avere immediatamente visibili le dinamiche in atto quindi, qualora in futuro la terapia di coppia divenisse un percorso individuale per entrambi i pazienti, ci sarebbe un grande vantaggio. È consigliabile quindi iniziare con un percorso di coppia in fase di consultazione per poi eventualmente proseguire, dopo la stessa, con percorsi individuali. Diversamente invece, iniziando con percorsi individuali per poi proseguire con uno di coppia, potrebbe portare a grossi limiti rispetto l'approccio teorico e il lavoro che poi può essere fatto. Il terapeuta sarebbe infatti sbilanciato verso il paziente con cui ha già intrapreso il percorso, cosa che renderebbe gli incontri di coppia molto delicati.  ### Come funziona il primo colloquio con lo psicologo Come funziona il primo colloquio con lo psicologo psicoterapeuta? Com'è strutturato e quali informazioni punta ad ottenere? Molte persone nel momento in cui si approcciano per la prima volta alla terapia si chiedono che cosa dovrebbero dire o come dovrebbero comportarsi. Il primo incontro è per definizione un incontro conoscitivo, quindi lo psicologo deve accogliere le richieste che vengono portate, deve andare ad indagare il problema quindi qual è la motivazione principale o le motivazioni per cui appunto la persona chiede una consulenza e dall'altro lato deve anche riuscire a tenere sottocchio uno schema generale di intervento quindi deve riuscire a comprendere il più possibile ed il più velocemente possibile quali sono le aree di interesse da indagare durante la terapia. Ciò che cerco di fare durante il primo colloquio è assumere una visione il più panoramica possibile della situazione, il primo incontro non è strutturato per andare direttamente in verticale sul problema specifico che la persona porta quanto sulla costituzione dell’indice che metaforicamente seguirà la terapia.  Questo è importante per comprendere sia gli argomenti importanti in funzione del problema riportato sia quelli inerenti al percorso terapeutico da affrontare. Alcuni di questi sono pre-compilati perché rilevanti per chiunque come la famiglia d’origine, altri invece sono legati al soggetto e alla situazione specifica. Non si può pretendere che un terapeuta comprenda in un colloquio tutta la vita di un paziente sarebbe ingenuo dal punto di vista del paziente e presuntuoso da quello del terapeuta. Lo scopo del primo colloquio è quindi riuscire a comprendere quali sono gli elementi e gli argomenti salienti da andare poi ad approfondire.   ### Progettualità di coppia: quanto conta averne una? Il più grande ostacolo nelle relazioni di coppia Qual è il problema più grande che una coppia può trovarsi ad affrontare? Dal mio punto di vista, è l'assenza di progettualità. Ogni coppia si forma e si costruisce sulla base di progetti, spesso condivisi, che rappresentano il collante dell’unione. Si può costruire una relazione con il desiderio di creare una famiglia, acquistare una casa, avere un figlio o più di uno. Tuttavia, nel corso della vita, questi progetti cambiano: alcuni vengono realizzati, altri falliscono. L'importanza dell'allineamento tra i partner Ciò che conta davvero non è il successo o il fallimento dei singoli obiettivi, ma l’allineamento tra i partner sulle priorità e sulle direzioni percorribili per raggiungerle. Finché entrambi sono orientati verso una visione comune, la coppia è spesso in grado di affrontare anche le difficoltà più complesse e faticose. In questi casi, esiste un "noi" che è più della somma delle singole parti: i due partner si supportano a vicenda, rafforzandosi reciprocamente di fronte agli ostacoli. Quando la progettualità manca Se invece i progetti non sono condivisi o addirittura assenti, la coppia perde una grande spinta, sia nel restare unita sia nell’affrontare i problemi. È proprio la presenza di obiettivi comuni che permette alla relazione di riorganizzarsi e di riscoprirsi continuamente. Avere una progettualità consente di rigenerare, modificare e ricontrattare costantemente l’identità del "noi". Quando i progetti vengono meno – perché non vengono determinati o condivisi – il legame rischia di sgretolarsi. Il nemico silenzioso delle relazioni L'assenza di progettualità è uno dei nemici più subdoli e insidiosi che può insinuarsi nei legami di coppia. Non sempre si manifesta in modo evidente: spesso si insinua lentamente, trasformando la relazione in un insieme di abitudini prive di uno scopo comune. Ecco perché è fondamentale che entrambi i partner riflettano sui propri progetti, li mettano a confronto e trovino una strada condivisa. Non esiste una formula universale per la felicità di coppia, ma avere una direzione comune può fare la differenza tra un legame solido e uno destinato a sgretolarsi nel tempo. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.itHo conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Rapporti conflittuali tra i genitori: come influenzano la personalità dei figli Come il rapporto conflittuale tra i genitori influenza lo sviluppo della personalità dei figli? Qualsiasi azione dei genitori può influenzare i figli? E’ ovvio che i genitori, il loro modo di fare e il loro comportamento incidono sullo sviluppo del figlio: insegnano come percepire il mondo, come approcciarsi alle persone e come comportarsi nelle diverse situazioni. Molte volte però si sente parlare di genitori conflittuali, che in modo più o meno conscio distruggono il possibile radioso futuro del loro figlio a causa proprio della conflittualità tra loro. Questo non è vero in termini assoluti, poiché i conflitti sono all’ordine del giorno, spesso anche in coppie sane. Non tutti i figli di genitori conflittuali crescono necessariamente con una difficoltà o una qualche inguaribile cicatrice. Ma dottore, qualche “ferita” non fa diventare più forte? Dal mio punto di vista, quello che appare durante le sedute di terapia è sicuramente che dei genitori conflittuali possono generare figli invisibili, ma questa invisibilità, determinata principalmente da imparare a non dar fastidio, imparare a cavarsela da soli, essere autonomi, non è necessariamente un male. Anzi, se guardata da un’altra prospettiva è particolarmente utile, nel senso che obbliga a svegliarsi in fretta, obbliga a riuscire nell’essere autonomi, obbliga a cavarsela da soli e quindi a diventare adulti alla svelta. Di contro però se questo non avviene genera degli adulti che rimangono ancorati alla rabbia, incapaci di riuscire a evolvere verso una piena età adulta, rimanendo a loro volta incastrati nel conflitto dei genitori (magari serbando del rancore). Questo sicuramente non è evolutivo, anzi, li costringe in un mondo di mezzo in cui la vita adulta rimane principalmente un sogno. I genitori conflittuali, come qualsiasi altro tipo di genitore, incidono sullo sviluppo del figlio e sullo sviluppo della personalità, ma non necessariamente un rapporto conflittuale va a generare degli adulti “a metà”, anzi un rapporto conflittuale tra i genitori talvolta, causando proprio questa invisibilità citata prima, obbliga i figli a crescere alla svelta e questo, sotto alcuni versanti, è un facilitatore dell’autonomia personale. ### Falsi miti sull’eiaculazione precoce Oggi parliamo della eiaculazione precoce e dei falsi miti ad essa connessi. Lo faccio prendendo spunto da un'interessante ricerca, che si chiama PE Confidential Survey, che ha indagato la vita sessuale e le difficoltà di eiaculazione precoce di 4.500 uomini in 9 paesi europei.La ricerca offre una serie di informazioni utilissime a comprendere meglio in cosa consiste l’eiaculazione precoce ed aiuta a fare chiarezza sulle “credenze popolari” ad essa connessa.Partiamo dalla prima: i disturbi di eiaculazione precoce colpiscono i giovanissimi. Non è vero, nonostante molte dicerie individuano una persona alle sue prime esperienze sessuali come più portata a soffrire di disfunzioni sessuali come l’eiaculazione precoce, proprio perché inesperta, i dati mostrano qualcosa di diverso. La gran maggioranza di persone che soffre di eiaculazione precoce ha un'età compresa tra i 31 e i 40 anni. Ovviamente non possono essere definiti anziani, però al tempo stesso non possono essere neanche definiti giovanissimi. Non possono essere, o meglio, raramente saranno, delle persone alle prime esperienze sessuali.E’ quindi nella fascia d'età 31-40 anni che si concentrano le principali difficoltà sessuali legate alla eiaculazione precoce.Un altro dato interessantissimo è che il 76% delle persone che soffrono di eiaculazione precoce vive una relazione stabile. Un altro falso mito infatti è che l’eiaculazione precoce si presenti soprattutto nei rapporti occasionali.Questo è vero nel senso che il rapporto occasionale genera una maggiore ansia rispetto ad una relazione stabile, perché ci si deve rapportare con una persona con la quale si ha uno scarso feeling, però non è una discriminante per diagnosticare l’eiaculazione precoce.Partiamo quindi dal presupposto che il 76% di persone che vivono questa disfunzione sessuale è all'interno di una relazione di coppia stabile, quindi questo stesso elemento di stabilità, che dovrebbe essere rassicurante, per chi soffre di eiaculazione precoce non è sufficiente .Un altro elemento importantissimo, e molto interessante, è che le principali strategie che vengono utilizzate per affrontare l'eiaculazione precoce sono basate sul consiglio “non pensarci. Questa è ovviamente una cosa impossibile; se qualcuno ha provato, anche in altri contesti della vita, a ripetersi di non pensare ad un problema la prima cosa che viene da fare è pensare proprio al problema. La mente non funziona percependo la particella “non”. Se io adesso chiedessi a chi sta leggendo di non pensare ad un elefante rosa la prima cosa che verrebbe alla mente è proprio un elefante rosa, perché la nostra mente non funziona per negazione, ma per affermazione, quindi se ci si ripete nella testa “non pensare a..” in realtà non si fa altro che pensare esattamente a quel qualcosa e nel caso della eiaculazione precoce ha effetti deleteri sulla prestazione.Un ulteriore elemento interessante è legato alla durata, poiché molte volte si sente dire che se una persona ha una durata inferiore ai 2 minuti all'ora soffre di eiaculazione precoce. La durata non è una discriminante a meno che non ci sia una costanza (trasversalità) della prestazione in diversi contesti e relazioni. Provo a spiegarmi meglio: avere una eiaculazione in meno di 2 minuti in un rapporto (singolo) non determina un problema, poiché non è una discriminante per far sì che venga diagnosticata l’eiaculazione precoce, perché questa (la patologia) non è influenzata dal tipo di rapporto (occasionale o stabile). Al contrario la prestazione è fortemente influenzata dal contesto e dal tipo di partner.Non è la semplice durata della prestazione a determinare se si soffre o meno di eiaculazione precoce.Un altro spunto di riflessione utile è che molte volte si considera, soprattutto dal punto di vista maschile, il disturbo di eiaculazione precoce come un problema che può mettere a dura prova la relazione, il sentimento del partner e la possibilità di proseguire la storia.Il 57% degli uomini che soffre di eiaculazione precoce crede che questo potrebbe essere uno degli elementi determinanti per la fine della sua relazione sentimentale, a fronte invece del 29% delle donne che hanno partner che soffrono di eiaculazione precoce.Le donne ritengono il problema meno grave, nel senso che lo ritengono un elemento meno destabilizzante all'interno della coppia di quanto lo ritenga l’uomo, infatti il 57% di uomini che soffre di eiaculazione precoce crede che questa potrebbe essere la causa della fine della sua relazione, mentre lo crede il 29% delle donne che si trova all'interno di una relazione con questa disfunzione sessuale. Poco più della metà. Un ultimo spunto che offre la ricerca è legato all'utilizzo dei farmaci. Viene spesso considerato che l'eiaculazione precoce potrebbe essere una difficoltà fisica ed in alcuni casi può anche essere vero, motivo per cui molte persone ricorrono al farmaco convinte che possa risolvere tutto.Diciamo che, in linea di massima l’eiaculazione precoce, se determinate da una causa fisica, biologica, e non da una causa psicologica, è legata principalmente a bassi livelli di serotonina, ma questa giustifica solo il 10% dei casi, quindi circa il 90% dei casi di eiaculazione precoce ha una base psicologica e come tale devono essere trattati.  Questi sono alcuni degli spunti più interessanti della ricerca. Spero possano essere stati inutili. ### Coppia: 4 momenti in cui i rapporti sessuali diminuiscono La sessualità cambia all'interno della coppia tanto velocemente quanto cambia la coppia stessa. Più passa il tempo, più cambiano le modalità relazionali, il modo di rapportarsi, l’intimità, la sessualità ed i rapporti sessuali.Ci sono però dei momenti che le ricerche individuano come i più frequenti in cui i rapporti sessuali aumentano e alcuni invece in cui i rapporti sessuali diminuiscono.Oggi ci concentriamo principalmente su questi secondi. Quali sono i principali momenti in cui i rapporti sessuali in una coppia diminuiscono?Il primo è sicuramente quello a seguito della nascita di un figlio. Questo perché le dinamiche interne della coppia vengono completamente stravolte, poiché c'è una presenza, soprattutto nei primi mesi, costante di un terzo. Una terza persona all'interno della relazione che prima non c’era. Di conseguenza la privacy, l’intimità della coppia devono riorganizzarsi a fronte del bebè appena arrivato.La seconda situazione in cui i rapporti sessuali diminuiscono é quella in cui i coniugi sono in una posizione di fratelli. Questo è un concetto un po più complicato da spiegare, quindi ho già fatto un video a riguardo cui rimando nel caso in cui si fosse interessati ad approfondire l’argomento.Il terzo momento si ha quando la coppia si trova in un conflitto, più specificatamente in una lotta di potere, in cui il sesso è uno degli elementi. Avere dei rapporti sessuali o meno assume un certo significato di potere all'interno del conflitto di coppia, quindi in alcuni casi la negazione del rapporto sessuale diventa un modo per andare manifestare un disagio (ho fatto un video anche su questo).Il quarto punto invece è quando la coppia si è trovata ad affrontare dei disturbi/disfunzioni sessuali,  ma ha smesso di trovare o provare a cercare una soluzione. Vuol dire che molte coppie che arrivano in terapia hanno già ridotto la loro attività sessuale, non tanto perché non hanno individuato un problema, bensì perché hanno smesso di cercare una soluzione e quindi inevitabilmente il sesso, diventato elemento di disagio, viene ridotto o eliminato.Questi sono i quattro momenti in cui i rapporti sessuali diminuiscono: quando nasce un figlio; nel momento in cui i coniugi sono in una posizione di fratelli;  nel momento in cui c'è un conflitto ed il sesso assume un significato di potere all'interno della coppia; nel momento in cui a fronte di una disfunzione sessuale sessuale la coppia ha smesso di cercare delle soluzioni. ### Disturbo bipolare: tra episodi maniacali e depressione Uso improprio del termine "bipolare" Mi è capitato recentemente di imbattermi in persone che utilizzavano il termine bipolare in modo piuttosto casuale: "Sono bipolare." "Ho paura di diventare bipolare." "Lui è bipolare." Spesso, questo termine viene impiegato in contesti impropri, senza una reale comprensione del suo significato clinico. Facciamo quindi chiarezza su cos’è il disturbo bipolare, quali sono le sue caratteristiche principali e quali tipologie esistono. Cos'è il disturbo bipolare? Il disturbo bipolare è un disturbo dell’umore caratterizzato da alterazioni improvvise e intense del tono dell'umore, che oscillano tra fasi di euforia (mania o ipomania) e fasi di profonda depressione. Le fluttuazioni emotive sono una parte normale della vita: essere felici, tristi o arrabbiati in risposta a eventi esterni è del tutto naturale. Per esempio: Se vivo un lutto, è normale che il mio umore subisca un calo. Se vinco alla lotteria, è naturale che provi una grande euforia. Nel disturbo bipolare, però, questa connessione tra emozioni e eventi esterni non esiste. Le alterazioni dell’umore sono repentine, ingiustificate, incontrollabili e spesso estreme. Le due componenti fondamentali: Mania e Depressione Ci sono due caratteristiche principali che definiscono il disturbo bipolare: Maniacalità Depressione Fase maniacale: l'umore euforico fuori controllo La mania è un periodo caratterizzato da un umore particolarmente elevato ed esagerato, accompagnato da: Disinibizione sociale (comportamenti impulsivi e poco prudenti) Senso di onnipotenza (credenza di poter fare qualsiasi cosa) Diminuzione del bisogno di sonno e appetito Pensieri accelerati e confusi Comportamenti inconcludenti e impulsivi L’aspetto più problematico è che questi stati d'animo non hanno una giustificazione reale: la persona si sente euforica anche senza un motivo esterno che lo giustifichi. Fase depressiva: il lato opposto della medaglia Dall’altra parte, la fase depressiva è caratterizzata da: Umore estremamente basso Mancanza di energia e motivazione Alterazioni del sonno e dell’appetito (aumento o riduzione drastica) Difficoltà di concentrazione Pensieri negativi o, nei casi più gravi, ideazione suicidaria Esattamente come nella fase maniacale, anche in questo caso il cambiamento dell’umore non è legato a fattori esterni. Le diverse tipologie di disturbo bipolare Esistono tre principali forme di disturbo bipolare, classificate in base all’intensità e alla durata delle fasi maniacali e depressive. Disturbo bipolare di tipo 1: predominanza della mania Il disturbo bipolare di tipo 1 è caratterizzato principalmente da episodi maniacali. Per la diagnosi è necessario che sia presente almeno un episodio maniacale, che può essere seguito da episodi depressivi, sebbene questi ultimi non siano necessariamente gravi. La particolarità di questo tipo di disturbo è che la fase maniacale può essere così intensa da portare a comportamenti rischiosi o pericolosi, a volte richiedendo persino il ricovero ospedaliero. Disturbo bipolare di tipo 2: predominanza della depressione Nel disturbo bipolare di tipo 2, invece, il quadro è opposto: la caratteristica principale è la presenza di episodi depressivi maggiori, alternati ad almeno un episodio ipomaniacale. L'ipomania è una forma più lieve della mania: Condivide gli stessi sintomi della mania, ma in misura meno intensa. Non provoca comportamenti estremamente pericolosi. Non richiede quasi mai un ricovero ospedaliero. Disturbo ciclotimico: oscillazioni più lievi e continue Il disturbo ciclotimico è una forma più leggera di disturbo bipolare, caratterizzata da: Episodi ipomaniacali alternati a Episodi di depressione lieve (che non raggiunge la gravità della depressione maggiore). Queste oscillazioni si verificano per almeno due anni e, sebbene non siano così estreme come nel bipolare di tipo 1 o 2, possono comunque compromettere la qualità della vita della persona. Quanto è diffuso il disturbo bipolare? L'incidenza del disturbo bipolare è di circa l'1% della popolazione. Questo significa che una persona su cento convive con questa condizione. Sebbene l'1% possa sembrare un numero ridotto, in realtà è significativo. Tuttavia, il termine "bipolare" viene spesso abusato e utilizzato in modo inappropriato, molto più frequentemente rispetto alla reale diffusione della patologia. Quando insorge il disturbo bipolare? L’età di esordio varia in base al tipo di disturbo: Disturbo bipolare di tipo 1 → Età media di insorgenza: circa 18 anni. Disturbo bipolare di tipo 2 → Età media di insorgenza: circa 22 anni. L'incidenza è simile tra uomini e donne, senza differenze significative tra i due sessi. Usare il termine "bipolare" in modo appropriato Spesso il termine "bipolare" viene utilizzato impropriamente per descrivere sbalzi d’umore normali, ma in realtà si tratta di una condizione complessa e invalidante. Conoscere le caratteristiche del disturbo bipolare aiuta a evitare banalizzazioni e a trattare con maggiore rispetto chi ne soffre. ### Disturbi dell'umore: tra depressione e bipolarismo Facciamo chiarezza sui disturbi dell’umore, di cui la depressione maggiore è sicuramente il più frequente e conosciuto.   Questi sono numerosi e presentano dei sintomi particolarmente differenti tra loro.   L'unico elemento che li accomuna è un'alterazione del tono dell’umore. Questa alterazione può essere di tre tipi differenti: una sintomatologia depressa, quindi con una flessione del tono dell’umore verso basso; una sintomatologia maniacale, quindi con un innalzamento irrazionale, ingiustificato, del tono dell’umore; un umore misto, chiamato anche disforico, in cui le flessioni sono sia verso l'alto che verso il basso. Sono quindi presenti sia degli episodi di tipo maniacale, sia degli episodi tipo depressivo.   Un'altra categorizzazione importante nella definizione dei disturbi dell'umore è che questi possono essere di tipo unipolare o bipolare.   Unipolare significa che da un rumore in equilibrio c'è una flessione solamente verso uno dei due poli. Ad esempio da un umore in equilibrio si passa ad un umore depresso per poi tornare ad un umore in equilibrio, oppure si passa da un umore in equilibrio ad uno di tipo maniacale e poi successivamente nuovamente ad uno in equilibrio; oppure ci sono le flessioni dell’umore di tipo bipolare. In questi casi c’è un’oscillazione su entrambi i poli, da un'umore in equilibrio si passa ad esempio ad un umore depresso e successivamente ad un umore maniacale.   I disturbi dell’umore, facendo riferimento al manuale diagnostico più conosciuto, il DSM-V, vengono suddivisi tra disturbi di tipo depressivo e disturbi di tipo bipolare.   Per quanto riguarda i disturbi di tipo depressivo il primo è sicuramente la depressione maggiore, a cui dedicherò una serie di video nel prossimo futuro, in modo da poterla approfondire al meglio.   Il secondo tipo di disturbo depressivo è un disturbo da disregolazione dell’umore dirompente: questo è caratterizzato principalmente da scatti di ira e di rabbia ed è diagnosticato solamente durante l'infanzia e l’adolescenza, quindi in soggetti minorenni.   Dopo di che esiste anche il disturbo depressivo persistente che è di fatto simile alla depressione maggiore, poiché ne condivide la gran maggioranza dei sintomi, con un’intensità leggermente minore, ma per un periodo ben più lungo, infatti si parla di circa due anni per la durata della sintomatologia.   In ultimo c’è il disturbo dell’umore disforico premestruale,  che è una new entry nel manuale diagnostico. Presenta tutte quelle sintomatologie che possono essere connesse alla alterazione dell'umore che, come dice il termine stesso, sopraggiungono nella fase premestruale.   Per quanto riguarda invece i disturbi bipolari, la seconda categoria disturbi dell’umore, questi sono caratterizzate dal disturbo bipolare di tipo 1, di tipo 2 e dal disturbo ciclotimico. Su questi ho già fatto un ampio video dove spiego cosa sono i disturbi bipolari e quali sono le loro caratteristiche.   Vediamo ora ulteriori dati particolarmente salienti sui disturbi dell’umore.   I disturbi dell'umore vengono solitamente diagnosticati a circa due anni dalla loro insorgenza; nonostante la diagnosi precoce sia una parte fondamentale del percorso di cura, vengono diagnosticati a circa due anni dalla loro insorgenza poiché spesso la richiesta stessa di aiuto è tardiva, costringendo quindi la persona a vivere in uno stato di grave difficoltà anche per un lungo periodo prima di trovare il coraggio di chiedere aiuto.   Un altro dato importante è che in Italia è stimato che circa il 11,2% della popolazione nel corso della propria vita svilupperà, o sarà comunque portato a vivere, un disturbo dell’umore. 11,2% non è sicuramente una percentuale irrisoria.   Un ulteriore dato importante è che c’è un'incidenza molto maggiore nelle donne rispetto agli uomini. Il rapporto è di circa di 2 a 1, cioè circa il doppio delle donne, rispetto agli uomini, soffre di disturbi dell’umore. Questa differenza tende a ridursi progressivamente con l'avanzare dell’età, infatti superati i 60-65 anni il rapporto torna ad essere 1 a 1, non essendoci più una differenza significativa tra uomini e donne per quanto riguarda la depressione in età senile.   Infine è bene sapere che il periodo di insorgenza, solitamente è compreso tra i 20 e 40 anni.   Questo video aveva lo scopo di spiegare in termini semplici i disturbi dell’umore, che non sono caratterizzati esclusivamente dalla depressione maggiore, a cui invece ci si riferisce solitamente quando si parla di questi, bensì sono costituiti da un insieme di patologie e di sintomi ben più ampio, che può essere categorizzato e spiegato come ho appena ho provato a fare. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Il Disturbo Borderline di Personalità Oggi parliamo del Disturbo Borderline di Personalità che appartiene al secondo cluster (gruppo) dei Disturbidi Personalità ed è caratterizzato principalmente da: instabilità ed impulsività soprattutto rispetto all’umore, alle relazioni e all’immagine di sé. Questo disturbo colpisce circa il 2% della popolazione ed ha una prevalenza femminile, infatti il 70% delle diagnosi di disturbo Borderline di personalità viene fatta su donne. Tale disturbo ha una forte connessione anche con il suicidio infatti viene stimato che il rischio di suicidio nel disturbo Borderline sia circa del 50%, superiore quindi alla media della popolazione. Generalmente fa il suo esordio nella tarda adolescenzaprima età adulta, può essere causato da fattori genetici ed è inevitabilmente influenzato dal passato, dall’infanzia, e dall’inserimento del soggetto in un ambiente caratterizzato da pensieri svalutanti. L’insorgenza di questo disturbo e la sua diagnosi prevedono quindi una serie di criteri, è tuttavia caratterizzato principalmente da due elementi, l’impulsività e l’instabilità. Questi ultimi due sono caratterizzati innanzi tutto dai tentativi disperati di evitare un abbandono reale o immaginario, grande instabilità nelle relazioni interpersonali che sono anche caratterizzate da grande intensità quindi ci sono picchi di intensità della relazione ed al tempo stesso instabilità della stessa. Quest’ultima si nota anche nell’immagine che il soggetto ha di sé, spesso contraddittoria quindi la persona può provare sensazioni opposte in pochissimo tempo. Un quarto criterio necessario è la presenza di comportamenti impulsivi ad esempio legati all’uso di sostanze oppure spendere eccessivo denaro. Sono presenti pensieri di tipo suicidario e instabilità affettiva pertanto un’elevata reattività dell’umore. L’individuo prova sensazioni di vuoto, scatti d’ira e pensieri paranoici. Questi sono gli elementi principali che caratterizzano il Disturbo Borderline di personalità, naturalmente non è necessaria la presenza di tutti questi citati affinché venga definito come Disturbo Borderline di Personalità, sono sufficienti 5 di quelli elencati.   ### Coppia: effetti dell'attaccamento morboso alla famiglia di origine Introduzione e Problematica Principale Perché i rapporti troppo stretti con la propria famiglia di origine incidono negativamente sulla nuova relazione? Molti di voi penseranno che è ovvio: la nuova relazione viene derubata del tempo, perché uno dei due partner è troppo presente e disponibile per la propria famiglia di origine, dedicandole troppo tempo. Di conseguenza, la coppia risulta essere una sorta di relazione part-time, dove ci si deve accontentare del tempo lasciato libero dalla famiglia di origine. Realtà della Relazione Part-Time Ora, non è proprio così. È difficile pensare che una coppia inizi la propria relazione con l'idea di essere part-time rispetto alla famiglia di origine. Tuttavia, è vero che a volte accade. La cosa più interessante è che quando situazioni di questo tipo si verificano, nessuno dei due partner, né chi subisce né chi mantiene il legame con i propri genitori, è contento. Apparentemente, si potrebbe pensare che uno dei due dovrebbe essere contento, in particolare chi mantiene il legame. Ma spesso è proprio chi mantiene il legame con la propria famiglia di origine a sollevare problemi, dicendo di non essere felice. Dinamiche di Conflitto L'altro partner, invece, risponde che non è felice perché è costretto ad accontentarsi delle briciole di tempo lasciate libere dalla famiglia di origine. Questa situazione porta a una serie di ripicche e rivendicazioni infinite, che spesso portano la coppia a una elevata conflittualità. Cause delle Rivendicazioni Reciproche Perché si arriva a questo punto? Perché iniziano queste rivendicazioni reciproche? Perché vengono meno i patti che la coppia originariamente aveva fatto. È vero, per esempio, che uno dei due aveva un rapporto speciale con la propria famiglia. E magari questa relazione era sempre stata una risorsa. Tuttavia, è altrettanto vero che l'altro partner sapeva di questo legame forte, ma fino a un certo punto riusciva a conviverci bene. Questo perché i presupposti erano cambiati. Il Ruolo del Partner nel Contesto Familiare Molte volte, relazioni particolarmente invischiate nella famiglia di origine portano a scegliere un partner capace di aprire nuove strade e percorsi, allontanandomi dalla famiglia senza necessariamente rompere i legami. Tuttavia, si fa i conti con la realtà: il partner che prima dava un vento di novità, perde la sua carica anche per amore, interpretando male i messaggi. Il "devo passare dai miei" non è necessariamente una volontà, ma il partner lo interpreta come tale e progressivamente si conforma alle esigenze della famiglia di origine. Conseguenze della Conformità del Partner Anziché aiutarmi ad uscire dalla famiglia, il partner finisce per ributtarmi ancora più dentro, rendendomi conto che non potrò mai avere la libertà e l'indipendenza sognate. Questo genera conflitto e un sistema di rivendicazioni reciproche: "L'ho fatto per te, perché pensavo fosse quello che volevi," a cui l'altro risponde: "Speravo che mi liberassi, permettendomi finalmente di essere libero." ### Ludopatia: la relazione di coppia del giocatore L'impatto crescente del gioco d'azzardo sulla vita quotidiana Gioco d'azzardo, ludopatia, macchinette, Gratta e Vinci, scommesse sportive, SuperEnalotto. Sono termini che sentiamo sempre più spesso e che hanno un impatto crescente sulla nostra vita. Non è raro conoscere qualcuno che gioca, magari acquistando qualche Gratta e Vinci in più, o lasciandosi prendere la mano con le scommesse sportive della domenica. Ovviamente, sentiamo anche storie di persone che hanno perso tutto o che si sono indebitate fino al collo per continuare a giocare. Alcuni hanno chiesto aiuto alla famiglia, che a sua volta ha cercato di sostenerli, arrivando persino a contrarre debiti per aiutarli a pagare quelli accumulati nel gioco. Le diverse teorie sulla dipendenza dal gioco Esistono numerose teorie sulla ludopatia, così come centri specializzati dedicati al trattamento di questa dipendenza. Tuttavia, vorrei soffermarmi su alcune situazioni particolari che mi sono capitate nell'ultimo mese. In particolare, ho notato che tutti i giocatori che si sono rivolti a me avevano un elemento in comune: una relazione di coppia profondamente alterata. Il legame tra ludopatia e relazioni di coppia Tutti questi giocatori, pur avendo un partner consapevole del loro problema, non riuscivano ad affrontarlo apertamente. Da un lato, evitavano di condividerlo realmente; dall'altro, non avevano ancora fatto esplodere il problema in modo evidente. Anzi, in tutti e tre i casi, il gioco d'azzardo era diventato una sorta di ripicca, una vendetta nei confronti del partner, ritenuto colpevole di una qualche mancanza. Alcuni esempi di questa dinamica: Il gioco come forma di riscatto: "Gioco con i suoi soldi, tanto lui è sempre al lavoro. Almeno così mi godo qualcosa." Il gioco per attirare attenzione: "Gioco per far sì che mio marito si accorga di me e torni a dedicarmi del tempo." Il gioco come valvola di sfogo: "Gioco per i dispiaceri che mi ha dato. Almeno di questo poi riusciamo a parlare." Ludopatia e conflittualità di coppia: un legame sottovalutato Non voglio ridurre il tema della dipendenza a una semplice questione di conflittualità coniugale. Tuttavia, l'aspetto relazionale del gioco d'azzardo è più rilevante di quanto si creda. Il gioco assume un significato profondo all'interno della dinamica familiare e il ruolo del partner risulta cruciale, sia nello sviluppo della dipendenza che nel percorso di cura. Comprendere questa connessione è fondamentale per affrontare il problema in modo efficace e trovare strategie di intervento che vadano oltre il singolo giocatore, coinvolgendo anche il contesto relazionale in cui si trova immerso. ### Imparare a bastarsi L'importanza dell'autosufficienza emotiva Devo imparare a bastarmi. Questa è una frase che sento spesso dire ai miei pazienti quando affrontano la fine di una relazione. Che si tratti di un matrimonio decennale o di una storia di pochi mesi, spesso si entra con la stessa velocità con cui poi se ne esce. Nel momento di disillusione, di tristezza, di rielaborazione del lutto, è normale chiedersi: Dove ho sbagliato? Cosa potevo fare di diverso? Sarò mai capace di farmi scegliere da qualcuno? Troverò mai la persona giusta? Sarò mai in grado di scegliere io stesso con consapevolezza? Queste domande sono il riflesso di un bisogno profondo di comprensione e di crescita personale. Il rischio di un'interpretazione distorta Questo concetto è sicuramente importante, ma se viene interpretato in un’ottica sbagliata rischia di trasformarsi in un invito alla solitudine e alla tristezza. Si basa sull’idea che io non sarò mai in grado di trovare qualcuno e che quindi l’unica alternativa possibile sia imparare a bastarmi da solo. Di conseguenza, si crea un presupposto rigido: o mi adatto alla solitudine o sarò destinato a un futuro di infelicità. Tuttavia, questa visione è limitante e potenzialmente dannosa. L'autosufficienza emotiva non deve diventare una chiusura verso le relazioni, né un alibi per evitare di mettersi in gioco. Il vero significato di “imparare a bastarsi” Imparare a bastarsi è fondamentale per le relazioni, ma non significa precludersi la possibilità di averne. Significa, piuttosto, essere consapevoli della propria forza e autonomia. È un equilibrio sottile tra il sapere stare bene da soli e il riconoscere il valore di una connessione autentica con l’altro. Essere autonomi emotivamente non vuol dire rinunciare all’amore, ma piuttosto comprendere che una relazione non deve essere l’unico sostegno della nostra felicità. La capacità di stare bene con se stessi permette di scegliere in modo più lucido e consapevole, evitando di restare intrappolati in rapporti che non ci soddisfano solo per paura della solitudine. Imparare a bastarsi non significa evitare le relazioni L’errore più comune è confondere l'autosufficienza emotiva con un rifiuto delle relazioni. Non si tratta di chiudersi in sé stessi, ma di sviluppare una sicurezza interiore che ci permetta di affrontare ogni relazione con maggiore serenità. Sapere di poter stare bene da soli non significa dover rinunciare all’amore. Anzi, è proprio questa consapevolezza a renderci capaci di costruire legami più sani e soddisfacenti. Nel momento in cui una relazione non è più fonte di benessere, chi ha imparato a bastarsi sa di poter fare una scelta consapevole: restare se il rapporto è arricchente o andarsene se diventa tossico. Bastare a se stessi: una sicurezza, non un limite Imparare a bastarsi non deve trasformarsi in un ostacolo alle relazioni né in un’esaltazione della solitudine. Al contrario, dovrebbe essere una sicurezza interiore che ci accompagna nella vita: sappiamo che cercheremo relazioni, ma anche che possiamo stare bene con noi stessi. Essere autonomi non significa chiudersi all’amore, ma riconoscere con lucidità di cosa abbiamo bisogno in un’altra persona per costruire un rapporto autentico e appagante. ### Attacchi di panico notturni Attacchi di panico notturni Gli attacchi di panico notturni sono stati di malessere che colpiscono nelle ore notturne e sono caratterizzati da sintomi sia di carattere fisico che mentale. La paura e l'ansia sono le sensazioni predominanti che si accompagnano a stati di malessere fisico più o meno gravi, a seconda dell'intensità degli attacchi e dell'emotività delle persone colpite. Ansia e paura spesso rendono l'esperienza degli attacchi di panico difficile da gestire e ne prolungano gli effetti. Vediamo insieme di cosa si tratta e come tentare di affrontare nel modo più efficace questo fastidioso problema. Cosa sono gli attacchi di panicoL'attacco di panico è una patologia che colpisce molte più persone di quanto immaginiamo. Si tratta di un problema le cui cause scatenanti possono essere molteplici, come ad esempio particolari situazioni, o periodi, di stress, imminenti scelte, cambiamenti importanti o, ancora,  allontanamenti dai luoghi sicuri.Sono caratterizzati da improvvisi stati d'ansia ad altre manifestazioni di tipo psicosomatico come mancanza d'aria, dolori al petto, difficoltà respiratorie, confusione, formicolii alla testa, vertigini, palpitazioni, tachicardia, nausea, dolori all'addome e alla schiena, sudorazione fredda, sensazione di soffocamento, difficoltà respiratorie, brividi di freddo improvvisi o vampate di calore. Tipicamente l'insorgenza degli attacchi di panico è improvvisa e imprevedibile; si tratta certamente di una patologia invalidante poiché, a seconda dell'intensità e della frequenza degli attacchi, la persona che ne soffre può incontrare difficoltà anche notevoli a svolgere le normali attività quotidiane. Gli attacchi di panico nel cuore della notte Si tratta di attacchi di panico che sorprendono nel sonno e costituiscono un'esperienza particolarmente negativa poiché gli effetti dell'ansia vengono certamente amplificati dal buio notturno e dall'essere svegliati improvvisamente in preda ad uno stato di malessere che non si riesce a controllare. Una delle caratteristiche condizionanti degli attacchi di panico notturni è quella di essere terrorizzati dai sintomi, specialmente quando si avvertono mancanza d'aria e crisi respiratorie o dolori al petto, che possono essere confusi con problemi cardiaci. Chiaramente svegliarsi nel bel mezzo della notte ed avvertire sintomi come quelli descritti contribuisce ad aumentare lo stato d'ansia fino a che la situazione diventa difficilmente gestibile generando angoscia e disperazione. Gli attacchi di panico, in particolare quelli che colpiscono di notte, sono responsabili di un notevole peggioramento della qualità di vita. Si tratta quindi di un problema che deve essere affrontato e risolto nel breve termine, poiché i sintomi correlati aumentano lo stress psicofisico e alla lunga possono influenzare negativamente la vita e la salute di chi ne è affetto. Un problema più comune di quanto sembri Le persone vittima degli attacchi di panico si trovano a dover gestire questi malesseri improvvisi senza che ci sia un apparente motivo che li giustifichi. La situazione si fa ancora più preoccupante quando magari si fa un check up e non ci sono valori risultanti dagli esami diagnostici che diano adito a sospetti di patologie in corso. È qui che si insinuano i dubbi e le insicurezze che non fanno altro che alimentare ancora di più ansia e stress e con queste la frequenza e la violenza delle crisi. Le persone che soffrono di questi problemi spesso pensano di essere alle prese con qualche grave malattia, tuttavia stiamo parlando di disturbi che sono trattabili rivolgendosi a uno psicoterapeuta. L’incidenza degli attacchi di panico nella popolazione italiana oscilla tra il 10% e il 35%. Questa percentuale comprende anche gli attacchi episodici. La percentuale si attesta all'incirca al 15%-20% per gli attacchi di panico ricorrenti. Si tratta di una percentuale non trascurabile e prendendo in esame gli attacchi di panico notturni la percentuale oscilla tra il 50%-70% dei casi totali. Sono cifre che mostrano un fenomeno più diffuso di quanto comunemente si creda. Le sensazioni e le emozioni che provocano gli attacchi di panico notturni I sintomi che colpiscono in piena notte sono difficili da gestire e portano ad alimentare la paura di morire o di essere gravemente malati, fino a sfociare nella sensazione di impazzire quando i livelli d'ansia sono talmente alti da generare un effetto domino, in cui sintomi e ansia si rincorrono e si alimentano senza soluzione di continuità. La sensazione di impotenza e di terrore che si arriva a percepire nei momenti peggiori di crisi è difficilmente descrivibile. La mancanza d'aria, la tachicardia in piena notte, le fitte al petto, i formicolii alla testa sono tutti sintomi che si tende ad associare chissà a quali misteriose malattie. Diventa così impossibile riuscire a lasciarsi andare al sonno, temendo il sopraggiungere di incubi e di ulteriori malesseri e diventa davvero complicato gestire l'emotività e la paura in piena notte. Le cause e le conseguenze Chiaramente l'ansia è un campanello d'allarme che non va mai sottovalutato e bisogna ascoltare i messaggi del proprio corpo per evitare problemi di salute che possono essere poi difficili da gestire. Lo stress e i fattori ambientali vanno gestiti con una sana condotta di vita, tuttavia una volta che i sintomi degli attacchi di panico si manifestano e diventano frequenti è già troppo tardi per il fai da te. Il problema è legato a conflitti irrisolti con cui consapevolmente o meno facciamo i conti. Che si tratti di problematiche legate al lavoro, di sovraccarichi emozionali di carattere sentimentale, piuttosto che di tensioni famigliari, di eccessivi carichi dovuti ai troppi impegni, di ritmi di vita al di là delle proprie possibilità, l'attacco di panico non è niente altro che un segnale che la nostra psiche e il nostro corpo ci mandano per avvisarci che si è superato il limite. Bisogna quindi essere capaci di guardarsi dentro ed accettare che la nostra mente e il nostro corpo ci avvisano che è arrivato il momento di prenderci cura di noi stessi. Patologie che possono essere confuse con i sintomi da attacco di panico Vi sono delle sintomatologie che possono essere confuse con quelle tipiche degli attacchi di panico. Tra queste i problemi gastrici, su tutti il reflusso gastrico, che può provocare bruciori al petto che può far pensare a problemi cardiaci, o la labirintite o i problemi di cervicale che possono dare vertigini, sensazioni di perdita di equilibrio e generare formicolii alla testa e alle braccia, o problemi digestivi con la produzione eccessiva di gas, piuttosto che disturbi legati al diabete o a neoplasie che possono a loro volta favorire l'insorgenza di ansia. Questi sono dei semplici esempi ma la lista dei possibili malanni è piuttosto lunga. Cosa sarebbe meglio fare Spesso, nonostante si cerchi di cambiare lo stile di vita, di rallentare i ritmi, di condurre una vita più sana, gli attacchi di panico si ripresentano inesorabili, segno che i disagi che li scatenano non sono risolti. L'autodeterminazione a risolvere il problema è il primo passo verso la guarigione. Spesso le persone che si trovano ad affrontare degli attacchi di panico ricorrenti riescono ad intuire il problema o l'insieme di problemi che ne sono la causa, ma non hanno la forza e la necessaria lucidità per individuare la soluzione. La ricerca di un professionista è l'unica risposta sensata, essendo gli attacchi di panico fortemente correlati a disordini e a conflitti non risolti della sfera emotiva e psicologica di chi ne soffre. Nella maggior parte dei casi la terapia psicologica è risolutiva nel breve e medio periodo, riuscendo a dare sollievo a coloro che ne soffrono, fornendo il supporto psicologico per operare quei cambiamenti che sono necessari per raggiungere il benessere.Il consulto con uno psicologo è quindi un passo fondamentale per la valutazione e la corretta diagnosi dei problemi correlati agli attacchi di panico. Cosa sarebbe meglio non fare  Cercare di risolvere il problema degli attacchi di panico per la via più breve, perpetrando i comportamenti che probabilmente hanno prodotto il disagio. Tentare di risolvere tutto da soli, spesso equivale a nascondere il problema a sé stessi. ### Tradimento bianco: tradire senza sesso   Tradimento Bianco: Tradire Senza Sesso È possibile un tradimento “bianco”? Ovvero, senza che sfoci in una relazione fisica? Un tradimento senza sesso è una realtà che mi capita sempre più spesso di vedere. Principalmente sono coppie con un matrimonio ventennale alle spalle, che hanno avuto anche dei buoni esiti. Entrambi sono riusciti a soddisfare le proprie esigenze di vita, hanno costruito una bella famiglia ed il rapporto tra loro è sempre stato (ovviamente con alti e bassi) appagante. La Comparsa di una Terza Persona nella Coppia Improvvisamente trovano una terza persona dentro la coppia, uno o l'altro ovviamente, nel senso che si genera un qualche tipo di sentimento con un amante o un potenziale tale. La cosa interessante è che non sempre questa relazione extraconiugale sfocia in qualcosa di fisico. Anzi, molte volte è fatta di grandi dialoghi. I due amanti si trovano a parlare per ore, in macchina, su WhatsApp, eccetera, ma nonostante la grande intesa, non consumano. Arrivano magari a qualche effusione, ma non ad un tradimento fisico vero e proprio. Questo tipo di tradimento è conosciuto come tradimento emotivo o infedeltà emotiva. La Percezione della Persona Tradita Ovviamente, il partner che viene tradito non crede in alcun modo al fatto che il proprio marito o la propria moglie non abbia consumato la relazione con altre persone. Eppure, mi sento di dire che in più occasioni sembra evidente che il traditore non abbia consumato il rapporto. Questa cosa, che da un lato non viene creduta, dall’altro danneggia l'anima di chi si sente tradito. Anche se fosse vero, non sarebbe nulla più di una magra consolazione. Diventa argomento di discussione, proprio perché dal punto di vista del tradito rende tutto ancora più incomprensibile: “È impossibile che tu non lo abbia fatto. Hai 50 anni, esci con una persona, le racconti tutti i fatti tuoi (nostri) e poi mangiate le caramelle? Mi stai davvero dicendo che avete solo chiacchierato?”. Significato e Motivi del Tradimento Bianco Ovviamente non sta a me convincere nessuno del fatto che il tradimento sia stato consumato o meno, indipendentemente dall'idea che posso essermi fatto. La cosa interessante, partendo dal presupposto che in molti casi è vero che il tradimento fisico non viene consumato, è chiedersi che significato abbia e perché in qualche modo si arrivi, come diceva il marito tradito, a non concludere un tradimento. Molte volte il sesso non è più l'elemento principale all'interno di queste relazioni. Anzi, queste relazioni nascono, dal mio punto di vista, principalmente per due motivi: per compensare una mancanza, una distanza che si è instaurata tra i due coniugi, in cui il terzo si inserisce e tappa i buchi; oppure può servire come monito, un campanello di allarme, come strumento per rinnovare la coppia, sollecitandola a riscoprirsi. Coinvolgimento Emotivo e Senso di Colpa In molte relazioni affettive, il tradimento bianco nasce dal bisogno di un coinvolgimento emotivo che manca nella relazione principale. La persona amata cerca altrove ciò che sente di non ricevere più dal proprio partner. Questo tipo di infedeltà emotiva può portare a un senso di colpa intenso, poiché il traditore è consapevole di violare il rapporto di fiducia che esiste nella coppia. La fiducia reciproca è fondamentale in ogni relazione, e quando viene meno, anche se solo a livello emotivo, può causare una crisi di coppia. Funzionalità del Tradimento Bianco Questa componente strumentale del tradimento determina che, per poter essere utile, non debba causare danni maggiori dei benefici. Deve essere giocato con finezza e precisione, al fine di portare un contributo senza generare effetti devastanti e irrimediabili. Ovviamente, consumare un tradimento di effetti devastanti ne ha eccome. E quindi un tradimento bianco, che non è virtuale ma che con il virtuale condivide alcune caratteristiche, come ad esempio non consumare il rapporto, potrebbe diventare un tradimento in qualche modo funzionale alla coppia. Questo tipo di relazione segreta può aiutare a riaccendere la scintilla nella relazione principale, soprattutto in momenti di noia o stagnazione. Obiettivi del Tradimento Bianco Riassumendo, il tradimento bianco esiste eccome e può avere come obiettivi inconsci: permettere o aiutare a tornare a parlare della coppia, riavvicinando i partner; oppure assolvere la funzione di colmare le mancanze di uno dei due senza però andare troppo oltre. In alcuni casi, può anche contribuire a rinnovare il rapporto di fiducia e a rinforzare le relazioni sentimentali all'interno della coppia. Supporto Psicologico Se la tua relazione di coppia sta attraversando un periodo complicato e senti di avere bisogno di parlarne, puoi affidarti anche al nostro servizio di supporto psicologico via chat. Una terapia di coppia può aiutare a esplorare i diversi tipi di tradimento e a ricostruire la fiducia reciproca nella relazione. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.itPsicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### I disturbi di personalità Oggi parliamo di disturbi di personalità, facendo riferimento a cosa sono, quali sono e quali vengono quindi individuati dai principali manuali diagnostici.La personalità è un insieme di pensieri, di emozioni, di comportamenti che rende ogni persona unica, incide su come la persona funziona nel mondo, nelle relazioni sociali ed anche rispetto all'immagine che ognuno ha di se stesso. Principalmente inizia a formarsi nella primissima infanzia ed è un mix tra un insieme di esperienze che vengono fatte ed un insieme di caratteristiche di tipo ereditario, al fine di portare la persona a sviluppare dei tratti, quindi delle caratteristiche più o meno stabili, che poi va ad applicare nei diversi contesti. Questi tratti sono anche i responsabili dei problemi dei disturbi di personalità. COSA VUOL DIRE UN DISTURBO DI PERSONALITÀ?Il disturbo insorge nel momento in cui i tratti diventano disfunzionali per il funzionamento della persona, ossia diventano, ad esempio, eccessivamente rigidi, immodificabili, al punto che determinano una compromissione del benessere della persona all'interno della società in cui vive.Essenzialmente, i disturbi della personalità condividono tutti quattro caratteristiche principali, che sono: una distorsione del pensiero, una difficoltà nella reazione dal punto di vista emotivo, nel controllo degli impulsi e delle difficoltà dal punto di vista interpersonale. I manuali diagnostici individuano principalmente 10 disturbi di personalità, e viene stimato che circa il 10 per cento della popolazione mondiale ne soffra. Ovviamente, questa è una stima, e la percentuale varia da popolazione a popolazione, dalla regione nel mondo e così via. Complessivamente, comunque, i disturbi di personalità riconosciuti a livello mondiale sono dieci, e vengono suddivisi in tre diversi cluster, diverse categorie, che di fatto accorpano i disturbi di personalità più simili tra loro.Questi cluster sono di tipo A, ossia legato a dei comportamenti strani, bizzarri, anche eccentrici, cluster tipo B, legato invece a dei comportamenti più di tipo drammatico, soprattutto dal punto di vista sociale e anche in questo caso eccentrici, e cluster c, legati a comportamenti di tipo ansioso o inibito. Per chiarezza, diciamo che nel cluster tipo A, quindi quello legato a comportamenti di tipo strano piuttosto che bizzarro/eccentrico, sono inseriti il disturbo paranoide, il disturbo schizoide, il disturbo schizotipico, mentre nel cluster B, quindi quello legato più a comportamenti di tipo drammatico, ed anche in questo caso di tipo eccentrico, fa riferimento il disturbo di personalità antisociale, al disturbo borderline, al disturbo narcisistico, il disturbo istrionico, che sono dei disturbi anche più frequenti; il cluster c invece è legato a comportamenti di tipo mafioso, piuttosto che inibito, quindi fa riferimento a disturbi di personalità dipendente e al disturbo di personalità ossessivo compulsivo.In questo articolo non mi sono soffermato a spiegare ogni singolo disturbo di personalità, a parte il cluster A i restanti hanno dei nomi evocativi del tipo di caratteristiche che comportano. Il disturbo antisociale per esempio indica facilmente le caratteristiche di cui è composto. La diagnosi di tale disturbo è effettuata attraverso l’utilizzo di un manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il disturbo deve avere determinate caratteristiche affinché sia considerato tale. Il disturbo di personalità infatti prevede, in generale, o una compromissione dal punto di vista cognitivo, emotivo, del funzionamento sociale e del controllo degli impulsi. Questi è necessario siano gravi al punto che compromettono il funzionamento lavorativo, affettivo, interpersonale e quotidiano.   ### Ho tutto ma non riesco ad essere felice Ho tutto ma non sono felice, e non riesco a capire perchè Questa è una frase che sento molto spesso, soprattutto da persone la cui età si aggira intorno ai 40-45 anni. Uomini e donne, indistintamente, che hanno lavorato tutta la vita per costruire il loro sogno e ora si trovano in una fase in cui hanno appena acquistato la casa per la vita, i bambini vanno a scuola, lavorativamente riescono ad essere abbastanza stabili, hanno estinto un finanziamento che gravava sulle loro teste, e quindi si trovano in una situazione di tranquillità. Tuttavia non sono felici, non riescono ad esserlo. Spesso, queste persone, mi dicono: “i miei amici, i miei conoscenti, guardando la mia vita, farebbero carte false per avere la mia situazione economica, per avere la mia casa, per avere il mio partner, mia moglie o mio marito, per avere una “famiglia del Mulino Bianco”, con un figlio/a o più in salute”. Può sembrare assurdo ma queste persone si trovano in questa strana situazione: da un lato sanno che quello che hanno è giusto, è quello che volevano, e dall’altro non riescono a concepire tutto questo come realtà. Perchè non riesco ad essere felice? Dottore, cosa mi succede? Si pongono questa domanda ma hanno una paura tremenda a portare fuori questo pensiero, perché non riescono a capire da dove arrivi questa infelicità. Si convincono che, semmai dovessero parlarne, qualcuno direbbe loro che sono matti. Succede perché hanno costruito tutto il loro sogno, e si ritrovano a non sognare più: si sono creati la loro vita, peccato che questo sogno non fosse probabilmente il loro... Può esser stato determinato dal retaggio culturale, familiare, dalla società, e quindi hanno lavorato tutta la vita per un qualcosa che credevano fosse giusto, senza mai chiedersi davvero se fosse questo quello che realmente volessero, che desiderassero e per cui poi fossero disposti a fare tutti questi sforzi. Si trovano pertanto in una situazione di grande conflitto, di grande delusione: hanno paura a dirlo. Iniziano ad agire quindi una serie di comportamenti tendenzialmente a rischio: c’è chi tradisce, c’è chi rischia di mandare all’aria il lavoro nel tentativo di cambiare vita, c’è chi smette di curarsi dei figli e si butta negli interessi personali, dalla musica allo sport, e c’è invece chi invece piange da solo nella sua solitudine, nella sua incomprensione, spaventato dal fatto che dire ad alta voce di questa difficoltà potrebbe renderlo matto, o farlo additare tale dagli altri. Come può la psicoterapia aiutare a raggiungere un risultato positivo? Il passaggio attuato, come suggeriscono molti autori, è quello di liberarsi dalla “personalità infantile”, nel tentativo di fare spazio alla personalità adulta. Il concetto di “personalità adulta” consiste nella capacità di riuscire a manifestare con chiarezza i propri bisogni, nel riuscire a definire quali sono le proprie volontà, le proprie necessità, anche al netto del contesto che ci circonda e della rete che abbiamo creato: la famiglia, le necessità dei figli, del coniuge, quelle personali e quelle degli altri. Può essere che non esista alcun equilibrio completamente soddisfacente. A quel punto dobbiamo riuscire ad essere consapevoli che talvolta siano necessari dei compromessi. Al tempo stesso, dobbiamo tentare di riuscire a ritagliare uno spazio in cui siamo in grado di parlare a noi stessi, di mettere insieme quali siano le necessità personali, i bisogni, rispetto anche a quelli altrui. Diventa un processo quasi spontaneo quello dello sviluppare una personalità adulta, senza necessariamente inseguire il “sogno del Mulino Bianco”, che altro non è che il sogno di qualcun altro. Perché, purtroppo, alle favole credono solamente i bambini. ### Cibo come amico e come peggior nemico “Mi sentivo piena, gonfia. Bloccata dal troppo cibo che avevo assunto, forse dal troppo zucchero che avevo in corpo e frustrata per l’immagine che sapevo il mio specchio poi rifletteva. L’immagine di una ragazza profondamente triste, che si vedeva in sovrappeso o in sottopeso a seconda di giorni o di periodi, amareggiata, delusa, arrabbiata, nervosa, in colpa. Piena di schifezze appena ingurgitate, di cui non ricordavo nemmeno la forma ed il sapore, la solidità o la freddezza, se fossero dolci o salate, o se avevo ingurgitato dolce e salato insieme. Piena di schifezze in pancia e senza una fame reale scatenante. Il cibo, soprattutto quello sporco, è una colpa. Lo compro di nascosto perché non voglio che lo vedano, è un mio segreto, lo nascondo, me ne abbuffo, lo nascondo di nuovo, mi sento piena e triste, in colpa. Mangio sempre, senza controllo, per insoddisfazioni, ansie, nervosismo, frustrazione, sfogo, per compensazione. Non c’è un giorno particolare, non ci sono feste compleanni che tengano, ogni giorno è un giorno per abbuffarmi e sentirmi in colpa per non essere stata capace di fermarmi, per non essere stata forte, più forte.  Mi sento in colpa, ho vergogna, non mi sento all’altezza di chi riesce a mangiare e non ripulire il frigorifero, penso di essere inferiore perché incapace di non mangiare cioccolata e subito dopo patatine o di non riuscire a controllare quell’attacco di fame estenuante, che capisco ha poco a che fare con la vera fame fisiologica. Ma non riesco, non lo controllo, mi abbuffo, e mi sento ancora più triste, più in colpa, più vergognata di chi sono e cosa faccio. Ho contattato una dottoressa, mi ha dato una dieta e mi sembra efficace, interessante, vado quindi al supermercato, compro il necessario. Per due o tre giorni rispetto il piano alimentare ma devo andare in università ed i compagni il pomeriggio mi ricordano che tra un mese c’è l’esame. Il giorno successivo ci ricasco, apro il frigorifero e lo svuoto, di nuovo, vergogna, ansia, disgusto verso me stessa perché ero riuscita, non mi ero abbuffata per 3 giorni, sono proprio una nullità, non ce la faccio. Sono passati tre mesi, non ho più seguito il piano alimentare, non ho più contattato la dottoressa, non ho più organizzato la settimana e gli alimenti. Mi sono solamente abbuffata e sentita in colpa.  In un momento di serenità ricontatto la dottoressa che mi spiega che è normale, è un successo se mi abbuffo solo 3 volte in settimana se prima erano 7 su 7. Mi spiega che è un percorso lento, doloroso, ma che devo essere felice di aver ridotto le abbuffate. È la prima volta che sento un’emozione positiva, che ho fatto qualcosa di buono, che noto di averlo fatto io. Mi sono sì abbuffata, ma mi sono abbuffata meno e da qui riparto”.  Questi sono i pensieri, sentimenti, emozioni di chi soffre di un disturbo purtroppo attualmente in crescita e troppo sottaciuto a causa dei sentimenti di autosvalutazione che porta con sé. Chi soffre di abbuffate spesso non lo dice, si nasconde, lo fa di notte o quando è solo. COS’È UN’ABBUFFATA? COS’È IL BINGE EATING? Con il termine abbuffata si intende un comportamento incontrollato che porta all’ingestione di una grande quantità di cibo, molto superiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe in circostanze simili. La diagnosi è prevista qualora il comportamento alimentare scorretto sia presente almeno una volta a settimana per almeno 3 mesi; la gravità dello stesso è valutata in relazione alla frequenza degli episodi: da lieve con 13 episodi a settimana a estrema con 14 o più episodi di abbuffate per settimana.  Tendenzialmente si verifica in soggetti normopeso, sovrappeso o obesi, non è caratterizzato da condotte di espulsione ed è correlato ad un aumento di peso.  È generalmente caratteristico di soggetti adolescenti o in prima età adulta, tuttavia in taluni casi si presenta in età avanzata. Caratteristico di questo disturbo è il giungere all’attenzione del clinico più tardi rispetto ad altri disturbi del comportamento alimentare poiché a primo acchito non si associa a queste condotte un disagio emotivo, promuovendo quindi l’adozione di “diete fai-da-te” che spesso risultano controproducenti.  Il comportamento incontrollato è seguito da sentimenti negativi come vergogna e la sensazione di perdere completamente il controllo delle proprie azioni, salato e dolce hanno lo stesso sapore.  I soggetti che si abbuffano si alimentano in modo differente da soggetti affetti da bulimia o obesità, poiché per i soggetti affetti da binge eating il cibo è sia un alleato che un nemico, è colui che consola e che subito dopo fa provare sensi di colpa profondissimi, associati anche a chili superflui. Il soggetto che si abbuffa vorrebbe avere infatti l’effetto positivo dell’abbuffata senza quello negativo dell’aumento di peso. Il comportamento tipico successivo all’abbuffata è infatti molto diverso dall’atteggiamento riscontrato in altri disturbi del comportamento alimentare. In soggetti che si abbuffano prevale la passività, l’ineluttabilità del proprio destino, lo sconforto. Non c’è mai il tentativo di ripristinare lo stato antecedente, pertanto è un atteggiamento più simile al depresso che al bulimico, tantomeno all’anoressico. Spesso è una dieta incongrua che causa un’abbuffata, in particolare sono le emozioni negative associate alla privazione del piacere del cibo che causano un comportamento disfunzionale oltre che alla constatazione della difficoltà a perdere peso. L’intolleranza alle emozioni, negative ed anche positive, è un costrutto fondamentale per la comprensione di tale disturbo. QUANTO CONTANO LE EMOZIONI NEL BINGE EATING? La regolazione emotiva è l’abilità di gestire e rispondere in maniera efficace agli eventi della vita, siano essi straordinari o quotidiani. Indica i processi a cui ricorriamo per influenzare le nostre emozioni per viverle ed esperirle in maniera funzionale. Gli studi condotti in merito evidenziano che le abbuffate tendono momentaneamente a migliorare l’umore del soggetto, tuttavia sul lungo termine l’incremento ponderale di cibo ingerito contribuisce a ridurre l’autostima e il senso di efficacia personale. Ci si sente inadeguati e impotenti, aumentano le emozioni negative, la vergogna, la colpa e la tristezza, emozioni che portano il soggetto a nuove abbuffate. L’abbuffata avviene generalmente a seguito di emozioni quali noia, tristezza, rabbia, oppure a seguito di emozioni positive molto intense. L’abbuffata spegne temporaneamente la sofferenza. È una strategia deleteria sul lungo termine perché sopprimere un’emozione porta la stessa a riemergere in forma diversa e più forte di prima; il tentativo di sopprimerla la rinforza e la fissa. Una caratteristica del pensiero dei soggetti che si abbuffano è la ruminazione, comportamento che porta il soggetto a pensare e ripensare continuamente agli eventi che hanno provocato quelle emozioni negative in maniera astratta e non finalizzata, come tentativo di comprendere e risolvere il problema. Il ruminare non è né efficace ne risolutivo poiché provoca ulteriori sentimenti di indecisione e insicurezza. Chi soffre di binge eating sente come se vivesse in una prigione di cui non vede le pareti della cella ma ne sente chiaramente gli effetti deleteri e distruttivi. È fondamentale il supporto esterno, famigliare e sociale, affinché il soggetto possa osservare il circuito disfunzionale di cui è vittima e si affidi al personale competente per mettere in atto un intervento multidisciplinare in funzione della risoluzione del problema che, se affrontato, è risolvibile.  ### Perchè mia figlia è nata in casa? Oggi vorrei raccontarvi perché mia figlia sia nata in casa. Tutte le volte che emerge l'argomento, vedo l'occhio stupito del mio interlocutore, che mi chiede come mai, perché abbiamo fatto una scelta di questo tipo. Queste sono le nostre esperienze, e vorrei discutere dal mio punto di vista, i principali pro e contro. Partiamo dal principio.Nostra figlia è nata circa un anno e mezzo fa, e, ovviamente, nel momento in cui abbiamo scoperto di aspettare una bambina eravamo felicissimi, ed al tempo stesso anche un po’ spaventati. Come tutti i genitori ci siamo trovati a dover affrontare mille dubbi, le paure, le curiosità e la speranza. Il primo passo è quello di scegliere dove far nascere il proprio figlio. Ci siamo documentati: abbiamo letto dei libri, abbiamo seguito alcuni interventi, alcuni corsi. Piano piano ci siamo approcciati progressivamente all'idea di far nascere nostro figlio in casa, più nello specifico, in una casa maternità in provincia di Como, a Merone, nella casa maternità “La Quercia”. È stata una scelta di cui siamo orgogliosi, una di quelle, che col senno di poi, ti fa dire “cavolo, abbiamo fatto proprio bene!”.Durante uno degli interventi che ho citato prima, un week-end dove delle persone competenti spiegavano in cosa consisteva il parto, quali erano le possibili scelte e processi fisiologici, la cosa che più mi ha colpito è stata una frase che più o meno citava così: “alla quarantesima settimana non sei in ritardo, sei semplicemente ancora incinta!”. Questa cosa mi ha aperto un mondo; una frase così semplice, che tuttavia mi ha fatto veramente cambiare punto di vista sulle cose, perché la gravidanza, per come l'ho sempre vista è di fatto medicalizzata in tutto: si devono fare le visite, si devono fare esami più o meno invasivi, perché c'è sempre un rischio. Praticamente è una condizione di malattia, o meglio, viene molto spesso vissuta così. Sembra quasi che ci si debba difendere da ciò. Quella frase, invece, ha rappresentato tutt'altro per me: mi ha fatto capire come la gravidanza sia una condizione fisiologica sana, nel senso che non c’è bisogno di tutta quella medicalizzazione, a meno di necessità e di patologie evidenti. Confrontandomi con amici ed amiche, avvicinandosi alla trentottesima settimana iniziavano ad andare nel panico, pertanto, il secondo aspetto per cui abbiamo scelto una casa maternità è il rispetto dei tempi della gravidanza e del parto. La nostra esperienza è stata molto positiva, perché mi sono accorto di tantissime cose e tantissimi aspetti fondamentali del percorso di nascita e del parto stesso. Il travaglio è un processo naturale, è innescato automaticamente, ed è importante la serenità, la tranquillità di poter condividere uno spazio intimo con mia moglie in travaglio.  Le stavo vicino, aspettavo che le passasse la contrazione per poi farle compagnia e questo momento del parto è stato bellissimo, poiché io ne sono stato protagonista. Abbracciavo lei ed ho abbracciato mia figlia: prendendola nel momento stesso in cui è venuta al mondo. Sono stato complice delle ostetriche che ci hanno seguito, mi sono sentito utile, mi sono sentito forte, mi sono sentito padre. Mi sono sentito uomo nello starle vicino, in un momento in cui la donna raggiunge la sua massima espressione. L'uomo, molte volte, in queste situazioni, si confonde nella carta da parati. Invece, io, mi sono sentito protagonista: ho tagliato il cordone ombelicale, cosa che ovviamente viene fatta anche in ospedale, ma con i nostri tempi. Viene chiamato “clampaggio ritardato”, il termine “ritardato” indica infatti già da se' la medicalizzazione  Ritardato rispetto tempistiche mediche, poiché ricerche dimostrano che il clampaggio ritardato del cordone favorisce il passaggio di una quota di sangue placentare al neonato. Tuttavia l’ elemento più importante di questa esperienza è sicuramente la sensazione di essere il protagonista, così come lo è stata la donna e la bambina. Sentirsi parte di un processo splendido e naturale, sentirsi rispettati senza induzioni forzate.Sono ovviamente presenti una serie di limiti, uno tra questi è il lato economico. In Lombardia questo servizio è garantito da strutture esclusivamente private, ed il costo totale gira attorno a 2.000 e 2.500 euro: visite parto, affitto della casa. Un secondo aspetto critico è caratterizzato dalle gravidanze che presentano delle criticità e complicazioni. La casa maternità è infatti a 5 minuti d’auto dall’ospedale qualora durante il parto sia necessario un immediato intervento. Terzo limite, forse il più pesante e critico, è l’aspetto sociale, motivo per cui faccio questo articolo e il video da cui è tratto: nel momento in cui si racconta questa esperienza è molto difficile riuscire a far capire le motivazioni.  Culturalmente si ha infatti una visione diversa del parto, della gravidanza, della nascita, oltre alla necessità di dover mettere d’accordo tutta la rete famigliare che ruota attorno alla nascita del bimbo. Aspetto, quest’ultimo, non da sottovalutare. ### Quando e come chiudere una psicoterapia inefficace Quando interrompere una psicoterapia che si è considerata inefficace? Questa è una domanda scomodissima sia per quanto riguarda il paziente che ha investito risorse sia per il terapeuta che deve fare i conti con un suo eventuale fallimento nel percorso terapeutico. Mi riferisco a tutte quelle situazioni in cui si è fatto un certo tipo di investimento, emotivo, temporale ed economico ma non si sono ottenuti i risultati desiderati. Ci sono due elementi che sono importanti da considerare: una componente temporale e delle caratteristiche tipiche del colloquio che, se non presenti, dovrebbero far sorgere qualche domanda. La terapia inizia sempre con la fase di consultazione ovvero 34 incontri che servono al terapeuta per poter conoscere il paziente, l’universo del paziente e dare poi una restituzione. In questo periodo il paziente dovrebbe riuscire a sospendere il giudizio in quanto troppo presto per il terapeuta per dare una restituzione. Terminata la consultazione e ottenuta la restituzione da parte del terapeuta il paziente deve capire se il terapeuta sta lavorando nella direzione che lui si attende e risulta essere efficace. Un buon tempo per fare questa stima e valutare se interrompere il percorso è tra il settimo e il nono colloquio. Se in questo periodo non c’è stato alcun tipo di cambiamento e miglioramento quindi il paziente non ha mostrato una mobilità è importante considerare di interrompere il percorso. Le motivazioni di questa immobilità sono naturalmente specifiche per ogni situazione e possono essere tantissime. Un secondo aspetto importante da tener presente per identificare una terapia inefficace è la ridondanza. In questi colloqui non ci sono nuovi contenuti, i contenuti non vengono progressivamente rielaborati sotto nuovi punti di vista ma si torna sempre a ripetere le stesse cose. In questi colloqui non ci si muove si una virgola cioè si torna sempre allo stesso argomento e allo stesso punto divenendo quindi colloqui pesanti e noiosi che non portano alcun vantaggio. È quindi importante essere onesti sia lato paziente che terapeuta e riuscire a capire se è un momento di stallo, di difficoltà, se si deve procedere e proseguire o se si deve sospendere e interrompere.   ### Quando, nel tradimento, la motivazione e la giustificazione aggravano il problema?   Quando la motivazione e la conseguente giustificazione del tradimento sono parte integrante del problema stesso? Nella terapia di coppia il tema del tradimento è uno dei più affrontati. Ultimamente il tradimento ha assunto una connotazione sociale molto diversa rispetto al passato, non che prima non si tradisse, adesso tuttavia è possibile parlarne con una maggiore libertà e sembra che, ad oggi, tutti abbiano tradito o abbiano sognato di farlo.  Probabilmente era così anche in passato, la differenza è che ora se ne può parlare in una maniera diversa. Capita che quando faccio terapia io chieda quale fosse il presupposto che ha generato un tradimento e quali sono poi le motivazioni e le giustificazioni. Nel percorso che si fa con le coppie molto spesso il tentativo di ristabilire un equilibrio passa necessariamente dalla comprensione delle motivazioni che hanno determinato il problema.  In alcuni casi, più rari, si può lavorare anche per una separazione dignitosa per entrambi, però ciò non toglie che motivazioni e giustificazioni debbano essere necessariamente approfondite. Ultimamente, mentre avevo in terapia una coppia, il traditore avanza una serie di ipotesi, alcune più fantasiose di altre, nel tentativo di giustificare quello che ha fatto. Ciò che egli dice è riferito ad una specie di teoria naturale-evoluzionistica un qualcosa di darwiniano che suona più o meno così: l'uomo di fatto è un animale, è un mammifero e non c'è nemmeno un mammifero in tutto il mondo, in tutta la natura, che di fatto è monogamo. Dai delfini, gli scimpanzé, passando per le marmotte, non c'è neanche un mammifero che è fedele quindi la poligamia è l'aspetto più naturale e la monogamia in un qualche modo è contro natura. Questo ragionamento va ovviamente ad appiattire ed impoverire il significato del gesto nel tentativo di andare a giustificare ciò che è stato fatto si rischia di far perpetrare questo comportamento.  Nel momento in cui una persona trova giustificazioni morali di questo tipo corre il rischio grave di poter agire nuovamente e ripetutamente il comportamento stesso, incurante poi di quello che può suscitare nel partner soprattutto rispetto al carico morale e di dolore sentimentale che questo va a creare. Questa persona mi dice:” Ma come dottore ho appena spiegato tramite Darwin che questo di fatto è un comportamento naturale, non riesco a capire perché continua a farmi tutte queste domande”. A mio parere, quella Darwiniana proposta dal paziente, è una spiegazione semplicistica, comoda, che impoverisce gravemente i presupposti di un possibile riequilibrarsi e ricominciare la relazione quindi il cammino verso una riscoperta e ritrovata felicità.  Se noi guardiamo il mondo è pieno di cose contro natura è pieno di cose artificiali, i grattacieli sono contro natura, il sistema economico e contro natura, alcune pratiche mediche sono contro natura, la metropolitana è contro natura, l'inquinamento è contro natura eppure in tutti questi casi l'uomo, un mammifero, quindi un animale, non ne dovrebbe aver bisogno. Quando il traditore utilizza la teoria darwiniana per motivare il tradimento allo stesso tempo però è anche evoluzionista, dal punto di vista dei trasporti per esempio, del sistema economico già citato prima quindi la differenza e la povertà di questo ragionamento è un rischio enorme in funzione della necessità di instaurare un nuovo equilibrio poiché l'uomo è determinato ed è caratterizzato da due elementi che gli altri mammiferi non hanno: il raziocinio e la morale. Queste potrebbero essere contro natura ma fanno comunque parte di noi quindi è difficile credere che una spiegazione di questo tipo possa essere risolutiva. Smettiamo di utilizzare questo tipo di ragionamento, soprattutto nel tentativo di andare a ricostruire e cerchiamo di partire dal presupposto che, di fatto, le nostre scelte hanno un peso e di questo peso dobbiamo farcene carico, dobbiamo assumerci la responsabilità dell'atto.  Quindi nel momento in cui ci si trova ad affrontare un tradimento non utilizziamo delle strategie semplicistiche poiché come questa possono essercene ovviamente delle altre, queste inevitabilmente abbassano il livello di complicità, il livello di benessere all'interno della coppia stessa. Nel breve periodo possono sminuire la gravità dell'atto stesso ma nel lungo periodo impediscono la creazione di un terreno fertile in cui ricostruire il legame. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Le dipendenze comportamentali, dal gioco, dal sesso, sono solo questione di forza di volontà o c'è altro? Pensi di avere una dipendenza dal cellulare, dal gioco, dal sesso? Pensi di avere una dipendenza comportamentale? Credi sia solo una questione di forza di volontà oppure ci sono altri fattori? Spesso tendiamo a darci più colpe di quelle che dovremmo in realtà imputarci; è una tendenza comune e spesso genera malesseri più o meno profondi e disfunzionali. Ma è realmente solo mancanza di forza di volontà? È corretto dare tutta la colpa a sé stessi? Conosciamo davvero i meccanismi che ci rendono dipendenti e che ci fanno dire “io provo a staccarmi dal cellulare ma proprio non riesco”, “io provo a non finire l’intera barretta di cioccolato una volta aperta, ma proprio non riesco”, “Io provo a non buttare l’intero stipendio nella slot-machine, ma proprio non riesco”? Prima di addentrarci nella discussione di questo interessante tema, ritengo fondamentale sottolineare che le variabili che vengono coinvolte in un disturbo, dipendenza, malessere, sono oltremodo molteplici, personali, ambientali, sistemiche e soprattutto soggettive. Pertanto l’intento di questo breve articolo non è minimizzare e semplificare ma gettar luce su una delle variabili coinvolte e spesso messa in disparte. IL MECCANISMO Le sostanze cosiddette d’abuso, cioè che tendono ad essere ricercate con desiderio, hanno in comune un effetto cerebrale: il rilascio del neurotrasmettitore dopamina in una stazione che mette in comunicazione il cervello mesencefalo con alcune aree frontali del cervello “superiore”. Il rilascio di dopamina funziona come un segnale, la cui conseguenza è la fissazione di una memoria, ovvero: tale sostanza merita di essere riutilizzata. Cocaina, alcol, anfetamine, oppiacei, benzodiazepine, cioè sostanze diverse per il tipo di interruttore cerebrale con cui si mettono immediatamente in contatto e per il tipo di effetti psichici, condividono due cose: una sensazione di piacere e di euforia e la tendenza a farsi desiderare. Questo crescere del desiderio in forma di memoria si associa poi ad un comportamento di ricerca: la sostanza è piacevole quindi la voglio ancora. Il meccanismo finale con cui una sostanza è in grado di indurre un comportamento di ricerca è detto rinforzo. Memoria e rinforzo sono quindi gli effetti di tutte le sostanze d’abuso. COSA AVVIENE NELLE DIPENDENZE COMPORTAMENTALI?  Esattamente come per le sostanze d’abuso, nell’ottica di massimizzare la quantità di tempo che passiamo per esempio con i nostri dispositivi mobili, quali tablet, computer, cellulari, i produttori manipolano la chimica del nostro cervello innescando comportamenti di dipendenza. Molte delle tecniche alla base di questo processo coinvolgono, come per le dipendenze da sostanza, la dopamina, la quale attiva i recettori del cervello legati al piacere. Essa ci insegna quindi ad associare alcuni comportamenti alle relative ricompense, come un topo che riceve una crocchetta ogni volta che aziona una leva. Questa sostanza ci fa sentire euforici, allegri, leggeri, sensazioni oggigiorno spesso ricercate. siamo inevitabilmente portati a ripetere qualsiasi esperienza che attivi il rilascio di dopamina. Per di più, se una data esperienza provoca più volte il rilascio di dopamina, il cervello memorizza il rapporto causa effetto e tende a rilasciare tale sostanza ogni qualvolta questa esperienza viene ricordata; viene pertanto rilasciata a priori. La tendenza ad anticipare la soddisfazione è fondamentale alla sopravvivenza, è essenziale per esempio alla ricerca di cibo; tuttavia talvolta rischia di essere dannosa. Può portare infatti il soggetto alla ricerca della soddisfazione di voglie incontrollabili e nei casi più estremi appunto alle dipendenze.  Se il cervello infatti impara che una data attività comporta la ricompensa, esso inizierà a rilasciare dopamina ogni volta che lo ricorda e a desiderare un contatto con la tale attività.  Ogni qualvolta un amico seduto al nostro tavolo estrae il cellulare dalla tasca anche noi infatti “istintivamente” lo estraiamo o siamo tentati di farlo, oppure, nonostante i numerosi tentativi di starne lontani scegliamo proprio il bar che ha slot-machine. È QUINDI TUTTA COLPA DELLA FORZA DI VOLONTA’? Quando questo succede tendiamo a dare la colpa a noi stessi, ad una mancanza di volontà, spesso tuttavia i prodotti da cui dipendiamo sono appositamente creati per rendere difficilissimo smettere di utilizzarli. Questo “Brain Hacking” ovvero hackeraggio del cervello non è che un vero e proprio modello comportamentale basato sulla chimica del cervello ed applicabile ad altre dipendenze, definite infatti dipendenze senza sostanze: ludopatia, shopping compulsivo, la già citata “new technology addiction” (dipendenza da cellulari, tablet, computer), dipendenza da lavoro, la dipendenza sessuale e dipendenzaaffettiva, alcune devianze del comportamento alimentare come le ortoressie o l’overtraining. Dare la colpa alla mancanza di forza di volontà è pertanto come concentrarsi sulla singola pennellata in un quadro impressionista perdendo di vista il quadro completo, ossia un’apposizione di tanti colori e tante pennellate che osservate nell’insieme compongono il dipinto.  ### Perchè chi mente crede alle bugie che racconta? Oggi parliamo di bugie e di come certe persone siano talmente convinte di quello che dicono da portare noi stessi a convincerci. La domanda quindi è: ci credono davvero?  Può capitare anche a me? Partiamo dal presupposto che non ci sia nulla di strano nel non raccontare bugie, ma nel credere alle balle che si racconta. Raccontare bugie può essere un aspetto culturale e ognuno si colloca in modo diverso rispetto al proprio punto di vista su cosa sia giusto fare in tali circostanze. Credere alle balle che si raccontano non è invece affatto strano dal punto di vista cerebrale-neuronale.     Vi è mai capitato di raccontare una balla, indipendentemente dalle sue dimensioni, così tante volte al punto che alla fine ci siamo convinti fosse vero? Ci sembra davvero di aver fatto quella cosa, o che sia effettivamente andata così, che quella cosa sia vera. In questo non c'è nulla di strano, perché questo dipende da come funziona il nostro cervello e in questo ci vengono in aiuto tantissime delle nuove tecnologie: la tomografia ad emissione di positroni, piuttosto che la FMI cioè la risonanza magnetica funzionale esse ci fanno vedere come le aree nel cervello attivate durante lo svolgimento di un’azione siano le stesse che vengono attivate nel momento in cui questa azione viene solamente pensata o immaginata. Questa è una cosa che molte delle discipline, come la psicologia dello sport, conosce ed applica da tempo a fini utili. Ad esempio, molti sportivi, tramite delle tecniche di Visual Imaging migliorano il gesto tecnico: pensano, rivivono, rifanno, cambiano ciò che sanno fare, migliorano al fine di andare ad ottimizzarlo. Un esempio, Michael Jordan ha affermato più volte come provasse ad immaginare le partite nella sua mente ancora prima di giocare, al fine di ripetere tutti i gesti tecnici. Ora abbiamo anche le prove scientifiche che questo effettivamente avvenne. Tuttavia, cosa c'entra tutto questo con le balle? Cosa c'entra tutto questo con le bugie, raccontare le bugie? Raccontare le balle richiede un certo livello di immaginazione, quindi nel momento in cui io per la prima volta la racconto, le aree nel cervello si attivano. Inizialmente accade perché dobbiamo riuscire ad utilizzare quell'immaginazione necessaria per poter creare: dobbiamo pertanto andare ad attingere nella nostra memoria tutto ciò che serve per poter impacchettare la nostra bugia. Quindi, di fatto, che io faccia qualcosa, che racconti qualcosa, le aree che si attivano nel cervello sono le stesse. La domanda sorge spontanea: perché ci crediamo? Metaforicamente, è come imparare a guidare. Come nella realtà, più io compio un gesto motorio, più io ripeto un'azione, più mi sono esposto in qualcosa, più io dedico parte del mio cervello per poter depositare questo ricordo, e, di fatto, anche se questo ricordo è finto perché appunto è una balla, sono portato comunque a crederci.   Quindi, per rispondere alla domanda iniziale, la cosa innaturale non è credere alle "balle" che si raccontano, quanto probabilmente raccontare frottole. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicoterapeuta a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### I sintomi di Alice più nel dettaglio Abbiamo recentemente raccontato la storia di Alice, la sua esperienza con gli attacchi di panico, i sintomi e le paure connesse; vediamo quindi più nel dettaglio cos’è un attacco di panico e quali sono i sintomi con cui si palesa. Il Disturbo Da Attacchi di Panico (DAP) è una patologia che, generalmente, si presenta durante la giovinezza e la prima fase dell'età adulta. Questa condizione, prima trattata con un approccio psichiatrico, venne poi introdotta come patologia nel DSM, Manuale diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. I principali disturbi d’ansia caratteristici di questa categoria sono: Disturbo d’ansia generalizzata, Fobia specifica, Disturbo d’ansia sociale, Agorafobia, Disturbo di Panico. Coloro che soffrono del disturbo di panico hanno in media venticinque anni e l'incidenza è maggiore negli individui di sesso femminile; purtroppo circa 10 milioni di italiani ne hanno sperimentato, almeno una volta nella vita, i sintomi. Per alcuni di loro si è trattato di un singolo episodio, mentre altri hanno sviluppato un vero e proprio disturbo caratterizzato da attacchi ripetuti nel tempo.  Un attacco di panico consiste nella comparsa improvvisa di paura o disagio intensi che raggiunge un picco in pochi minuti. L'esordio, come raccontano molte testimonianze, è stato un fulmine a ciel sereno, alcuni hanno avvertito il primo attacco quando si trovavano comodamente seduti a casa propria, altri erano in galleria, in ascensore, al supermercato, in un parcheggio e nelle più disparate situazioni. In quei precisi momenti, ed in modo del tutto inaspettato, si sono presentati: formicolio agli arti, difficoltà respiratoria e battito cardiaco accelerato ed altri sintomi caratterizzanti. Tendenzialmente il primo episodio rimane impresso nella mente della persona che lo ha vissuto, innescando la paura che esso possa ripresentarsi in qualsiasi momento futuro. Fondamentale la distinzione tra panico, ansia generalizzata e fobia. Il panico è infatti un periodo specifico durante il quale il soggetto vive paura, terrore, spesso associati alla sensazione di un’imminente catastrofe o di morte, il soggetto spesso racconta di aver avuto paura di “impazzire”. Durante l’attacco si evidenzia ipersensibilità agli stimoli visivi e uditivi, ci si sente svenire, le sensazioni avvertite colgono di sorpresa il malcapitato che avverte l’impellente desiderio di fuggire per rifugiarsi in un luogo protetto. Entro 10 minuti l’attacco raggiunge il picco massimo lasciando quindi il soggetto in una fase “Post-critica” che può durare anche ore caratterizzata da malessere, disagio, spossatezza, debolezza muscolare. La sintomatologia è simile a quella di un infarto, disagio per cui spesso l’attacco di panico viene confuso. Un disturbo di questo tipo non è pericoloso in quanto tale, ciò che preoccupa sono le sue conseguenze. Il soggetto che lo sperimenta avverte infatti la paura che quelle brutte sensazioni possano tornare da un momento all’altro e ciò comporta un'influenza negativa nella vita di tutti i giorni. I rapporti interpersonali si deteriorano a causa del crescente evitamento di situazioni che ricordano al soggetto l’evento negativo sperimentato. L’evitamento è un comportamento adattivo nella misura in cui permette di allontanarsi da una situazione pericolosa, perde tale valore quando si trasforma in una soluzione coercitiva (Sassaroli et al., 2006). Con l’evitamento, l’ansioso conferma a se stesso di non poter fare a meno di evitare, ciò da luogo ad un circolo vizioso che renderà impossibili al soggetto, in futuro, situazioni simili a quelle in cui i primi sintomi sono comparsi. I sintomi caratteristici sono di tipo cognitivo e somatico e sono riportati nel Manuale Diagnostico Statistico delle Malattie Mentali.  La sintomatologia riconducibile ad un infarto comprende: dolorabilità al torace, fitte al cuore ed aumento della frequenza cardiaca (tachicardia). A livello respiratorio si rilevano: difficoltà respiratoria, asma e sensazione di soffocamento. Sul piano gastrointestinale possono presentarsi: nausea, dissenteria, gastrite e bruciori di stomaco. Dal punto di vista neurologico si palesano: cefalea, confusione e tremore agli arti superiori ed inferiori.Quest'ultimo sintomo molto spesso non è rilevabile dall'esterno, ma la persona asserisce di avvertire dentro di sé una specie di frullo di ali (Rovetto,2003). In altri casi, invece, gli spasmi sono così importanti da far pensare ad una crisi isterica. Si segnalano infine variazioni pressorie (ipotensione ed ipertensione) ed intensa sudorazione che caratterizzano l'apparato cardiovascolare.I sintomi psichici comprendono: ansia, paura di morire ed impazzire, perdita di contatto con la realtà e con se stessi (derealizzazione e depersonalizzazione), difficoltà a concentrarsi, confusione mentale ed irrequietezza. È bene sottolineare che non sono, però, necessari tutti questi elementi perché è si possa parlare di attacco di panico. La tachicardia è uno dei sintomi somatici più ricorrenti durante un attacco di panico. La frequenza cardiaca viene definita come il numero di battiti cardiaci al minuto (bpm o battiti per minuto) e varia in funzione dell'età del soggetto, dell'attività che si sta compiendo, del momento della giornata e dello stress.La bradicardia è invece una condizione che si verifica quando la frequenza cardiaca è inferiore ai valori minimi ritenuti normali: un soggetto adulto è bradicardico quando si rilevano, a riposo, meno di sessanta battiti al minuto.La tachicardia è invece contraddistinta da un aumento della frequenza cardiaca: una persona adulta è tachicardica quando si registrano più di cento battiti al minuto. Una frequenza cardiaca alta può essere riconducibile ad attacchi di panico e condizioni patologiche; le tachicardie di natura ansiosa sono caratterizzate da un massimo di centotrenta battiti al minuto, si sviluppano e regrediscono in modo graduale e raggiungono il picco massimo nell'arco di dieci minuti.  L'aumento del battito cardiaco nei DAP (Disturbo Da Attacchi di Panico) è, infine, accompagnato da un ritmo che si mantiene regolare. Gli attacchi di panico, come accennato, sono accompagnati da una sintomatologia che difficilmente si presenta in caso di disturbi cardiaci. Molte persone quando sono colpite dal primo DAP si spaventano, temono di essere vittime di un attacco cardiaco e per questo motivo si rivolgono al pronto soccorso più vicino dove gli esami a cui vengono sottoposte danno, però, esito negativo. La tachicardia da loro avvertita non compromette il muscolo cardiaco, mentre l'infarto è identificabile dalla dolorabilità costante al petto e dalla sensazione di trovarsi all'interno di una morsa.Le emozioni, qualsiasi sia la loro natura, si ripercuotono anche sulle funzionalità intestinali. Il sistema nervoso (centrale e periferico) è caratterizzato anche dal “sistema simpatico” che si attiva nel corso di un attacco di panico e fa scattare il noto meccanismo 'fight or flight' ('combatti o scappa'). Lo stress provato durante un DAP determina una scarica di adrenalina che ridistribuisce il flusso di acqua e sangue: l'apparato gastrointestinale non filtra l'acqua in modo corretto e di conseguenza si manifestano episodi di dissenteria. L'iperventilazione è un’ulteriore tipica condizione che si verifica nel corso degli attacchi di panico e quando si provano forti emozioni; il suo effetto è deleterio e la sintomatologia avvertita dal soggetto tende ad acuirsi. Ossigeno ed anidride carbonica infatti devono sempre essere in equilibrio affinché il corpo umano funzioni al meglio. L'ossigeno, grazie all'anidride carbonica, si separa dall'emoglobina, arriva alle cellule ed innesca il processo di produzione di energia. L'iperventilazione altera quindi l'equilibrio tra i due elementi ed aumenta l'apporto di ossigeno a scapito dell'anidride carbonica. Il soggetto, in questo frangente, avverte la cosiddetta fame d'aria: gli sembra, infatti, di non averne abbastanza e gli atti respiratori diventano più veloci, affannosi e superficiali. La conseguenza tipica dell'iperventilazione è la vasocostrizione di alcuni vasi sanguigni, in particolare quelli che portano il sangue in determinate aree del cervello. Si sviluppa quindi una sorta di paradosso: viene introdotto più ossigeno nel corpo, ma ne arriva meno al cervello; l'individuo percepisce perciò una sorta di stordimento, un formicolio generalizzato in più parti del corpo, la testa diventa leggera e regna una grande confusione.La sudorazione, meccanismo estremamente importante per il benessere dell'organismo, è finalizzata alla regolazione della temperatura corporea che deve mantenersi costante a 36ºC. Il corpo, quando si suda, smaltisce il calore accumulato e ripristina la condizione ottimale. I meccanismi della sudorazione e della regolazione termica spettano al sistema nervoso autonomo ed in modo particolare al sistema nervoso simpatico. Se il sistema non lavora correttamente si parla di iperidrosi, ossia eccessiva sudorazione. Le ghiandole adibite ad essa sono distribuite nelle mani e per questo motivo si parla di iperidrosi palmare, spesso evidente in soggetti ansiosi. ### L'efficacia della psicoterapia   Psicoterapia e scienza: un legame inaspettato Oggi parliamo di psicoterapia e della sua efficacia, collegandola a due scienze apparentemente lontane: la fisica e la matematica. Attraverso due delle teorie più note in questi campi, ti spiegherò come la psicoterapia riesca a essere efficace per il paziente. Le due teorie di riferimento sono: La teoria dell’incompletezza di Gödel, elaborata negli anni ’30 dal matematico Kurt Gödel. La teoria della relatività di Einstein, una delle più celebri teorie fisiche, formulata all’inizio del XX secolo. A prima vista, queste due discipline potrebbero sembrare distanti dalla pratica psicoterapeutica, ma un'analisi più approfondita rivela sorprendenti connessioni. La teoria dell'incompletezza di Gödel: cosa ci insegna sulla mente? La teoria dell’incompletezza di Gödel afferma che, all’interno di un sistema formale, è impossibile dimostrarne la validità e l’affidabilità utilizzando solo gli elementi interni al sistema stesso. Gödel dimostrò matematicamente che un sistema non può essere spiegato attraverso le sue sole componenti interne. Questo principio, sebbene applicato inizialmente alla logica e alla matematica, trova un'interessante corrispondenza nel mondo della psicoterapia. Pensiamo, ad esempio, a un paziente che vive un disagio psicologico. Egli sperimenta il sintomo, lo percepisce, ma non sempre riesce a comprenderlo o spiegarlo a se stesso. Può descriverlo agli altri, può viverlo e provare a razionalizzarlo, ma rimane all’interno del sistema del proprio malessere. Anche gli psicoterapeuti, quando affrontano difficoltà personali, si rivolgono ad altri colleghi. Questo perché, essendo parte del proprio sistema, faticano a osservarlo in modo oggettivo. Il concetto di Gödel ci suggerisce, quindi, che il paziente – essendo immerso nel proprio disagio – non può comprenderlo completamente da solo. Ed è qui che entra in gioco la psicoterapia. La teoria della relatività di Einstein e la percezione soggettiva della realtà La teoria della relatività di Einstein è ben più nota rispetto a quella di Gödel. Uno dei suoi principi fondamentali è che la realtà dipende dall'osservatore: ogni misurazione e percezione è influenzata dal punto di vista di chi osserva. Trasponendo questo principio alla psicologia, possiamo dire che la realtà vissuta dal paziente non è una realtà assoluta, ma una costruzione soggettiva, modellata dalle sue esperienze, emozioni e credenze. In altre parole, non esiste una verità unica e oggettiva della sofferenza di una persona. Esiste piuttosto una narrazione personale, che il terapeuta aiuta a esplorare, ristrutturare e comprendere. Il ruolo della psicoterapia: un punto di vista esterno per il cambiamento Se il paziente non può comprendere pienamente il proprio disagio dall’interno del suo sistema (come ci insegna Gödel) e se la realtà è soggettiva e influenzata dal punto di vista dell’osservatore (come ci dice Einstein), allora il ruolo dello psicoterapeuta diventa fondamentale. La psicoterapia è un processo in cui il paziente, attraverso il racconto della propria esperienza, inizia a rielaborare il suo disagio. Ma non può farlo da solo in modo efficace. Il terapeuta fornisce un punto di vista esterno, che consente di vedere il problema da una prospettiva nuova e più chiara. L'obiettivo della terapia non è solo far emergere la narrazione del paziente, ma anche aiutarlo a modificare il proprio punto di vista, rendendolo più flessibile e aperto al cambiamento. La questione della neutralità del terapeuta A questo punto, una domanda potrebbe sorgere spontanea: se il terapeuta è anch'egli un osservatore, non rischia di influenzare la narrazione del paziente con la propria soggettività? È una questione centrale, e la risposta è sì, il terapeuta inevitabilmente porta una parte della propria visione nel processo terapeutico. Tuttavia, esistono strumenti e strategie per minimizzare questo effetto e garantire l’efficacia della terapia. Ecco quattro principi fondamentali che aiutano il terapeuta a mantenere un ruolo efficace senza contaminare eccessivamente il sistema del paziente: Essere un osservatore esterno – Il terapeuta non può prendere in carico familiari, amici o conoscenti. La distanza dal sistema del paziente garantisce un'osservazione più neutra e obiettiva. Evitare l’autorivelazione – Il terapeuta non condivide dettagli personali, non per riservatezza o rigidità, ma per evitare di influenzare il paziente con la propria visione del mondo. Lavorare in equipe – In casi complessi, due terapeuti possono collaborare: uno presente nella seduta e uno che osserva attraverso uno specchio unidirezionale, per offrire diversi livelli di analisi. Essere consapevoli del proprio impatto – Il terapeuta accetta di essere un agente di cambiamento, non un osservatore passivo. Il suo ruolo è quello di facilitare il movimento del paziente verso un nuovo equilibrio. Il terapeuta come guida nel cambiamento La psicoterapia non è un processo statico. Non si tratta di trovare un equilibrio immobile, ma di costruire un equilibrio dinamico. Pensiamo al camminare: per stare in piedi, dobbiamo alternare il peso da una gamba all’altra, muoverci in avanti, perderci momentaneamente l’equilibrio per poi ritrovarlo. Allo stesso modo, il terapeuta aiuta il paziente a spostarsi da un punto di vista all’altro, a "sbilanciarsi" verso nuove prospettive, e infine a trovare un nuovo equilibrio più funzionale. La mobilità del sintomo, quindi, è parte integrante della sua risoluzione. Conclusioni: la psicoterapia tra scienza e cambiamento Abbiamo visto come la teoria dell’incompletezza di Gödel e la teoria della relatività di Einstein possano offrire spunti profondi per comprendere il funzionamento della psicoterapia. Gödel ci insegna che chi è all'interno di un sistema non può comprenderlo appieno. Einstein ci ricorda che la realtà è sempre influenzata dal punto di vista dell'osservatore. La psicoterapia si inserisce tra questi due poli: aiuta il paziente a raccontare la propria realtà, fornendogli un punto di vista esterno per comprendere il proprio disagio e avviare il cambiamento. Grazie a strategie specifiche, il terapeuta minimizza il rischio di contaminare il sistema del paziente e diventa un facilitatore attivo del cambiamento. La psicoterapia, quindi, non è un'arte astratta o ineffabile, ma un processo concreto e strutturato, che trova le sue radici anche in principi scientifici. E forse proprio in questo sta la sua vera efficacia. ### Attacchi di panico: la storia di Alice Formicolano le gambe, le mani, il battito del cuore accelera, si sente soffocare e la vista le si annebbia, sente caldo e freddo come quando si alza e si abbassa la pressione, una cosa quasi improvvisa, partita dalla gola e dallo stomaco. Si chiede: “Cosa ho? Cosa mi sta succedendo? Ho paura!”. Questa paura, questo pensiero, che mai più abbandonerà Alice, è ciò che racconta al terapeuta, dieci anni dopo aver avvertito per la prima volta queste sensazioni.  Lei ora ha 36 anni, ha il diploma superiore, è la seconda di tre figli ed è cresciuta con un padre rigido, con cui non ha un buon rapporto, ed una madre chiusa. Definita spesso “la disgraziata della famiglia”, esce di casa per andare a vivere da sola a ventitré anni.   Al terapeuta, durante la sua prima seduta, racconta che un giorno, durante una discussione in macchina con l’ex fidanzato, improvvisamente si sente agitata e nervosa, dallo stomaco sente qualcosa di strano, il battito del cuore si accelera e le manca il respiro. Da quell’occasione le è rimasta la grossa paura di sperimentare nuovamente queste brutte sensazioni, il pensiero di riviverle l’accompagna nei giorni e nei mesi successivi. La protagonista non avverte più il malessere raccontato con così tanta intensità. Tuttavia, la paura di avere nuovamente le gambe formicolanti, il respiro affannoso e la sensazione di soffocamento la portano purtroppo a sperimentare spesso la brutta sensazione d’ansia.  Teme di star male, ha paura di restare per molto tempo in auto, oppure chiusa in un ascensore. Teme i vagoni dei treni perché chiusi e con poche vie d’uscita velocemente accessibili e l’aereo è tra le cose che la terrorizzano di più.  Alice per paura di rivivere l’ansia, cambia strada se vede che in lontananza c’è del traffico che le impedirebbe di scorrere agevolmente e non frequenta più i locali affollati in cui prima passava le giornate. Ha la paura atroce di rivivere ciò che ha vissuto in quella macchina, cerca in ogni occasione di trovare una via di fuga facile, veloce ed accessibile, che le consenta di scappare, correre, camminare, qualora l’ansia, che teme di rivivere, si presenti.  Alice ha anche paura che il mondo noti la sua ansia, teme che le si legga in viso il battito che accelera, lo stomaco che impazzisce, la sensazione di calore improvvisa.  Ora, dopo quelle sensazioni brutte, strane, paurose, a distanza di anni, ha cambiato la sua vita: non va in vacanza in luoghi lontani perché non riesce a prendere l’aereo, non sale ai piani più alti degli edifici, soffre di vertigini e l’ascensore è un nemico sempre in agguato.  Alice vorrebbe andare a convivere con il fidanzato ma l’assale il timore che quest’ultimo noti che le sue paure possano condizionare la loro vita insieme. Ha paura che qualora in futuro dovessero sposarsi, nel momento del sì, lei debba scappare in preda all’ansia. Si sente infatti limitata perché costretta a cercare in ogni luogo vissuto una possibile via di fuga per poterlo vivere al meglio.  Alice racconta quindi al fidanzato delle sue paure e il suo interesse nel contattare uno specialista per potersi confrontare. Tuttavia è consapevole che a causa di ciò che la fa stare male non cercherà un contatto telefonico, motivo per cui il fidanzato si adopera a riguardo, cercandole il recapito di uno psicologo.    Alice inizia quindi a raccontare ciò che 10 anni prima le ha cambiato la vita, ripercorre con lo psicologo le tappe più importanti, racconta dei genitori, dei fratelli e degli ex fidanzati. Piano piano diventa consapevole delle sensazioni e delle paure che la condizionano, cerca di comprendere ciò che prima evitava, scavando a fondo le motivazioni. Alice sa che è un percorso che richiede uno sforzo, sa che a volte starà male ed a volte apprezzerà i piccoli passi avanti. Ad oggi infatti, convinta d’intraprendere il suo percorso, si impegna ad affrontare il traffico per arrivare dal terapeuta.  ### Lutto Perinatale 15 Ottobre: Giornata Internazionale del Lutto Perinatale Il 15 ottobre è la Giornata internazionale del lutto perinatale, un'occasione per informare, sensibilizzare e riflettere su un evento doloroso che spesso resta nell'ombra. Da psicoterapeuta, sento il bisogno di condividere alcune riflessioni su questa esperienza, troppo spesso considerata lontana, qualcosa che “non ci toccherà mai”. Eppure, la realtà è diversa: una gravidanza su cinque si interrompe nei primi tre mesi e, nei trimestri successivi, il rischio persiste, con un’incidenza di 3 casi su 1000. Numeri che raccontano una realtà drammatica e diffusa, anche se spesso taciuta. Un Dolore Nascosto: Perché Non Se Ne Parla? Molte persone pensano che il lutto perinatale sia un tema distante, qualcosa che “succede agli altri”. In realtà, una persona su cinque affronta una perdita di questo tipo: un’interruzione naturale della gravidanza, spesso vissuta nel silenzio. La Società Non Lo Riconosce Come un Lutto Uno dei motivi principali di questo silenzio è che il lutto perinatale non viene trattato come un lutto vero e proprio. Quando una persona condivide il proprio dolore, spesso si trova di fronte a frasi fatte e reazioni che minimizzano la sofferenza: "La natura ha fatto il suo corso." "Non era il momento giusto." "Avrai modo di farne un altro." "Meglio ora che più avanti." "Anche a me è successo, poi passa." Queste affermazioni, pur dette con buone intenzioni, risultano invece agghiaccianti, perché negano dignità a un evento devastante. Perdere un bambino non significa solo affrontare la sua morte, ma anche veder svanire una parte dell’identità genitoriale, un progetto di vita che, improvvisamente, si interrompe. Il Silenzio e l’Isolamento Il mancato riconoscimento sociale di questo lutto ha conseguenze dirette su chi lo vive. Molti genitori smettono di parlarne per paura di sentirsi sminuiti o non compresi. Chi ha vissuto questa esperienza spesso si chiude in se stesso, nel proprio dolore, nella propria coppia, in un mondo isolato dove il lutto diventa sempre più profondo, pervadendo ogni aspetto della vita. Se non trova uno spazio per essere elaborato, il dolore rischia di diventare paralizzante. Eppure, il lutto perinatale è un lutto reale, tanto quanto qualsiasi altra perdita. È la perdita di un bambino. È la perdita di un’identità genitoriale. È la perdita di un futuro che si era già iniziato a immaginare. Dare Spazio al Dolore per Superarlo Elaborare un lutto non significa dimenticarlo, ma trovargli un posto nella propria storia personale, uno spazio che permetta di proseguire senza restare intrappolati nel dolore. È importante incoraggiare chi ha vissuto questa perdita a parlarne, senza timore di essere giudicato o minimizzato. Allo stesso tempo, è fondamentale che chi ascolta impari ad accogliere il dolore altrui, senza chiudere la porta con frasi di circostanza che feriscono più di quanto aiutino. Ascoltare, riconoscere e rispettare la sofferenza di chi ha vissuto un lutto perinatale è il primo passo per rompere il silenzio che lo circonda. Conclusione: Riconoscere il Lutto per Dare Sostegno Il lutto perinatale è una realtà che riguarda molte più persone di quanto si pensi. Riconoscerlo come una perdita legittima è fondamentale per permettere a chi lo vive di elaborarlo e superarlo. Se conosci qualcuno che ha affrontato questa esperienza, evita frasi fatte e luoghi comuni. Ascolta, accogli, riconosci il suo dolore. A volte, il più grande aiuto che si possa dare è semplicemente esserci, senza giudizio, senza minimizzare. E, soprattutto, senza silenzio.   ### Che senso hanno i sintomi psicologici?! Parliamo dei due principali significati che assumono i sintomi.   Il primo è abbastanza semplice, non c’è sicuramente bisogno di essere psicologi per comprenderlo o avere sperimentato a propria volta dei sintomi. Il primo significato di un sintomo è quello di manifestare un disagio una difficoltà che si vive e che, appunto, viene rappresentata, si esprime, attraverso il sintomo stesso.   Il secondo significato è un po' più fine, più da psicologi, nel senso che solitamente il sintomo assume anche il compito di risolvere un problema di ordine superiore nella vita dell’individuo. Cosa vuol dire di ordine superiore? Significa ad un livello più ampio della vita della persona.   Faccio un esempio, in modo da essere più chiaro.   N.B. quello che presenterò, a puro titolo esemplificativo, non vuole in alcun modo costituire una diagnosi e non si rifà ad alcun caso a me incarico.   Facciamo l’esempio di una ragazza di 23/24 anni, che chiamiamo Paola e che si trova in una fase molto importante della sua vita. Le manca l'ultimo esame all’università, dopodiché la tesi. E’ quindi in un periodo potenzialmente di grandi cambiamenti, poiché una volta completata la tesi si potrà affacciare al mondo del lavoro e questo, a cascata, porta con sé una serie di altri cambiamenti; ad esempio una stabilità economica, la possibilità di andare a convivere con il proprio fidanzato, uscire di casa, piuttosto che trasferirsi all'estero per fare carriera, etc.. insomma, grandi novità e grandi cambiamenti si prospettano all’orizzonte.   Paola però inizia a sviluppare degli attacchi di panico.   La prima volta le capita durante una gita in montagna con degli amici; la seconda volta succede all'interno di un centro commerciale; la terza mentre rincasa, guidando, non trovando più la strada sperimenta l’attacco di panico in auto.   Queste esperienze la portano progressivamente a precludersi delle opportunità, poiché si rende conto che l'unico posto in cui riesce davvero a stare bene, riesce ad essere libera, è casa sua. Questo le impedisce di “tenere il piede sull'acceleratore della vita”, perché quando viene invitata per un aperitivo, piuttosto che per una cena con amici o per un'uscita a due dal suo compagno, molte volte è restia, si nega, poiché l'unico posto dove sta davvero bene è diventato casa.   Indagando meglio la storia di Paola emerge che la casa per lei ha un significato importante. Diventa quindi interessante, tramite questo esempio, riuscire a comprendere perché si parla del sintomo come di un tentativo intelligente di risolvere un problema ad un livello di ordine superiore.   Tornando a Paola, ci si rende conto che ha sempre avuto una relazione molto stretta, molto bella, con sua madre, che si è separata giovane dal padre di Paola e che insieme a lei si è sempre fatta forza. Sono riuscite a costruire un ottimo rapporto di supporto reciproco. Paola è importantissima per la mamma, perché la aiuta nella quotidianità: l’aiuta ad esempio nel fare la spesa e per gli spostamenti, poiché la mamma non guida; insomma, è una bella figura di riferimento ed essendo anche figlia unica ha il timore (più o meno conscio) che la mamma sia preoccupata della possibile uscita imminente, poiché è contenta (ovviamente) per il successo, lo sviluppo e lo svincolo che potrebbe agire Paola, ma dall'altro lato è consapevole che anche le sue dinamiche e la sua routine potrebbero cambiare quando si troverà da sola.   Il sintomo di Paola in questo caso, oltre ovviamente a manifestare, a livello 1, un disagio, uno stato ansioso, a livello 2 può risolvere un problema di ordine superiore, dato dal timore di Paola che i suoi cambiamenti influenzeranno significativamente la vita della madre.   Questo è ovviamente un meccanismo inconscio, Paola non riesce ad esplicitare il ragionamento, quindi si trova nella situazione in cui da un lato vorrebbe andare, ma dall’altro rimane inevitabilmente bloccata. Questo meccanismo, come dicevo prima, lo esercita in una maniera intelligente tramite il sintomo, poiché quest’ultimo la costringe a rimanere in casa, senza però essere in alcun modo accusatorio nei confronti della mamma; anzi la mamma stessa non è consapevole di questa preoccupazione, anche se ogni tanto ci pensa, ma non arriverebbe mai a credere che l'attacco di panico sia connesso alla paura di Paola di lasciarla sola.   Il sintomo non è quindi accusatorio perché Paola di fatto riesce a risolvere un problema potenziale, ossia quello della preoccupazione della mamma, in una maniera che non è in alcun modo gravosa per lo stato di salute stesso della madre. Non dice: “io sto in casa, io non esco, io non posso “andare” per causa tua ma, io sto in casa, io non riesco ad “andare” per causa mia, perché ho un sintomo, perché ho una difficoltà, perché mi trovo ad affrontare un disagio che mi blocca”. Questo permette a Paola di mantenere uno status quo di presenza, di attenzione e di supporto reciproco, che è ciò che ha caratterizzato la loro vita e la loto relazione sino ad oggi.   Il sintomo però diventa deleterio. Il futuro di Paola è a rischio e la porta a chiedere il supporto di uno psicoterapeuta.   Questo è, come ho già detto prima, un esempio, che non ha alcuno scopo di diagnosi, bensì vuole offrire una chiave di lettura teorica per riuscire a spiegare meglio il secondo livello del significato di un sintomo, che è più complesso rispetto al primo (quello di manifestare un disagio).   Riassumendo possiamo dire che i sintomi hanno principalmente due significati: il primo consiste nella manifestazione di un disagio; il secondo consiste nel tentativo di soluzione di un problema di ordine superiore.   P.S. spero che il caso di Paola sia stato utile per riuscire a chiarire meglio quanto sostenuto. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Separazione: trovare nuovi equilibri Parliamo della separazione e di come questa implichi una riorganizzazione, sia in termini individuali, che in termini genitoriali, soprattutto nel momento in cui vengono coinvolti dei figli minori.   La separazione porta con sé tanti sentimenti, anche molto contrastanti tra loro; principalmente c'è una sensazione di amarezza, di negatività, una sensazione di fine, di fallimento di un progetto. Di fronte a questo però ci si deve (in qualche modo) riorganizzare, si deve capire cosa mantenere e cosa cambiare, cosa modificare e cosa riadattare.   Si deve soprattutto riflettere e distinguere le proprie aree “individuale” e “genitoriale”. Questo è, del mio punto di vista, l’aspetto fondamentale. Parlo della distinzione delle due aree, genitoriale e individuale, poiché è vero che con la separazione si smette di essere coppia, di essere partner, ma non si finisce di essere genitori.   il problema è che invece, molto più spesso di quanto viene detto, queste due aree sono considerate un tutt’uno, sia durante la relazione, che una volta avvenuta la separazione. Questo atteggiamento genera delle grandi confusioni.   Il concetto principale è che di fatto nel momento in cui ci si separa l'individuo single deve imparare ad essere un 100 da solo, cosa che invece prima era  con l’altro, ma deve continuare ad essere 100 insieme all’altro per quanto riguarda la sfera genitoriale.   Essere coppia richiede e permette di essere un 100, un intero, nella relazione con l’altro. Essere genitori lo stesso. Quando ci si separa il primo 100, quello dell’individuo va colmato, ricostruito e riscoperto da soli. Il secondo 100, quello genitoriale, va comunque mantenuto con l’altro.   Faccio un esempio: all'interno della coppia c’è sempre una distinzione di ruoli e di mansioni. Ad esempio agli uomini solitamente viene deputata tutta la parte di cura dell’auto, del giardino, etc. Quindi nel caso in cui ci fosse da cambiare l'olio dell’auto, la moglie dirà al marito “ho visto che si è accesa questa spia per favore pensaci tu”. In questo caso si è un 100 insieme, nel senso che la moglie ottiene il soddisfacimento di un suo bisogno, risolve un suo problema, quello dell'olio dell’auto, attraverso il marito. Durante la separazione questa cosa non è (e non deve essere) più possibile, la persona deve riuscire ad essere un 100 da sola, deve farsi carico e sopperire al mancato aiuto dell'altro per quanto riguarda tutti i suoi bisogni. Deve essere capace di stare totalmente in piedi per i fatti propri.   Questo discorso però, dal punto di vista genitoriale non funziona, non può esistere. E’ vero, la coppia finisce, ma l'aspetto genitoriale, la funzione genitoriale, no! Si può (e si deve) continuare ad essere un 100 insieme.   Essere 100 in coppia genitoriale ha senso, a differenza invece di quante volte sento dire “adesso che siamo separati ognuno si deve gestire i figli per i fatti propri, in autonomia”. Ha senso avere delle funzioni diverse, delle caratteristiche diverse, delle modalità diverse e assolvere dei bisogni diversi nella relazione con i figli.   Nella separazione il punto di vista individuale implica la necessità di doversi riorganizzare in termini di intero (di 100). E’ importante riacquisire e riportare in sé tutta una serie di funzioni che invece prima erano delegate all’altro. Dal punto di vista genitoriale questo deve succedere meno, nel senso che l’altro continua ad esserci (o così dovrebbe essere) per quanto riguarda l’assolvimento della funzione genitoriale e quindi si può essere 100 insieme, in termini genitoriali, nonostante la separazione.   Molte coppie riescono a trovare un buon equilibrio nella nella separazione, per quanto questo sia possibile a fronte delle grandi sofferenze che spesso questa comporta, perché riescono a mantenere le due aree distinte. Le caratteristiche materne e quelle paterne non vengono diffuse o acquisite dall’altro, ma vengono mantenute distinte, così da poter essere complementari nei confronti dei figli.   Prima si riesce a capire questo, prima è possibile riuscire a riorganizzarsi con successo a fronte di una separazione. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Come amare ed essere amati: uomini Vs donne Le Differenze nei Modi di Amare Gli uomini e le donne hanno modi di amare e bisogni d’amore diversi. Questo concetto è facile da comprendere in teoria, ma incredibilmente complesso da applicare nella quotidianità di una relazione. Recentemente mi sono imbattuto nel libro di John Gray Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere. Lodevole lo sforzo dell'autore nel tentativo di distinguere e differenziare i bisogni d’amore di uomini e donne, così come le modalità con cui ciascuno esprime e percepisce l’amore. I Bisogni d’Amore di Donne e Uomini Secondo Gray, i bisogni d’amore si basano su elementi specifici: Le donne necessitano principalmente di sollecitudine, comprensione, rispetto, dedizione e rassicurazione. Gli uomini, invece, hanno bisogno di fiducia, accettazione, ammirazione, apprezzamento e incoraggiamento. Senza entrare nel dettaglio di ciascun elemento, è chiaro come questa distinzione sia fondata su basi solide. Anche nella pratica clinica, nella stanza alle mie spalle, emerge spesso che donne e uomini tendano a cercare e offrire amore in modi diversi. Come Donne e Uomini Dimostrano Amore All'interno di una relazione, le donne hanno principalmente bisogno di vicinanza e condivisione. L’uomo, invece, è più orientato a dimostrare forza e competenza. Questo porta a modi distinti di amare e di esprimere l’amore all’altro. Se la donna comunica il proprio amore con una presenza costante, l’uomo tende a esprimersi in modo discontinuo: grandi gesti per brevi periodi, seguiti da lunghe pause, che possono gettare la donna nel dubbio e nello sconforto. Questa differenza è in parte legata alla natura stessa di uomini e donne: La donna è costante, in grado di offrire una presenza stabile e un supporto duraturo. L’uomo prova a fare lo stesso, ma lo fa a corrente alternata: è più portato ai gesti intensi e alle azioni forti, ma per periodi limitati. Costanza vs Intensità: Due Modi di Amare La donna funziona sulla costanza: è in grado di sopportare una fatica diversa, offrendo presenza e supporto in modo continuativo. L’uomo, al contrario, è più incline agli slanci e ai gesti eclatanti, ma spesso risulta altalenante nel mantenere la stessa intensità nel tempo. Questa dinamica si osserva soprattutto nelle relazioni sentimentali, dove la differenza tra costanza e intensità può generare incomprensioni e frustrazioni. Riconoscere questi schemi può aiutare a migliorare la comunicazione e l’equilibrio all’interno della coppia ### Neurotrasmettitori e biochimica della felicità Parliamo dei neurotrasmettitori e del loro ruolo nel benessere dell’individuo.I neurotrasmettitori, come suggerisce il termine stesso, sono delle sostanze chimiche che veicolano le informazioni tra un neurone e l’altro, permettendoci di compiere tutta una serie di azioni. Ad esempio permettono di muoverci, di pensare, di ragionare, di apprendere, di rimanere concentrati, etc..Ci sono milioni di funzioni che vengono assolte dai neurotrasmettitori e di fatto questi giocano un ruolo importantissimo nel nostro funzionamento.Oggi però voglio concentrarmi principalmente sul loro legame con il benessere, con lo star bene, dell’individuo.Partiamo quindi elencandoli e vedendo quali sono i neurotrasmettitori e qual è la loro connessione con le nostre sensazioni di benessere.Il primo è sicuramente la serotonina, che è legata al buon umore. E’ quella sostanza che viene rilasciata nel momento in cui si ride, in cui si è felici o meglio, si è felici anche perché viene rilasciata la serotonina. La risata stessa, ad esempio, determina che venga rilasciata la serotonina nel nostro cervello.Dopodiché c'è la dopamina, che è legata più all’euforia, all’eccitazione; è connessa ad esempio alle buone notizie. Una notizia lieta determina il rilascio di dopamina nel cervello, provocando piacere.Un altro neurotrasmettiotore è l’adrenalina, che è legata principalmente alla reazione, all’ingaggio, alla sfida. E’ connessa a quella sensazione di tensione e di carica che si prova quando si deve affrontare una situazione impegnativa.Poi ci sono le endorfine, che sono invece principalmente legate ad uno stato di benessere e di tranquillità. Ad esempio lo sport è un grande elemento di rilascio delle endorfine. Chiunque abbia svolto una pratica sportiva sa bene qual è la sensazione di rilassamento che si prova dopo l’esercizio. Ecco, questo è tutto merito delle endorfine.C'è poi il gaba, che è connesso ad una funzione di anti-stress, uno stato di relax calmo, come può essere ad esempio la sensazione di quando ci si sveglia la domenica mattina e si capisce che si può stare a letto ancora un’oretta. Questa sensazione di pace e calma è legata al gaba.C'è poi l’ossitocina, che è legata invece all'amore e all’affetto. I baci rilasciano ossitocina. Viene prescritta e somministrata alle partorienti. E’ legata proprio alla sensazione di amore, a quell'idea di affetto che scalda il cuore.Quelli elencati sono tutti stati di benessere, però di benessere diversi, perché connessi a neurotrasmettitori diversi. Questi attivano aree diverse del nostro cervello, ma anche informazioni e sensazioni diverse, proprio in funzione al tipo di esperienza che viviamo e quindi al tipo di neurotrasmettitore rilasciato. I neurotrasmettitori sono fondamentali per il buon funzionamento del nostro cervello e della nostra vita, ma rispetto al loro legame col benessere è interessante vedere come ciascuno di loro è connesso e assolve una funzione (di benessere) diversa. ### Dipendenza affettiva Parliamo di dipendenza affettiva, di quali sono le sue caratteristiche, di quali sono i suoi sintomi, di quali sono i principali criteri diagnostici e delle sue differenze con l’innamoramento.   Partiamo dal presupposto che, come suggerisce il termine “dipendenza affettiva”, questa si tratta di una vera e propria dipendenza, come la dipendenza da sesso, la dipendenza da lavoro, la dipendenza da sport, da gioco. Fa parte di quelle che vengono chiamate “nuove dipendenze”, anche se è bene dire ad oggi non esiste una patologia vera e propria individuata dai manuali diagnostici, poiché non sono stati ancora raccolti sufficienti dati dalle ricerche scientifiche per poterla annoverare appunto tra le patologie contenute nei manuali; anche se è verosimile pensare che verrà inserita al prossimo aggiornamento.   Ma quali sono le differenze che la dipendenza affettiva ha con l’innamoramento?   Lo stesso innamoramento determina delle alterazioni dal punto di vista fisiologico, basti pensare al batticuore, alla sensazione energizzante che si ha nel momento in cui ci si crede innamorati, l’aumento del desiderio, la presenza di gesti affiliativi, la riorganizzazione dei propri tempi, dei propri spazi e delle proprie priorità in funzione dell’altro, etc…   Queste sono caratteristiche condivise dall’innamoramento e dalla dipendenza affettiva, con la differenza sostanziale che però nella dipendenza affettiva queste sono costituite da grandissima rigidità, diventando di fatto totalizzanti per la persona.   Per poter diagnosticare la dipendenza affettiva devono essere presenti almeno tre dei seguenti sintomi, per un periodo di almeno 12 mesi:   sintomi di astinenza veri e propri nel momento in cui l’oggetto d'amore non è accessibile. Quando l’altro non è a disposizione; grande tempo della giornata speso nella relazione, per la relazione o pensando alla relazione; l'alterazione e la compromissione del proprio funzionamento sociale, del proprio funzionamento relazionale e di quello lavorativo; tentativi falliti di controllare la relazione così totalizzante.   Oltre a questi 4 sintomi, ne esistono ulteriori 2, più legati al modo di “funzionare” dell’individuo, soprattutto nelle relazioni sentimentali, che se presenti lo espongono ad un maggior rischio di sviluppare dipendenza affettiva:   grande entusiasmo nell’innamoramento, fatto di amori intensi,  molto rapidi, che però non sfociano mai in relazioni vere e proprie, o comunque durature; la presenza di tratti di forte insicurezza rispetto alle relazioni sentimentali. Ciò che di fatto viene chiamato “amore insicuro”, ovvero una sensazione di insicurezza e di indecisione presente a prescindere dalle conferme ricevute dal partner.   Queste sono le caratteristiche principali della dipendenza affettiva. Esse spiegano anche perché questa patologia condivide il termine “dipendenza” con altri disturbi solitamente associati a questo termine, come ad esempio la tossicodipendenza, poiché nonostante l'elemento in causa sia diverso, l’amore o la sostanza (droga), condividono buona parte della sintomatologia. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Le cause della depressione Quali sono le cause della depressione?   Sono state fatte diverse ipotesi, alcune più fantasiose di altre, ma il dibattito nella società scientifica è ancora acceso, anche per l'alone di mistero ed incomprensibilità che i disturbi mentali suscitano.   Una cosa è però certa: è impossibile individuare una singola causa scatenante di tutti gli episodi depressivi sulla faccia della terra.   Per comprendere quindi le cause della depressione si procede attraverso un'indagine di tipo bio-psico-sociale, ovvero un’analisi che prende in considerazione degli elementi biologico-genetici, elementi psicologico-individuali e elementi sociali-ambientali.   Non si può individuare una causa specifica, bensì ci si concentra sui (numerosi) fattori di rischio. I fattori di rischio sono un concetto fondamentale per poter comprendere la depressione, sia per quanto riguarda la possibilità di valutare qual è la probabilità di insorgenza del disturbo, sia per la sua diagnosi.   La depressione è un disturbo dell’umore le cui case sono multifattoriali e sono connesse ai fattori di rischio, cioè degli elementi di esposizione o di caratteristiche personali, che determinano la percentuale di “rischio” che la persona sviluppi un disturbo di tipo depressivo.   Questi hanno ovviamente un’incidenza maggiore, maggiore è la loro combinazione, quindi: più fattori di rischio ci sono, in diversi assi o ambiti, come ad esempio quello biologico e quello sociale, più è probabile che una persona sviluppi una depressione.   Si parla sempre di probabilità perché non si può avere la certezza dello svilupparsi della depressione, poiché la depressione, come tutti gli altri disturbi mentali, viene diagnosticata solo una volta che si è manifestata.   Quali sono i fattori da prendere in considerazione?   Sicuramente l’aspetto biologico-genetico, per quanto riguarda i disturbi dell’umore, di cui fanno parte la depressione ed i disturbi bipolari, ha un peso non indifferente. Ad esempio nei disturbi bipolari c’è una forte componente genetica.   Questo aspetto, quello genetico, però per la depressione non vale, cioè non esiste una stretta correlazione tra gli elementi di tipo genetico ed il rischio che venga sviluppata depressione o, perlomeno, non è così importante e significativo come lo è invece per i disturbi bipolari.   Ovviamente una certa esposizione, una familiarità, con la depressione maggiore, ad esempio legata a dei precedenti casi in famiglia, dove quindi è stata vissuta indirettamente, ne aumenta il rischio, ma non è una componente discriminante.   Per la depressione sono molto più importanti quelli che vengono chiamati “aspetti sociali e ambientali”, ossia le esperienze di vita di una persona, che possono aumentare il rischio di sviluppare la depressione, proprio a fronte del disagio vissuto.   Questi fattori di rischio sono connessi ad una serie di aspetti sociali, come ad esempio povertà socio-economica, ridotta istruzione, difficoltà legate alla propria sopravvivenza, al proprio sostentamento, etc.. oppure ad elementi particolarmente stressanti ed episodi occorsi nella vita, come ad esempio traumi, abusi, o ancora disoccupazione, problemi lavorativi o altre particolari fonti di stress.   Questi sono degli elementi di tipo sociale e ambientale che determinano un rischio maggiore per la depressione.   Un altro elemento dell’indagine bio-psico-sociale è quello psicologico-individuale, che riguarda gli aspetti caratteriali e temperamentali di ognuno. Come anticipato la depressione ha cause multifattoriali, quindi non è sufficiente avere ad esempio dei fattori di rischio di tipo biologico-genetici e non è sufficiente essere esposti, ad esempio, a fattori di rischio di tipo sociale ed ambientale per sviluppare una depressione, bensì questi devono interconnettersi anche con aspetti di tipo psicologico-individuale, ovvero aspetti caratteriali e aspetti temperamentali.   Ci sono quindi degli elementi del carattere e del temperamento di ciascuno che determinano un maggiore rischio, cioè una probabilità maggiore che eventi di tipo traumatico vadano ad incidere sull’equilibrio della persona.   Altri aspetti connessi alla maggiore probabilità di sviluppare una depressione possono essere un basso senso di autoefficacia, una bassa autostima percepita, l’incapacità di soddisfare i propri bisogni, senso di inettitudine, etc..   Questi appena elencati sono tutti gli elementi che concorrono allo sviluppo della depressione, ma come dicevo prima non si può fare affidamento esclusivamente ai fattori di rischio, poiché la depressione, come qualsiasi altro disturbo, può essere diagnosticata solamente nel momento in cui fa il suo esordio. Prima di questo momento è solo possibile individuare quali sono gli elementi che determinano una maggiore probabilità della sua insorgenza, senza però garantire mai l'assoluta certezza. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### La depressione in numeri Parliamo della depressione e dei suoi numeri, al fine di comprenderla meglio. La depressione maggiore è sicuramente il disturbo dell'umore più diffuso nella fascia d'età compresa tra i 15 ed i 45 anni; nel 90% dei casi l'esordio è in un'età tra i 20 ed i 40 anni e solo nel 10% dei casi insorge successivamente ai 60 anni. Colpisce prevalentemente la popolazione femminile, infatti il rapporto uomini-donne è di 1 a 2, ossia per ogni uomo che soffre di depressione ci sono due donne che soffrono dello stesso disturbo.I momenti principalmente a rischio sono le fasi di transizione importanti, come ad esempio dal punto di vista fisico possono essere il parto, piuttosto che la menopausa, mentre dal punto di vista relazionale, sociale e familiare possono essere diverse e numerose: la perdita del lavoro, un lutto, la separazione dal partner, etc. Come dicevo il rapporto dell'incidenza della depressione tra uomini e donne è di 1 a 2, infatti sulla popolazione europea viene stimato che nel corso della propria vita gli uomini hanno una probabilità di sviluppare la sintomatologia depressiva compresa tra il 2% e il 5,5%, mentre per le donne questa percentuale oscilla tra il 6% e l’11,8%La depressione inoltre è uno dei disturbi mentali che ha avuto un incremento sostanziale negli ultimi anni (decenni), infatti i casi di depressione sono aumentati di circa il 20%.E’ stimato che siano circa 300 milioni le persone che soffrono di depressione nel mondo e questa malattia è sicuramente una delle principali cause di disabilità.La stessa OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, ritiene che entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa.La depressione ha altri 2 record particolarmente tristi, legati alla morte: i suicidi causati dalla depressione rappresentano 1,5% dei casi mondiali di decesso e sono la seconda principale causa di decesso per quanto riguarda la popolazione compresa tra i 15 ed i 29 anni. Numeri che fanno pensare. ### A cosa servono i sintomi? Sono utili anche se terribili? Attacchi di panico e Depressione Ti sei mai chiesto a cosa servano i sintomi di alcune patologie, anche quando sono terrificanti, scomodi e difficili da sopportare? Oggi voglio spiegarti quali funzioni hanno alcuni dei sintomi più fastidiosi di due delle patologie più comuni: gli attacchi di panico e la depressione maggiore. Può sembrare paradossale, ma dietro sintomi come lo svenimento o l’apatia si nasconde una funzione protettiva per il nostro organismo. Vediamo come. Gli Attacchi di Panico e il Ruolo Protettivo dello Svenimento Un attacco di panico è un’esperienza spaventosa che si manifesta con sintomi come: Secchezza delle fauci Tachicardia e palpitazioni Tremori Difficoltà respiratorie e iperventilazione Sensazione di perdere il controllo Paura di morire o impazzire Tra tutti questi sintomi, lo svenimento è uno dei più temuti, perché dà la sensazione di perdere completamente il controllo della situazione. Chi soffre di attacchi di panico spesso si chiede:"Oddio, cosa mi sta succedendo? Potrei morire? Potrei impazzire? E se svengo?" Tuttavia, lo svenimento ha una funzione cruciale per la salute e la sicurezza dell’organismo. Quando il corpo raggiunge livelli di attivazione eccessivi—ad esempio, a causa di un'iperventilazione estrema e una tachicardia molto intensa—si spegne temporaneamente per ripristinare l’equilibrio nel modo più rapido possibile. Possiamo considerarlo un vero e proprio blackout protettivo: il cervello, per prevenire danni derivanti dallo stress fisiologico estremo, attiva questa risposta automatica. Anche se è un’esperienza spaventosa, in realtà è un meccanismo di difesa del corpo. Depressione Maggiore: Quando l’Apatia Protegge dalla Distruttività La depressione maggiore è una patologia complessa e profonda, con sintomi che non si limitano alla tristezza o alla mancanza di energia. Tra i più comuni troviamo: Apatia e perdita di interesse per le attività quotidiane Mancanza di energia e stanchezza costante Difficoltà di concentrazione e pensieri negativi ricorrenti Ansia (spesso presente anche negli attacchi di panico) Rabbia, rancore e sentimenti di aggressività A differenza dell’attacco di panico, che genera un’intensa attivazione, la depressione tende a inibire l’energia della persona. Può sembrare solo un sintomo debilitante, ma ha anch’esso una funzione protettiva. Perché il corpo "spegne" l’energia nella depressione? In molte persone depresse, i sentimenti di rabbia e aggressività possono diventare estremi e pericolosi. In alcuni casi, questa rabbia può essere rivolta verso se stessi, aumentando il rischio di autolesionismo o suicidio. Non è un caso che la depressione sia strettamente legata alla mortalità: Il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni La depressione è responsabile dell’1,5% delle morti a livello mondiale La mancanza di energia e la catatonia possono quindi avere una funzione di tutela: impediscono alla persona di agire impulsivamente sulla propria rabbia.In pratica, il corpo entra in una sorta di "modalità di ibernazione" per evitare di trasformare i pensieri distruttivi in azioni concrete. Questo spiega perché alcune persone depresse trovano difficile persino alzarsi dal letto, lavarsi o svolgere le attività quotidiane. Non è solo un problema di volontà, ma un meccanismo biologico di protezione. Sintomi Fastidiosi, ma con una Funzione di Sopravvivenza Nonostante siano tra i sintomi più difficili da sopportare, attacchi di panico e depressione hanno in comune una funzione protettiva per la persona: Lo svenimento negli attacchi di panico protegge il corpo da un sovraccarico fisiologico L’apatia e la mancanza di energia nella depressione riducono il rischio di azioni impulsive pericolose Ovviamente, questi meccanismi di protezione non sono sempre efficaci. Se la depressione diventa cronica o gli attacchi di panico si ripetono troppo spesso, la persona può trovarsi intrappolata in un circolo vizioso che necessita di un intervento terapeutico. Tuttavia, comprendere che anche i sintomi più spaventosi hanno una funzione biologica può aiutare a viverli con maggiore consapevolezza e a cercare il supporto giusto per superarli. ### Come si chiude la psicoterapia Come si Chiude la Psicoterapia In molte occasioni, mi sono concentrato su come trovare il terapeuta giusto, su come rendere efficace la propria psicoterapia e su come funziona la fase di consultazione. Oggi, voglio affrontare un altro aspetto fondamentale: come avviene la chiusura della psicoterapia. Questo processo varia notevolmente a seconda del paziente, del terapeuta e del tipo di terapia svolta. Tuttavia, ci sono alcune caratteristiche comuni che possono aiutare a comprendere meglio questo momento cruciale. La Premessa Teorica Prima di addentrarci nei dettagli, è importante specificare che mi riferisco a terapie ritenute efficaci sia dal punto di vista del terapeuta sia da quello del paziente. In altre parole, entrambe le parti sentono che è giunto il momento di chiudere il percorso. È normale che sia uno dei due, terapeuta o paziente, a proporre la chiusura, ma generalmente c'è un accordo condiviso sul fatto che la terapia stia per concludersi. Step della Chiusura della Terapia Il primo passo nella chiusura della terapia è la dilatazione degli incontri. Se, ad esempio, la terapia aveva una cadenza settimanale o quindicinale, durante la fase di chiusura si fissano due o tre colloqui con una cadenza mensile. Questo permette di fare un bilancio complessivo del percorso. Durante questi incontri si valuta: Cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato. Cosa è necessario ancora modificare o aggiustare. Cosa è stato particolarmente efficace per il paziente e cosa non ha portato vantaggi. Cosa il paziente ha capito di sé e come può affrontare eventuali ripresentazioni future della problematica che lo ha portato in terapia. Questa fase di bilancio, accompagnata dalla progressiva dilatazione degli incontri, è cruciale per consolidare i progressi fatti e per prepararsi alla chiusura definitiva. Chiusura e Follow-Up Dopo questi incontri mensili, si arriva al momento della chiusura definitiva della terapia. Tuttavia, non è l'ultima volta che terapeuta e paziente si vedono. Solitamente, avviene un incontro di follow-up a sei, sette o otto mesi di distanza. Questo non è una riapertura della psicoterapia, ma un secondo colloquio di chiusura fatto a distanza di tempo. Serve a verificare: Quali cambiamenti si sono consolidati. Quali cambiamenti si sono innescati. Quale percorso ha seguito il paziente durante questa fase di latenza tra la chiusura effettiva della psicoterapia e l'incontro di follow-up. L'incontro di follow-up è una pratica adottata solo in alcuni percorsi, specialmente quelli più brevi o su tematiche che non richiedono tale verifica. Tuttavia, dal mio punto di vista, è sempre vantaggioso farlo sia per il paziente sia per il terapeuta. Questo incontro permette di consolidare i cambiamenti avvenuti nel tempo e di affrontare eventuali nuove domande o dubbi che potrebbero essere emersi. Conclusione La chiusura della psicoterapia è un processo delicato e importante. Avere un colloquio a lunga distanza, una volta chiusa la terapia, è utile per rispondere ad alcune domande che inevitabilmente sorgono. Questa struttura, secondo me, dovrebbe caratterizzare ogni chiusura di una terapia considerata efficace: due o tre incontri con una cadenza più dilatata rispetto al solito (solitamente mensile o ogni cinque settimane) e un incontro di follow-up a sei, sette o otto mesi di distanza. Questo, ovviamente, dipende dal terapeuta, dal paziente e dal tipo di terapia svolto. Chiudere una terapia in modo efficace è tanto importante quanto iniziarla. È un momento di riflessione, bilancio e consolidamento dei progressi fatti, e dovrebbe essere gestito con la stessa attenzione e cura che caratterizzano l'intero percorso terapeutico.         ### Perdere il coniuge: elaborazione del lutto e rimpianto Ultimamente mi sono trovato ad aiutare diverse persone ad elaborare e affrontare un lutto, un lutto grave legato ad un coniuge o ancor peggio ad un figlio. Ho già affrontato questo tema approfondendo le fasi e le dinamiche coinvolte, tuttavia grazie al lavoro con i pazienti ho imparato che ci sono altri aspetti importanti. Ho appreso che ciò che diventa rilevante nell’elaborazione del lutto è il tema del rimpianto, ossia “ciò che io non ho fatto e che sono sicuro non potrò mai più fare con questa persona”. Moltissime delle persone con cui ho avuto a che fare negli anni avevano paura di dover rimuovere il ricorso, anzi, molti lavoravano attivamente per tenerlo vivo e per collocare questo ricordo in uno spazio indelebile così da portare la persona sempre con sé. È come se la persona portasse il sentimento, il ricorso, che rimangono vivi nella propria testa e lasciasse andare il corpo, lasciasse andare la persona. Questo fa parte del processo di elaborazione. Ciò che ultimamente ho imparato è che un’altra componente fondamentale è il rimpianto, questo inteso in termini di ciò che è stato e ciò che ahimè ormai non potrà più essere perché molte persone recriminano di non aver vissuto l’esperienza, si recriminano di non essere stati in quella maniera e si recriminano le occasioni perdute. Queste persone non si perdonano e si condannano, si dannano l’anima. Il rimpianto si può poi trasformare in rimorso dicendosi “se solo avessi saputo ciò che poteva succedere”, con il senno di poi si dicono di non aver vissuto ciò che potevano vivere quindi non riescono mai davvero a concedersi la rielaborazione, quella che colloca il defunto nella loro testa in termini di permanenza mentale. Si condannano e continuano a condannarsi sentendosi responsabili per ciò che hanno perso vivendo quindi la situazione doppiamente. Il superamento di questa situazione non sta nel dimenticare ma nel perdonarsi, non vivere più il rimpianto e accettare ciò che è stato e ciò che si ha vissuto. In tal modo si porta con sé la persona, si permette alla persona di occupare uno spazio indelebile nella nostra mente, uno spazio che nel tempo ci permette di sviluppare sentimenti, memorie e ricordi piacevoli.       ### Come vengono affrontati i problemi in psicoterapia Come vengono affrontati i problemi in psicoterapia? I motivi per cui una persona può richiedere una psicoterapia o una consultazione psicologica possono essere i più svariati. Esistono sostanzialmente due grandi categorie: i sintomi come ansia, panico e depressione e i problemi esistenziali ossia tutti quei problemi che non hanno una manifestazione sintomatica ma richiedono alla persona di essere affrontati come ad esempio difficoltà relazionali, problemi lavorativi. Indipendentemente dal tipo di orientamento che il terapeuta usa e indipendentemente dal tipo di problema che si vuole affrontare l’approccio di psicoterapia si basa sempre sulla considerazione di due livelli ben distinti e delle loro correlazioni. Da un lato ci sono le caratteristiche personali dell’individuo, il suo modo di ragionare e pensare, di esistere, la sua personalità e la sua storia. Dall’altro c’è il problema che la persona vuole affrontare, che sia appunto esistenziale o sintomatico. Nel momento in cui arrivano in terapia dei pazienti spiegano qual è il motivo per cui mi hanno contattato e si aspettano che il terapeuta applichi un protocollo, una parola magica, dia, metaforicamente, la pillola che risolva tutto. Questo non esiste ed esiste sempre e solo la correlazione tra chi è la persona e il sintomo che sviluppa. Il sintomo risulta essere comprensibile sempre e solo grazie alla correlazione tra chi è la persona e il sintomo stesso. Solo dopo aver capito perché si sviluppa in una persona si può anche capire qual è il miglior percorso per essere affrontato. È impossibile intervenire in maniera efficace e fare un percorso di psicoterapia che porti a dei benefici se non si correla il problema portato alle caratteristiche personali del paziente.       ### Perchè non riesci ad interrompere le storie d'amore passate Il Dilemma delle Relazioni Passate Perché molte persone non riescono ad interrompere definitivamente le storie sentimentali passate? Perché magari pensano ancora all'ex partner, lo sognano, o tentano qualche contatto sporadico nel corso di un anno? Attenzione, non parlo di persone che si ritengono ancora innamorate dell'ex partner e vorrebbero tornare con lui o con lei. Parlo di persone che non tornerebbero mai nella loro precedente relazione, che si dicono effettivamente non più innamorate e che magari hanno anche intrapreso una nuova storia sentimentale, ma che tengono attivo questo spazio, questo ricordo nella loro testa. Tengono attivo una specie di link mentale nei confronti della storia passata o delle storie passate. Attribuzione di Valore a Se Stessi Secondo me, questo ha tutto a che fare con l'attribuzione di valore a se stessi. Quello che noto è che molte persone che agiscono in questo modo utilizzano le conferme e le rassicurazioni ottenute nelle precedenti relazioni, in cui hanno assunto il ruolo di centro del mondo di qualcuno per un determinato periodo di tempo, come uno strumento per attribuire valore a se stesse. Cioè, riescono ad ottenere rassicurazioni e conferme sulle loro qualità e sul loro valore in base a ciò che sono state per qualcun altro in passato. Di conseguenza, hanno difficoltà a lasciare andare ciò che è stato. Tengono il ricordo attivo, tengono un link mentale attivo, e magari la fantasia di potersi rincontrare un giorno per riattivare quelle sensazioni di sicurezza e conferma di valore positivo che hanno ricevuto in passato. Conseguenze sulla Persona È chiaro che questo porta con sé grandi limiti, sia per quanto riguarda la persona sia per quanto riguarda la nuova relazione sentimentale che sta vivendo. Da un lato, per quanto riguarda la persona, determina che il valore che attribuisce a se stessa sia etero indotto, ovvero non sia altro che la somma delle prestazioni e delle relazioni o dei sentimenti positivi che una persona, l'ex partner, ha provato per lei. Dall'altro, però, è una condizione fittizia e posticcia, perché rimane viva solo nella testa di chi mantiene questo ricordo. Inevitabilmente, una relazione finita porta con sé anche parecchie ombre. Quindi, questo da un lato conferma alla persona il proprio valore, ma dall'altro rimane futile e sfuggente, perché non è effettivamente afferrabile o fotografabile in toto, dato che porta con sé anche grandi ombre. Impatto sulla Nuova Relazione Dall'altro lato, è un problema potenziale per la relazione attuale, non solo perché il partner potrebbe scoprire che ci sono questi pensieri, questi ricordi e questi tentativi di contatto nei confronti dell'ex o degli ex, ma anche perché non trova lo spazio mentale per radicarsi nella testa e nel cuore della persona. A mano a mano che va avanti, lascia sempre meno spazio al partner per radicarsi, collocarsi e costruire qualcosa di fattivo nel presente. È come se non ci si sentisse davvero capaci di perdersi in una nuova relazione d'amore, di farsi trascinare nuovamente. Bagaglio Emotivo e Paura di Lasciare Andare Questo è ovviamente legato a un bagaglio emotivo, non sempre utile, dei ricordi legati alle relazioni precedenti. La persona si porta dietro questo bagaglio perché ha troppa paura di lasciarlo andare, temendo che il suo valore venga meno. Ha troppo bisogno che questi ricordi vengano mantenuti attivi nella testa per dirsi "sì, tu vali". Per questa persona, il fatto che in passato sia stato importante per qualcuno è una conferma del proprio valore. Tuttavia, questo bagaglio appesantisce la possibilità di vivere l'oggi e la storia d'amore attuale. ### La fiducia paziente-terapeuta nel successo della psicoterapia Uno dei problemi della terapia è la fiducia paziente terapeuta, infatti non è l’orientamento teorico la discriminante di una buona riuscita della terapia ma la relazione che si instaura tra paziente e terapeuta. Qual è il problema che si instaura? Spesso il terapeuta ha una rete inviante, dei professionisti, colleghi, che inviano pazienti soprattutto nel momento in cui si occupano di scienze affini. Su consiglio del collega, magari medico, il paziente chiama chiedendo un percorso appunto indirizzato dal dottore. Lo psicoterapeuta che accoglie la chiamata fa inizialmente delle domande per capire qual è il problema, a fronte delle domande e delle risposte avute si riserva la possibilità di consigliare un altro percorso, un altro orientamento, un altro tipo di intervento. Questa cosa spesso non viene capita, i pazienti iniziano quindi ad essere diffidenti e titubanti sull’efficacia della terapia. Alcuni credono che dietro la mossa del terapeuta ci sia un’imminente fregatura.  Se il paziente non collabora con il terapeuta, la terapia stessa non avrà la stessa efficacia perché per esserlo è necessaria fiducia totale. Nel caso in cui ciò che viene consigliato dal terapeuta non è assolutamente gradito è bene provare ad effettuare la terapia di cui il terapeuta stesso non è convinto al 100%. Nel caso in cui invece si sceglie di fidarsi del terapeuta che descrive un percorso diverso rispetto quello consigliato dal medico inviante allora è bene fidarsi fino in fondo perché è solo così che si dà accesso alla relazione terapeutica ed è solo così che l’intervento sarà efficace. ### Rendere una terapia individuale utile anche per la coppia Come possiamo rendere una terapia individuale efficace anche all’interno di un contesto di coppia? Non è insolito che due coniugi, due partner, in momenti vicini della loro vita decidano di intraprendere un percorso. Si interrogano quindi se sia il caso di muoversi come coppia quindi scegliere una terapia di coppia oppure due percorsi individuali perché sentono di avere delle tematiche da affrontare, questioni irrisolte, cose da capire prima di tutto come individui e successivamente come coppia. Capita che la persona che si siede davanti a me mi dica che ha intrapreso questo percorso perché è in una situazione di crisi con il partner il quale ha anch’esso intrapreso un percorso con un altro psicoterapeuta. Questi coniugi, con i rispettivi percorsi individuali, si aspettano quindi che questi li aiutino anche nella soluzione della crisi di coppia. Questo non è affatto sbagliato, ci sono delle tematiche che devono essere affrontate in coppia e altre che è meglio affrontare individualmente. Ciò che diventa complicato è che i due pazienti, che seguono il percorso individuale e il suo decorso, riescono a ottenere buoni risultati perché le aree personali e private vengono progressivamente affrontate e gestite, diventando sempre più padroni della vita, tuttavia la coppia non cambia perché non riescono ad applicare con la stessa efficacia le strategie consigliate anche per la coppia, la storia di coppia non si evolve insieme a quella individuale. Questo generalmente accade perché i coniugi non hanno condiviso obiettivi e strategie. Attraverso la terapia individuale si aspettano di ottenere vantaggi anche in coppia tuttavia ciò che accade è un irrigidimento delle due posizioni individuali. I coniugi sempre più consapevoli di loro stessi e dei loro bisogni peggiorano la conflittualità di coppia perché non si sono messi a tavolino nell’intimità di casa loro per discutere sugli obietti e i vantaggi che la coppia avrebbe avuto pur con percorsi individuali. Solo mettendo nero su bianco con il partner i vantaggi che la coppia potrebbe ottenere è davvero possibile orientare una terapia individuale non solo a vantaggio dell’individuo ma anche della coppia.       ### Dolore e tempo: due variabili importanti in psicoterapia Quali sono due degli elementi principali che possono compromettere una psicoterapia? Dal mio punto di vista: dolore e tempo. Due fattori strettamente correlati, che possono influenzare il percorso terapeutico in modi profondi e spesso sottovalutati. Il Dolore in Psicoterapia: Non Solo Fisico Quando parliamo di dolore in ambito psicoterapeutico, non ci riferiamo esclusivamente a quello fisico. Non tutte le terapie, infatti, trattano sintomi fisici. Esistono persone che lottano con pensieri ossessivi, difficoltà esistenziali, problemi relazionali da risolvere. Altri invece presentano sintomi più chiaramente psicosomatici, come attacchi di panico o emicrania, condizioni in cui il disagio psicologico si manifesta anche attraverso il corpo. Perché il dolore ostacola la terapia? Il dolore ha un effetto paralizzante. Ci impedisce di vedere le cose con lucidità, ci confonde, ci fa sentire in trappola. Può portarci a perdere il controllo sulla nostra vita e, cosa ancora più importante, ci priva della calma e della pazienza necessarie per affrontare un percorso terapeutico. La Relazione tra Dolore e Tempo Spesso esiste una correlazione inversa tra il dolore e il tempo che una persona è disposta a concedere alla terapia: più il dolore è intenso, meno tempo si è disposti ad aspettare per ottenere risultati. Questa dinamica può portare a reazioni impulsive. Il paziente, travolto dal disagio, può percepire la terapia come troppo lenta e chiedersi: “Cosa posso fare tra una seduta e l’altra?” “Quanto ci vorrà? Settimane, mesi, anni?” “Non posso aspettare così a lungo!” L’ansia di trovare una soluzione immediata può far sì che la persona abbandoni prematuramente la terapia, cercando alternative più rapide, spesso senza concedere il tempo necessario affinché il trattamento produca i suoi effetti. Il Rischio della Mancanza di Pazienza Se una persona non vede risultati immediati, può concludere che la terapia non funziona. Questo porta spesso a due tipi di reazione: Cambiare terapeuta o approccio: Dopo poche sedute, il paziente potrebbe spostarsi verso un altro specialista, sperando in una soluzione più rapida. Abbandonare completamente la terapia: Se i risultati non arrivano entro il tempo che il paziente ritiene accettabile, potrebbe decidere di interrompere il percorso senza alternative concrete. Perché questo è un problema? Se il terapeuta ha individuato correttamente il problema, ma il paziente non gli concede il tempo necessario per lavorarci, il rischio è quello di saltare continuamente da un professionista all’altro senza mai trovare una soluzione stabile. Questo può portare a una cronicizzazione del problema, rendendolo sempre più difficile da affrontare e risolvere. Come Affrontare Dolore e Tempo in Psicoterapia Per evitare che dolore e impazienza diventino ostacoli insormontabili alla terapia, è importante adottare alcuni accorgimenti: Non aspettare che il dolore diventi insopportabile prima di iniziare un percorso terapeutico. Intervenire tempestivamente può facilitare il processo di guarigione. Dare fiducia al terapeuta e al tempo necessario per la cura, concordando insieme tempistiche realistiche. Accettare che il cambiamento richiede pazienza e che ogni progresso, anche piccolo, è un passo avanti verso il benessere. Se il dolore e il tempo prendono il sopravvento e non vengono gestiti adeguatamente, sia il terapeuta che il paziente rischiano di trovarsi in una situazione senza via d’uscita. La psicoterapia è un processo che richiede fiducia, costanza e il giusto equilibrio tra accettazione del dolore e capacità di aspettare il cambiamento. ### Lavoro in equipe: come trovare il dottore giusto per la propria difficoltà Perché in equipe siamo diventati 14?  Se segui i miei video sai anche mi appoggio ad un’equipe di collaboratori, di colleghi di cui ho piena fiducia. Ritengo l’equipe una delle risorse più importanti all’interno del mio lavoro, sia per quanto riguarda il lavoro da terapeuta che per quanto riguarda il valore che viene offerto al paziente. Per un terapeuta avere un’equipe di colleghi con cui potersi rapportare e confrontare è un vantaggio. Questo riguarda sia la possibilità di un costante e continuo confronto per esempio sulla conduzione di casi. Questo non necessariamente avviene perché sono troppo complessi, perché non possono essere gestiti ma perché discutendone con i colleghi possono essere affrontati con maggiore efficacia. Il confronto e il dialogo durante una supervisione permettono di ottenere nuove idee, nuovi spunti, permette di migliorare la qualità del servizio offerto. L’equipe dà la possibilità inoltre di non rischiare di finire in quell’eremo cerebrale in cui spesso cade chi lavora da solo. Avere un’equipe di colleghi che costantemente e quotidianamente si confronta con me è una risorsa enorme perché porta nuove idee, stimoli e permette di ampliare il punto di vista. Inoltre l’equipe è un vantaggio anche per il paziente, perché permette di indirizzare il paziente verso il collega più adatto, mettere quindi la persona giusta nelle mani del terapeuta giusto. Questo permette di poter offrire un servizio molto efficace perché per alcune combinazioni personali e professionali ci sono psicologi più indicati per alcuni disturbi ed altri terapeuti per ulteriori disturbi. Quando si va su un sito di uno psicologo sembra che tutti siano in grado di trattare tutto ma non è assolutamente vero, quindi avere un’equipe permette proprio di andare ad assegnare il giusto terapeuta al giusto paziente.  ### Come avere una sessualità di coppia appagante Parliamo di sessualità e di coppia, come viverla in maniera sana e appagane e al tempo stesso come far sì che poi questa non venga progressivamente persa. Il tema sessuale interessa a chiunque, sia alle coppie che ai terapeuti che lavorano con le coppie. Generalmente i problemi sono due: il primo è che non si lavora abbastanza per la costituzione fattiva quindi concreta di una vita sessuale condivisa e appagante. Il secondo problema è che non la si coltiva, si smette di parlarne. Il primo aspetto riguarda soprattutto le coppie giovani, le coppie all'inizio, le quali non ragionano su qual è la loro modalità sessuale, quali sono gli interessi, non si condivide cosa piace e non piace, che cosa potrebbe far piacere e non. Non si parla di sessualità perché si ha pura di essere respinti, si ha paura di essere rifiutati e urtare la sensibilità dell’altro. Si pensa che non se ne possa parlare quindi ci si limita a viverla ma sul lungo periodo poi questa cosa non risulta essere appagante, anzi a volte risulta essere proprio avvilente e quindi ci si trova in difficoltà. Il secondo problema riguarda il fatto che la sessualità spesso non viene coltivata. Quindi anche se all'inizio della relazione la vita sessuale era stata discussa, costruita, poi viene in qualche modo archiviato l’argomento. La sessualità non viene investita e ravvivata quindi la coppia si trova nuovamente in difficoltà. Questi sono due aspetti che dal mio punto di vita sono i più rischiosi, elementi che ogni coppia dovrebbe affrontare ed a cui dovrebbe dedicare del tempo.   Quindi se vivi una relazione d’amore e sentimentali impegnati a costruire la tua vita sessuale. Se sei già in una coppia e pensi di aver già fatto questa parte ma necessiti di migliorare la tua vita relazionale sentimentale allora affronta il tema. Se invece sei in una fase di coppia molto avanzata, siete insieme da diverso tempo e non hai mai affrontato questo tema corri ai ripari perché stai perdendo una grande opportunità: di vivere felicemente un aspetto fondamentale della tua vita e di quella del tuo partner.  ### Farmaci e psicoterapia: quando assumerli e quando sospenderli? Oggi parliamo di psicofarmaci, del loro ruolo all’interno della psicoterapia. I farmaci sono un argomento controverso, abbiamo già parlato del loro significato, delle categorie di farmaci che solitamente vengono prescritti e qual è l’impatto sulla psicoterapia. Oggi vorrei parlare del ruolo che hanno all’interno del percorso di psicoterapia: di quando e quando dovrebbero essere presi e di quando invece dovrebbero essere sospesi. Partiamo dal presupposto che non sono contro i farmaci. Ti sarà sicuramente capitato di vedere alcuni video di colleghi che denigrano completamente il farmaco raccontandolo come la bestia nera: io non la penso così. Io penso che la psicoterapia non si avvalga dell’utilizzo del farmaco ma che talvolta la collaborazione con uno psichiatra, ovvero la persona deputata alla loro prescrizione, è una grande risorsa all’interno del percorso psicoterapeutico. Il farmaco infatti può aiutare la persona ad abbassare in tempi relativamente brevi il sintomo, soprattutto nel momento in cui questo arriva ad essere tale per cui diventa invalidante per la persona. Assumere il farmaco, a volte, aiuta sinceramente ad abbassare l’intensità del sintomo e quindi poi facilita anche il lavoro psicoterapeutico che ovviamente deve essere affiancato alla farmacoterapia. Ci sono tuttavia pazienti che hanno una grande paura dei farmaci in generale e soprattutto degli psicofarmaci. Tuttavia, al netto dell’introduzione appena fatta, il farmaco deve essere un sostegno che viene dato alla persona solo fino a quando la persona ne ha strettamente bisogno. Il farmaco deve essere tolto il prima possibile, ovvero nel momento esatto in cui la persona non sente più la necessità totale di assumendo. Nel momento in cui il sintomo non è assolutamente invalidate, il farmaco, va rimosso. Molte persone infatti continuano a sentirsi malate appunto proprio perché prendono un farmaco tutte le mattine, o due volte al giorno, tre volte al giorno. Avere sempre le pastiglie con sé, non fa altro che ricordare sempre e costantemente alla persona che è malata e che si sta curando e che ha bisogno di prendere quei farmaci perché altrimenti non riuscirebbe nelle faccende quotidiane. Il rischio è infatti quello di sviluppare una dipendenza per cui il farmaco diventa la copertina di Linus e da conforto, sicurezza. Il farmaco quindi può essere utile e in alcuni casi dovrebbe essere prescritto e assunto, ovviamente non deve essere fatto con leggerezza, tuttavia non appena necessario lo stesso, in accordo con il medico, deve essere sospeso.  ### Terapia di coppia: "se non ci fossero i figli ti avrei già lasciato/a" “Se non ci fossero i figli ti avrei già lasciato”, questa è una frase che molto spesso sento dire in terapia soprattutto quando ho a che fare con le coppie e dal mio punto di vista questa è una frase mortifera e contraddittoria. È mortifera nella misura in cui va ad indicare che la persona difficilmente è pronta per andare a risolvere il problema. Soprattutto lo è perché, di fatto, la coppia è ancora insieme, vive sotto lo stesso tetto, da la responsabilità ai figli, però poi la quotidianità continuano a viverla insieme. Ancor di più la terapia di coppia la stanno affrontando insieme! La terapia non ha come obiettivo esclusivo quello di far rimanere insieme la coppia ma aiutare la coppia o a lasciarsi nel migliore dei modi oppure ricostruire la coppia stessa. Questa frase inoltre è mortifera e contraddittoria perché è come se la persona dicesse “sono qui ma non voglio lavorare, non voglio recuperare”. La frase “se non ci fossero i figli ti avrei già lasciato” è la pietra tombale della relazione, non permette di mettersi nella condizione tale di andare a ricostruire eventualmente una relazione. Spesso questa frase è indice di rabbia, la persona infatti è ancora troppo arrabbiata per riuscire ad andare oltre, deve ancora sfogare il risentimento e le emozioni sono tutte bloccate.  È interessante infatti che nel momento in cui si intraprendere una terapia questa frase difficilmente viene ripetuta, soprattutto quando la terapia risulta efficace. Pertanto è sicuramente mortificante sentirsi dire una frase di questo tipo, soprattutto dal punto di vista del coniuge. Dal punto di vista del terapeuta è bene riuscire a prenderla e viverla con i dovuti modi, da un lato è stata pronunciata ma dall’altro si è in una stanza di terapia con l’obiettivo di ricostruire o lasciarsi. Questa frase quindi, spesso, non è altro che la manifestazione di un insieme di emozioni difficili da gestire.   ### Quanto dura la terapia: il ruolo del terapeuta, del paziente e la modularità del percorso Qual è la durata di una terapia? Qual è il ruolo che il paziente ha nella durata della terapia e come può essere strutturata e modulata la terapia stessa? La prima domanda che un paziente si fa è quanto durerà il percorso, indipendentemente dal fatto che il paziente lo chieda io ci tengo a precisare quanto potrebbe durare l’intervento. Questo è utile per porsi degli obiettivi sia in termini di raggiungimento che di impegno temporale che appunto il lavoro può richiedere. Ci sono diversi aspetti che hanno a che fare con la durata della terapia: innanzi tutto l’aspetto sintomatologico, il ruolo che il paziente può assumere, quindi il ruolo decisionale nella durata della terapia ed infine il tipo di formato che la terapia può assumere. Dal punto di vista dello psicologo la durata della terapia può essere suddivisa in diverse fasi, tempi. Va considerato innanzi tutto il momento in cui il paziente si presenta nella stanza di terapia con un sintomo o un problema esistenziale da risolvere. Chi arriva dallo psicologo psicoterapeuta si trova, generalmente, in una zona rossa in una fase quindi di acuto che lo mette in difficoltà rispetto la vita di tutti giorni. Il primo step importante per quanto riguarda la terapia è quindi uscire dalla zona rossa, lavorare sul rientro dei sintomi. Questo determina l’obiettivo minino e la durata minima dell’intervento. Il primo mandato dello psicoterapeuta è quello di aiutare la persona traghettandola oltre questa zona rossa e questo determina la durata minima del percorso. Il secondo aspetto importante è la volontà del paziente: una volta traghettati al di là della zona rossa, il paziente sta meglio, è libero di scegliere che profondità dare alla terapia, quindi quali aspetti, cassetti, aprire o se fermarsi con ciò che ha ottenuto ovvero la remissione dei sintomi. Alcuni pazienti infatti preferiscono non andare oltre e terminare una volta superata la fase acuta, altri invece vogliono approfondire e aprire nuovi capitoli. Il paziente ha sempre un ruolo fondamentale nella durata della terapia perché si deve andare a distinguere tra il motivo per cui il paziente viene e quelli che possono essere poi i motivi successivi che si aprono e che emergono durante il lavoro di terapia. Quindi se da un lato il primo mandato dello psicologo è quello di riuscire a risolvere la fase acuta, il secondo è quello di andare a contrattare con il paziente quelli che possono essere ulteriori argomenti di indagine. Da qui arriviamo quindi al terzo aspetto, ovvero la modularità del percorso.  Ci possono essere interventi brevi ma efficaci ed interventi più lunghi, difficilmente una persona che ha effettuato 2030 colloqui non ha risolto la fase acuta, probabilmente sta affrontando altri temi, altre aree, emerse.  Il primo mandato è affrontare la fase acuta ed eventualmente successivamente aprire anche ad altri argomenti che dal punto di vista clinico professionale sono utili per il miglioramento del benessere della persona.     ### Terapia di coppia: come non ricadere nel problema   Terapia di coppia in fase avanzata, dopo qualche incontro la coppia sta meglio, i coniugi hanno ritrovato il loro equilibrio e dicono:” Adesso stiamo bene, sentiamo di essere nella direzione giusta e aver raggiunto i nostri obiettivi. Abbiamo però il timore che il problema si possa ripresentare. Come facciamo ad avere la certezza di non ricadere nella situazione precedente?”. La risposta che generalmente si dà in queste situazioni è che è impossibile, nessuno può avere la certezza e la garanzia che non si ripresenteranno delle difficoltà e che la coppia non ricadrà nella difficoltà precedente. Da un lato ci si può andare a strutturare e formare rispetto la percezione e la capacità di leggere i segnali, i campanelli d’allarme, che generano una crisi. Questo è un lavoro che generalmente viene sempre fatto all'interno della terapia di coppia. Vengono sempre forniti ai pazienti strumenti necessari per far sì di essere sensibili ai campanelli d’allarme ovvero gli elementi determinanti la loro crisi. Dall'altro lato, cosa ancora più importante, è che la coppia non deve concentrarsi sul “non avremo più delle difficoltà” ma da questo problema ne siamo usciti, abbiamo trovato una soluzione e siamo riusciti ad affrontarlo per andare a ripristinare il nostro equilibrio e il nostro benessere, questa è la nostra forza e la certezza che la coppia deve avere. Una coppia non potrà mai avere una certezza di questo tipo ma può essere certa di avere la mobilità necessaria e le abilità necessarie ad affrontare il problema e riuscire a risolverlo perché già lo sta facendo insieme al terapeuta. Il risultato ad oggi raggiunto, risultato soddisfacente, deve essere innaffiato e coltivato quotidianamente per far sì che non si ricada nella situazione precedente.       ### Come non portarsi a casa il lavoro (da psicologo) Come fai a fare lo psicoterapeuta e non farti toccare da tutti i problemi, tutte le storie e difficoltà che le persone raccontano? Come fai a chiudere la porta e andare a casa leggero? Queste sono state domanda che negli anni mi hanno posto in molti - e io stesso mi sono fatto -, così come mi chiedevo come avrei fatto a resettarmi tra un colloquio e l’altro, come essere pronti per il colloquio successivo quando il precedente è stato particolarmente complicato. Sono domande che ti poni spesso anche dopo aver terminato gli studi ed essere abilitato a questa professione. La mia esperienza raccolta nel tempo Quello che ho capito, dopo qualche anno, è che non si deve combattere, osteggiare le storie e le emozioni che i pazienti portano. Non si deve fare muro e tenere tutto fuori. È necessario invece immergersi, ci si deve poter far attraversare delle storie dei pazienti e ci si deve contaminare con quello in modo tale che l’emozione, la storia, le difficoltà dei pazienti attraversino il terapeuta e questo sia in grado di comprendere le emozioni che il paziente vive. Solo tramite l’attraversamento, la non resistenza alla storia e alle emozioni che il paziente porta, il terapeuta è davvero in grado di comprendere. Spesso di conseguenza il terapeuta prova una forte empatia e forti emozioni ma al tempo stesso si deve essere capaci di lasciare andare come un lungo e lento scorrere continuo che ad un certo punto ripulisce da solo. La "decompressione" avviene naturalmente a fine giornata e tra una seduta e l’altra con i minuti di pausa tra un paziente e il successivo. Per fare questo, cosa apparentemente semplice, è necessaria una grandissima conoscenza di sé stessi, grande sincerità, solo se il terapeuta comprende cosa gli sta succedendo emotivamente e nelle reazioni del corpo allora può poi, a fine giornata, lasciare scorrere. ### L'investimento minimo in psicoterapia (tempo e denaro) Qual è l’investimento minimo in psicoterapia per ottenere dei risultati? Molto spesso mi trovo a confrontarmi con persone che stanno valutando se intraprendere o meno un percorso in psicoterapia. Oltre alla competenza del dottore ci sono altre due variabili importanti: l’investimento in termini di tempo e l’investimento economico. Queste due variabili sono estremamente importanti e hanno un peso sulla decisione. Qual è investimento minimo? A mio avviso ci si attenta intorno ai 34 incontri quindi  le tre quattro ore che costituiscono la consultazione. Queste variano dai 240 ai 320 euro e circa due mesi di tempo massimo. La fase di consultazione, di cui avrai già letto, è una fase estremamente importante e delicata, serve per riuscire a comprendere in cosa consiste il problema quindi quali sono le sue caratteristiche e quali sono le componenti che lo costituiscono ed al tempo stesso quali sono le cause che lo originano. Una volta compresi questi ci si muove verso quali sono le direzioni percorribili per poterlo affrontare. Questo pertanto è dal mio punto di vista l’investimento minimo nel senso che nel momento in cui si svolge la fase di consultazione ovvero 34 incontri si riesce ad ottenere per lo meno le prime risposte che permettono di ottenere un ordine mentale su cosa sta accadendo e al tempo stesso permette di definire con chiarezza quali sono gli obiettivi della terapia. Ovviamente porta con sé dei movimenti terapeutici ma non è detto assolutamente che la consultazione sia risolutiva, non è detto che sia sufficiente effettuare la consultazione per riuscire a curare un disturbo, risolvere una situazione, talvolta ci sono percorsi molto più lunghi. La consultazione è un tempo minimo indispensabile per riuscire ad ottenere i primi risultati, portarsi a casa qualcosa. Le aspettative che le persone hanno spesso sono un po' sbagliate, c’è chi crede che un colloquio possa essere risolutivo, c’è chi si aspetta che in un colloquio il dottore riesca a comprendere per filo e per segno la sua vita ed è un po' inverosimile nel senso che anche trequattro ore non sono sufficienti ma sono un tempo utile per riuscire ad avere un quadro d’insieme e poter dare delle indicazioni. Altri credono, un po' da stereotipo, che la psicoterapia sia necessariamente un percorso lunghissimo ma nessuno dei due stereotipi è vero.  ### Il primo colloquio con lo psicologo Cosa fai durante il primo incontro con lo psicologo? La maggioranza delle persone soprattutto quando non si è mai rivolta allo psicologo è sostanzialmente spaventata e incuriosita, non sa bene cosa aspettarsi e arriva sempre un po' circospetta. Alcune di queste persone partono come fiumi in piena, devono essere arginate, altre invece chiedono che sia lo psicologo che solleciti loro le domande in modo da trovarsi più a loro agio. Il primo incontro è sempre caratterizzato da una modalità orizzontale, un po' come il pescatore che getta le reti e raccoglie pesci, al tempo stesso lo psicologo fa delle domande e cerca di raccogliere il maggior numero di informazioni possibili in un’ottica orizzontale. La maggioranza delle volte queste informazioni suscitano nello psicologo professionista dei link mentali delle finestrelle che potrebbero essere motivo di approfondimento alle quali però, dal mio punto di vista, lo psicologo deve saper resistere. A mio avviso la cosa più importante in assoluto durante il primo colloquio è capire di che cosa si sta parlando, capire qual è la vicenda, l’esperienza e il vissuto che la persona porta e qual è la rappresentazione che la persona ha di questo vissuto. Durante il primo colloquio è importante non andare ad aprire eccessive parentesi perché questo fa si che la persona non riesca ad esprimere in toto il suo problema. Il primo colloquio è sempre centrato quindi su qual è il problema, qual è la rappresentazione, il vissuto della persona e lo psicologo accoglie e raccoglie tutte le informazioni che vengono date ma raramente va a sollecitare un cambiamento o esplora più nello specifico una determinata area. Questo lavoro invece è definito “verticale” perché consiste in un approfondimento specifico e viene effettuato fino al quarto colloquio durante la fase di consultazione.  ### Rendere utile ogni colloquio in psicoterapia Come rendere utile la terapia e ogni singolo incontro? I primi incontri di una terapia, come già ben spiegato, si chiamano consultazione. Sono tre o quattro incontri iniziali costellati da tantissime informazioni, aneddoti, racconti, è una fase delicatissima, esplorativa, in cui lo psicologo sollecita questo tipo di racconto. Lo psicologo chiede che il paziente fornisca lui tutte le informazioni possibili, cerca di farsi un’idea il più possibile chiara di cosa stia accadendo. Per la terapia è necessario passare attraverso l’aspetto hard: cosa è successo, quando, come, perché e si deve dare spazio alla parte del “come ciò che ti è successo ti ha fatto sentire, come ha influito”. Il lavoro dello psicologo deve sempre essere quello di portare la persona a ragionare anche dal punto di vista emotivo perché è questo che permette l’introspezione che genera il cambiamento.  La consultazione è quindi concentrata sugli aspetti concreti ma contemporaneamente tiene anche un occhio sugli aspetti emotivi soprattutto verso coloro che non sono abituati a parlare di come stanno a fronte di ciò che hanno vissuto. Il paziente che è più abituato a raccontare fatti concreti sarà facilitato nella fase di consultazione ma in difficoltà a mano a mano che il percorso prosegue. Quando il professionista ha sufficienti elementi per avere un’idea chiara del problema avviene il passaggio al lato emotivo. Si va quindi a punteggiare ciò che la persona ha vissuto, sentito, le emozioni che hanno generato un sintomo. Qual è il rischio qualora non si riesca a fare lo switch tra concreto ed emotivo? Qualora il terapeuta non riesca a sollecitare l’espressione emotiva di quello che la persona sta vivendo, e la persona stessa non riesce perché troppo difficile, doloroso e complesso il rischio è che la relazione e il colloquio diventino piatti e sterili. Il rischio è che ci si perda nel parlare di ciò che è accaduto e non di come ci ha fatto sentire.   La psicoterapia trova la sua efficacia e utilità nel momento in cui rende la persona consapevole delle emozioni che sta vivendo in modo che non siano disfunzionali.  ### Scegliere lo psicologo: la prima impressione Parliamo della scelta dello psicologo: quali sono gli elementi principali che vanno a costituire la nostra prima impressione? Cos’è ciò che a pelle ci fa dire che è la persona giusta e posso fidarmi? Per questo ci viene in aiuto una recente ricerca di Harvard che evidenzia come la prima impressione, una cosa rapida e improvvisa, quasi inconscia, sia costituita principalmente da due elementi: il calore e la competenza. È come se la persona nel momento in cui si trova di fronte ad un terapeuta si chiedesse immediatamente due domande: posso fidarmi? posso rispettarlo? Queste sono le prime due domande che ognuno di noi si fa nel momento in cui conosce persone a maggior ragione un momento in cui si approccia ad uno psicoterapeuta quindi ad un professionista. Nella stanza di terapia la relazione terapeutica è la relazione che cura, è la cura del disagio psicologico. Da un lato è importante l’approccio terapeutico che lo psicologo utilizza ma lo è ancora di più la capacità di andare ad instaurare una relazione efficace, una relazione terapeutica che cura. La ricerca accennata dimostra che le due domande ogni persona se le pone ogni volta in cui conosce una nuova persona ed al tempo stesso le due domande hanno un peso diverso. La prima domanda “posso fidarmi” è basata essenzialmente sul calore, quanto mi sento accolto, a mio agio con la persona, la seconda domanda “lo rispetto” è basata sulle competenze. Quando si ha a che fare con un rapporto lavorativo si è portati a pensare che le competenze abbiano un ruolo maggiore. La ricerca dimostra che questo no è assolutamente vero: il calore, l’accoglienza, il rapporto umano che si crea hanno un peso maggiore rispetto la competenza. È pertanto importante che lo psicoterapeuta sia formato e specializzato sul problema che la persona porta ma ciò che poi rende efficace l’intervento è sempre la capacità di creare una relazione che permette alla persona di essere confidente, sicura, trovare l’aiuto che merita e che sta cercando.  ### La prima telefonata con lo psicologo Cosa avviene durante la prima telefonata con uno psicologo? La prima telefonata è il primo contatto in assoluto che solitamente avviene tra paziente e psicoterapeuta. Personalmente, indipendentemente dall’aver già fissato un appuntamento o meno, dedico sempre una decina di minuti circa a fare questa telefonata in modo tale da raccogliere le informazioni che mi servono per rendere subito efficace il primo incontro. Durante la telefonata è necessario raccoglier informazioni specifiche, oltre al motivo per cui la persona mi contatta, c’è infatti una scaletta specifica. È importante innanzi tutto capire qual è il motivo per cui la persona chiede una consulenza, cosa sta attraversando e qual è la difficoltà che si trova a vivere. Cosa l’ha portata ad un certo punto della sua vita ad alzare il telefono e chiedere aiuto ad un professionista. Il secondo punto importante da approfondire sono tutte quelle informazioni personali che, aldilà del problema specifico riportato, caratterizzano e danno informazioni sulla persona: quanti anni ha, se è sposata, se è single, che lavoro svolge, se ha figli. Vengo quindi fatte tutte quelle domande che permettono di andare a sottolineare i dettagli della scheda della persona che si cerca di creare. È importante successivamente approfondire qualora la persona abbia già svolto o contattato altri professionisti o abbia già effettuato altri percorsi psicologici. Qualora il problema riportato abbia un risvolto anche fisico è molto probabile che il paziente abbia già contattato il medico di base o lo specialista nel settore. È importante comprendere l’iter di tentativi di cura che la persona ha agito. Infine lo psicologo al telefono spiega come funziona il lavoro, quali sono le caratteristiche che costituiscono una terapia, i tempi, le fasi, la struttura. Questa è la struttura che generalmente viene data alla telefonata ed è fondamentale per la creazione del rapporto di fiducia, rapporto importantissimo per l’esito positivo del percorso terapeutico.     ### Terapia di coppia e tradimento: quando iniziare   Terapia di Coppia e Tradimento Parliamo di terapia di coppia e del suo nesso con il tradimento. Il tradimento, come sai, è uno degli elementi principali che genera la volontà di iniziare un percorso di coppia. Tuttavia, è importante chiedersi se esiste un nesso temporale tra la richiesta di aiuto e l'azione del tradimento. Molte volte, quando mi squilla il telefono e dall'altro lato c'è una coppia che chiede aiuto, capita di sentire qualcosa del genere: "Settimana scorsa ho confessato a mia moglie o a mio marito un tradimento" oppure "L'altro ieri mia moglie o mio marito è venuto a conoscenza di un tradimento da parte mia" o ancora "Mia moglie o mio marito mi ha confessato pochi giorni fa un tradimento che è durato nel tempo". Il Tempo tra Tradimento e Richiesta di Aiuto È fondamentale riflettere su questo: c'è un tempo tra la scoperta del tradimento e la necessità di chiedere aiuto all'interno di un percorso di coppia? Dal mio punto di vista, sì, questo tempo non deve essere mai di pochi giorni. Come terapeuta, è importante che le persone abbiano già provato in autonomia ad affrontare il disagio. Questo vale per qualunque tipo di patologia. In diversi video ho già spiegato come il terapeuta non lavora sull'urgenza, ma sulla ristrutturazione delle dinamiche disfunzionali che hanno portato poi a vivere un sintomo. Affrontare il Problema in Autonomia La persona deve aver provato ad agire delle soluzioni. Una richiesta di aiuto immediata e tempestiva è sicuramente un buon segnale perché dimostra la volontà di risolvere, magari generata dalla paura di perdere, nel caso specifico del tradimento, il partner. Dall'altro lato, però, è sempre necessario concedersi un tempo per riuscire a capire come riorganizzarsi a fronte della notizia, come ad esempio la scoperta del tradimento. Avere qualche settimana, un periodo di tempo comunque relativamente breve nell'arco di una vita, è molto importante nella coppia per poter parlare di quello che è successo, affrontare il discorso, e capire come cambiano le dinamiche non solo nell'immediato ma anche nel momento in cui ci si cerca di riorganizzare a fronte di quello che è accaduto. L'importanza di Concedersi Tempo Il tradimento è un fattore di rischio estremamente grave per la fine di una relazione. Nella maggioranza delle situazioni, le coppie che si trovano ad affrontare un tradimento sono in serio pericolo di rottura. Al tempo stesso, però, è necessario che la coppia si conceda un tempo per poter analizzare il problema, capire come riorganizzarsi e affrontare la crisi. Una richiesta d'aiuto immediata, ad esempio il giorno dopo aver confessato o scoperto il tradimento, non è necessariamente la cosa migliore. È molto meglio che la coppia abbia già provato ad affrontare il problema, abbia discusso il tradimento, il tradito abbia avuto il tempo di porre le domande necessarie e il traditore abbia potuto fornire delle prime spiegazioni. Devono creare una visione comune della situazione e capire di essere sulla stessa barca, affrontando lo stesso problema da due punti di vista differenti, e poi scegliere di iniziare un percorso di aiuto. Rischi di una Richiesta di Aiuto Precipite Se questo tempo di decantazione non è stato sufficiente e c'è una richiesta d'aiuto immediata, non è detto che sia necessariamente un problema, ma c'è il rischio di velocizzare il passaggio per cui la persona, soprattutto il traditore ma ancor di più il tradito, si domanda se effettivamente vuole proseguire nella relazione di coppia. La paura che la relazione finisca prende il sopravvento e non ci si concede la possibilità di scegliere consapevolmente cosa fare della coppia. Nonostante la sofferenza, ci si deve concedere un tempo, seppur breve, in cui chiedersi: "Bene, cosa voglio davvero? Voglio ricostruire? Se sì, allora non sapendo come fare, mi muovo verso una terapia di coppia". Oppure: "Voglio interrompere la relazione? Bene, se non sono convinto di poterlo fare da solo, chiederò aiuto". La Terapia di Coppia come Strumento di Riflessione Quando la terapia di coppia viene chiesta solo perché si è appena scoperto un tradimento, il terapeuta deve necessariamente partire dalla rielaborazione dell'informazione e concedere un tempo di riflessione alla coppia. Questo tempo è spesso funzionale perché la coppia, in modo autonomo, arriva in terapia con delle domande più strutturate che indirizzano il lavoro del terapeuta verso una volontà reciproca. Se la coppia non si è concessa un tempo di elaborazione, difficilmente avrà chiaro cosa vuole fare della propria relazione, rendendo il percorso terapeutico meno efficace.   ### Stalking: quando e perchè chiedere aiuto Parliamo di Stalking e del momento in cui la vittima dovrebbe chiedere aiuto: quali sono le modalità per farlo? Lo stalking è un comportamento patologico, un reato penale, e porta con sé diverse implicazioni e dinamiche. Dal punto di vista della vittima l’emozione prevalente è sicuramente la paura, possono tuttavia esserci anche la colpa e il pensiero di essersela cercata. Arriva sempre un momento in cui la vittima si chiede come può fare per chiedere aiuto e valuta la possibilità di un aiuto immediato che sedi il comportamento di stalking. L’immediata denuncia alle autorità competenti è il primo passo per far si che venga messo in atto un processo di controllo e di protezione della persona stessa. Sono diverse le implicazioni e i dubbi che insorgono nella testa di una vittima di stalking, uno su tutti è il pensiero che nel momento in cui viene fatta denuncia possa succedere qualcosa ad esempio ritorcersi contro, alzare ulteriormente il comportamento di stalking della persona oppure far si che la persona denunciata si risenta e agisca in maniera ancora più esplicita. La conseguenza è che spesso le vittime di stalking, per questi motivi, decidono di non denunciare e decidono altresì di aspettare che il comportamento patologico cessi in maniera automatica. È facile capire che nel momento in cui ci si sta facendo queste domande di fatto il comportamento di stalking sta già avendo una presa forte su di noi. Lo stalker sta già influenzando il nostro comportamento e sta facendo breccia. La paura è infatti una delle emozioni principali in questa dinamica e agisce in modo da alterare il comportamento della vittima nella richiesta di aiuto. Come può aiutare un terapeuta? È fondamentale inizialmente agire una denuncia anche se non si è totalmente sicuri che sia la cosa giusta: è meglio spegnere un incendio con un quantitativo maggiore d’acqua che aspettare che questo incendio divampi. Quando una persona già percepisce una paura, è spaventata e preoccupata è già questo un elemento sufficiente per fare segnalazione. Qualora il comportamento dello stalker si accentui a seguito della denuncia viene dimostrata la bontà dell’averla agita. Due aspetti fondamentali da considerare in questo tema sono pertanto la paura e quando la persona deve agire una denuncia e chiedere aiuto. È fondamentale osservare le dinamiche rispetto la presa di decisione di effettuare una denuncia. Qualora la segnalazione alle autorità sia eccessiva è sicuramente tutelante e la sicurezza è la prima cosa che una persona deve agire verso sé stessa.  ### Sintomi acuti (attacco di panico): cosa può fare lo psicologo La domanda di oggi è: che ruolo può assumere lo psicoterapeuta durante la fase acuta di un sintomo, durante un attacco di panico?Ho da poco ricevuto una telefonata da un ragazzo che ha trovato il mio recapito in internet durante un attacco di panico, avvenuto poco prima di un esame universitario molto importante. Il ragazzo in questione mi ha chiamato per chiedermi cosa potesse fare. Al di là del dispiacere che ho potuto provare per questa persona in grande difficoltà ho potuto aiutarlo solamente con qualche frase di circostanza legata alla situazione. Non conoscendo la storia, la situazione, non conoscendo la persona, non potevo dirgli altro se non di chiamare eventualmente un’ambulanza o rivolgersi al Pronto Soccorso più vicino.  Riagganciata la telefonata mi sono chiesto cosa potesse fare uno psicologo n questo momento specifico, qual è il ruolo che dovrebbe assumere. Cercando in internet, su Dott.re Google, si può leggere che ci sono delle tecniche di rilassamento, viene detto di respirare in un certo modo, viene detto sostanzialmente di risolvere da soli il problema. Tuttavia è difficilissimo dire ad una persona che sta vivendo il picco di attacco di panico di rilassarsi. Durante la fase di picco di un attacco di panico, quando si ha paura di morire, cresce il battito e il respiro è affannoso, lo psicologo non può fare nulla. L’alternativa è rivolgersi ad un medico, al Pronto Soccorso per avere un aiuto farmacologico. Lo psicologo entra in gioco successivamente! Ci sono varie vie per affrontare gli attacchi di panico successivamente al momento acuto: c’è chi è coraggioso e chi lo è meno. I coraggiosi sono coloro che nel momento in cui hanno una fatica, un sintomo, la fase acuta si aiutano con un intervento farmacologico per poi strutturare un intervento psicoterapeutico per lavorare sulle cause che hanno scatenato l’attacco di panico. I meno coraggiosi invece preferiscono vivere l’attacco di panico, chiedere aiuto in maniera poco chiara, scegliere di non intraprendere un percorso psicologico e aspettare il successivo attacco di panico. Esattamente come quando si ha mal di schiena c’è chi preferisce assumere un antidolorifico in fase acuta e successivamente farsi trattare da uno specialista e chi invece preferisce assumere solamente antidolorifico all’occorrenza. È naturalmente più faticoso intraprendere un percorso terapeutico sia con il fisioterapista che con lo psicoterapeuta. La psicoterapia non è una disciplina che lavora sull’urgenza ma fa in modo che, lavorando sulle cause, la sintomatologia non si ripresenti.   ### Tradimento: gli indicatori che la coppia continuerà a stare insieme   Tradimento e elementi prognostici del proseguo della relazione di coppia: ci sono degli indicatori a seguito di un tradimento che segnalano che la coppia ha delle buone probabilità di rimanere insieme? A mio avviso ce ne sono due, su tutti, da segnalare. Il primo riguarda la situazione specifica nella quale il tradimento è stato effettuato, se il tradimento è anche stato agito sessualmente. Questa è la situazione più frequente e può testimoniare una precedente difficoltà sessuale della coppia come un calo del desiderio o una riduzione della libido o del piacere provato. L’elemento prognostico in questi casi è legato alla riattivazione dei rapporti sessuali nell’immediato. Non è insolito che una coppia con difficoltà sessuali, quando il tradimento viene allo scoperto, viva un riattivarsi della sessualità e della passione. Questo è un elemento prognostico importante, un elemento positivo, un fattore che indica che c’è comunque interesse reciproco che il tradimento, per quanto disfunzionale, ha riattivato. Il tradimento può creare una nuova connessione emotiva, per quanto ci sia sofferenza, rabbia, dispiacere, si riscopre un allineamento emotivo tra i partner che li rimette di nuovo in sintonia per parlare, litigare, discutere ma tornare ad essere aperti e sinceri. Questo è il secondo elemento che dal mio punto di vista è prognosticamene positivo rispetto alla possibilità che la coppia rimanga unita. Il tradimento non è un toccasana per la coppia, è un gesto devastante, che mette in grande crisi la possibilità del proseguo della relazione. Tuttavia è altrettanto vero che ci sono degli elementi che nel momento in cui si sviluppano sono visibili e fanno presupporre una maggiore possibilità per la coppia di stare insieme.  ### Io non credo nella psicoterapia. Devo aiutarmi da soloa. Verissimo! “Sa dottore, io non credo nella psicoterapia. Quello che ho capito anche da percorsi precedenti è che io devo aiutarmi da solo”.  Questa è una delle frasi che molto spesso capita di sentire e che porta con sé un’importante verità. Si dovrebbe innanzitutto provare ad andare oltre nel senso che la semplice frase piatta:” io non credo nella psicoterapia” sostanzialmente diventa paradossale proprio perché la persona la afferma nella stanza di terapia. Si dovrebbe quindi capire quali sono le cause che la portano a dire una cosa del genere, andando poi ad indagare cosa intendesse veramente la persona.  In secondo luogo tuttavia ciò che afferma la frase “devo aiutarmi da solo” è una grande verità, infatti sono d’accordissimo con tutti quei pazienti e quelle persone che nel momento in cui si siedono mantengono una certa sicurezza e convinzione sul fatto che devono essere loro i protagonisti del cambiamento. Lo psicologo psicoterapeuta nel momento in cui agisce la terapia lavora con il paziente, lo vede una volta a settimana o ogni due, oppure una volta al mese quindi è vero che il paziente si deve aiutare da solo. È presuntuoso infatti dal punto di vista del terapeuta pensare di poter risolvere e guarire una persona vedendola una volta alla settimana. Per quanto il terapeuta stesso possa essere illuminato, capace, di grandissimo aiuto ma se la persona non si aiuta da sola non mette in gioco sé stessa nella quotidianità difficilmente riuscirà a risolvere il problema nel senso che il terapeuta lavora sempre sull’aspetto strategico sull’aspetto panoramico, osserva collegamenti che il paziente non può vedere. Il terapeuta deve sì essere competente, perturbativo in modo da facilitare il paziente ad agire il cambiamento ma non deve porsi nella posizione di salvatore. Il terapeuta deve necessariamente dare una certa dose di responsabilità al paziente e deve sviluppare un’alleanza con questa responsabilità nel processo di guarigione e di cura che va a sviluppare con il paziente. Lo psicologo ha una visione prospettica, deve essere in grado di far vedere al paziente le autostrade della salute e al tempo stesso la persona deve agire nella sua quotidianità. Questi sono due aspetti fondamentali per la buona riuscita di un percorso psicologico psicoterapeutico.   ### Per curare un sintomo non ci si può concentrare solo su di esso Perché le terapie che si concentrano esclusivamente sul qui e ora quindi esclusivamente sull’aspetto sintomatologico o esclusivamente sul motivo per cui la persona chiede aiuto non funzionano? Sono inevitabilmente restrittive da un lato e comportano una certa quantità di delega dall’altro. Queste terapie sono restrittive perché focalizzandosi esclusivamente sul qui e ora non riescono, dal mio punto di vista, a comprendere quali sono le cause profonde che vanno ad originare il problema, quindi risultano essere da un lato anche potenzialmente utili nel togliere magari il sintomo nel breve termine ma non riescono a tutelare in qualche modo la persona dal ri-svilupparlo in un successivo momento. Lavorano bene sulla fase acuta quindi permettono alla persona di superare quindi risolvere l’aspetto sintomatico ma dall’altro lato non approfondiscono e non aprono a quali sono le cause che hanno determinato l’insorgenza del problema quindi alla loro modifica in modo tale che poi i sintomi non si ripresentino. Queste terapie in secondo luogo risultano essere estremamente deleganti si presentano e si caratterizzano tramite l’utilizzo di tecniche specifiche quindi di esercizi o stratagemmi che comportano appunto un certo quantitativo di delega soprattutto lato paziente. Il terapeuta non deve far altro che riapplicare la tecnica, che deve farsi cucire addosso, ma che prevede un protocollo standard quindi rassicurante. Tuttavia è anche limitante perché costringe il terapeuta a giocare all’interno di confini prestabiliti dalla tecnica. Queste tecniche risultano deleganti anche per il paziente perché lo pone in una condizione di passività in cui subisce la tecnica, è esposto all’uso della tecnica che si suppone funzioni. Questo non vuole essere rappresentativo di tutti i casi e di tutte le tecniche, tuttavia questi sono due rischi molto grossi che rischiano di correre le terapie concentrate esclusivamente sul qui e ora. Il qui è ora è fondamentale per definire il motivo per cui una persona chiede aiuto, ma trova la sua piena risoluzione solamente nel momento in cui vengono anche considerate le radici che lo hanno generato.   ### Psicologo, paziente e sintomo. Cosa fare quando non vanno d'accordo. Non tutti gli psicologi psicoterapeuti sono in grado di curare tutti i disturbi, non c’è nessun psicologo psicoterapeuta che è in grado di curare tutto. E’ necessaria sia onestà da parte del terapeuta che consapevolezza da parte del paziente. E’ ingenuo pensare che un terapeuta in quanto tale sia in grado di trattare qualsiasi tipo di disturbo questo per due motivi. Il primo motivo è puramente formativo e teorico, il terapeuta infatti può essere stato esposto, o non esposto, al problema pertanto questo lo porta ad essere più o meno abile nel maneggiarlo. Dall’altro lato c’è un aspetto puramente personale ovvero quanto il terapeuta è a proprio agio con il problema che il paziente porta, ovviamente il terapeuta è prima di tutto una persona e le sue emozioni, i sentimenti, le difficoltà, possono risuonare con il problema portato dal paziente. E’ capitato infatti che alcuni pazienti portassero problemi che risuonassero molto male con la mia persona e i temi particolari con i quali io mi sentivo particolarmente a disagio e che quindi in chiave teorica pensavo di poter trattare ma in chiave pratica non ero in grado di fare. Questi sono due aspetti cruciali, lato terapeuta è necessaria onestà intellettuale e al tempo stesso consapevolezza per il paziente. Cosa fare qualora uno di questi due aspetti, esperienziale e personale, entrano in gioco nella terapia? E’ importantissimo parlarne subito non appena questo problema emerge, anche durante il primo o il secondo incontro, si deve infatti necessariamente rivolgersi ad un altro collega. Per questo motivo è anche importante lavorare in equipe in modo da poter inviare il paziente ad un collega fidato. L’aspetto più importante è saper alzare le mani e poter affermare che c’è un problema, sia esperienziale oppure personale. Ogni terapeuta dovrebbe avere la capacità di affermare queste parole e non avere paura di esse. Il paziente di contro dovrebbe essere felice di sentirle poiché non ha trovato l’aiuto immediato che cercava però ha trovato un professionista che ha compreso il problema e che si muoverà attivamente per trovare un collega che lo possa aiutare. E’ estremamente professionale dal mio punto di vista riuscire a capire quali sono i propri limiti e riuscire a parlarne, perché avendo a che fare con la salute e il benessere delle persone è necessaria coerenza e trasparenza, con se stessi e con l’altro. Inviare un paziente ad un collega per uno di questi motivi non è affatto un rifiuto ma è anzi tutto un atto di grande professionalità.   ### Terapia di coppia: come funziona il cambiamento La terapia di coppia come funziona? I tempi e i cambiamenti in terapia di coppia non vanno necessariamente di pari passo tra i partner e molte volte, quando si inizia la terapia, com’è giusto che sia, vengono definiti gli obiettivi che ci si aspetta di raggiungere a seconda delle motivazioni e delle aspettative che la coppia possiede. Il terapeuta, come qualsiasi professionista sanitario, anziché garantire l’efficacia dell’intervento garantisce il fatto che questa venga condotta ad hoc. Lo psicologo quindi garantisce ai suoi pazienti la qualità sul percorso e sul trattamento, ma non necessariamente sul suo esito. Uno dei primi problemi riguardo la definizione degli obiettivi - e delle aspettative di come deve essere affrontato il percorso - è che può demoralizzare il paziente e porta a dimenticare che questi obiettivi, seppur comuni, possono essere raggiunti attraverso soluzioni differenti. I coniugi, o i partner, devono percorrere anche dei percorsi individuali differenti per poi potersi ritrovare nel punto dell’obiettivo prefissato, poiché il punto di partenza è lo stesso per la coppia, ma i cambiamenti che devono essere innescati nell’uno e nell’altro, nella maggioranza dei casi, sono differenti. Ognuno infatti possiede le proprie caratteristiche, pertanto anche le proprie personali leve al cambiamento, quindi la propria personalità e questo deve essere osservato per rendere il percorso efficace. Perché la terapia di coppia non si affronta insieme dall’inizio alla fine? Trattare la coppia esclusivamente come coppia, ossia come un’unità indissolubile, molto spesso è un errore. Questo è il motivo per cui durante il percorso vengono proposti degli incontri individuali, che non sono necessari per la riuscita degli obiettivi prefissati, ma possono essere molto utili per ritagliarsi uno spazio individuale rispetto quel che si deve fare per il bene della coppia. Non è necessario andare sempre a dividere la coppia per ottenere questi spazi individuali, tuttavia è necessario tenere sempre a mente che da un lato c’è un obiettivo di coppia e che per fare questo è necessario che i cambiamenti, che i coniugi devono ottenere, non sono per forza gli stessi cambiamenti dell’altro partner. Si deve essere consapevoli che gli obiettivi di coppia sono sempre gli stessi per entrambi i coniugi, ma gli obiettivi individuali sono diversi. Per esempio in una coppia l’obiettivo comune potrebbe essere migliorare la comunicazione, ma l’obiettivo individuale del marito potrebbe essere imparare a dare spazio alla moglie e di contro quello della moglie imparare dal marito a far rispettare il proprio punto di vista. Pertanto è importante osservare che i tempi previsti sono da rispettare, senza temere assolutamente nulla. Osservare questi aspetti è fondamentale per l’efficacia della terapia di coppia, perché se la si osserva solo come coppia e non come costituzione sistemica di due individui non si rispettano i mandati individuali, i tempi individuali necessari. ### La crisi di mezza età Che Cos'è la Crisi di Mezza Età? La crisi di mezza età è un termine che si sente sempre più spesso, quasi come fosse diventata una moda. Come suggerisce la parola "crisi", implica uno sconvolgimento, una riorganizzazione o una difficoltà che di solito si manifesta intorno ai 50 anni. Questo fenomeno riguarda sia uomini che donne, sebbene sembri colpire gli uomini in maniera più evidente. È Veramente Legata all'Età? Contrariamente a quanto si pensa, la crisi di mezza età non è necessariamente legata all'età anagrafica. Non avviene sempre a 50 anni; può verificarsi in qualsiasi momento della vita. Dal mio punto di vista, dipende più dal funzionamento generale della persona e dalle sfide che essa affronta, piuttosto che da una questione puramente anagrafica. Questa crisi è spesso connessa al raggiungimento (o meno) degli obiettivi personali. Intorno ai 50 anni, si tende a fare un bilancio delle proprie conquiste, come il lavoro, la famiglia o il diventare genitori. È un momento in cui si rivalutano questi obiettivi e, in alcuni casi, si riformulano. Comportamenti Tipici della Crisi Durante questa fase, può accadere che le persone adottino comportamenti inaspettati o impulsivi, che sembrano dissonanti rispetto al loro modo di essere fino a quel momento. Alcuni esempi tipici di questi comportamenti includono: Cercare un nuovo partner e iniziare un tradimento. Concentrarsi improvvisamente sull’aspetto fisico, iniziando a frequentare la palestra o facendo shopping compulsivo. Cambiare lavoro o concedersi dei piaceri costosi, come acquistare una nuova auto. Questi comportamenti spesso non sono coerenti con la personalità che la persona ha mostrato fino a quel momento. Tuttavia, tutti questi atteggiamenti hanno un significato. Essi riflettono un processo di scoperta e riorganizzazione interiore. Perché Avviene? La crisi di mezza età non è legata unicamente all'età, ma piuttosto al raggiungimento di certi obiettivi che tendono a coincidere con la mezza età. Questo è un momento di bilancio, in cui molte persone si rendono conto di aver aderito a un "copione" imposto dalla società o dalla famiglia, sia quella d'origine che quella creata con il tempo. Arrivati a questo punto, c'è il bisogno di riscoprirsi e riorganizzare i propri obiettivi. Rischi e Opportunità della Crisi di Mezza Età La crisi di mezza età, pur comportando rischi, non è necessariamente un elemento negativo. È vero che alcuni comportamenti disfunzionali o distruttivi, come un tradimento, possono causare dolore e difficoltà. Tuttavia, ci sono anche aspetti positivi. Questa crisi può rappresentare una grande opportunità per riscoprire sé stessi, conoscersi meglio e ricalibrare i propri obiettivi. Libertà di Scelta e Riorganizzazione dei Valori Uno degli aspetti più interessanti della crisi di mezza età è la possibilità di riscoprire la propria libertà di scelta. Non è necessario sconvolgere completamente la propria vita o i propri obiettivi; è possibile continuarli, ma con maggiore consapevolezza e libertà. La crisi offre l'opportunità di uscire dai copioni predefiniti che ci sono stati imposti durante l'infanzia e l'adolescenza, per cominciare a fare scelte più autentiche e in linea con i propri veri desideri. Conclusione: Un Momento di Riorganizzazione La crisi di mezza età, per definizione, è una crisi, ossia un momento di riorganizzazione. Tuttavia, non deve essere vista come qualcosa di distruttivo. Al contrario, può essere un'opportunità per conoscersi meglio, ridefinire i propri valori e riallineare i propri obiettivi. Se gestita correttamente, questa fase può portare a una vita più soddisfacente e autentica, dove i comportamenti e le scelte non sono più guidati dai condizionamenti esterni, ma dalla propria vera natura.         ### La restituzione: come innescare il cambiamento In un precedente articolo ho parlato della fase di consultazione e della restituzione ossia il termine ultimo che costituisce la fase di conclusione per poi iniziare il percorso psicoterapeutico. Durante la fase di consultazione le informazioni sono state raccolte e nella restituzione vengono riorganizzate in modo tale da renderle efficaci in un’ottica di cambiamento. I due elementi dell’organizzazione e quindi della struttura della restituzione sono la capacità di osservare l’aspetto micro quindi la situazione specifica e l’aspetto macro ovvero i sistemi che sono costitutivi della vita della persona e che hanno favorito l’insorgenza e il mantenimento del sintomo e del problema. Altri due elementi fondamentali sono la plausibilità della restituzione stessa e la sua capacità performativa. Questi non sono necessariamente degli aspetti strutturali cioè nell’organizzazione della restituzione quanto aspetti di forma e hanno un impatto incredibile sulla sua efficacia. La restituzione infatti ha lo scopo di permettere al paziente la comprensione del problema e dar lui un quadro più chiaro per poter permettergli di ottenere le prime risposte e un ordine mentale. Al tempo stesso la restituzione permette di indirizzare il paziente verso il cambiamento desiderato che sostanzialmente consiste nella risoluzione dei sintomi e nella ristrutturazione del sistema in modo che questi sintomi poi non si ripresentino. La plausibilità e la capacità perturbativa sono due concetti molto cari a qualsiasi terapeuta sistemico relazionale. La plausibilità riguarda la capacità della terapia e della restituzione di poter essere comprensibile al paziente offrendo un punto di vista diverso a cui il paziente non aveva mai probabilmente pensato. Deve quindi essere un punto di vista nuovo e al tempo stesso plausibile per il paziente. La restituzione deve anche essere perturbativa quindi capace di andare ad innescare nel paziente un cambiamento e installare un dubbio, un nuovo pensiero, un punto di vista diverso che in un qualche modo porta il paziente alla generazione di un cambiamento. Molte volte la restituzione che viene offerta non è esattamente in linea con una descrizione piatta che il paziente si è già dato del suo problema. Il lavoro del terapeuta è quello di andare a riorganizzare i significati del sintomo, del problema e quindi poi poterli rendere malleabili in modo tale da trovare una nuova riorganizzazione e un nuovo equilibrio il più possibile armonioso. Per ottenere questo si deve passare necessariamente dalla tempesta, le prime gocce sono costituite dalla restituzione e dai suoi elementi plausibili ma perturbativi.  ### Psicoterapia: la restituzione a conclusione della consultazione Psicoterapia: La Restituzione a Conclusione della Consultazione In psicoterapia, ogni fase del percorso terapeutico ha un'importanza cruciale, ma la fase di consultazione è quella che pone le fondamenta per tutto il lavoro successivo. Questa fase non ha tempi rigidi, ma è fondamentale per comprendere la natura del problema del paziente e definire il percorso terapeutico. Al termine di questa fase, avviene un momento essenziale chiamato "restituzione". In questo articolo, esploreremo cosa rappresenta la restituzione e come viene condotta. La Fase di Consultazione La consultazione è la prima fase della psicoterapia, che generalmente comprende tre o quattro incontri. Durante questi incontri, il terapeuta lavora con il paziente per identificare la causa del problema, comprendere in cosa consiste il problema stesso e determinare le possibili strategie per affrontarlo. Questo processo è fondamentale per impostare una terapia efficace e mirata. Cos'è la Restituzione? La restituzione segna la conclusione della fase di consultazione. Solitamente avviene al termine del terzo o quarto colloquio. Durante la restituzione, il terapeuta presenta al paziente una sintesi di quanto emerso durante la consultazione: le cause identificate del problema, la sua definizione e le vie percorribili per affrontarlo. Questo momento è cruciale per diverse ragioni: Chiarezza e Ordine Mentale: La restituzione fornisce al paziente le prime risposte, permettendogli di fare chiarezza su cosa sta accadendo. Definizione degli Obiettivi: Vengono stabiliti obiettivi chiari per il percorso terapeutico. Strutturazione del Percorso: Il terapeuta fornisce indicazioni su come dovrebbe essere strutturata la terapia. Le Regole della Restituzione La restituzione è un momento delicato che segue delle regole precise. Le due più importanti sono: Definizione del Problema nel "Qui e Ora": Identificare le caratteristiche e gli aspetti cruciali del problema che il paziente porta in terapia. Questo include la rilettura del significato del problema e la sua comprensione nel contesto attuale. Comprensione dei Terreni Fertili: Analizzare i fattori che hanno determinato l'insorgenza del problema, comprendendo quali sistemi di funzionamento e vissuti del paziente hanno favorito lo sviluppo della sintomatologia. Un Approccio Bilanciato Durante la restituzione, è fondamentale mantenere uno sguardo su due livelli contemporanei: Micro: Riguarda il "qui e ora", la motivazione e il problema specifico presentato dal paziente. Ad esempio, depressione, attacchi di panico o problemi esistenziali. Macro: Riguarda i sistemi di funzionamento sviluppati dal paziente nel corso della sua vita. Questo livello aiuta a comprendere come i sintomi si inseriscono nel contesto più ampio della vita del paziente e quali meccanismi hanno facilitato l'insorgenza e il mantenimento del problema. Coniugare Micro e Macro È essenziale che questi due livelli siano coniugati e portati avanti contemporaneamente. Questo approccio consente di: Risolvere il Problema Specifico: Affrontare il sintomo presentato nel "qui e ora". Cambiare il Sistema di Funzionamento: Modificare i meccanismi di funzionamento che hanno favorito l'insorgenza del sintomo, prevenendo così la sua ricomparsa in futuro. Conclusione La chiusura della fase di consultazione con la restituzione è un passo fondamentale per impostare una psicoterapia efficace. Fornisce chiarezza al paziente, definisce gli obiettivi del percorso terapeutico e struttura le fasi successive della terapia. Un intervento equilibrato tra il livello micro e macro garantisce che non solo il problema attuale venga affrontato, ma che si lavori anche sui sistemi di funzionamento sottostanti per prevenire future ricadute. ### Psicoterapia: il paradosso della comprensione e del cambiamento Parliamo del paradosso, lato terapeuta, tra la comprensione del caso e la generazione del cambiamento quindi virtualmente della cura desiderata e ambita da parte della persona che arriva nella stanza di terapia. In precedenza ho già spiegato quali sono i ruoli dell’apprendimento e come passi tutto attraverso la comprensione e il cambiamento. Dal punto di vista del paziente la psicoterapia è sostanzialmente l’anello di congiunzione, l’anello mancante, tra la comprensione della situazione quindi poi il suo apprendimento e la sua spiegazione, la possibilità di chiarezza della situazione che ha generato il problema e poi il cambiamento a cui quella persona ambisce.  Dal punto di vista del terapeuta si innesca molto spesso un paradosso tra comprensione del caso quindi la spiegazione e la generazione del cambiamento desiderato nel senso che c’è una correlazione inversamente proporzionale tra quanto il caso appare chiaro e comprensibile più complicato è per il terapeuta generare un cambiamento ossia riuscire a creare un’idea, una visione e una spiegazione plausibile, legittima, alle orecchie e agli occhi del paziente così da facilitarlo nell’appunto raggiungimento dei suoi obiettivi. Significa che molto spesso la persona quando si siede all’interno della stanza di terapia inizia a presentare il suo caso e può essere che il caso risulti quasi prototipico, sembra molto spesso di leggere un manuale. Il paziente racconta quindi il problema in modo pressoché aderente a tutti i casi teorici che il terapeuta ha studiato sui libri, ha appreso dalla sua pratica clinica durante la scuola di psicoterapia per esempio. Molto spesso nel momento in cui la persona si è cristallizzata così su suo problema al punto che non è in grado neanche di fornire delle ipotesi più semplici rispetto quali possono essere le cause e le motivazioni, poi le soluzioni al problema che il terapeuta potrebbe trovare. Diventa complesso trovare qualcosa di pratico, concreto e credibile anche dal punto di vista del paziente al quale potersi agganciare per andare a generare un cambiamento poiché molto spesso la spiegazione che poi deriva dalla comprensione della situazione è una comprensione e una spiegazione che il paziente nega, rispetto la quale il paziente dice:” sicuramente non sarà così o meglio se fosse così ci sarei già arrivato da solo ma siccome non credo che questa cosa sia così non riesco a capirlo”. Il paziente si è quindi incistato dentro questo problema. Contemporaneamente per il terapeuta diventa molto complicato riuscire a trovare delle modalità e dei meccanismi che siano in grado di andare a disinnescare appunto il sintomo eventualmente risolvere la difficoltà che la persona si trova a vivere. Quindi lato terapeuta ci sono dei casi e delle situazioni che sono particolarmente complesse e difficili anche da capire che richiedono un lavoro di consultazione quindi di analisi preliminare molto complesso ma che al tempo stesso data la grande presenza di variabili al loro interno permettono dei margini di manovra, permettono di avere più stimoli e spunti che aiutano a far comprendere al paziente la situazione. Al tempo stesso infatti il paziente deve essere consapevole della complessità della situazione e così facendo è inevitabilmente più predisposto a un lavoro di ricostruzione che il terapeuta propone rispetto alle motivazioni che hanno generato il problema. Nel momento in cui invece il caso presentato è estremamente chiaro al paziente, quasi statico, per il terapeuta diventa facile da comprendere ma difficile da rendere plausibile alla persona che ha di fronte quindi al tempo stesso difficile innescare il meccanismo di cambiamento. È quindi questo il paradosso tra la comprensione e il cambiamento ossia questa correlazione inversamente proporzionale tra la situazione facile da comprendere ma al tempo stesso molto difficile da risolvere perché la persona si è cristallizzata, persa, dentro questo bicchiere d’acqua, è quindi immobile incapace di osservare e analizzare, comprendere e legittimarsi nuove prospettive e nuovi punti di vista.  ### L'origine della tua visione del mondo Le nostre visioni del mondo, le nostre idee, i nostri comportamenti, i nostri valori si fondano non solo sull’aspetto genetico come molti di noi credono ma soprattutto sulle esperienze e vissuti che abbiamo avuto. È quindi più importante la relazione nella quale abbiamo sperimentato queste esperienze, è più importante l’imprinting! Una relazione per noi importante è la relazione dal punto di vista genitoriale, quindi la relazione che io in quanto figlio ho avuto con i miei genitori, ciò che ho osservato da loro e come ho osservato anche la loro relazione diventa un elemento particolarmente impattante nella costituzione delle idee e delle visioni del mondo. Ciò che solitamente viene poco considerato è la correlazione e la responsabilità reciproca quindi di entrambi in questo caso i genitori nella costituzione dell’idea e di vissuti che una persona ha sviluppato per riuscire a interpretare il mondo.  Molto spesso è più facile andare ad individuare un colpevole o comunque un responsabile solo e viene in qualche modo dimenticata la controparte e il ruolo che la controparte ha avuto, soprattutto nel momento in cui c’è un colpevole, un responsabile esplicito si dimentica spesso che c’è anche un responsabile più implicito. È facile scivolare all’interno di questo trabocchetto e di questa interpretazione nel momento in cui le conseguenze che noi portiamo sono gli stessi e sono in un qualche modo fonte di difficoltà. Faccio un esempio di una paziente, una persona giovane di trent’anni che nel corso delle sue esperienze ha avuto difficoltà a instaurare delle relazioni significative con gli uomini potersi fidare di loro e riuscire ad aprirsi ad un partner. La ragazza ha sempre vissuto la relazione stabile con una sensazione di invadenza e di diffidenza anche rispetto al partner arrivando poi infatti a lasciarlo piuttosto che nel momento in cui la relazione potenzialmente potrebbe stringersi trova un motivo per cui questo partner non va bene. Questo la costringe da un lato in una solitudine ma anche a tante domande rispetto il perché non riesce ad avere una relazione stabile, perché non riesce a trovare una relazione soddisfacente. Quando entriamo a indagare i possibili motivi il principale indizio lo troviamo nel padre, traditore, forse violento, soprattutto anaffettivo con lei e con la mamma, interessato solo a sé stesso, incurante della figlia e della moglie. La figlia, mia paziente, ha quindi sviluppato una teoria secondo cui gli uomini sono inaffidabili, aggressivi e non ci si può fidare. Il principale indiziato è il padre, tuttavia della generalizzazione quindi della trasposizione, dell’idea che il padre sia rappresentativo della categoria degli uomini è più probabile sia la madre la responsabile. La madre con il suo comportamento, il piangere, non reagire, rimanere triste e infelice ma attaccata a quest’uomo per tutta la vita ha creato l’idea che quello è l’uomo rappresentativo della categoria, è l’unico uomo possibile da trovare. Questo ha inevitabilmente condizionato la vita della ragazza perché se da un lato il comportamento del padre può essere più o meno deplorevole anche la visione di questa tipologia di uomo come unica alternativa genera un connubio potenzialmente fatale per le relazioni che la ragazza potrebbe avere. La ragazza piuttosto che finire in una situazione simile a quella dei genitori, in maniera del tutto inconscia, si tiene lontana dalle possibili relazioni significative. Ha infatti appreso che le relazioni importanti, sentimentali, per lei significative sono fonti di dolore e vede come unica alternativa la solitudine che sarà tuttavia molto dolorosa.   ### Il significato dei disturbi sessuali nella coppia Ti sei mai chiesto qual è il ruolo del sesso nella comprensione della bontà di una relazione sentimentale? Non mi sto riferendo a rapporti occasionali o relazioni superficiali, mi riferisco a storie serie, relazioni sentimentali anche di una certa importanza. Non mi sto riferendo nemmeno alle frasi fatte come:” ormai stiamo insieme da tanto tempo la passione non è più la stessa”. Mi riferisco a come molto spesso vengono sviluppati dei sintomi sessuali quindi delle disfunzioni e delle difficoltà a fronte di elementi e di vicissitudini che la coppia deve affrontare. Ad esempio una disfunzione erettile o dolore durante un rapporto nel momento in cui si decide di cercare un figlio piuttosto che ritiro sessuale e calo del desiderio da parte di uno dei due nel momento in cui ci sono dei conflitti irrisolti. Mi è capitata una coppia che non riusciva più a fare sesso dal momento in cui hanno deciso di comprare casa, questo ha creato incomprensioni e discussioni e li ha progressivamente allontanati nonostante professassero amore non riuscivano ad avere dei rapporti proprio perché il conflitto era diventato troppo grosso. Mi riferisco anche anche a tutti quei casi di anorgasmia femminile nel momento in cui c’è l’avvicinarsi del matrimonio. I disturbi sessuali e tutte le difficoltà che poi una coppia può sviluppare nel corso della storia hanno sempre un significato relazionale, sono sempre correlati alla relazione e alla situazione specifica che la relazione in quel momento vive e quindi diventano un ottimo strumento e meccanismo per riuscire a individuale che cosa non sta funzionando nella coppia. È naturalmente molto complesso per una coppia comprendere in autonomia cosa sta accadendo, il sesso e il tema sessuale e i rapporti sono sempre un ottimo indicatore della bontà della relazione e del suo stato di salute. Tramite l’aiuto di un professionista questa cosa può essere facilmente affrontata, si possono comprendere quali sono le cause e quali sono le conseguenze, le possibili soluzioni da mettere in atto per ritrovare l’intesa di coppia e sessuale.   ### Psicoterapia: l'anello mancante tra apprendimento e cambiamento Oggi parliamo di apprendimento, cambiamento e psicoterapia. Ovviamente nel momento in cui una persona si rivolge ad uno psicoterapeuta e ad uno psicologo in un qualche modo necessita e desidera, ambisce ad un cambiamento quindi a trasformare qualcosa che dal suo punto di vista non va. Questo può essere un sintomo come può essere ad esempio un problema esistenziale, qualcosa che non sente di padroneggiare e che ha bisogno di risolvere anche se di fatto non sfocia in una vera e propria sintomatologia.  C’è quindi un link molto diretto tra l'apprendimento e il cambiamento che la persona vive. Questo link si chiama psicoterapia. Questa deve ovviamente strutturarsi in modo che faciliti progressivamente da un lato la comprensione del problema, dall’altro però anche la mobilizzazione delle risorse del paziente quindi delle strategie che lo possano progressivamente portare verso il cambiamento ambito. Per fare questo il tema dell’apprendimento che è necessariamente antecedente al cambiamento e linkato adesso tramite la psicoterapia deve essere strutturato e deve essere in un qualche modo agevolato. Ho già spiegato perché le psicoterapie che puntano alle spiegazioni non funzionano. Queste entrano infatti in tutta una serie di tecnicismi psicologici non funzionali al paziente. Durante la psicoterapia serve che da un lato si possa ottenere un risultato e dall’altro sentirsi padroni che questo risultato in qualche modo avvenga in modo naturale, non deve essere artificioso e non deve essere basato solo sul ragionamento. Questo sarebbe innaturale e determinerebbe uno sforzo eccessivo. Per quanto riguarda il paziente e il suo cambiamento, la psicoterapia deve sempre partire da un apprendimento: l’apprendimento del terapeuta di qual è il problema e la situazione in modo tale da poter essere efficace nell’intervento e l’apprendimento del paziente affinché lo si possa vedere da un punto di vista differente, cambiare alcuni punti di vista, alcuni presupposti. L’apprendimento può essere di tipo focalizzato quindi un apprendimento particolarmente metodico, immersivo, specifico, quindi dettagliato ed un apprendimento invece diffuso. Quest’ultimo è più generale, orientato ai massimi sistemi e l’obiettivo è la comprensione del funzionamento globale del sistema e non necessariamente della situazione specifica. La psicoterapia parte sempre da un apprendimento e da una visione di tipo diffuso, quindi una comprensione globale di qual è la situazione e perché questa situazione determina un problema. Questo viene fatto generalmente durante la prima fase di consultazione che viaggia orizzontalmente in modo diffuso per comprendere il problema e la situazione. Successivamente si passa ad un apprendimento verticale, più specifico, in cui vengono approfonditi temi specifici della persona. Le psicoterapie che si basano sulle spiegazioni dimenticano prima di tutto la definizione del contesto, la comprensione della situazione nel suo insieme e si concentrano esplicitamente e immediatamente solo sulle caratteristiche più minuziose. Per esempio se una persona arriva in terapia per un attacco di panico il terapeuta si concentra esclusivamente sulla spiegazione di cos’è l’attacco di panico, perché questo avviene e quali sono le sensazioni che provoca, spiegando quindi la teoria e le pratiche che posso essere applicate per la sua risoluzione. Questo è un apprendimento puramente focale e non efficace perché solo nel momento in cui, tramite un apprendimento diffuso, il paziente è stato in grado di comprendere qual è il sistema all’interno del quale questo attacco di panico si va a creare e strutturare gli strumenti appresi saranno efficaci. Gli strumenti dovranno essere calati necessariamente all’interno del sistema di significati che poi ha generato il sintomo. È solo in questo modo che lo strumento diventa effettivamente efficace altrimenti si basa esclusivamente sulla mera ripetizione o esecuzione delle indicazioni del terapeuta.   ### Come la storia personale influenza la storia di coppia Ognuno di noi si costruisce e si compone, si organizza, sia internamente che poi successivamente te esternamente ad esempio all’interno della relazione di coppia con il proprio partner in funzione delle proprie esperienze e caratteristiche. In funzione anche di ciò che ha vissuto in prima persone sulla propria pelle ad esempio all'interno del contesto famigliare. Ognuno di noi si costruisce sostanzialmente in funzione di un’opposizione oppure un adeguamento. Una persona che ha vissuto un contesto ad esempio particolarmente violento potrebbe sviluppare una personalità e le relazioni future in conformità, adeguandosi alla violenza vissuta. Potrebbe quindi a sua volta essere violento. Oppure opponendosi a questo rifuggendo completamente qualsiasi tipo di violenza. Di fronte ad ogni situazione che ognuno di noi vive di fatto abbiamo un bivio caratterizzato dalla totale opposizione al modello vissuto oppure da un totale adeguamento. Questo incide in larga misura sul tipo di relazione che poi andiamo a sviluppare con il partner. Ciò che è difficile è capire che il sistema di funzionamento personale non è detto essere lo stesso sistema di funzionamento che ha sviluppato il partner quindi anche il tipo di atteggiamento da assumere nei confronti del nostro partner deve essere funzionale a luilei e non necessariamente a noi. Molte incomprensioni spesso si originano nel momento in cui si dà all'altro ciò di cui si ha bisogno e si desidera ma non è ciò che per luilei è importante, in tal modo si crea un circolo vizioso di frustrazione per cui da un lato si sente di fare tutto ciò che per noi è importante ma non si viene in questo riconosciuti perché per l’altro questa cosa non è importate e significativa per come lo è per noi. Per esempio una persona che ha vissuto tutta una serie di esclusioni in famiglia perché in famiglia c’è una persona malata o perché terzoquartogenito avrà l’inclusione come tema dominante in una relazione di coppia, il suo obiettivo sarà trovare una relazione in cui riuscirà ad essere incluso. La sua futura fidanzata è nata tuttavia in un altro sistema, magari molto più competitivo, meritocratico, in cui le veniva chiesto di raggiungere determinati obiettivi e veniva da questi valutata. Sarà quindi portata a valutare, giudicare e riconoscere nella propria relazione solo nel momento in cui il partner dimostra di avere valore e di fare qualcosa di giusto. Questi due sistemi molto diversi potrebbero male incastrarsi perché da un alto la persona che è stata esclusa ed ha bisogno di inclusione tenderà ad includere la compagna cosa per lei svilente perché vissuta e cresciuta in un contesto in cui l’amore deve essere meritato. Questo innescherà incomprensioni reciproche che subdolamente determineranno distanza e tensione oppure conflitto tra i partner. Quando si nota che c’è qualcosa che non va ci si potrebbe quindi chiedere qual è il proprio sistema di riferimento e qual è il sistema di riferimento del partner e come sto saziando il mio bisogno e contemporaneamente il suo. Sicuramente c’è un incastro difficoltoso rispetto i due sistemi di significato.      ### La stanza di terapia. Uno spazio da riempire con la tua storia! Com’è arredata la stanza di terapia? Perché ho fatto questa scelta? Io e la mia equipe ci siamo interrogati molto sul tipo di arredamento da dare e che forma utilizzare, che immagine trasmettere al paziente. Siamo quindi giunti alla conclusione che la stanza di terapia deve essere sobria e neutra, principalmente per due motivi. Dal mio punto di vista non deve raccontare troppo della personalità dello psicoterapeuta perché altrimenti va ad inficiare lo sviluppo delle neo strutture terapeutiche ovvero l’elemento fondamentale per riuscire a rendere la terapia efficace. Queste vengono influenzate da tutte quelle informazioni che il paziente ha rispetto la personalità e la persona del terapeuta. Mantenere una stanza quantomeno sobria, senza particolari quadri se non il minimo, senza foto personali, senza i titoli appesi alle pareti è importante perché così facendo il paziente non ottiene troppe informazioni rispetto alla persona e alla personalità del terapeuta e quindi è più libero di sviluppare le neo strutture terapeutiche. Il secondo elemento e fattore per cui è importante avere una stanza sobria è che sostanzialmente la stanza deve essere in qualche modo un foglio bianco che viene riempito progressivamente dalla storia e dai problemi, dalle emozioni, dalle sensazioni e dai cambiamenti che il paziente insieme al terapeuta sviluppano. Quindi è il paziente con la sua personalità e lo stesso paziente in relazione al terapeuta che riempie e arreda le pareti con la sua storia, rende la stanza sua. Questo non è possibile se la stanza di terapia contiene arredi eccentrici o particolarmente caratterizzanti la personalità del terapeuta che potrebbero anche mettere a disagio la moltitudine di persone che vi entrano. Può succedere che le persone le prime volte che entrano in questa stanza provino una sensazione di vuoto e che sia poco accogliere, ed è sicuramente un rischio. Tuttavia io e la mia equipe abbiamo compreso che man mano che il percorso prosegue per la persona diventa sempre più importante arredare la sua stanza interna e trasformare la stanza di terapia con le sue parole ed emozioni.     ### Triangolazione dei figli nel conflitto genitoriale [esempio pratico] Cosa significa triangolare un figlio nel conflitto genitoriale? Facciamo un esempio! Recentemente mi sono recato ad una cresima di conoscenti, dopo il rito in chiesa ci siamo spostati per un rinfresco in un locale e come tradizione si danno alla festeggiata i regali. Durante la loro apertura la festeggiata deve aprire il regalo del padre, regalo che non è assolutamente gradito dalla madre ovvero un cellulare di ultima generazione. Era ovvio che tra padre e madre, separati, non ci fosse accordo nel regalare il telefono. Da quanto si è capito il padre aveva già parlato con la madre dicendo che voleva regalare il cellulare e la madre era totalmente in disaccordo con il fatto che la figlia avesse uno smartphone. La situazione era quindi rimasta in stallo, non si era più deciso nulla e il padre quindi decide autonomamente di farle questo regalo. Durante la sua apertura la madre lancia uno sguardo infuocato e arrabbiatissimo al padre della ragazza, quest’ultima lo nota e si blocca rifiutando il regalo. Il padre, sgomento, incalza che la figlia apra il regalo sapendo quanto lo desidera. La figlia è evidente che vuole il regalo e vuole poterlo utilizzare ma è altrettanto preoccupata dalla reazione della madre con la quale si capisce subito che ha già avuto altri conflitti a riguardo. La ragazza si trova quindi in una situazione d’impasse totale per cui da un lato c’è lo smartphone che gli ha regalato il padre e lo vorrebbe aprire ed utilizzare e dall’altro lato c’è la madre in completo disaccordo. Tra i due genitori si crea anche molta tensione perché il padre fa finta di non vedere la madre ignorandola quest’ultima invece lo guarda come se le avesse fatto il peggior torto. La figlia è bloccata e inizia a piangere, totalmente in imbarazzo non sa cosa fare. La ragazza è stata triangolata nel conflitto dei genitori: non può aprire l’iPhone perché questo genererebbe un conflitto e un disaccordo con la madre e non può nemmeno non aprirlo perché danneggerebbe la sensibilità del padre che vorrebbe lei aprisse il regalo. La situazione quindi collassa perché la ragazza inizia a piangere, i genitori si trovano ancor più in imbarazzo a causa degli invitati, parenti e amici che a loro volta si trovano in questa situazione. Questo è il classico esempio in cui i genitori triangolano nel loro conflitto un figlio ed è quest’ultimo più di tutti che ne soffre. La ragazza infatti qualsiasi cosa avrebbe fatto si sarebbe schierata con l’uno o con l’altro genitore quando in realtà l’obiettivo della ragazza era semplicemente quello di trascorrere una piacevole giornata     ### Relazione medico - paziente VS relazione psicologo - paziente Qual è la differenza della relazione medico paziente e la relazione psicologo psicoterapeuta ed un paziente? Le due relazioni nonostante lavorano entrambe sulla salute della persona sono completamente diverse. La relazione medico paziente presume e prevede uno sbilanciamento a favore del medico in termini di potere mentre per quanto riguarda quella psicologo psicoterapeuta e paziente c’è una condizione molto più paritetica e in equilibrio. Quali sono i pro e i contro di questi aspetti?  Per quanto riguarda la relazione medico paziente c’è uno sbilanciamento di potere a favore del medico rispetto al paziente ciò è vero sia nel momento in cui si procede ad esempio ad un esame diagnostico sia durante un processo di cura cioè nel momento in cui viene strutturata una terapia appunto per facilitare la guarigione del paziente stesso. Il medico è colui che detiene la conoscenza sulla patologia, detiene la conoscenza rispetto la strumentazione da utilizzare e la capacità di interpretare i dati che raccoglie. Quindi ci si può porre in una condizione di presentazione di sé stessi e del problema e contemporaneamente di ascolto rispetto le indicazioni che vengono fornite dal medico stesso. Infatti molte volte il medico non ha bisogno di un’alleanza relazionale con il paziente ma chiede ad esempio di fare determinate cose piuttosto che assumere determinate posizioni al fine di agevolare al meglio il lavoro ma non ha bisogno di una completa fiducia e quindi di un’alleanza terapeutica con il paziente per produrre un esame diagnostico.   Molto diverso è invece il ragionamento rispetto la relazione tra psicologo psicoterapeuta e paziente, nel senso che usciamo da una tematica di pura autorità e si entra in una dinamica di autorevolezza. Un paziente che si rivolge ad uno psicoterapeuta lo sceglie sulla base della sue competenze, dei suoi riconoscimenti e titoli e magari dalle recensioni online.  E’ inevitabile che ci sia un tema di autorità ma l’autorevolezza assume un ruolo preponderante all’interno della relazione questo perché la relazione è molto più paritetica nel senso che è vero che lo psicologo psicoterapeuta è responsabile del trattamento ed è colui che detiene le conoscenze rispetto la cura è però altrettanto vero che l’esperto della patologia che vive è il paziente nel senso che è il paziente che deve riuscire a raccontare la sua esperienza, la sua situazione, il suo malessere al dottore. Il dottore di conseguenza deve poi riuscire a far sì che questa patologia venga da un lato capita sia in termini di cause che di conseguenze e poi risolta. È fondamentale in tal senso l’alleanza terapeutica ovvero il reale strumento di cura indipendentemente dall’orientamento teorico e dallo strumento utilizzato per svolgere la psicoterapia. L’alleanza diventa fondamentale rispetto al paziente per aprirsi a raccontare il proprio disagio e lato terapeuta per riuscire ad ascoltare e al tempo stesso farsi capire nel momento in cui va a produrre una diagnosi. Lo diventa ulteriormente nel processo terapeutico quindi durante la psicoterapia perché diventa il principale strumento di movimento e solo attraverso una reale fiducia reciproca lo psicoterapeuta può individuare le leve del cambiamento della persona e facilitare il cambiamento.  Se il paziente non è collaborante e non c’è fiducia, non c’è aderenza al trattamento, l’esito della terapia non sarà mai positivo.     ### L'errore più grave da paziente? Delegare la guarigione allo psicologo! L’errore più grande che può fare un paziente è quello di rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta e delegare a lui o a lei la responsabilità della propria cura. Ho già fatto diversi video in cui parlo di quel è l’atteggiamento mentale, l’approccio che il paziente dovrebbe avere nel momento in cui entra nella stanza della terapia. E’ però fondamentale che si capisca questo concetto ossia che è una relazione di aiuto e di cura indipendentemente da qual è l’orientamento teorico che il professionista promuove e utilizza è la relazione ciò che fa la differenza. Tuttavia ha delle differenze ad esempio rispetto alla classica relazione medico paziente in cui il medico in un qualche modo indirizza in una condizione di potere dall’alto indicando al paziente quello che deve. La psicoterapia non funziona così, la psicoterapia si fonda su una relazione paritetica per cui da un lato c’è il paziente che è il principale esperto di se stesso dall’altro c’è il terapeuta che è il principale esperto della patologia che è ben diversa però dall’esperienza specifica che il paziente sta vivendo. Se il paziente si aspetta in un qualche modo di poter superare la propria difficoltà esclusivamente affidandosi ad un terapeuta chiedendo lui di faticare al proprio posto questa cosa è impossibile! Per rendere la psicoterapia efficace prima di tutto come, il paziente, ha abbracciato il sintomo, la difficoltà che vive al tempo stesso deve mettere in conto la fatica, accettarla e intraprendere un percorso perché solo così solo accettando la fatica che poi verrà chiesto lui di fare allora avrà la possibilità di guarire. Non esiste alcun tipo di percorso soprattutto nel momento in cui è volto a risolvere un disagio che non preveda un investimento in termini emotivi, in termini cognitivi e in termini di tempo e di fatica da parte del paziente e non solo del terapeuta. Per far si che questa cosa sia efficace la psicoterapia si fonda sulla relazione e sulla relazione che cura ma la relazione è costituita sempre almeno da due persone e quindi entrambe devono essere impegnate sui loro fronti per riuscire a superare il problema poiché se fosse davvero così semplice sedersi all’interno della stanza di terapia e dire al terapeuta guarda questo è il mio problema risolvilo in meno tempo possibile per favore di fatto probabilmente le persone non chiederebbero neanche un aiuto ad un terapeuta perché potrebbero chiedere aiuto ad un conoscente, ad un amico, potrebbero magari gestire in autonomia il loro problema. Invece la psicoterapia si fonda sulla relazione e la relazione che cura è sempre costruita da due persone che hanno il loro grado, spesso enorme, di responsabilità nel processo di cura: accetta l’impegno e la fatica e cura il tuo sintomo.    ### Psicoterapia online? Si, funziona davvero! Ho recentemente aperto una pagina Facebook dove condivido delle informazioni, condivido delle notizie e delle riflessioni sulla psicologia e sulla psicoterapia in generale. Quello che accade è che le persone entrano in contatto con questo materiale e mi chiedono consigli, mi chiedono delle opinioni e talvolta mi chiedono anche se posso effettuare dei colloqui con loro. Si pone innanzitutto un problema ovvero della vicinanza territoriale, molto spesso le persone che chiedono appunto una consulenza o una psicoterapia non risiedono nelle province dove io ho gli studi, quindi quando preferiscono una presa in carico dal vivo consiglio di rivolgersi ad un servizio territoriale o ad un privato presente nel territorio dove vivono. In alternativa è possibile effettuare una psicoterapia online, via skype, o tramite videochiamata whatsapp. Ciò che solitamente accade è che le persone mi rispondono:” ma davvero è possibile fare una consulenza online?”. La risposta è assolutamente sì! Al di là delle innumerevoli ricerche che testimoniano l’efficacia della psicoterapia online queste spesso si basano anche sugli atteggiamenti e comportamenti quotidiani che noi utilizziamo ormai tutti i giorni. Tutti abbiamo uno smartphone, tutti abbiamo una connessione internet e tutti effettuiamo videochiamate piuttosto che chat o social network. Quindi è assolutamente possibile fare una psicoterapia o una consulenza psicologica ad esempio tramite un sistema di videochiamata perché è proprio grazie alla padronanza e la dimestichezza che abbiamo con le nuove tecnologie, con le videochiamate in particolare, che di fatto l’intervento risulta essere efficace perché c’è la possibilità di riuscire ad installare una relazione, elemento cruciale per il buon esito della terapia. E’ possibile ovviamente che non tutti si trovino a proprio agio con questo strumento, io stesso in questi casi consiglio l’utilizzo di questa strumentazione ma invito le persone appunto a recarsi in presenza o da un collega o un servizio sul territorio che possa erogare una psicoterapia in. Tuttavia se questo, cioè se l’utilizzo della tecnologia, quindi della videochiamata non è un problema la psicoterapia può essere tranquillamente fatta anche attraverso il telefono in questo caso, o il monitor del computer, appunto tramite una videoconferenza. Il cellulare o il computer sono degli strumenti che utilizziamo sempre, ad esempio per ottenere delle informazioni per parlare con gli amici per leggere, perché non usare le nuove tecnologie per effettuare un percorso psicologico? Questa è una pratica che all’estero soprattutto in Inghilterra, America, oppure Spagna, Sud America è già ampiamente utilizzata. In Italia invece è ancora agli albori perché l’ordine degli psicologi ha appena riconosciuto la validità della psicoterapia online.   ### Tradimento, superare il senso di colpa!   Sensi di colpa da tradimento: come superarli Perché si provano i sensi di colpa? Nella maggioranza dei casi, colui che tradisce sente un forte senso di colpa nei confronti del partner tradito di cui ha, come conseguenza, leso la fiducia. Il senso di colpa tuttavia è presente anche in colui che è stato tradito, poiché superata la rabbia iniziale, superata la delusione e il trauma il senso di colpa molto spesso emerge anche in colui che è stato tradito e non solamente nel traditore. La reazione della persona tradita Il tradito infatti comincia a farsi delle domande sulle sue colpe, che possono esserci state o meno, e che sono la causa dell’abbandono da parte del partner traditore. Sono quindi due sensi di colpa differenti: Il primo è immediato nasce appena viene scoperto il tradimento o ancor prima quando viene realizzato. Questo accade nella maggior parte dei casi, a meno che la relazione sia completamente finita. Colui che è stato tradito, invece, avverte il senso di colpa più lentamente che nasce dopo la rabbia e diventa, successivamente, preponderante. La persona inizia a chiedersi quali sono le vere responsabilità, quali sono le colpe non comprese e qual è il suo ruolo nel fallimento della relazione che hanno determinato il tradimento. Questa è una dinamica importante da conoscere per poter affrontare e risolvere il tradimento poiché se entrambi riescono ad attribuire a sé stessi delle responsabilità e delle colpe, entrambi diventano protagonisti dell’evento attribuendosi il problema, ed entrambi possono affrontarlo in maniera risolutiva. ### Non è il paziente a scegliere la terapia Non è il paziente a scegliere la terapia il paziente sceglie il terapeuta, sceglie il professionista a cui affidarsi in un momento di difficoltà e lo fa attraverso una serie di elementi che magari cerca su internet approfondisce le specializzazioni che ha il terapeuta e ascolta le sensazioni che ha a riguardo. Ci sono tanti aspetti e fattori che entrano in gioco nel momento in cui si sceglie un terapeuta, tuttavia un paziente sceglie il terapeuta e non la terapia. Molte volte mi capita di ricevere telefonate in cui mi viene detto “vorrei fare quella terapia”. Esistono infatti molte terapie anche conosciute e individuate ai più come strumenti per intervenire su un problema specifico ad esempio ad oggi va molto di moda la mindfulness o l’emdr. Come queste ce ne sono molte e il paziente può giustamente informarsi recuperando nozioni, ritiene che possano essere per lui l’intervento efficace quindi lo richiede al terapeuta che trova. Può essere che queste tecniche siano effettivamente degli interventi su di lui efficaci perché magari ha trovato una certa correlazione tra ciò che vive e le caratteristiche che vengono descritte. Tuttavia è sempre e solo il terapeuta che deve valutare qual è il tipo di trattamento necessario a generare appunto la cura, facilitare il cambiamento della persona. Un terapeuta, dal mio punto di vista, non può accettare passivamente una richiesta di questo tipo come invece a volte capita di vedere semplicemente per avere un paziente in più ed applicare un metodo che si sa utilizzare. Il terapeuta deve valutare qual è la situazione specifica che il paziente porta, qual è il disagio, qual è il disturbo e poi di conseguenza andare a strutturare un intervento appunto che sia efficace, che talvolta può prevedere la condivisione e l’accordo sulla metodologia proposta dal paziente. Altre volte invece il terapeuta deve riuscire a spiegare che l’intervento necessario deve essere diverso da quello che magari originariamente il paziente si aspettava per fare questo è necessario fare una fase di consultazione quindi dedicare i primissimi incontri ad analizzare il problema comprenderlo, comprenderne le origini e comprendere anche quali sono le conseguenze ed eventuali strade e percorsi percorribili per affrontarlo. Senza questo di fatto si diventa dei distributori automatici di terapie che vengono scelte da altri e in un qualche modo ci si toglie dal ruolo di responsabilità che invece questo lavoro inevitabilmente prevede.  E’ vero che il paziente sceglie il terapeuta su tutta una serie di criteri e probabilmente anche in base al tipo di terapia che va ad offrire però il terapeuta deve avere la lucidità di valutare se effettivamente l’intervento proposto aiuta effettivamente o se invece è necessario proporre qualcosa di diverso. Se il terapeuta applica pedissequamente ciò che il paziente chiede di fatto di terapeutico non c’è probabilmente nulla e contemporaneamente si toglie efficacia al proprio intervento, il terapeuta stesso deve essere capace di interrompere, di sospendere, il percorso e direzionare magari il paziente verso un altro terapeuta senza dover necessariamente accogliere delle richieste che il paziente fa ma che poi non sono vantaggiose appunto all’interno del percorso di cura. Non è mai il paziente a scegliere la terapia ma è il terapeuta che si fa carico delle richieste che il paziente porta, valuta l’applicabilità del percorso e sceglie, propone l’intervento migliore.  ### Perché lo psicologo psicoterapeuta non da consigli Mi capita continuamente di ricevere messaggi, telefonate, email, in cui mi viene riassunta la situazione e chiesto un consiglio. Come mai non posso darlo?  Principalmente per due motivi: innanzitutto c’è una componente etica e deontologica, con poche informazioni che vengono date, con una breve telefonata informativa piuttosto che con un messaggio WhatsApp o una email non posso farci niente. Non è mai la situazione di per sé che deve essere risolta ma è il significato che la situazione ha per la persona a dover essere cambiato e quindi poi affrontato ed eventualmente risolto. Quindi non è che di fronte alla situazione riportata per esempio “mio marito mi ha tradito” si può risolvere il problema con un consiglio, è impossibile! Innanzi tutto non sarei professionale a dare una risposta con poche informazioni a mia disposizione quindi è impossibile dare un consiglio e diffidate anche da chi offre questo tipo di consigli in maniera leggera perché non è il tema specifico che dovrà essere affrontato ma il significato che il tema genera per la persona. È anche impossibile dare consigli perché per poter essere utile per poter dare delle restituzioni e dei movimenti terapeuti, non dei consigli, mi occorrono molte più informazioni. Solitamente queste informazioni vengono raccolte nella fase di consultazione che ha la durata di due o tre incontri, dipende ovviamente dalla complessità del caso ed alla situazione specifica. In secondo luogo c’è anche una motivazione puramente professionale di rispetto del mio lavoro e della mia professionalità e della mia professione. Lo psicologo psicoterapeuta non dà consigli, non è un amico ma è un professionista a cui rivolgersi nel momento in cui si trova ad affrontare una difficoltà. Quindi lo psicoterapeuta in un qualche modo è portato a dover tutelare il proprio lavoro discriminando tra la componente puramente amicale di consiglio da quella invece puramente professionale cioè di restituzione terapeutica, di processo terapeutico. Per questo non riesco e non posso rispondere a tutte quelle telefonate a tutti quei messaggi, mail, in cui mi viene detta la situazione e chiesto un consiglio non perché non voglio ma perché per fare lo psicologo psicoterapeuta devo avere più informazioni e strutturare un intervento che può essere di consulenza psicologica, se voglio dare un consiglio devo pormi in una condizione amicale che esula dal mio ruolo e dalla mia professione.  ### Perché andare da uno psicologo "economico" è una pessima scelta! Parliamo di costi della terapia e di male investimenti rispetto ai costi che durante una terapia si devono sostenere. Attualmente c’è la liberalizzazione delle prestazioni pertanto il range di costo che un terapeuta può chiedere va da zero a infinito nel senso che non ci sono più delle linee guida da seguire rispetto ad una fascia di costo. Oggi giorno la mia professione è intasata di psicologi e psicoterapeuti o di presunti tali che giocano alla gara al ribasso tant’è che mi è capitato di vedere proposti i primi tre colloqui gratuiti, cosa a mio avviso aberrante. Esistono diverse fasce e costi in terapia e dal mio punto di vista nel momento in cui si deve scegliere un terapeuta è necessario chiedere bene qual è il prezzo e la tariffa che propone ed al tempo stesso non andare da un terapeuta eccessivamente economico poiché, può ingolosire i più, soprattutto nel momento di difficoltà credere di riuscire a trovare una cura ed un sistema di aiuto ad un prezzo irrisorio. Questo non è mai un’ottima idea sostanzialmente per 3 o 4 motivi.  Innanzi tutto andare da un terapeuta particolarmente economico non è una buona idea a mio avviso perché personalmente avrei sempre il dubbio del perché costa così poco: perché non è sicuro di quello che fa? Perché sta usando il mio caso per formarsi? Perché magari non ha tutti i titoli o tutte le competenze che magari a me necessitano? Le cifre medie di un colloquio psicologico psicoterapeutico vanno dai 70 ai 100 o 120 euro quindi mi sto riferendo a terapeuti che chiedono sostanzialmente dai 40 euro in giù. È inevitabile che in questi casi mi vien da chiedere perché un terapeuta professionista fa una tariffa così bassa. A mio avviso, così come ho anticipato, il professionista da un lato non è sicuro di quello che fa dall’altro lato non si sente sufficientemente esperto e quindi di fatto a sua volta è un apprendimento lavorare all’interno della stanza di terapia. Con un ingaggio così basso con una cifra così bassa che viene richiesta è davvero contento il terapeuta di quello che sta facendo? E’ contento di quello che percepisce? Si sente riconosciuto rispetto l’impegno o magari questa diventa una scusa ad esempio per fallire? Per esempio il terapeuta potrebbe dirsi “Tanto mi da 30 euro all’ora anche nel caso in cui le cose non vanno bene posso comunque giustificare il mio fallimento col fatto che comunque non è costato particolarmente”. Cosa succede se si spende poco per un colloquio o una terapia? Tendenzialmente si buttano altri soldi! Soldi per fare un altro percorso, conoscere un nuovo professionista, oltre a ciò si perde anche del tempo nel quale il sintono probabilmente peggiora. È fondamentale quindi analizzare bene gli aspetti del prezzo della terapia perché nel momento in cui un professionista si propone in questo modo probabilmente c’è qualcosa che non torna.   ### Cosa rende una psicoterapia efficace? Cos’è che rende una terapia efficace? Su tutti una sola cosa: la capacità del terapeuta di entrare in relazione, in una relazione di aiuto e di cura con la persona. Non è la teoria che il terapeuta applica e non è il mezzo tramite il quale la terapia viene erogata. Ci sono degli approcci che ad esempio si sono sviluppati principalmente nella cura di un disturbo ad esempio la psicanalisi di Freud per le ossessioni. Ci sono sicuramente delle caratteristiche della strutturazione della terapia che permettono al terapeuta di essere agevolato nella cura di un sintomo piuttosto che di un altro o di un problema. Non è però la terapia di per sé che rende efficace la terapia stessa bensì la capacità del terapeuta di andarla ad applicare. Io posso andare dal terapeuta che applica l’orientamento teorico specificatamente indicato per i miei disturbi e non sortire alcun effetto piuttosto che invece andare da un terapeuta magari che applica un altro orientamento che non è riconosciuto da tutti e avere degli ottimi effetti benefici. Perché avviene? Perché non è la teoria a determinare l’efficacia di una terapia bensì il terapeuta e la sua capacità di entrare in relazione con il paziente che rende efficace la terapia. Le stesse terapie sono state costruire da terapeuti che si sentivano più portati nella cura di una determinata patologia, di un determinato sintomo e pertanto sulla base delle loro caratteristiche personali, sulla base della loro esperienza nel modo di funzionare hanno sviluppato delle prassi che hanno reso quella teoria efficace. È il terapeuta che applica quelle teorie e le cala nella pratica attraverso la propria personalità e la propria capacità di entrare in relazione con il paziente. La stessa cosa vale per il mezzo attraverso il quale la terapia viene erogata, questa può essere dal vivo oppure mediata ad esempio da una video chiamata quindi una terapia a distanza oppure una chat o un’email. È il sistema che il terapeuta mette in atto, il sistema di cura quindi la sua capacità relazionale a determinare l’efficacia del percorso non il mezzo attraverso il quale poi va ad erogarla. Non è mai l’orientamento teorico e non è mai il mezzo utilizzato per la terapia a renderla efficace bensì è sempre e solo la capacità di sviluppare una relazione terapeutica, una relazione che cura.      ### Psicoterapia: curare i sintomi Parliamo del sintomo, del significato che assume e dello spazio che occupa all’interno della terapia. Capita spesso che pazienti dicano di venire in terapia per il sintomo eppure del sintomo non se ne parla ad ogni colloquio. Il sintomo è come se talvolta venisse messo fra parentesi pertanto i pazienti si chiedono perché questo avvenga.  Il sintomo, nella grandissima maggioranza dei casi, altro non è che la punta di un iceberg di un sistema all’interno del quale la persona è inserita. Ossia un sistema che è composto da tutti i sistemi, le sfere e gli ambiti nei quali la persona vive. Queste si strutturano le une con le altre e in base anche al sistema di funzionamento che la persona sceglie di agire sviluppato il sintomo. È chiaro che una persona viene in terapia per curare un sintomo. Nel momento in cui c’è un sintomo presente però è sempre necessario capire qual è il contesto di origine del sintomo stesso, quali sono gli elementi del sintomo e quali sono i sistemi, paradigmi, da modificare per far si che il sintomo svanisca. La terapia infatti non è una pillolina magica che assunta una volta al mese fa sparire il sintomo. La terapia è un sistema, un lavoro che va a riorganizzare i significati della persona, significati all’interno dei quali il sintomo è diventato una risposta che la persona mette in atto. Pertanto è sempre fondamentale riuscire a capire qual è il sistema di funzionamento che una persona instaura e vive. Questo è fondamentale per riuscire a comprendere perché la persona ha sviluppato proprio quel sintomo e perché il sintomo ha quelle caratteristiche. Il sintomo altro non è che una degenerazione dei meccanismi che la persona utilizza, molto spesso questi meccanismi non generano un sintomo nonostante abbiano la stessa matrice di origine del sintomo. In altri contesti tuttavia lo stesso tipo di funzionamento può andare a generare un sintomo. Per esempio parliamo di agorafobia ovvero lo sviluppo della paura degli spazi aperti, di rimanere soli in mezzo alla folla. L’agorafobia è una risposta intelligente da un sistema complesso, tendenzialmente è la risposta ad un richiamo che una persona molto importante per la propria vita fa e alla quale la persona che sviluppa il sintomo risponde tramite l’agorafobia. Questa risponde tramite lo sviluppo del sintomo in modo tale che ad esempio non è costretta ad allontanarsi per continuare a svolgere ad esempio le funzioni di cura nei confronti della persona di riferimento appunto nei confronti della quale è stato anche sviluppato il sintomo. Questo è un sistema di significati per cui sostanzialmente si sviluppa un sintomo, la paura degli spazi aperti, di uscire soli, questo è un sistema patologico perché sviluppa nella persona la sintomatologia. La stessa persona tuttavia potrebbe mettere in atto nella sua vita tanti altri meccanismi simili cioè tanti altri meccanismi che in un qualche modo la costringono e le permettono di rimanere vicino a questa persona che non sono di per sé stessi sintomi ma che assumono lo stesso significato o meglio svolgono la stessa funzione. È sempre fondamentale quindi riuscire a comprendere il sistema di significati e di funzionamento della persona perché solo così facendo è possibile andare a ristrutturare dei paradigmi della persona in modo che successivamente il sintomo si risolva.        ### Separazione: quando dirlo ai figli Quando comunicare la decisione di separazione ai propri figli? Questa è una sfida particolarmente delicata, una situazione molto importante che una coppia, quando sceglie di separarsi, deve riuscire ad affrontare dal punto di vista genitoriale. Ogni genitore nel momento in cui termina la propria relazione di coppia si interroga su quando comunicare la decisione di separazione ai propri figli. Questa è una sfida particolarmente delicata, una situazione molto importante che una coppia nel momento in cui sceglie di separarsi deve riuscire ad affrontare dal punto di vista genitoriale. Infatti ogni genitore nel momento in cui appunto termina la propria relazione di coppia si interroga su quando comunicare questa notizia ai figli, su come farlo, quali potrebbero essere le conseguenze che questa comunicazione porta con sé. Le domande che generalmente mi vengono poste sono tre: quando dirlo, come dirlo e quali conseguenze. Oggi analizziamo la prima domanda: “Dottore quando è il momento giusto?”. La risposta è semplice: il momento giusto per questo tipo di comunicazione non esiste. Non ci sarà mai un momento giusto per cui questa comunicazione possa essere recepita senza rimanerne sconvolti senza che questa generi un’alterazione del loro equilibrio. Inevitabilmente il sistema famigliare e la sua configurazione vengono alterati. La separazione prevede che uno dei due per lo meno esca dalla casa di famiglia. Pertanto il momento giusto per una comunicazione di questo genere non esiste! Esistono dei momenti in cui verosimilmente sono meno sbagliati di altri ma non ci sarà mai una situazione facile, perfetta, per poter fare una comunicazione di questo tipo.  Devono ovviamente essere considerati tutta una serie di elementi per scegliere quando poter fare questa comunicazione, è importante dar loro un momento di rielaborazione delle informazioni. Questa comunicazione dal mio punto di vista non deve essere data ad esempio immediatamente dopo una vacanza o durante una vacanza, piuttosto che decidere di comunicare e poi decidere cosa fare, oppure ancora dare questa notizia la domenica sera e il lunedì tornare alla routine di tutti i giorni. È fondamentale lasciare un tempo di decantazione dell’informazione, di elaborazione, che permetta di discuterne, parlarne come per esempio l’inizio di un weekend. C’è tuttavia un altro aspetto, più macro rispetto quanto già accennato. Quando dare questa informazione all’interno del ciclo di vita famigliare? Quando si sceglie di separarsi uno dei due coniugi deve cambiare casa, a mio avviso infatti non è funzionale dare la comunicazione ed uscire di casa il giorno successivo come non lo è altrettanto effettuare la comunicazione e uscire di casa a distanza di un anno poiché compromette l’aspetto temporale. Uscire di casa il giorno successivo alla comunicazione non da tempo di elaborazione e corrisponde all’aspetto micro della situazione, ovvero ritagliarsi tempo, per esempio un weekend. Dall’altro lato far passare troppo tempo tra comunicazione e uscita di casa di un genitore non è altrettanto funzionale poiché costringe la famiglia a vivere in una situazione triste e instabile.      ### Le nuove forme della psicoterapia Faccio un breve video su quali sono le nuove forme di terapia, in particolare mediate dalla tecnologia, quindi in riferimento alla psicoterapia online recentemente è stata approvata la possibilità, a livello nazionale italiano, di erogare delle prestazioni di psicoterapia online mentre fino a qualche anno fa si potevano esclusivamente erogare delle consulenze psicologiche online. Queste ovviamente hanno una profondità diversa e non costituiscono una terapia quindi con l’utilizzo di specifiche tecniche terapeutiche. Le possibilità oggi sono diverse e la tecnologia avanza sempre più velocemente e con sé anche la possibilità di fare colloquio online quindi anche la possibilità del paziente di usufruire, oltre alla psicoterapia classica, di forme differenti. Le nuove forme di psicoterapia sono sostanzialmente tre. Il primo è la psicoterapia online che avviene tramite un video consultazione, si utilizzano dei sistemi di videoconferenza classici che garantiscono la tutela de dati come per esempio Skype, Facetime oppure la videochiamata Whatsapp. Non cambia sostanzialmente nulla se non per il fatto che viene utilizzato un dispositivo elettronico per effettuare il colloquio quindi la persona e il dottore si mettono davanti allo schermo e svolgono il loro colloquio. Ci sono poi altre due forme di terapia, più pionieristiche rispetto la psicoterapia online, che sono la consulenza via chat oppure attraverso mail. Queste forme vengono generalmente integrate all’interno di una psicoterapia classica oppure online è infatti frequente che un paziente nel momento in cui non ha un appuntamento immediato il giorno successivo all’appuntamento mandi una mail o un messaggio. È possibile tuttavia svolgere anche dei veri e propri percorsi mediati dai sevizi chat o email; la differenza sostanziale è che per quanto riguarda la chat c’è una certa sincronicità ovvero c’è una chat live e in diretta dove c’è un confronto e un botta e risposta immediato tra il paziente e il terapeuta cosa che invece non avviene con un email. Con quest’ultima infatti i tempi si dilatano. Dal mio punto di vista questi non devono più essere dei servizi accessori nel senso che non devono essere solamente dei servizi che vanno ad implementare o a completare un servizio dal punto di vista terapeutico benché possono trasformarsi anche nel mezzo principale tramite il quale viene erogata una consulenza. Questo perché le nostre vite sono sempre più diffuse, ci sono sempre più social network e servizi chat che possono diventare anche degli strumenti di aiuto e non solo di svago. Dal mio punto di vista nei prossimi anni ci si approccerà più spesso a questo tipo di terapie e se ne vedrà sempre di più l’efficacia. All’estero ad esempio soprattutto in America, Australia e Inghilterra sevizi di questo topo sono ampiamente diffusi, in Italia si contano invece sulle punte delle dita. Questi strumenti saranno sicuramente il futuro e lo psicologo deve conoscerli e poterli utilizzare rendendoli utili alla pratica clinica.   ### Quali differenze ci sono tra attacco di panico e ansia? Che differenza c’è tra ansia e attacco di panico? L’attacco di panico è uno dei possibili disturbi d’ansia, non l’unico ma uno dei più frequenti. La differenza sostanziale è che l’attacco di panico altro non è che un picco d’ansia che solitamente ha una durata circa di una decina di minuti in cui c’è un’insorgenza immediata e una remissione altrettanto immediata di tutta una serie di sintomi che sono più o meno una dozzina. Per diagnosticare un attacco di panico non è necessario averli tutti ma avvertirne almeno seisette in contemporanea come ad esempio la tachicardia, la sudorazione, il fiato corto, sensazione di confusione, sudorazione, formicolio agli arti. L’attacco di panico è un vero e proprio attacco, è qualcosa di rapido e molto forte, raggiunge il picco massimo e si risolve in un periodo breve. L’ansia, ne condivide alcune caratteristiche come per esempio la paura, l’agitazione, il timore, l’apprensione, tuttavia è una condizione ben diversa poiché generalmente non è caratterizzata da picchi ma da una condizione costante. L’ansia può durare per tutto l’arco della giornata o comunque per più ore consecutive e portare con sé apprensione, timore e preoccupazione, un chiodo fisso in testa che porta a pensare sempre alla stessa cosa che porta ovviamente anche la manifestazione di sintomi fisici come quelli che ho citato per l’attacco di panico, che possono ad esempio essere dei problemi gastrointestinali, nodo allo stomaco o groppo in gola. Questi sintomi non diventano mai completamente ingestibili al punto di credere di stare impazzendo. La differenza sostanziale tra attacco di panico e ansia è che nell'attacco di panico si genera una situazione improvvisa, un picco che successivamente rientra. L’attacco di panico è intenso, rapido, breve. L’ansia invece è una condizione più generalizzata, duratura, diffusa nell'arco della giornata. L’attacco di panico è un insieme di sintomi ben definiti, è intenso e breve, l’ansia generalizzata è costante, diffusa, molto intensa ma caratterizzante la vita della persona. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Cos'è la fobia sociale? Cos’è la fobia sociale? Si sente sempre più spesso parlare di fobia sociale, possiamo dire che è una delle fobie più diffuse nel mondo d’oggi in particolare, come suggerisce il termine, la fobia sociale è una paura irrazionale determinata e connessa a contesti sociali. La persona ha paura, ansia molto forte nel momento in cui teme di poter essere esposta ad eventi sociali di diverso genere. Non solo quando deve esporsi in pubblico o fare una presentazione di sé stessi ma anche nel momento in cui, ad esempio, le viene chiesto di partecipare a cene, eventi, situazioni dov’è costretta a relazionarsi con più persone contemporaneamente in un ambiente solitamente lontano da quello domestico. Ci sono diversi sintomi che vengono individuati: il principale è sicuramene l’ansia, seguito dalla paura del giudizio e da un sentimento di vergogna. C’è quindi una forte agitazione, preoccupazione, nel momento in cui si è esposti o si crede di poter essere esposti ad una condizione sociale, un evento, ma c’è anche paura di non poter controllare i sintomi e manifestarli in pubblico pertanto avere crisi pubbliche e di essere per questo derisi oppure ancor peggio non avere aiuto. Questo implica che il comportamento della persona subisca una serie di modificazioni nel tempo poiché l’ansia diventa sempre maggiore e la persona si accorge che spesso l’ansia è irrazionale e non motivata dall’esposizione ma che tuttavia avverte. La persona può nel tempo ridurre i comportamenti, ridurre le occasioni sociali, rifiutare gli inviti ad uscire a cena e ritirarsi sempre di più in casa riducendo al minimo tutte quelle che possono essere appunto contatti con altre persone sino ad arrivare a vivere una vera e propria situazione di reclusione e grandissimo disagio. Questo è un disturbo che si sta sempre di più sviluppando e che richiede un intervento sempre più tempestivo da parte dello scenario medico e da parte anche di quello psicoterapeutico psicologico quindi da parte di chi si occupa di questi disturbi clinici poiché indipendentemente da qual è il contesto che genera principalmente paura e indipendentemente da quali sono le caratteristiche specifiche della persona ad esempio l’età, il sesso o le motivazioni per le quali ha sviluppato questa patologia, la fobia sociale sta diventando sempre più invalidante e sta diventando una piaga della società moderna quindi in questo caso la cosa più importante da fare, soprattutto nel momento in cui ci si rende conte che si inizia a vivere una certa apprensione e paura per le situazioni sociali, è quello di chiedere aiuto ad una persona competente in grado di poter dare un aiuto immediato e pratico a chi si trova a vivere questo tipo di difficoltà.     ### Sintomi psicologici: risolverli comprendendo il vantaggio secondario Comprendere il Vantaggio Secondario del Sintomo per Superarlo Il Sintomo Come Tentativo di Soluzione Comprendere il vantaggio secondario del sintomo è fondamentale per risolverlo. Questo permette di liberarsene in modo più efficace e consapevole. In un precedente video ho parlato del doppio legame, spiegando la natura paradossale che esso comporta e il significato che il sintomo assume all'interno di questo meccanismo. Ti consiglio di guardarlo per comprendere meglio anche questo argomento. Troverai il link sia in descrizione che all’interno del video stesso. In sintesi, il sintomo non è altro che una soluzione creativa che la persona mette in atto nel tentativo di conciliare e risolvere un paradosso presente nella propria vita. Tuttavia, per definizione, il sintomo è una soluzione disfunzionale: è faticoso, fastidioso e può avere effetti negativi sulla qualità della vita. Il Ruolo del Vantaggio Secondario Capire il vantaggio secondario del sintomo significa comprendere il motivo per cui esso si mantiene nel tempo. Se è vero che il sintomo è sempre un tentativo di risolvere una situazione paradossale, allora il vantaggio secondario rappresenta la soluzione implicita che il sintomo stesso porta con sé. Facciamo un esempio pratico. Immaginiamo una ragazza molto legata alla propria madre. Nel momento in cui si trova a dover compiere passi importanti nella sua vita, come iniziare un nuovo lavoro, andare a convivere con il fidanzato o trasferirsi in un’altra città, sviluppa attacchi di panico. Da un lato, desidera costruire la propria indipendenza e vivere la sua relazione in modo autonomo. Dall’altro, però, non riesce a lasciare la madre, forse per senso di colpa o per paura di distaccarsi. In questa dinamica, il sintomo assume un ruolo cruciale: sviluppando gli attacchi di panico, la ragazza sospende il progetto di convivenza con il fidanzato. Questo la solleva, inconsciamente, dal senso di colpa legato al lasciare la madre, perché può attribuire la colpa della sua scelta non a se stessa, ma al suo stato di salute. Inoltre, la presenza del sintomo porta con sé un altro effetto: la madre, vedendola in difficoltà, diventa ancora più premurosa e attenta nei suoi confronti, offrendole cure e attenzioni che magari prima non c’erano. Anche il fidanzato, a sua volta, modifica il suo comportamento, diventando più presente e rinunciando magari a uscire con gli amici per stare accanto a lei. Quando il Disagio Porta Benefici Inconsci Questo è un classico esempio di vantaggio secondario. Nonostante il sintomo sia doloroso e limitante, porta con sé alcuni benefici inconsci. Da un lato, la persona soffre per la sua condizione, ma dall’altro riceve maggiore supporto e attenzioni da chi le sta vicino. Questo può far sentire la persona, almeno in parte, più al sicuro o più accudita. Le cure ricevute, l’affetto incondizionato della madre e del fidanzato, la riduzione di responsabilità nei confronti delle proprie scelte: tutto questo rafforza inconsapevolmente la presenza del sintomo. Il problema è che questo meccanismo, sebbene rassicurante nel breve periodo, nel lungo termine diventa disfunzionale, perché mantiene la persona bloccata nella stessa situazione senza permetterle di trovare una vera soluzione. Come Comprendere il Proprio Vantaggio Secondario Capire il proprio vantaggio secondario è un passaggio essenziale per superare il sintomo. Spesso, spiegarsi razionalmente perché si soffre di un certo disturbo è difficile senza l’aiuto di un terapeuta. Tuttavia, identificare i vantaggi secondari è un processo più accessibile e può fornire importanti indizi per il percorso di guarigione. Una domanda utile da porsi è: "Cosa è cambiato nella mia vita da quando ho sviluppato questo sintomo?" Ad esempio, la ragazza dell’esempio precedente potrebbe rendersi conto che: La madre è diventata più presente e premurosa, preparandole la colazione ogni mattina, cosa che non faceva da anni. Il fidanzato è diventato più attento e disponibile, trascorrendo più tempo con lei invece di uscire spesso con gli amici. Ha ricevuto maggiore comprensione da parte delle persone intorno a lei. Tutti questi aspetti sono elementi concreti e osservabili, che possono aiutarla a capire il ruolo che il sintomo sta giocando nella sua vita. Dalla Comprensione alla Guarigione Capire il proprio vantaggio secondario è un passo fondamentale per iniziare un percorso di cambiamento. Attraverso questa consapevolezza, è possibile lavorare con uno specialista per modificare le dinamiche che mantengono il sintomo e trovare soluzioni più funzionali. Il vero obiettivo non è perdere i benefici ottenuti, ma trovare modi più sani e consapevoli per soddisfare quei bisogni senza dover ricorrere al sintomo.   ### Psicoterapia: i tempi del sintomo Perché nella terapia e più nello specifico nella fase di consultazione si chiedono sempre i tempi degli accadimenti? Questo viene chiesto sia in termini di quando è successo qualcosa, ad esempio: “quando hai scoperto al malattia? Quando sei stato licenziato?”. Vengono anche chiesti però i tempi delle decisioni che non sono necessariamente connessi al dato dell’accadimento. Per esempio “quando avete deciso di sposarvi?”. Questi dati sono importanti non solo per comprendere qual è la cronologia della persona, non solo per comprendere la linea del tempo ma soprattutto per riuscire a dare un significato al problema sia quando si parla di problemi esistenziali ma soprattutto durante un esordio sintomatico. C’è sempre, infatti, un nesso temporale che solitamente viene individuato in un intervallo di più o meno sei mesi dalla data dell’accadimento. Ciò significa che è come se in quel periodo, in quel momento, fosse successo qualcosa, solitamente qualcosa di improvviso, oppure si è deciso qualcosa di importante per la propria vita. Entro una finestra di circa un anno si riconosce l’esordio del sintomo! Quindi è fondamentale rintracciare quali sono questi accadimenti e momenti decisionali perché sono estremamente importanti per riuscire a comprendere non solo il significato del sintomo ma anche qual è la migliore direzione che la terapia deve assumere in modo tale da riuscire a focalizzarsi sul qui e ora quindi sul perché adesso si sta così male, perché adesso si è sviluppato quel sintomo. Dopo che è stato compreso è altrettanto importante riuscire a connetterlo dal “qui ed ora” al “là ed allora” del paziente ovvero comprendere perché, a fronte di come si sta vivendo, si è sviluppato il sintomo. Il sintomo è come se fosse un attrito tra il modo di funzionare della persona e le sfide, gli accadimenti che la vita pone davanti. Riuscire a capire qual è il nesso temporale quindi gli elementi scatenanti una determinata situazione è importantissimo per riuscire a strutturare una terapia efficace.  ### La cultura della vittoria è la più grande sconfitta Facciamo qualche riflessione sulla vittoria, sul concetto di vittoria e sulla cultura della vittoria.  La cultura della vittoria è un sistema puramente occidentale che in qualche modo caratterizza e definisce il nostro comportamento in termini puramente prestazionali. La cultura della vittoria è qualcosa di deleterio e qualcosa di distruttivo soprattutto nella costruzione della personalità di un individuo. Innanzi tutto la cultura della vittoria evidenzia ed etichetta inevitabilmente il fallimento, qualcosa di sbagliato, nonostante la vita sia fatta di fallimenti. Un secondo punto importante è che non fa altro che aumentare la posta in gioco, cioè l’impossibilità di fallire e il dover necessariamente raggiungere la vittoria non fa altro che ridurre le possibilità di vincere. Questo accade perché questa cultura non fa altro che aumentare la percezione del rischio della perdita e non fa altro che aumentare la percezione alla sconfitta perché è qualcosa che cerco di evitare e da cui cerco di allontanarmi. Di conseguenza, inevitabilmente, la cosa continua ad essere presente pertanto non ne sono realmente libero. La cultura della vittoria è disfattista e potrebbe determinare dei rischi per la persona perché nel momento in cui si fallisce si deve lavorare per cercare di non pensarci e andare oltre. Nel momento in cui non si ha successo ci si orienta immediatamente alla sfida successiva, sostanzialmente una vita d’inferno. È chiaro che è più facile parlare che mettere in atto, non necessariamente una cultura della sconfitta, ma dell’apprendimento. Attraverso la cultura dell’apprendimento non esiste né vittoria né sconfitta ma la possibilità di riuscire o la possibilità di imparare qualcosa, imparare a come farlo. Nella cultura della vittoria c’è il grande rischio di essere esposti all'infelicità perché si cerca in tutti i modi di evitare la sconfitta quindi questo inevitabilmente determina un momento nel quale, dopo una sconfitta, devo dimenticare velocemente. Allo stesso modo nel momento in cui si vince devo inevitabilmente orientarmi ad una nuova sfida e ad un nuovo successo perché di fatto è una condizione base, è data per scontata, la vittoria è l’unica possibilità e realtà desiderabile. Non si deve esaltare il fallimento ma costruire una cultura dell’apprendimento basata sulla possibilità di riuscire a fare qualcosa, avere e darsi la possibilità di imparare. Per riuscire a sviluppare una cultura dell’apprendimento è importante tenere a mente qual è la mappa della propria vita, riuscire a guardare i comportamenti, i successi e i fallimenti, gli esiti delle azioni e osservare tutto ciò come una piccola parte del percorso di vita che ci si trova a vivere ed affrontare. Quindi imparare a non rendere ogni singola situazione una questione di vita o di morte ma riuscire a vedere tutto lungo l’asse della vita.   Quando si ha un sintomo si è disperati, distrutti, si vive particolarmente male ma questo caratterizza l’ultimo periodo della vita, gli ultimi mesi o anni. Riuscendo a vedere la limitatezza temporale di ciò che si sta vivendo, osservandolo in ottica prospettica, ci si permette la possibilità di cambiare, di dire: “ok vado oltre, cambio, mi do la possibilità di stare meglio”. Solo vedendo l’intera mappa della propria vita una persona può scegliere di cambiare direzione perché se invece si guarda solamente pochi centimetri avanti a sé, solamente caratterizzati e connotati dal sintomo che si sta vivendo, inevitabilmente il sintomo andrà a condizionare il resto della propria vita.     ### Auto-percezione: passato, presente e futuro Parliamo di auto percezione e del ruolo che ha nella costruzione del nostro comportamento e nella composizione del nostro presente, nella definizione del nostro futuro. L’auto-percezione come dice il termine stesso è come un persona percepisce se stessa, l’idea che la persona ha di sé. Ha tre caratteristiche fondamentali: è innegabile, una persona non può evitare di costruirsi un’immagine di sé e questa inevitabilmente ha un peso sul nostro agito. Pensiamo quante volte l’essere convinti di riuscire a portare a termine una cosa, sentirsi confidenti, forti, capaci poi influenza effettivamente il nostro agito ed anche viceversa. La seconda caratteristica importantissima è che l’auto percezione tendenzialmente è un punteggio generico, una media, una somma di tutte le nostre caratteristiche, successi e insuccessi, diviso per il numero di eventi che ognuno di noi prende per calcolare questa operazione. Quindi spesso è poco informativa perché difficilmente riesce ad essere aderente e specifica alla situazione che si sta vivendo. Questo introduce la terza caratteristica ovvero la trasversalità. L’auto-percezione tende infatti a rimanere costante indipendentemente da qual è il contesto di vita all’interno del quale è giocata. Una persona che ha poca stima di sé sarà portata ad averla in maniera trasversale al contesto ovvero indipendentemente dalla situazione specifica. Qual è il rischio? Essere condizionati nella propria percezione ed è inevitabile! Noi non possiamo liberarci dalla percezione che abbiamo di noi stessi ed è così importante ed evidente che non gli prestiamo l’attenzione sufficiente nel momento in cui andiamo a definirla. Permettiamo quindi che abbia un grande impatto sul nostro agito ma non definiamo con attenzione quali sono gli elementi che la costituiscono, non riusciamo per esempio ad essere oggettivi rispetto la nostra capacità di svolgere un determinato compito e non siamo oggettivi nella valutazione che diamo di noi stessi. Questo ci porta inevitabilmente ad un problema enorme ovvero ci porta a vivere una vita fatta di un grande lato di inconsapevolezza, un grande lato di incapacità nel riuscire a definire chi effettivamente siamo e cosa possiamo effettivamente fare. Quindi il mio consiglio è di riuscire a concentrarsi su questi tre aspetti, sulle tre caratteristiche dell’auto-percezione. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Seregno, oltre ad altri 6 centri in provincia di MB, Lecco e Como. ### Perchè le psicoterapie che "spiegano" non funzionano! Perché la psicoterapia basata sulle spiegazioni non funziona mai? La psicoterapia basata sulle grandi spiegazioni di come funziona il cervello, di quali sono i processi cognitivi e di cosa succede in termini inconsci all'interno della testa che ci porta ad agire in un determinato comportamento oppure a vivere una determinata situazione, perché non funzionano?  La mente funziona in una maniera molto spesso più inconscia, più emotiva, più immediata, più istintuale e quindi è su quel processo che si deve agire. Per fare un esempio parliamo del libro “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman, premio Nobel l’economia qualche anno fa e psicologo. In questo libro Kahneman è stato molto bravo a spiegare quali sono i processi di pensiero che agiscono sia nella presa di decisione che nel nostro funzionamento quotidiano. Individua due tipi di sistemi: un sistema uno che è un sistema irrazionale, emotivo, immediato ed istintuale. Questo genera uno scarso dispendio di energia da parte nostra ed un sistema 2, molto più complicato, ponderato, razionale, lento e dispendioso. Il sistema 1 è quello che prediligiamo, sia nelle nostre azioni quotidiane sia nel momento in cui si fa fronte ad un compito. A parità di probabilità di utilizzo io posso scegliere se usare il sistema 1 o il sistema 2 propenderò inevitabilmente verso il sistema 1 ovvero quello che noi utilizziamo nel fare dei comportamenti automatici ed immediati. Il sistema 1 come detto è un sistema distintivo, immediato ed economico mentre il 2 è un sistema dispendioso, ponderato e razionale. Molto spesso il terapeuta, nel tentativo di farsi capire e dimostrare la sua competenza si lancia nelle grandi spiegazioni razionali di ciò che succede e del perché qualcosa è accaduto e cosa si dovrebbe fare per risolverlo. Sono tutte cose corrette tuttavia a mio parere si dovrebbe lavorare sul sistema 1 e non sul 2. Se una persona per esempio ha una fobia questa sa benissimo che la fobia è qualcosa di irrazionale quindi razionalmente le si può spiegare che non deve avere paura, per esempio dei ragni, tuttavia tutte le volte che vedrà un ragno ne avrà paura. La paura irrazionale è nel sistema 1. Lavorare sul sistema 2 può essere utile nel breve periodo eppure sul lungo periodo questa cosa non funziona perché il sistema uno innesca quella memoria muscolare, modalità di ragionamento, che nel momento in cui sono esposto o penso allo stimolo che mi genera disagio il corto circuito cerebrale si attiva e si inizia, per esempio, ad avere paura.   La psicoterapia quindi deve basarsi su una parte di spiegazione e di restituzione al paziente, che gli permette di avere un quadro completo e più chiaro del sistema di ciò che sta accadendo ma non può basarsi esclusivamente su questo. La reale efficacia è lavorare a livello emotivo, istintivo, inconscio in modo tale poi che la persona inizi a stare meglio perché è il sistema 1 che è stato cambiato   ### La psicoterapia efficace Perché in una professione come la psicoterapia è importantissimo riuscire a lavorare efficacemente in equipe? La psicoterapia e la psicologia in generale sono una disciplina molto ampia, caratterizzate da tante possibili patologie e da tante possibili sfaccettature differenti. Il terapeuta quindi non può avere la presunzione di credere di poter curare tutto. Come nella medicina esistono differenti specializzazioni allo stesso modo nella psicologia ci sono diversi sintomi e diverse patologie quindi altrettante specializzazioni. È quindi necessario riuscire a trovare il terapeuta giusto per riuscire ad essere utili e riuscire a trovare un’efficacia all’interno del percorso che viene svolto e per fare questo una caratteristica fondamentale che il terapeuta deve avere è sicuramente il lavoro in equipe. Il terapeuta infatti deve poter essere in grado di inviare la persona anche solo dopo il primo colloquio ad un altro collega nel momento in cui non ritiene di esser la persona più indicata per affrontare la difficoltà. Ad esempio all’interno della mia equipe siamo in sette ed ognuno di noi, nonostante lavoriamo su trequattro macro categorie di sintomo, ha una specializzazione diversa. Esistono anche specialisti diversi quindi molte volte mi capita di inviare a seguito del primo colloquio la persona ad un altro membro dell’equipe che è molto più specializzato e più capace nell’andare a trattare lo specifico problema per il quale la persona chiede aiuto. Dal mio punto di vista questa è professionalità: il terapeuta si deve fermare e riuscire a dire che la persona più indicata non è lui ma un collega. Questa è una componente necessaria ma che può essere agita solamente nel momento in cui si lavora in equipe, nel momento in cui ci siano dei colleghi validi di cui si ha piena stima ed a cui poter inviare la persona. Il secondo aspetto importante è che il lavoro di equipe permette di sottrarsi e permette di non incappare in quel rischio dell’eremo cerebrale cioè quella solitudine mentale che molte volte affligge lo psicologo psicoterapeuta ovvero quel sovraccarico mentale di chi fatica e che spesso genera insicurezza. Questo è possibile nel momento in cui uno psicoterapeuta ha diversi casi su cui lavorare e nessun collega con cui potersi confrontare. Quindi è come se sentisse il carico completamente sulle sue spalle e fosse sostanzialmente in gran difficoltà non perché non sa trattare il problema specifico ma perché si deve fare carico del peso della situazione. La capacità di stare sul pezzo e affrontare la sfida è completamente diversa se affrontata da soli o in equipe, soprattutto in un lavoro che ha a che fare con la salute mentale come quello di psicoterapeuta.  A mio avviso quindi una caratteristica fondamentale tanto quanto la competenza per uno psicoterapeuta è la capacità di lavorare in equipe, disporre di un’equipe di professionisti di cui si fida ed a cui poter inviare casi che non sente essere in grado di trattare al meglio. L’equipe permette infine di discutere all’occorrenza di tutto ciò di cui si è in dubbio per padroneggiare al meglio ciò che si fa.       Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Auto-illusione positiva. La nostra condanna L’auto illusione positiva è una componente universale, presente in ciascuno di noi. È estremamente utile e conveniente per la persona ma da cosa è caratterizzata? Innanzi tutto è composta da una percezione di sé che è più positiva rispetto ad ogni ragionevole dubbio. Ognuno di noi ha una visione di sé caratterizzata positivamente, cosa che avviene anche nel momento in cui si ha una bassa autostima e si è convinti di non valere nulla poiché tendiamo sempre ad ascrivere la responsabilità dell’eventuale fallimento a delle cause esterne ad esempio “Io sono una brava persona ma purtroppo mi è successo questo”. Quindi piuttosto che raccontare i nostri fallimenti e le nostre fatiche con una serie di “se” e “potrei” come “potrei essere” oppure ascrivere queste responsabilità a qualcun’altro come “se luilei non fossero”. La nostra idea e la nostra percezione di noi stessi tende ad essere positiva anche nei momenti in cui di fatto stiamo fallendo e abbiamo delle caratteristiche e dei tratti che non ci piacciono e la responsabilità ricade totalmente su di noi. Il secondo aspetto è legato all’idea di avere un controllo sulle nostre vite ben maggiore di quello che abbiano in realtà per esempio ci sentiamo sicuri quando abbiamo un posto di lavoro, questa sicurezza non è esattamente come la percepiamo. Viviamo nell’idea di controllare la nostra vita quando in realtà molte delle aree che pensiamo siano sotto il nostro controllo in realtà non lo sono. Un terzo elemento importante è che spesso abbiamo un’idea del futuro eccessivamente positiva nonostante la situazione attuale non faccia presupporre una visione così positiva da raggiungere nel futuro. Per esempio “vorrei diventare ricco”, tuttavia nel presente non ci stiamo chiedendo cosa stiamo facendo oggi per ottenere ciò che vorremmo domani. Spesso, alla domanda “cosa stai facendo oggi per ottenere quello che vorresti domani?” la risposta è “nulla”. È importante quindi essere consapevoli delle proprie auto illusioni positive affinché con la consapevolezza si possa lavorare sulle aree in cui si mente a sé stessi e poterle cambiare. L’auto illusione positiva è normale e spesso vantaggiosa ed è composta da una visione eccessivamente positiva di sé, la sensazione di poter controllare ogni aspetto della propria vita ed una visione del futuro più rosea rispetto quanto i dati attuali fanno presupporre. Rendendosi consapevoli si può governare sempre di più le proprie scelte. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Come funziona il primo colloquio con lo psicologo In cosa consiste il primo colloquio con uno psicologo psicoterapeuta? Il primo colloquio è un momento particolarmente delicato ed importante della terapia, molto spesso per molte persone è la prima volta che si approcciano ad un professionista di questo tipo e quindi portano con sé gli stereotipi, pregiudizi, rispetto a questa professione. Ci può essere quindi un certo livello di agitazione e di preoccupazione. Il primo incontro è solitamente caratterizzato e strutturato a seguito sempre di una prima telefonata informativa in cui vengono raccolte le nozioni di base della persona. Ad esempio qual è il motivo della telefonata e successivamente alcune caratteristiche come, il lavoro, l’età, lo stato di famiglia. Consiste principalmente in un’indagine più approfondita rispetto al problema e rispetto a qual è la motivazione per cui appunto si vive una difficoltà. Molte volte mi capita di trovare di fronte a me persone che mi dicono che non sanno da dove partire e non sanno cosa raccontare o cosa far conoscere. In un incontro solo, il primo nello specifico, non si può essere risolutivi. Questo è infatti un incontro puramente informativo, il terapeuta non può avere la presunzione di conoscere o aver capito il problema della persona solo a seguito del primo incontro. Deve pertanto mettere il paziente nella condizione di potersi raccontare, di potersi aprire quindi io nella mia personalissima esperienza chiedo alla persona perché è qui che cosa sta succedendo qual è la difficoltà che si trova a vivere. Chiedo di organizzare lei il discorso e successivamente mi metto in una posizione di ascolto assolutamente attivo e aiuto la persona a comprendere a anche ad organizzare tramite una serie di domande la presentazione della sua difficoltà. Questo è integrato anche ad una serie di domande che permettono poi di farmi un’idea sostanzialmente complessiva della situazione come se l’attenzione fosse diretta molto più alla mappa quindi a quali sono gli elementi salienti che al territorio quindi è più un’indagine orizzontale di ciò che sta succedendo piuttosto che invece verticale entrando nello specifico di ogni singolo dettaglio. Il mio lavoro è infatti sempre strutturato con una fase di consultazione che è la parte preliminare appunto del percorso di terapia che è costituita tendenzialmente da trequattro incontro quindi oltre al primo ci sono necessariamente degli altri incontri che io utilizzo per raccogliere le informazioni che mi servono per poi restituire la mia idea rispetto al tipo di lavoro che deve essere strutturato. Il primo incontro termina quindi con la definizione di qual è il modello d’intervento e quindi di cosa andremo ad approfondire le volte successive. Si approfondirà anche quali possono essere i tempi appunto che questo lavoro richiede. La fase di consultazione prevede che ci si muova su tante diverse aree, quelle che solitamente il terapeuta ritiene più informative del funzionamento della persona che gli permettono di ottenere tutte le informazioni necessarie ad una comprensione completa e chiara del caso quindi ad esempio alcune di queste aree potrebbero essere la sfera famigliare nella relazione di coppia, l’attività lavorativa, la sfera amicale. Il primo incontro è sicuramente un momento delicato di conoscenza reciproca ed è il primo momento in cui si deve provare a raccontare la propria difficoltà. Non può essere un incontro necessariamente esaustivo ma getta le basi per il lavoro futuro.  ### Come capire se ti tradisce [da come usa il cellulare]   Come capire se ti tradisce: Segnali e strategie per scoprire la verità Il sospetto di tradimento può scuotere profondamente la fiducia in una relazione, generando sbalzi d’umore, dubbi e ansia. Sebbene nessun singolo comportamento possa confermare con certezza che il partner sia infedele, ci sono diversi campanelli d’allarme da osservare attentamente. Tra questi, l'uso del cellulare ha assunto un ruolo centrale, diventando spesso il primo indicatore di una relazione clandestina. In questo articolo, esploreremo i segnali comportamentali generali di un possibile tradimento, con un focus particolare sull'uso della tecnologia e del cellulare, oltre ad altre strategie per affrontare il sospetto in modo costruttivo. I segnali comportamentali del tradimento Cambiamenti improvvisi nelle abitudini quotidiane: cosa osservare? Uno dei primi segnali di un possibile tradimento è il cambiamento improvviso nelle abitudini del partner. Se una persona che normalmente segue una certa routine inizia a comportarsi in modo diverso senza spiegazioni convincenti, potrebbe esserci qualcosa da approfondire. Ad esempio, il partner potrebbe cominciare a uscire più spesso, trovare scuse per stare fuori casa più a lungo o impegnarsi in nuove amicizie e hobby che prima non erano presenti. Il cambiamento improvviso nelle abitudini, soprattutto quando coincide con altre stranezze come una maggiore riservatezza o una diminuzione del tempo trascorso insieme, può essere un campanello d’allarme. È importante tenere presente che, mentre questi cambiamenti possono sembrare innocui a prima vista, se accompagnati da altri segnali potrebbero indicare la presenza di un’altra relazione romantica o di una relazione segreta. Cambiamenti nell’uso del cellulare e della tecnologia Come interpretare un aumento dell’uso del cellulare? L'uso del cellulare è spesso il primo indizio che il partner stia nascondendo qualcosa. La maggior parte delle relazioni clandestine si sviluppano attraverso messaggi e chat sui social media o app di messaggistica. Un aumento improvviso del tempo trascorso al cellulare o al computer può quindi rappresentare un indizio di un comportamento di infedeltà. Ad esempio, se il partner passa molto più tempo online, rispondendo rapidamente ai messaggi o controllando ossessivamente il telefono, potrebbe indicare che è in contatto con un’altra persona. Spesso, chi tradisce sviluppa una sorta di dipendenza emotiva dalle interazioni virtuali con la altra persona, mostrando ansia o irritazione quando arriva una notifica. Cambiamenti nella gestione del cellulare: segretezza e protezione Un altro segnale riguarda il modo in cui il partner gestisce il proprio dispositivo. Se noti che il partner tiene il cellulare sempre con sé, anche in situazioni in cui prima non lo faceva – come andare in bagno o dormire con il cellulare sotto il cuscino – questo comportamento potrebbe essere sospetto. Molte persone che intrattengono una relazione segreta diventano estremamente protettive del proprio telefono, arrivando a cambiare password o a evitare di lasciare il cellulare incustodito. Un ulteriore indicatore è il posizionamento del cellulare con lo schermo rivolto verso il basso. Questo piccolo gesto, se ripetuto costantemente, può significare che il partner non vuole che tu veda le notifiche che arrivano, nascondendo così potenziali messaggi da una altra donna o uomo. Comportamenti strani legati alle notifiche e alle chat Le notifiche diventano un elemento di tensione e curiosità per chi sospetta un tradimento. Chi è coinvolto in una relazione clandestina tende a controllare frequentemente il proprio cellulare, mostrando comportamenti come: Rispondere rapidamente ai messaggi con un sorriso o un'espressione furtiva. Mostrare ansia o nervosismo ogni volta che arriva una notifica, controllandola immediatamente. Ridurre la durata delle conversazioni verbali o emotive con te, preferendo passare il tempo al cellulare. Questi comportamenti possono rivelare una relazione segreta, dove il cellulare diventa un collegamento diretto con la altra persona. Anche se questi segnali non sono prove definitive, possono rappresentare tracce importanti quando si verificano in modo ripetitivo. Social media: segnali d'allarme Anche l'uso dei social network può rivelare molto. Il partner potrebbe avere conversazioni private sui social media o nascondere le interazioni con una nuova amicizia. Se noti che elimina frequentemente le cronologie di chat, interagisce ripetutamente con una persona specifica o passa molto tempo sui social durante momenti inopportuni, potrebbe essere un segnale di una relazione clandestina. Cambiamenti nella comunicazione e nell'intimità Come si modifica la comunicazione verbale? Un altro segnale di un possibile tradimento è il cambiamento nella comunicazione. Se il partner inizia a parlare meno, evitando conversazioni profonde o emotive, potrebbe essere un segno di distacco emotivo. Chi tradisce spesso cerca di evitare domande che potrebbero portare alla scoperta della verità, mantenendo le conversazioni superficiali o mostrando irritazione se viene interrogato. Segnali di distacco emotivo e fisico Un calo nell’intimità fisica o emotiva è spesso un altro indicatore di una crisi di coppia. Se noti che il partner sembra meno coinvolto, più distante o evita il contatto fisico, potrebbe essere perché sta investendo il proprio affetto in un’altra persona. Questi cambiamenti possono coincidere con comportamenti strani legati all'uso del cellulare, creando un quadro più ampio di un possibile tradimento. Cambiamenti nell’aspetto e nelle abitudini personali L’improvviso interesse per l’aspetto fisico Molte persone coinvolte in una relazione clandestina iniziano a prestare improvvisamente molta più attenzione al proprio aspetto. Se il tuo partner inizia a vestirsi meglio, curare di più il proprio look o passare molto più tempo in palestra senza spiegazioni convincenti, potrebbe farlo per impressionare una altra persona. Nuovi interessi o hobby Un altro segnale da osservare è l'introduzione di nuovi interessi o hobby inaspettati, spesso senza coinvolgerti. Se il partner inizia a frequentare nuovi ambienti o persone e cerca di tenerti fuori da queste attività, potrebbe essere un modo per nascondere una nuova relazione romantica. Strategie per affrontare i sospetti Come approcciarsi al partner in modo costruttivo? Se hai raccolto abbastanza indizi e sospetti un tradimento, è importante affrontare la questione in modo costruttivo. Evita di accusare direttamente il partner senza prove concrete. Cerca invece di avviare un dialogo onesto, spiegando le tue preoccupazioni e osservazioni in modo non aggressivo. Questo può aprire una via di comunicazione che aiuta a chiarire la situazione. Quando è necessario cercare aiuto professionale? Se i problemi persistono e il confronto diretto non porta a una soluzione, potrebbe essere utile consultare un esperto in terapia di coppia. Un terapeuta può aiutare a gestire i conflitti, esplorare le cause del tradimento e fornire strategie per affrontare le difficoltà nella relazione. La terapia di coppia può anche essere un'opportunità per decidere insieme il futuro della relazione, che si tratti di recuperarla o di prendere decisioni difficili. Conclusioni Capire se il partner ti sta tradendo richiede attenzione ai dettagli, soprattutto nel modo in cui utilizza il cellulare e la tecnologia. Questi segnali, insieme a cambiamenti nella comunicazione, nell’intimità e nelle abitudini quotidiane, possono fornire indizi cruciali. Tuttavia, affrontare i sospetti richiede un approccio equilibrato e costruttivo, che favorisca il dialogo e, se necessario, il supporto professionale. Una relazione sana si basa sulla trasparenza e la fiducia, e qualsiasi dubbio dovrebbe essere trattato con rispetto e cura. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Quanto costa la psicoterapia? una questione di prezzo o di valore? Dottore, quanto costa la terapia? Questa è una domanda che mi viene sempre fatta ed è importante! È fondamentale che una persona sappia quanto potrebbe costare rivolgersi ad un professionista e quanto potrebbe costare l’intero percorso, sia in termini economici che di tempo. Questa stima è tuttavia difficile da fare nel momento in cui non si è ancora compresa bene la situazione, generalmente si utilizzano duetre incontri, di consultazione, prima di restituire una specie di preventivo ipotetico. È comunque corretto dichiarare fin da subito la parcella oraria, a seguito della quale molte persone mi dicono:” ah no caspita è troppo”. Ovviamente non mi riferisco a coloro che vivono ristrettezze economiche o che magari non possono permettersi la parcella di un professionista in ambito privato. Mi sto riferendo a tutti coloro che hanno le possibilità economiche di pagare la parcella ma al tempo stesso dicono che la cifra è troppo alta indipendentemente che se la possano o non se la possano permettere. Mi riferisco a coloro che dicono:” io non sono disposto a pagare questa cifra”, in tali casi quindi il problema non è il prezzo, non è il costo ma è il valore che si attribuisce al professionista. Se una persona si rivolge ad un professionista e quest’ultimo ha le competenze per poterlo affrontare e risolvere probabilmente il costo ne rispecchia il valore. Coloro che non sono disposti a spendere tale cifra, sostanzialmente, è come se credessero che la cifra spesa per risolvere il disagio non valga quel terapeuta. In questi casi non c’è molto da fare poiché si sta contrattando il prezzo di und disagio psicologico e, personalmente, non sono disposto ad entrare in questo gioco. Qualora infatti un paziente mi dica che non vuole affrontare il percorso a causa del suo costo nonostante lo possa affrontare generalmente rinuncio, poiché questo è un elemento estremamente indicativo rispetto la motivazione a risolvere il proprio problema. Nel momento in cui si chiede aiuto e un supporto psicologico, chiedi il costo del trattamento ma non guardare il costo unitario: guarda il valore che questa cosa ha e può trasmetterti e chiediti quanto saresti disposto a pagare per riuscire a risolvere il problema. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Tradimento: una questione di potere!   Parliamo di tradimento e delle motivazioni alla base dello stesso ovvero del tradimento come tentativo di riequilibrare il potere all’interno della coppia. La dinamica del potere è una dinamica molto forte, potente. I due partner giocano una specie di equilibrio, una battaglia sull’equilibrio per quanto riguarda la dominanza all’interno. Nella coppia stessa può essere giocato su diversi aspetti, ad esempio il tipo di lavoro, l’intelligenza, la cultura delle famiglie di origine. Possono essere diversi gli elementi su cui i partner si trovano implicitamente ed esplicitamente a combattere per accaparrarsi la leadership. Capita quindi che uno dei due si senta in una posizione inferiore, perdente, può essere per esempio che uno dei due abbia un lavoro meno prestigioso, meno retribuito, rispetto al partner, può essere anche definito come meno acculturato o proveniente da una famiglia più povera. Uno dei due partner può anche sentirsi sbagliato o fallito per esempio quando una coppia ha difficoltà ad avere figli, coluicolei che è individuato come l’origine del problema può sentirsi in una posizione perdente. Cosa succede quindi? Il tradimento diventa una strategia, un tentativo di andare a riequilibrare il potere. Ri-ottenere e riappropriarsi del potere che si è perduto. Naturalmente questa è una modalità distruttiva e disfunzionale soprattutto per quanto riguarda le conseguenze che tutto questo porta con sé. Diventa, molte volte, un meccanismo inconscio il tradimento infatti viene agito proprio nel tentativo di andare a ri-equilibrare il potere come se: “io che sono quello meno guarda cosa faccio, come mi riapproprio del potere e della leadership”. Questa è una dinamica molto rischiosa e molto distruttiva che una coppia si trova a vivere, tuttavia molto frequente. Per superare un tradimento è quindi necessario prima di tutto comprenderne le cause per poter agire sul possibile futuro della coppia.   ### La psicoterapia non è una disciplina dell'urgenza! La psicologia non è una disciplina basata sull’urgenza, molte volte infatti ricevo delle mail o messaggi WhatsApp in cui mi sento dire:” dottore sto malissimo ho degli attacchi di panico, vivo malissimo, ho bisogno di una terapia il più presto possibile”. Vengono quindi fatte delle domande, si fissa il primo colloquio, generalmente tra i 7 e i 10 giorni. Capita però che il paziente si lamenti e chieda che l’appuntamento venga anticipato perché ha avuto un attacco di panico il giorno prima e ne ha da 36 mesi quindi ritiene di avere bisogno di un intervento immediato. Cosa fare in questi casi?  La soluzione più immediata è andare dal medico di base, cosa che spaventa un po’ tutti, e farsi prescrivere un farmaco. Ci si può anche rivolgere al pronto soccorso qualora si viva un picco di ansia, per cui è necessario un intervento immediato. La psicoterapia non può lavorare sull’urgenza, non deve neanche lavorare con troppa calma quando infatti ci sono dei sintomi gli appuntamenti non possono essere mensili. Tuttavia non può passare il messaggio sbagliato che tramite l’incontro di psicoterapia i sintomi passino improvvisamente come per magia, quindi che prima faccio il percorso di terapia più sarà breve e intenso e migliori saranno i risultati. Non è così! È fondamentale iniziare in maniera tempestiva, lavorare sulla cronicizzazione del sintomo è rischioso poiché la persona si è riorganizzata attorno al sintomo pertanto è molto più complesso intervenire. Tuttavia non ci si può aspettare che nel giro di pochi incontri si riesca a generare una soluzione totale del problema e si riesca ad intervenire nel preciso momento in cui la persona sta vivendo il sintomo. Non è tramite un incontro di psicoterapia che un attacco di panico passa, ma è tramite un percorso di psicoterapia che possono essere curati gli attacchi di panico. Questo ragionamento vale ovviamente per tutti i disturbi che si possono pensare: la psicoterapia cambia il sistema, il contesto all’interno del quale la persona è inserita al fine di andare a cambiare la percezione e la sintomatologia. Questo tuttavia richiede del tempo. Nei casi di urgenza è bene rivolgersi al Pronto Soccorso poiché per la psicoterapia per generare un cambiamento significativo è necessario che venga rispettato il giusto tempo.      ### Ansia sociale? Cos'è e i principali sintomi! E’ mai capitato di sentirsi nervosi prima di parlare in pubblico? Agitazione e ansia prima di esporre in pubblico un proprio elaborato oppure un po' di ansia prima di tenere un esame in cui sappiamo tutti ci sentono? Sentirsi nervosi in situazioni sociali è normale, non significa soffrire di un disturbo d’ansia sociale o fobia sociale, molto di tutto ciò è dovuto a tratti caratteriali, timidezza, fatti o eventi accaduti in passato.  Quello di cui si parla in questo breve articolo, l’ansia sociale, ha pesanti e brutte conseguenze nella routine di tutti i giorni e vi interferisce.  Se è normale sentirsi nervosi prima di tenere un discorso in pubblico, lo è infatti molto meno preoccuparsene molto tempo prima dell’evento stesso.  L’interferenza con la vita quotidiana la si riscontra infatti qualora per esempio molte settimane prima dell’evento, pensando all’evento stesso, si sta molto male, oppure si inizia a tremare o agitarsi al punto che non si può più parlare. L’ansia sociale può essere riconosciuta ed è caratterizzata da svariati sintomi classificabili in categorie: sintomi emotivi, sintomi fisici e sintomi comportamentali. L’ansia sociale si riconosce per alcune emozioni tipiche: estrema autocoscienza sull’ansia provata, come già sottolineato una preoccupazione molto intesa anche mesi prima di un evento.  Fattore fondamentale è la paura di essere osservato e giudicato dagli altri e la grande paura di agire e creare imbarazzo e umiliazione. Il tutto è anche caratterizzato dalla paura che gli altri notino il nervosismo. Queste forti emozioni provate hanno un riscontro nel nostro fisico e trovano una loro manifestazione. Arrossire e avere difficoltà di respirazione sono sensazioni tipiche di queste paure, oltre ai possibili disturbi allo stomaco. L’agitazione si trasforma in tremore negli arti o nella voce, a causa dei quali spesso non si riesce a parlare. Altri sintomi fisici si riscontrano in una leggera sensazione di svenimento, sudorazione e vampate di calore e un senso di oppressione al petto. Le paure, le emozioni, che si provano portano ad una loro manifestazione fisica ma anche ad una manifestazione comportamentale. Quindi in questi casi cosa si fa generalmente? L’agito comune è evitare situazioni sociali che potrebbero scatenare queste paure, con la conseguenza che la vita quotidiana ne viene pesantemente limitata. Si evita di parlare alle persone o di recarsi in luoghi in cui si potrebbero incontrare persone alle quali si potrebbe o dovrebbe parlare.  Si cerca di sfuggire all’attenzione altrui nascondendo l’imbarazzo oppure cercando di non trovarsi mai soli in luoghi pubblici. Tendenzialmente in soggetti che sperimentano questi sintomi si riconosce anche bassa autostima, scarsa fiducia in sé stessi, un’eccessiva sensibilità alle critiche e modelli di pensiero negativi. In conclusione è fondamentale sottolineare che questi devono essere considerati come strumenti guida per comprendere che spesso ciò che avvertiamo è normale: è normale essere agitati prima di tenere un discorso, è normale sentire una leggera sudorazione prima di esporre in pubblico, è normale! Il disturbo ha ramificazioni, caratteristiche ben precise e cosa importante interferisce pesantemente con la routine quotidiana. Quindi non diagnostichiamoci ciò che non abbiamo!   ### I tempi della psicoterapia: quanto dura? Quali fasi? Cosa succede? Quali sono i tempi della psicoterapia? In quanto è verosimile aspettarsi un inquadramento del problema ed una prima restituzione? In quanto è legittimo aspettarsi i primi cambiamenti? Quali sono questi primi cambiamenti? Quanto può durare una psicoterapia? Queste sono alcune delle domande che molto frequentemente mi vengono poste a cui oggi cerchiamo di dare risposta.Per rispondere alla prima domanda ovvero quanto ci vuole prima di ottenere un inquadramento del problema quindi una prima restituzione terapeutica si può dire che generalmente siamo nell’ordine di 34 incontri. Questi costituiscono la fase di consultazione in cui lo psicologo cerca di comprendere qual è il sistema di significati attraverso il quale la persona si organizza e si compone con il suo mondo. Lo psicologo quindi cerca di capire perché si sviluppa una determinata difficoltà e sintomatologia in modo da poterla andare ad estirpare e modificare. Il secondo momento è quello che dura dal settimo al nono incontro, periodo in cui generalmente vi è un cambiamento. Numerose ricerche infatti testimoniano come tra i sette e i nove incontri il tempo sia sufficiente per andare ad instaurare i primi cambiamenti significativi. La persona quindi può aspettarsi un miglioramento o una remissione del sintomo. Molte volte la terapia si conclude in questa fase, soprattutto quando non si fa un lavoro eccessivamente profondo ed il problema portato è abbastanza definito. Il terapeuta in questo caso è in grado da subito di poterlo inquadrare quindi di andarlo ad affrontare. Successivamente c’è il famoso periodo di “stanca”, periodo in cui si iniziano a vivere le prime difficoltà, i primi malumori, si pensa che il percorso non sia così efficace. In questi casi è necessario affidarsi al terapeuta in modo tale da proseguire comunque nonostante la confusione del paziente soprattutto rispetto alle domande: “cosa sto facendo? Perché lo sto facendo?  Quanto altro tempo ci vorrà?”. Affinché il cambiamento si consolidi infatti è necessario aspettare l’undicesimotredicesimo colloquio. Dopodiché possiamo entrare nell'ultima fase che ha una durata variabile, di media dai 14 ai 16 incontri o più. Questo è un momento di svincolo molto importante: qui può esserci la chiusura della terapia perché sono stati raggiunti gli obiettivi oppure può esserci un momento di ulteriore approfondimento, andare oltre gli scenari aperti fino a quel momento e rendere il percorso ulteriormente più approfondito. Non esistono quindi tempi stabiliti, tempi rigidi e fissi, ogni caso ed ogni situazione dev'essere necessariamente valutato di per sé; tuttavia per provare a fissare dei tempi e delle fasi si può dire che: servono trequattro incontri per la fase di consultazione, attorno al settimo incontro è verosimile aspettarsi i primi cambiamenti che in alcuni casi sono già risolutivi. Attorno all'undicesimotredicesimo colloquio è possibile che si manifesti un periodo di stanca, un momento in cui si ha bisogno di ridefinire e ricontrattare il percorso terapeutico e soprattutto c’è bisogno di affidarsi al terapeuta. Infine un periodo che può essere o di chiusura o di ulteriore approfondimento. Fondamentale ricordare che non esiste un tempo minimo o un tempo massimo in terapia, ma solamente un tempo che è giusto per la persona e per il problema che sta vivendo.    Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Andare dallo psicologo è NORMALE Oggi propongo una piccola riflessione: sono stufo di sentire dire alle persone che lo psicologo cura i matti, dallo psicologo non ci voglio andare perché io mi sento normale, se vado dallo psicologo è perché sono malato, diverso. Cosa è la normalità? Quale relazione ha la normalità con la terapia e con la psicoterapia? La norma altro non è che una statistica sociale, ciò che è determinato come normale è un comportamento assunto da un determinato numero di persone, tendenzialmente un numero di persone abbastanza grande da far rientrare questo comportamento in un criterio di uguaglianza e di similitudine con gli altri in modo tale che poi la società lo legga come normale e come comune. Normale quindi è come se fosse sinonimo di comune, ovvero posseduto anche dagli altri. Ci sono quindi una serie di cose che diventano normali, che si trasformano in normali. Basta vedere le evoluzioni sociali per esempio ciò che adesso è normale come la separazione e il divorzio vent’anni fa non lo era. Pensiamo a ciò che noi consideriamo normale e non lo è invece per popoli di altre culture come per esempio l’astinenza sessuale dei preti. Pensiamo anche ai tatuaggi sulla pelle, sulle braccia, sulle gambe e su altre parti del corpo: vent’anni fa non era normale incontrare una persona completamente tatuata, oggi lo è. La normalità altro non è che una statistica sociale. Le statistiche dicono anche che una persona su tre, quindi il 30% della popolazione, almeno una volta nella vita potrebbe vivere una condizione di forte ansia o attacco di panico. Se a questo 30% aggiungiamo tutti gli altri possibili disagi come le disfunzioni sessuali o i disturbi dell’umore, la depressione, il numero di persone che potrebbe avere una condizione di disagio psicologico aumenta. Vivere un disagio psicologico è normale! Una persona su tre che potrebbe vivere una sensazione di ansia, in aggiunta a tutti gli altri disagi, è in numero maggiore rispetto la possibilità di incontrare una persona con le braccia completamente tatuate, o rispetto la possibilità di incontrare persone separate o divorziate. Il disagio psicologico nella vita delle persone è normale e pure la repentina richiesta d’aiuto lo è, ma non è ancora considerato tale, nonostante le statistiche affermino il contrario. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Coppia: la più grande risorsa ed il più grande ostacolo Parliamo del rapporto di coppia e parliamo di quale può essere la principale risorsa in un rapporto e quale può essere invece il comportamento più deleterio che può essere assunto nel rapporto. Questi due elementi, considerabili sia nei rapporti di coppia che per sé stessi, sono l’ironia e il sarcasmo. L’ironia è la risorsa principale che qualsiasi coppia può metter in atto a tutela del proprio benessere e della propria felicità. Il sarcasmo invece è esattamente l’opposto ossia il peggiore comportamento che può essere usato per andare a generare una sofferenza e un disequilibrio. Ironia e sarcasmo sono due facce della stessa medaglia, una particolarmente efficace l’altra particolarmente deleteria. L’ironia consiste in un ribaltamento, un rovesciamento di qualcosa trasformandolo da un’accezione negativa ad una positiva. Per esempio in una coppia nessuno dei due è particolarmente bravo in cucina, la donna della coppia tornando a casa trova un piatto cucinato dal marito, entrambi lo assaggio e si rendono conto che non è buono, ironicamente la donna potrebbe dire “grazie per aver reso la mia cucina stellata”.  Con questa ironia la moglie si mette sulla stessa barca del marito e rilegge in un’ottica positiva qualcosa che è oggettivamente schifoso come la pietanza appena assaggiata. L’ironia diventa uno strumento efficace per “ridere con”, ridere insieme di qualcosa e trovare gli elementi positivi nella situazione negativa. Il sarcasmo invece è una cosa completamente diversa. Etimologicamente il sarcasmo deriva da “lacerare la carne”, qualcosa di doloroso. È una derivazione negativa del concetto di ironia, degenerazione perché non è fatta per ridere con l’altro piuttosto ridere dell’altro quindi un atteggiamento che non esalta l’aspetto positivo come l’ironia ma esalta l’elemento e la componente negativa. Il sarcasmo schiaccia chi sbaglia mettendolo all’angolo impedendogli vie d’uscita. Il sarcasmo viaggia infatti su un filo noir che di fatto impedisce all’altro di stare bene, non alleggerisce la situazione ma la appesantisce. Pensiamo per esempio ad un pranzo in cui il marito fa una domanda ovvia, magari non troppo intelligente, e la moglie, di fronte a tutto il tavolo, dice “ah sempre acuto mio marito”. Questa è una battuta sarcastica, ben diversa dall’atteggiamento ironico di prima. Questo è totalmente deleterio, toglie qualsiasi sensazione di comunanza, di vicinanza, di complicità con l’altro e lo pone in una condizione di umiliazione, di derisione senza via d’uscita. Quindi il sarcasmo diventa inevitabilmente deleterio, faticoso, qualcosa che è difficile da riuscire a estrapolare dalla coppia e diventa un attacco continuo, una denigrazione dell’altro. L’ironia invece diventa una risorsa enorme per affrontare la vita, per potersi mettere in gioco e in discussione. Richiede una lettura della realtà acuta perché non solo deve essere compresa ma costringe anche a rimanere attenti e prendere ciò che c’è di buono nella situazione.   ### Psicoterapia: come rendere la tua terapia efficace (Da paziente!) Cosa devo fare, in ottica di paziente, per rendere la mia terapia il più possibile efficace? Ho già fatto dei video su come funziona la terapia, quali sono le caratteristiche che lo psicologo dovrebbe avere, quali sono i passaggi della terapia. Oggi osserviamo invece cosa dovrebbe essere fatto dal punto di vista del paziente per ottenere il massimo. Innanzi tutto il primo punto è quello di smettere di chiedersi come o domandare come gli altri dovrebbero cambiare, cosa gli altri dovrebbero fare per, ed iniziare a concentrarsi su se stessi. Ciò significa che si dovrebbe pensare a cosa noi possiamo fare per cambiare, su cosa io sono in grado di agire per stare meglio. Chiedere ad altri come dovrebbero cambiare significa delegare loro la propria felicità e il proprio cambiamento, cosa invece possibile se si ragiona su sé stessi. Il secondo punto importante è chiarire con il terapeuta quali sono gli obiettivi e quali sono le aspettative, chiarire quali sono gli elementi da tenere d’occhio per testimoniare l’efficacia dell’intervento. Questo deve essere fatto sia all’inizio del percorso di terapia che progressivamente nei momenti di riflessione e di valutazione. Il terso punto molto importante è sapersi affidare ossia riuscire ad affidarsi al terapeuta e alle sue riflessioni quando durante il percorso abbiamo la sensazione di esserci arenati e non andare più oltre. Ciò significa non osteggiare il terapeuta in quello che propone e chiarire che in quel momento si ha la necessità che sia il terapeuta a prendere in mano le redini del percorso per qualche incontro finché non si supera il momento di blocco che è transitorio. È difficile affidarsi totalmente all’altro anche se questo è riconosciuto come professionista perché è difficile riuscire ad affidarsi al percorso che viene proposto. Affidarsi non significa aderire passivamente ma accettare la guida del terapeuta collaborando e cooperando!   I punti fondamentali quindi sono tre: concentrarsi su sé stessi e non su ciò che gli altri dovrebbero fare, chiarire gli obiettivi e le aspettative e riuscire ad affidarsi! ### La prima cosa da fare quando sei depresso, ansioso, etc.. ma per favore! La prima cosa da fare quando sei depresso o hai un attacco di panico. Ci sono molti video online che esordiscono più o meno dicendo cosa si dovrebbe fare nel momento in cui si vive qualche disagio, dando quasi una ricettina che consiste in un elenco di consigli molto spesso banali. Per esempio consigliano di prendersi cura di sé stessi, reagire, farsi forza, mangiare sano e fare sport, curare l’aspetto fisico. Iniziare quindi ad affrontare la situazione seguendo queste regole. Tuttavia questi consigli difficilmente possono essere utili e soprattutto spendibili nella pratica. Se ad una persona depressa si consiglia come prima cosa da fare quella di reagire è chiaro che questo lo sa anche il depresso stesso, ed è proprio ciò che la malattia impedisce di fare. Questi consigli potrebbero essere dati anche da un amico al bar pertanto non giustificano la parcella che uno psicologo potrebbe chiedere. Cosa fare quindi quando si vive un disagio psicologico? Innanzitutto si deve prendere consapevolezza ed in secondo luogo si devono comprendere le cause. Si deve capire quindi cosa si sta vivendo, quali sono le emozioni che stanno alla base del disagio, quali sono le conseguenze di queste emozioni. Questo passaggio è molto difficile da fare da soli soprattutto se non si hanno competenze e specializzazioni. Per poter comprendere le cause è importante rivolgersi ad uno psicologo psicoterapeuta che lavora quotidianamente su questo tipo di difficoltà. Qualora l’intervento fosse rapito e precoce questo sarà anche molto efficace, poiché la persona non si è ancora riadattata e riorganizzata attorno al sintomo. Non l’ha incluso nella propria vita ma è ancora qualcosa di esterno che si può eliminare. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Il tradimento è un lutto   Il tradimento è un lutto della propria immagine di sé e dell’immagine dell’altro. Quando una coppia si trova a vivere ed affrontare un tradimento deve ricontrattare inevitabilmente l’idea di coppia e l’idea stessa che i partner hanno di loro stessi e dell’altro. Dal punto di vista del tradito c’è inevitabilmente da lavorare sull’idea che si ha del partner e sull’idea che si ha della persona che si è scelto di avere accanto. L’immagine che si è costruita nel tempo viene sgretolata, cambia in senso negativo. Spesso infatti si sente dire “non avrei mai pensato che questa cosa potesse accadere, avrei messo la mano sul fuoco”, di fronte alla notizia del tradimento quindi queste persone si trovano completamente sconvolte e spiazzate. In queste situazioni devo modificare l’immagine che ho dell’altro al netto del tradimento che è avvenuto e devo anche modificare l’immagine di me stesso come persona che è stata tradita e che ha scelto una partner che poi ha tradito. Questo generalmente genera una lotta intestina con sé stessi appunto nel tentativo di andare a riequilibrare sia l’immagine del partner sia l’immagine che si ha di sé. Questo è vero sia dal punto di vista del tradito ma lo è altrettanto dal punto di vista del traditore poiché a sua volta deve riadattare la propria immagine in funzione dei feedback del partner tradito. Questo è un meccanismo abbastanza delicato e richiede un certo tipo di intervento e di forza anche dal punto di vista di entrambi i partner per poter essere affrontato e superato. Il traditore deve fare i conti con sé stesso, deve capire perché ha agito in quel modo e che significati ha. Per questo motivo a mio parere il tradimento diventa un lutto perché c’è sempre la perdita di qualcosa: dell’immagine di sé sia in termini individuali sia in termini di coppia e questo deve essere necessariamente affrontato se si vuole superare il tradimento e se c’è volontà da parte di entrambi i partner di proseguire con la relazione. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Perché siamo come siamo: come il passato influenza il futuro Come ci costruiamo e come ci componiamo con il mondo in relazione al nostro passato? La psicologia vive spesso lo stereotipo che tutto sia da ricondurre al nostro passato e alla nostra infanzia nella quale abbiamo vissuto un trauma conscio o inconscio. Ciò che siamo sarebbe quindi determinato da chi c’era attorno a noi e da ciò che ci è accaduto. In base a questo stereotipo siamo quindi descritti come soggetti passivi che assorbono in una maniera inconsapevole le caratteristiche che il modo proietta addosso e che quindi poi vivono la loro vita senza sapere perché mettono in atto determinati comportamenti, perché agiscono in un certo modo e perché pensano in una certa maniera. Al di là dello stereotipo per cui tutto è da condurre necessariamente alla relazione con la mamma ognuno di noi è esposto sicuramente modelli ed esempi non solo da punto di vista sociale ma anche relazionale. Questi modelli li facciamo inevitabilmente nostri perché sono nel nostro primo campo di esperienza. Pensiamo ad esempio alle idee che abbiamo sulle relazioni sentimentali a fronte di ciò che osserviamo nei nostri genitori e l’idea che abbiamo dei modelli genitoriali che possono essere applicabili, tutto a fronte delle esperienze che abbiamo vissuto ed in parte dovuto alla personalità che va a fondersi con essi. Quali sono i meccanismi tramite i quali noi scegliamo di essere e come essere e come possiamo modificarli in un’ottica di miglioramento personale? I meccanismi principali sono quello di somiglianza e differenza: io assumo un atteggiamento nei confronti della vita a fronte di una somiglianza o del tentativo di somiglianza rispetto ad un modello che ritengo efficace o per differenza. Quest’ultimo significa che mi differenzio rispetto ad un modello che invece trovo disfunzionale, per esempio se ho sempre visto nella relazione con i miei genitori un padre padrone quindi un uomo impositivo sulla figura femminile e conscio della sofferenza che questo modello porta con se allora sceglierò, per differenza, di essere un partner molto più presente, attento e protettivo nei confronti delle esigenze e dei bisogni della persona che ho accanto. Cerco quindi di differenziarmi dal modello che ho osservato durante la mia vita. Allo stesso modo posso invece assumere per somiglianza l’atteggiamento forte che mia mamma ha sempre mostrato in casa. Come si fa però a scegliere come davvero essere? Basandosi esclusivamente sulla base di somiglianza e differenza si corre il rischio di non fare ciò che davvero si vuole perché lo si è scelto ma appunto per somiglianza o differenza. Le scelte fatte quindi risultano troppo in relazione a quello che ho vissuto per somiglianza o differenza e quindi in relazione all’esperienza diventano disfunzionali. Per esempio quando un genitore decide di essere molto presente nei confronti del figlio perché ha vissuto un’esperienza di lontananza dal genitore. In tal caso diventa disfunzionale quando questo genitore diventa troppo presente. Come si fa a regolare? Diventando consapevi di quali sono i meccanismi che noi utilizziamo per comporci con il mondo, dei meccanismi di somiglianza e differenza chiedendoci se li stiamo mettendo in atto per scelta o solo per opposizione e se sono funzionali al nostro presente. Per riuscire a fare questo è necessaria molta consapevolezza e necessariamente partire dal chiedersi quali sono gli scenari in cui mi sono composto per somiglianza e quali per differenza. Prova quindi a fare un esercizio, fai un elenco su un foglio delle tue scelte, dei tuoi ruoli e chiediti se ti sei composto per somiglianza o differenza e da chi. Pensa anche se la tua posizione attuale l’hai scelta, se l’hai scelta in funzione del passato o in relazione al presente e come potresti modificarla per riuscire a migliorarla.      ### Matrimonio finito: quattro indicatori Introduzione: Segnali di Crisi nella Relazione di Coppia Il matrimonio è finito? Quali sono gli indicatori che testimoniano questa situazione e fanno presumere che ci sia una grossa difficoltà all'interno della relazione di coppia? Riprendiamo direttamente dalla pratica clinica, quindi da quello che ascolto quotidianamente con i miei pazienti. Cerco di fare un riassunto, ovviamente non di tutti i casi, ma di individuare quali sono, a mio avviso, i principali indicatori di un matrimonio in crisi. Riduzione dell'Attività Sessuale Partiamo dal tema più scomodo: la sfera sessuale. Il primo indicatore è infatti legato a una riduzione drammatica dell'attività sessuale, sia in termini di quantità che di qualità. Non esiste ovviamente un numero giusto di rapporti sessuali né un modo giusto per farlo, se non il modo giusto per la coppia. Quindi, è la quantità giusta per la coppia. Tuttavia, se c'è una modificazione netta in termini negativi sia della quantità dei rapporti che della qualità, caratterizzati magari da eccessiva monotonia o assenza di piacere, questo è sicuramente il primo campanello d'allarme che testimonia una difficoltà di coppia. Aumento del Nervosismo e della Rabbia Il secondo indicatore è legato al nervosismo, alla tensione e alla rabbia, solitamente connessi a quei piccoli difetti e tratti del partner che prima magari facevano anche sorridere. Ad esempio, se sei disordinato e l'altro è ordinato e puntuale, caratteristiche che prima venivano gestite con ironia e tranquillità, ora diventano motivo di rabbia, risentimento, imbarazzo, tensione e litigi. Tutto ciò che prima non sembrava avere un peso ora diventa un dramma, un vero problema, un argomento di discussione accesa. Questo aumento del nervosismo e della tensione può spesso essere collegato a un senso di frustrazione, dove il partner si sente non compreso o non supportato adeguatamente. Mancanza di Comunicazione Emozionale Il terzo indicatore è legato al fatto che la coppia non parla più di come sta, ma esclusivamente di ciò che deve fare. È come se la quotidianità avesse preso il sopravvento. Si parla di ciò che si deve fare, delle commissioni da svolgere, ma non si parla più di come ci si sente, del tempo che può essere dedicato a stare bene insieme. Si è completamente assorbiti nelle faccende da svolgere, creando un senso unico nella relazione dove mancano dialogo e comprensione reciproca. La mancanza di comunicazione emozionale porta inevitabilmente a un distacco emotivo e a una perdita dell'affiatamento di coppia. Diminuzione del Piacere nel Trascorrere Tempo Insieme Il quarto indicatore, a mio avviso, è legato al fatto che non c'è più piacere nel trascorrere il tempo insieme. Anzi, si preferisce quasi il tempo trascorso lontano dal partner piuttosto che con lui o lei. Aumenta il desiderio di uscire con amici, colleghi, andare a fare la partita di calcetto, andare in palestra, al corso di ballo, insomma, il tempo considerato piacevole e ricaricante è preferito lontano dal partner piuttosto che con il partner. Questo può essere un chiaro campanello d'allarme che indica una crisi profonda nelle relazioni familiari e sociali della coppia. Terapia di Coppia come Soluzione Quando questi indicatori si manifestano, può essere utile considerare la psicoterapia di coppia o la terapia di coppia. Questi interventi possono aiutare a comprendere meglio i problemi, migliorare la comunicazione e lavorare insieme per risolvere le difficoltà. Durante la terapia di coppia, i partner possono esplorare i loro sentimenti, ridurre il senso di frustrazione e trovare nuovi modi per affrontare le sfide del rapporto di coppia. La terapia può aiutare a rafforzare il legame di coppia e a ricostruire l'affiatamento di coppia perduto. Conclusione: Riflettere sulla Qualità della Vita di Coppia Questi sono quattro indicatori abbastanza semplici, ma non esaustivi. Non caratterizzano la totalità degli indicatori che possono testimoniare un matrimonio finito o una grossa crisi di coppia. Tuttavia, sono elementi presenti in tutte le coppie che affrontano un momento di crisi o di stanchezza. Nel momento in cui sono presenti, vale la pena probabilmente mettere attenzione sulla qualità della propria vita di coppia, considerare la terapia di coppia e affrontare con serietà qualsiasi segnale di crisi. La riflessione sul proprio rapporto di coppia e sull'unione della coppia può essere il primo passo per ritrovare l'armonia e la serenità all'interno della relazione. ### Coppia: il ruolo dei social nella fine della relazione Parliamo della fine di una relazione e di un risvolto che solo in tempi moderni si sta sempre più presentando ma che è bene andare a considerare. Quando due persone si separano sostanzialmente decidono, o uno o entrambi, di interrompere la relazione instaurando una distanza fisica. Ci si divide, si smette di incontrarsi e vedersi e magari anche di telefonarsi. Tutto questo però se non avviene anche per quanto riguarda l’aspetto social, quindi tutti i social network piuttosto che messaggistica istantanea, è difficile che riesca ad avvenire. Infatti, oltre alla separazione fisica, è necessaria anche una separazione psichica. I social network sono un elemento di interazione importante si può infatti iniziare una relazione tramite i social network, ci si tiene in contatto, molti amanti e partner messaggiano anche attraverso la chat. Quando la relazione finisce, se la relazione era sia fisica che psichica, sono necessari tagli netti sia nella possibilità di vedersi sia per quanto riguarda la possibilità di rimanere in contatto. Prima dell’avvento dei social network successivamente ad una separazione non si aveva la possibilità di avere informazioni, di fantasticare su quello che l’ex stava facendo, quindi la relazione si interrompeva oltre che fisicamente anche psichicamente. Dal punto di vista psichico con i social network questa cosa non è più possibile: si continua a seguire l’ex in facebook, in Instagram e questa cosa impedisce letteralmente la possibilità di lasciare andare la relazione e l’elaborazione del lutto, della fine. Le persone sanno che razionalmente la storia è finita ma emotivamente non riescono a farlo, ovvero non riescono a prendere atto che i rapporti con quella persona devono interrompersi. Con i social network capita quindi che uno dei due continui ad osservare l’ex partner, sbirciare e questo blocca, impedisce l’evoluzione della cosa: sia il rifiorire della relazione che la rottura definitiva. Il rischio è di rimanere invischiati nella terra di nessuno. Il consiglio quindi è, nel momento in cui si sceglie di interrompere una relazione e si sa di far fatica a lasciare andare psichicamente l’altro, bloccarlo in ogni social network. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Psicologo: cosa NON è e cosa NON fa Cosa non è uno psicologo? Cosa non fa uno psicologo?  Ci sono un sacco di credenze e concetti stereotipati rispetto a ciò che lo psicologo dovrebbe fare, dire, pensare all’interno della stanza di terapia. Cerchiamo quindi di fare chiarezza rispetto cosa non fa e cosa non è sia in terapia individuale che in quella di coppia. Lo psicologo innanzitutto non è un amico, è un professionista specializzato nel trattare alcuni temi legati al benessere della persona e al suo equilibrio. La relazione terapeutica è quindi ben diversa dalla relazione amicale! Lo psicologo non dirà mai al paziente cosa è giusto che egli faccia perché lo psicologo non può sapere di default cosa è giusto per quella persona, anzi, aiuta la stessa a prendere in autonomia delle decisioni. Permette al paziente di ragionare sull’argomento, offre punti di vista inesplorati! Lo psicologo non giudica in alcun modo il comportamento del paziente, sia in termini di valore che di giustosbagliato. Lo psicologo infatti parte dal presupposto che il comportamento è basato su una motivazione più o meno conscia quindi parte da questo presupposto per aiutare la persona ad andare nella direzione in cui questa vuole andare. Lo psicologo non si sostituisce al paziente nella risoluzione del problema! Lo psicologo non si fa carico del problema come fosse una delega anzi è un supporto che aiuta la persona ad essere il più pronta possibile nella risoluzione del problema stesso. Nella terapia di coppia ci sono ulteriori specifiche da fare. Lo psicologo infatti con le coppie non lavora affinché queste si lascino a meno che non sia la coppia che lo voglia. Non è lo psicologo che decide che una coppia deve separarsi quindi lavora in maniera subdola per raggiungere questo obiettivo. Se la coppia non vuole lasciarsi lo psicologo lavorerà con essa perché possa riunirsi. In secondo luogo quando si lavora con una coppia lo psicologo non andrà mai ad etichettare ed individuare un possibile “colpevole”, non dirà mai “la coppia non funziona a causa tua”, non si erge a giudice che proclama sentenze. Lo psicologo invece aiuta la coppia a comprendere il perché si instaurano certe dinamiche e come queste possono essere risolte. Lo psicologo infine non fa miracoli: se una coppia non si ama più lo psicologo non può aiutarla affinché l’amore sbocci di nuovo, se la coppia non vuole più stare insieme difficilmente lo psicologo potrà tenerla unita. Lo psicologo non è come un tecnico del computer che sistema il danno al Pc mentre tu fai una passeggiata ed al rientro il computer è come nuovo. Lo psicologo offre un supporto ma IL PROTAGONISTA DEL CAMBIAMENTO RIMANE IL PAZIENTE, LA COPPIA O LA FAMIGLIA.     ### La psicoterapia come scusa per fallire Quando la terapia e la consulenza psicologica diventano una scusa per fallire?     I miei colleghi si sono sicuramente trovati nella situazione in cui un paziente chiama dicendo che il percorso gli è stato consigliato da un medico di base, dal marito o dalla moglie ma è effettivamente l’ultima spiaggia, “è l’ultimo tentativo che facciamo, se anche questo fallisce ci lasceremo”. Andando ad indagare si scopre anche “le dico anche chiaramente dottore non è che ci credo tanto in tutte queste cose psicologiche”. È quindi capitato che queste persone durante i primi colloqui criticassero per esempio alcuni quadri, la stanza della terapia, la temperatura nella stanza o l’onorario: “piuttosto che spendere questi soldi in terapia me ne vado a fare una passeggiata o una cena”. In questi casi la terapia non è altro che una forma di giustificazione, una forma di contentino nei confronti di qualcuno: “ok ho fatto la terapia perché mi ha detto che dovevamo andare in terapia ma non ci credevo davvero!”. Dal mio punto di vista la psicoterapia in questo caso è quindi uno strumento che una persona utilizza come scusa per fallire. Tuttavia lo psicoterapeuta non asseconda questa richiesta, non da la giustificazione dicendo “si siete incurabili” ma entra nella motivazione del perché ciò sta accadendo. Cosa accade? Le persone generalmente vengono spiazzate perché non avevano minimamente considerato la possibilità di affrontare definitivamente la situazione e cambiare. In questi casi le conseguenze sono tre. Nel primo, in termine tecnico, il paziente “droppa” ovvero non torna più e smette di tornare ai colloqui perché si accorge che questi potrebbero suscitare dei cambiamenti che in lui non sono troppo graditi. In secondo luogo può accadere che il paziente rimane ma cambia ad un livello esclusivamente superficiale, c’è difficoltà a mettersi in gioco, difficoltà legata alla fatica che la psicoterapia comporta ed anche al fatto che non vogliono farlo. Infine il paziente può rimanere totalmente spiazzato dalle proposte e dalle idee che il terapeuta propone prendendo finalmente in considerazione la possibilità di cambiare e risolvere il suo o il loro problema. Se l’atteggiamento con il quale la persona arriva è quello di una resistenza legata, non solo alla fatica, ma anche alla non voglia di affrontare il percorso diventa poi molto complicato e difficile assumere l’atteggiamento di sorpresa. Diventa pertanto difficile concedersi l’opportunità di cambiare. Questo è il motivo per cui dico sempre nei primi colloqui che durante la fase di consultazione, quindi i primi tre o quattro incontri, è necessario sospendere il giudizio sia da parte del terapeuta che da parte del paziente: quest’ultimo deve affidarsi e valutare solo dopo la restituzione da parte del terapeuta. Non usiamo la stanza della terapia come uno strumento di giustificazione per mantenere il sintomo ma concediamoci la possibilità di cambiare! Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Seregno, oltre ad altri 6 centri in provincia di MB, Lecco e Como. ### Eiaculazione precoce: come superarla Oggi parliamo di eiaculazione precoce, delle cause, le caratteristiche e cosa può essere fatto. Circa una persona su tre vive o vivrà l’esperienza dell’eiaculazione precoce almeno una volta nella vita. Questo inevitabilmente porta con sé grandi dubbi soprattutto sulle possibilità del proseguimento delle relazioni, sulla propria efficacia, mette quindi la persona in una posizione di difficoltà. Per parlare di eiaculazione precoce sono necessari alcuni criteri diagnostici, per sintetizzare si può dire che l’eiaculazione precoce si ha nel momento in cui una persona raggiunge l’eiaculazione e l’orgasmo in maniera anticipata rispetto il desiderio di durata. Non è insolito che possa presentarsi nei primi rapporti sessuali oppure con nuovi partner. Ma cosa si può fare? Online si possono trovare numerosi esempi, articoli, opinioni e consigli, per sintetizzare questi generalmente consistono in rilassarsi, non pensarci e concentrare l’attenzione su altro che non ha nulla a che fare con il rapporto sessuale. Dal mio punto di vista queste non sono strategie utili per riuscire a gestire l’eiaculazione precoce soprattutto perché non permettono di vivere veramente bene l’atto sessuale, portano infatti la persona ad estraniarsi da questo: le persone sono presenti con il corpo ma una parte del loro cervello è concentrata su “non pensarci, non pensarci”, in tal modo si scollega l’atto dal vissuto emotivo. Quindi che fare? Fondamentale innanzi tutto immergersi nell’atto, staccare la parte di cervello che rimane giudicante e lucida, che osserva la prestazione che stiamo avendo. Questo lo si può mettere in atto concentrandosi sul corpo dell’altro, togliere l’attenzione dalle sensazioni che si provano, dalla paura di poter avere un orgasmo nell’immediato e spostare quindi l’attenzione sulle sensazioni, emozioni che l’altro sta provando di cui noi siamo gli artefici. Rimanere concentrati sul rapporto sessuale ma al tempo stesso smettere di direzionare l’attenzione verso di noi ma veicolarla verso il piacere dell’altro. Questo è uno strumento abbastanza semplice soprattutto in termini di applicazioni poiché permette un aumento della profondità di immersione nell’atto direzionando al tempo stesso l’attenzione sul piacere che l’altro sta provando. Questo determina anche un feedback di sicurezza e di efficacia, di solidità di ciò che stiamo facendo e quindi di fatto può innescare un circolo virtuoso per cui poi le prestazioni progressivamente migliorano.      ### Psicoterapia: l'importanza di chiedere SUBITO aiuto Quanto è importante chiedere un aiuto rapido nel momento in cui si vive un disagio psicologico? IMPORTANTISSIMO!  Può capitare che ci si trovi a vivere un sintomo come un attacco di panico, oppure ansia, depressione o un disturbo sessuale; oppure ci si trovi a vivere un problema esistenziale per esempio riguardo il prendere una decisione, un problema relazionale o un cambio di lavoro. Quest’ultima situazione, ovvero il problema esistenziale, non determina un sintomo vero e proprio ma un disagio, una preoccupazione che vale la pena affrontare. Il tempo che intercorre tra l’insorgenza del problema e la richiesta di aiuto dipende ovviamente dalla categoria in cui il problema è inserito. Quando infatti ci si trova a vivere un sintomo come un attacco di panico generalmente la richiesta d’aiuto è più rapida, è direttamente proporzionale all’intensità del sintomo. Quando invece ci sono dei problemi esistenziali il tempo che intercorre tra l’insorgenza del problema e la richiesta d’aiuto generalmente si dilata fortemente. Indipendentemente dalla difficoltà o dalla categoria di appartenenza del sintomo piuttosto che un problema esistenziale è fondamentale chiedere precocemente aiuto perché più passa il tempo più la persona si organizza e riadatterà la propria vita in funzione del sintomo e problema stesso.Per fare un esempio si può pensare all’agorafobia ovvero la paura degli spazi aperti che può concretizzarsi nella paura ad allontanarsi da casa piuttosto che essere soli in alcuni luoghi. Questa paura può essere invalidante e spesso, dopo il primo attacco di panico, la persona si adatta al sintomo evitando alcuni luoghi, o un’uscita a cena o un cinema. La persona riorganizza la propria vita in funzione della paura di vivere nuovamente l’episodio di disagio. Più passa il tempo tra l’insorgenza del sintomo e il momento in cui questa persona chiede aiuto più sarà difficile andare a cambiare il sistema. Nulla è impossibile ovviamente, anzi gli interventi psicoterapeutici sono supportati da evidenze scientifiche, tuttavia le difficoltà saranno maggiori. La persona ha infatti imparato ad integrare il sintomo nella sua vita, la persona si è riorganizzata e non ne è nemmeno consapevole. Come si traduce questo concretamente? Spesso quando le coppie chiedono aiuto, quando scelgono di farsi aiutare, è molto tardi. È facile in questi casi ritrovare dinamiche cristallizzate e incancrenite che si trascinano da anni, l’intervento quindi deve raggiungere profondità maggiori per andare a cambiare il sistema disfunzionale.  Pertanto, più la presa in carico è rapida più l’intervento, in linea di massima, sarà efficace.       ### Attacchi di panico: sfatiamo i miti di morte e di guarigione Parliamo di attacchi di panico e di due caratteristiche che li riguardano. L’attacco di panico è parte della sintomatologia ansiosa, è una delle patologie psichiche più invalidanti, circa il 30% della popolazione ha vissuto o vivrà nel corso della sua vita almeno un episodio di attacchi di panico. Questi sono anche circondati da un sacco di mala informazione, spesso la persona con attacchi di panico cerca su Dottor Google trovando una marea di informazioni che, non sono sbagliate in termini assoluti, ma non sono cucite addosso al soggetto circondandolo quindi di un alone di mistero e di paura. Ci sono moltissime tecniche e protocolli utilizzabili con gli attacchi di panico, gli psicofarmaci ansiolitici sono anche la seconda categoria di farmaco più prescritta in assoluto dai medici di base. Qui però voglio concentrarmi su due elementi importanti degli attacchi di panico rispetto ai quali, dal mio punto di vista, le informazioni non sono sempre corrette: innanzi tutto di attacchi di panico non si muore, portano ad una grande paura della morte ed è frequente che durante un attacco la persona abbia paura di morire perché sente il cuore esplodere, piuttosto che il fiato corto per l’iperventilazione. Il secondo aspetto importante è che gli attacchi di panico possono essere completamente curati: una delle paure che spesso i pazienti raccontano è di non liberarsi più degli attacchi di panico. I pazienti temono di vivere nel costante terrore di poterli sperimentare e riavere per tutta la vita. Di attacchi di panico non si muore e possono essere completamente superati, è necessario ovviamente affrontare un percorso psicoterapeutico ed in alcuni casi specifici anche farmacologico. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### E' un attacco di panico o è ansia? Oggi giorno si sente spesso dire: “ho avuto un attacco di panico”, oppure “soffro di attacchi di panico”, “questa notte mi sono svegliato di soprassalto ero molto agitato, avevo tachicardia e ho avuto un attacco di panico”.   Queste sono frasi molto comuni, spesso sentite da amici e ripetute dopo aver avvertito qualche sintomo descritto da altri.  Ma sono veramente attacchi di panico? È fondamentale, a mio avviso, conoscere cosa sia veramente un attacco di panico per poterlo distinguere, innanzi tutto, da uno stato d’ansia generale e secondariamente per poter comprendere che ciò che si ritiene di avere in realtà non lo si ha.   Spesso infatti ciò che si pensa riguardo a sé stessi, le convinzioni e le credenze influiscono negativamente sul nostro benessere e sul nostro equilibrio, portandoci in un vortice di negatività che causa sofferenza. Il panico è diverso sia dall’ansia generalizzata che dalle fobie, poiché corrisponde ad un periodo specifico in cui vi è l’insorgenza improvvisa di una paura terrificante e la sensazione di una catastrofe.  Per poter dire “ho avuto un attacco di panico” non è sufficiente avere “un po' di agitazione”, “un po’ di nervosismo”, “un po' di tachicardia” oppure “agitazione per mezz’ora”.  Durante un attacco infatti sono presenti sintomi come apnea, dolore o fastidio al petto, sensazione di soffocamento e paura di “impazzire” e di perdere il controllo, morire.  Durante un attacco di panico la persona è ipersensibile agli stimoli visivi e uditivi, si sente svenire e prova la brutta sensazione di sentirsi separati dal proprio corpo o percepisce la realtà attorno alterata. Un attacco di panico è improvviso irrompe la normale attività del soggetto che lo sperimenta che viene sorpreso, non comprende cosa gli stia succedendo, teme di avere un infarto e vorrebbe scappare per rifugiarsi in un luogo sicuro. Un attacco di panico raggiunge il picco d’intensità in 10 minuti e poi svanisce, i sintomi vissuti infatti sono molto intensi e invalidanti perciò sarebbe insostenibile per l’essere umano provarli per un lungo periodo. Un attacco di panico è immediato, repentino e molto intenso. La fase successiva all’attacco di panico, detta “post critica”, può invece protrarsi per ore perché caratterizzata da spossatezza, malessere, grosso disagio, stanchezza, scarsa lucidità e debolezza muscolare. Un attacco di panico è complesso, intenso, provoca grosso disagio e interferisce con la normale attività quotidiana. Un attacco di panico non è quindi “uno stato d’ansia generale” caratterizzato invece da preoccupazione generalizzata, costante, che può ovviamente anch’essa interferire con le attività quotidiane. L’ansia generalizzata causa pensieri irrazionali, palpitazione e batticuore, indica che l’organismo si sta preparando ad affrontare un’imminente minaccia. La persona che soffre di ansia generalizzata si sente spesso e costantemente irrequieta, impaziente, ha la sensazione di non poter controllare la situazione e pensa possa accadere il peggio da un momento all’altro. A causa delle numerose energie che vengono spese la persona prova affaticamento e dolori fisici che la portano spesso a rivolgersi ad un medico. Il primo passo per poter ottenere equilibrio e maggiore benessere è sicuramente cercare di avere la forza di osservare i propri sintomi ciò che si crede di avere, o ciò che non si vuole vedere ma che in realtà si prova e, in ognuno di questi casi, avere anche la forza di affidarsi ad un professionista. ### Ipocondria: come cambia la vita? l'ipocondria è un disturbo d'ansia e consiste in una preoccupazione costante e persistente rispetto al proprio stato di salute; in particolare rispetto alla paura di poter contrarre, o di aver contratto, una malattia potenzialmente mortale. Chi soffre di ipocondria vive in uno stato di costante allerta, di tensione e di ascolto dei piccoli rumorini che il nostro corpo produce, trasformandoli però in frastuoni. Ogni segnale, ogni sintomo, si trasforma potenzialmente in un sintomo mortale.Tutti gli ipocondriaci sono portati quindi a cercare rassicurazioni e conferme rispetto al proprio stato di salute. Si rivolgono a medici e specialisti per avere la certezza di star bene, ma queste conferme, che puntualmente arrivano, placano solamente per un breve periodo lo stato di allerta, poiché ansia e preoccupazione rimangono alla porta, pronte a ripresentarsi sotto forma di sintomo di un altro disturbo.Non è infatti insolito che chi soffre di ipocondria la sviluppi principalmente legata ad una particolare malattia, ma che poi questa venga sostituita progressivamente da altri timori e altre patologie potenziali. La vita dell’ipocondriaco diventa letteralmente un inferno, fatto di ansia, di paura e incertezza sul proprio stato di salute, sulla propria vita e sulla propria morte. E’ portato a chiedere continue conferme e rassicurazioni ad esempio a cari, familiari ed amici, appesantendo i rapporti con loro e ad alterare le proprie abitudini, convinto che queste possano essere in qualche modo nocive per il proprio stato di salute, trovandosi progressivamente sempre più solo ed incompreso all'interno del proprio disagio, al punto che la paura delle malattie diventa essa stessa la malattia principale. ### Ansia: cronicità, evitamento, anticipazione I disturbi d'ansia sono numerosi e anche molto diversi tra loro. Si parla ad esempio di attacco di panico, di fobie, di ansia generalizzata, di ipocondria e via dicendo. Sono anche tra i più frequenti, basti pensare che se ci si riferisce solo agli attacchi di panico é stimato che circa il 30% della popolazione li abbia sperimentati, o li sperimenterà, almeno una volta nella vita.Ci sono però due meccanismi dell’ansia che dal mio punto di vista incidono particolarmente sul perpetrarsi del problema e quindi sulla cronicizzazione del problema stesso.Sono i meccanismi di evitamento e di anticipazione. I meccanismi di evitamento consistono in tutti quei comportamenti che vengono agiti (o meno) per tenersi lontano da fonti ansiose: evitare di fare qualcosa o evitare di andare in posti specifici; ad esempio una persona che ha avuto un attacco di panico in autostrada potrebbe sviluppare un meccanismo di evitamento che la porta a non guidare più in autostrada, ma continuare a guidare solamente in strade cittadine; una persona che ha avuto un attacco di panico aereo potrebbe essere portata, tramite un meccanismo di evitamento, a viaggiare esclusivamente in treno, e così via.Questo era il primo meccanismo; il secondo riguarda l'ansia anticipatoria, ossia un pensiero che diventa invasivo nella testa della persona e che la proietta in uno stato di ansia vera e propria, anche alla sola idea di trovarsi in una particolare situazione o di dover fare qualcosa. La preoccupazione cresce anche solo pensandoci.Ovviamente questo meccanismo va a braccetto con l’evitamento poiché, insieme, fanno entrare la persona in un circolo vizioso in cui da un lato è portata ad evitare una determinata situazione o comportamento e dall'altro questo comportamento evitante aumenta sempre di più la paura della paura, terrorizzando alla sola idea di poter compiere un'azione o di trovarsi in una determinata situazione.Lo stato ansioso aumenta, portando progressivamente la persona a limitare i suoi margini di manovra e le sue esperienze, costringendola a vivere schivando letteralmente le preoccupazioni o le situazioni che potrebbero causarle ansia.Dal mio punto di vista questi due meccanismi, spesso trasversali ai diversi disturbi ansiosi, determinano in maniera importante la cronicizzazione degli stessi. E’ quindi sicuramente importante affrontare l’ansia, ma lo è altrettanto fare attenzione a questi meccanismi prima che si impadroniscono della (qualità) nostra vita. ### Disturbi d'ansia: facciamo chiarezza Facciamo un po’ di chiarezza sull’ansia e i disturbi d’ansia. Partiamo dal presupposto che l'ansia è un qualcosa di assolutamente normale, che fa parte dei nostri meccanismi più ancestrali. In particolare consiste in un sistema di protezione che permette di tenerci lontano da tutte le situazioni potenzialmente pericolose, attivando dei meccanismi fisici e dei meccanismi mentali che diventano tutelanti per la nostra incolumità.Si parla però di disturbi d'ansia nel momento in cui c'è una condizione anticipatore di preoccupazione rispetto a pericoli ed eventi futuri potenzialmente negativi. Si vengono a creare dei sentimenti di disforia, piuttosto che una situazione di tensione dal punto di vista fisico, sia per quanto riguarda eventi esterni sia per eventi interni, appartenenti alla mente dell’individuo. Si fa un gran parlare dei disturbi d’ansia, sembra che tutti l'abbiano provata, che tutti la sperimentino. Ognuno ha la sua versione, però per fare un po’ di chiarezza possiamo dire che esistono, al di là dei disturbi d'ansia legati all'utilizzo di sostanze piuttosto che ad una condizione medica generale, 7 diversi tipi di disturbi d’ansia.Il primo è il disturbo d'ansia generalizzato. Si vive in una situazione di agitazione e preoccupazione costanti che accompagnano l'individuo per tutto il corso della giornata, per più giorni consecutivi. In particolare i manuali diagnostici si riferiscono ad un periodo di almeno 6 mesi.Il secondo è il disturbo d'ansia sociale, cioè legato a delle situazioni specifiche che pongono l'individuo in una condizione di giudizio rispetto agli altri, che lo mettono a disagio. Il terzo è l’agorafobia. Un disturbo che fa riferimento alla paura degli spazi ampi, aperti, che mettono l'individuo anche in questo caso in una situazione di preoccupazione e di agitazione.Il quarto sono le fobie specifiche, ossia una paura irrazionale per qualcosa di specifico. Ad esempio l'acrofobia per quanto riguarda le altezze piuttosto che la claustrofobia per gli spazi chiusi.Il quinto è il disturbo da attacco di panico, che è sicuramente uno tra i più conosciuti e consiste nell'insorgere improvviso, nell'arco di dieci minuti, di una serie di sintomi, come ad esempio tachicardia, sudorazione, confusione, paura di morire, etc. (ho già fatto dei video a riguardo, dove approfondisco meglio questo argomento).Infine ci sono altri due disturbi d’ansia, che vengono ascritti principalmente al mondo dell'infanzia e dell’adolescenza.Il mutismo selettivo, ossia la difficoltà a parlare e nell'esprimersi in situazioni specifiche situazioni, che mettono a disagio l'individuo e l'ansia da separazione, anche in questo caso prevalente nei bambini. Come dice il termine stesso consiste nella difficoltà ad allontanarsi dalla figura principale di riferimento. Con questo video ho voluto provare a chiarire meglio quali sono i disturbi d'ansia per provare a mettere ordine, perché quando si parla di ansia, di fatto, non c'è nulla di negativo, ma nel momento in cui l’ansia degenera allora si trasforma in un disturbo, ma in questo caso è fondamentale distinguere con chiarezza di cosa si sta parlando. ### Tradimento: la durata conta?   Esiste una relazione tra quanto è durato un tradimento e quanto in profondità devo andare all'interno della (terapia di) coppia per affrontarlo? Ovviamente non si può credere che un tradimento, ad esempio di una notte con uno sconosciuto, o con un “professionista”, possa avere lo stesso peso di un tradimento ad esempio fatto con un amico o amica di famiglia magari durato per anni.Questi due scenari rientrano sempre nella dinamica del tradimento, ma hanno significati completamente differenti.Considerando la seconda tipologia, cioè un tradimento particolarmente lungo e particolarmente complesso, una volta scoperto è a tratti più devastante rispetto alla “scappatella” che ho citato prima, pertanto richiede un lavoro diverso all'interno della coppia che, se sceglie di provare ad andare avanti, di continuare a stare insieme, deve necessariamente passare attraverso un profondo momento di ricostruzione, soprattutto dei presupposti. In questi casi non si può passare dall’idea, come invece molte volte mi capita sentire, di prendere una gomma, cancellare tutto e ripartire, oppure, come dicono altri “mettiamoci una bella pietra sopra, da lì andiamo avanti e non parliamone mai più”.Per questo tipo di “errori” non è possibile, non possono essere visti come una piccola macchiolina su un foglio, richiedono di essere compresi e sicuramente mai dimenticati, poiché necessari per poter ricostruire i presupposti di coppia, magari passando anche attraverso la trasformazione di quelli vecchi, che fino a quel momento erano considerati dei capisaldi. Solo attraverso una profonda rielaborazione possiamo dire di provare a lavorare attivamente per ricostruire o comunque salvare la coppia, ma dobbiamo essere consci che partiremo da dei presupposti diversi e che quindi anche ciò che otterremo non sarà mai quello che era prima. Non si potrà mai far tornare le cose esattamente come erano prima, si dovrà trovare una coppia nuova, una coppia diversa, un partner nuovo, un partner diverso e non si potrà pensare di dire “ok faremo tornare tutto come prima”.  Se la coppia capisce questo ed è in grado di andare a comprendere che ormai quello che era convinta di avere non esiste più e che l'unica scelta è costruire qualcosa di nuovo, allora probabilmente c'è la possibilità di rimanere insieme; diversamente, se si insegue il passato, un passato che di fatto ha portato anche a vivere questo tradimento, questa difficoltà, allora difficilmente riuscirà a trovare pace, riuscendo a stare di nuovo insieme, di nuovo felice. ### Disfunzioni sessuali maschili e femminili Facciamo chiarezza sulle disfunzioni sessuali, poiché il sesso è sulla bocca di tutti, ma in pochi possono davvero dire che sanno di cosa stanno parlando.L’informazione è spesso superficiale e frammentaria; basti pensare che ci sono uomini convinti di poter risolvere tutto attraverso le pillole magiche ed altri che si lanciano in una serie di tentativi più o meno bizzarri per riuscire a portare a termine un rapporto sessuale.Le disfunzioni sessuali, da manuale diagnostico, sono tutte quelle difficoltà che si innescano durante il processo di risposta sessuale.Il processo di risposta sessuale è fatto da cinque fasi ben distinte. la prima è il desiderio, ossia una fase di attivazione emotiva che porta l'individuo a ricercare il proprio oggetto di piacere.La seconda é l’eccitazione, ovvero la fase in cui ci sono una serie di modifiche, anche dal punto di vista fisiologico, come ad esempio l’accelerazione del battito cardiaco, la tensione muscolare, l'erezione negli uomini e la lubrificazione nelle donne.La terza è la fase di plateau, in cui c'è un consolidamento della fase di eccitazione, che aumenta sempre più, sino portare alla fase orgasmica (quarta fase) in cui tutta la tensione accumulata viene rilasciata tramite appunto l’orgasmo.Infine c'è la fase di risoluzione (quinta fase) nella quale, dopo che il corpo si è scaricato, tutti i valori fisiologici tornano ad uno stato di rilassamento.Ma quali sono le disfunzioni sessuali e come vengono categorizzate? In particolare, al di là della disfunzione sessuale legata all'utilizzo di sostanze, si individuano quattro diverse disfunzioni sessuali per quanto riguarda gli uomini e tre per quanto riguarda le donne. Le quattro disfunzioni sessuali riguardanti gli uomini sono:  l’eiaculazione ritardata; l’eiaculazione precoce; il disturbo sessuale da desiderio ipoattivo nell’uomo; la disfunzione erettile. Per quanto riguarda le disfunzioni sessuali delle donne invece si fa riferimento a: il disturbo da orgasmo; il disturbo del desiderio sessuale; il disturbo da dolore genito-pelvico e della penetrazione; Spero che con questo video si siano chiarite alcune delle difficoltà legate al rapporto sessuale e alla propria sessualità, ma soprattutto rispetto alla mala informazione, spesso superficiale, che si trova in giro. ### Quanto costa la terapia? Il costo della terapia: una domanda frequente Dottore, ma quanto costa la terapia? Questa è una delle domande che mi viene posta fin dalla prima telefonata o dal primo colloquio. Ed è una domanda importante, perché il prezzo spesso determina la scelta di intraprendere un percorso e rivolgersi a un professionista, a prescindere dai servizi offerti. Qual è il costo medio di una seduta? Per quanto riguarda la psicoterapia e, in particolare, la terapia individuale, il costo di una singola seduta può oscillare tra i 60 e i 100 euro. Naturalmente, si possono trovare professionisti con tariffe più basse e altri con tariffe più alte. Esistono delle linee guida con un tariffario suggerito, ma ogni professionista è libero di stabilire la tariffa oraria che ritiene più adeguata. Generalmente, il costo si attesta tra i 60 e i 100 euro, con variazioni legate all’esperienza del terapeuta e alla zona geografica in cui opera. Il costo orario è l’unico fattore da considerare? Molti pazienti si focalizzano esclusivamente sulla tariffa oraria, ma basarsi solo su questo parametro spesso non è una buona idea. È molto più utile valutare l’investimento complessivo, perché fornisce un’indicazione più realistica del costo effettivo del percorso terapeutico. Facciamo un esempio: un professionista con una tariffa oraria più bassa potrebbe richiedere un numero maggiore di sedute per ottenere risultati, mentre un altro, con una tariffa oraria più alta, potrebbe trattare il disturbo in un tempo più breve. Investire nel percorso terapeutico: cosa considerare Per questo motivo, consiglio sempre di chiedere non solo il costo della singola seduta, ma anche una stima della durata complessiva del trattamento. Questo permette di valutare l’investimento totale e fare una scelta più informata. Molte volte, si scopre che un professionista considerato costoso per una singola seduta risulta, alla lunga, più economico rispetto a uno con una tariffa più bassa, ma che impiega molto più tempo per concludere il percorso terapeutico. Conclusione Quando si sceglie un terapeuta, il prezzo è un elemento importante, ma non deve essere l’unico criterio di valutazione. Considerare la qualità del servizio, l’esperienza del professionista e la durata stimata del trattamento aiuta a prendere una decisione più consapevole e conveniente nel lungo periodo. ### Sei lo psicoterapeuta giusto? Sai curare il mio problema? Le domande più comuni al primo contatto Quando una persona in difficoltà mi contatta per la prima volta, spesso mi pone tre domande fondamentali: Tu sai curare il mio problema? Sei il terapeuta giusto per me? Hai già avuto pazienti con la mia stessa difficoltà? Sono domande legittime, comprensibili, e direi persino necessarie. È naturale voler capire se il professionista a cui ci si sta rivolgendo sia la persona giusta per aiutarci. Tuttavia, queste domande hanno una complessità intrinseca che rende difficile fornire risposte immediate e definitive. È possibile sapere subito se sono il terapeuta giusto? Alla domanda "Sei il terapeuta giusto per me?", la mia prima risposta è: "Non lo so, ma possiamo scoprirlo insieme." Scegliere un terapeuta è un processo che va oltre le credenziali o l’esperienza con casi simili. La relazione terapeutica è un elemento chiave del percorso e non può essere determinata in anticipo solo sulla base di una conversazione telefonica. Il modo migliore per capirlo è iniziare un breve percorso di consultazione. Posso curare il tuo problema? Quanto alla domanda "Sai curare il mio problema?", la risposta, in linea teorica, è sì. Sono formato per trattare una vasta gamma di problematiche psicologiche. Tuttavia, il tuo problema è unico, personale, e per questo ho bisogno di comprenderlo meglio prima di darti una risposta concreta. Ogni individuo ha una storia, un contesto e delle dinamiche specifiche che richiedono un’analisi approfondita prima di poter stabilire il miglior approccio terapeutico. Ho già trattato pazienti con il tuo stesso problema? Infine, alla domanda "Hai già avuto pazienti con la mia stessa difficoltà?", la mia risposta è: "Dipende." Se non conosco ancora la tua difficoltà nel dettaglio, è difficile rispondere con precisione. Inoltre, anche se avessi già seguito pazienti con problematiche simili alla tua, ciò non garantisce automaticamente che il percorso che ha funzionato per loro funzionerà anche per te. Ogni persona è unica e merita un’attenzione specifica e personalizzata. Come capire se il terapeuta è quello giusto? È giusto che chi cerca aiuto voglia sapere se ha trovato il professionista adatto. Allo stesso tempo, un buon terapeuta non dovrebbe dare risposte affrettate, ma piuttosto offrire un percorso esplorativo per scoprirlo insieme. Per questo motivo, propongo sempre ai miei pazienti una fase di consultazione composta da tre o quattro incontri al massimo. Questo breve periodo iniziale permette di: Fare il punto della situazione. Comprendere meglio le cause del problema. Valutare se e come posso essere d’aiuto. In questo modo, la risposta alla domanda "Sei il terapeuta giusto per me?" non è più un’incognita irrisolvibile, ma diventa una scoperta che possiamo fare insieme in un tempo breve e strutturato. Il tuo diritto a fare domande Continuate a porvi queste domande, perché è vostro diritto farlo. E soprattutto, osservate come il professionista risponde. Il modo in cui un terapeuta affronta queste richieste fornisce già informazioni preziose su di lui, sul suo approccio e sulla sua capacità di mettersi in sintonia con voi. In fondo, trovare il terapeuta giusto è una questione di fiducia, ascolto e comprensione reciproca. ### Perchè lo psicologo non parla di sé Le domande più comuni "Dottore, lei è sposato? Ha figli? Dove va in vacanza quest'estate?" Sono domande che mi vengono fatte spesso, soprattutto quando si è già instaurata una certa alleanza terapeutica dopo qualche incontro. È normale che, all’interno della relazione terapeutica, alcuni pazienti sviluppino curiosità nei confronti del loro terapeuta. Queste domande possono sorgere spontaneamente nel corso della conversazione, poiché conoscere meglio chi si ha di fronte aiuta a sentirsi più a proprio agio. Il ruolo del terapeuta: perché non risponde? Nonostante questa curiosità sia comprensibile, tendo a non rispondere a queste domande, perché il focus deve rimanere sul paziente. La terapia è uno spazio dedicato interamente a lui, e parlare di me rischierebbe di spostare l’attenzione su aspetti che non sono rilevanti per il processo terapeutico. In alcuni casi, quando un paziente diventa particolarmente insistente, il mio rifiuto di rispondere può apparire più netto. Questo però non significa che io voglia essere distante, saccente o che mi consideri superiore. Spesso i pazienti possono interpretare questa chiusura come un segnale di distacco, ma in realtà ha una funzione ben precisa all’interno del percorso terapeutico. Le neo-strutture terapeutiche: cosa sono e perché sono importanti? Nel percorso terapeutico esistono le cosiddette neo-strutture terapeutiche, ossia processi mentali che contribuiscono al cambiamento dell’individuo. Si tratta di meccanismi interni che aiutano il paziente a elaborare i propri pensieri e a sviluppare un dialogo interno con il terapeuta. Per spiegare meglio questo concetto, facciamo un esempio: dopo un certo periodo di terapia, un paziente inizia a riconoscere il tipo di domande che il terapeuta gli pone e le riflessioni che gli suggerisce. Nel momento in cui si trova ad affrontare una difficoltà nella vita quotidiana, può iniziare a chiedersi: "Cosa mi direbbe il mio terapeuta in questa situazione? Quale domanda mi porrebbe per aiutarmi a riflettere?" Questi pensieri fanno parte delle neo-strutture terapeutiche: sono il segno che il paziente sta interiorizzando il processo terapeutico e che sta sviluppando un dialogo interno che gli consente di affrontare autonomamente le proprie difficoltà. L'importanza dello "spazio bianco" nella terapia Ma cosa c’entra tutto questo con il fatto che il terapeuta non parla di sé? C'entra eccome. Se il paziente conoscesse molte informazioni sul terapeuta—chi è, cosa fa, cosa pensa, come reagirebbe in determinate situazioni—questo influenzerebbe il processo terapeutico. Invece di proiettare i propri pensieri e le proprie soluzioni su uno "spazio bianco", il paziente rischierebbe di basarsi su ciò che il terapeuta pensa realmente, anziché elaborare autonomamente le proprie risposte. Lo spazio bianco è fondamentale: permette al paziente di esplorare i propri pensieri senza essere condizionato dalle esperienze o dalle opinioni personali del terapeuta. Se il paziente sapesse esattamente cosa farebbe il suo terapeuta in una determinata situazione, non sarebbe più libero di costruire il proprio ragionamento, ma tenderebbe semplicemente a ripetere ciò che crede il terapeuta farebbe. Questo andrebbe contro l’obiettivo della terapia, che è aiutare il paziente a sviluppare una propria autonomia decisionale e riflessiva. Conclusione Quando il terapeuta sceglie di non parlare di sé, non lo fa per mantenere un atteggiamento distaccato o perché si considera superiore. Non è una questione di riservatezza o di freddezza, ma una scelta consapevole e funzionale alla terapia. Le neo-strutture terapeutiche sono strumenti fondamentali nel percorso terapeutico: affinché possano funzionare, il terapeuta deve rimanere uno spazio bianco su cui il paziente può proiettare i propri pensieri e idee. Questo consente al paziente di sviluppare un dialogo interno costruttivo e di acquisire maggiore autonomia nel processo decisionale. La terapia non è un luogo in cui si scambiano informazioni personali, ma uno spazio in cui il paziente è libero di esplorare se stesso, senza distrazioni e senza condizionamenti. ### Dopo un tradimento: tornerà tutto come prima?   L’errore più grande dopo un tradimento Il più grosso errore delle coppie che affrontano un tradimento, nel tentativo di superarlo, è fissarsi su un obiettivo irrealistico: “Tutto tornerà come prima.” No. Non è vero. Anzi, dirò di più: è impossibile. Far tornare tutto come prima in una coppia, nel bene o nel male, non si può. La relazione è come un fiume: scorre, e fermarlo è impossibile. Non si può cancellare il passato Quando si affronta un evento, positivo o negativo—e il tradimento è senza dubbio un evento negativo—non possiamo ignorarlo. Non possiamo pensare di tornare indietro e cancellarlo, anche se molte persone lo desiderano ardentemente. Nei primi colloqui sento spesso ripetere, come un mantra: "Se solo potessi tornare indietro...""Quanto sono stato/a stupido/a...""Cosa posso fare per cancellare tutto?" Ma la verità è che nulla di tutto questo è possibile, né utile. Cosa fare davvero: riscoprire i valori della coppia Invece di cercare di cancellare il passato, dobbiamo concentrarci su ciò che possiamo fare nel presente: Riscoprire i valori della coppia Rafforzare le colonne portanti del legame Capire cosa possiamo modificare per tornare a essere felici Pensare che tutto possa tornare come prima è un'illusione. Il tradimento è accaduto e bisogna prenderne atto. Non si può dimenticare, e cercare di forzarsi a farlo è ancora più dannoso. Capire le cause e mantenere gli “allarmi” attivi Ciò che invece è utile è capire cosa ha portato al tradimento e, soprattutto, sviluppare una nuova sensibilità verso quei segnali che ne hanno favorito l’insorgenza. Quando una coppia sceglie di rimanere insieme dopo un tradimento, significa che ha deciso di riorganizzarsi. Ma questa riorganizzazione deve includere una consapevolezza nuova, un’attenzione costante ai problemi che, se ignorati, potrebbero riemergere. Prevenire per proteggere la coppia Il consiglio è chiaro: tenere gli allarmi attivi. Essere più attenti alle dinamiche della relazione Non sottovalutare i segnali di crisi Affrontare i problemi prima che diventino insormontabili Se ci si trova di nuovo in una situazione simile, bisogna intervenire subito, prima che il problema diventi troppo grande per essere gestito. Non tornare indietro, ma ricostruire Togliamoci dalla testa l’idea che superare un tradimento significhi tornare indietro. Superarlo significa ricostruire la coppia. Bisogna ripartire dai capisaldi che, all’inizio, hanno fatto scegliere quella relazione e che in seguito sono stati la base per costruirla. Un evento, nel bene o nel male, lascia sempre il segno: non si può cancellare né tornare indietro. La coppia è come un fiume Una relazione è come un fiume: scorre. Possiamo guidarne il corso, ma non invertire la corrente. ### Psicoterapia o psicofarmaci? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di assumere un farmaco rispetto invece ad intraprendere un percorso di psicoterapia? Proviamo a metterli a confronto. Perché alcune persone preferiscono ricorrere alla terapia farmacologica mentre altri preferiscono rivolgersi alla psicoterapia? Questa riflessione mi è nata in farmacia, poiché mi sono recato recentemente in due farmacie diverse, quindi con clienti diversi, personale diverso e farmacisti diversi, per acquistare dei farmaci e la persona prima di me, in entrambi i casi, ha richiesto delle pillole per superare la paura di volare.In entrambi i casi è curioso che il farmacista abbia consigliato delle pillole per superare il jet-lag, così da facilitare il superamento del fuso orario. Senza entrare nel merito della prescrizione farmacologica, perché non è di mia competenza, mi è nata spontanea la domanda, ovviamente dettata dalla deformazione professionale: “perché alcune persone preferiscono assumere dei farmaci, mentre altre preferiscono intraprendere un percorso di psicoterapia?”.Il vantaggio, per quanto riguarda il farmaco, è sicuramente che è più rapido, nel senso che: “prendo la pillola ed immediatamente mi passa sintomo” (spero).Inoltre, in molti casi, può essere visto come l’unica alternativa, sia per la ridotta disponibilità di tempo, sia perché non tutti conoscono la possibilità di intraprendere un percorso per superare la propria difficoltà.Al tempo stesso il farmaco permette di far finta (quasi) che il problema non esiste, nel senso che se ci sono delle difficoltà periodiche, come ad esempio la paura di volare, che si acuiscono nel momento in cui si deve prendere un aereo ed il periodo estivo è il periodo elettivo in tal senso, prendere un farmaco permette di far (quasi) finta che il problema non esiste e lo risolve (talvolta) in un periodo anche abbastanza rapido nel momento in cui si (ri)presenta. Permette di rimanere nella nella propria zona di comfort, senza avere troppe preoccupazioni.I vantaggi invece di intraprendere un percorso di psicoterapia sono altri.Ovviamente anche il percorso di psicoterapia ha come obiettivo quello di superare la paura di volare, permettendo alla persona di prendere un aereo serenamente, ma al tempo stesso richiede un investimento temporale, emotivo ed economico. Per mettersi in gioco occorrono motivazione e costanza poiché la psicoterapia è sicuramente più lunga rispetto alla semplice assunzione del farmaco. A prendere una pillola ci si mette 5 secondi, mentre un solo colloquio di psicoterapia, che ovviamente non potrà essere risolutivo nella sua unicità, dura circa un’ora.Inoltre obbliga la persona ad entrare nel problema, nel senso che occorrono una certa sincerità con se stessi ed una certa coerenza nel riuscire a dire “ho questo problema e voglio affrontarlo”, ma ha l’enorme vantaggio di restituire agency alla persona.Restituisce il senso di efficacia, la capacità di poter affrontare le proprie difficoltà ed i propri problemi. Una bella iniezione di autostima, ma soprattutto punta a risolvere il problema in via definitiva. Ovviamente non sta a me decidere se ad una persona convenga prendere un farmaco piuttosto che intraprendere una psicoterapia, però queste possono essere delle riflessioni che vale la pena considerare nel momento in cui ci si trova di fronte ad un problema. ### Psicoterapia: l'importanza della consultazione Perché strutturo i percorsi partendo sempre dalla fase di consultazione? Nella playlist dedicata a “come funziona la psicoterapia” ho già parlato della fase di consultazione; una fase preliminare che si colloca sempre all'inizio di ogni percorso di psicoterapia, della durata di 3 o 4 incontri, allo scopo di comprendere la situazione.Questa è però solo una spiegazione sintetica. La fase di consultazione, tanto densa quanto cruciale, si concentra principalmente su 6 aspetti e oggi voglio entrare più nel dettaglio di questi, in modo che sia chiaro perché i primi 3-4 incontri di una psicoterapia, che apparentemente potrebbero anche sembrare tanti, vengono proprio dedicati alla consultazione.Il primo aspetto è la possibilità di riuscire a comprendere qual è la situazione attuale, lo stato dell’arte, il disagio che la persona porta e quindi quali difficoltà e fatiche sta vivendo, nel momento in cui alza il telefono e fissa il primo appuntamento.Successivamente (secondo aspetto) è fondamentale riuscire a capire quali sono le aspettative che la persona ha rispetto all'intraprendere un percorso di psicoterapia, poiché nel momento in cui si sceglie di fare un investimento, in termini di tempo, in termini di fatica, in termini emotivi ed in termini economici è fondamentale riuscire a capire (dal punto di vista dello psicologo) se è possibile soddisfare le richieste che vengono portate, comprendendole chiaramente, così da potersi concentrare sulla fase successiva.Il terzo aspetto è quello in cui vengono comprese le cause che determinano il problema e quali sono i motivi che lo sostengono; perché la persona è arrivata a vivere questa difficoltà, questo incastro, che le impedisce di muoversi come vorrebbe?Il quarto aspetto consiste nel riuscire a comprendere se io sono la persona giusta per essere d’aiuto. Se sono il professionista più adeguato per aiutare la persona ad affrontare e risolvere la sua difficoltà.Il quinto aspetto si concentra sul definire bene in cosa consiste la terapia: quali sono i suoi obiettivi, quali i suoi tempi e quali le modalità con cui questa viene erogata, così da avere sempre chiaro in che direzione si sta andando, avendo anche una percezione rispetto a che punto ci si trova del lavoro intrapreso. Questi primi cinque aspetti sono propedeutici al sesto, ovvero quello che si concentra sulle soluzioni. E’ vero che è fondamentale riuscire a comprendere qual è il problema e quali sono le aspettative, etc., ma tutto questo (i primi 5 aspetti) deve essere fatto nell'ottica di poter trovare le soluzioni più efficaci per la persona, poiché molte volte mi sento dire da pazienti, che magari hanno già intrapreso altri percorsi, che c’è una indefinitezza del percorso. Viene loro chiesto di esporsi, di andare ad affrontare, spacchettare e ricordare dinamiche del passato, magari anche spiacevoli o dolorose, senza però avere ben chiaro perché, in che direzione sta andando e soprattutto i motivi per cui il dottore si concentra così nello specifico su alcuni elementi, magari tralasciandone altri apparentemente più pertinenti. Ecco a cosa serve la consultazione. Questa fase della terapia ha proprio lo scopo di andare a definire con chiarezza tutti questi elementi: comprendere il problema, le aspettative, le cause che lo determinano, etc., ma soprattutto concentrarsi sulle soluzioni possibili, così da rendere la persona sempre più consapevole di quali sono gli obiettivi del lavoro che ha intrapreso ed a che punto si trova del suo percorso. ### Depressione: sintomi e diagnosi Parliamo della depressione, dei suoi sintomi e della sua diagnosi.La depressione, come anticipato in un precedente video, fa parte dei disturbi dell’umore; tecnicamente viene chiamata “depressione maggiore” ed è sicuramente il disturbo dell'umore più diffuso.Questa è caratterizzata da due criteri discriminanti che possono essere presenti singolarmente o contemporaneamente, per poterne determinare la diagnosi.Il primo è legato a una flessione verso il basso dell’umore. Un umore depresso, fatto solitamente di tristezza, pianto, apatia, etc..Il secondo criterio invece è legato a una perdita di piacere e di interesse marcata, al punto che la persona non prova più piacere o interesse nello svolgere delle attività che invece prima per lei erano rigeneranti. Oltre a questi due criteri, di cui appunto è sufficiente averne solamente uno, devono essere presenti contemporaneamente almeno 3 dei sintomi che tra poco elencherò e lo devono essere per un periodo di almeno 15 giorni. Devono essere presenti contemporaneamente e devono determinare una marcata compromissione del funzionamento dell'individuo sotto una serie di punti di vista, come ad esempio l'area sociale, l'area relazionale, l’area familiare e quella lavorativa.I sintomi sono legati a: disturbi del sonno: insonnia o ipersonnia; alterazioni del comportamento alimentare: aumento o diminuzione significativa dell’appetito; rallentamento o agitazione psicomotoria; faticabilità e mancanza di energia; difficoltà marcate di concentrazione; pensieri ricorrenti sulla morte o sul suicidio. Questi appena elencati sono 6 dei sintomi più frequenti durante un episodio di depressione maggiore. Per poterla diagnosticare, oltre ai due criteri discriminanti che ho citato prima, l’umore depresso e la perdita di piacere e di interesse, almeno 3 dei 6 principali sintomi devono essere presenti in contemporanea per un periodo di almeno 15 giorni e devono essere tali da determinare una compromissione significativa del funzionamento della persona.Questi sono gli elementi determinano una diagnosi di depressione maggiore. Per approfondire il suo impatto sulla società consiglio “La depressione in numeri”. ### La paura di rimanere soli con i propri pensieri Le persone hanno una paura terribile di rimanere sole con i propri pensieri. Questa è una frase apparentemente banale che nasconde una grande verità. Per poterla spiegare riporto un esperimento un po’ particolare svolto all’Università di Harvard in collaborazione con l’Università della Virginia in cui hanno reclutato un centinaio di persone a cui hanno somministrato una piccola scossa elettrica, nulla di grave ovviamente, ma sufficientemente fastidiosa da generare disagio. A queste persone è poi stato chiesto se fossero stati disposti a pagare pur di non provare più la scossa, 42 persone hanno accettato. Gli sperimentatori hanno quindi portato i 42 soggetti che hanno accettato la proposta in una stanza completamente asettica in cui era solamente presente un bottone, dicendo loro di aspettare e stare con i propri pensieri per 15 minuti. Qualora non fossero riusciti ad aspettare, per noia, era presente un bottone con il quale decidevano di essere ri-sottoposti alla scossa, cosa che prima avevano rifiutato accettando il pagamento. Ben 18 persone su 42 pur di non rimanere da sole con i propri pensieri hanno premuto il tasto dell’elettroshock almeno una volta, in alcuni casi anche più di una in soli 15 minuti. Questo esperimento, al di là della sua bizzarria, rappresenta molto bene come le persone abbiano una paura tremenda di rimanere sole con i propri pensieri, spesso sono disposte a fare di tutto pur di non ascoltarsi. Questo spiega perché molte volte alcune delle dipendenze comportamentali che mettiamo in atto siano di tentativi di fuga da noi stessi.  Basti pensare ad esempio all’uso del cellulare, piuttosto che di qualsiasi altro dispositivo in cui ci immergiamo per perderci, perché siamo bombardati continuamente da stimoli che di fatto ci permettono di non pensare e di non ascoltarci, di non stare soli con la nostra testa e i nostri pensieri. Assolvono una funzione utilissima di calma, tranquillità, rassicurazione che è anche il motivo per cui non li lasciamo mai andare dalle mani. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo psicoterapeuta a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### La maternità e i quadri clinici possibili dopo il parto Tutti conosciamo il termine depressione post-partum ma cos'è? Quali sono i sintomi e le emozioni? Può essere più o meno grave? La maternità è un’esperienza molto complessa, è fuori dubbio che comporti uno sforzo di adattamento psicologico, fisiologico e sociale. Tale sforzo se non sostenuto può esporre la futura mamma a quadri clinici, soprattutto depressivi, di diversa entità e gravità.Il primo e più lieve quadro riscontrato è chiamato baby blues o maternità blues, è un lieve disturbo emozionale transitorio di cui soffre più della metà delle donne occidentali e che insorge nei giorni immediatamente successivi al parto. Con il termine blues si indica un momento di abbassamento del tono dell’umore con annesse sensazioni di stanchezza, tristezza, sfiducia e crisi di pianto.  Questo stato emozionale si accentua entro il quartoquinto giorno dal parto, generalmente in corrispondenza della montata lattea. Questa condizione può durare dal alcune ore ad alcuni giorni e si risolve generalmente spontaneamente.Questo stato d’animo può stupire le neo-mamme perché l’immagine comune della gravidanza e della nascita riportano l’idea di felicità, serenità. Tuttavia può accadere che la realtà dell’evento sia diversa: alla neo mamma spesso non è consentito provare emozioni negative o dedicare del tempo a se stessa, deve generalmente provvedere al bambino, in caso contrario corre il rischio di essere considerata egoista, criticata e giudicata. Lo scarto spesso presente tra pressioni sociali, mostrarsi serene e soddisfatte e le difficoltà emotive e pratiche dovute alle nuove responsabilità, possono contribuire a sviluppare un senso di inadeguatezza e sentirsi in colpa. Possono aggiungersi sintomi fisici quali mal di testa, senso di stanchezza, insonnia.  È inoltre probabile che, dopo la nascita del figlio, la realtà risulti diversa da ciò che la neo mamma si aspettava, così come le cure richieste risultano diverse e notevolmente più impegnative, la sensazione generata da questo ovvero di vulnerabilità può essere compensata con la vicinanza fisica del neonato: stando a contatto mamma e figlio possono conoscersi: cresce quella relazione speciale che il senso comune spesso da per scontata cosa che invece deve essere costruita, gradualmente, esplorandosi e conoscendosi. In tal modo il baby blues potrebbe essere velocemente superato evitando che la situazione aggravi.  COSA POTREBBE SUCCEDERE SE IL BABY BLUES NON SI RISOLVE?Qualora il baby blues non abbia esiti positivi è possibile che si evolva in uno stato più complesso, che comporta sintomi ben più sfiancanti e duraturi, sintomi tipici della depressione e dei disturbi dell’umore. Dati Istat del 2016 riportano che in occidente la depressione post partum colpisce circa il 1015% delle donne che partoriscono; può iniziare nelle settimane successive alla nascita e può durare anche per un anno.I sintomi sono tipicamente depressivi: umore depresso, perdita dell’interesse e del piacere di fare, insonnia o iper-insonnia, agitazione o rallentamento dell’attività giornaliera. La sensazione più comune è “quella di non farcela più”, la donna prova profonda stanchezza e sensazioni di inadeguatezza nei confronti delle richieste del figlio, si sente priva di valore e colpevole di non valere nulla. È infine riconosciuto uno stato ancor più complesso definito psicosi puerperale. Quest’ultimo è un quadro depressivo molto grave, comporta una destrutturazione delle funzioni psichiche, una compromissione dell’esame di realtà ovvero la capacità di differenziare gli stimoli provenienti dal mondo esterno da quelli interni. In alcuni casi si riscontra l’insorgenza di deliri e allucinazioni. Spesso, in questo quadro, si descrive la paura della mamma di stare vicino al proprio figlio: paure paranoidi di venire derubate o avvelenate. Queste madri sono descritte spesso come inappetenti, apatiche, trascurano sé stesse e la loro igiene. È una condizione molto grave che si presenta più raramente soprattutto in donne molto vulnerabili che spesso presentano una storia di patologie psichiatriche e sono inserite in contesti familiari e sociali non supportivi.Il contesto è un fondamentale mediatore del benessere, qualora sia supportivo, tollerante nei confronti delle difficoltà delle madri, mostrando fiducia in lei e sostegno i sintomi qui riportanti possono attenuarsi o avviarsi verso una loro risoluzione. In caso contrario possono persistere per mesi o anni compromettendo anche la relazione con il bambino. È fondamentale comprendere che aver sensazioni e emozioni negative successivamente alla nascita di un figlio è possibile ed è anche più comune di quanto ogni neo mamma immagina. ### Come scegliere lo psicologo psicoterapeuta Come si fa a scegliere lo psicologo psicoterapeuta giusto? Quali sono i criteri che dovrebbero, a mio avviso, essere considerati? I canali attraverso i quali si possono conoscere i professionisti sono il passaparola, internet, tramite ricerche. La prima cosa importante, dal mio punto di vista, è valutare innanzi tutto se il professionista scelto sa trattare il problema in oggetto, se ha esperienza rispetto quel tipo di difficoltà; per verificarlo, oltre a chiedere allo stesso, si può fare una piccola ricerca. Si può infatti controllare se ha scritto o pubblicato articoli, video, piuttosto che ha fatto interviste. Personalmente tenderei a diffidare da persone che presentano un elenco infinito di problemi trattati così come da coloro che garantiscono di poter far stare meglio il soggetto in 5 incontri; non conoscendo il problema non possono essere date garanzie dei tempi di risoluzione. In secondo luogo è altrettanto importante telefonare, in modo da capire anche la sensazione “a pelle”. Fissare un appuntamento via email può essere un rischio, sicuramente non è un vantaggio, non facilita il lavoro di nessuno dei due soggetti coinvolti. Diversamente durante al telefonata si possono comprendere molte cose: come il terapeuta la conduce, qual è il sentimento reciproco. Un’altra cosa da cui diffiderei è se il dottore mi fissasse immediatamente l’appuntamento senza chiedere qual è il problema, senza essersi fatto un’idea generale, fissare immediatamente un appuntamento mi darebbe l’idea del maggiore interesse a fissare l’appuntamento piuttosto che aiutare il paziente. Ritengo sia anche importante comprendere il metodo di lavoro, capire quali sono le caratteristiche, i tempi e le modalità con le quai vengono condotti i colloqui, qualora il dottore non indichi queste informazioni il rischio è che lo stesso sia più interessato a fissare il colloquio che aiutare oppure, molto più grave, che lo psicoterapeuta non abbia un metodo strutturato.  Ci sono poi una serie di elementi più pratici nella scelta dello psicoterapeuta, primo tra tutto il costo. Secondo elemento da considerare sono gli orari di ricevimento, questi devono essere necessariamente comodi per la persona in modo che andare al colloquio non generi ulteriore fatica, oltre quella emotiva che il colloquio di per sé suscita. Ulteriore elemento da considerare è la distanza: si può preferire un terapeuta vicino casa oppure uno lontano da casa; non deve mai essere un peso eccessivo perché potrebbe incidere negativamente sulla motivazione intrinseca al percorso. Riassumendo, gli elementi principali che, a mio parere, devono essere considerati sono: la competenza problema-specifico, quindi rivolgiamoci prevalentemente a delle persone che hanno una competenza in quel settore. In secondo luogo, il feeling che suscita, se indagano il problema e quanto spiegano le modalità di lavoro previste.     ### Il Natale e la tristezza PROVARE EMOZIONI NEGATIVE NEL PERIODO NATALIZIO È POSSIBILE? PERCHÉ PUÒ ACCADERE? Generalmente si associa il periodo natalizio a sensazioni di gioia, allegria, spensieratezza e calore famigliare. Tuttavia queste non sono le uniche emozioni che possono caratterizzare questo periodo, anzi, in molte situazioni ciò che si prova sono sentimenti opposti. Durante il periodo natalizio sono in parecchi a sperimentare forti livelli di solitudine depressione, ansia o malinconia. All’anno ne soffre circa l’80% della popolazione in misura maggiore o minore; secondo alcuni studi successivamente a questo periodo le visite psicologiche possono raddoppiarsi. Inoltre, gli studi in letteratura affermano che i fattori di stress in cui ci si imbatte durante le festività sono molteplici ed investono più di un piano della vita delle persone: socioeconomico, psicologico, biologico. QUALI SONO LE PRINCIPALI MOTIVAZIONI? Tra le motivazioni maggiori che scatenano questi sintomi negativi troviamo le aspettative, ovvero l’immagine che noi abbiamo del natale come un evento grandioso e magico. Quando queste aspettative non vengono soddisfatte o risultano poco soddisfacenti provocano grande frustrazione.  Tali aspettative sono spesso determinate anche dalla società, fin da piccoli viene trasmessa l’idea che in questo periodo tutto sia divertente e che il 24 e il 25 dicembre siano un momento d’incontro gioviale con le persone amate.  È possibile sperimentare una sensazione negativa poiché si avverte l’anti convenzionalità dei propri sentimenti rispetto agli standard imposti dalla società, di conseguenza la sensazione di essere fuori luogo, al margine, al di fuori di un evento che tutti avvertono gioioso e felice. Oltre le aspettative ci sono altre concause che possono rientrare nella spiegazione di questi sintomi. Il cambio di stagione e la riduzione delle ore di luce sono elementi che partecipano allo sviluppo del Disturbo Affettivo Stagionale. Alla nascita di sintomi depressivi e alle sensazioni di depressione e irritabilità concorre anche l’eccessiva commercializzazione del Natale, dello shopping; correre per la ricerca di regali rende inevitabilmente vittime di un eccessivo carico di stress. Qualora ci siano preesistenti sintomi riconducibili a quelli depressivi il natale ed il periodo che questo porta con sé può essere l’elemento trigger che aggrava un disagio già esistente, conducendo a chiusura in sé stessi e guardare in maniera ruminativa il proprio passato.Infine, la famiglia, è un elemento che può aggravare la situazione ed esserne una causa; sia per coloro che temono la réunion famigliare perché porta a rivedere parenti con cui non si ama passare del tempo sia per coloro che hanno subito recenti perdite in famiglia.   Pertanto, una soluzione possibile è comprendere che potrebbe aiutare evitare di farci trarre in inganno dalla rappresentazione del “Natale perfetto” in cui si deve essere a tutti i costi felici. Mantenere delle aspettative realistiche, senza immaginare dei grossi cambiamenti nella vita e godersi al meglio ogni momento che queste feste portano con sé, presenti nel presente.  ### Falsi miti sulla psicoterapia Oggi sfatiamo tre falsi miti sulla psicoterapia. Il primo è che costa tanto quindi è una cosa considerata per ricchi, il secondo mito è che i percorsi sono lunghissimi ed infine che è necessario impegnarsi più volte in settimana. Questi sono tutti e tre falsi. Rispetto al primo mito, del costo, è ovviamente presente una percezione individuale. Esistono professionisti che chiedono 150200 euro all'ora qualora egli sia un luminare della materia. Ci sono servizi che si attestano attorno ai 1015 euro. Il costo medio di uno psicoterapeuta va dai 50 agli 80 euro.  Ci sono ovviamente servizi molto validi anche nell’ambiente pubblico, come il CPS oppure il servizio di Psicologia Clinica dell’ospedale che prevedono, tramite il pagamento di un ticket di circa 7080 euro un ciclo di 78 incontri per un totale di 10 ore di incontro.  La psicoterapia pertanto non è da ricchi. Il secondo mito da sfatare è riguardo la lunghezza del percorso. Ovviamente anche in tale caso tutto è relativo infatti la lunghezza dipende dall’impegno richiesto, dipende da caso a caso. Ritengo che questa idea sia basata sullo stereotipo antico per cui la psicanalisi ed il primo modello di psicanalisi proposto da Freud prevedeva dei percorsi effettivamente pluriennali. Adesso ovviamente sono nati dei modelli nuovi, sistemi nuovi che non prevedono percorsi così lunghi. Anzi, vengono spesso effettuati interventi molto focali, specifici, che non richiedono una dilatazione temporale così ampia. Da questi è verosimile aspettarsi che i primi cambiamenti avvengano nel giro di setteotto incontri e che magari il percorso possa proseguire o possa essere interrotto in base agli obiettivi raggiungi. Verosimilmente in questi casi gli incontri possono essere 1215, ovviamente ciò dipende dall’orientamento del dottore ed anche dal tipo di problematica riportata. Il terzo punto da affrontare è il dubbio se si devono fare più incontri settimanali. Sono pochi ormai gli orientamenti che prevedono più appuntamenti nella settimana. Il classico orientamento psicanalitico era uno di quelli che prevedeva questo tipo di incontri. Ora invece ci sono molti orientamenti che prevedono incontri quindicinali o anche più dilatati. Questi sono i tre falsi miti che in qualche modo possono condizionare l’idea che le persone hanno della psicoterapia. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Psicoterapia o psicofarmaci? Cosa penso dell’utilizzo degli psicofarmaci durante la psicoterapia? Sono parecchie le persone che nel momento in cui si siedono davanti allo psicoterapeuta o allo psicologo chiedono se può prescrivere gli psicofarmaci. Lo psicologo psicoterapeuta non può prescrivere psicofarmaci ma si deve necessariamente appoggiare ad un professionista, uno psichiatra, colui che è deputato alla somministrazione degli psicofarmaci. Qualora uno psichiatra sia anche psicoterapeuta, durante un percorso psicoterapeutico, può autonomamente prescrivere farmaci. Lo psicofarmaco è un argomento particolarmente dibattuto soprattutto nelle società scientifiche di psicologia e psicoterapia poiché ci sono dei gran sostenitori dell’utilizzo di psicofarmaci e invece chi li rifugge in maniera categorica. Io assumo una posizione più possibilista: non amo la prescrizione farmacologica, non invio di default le persone dallo psichiatra per assumere il farmaco, ma ritengo sia necessaria una valutazione specifica di caso in caso. Ciò che a mio avviso discrimina l’assunzione o no del farmaco è l’intensità del sintomo. Molte persone si rivolgono ad uno psicologo o ad uno psichiatra e sono nella fase acuta del sintomo, hanno forti attacchi di panico durante il giorno, fanno fatica ad alzarsi dal letto e sono completamente insonni. Questa fase è un periodo in cui la qualità di vita viene completamente compromessa, in tal caso la prescrizione del farmaco potrebbe essere un buon strumento per la riuscita anche del percorso psicoterapeutico. Un semplice esempio chiarirà il concetto. Quando si ha il mal di schiena e si è completamente bloccati, per risolvere il problema all’origine si può andare dal fisioterapista o da un osteopata, oppure posso assumere un antidolorifico o un antinfiammatorio. Queste due soluzioni agiscono e lavorano su due aspetti completamente diversi: il farmaco aiuta nel breve periodo riducendo il dolore mentre il professionista risolve il problema all’origine. Le due cose non si escludono! Assumere gli psicofarmaci durante un percorso di psicoterapia, soprattutto durante la fase acuta del sintomo, può essere d’aiuto esattamente come assumere l’antinfiammatorio con il mal di schiena: riduce il dolore e facilita l’intervento del professionista. Lo psicofarmaco può aiutare nella riduzione momentanea della fase acuta, aiuta la persona a stare meglio e facilita anche il lavoro dello psicoterapeuta. Psicoterapia e psichiatria possono quindi collaborare per una presa in carico rapida e di successo.  ### Cinque fasi per superare un lutto Parliamo delle fasi dell'elaborazione del lutto, inteso non solo come la perdita fisica di una persona cara – quindi la morte o la scomparsa – ma anche come la fine di qualcosa di significativo. Il lutto può riguardare, ad esempio, la fine di una relazione, la perdita di un lavoro o un cambiamento importante nella vita. Esistono diverse teorie sull'elaborazione del lutto, ma una delle più interessanti e accreditate è quella proposta dalla psichiatra Elisabeth Kübler-Ross, che ha studiato e individuato cinque fasi specifiche di questo processo. Le 5 fasi del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross 1. Il rifiuto Il rifiuto è la prima reazione al lutto. Si manifesta con la difficoltà di accettare la realtà della perdita. Si tende a pensare: "No, non può essere successo a me." "Non è vero, non sta accadendo davvero." Questa fase è un meccanismo di difesa naturale che permette alla mente di prendere tempo per adattarsi alla nuova situazione. 2. La rabbia Dopo il rifiuto, emerge spesso la rabbia. È una reazione emotiva intensa in cui la persona si chiede: "Perché proprio a me?" "Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?" "Perché è successo?" La rabbia può essere rivolta a se stessi, agli altri o anche a entità astratte, come il destino o una figura divina. È un momento di forte frustrazione e dolore. 3. La contrattazione (o patteggiamento) In questa fase si cerca un compromesso, una sorta di negoziazione mentale con la realtà. La persona inizia a prendere consapevolezza della perdita, ma tenta di trovare soluzioni o accordi per attenuare il dolore. Alcuni pensieri tipici possono essere: "Se avessi fatto qualcosa di diverso, forse non sarebbe successo." "Cosa posso fare per far sì che il dolore sia meno intenso?" Si iniziano a fare i primi tentativi di riorganizzazione, cercando di dare un senso alla perdita. 4. La depressione Questa fase rappresenta il lutto vero e proprio. L'umore cala inevitabilmente e la persona si sente sopraffatta dalla tristezza. È un periodo in cui possono manifestarsi: Apatia e mancanza di energia Pianto frequente Sensazione di vuoto e solitudine È importante sottolineare che questa fase, pur essendo dolorosa, è un passaggio naturale dell’elaborazione del lutto e non sempre indica una condizione patologica. 5. L’accettazione L’ultima fase è quella dell’accettazione. A questo punto, la persona riconosce la perdita e inizia a ricostruire la propria vita in funzione della nuova realtà. Accettare non significa dimenticare, ma imparare a convivere con l'assenza e trovare nuovi equilibri. Le fasi del lutto sono sempre uguali per tutti? Le cinque fasi del lutto non seguono necessariamente un ordine rigido. Ogni persona può affrontarle in sequenze diverse o addirittura saltarne alcune. Ad esempio, qualcuno potrebbe vivere prima la rabbia e poi il rifiuto. Dipende dalla situazione e dalla personalità dell’individuo. Inoltre, non tutti attraversano tutte le fasi. Alcuni possono rimanere bloccati in una di esse, soprattutto se il lutto è particolarmente traumatico o non viene adeguatamente elaborato. Quanto durano le fasi del lutto? La durata del lutto varia da persona a persona e dipende da diversi fattori: Il tipo di perdita (un lutto per morte, la fine di una relazione, la perdita del lavoro, ecc.) Il legame con ciò che si è perso Le risorse personali e il supporto sociale a disposizione Indicativamente, secondo i manuali diagnostici, un lutto che dura meno di sei mesi rientra nella normalità e non è considerato patologico. Tuttavia, alcune persone possono avere bisogno di più tempo per superarlo. Se il dolore rimane intenso e paralizzante per anni, potrebbe essere necessario un aiuto professionale. Cosa succede se il lutto non viene elaborato? Se una persona non affronta tutte le fasi necessarie, rischia di rimanere bloccata nel dolore. Un lutto non elaborato può trasformarsi in un trauma che influenza profondamente la vita quotidiana, condizionando: Le scelte personali Le relazioni con gli altri Il benessere emotivo e psicologico In questi casi, è importante chiedere aiuto a un professionista, come uno psicologo o uno psicoterapeuta, per elaborare il lutto in modo sano e costruttivo. Conclusione Le fasi del lutto – rifiuto, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione – rappresentano un percorso naturale che aiuta ad affrontare una perdita. Ognuno le vive con tempi e modalità differenti, ma l'importante è attraversarle senza evitarle. Solo così si può trovare un nuovo equilibrio e tornare a stare meglio. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### I tratti aggressivi sono pre-esistenti o possono dipendere anche dalla situazione? Nel 1973 Zimbardo e collaboratori pubblicarono un annuncio sul giornale per reperire soggetti per una ricerca sulla vita nelle prigioni. Risposero 75 giovani della scuola di Palo Alto di cui ne vennero scelti 24, casualmente suddivisi in due gruppi. Un gruppo avrebbe svolto il ruolo di detenuto: obbligati ad indossare divise con un numero identificativo stampato, con berretto e una catena alla caviglia. L’altro gruppo avrebbe fatto le guardie, con uniformi color arancioni, occhiali a specchio, dotati di manganello, fischietto e manette. L’esperimento era programmato per una durata di due settimane: i detenuti vennero prelevati dalle loro case simulando un arresto per rapina, tuttavia l’esperimento venne fatto terminare prima della conclusione prevista. Perché?Il primo giorno di esperimento trascorse tranquillamente ma già dal secondo i detenuti organizzarono una rivolta denunciando un atteggiamento sadico da parte delle guardie le quali li avrebbero svegliati di notte costringendoli a compiere azioni umilianti. Le dinamiche aggressive continuarono, le guardie imposero regole rigide, rituali sadici, mostrando atteggiamenti ostili e punitivi che provocarono  sintomi di scompensi emotivi nei detenuti. Alcuni di questi ultimi infatti vennero liberati per evitare danni psicologici. Nonostante la casualità dei ruoli assegnati i soggetti impiegarono pochissimo tempo per assumere i valori trasformandosi rispettivamente in aguzzini e in prigionieri depressi. Le identità si rimodellarono a seguito della situazione sperimentata che li condusse ad acquisire un diverso comportamento e atteggiamento.Perché accade? Perché si può diventare cattivi?Le condotte lesive vennero innanzi tutto causate dalla de-individualizzazione due tratti individuali a cui erano stati sottoposti attraverso per esempio l’abbigliamento indossato che li privava delle loro caratteristiche distintive.  L’anonimizzazione influenza il funzionamento cognitivo perché limita le abilità di pianificazione del comportamento.Si riscontrò anche una modificazione neurofisiologica nelle aree del cervello sede del pensiero e del ragionamento e un’attivazione delle aree predisposte ad un comportamento reattivo a seguito di una minaccia. Oltre allo spogliare i soggetti delle caratteristiche identitarie anche il conformismo contribuisce all’assunzione di condotte lesive. In un contesto nuovo, non conosciuto, in cui il soggetto non può attivare schemi di comportamento già sperimentati è possibile che la persona utilizzi gli altri per trarre informazioni rispetto come dovrebbe comportarsi.Cosa significa? Si imita il comportamento dei soggetti che si ha a fianco. Anche per i soggetti che facevano parte dell’esperimento il contesto era completamente nuovo, alcuni reagirono con durezza e aggressività alla frustrazione vissuta, producendo negli altri l’imitazione del comportamento aggressivo perché unico modello di comportamento disponibile. Per di più era evidente che i soggetti si dovevano adeguare al gruppo a cui appartenevano poiché in caso contrario rischiavano di essere disapprovati.I tratti che causano comportamenti aggressivi quindi non erano pre-esistenti o innati ma il ruolo assunto, il potere esercitato e subito, la situazione che simulava un’istituzione totalizzante e inconsueta ha portato ad assumere schemi di comportamento non abituali.  La forza della situazione nel determinare le reazioni aggressive venne successivamente rinominata dall’autore dell’esperimento “effetto Lucifero”.È necessario aggiungere che ad oggi alcuni ricercatori non ritengono questo esperimento sufficientemente veritiero poiché nella sua realizzazione si sono notati nel tempo troppi problemi. I risultati sono considerati dubbi ed hanno acceso un intenso dibattito riguardo questo esperimento, caposaldo della psicologia sociale.   ### Due elementi indispensabili per superare un tradimento   Cosa serve davvero per superare un tradimento? Rispondere a questa domanda non è semplice. Mi ispiro a una richiesta di un mio paziente per affrontare un tema delicato e complesso. Superare un tradimento non è mai una questione lineare: ogni coppia ha la propria storia, il proprio vissuto e le proprie dinamiche. Tuttavia, esistono due elementi fondamentali che, senza i quali, è davvero difficile ritrovare un equilibrio e una serenità condivisa. Questi due elementi sono la fiducia e il perdono. Il ruolo centrale del perdono Partiamo dal primo punto: il perdono. È impossibile superare un tradimento e tornare a essere felici all'interno della coppia senza aver prima perdonato ciò che è accaduto. Il perdono non significa dimenticare o minimizzare, ma accettare il fatto che l’errore è avvenuto e scegliere consapevolmente di andare avanti. Senza questa fase, si rischia di rimanere intrappolati in un circolo vizioso fatto di rancore, sospetti e risentimenti, rendendo impossibile qualsiasi reale ricostruzione della relazione. Il perdono, inoltre, non riguarda solo l'altro: spesso è necessario perdonare anche sé stessi, per le proprie scelte, per eventuali segnali trascurati, per le aspettative deluse. La fiducia: il pilastro della rinascita Il secondo elemento imprescindibile è la fiducia. Se manca, diventa impossibile immaginare un futuro sereno di coppia. Senza fiducia, ogni gesto viene messo in discussione, ogni parola pesa più del dovuto, ogni silenzio viene interpretato come un segnale di allarme. Riconquistare la fiducia richiede tempo e impegno da entrambe le parti. Non basta dire "ti perdono" se poi si vive nell’angoscia costante del prossimo errore. La fiducia deve essere ricostruita con gesti concreti, con la trasparenza, con il rispetto reciproco. Un percorso necessario: individuale e di coppia Per arrivare sia al perdono che alla fiducia, è necessario intraprendere un percorso che coinvolga entrambi i partner. Questo percorso include una riflessione profonda su diversi aspetti: Le motivazioni e le cause del tradimento: perché è accaduto? Cosa mancava nella relazione? Le conseguenze: come ha influito sulla relazione? Quali ferite ha lasciato? Il desiderio di ricostruire: entrambi vogliono davvero continuare insieme? Oltre al lavoro di coppia, è fondamentale anche un percorso individuale. Chi è stato tradito deve prendersi il tempo di capire se vuole davvero continuare la relazione o se è semplicemente spinto dalla paura di restare solo. Allo stesso modo, chi ha tradito deve interrogarsi sulle vere motivazioni del proprio comportamento e dimostrare con azioni concrete la volontà di recuperare il rapporto. Il rischio di restare insieme senza fiducia né perdono Molto spesso, la realtà è diversa da quella che ci piacerebbe immaginare. Oserei dire che nella maggior parte dei casi, né il perdono né la fiducia vengono realmente ritrovati, eppure la coppia continua a restare insieme. Questo è un limite enorme alla felicità. Si rimane legati più per abitudine, paura o sensi di colpa, piuttosto che per un reale desiderio di ricostruire qualcosa di autentico. Così facendo, si resta bloccati in una relazione che non porta né serenità né benessere, ma solo frustrazione e insoddisfazione. Non si tratta solo di accettare l'errore del partner, ma anche di affrontare il proprio errore: quello di aver creduto in una relazione che, forse, non era quella che si pensava fosse. Conclusione Per superare davvero un tradimento e ricostruire una relazione sana e felice, il perdono e la fiducia sono imprescindibili. Senza uno di questi due elementi, si rischia di trascinarsi in una relazione monca, fatta più di sofferenza che di amore. Ciò che conta è essere onesti con sé stessi e con il proprio partner: vogliamo davvero ricostruire? Se la risposta è sì, il percorso sarà impegnativo, ma possibile. Se la risposta è no, allora è meglio accettarlo e trovare il coraggio di prendere strade diverse. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### I colori e le emozioni “Il rosso è il mio colore preferito!”, “Non fatemi vedere l’arancione perché proprio non lo sopporto”, “Io dipingerei tutta casa di blu”, “Il giallo mi mette allegria”. Quante volte abbiamo sentito pareri soggettivi, gusti, circa l’effetto che hanno su di noi le diverse colorazioni, chi ama i colori caldi, chi ama i colori freddi, chi attribuisce a specifiche sensazioni specifici colori e chi ancor di più da un colore trae degli stati d’animo. Ma perché i colori hanno questo effetto sul nostro cervello? Già gli antichi Egizi, circa seimila anni fa utilizzavano diverse pratiche per impiegare il colore a scopo terapeutico , nei loro templi ad esempio, la luce del sole che entrava, veniva scomposta nei sette colori dell’iride in modo da consentire ad ogni suddito di immergersi nel colore che in quel momento era più indicato al suo stato di salute psico-fisico.Tornando ai nostri giorni invece uno studio relativamente nuovo condotto all’università San Raffaele Pisana di Roma ha dimostrato che i colori, oltre ad avere effetti sull’umore, ha benefici anche sui parametri vitali. Lo studio ha analizzato non solo l’influenza dei colori sullo stato d’animo e sullo stato psicofisico, ma anche quella della presenza o dell’assenza di luce. Il nostro cervello subisce l’impatto delle diverse tonalità, innescando differenti reazioni chimiche che possono, ad esempio, aumentare o diminuire la produzione ormonale stimolando stati d’animo come tristezza o allegria. Il neurologo Piero Barbanti ha spiegato che i toni caldi come il rosso hanno la proprietà di migliorare l’umore, la pressione, la frequenza cardiaca. I toni freddi, come il blu, sono utili in caso di tensione e ansia.  I toni maggiormente scelti sono infatti il blu e il verde: spesso associati a scenari rilassanti e consigliati infatti negli arredamenti. Il rosso è naturalmente associato a scenari passionali ma non sempre stimola sensazioni positive, secondo alcuni antropologi infatti si tratta del primo colore ad essere stato utilizzato dall’uomo e rappresenta il pericolo, la vita e la morte. Alcuni studiosi riferiscono che alla presenza del rosso è deputata l’attivazione del testosterone negli individui maschi, promuovendo comportamenti più aggressivi e una migliore prestanza fisica. “Vedere tutto nero” è invece una tipica espressione di soggetti depressi, spiega Barbanti:  "In presenza di un soggetto depresso compare una preferenza netta per i colori negativi (nero e grigi), una sensibile riduzione del rosso tra quelli neutri e un'abolizione dei toni positivi (verde e giallo in particolare). La spiegazione è che l'influenza esercitata dal sistema emotivo sull'ipotalamo fa quasi rifiutare al paziente di accettare stimoli visivi importanti, preferendo toni poco luminosi, in perfetta sintonia con il rifiuto della vita tipico del depresso". È innegabile l’effetto che ogni colore ha sulle nostre emozioni e sensazioni. I colori hanno il potere infatti di innescare ricordi: associando una sensazione vissuta in una specifica situazione ad un colore dominante, azione spesso inconscia, ogni qualvolta si presenta quel colore ai nostri occhi nell’immediato sperimentiamo la sensazione ad esso legata nonché il ricordo dell’esperienza vissuta. In questo modo alcuni colori possono sprigionare emozioni positive ed altri negative in modo completamente soggettivo. L’esperienza che si vive a contatto con colori diversi stimola sensazioni differenti, nuove e soggettive, positive per alcuni e negative per altri. Può portare a emozioni di serenità e pace come di agitazione e nervosismo.  Conoscerci e conoscere che sensazioni sprigionano i colori in noi può essere un valido strumento di aiuto nella vita quotidiana, ovviamente non sostituibile ad un percorso terapeutico, ma valido per arredare casa nostra, il nostro salotto o la nostra camera da letto oppure per renderci più familiare lo studio in cui lavoriamo o più professionale. I colori dominano il nostro campo visivo quotidianamente, conoscendoli e conoscendoci possiamo avere un’arma in più per sostenere emozioni positive.        ### Le tre competenze che lo psicologo che scegli deve avere Le 3 Competenze Fondamentali che Ogni Psicologo Deve Avere 1. La Capacità di Ascolto Attivo Quali sono le tre competenze fondamentali che, dal mio punto di vista, ogni psicologo deve avere? La prima, senza dubbio, è la capacità di ascolto. Uno psicologo o psicoterapeuta non deve semplicemente sentire ciò che il paziente dice, ma deve saper ascoltare. Ascoltare significa comprendere davvero, entrare in profondità nelle cose e aiutare l’altro a esprimere il proprio problema in modo chiaro e consapevole. È un processo attivo, che richiede attenzione, empatia e la capacità di guidare la persona nella propria esposizione, facilitandone la comprensione del problema stesso. Mi viene in mente una frase di Zenone che avevo letto ai tempi dell’università: "Se abbiamo due orecchie e una sola bocca, significa che dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo." Questo concetto è ancora più vero per uno psicologo. A maggior ragione, deve saper ascoltare il doppio di quanto parla. Solo così può realmente comprendere l’interlocutore e cogliere non solo le parole, ma anche le emozioni, i pensieri sottostanti e i significati più profondi. 2. Connettere la Teoria alla Pratica La seconda competenza fondamentale è la capacità di trasformare la teoria in pratica. Vedo tantissimi colleghi, bravissimi dal punto di vista teorico, in grado di leggere e comprendere perfettamente una situazione. Tuttavia, se questa comprensione resta solo concettuale e non si traduce in azione, il rischio è che l’intervento risulti inefficace. Uno psicologo non deve limitarsi a interpretare il problema in termini teorici, ma deve essere capace di trasformare questa comprensione in soluzioni concrete: Un'azione tangibile Un cambiamento significativo Una ristrutturazione del pensiero che porti la persona a vedere la propria realtà sotto una nuova luce Senza questo passaggio fondamentale, la comprensione del problema risulta spesso troppo debole per essere davvero risolutiva. 3. Il Lavoro di Équipe Infine, la terza competenza è la capacità di lavorare in équipe. Ogni professionista della salute mentale dovrebbe essere costantemente supportato da un team di esperti. Non solo colleghi psicologi e psicoterapeuti, ma anche professionisti affini come medici e psichiatri. L’idea dello psicologo che lavora da solo è ormai superata e, anzi, può essere rischiosa. Il confronto con altri professionisti è essenziale perché: Genera nuove prospettive Modifica idee preesistenti Contribuisce all’evoluzione dell’approccio terapeutico Così come uno psicologo dialoga con il paziente durante la terapia, deve essere capace di confrontarsi anche con i colleghi. Questo scambio continuo di idee e riflessioni non solo migliora la qualità del lavoro, ma rende gli interventi più efficaci per il benessere del paziente. Conclusione Le competenze fondamentali, secondo me? Saper ascoltare per comprendere, tradurre la teoria in pratica e lavorare in équipe. Sono tre elementi inscindibili che definiscono un buon psicologo e fanno la differenza nella qualità del supporto offerto ai pazienti.     ### Psicofarmaci: cosa sono, quali sono, a cosa servono e quali effetti collaterali hanno Psicofarmaci: effetti collaterali, tipologie e utilizzo Parliamo degli psicofarmaci: quali sono le loro caratteristiche, quali tipologie esistono sul mercato e come vengono utilizzati dalla popolazione italiana? Quali sono i loro effetti collaterali? Andiamo con ordine. Cosa sono gli psicofarmaci? Come suggerisce il termine stesso, gli psicofarmaci sono farmaci che agiscono sulla psiche, influenzando la psicologia e il funzionamento mentale dell’individuo. Sono utilizzati per trattare diverse condizioni psichiatriche e neurologiche e si suddividono in quattro principali categorie. Le principali categorie di psicofarmaci Gli psicofarmaci non sono tutti uguali: ogni categoria ha un meccanismo d’azione specifico e viene utilizzata per trattare determinati disturbi. 1. Ansiolitici Gli ansiolitici vengono prescritti per ridurre ansia, tensione e agitazione. Alcuni esempi comuni includono Xanax e Lexotan. 2. Antidepressivi Questi farmaci sono utilizzati nel trattamento della depressione e di alcuni disturbi d’ansia. Tra i più noti troviamo Cipralex e Zoloft. 3. Antipsicotici Gli antipsicotici sono impiegati nel trattamento di disturbi caratterizzati da alterazioni della percezione della realtà, come la schizofrenia. Esempi comuni includono Seroquel e Zyprexa. 4. Stabilizzatori dell’umore Questi farmaci aiutano a regolare il tono dell’umore e sono spesso usati nel trattamento del disturbo bipolare. Tra i più prescritti troviamo Lamictal e Depakin. Come funzionano gli psicofarmaci? Il termine "psicofarmaco" è già di per sé esplicativo: indica farmaci che agiscono sulla psiche. Anche le diverse categorie sono abbastanza evocative del loro scopo. Gli ansiolitici vengono utilizzati per curare l’ansia, gli antidepressivi per trattare la depressione, gli antipsicotici per contrastare le alterazioni della realtà (come allucinazioni ed episodi dissociativi), mentre gli stabilizzatori dell’umore agiscono sulla regolazione emotiva. Paure e pregiudizi sugli psicofarmaci Molte persone provano timore nei confronti degli psicofarmaci. Spesso si sente dire: "Non voglio prendere quelle cose!" "Mi trasformano!" "Alterano la mia personalità!" In realtà, nessun farmaco altera la personalità. Tuttavia, è comprensibile che possano suscitare timore, specialmente considerando la loro ampia diffusione. Effetti collaterali degli psicofarmaci Uno degli aspetti che spaventa di più chi deve assumere uno psicofarmaco sono gli effetti collaterali. Tuttavia, questi non sono molto diversi da quelli di altri farmaci di uso comune, come la Tachipirina. Se si legge il foglietto illustrativo di qualsiasi farmaco, gli effetti indesiderati possono sembrare numerosi e gravi, ma nella realtà molti di essi sono rari o lievi. I principali effetti collaterali degli psicofarmaci includono: Alterazioni dell’energia, con possibile sensazione di stanchezza o confusione Aumento di peso Riduzione del desiderio sessuale Va sottolineato che non tutti gli psicofarmaci provocano questi effetti e non tutte le persone li manifestano. L'importanza di seguire la terapia prescritta Affinché gli psicofarmaci siano efficaci e sicuri, è fondamentale seguire la terapia prescritta dal medico. I tempi di efficacia: i farmaci psicotropi richiedono tempo per entrare a pieno regime. La dismissione controllata: la sospensione deve essere graduale e supervisionata da un medico per evitare effetti di rimbalzo. L’uso degli psicofarmaci in Italia L’utilizzo degli psicofarmaci è molto diffuso in Italia. Si stima che circa 12 milioni di italiani assumano psicofarmaci, ovvero il 20% della popolazione, pari a un italiano su cinque. Secondo l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), la spesa annua per gli psicofarmaci in Italia è di 3,3 miliardi di euro. Inoltre, gli psicofarmaci sono tra i farmaci più prescritti dai medici di base: Gli antinfiammatori sono i farmaci più prescritti. Gli ansiolitici sono la seconda categoria di farmaci più prescritta. Conclusione Gli psicofarmaci possono suscitare timori e pregiudizi, ma se utilizzati correttamente, rappresentano strumenti fondamentali per il benessere psicologico e la salute mentale. La chiave sta nell’affidarsi ai professionisti e seguire le terapie in modo responsabile.           ### Separati in casa: pro e contro In alcuni video ho parlato della scelta o possibilità di alcuni genitori di tenere insieme la propria relazione per il bene dei propri figli. Ora, invece, per approfondire la questione vedremo altre motivazioni che determinano quella che è una coppia di separati in casa. In questi casi c’è naturalmente la volontà di stare insieme per i figli, ma anche la volontà di mantenere lo status sociale, non deludere i genitori oppure non voler affrontare gli sforzi economici. Le motivazioni che possono portare una coppia a essere separata in casa possono essere diverse, possono essere anche tutte queste messe insieme. Le conseguenze della scelta di vivere separati in casa Questo tuttavia implica grandi costi che dovranno essere tutti quanti pagati prima o poi: Dal punto di vista emotivo: la coppia deve infatti dirsi che la relazione è finita, ma anche scegliere di rimanere insieme, di conseguenza entrambi i coniugi rinunciano al loro benessere psicologico. Alcuni decidono e scelgono di concedersi delle relazioni “extra coniugali” ma è necessario virgolettare queste parole perché lo spazio fisico e mentale della propria casa è ancora occupato dall’altra persona pertanto il tentativo non porterà mai ad un’effettiva felicità. Un limite delle coppie che vivono separate in casa è sicuramente la possibilità di coltivare il proprio benessere psicologico individualmente, perché entrambi dovrebbero essere liberi di coltivare nuove opportunità, cosa impossibile se il letto, la cucina e tutti gli spazi più intimi sono occupati dall’ex coniuge. In secondo luogo, è impossibile la separazione mentale se non avviene la separazione fisica, spesso infatti queste persone si trovano a vivere una condizione di penosa attesa nella speranza che succeda qualcosa, che qualcosa cambi, ma non cambierà. In conclusione I coniugi separati in casa continueranno a limitarsi a vicenda, rimanendo infelici nella propria relazione di coppia e famigliare. Si rimane in questa situazione con una persona che si pensa di conoscere, ma si resta largamente infelici, con la certezza che non si potrà trovare la felicità a breve perché non ci si sente mai davvero del tutto in pace con se stessi. Quindi le opportunità che la vita propone verranno rifiutate e respinte proprio perché lo spazio fisico e mentale vengono occupati da una ex relazione. ### Paura della Risonanza Magnetica? Paura degli spazi chiusi? “Buongiorno dottore, la contatto perché sono terrorizzata. A breve dovrò affrontare un intervento e mi hanno prescritto degli esami. Sono fiduciosa nell’intervento dei medici infatti ciò di cui ho una grande paura non è la mia malattia ma affrontare la risonanza magnetica. Sapere di dover entrare in quel buco, non avere vie d’uscita e vedermi rinchiusa, come se improvvisamente il tubo si stringesse e mi inghiottisse, beh, mi fa stare molto male. Soffro di tachicardia, mi si accelera il battito e le idee si confondono, ho nausea e perdo il controllo della situazione. Ho paura di quello che mi potrebbe succedere quando effettivamente la affronterò. Mi può aiutare?.  Marzia”   La claustrofobia è una delle fobie maggiormente diffuse. Il termine deriva dal latino “claustrum” ovvero luogo chiuso e dalla parola greca phobia, paura.Sensazione di soffocamento, disapnea, vertigini, iperventilazione, sudorazione, nausea, tremori, formicolio degli arti inferiori, secchezza delle fauci, difficoltà a mantenere il controllo. Queste le manifestazioni tipiche, i sintomi principali che non sempre sono tutti presenti e generalmente vengono meno quando il soggetto esce dalla situazione scatenante. Tendenzialmente la sintomatologia si manifesta in tipiche circostanze come: ascensori, tunnel, gallerie, sotterranei, metropolitana. Una situazione molto complessa, per chi soffre di questa fobia è l’apparecchio per la risonanza magnetica: l’idea di infilarsi in un tubo stretto, chiuso, con poca aria, è uno degli incubi peggiori. A tal proposito infatti negli ospedali posseggono apparecchiature ad hoc ovvero macchinari che non chiudono completamente la persona al loro interno. Andare al cinema è un’altra esperienza che, per i claustrofobici, potrebbe essere complessa: stare in un luogo, seppur ampio, ma privo di finestre e aperture facilmente raggiungibili per uscire fa parte delle circostanze che vengono volontariamente evitate. Lo stesso accade per i sotterranei della metropolitana, luoghi apparentemente con spazio e aria ma con poca luce, molta gente e molto rumore. I sintomi della claustrofobia possono iniziare a presentarsi anche al solo pensiero o se la persona che ne soffre viene sottoposta alla visione di scene che evocano una situazione simile, come in un film. Anche soltanto il sogno o l'immedesimazione possono suscitare una risposta esagerata. In alcuni casi le persone claustrofobiche possono soffrire della paura degli spazi ristretti anche nelle relazioni e cercare di evitare un'eccessiva intimità o un rapporto morboso.  Talvolta anche una camicia abbottonata troppo stretta, una sciarpa o un abbraccio troppo stretto possono stimolare la sensibilità di una persona claustrofobica. Quali sono i timori provati? Quali sono le paure che riferiscono i claustrofobici? Tra le prime paure raccontate c’è il timore della mancanza d’aria, la carenza d’ossigeno e la difficoltà a respirare. Segue l’intensa paura di morire per soffocamento o di svenire. In taluni casi viene riferita la paura che pareti e pavimento si chiudano schiacciando le persone all’interno. Il tutto si collega alla ricorrente paura di non poter evadere, scappare, avere una via di fuga facile ed immediata. Soggetti che soffrono di questa fobia tendono molto spesso a non parlare dei disagi che vivono, i sintomi provati causano un evidente compromissione della vita quotidiana, non parlandone con nessuno spesso sono costretti ad inventare scuse, più o meno plausibili per giustificare dieci piani di scale fatti a piedi. Coloro che soffrono di questo disturbo elaborano, come per altre fobie, una strategia di evitamento, atteggiamento che tuttavia non risolve il problema ma lo fa persistere.  Ad oggi in molti sistemi sanitari è presente un macchinario che permette di svolgere la risonanza magnetica evitando di essere totalmente avvolti, una Risonanza Magnetica Aperta. Tuttavia, come affermò Watzlawick (Filosofo e psicologo austriaco) “rifiutare o scansare una situazione temuta, un problema, da un lato sembra la soluzione più logica, dall’altro però assicura il persistere del problema” pertanto, affrontare le motivazioni alla base che generano la paura potrebbe esser il primo passo per sconfiggerla.  ### Com'è strutturata la terapia di coppia? Come funziona l'intervento? Come funziona la terapia di coppia? Qual è l’iter che solitamente viene seguito per iniziare un percorso? Tutto ha inizio con una telefonata o una e-mail dove solitamente c’è una richiesta d’aiuto. Chi telefona ed è più dettagliato da informazioni riguardo le difficoltà per cui chiama, oppure chiede un appuntamento e delle informazioni. A seguito della e-mail c’è sempre una telefonata, un tentativo da parte della nostra equipe di ricontatto in cui di solito si spendono tra i 15 e i 20 minuti per fare quella che tecnicamente viene chiamata “scheda telefonica”. Questa è una prima indagine del problema, si chiede alla coppia in cosa consiste la difficoltà, da quando è insorta, e qualche informazione come: da quanto tempo stanno insieme, che tipo di rapporto hanno, se hanno figli, che lavoro fanno, una serie di informazioni necessarie a inquadrare in via preliminare il sistema. Successivamente a questa telefonata si congeda il paziente. L’ideale sarebbe riuscire a parlare durante la telefonata con entrambi i componenti della coppia contemporaneamente cosa che ovviamente non avviene quasi mai, tendenzialmente quindi è uno che si fa portavoce di entrambi e del problema di coppia. Da questo si possono trarre informazioni importanti, dal momento in cui una persona chiama, come chiama, quando chiama si hanno informazioni che vale la pena considerare. Successivamente alla telefonata c’è la prima discussione d’equipe, ci si trova, io e gli altri cinque colleghi che costituiscono l’equipe, per discutere della situazione per individuare chi sono le persone, più adeguate e più in linea con la richiesta, da convocare per svolgere il percorso terapeutico. Dopo una prima discussione di equipe entro 24 ore il terapeuta che sta nella stanza con i pazienti ricontatta la coppia e offre delle opportunità di appuntamento. Generalmente facciamo 23 proposte in modo tale da andare incontro alle esigenze di tutti. In questo momento ha inizio la terapia, successivamente ci sarà infatti il primo incontro che è una parte fondamentale in cui si riprende la telefonata e si affrontano i temi importanti: in primis il problema e l’organizzazione stessa della coppia, la storia di copia, il perché si è arrivati a vivere questa difficoltà. Si procede quindi con la consultazione, già spiegata tempo fa, ovvero tre o quattro incontri che hanno lo scopo di poter dare delle informazioni e di poter capire la situazione da parte nostra in modo tale che poi tutto si concluda con una restituzione in cui si dice il perché il problema è nato e quali sono le cause che lo hanno determinato e quindi cosa si può fare. Gli incontri di coppia durano sempre un’oretta e mezza, solitamente la fase di consultazione, i primi trequattro incontri, hanno una cadenza quindicinale quindi sono due appuntamenti al mese. La dinamica di coppia infatti segue tempi diversi rispetto le dinamiche individuali quindi la frequenza stessa degli incontri viene aggiornata sulla base del tipo di intervento che viene proposto. Una cosa importante da sapere è che la terapia di coppia viene sempre fatta da due terapeuti: utilizziamo questa metodologia di lavoro ma ci sono altri terapeuti che utilizzano altre modalità. Generalmente infatti durante la terapia uno psicoterapeuta sta dentro alla stanza, conduce il colloquio ed è quello che fa domande e tiene il punto del discorso, è colui quindi che viene identificato come il responsabile del trattamento. C’è poi il secondo terapeuta che sta fuori dalla stanza e osserva dallo specchio unidirezionale. Lavora infatti su altre dinamiche e osserva ciò che accade, fa da consulente esterno al terapeuta che conduce in modo che ci sia un confronto costante e diretto con i pazienti anche rispetto alle metodologie e alle manovre terapeutiche che ha senso fare. Io ritengo che questo approccio sia particolarmente efficace perché permette anche di fare tutto in diretta nel senso che la restituzione viene data ai pazienti già alla fine della fase di consultazione. Il terapeuta che conduce si confronta con il terapeuta che è dietro lo specchio e insieme costruiscono la restituzione che poi è argomento a parte di lavoro, argomento importante per i pazienti tra un incontro e il successivo.     ### Le 3 tecniche segrete per superare ansia, depressione, etc... TUTTE STRO...TE! Perché penso che tutti quei corsi e video che promettono le tre tecniche segrete per superare l’ansia, gli attacchi di panico, siano sostanzialmente stupidaggini? Ci sono diversi aspetti. Il primo è che se fosse così facile superare ad esempio gli attacchi di panico o l’ansia con tre tecniche segrete perché devono essere segrete? Secondariamente mi chiedo perché questa cosa non viene fatta da tutti. L’ansia e gli attacchi di panico sono una piaga moderna tra le più invalidanti nella società, se fosse quindi così semplice, se ci fossero tecniche segrete da poter utilizzare allora a quel punto tutti le potremmo applicare e tutti potremmo stare bene. C’è inoltre un’inutile banalizzazione di quello che viene detto, un tentativo di andare ad uniformare delle persone che per definizione sono diverse tra loro, si tende quindi ad appiattire anche il significato che l’ansia e gli attacchi di panico hanno nella vita, impedendo quindi di andare in profondità.  Un altro aspetto è che tutte queste strategie, tecniche, si concentrano sulla conseguenza cioè sull’effetto, sull’attacco di panico ma nessuno di questi si concentra sulle cause che l’hanno determinato. Per questo diciamo che le persone hanno cause diverse, hanno motivazioni diverse, hanno storie diverse e queste ovviamente sono importanti da capire per poterlo andare ad affrontare. Ci sono altri aspetti dal lato del terapeuta, dal punto di vista del professionista ovviamente applicare le regolette diventa molto facile, permette di non dover fare uno sforzo cognitivo troppo elevato, di non approfondire ulteriormente e non mettersi in gioco e delegare addirittura la responsabilità del fallimento eventualmente all’intervento e alle tecniche. Queste quindi riducono l’impegno mentale che alcuni professionisti mettono sulle pratiche.     Quindi, se state affrontando degli attacchi di panico o dell’ansia o qualsiasi tipo di disagio psicologico non rivolgetevi a queste tecniche che lasciano il tempo che trovano e che di fatto non fanno altro che allontanare dalla possibilità di stare bene. Se siete terapeuti che vendono questo tipo di tecniche per favore lasciate perdere ed iniziate ad aiutare le persone. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Seregno, oltre ad altri 6 centri in provincia di MB, Lecco e Como. ### Primo colloquio gratuito? NO! Dottore, il primo colloquio è gratuito?     Questa è una domanda che spesso mi viene posta, soprattutto nel momento in cui una persona inizia una terapia e fa la prima telefonata. Questa persona cerca, giustamente, di ottenere delle informazioni, magari non mi conosce direttamente, ha trovato su internet il nominativo oppure è stato consigliato da qualcuno quindi vuole informazioni chiedendomi se il primo colloquio è gratuito. Ovviamente no, perché, pur essendo il primo colloquio il terapeuta sta lavorando. Secondariamente, il primo colloquio, è anche un momento particolarmente importante del percorso perché c’è la prima conoscenza. Andare da uno psicologo non è come andare in palestra, dove vai a fare una prima prova. Andare da uno psicologo significa iniziare a lavorare su se stessi e al tempo stesso si deve permettere al professionista di lavorare al meglio. Pertanto lo sforzo, l’impegno, dev’essere retribuito. Il primo colloquio gratuito è un rischio ed è comune sia come richiesta che come offerta da parte di colleghi. A mio avviso questo è sbagliato da entrambi i lati. Il paziente che si approccia ad uno psicologo chiedendo un colloquio gratuito di fatto tiene un punto di domanda aperto nella sua testa, si approccia con un atteggiamento da prova. Un colloquio non è sufficiente per capire che cosa succede, che cosa potrebbe succedere e se il dottore scelto potrebbe effettivamente essere utile alla propria causa. Dal lato dello psicologo psicoterapeuta che permette e offre un colloquio gratuito anch’esso si concede di fallire: l’ingaggio che propone è diverso e a sua volta si mette in una condizione di prova. Questo dal mio punto di vista non ha alcun fine terapeutico. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Come superare la dipendenza affettiva! Superare la dipendenza affettiva si può? La dipendenza affettiva è la convinzione che la propria felicità dipenda dall’altro. Questo è un meccanismo inevitabilmente disfunzionale poiché pone la persona dipendente completamente alla mercé dell’altro e pone l’altro, quindi la persona di cui si è dipendente, sostanzialmente in una gabbia di bisogni, di richieste. Questo determina una lacerazione del rapporto e una compromissione del benessere personale. Mi chiedo quindi cosa può essere fatto per superarla. Ci sono diverse strategie, diversi studi e ricerche che testimoniano quali possono essere gli interventi più efficaci per curare la dipendenza affettiva. Dal mio punto di vista gli elementi cruciali sono 3. Il primo è costituito dal chiedersi che cosa si vuole per sé piuttosto che invece cosa l’altro si sta aspettando da noi. Cambiare quindi il paradigma della domanda, non chiedersi cosa l’altro si aspetta ma cosa io ho bisogno per poter stare bene. Prendere consapevolezza di questa cosa è un successo, soprattutto per chi vive queste condizioni, soprattutto per chi non si da abbastanza credito da poter credere e pensare di meritare la propria felicità. Il secondo passaggio è quello di iniziare a fare delle cose semplici, cose che sono il nutrimento della vita di ciascuno per sé e non per l’altro. Iniziare a smettere di limitare le proprie scelte appoggiandosi passivamente su ciò che vuole e desidera l’altro bensì iniziare a domandarsi che cosa posso fare per me. Iniziare anche a dire di no alle richieste dell’altro per metter davanti i propri bisogni. Non ci deve essere un atteggiamento totalmente ossequioso nei confronti dell’altro e neanche un atteggiamento totalmente egoista e centrato su di sé. Riuscire quindi a mettere insieme i propri bisogni e le piccole azioni per se stessi sono elementi cruciali. Il terzo punto è quello di resistere come qualsiasi altra persona e essere umano. Ognuno di noi è dotato di grandissime abilità di adattamento e resistenza. Il cambiamento determina una grossa componente di fatica, di disagio, soprattutto all’inizio. Nel momento in cui siamo capaci di resistere quindi ci mettiamo nell’ottica di poter stare nella situazione che abbiamo scelto per noi piano piano questa inizia ad essere più comoda. Inizia ad essere la nostra nuova realtà. Quindi il fallimento che solitamente osservo nelle persone che si rivolgono a me per la cura della dipendenza affettiva è nell’incapacità di resistere nella posizione che hanno assunto ovvero la posizione di cura di sé. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Coppia finita: stare insieme per i soldi!   Molte coppie affermano di rimanere insieme per i figli nonostante la coppia sia finita. Non è sempre così, spesso infatti mi sembra che questa sia la scusa che si racconta a se stessi e agli altri. Molte coppie infatti rimangono insieme perché separarsi è economicamente disastroso e molto difficile. Separarsi prevede che ci sia una grossa differenza dal punto di vista economico quindi si preferisce rimanere insieme in uno stato di confort e di agio. Dal punto di vista materiale pur di non affrontare appunto queste fatiche, soprattutto economiche, si rinuncia alla propria felicità, si rinuncia al proprio benessere e lo si baratta per avere la macchina in più. Per poter avere una villetta anziché un monolocale, per poter mantenere l’abbonamento allo stadio e in palestra, tutte cose che invece, durante una separazione, molto spesso si deve fare a meno. Non per niente i genitori separati e divorziati vengono spesso chiamati “i nuovi poveri” perché per l’economia attuale una separazione prevede che almeno uno dei due sia messo in grossa difficoltà economica. Come dicevo si baratta la propria felicità e il proprio benessere psicologico in cambio di qualche agio e confort materiale. Per di più rimanere in un matrimonio infelice è un costo emotivo enorme quindi non so cosa sia giusto e cosa sia sbagliato: vale la pena separarsi per mantenere il proprio benessere psicologico oppure vale la pena rimanere insieme per mantenere il proprio agio economico? Tutti, nel momento in cui ci si trova in situazioni di difficoltà, devono porsi queste domande e devono riuscire a dare una risposta perché altrimenti senza chiedersi questo, senza una sufficiente sincerità, si rischia di vivere una vita triste, infelice, in cui non si riesce a capire il perché di alcune scelte.     ### Paura della folla, di fare una coda o di sedersi in treno in mezzo alle persone? L'agorafobia! “Sono stato agorafobico per più di vent’anni. La mia vita aveva un raggio molto limitato. Per me andare a Londra, dove sono obbligato ad andare due volte l’anno per lavoro, equivaleva a scalare l’Everest. Dovevo essere accompagnato da almeno due amici. Ci sono stati periodi in cui non uscivo nemmeno per 20 giorni di fila, neanche per fare la spesa.” La Paura della folla, o agorafobia L’agorafobia fa parte della categoria generale dei disturbi d’ansia - nella stessa famiglia troviamo il disturbo d’ansia generalizzata, la fobia specifica, il disturbo d’ansia sociale e il disturbo di panico - disturbi che abbiamo già trattato o vedremo in altri articoli successivi. Il termine agorafobia indica etimologicamente, dal greco antico, “paura della piazza”, e quindi paura degli spazi aperti. Nella realtà il termine si riferisce a molte più situazioni rispetto il significato originario. Si estende a tutte le situazioni in cui il soggetto teme di sentirsi male lontano da casa, dove la propria abitazione viene generalmente vissuta come rifugio e luogo sicuro. La persona con agorafobia cerca di evitare di trovarsi in situazioni come piazze, stadi oppure treni e code, limitando gli spostamenti e la propria vita. Spesso l'agorafobia porta alla persona la necessità di farsi accompagnare da una persona di fiducia: l’agorafobico infatti è desideroso di autonomia, prova una grande rabbia per le situazioni in cui non riesce ad esserlo. Tale rabbia tuttavia non viene espressa e, dall’esterno, la persona appare debole e bisognosa di aiuto. L’agorafobico non teme solo la strada aperta, egli ha paura di trovarsi in mezzo alla folla, fare la coda davanti a uno sportello, di andare allo stadio, di andare a teatro, di andare al ristorante, di andare al supermercato, di viaggiare in treno, in automobile e in aereo. Ci sono due elementi importanti da sottolineare. Innanzitutto la “folla”, spazio di per sé neutro è come se acquistasse una valenza paurosa per il solo fatto di essere popolato da gente. Non a caso i pazienti riferiscono di stare meglio se, per esempio, un ristorante è poco frequentato. Il secondo elemento è che i luoghi raccolti e meno frequentati, teoricamente più rassicuranti per l’agorafobico, sono in realtà altrettanto temuti qualora impediscano all’individuo, in caso di malore, di fuggire per rifugiarsi a casa il più presto possibile. L’agorafobia quindi è anche caratterizzata dalla paura di non avere una chiara ed immediata via d’uscita qualora venga avvertita una minaccia di morte. Quali sono le paure dell’agorafobico? Come per altre fobie, anche per l’agorafobia ci sono paure che la contraddistinguono, paure spesso sovrapponibili con quelle di altre problematiche della stessa famiglia. L’agorafobico teme infatti di essere in mezzo alla folla, in una piazza, sul tram, in coda al supermercato e perdere totalmente il controllo, teme di svenire, di sentire tachicardia e sudorazione, di stare male e temere di avere di conseguenza un infarto. Ha una grande paura di stare male, avere bisogno di aiuto ma rimanerne privo. L’agorafobico, quindi, ha paura di morire: spesso questa è una paura che rimane sotto il livello di coscienza, paura espressa attraverso una generica ma molto pesante sensazione di allarme e di pericolo imminente. ### Perchè la psicologia è così difficile da spiegare? Perché la psicologia è una disciplina così difficile da spiegare? La psicologia, e la psicoterapia, è una scienza che si basa su una serie di presupposti teorici che hanno fondamenti scientifici. Quello che spesso non viene capito è che il lavoro dello psicologo psicoterapeuta all’interno della clinica è quello di riuscire a modulare e cucire su misura ciò che costituisce il suo bagaglio teorico scientifico con l’esperienza di vita e le caratteristiche della persona. Non solo deve riuscire a capire qual è il problema ma deve essere anche capace di intuire e individuare lo strumento. Quest’ultimo può essere di diversi tupi: può esser quello della parola piuttosto che quello dell’esercizio, dell’azione, della sperimentazione con ciò che può funzionare su quella persona. Ci sono quindi sempre due livelli da considerare: il primo è la comprensione del problema, il secondo è la capacità di trovare lo strumento giusto per la persona che si ha di fronte perché se io capisco il problema ma lo strumento che scelgo di usare non funziona con quel soggetto, la mia comprensione risulta inutile e senza efficacia. È quindi questo che determina la buona riuscita dell’intervento psicologico e psicoterapeutico: sia la comprensione sia del problema che della persona che si ha davanti in modo tale da capire qual è il veicolo, lo strumento, tramite il quale può essere generato il cambiamento. La psicologia è una disciplina difficile fatta sia di elementi teorici ma anche di elementi artistici perché è sempre necessario metter una buona dose di creatività per la riuscita dell’intervento. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Dottore ma lei parla e basta? Dottore ma lei parla e basta? Molto spesso mi viene fatta questa domanda, soprattutto da persone che per la prima volta si apporcciano ad una psicoterapia. Mi dicono: “ho provato a rivolgermi ad uno psicologo però parlavamo e aldilà della chiacchierata che poteva essere utile, uscivo e non avevo niente. Quindi lei mi da degli esercizi vero? Mi da delle cose pratiche? Mi dice cosa devo fare?”. La risposta è no! Non ti dico cosa devi fare, non ti do degli esercizi o compitini da fare, magari chiederò di riflettere sulle cose che vengono dette. Lo psicoterapeuta quindi tecnicamente parla e basta, gran parte del proprio lavoro lo pratica parlando. Esistono ovviamente tanti strumenti come i test o pratiche come l’Emdr, tuttavia lo strumento principale con cui lo psicoterapeuta lavora è il colloquio clinico e la parola. Per quanto molte persone credano il contrario io ritengo che la parola genera il pensiero e aiuta la riflessione. La parola è espressione stessa del pensiero e i pensieri sono la cosa più potente che abbiamo. I pensieri per esempio generano buona parte delle emozioni che proviamo, pensiamo per esempio all’ansia quando i pensieri sono troppi, pervasivi, o le ossessioni. È quindi difficile credere che l’ansia non sia concreta, è generata infatti da un pensiero, da un’emozione anche se è difficile credere che non la si senta fisicamente. Lo psicologo psicoterapeuta quindi non utilizza esclusivamente la parola come strumento di lavoro però questa e il colloquio clinico sono sicuramente i mezzi principali utilizzati da ogni psicoterapeuta e sono anche i mezzi più potenti perché sono i mezzi tramite i quali rappresentiamo la realtà e noi stessi all’interno della realtà. Quindi, modificando il linguaggio che utilizziamo, il linguaggio della mente, modifichiamo anche la mente ed il corpo stessi. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Qual è il migliore atteggiamento che un paziente può assumere? Qual è l’atteggiamento che la persona, il paziente, deve assumente nel momento in cui sceglie di iniziare un percorso di psicoterapia?       L'atteggiamento che dovrebbe essere assunto alla persona che alza il telefono e fissa la prima visita è innanzitutto di voler farsi conoscere dal dottore e al tempo stesso sospendere il giudizio per permettere al terapeuta di poter lavorare al meglio. Molti infatti quando si siedono nella stanza di terapia oltre a sentirsi giudicati, cosa ovviamente sbagliata, a loro volta giudicano. Questi spesso pensano:” chissà se il dottore che ho scelto effettivamente è il dottore che è più giusto per m”". Questa è una domanda legittima ma da porsi nel momento corretto poiché un incontro non è sufficiente. Io propongo infatti la fase di consultazione, ovvero trequattro incontri in cui mi do il tempo di capire da dove origina il problema, che cosa sta succedendo, come posso esser utile e restituire poi la mia idea della situazione e del percorso che deve essere fatto.  Quando dico che deve essere sospeso il giudizio mi riferisco alla fase di consultazione: il paziente quindi deve prendere l’impegno e svolgere questi 34 colloqui in modo tale da rendere utile il tempo e i soldi investiti. Scegliere di non presentarsi più dopo solo uno o due colloqui senza aver ricevuto nessun feedback da parte del dottore consiste sostanzialmente in una perdita di tempo e di denaro. Ci sono dottori che propongono un tempo più breve, altri più lungo ma chiedete questo tempo in modo da poter avere tutti i dati per fare una valutazione efficace. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Como oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Disturbo Ossessivo Compulsivo: definizione e tipologie Il disturbo ossessivo compulsivo (DOC), come suggerisce il termine, è costituito da due elementi fondamentali: le ossessioni e le compulsioni.   Le ossessioni sono delle idee fisse, ripetitive, che spesso compaiono improvvisamente e che difficilmente riescono ad essere allontanate dalla testa di chi le prova. Queste idee possono essere dei pensieri, delle immagini, piuttosto che degli impulsi: i pensieri si riferiscono, ad esempio, a “chissà se ho chiuso la macchina”, “chissà se ho girato la manopola del gas”; le immagini sono principalmente a sfondo religioso, blasfemo e/o sessuale; gli impulsi sono riferiti principalmente a pensieri fantasie di far del male, piuttosto che mettere in atto comportamenti sconvenienti e imbarazzanti in pubblico.   A seguito delle ossessioni nascono appunto le compulsioni, che sono comportamenti ripetitivi con lo scopo di purificare, di essere di buon auspicio, di controllare e di gestire i pensieri ossessivi o i loro esiti che, nella testa di chi li prova, sono spesso di carattere negativo. Vengono messi in atto comportamenti come lavarsi le mani, riordinare, contare, accumulare etc..   Compulsioni diverse danno origine a disturbi ossessivo compulsivo differenti. Si parla ad esempio di: disturbo ossessivo compulsivo da contaminazione (lavaggio e pulizia); disturbo ossessivo compulsivo  da ordine simmetria; disturbo ossessivo compulsivo da controllo; disturbo ossessivo compulsivo da superstizione (conteggio e ripetizione);   Esistono quindi diverse caratteristiche che determinano il disturbo ossessivo compulsivo e le sue sfaccettature, ma i due elementi principali sono la presenza di idee fisse (ossessioni) e di azioni a loro volta ripetitive (compulsioni) deputate proprio al controllo delle prime. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Tradimento: motivazioni alla base   Ti sei mai chiesto quali sono le motivazioni che stanno alla base di un tradimento?In questa stanza, di coppie che hanno vissuto o stanno vivendo un tradimento ne arrivano veramente tante e le motivazioni che hanno portato uno o entrambi i partner ad agire un comportamento di questo tipo sono le più diverse, però, dalla mia esperienza clinica, né possiamo individuare principalmente tre, o meglio, tre categorie di motivazioni che vanno a sottendere un tradimento o un possibile tradimento.La prima è quella della rabbia o della vendetta, ossia il tentativo, da parte di uno dei partner, di agire un comportamento volto a vendicarsi, piuttosto che  sfogare la rabbia nei confronti dell’altro.La forma più banale è quella “occhio per occhio, dente per dente”, ovvero, “ho subito un tradimento quindi tendo a riequilibrare quello che è successo tradendo a mia volta”; ma non è solo una questione di sesso, infatti il tradimento per rabbia o vendetta viene spesso agito quando “mi sento in qualche modo in credito rispetto all'atteggiamento del mio partner e quindi gliela faccio pagare”.la seconda motivazione  è quella che io chiamo della compensazione. Sono tradimenti che avvengono nel tentativo di colmare una o comunque le poche parti che secondo il traditore non vengono soddisfatte all'interno della propria coppia.Si può fare riferimento, ad esempio, a tradimenti a puro sfondo sessuale “la mia vita sessuale non è appagata all'interno della coppia e quindi (per compensazione) tradisco” oppure a tradimenti agiti poiché volti ad ottenere ciò che dentro la coppia non si trova, pertanto lo si cerca all’esterno.L'ultima categoria è quella dell’indipendenza o della libertà, ovvero “tradisco per sentirmi libero/a, per sentirmi bene, per prendere dello spazio da una relazione che in qualche modo inizio a vivere come soffocante. Concedermi una scappatella mi fa sentire meglio all’interno della mia coppia perché mi dà ossigeno, mi da un senso di libertà e di autonomia nella scelta”.Queste, dalla pratica clinica che svolgo quotidianamente, sono le tre macro categorie delle motivazioni di un tradimento.  Quali sono le tue?  ### Quanto dura la terapia? Ti sei mai chiesto quanto dura un percorso di psicoterapia e in che tempo è legittimo aspettarsi un miglioramento?E’ una domanda da un milione di dollari ed ovviamente la risposta migliore sarebbe “dipende”, poiché ogni sintomo/difficoltà ha e richiede un certo tempo per poter essere affrontato. Sforzandomi però di dare una risposta posso dire che i tempi della terapia sono in un qualche modo cadenzati. Per quanto riguarda la mia pratica impiego 3/4 colloqui per fare il punto della situazione, comprendere quali sono le cause che originano il problema e dare la mia restituzione (idea) del problema, soprattutto rispetto a cosa può essere fatto per affrontarlo.A seguire ce ne sono altri 3 o 4, che vengono utilizzati per iniziare a lavorare nella direzione individuata. Iniziando questa fase ci si rende subito conto se il percorso è utile e se può essere risolutivo della difficoltà.Il primo bilancio quindi lo si potrebbe fare intorno all’ottavo/nono colloquio poiché a quel punto, se non si sono ancora visti dei risultati, probabilmente è meglio lasciar perdere.Rispetto invece alla durata totale del percorso ovviamente la risposta è ancora più soggettiva poiché dipende da quante e quali sono le difficoltà che una persona porta, ma se dovessi fare una media di tutti i pazienti e di tutte le terapie che ho concluso, un numero indicativo potrebbe essere tra le 15 e le 20 sedute. Ovviamente la terapia (e la sua durata) è assolutamente soggettiva e deve essere valutata di situazione in situazione, ho pertanto fatto delle terapie molto più lunghe, ma anche molto più corte, però, provando a riassumere quali sono i tempi della terapia:  3/4 incontri per individuare il problema, entro l'ottavo o il nono vedere i primi risultati, mentre gli altri, sino ad arrivare tra i 15 e i 20 servono per risolvere progressivamente tutti i capitoli che nel frattempo sono stati aperti. ### Attacchi di panico: sintomi e diagnosi Attacchi di panico: i sintomiAttacchi di panico: quali sono i sintomi e che formano hanno. I manuali diagnostici individuano 13/14 sintomi che caratterizzano gli attacchi di panico; in particolare sono sintomi di tipo somatico, ossia vissuti sul corpo (tachicardia, mal di stomaco, etc.), sintomi emotivi, che hanno a che fare quindi con la sfera delle emozioni (principalmente la paura) e sintomi cognitivi, ovvero legati ad una forma di pensiero (“sto diventando pazzo”).Questi 13/14 sintomi, che tra poco vedremo, non devono essere necessariamente presenti tutti insieme per parlare di attacchi di panico.A questo proposito, si deve fare riferimento a due aspetti: un numero minimo di sintomi ed un tempo in cui questi sintomi devono essere vissuti. Detto in altre parole, per vivere e quindi parlare di attacchi di panico è  necessario avere almeno quattro sintomi presenti in un tempo di dieci minuti. Almeno quattro dei sintomi, che tra poco vedremo, devono essere presenti contemporaneamente e raggiungere il picco d’intensità in 10 minuti dalla loro insorgenza.Ciò vuol dire che se si sperimentano alcuni (o tutti) di questi sintomi, ma nel corso della giornata o nel corso della settimana, senza però la contemporaneità degli altri in un tempo di dieci minuti, allora non si parla di attacchi di panico.Tra i sintomi più frequenti: sensazione di oppressione al petto; fiato corto;  tachicardia;  sudorazione;  problemi e dolori addominali (nausea e vomito);  tremori; vampate di calore e/o brividi di freddo; sensazione di intorpidimento degli arti;  vertigini e paura d svenire; iper o ipotensione; sensazione di vedersi scollegati dal proprio corpo; paura di morire;  paura di impazzire;  questi sono i sintomi più frequenti. Ovviamente la diagnosi di attacco di panico deve essere fatta da uno specialista, però nel momento in cui ci si trova a sperimentare anche solo alcuni di questi sintomi, il carico emotivo diventa importante e di conseguenza lo diventa altrettanto avere il coraggio di chiedere aiuto. ### Problemi sessuali: perchè accadono? Ti è capitato di avere una qualche défaillance sessuale con il tuo partner? Nei maschi, ad esempio, può essere la perdita dell'erezione prima della penetrazione o l'eiaculazione precoce, mentre nelle donne può tradursi in dolore o fastidio durante il rapporto, oppure, per entrambi, può essere la perdita di desiderio.Se questo è riferito all'interno di una coppia stabile, ossia non di un rapporto occasionale, ma di qualcosa di più serio e duraturo, allora probabilmente si è portati a chiedersi: “perché in questo momento vivo male la sfera sessuale, mentre fino al mese scorso tutto funzionava ed ora improvvisamente sembra non funzionare più nulla?”.Le risposte possono essere molteplici e ovviamente ogni situazione va valutata singolarmente, ma dal mio punto di vista  il sesso diventa un modo che la coppia usa per parlare, per comunicare, e molte volte le difficoltà sessuali diventano uno strumento per prender un tempo di riflessione di fronte a qualcosa di nuovo, un cambiamento, che la coppia si trova ad affrontare, ma che non riesce a rielaborare a parole.In questo contesto la défaillance sessuale, o comunque il raffreddamento della sfera intima, diventa un modo per andare a sollevare un problema e parlare della coppia, concedendosi il tempo sufficiente per poterlo affrontare. Di cosa sto parlando? Capita più spesso di quanto credi che ci sia un calo delle prestazioni prima di cambiamenti importanti,  come possono essere una convivenza, un matrimonio o la nascita di un figlio.Prima di andare nel panico, o cascare in facili giustificazioni, come “è lo stress”, “è la stanchezza”, “non abbiamo mai tempo” prova a chiederti: “che cosa mi sta dicendo il sesso? Cioè qual è il cambiamento che la mia coppia sta vivendo e dal quale io sto prendendo tempo per poterlo affrontare, per poterlo rielaborare?”  Le difficoltà sessuali o il calo del desiderio diventano quindi spesso uno strumento per concedersi il tempo di rielaborazione che a parole non ci permettiamo. ### Sintomi: in quanto passano? Ti è mai capitato di rivolgerti ad uno psicologo per un sintomo, ad esempio degli attacchi di panico, dei disturbi sessuali, piuttosto che una somatizzazione, come problemi gastrointestinali o mal di testa, intraprendendo un percorso, ma accorgerti che il sintomo non scompare o meglio, non scompare nei tempi desiderati? Pensavi potesse essere una cosa di qualche incontro, eppure puntualmente il sintomo rimane lì, presente, magari ha avuto una flessione, nel senso che è migliorato, ma a fronte delle vicissitudini della vita, fa un po l’altalena: scompare e poi ritorna.Non per spezzare una lancia a favore della professione, però c'è da considerare che il sintomo, soprattutto nel momento in cui sia in qualche modo cronicizzato, cioè è diventato parte del proprio modo di vivere, è una delle ultime cose a scomparire; molte volte infatti solo nel momento in cui il percorso è quasi a conclusione il sintomo sparisce. Questo perché esiste una specie di memoria muscolare, come nel compiere ad esempio un gesto tecnico, atletico o routinario il nostro corpo è abituato a funzionare in una certa maniera e ad avere una specie di script mentale, cioè una scorciatoia che ha imparato e che ripropone in maniera quasi automatica.Allo stesso modo molti sintomi assumono la forma dello script, diventano parte della memoria muscolare e quindi tendono a ripresentarsi e riproporsi nonostante (magari) le cause che in origine li hanno scatenati siano state risolte o siano comunque in fase di elaborazione. Nel momento in cui affronti un percorso psicologico, ma i tempi non rispettano le tua aspettative prova a chiederti questo: ”da quanto porto con me il sintomo? Da quanto lo trascino? Ho davvero compreso le cause che lo originano al punto che non ho più bisogno di agirlo?”. Se le risposte sono “non lo so”, “non lo ho ancora capito” e “non riesco ancora a liberarmene” probabilmente c'è una parte di questa memoria muscolare che resiste portandoti a rivivere e sperimentare il sintomo nonostante senti di essere in una fase di rielaborazione di ciò che lo ha scatenato. ### Terapia di coppia o individuale? Mi capita spesso di ricevere telefonate in cui sento dire “ho tradito il mio partner”, oppure “sto affrontando un momento di difficoltà dal punto di vista intimo con il mio partner e lui/lei mi ha consigliato di intraprendere un percorso”.   Le vie che portano alla terapia sono diverse e anche le motivazioni. Ciò su cui voglio riflettere è quando conviene fare un percorso di coppia e quando conviene fare un percorso individuale.   Dal mio punto di vista non è il sintomo a discriminare qual è il tipo di intervento che conviene fare, ma più che altro quanto la difficoltà che mi trovo a vivere è impattante per la coppia, poiché individuare il corretto formato della terapia, che può essere individuale, di coppia o familiare, è particolarmente importante anche per la sua efficacia.   Quando mi sento dire “ho tradito il mio partner o la mia partner e mi è stato consigliato di fare un percorso” mi fermo e chiedo cosa pensa il partner, se sia disposto a venire o meno, perché dal mio punto di vista (in relazione alla difficoltà presentata) questa è un’informazione cruciale per il buon esito della terapia.   Il tradimento più di tutti (seguito dalle difficoltà sessuali) va ad implicare un’alterazione delle dinamiche di coppia; se però non c'è la disponibilità del partner tradito a partecipare a degli incontri, allora mi viene da chiedere “come la soluzione può essere individuale, se all'interno della coppia c'è stato un tradimento, che per definizione coinvolge le due persone e sicuramente almeno una terza?”   E’ quindi importante riuscire a capire qual è il formato migliore e soprattutto la volontà del paziente, rispetto a come immagina il percorso, ma lo è altrettanto il punto di vista dell’altro, di colui che “invia” al terapeuta il partner, consigliandogli di farsi curare.   In definitiva, se di fronte a situazioni particolarmente coinvolgenti rispetto agli equilibri della coppia (come  ad esempio tradimenti), non c'è la disponibilità a partecipare (da parte di entrambi) a degli incontri di coppia, allora il problema è un più all’origine di quanto si creda. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Il sesso nella coppia: che significato ha per te? Ti sei mai chiesto qual è il significato che il sesso assume all'interno della tua relazione?Il sesso e la sessualità stanno assumendo uno spazio sempre più ampio all'interno della società (e di conseguenza nell’immaginario della nostre relazioni), basta fare un giro per strada e tutto è sessualizzato, dai cartelloni pubblicitari, agli annunci; si parla addirittura di oggetti “sexy”. Parlare della sessualità all’interno della coppia è argomento delicato, a cui va prestata una particolare attenzione, nel senso che ogni coppia deve essere in grado di costruire la propria dinamica sessuale e le proprie modalità intime.Il rischio che vedo, rispetto a tante situazioni che mi trovo ad affrontare, è che molte volte questa co-costruzione, questa visione della sessualità, è una visione etero-indotta, poiché la coppia si conforma a ciò che la società ritiene essere giusto, ma non costruisce le proprie regole (private).Aderire a questa versione (altrui) porta le coppie a vedere il sesso come uno strumento di valutazione della bontà della relazione, generando considerazioni come “finché riusciamo ad avere un rapporto sessuale alla settimana allora la nostra coppia è in salute”, “fino a quando riusciamo ad avere dei rapporti allora comunque  saremo in grado di affrontare qualsiasi difficoltà”.Coppie che vivono la sessualità in questo modo, cioè come qualcosa di dimostrativo, di dovuto e che quindi se vien fatto testimonia la bontà della relazione, si trovano al tempo stesso ad utilizzare il sesso come il canale per andare a manifestare (o parlare) una difficoltà che invece aparole non viene affrontata. Questo diventa deleterio perché porta le coppie in un circolo vizioso per cui “se non riesco a parlare di un problema con le parole ne parlo attraverso il sesso, ma se il sesso va male allora siamo in crisi” e a questo punto la via d’uscita è già stata persa. Prova quindi a chiederti “qual è il significato che il sesso assume all'interno della mia relazione?” e soprattutto, “che cosa è per me il sesso?” e “quanto siamo stati capaci di costruire i nostri significati rispetto alla sessualità di coppia?”. ### Coppia infelice: come rimanere insieme tutta la vita Ti sei mai chiesto cosa permette ad una coppia infelice di rimanere insieme tutta la vita procrastinando la propriainfelicità? Ognuno di noi ha la propria versione di infelicità, c'è chi la riconduce ad un problema specifico, ad esempio l'assenza di rapporti sessuali, piuttosto che un tradimento, oppure chi la riferisce più in generale alla fine dell'amore o alla nostalgia dell’innamoramento. Senza entrare in ciò che determina l'infelicità di una coppia, ciò su cui spesso mi trovo a lavorare sono coppie che arrivano in studio e mi dicono “siamo infelici, dovremmo separarci, ma non possiamo”. Il “non possiamo” tantissime volte non è legato a dei vincoli o a contratti particolari, di fatto lo stesso matrimonio, come qualsiasi tipo di contratto può essere interrotto; queste coppie “non possono” perché sono ancorate ormai indissolubilmente all'investimento che ciascuno dei due ha fatto rispetto al passato e quindi il problema non diventa “che cosa posso fare nel mio futuro, come potrei renderlo più roseo?”, entrambi si dicono “potrei stare meglio se ci lasciassimo”, il problema è il passato (insieme).Il vero scoglio nel lasciarsi è quello di dover ri-punteggiare il passato a fronte dell'investimento che èstato fatto. La coppia (e ciascuno dei due partner individualmente) dovrebbe essere capace di rivedere il passato come comunque positivo (preservandolo), anche rispetto a tutto l’investimento fatto e poi fallito, ma la paura terribile che questo non avvenga diventa il principale deterrente alla separazione.Separarsi obbliga a riflettere, ma la paura di (ri)vedere il passato come un fallimento, come tempo perso, sprecato e percepire così anche la propria vita, soprattutto a fronte di relazioni particolarmente lunghe, obbliga a stare insieme. Rischiare di cambiare significato al proprio passato non è cosa semplice, quindi talvolta vivere in un futuro infelice diventa una scelta più facile. ### Separazione: non rendere i figli protagonisti Stai affrontando una separazione e ci sono dei figli coinvolti?   Il tema della separazione è un tema complesso, su cui è stato scritto e detto tantissimo. Con questo contributo non voglio fare un ragionamento ad ampio raggio sulla separazione e sul coinvolgimento dei figli, ma voglio riflettere sullo scenario che, dal mio punto di vista, è il peggiore in assoluto, ovvero, la separazione che rende i figli protagonisti.   Molte volte in questa stanza capita di sentir dire, a genitori che hanno scelto di separarsi, che è stata concordata una versione, con l’obiettivo di muoversi nella direzione giusta rispetto al far vivere e “digerire" la situazione ai figli.   Ciò di cui non si accorgono è che spesso la motivazione che viene data è una motivazione che da un lato (giustamente) non deve spiegare in toto ogni dinamica e ogni comportamento che ha portato i genitori a questa scelta, ma dall’altro (erroneamente) non deve neanche essere accusatoria o in qualche modo far sentire (e di conseguenza rendere) i figli protagonisti e responsabili della separazione stessa.   Motivazioni come “non ci siamo più trovati d'accordo sulla vostra educazione”, piuttosto che “non siamo più stati d'accordo su ciò che era giusto fare per voi” spesso diventano spiegazioni di buon senso che in realtà generano enormi problemi, poiché costringono i figli ad assumere una posizione da protagonisti all'interno di una dinamica puramente di coppia.   Poiché, ovviamente, il lato genitoriale dovrebbe essere mantenuto nonostante la separazione, motivazioni come queste portano i figli a dover agire un comportamento, o per uno o per l’altro genitore, in quanto coinvolti all'interno delle decisioni che di fatto gli adulti hanno già preso.   Nel momento in cui ci si trova a dover affrontare una separazione e sia ha la volontà di andare a tutelare i propri figli la cosa migliore da fare è sicuramente quella di chiedersi “ciò che sto spiegando, ciò che sto dicendo, le motivazioni che adduco alla decisione, anche se questa è unilaterale (cioè arriva, solamente da uno dei due dei partner) rende protagonisti i miei figli? In un qualche modo li fa sentire responsabili di quello che stiamo agendo? Di quello che stiamo facendo? Potrebbe portarli a sentirsi coinvolti nella decisione che abbiamo preso o permette loro di rimanere in una posizione più “distante”, nella quale sono in grado di capire che i loro genitori, in termini di coppia smetteranno di esistere, ma il piano genitoriale verrà preservato?”   Se la risposta ad una di queste domande (tranne l’ultima) domanda è “si”, allora ci troviamo potenzialmente di fronte ad una situazione particolarmente complicata. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Seregno, oltre ad altri 6 centri in provincia di MB, Lecco e Como. ### Tradimento virtuale: motivazioni e significati   Ti sei trovato o ti trovi a vivere un tradimento? In questo articolo voglio riflettere con te su alcune idee rispetto al tradimento virtuale; in particolare rispetto alle sue motivazioni ed ai significati che può avere. Cos'è esattamente un 'tradimento virtuale'? Il tradimento virtuale ovviamente viene annoverato tra i tradimenti poiché un terzo dei casi conosciuti avviene in questo modo, ma il virtuale è un tema che merita una riflessione specifica, sia che se si tratti di video, piuttosto che di chat o di telefonate. Le caratteristiche di un tradimento virtuale Il “virtuale” spesso consiste nel fatto che questo tradimento non viene mai concretizzato nella vita reale, ossia i due amanti possono anche non incontrarsi mai. Se questo è il caso ci sono delle caratteristiche e delle analogie tra alcune coppie che mi sono trovato ad aiutare nel corso della mia pratica professionale. Nello specifico mi riferisco a due caratteristiche: una è legata alle caratteristiche della coppia e come questa è organizzata l’altra rispetto ai significati che un’azione di questo genere porta con sé Il primo, rispetto alle caratteristiche della coppia, è riferito allo spazio di coppia che spesso ho notato essere inesistente, ossia sono coppie che non hanno né tempo né spazio per poter stare insieme. Questo può essere dovuto alle dinamiche della vita quotidiana piuttosto che alla presenza di terze persone, come famiglie di origine particolarmente invischianti o a contingenze che si trovano ad affrontare, ad esempio, malattie o altri problemi che risucchiano completamente lo spazio della coppia. La seconda caratteristica è rispetto ai significati, nel senso che ci si trova a chiedere perché avviene un tradimento e perché si sceglie. O meglio, perché il nostro inconscio ci porta verso un tradimento di virtuale. Tra queste due caratteristiche quale è la più probabile? La risposta è connessa alla prima caratteristica, all’assenza di tempo e di spazio di coppia, poiché un tradimento di questo tipo riporta il focus dell’attenzione sui due fidanzati. Proprio su quest’ultima serve dare un maggiore approfondimento, poiché la tematica sessuale in molti casi risulta essere l’unica causa. Sollevare un problema proprio in quest’area è da un lato una cosa sgradevole, che genera difficoltà, dall’altro però diventa un modo per riuscire a tornare a parlare di coppia, tornando ad essere padroni dei propri spazi e quindi a sollevare il problema e da lì iniziare ad affrontarlo. ### Difficoltà sessuali e pillole magiche. Le conseguenze [nei più giovani]  Voglio condividere qualche riflessione rispetto ad una cosa che sta succedendo sempre più frequentemente. Nel mio studio arrivano giovanissimi, ragazzi che vanno dai 19 ai 26 anni che sono alle prime esperienze e ai primi approcci sessuali. Spesso sono in difficoltà perché si agitano, non sanno come comportarsi, hanno quindi qualche défaillance: molto spesso riguardano l’eiaculazione precoce o la perdita di erezione. Sono quindi giustamente preoccupati da quello che può succedere, molte volte sono anche preoccupati per il proseguimento della relazione perché molti temono di poter essere lasciati a causa di queste fatiche. Questi ragazzi si rivolgono quindi ad un medico per capire cosa può essere utile. Mi sono accorto infatti che molti medici prescrivono la classica “pillola blu”, Viagra o Cialis. Sicuramente ha il suo senso prescriverla qualora vi siano vere difficoltà sessuali, ma lo ha meno prescriverla a ventunenni che effettivamente non hanno una disfunzione erettile.  Approfondendo questi farmaci si può leggere che non garantiscono l’erezione ma permettono il suo mantenimento una volta che l’erezione è quantomeno abbozzata. Quando questo farmaco viene assunto c’è anche l’effetto placebo, un effetto psicologico che agisce sulla testa: il ragazzo è convinto di poter avere l’erezione, il ragazzo si sente libero dalle paure forte di avere la pillola blu in tasca. Il problema si crea perché questa è una scappatoia, molti ragazzi infatti arrivano in terapia chiedendo di smettere questa cosa perché si rendono conto che a vent’anni non possono proseguire con una pillola da assumere 12 o 24 ore prima. Queste pillole diventano strategie, mezzucci, che permettono di barare, determinano qualche tipo di artificiosità nella relazione e nell’atto perché garantiscono l’erezione ma con che stato emotivo? Questi ragazzi riescono a godersi la libertà dell’atto o sono perennemente concentrati su: “chissà se riesco a mantenere l’erezione”, “chissà se per la prossima volta riesco a comprare la pillola”, “se non dovessi assumerla riuscirei ad avere un rapporto?”.  Il ragazzo si trova quindi in questa grossa difficoltà psicologica per cui ci si convince che l’atto sessuale si potrà avere solo esclusivamente attraverso la pillola e questo è estremamente povero dal punto di vista emotivo. Molti di questi infatti arrivano dicendomi che vogliono imparare ad avere rapporti sessuali liberi da questo vincolo e riuscire a godersi l’atto sessuale. Fortunatamente molti ragazzi arrivano da me, o da colleghi, a chiedere aiuto. E tutti gli altri? Barare a 20 anni per avere dei rapporti sessuali nel breve periodo ripaga ma nel lungo periodo diventa un problema.      ### Come funziona la psicoterapia online Come funziona la psicoterapia online? Quali sono le buone prassi da seguire e gli aspetti importanti da conoscere prima di intraprendere un percorso? In questo articolo esploreremo il tema della psicoterapia a distanza, le sue caratteristiche, i vantaggi e le considerazioni pratiche da tenere a mente. Psicoterapia Online vs. Consulenza Psicologica La psicoterapia online è diversa dalla consulenza o dal supporto psicologico. Se in passato era possibile offrire solo consulenze e sostegno psicologico via web, la pratica della psicoterapia — ovvero l’applicazione di metodi terapeutici veri e propri — era vietata online. Questa situazione è cambiata radicalmente nel 2017, quando le normative si sono aggiornate per adeguarsi all’evoluzione tecnologica. Oggi, la psicoterapia online è pienamente riconosciuta e regolamentata, consentendo ai professionisti di offrire trattamenti terapeutici attraverso strumenti digitali. La Psicoterapia Online nel Mondo Nei paesi anglofoni, la psicoterapia online è diffusa già da anni. In Italia, invece, si tratta di una pratica relativamente recente. Già nel 2014, l’Ordine degli Psicologi della Lombardia aveva promosso un comitato di ricerca per studiare le migliori pratiche della psicologia online (non ancora della psicoterapia). Da quell’iniziativa nacque il Kit dello Psicologo Online, un insieme di strumenti pratici pensati per i professionisti che volevano iniziare a offrire servizi online in modo sicuro e conforme alle normative. Come Funziona la Psicoterapia Online La psicoterapia, che avvenga online o in presenza, mantiene le stesse caratteristiche di base: il percorso terapeutico si fonda sulla relazione tra paziente e terapeuta. L’unica differenza sostanziale sta nella mediazione dello schermo, che sostituisce la tradizionale interazione in studio. 1. Primo Contatto e Consultazione Il percorso inizia con un primo contatto tra paziente e psicoterapeuta, che può avvenire via telefono, e-mail o altri strumenti digitali. A seguire, si svolge una fase di approfondimento per comprendere il problema e stabilire se la terapia online sia la scelta più adeguata. Una volta stabilita l’idoneità del percorso, viene richiesto al paziente di firmare i consensi informati, sia per la terapia stessa che per la privacy. Solo dopo questa fase si concorda il primo appuntamento. 2. Il Setting Terapeutico Una delle caratteristiche peculiari della psicoterapia online è l’alterazione del setting terapeutico: la classica stanza dello psicologo viene sostituita da un ambiente virtuale. Per garantire un’esperienza efficace, sia il terapeuta che il paziente devono trovarsi in uno spazio idoneo: un luogo silenzioso, privo di distrazioni, che favorisca la concentrazione e la riflessione. Questo aspetto è essenziale per mantenere la qualità della terapia e preservare il valore della relazione terapeutica. 3. Frequenza e Struttura delle Sedute Le modalità della psicoterapia online ricalcano quelle della terapia tradizionale. Si concordano: La frequenza delle sedute (settimanali, quindicinali, ecc.) La durata degli incontri I costi Personalmente, nella mia pratica clinica, mantengo inalterata la frequenza delle sedute rispetto alla terapia in presenza. Generalmente, il percorso inizia con una fase di consultazione di circa tre incontri, al termine della quale si può decidere se mantenere o modificare la frequenza in base alle esigenze terapeutiche. Le Sfide della Psicoterapia Online Sebbene i servizi VoIP (come Skype, WhatsApp, FaceTime, Messenger) siano sempre più utilizzati, non è sempre immediato sentirsi a proprio agio nel parlare con un terapeuta attraverso uno schermo. La mancanza della presenza fisica può inizialmente creare una certa distanza emotiva, e per questo è importante dedicare tempo e attenzione ad adattarsi al mezzo digitale. Tuttavia, con il tempo, la relazione terapeutica si consolida e la psicoterapia online diventa altrettanto efficace della terapia in studio. Un altro aspetto fondamentale è la sicurezza della comunicazione: il sistema di videochiamata utilizzato deve garantire la crittografia end-to-end per proteggere la privacy del paziente. Alcuni servizi affidabili in questo senso sono: Skype WhatsApp (VoIP con crittografia) FaceTime (per dispositivi Apple) La Psicoterapia Online per Italiani all’Estero Uno dei principali vantaggi della psicoterapia online è la possibilità di offrire supporto a persone che vivono lontano dal proprio paese di origine. Attualmente, seguo una dozzina di pazienti italiani che vivono in diverse parti del mondo: Hawaii, Cile, Eritrea, Stati Uniti, Francia, Messico. Con loro, la terapia avviene quasi esclusivamente online. Tuttavia, quando possibile, se la distanza geografica lo consente, preferisco incontrarli anche di persona per dare continuità e profondità alla relazione terapeutica. Il Futuro della Psicoterapia Online Questa pratica è ancora in evoluzione, e nei prossimi anni assisteremo probabilmente a un ulteriore sviluppo della tecnologia applicata alla salute mentale. Già oggi, le nuove piattaforme digitali offrono strumenti innovativi per migliorare l’efficacia del trattamento a distanza. Nel tempo, potremmo vedere soluzioni ancora più avanzate, capaci di garantire un’esperienza terapeutica sempre più vicina a quella in presenza. La psicoterapia online non è solo una soluzione alternativa alla terapia tradizionale: è una realtà in continua crescita, destinata a diventare una parte fondamentale del panorama psicologico moderno.       ### Sexting: significato, motivazioni, conseguenze... Il significato del termine "sexting" Il termine sexting nasce dalla fusione delle parole inglesi sex (sesso) e texting (messaggiare). Si riferisce all'invio, alla ricezione o alla condivisione di testi, foto o video a contenuto sessuale, spesso tramite smartphone, app di messaggistica (come WhatsApp) o social network. In altre parole, il sexting è un modo per comunicare la propria sessualità attraverso immagini o messaggi digitali. Anche se inizialmente condivisi in modo privato, questi contenuti possono diffondersi rapidamente, causando conseguenze personali e legali. Va ricordato che l'invio o la condivisione di immagini sessualmente esplicite che ritraggono minorenni costituisce reato di diffusione di materiale pedopornografico: è vietato in ogni caso e punibile dalla legge. Quanto è diffuso il fenomeno del sexting? Secondo una ricerca condotta da Telefono Azzurro e Doxa Kids su oltre 15.000 adolescenti italiani di età compresa tra i 12 e i 18 anni, circa 1 ragazzo su 4 si scatta un selfie al giorno, e l'85% di questi ne condivide alcuni sui social. Il 36% conosce qualcuno che ha fatto sexting e il 13% ha utilizzato app di incontri. Uno studio europeo di Kids Help Phone ha evidenziato che molti adolescenti fanno sexting per diversi motivi: per divertirsi o per piacere sessuale; per curiosità o noia; per pressione del partner o del gruppo di amici; come modo per sentirsi desiderati o accettati. Il fenomeno coinvolge sia ragazzi che ragazze, anche se con dinamiche differenti: spesso i ragazzi inviano più messaggi a sfondo sessuale, mentre le ragazze vivono maggiori pressioni sociali e timori legati alla reputazione. In questo caso, il sexting può essere un comportamento influenzato da fattori emotivi e sociali complessi. Le conseguenze del sexting secondo gli studi Uno studio di Jessica Ringrose (2013) ha analizzato le conversazioni online degli adolescenti e ha mostrato come, in alcuni contesti, la condivisione di immagini intime diventi una sorta di valuta sociale. I ragazzi possono guadagnare popolarità attraverso il possesso di tali immagini, mentre per le ragazze la stessa azione può portare stigma o giudizio. Molte giovani, pur consapevoli dei rischi, non riescono a sottrarsi a richieste di immagini intime per paura di perdere il partner o l'approvazione dei pari. In questi casi, l'autostima viene spesso legata alla ricerca di conferme esterne. Una ricerca dell'University of Texas Medical Branch ha inoltre rilevato che circa il 28% dei minori americani ha praticato sexting almeno una volta, con una maggiore partecipazione femminile (68% contro il 32% dei ragazzi). Ciò dimostra che il sexting è un fenomeno in crescita anche su internet e che può essere presente in diverse fasce di età. Sexting e salute mentale: quali sono i rischi? Il sexting può avere un forte impatto sulla salute psicologica, soprattutto nei più giovani. Tra le principali conseguenze negative troviamo: Perdita di controllo sui propri contenuti una volta diffusi; Imbarazzo, vergogna e senso di colpa in caso di divulgazione; Cyberbullismo e pratiche di umiliazione online; Isolamento sociale e problemi di autostima; Nei casi più gravi, autolesionismo o tentativi di suicidio legati alla diffusione non consensuale di immagini. Nella mia esperienza clinica, la diffusione non voluta di contenuti intimi può generare un vero e proprio trauma, con sintomi simili a quelli di una vittimizzazione psicologica o di un abuso. Il sexting può quindi essere un fattore di rischio, specialmente se inteso come mezzo di conferma o controllo in una relazione non sana. In sintesi: il sexting non è di per sé patologico, ma può diventarlo quando mancano consapevolezza, fiducia reciproca e senso dei limiti. In questo caso, la comunicazione aperta e il consenso sono elementi fondamentali per evitare rischi e malintesi. Si può fare sexting in modo sicuro? Il sexting richiede maturità, consapevolezza e fiducia reciproca. In una relazione stabile, può rappresentare una forma di intimità o gioco erotico condiviso. Tuttavia, è fondamentale ricordare che ogni contenuto digitale può essere salvato, inoltrato o diffuso, anche contro la propria volontà. Per questo motivo è importante: evitare di condividere immagini che permettano l'identificazione; non cedere a pressioni o ricatti emotivi; parlare apertamente di questi temi con partner, genitori o educatori; ricordare che il sexting può essere un modo per esplorare la sessualità, ma deve sempre essere praticato in modo responsabile e consensuale. Per i minori e i bambini, invece, è urgente promuovere programmi di educazione digitale e sessuale consapevole, che aiutino a riconoscere i rischi e a sviluppare un senso di responsabilità online. FAQ sul sexting Cosa si intende con il termine sexting? Il sexting è l'invio o lo scambio di messaggi, foto o video a contenuto sessuale tramite dispositivi digitali. Si tratta di una forma di comunicazione intima che, se non gestita con consapevolezza, può comportare rischi legali e psicologici. Perché le persone fanno sexting? Le persone fanno sexting per vari motivi: curiosità, desiderio di sentirsi desiderate, gioco erotico o bisogno di approvazione. Tuttavia, il sexting può essere anche una risposta a pressioni sociali o emotive, specialmente se inteso come mezzo per mantenere una relazione. Quali sono i rischi del sexting? Tra i principali rischi ci sono la perdita di controllo delle immagini, il cyberbullismo, la diffusione non consensuale dei contenuti e l'impatto sulla reputazione e sull'autostima. Il sexting può essere un rischio maggiore nei giovani, che tendono a sottovalutare le conseguenze a lungo termine. Quando il sexting è reato? Il sexting diventa reato quando coinvolge minorenni o quando le immagini vengono diffuse senza consenso. In questi casi, la legge italiana punisce la diffusione di materiale pedopornografico e la revenge porn, ovvero la condivisione non consensuale di immagini intime. Come fare sexting in modo sicuro? Il sexting può essere praticato in modo responsabile se avviene tra adulti consenzienti, in un contesto di fiducia e rispetto reciproco. È consigliabile evitare di mostrare il volto o dettagli identificativi, e cancellare regolarmente le chat per proteggere la propria privacy. Cosa fare in caso di sexting non consensuale? Se un contenuto intimo è stato diffuso senza consenso, è importante non reagire impulsivamente e rivolgersi subito alle autorità competenti o a un professionista. Parlare con uno psicologo può aiutare a gestire l’impatto emotivo e ridurre l’incremento del malessere psicologico. In sintesi Il sexting è un fenomeno complesso che intreccia aspetti psicologici, relazionali e legali. Comprendere i suoi rischi e sviluppare un atteggiamento consapevole è fondamentale per proteggere la propria salute mentale e la propria immagine digitale. Il sexting può essere un modo per esplorare la sessualità, ma solo se avviene in modo consapevole e rispettoso. Se ti riconosci in una di queste situazioni o vuoi parlarne con un professionista, puoi contattarmi per un colloquio. Articoli correlati su sexting e relazioni Il sexting nella coppia: come può arricchire (e complicare) la vita sessuale Il tradimento virtuale è davvero un tradimento? Relazioni tossiche: come riconoscerle e uscirne felici Ghosting: aspetti che non ti hanno mai raccontato ### Perchè credi alle bugie e alle persone sbagliate? COME FACCIO A RICONOSCERE LE BUGIE E PERCHÉ MI FIDO PUNTUALMENTE DELLE PERSONE SBAGLIATE? In un precedente video ho raccontato perché crediamo alle balle che raccontiamo. Oggi vediamo come poterle riconoscere, in particolare perché si è portati a credere a quello che gli altri ci raccontano.  Dalle ricerche che sono state effettuate ognuno di noi sovrastima la propria capacità di riconoscere le balle, infatti tutti noi ci riteniamo particolarmente, intelligenti particolarmente brillanti nel riconoscere le bugie che ci vengono dette, in realtà la stima è poco superiore al 50 per cento Tendenzialmente riusciamo ad individuarne circa una su due se siamo in quella parte di popolazione particolarmente abile nel saperle riconoscere. Sono state fatte anche tantissime ricerche: Paul Ekman, il principale esponente mondiale riguardo il tema delle menzogne, è riuscito ad individuare i sette tipi di menzogna, i cambiamenti fisiologici connessi ovvero micro-espressioni facciali. La bibliografia inerente questo tema è enorme: come cambia l'occhio, la pupilla, o la forma della bocca nel momento in cui si dice una balla, piuttosto che la verità, tema approfondibile in un video successivo. QUALI SONO LE IMPLICAZIONI PSICOLOGICHE DELLE BALLE E PERCHÉ NOI SIAMO COSÌ PORTATI A CREDERE A QUESTE? Ci sono principalmente due motivazioni: la prima è che io voglio credere alla balla che mi viene raccontata, perché è comodo credere alla versione di realtà che mi piace, credere a qualcosa che è in linea con ciò che voglio sentirmi dire, nonostante io sia consapevole della non totale verità.  La seconda è che io ho bisogno di credere alle balle perchè alcune servono per mantenere coerente la mia vita e il sistema di vita che io ho creato e ho costituito. Quindi mi serve, voglio credere alle balle e non solo voglio, ma ne ho bisogno. Faccio un esempio: Lucia e Luca, una coppia vive una situazione di stanchezza reciproca, non sono più particolarmente felici della loro relazione e Lucia, più preoccupata, teme che luca abbia un'amante. Chiede lui informazioni, spiegazioni, rassicurazioni e Luca gliele dà: “si non c'è nessuno, io ti amo”. Lucia, sente il “ti amo” povero di Luca, quindi si danna l'anima: inizia a cercare di capire cosa sta succedendo. Tuttavia, Luca continua a rassicurarla nonostante ci siano una serie di piccoli gesti, evidenti e insindacabili, che vanno nella direzione del timore di Lucia. Quest’ultima non fa caso ad esempio ai quarti d'ora in più passati in bagno con il cellulare, non nota che il cellulare è costantemente girato con il monitor verso il basso e mai verso l'altro. Possiamo quindi escludere la casualità delle serate che passa guardando un film con lei ma con il cellulare a portata di mano. Queste sono cose che Lucia ha colto ma non ci vuole credere, perché non le vede, non vuole vederle e ne ha bisogno. Non vuole vedere la realtà e ha bisogno di credere a ciò che dice Luca. Potrebbe infatti essere una fatica troppo grande scoprire la verità, Lucia quindi preferisce nascondersi dietro questo segreto. Nel breve periodo, l’atteggiamento di Lucia potrebbe essere funzionale perché permette di non far troppa fatica. Sul lungo periodo diventa devastante: dopo aver scoperto la balla obbliga le persone a ripunteggiare la propria vita, riorganizzarla, ricostruire e rileggere il passato. Il vantaggio secondario del credere alla balla è sicuramente la possibilità di incolpare l’altro: “io te l’ho chiesto, tu non me l’hai detto, mi hai mentito”. Nonostante i segnali siano spesso evidenti questo diventa un meccanismo tutelante per la persona che è stata tradita. Questa può infatti dire:” io ho la coscienza a posto, io ho creduto, mi sono fidato”. Il vero problema però, al di là della colpa attribuita, è che per raccontare le balle bisogna essere almeno in due.  Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo uno studio di psicologia a Seregno, oltre ad altri 6 centri in provincia di MB, Lecco e Como. ### Nuove composizioni famigliari Attualmente si stanno osservando sempre di più nuove tipologie di nuclei famigliari, spesso create dopo la rottura del legame matrimoniale. Dopo il divorzio o la separazione, gli ex coniugi possono ricreare una nuova famiglia inglobando quindi figli del precedente matrimonio e generandone ulteriori, creando “famiglie ricomposte”. Gli stessi possono anche tornare nel proprio nucleo d’origine portando con sé i figli. Il genitore affidatario può altresì scegliere di vivere solo con i figli, senza legarsi ad un nuovo partner o frequentandolo al di fuori della propria abitazione; tali nuove strutture sono chiamate “famiglie monoparentali”. Le coppie possono anche decidere di convivere senza istituzionalizzare il loro nucleo attraverso il matrimonio formando “famiglie di fatto” oppure possono esserci famiglie adottive, famiglie miste con membri di etnie e origini diverse. La famiglia è un nucleo vitale che si può riorganizzare continuamente nella sua composizione interna e si evolve con il contesto. Le relazioni che si instaurano tra i membri delle famiglie ricomposte sono a loro volta influenzate dal modo in cui altre figure di riferimento come insegnanti, coetanei, mass media, connotano queste relazioni, moltiplicando le opportunità di interazione e ampliando il concetto di famiglia. La membrana della cellula-famiglia risulta oggi più sottile. La presenza di diverse forme famigliari è un fenomeno che caratterizza la società italiana già da qualche anno, eppure è solo in tempi recentissimi che sia la letteratura scientifica che i mezzi di comunicazione di massa ne hanno fatto un preciso oggetto di interesse. Le forme famigliari diverse da quella nucleare tradizionale non costituiscono una novità dell’ultima ora, come forse le informazioni diffuse dai mass-media potrebbero far pensare. La novità è che negli ultimi tempi se ne parla in modo diverso: si è infatti lentamente avviato un processo culturale che sta gradualmente mettendo in discussione l'idea che il nucleo composto da coppia eterosessuale e figli biologici costituisca l'unico punto di riferimento di ciò che si debba intendere per famiglia. Anche nel passato, infatti, nuove forme famigliari si sono formate e sviluppate, ma ciò avveniva in un contesto sociale caratterizzato da una cultura che considerava le forme famigliari diverse da quella nucleare come forme incomplete o portatrici di patologia. Essendo ritenute deviazioni dal modello, queste forme famigliari non ricevevano nessuna attenzione dai mezzi di comunicazione di massa. Esse semmai erano studiate appunto come "casi" dalle varie branche della indagine clinica.In Italia la diffusione delle nuove tipologie famigliari è limitata rispetto al resto d’Europa; si incontra nel  nostro paese una maggiore resistenza al riconoscimento sociale di tali configurazioni, non soltanto presso la popolazione ma anche  presso operatori del settore come psicologi, psicoterapeuti, assistenti sociali, mediatori famigliari a cui si rivolgono le famiglie in fase di separazione e ristrutturazione. Agli inizi degli anni 2000 fu compiuta un’interessante ricerca a livello nazionale finalizzata ad esplorare le convinzioni di un ampio gruppo di operatori psico-sociali, impegnati in un corso di mediazione famigliare, quindi tendenzialmente più sensibili alle problematiche ad esso relative.  Dalla ricerca era emerso che c'erano scarse conoscenze sulle famiglie ricomposte: più della metà dei partecipanti identificava la famiglia come un nucleo riconosciuto giuridicamente attraverso il matrimonio e il legame di sangue era considerato più importante dell'esperienza e della condivisione.  Spesso si era anche riscontrata l’idea che la ricomposizione famigliare non si concilia naturalmente con la funzione genitoriale e con l’immagine tradizionale della famiglia. Solo pochi operatori ammisero che riconoscevano la famiglia indipendentemente dal legame biologico.  Dalla ricerca appena citata sono passati circa vent'anni; è pertanto inevitabile che il tempo porti con sé il cambiamento anche delle opinioni e degli atteggiamenti. L’aspetto fondamentale, da non dimenticare, è che indipendentemente dai punti di vista l’obiettivo è conservare il benessere, psicologico individuale e famigliare, qualunque definizione di “famigliare” il soggetto faccia propria.  La famiglia è un sistema vivente, è influenzato e influenza; anteporre ad essa il possibile giudizio negativo riguardo alle nuove tipologie famigliari nascenti potrebbe essere deleterio rispetto al più importante obiettivo del benessere, traguardo che queste nuove famiglie cercano quotidianamente di raggiungere.     ### L'inadeguatezza e la rabbia "Voglio volare da loro, da quegli uccelli reali; mi uccideranno con le loro beccate, perché io, così brutto, oso avvicinarmi a loro. Ma non mi importa! è meglio essere ucciso da loro che essere beccato dalle anatre, beccato dalle galline, preso a calci dalla ragazza che ha cura del pollaio, e soffrire tanto d'inverno!" E volò nell'acqua e nuotò verso quei magnifici cigni questi lo guardarono e si diressero verso di lui frullando le piume. «Uccidetemi!» esclamò il povero animale e abbassò la testa verso la superficie dell'acqua in attesa della morte, ma, che cosa vide in quell'acqua chiara? Vide sotto di sé la sua propria immagine: non era più il goffo uccello grigio scuro, brutto e sgraziato, era anche lui un cigno.”  Il brutto anatroccolo, Andersen.   Tutti conosciamo la fiaba del brutto anatroccolo che è convinto di essere, appunto, brutto e comprende solo alla fine di essere un bel cigno. L’anatroccolo impara fin da piccolo a sentirsi inadeguato, cosa che gli modifica anche la visione riflessa di se stesso. Guardandosi non si vede per com’è veramente ma si vede, si sente, il brutto anatroccolo. Allo stesso modo alcune persone sminuendo i propri pregi e rinforzando l’immagine svalutante che hanno di loro stesse hanno imparato a vedersi brutte e si comportano di conseguenza a questa valutazione. COME MAI ACCADE? QUALI SONO I MECCANISMI ALLA BASE? PERCHÉ UNA PERSONA APPRENDE E DISTORCE LA PROPRIA IMMAGINE? Luca Saita, psicoterapeuta, attraverso il materiale clinico a sua disposizione analizza e approfondisce questi meccanismi proponendone una spiegazione. Egli evidenzia in particolare 3 meccanismi che interferiscono negativamente nella creazione della propria immagine. Il primo meccanismo si nota quando per esempio una persona dice: “oggi hai proprio un aspetto orribile”, la persona in oggetto subisce quindi un attacco, diretto o indiretto, verso il proprio corpo. Il secondo meccanismo è evidenziato quando invece un individuo in modo del tutto inconsapevole attribuisce ad altri caratteristiche che non accetta di sé stesso: “Quel vestito ti ingrossa non mettertelo”. Nell'ultimo caso un meccanismo importante che influisce sull'apprendimento della propria immagine corporea sono le attribuzioni che gli altri fanno di noi, le etichette, positive o negative, che ci attribuiscono, per esempio “il nasone”. Sottoporre una persona a questi influssi negativi porta quasi inevitabilmente a vedersi da lenti distorte che possono a loro volta portare a brutte sensazioni di inadeguatezza. La sensazione di essere inadeguati è spesso molto frustrante, ci si può sentire fuori luogo, di troppo, sbagliati, nei confronti delle persone che conosciamo, amiamo, ed anche verso chi incontriamo quotidianamente e che non consociamo. COME REAGIRE? Arrabbiandosi! La frustrazione favorisce l’insorgenza della rabbia, che spesso nel caso di una persona giudicante nei confronti di se stessa, è etero-diretta e rischia di favorire l’autodistruzione. Questa rabbia però può essere ascoltata e accolta, può essere compresa nel profondo ed utilizzata come energia positiva che non porti alla distruzione ma alla realizzazione di quanto si vale e di quanto sia ingiusto sentirsi sempre sbagliati. La rabbia è un’emozione preziosissima che se ben usata e calibrata, può favorire il rispetto per se stessi e l’affermazione dei propri bisogni e soprattutto dei propri desideri. La fiaba del brutto anatroccolo è una storia che rappresenta l’importanza di non perdere se stessi cercando continuamente conferme dagli altri, soprattutto sul proprio valore. Spesso il senso di inadeguatezza può far si che il parare degli altri abbia un peso talmente grande nel determinare le nostre azioni e ancor prima i nostri pensieri che porta ad una completa dipendenza dal giudizio altrui.  Per questa ragione diventa importante aiutare la persona che non si accetta e tende ad ingigantire i propri difetti, fino, in alcuni casi, a non riuscire a condurre una vita gratificante, a prendere coscienza delle convinzioni erronee che sono alla base della percezione di sé, in modo da sottoporle ad un vaglio critico, riguadagnando un’immagine positiva. "Il ghiaccio dev'essere rotto e l’anima tolta dal gelo. […] Fate come l’anatroccolo. Andate avanti, datevi da fare. […] In linea di massima ciò che si muove non congela. Muovetevi dunque, non smettete di muovervi.”  (C. Pinkola Estés).  ### Come l'uso del cellulare modifica il cervello Lo smartphone e il suo utilizzo prolungato alterano sia il funzionamento cerebrale che la struttura stessa del cervello.  Questo non è il solito video in cui si dice che le nuove tecnologie non devono essere utilizzate perché dannose ma ha l’obiettivo di spiegare come l’utilizzo di un qualsiasi oggetto come lo smartphone possa alterare il funzionamento cerebrale.Fino a qualche tempo fa si riteneva che il cervello, come qualsiasi altro organo, mantenesse un certo grado di stabilità. Ciò in parte è vero per una serie di organi come il cuore, il fegato, non per il cervello. Negli anni 2000 sono stati fatti moltissimi esperimenti che hanno dimostrato come il comportamento ripetitivo o alcune pratiche come lo studio portino ad una modifica del funzionamento cerebrale nonché alla modifica di alcune strutture cerebrali. L’esperimento a mio avviso più interessante è stato fatto all’università di Londra. Diventare taxisti a Londra è come salvare la principessa in un castello combattendo un drago senza armi, si deve infatti passare un esame molto tosto. L’aspirante taxista deve imparare a memoria il nome di circa 25.000 vie, i percorsi più frequenti ed i relativi punti d’interesse nel raggio di qualche km. La Dott.ssa McQuire ha pertanto cercato di comprendere se il cervello dei taxisti dopo tutto questo tempo di studio e di memorizzazione si sia modificato e adattato al compito che veniva chiesto. Sottoponendo il loro cervello ad una scansione ci si è accorti che la parte di cervello legata alla memoria visuo-spaziale, ovvero l’ippocampo posteriore dietro la nuca, era maggiormente sviluppata rispetto ad altre persone che non avevano compiuto questi studi. La stessa dottoressa, proseguendo negli studi, si è accorta che quest’area era ancor più sviluppata nei taxisti più anziani e più esperti rispetto i neofiti. Ciò dimostra che l’esperienza e l’apprendimento modificano il cervello. Quest’ultimo si adatta, si modifica, a differenza di tutti gli altri organi del nostro corpo.Alcune statistiche affermano che l’uomo occidentale, che ha a disposizione uno smartphone, lo utilizza per circa 4 ore al giorno. In questo periodo passato al cellulare riceviamo quindi moltissimi stimoli e sollecitazioni, alle quali il cervello si deve adattare e che pertanto lo modificano. Inevitabilmente il cellulare influenza il funzionamento e la struttura stessa del cervello, come ciò avviene non è ancora dato a sapere. Non sono ancora state svolte delle ricerche che indaghino con chiarezza le modificazioni e le alterazioni che lo smartphone comporta, sicuramente esso incide sul rilascio della dopamina. Questo può essere connesso ad alcune sensazioni depressione, ha altresì un’incidenza elevata sull’attenzione stessa rendendola progressivamente più frammentata. L’obiettivo di questo video pertanto non è quello di demonizzare l’uso della tecnologia, anzi, ritengo siano uno strumento utilissimo e funzionale. Tuttavia, è necessario imparare ad utilizzarla, partendo dalla consapevolezza che qualsiasi comportamento che viene agito ripetutamente genera inevitabilmente un’alterazione e una modifica quindi anche del nostro modo di ragionare e del nostro modo di pensare perché altera al tempo stesso anche la struttura del nostro cervello.  ### L'infanzia esemplare dell'anoressica Ognuno dei suoi insegnanti mi diceva quale gioia fosse averla in classe. (..) Un’altra (madre) si presentò con una nota dell’insegnante della figlia anoressica di dodici anni: sarebbe difficile trovare una signorinetta più dolce e più brava.  Queste madri, al pari di molti altri genitori, erano contente di testimonianze del genere, in quanto confermavano la loro convinzione che la paziente misera, rabbiosa e disperata era stata la migliore, la più intelligente, più dolce, obbediente e compiacente delle figlie!  (H. Bruch)   Questo è un breve estratto di un libro di Hilde Bruch, La Gabbia D’oro, al tempo una delle massime esperte in campo mondiale negli studi sull’anoressia.  È naturale che con il tempo gli studi a riguardo si siano rinnovati, ampliati e modificati. Tuttavia è importante riassumere in breve alcune caratteristiche che l’autrice rintraccia nell’infanzia delle giovani anoressiche.  Bruch pone in primis l’attenzione sullo stupore dei genitori, i quali stentano a credere che la bambina amorosa, rispettosa e disciplinata che conoscono fosse, in realtà, vissuta in preda a grave angoscia e tensione. Sentendo le ragazze stesse scrive che la maggior parte di queste ha vissuto l’infanzia come un’esperienza piena di ansie e stress, eternamente preoccupate di risultare impari, di non essere abbastanza buone, di deludere le aspettative, con il rischio di perdere l’amore dei genitori. “Le giovani anoressiche ripetono all’infinito di essersi sentite immeritevoli, indegne e ingrate”. (H. Bruch) La lamentela che esse esprimono è unanime: hanno ricevuto troppi privilegi, si sono sentite schiacciate dall’obbligo di dimostrarsi all’altezza di una posizione speciale. Le affligge la discrepanza tra quanto sentono di meritare e quanto ricevono, credono di non poter mai ripagare il loro debito verso genitori tanto generosi. L’autrice sottolinea che queste ragazze crescono confuse nei loro concetti circa l’organismo e le sue funzioni, carenti di un senso d’identità, indipendenza e governo di sé. Queste si sentono e si comportano come se non avessero diritti autonomi, come se non fossero esse stesse a guidare il loro corpo. Non si vedono realisticamente e soffrono della profonda convinzione di essere incapaci, inadeguate, insicure, di non essere padrone della propria vita.   Sono accudite bene tuttavia la manchevolezza e le difficoltà riguardano il modello dell’interazione, tutto ciò che è fatto per loro è elargito senza essere specificatamente adattato ai loro bisogni o ai desideri della figlia stessa. I segnali che la bambina manda non vengono percepiti, tanto meno confermati. In queste famiglie crescita e sviluppo possono essere spesso concepiti come realizzazione dei genitori, non dei figli. Caratteristica evidente delle bambine era che “non ha mai fatto storie, non ha mai fatto difficoltà”, queste infatti non facevano alcun problema per mangiare, erano obbedienti, sempre, anche nella tipica fase “di resistenza”. Avevano un comportamento esemplare in ogni capo. Al primo incontro esse appaiono con grande vigore, orgoglio e caparbietà tuttavia si dimostrano incapaci di prendere una decisione, hanno il timore costante di non essere rispettate o di non essere considerate abbastanza. Sono prive di una considerazione su loro stesse e sul loro valore intrinseco, sono tutte tese a confermare l’immagine che altri si fanno di loro. L’infanzia di queste bambine, e la successiva adolescenza, ha per sfondo il bisogno di indovinare il pensiero altrui e fare ciò che loro ritengono gli altri si aspettano. Episodi analizzati dalla stessa Hilde Bruch evidenziano eccessiva sottomissione, enorme riguardo e totale mancanza di autoaffermazione. Il senso di autonomia è deficitario e difficilmente esprimono ed hanno un loro punto di vista. Hanno sempre fatto ciò per cui erano addestrate a fare “per tutta la vita hanno danzato al suono di qualcun altro”. Le bimbe divenute adolescenti brillano nelle loro prestazioni, i loro successi sono interpretati come indizio di notevole intelligenza e grandi doti; tuttavia le eccellenti prestazioni spesso sono il risultato di grandissimi sforzi. Talvolta a seguito di un esame con stupore si accorgono di non essere passate o aver ricevuto un giudizio più negativo di quanto si aspettassero. La funzione concettuale di queste ragazze si è infatti spesso arrestata ad un livello precoce. Le caratterizza una difficoltà di percezione, della loro immagine corporea, di loro stesse perché costrette ad essere brave e costrette ad evitare di suscitare critiche. Questo atteggiamento è riscontrabile anche nelle amicizie, che rivelano un eccessivo adattamento agli altri, adattamento che caratterizza tutta la loro vita. Spesso hanno avuto una serie di amicizie, uniche, un’amica alla volta, con la quale sviluppavano interessi diversi rispetto l’amica precedente. Seguivano infatti i gusti e le iniziative dell’amica del periodo, dimenticando la loro individualità. Data l’estrema gravita del quadro è fondamentale sforzarsi nel riconoscerne le fasi iniziali, Bruch afferma: “la bambina che non da mai fastidio, è già nei guai!”. Queste bimbe personificano l’idea di perfezione insita in genitori, insegnati, famiglie e sistemi in cui sono inserite, facendolo però in maniera esagerata. Una vera e adeguata prevenzione richiede di riconoscere precocemente il segno della grande sofferenza interiore nella loro perfezione esteriore.  Bibliografia: Bruch H. La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale In: Universale Economica- Saggi. Volume 2. Milano: Universale Economica; 2006. 53-70.  ### Psicologia e psicoterapia online In questo video faccio delle brevi considerazioni riguardo la psicologia online che sicuramente è una grande risorsa. Ho fatto parte di un team di ricerca dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia in cui andavamo a riflettere su quali potevano essere le implicazioni, i rischi e le modalità best practice. Avevamo anche creato un Kit di psicologia online che aveva lo scopo di aiutare dei colleghi nell’avvio di questa nuova pratica. Credo sia un’ottima cosa e un’ottima risorsa, soprattutto permette di intercettare persone che, per molti motivi, hanno difficoltà a recarsi in studio. Per esempio chi vive all’estero oppure chi è allettato o ha alcune difficoltà di mobilità. Ci sono tuttavia, a mio parere, anche una serie di rischi che devono essere considerati ed è fondamentale farlo perché è importante che la psicoterapia e la modalità con la quale questa viene erogata non sia iatrogena. Ciò significa che bisogna stare attenti affinché la cura, ovvero la terapia online, non diventi essa stessa la malattia. Per esempio, se una persona soffre di agorafobia quindi prova paura, ansia, che può esordire in attacchi di panico nel momento in cui so deve andare in uno spazio aperto. Questo può essere legato alla paura di uscire di casa o alla paura di superare di limiti geografici per i quali non si può, non si riesce, ad andare più in la di un tot a meno che il soggetto non sia accompagnato da qualcuno o qualcosa. L’agorafobia è caratterizzata da sintomi che sono una parte importante del percorso che viene fatto.Cosa può portare quindi la terapia online ad un paziente agorafobico?Innanzitutto quello che vuole essere un tentativo di cura diventa invece la malattia stessa. Il sistema di cura non può permettersi di andare a colludere con il paziente ed in particolare con la patologia che il paziente porta con sé. Se si permette ad una persona che soffre di agorafobia di spostarsi e l’aiuto a muoversi, anche solo fisicamente verso lo studio di un dottore o uno psicologo, la si sta già aiutando e si sta agendo in funzione della sua guarigione.  Permettendo la terapia online ad un soggetto con agorafobia c’è il rischio di collassare sulla sua idea, sulle sue difficoltà e sulla sua patologia. In qualche modo gli permetto di mantenere i sintomi.A questo pensiero si potrebbe controbattere dicendo che la fatica, a volte, è talmente tanta che i primi colloqui potrebbe aver senso farli in questo modo. A mio avviso ha senso proporre un momento online successivamente, quando la fiducia è già stata instaurata e generata. All’inizio del rapporto, al momento della telefonata, quando il soggetto è anche più ricettivo ha senso che quest’ultimo si muova perché è il momento in cui sceglie di iniziare il percorso.Come già sottolineato, credo fermamente nella terapia online e credo possa essere spesa in molti casi, tuttavia è altrettanto importante che se ne faccia il corretto utilizzo.Difficilmente infatti le terapie dell’alcolismo vengono iniziate con una birra, pertanto allo stesso modo perché dovrei permettere ad una persona che soffre di agorafobia di non presentarsi in studio?Il rischio è di colludere con il sistema di cure, il tutto diviene inevitabilmente meno efficace poiché al colloquio viene tolta la potenza e la forza che soprattutto in questo tipo di patologie può fornire.   ### Tre elementi cruciali del tradimento   Quando ci si trova ad affrontare un tradimento ci sono sicuramente 3 dinamiche che devono essere considerate: una riguarda la coppia mentre le altre due sono più individuali. Partiamo dal presupposto che quando parlo del tentativo di superare un tradimento non mi riferisco a quelle coppie che affermano “mettiamoci una pietra sopra” o “facciamo finta non sia successo niente”, questa infatti non è una modalità per affrontare il tradimento ma è solo un modo per procrastinare, rinunciare alla felicità. In questo modo ci si accomoda in una realtà che è meno  peggio della solitudine. Quando una coppia deve affrontare il tradimento la prima dinamica con cui interagire è comprenderlo, la coppia deve capirne le motivazioni, le cause e le responsabilità che possono essere anche reciproche. La coppia deve capire come potersi riorganizzare, comprendere cos’è rimasto della coppia e quindi da lì ricostruire. Quando una coppia non riesce ad affrontare questa fase molto delicata o vi rinuncia questa si adegua, si adatta, oppure la coppia finisce. In questo caso si aprono quindi due nuove dinamiche individuali, dal punto di vista del tradito questo deve essere capace di essere nuovamente pronto a fidarsi di qualcuno, cosa molto complicata da fare. Capita moltissime volte di conoscere persone che sono rimaste irrimediabilmente scottate, traumatizzate e lese al punto di far fatica ad affidarsi nuovamente a qualcuno. Dal punto di vista del traditore invece questo deve essere capace di sentirsi nuovamente meritevole della fiducia di qualcuno. È probabile che il traditore non si senta più in grado, non si senta più meritevole di ottenere la fiducia di qualcuno e questo lo porta inevitabilmente ad alterare i propri comportamenti: è più ossequioso e più infelice. Egli infatti non può mostrarsi per quello che è davvero. Queste sono le tre dinamiche che più spesso noto, in particolare molte persone non sono disposte a questa sincerità con loro stesse, non affrontano queste fatiche e si adeguano ad una situazione che tuttavia le rende infelici.     ### Non rimarrai rotto per sempre! Oggi vorrei proporvi questa piccola riflessione. Mia figlia in questo periodo sta iniziando a camminare, fare i primi passi, ha iniziato a correre e come tutti i bambini della sua età spesso picchia la testa o cade.  La cosa che ogni volta mi stupisce nel momento in cui la vedo è la determinazione con la quale cade e si rialza, senza chiedersi perché è caduta, cosa è successo, non pensa “oddio sarò mai davvero nuovamente capace di rialzarmi”. Semplicemente cade e si rialza. Questo fa parte del normale processo di apprendimento, non si pone la domanda “sto facendo bene? Sto facendo male?”, tuttavia noi man mano cresciamo tutto questo lo dimentichiamo e sembra non siamo più capaci di recuperarlo. Molte volte infatti quando le persone mi telefonano, mi dicono: “ma dottore riuscirò mai a riprendermi? Sarò davvero capace di stare nuovamente bene?”. Molti pensano che non saranno mai capaci di riprendersi davvero dal problema e dalla situazione che stanno affrontando, molti credono che in qualche modo possano adattarsi alla situazione. Questo è molto frequente in pazienti ansiosi o con qualche tipo di fobia o panico. Questo ovviamente non è vero, affrontare le difficoltà è parte stessa della vita, affrontarle e poi rialzarsi come fa un bambino per poi ripartire. Questo è un processo che coinvolge le nostre fatiche, i nostri fallimenti, le nostre rinascite, le nostre riprese, i nostri successi. Quindi smettiamo di dirci:” starò davvero nuovamente bene? Ora non sarò altro che un paziente, non sono altro che un matto, non sono altro che una persona che si è rotta e per quanto possa essere aggiustata non starò mai veramente bene”. La psicoterapia in verità serve proprio a questo: stare nuovamente bene, il cadere fa parte dell’imparare a camminare. Del resto, la forza del pugile non la si determina da quante volte cade ma da quante volte è capace di rialzarsi. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Problemi lavorativi e benessere psicologico Perché le difficoltà lavorative sono così fortemente connesse al benessere psicologico della persona? Ho avuto modo di approfondire questo argomento per diversi anni, ho collaborato con il servizio “stai bene con il tuo lavoro” promosso sul territorio con altri colleghi. Grazie alla collaborazione con l’ospedale Sant’Anna di Como ho potuto approfondire e addentrarmi in questo tema così delicato e riuscire a comprenderne le correlazioni e le connessioni esistenti tra: la propria posizione, il proprio ruolo lavorativo e il benessere psicologico. Il servizio era rivolto a lavoratori di ogni categoria cosa che mi ha permesso di avere un ampio raggio di osservazione.Ci sono degli elementi che infatti sono comuni a tutti i posti di lavoro, il più importante è che il lavoro assume significato identitario per la persona. Quando per esempio si chiede ad una persona “che lavoro fai?” quest’ultima risponde “Io faccio” e non “io sono”. Quando mi chiedono che cosa faccio io rispondo “sono uno psicologo” e non “faccio lo psicologo”, la stessa cosa vale per tutte le altre professioni. Il lavoro fa parte del processo di costruzione, costituzione e mantenimento stesso dell’identità della persona. La persona si racconta a se stessa, al mondo e agli altri anche attraverso il lavoro che fa. La perdita del lavoro impatta quindi, oltre sulle possibilità economiche, anche sul senso di efficacia personale, sull'identità, sul senso di fiducia che la persona può avere in sé stessa. Indipendentemente dal lavoro svolto perderlo impatta fortemente su molti aspetti identitari: una persona professionista che ama il proprio lavoro può avvertire il perderlo come un fallimento personale, a fronte del grande investimento fatto il fallimento lavorativo è metaforico di un fallimento personale. Allo stesso modo anche per chi avverte il lavoro come sussistenza, perderlo, può essere causa di fallimento anche in altri ambiti di vita, come il tempo libero, i progetti, aree che potevano essere sostenute grazie al lavoro.Il lavoro e la sua perdita hanno un effetto trasversale, indipendente dal lavoro stesso, sul processo identitario.  ### Perchè sembra che l'oroscopo abbia sempre ragione? Il 2019 è arrivato ed ha portato con sé, come ogni anno, l’oroscopo per l’anno nuovo. Vorrei oggi proporre una piccola riflessione a riguardo, affinché tutti si possa avere maggiori informazioni per comprendere ciò che spesso ci viene detto o che spesso leggiamo.  La caratteristica degli oroscopi come di molti test di psicologia in rete è quello di presentare una serie di caratteristiche che il lettore trova sorprendentemente adatte alla propria personalità. Tuttavia queste descrizioni sono applicabili a molte altre persone!Perché crediamo all’astrologia, agli oroscopi e simili “pseudo-scienze” anche se esse forniscono descrizioni o previsioni della nostra personalità assolutamente infondate?L’effetto Forer emerge in un breve articolo del 1949, intitolato “The Fallacy of Personal Validation: A classroom Demonstration of Gullibility” (“La fallacia della convalida soggettiva: una dimostrazione di credulità in aula”). Forer somministra a 39 studenti di un corso introduttivo di psicologia un test di personalità denominato DIB (Diagnostic Interest Blank). In seguito, restituisce agli studenti un profilo di personalità, apparentemente scaturito dalle risposte al test, in realtà prelevato da comuni riviste di astrologia e unico per tutti. Forer comunica agli studenti di non confrontarsi, infatti ogni profilo era composto dalle medesime frasi: « Hai molto bisogno che gli altri ti apprezzino e ti stimino eppure hai una tendenza a essere critico nei confronti di te stesso. Pur avendo alcune debolezze nel carattere, sei generalmente in grado di porvi rimedio. Hai molte capacità inutilizzate che non hai volto a tuo vantaggio. Disciplinato e controllato all’esterno, tendi a essere preoccupato e insicuro dentro di te. A volte dubiti seriamente di aver preso la giusta decisione o di aver fatto la cosa giusta. Preferisci una certa dose di cambiamento e varietà e ti senti insoddisfatto se obbligato a restrizioni e limitazioni. Ti vanti di essere indipendente nelle tue idee e di non accettare le opinioni degli altri senza una prova che ti soddisfi. Ma hai scoperto che è imprudente essere troppo sinceri nel rivelarsi agli altri. A volte sei estroverso, affabile, socievole, mentre altre volte sei introverso, diffidente e riservato. Alcune delle tue aspirazioni tendono a essere davvero irrealistiche. »Come si può leggere il profilo era composto da affermazioni del tutto generiche. Forer chiede, quindi, agli studenti di valutare l’accuratezza del profilo su una scala da zero (il punteggio minimo) a cinque (il punteggio massimo), ottenendo una valutazione media di 4,26 (92%), un punteggio altissimo.L’esperimento dimostra che gli individui, posti di fronte a una descrizione generica della personalità, tendono ad adattarla a se stessi, come se la descrizione fosse rivolta unicamente alle loro persone, nonostante la vaghezza della descrizione la renda adattabile a un numero molto ampio di individui.Come spiega lo stesso Forer ciò avviene perchè gli individui non si differenziano tra loro per il possesso o l’assenza di determinati tratti di personalità, infatti tutti esibiscono gli stessi tratti. Ciò che ci differenzia è il grado con cui questi tratti si manifestano. L’individuo, in altre parole, è una configurazione unica di caratteristiche non uniche, rinvenibili in tutti in misura variabile.Analizzando il grado di accordo degli studenti con le varie frasi presentate, Forer afferma che nel valutare le singole proposizioni aumenta la capacità critica dei soggetti, mentre la lettura di un report generale sulla propria personalità induce le persone a riconoscersi in misura maggiore. È esattamente questo il meccanismo per cui spesso ci riconosciamo in descrizioni estremamente generiche sviluppate da professionisti o meno di ambiti disparati. La genericità della affermazioni, caratteristica di qualunque oroscopo, è uno dei principi fondamentali di quello che da allora viene definito “effetto Forer”: tutti possono riconoscersi facilmente in simili frasi specie se presentate non singolarmente, ma insieme ad altre a comporre un profilo globale. Recenti studi hanno dimostrato che viene dato un voto di accuratezza più alto se il soggetto crede che l’analisi sia personalizzata, se è sensibile all’autorità dell’esaminatore, se l’analisi, come già sottolineato, elenca tratti generici e comuni ed infine se elenca principalmente tratti positivi.  Concludendo, è importante sottolineare che non vi è nulla di sbagliato nel leggere l’oroscopo ma è altrettanto importante sapere che non c’è alcun fondamento scientifico in questo e come tale dev’essere considerato. È sempre importante informarsi, approfondire e comprendere, porsi domande e cercare le risposte. Per chiunque volesse cogliere l’opportunità allego di seguito un articolo, inerente al tema trattato, pubblicato dal Cicap (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze).  https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=278876&fbclid=IwAR1H-OSb0zI52uzMQJ876S9iFC1updArMqivmLgZNB7g9GcQTRGnzHTW2cY    ### Affermare se stessi e imparare a dire di no! In questi giorni stiamo tutti stilando la lista dei buoni propositi per il nuovo anno. Oggi non ci addentriamo in questo tema, se sia corretto o no farlo, cosa comporta o potrebbe comportare e il perché lo facciamo. Vorrei infatti proporre un piccolo pensiero affinché questo possa fare parte dei nuovi propositi di tutti. Cos’è l’assertività? Sappiamo tutti dire di no nei momenti giusti? La parola “assertività” deriva dal latino ad serere, e significa «asserire» o anche affermare se stessi. L’ assertività è la capacità di esprimere i propri sentimenti, di scegliere come comportarsi in un determinato momento o contesto, di difendere i propri diritti, di esprimere serenamente un’opinione di disaccordo quando lo si ritiene opportuno, di portare avanti le proprie idee e convinzioni, rispettando, contemporaneamente, quelle degli altri. Il primo che parlò di questo concetto fu Andrew Salter nel 1949 che descrisse due tipologie di personalità, quella “eccitatoria” e quella “inibita”. Quest’ultima era caratterizzata da incapacità di riconoscere ed esprimere i propri sentimenti intimi e assecondare gli impulsi naturali. L’autore ipotizzò che la maggior parte degli scompensi psicopatologici fosse riconducibile a tratti di personalità inibiti. La struttura del concetto di assertività, negli anni ampliata, è ora caratterizzata da una struttura a cinque livelli che ne descrive gli aspetti. L’assertività è infatti composta dalla capacità di riconoscere le emozioni, proprie e altrui, di comunicarle e di comunicare anche sentimenti anche negativi. Al terzo livello della struttura che la descrive troviamo la consapevolezza dei propri diritti e la consapevolezza del rispetto verso gli altri e soprattutto se stessi. L’assertività comprende l’essere consapevoli di sé, apprezzarsi, avere stima di sé e saper valorizzare ogni aspetto positivo. Infine il poter decidere degli scopi della propria vita, sapersi auto realizzare, porsi e raggiungere un obiettivo è il quinto pilastro che compone questo concetto.  L’assertività può tradursi in un comportamento assertivo, quindi un atteggiamento attivo, responsabile, un atteggiamento funzionale all’affermazione dei propri diritti senza negare quelli dell’altro. L’atteggiamento e il comportamento assertivo comprendono il poter comunicare i propri sentimenti in maniera chiara e diretta senza manifestare aggressività nell’espressione degli stessi. Comportarsi in modo assertivo vuol dire bilanciare i bisogni degli altri con i propri. È un gioco, in cui non c’è uno sconfitto e un vincente, ma entrambi gli interlocutori della relazione sono vincenti. I bisogni di entrambi vengono tenuti in considerazione e si può scegliere se dare la priorità alle necessità altrui o se considerare maggiormente le proprie.  Alcuni dei capisaldi del comportamento assertivo comprendono l’essere trattato con rispetto, poiché ognuno ha il diritto di gestire la propria vita come desidera e di perseguire i propri scopi ed obiettivi, senza però danneggiare quelli altrui. Inoltre ognuno ha il diritto di essere trattato dagli altri con gentilezza e cortesia, a prescindere dalla propria posizione sociale. Ciascuno di noi ha il diritto di esprimere sé stesso: il proprio punto di vista circa una situazione e i sentimenti che ne scaturiscono, questi ultimi sono validi tanto quanto quelli degli altri. Se si nascondono le proprie opinioni ed i propri sentimenti, gli altri non avranno la possibilità di conoscerci o di capirci.  L’assertività può essere adottata e applicata in tutti i contesti della vita. È un’abilità relazionale indispensabile per lo sviluppo positivo dei legami interpersonali e per il benessere dei legami intimi e famigliari.     ### Rimanere insieme per i figli è un bene o un male? “Siamo rimasti insieme per i figli, se non ci fossero stati i figli ci saremmo già separati”. Queste sono due frasi che esprimono un concetto molto frequente all'interno della terapia di coppia e che rappresentano un grande problema di presupposto per il funzionamento e la felicità della coppia stessa. Ciò che madre e padre esprimono con quella frase rappresenta infatti un problema rispetto la strutturazione delle basi su cui la coppia si costruisce o si ricostruisce. Quali possono essere i presupposti di condivisione di sentimenti con una persona se l’unico elemento che mi lega a lei è il fatto che abbiamo procreato?     Oltre a questo aspetto del problema un altro interessante e che mi interessa qui approfondire è il punto di vista dei figli, ciò che sono costretti a vivere e che diventa per loro deleterio. Innanzitutto, viene attribuita loro una responsabilità troppo grande, tendenzialmente verso un minore. Una delle situazioni più frequenti è infatti investire il figlio di questa responsabilità, gli viene fatto percepire che i genitori stanno ancora insieme esclusivamente perché lui è ancora piccolo. Questo non viene generalmente espresso a voce ma meta-comunicato attraverso la distanza percepita dei genitori, il bambino svolge le attività consuete con un solo genitore in assenza dell’altro oppure avverte conflittualità genitoriale perenne. Egli si sente quindi investito di questa responsabilità e questo determina un’influenza negativa sullo sviluppo del bambino. Sono infatti evidenti bambini che dimostrano meno dell’età che hanno, questi hanno infatti imparato che più loro sono e rimangono piccoli più la relazione tra i genitori è sicura, solida, certa. Questo è un buon esempio per spiegare come le relazioni tra genitori possono determinare l’insorgenza di sintomi o comportamenti disfunzionali e minare quindi il benessere dei figli. Un successivo aspetto problematico è il rischio di sviluppare risentimento o vero e proprio odio nei confronti del figlio perché responsabile dell’infelicità perché visti come catene, una palla al piede dei carcerati. Questo sentimento negativo può aumentare quando il figlio crescendo deluderà inevitabilmente i genitori come altrettanto inevitabile parte del progetto di crescita del bambino. Questo può provocare nel genitore un ulteriore risentimento il quale potrebbe pensare che oltre ad essersi sacrificato per il figlio dando a quest’ultimo tutto ciò che aveva ora lo delude dimostrando l’inutilità dei sacrifici fatti. Il figlio quindi, oltre ad essere il responsabile e protagonista, dal punto di vista genitoriale, della loro relazione diventa anche responsabile della loro infelicità e questo genera ovviamente sentimenti drammatici, difficilissimi da portare con sé, che alterano inevitabilmente le relazioni padre, madre ma anche quelle con il figlio, quindi un fallimento totale. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicoterapeuta a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Sintomi psicologici nei figli: quando i genitori sono il problema Recentemente mi sta succedendo che noto sempre di più la presenza di sintomi, anche gravi, in minori. Sintomi che possono mettere a rischio la vita e l’incolumità del bambino o ragazza. Succede che vengo contattato dal genitore il quale mi comunica che vuole prendere un appuntamento per il figlio, pertanto cerco di comprendere il disagio e le difficoltà, cerchiamo di capire che cosa poter fare. In alcuni casi è poi inevitabile invitare entrambi i genitori ai colloqui, in taluni casi sono al primo incontro ed in altri ha senso invitare esclusivamente i genitori per capire la situazione oppure tutta la famiglia al completo per comprendere al meglio dove ha origine il disagio. Spesso mi viene comunicato:” nono, è mio figlioa che ha il problema, non sono io”. A seguito di questa affermazione mi trovo disarmato, mi chiedo infatti perché il genitore in questione delega ad un estraneo, non è disposto ad entrare nel disagio, spesso anche preponderante, del figlio. In secondo luogo, mi chiedo anche quante risorse effettivamente vengono tolte dal processo di cura di questo ragazzoa dal momento in cui i genitori non sono disponibili a sedersi accanto a lui per cercare di aiutarlo ed affrontare il suo problema. Tutto ciò pertanto mi fa pensare che questo fa parte del problema. Molte volte infatti una sintomatologia presentata da un minore è una sintomatologia relazionale che assume un significato nel contesto in cui viene agito. Se quindi il contesto stesso non è disposto a mettersi in gioco, diviene, a mio avviso, parte del problema stesso. Se sei un genitore e hai un figlio piccolo, minorenne, di 7,8 o 9 anni, quando chiedi aiuto mettiti in gioco insieme a lui perché tu e l’altro genitore siete le risorse principali, le risorse più importanti per far si che poi vostro figlio possa e riesca ad affrontare il problema. Perché se è vero che il disagio e le difficoltà nascono nel contesto famiglia, la stessa è anche il principale elemento di risorsa all’interno della soluzione. Il contesto contiene sia le difficoltà, che le risorse per affrontarle. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Como e provincia (Cantù) oltre che in provincia di Lecco e Monza Brianza ### Psicologia e Musica In questo periodo dell’anno si sentono spesso delle musiche tipiche, caratteristiche del Natale. Vi siete mai chiesti che ruolo ha la musica sulla mente? Tutti, appassionati o meno, conosciamo il potere della musica. La buona musica può trasformare la sensazione di un momento, può fornire conforto, rilassamento, sensazioni forti e molto altro ancora. Gli effetti della musica si spingono anche molto oltre: possono essere utilizzati nella musicoterapia, hanno effetti sullo sviluppo del quoziente intellettivo, sulle emozioni forti ed anche sulla condivisione. Cosa dice la Neuropsicologia? Uno studio del 2015 (Kanduri et al., 2015) ha indagato come l’ascolto della musica aumenti l’attività dei geni che sono coinvolti nella memoria e nell’apprendimento e di contro influenza i geni coinvolti nella neurodegenerazione.  La musica è in grado di darci piacere. Al pari di cibo, sesso e droghe, rilascia dopamina nel cervello. Gli stimoli dovuti a questi quattro elementi dipendono da un circuito cerebrale sottocorticale nel sistema limbico, formato da strutture cerebrali che gestiscono le risposte fisiologiche agli stimoli emotivi. L'aspetto curioso è che da studi scientifici pare che gli stimoli emotivi legati a musica, cibo, sesso e droghe attivino tutti un sistema in comune.Robert Zatorre, uno dei fondatori del laboratorio canadese di ricerca Brain, Music and Sound, ha studiato i meccanismi neuronali di percezione musicale. Dal momento della loro percezione da parte dell'udito, i suoni vengono trasmessi al tronco cerebrale prima e alla corteccia uditiva primaria poi; gli impulsi viaggiano quindi in reti cerebrali importanti per la percezione della musica e per immagazzinare quella già ascoltata. La risposta cerebrale ai suoni è infatti condizionata dai suoi uditi in passato, in quanto nel cervello sono contenuti i dati relativi a tutte le melodie. Ma in concreto, che effetti ha la musica? Un campo di particolare interesse è quello della musica nella sanità, dove la si utilizza per migliorare, mantenere o recuperare le funzioni cognitive, emozionali e sociali e per fare rallentare la progressione di determinate malattie. La musicoterapia si rivela particolarmente utile nel caso di pazienti affetti da disturbi motori o da demenza e di bambini con capacità speciali: dal momento che attiva quasi tutte le regioni del cervello, la musica serve soprattutto per recuperare attività linguistiche e motrici. Quando si fa o si ascolta musica si mettono in azione regioni del cervello coinvolte nelle emozioni, nella conoscenza e nel movimento. La musicoterapia favorisce la neuro-plasticità, compensando così i deficit delle regioni cerebrali danneggiate. In generale, induce stati d'animo positivi e aumenta l'eccitazione, tutte cose che possono condurre il paziente alla riabilitazione.Uno studio condotto su campione di bambini tra gli 8 e gli 11 anni ha mostrato che chi aveva frequentato corsi di musica aveva sviluppato anche un Quoziente d’Intelligenza (QI) verbale e abilità visive superiori rispetto a chi non aveva una formazione musicale (Forgeard et al., 2008). Questo potrebbe dimostrare che i vantaggi di imparare a suonare uno strumento non si limitano all’ambito musicale ma si estendono alle aree della cognizione e della percezione visiva.Inoltre uno studio del 2013 si contraddice una vecchia concezione secondo cui sforzarsi attivamente di essere felici sarebbe inefficace. Nella ricerca di Ferguson e Sheldon, i partecipanti che ascoltavano una composizione classica allegra di Aaron Copland sforzandosi attivamente nell’ascolto della musica sentivano il loro umore migliorare a differenza di coloro che la ascoltavano passivamente. Ciò suggerisce che impegnarsi attivamente nell’ascolto della musica può aiutare nell’amplificare le emozioni provate.  Dal momento che la musica è spesso un’attività sociale questa può aiutare le persone ad avvicinarsi e condividere. Uno studio condotto su un campione di quasi mille studenti finlandesi ha rilevato che coloro che avevano partecipato a corsi di musica provavano una maggiore soddisfazione nei confronti della scuola e in quasi tutte le aree scolastiche, anche quelle che non erano strettamente legate alla musica (Eerola & Eerola, 2013). Il ricercatore dello studio commentando i risultati aggiunge:” le persone trovano molto gratificante sincronizzarsi tra loro”  ciò infatti  aumenta il senso di appartenenza al gruppo e può anche rendere le persone più vicine le une alle altre”. ### Lo specchio unidirezionale: dietro le quinte della terapia di coppia Introduzione alla Stanza di Terapia Oggi vediamo un po' come è strutturata la stanza di terapia e come funziona la terapia di coppia da dietro le quinte. Questa è la stanza di terapia di uno degli studi, quello di Arcore nello specifico. Ormai avrete imparato a conoscerla: ci sono un po' di quadri alle pareti. Questo è quello che vede il terapeuta nel momento in cui fa la terapia: è un manga. Dopodiché ci troviamo un bel Kandinsky di fronte al paziente e sulla porta, là in fondo, un Magritte. Sono un po' dei quadri evocativi che in qualche modo aiutano la riflessione e facilitano la relazione terapeutica. La Postazione dei Pazienti e del Terapeuta Quello che non vedete solitamente è costituito da uno specchio unidirezionale. Lo vedete alle mie spalle; dopo andiamo anche dietro a dare una sbirciatina a cosa sta accadendo. La postazione dei pazienti è sostanzialmente questa: i pazienti si siedono su una di queste sedie, la coppia si siede su una di queste sedie. Il terapeuta si siede più o meno dove sono io in questo momento, quindi dietro di me c'è una sedia e dà le spalle allo specchio. I terapeuti però, nella terapia di coppia, come ormai avete capito, sono sempre due. Quindi, dietro a questo specchio unidirezionale chi diavolo ci sta? Ci sta ovviamente un altro terapeuta, che osserva e supervisiona direttamente la seduta di terapia. Il Dietro le Quinte Adesso parliamo piano perché ci sono delle visite in corso. Questo è il dietro lo specchio, dove si svolge il processo di osservazione. Questa è la stanza dove appunto il terapeuta si confronta e osserva quello che sta accadendo nella stanza di terapia. Osserva ovviamente delle dinamiche allo scopo di aiutare, e farà da consulente esterno al terapeuta che sta all'interno della stanza. Questo tipo di supervisione diretta permette una maggiore accuratezza nel valutare le dinamiche della relazione tra paziente e terapeuta, migliorando la qualità della terapia stessa. Ne abbiamo anche un'altra stanza dedicata all'osservazione per i bambini, ma non posso aprire questa tendina perché c'è un piccolo corso in atto, nulla di clinico però ovviamente c'è una questione di privacy. Questa veneziana viene tirata solo nel momento in cui occorre andare a vedere quello che accade. Come vedete, dietro qui si riesce a osservare con chiarezza quello che accade nella stanza di terapia. C'è la telecamera che viene collegata in alto, e questa è un po' la metodologia utilizzata per fare le terapie di coppia. Questo perché è una cosa estremamente utile per il corretto svolgimento dei processi terapeutici. Vantaggi della Presenza di Due Terapeuti Innanzitutto, c'è un rischio: più il sistema diventa complesso, più ovviamente la terapia è complessa. E quindi, più il sistema aumenta in termini di numero, più la terapia è faticosa perché il terapeuta deve tenere a mente più cose contemporaneamente e deve dare spazio a più voci. Avere una persona dietro lo specchio dà un grandissimo vantaggio nel riuscire a generare quel confronto continuo e costante che, se non ci fosse una persona dietro lo specchio, verrebbe negato. Il rischio di tantissimi colleghi è quello di chiudersi un po' nel proprio remo cerebrale e anche rimanere in balia di se stesso e del paziente nel momento in cui ci sono casi particolarmente difficili. Con lo specchio questo problema non lo abbiamo, nel senso che ci sono sempre due terapeuti presenti nella stanza, che in 23 minuti lavorano su dinamiche diverse e quindi due terapeuti dedicati alla coppia. Questo approccio arricchisce il processo terapeutico poiché offre diversi punti di vista e consente di affrontare le aspettative reciproche in modo più efficace. Conclusione Questo era un po' un video per farvi vedere com'è strutturata la stanza di terapia, la modalità di supervisione e cosa è legittimo aspettarsi nel momento in cui si fissa un colloquio. La presenza di un'équipe in terapia, composta da più terapeuti che collaborano e si supervisionano a vicenda, assicura un miglioramento continuo della qualità della terapia stessa. A presto. ### Come superare una crisi di coppia   Come superare una crisi di coppia La vita di coppia è un viaggio complesso e affascinante, ma spesso punteggiato da sfide e difficoltà che possono mettere a dura prova la relazione di coppia. Quando una coppia è in crisi, affrontare i problemi diventa essenziale per evitare che la situazione diventi irreversibile. Comprendere i segnali di una crisi e conoscere le strategie per superarla può fare la differenza nel mantenere un rapporto di coppia sano e duraturo. In questo articolo, esploreremo i segnali di una crisi, le strategie per superare le difficoltà e quando potrebbe essere meglio considerare la separazione. Come si fa ad affrontare e superare una crisi di coppia? Come si può riaccendere l'amore, ritrovare la felicità, la complicità e l'intimità con il proprio partner? Queste sono domande frequenti, poste da molte coppie che si rivolgono a uno psicoterapeuta in cerca di soluzioni. Ogni crisi è unica e richiede un approccio personalizzato. Tuttavia, esiste una condizione fondamentale, una sorta di "sine qua non" per intraprendere un cammino di riconciliazione: la disponibilità ad accettare che il percorso sarà impegnativo e richiederà impegno reciproco. Quali sono i segnali di una crisi di coppia? Riconoscere una coppia in crisi Non sempre è facile identificare una crisi di coppia, poiché i segnali possono essere sottili e graduali. Tuttavia, esistono alcuni indicatori comuni, come la mancanza di comunicazione, l’assenza di intimità e un crescente senso di insoddisfazione. Entrambi i partner potrebbero percepire una distanza emotiva, portando a una diminuzione della qualità del rapporto. Inoltre, litigi frequenti e difficoltà nel risolvere i conflitti sono segnali evidenti di una crisi in atto. Questi possono essere veri e propri campanelli d'allarme che indicano la necessità di intervenire tempestivamente e con efficacia. Principali problemi di coppia Le cause alla base di una crisi di coppia possono variare notevolmente, ma alcune sono particolarmente comuni: mancanza di fiducia, aspettative non realistiche e differenze nei valori e negli obiettivi di vita. Lo stress legato a difficoltà finanziarie o lavorative può aggiungere ulteriore pressione, incidendo negativamente sull'equilibrio della coppia. Riconoscere e analizzare questi fattori è essenziale per trovare soluzioni costruttive e iniziare un percorso di recupero. Il gioco delle aspettative e delle delusioni Uno degli errori più comuni che le coppie commettono, quando cercano di risolvere una crisi, è l’approccio giudicante. Spesso le persone desiderano che il partner cambi alcuni comportamenti: ad esempio, essere più presenti, aiutare di più in casa, o dedicare maggiore tempo alla relazione. Si entra così in una dinamica in cui uno dei due partner formula delle richieste, sperando che l’altro risponda puntualmente e senza errori. Immaginiamo una situazione tipica. La moglie chiede al marito di aiutarla nelle faccende domestiche, oltre ai compiti tradizionalmente associati al suo ruolo, come portare fuori la spazzatura. Il marito si impegna, iniziando a svuotare la lavastoviglie, a sparecchiare, a stendere il bucato. Tuttavia, un giorno, preso da impegni, dimentica una delle mansioni. Questo piccolo errore viene subito interpretato come una delusione: "Hai detto che mi avresti aiutato, ma non hai fatto X o Y". Invece di notare i progressi, ci si concentra esclusivamente sull’errore, cancellando così tutto l’impegno precedente e generando un senso di colpa nel partner. Allo stesso modo, anche il partner potrebbe esprimere dei desideri, come passare più tempo insieme. I primi weekend si dedicano a uscite di coppia o a momenti di relax insieme, ma poi, per un motivo imprevisto, uno dei partner deve dedicarsi ad altro. Questo viene visto come un segnale di disinteresse, mentre si ignora tutto ciò che di positivo è stato fatto fino a quel momento. In questo tipo di mentalità giudicante, ogni tentativo di ricostruzione rischia di essere visto come una prova da superare, piuttosto che un'occasione per crescere insieme, creando così un circolo vizioso di aspettative e delusioni. Il rischio del giudizio reciproco Quando si entra in un ciclo di richieste e delusioni, la coppia rischia di trovarsi intrappolata in una dinamica negativa in cui ogni tentativo di miglioramento viene vissuto come insufficiente. Questo "script" mentale porta entrambi i partner a concentrarsi più sulle mancanze reciproche che sugli sforzi compiuti. Questo atteggiamento crea inevitabilmente una barriera che ostacola il vero progresso nella relazione, mantenendo la crisi della coppia in uno stato di stallo e contribuendo a dinamiche disfunzionali. Quando una crisi di coppia può diventare irreversibile? Una crisi di coppia può diventare irreversibile quando i problemi vengono ignorati o non affrontati, portando a un deterioramento irreparabile della relazione. Se uno o entrambi i partner perdono la volontà di lavorare insieme per migliorare la situazione, la crisi può diventare insostenibile. In questi casi, la terapia di coppia rappresenta un’opportunità per valutare se esistono ancora le basi per il recupero, oppure se è meglio prendere in considerazione la separazione. Strategie per superare la crisi di coppia Superare una crisi di coppia richiede impegno e dedizione da parte di entrambi i partner. Ecco alcune strategie pratiche: Migliorare la comunicazione La comunicazione è il cuore di ogni relazione. È essenziale creare uno spazio sicuro in cui entrambi possano esprimere i propri sentimenti e preoccupazioni, senza paura di giudizio. Per superare una crisi, è essenziale che entrambi i partner abbandonino la posizione giudicante, impegnandosi invece a vedere e valorizzare gli sforzi reciproci. Una buona comunicazione è il primo passo verso la costruzione di una relazione sana. Stabilire obiettivi comuni Lavorare verso obiettivi condivisi può rafforzare il legame tra i partner, creando un senso di unità e direzione. Stabilire piccole mete comuni aiuta a costruire un legame più forte e a ritrovare l'equilibrio della coppia, evitando che le dinamiche disfunzionali prendano il sopravvento. Ricostruire l'intimità e il tempo di qualità Dedicate del tempo alla relazione, cercando di riscoprire il piacere di stare insieme e di creare momenti di qualità, anche attraverso gesti semplici ma significativi. Mantenere viva l'attrazione fisica e coltivare la complicità aiuta a rafforzare il legame di coppia e a promuovere una relazione di coppia più appagante. Evitare l’approccio giudicante Uno degli errori più comuni è il tentativo di "aggiustare" l'altro partner. Spesso, questo approccio porta a delusioni e conflitti. Invece, è più efficace adottare un atteggiamento di supporto e apprezzare gli sforzi reciproci, evitando comportamenti di controllo e manipolazione affettiva che potrebbero portare a conseguenze negative per la relazione. Il ruolo della terapia di coppia nel recupero La terapia di coppia può essere uno strumento cruciale per superare una crisi. Un terapeuta esperto aiuta i partner a esplorare le cause profonde dei conflitti, offrendo uno spazio neutrale in cui entrambi possono esprimere emozioni e preoccupazioni senza sentirsi giudicati. Molte coppie scoprono che il supporto di un professionista permette loro di ricostruire il legame su nuove basi di comprensione reciproca e fiducia. Un percorso di psicoterapia può aiutare i partner a riconoscere le dinamiche disfunzionali e a sviluppare strategie per migliorare la relazione. Consigli pratici per affrontare una crisi di coppia Riconoscere e accettare i problemi Ignorare o minimizzare i problemi rischia solo di peggiorare la crisi. È fondamentale accettare che esiste una difficoltà e che va affrontata insieme. Spesso, le crisi hanno radici profonde legate a dinamiche affettive e alle famiglie d'origine, che è importante riconoscere e comprendere per poterle superare. Impegnarsi nella soluzione Entrambi i partner devono essere disposti a investire tempo e risorse per trovare soluzioni e migliorare il rapporto. Pianificate incontri regolari per discutere apertamente dei problemi e cercare soluzioni che rispettino gli spazi individuali e le esigenze di ciascuno. Praticare l'empatia e la comprensione Mantenere una comunicazione empatica riduce le tensioni e facilita il dialogo. Riconoscere le esigenze e i punti di vista dell'altra persona è essenziale per costruire un clima di collaborazione e favorire una relazione di coppia più equilibrata. Chiedere aiuto quando necessario Non esitate a rivolgervi a un professionista se la situazione lo richiede. Il supporto esterno può fare la differenza tra una crisi risolta e una relazione finita. Un percorso di terapia può essere determinante per ristabilire gli equilibri precedenti e ricostruire una coppia sana. Quando è il momento di lasciarsi? Decidere se superare una crisi o separarsi è una scelta difficile che richiede una valutazione attenta. È importante chiedersi se entrambi i partner sono ancora innamorati e disposti a lavorare sulla relazione. Se, nonostante gli sforzi, persiste un senso di infelicità e insoddisfazione, potrebbe essere il momento di considerare la separazione. Un terapeuta di coppia può aiutare a chiarire i sentimenti e a valutare i pro e i contro di questa decisione. Segnali che indicano quando lasciarsi è la soluzione Alcuni segnali possono indicare che separarsi è la scelta migliore, come la mancanza di rispetto, un disinteresse reciproco evidente, o tradimenti ripetuti. In queste situazioni, essere onesti con se stessi e con il partner diventa essenziale per permettere a entrambi di trovare una nuova realizzazione. Conclusione Superare una crisi di coppia è possibile, ma richiede impegno, empatia e un reale desiderio di lavorare sulla relazione. Attraverso una comunicazione sincera, obiettivi comuni e il supporto reciproco, ogni coppia può trovare il modo di affrontare e risolvere i conflitti. In alcuni casi, la terapia di coppia rappresenta un alleato prezioso, fornendo uno spazio di crescita e riflessione. Solo attraverso questo percorso di consapevolezza e impegno, i partner possono sperare di superare la crisi e ritrovare un equilibrio duraturo. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.itPsicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Come il conflitto nella coppia genitoriale incide sulla qualità di vita dei figli Oggi voglio raccontarvi un piccolo esempio capitato giusto qualche giorno fa secondo me molto rappresentativo di come il conflitto tra genitori vada ad incidere negativamente sulla qualità di vita dei figli. Diciamo che è un esempio semplice, che ha il suo perché. Ero in un agriturismo con mia moglie, mia figlia e dei nostri amici. Anche loro avevano le rispettive famiglie e figli al seguito. Era un agriturismo molto bello, in cui c'era anche la possibilità, oltre che di mangiare, di visitare, di toccare e di giocare con gli animali. Era presente anche uno spazio gioco al coperto, in modo tale che tra una portata e l'altra i genitori potessero anche intrattenere i figli. Mi dirigo in questo spazio con un amico ed i rispettivi figli ed iniziamo a giocare. È la classica situazione caotica, di delirio, in cui ci sono bambini che saltano, corrono dappertutto. I genitori, insomma, cercano di starvi dietro. Ad un certo punto noto questa coppia, con questa bimba, che stanno giocando sullo scivolo. Dopo una serie di discese, la bambina si stufa e dice basta. A quel punto, il padre, riponendo lo scivolo (uno di quelli giocattolo, smontabile), inavvertitamente, chiude dentro la testa della bambina, che non si è fatta male, però, spaventata, ha iniziato a piangere. La madre inizia allora ad insultare il padre, dicendogli che è un "cretino", che deve fare attenzione, che quasi rischia di uccidere la figlia, ed il padre si giustifica nervosamente incolpando la madre, sostenendo che alla figlia doveva stare attenta lei, che aveva visto che stava smontando lo scivolo. I due iniziano a battibeccare in modo abbastanza acceso, finché non si mandano reciprocamente a quel paese. Il padre si allontana: la bambina ha capito che non si era fatta nulla ed è andata a recuperarlo, prendendolo per mano, per farlo tornare a giocare insieme alla madre nello spazio gioco. Perché vi ho raccontato questa storia? Secondo me è assolutamente interessante che nessuno dei due genitori si sia curato di come stesse la bambina prima che urlasse, inveisse contro l'altro. Hanno iniziato a litigare furiosamente tra di loro, ma a nessuno dei due è venuto in mente di vedere prima di tutto se la bambina stesse bene. La piccola è rimasta lì, spettatrice, finché, ad un certo punto, non si è sentita in necessità di risolvere la situazione, andando a ripescare il padre, riportandolo a giocare nello spazio gioco. Nel momento in cui il conflitto all'interno della coppia genitoriale è così acceso, i bambini, inevitabilmente, sono portati ad assumere un ruolo, e questo avviene principalmente in due momenti. La prima situazione in cui questo ruolo lo devono inevitabilmente assumere è quando i genitori dicono di stare insieme per loro, sono consapevoli che la coppia è finita, ma non glielo dicono. Tuttavia, i figli questo lo sentono, lo percepiscono, e sono portati ad assumere una responsabilità nel funzionamento della coppia. La seconda situazione è quando i genitori invece sono separati, ma continuano a scontrarsi, triangolando i figli. Non hanno lasciato andare la parte disfunzionale della coppia a favore del mantenimento della coppia genitoriale, bensì continuano a discutere, e quindi, inevitabilmente, i figli sono obbligati a loro volta ad assumere  un ruolo di responsabilità. Dal mio punto di vista, la cosa più importante non è tanto rimanere insieme o separarsi, non sono affatto un promotore dei matrimoni infelici a favore dei figli. È importante però essere chiari: ossia, se si sta insieme, si sta insieme perché lo si vuole, perché è una coppia che funziona. Se invece questa cosa non dovesse succedere, occorre essere chiari. Se invece si è scelto di separarsi, al tempo stesso è fondamentale riuscire a dividere i due piani, il piano genitoriale ed il piano di coppia. Altrimenti, i figli sono costretti, come nel caso appena citato, ad assumersi un ruolo di responsabilità nel funzionamento della coppia che non è assolutamente il loro. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Como Via Dante Alighieri 95, 22100 Como CO +393479177302 info@matteoradavelli.it Psicologo Psicoterapeuta Sessuologo ad orientamento sistemico relazionale, ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di una equipe di psicologi a Como e in provincia di Lecco e di Monza Brianza ### Scegliere: una questione di tempo Ti è mai capitato di aver preso una decisione, aver fatto una scelta, ma nel profondo sentire di non aver veramente scelto?Ecco, nella stanza alle mie spalle, che assume sicuramente diversi nomi, la stanza di terapia, la stanza del cambiamento, la stanza delle scelte, mi capita spesso di sentire frasi come “vorremmo dare una seconda chance al nostro matrimonio, ma continuiamo a vivere rivendicando il passato”, oppure “vorrei riconquistare il mio partner, ma al di là di qualche tentativo estemporaneo ricasco nelle vecchie dinamiche, nei vecchi comportamenti, nelle vecchie abitudini che di fatto ci hanno portato a vivere il problema che stiamo affrontando”.Il tema delle scelte, che ovviamente è un tema spinoso e complicato da affrontare, molte volte viene visto e letto sul versante sbagliato. Spesso ci si concentra esclusivamente  sulla direzione in cui si dovrebbe andare e sugli obiettivi che si vorrebbe ottenere. Questa è certamente una parte fondamentale, ma anche la più facile da riuscire a valutare, nel senso che le voci nella nostra pancia già ci dicono in che direzione dovremmo andare, già sentiamo quale è la scelta che dovremmo compiere.Ciò che mai consideriamo e che quindi dal mio punto di vista viene spesso sottovalutato, è il tempo della scelta, ossia la capacità di concederci un tempo sospeso dal giudizio, in cui essere liberi di provare le nuove dinamiche e sperimentare il cambiamento.Solo dopo che è passato sufficiente tempo saremo infatti capaci di valutare la bontà della scelta compiuta e quindi la sua efficacia. Se questo tempo non ce lo concediamo, saremo portati a muoverci a corrente alternata, mischiando le vecchie dinamiche con i nuovi tentativi di cambiamento e quindi di fatto andremo a sprecare la possibilità di cambiare, poiché, vivendo in una situazione di confusione, non saremo capaci di capire cosa appartiene al passato e cosa invece appartiene al futuro.La direzione che abbiamo scelto, ma che di fatto non abbiamo perseguito in toto, perché abbiamo continuato a tenere attivo il giudizio nella nostra testa, perché ci siamo fatti sopraffare dalla paura, dall’abitudine e dalla routine, non l’avremo davvero vissuta. Concediamoci un tempo per poter scegliere, ma soprattutto un tempo per provare la scelta che abbiamo preso. Un tempo sospeso dal giudizio, perché solo così potremmo dire di aver veramente scelto. ### La psicologia nella vita quotidiana! Ti sei mai chiesto quanto la psicologia è presente all'interno della tua vita?Tantissime volte capita, nonostante non lo si direbbe mai, che la persona appena arrivata in terapia dica: “io non credo nella psicologia e non credo nello psicologo”; alcuni, dopo averlo detto, provano anche a riflettere a voce alta, dicendo: “strano che io dica questa cosa proprio nel momento in cui mi sono appena seduto di fronte ad un terapeuta”.Nonostante la “bizzarria” di questa frase, anche rispetto al contesto in cui viene detta, è una cosa abbastanza frequente, che molti colleghi si trovano a sentire quasi quotidianamente. Prendendo spunto da questa frase voglio però riflettere su quanto la psicologia sia già presente all’interno della nostra vita senza che ce ne rendiamo conto. Lo faccio tramite un esempio semplicissimo. Prendiamo Freud, ovviamente uno dei padri fondatori della psicologia moderna e sicuramente padre fondatore della psicoanalisi. Lui a coniato dei termini che di fatto utilizziamo nella vita di tutti i giorni; ve ne dico tre che risalgono agli inizi del novecento: rimozione; inconscio; razionalizzazione. Quante volte utilizziamo questi termini sapendo benissimo a cosa si riferiscono, ma non facendo alcun caso a qual è la loro origine? La loro origine è completamente psicologica.La psicologia, che lo vogliamo o meno, è già all'interno della nostra vita e noi la utilizziamo per poterla rappresentare e parlare di noi stessi. Quindi non chiederti: “io credo o non credo nella psicologia?” prima di intraprendere un percorso, ma prova a chiederti se rivolgerti ad uno psicologo potrebbe servirti per stare meglio, perché a questo punto, che tu creda o meno nella psicologia non conta, tanto ormai la psicologia fa già parte della tua vita. ### Lo psicologo cura i matti! “Lo psicologo curi matti!” frase banalissima che ogni mio collega avrà ascoltato migliaia di volte nella propria vita e che probabilmente si rifà anche ad uno stereotipo della professione, che si fonda su concetti e pregiudizi completamente sbagliati.   Perché dico questo?   Perché la psicologia nasce come la scienza della normalità.    Prendiamo ad esempio Freud, che nei primi del novecento ha gettato le basi della psicologia moderna e lo ha fatto attraverso tre libri: l'interpretazione dei sogni; psicopatologia della vita quotidiana; il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio.   Nessuno di questi tre testi parla di psicopatologia, infatti nessuno di noi si ritiene “matto” perché sogna, sognare è una cosa normalissima, non è una cosa da matti; l’interpretazione dei sogni si rifà a una cosa normale che tutti noi facciamo. Lo stesso testo di psicopatologia della vita quotidiana, nonostante contenga il termine psicopatologia, non si riferisce in alcun modo ad una sintomatologia, poiché Freud lo utilizza per indicare quali sono i meccanismi e le modalità che mettiamo in atto per affrontare le difficoltà di tutti i giorni; e infine, il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, ovviamente anche in questo caso nulla a che fare con la psicopatologia.   Noi quindi diciamo: “la psicologia cura i matti”, “lo psicologo è il medico dei matti”, ma questo io sinceramente non lo capisco, non mi sembra.   Le persone che si siedono nella stanza alle mie spalle stanno sicuramente vivendo una difficoltà, ma hanno anche molto coraggio e voglia di affrontarla.   Piuttosto direi che lo psicologo è colui che aiuta i coraggiosi a stare meglio e che, di sicuro, la psicologia nasce come la scienza della normalità, i matti non so dove stiano. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo a Seregno oltre che in altri 6 centri di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Tradimento: quali aspetti analizzare per comprenderlo   Quali sono gli elementi che occorre analizzare e approfondire per riuscire a comprendere un tradimento?   Riuscire a comprenderlo non significa giustificarlo, ma significa riuscire ad arrivare alle origini e quindi alle cause che lo hanno determinato; significa riuscire a comprenderne le motivazioni, i significati e anche le conseguenze che questo può avere all’interno della relazione, poiché una volta compresi questi aspetti possiamo decidere cosa farcene del tradimento: possiamo scegliere di provare a ricostruire, piuttosto che invece separarci.   Dal mio punto di vista gli elementi che occorre prendere in considerazione sono diversi. I più importanti però sono sicuramente il “come è nato” ad esempio il contesto, le modalità, il luogo all'interno di cui questo tradimento è nato.  E’ diverso avere un tradimento ad esempio sul luogo di lavoro, piuttosto che all'interno della cerchia di amici, con uno sconosciuto, piuttosto che invece con una persona che si conosce molto bene. Capire quindi dove e come è originato è fondamentale: è stata una cosa occasionale o una cosa costruita nel tempo?   Il secondo aspetto è quello di riuscire a comprendere che significato ha avuto per la persona che ha tradito. E’ stata una cosa travolgente di un breve periodo o è progressivamente cresciuta, sino a diventare anche più importante rispetto alla propria relazione di coppia?   Il terzo aspetto consiste nel capire qual è lo spazio, il peso, che la relazione parallela ha assunto nella vita del traditore e riuscire a comprenderne il tempo, non solo in termini di durata, ma anche di tempo mentale dedicato.   E’ innegabile che un tradimento durato due anni probabilmente sottende dei significati diversi rispetto alla scappatella di una notte, ma è fondamentale comprendere il tempo in termini di quanto questo abbia occupato la testa e per quanto il pensiero è stato rivolto alla relazione, sia qual è il tempo quotidianamente dedicato al tradimento: ci possono essere tradimenti con storie parallele vere e proprie che si “espandono”, nel senso che gli amanti si incontrano anche magari una volta al mese (o meno) eppure sono in grado di andare a catalizzare completamente la mente, l'attenzione e le risorse di queste persone. Si evince quindi che il tempo non è solo il tempo fisico  passato con l'altra persona, ma è un tempo mentale occupato pensando all’altra relazione.   Questi sono i tre elementi caratteristici che dal mio punto di vista conviene considerare: l’origine, come è nato il tradimento, il significato che ha assunto, che cosa rappresentava per chi ha tradito ed il tempo in termini di quanto spazio è riuscito ad occupare all'interno della testa del traditore  sottraendolo quindi alla relazione.   Essere in grado di riflettere su questi tre argomenti permette di comprendere meglio quali sono i significati, le cause e le conseguenze di un tradimento, al fine di trovare qualche punto fermo, da cui ripartire, nella tempesta. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicoterapeuta a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Cambiare crea dipendenza! L'inizio di un percorso di cambiamento Cambiare crea dipendenza. Questa affermazione, un po’ provocatoria, è assolutamente vera dal mio punto di vista. Spesso, quando una persona decide di intraprendere un percorso di crescita personale, arriva con un problema o una difficoltà che da sola non riesce a risolvere. Ha bisogno di un aiuto esterno, di un professionista che possa diventare un facilitatore del pensiero e del ragionamento. Questo ruolo di supporto permette di fare chiarezza, di trovare il bandolo della matassa e di individuare nuove strade per andare oltre le difficoltà. È un processo che porta gradualmente a una maggiore consapevolezza e alla scoperta di risorse personali spesso inaspettate. Il processo di trasformazione Man mano che si analizza la vita della persona, emergono aspetti e risvolti che forse nemmeno lei stessa aveva considerato. Si innesca così un percorso in cui il cambiamento non si limita a risolvere un solo problema, ma diventa un’abitudine, un processo continuo. Ad esempio, si può iniziare cercando di migliorare la relazione con il proprio partner o superare attacchi di panico. Poi, quasi naturalmente, si arriva a lavorare su altri aspetti della propria vita: il rapporto con i figli, la percezione di sé stessi, la propria situazione lavorativa. Ogni cambiamento porta a nuove consapevolezze e spinge ad affrontare ulteriori aree di miglioramento. L’effetto domino del cambiamento Cambiare crea davvero dipendenza, perché chi si è seduto su queste sedie per affrontare le proprie difficoltà ha scoperto di essere capace di evolversi, di trasformarsi, di prendere in mano la propria vita. Molte persone, durante il loro percorso, si sono rese conto di possedere un grande senso di agency, cioè di consapevolezza e capacità di azione. Questo ha permesso loro di continuare a sviluppare il cambiamento anche oltre il percorso terapeutico o di coaching. Non si sono più fermate. Una dipendenza positiva Cambiare genera dipendenza, sì, ma è una dipendenza positiva. È la voglia di migliorarsi continuamente, di affrontare la vita con maggiore sicurezza e consapevolezza. È un circolo virtuoso che, una volta avviato, diventa parte integrante del proprio modo di essere. ### Coppia di amanti: perché spesso fallisce Coppia di Amanti: Perché Spesso Fallisce? Ti sei mai chiesto perché le coppie di amanti, una volta che escono alla luce del sole e interrompono le loro precedenti relazioni per stare insieme, spesso non sopravvivono? È un fenomeno comune che merita una riflessione approfondita. Le motivazioni, dal mio punto di vista, sono principalmente due. La Dinamica dell'Accontentarsi La prima ragione è che chi è amante spesso si accontenta di ciò che può ottenere all'interno dello spazio lasciato libero dalla relazione primaria. Questo spazio viene percepito come una grande conquista, anche se è limitato e condizionato dalle circostanze. Tuttavia, quando la relazione diventa pubblica e ufficiale, tutte quelle piccole cose che prima sembravano successi straordinari vengono date per scontate. Questa nuova normalità riduce progressivamente il coinvolgimento, la passione e l'entusiasmo. L'amante, che prima vedeva ogni piccolo traguardo come un grande risultato, comincia a chiedersi se quella è davvero la relazione che desiderava. La fase di conquista viene sostituita da una realtà quotidiana che richiede un'evoluzione e un adattamento. Non si tratta più solo di vivere momenti di passione, ma anche di gestire la routine e i momenti di calma tipici di una coppia stabile. Il Cavallo di Troia La seconda motivazione per cui queste coppie spesso falliscono riguarda il ruolo della relazione parallela come strumento di fuga dalla relazione principale. Spesso, l'amante serve come una sorta di "cavallo di Troia" per allontanarsi dalla relazione in essere. L'obiettivo non è tanto costruire una nuova vita con l'amante, quanto piuttosto usare questa relazione come un mezzo per uscire da una situazione insoddisfacente. Una volta raggiunto questo obiettivo, la relazione con l'amante può perdere il suo scopo. Il traditore si rende conto che l'amante è stato un espediente per interrompere una relazione che non riusciva a chiudere da solo. Questo porta a una disillusione: l'amante, che sembrava essere la soluzione a tutti i problemi, si rivela invece incapace di soddisfare le aspettative a lungo termine. Conclusione Le coppie di amanti che decidono di rendere pubblica la loro relazione spesso si trovano a dover affrontare sfide inaspettate. La dinamica dell'accontentarsi e il ruolo della relazione come strumento di fuga sono due delle principali ragioni per cui queste coppie falliscono. Affinché una relazione nata come avventura clandestina possa evolvere in una coppia stabile e duratura, è necessario un forte impegno da entrambe le parti per affrontare e superare le difficoltà quotidiane. Comprendere queste dinamiche può aiutare a gestire meglio le aspettative e a costruire relazioni più sane e soddisfacenti. ### Dipendenza da pornografia: come cambia la sessualità Quali sono le implicazioni della pornografia sulla vita sessuale moderna?In terapia arrivano molti ragazzi, giovani adulti fino ai 25 26 anni, che portano una domanda che suona più o meno così: “dottore posso essere diventato porno-dipendente? Vedere tutti questi porno può aver alterato il mio modo di fare l'amore o i miei rapporti sessuali?”.Ovviamente la risposta è soggettiva e deve essere valutata di caso in caso, però, ciò che dal mio punto di vista è interessante, sono principalmente due implicazioni che il porno può avere sulle relazioni sessuali e su quelle intime.La prima è sicuramente una anestetizzazione, nel senso che nei video porno tutto è veloce, rapido ed abituarsi a questi ritmi, vedere rapporti sessuali “strutturati” (dove ad esempio la sequenza delle posizioni è prestabilita e seguita da copione) può portare a cercare di riprodurli, nella convinzione che così debba essere fatto, con le conseguenti delusioni all'interno della propria coppia, poiché ovviamente il vivere qualcosa è molto diverso dal vedere qualcosa, o meglio, qualcosa che può funzionare in video non è detto che funzioni nella nella vita reale, privata.Questa, dal mio punto di vista, è la prima incidenza che può avere l’eccessiva visione di pornografia; il secondo riguarda invece l’aspetto della prestazione,  poiché questa diventa quasi una sfida. Riuscire a replicare ciò che si vede diventa una sfida con sé stessi ed al tempo stesso una sorta di sistema valutativo che penso l'altro ponga su di me. Si è quindi sotto tensione, nell'occhio di bue e si deve riuscire a fare tutto di fronte a questa videocamera interna che ci si autoimpone, per potersi riguardare ed attribuire un giudizio, sempre che non sia già stato l'altro ad averlo fatto.Riassumendo, da un lato c'è una anestetizzazione e dall'altro una tensione prestazionale che incidono sul tipo di rapporti, portando ad uno scollegamento emotivo tra ciò che si vive e come ci si sente. Per rispondere ai miei giovani pazienti che mi chiedono “che cosa accade? Come un eccesso di pornografia va ad incidere sui miei rapporti?” rispondo che gli aspetti principali che vedo sono questi: anestetizzaizone e tensione prestazionale. ### Coppia di amanti: quando dichiararsi pubblicamente e quando no Perché alcune coppie di amanti sopravvivono, si dichiarano pubblicamente, escono alla luce del sole ed iniziano la loro vita felice insieme, mentre altre coppie non si palesano mai, anzi possono esistere solo nella misura in cui continuano a rimanere amanti?   Dal mio punto di vista la discriminante è riuscire a capire qual è il contributo che entrambi portano alla coppia, nel senso che: se il contributo è esclusivamente di uno dei due allora probabilmente questa coppia è destinata a fallire o è comunque meglio che rimanga nella dimensione “amanti”.   Provo a spiegarmi meglio: molte volte in queste coppie uno dei due organizza la propria vita in funzione di rendere quella dell'altro perfetta. Va a colmare tutte le lacune e tutte le mancanze dovute all'altra persona (della coppia ufficiale) e vive garantendo una disponibilità costante in termini di orari, di spostamenti e di tempi. Tutto in una prospettiva futura fondata sulla promessa di una vita insieme o di un amore eterno.   Nella realtà dei fatti però, con questi presupposti, la quotidianità risulta più sciatta del previsto e porta il partner (quello richiestivo) a chiedere di eseguire tutta una serie di cose, di essere disponibile o di stare ai tempi che detta, che mettono chi collabora (il partner accomodante), chi lavora per rendere la sua vita fantastica , perfetta, per non fargli mancare niente, in una condizione di penosa attesa.   In assenza di altro magari può anche essere sufficientemente appagante, ma difficilmente potrà sfociare in qualcosa di più, di dichiarato.   Per riuscire quindi a comprendere se la propria coppia, soprattutto se si tratta di una coppia di amanti, ha una qualche possibilità in futuro c'è da chiedersi “entrambi lavoriamo per far sì che la nostra coppia funzioni? Entrambi lavoriamo per rendere la vita dell’altro perfetta o c'è uno sbilanciamento a favore di uno dei due?” perché se così è probabilmente conviene iniziare a cambiare le regole che governano la propria relazione. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Dirigo e coordino 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Amore senza ego diventa preghiera “Quando l'amore è privo di ego diventa preghiera”.Questa è una frase interessante, in cui mi sono imbattuto recentemente e che per certi aspetti è controversa, nel senso che cambia significato in base alla prospettiva di chi ascolta.Pensiamo ad esempio a due orientamenti completamente distinti. Pensiamo a chi vede il matrimonio “per sempre” ad una visone “tradizionale”, di 30-40 anni fa, in cui una volta che ci si sposava, il partner rimaneva quello per tutta la vita, indipendentemente da ciò che potesse succedere all'interno della relazione. Nella gran maggioranza dei casi appunto, nel matrimonio si doveva rimanere a tutti i costi. In questo caso la frase assume un significato per cui sembra quasi suggerire di non rinunciare alla propria individualità, non rinunciare al proprio star bene, diventa un motto di spirito.Ovviamente noi scegliamo una persona perché fa star bene noi e al tempo stesso speriamo di far star bene lei, ma nel momento in cui questa cosa viene meno allora la frase in questione diventa un “ricordati di te stesso”. Se la associamo però ad una visione più contemporanea delle relazioni, molto più veloci, più rapide, in cui le persone sono pronte a prendere, ma meno a dare, in cui “io mi metto con te perché sto bene, ma non sono sicuro di essere pronto a fare un investimento” questa frase diventa deleteria, nel senso che sembra suggerire di interrompere la relazione nel momento in cui non si ottiene un soddisfacimento immediato dei bisogni e spesso così accade.Di fatto molte coppie nella società contemporanea funzionano secondo questi principi. Proviamo quindi ad aggiustarla. Proviamo a dire la prima parte “l'amore senza ego diventa preghiera”, ma facciamo una specifica ulteriore, che per i tempi moderni sembra doverosa: “se in alcuni momenti della relazione non siamo disposti a pregare rischiamo di rimanere da soli con il nostro ego”. ### Devo fare psicoterapia? Sei il terapeuta giusto? “Sento di avere un disagio, ma non sono sicuro di voler iniziare un percorso psicoterapeutico. Inoltre vorrei sapere se, nel caso in cui non mi trovassi bene, posso cambiare terapeuta?” queste sono delle domande che mi vengono spesso fatte e che all’apparenza possono sembrare banali, nel senso che una persona dice “io sento di avere una difficoltà, sento probabilmente di aver bisogno di qualcuno, ma non so se questo qualcuno è la persona giusta e se effettivamente il professionista a cui mi rivolgo è il tipo di professionista di cui io ho bisogno”, quindi sono domande assolutamente legittime, a cui il professionista deve rispondere.Innanzitutto deve capire se la prima domanda sottende una scarsa motivazione o se, invece, è effettivamente un dubbio legato all’approccio rispetto ad un professionista comunque un po’ sconosciuto, come può essere lo psicoterapeuta, che vive anche di stereotipi spesso falsi circa il lavoro svolto. Rispetto alla seconda domanda, “se non mi trovassi bene posso cambiare?” la risposta è ovviamente “sì”, ma anche in questo caso è necessario capire cosa vuol dire non trovarsi bene. Non trovarsi bene potrebbe essere legato al rapporto che si ha con il terapeuta, piuttosto che a quello che viene fatto all'interno della stanza, ma soprattutto c'è da distinguere se e come il “trovarsi bene” è connesso in qualche modo alla fatica, poiché se si pensa di rivolgersi ad un terapeuta e non fare alcuna fatica durante il percorso di cambiamento, probabilmente non ci si troverà mai bene con nessuno. Se invece si è pronti a fare fatica, si è pronti ad investire su se stessi, nel caso in cui non ci si trovi bene, probabilmente qualsiasi terapeuta di questo mondo prenderebbe in considerazione la possibilità di parlarne all’interno della stanza e magari suggerire un collega. Sono quindi due domande un po’ trabocchetto, poiché sembrano sottendere un “lato B”, che spesso risulta essere insidioso, ma che è necessario valutare. Per provare a rispondere però, se una persona vuole iniziare un percorso terapeutico, perché ne sente il bisogno, l'importante è che sia pronta ad assumersi principalmente la responsabilità della fatica, tutto il resto può essere gestito. ### Non tutti i traditori sono degli str...!   L’immaginario comune e la figura del traditore Tutti i traditori sono davvero così...? Dimmi tu la frase, l'aggettivo che preferisci. Nell'immaginario comune, il traditore è visto come un freddo calcolatore, qualcuno che fa i propri comodi senza curarsi dei sentimenti altrui. Spesso si pensa che non abbia alcuna considerazione né per chi tradisce, né per la persona con cui tradisce. Ma questa rappresentazione è davvero accurata? Quello che vedo è che questa immagine non corrisponde affatto alla realtà. La grande maggioranza dei tradimenti porta con sé un grosso peso emotivo, che impatta fortemente non solo su chi è stato tradito, ma anche su chi ha tradito. Il peso emotivo del tradimento Contrariamente a quanto si possa credere, chi tradisce raramente è un freddo calcolatore. Anzi, nella maggior parte dei casi si trova in una condizione di forte conflitto interiore. Questo tipo di atteggiamento può forse essere attribuito solo ai tradimenti che riguardano rapporti sessuali fugaci, privi di coinvolgimento emotivo. Ma per tutti gli altri casi? Chi tradisce spesso si sente confuso, combattuto, colpevole. Si ripete nella testa:"Se solo potessi tornare indietro, probabilmente farei qualcosa di diverso." Ma ormai, ciò che è stato fatto è stato fatto. E l’unica possibilità è cercare di ricostruire e riorganizzare la propria coppia, affrontando ciò che è successo. Tradire e il dilemma della scelta Il traditore, in molti casi, non è soltanto una persona che ha commesso un errore, ma qualcuno che sta vivendo un momento di forte incertezza. Si trova davanti a un bivio: Restare con il partner attuale e cercare di ricucire la relazione. Seguire i sentimenti nati per l’altra persona e intraprendere una nuova strada. Affrontare questo dilemma richiede tempo. Riflettere su queste scelte è essenziale, ma per farlo è importante partire da un presupposto: non tutti i traditori corrispondono all’aggettivo che hai scelto all’inizio. Chi tradisce è sempre un mostro? Molte volte, chi tradisce non è un mostro senza cuore, ma una persona che ha vissuto un momento di grande incertezza e fragilità. Forse ha avuto dubbi sulla propria relazione, si è sentito perso o confuso. Magari lo è ancora. Ma proprio questa confusione testimonia un lato umano più profondo, più fragile. E questo lato umano dà una speranza: non tutti i traditori sono freddi calcolatori. Eppure, la società li dipinge spesso così. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Perchè ti scelgo, ma poi ti lascio? Il mistero della scelta e dell’abbandono Perché, in tutto il mondo, scelgo proprio te? E perché, alla fine, ci lasciamo? Sono due domande da un milione di dollari, ma voglio provare a dare una risposta. Per farlo, mi avvalgo anche di un contributo di una collega. Nel suo recente libro Letti sfatti, Umberta Telfener suggerisce un'idea interessante: il desiderio, l'attrazione e il fascino che proviamo per qualcuno sono spesso legati al fatto di rivedere e riscoprire nell'altro qualcosa di nostro, qualcosa che avevamo perduto o nascosto così bene da non sapere nemmeno più dove fosse finito. Il desiderio come ricerca di ciò che abbiamo perso Quando incontriamo qualcuno che ci attrae profondamente, è come se vedessimo in lui o in lei una parte di noi stessi che avevamo dimenticato. Ci affascina, ci cattura, ci fa sentire vivi. Non è solo la bellezza, il carattere o il modo di fare: è il riconoscimento di un pezzo di noi che credevamo perduto. Nel momento in cui lo rivedo nell'altro, ne sono attratto e affascinato. L'altro mi attira perché voglio riappropriarmi di ciò che non ricordavo neanche più di avere, ma che mi fa stare bene. È un processo quasi magico, una sorta di recupero di sé stessi attraverso il rapporto con l’altro. Perché ci lasciamo? Eppure, dopo un certo tempo, ci si lascia. Ed è proprio qui che arriva la parte più difficile da comprendere. Seguendo questo ragionamento, una volta che mi riapproprio di ciò che consideravo mio—quel pezzo di identità che avevo perso e riscoperto grazie all’altro—non ho più bisogno che sia lui a darmelo. Non ho più bisogno che sia l’altro a darmelo, né di prenderlo da lui: lo sento nuovamente mio. E così, ciò che l'altro mi dava, ciò che mi attraeva in lui, diventa improvvisamente inutile, superfluo. Peggio ancora, può diventare un motivo di conflitto. Il paradosso dell’attrazione e della separazione Ciò che ci ha fatto mettere insieme è anche ciò che, adesso, ci allontana. È un paradosso crudele: i motivi per cui scelgo qualcuno sono gli stessi che, alla fine, portano alla fine della relazione. Quando non abbiamo più bisogno dell’altro per sentirci completi, la sua presenza può apparire meno essenziale, meno magnetica. Oppure, ciò che ci attraeva all’inizio diventa un elemento di scontro, di frustrazione. Quella leggerezza che ci faceva innamorare può diventare superficialità. Quella sicurezza può sembrare rigidità. Quella passione può trasformarsi in instabilità. Una nuova prospettiva sulle relazioni Forse, allora, dovremmo ripensare il modo in cui vediamo l’amore e le relazioni. Se scegliamo l’altro per riappropriarci di qualcosa di nostro, dovremmo imparare a non trasformarlo in un oggetto transitorio, utile solo finché ci serve. L’amore potrebbe non essere solo la ricerca di qualcosa che ci manca, ma anche la capacità di riconoscere che l’altro è più di uno specchio di noi stessi. È uno spunto di riflessione nuovo sull'inizio e la fine delle relazioni, che vale la pena approfondire. ### Lasciare il partner: le vie dell'abbandono Le strategie più comuni per chiudere una relazione La fine di una relazione è un momento delicato e complesso. La psicoterapeuta Esther Perel ha individuato alcune strategie tipiche utilizzate da chi decide di lasciare il partner. Alcune persone scelgono di sparire senza spiegazioni, altre cercano di addolcire il colpo, mentre altre ancora evitano di prendere una decisione netta e lasciano che sia l’altro a farlo. Vediamo nel dettaglio quattro strategie comuni per chiudere una relazione. 1. Diventare un fantasma (Ghosting) Una delle strategie più drastiche è il ghosting, ovvero sparire improvvisamente senza dare spiegazioni. Chi adotta questa modalità: Evita incontri e appuntamenti abituali Smette di rispondere a messaggi e telefonate Scompare dai social e dalla vita dell’altro L’obiettivo è che, dopo un periodo di silenzio e assenza, il partner lasciato si arrenda all’evidenza e smetta di cercare un contatto. Sebbene possa sembrare una via d’uscita rapida e semplice, il ghosting può lasciare nell’altra persona un forte senso di abbandono e di incomprensione, rendendo il processo di elaborazione della rottura ancora più difficile. 2. Addolcire il messaggio d’addio Un altro approccio è quello di rendere la separazione meno dolorosa, usando frasi che attenuano l’impatto della decisione. Alcuni esempi classici, spesso ripresi nei film, sono: "Sei troppo per me." "Ti amo troppo, quindi ti lascio andare." "Meriti qualcuno che ti renda davvero felice." Questo tipo di strategia cerca di proteggere l’altro dalla sofferenza, ma rischia di risultare poco chiara e perfino manipolatoria. Il partner lasciato potrebbe rimanere confuso e incapace di comprendere le vere ragioni della rottura. 3. Lasciare in sospeso (Tiepida distanza) Invece di affrontare direttamente la separazione, alcune persone scelgono di raffreddare gradualmente la relazione, evitando discussioni aperte e allontanandosi poco a poco. Questo può avvenire attraverso: Minore disponibilità a incontrarsi o a rispondere ai messaggi Diminuzione dell’entusiasmo e dell’attenzione verso il partner Frequentazione sempre più sporadica L’obiettivo implicito è che sia l’altro, alla fine, a prendere la decisione di interrompere la relazione, evitando così il peso del confronto diretto. Questo metodo, però, può causare una lunga fase di incertezza e frustrazione, rallentando il processo di chiusura per entrambi. 4. Condividere la responsabilità della rottura L’approccio più maturo e rispettoso è quello di affrontare apertamente la situazione, parlando in modo chiaro e condividendo la responsabilità della separazione. Questo significa: Riconoscere ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato Esprimere onestamente la propria volontà di chiudere la relazione Affrontare il cambiamento dei sentimenti con rispetto reciproco Anche se può essere doloroso, un confronto sincero permette di chiudere la relazione in modo più sano e consapevole, facilitando il percorso di elaborazione per entrambe le parti. E tu, quale esperienza hai avuto? Ovviamente, queste non sono le uniche strategie esistenti. Ognuno affronta la fine di una relazione in modo diverso, a seconda della propria personalità e delle circostanze. Hai mai vissuto o adottato una di queste strategie? Condividi la tua esperienza nei commenti e aiutaci ad arricchire questa lista! ### L'amore è morto e l'ha ucciso il sesso La trasformazione della visione di sesso e amore L’amore è morto, e il sesso l’ha ucciso. Negli anni, il modo in cui vediamo il sesso e l’amore si è trasformato radicalmente. Se pensiamo alla generazione dei nostri genitori, il sesso era avvolto dal pudore e dalla discrezione. Certo, veniva praticato e sperimentato, e la curiosità non mancava, ma parlarne apertamente era raro. Questo riserbo influenzava profondamente il modo in cui le persone vivevano la sessualità: ognuno si trovava a confrontarsi interiormente, con il partner o con un ristretto gruppo di amici. Il percorso verso l’intimità era graduale, scandito da attese, desideri e scoperte progressive. Il sesso oggi: rapido, accessibile, consumistico Oggi il sesso è rapido, accessibile a chiunque e consumistico. Conta farlo, ma ancora di più evitare il coinvolgimento emotivo. Si è ribaltato l’ordine naturale delle cose: prima si fa sesso, poi si capisce se si può andare d’accordo. Il resto viene dopo. Questa nuova dinamica porta le persone a rapportarsi in modo più individualista e difensivo. Da un lato, il sesso è diventato un accesso immediato a una sfera profondamente intima. Dall’altro, però, questo stesso meccanismo impedisce l’accesso alla sfera emotiva, rendendo le relazioni più superficiali. Viviamo in un mondo in cui tutto è facile e immediato, e il sesso non fa eccezione. Ma avere tutto, in questo caso, diventa simile a non avere nulla. Quando ogni cosa è a portata di mano, il desiderio perde intensità, la fantasia si affievolisce, e con essa anche il valore stesso dell’esperienza. L’amore e il sesso sono davvero morti? Quindi, l’amore è morto. E forse, con lui, anche il sesso. Eppure, osservando meglio, c’è ancora una possibilità di rinascita. Se è vero che la generazione tra i 30 e i 50 anni vive un sesso disilluso e un amore probabilmente spento, le cose sembrano diverse per i più giovani. Tra i giovani adulti e gli adolescenti più maturi si sta diffondendo un nuovo modo di vivere la sessualità, più consapevole e meno frenetico. Non è insolito trovare diciottenni, diciannovenni e ventenni che danno ancora importanza ai primi baci e ai primi rapporti sessuali, vedendoli come esperienze da proteggere, con un significato che va oltre la semplice fisicità. Per loro, il sesso non deve essere privato del suo valore emotivo, ma scoperto progressivamente, con attenzione e rispetto. Una nuova speranza nel romanticismo contemporaneo Basta fare un giro in libreria per notarlo. Sugli scaffali spicca una nuova categoria: gli young adult. Romanzi come Mai le Mesi, Calendar Girl, After e altri ancora raccontano storie in cui il primo bacio è l’inizio di un fidanzamento, e il primo rapporto sessuale è vissuto come un momento speciale, da custodire. Questa ritrovata attenzione verso l’intimità suggerisce che forse non tutto è perduto. Se l’amore e il sesso sono stati annientati dalla superficialità del nostro tempo, qualcosa si muove nella direzione opposta. Forse c’è ancora speranza. Qualcuno riuscirà a rianimarli? ### Il ruolo dello psicoterapeuta e la relazione terapeutica Il Ruolo del Terapeuta nella Stanza di Terapia Qual è il ruolo che il terapeuta deve assumere all'interno del setting terapeutico? E in che modo la relazione tra terapeuta e paziente influisce sull'esito del percorso? Nel campo della psicoterapia, esistono diverse teorie e discussioni, alcune anche molto accese, su quale sia l’orientamento teorico più indicato per trattare i diversi disturbi. Nel mondo accademico e scientifico, si cerca di evidenziare i punti di forza di un approccio teorico o di particolari metodologie per affrontare specifici problemi clinici. Tuttavia, al di là delle differenze di orientamento, c’è un elemento su cui tutti concordano: l'importanza della relazione terapeutica. Indipendentemente dal modello teorico adottato, una buona relazione tra terapeuta e paziente è una condizione essenziale per il successo della terapia. La Relazione Terapeutica come Fattore Determinante La relazione terapeutica non è semplicemente un aspetto accessorio del percorso terapeutico, ma una componente fondamentale che può determinare l’esito della terapia. Se il terapeuta non è in grado di strutturare, sostenere e portare avanti nel tempo una relazione terapeutica solida, il percorso difficilmente produrrà risultati positivi. Proviamo a chiarire meglio quale dovrebbe essere il ruolo del terapeuta attraverso un'importante intuizione di Michael Balint, autore ben noto nel campo della psicologia. Il Concetto di "Sostanza Primaria" Secondo Balint Balint suggerisce che il terapeuta debba fungere da "sostanza primaria" per il paziente. Ma cosa significa esattamente? Egli utilizza delle metafore per spiegare questo concetto: Il terapeuta deve essere come l'acqua per il nuotatore: deve sostenerlo senza ostacolarlo, permettendogli di muoversi liberamente nella direzione che preferisce. Deve essere come la terra per gli esseri umani: offrire un appoggio solido, ma al tempo stesso lasciare spazio all'autonomia del paziente. Un bravo terapeuta, quindi, deve essere una "sostanza primaria non attiva", ovvero un punto di riferimento stabile che non impone soluzioni o percorsi predefiniti. Il suo ruolo non è quello di spingere il paziente in una direzione stabilita a priori, ma di sostenerlo nel suo processo di esplorazione e cambiamento. La Relazione Terapeutica come Chiave del Successo in Psicoterapia Secondo Balint, questa capacità di essere un sostegno senza essere direttivo è uno degli elementi chiave per costruire una relazione terapeutica efficace. E, come detto in precedenza, una relazione solida tra terapeuta e paziente rappresenta un fattore determinante per il buon esito della psicoterapia. In sintesi, al di là delle differenze di approccio teorico, la qualità della relazione terapeutica è ciò che realmente fa la differenza nel percorso di cura. Un terapeuta capace è colui che sa essere presente, costante e di supporto, senza mai limitare la libertà di movimento del paziente nel suo percorso di crescita e guarigione. ### La coppia è una scelta individuale La Dimenticata Verità delle Relazioni La scelta di coppia è, prima di tutto, individuale. Questa è una grande verità che molte coppie in crisi dimenticano del tutto e che, spesso, diventa una parte sostanziale del loro problema. Cosa significa? Spesso, le coppie che attraversano una crisi e vogliono ricostruire, cambiare o risolvere un problema si trovano bloccate in un’impasse: uno dei due partner dice all’altro "Io sono disposto a ricominciare, ma solo se tu fai questo, questo e quest’altro, se mi dimostri qualcosa". Inevitabilmente, l’altro avanzerà richieste speculari, creando una situazione di completa immobilità. Il Circolo Vizioso delle Pretese Reciproche Questa condizione di stallo si verifica perché la scelta di coppia non può avvenire a valle del comportamento dell’altro, cioè in reazione alle sue azioni, ma deve essere una decisione basata sulle proprie volontà. Facciamo un esempio per spiegare meglio. Immaginiamo una coppia che affronta difficoltà nella sfera sessuale. Uno dei due dice: "Io vorrei avvicinarmi, ma quando lo faccio sento che tu mi respingi, che non sei davvero pronto o pronta per il rapporto. Questo mi porta a ridurre sempre di più i tentativi di approccio. Quindi, quando vedrò un segnale di apertura da parte tua, allora sarò pronto a rilanciarmi." L’altro risponde: "Io invece mi sento chiuso o chiusa proprio perché mi rendo conto che tu non ti avvicini. Ho bisogno di potermi aprire piano piano, di un contesto favorevole. Ma se questo contesto non viene creato perché tu resti distante, allora non posso fare il primo passo." Risultato? Una paralisi totale. Entrambi i partner condizionano la propria azione alle mosse dell’altro, aspettandosi reciprocamente di iniziare il cambiamento. Il Rischio di un’Impasse Senza Uscita Questo blocco diventa un problema quasi insormontabile perché mette in luce una questione più profonda: la mancanza di fiducia. Se entrambi restano alla finestra, osservando l’altro per capire se farà la prima mossa, rimarranno fermi nella loro immobilità. Molte coppie dimenticano che la relazione è, prima di tutto, una scelta individuale. Eppure, ogni coppia si è formata sulla base di questo presupposto. Il Paradosso dell’Innamoramento Pensiamo alla fase di corteggiamento e innamoramento. All’inizio, la scelta di coppia è stata prima di tutto individuale: uno dei due, o entrambi, hanno scelto di stare con l’altro ancora prima che la relazione esistesse davvero. Per questo, si sono lanciati, si sono messi in gioco, hanno corso un rischio. Perché lo hanno fatto? Perché hanno scelto di voler stare con l’altro, indipendentemente da qualsiasi garanzia. Solo dopo questa scelta iniziale hanno iniziato a costruire insieme. Per Uscire dalla Crisi, Serve una Scelta Individuale Se, invece, il mio comportamento nel tentativo di cambiare e risolvere è subordinato all’atteggiamento dell’altro, rischio di entrare in una condizione di impasse da cui sarà difficile uscire. Quando affrontiamo un problema di coppia, ricordiamoci che, prima di tutto, la relazione è una scelta individuale. Solo prendendo un’iniziativa personale, senza aspettare il primo passo dell’altro, possiamo rompere il circolo vizioso della crisi. ### Le disfunzioni sessuali sono un problema di pensiero Le disfunzioni sessuali non sono altro che un problema di pensiero. In un precedente video, ho spiegato quali siano le principali disfunzioni sessuali, in linea con quelle individuate dai principali manuali diagnostici. In particolare, questi manuali ne distinguono quattro per gli uomini—che vanno dall'eiaculazione precoce alla disfunzione erettile, fino ad altre problematiche—e tre per le donne, come ad esempio il dolore genito-pelvico, il desiderio sessuale ipoattivo e così via. Ma perché dico che il disturbo sessuale è un problema di pensiero? Il Ruolo del Pensiero nell'Atto Sessuale Come sarà capitato a tutti, sia vissuto in prima persona che appreso attraverso film, racconti o romanzi, l'atto sessuale è un momento in cui si verifica quasi una perdita della razionalità. È una dimensione parallela, dominata dal desiderio, dall'impulso, dalla confusione e dalla foga. Questa condizione permette alla persona di vivere pienamente il momento e di perdersi in esso. Tuttavia, nelle disfunzioni sessuali, questo processo naturale non accade affatto. Il pensiero rimane sempre attivo, sia prima che durante l'atto sessuale, interferendo con la spontaneità dell'esperienza. Un Esempio: L'Eiaculazione Precoce Per spiegare meglio il concetto, prendiamo come esempio l’eiaculazione precoce, anche se il meccanismo descritto può essere applicato a molte altre disfunzioni sessuali. Immaginiamo un paziente che si presenta con questa difficoltà. Durante le sedute, iniziamo a esplorare il suo approccio all'atto sessuale, il significato che attribuisce al sesso e la natura della sua relazione. Ecco cosa spesso emerge: "Dottore, già molto prima del rapporto, inizio a pensare continuamente alla mia difficoltà. Questo problema mi ossessiona. Quando so che quella sera potrei avere un incontro intimo, comincio ad agitarmi. Più ci penso, più l'ansia cresce, fino a quando, nella migliore delle ipotesi, fallisco, e nella peggiore evito del tutto la situazione, inventando scuse per non affrontarla." Una volta giunto al momento dell'intimità, l'ansia raggiunge livelli tali da impedire alla persona di vivere il rapporto con serenità. Se, nonostante tutto, riesce comunque ad avere un rapporto sessuale, il problema persiste: "Anche se il rapporto avviene, non riesco a viverlo con naturalezza. Una parte del mio cervello è concentrata sull’atto, sulla relazione e sull'altra persona, ma un’altra parte è completamente focalizzata sull'osservazione di me stesso, come se avessi un giudice esterno che mi guarda, mi valuta e mi critica. Questa costante autoanalisi mi distrae e rende tutto più difficile." Quando il Pensiero Diventa un Ostacolo In queste situazioni, il pensiero non è funzionale all'atto sessuale, ma diventa invece un ostacolo. A fronte di una difficoltà iniziale, la persona aggiunge un ulteriore livello di complessità, generando un circolo vizioso che aggrava il problema. Per chi si trova già in una situazione di fragilità emotiva, questo rappresenta un’ulteriore barriera da superare. In definitiva, nelle disfunzioni sessuali, il problema principale non è solo fisico o fisiologico, ma anche—e spesso soprattutto—mentale. Conclusione Affrontare le disfunzioni sessuali significa, prima di tutto, lavorare sulla dimensione psicologica del problema. Imparare a interrompere il ciclo di pensieri disfunzionali e ridurre l'ansia legata alla performance può fare la differenza nel migliorare l'esperienza sessuale e recuperare una vita intima serena e soddisfacente. ### Eiaculazione precoce: facciamo chiarezza Oggi parliamo di eiaculazione precoce. Che cos’è? Quali sono gli elementi che incidono su di essa? Quali sono i criteri diagnostici? L'eiaculazione precoce consiste in una persistente e/o ricorrente eiaculazione a seguito di una stimolazione minima, che può avvenire prima, durante o dopo la penetrazione, ma comunque sempre prima di quanto il soggetto desideri. Vuol dire che l’ eiaculazione avviene in anticipo rispetto alla volontà del soggetto e questo è fonte di disagio e di difficoltà interpersonali perché porta la persona ad alterare (ad esempio) il suo comportamento sessuale, sia in termini di ricerca delle opportunità, sia di frequenza di esposizione a possibili rapporti sessuali. Ci sono però degli elementi che è bene considerare durante la diagnosi, o comunque prima di parlare di eiaculazione precoce. Innanzitutto va considerata l’età del soggetto poiché ovviamente questa va ad incidere sui tempi dell’eiaculazione. E’ inoltre importante considerare la situazione in cui si manifesta, poiché non è detto che una eiaculazione precoce in una determinata situazione significhi necessariamente che la persona soffra di questo disturbo, poiché ci deve essere una certa trasversalità (presenza del disturbo in numerose situazioni). Molte volte si è portati ad avere una eiaculazione precoce in situazioni specifiche, che generano un certo tipo di ansia, mentre in altre le prestazioni risultano soddisfacenti. Un’altro aspetto da considerare è la novità del partner, infatti è molto frequente che l'eiaculazione precoce (o presunta tale) sia presente in relazioni nuove o con partner occasionali, piuttosto che con partner stabili. In ultimo è bene considerare la frequenza dei rapporti sessuali, nel senso che a seguito di un periodo di astinenza, o comunque di un periodo in cui i rapporti sessuali sono stati diradati, c'è una maggiore probabilità di avere degli episodi di eiaculazione precoce. In sintesi, prima di parlare di eiaculazione precoce o di temere di soffrirne è bene considerare tutti questi elementi perché ovviamente non è sufficiente un singolo episodio per parlare di eiaculazione precoce poiché, come dicevo, è fondamentale considerare l’età, la frequenza dei rapporti sessuali, la situazione in cui si hanno avuti i rapporti sessuali e anche se il partner è occasionale, quindi a tratti sconosciuto, piuttosto che stabile, conosciuto. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Sono il responsabile scientifico di 7 studi di psicologia a Seregno e in provincia di MB, Lecco e Como. ### Coppia: 4 momenti in cui i rapporti sessuali aumentano Quali sono i momenti all'interno della relazione di coppia in cui i rapporti sessuali aumentano? Nel precedente video ho spiegato quali sono le situazioni in cui i rapporti sessuali all'interno della coppia si riducono. Oggi ci concentriamo su l'esatto opposto, cioè quali sono quelle situazioni in cui i rapporti sessuali aumentano, in termini di numerosità.Il primo è l'inizio della relazione. All'interno di una nuova relazione, fatta di curiosità, di scoperta, di sperimentazione il numero di rapporti tocca il picco massimo. E’ normale che una coppia giovane (per costituzione non necessariamente per età anagrafica), insieme da poco tempo, abbia più rapporti sessuali (in numerosità e frequenza) rispetto invece ad una coppia insieme da molto tempo.La seconda situazione è quando si cerca un figlio; per ovvie ragioni c’è un incremento del numero di rapporti. La terza si ha nel momento in cui la coppia vive delle situazioni di distanza fisica, ma non emotiva. Ad esempio è una relazione distanza o comunque non si ha la possibilità di vedersi con una certa frequenza (quotidianamente o anche settimanalmente), bensì ci sono dei periodi di grande distacco tra i due partner. Questo tipo di situazione fa si che nel momento in cui ci si incontra il numero di rapporti aumenti, perché si tende a concentrare tutti i propri bisogni nei momenti in cui si ha l'altro fisicamente a disposizione.Il quarto momento in cui aumentano i rapporti sessuali, e questo è abbastanza controintuitivo, è a seguito di un tradimento. La domanda è legittima “come può essere che dopo un tradimento aumentino i rapporti sessuali?”. Questa è una cosa molto più frequente di quanto si pensi e avviene principalmente perché a seguito di un tradimento c'è il tentativo di riappropriarsi di ciò che si considera proprio. E’ un meccanismo che nasce dalla volontà di riottenere ciò che si sente di aver perduto (appunto a seguito del tradimento); pertanto non è insolito che ci sia un aumento della frequenza dei rapporti sessuali.Riassumendo questi quattro sono i momenti in cui una coppia ha più rapporti sessuali: inizio della relazione; ricerca di un figlio;  situazione di lontananza fisica;  successivamente ad un tradimento. ### Coppia: quando la discussione è via chat Ormai le coppie flirtano, si innamorano, discutono, litigano e poi si lasciano… in chat!   Siamo sempre connessi a WhatsApp, Messenger di Facebook etc., il cellulare è diventato un prolungamento del nostro braccio. Lo utilizziamo per comunicare con chiunque ed ovviamente lo utilizziamo anche con il nostro partner, ma a volte (anche troppo spesso) per discutere e litigare con lui/lei.   Vediamo quindi quali possono essere 3 vantaggi dell’utilizzare le chat per discutere con il proprio partner, ma anche 3 svantaggi.   Partiamo dai vantaggi: il primo è quello di riuscire a dire ciò che si pensa. Molte volte durante le discussioni capita che ci si infervori, ci sia accalori e si parli sopra l’altro, mentre uno dei vantaggi della chat è la possibilità riuscire a dire, scrivendo, ciò che si pensa.   Il secondo è quello di riuscire a mettere della distanza. Connesso al primo vantaggio, “mettere della distanza” significa riuscire a prendere uno step back rispetto alla persona con la quale si sta discutendo e quindi anche riuscire ad esprimersi più chiaramente perché si riesce a dire delle cose che altrimenti non si sarebbe riusciti a dire con la stessa chiarezza.   Il terzo vantaggio è sicuramente quello di lasciare traccia, nel senso che non è insolito poi andare a rileggere la conversazione della discussione, analizzandone le parole. C’è quindi un vantaggio nel lasciare qualcosa di concreto da far decantare nella testa (e cellulare) del nostro interlocutore, ma anche nella nostra.   A fronte appunto di una discussione via chat ci sono però altrettanti svantaggi connessi proprio al mezzo utilizzato.   Il primo, collegandoci proprio al concetto di messaggistica istantanea, è l’asincronicità, poiché nonostante nello stesso momento  in cui si scrive dall'altro lato del cellulare c'è il proprio partner, che è lì in attesa, la comunicazione non è comunque immediata, poiché non è completamente sincrona. Ci si può fermare, riflettere, cancellare ed aggiustare il messaggio, quindi in un qualche modo viene tolta una parte di “impatto” della comunicazione poiché si ha la possibilità di alterarla, mentre invece di persona risulterebbe molto più spontanea.   Il secondo svantaggio è connesso alla grossa fraintendibilità dei messaggi via chat. Nel senso che è difficile riuscire a capire l’aspetto prosaico, piuttosto che l’ironia, il sarcasmo, etc.; quindi molte volte espone, soprattutto nel momento in cui il tono dell'umore è particolarmente acceso a fronte della discussione che si sta vivendo, al rischio di venire fraintesi.   Il terzo svantaggio è legato all'aspetto più emotivo, poiché in chat non si è sempre capaci di far trasparire le emozioni e le loro sfumature. E’ molto complicato far davvero capire cosa si prova; esistono le emoticons per esprimere il proprio stato d’animo, però sono un’espressione piatta, standardizzata, una faccina che ride comunica contentezza, ma non si riesce a capire qual è il grado di contentezza, non si riesce a capire qual è la sfumatura della contentezza e quindi non si riesce a capire di contro qual è la sfumatura della rabbia o del sentimento portato… e questo è fonte di grande confusione.   Riassumendo ci sono sicuramente dei vantaggi, legati soprattutto alla possibilità di esprimersi e mettere distanza dalla persona con la quale si sta litigando, ma ci sono altrettanti svantaggi e se andiamo a connetterli al “peso” dell’interlocutore (il proprio partner) questi prevalgono.   I rischi, dal mio punto di vista sono ben maggiori rispetto ai benefici.   Potremmo quindi dire che le chat sono utilissime e vanno anche bene per discutere, purché si sia consapevoli della correlazione inversamente proporzionale tra: il proprio punto di vista e l’importanza della persona con la quale si sta discutendo. Più è importante la persona con la quale si discute più la chat diventa fonte di rischi e fraintendimenti. Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno Via Ballerini 56, 20831 Seregno (MB) +393479177302 info@matteoradavelli.it Ho conseguito la Laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca, con successiva specializzazione in psicoterapia presso lo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Svolgo la mia attività come professionista dal 2011 e mi occupo di percorsi di psicoterapia individuale, psicoterapia di coppia e familiare. Opero come psicologo sessuologo a Seregno oltre che in altri 6 studi di psicologia in provincia di MB, Lecco e Como. ### Differenze tra attacchi di panico e ansia. Spesso si pensa che ansia e attacchi di panico siano la stessa cosa. In realtà, per quanto nei sintomi questi disturbi si mescolino e si sovrappongano, in una prospettiva clinica ci si trova di fronte a caratteristiche, sintomi e diagnosi diverse. L’ideale, quindi, è capire di cosa si tratta nello specifico, come riconoscerli e distinguerli e come poterli affrontare.L’ansia, come individuarla?L’ansia è un disturbo molto diffuso, un insieme di emozioni negative, sensazioni e sentimenti che spesso non dipendono neppure da una motivazione precisa (univoca) e che consistono in uno stato di paura e tensione generalizzato. Può essere legata ad un momento particolare della propria vita o accompagnare una persona nel corso della propria esistenza in modo più costante. Esistono diversi fattori di rischio, tra cui la familiarità, lo stress (non bisogna pensare solo a una situazione negativa quando si parla di stress, anche un evento lieto come la nascita di un bambino può essere una situazione stressante), un evento traumatico o un passato già costellato da episodi ansiosi. Dal DSM, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, l’ansia viene identificata come uno stato psichico, sicuramente spiacevole, ma non allarmante di per sé. Quando invece l’ansia diventa cronica e patologica (incide negativamente sulla vita della persona), allora si parla di disturbo d’ansia, con tanto di classificazione sul manuale diagnostico.Esistono diverse forma d’ansia: l’ansia da separazione, le fobie, il mutismo selettivo, l’ansia sociale, l’agorafobia, l’ansia generalizzata, gli attacchi di panico (notare come questi siano uno dei possibili disturbi d’ansia), l’ansia indotta da sostanze o terapia farmacologica. In ogni caso, per soffermarsi all’ansia, quella non cronica e patologica, coinvolge la maggior parte – se non la totalità – delle persone. Chi non ha mai avvertito ansia prima di un esame? O prima di un appuntamento? O prima di un colloquio? E gli esempi potrebbero davvero essere infiniti. Chiaramente va fatta la debita differenza tra uno stato “normale” e quasi fisiologico di preoccupazione o di allarme, da un disturbo cronico, che va dunque affrontato in modo appropriato. In generale, il mondo scientifico ritiene che si può parlare di un disturbo di ansia quando questo stato psichico persiste per almeno sei mesi. Sei mesi in cui l’ansia è pervasiva, poiché, sia che si presenti a picchi o in forma costante durante il corso della giornata, condiziona fortemente la qualità di vita di chi ne soffre. In un certo senso, banalizzando, è come se il discrimine consistesse nella possibilità (e capacità) di essere padroni dell’ansia oppure no: va bene avere paura (ansia), ma se poi si torna in sé si tratta probabilmente di un episodio, quando invece l’ansia limita la propria vita e non si è più capaci di gestirla probabilmente il disturbo è più serio.L’ansia può essere anche positivaC’è un’ansia positiva, definita funzionale, quella che si potrebbe considerare come una spia del livello di attenzione del corpo e della mente verso le aggressioni esterne. Come la paura, anche l’ansia a volte – ma solo a volte – fa bene e non va presa come una patologia. Nel momento in cui, infatti, si percepisce un pericolo o una minaccia, si prova paura e tensione si attivano fisiologicamente delle reazioni a catena, che fungono da meccanismi di difesa. Gli occhi si aprono di più (per vedere meglio), alcuni gruppi muscolari (sopratutto gli arti inferiori) si attivano, pronti a scattare, la nostra capacità di concentrazione aumenta per un breve periodo, etc.. Molti studi scientifici hanno dimostrato che un livello normale di ansia aiuterebbe addirittura la prestazione, proprio migliorando la concentrazione, la lucidità e la veglia.I sintomi dell’ansiaTuttavia, molto più spesso si parla di disturbo di ansia. Quando l’ansia è disfunzionale, ci sono sintomi da considerare generici, poiché compaiono quasi sempre: preoccupazione eccessiva e persistente; incapacità di gestire l’ansia e controllare la preoccupazione; irritabilità e/o irrequietezza; stanchezza cronica; mancanza/difficoltà di concentrazione; dolori cronici a livello articolare e muscolare, concentrati soprattutto sul collo e sulla schiena; disturbi del sonno e risvegli violenti; aumento della pressione sanguigna; abbassamento delle difese immunitarie; indebolimento del sistema gastro-intestinale; senso di paura; tendenza a voler fuggire; mancanza di aria; nausea e inappetenza; bocca secca; senso di oppressione al petto; confusione mentale. La lista potrebbe continuare. in ogni caso i sintomi vengono individuati come cognitivi, fisici, emotivi e comportamentali a seconda della sfera che vanno a condizionare.Il panico, i sintomiIl panico è un attacco di ansia, molto più intenso. Una crisi acuta, uno stato psichico forte. In genere, un attacco di panico è temporaneo, piuttosto rapido, ma molto intenso e porta con sé conseguenze e manifestazioni sia fisiche, che psichiche importanti. L’ansia e l’angoscia in questo caso sono molto elevate e concentrate in un breve lasso di tempo; in genere si presentano senza preavviso. Un attacco di panico viene individuato quando compaiono contemporaneamente almeno 4 tra i seguenti sintomi: tachicardia; iper-sudorazione; iper-ventilazione e mancanza di aria; tremori e/o spasmi; sensazione di soffocamento o asfissia; senso di oppressione al petto; nausea e/o vomito; problemi gastro-intestinali; senso di svenimento o sbandamento; depersonalizzazione (la sensazione di essere fuori di sé); paura di morire o di impazzire; brividi e/o vampate; Un attacco di panico raramente rimane un episodio singolo, se non si agisce sulle cause che lo hanno scatenato, quasi sicuramente se ne presenteranno degli altri con modalità simili.Questo problema viene classificato come un vero disturbo di panico quando gli attacchi diventano ricorrenti e quando tra un attacco e l’altro si presentano angoscia e ansia o, comunque, emozioni negative legate alla paura stessa che se ne verifichi un altro. Questo può incidere sulla tendenza a isolarsi, scatenando ulteriori paure. Un attacco di panico può essere talmente violento da spaventare la persona che lo sta vivendo (e chi lo circonda) al punto da essere scambiato per un infarto.Ansia e panico, quali differenze?Come anticipato sono disturbi appartenenti alla stessa “categoria”. L’ansia, nonostante condivida dei sintomi con l’attacco di panico può essere considerata o meno (in base ai criteri descritti) una condizione patologia, mentre gli attacchi di panico lo sono per definizione e fanno parte proprio dei disturbi d’ansia. Per il mondo scientifico, esistono classificazioni specifiche e puntuali, ma se si fa riferimento a quello che vive una persona che soffre di ansia o di attacchi di panico, spesso il discrimine più utilizzato è quello dell’entità dell’attacco. Ovvero il panico, anche nell’immaginario comune, è accompagnato da un’angoscia sicuramente più intensa rispetto all’ansia. E’ altrettanto vero però che l’ansia viene spesso immaginata come qualcosa di più subdolo del panico, poiché si insinua facilmente nelle pieghe della vita quotidiana inizialmente quasi in modo impercettibile.Semplificando, si possono tracciare delle differenze qualitative e quantitative tra ansia e panico. Per la qualità, esse consistono nella sintomatologia che è già stata elencata precedentemente, per la quantità si fa riferimento al tempo e all’intensità degli episodi. L’ansia può comparire e durare a lungo nel corso della giornata, mentre nel panico l’angoscia più intensa durano al massimo una decina di minuti, anche nel caso di più attacchi di panico nel corso della stessa giornata.Ansia e panico, quale terapia? Quando si parla di terapia nel caso di ansia e attacchi di panico, si fa riferimento alla necessità di eliminare i sintomi che accompagnano gli attacchi e lo specialista di riferimento è lo psicoterapeuta (che sia esso psicologo o psichiatra). La cura solitamente consiste in un percorso di psicoterapia ed, eventualmente, in una terapia farmacologica. Il primo serve ad affrontare le origini del disagio, risolvendone le cause, mentre la seconda ad alleviare i sintomi. ### Coppia: più sesso dopo il tradimento?!   Coppia: Perché l’Attività Sessuale Aumenta Dopo un Tradimento? Nel contesto delle relazioni di coppia, un tradimento è spesso visto come un evento devastante, in grado di compromettere seriamente la fiducia e l'intimità tra i partner. Tuttavia, può sembrare controintuitivo, ma l’attività sessuale di una coppia può aumentare a seguito di un tradimento. In un precedente video, ho esaminato i momenti in cui una coppia può vedere un incremento delle proprie prestazioni sessuali, e uno di questi momenti è proprio dopo un tradimento. Un Concetto Controintuitivo Sorge spontaneo chiedersi: "Come può essere che a seguito di un tradimento ci sia un aumento dei rapporti sessuali?" In molti si aspetterebbero che la possibilità di avere rapporti si chiuda fino a quando non si risolve il problema. Tuttavia, molte volte accade proprio il contrario: nel periodo immediatamente successivo alla scoperta del tradimento, si verifica un aumento sia del numero di rapporti sessuali sia della qualità delle prestazioni. Le prestazioni stesse cambiano, caratterizzate da una maggiore disinibizione e complicità tra i due partner. I Tre Elementi Chiave Vediamo quali sono i tre elementi che, dal mio punto di vista, spiegano questo comportamento apparentemente controintuitivo: Riappropriarsi del Partner Il primo elemento è la volontà di riappropriarsi di qualcosa (il partner) che si considera proprio, ma che si rischia di perdere. Questo consiste nella volontà di tenere vicino la persona amata, che ha tradito, e di riportarla a sé, facendo percepire che questo legame è importante. Meta-comunicazione Il secondo elemento consiste in una meta-comunicazione. Si tratta di una comunicazione implicita in cui si esprime: "Anch'io posso essere diverso/a, anch'io posso fare questa cosa, anche con me si può ottenere questo tipo di soddisfacimento. Quindi (magari) a mia volta non sono contento/a e penso che dobbiamo provare a riorganizzarci". Questa comunicazione non può essere espressa a parole, soprattutto nel pieno del tumulto emotivo che segue la scoperta di un tradimento, ma viene trasmessa attraverso i comportamenti. Responsabilità e Cambiamento Il terzo elemento è un'altra meta-comunicazione, legata a un senso di responsabilità o alla percezione di essere concausa del tradimento da parte di chi è stato tradito. Questo implica un riconoscimento che qualcosa non ha funzionato e una volontà di assumersi la responsabilità di provare a cambiare. Un'Arma a Doppio Taglio Questi tre elementi si concentrano principalmente nel periodo immediatamente successivo alla scoperta del tradimento e consistono in un tentativo quasi disperato di cancellare quanto appena scoperto. Se questi tentativi non vengono colti dall’altra parte, il rischio è che gettino ulteriore benzina sul fuoco. Il partner tradito potrebbe sentirsi tradito due volte: una dal tradimento fisico e l'altra dal non essere visto nei suoi tentativi di ricostruire. Per questi motivi, l’impeto di ricostruire può essere un’arma a doppio taglio. È un meccanismo inconscio e spontaneo che una persona mette in atto, ma che, per risultare efficace, deve essere riconosciuto e compreso da entrambi i partner. Il rischio che questa reazione vada ad incrinare ulteriormente il rapporto è alto, ma mostra anche la grande volontà e l’impegno nel tentativo di salvare il rapporto o, quantomeno, di riorganizzarlo. Riorganizzazione della Relazione Riorganizzarsi è ciò che occorre alla coppia nel momento in cui si trova ad affrontare un tradimento. L’incremento delle prestazioni sessuali e del numero di rapporti, dal punto di vista prognostico, è sicuramente positivo. Questo aumento testimonia la grande volontà, almeno da parte di chi è stato tradito, di provare a salvare il rapporto. In conclusione, mentre l'aumento dell'attività sessuale dopo un tradimento può sembrare controintuitivo, esso riflette un complesso intreccio di motivazioni emotive e psicologiche. La riappropriazione del partner, la meta-comunicazione e la responsabilità percepita sono tutti elementi che contribuiscono a questo fenomeno. La chiave è riconoscere questi segnali e utilizzarli per lavorare sulla riorganizzazione e il rafforzamento della relazione. ### Coppia: come trattare l'altro e renderlo felice “Tratta l'altro come vorresti essere trattato tu stesso”. Questo è un insegnamento, un monito, un consiglio che c'è stato inculcato sin da piccoli, dai genitori, dai preti, da qualsiasi tipo di educatore che, in un modo o nell’altro, ha cercato di spiegarci come stare al mondo e come funziona la vita.Diciamo che in alcuni contesti questo è un atteggiamento particolarmente utile, pensiamo ad esempio ai cartelli che vengono lasciati nei bagni dei ristoranti e dei bar “lascia il bagno come vorresti trovarlo a tua volta”, benissimo, in questo caso, premesso che ci riteniamo delle persone di buon senso, è un buon consiglio.Nel caso invece di una relazione di coppia questo è un consiglio assolutamente deleterio, poiché trattare l'altro come vorremmo essere trattati noi stessi diventa particolarmente rischioso perché:  le coppie si costruiscono sulla complementarità poiché si cerca nell'altro qualcosa che non si possiede, qualcosa che si pensa possa servire, ma che non si ha; Utilizzare questo tipo di atteggiamento ci pone di fronte a dei grandissimi rischi, come ad esempio generare progressivamente delle barriere nella comunicazione, che impediscono l'aiuto reciproco.  Faccio un esempio: una persona, uno dei due partner, ha avuto una giornata particolarmente difficile a lavoro, tosta, di quelle con mille problemi da risolvere. Arriva a casa e il suo modo di rilassarsi, di purificarsi, di rigenerarsi a fronte della giornata vissuta é buttarsi sul divano, non parlare dell'argomento e guardare la tv con un elettroencefalogramma piatto. L'altro partner che invece è preoccupato vuole capire, vuole comprendere, vuole essere d'aiuto e dato che lui stesso trova solitamente l'aiuto nel dialogo inizia ad incalzare con domande, chiarimenti, curiosità, opinioni e questo non fa altro che ottenere l’effetto opposto, allontanando progressivamente i due partner. Il primo si sentirà defraudato del suo diritto e del suo bisogno di poter stare per i fatti suoi, mentre l’altro, si sentirà respinto, rifiutato, nella sua proposta di aiuto e quindi non faranno altro che distanziarsi sempre di più.Questo è solo un esempio della quotidianità, pensiamo a come potrebbe degenerare la situazione nel momento in cui non è solamente la giornata di uno dei due partner ad essere compromessa, ma si hanno dei problemi più seri, ad esempio con la famiglia di origine o con uno dei figli. Quando ci si trova di fronte ad un problema c'è chi magari ha bisogno di chiudersi poter far decantare le idee e le opinioni, in modo da poterle affrontare e discutere; c'è chi invece ha bisogno di analizzare sin da subito l’accaduto, così da capire come muoversi.Faccio un altro esempio, cambiando l’ordine degli addendi, ovvero chi si trova da affrontare il problema è colui che ha bisogno di parlarne. Tornando a casa probabilmente si aspetta delle domande dal partner, che invece, per rispetto e non per disinteresse, non chiede niente. Si rende conto del carico emotivo che il partner sta vivendo e quindi aspetta, fa decantare le sue idee. Questo però non fa altro che aumentare progressivamente la tensione poiché chi (in questo caso) ha vissuto il problema desidera parlarne e non sentendosi domandare, chiedere, non percependo quindi curiosità da parte dell’altro si risente, si chiude, dice “caspita non mi ascolti, non mi aiuti, non ti interessa di me!” e l’altro, trovandosi spiazzato risponde “ma come? Io l'ho fatto nel tentativo di starti vicino, perché questa è una cosa che a me servirebbe. A me servirebbe che tu facessi così, che mi lasciassi spazio”. Questo atteggiamento, come abbiamo dimostrato, è deleterio, poiché non dobbiamo MAI trattare l'altro come vorremmo essere trattati noi stessi, ma dobbiamo trattare l'altro come l'altro ha bisogno di essere trattato, perché solo così potremo rendere felice lui/lei ed al tempo stesso esserlo anche noi. ## Pagine ### Test ### Richiedi un appuntamento ### Équipe ### Contatti - Esito Grazie per avermi contattato,ti risponderò il prima possibile. ### Privacy Policy TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI Informativa per il cliente ai sensi dell’art.13 del D.lgs.196/2003 Con la presente Vi informiamo che, il Regolamento europeo 2016/679 (General Data Protection Regulation) e il D.Lgs. n. 196 del 30 giugno 2003 (Testo unico in materia di protezione dei dati personali) hanno introdotto una specifica disciplina in materia di tutela delle persone e degli altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali e sensibili. 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Nella letteratura scientifica psicologica è presente molta teoria, tanti manuali che raccontano la storia clinica, ma pochi i libri che riferiscono i casi e il loro svolgimento in dettaglio. Abbiamo voluto riportare la trascrizione delle sedute – non certo in modo integrale, per ragioni, soprattutto, di economia narrativa – perché il lavoro clinico non sia in alcun modo alterato dalla percezione del terapeuta, ma si presenti pulito, trasparente e i lettori traggano le proprie considerazioni personali. Non ci siamo quindi basati, come avviene di solito, sulla sintesi del lavoro del terapeuta, ma abbiamo portato il focus sul dialogo: si entra a tutti gli effetti nella stanza di psicoterapia, mentre la seduta è in corso, si assiste, si ascolta. Il nostro vuole essere sia un contributo, come detto, alla bibliografia scientifica, carente di testi di questo genere, sia la risposta a un bisogno di approfondimento, con lo scopo aggiuntivo di fornire così elementi utili a chi sta attraversando lo stesso problema del paziente, a chi è interessato alle dinamiche della psicoterapia e naturalmente a tutti i nostri colleghi. Punto di forza, a nostro avviso, di questa modalità che condividiamo è la possibilità di vedere come si costruisce la conversazione con il paziente e quali sono gli effetti capaci di causare un cambiamento. Non si tratta certo del voler indicare questa come l’unica possibile modalità di fare terapia, è una strada che ha funzionato e funziona, ma c’è la consapevolezza che tante diverse scelte di altri terapeuti, pur nell’ambito della prassi consolidata, possono essere senza dubbio efficaci. Si sfata anche una diceria molto diffusa e cioè che dallo psicologo si fanno chiacchiere: senza dubbio si chiacchiera, ma in modo mirato e incisivo, al fine di innescare la trasformazione delle persone. ll verbatim delle sedute risulta talvolta trapuntato dai commenti di un altro terapeuta che esplicita le dinamiche sottostanti al processo terapeutico, il punto di vista teorico che offre la base al movimento pratico del terapeuta in seduta: non è facile da individuare per chi non è allenato e rischia di essere confuso e banalizzato con il concetto di chiacchiera. Tutto questo aiuta ancora di più a rispondere alla domanda che spesso viene posta dallo stesso paziente: "ma in terapia si parla e basta"? Sì, si parla e basta, ma la parola è lo strumento principale della psicoterapia, grazie alla parola costruiamo, interpretiamo e spieghiamo la realtà. Le parole che usiamo diventano la modalità espressiva utile a costruire il nostro punto di vista sul mondo, anzi, ci consentono di percepire noi stessi all’interno del mondo. "Non conosco nulla al mondo – scrive Emily Dickinson – che abbia tanto potere quanto la parola". Se non si entra in un vero ascolto, si può pensare di assistere a una discussione libera e spontanea tra il terapeuta e il paziente; in realtà, quello che fa il terapeuta è andare a ricostruire progressivamente la storia del paziente ridandole significato tramite il linguaggio e la lettura di ciò che accade. Poi, la rilettura da parte di un secondo terapeuta ha l’obiettivo di rendere visibili movimenti o momenti salienti all’interno della seduta che altrimenti rischierebbero di passare inosservati. Compralo su Amazon > ### L'amore in gabbia: Le dipendenze affettive Cos'è la dipendenza affettiva? O meglio, cosa sono le dipendenze affettive? Quali caratteristiche hanno? Quali origini? Come si manifestano e come impattano sulla relazione? E soprattutto, come possono essere affrontate e risolte così da vivere una relazione pienamente appagante? Queste sono le principali domande a cui Matteo Radavelli risponde in questo libro. Si sente parlare sempre più spesso di dipendenza affettiva, la si usa come spiegazione del proprio dolore o disagio all'interno di una relazione, ma ci si ferma qui. E' una sorta di etichetta che viene attribuita quando le cose non funzionano senza però capire cosa implica, le emozioni che la caratterizzano, le fatiche che la compongono e le azioni necessarie per affrontarla. In questo libro l'autore porta un punto di vista chiaro, ricco di esempi presi dalla sua professione di psicoterapeuta, al fine di aiutare non solo chi vuole comprendere davvero cosa significa "dipendenza affettiva", ma anche chi ha la volontà di affrontarla. 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Un’ora di colloquio via chat esclusiva o anche un’ora di colloquio in videochiamata, più volte al mese, in cui lo psicologo si dedicherà esclusivamente al tuo problema. Va sottolineato che è lo psicologo ad avvertire quando sarà online, per tutti i membri di "Psicologo in Chat". Come funziona il servizio di psicologia in chat Il servizio di consulenza via chat si compone di diverse offerte che permettono a tutti di poter trovare il pacchetto che più si adatta alle proprie esigenze. Tra queste è prevista la possibilità di fissare degli appuntamenti di psicoterapia online con uno professionista, partecipare a dirette o approfondimenti proposti dai terapeuti e, infine, fare parte di un gruppo segreto su Facebook in cui confrontarsi civilmente. Per l'utilizzo del servizio di chat è necessario che ogni richiesta venga valutata dall’equipe di "Psicologo in Chat" per garantire a tutti la massima qualità del servizio. "Psicologo in Chat" offre un valore enorme, in una nuova modalità psicologica, più snella ed accessibile grazie al canale della chat! Ti consiglio quindi di visitare il sito dedicato per approfondire! Vai al sito ### Progetto MROI L'obiettivo del progetto è garantire una consultazione in un'unica giornata in presenza di due terapeuti esperti. La consultazione è il periodo compreso tra il primo e il terzo\quarto colloquio nel quale il terapeuta raccoglie informazioni al fine di farsi un quadro completo della situazione. La consultazione si conclude con la restituzione terapeutica e le prime indicazioni sui movimenti necessari alla risoluzione del problema. Talvolta questa costituisce già un intervento risolutivo. Grazie a questa proposta ci sarà l'opportunità di svolgere in un'unica giornata il lavoro che generalmente richiede circa 2 mesi. La consultazione in giornata è svolta da due terapeuti, uno che conduce la psicoterapia ed un altro terapeuta che affianca colui che conduce, seguendolo da una stanza esterna, attraverso una videocamera. Successivamente alla consultazione, se necessario, ci sarà l'opportunità di proseguire, i colloqui (anche tramite la psicologia online). Quali i vantaggi? A chi è rivolto? MRoi è rivolto a chi ha urgenza di comprendere il problema perché persistente da tanto tempo. È altresì rivolto a chi ha poco tempo a causa, per esempio, di un'agenda complessa, oppure è residente all'estero. Più in generale è rivolto a chi non può sostenere i tempi di attesa di una terapia e possiede le caratteristiche adatte per trarre beneficio dal metodo MRoi. Come si svolge in pratica? Il servizio copre le principali città Italiane: siamo noi che veniamo da te! Data l'intensità della giornata l'equipe di MRoi ha selezionato dei requisiti d'ingresso affinché il paziente possa ottenere il massimo dal servizio. Ogni richiesta verrà pertanto vagliata e la presa in carico avverrà esclusivamente successivamente alla valutazione della domanda. Vai al sito ### Partnerships Negli anni abbiamo costruito collaborazioni solide tra psicologia e innovazione, lavorando fianco a fianco con professionisti, aziende e istituzioni che condividono la nostra stessa visione: portare il benessere psicologico al centro delle esperienze digitali. Crediamo che la tecnologia possa diventare un acceleratore di consapevolezza, crescita personale e accessibilità ai servizi di supporto. Per questo sviluppiamo progetti che uniscono ricerca, metodo clinico e competenze digital, creando percorsi e strumenti capaci di migliorare davvero la vita delle persone. Qui sotto trovi alcune delle iniziative e partnership che rappresentano questo percorso di sperimentazione e crescita continua. CMTF CMTF PSICOLOGO IN CHAT RAM ### Chi sono Benvenuto/a sul mio sito, sono Matteo Radavelli, Psicologo e Psicoterapeuta ad orientamento sistemico-relazionale. Mi sono laureato in Psicologia Clinica e Neuropsicologia presso l'Università degli studi di Milano Bicocca e specializzato in psicoterapia allo European Institute of Systemic-relational Therapies (E.I.S.T.). Ho lavorato per il Cassel Hospital di Richmond (Londra) e per l'Ospedale Maggiore Sant'Anna di Como come consulente psicologo, per il quale ho gestito il servizio "Stai Bene col Tuo Lavoro", rivolto ad imprenditori e dipendenti che hanno sviluppato una difficoltà psicologica connessa a problemi lavorativi ed economici. Attualmente dirigo e supervisiono 6 centri di psicologia e psicoterapia: Arcore, Monza, Seregno e Agrate Brianza (provincia di Monza e Brianza), Como e Merate (provincia di Lecco). Nel mio lavoro mi rivolgo ad individui, coppie e famiglie che attraversano un momento di difficoltà, partendo dal presupposto che il disagio non va considerato come esclusivamente interno all'individuo, ma come parte del sistema di relazioni in cui vive. Questa modalità consente di evidenziare i vincoli che mantengono la difficoltà e favorisce la loro rinegoziazione e superamento. Il metodo da me utilizzato è particolarmente utile in situazioni di ansia, problemi relazionali e problemi sessuali. Insieme dedicheremo i primissimi incontri ad approfondire il problema, costruendo la strada verso il cambiamento desiderato. Seminari e convegni (i più recenti) La prevenzione e la gestione dello stress lavoro correlato. Università degli Studi dell’Insubria SBCTL Support Project for Entrepreneurs and workers in distress. European Congress of Psychology 2015, Università degli Studi Milano Bicocca, Milano Stai Bene col Tuo Lavoro. Il sostegno psicologico agli imprenditori. Camera di Commercio di Como Stress e produttività aziendale. Esiste una correlazione. Confartigianato di Como Oltre la Crisi. XIV Congresso C.S.T. UIL di Como Le nuove Famiglie. Circoscrizione di Como Le Nuove Tecnologie nella professione dello psicologo. Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano Educatori Sportivi. Centro Sportivo Italiano La gestione del gruppo: leadership vincente. Centro Sportivo Italiano, Milano La gestione dello spogliatoio. Centro Sportivo Italiano, Milano Relazione e Comunicazione. Centro Sportivo Italiano, Breno (BS) Psicologia e Nuove Tecnologie. Ordine degli Psicologi della Lombardia, Milano La gestione della conflittualità sportiva nell'arbitraggio. Centro Sportivo Italiano, Milano Leadership e gestione del gruppo. Come essere parte attiva della propria società, collaborare e coordinare. Centro Sportivo Italiano, Lissone Lo Psicologo Online. Festival della Cultura Psicologica, Milano L'atleta “difficile”: strategie e risorse. Clinic, Centro Sportivo Italiano, Milano “Vince solo chi ci pensa”. Mente e corpo il team vincente. Monza ### Blog ### FAQ ### Contatti e Sedi Matteo Radavelli - Psicologo e Psicoterapeuta info@matteoradavelli.it +39 347 9177302 P.IVA: 07390590961 ### Oltre il tradimento: La psicologia dell'infedeltà Che cos’è il tradimento? È possibile comprenderlo, affrontarlo e superarlo? È possibile evitarlo? Queste sono le domande alle quali cerco di dare una risposta in questo libro. Il tradimento del patto non è all’origine di un problema nella coppia: ne è la conseguenza. È un grido volto a denunciare un disagio, un grido che, una volta emerso, mette in discussione tutto. L’evento del tradimento è come un deserto da attraversare. L’unica possibilità è quella di avventurarsi, sperando di sopravvivere entrambi. Dall’altra parte del deserto, la coppia che è partita, se avrà trovato in sé le risorse per attraversarlo, sarà sicuramente cambiata. Compralo su Amazon > Dalla Prefazione Due amanti vivono uno nello sguardo dell’altro e, grazie a questo, conoscono sé stessi sempre più a fondo. Ecco perché il tradimento e l’inganno colpiscono in profondità come un colpo di pistola. Andiamo in frantumi noi, vai in frantumi tu, vado in frantumi io.Né noi, né tu, né io, saremo più riconoscibili in quello che eravamo fino a ieri. Ma che cos’è il tradimento? È possibile comprenderlo, affrontarlo e superarlo? È possibile evitarlo? Nei diversi luoghi del mondo e con il succedersi dei diversi momenti storici, mutano i valori principali attorno a cui ruotano le vite delle persone e il sentire generale connesso a questi valori. L’autore, innanzitutto, situa il tradimento nel contesto spaziale e temporale odierno. Ciò che significa oggi un tradimento non è ciò che significava in altri tempi, così come ciò che oggi significa il tradimento in questa parte di mondo, non è valido necessariamente in tutte le altre zone del Pianeta. Oggi, nel nostro contesto culturale, per tradire è necessario che sia stato stabilito un patto di fedeltà. Zygmunt Bauman ci ha descritto la società odierna come una società “liquida”, una società che si nutre di consumo e in cui tutto è di conseguenza percepito come merce, esseri umani compresi. Ci si appaga transitoriamente di oggetti del desiderio che in breve risultano obsoleti, spingendoci a passare bulimicamente da un consumo all’altro. Fame bulimica che coinvolge anche l’essere umano, sempre più coinvolto in relazioni usa-e-getta. Un patto di fedeltà, quello di coppia – forse l’ultimo punto fisso all’interno di una realtà sempre più fluida e impermanente – che spesso sembra valere solo per l’altro. Ma il tradimento del patto, come mette in luce Radavelli, non è all’origine di un problema nella coppia: ne è la conseguenza. È un grido volto a denunciare un disagio, un grido che, una volta emerso, mette in discussione tutto. Non di rado, il tradimento è un atto di guerra mal indirizzato. Capita che siano le famiglie d’origine a rendere difficoltoso lo svincolo dei figli, costringendoli in qualche modo a tenere un piede a casa e rendendo di conseguenza incompleta la formazione del nuovo nucleo familiare. Questa saldatura incompiuta può generare una lenta deriva che progressivamente allontana i membri della coppia. Il nemico diventa l’amato, perché non combattere l’amato significa combattere la propria famiglia d’origine e non sempre questo è un cammino praticabile. Il tradimento può quindi essere un atto di guerra, ma, appunto, mal indirizzato: la guerra non è all’interno della coppia, ma all’esterno. La coppia si trova davanti alla sfida di ritrovare, o trovare per la prima volta, quell’alleanza necessaria a fare fronte comune per contrastare le spinte esterne. Altre volte può essere il difficile attraversamento di fasi del ciclo di vita a creare un forte squilibrio. È possibile individuare diversi momenti topici nella vita di una coppia in cui questo accade: il matrimonio, la nascita dei figli, eventuali trasformazioni dello stato professionale e altre analoghe discontinuità nel racconto di coppia. Al di là del fatto che tali trasformazioni siano o meno auspicabili, all’interno delle nuove condizioni, uno dei partner può trovare quell’abito che è la coppia, che fino a poco prima calzava a pennello sulla propria identità, spesso esaltandola, farsi improvvisamente stretto e scomodo. Uno stato che può spingere a provare il tutto per tutto e tentare uno strappo: o l’abito prenderà la forma e si aggiusterà addosso, o si strapperà e ce ne si potrà liberare. E quello strappo può assumere la forma di un tradimento. In questo senso il tradimento ha sempre una valenza comunicativa. In una realtà relazionale complessa, in incessante equilibrio dinamico tra spinte che agiscono simultaneamente su diversi livelli, ogni comportamento è fondamentalmente diretto a ripristinare un equilibrio che ha perso il suo baricentro. Azioni estreme, spesso, sono il tentativo inconsapevole di salvare tutto e tutti in condizioni di forte squilibrio. A volte, il movimento scomposto permette di trovare un nuovo equilibrio su cui fare affidamento, altre volte no, e tutto crolla irrimediabilmente. Radavelli ci accompagna poi, a conoscere i diversi attori del tradimento. È facile avere compassione del tradito, se la merita. Meno facile è avere compassione per il traditore, ma anch’esso ha bisogno di sentirsi riconosciuto nel proprio dolore, nonostante lo abbia urlato nel modo più distruttivo. Inoltre spesso ci si dimentica dell’amante, la persona che il più delle volte ne esce perdente, privato dell’illusione di un futuro a cui si aggrappava e costretta a fare i conti con il vuoto che si viene a creare nella sua vita. Compralo su Amazon > Il supplizio dell’amante è quello di restare in pausa e a disposizione dell’amato per approfittare di ogni ritaglio di tempo rubato alla quotidianità, una condizione che frequentemente coincide con l’essere incatenato a una storia irrealizzabile, immobilizzato mentre vede partire tutti i treni a sua disposizione. Perché l’amante è il terzo, il comprimario di un problema situato innanzitutto all’interno della coppia, e spesso risulta sacrificabile. Tra le pagine di questo libro, non emerge mai un giudizio morale sul tradito o sul traditore, ma non per questo viene assolto e giustificato l’atto distruttivo del tradimento. È invece cercata una lettura delle posizioni scomode e dolorose di tradito e traditore, all’interno di una dinamica complessa che coinvolge l’intera coppia al fine di fornire degli spunti per comprendere ciò che sia successo, per trasformare un dramma in una risorsa per il futuro. Solo provando a capire ciò che, nella narrazione di coppia, abbia portato a sperimentare tanta sofferenza da metterla a rischio di vita, risulta possibile aprire la strada alla costruzione di un racconto diverso che permetta un esito differente. L’alternativa al prendersi cura di quegli squilibri di fondo, è quella di vedere il ripetersi della storia in una spirale in cui, a ogni ciclo, risulterà più difficile andare a colmare le fratture aperte. Non c’è un modo giusto o uno sbagliato per stare insieme. Ogni coppia ha il proprio equilibrio e, finché questo non diventa causa di sofferenza per i partner, non c’è motivo per cui questi debbano occuparsene. Il problema, infatti, non è il tradimento in sé: ci sono coppie che riescono a vivere nel tradimento reciproco e che, anzi, ne fanno la loro cifra. Le coppie che accedono allo studio di terapia sono quelle coppie che non riescono a integrare l’evento nella propria percezione di sé, coppie per le quali il tradimento rappresenta una frattura che rischia di essere senza ritorno. L’accesso a un percorso di terapia di coppia è sempre indice del desiderio profondo di mantenere viva la coppia, nonostante le emozioni generate dal tradimento, il confronto con i propri valori e con ciò che si è sempre pensato di sé e dell’altro, sembrino renderlo inconcepibile. L’impossibilità di continuare a stare con qualcuno e, al tempo stesso, l’impossibilità di non starci più. Questo perché, come dice Radavelli, l’unica strada per cominciare a superare il tradimento è quella di passare per la morte della vecchia coppia. Il tradimento è un evento senza ritorno: dopo essere venuto alla luce, la coppia che ne è vittima non sarà più come prima. Quella coppia è finita, quella che deve proseguire è una nuova coppia, diversa da quella precedente nonostante sia composta dalle stesse persone. La possibilità di rinascere come coppia, dopo un tradimento, è legata alla capacità della coppia di evolvere, cambiare; capacità di evolvere che è in sé un indicatore della vitalità della coppia. Dopo un tradimento si rimane orfani dell’immagine che si aveva di sé e di quella che si aveva del partner. Eppure qualcosa di profondo sembra legare ancora il tradito e il traditore, altrimenti non avremmo a che fare con un dilemma irrisolvibile. L’evento del tradimento è come un deserto da attraversare. L’unica possibilità è quella di avventurarsi, sperando di sopravvivere entrambi. Dall’altra parte del deserto, la coppia che è partita, se avrà trovato in sé le risorse per attraversarlo, sarà sicuramente cambiata. Ma si tratta di un viaggio faticoso e, se non si è disposti a trasformarsi, può essere che sia meglio non partire neanche. La coppia, però, non deve cadere nell’illusione che possa restare da questa parte del deserto come se niente fosse: da questa parte del deserto non potrà fare altro che vivere all’infinito quell’incubo, sprofondando sempre più in basso nel proprio Inferno personale. In definitiva, questo che tenete in mano è un libro sul dolore. Il dolore di chi non si sente riconosciuto nella sua identità all’interno della coppia, rendendosi attore di un capriccioso atto distruttivo potenzialmente in grado di annichilire l’esistenza stessa di quel luogo relazionale che partecipa alla creazione stessa della propria identità, e di chi si vede strappare via con violenza improvvisa tutto ciò che sapeva del suo essere e del racconto di sé in cui lo coltivava. Quello scritto da Radavelli è un libro dal taglio divulgativo, diretto al grande pubblico, ma che tra le righe contiene ottimi spunti clinici che gli addetti ai lavori troveranno particolarmente spendibili nella pratica professionale. L’interlocutore principale dell’autore è qui la persona che può trovare in queste pagine chiavi di lettura utili a riflettere, comprendere e affrontare una catastrofe, nonché a leggere per tempo i segnali utili a scongiurare questa faticosa eventualità. A livello clinico, il livello che racchiude i presupposti concettuali attorno a cui Radavelli sviluppa il suo ragionamento, il tradimento viene osservato da una prospettiva complessa che lo scompone in un’ottica multifattoriale, poggiando saldamente sulla teoria delle Polarità Semantiche Familiari proposta da Valeria Ugazio. L’oggetto, alla fine della lettura, non è più “il tradimento”, ma “i tradimenti”, o forse, meglio, “ogni singolo tradimento”. È raro il lodevole tentativo di rendere fruibile al grande pubblico un pensiero che abbia preso forma all’interno della teoria sistemica della mente, della quale è molto difficile parlare senza cadere in quello che suona come un linguaggio “da scienziati”, spesso comprensibile solo agli addetti ai lavori; è’ uno dei drammi della storia di questo pensiero, uno dei più suggestivi e luminosi del XX secolo, quello di non essere mai riuscito a diventare mainstream. Per la teoria sistemica, nata sulla spinta della rivoluzione epistemologica operata da Albert Einstein con lo sviluppo della Teoria della Relatività agli inizi del ‘900, l’oggetto d’indagine non sono più gli esseri umani intesi come entità singole in movimento nell’ “ambiente” – concetto mutuato da quello di “spazio vuoto” della vecchia fisica newtoniana – bensì i processi che interconnettono le persone all’interno del contesto spazio-temporale. Parlare “sistemico” fuori dalle nicchie di professionisti che ne masticano i punti di riferimento scientifici è quasi sempre stato percepito, dal grande pubblico, come l’espressione di un linguaggio alieno e strano, sicuramente curioso, ma troppo difficile da approcciare. Radavelli sembra essere riuscito nella difficile impresa. Compralo su Amazon > ### Psicologia e Psicoterapia Online Psicoterapia online, come funziona? Come la psicoterapia in presenza. Mi contatti, facciamo una breve telefonata informativa, concordiamo l'appuntamento, ricevi i moduli per la privacy e la consulenza da firmare, effettui pagamento e svogliamo incontro. Guarda il mio video sulla psicoterapia online   Cosa si può trattare online? Tramite i percorsi online si possono trattare, come nei colloqui in presenza, tutte le tipologie di difficoltà. Effettuo percorsi di psicoterapia online e terapia di coppia online. Qui puoi vedere il mio metodo di lavoro   I colloqui online sono efficaci come la psicoterapia in presenza? Si, esistono numerose ricerche che testimoniano l'efficacia della psicoterapia online. Ecco una breve bibliografia: Dielman, M., Drude, K., Ellenwood, A. E., Heinlen, K., Imar, T., Lichstein, M., Mills, M., & Asch, P. S. (2010). Telepsychology guidelines. Ohio Psychological Association Mallen, M.J., Vogel, D.L., & Rochlen, A.B. (2005). The practical aspects of online counselling:Ethics, training, technology, and competency. The Counseling Psychologist, 33, 776-818. Roehlen, A. B., Zach, J .S., & Speyer, C. (2004). Online therapy: Review of relevant definitions, debates, and current empirical support. Journal of Clinical Psychology, 60(3), 269-283.   La consulenza psicologica online è sicura? Si, è una pratica regolamentata dal Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi. Qui trovi il documento più recente redatto a riguardo   Tu che esperienza hai? Molta, mi sono approcciato alla psicologia online nel 2011 (ai tempi la psicoterapia non era permessa, si poteva effettuare esclusivamente consulenza psicologica e sostegno psicologico). Ho fatto parte della commissione Nuove tecnologie dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia e partecipato a numerosi convegni. Inoltre da anni coltivo la mia presenza online, come testimoniano questo sito, il mio canale YouTube e la mia pagina Facebook, tramite i quali aiuto ogni anno migliaia di persone. Guarda il video (pubblicato dall'Ordine degli Psicologi della Lombardia) del convegno che ho tenuto presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano Nella pratica psicoterapeutica offline invece coordino e supervisiono 6 centri di psicoterapia. L'equipe è costituita da vari specialisti ed insieme svolgiamo più di 3500 colloqui ogni mese. Per maggiori informazioni su di me puoi visitare la pagina "chi sono"   Come prendo un appuntamento? Puoi fissare un appuntamento tramite la pagina "contatti" (rispondo in poche ore) o cliccando uno dei tasti qui sotto.   Psicoterapia online quanto dura? La durata del singolo colloquio individuale è di 60 minuti. Il colloquio di coppia dura 90 minuti. La durata del percorso è invece definita al termine della fase di consultazione. Qui puoi vedere il mio metodo di lavoro   Quanto costa e come si paga? Il costo è di 85€ per gli incontri individuali e di 125€ per quelli di coppia. Il pagamento viene effettuato in anticipo, entro 12h dallo svolgimento del colloquio. È possibile pagare tramite PayPal o Bonifico Bancario (le coordinate saranno fornite appena fissato l’appuntamento).   Quali servizi vengono utilizzati? I servizi VoIP (videochiamata) utilizzati devono garantire un sistema di criptaggio dati in linea con le normative previsti. Tra i servizi più comuni che garantiscono la privacy necessaria ci sono: Skype, WhatsApp (videochiamata) e Facetime.   Quale strumentazione occorre avere? Nulla di particolare, oltre a: dispositivo per effettuare la videochiamata (Pc, cellulare o tablet); connessione internet; auricolari (consigliati); ambiente tranquillo per la tutela della privacy; ### Modello teorico Il modello di riferimento è quello sistemico relazionale secondo il metodo E.I.S.T. (European Institute of Systemic Therapy -relational Therapies di Milano). Nell’ottica sistemica la persona interagisce costantemente col suo contesto ed è al suo interno che le sue azioni assumono un significato. Il sintomo stesso della persona, seppur faticoso, è un primo tentativo di soluzione che viene ricercato all’interno delle stesse premesse che hanno creato il problema. La psicoterapia sistemico relazionale pone al suo centro le relazioni tra le persone e lavorando su vincoli e risorse aiuta a costruire una storia diversa che promuove il cambiamento. La conversazione in ogni famiglia, o in altri contesti intersoggettivi (gruppi di amici, colleghi,…) dotati di storia, è organizzata entro significati antagonisti, le polarità semantiche familiari, che costruiscono una trama condivisa di significati entro cui ciascun membro deve necessariamente prendere posizione nella conversazione (Ugazio, 1998; 2012). L'identità stessa di una persona si costruisce, quindi, attraverso la conversazione all’interno dei gruppi di cui fa parte, per questo la sua esperienza non è mai chiusa all’interno di un solo universo semantico (Ugazio, 1998; 2012). ### Come lavoriamo ### Home ## Ambiti ### Terapia Sessuale La sessualità è uno degli aspetti più intimi della persona, assume un significato identitario e viene spesso usata per definirsi, ai propri occhi e a quelli degli altri. Problemi sessuali Vivere un problema sessuale determina una sensazione di incompiutezza, di frustrazione e rabbia. Nega l’espressione della persona, la getta in un turbinio di ansia e rammarico, sino ad arrivare alla potenziale auto-svalutazione. Insorgono paure di abbandono “temo che la mia relazione possa finire a causa del mio problema” o di rassegnazione “anche se troverò la persona giusta non potrò mai avere una storia d’amore libera, vera, dato il mio problema”. I problemi sessuali portano a chiudersi se si è da soli e a perdersi se si è in coppia, sono come un piccolo tarlo che ogni giorno scava millimetri, apparentemente insignificanti, ma che in poco tempo si trasformano in fratture del tronco: deteriorano e a volte spezzano la relazione. Terapia sessuale La terapia sessuale ha l’obiettivo di definire il tipo di patologia, la sua intensità e le sue origini. Seppur per comprendere la totalità di una persona è necessario indagare diverse aree della sua vita, anche extra-sessuali, questa psicoterapia rimane particolarmente focalizzata sul problema e più spesso che in altri interventi, ad esempio rivolti ad un problema esistenziale, vengono prescritti compiti (individuali e/o di coppia) ed esercizi volti a sbloccare e risolvere la situazione. Disfunzioni sessuali I problemi sessuali attualmente individuati dai manuali diagnostici sono 7, 4 maschili e 3 femminili. Le disfunzioni sessuali maschili sono l’eiaculazione precoce, l’eiaculazione ritardata, il disturbo da desiderio sessuale ipoattivo e la disfunzione erettile. Per le donne invece sono il disturbo da orgasmo, il disturbo del desiderio sessuale ed il dolore genito-pelvico. Ecco una playlist dedicata a sessualità e disfunzioni sessuali. Problemi sessuali maschili Eiaculazione precoce La eiaculazione precoce è uno dei disturbi sessuali maschili più frequenti e consiste in una persistente e ricorrente eiaculazione a seguito di una stimolazione minima, ben prima che la persona lo desideri. Può avere delle cause fisiche, ma le ricerche individuano, nel 90% dei casi, cause psicologiche. Disfunzione erettile La disfunzione erettile, più comunemente chiamata perdita di erezione, è un disturbo frequente, spesso connesso ad uno stato ansioso. Tende a manifestarsi in momenti specifici dell’amplesso, come la fine dei preliminari e la penetrazione. Non è sempre presente in tutti i rapporti, ma li condiziona ampiamente, poiché pone il soggetto in uno stato di apprensione riguardo la buona riuscita del rapporto. Calo del desiderio Il calo del desiderio, chiamato disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è una disfunzione sessuale che può essere presente sia negli uomini che nelle donne. Le sue cause possono essere numerose, ma la maggior parte delle volte sono riconducibili alle dinamiche della coppia (non è infatti detto che si presenti con tutti i partner) e/o al significato personale che assume la sessualità. Eiaculazione ritardata E’ il contrario dell’eiaculazione precoce ed è anche meno frequente. Consiste nella difficoltà (e talvolta impossibilità) di raggiungere l’orgasmo e la conseguente eiaculazione. Genera grande apprensione durante il rapporto e profondo turbamento nella relazione poiché porta il partner a mettersi in discussione e chiedersi se sufficientemente attraente. Problemi sessuali femminili Disturbo da orgasmo Il disturbo da orgasmo, anche chiamato anorgasmia, consiste nell’impossibilità da parte della donna di raggiungere l’orgasmo vaginale e/o clitorideo. Nonostante il piacere dell’atto non sia compromesso questo disturbo può suscitare parecchio disagio, sia nella donna che non riesce a raggiungere il picco di piacere, sia nel suo partner, che può arrivare a sentirsi inadatto e incapace a soddisfare la compagna. Calo del desiderio Il calo del desiderio, chiamato disturbo da desiderio sessuale ipoattivo è una disfunzione sessuale che può essere presente sia negli uomini che nelle donne. Le sue cause possono essere numerose, ma la maggior parte delle volte sono riconducibili alle dinamiche della coppia (non è infatti detto che si presenti con tutti i partner) e/o al significato personale che assume la sessualità. Dolore genito-pelvico Il dolore genito-pelvico, anche chiamato vaginismo, è un disturbo sessuale che consiste in dolore intimo durante la penetrazione. Il tipo di dolore e l’intensità possono variare da donna a donna. Si parte dal leggero fastidio, sufficiente però a ridurre o eliminare la componente piacevole del rapporto, al dolore intenso, pungente, tale da impedire la penetrazione. Ti aiuto ad affrontare e superare le tue difficoltà in ambito sessuale nei miei studi di: Arcore, Agrate, Seregno, Monza, Como, Cantù, Merate ### Terapia per Difficoltà di Relazione Le relazioni sono la linfa vitale del nostro benessere. È attraverso le relazioni che diveniamo ciò che siamo, otteniamo ciò che abbiamo ed, in fine, godiamo di ciò che abbiamo. Usiamo le relazioni per crescere, migliorarci e stare bene, ma non sempre riusciamo a farlo efficacemente. Quando le relazioni si impoveriscono, cessano o diventano tossiche, allora siamo esposti ad un grande pericolo: perdere il nostro benessere ed equilibrio, poiché è come se perdessimo un pezzo di noi. Questo è vero per qualunque relazione significativa, che ci siamo scelti o meno, che sia essa sentimentale, genitoriale, parentale, amicale o lavorativa. Saperle vivere e gestire al meglio è quindi una competenza fondamentale per il proprio benessere psicofisico e la propria soddisfazione personale. Psicoterapia relazionale La consulenza psicologica e la psicoterapia incentrate sulle relazioni, dopo una prima fase di consultazione di 3/4 incontri volta a definire il problema, lavorano per comprendere il ruolo assunto dalla persona in con-posizione all’altro (o altri) significativo/i, così da poter progressivamente renderla sempre più consapevole delle dinamiche ed artefice delle sue scelte. Troppo spesso le difficoltà relazionali scaturiscono da una scarsa e miope comprensione delle variabili e dinamiche di una relazione e, nonostante il buon senso e le migliori intenzioni, spesso degenerano in una fatica e dolore gratuiti che non fanno altro che logorare lentamente lo stato d’animo ed il benessere di chi è in difficoltà. La psicoterapia lavora dapprima per risanare questa ferita e successivamente per dare alla persona le risorse necessarie a non rischiare di doversi nuovamente trovare in tale difficoltà. Difficoltà relazionali Le difficoltà relazionali possono essere diverse e coinvolgere vari aspetti ed ambiti della nostra vita. Vediamone alcuni: Crisi di coppia La relazione di coppia è un percorso intenso, fatto di diversi momenti cruciali, come l’innamoramento, il consolidamento della relazione, la progettualità, la sessualità, etc. È quindi comune, anzi oserei dire scontato, che in uno o più di questi momenti ci si trovi in difficoltà, si abbia bisogno di capirsi e riorganizzarsi, poiché è proprio questo, la capacità di capirsi e co-costruirsi come coppia, anche chiedendo aiuto, a rendere la coppia felice. Tradimento Il tradimento è una delle crisi più dure che la coppia può trovarsi ad affrontare. Esistono diverse tipologie di tradimento ed altrettante motivazioni che lo possono determinare. Per poterlo affrontare è necessario capire entrambi questi aspetti, ma lo è ancora di più concentrarsi sulla riorganizzazione della propria relazione, così da concedersi l’opportunità di tornare felici. Dipendenza affettiva La dipendenza affettiva è costituita da un bisogno emotivo, psicologico e fisico di stare vicino ad una persona, poiché si crede che senza di essa non si potrà star bene. Se ne diventa dipendenti, al punto da conformarsi in tutto e per tutto ad essa nella speranza di non perderla, ma al tempo stesso si rinuncia a sé stessi. Difficoltà relazionali non sentimentali Queste difficoltà si riferiscono a tutti quei disagi che non hanno a che fare con la coppia, bensì si presentano negli altri contesti della vita, come ad esempio il lavoro, le amicizie, la famiglia di origine o i figli. Capita infatti che in uno (o più) di questi contesti non ci si senta a proprio agio, si fatichi eccessivamente, ma non se ne capisca il motivo e ci si trovi/senta costretti a viverle a metà, con tutte le conseguenze che questo comporta. Ti aiuto ad affrontare e superare le tue difficoltà di relazione nei miei studi di: Arcore, Agrate, Seregno, Monza, Como, Cantù, Merate ### Terapia per Disturbi d'Ansia Ansia L'ansia può avere diverse forme, può essere generalizzata (diffusa e presente tutto il giorno) o può essere una fobia specifica (per un oggetto o situazione). I disturbi d'ansia sono legati sensazioni di paura, preoccupazione, confusione, sensazione di fiato corto, nodo allo stomaco, tachicardia, etc. e sono tra i disagi psicologici più diffusi. Cos'è l'ansia Partiamo da un concetto semplice, forse banale, ma estremamente importante: l'ansia è una reazione sana, fisiologica, del nostro corpo e svolge l’importante funzione di attivare i nostri sensi, il nostro corpo e la nostra mente di fronte ad uno stimolo o ad una condizione che percepiamo come pericolosa o stressante. Questo vuol dire che non tutta l’ansia è nociva e quindi non tutta l'ansia deve essere “tolta” dalla nostra vita. Cosa accadrebbe se non provassimo ansia davanti ad una sfida/compito per noi importante? Un esame all'università, un colloquio di lavoro, una novità importante, il nostro matrimonio, etc. non andrebbero come vorremmo semplicemente perché non ci abbiamo pensato abbastanza, non ci siamo attivati abbastanza, non “siamo andati” abbastanza in ansia. Il discorso cambia, e lo fa drasticamente, quando l’ansia diventa disfunzionale; quando è eccessiva rispetto allo stimolo che abbiamo di fronte, quando appare ingiustificata e quando degenera immobilizzandoci, togliendoci il fiato, causandoci tachicardia e sudorazione. Quando si impossessa di noi rovinandoci la vita ed impedendoci di fare ciò che vorremmo. Le patologie ansiose Le patologie ansiose sono numerose (i manuali diagnostici ne individuano 7) ed estremamente diffuse; basti pensare che una persona su tre nel corso della sua vita ha sperimentato o sperimenterà un disturbo ansioso. Tra le patologie ansiose più comuni ci sono gli attacchi di panico, l'ansia generalizzata, l'ansia sociale, l'agorafobia, le fobie specifiche e l'ansia da separazione. I sintomi dell'ansia I sintomi sono per la grande maggioranza comuni ai diversi disturbi, ma ciò che determina una diagnosi piuttosto che l’altra sono gli elementi scatenanti (cosa determina l’insorgenza del disagio), l’intensità e la durata dei sintomi. I sintomi dell’ansia, seppur variabili tra un disturbo e l’altro, consistono in tachicardia, fiato corto, sudorazione (caldo/freddo), problemi gastrointestinali, giramento di testa/confusione, paura di impazzire e di morire. Curare l'ansia Adesso però la buona notizia. Per quanto possa sembrare difficile da credere l’ansia è un disturbo che può essere trattato con elevate probabilità di successo ed in tempi relativamente brevi. In molti, tra coloro che soffrono d’ansia, tendono a dividere la loro vita in due parti: la vita prima dell’ansia e la vita dopo l’ansia e cercano invano, da soli o con l’aiuto di un professionista, un modo per “gestire l’ansia”. Nulla di più sbagliato. L'ansia non va “gestita”, ma curata. L'idea di dover trovare un modo per “gestire” l'ansia è già di per sé stessa disfunzionale, poiché pone la persona in una condizione di sudditanza, di dipendenza, nei confronti dell'ansia. È la persona, siamo noi, a dover controllare l'ansia e non viceversa da lei farci controllare. Troppo spesso durante la terapia sento persone che hanno rinunciato (meccanismo di evitamento) ad attività per loro importanti per paura dell’ansia (meccanismo di anticipazione). C'è chi non riesce più a guidare, ad uscire di casa da solo, ad affrontare una sfida importante per la propria vita, a frequentare amici, a fare la spesa, a prendere un aereo, ad andare al ristorante o in vacanza. L'ansia è subdola, ci si adatta, ci si fa l'abitudine, spesso evitandola ci si convince di stare meglio, nonostante le rinunce, ma la verità è che si limita la propria vita per paura di affrontarla. Per curare l'ansia esistono diversi modi, c'è chi preferisce provare da solo, chi ricorre ai farmaci e chi intraprende un percorso di psicoterapia. Non c'è un metodo giusto ed uno sbagliato, ma semplicemente il metodo che funziona per la specifica persona. Per orientamento personale e professionale ritengo indubbiamente la psicoterapia la strada più valida ed efficace, ma ripeto, non è necessariamente l’unica. Terapia per l'ansia Ogni intervento psicoterapeutico, volto a curare l’ansia, inizia con una approfondita indagine della sua forma e delle sue origini. Occorre conoscere la storia personale, i tempi ed i modi in cui l’ansia è insorta o è diventata incontrollabile. Capire questi aspetti è cruciale per la successiva definizione del piano terapeutico. Molto spesso l’ansia ha radici lontane e cause controintuitive, non sempre riconoscibili in un singolo incontro. Proprio per questo motivo prevedo 3-4 incontri di consultazione, volti a comprendere il problema, le sue origini ed i fattori coinvolti. La consultazione esita quindi in una restituzione delle cause dell’ansia e delle vie percorribili (piano terapeutico) per affrontarle. Indipendentemente però dalle variabili individuali, ascrivibili alla storia specifica, l’obiettivo rimane il medesimo: curare e superare l’ansia, non imparare a gestirla. Attacchi di panico Gli attacchi di panico sono uno dei disturbi ansiosi più comuni ed al tempo stesso terrificanti. Attacchi di panico, sintomi e cause Si scatenano in tempi rapidi (1-2 minuti) ed hanno una durata di circa 10 minuti. Possono sopraggiungere sia durante lo stato di veglia che durante il sonno; anche se la loro durata è apparentemente breve costituiscono un'esperienza particolarmente sgradevole, in cui si sviluppano diversi sintomi contemporaneamente, tra cui: paura di morire, paura di impazzire, tachicardia, nausea, sudorazione, tremore, mancanza di fiato, confusione, etc. Nonostante non si muoia per attacco di panico e spesso la persona è in grado di riconoscere di cosa si tratta, l’esperienza vissuta si rivela traumatica. Le motivazioni all'origine degli attacchi di panico possono essere diverse e variano da persona a persona. C'è chi sviluppa gli attacchi di panico a seguito di una o più esperienze traumatiche, chi in particolari momenti di stress della propria vita e chi ancora in situazioni specifiche (esame universitario, automobile, aereo, etc.). Gli attacchi di panico possono presentarsi come disturbo singolo, quindi come unico disagio provato e vissuto dalla persona o essere associati ad altre difficoltà, come ad esempio una condizione di ansia generalizzata. Curare gli attacchi di panico Per poter curare gli attacchi di panico è necessario intraprendere una psicoterapia volta comprendere le origini del disturbo (quali sono le cause scatenanti) ed a modificare le reazioni che la testa ed il corpo mettono in atto in queste specifiche situazioni. A differenza di quanto è comunemente creduto la maggioranza dei disturbi da panico possono essere guariti senza utilizzo di farmaci e ridotti significativamente in tempi relativamente brevi. Depressione La depressione è un disturbo dell'umore. Esistono diversi tipi di disturbi dell'umore e diverse tipologie di depressione, come ad esempio la depressione maggiore e il disturbo depressivo persistente (anche chiamato disturbo distimico o distimia). Quando si parla di depressione comunemente ci si riferisce alla depressione maggiore, anche perché è indubbiamente il disturbo dell’umore più comune e diffuso. 300 milioni sono le persone nel mondo che soffrono di depressione. Sintomi della depressione La depressione è caratterizzata principalmente da due fattori: una significativa flessione verso il basso del tono dell'umore, con sintomi quali tristezza, pianto ed apatia, ed una marcata perdita di piacere ed interesse per le attività della vita che anche solo fino a poco tempo prima erano capaci di stimolare entusiasmo e coinvolgimento. È come se tutto perdesse senso e significato, ed una fitta nebbia immobilizzante avvolgesse la persona rendendola inerme, afflitta da un dolore interno, silenzioso e straziante. Accompagnati a questo quadro clinico possono insorgere alcuni sintomi, quali: disturbi del sonno alterazioni del comportamento alimentare rallentamento/torpore o agitazione mancanza di energia difficoltà di concentrazione pensieri di morte Nel 90% dei casi la depressione viene sviluppata tra i 20 e i 40 anni e colpisce prevalentemente la popolazione femminile. Si stima infatti che il rapporto uomini-donne sia 1 a 2. Curare la depressione Diagnosticare e curare la depressione sono attività particolarmente delicate. Per quanto riguarda la diagnosi è importante capire che la flessione del tono dell'umore, principale sintomo della depressione, può avvenire anche senza un apparente motivo e deve perdurare per un considerevole periodo di tempo, ragionevolmente sufficiente ad elaborare l’eventuale fattore scatenante (ad esempio un lutto). Per quanto riguarda la cura della depressione invece l'intervento, a seguito della fase di consultazione già spiegata in altre sezioni del sito, è volto a comprendere gli elementi scatenanti il disturbo ed a sviluppare le risorse necessarie a poterlo affrontare. La terapia della depressione non consiste (solo) nel supportare la persona nei suoi momenti bui, quanto e soprattutto nell’aiutarla ad attraversare la fitta nebbia di disperazione che la circonda, riscoprendo risorse personali che aveva nascono così bene da essere convinta di non averle mai avute. Ti aiuto ad affrontare e superare i tuoi problemi di ansia e depressione nei miei studi di: Arcore, Agrate, Seregno, Monza, Como, Cantù, Merate ## Sedi ### Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Seregno ### Psicologo a Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Merate ### Dr. Matteo Radavelli – Psicoterapeuta e Psicologo Como ### Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Arcore ### Dr. Matteo Radavelli - Psicoterapeuta e Psicologo Monza ### Dr. Matteo Radavelli – Psicoterapeuta e Psicologo Lecco ### Dr. Matteo Radavelli – Psicoterapeuta e Psicologo Cantù ### Dr. Matteo Radavelli – Psicoterapeuta e Psicologo Agrate