“Dottore dove trovo la forza per separarmi?”. Questa è una domanda che spesso mi viene fatta e ovviamente implica che la persona sia già all’interno di un certo percorso di rielaborazione legato alle insoddisfazioni che la propria relazione sta suscitando. Di solito è una domanda che viene posta quando la decisione sembra essere stata presa, cioè “io sono infelice/noi siamo infelici e dovremmo separarci ma qualcosa lo impedisce” e quindi molto spesso viene tirata in causa la forza: “dove trovo il coraggio, dove trovo la determinazione”. Le implicazioni che fanno presumere il bisogno di una forza possono essere diverse ad esempio le aspettative sociali, l’idea che noi abbiamo di ciò che gli altri si aspettano da noi, la presenza dei figli, la presenza di alcuni vincoli economici magari una coppia che lavora insieme o che ha una attività insieme, ecc. Le implicazioni sono tantissime e molto diverse tra loro.

Il concetto di forza però è interessante da approfondire, perché ci sono due macrolivelli, cioè due livelli paralleli che dovrebbero essere considerati quando ci si pone questa domanda: uno ha a che fare con un principio di delega della responsabilità, l’altro invece è molto più legato ad un tema di scelta e di individualizzazione e di affermazione di sé. Per quanto riguarda quello di deleghe della responsabilità molte volte noi pensiamo di non poterci separare perché assumiamo una delega o diamo in delega la responsabilità della decisione a eventi esterni o a qualcosa che ci impedisce di essere liberi nella presa della decisione: ad esempio “la mia famiglia non me lo perdonerà mai, sarò povero/a, dovrò cambiare lavoro, sarò costretto/a lasciare la casa, non posso farlo per i figli” e queste sono solo alcune delle motivazioni, accomunate dall’essere tutte deleghe di responsabilità, scuse. Ora, il tema di figli è un tema estremamente delicato ma quante volte diciamo che non possiamo separarci perché dovremmo gestire il malumore della famiglia di origine oppure avere delle difficoltà economiche? Stiamo contrattando, se la motivazione che scegliamo è questa, il malumore della nostra famiglia di origine o potenziali difficoltà economiche con la nostra felicità. Non è né giusto né sbagliato, dobbiamo semplicemente scegliere che cosa vale di più.

Dall’altro lato il rischio invece è legato a un processo di affermazione di se stessi cioè di assunzione di responsabilità e il riconoscimento di sé, nel senso che se siamo vittime di questo tipo di ragionamento dobbiamo essere anche consci del fatto che ogni volta che noi diciamo sì a qualcun altro o a qualcos’altro e, come avete capito non sto parlando solamente del partner o ad esempio della relazione infelice, ma anche di tutte le altre implicazioni che ho citato prima, stiamo dicendo no a noi stessi e quindi in qualche modo stiamo scegliendo e accettando di metterci in secondo piano, quando prima di tutto una relazione nasce in funzione di un soddisfacimento individuale. Quando questa cosa non avviene ovviamente l’insoddisfazione è prima di tutto individuale, poiché è il fallimento della coppia o la difficoltà all’interno della coppia a determinare l’insoddisfazione individuale.

Quindi ci sono questi due livelli diversi: da un lato il delegare la responsabilità della propria infelicità ad altri e dall’altro essere non consapevoli proprio perché mascheriamo a noi stessi questa responsabilità  eterodeterminata dicendo sì ad altri ma dicendo no a noi stessi, questi sono i due livelli che hanno a che fare con la forza da cercare per riuscire a separarso. È qui che va cercata la forza: all’interno di ciò che noi ci costringiamo ad essere e a vivere se non cambiamo la situazione, ed è un interno tendenzialmente infelice.

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